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G ianfranco Faina, Lotte di classe in L i
guria dal 19 19 al 1922. Istituto Sto
rico della Resistenza in Liguria, 1965,
pp. 10 1.
sione generale della storia della classe
operaia italiana dal ’ 17 al ’22.
Sergio Bologna.
Jacques F auvet, Histoire du Parti Com
Di fronte a dei saggi come questo la
maggioranza degli storici rimane stupita.
Innanzitutto perchè la visione è coscien
temente « parziale », in quanto esamina
il problema esclusivamente dal punto di
vista dei rapporti tra sviluppo capitali
stico industriale e movimento di lotta
operaia. Il piano delle istituzioni orga
nizzative di classe (governo e partito so
cialista) è subalterno a quel rapporto.
E ’ questo uno dei primi motivi d’imba
razzo della storiografia tradizionale, che
esamina soltanto lo sviluppo del movi
mento operaio organizzato (partito e sin
dacato) di fronte all’ atteggiamento go
vernativo. In secondo luogo perchè con
sidera come categoria storica quella del
la « spontaneità » dei movimenti di clas
se ed anzi assegna ad essa il valore di
verifica di tutti gli avvenimenti. In ter
zo luogo, e nel caso specifico, perchè
modifica notevolmente la periodizzazione di quella fase della storia politica ita
liana che riguarda l’ occupazione delle
fabbriche, la formazione del movimen
to dei consigli operai e la costituzione
del partito comunista. In una recensio
ne-articolo pubblicata recentemente sul
la Rivista Storica del Socialismo un altro
giovane studioso, proveniente dallo stes
so nucleo politico cui appartiene Faina,
Emilio Soave, contribuiva a modificare
la visione tradizionalmente accettata per
cui l ’occupazione effettiva delle fabbri
che torinesi del settembre del 1920 avrebbe rappresentato il momento di mas
sima ascesa ed espansione politica del
l’ondata rivoluzionaria italiana del pri
mo dopoguerra e la caratterizzava in
vece come momento di già avanzato de
clino e d ’incipiente sconfitta. In un al
tro punto il Faina concorda con il Soa
ve e cioè nell’assegnare al movimento
anarchico un’ importanza determinante
nell’organizzazione dell’ondata di lotte
del 1920. La discussione su questi punti
non si è ancora aperta pubblicamente
nell’ambito della storiografia contempo
ranea italiana. Forse è giunto il mo
mento di farlo, soprattutto estendendo
lavori come quelli del Faina ad una vi
muniste Français. I De la guerre à
la guerre, 1917-1939. Fayard, 1964.
Una cronistoria diligente della storia
della nascita, della formazione e delle
principali lotte de) PCF che ignora i
problemi essenziali di questa storia stes
sa. La scissione di Tours è un fatto for
male, per il Fauvet. Forse Jo fu effetti
vamente, ma bisognava dirlo. Infatti, se
si accetta questa ipotesi, si vede che la
debolezza fondamentale del PCF dalla
sua nascita fu quella di non mettersi
in rapporto diretto con un movimento
reale di classe contenente caratteristiche
nuove, come avvenne per esempio in
Italia tra movimento dei consigli-occu
pazione delle fabbriche e scissione di
Livorno, o come avvenne in Germania
tra movimento spartachista-operaio e for
mazione della K PD . Risulta da questa
partenza, a nostro avviso, la caratte
ristica — registrata ma non analizzata
dal Fauvet — di scaricare la sua azione
sui problemi della solidarietà comunista
internazionale (lotta contro l’occupazio
ne della Ruhr e campagna in favore di
Abd-el-Krim) e di far diventare la pre
dicazione internazionalista e la pratica
solidaristica una componente tradiziona
le della vita del partito, che darà i suoi
frutti migliori nella guerra di Spagna.
Poiché la nascita del partito non coinci
se con un salto nel livello della lotta
di classe, il problema dei rapporti tra
partito e classe fu posto quando il PCF,
sotto la guida di Thorez, aveva assunto
la fisionomia tipica del partito populista
proprio dell’epoca dei fronti popolari:
i conti con la classe il partito dovette
saldarli quando non era più partito di
opposizione ma partito di governo, nel
1936, quando cioè effettivamente, con
l’occupazione delle fabbriche, c’ era sta
to un salto nello sviluppo del movimen
to direttamente operaio. I conti si chiu
sero con un largo passivo. A nostro av
viso se c’è un « problema » nella storia
del PCF è questo, anche se schematica
mente espresso. Fauvet non ha schemi
o problemi da proporre, più che di sto
ria possiamo dunque parlare di croni
storia e come tale è appena sufficiente.
Sergio Bologna.
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Scritti scelti di Camillo Berneri, Pietrogrado 19 17 - Barcellona 1937. A cura
di Pier Carlo Masini e Alberto Storti.
Sugar ed., 1964.
Lodigiano, allievo di Salvemini, Berneri fu assassinato dai comunisti a Bar
cellona nel maggio del 1937. Finì così
per verificare con la vita le sue previ
sioni sull’ involuzione bolscevica.
Berneri cominciò la critica al bolsce
vismo nel 1920, dopo aver esaltato il
soviettismo. Ma tanto la critica quanto
l’ esaltazione non riuscirono a capire la
natura nè del soviet nè del partito bol
scevico. Berneri previde il terrore con
l ’istinto, un .po’ paranoico, del liberta
rio, ma non ebbe la capacità di con
trapporre al modello leninista e bolsce
vico alcun altro modello rivoluzionario
nè alcun altro modello di strumento ri
voluzionario. Critico degli aspetti for
mali più che sostanziali dell’ anarchia,
Berneri forse dà il meglio di sè — da
quanto risulta da questa raccolta di
scritti — nel felice accostamento tra
riformismo corporativista fascista e ri
formismo sovietico e pianismo socialde
mocratico. In nessuno di questi scritti
c’è un programma politico, anche gli
scritti politici più intensi, come quelli
sulPanarco-sindacalismo, restano privi di
proposte sia tattiche che strategiche. Ri
sulta chiarissimo l ’insegnamento salveminiano, dove però la sensibilità cri
tica verso i fenomeni della moralità, i
fenomeni giuridici e istituzionali del Sal
vemini diventa sensibilità critica ispira
ta all’umanesimo anarchico. Se lo sforzo
di Berneri fu quello di sottrarre l’anar
chismo all’ipoteca ottocentesca, questo
sforzo non è riuscito. Egli dunque ap
pare piuttosto un figura isolata che un
personaggio politico. Comprensibile, ma
altrettanto negativo sul giudizio che si
deve dare a proposito delle proposte po
litiche anarchiche, è il suo rapporto con
l’umanesimo rosselliano.
Mancando le proposte politiche, ci si
aspetterebbe una capacità di analisi cri
tica, ma anche questa, sia che riguardi
il bolscevismo, lo stalinismo, la socialdemocrazia o lo stesso fascismo, è de
cisamente inferiore a quella — discuti
bile fin che si vuole —• che Borghi die
de del dopoguerra italiano e del mussolinismo.
Tolto il politico, resta l’eroe, il mar
tire, cui va Ja nostra ammirazione.
Sergio Bologna.
F ranco Catalano, Storia dei Partiti -po
litici italiani. Torino, Eri, 1965, pp.
378, L . 900.
Sono raccolte in questo volume le
sedici lezioni tenute dal Catalano nella
trasmissione di classe unica alla Radio.
L ’ autore parte dall’esame delle correnti
politiche, dalla fine del ’ 700 al i860
ed, attraverso le varie fasi della storia
italiana, giunge fino al 1926, l’ anno che
segnò la morte dei partiti, soppressi dal
la legislazione fascista.
Alle esplicite e tracotanti dichiara
zioni di Mussolini che ponevano le con
dizioni per il ritorno a Montecitorio
dei deputati dall’Aventino, fanno eco le
amare, ma dignitose parole di Filippo
Turati a commento della vanità di ogni
tentativo di libera azione politica, ormai
resa impossibile dal regime trionfante.
Pochi furono allora gli spiriti chiaroveggenti che seppero guardare fino in
fondo la dura realtà, disposti ad ini
ziare, senza speranza, quella lunga aspra
via di lotte e di sacrifici mortali, che
fu il prezzo che il popolo italiano do
vette pagare per potersi riscattare un
giorno come popolo civile, in quella li
bera competizione dei partiti politici,
che è la vita stessa della nazione.
Il libro è corredato, capitolo per ca
pitolo, da una ricca bibliografia, che ne
fa un prezioso strumento di consulta
zione e di guida.
B. C.
C esare R ossi , Il delitto Matteotti. Mi
lano, Ceschina, 1965, pp. 59 1, L . 3000.
L'autore fa qui un’ ampia ricostruzio
ne dell’assassinio di Giacomo Matteotti;
episodio nel quale, come è noto, il Ros
si ebbe parte attiva.
Il libro comincia col testo dell’ultimo
discorso che Ton. Matteotti tenne alla
Camera dei Deputati, dieci giorni prima
della morte. Segue una serie di docu
menti relativi alle vicende successive,
dalla ricostruzione del delitto secondo
la sentenza della sezione istruttoria del
la Corte d ’Appello di Roma, al famoso
memoriale di Cesare Rossi pubblicato
sul Mondo.
Si tratta di materia già pubblicata
ed ampiamente nota, articoli, giudizi,
testimonianze, che il Rossi raccoglie qui
a documentare le diverse fasi di quella
vicenda che più di tutte determinò il
Schede
corso degli avvenimenti nel ventennale
fascista.
L ’appendice si chiude con l ’elenco
dei Democratici, Liberali, Popolari e In
dipendenti inclusi nel cosiddetto « L i
stone » nelle elezioni politiche del 1924.
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menti che riguardano i provvedimenti
razziali, compreso il manifesto degli
scienziati razzisti del 14 luglio 1938,
del quale sarebbe stato bene anche ri
portare i nomi dei sottoscrittori.
B. C.
B. C.
LU IG I P r e t i , I miti dell’ Impero e della
raZZfl nell’Italia degli anni ’30. Ro
ma, Ed. Opere N uove, 1965, pp. 140,
L . 700.
Con questo titolo, che è il tema di
una conferenza tenuta dall’autore a Bo
logna nel gennaio del 1965 e successi
vamente in altre città, Luigi Preti trac
cia un quadro dei motivi fondamentali
del fascismo e della politica del regime,
richiamandoli a due punti caratteristici,
il sogno imperialista ed i provvedimenti
razziali.
La vivacità della trattazione, che ha
naturalmente carattere discorsivo, pone
in evidenza alcuni punti interessanti co
me nel capitolo intitolato: « Gli eccessi
verbali della stampa contro gli Ebrei »,
dove si ricorda ad alcuni scrittori e gior
nalisti ancora oggi quotati, quello che
hanno scritto e detto allora : « A co
minciare dal 1938, scrive l'autore a
pag. 84, diventa di moda per chi scri
ve sui giornali gettare fango sopra gli
ebrei. Nessuno chiede per essi castighi
di tipo tedesco, nessuno, in definitiva,
negherebbe ad essi aiuto, se li trovasse
per la strada; ma quasi tutti, per se
guire la moda o per ’ cupidigia di ser
vilismo ’ , pronunciano con leggerezza pa
role di dileggio e di disprezzo nei con
fronti di questa minoranza derelitta ».
Dopo aver considerato il risultato di
sastrosamente negativo di tutta la poli
tica del ventennio, il breve scritto con
clude affermando che Mussolini aveva
intrapreso fin dall’inizio una battaglia
contro il progresso e contro la storia,
quando « la strada dei popoli andava
nella direzione della giustizia, della li
bertà e della pace » valori estranei « allo
spirito di lui e alla dottrina del fa
scismo ».
U n ’interessante appendice documen
taria contiene il testo di alcuni discorsi
di Mussolini, dal Discorso di Eboli del
giugno 1935 a quello tenuto al Consi
glio Nazionale del P N F il 25 ottobre
1938. Sono citati, inoltre, alcuni docu
P ercy E . S c h r a m m , Hitler capo mili
tare. Firenze, Sansoni, 1965, pp. 281.
Raccolta di scritti di diversa origine,
di diverso argomento e diverso interes
se, con risultato assai dispersivo. Lo
Schramm fu compilatore del giornale di
guerra dell’OKW dai 1943 al 1945 ed
ebbe la fortuna di salvare la massa delle
sue annotazioni, pubblicate in un’opera
documentaria del più alto interesse; il
libro in esame non ha però nulla a che
fare con queste annotazioni, ma vi gira
attorno, presentando diversi scritti mar
ginali rispetto alla maggiore opera. Una
quarantina scarsa di pagine sono dedi
cate ad estratti di stenogrammi di con
ferenze e colloqui del Führer, distribuiti
nell’arco di un anno ed estremamente
lacunosi e riassunti; da livello docu
mentario si passa così a livello di curio
sità. Seguono pagine sulle peripezie del
le carte dell’autore, sulla sua vita all’ O KW , sull’ atmosfera di quel coman
do: tutti dettagli di scarsissimo interes
se se presi a sè, indipendentemente
dall’opera maggiore. Poi l’autore allinea
una serie di brevi giudizi sulle doti mi
litari di Hitler, traendole da volumi
già pubblicati in Germania ed in Italia:
nulla di nuovo, quindi, ma un appe
santimento della lettura.
In questa disordinata miscellanea di
scritti gli unici che molto imperfetta
mente non tradiscono le promesse della
copertina sono due memoriali dello
Schramm del 1945 (sulle divergenze di
pensiero tra Hitler ed i suoi generali)
e de) i960 circa (sulla figura di Hitler
come capo militare, un centinaio di pa
gine già edite) ed uno del gen. Jodl
del 1946 sull’influsso di Hitler sulla
condotta della guerra. Quest’ ultimo è
assai interessante come testimonianza
dell’ atteggiamento di uno tra i mag
giori esponenti delle gerarchie militari
tedesche verso il Führer e come tenta
tivo autorevole di scindere le grandi de
cisioni strategiche, riservate naturalmen
te al capo politico, dalla condotta delle
operazioni, in cui i militari non pote
vano che ubbidire e di cui quindi non
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possono essere considerati responsabili.
Argomentazioni che non salvarono lo
Jodl dalla condanna del tribunale di N o
rimberga. Anche gli scritti dello Schramm
sono tesi all’assoluzione dei comandi mi
litari da ogni responsabilità nella cata
strofe. Naturalmente quello del i960 è
assai più esplicito nel suo filonazismo :
ad Hitler si rimprovera solo di non es
sersi sparato nel 1944, quando la guerra
apparve irrimediabilmente perduta, ma
non gli si nega la qualifica di genio ed
eroe, pur lasciando l’ultimo giudizio al
la storia, che se lo sarebbe preso co
munque. La discussione delle capacità
militari di Hitler ci sembra comunque
assai più confusa delle brevi pagine del
lo Jodl: in particolare lo Schramm non
distingue tra sfera politica e sfera mili
tare e ciò ben si capisce, perchè com
porterebbe un giudizio più esplicito sul
nazismo, che si preferisce invece sfu
mare nella mistica della guerra da vin
cere a tutti i costi.
In conclusione, un’opera infelice co
me impostazione, confusa e dispersiva
per il lettore, concepita come comple
mento della serie di volumi del giornale
di guerra non apparsi in italiano, ed
intrisa di filonazismo nelle poche pagine
in cui il discorso si allarga. Alcune lievi
imprecisioni di traduzione.
Giorgio Rochat.
C onstantine F itz G ibbon, Il blitz sul
l’Inghilterra. Firenze, Sansoni, 1965,
pp. 313.
Traduzione non esente da impreci
sioni di un volume del 1957 sui bom
bardamenti tedeschi deU’inverno 1940-41
su Londra. Pur dando un quadro ge
nerale della battaglia d ’Inghilterra nel
suo complesso, il libro mira a ricostrui
re gli avvenimenti come li vide il co
mune cittadino di Londra: è quindi con
cesso largo spazio a testimonianze trat
te dalla memorialistica o più sovente re
gistrate per la radio. N e risulta un re
portage giornalistico molto ampio, assai
vivo (pur con qualche lungaggine) e di
un certo interesse per Ja conoscenza del
l ’organizzazione della difesa civile bri
tannica e del comportamento della po
polazione. Il titolo italiano non è esatto,
poiché il volume si riferisce solo a Lon
dra, nè felice, poiché il termine blitz
per gli inglesi significherà i bombarda
menti tedeschi, ma per noi è legato
alle campagne dell’esercito tedesco del
1940-41.
G. Ro.
A ngelo D el Boca, La guerra d ’Abissinia 1935 - 1941- Milano,
1965, pp. 284, L . 1400.
Feltrinelli,
« Il conflitto italo-etiopico fu appro
vato, caldeggiato e seguito dalla mag
gioranza del popolo italiano. Ma esso
non ebbe, di questa guerra combattuta
a migliaia di chilometri dalla madre pa
tria, che le relazioni e le immagini per
messe dalla censura fascista, mentre nei
successivi cinque anni alcune centinaia
di scrittori e giornalisti s’incaricavano
di farla entrare nel mito, dipingendola
come la più perfetta e brillante campa
gna coloniale di tutti i tempi e per di
più condotta con metodi umani e per
fini di civilizzazione. Dopo questo dilu
vio di libri, per un quarto di secolo si
è fatto sull’argomento il più assoluto si
lenzio. Cosicché buona parte degli ita
liani è ancora, suo malgrado, sotto l ’in
fluenza della propaganda del defunto re
gime ». Togliamo queste frasi dal ri
svolto della copertina del volume in
esame : purtroppo la situazione che de
scrivono va riferita non solo alla guer
ra d’Abissinia, ma a larga parte della
storia italiana più vicina. Un esempio
deirimpostazione fascista anche della re
cente produzione è fornito appunto dal
volume del Pignatelli sulla guerra italoetiopica (recensito sul n. 81 di questa
rivista), che in nulla si differenzia dal
le pubblicazioni di allora.
A trent’anni di distanza dall’aggres
sione fascista, il volume di Angelo Del
Boca rompe questo muro di complice
silenzio, muovendo da un’ ampia in
chiesta pubblicata dalla « Gazzetta del
Popolo » di Torino. Le sue fonti sono
varie ed ottime, non si fermano cioè
alla produzione propagandistica italiana
(pur studiata dall’autore), ma compren
dono anche la produzione meno nota o
non destinata alla pubblicazione (come
vari rapporti sulle operazioni di repres
sione degli anni posteriori alla conqui
sta) e soprattutto la produzione stranie
ra, etiopica o filo-etiopica o semplicemente non fascista. Per la prima volta
uno scrittore italiano prende in esame
la pubblicistica e memorialistica di bat
taglia, per così dire, contrapposta nel
Schede
l'Europa 1935-36 a quella di ispirazione
fascista, e consulta la documentazione
abissina e quella della Società delle N a
zioni. Inoltre .l’autore ha intervistato
protagonisti e testimoni degli avveni
menti, specialmente italiani residenti in
Abissinia, ed ha potuto interrogare am
piamente il Negus stesso ed alcuni tra
i maggiori esponenti della resistenza ar
mata etiopica.
Naturalmente il libro non è comple
to nè perfetto; non bisogna però dimen
ticare che buona parte degli argomenti
vengono affrontati per la prima volta
oppure da un angolo del tutto nuovo.
Sono appena accennati gli antecedenti
del conflitto, non ne sono prese in esa
me le ripercussioni sulla situazione in
terna dell’ Italia, le complicazioni inter
nazionali sono riassunte brevemente; an
che le operazioni delle truppe italiane
sono trattate rapidamente, reazione più
che legittima alle innumerevoli tirate
dei capi fascisti, da Badoglio a Graziani.
La parte migliore e più originale del
libro è invece la narrazione degli avve
nimenti come furono visti e vissuti da
gli abissini stessi, dall’organizzazione del
la campagna ai disperati combattimenti.
Acquista così grande rilievo la denuncia
delle atrocità italiane, dall’uso dei gas
per lo sfondamento delle linee nemiche
ai massacri spaventosi della conquista
e delle successive repressioni.
La gloriosa spedizione coloniale, ul
tima pagina lieta e serena prima degli
orrori e delle sconfitte della guerra mon
diale, diventa così attraverso le parole
del Del Boca il primo atto di una tra
gedia che doveva insanguinare il mon
do e che ancora oggi lo travaglia. L ’uso
indiscriminato dei gas asfissianti e ve
scicatori contro truppe e popolazioni as
sume significato di tragico simbolo, il
telegramma di Graziani anticipa le glo
rie della guerra nazista e di quelle colo
niali attuali ; « Nella giornata di oggi
aviazione compia rappresaglia at gas
asfissianti di qualsiasi natura su zona
dalla quale presu mesi Uondeuossen ab
bia tratto armati senza distinzione tra
sottomessi e non sottomessi. Tenga pre
sente V . E . che agisco in perfetta iden
tità vedute con S. E. Capo Governo »
(11 settembre 1936).
Il nostro autore non si limita a de
scrivere la guerra dalla parte degli abis
sini, ma traccia anche un altro capitolo,
ancora più sanguinoso e vergognoso, fi
119
nora evitato con cura dagli italiani: la
storia della resistenza etiopica dopo il
termine delle operazioni su larga scala.
Una guerriglia mai sopita, con un sus
seguirsi di massacri cosi vasti e selvaggi
da far tramontare per sempre la leg
genda di un fascismo più umano del na
zismo. L ’eroe di questa guerra è il ge
nerale Graziani: « Tutti i ribelli fatti
prigionieri dovranno essere passati per
le armi ». E dopo l’esecuzione somma
ria di trecento dignitari, il viceré tele
grafa a Roma : « Non posso escludere
che alcuni abissini giustiziati abbiano
prima di morire gridato ’ viva Etiopia
indipendente ’ . Faccio però presente che
esecuzioni ordinate di conseguenza noto
attentato vengono fatte in località ap
partate e che nessuno —• dico nessu
no — può assistervi ». N ell’elenco dei
danni di guerra, di cui l ’Etiopia chiese
riparazione all’Italia {l’ indennizzo venne
accordato a patto che assumesse l’ano
dino nome di assistenza tecnica) figura
no le vittime della guerra, 760.000 morti
in combattimento, nei campi di concen
tramento, nelle rappresaglie oppure di
fame, in seguito alle distruzioni provo
cate dalle truppe italiane. Citiamo an
cora un telegramma, scelto a caso tra
cento e cento, dice il Del Boca : « Co
lonnello Garelli comunica azione rappre
saglia et repressione completamente riu
scita per oltre dieci chilometri di fronte.
Località combattimento 18 et 19 est sta
ta rasa al suolo e migliaia tucul di
strutti. Centinaia indigeni conniventi con
ribelli sono stati passati per le armi ».
Su queste scene di lutti campeggia
la figura del Negus, di cui il Del Boca
traccia un ritratto assai complesso, in
sistendo soprattutto sulla sua volontà di
pace ed attribuendogli il merito della
condotta civile tenuta dagli abissini ver
so gli italiani dopo il 19 4 1, senza per
questo celare gli aspetti paternalistici e
conservatori della sua politica. E ’ veraramente interessante il rifiuto di coin
volgere in un’unica condanna italiani e
fascismo: subito dopo il conflitto il N e
gus diceva ad un esule antifascista ita
liano, che pochi mesi dopo sarebbe ca
duto in Spagna : « Il fascismo ha im
piegato per distruggere l’indipendenza
dell’Etiopia gli stessi violenti metodi che
ha usato e usa ancora per distruggere
le libertà in Italia ». Su questa base fu
condotta la pacificazione del dopoguerra.
Speriamo che queste pur brevi note
possano dare qualche idea della ricchez
12 0
Schede
za e dell’interesse dell’opera del Del
Boca, che apre una nuova prospettiva
agli studi sulla guerra italo-etiopica :
prospettiva certo non gloriosa per noi,
ma infinitamente più vera e fruttuosa
di quella ancor oggi viva. Non ci rimane che augurare al libro successo di
•lettori e continuazione adeguata.
Giorgio Rachat.
S alvatore F rancesco R omano, Antonio
Gramsci, Torino, U .T .E .T ., 1965,
pp. 606, L . 4800.
Legata alla pubblicazione delle let
tere e dei quaderni del carcere con la
quale ha proceduto di pari passo, la
« scoperta » di Gramsci negli anni dopo
la fine della guerra (a partire dal 1947),
il graduale processo di assimilazione del
la sua opera attraverso un dibattito cul
turale che, indipendentemente dal gra
do di consenso raggiunto, significava pur
sempre un fare i conti con essa, tutto
ciò è avvenuto soprattutto sulla base di
quegli scritti postumi che se da un lato
dovevano rappresentare la fase più ma
tura del pensiero di Gramsci, dall’ altro,
per il loro carattere frammentario e pro
babilmente lacunoso, rischiavano anche
di condurre ad interpretazioni erronee
o forzate. Perciò, e per la imprescin
dibile necessità anche ai fini di una va
lutazione dell’ ultimo Gramsci di cono
scerne in modo non superficiale il pe
riodo di formazione e di lotta, mi sem
bra da accogliersi con il massimo fa
vore una più recente tendenza di studi
che dell’opera di Gramsci si propone so
prattutto di illuminare i momenti pre
cedenti alla data del suo arresto (no
vembre 1926) e alla susseguente reclu
sione, dedicando quindi maggiore atten
zione al periodo della sua diretta par
tecipazione alla lotta politica, tra guerra
e dopoguerra. A tale tendenza appar
tiene sostanzialmente anche questa bio
grafia di Gramsci, di Salvatore France
sco Romano, apparsa di recente nella
benemerita collana della U .T .E .T . « La
vita sociale della nuova Italia », diretta
da Nino Valeri.
Seguendo un ordine strettamente cro
nologico, la vita di Gramsci viene in
queste pagine raccontata puntualmente,
dalla nascita alla morte, ponendo una
particolare cura nel cogliere in essa il
rapporto tra biografia esterna e pensie
ro, e cercando a tal fine di far parlare
soprattutto i testi : le molte testimo
nianze disponibili, ma specialmente gli
scritti dello stesso Gramsci, sia nei mol
ti passi che contengono ricordi e note
personali, sia negli scritti del tempo in
cui può cogliersi il farsi del suo pen
siero; e tutto questo materiale viene
spesso ordinato all’ interno del testo in
un sapiente montaggio di citazioni let
terali, scelte mi pare non tanto secondo
un intento genericamente documentario,
quanto più ambiziosamente cercando in
esse quelle più rare qualità evocative,
capaci in qualche misura di restituire
al lettore odierno ij senso del passato
e ricreare per lui un po’ di quella ten
sione morale e intellettuale che tanto
intensamente percorse la vita di Gramsci.
I primi due capitoli di quest’opera
trattano il periodo dell’ infanzia e della
giovinezza, sino al 19 14; in essi, giu
stamente mi pare, Romano sottolinea
le precoci esperienze di miseria e di do
lore sofferte dal giovane Gramsci, sia
nell’ambiente della natia Sardegna co
me più tardi nella vita studentesca a
Torino, le quali ripercuotendosi su di
un animo di eccezionale sensibilità e ca
pacità affettiva, lo portavano a rinchiu
dersi in se stesso condannandolo ad una
solitudine particolarmente penosa. Come
lo stesso Romano sembra suggerire (cfr.
spec. p .. 39, 55, 73-75) e pur senza esa
gerare in rischiosi esercizi di psicolo
gismo, non appare forzato ricondurre a
questi dati di origine alcuni dei carat
teri fondamentali della personalità di
Gramsci: il suo radicale pessimismo sul
lo stato della società in cui egli si tro
vava ad agire e sulla sua intrinseca ca
pacità di riformare se stessa, e insieme
una profonda ed istintiva sete di giu
stizia alimentata dalla coscienza dei torti
che le classi subalterne continuavano a
patire; ancora, quella rigida vocazione
moralistica, rafforzata dal lungo eserci
zio alle meditazioni solitarie, la quale
conferiva al fondo del suo pensiero e
della sua azione un tono « di severo ri
gore e di intransigenza impietosa » :
doti, queste e quelle, da cui sembrano
spontaneamente scaturire sia il suo estre
mismo politico, sia il suo astrattismo
intellettuale.
Ciò doveva in qualche modo predi
sporlo all’incontro con quelle particolari
forme di reazione culturale e politica
antipositivistica, che furono rappresen
tate dall’idealismo e dal sindacalismo
Schede
rivoluzionario. In verità, l ’influenza di
Croce e di Sorel sul giovane Gramsci
sembrano essere state per molti aspetti
determinanti di tutto il suo successivo
indirizzo di pensiero e di azione. Ma,
mentre con l ’eredità di Croce egli stes
so seppe fare i conti superandola alme
no in parte criticamente, l ’eredità di
Sorel sembra aver agito in Gramsci,
come in molte altre figure minori di
militanti socialisti, più per suggestioni
emotive che per forza di pensiero, riu
scendo così a sfuggire l ’antidoto di una
valutazione critica e prolungando quin
di la durata dei suoi effetti ben oltre
quel limite che un controllo intellettua
le avrebbe potuto imporgli. Che effet
tivamente Gramsci, sulla linea di Sorel,
abbia scorto nel socialismo soprattutto
lo strumento per fondare una nuova
moralità nel rifiuto di tutti i valori del
le « democrazie borghesi », mi sembra
emergere assai chiaramente dalle pagine
di Romano (cfr. spec. pp. 177 sgg., 198
sgg., 214). Non si creda tuttavia che que
sta linea interpretativa finisca in alcun
modo per appiattire ij pensiero di Gram
sci; al contrario, pur nel quadro di una
immutata prospettiva finale — un « or
dine nuovo » che, espulso dal corpo so
ciale il « focolaio della corruzione, la
libera concorrenza del regime capitali
sta », sanate le menti dalla « illusione
della democrazia liberale », organizzi la
società secondo la nuova moralità socia
lista {« in modo che ogni uomo dia il
massimo del suo rendimento e la sua
attività sia coordinata all’ attività univer
sale in una armonia che elimini ogni
sofferenza inutile ») — Romano coglie
poi molto bene il progressivo orientarsi
politico di questo pensiero, cioè la scel
ta dei mezzi che si ritengono via via i
più atti a conseguire il proprio ideale;
in particolare, egli giustamente pone
l’accento sulla fase di trapasso in Gram
sci dai propositi di azione rivoluziona
ria attraverso l ’ attuazione di una « ri
forma intellettuale e morale », del tutto
compatibile con lo svolgimento di « ci
vili competizioni » politiche (quindi nel
l’accettazione del « metodo democrati
co »), all’adozione invece della « solu
zione di forza » nella quale la funzione
rivoluzionaria viene assunta dall’opera
di « coercizione e di disciplina » attuata
dallo stato attraverso la dittatura del
proletariato. Questa svolta decisiva vie
ne individuata tra la fine del 1918 e
la prima metà del 1919, in coincidenza
21
certo non casuale da un lato con la fon
dazione della Terza Internazionale, dal
l ’altro con la fondazione de « L ’Ordine
Nuovo »; si tratta del momento più im
portante del pensiero e della vita di
Gramsci, e ad esso Romano dedica quel
lo che a me sembra ij capitolo centrale
della sua opera (Cap. V I : Prospettive
e teoria della lotta rivoluzionaria dopo
la prima guerra mondiale), dove si af
frontano e si mettono a fuoco alcuni
dei temi più vivi della storia del movi
mento operaio italiano : lo sviluppo del
massimalismo, le ripercussioni della R i
voluzione russa, l’esempio del lenini
smo; sono i temi legati alla fondazione
del Partito comunista. Purtroppo non è
possibile dare conto in queste brevi
note dei risultati particolari a cui l’in
dagine di Romano direttamente condu
ce o delle conclusioni che essa impli
citamente invita a trarre. A me sem
bra, in generale, che venga in gran
parte confermata l’ipotesi secondo la
quale l’ accettazione letterale del modello
russo rispetto alla situazione italiana,
costituì un grave errore politico, di cui
Gramsci ebbe la sua parte, gravido di
effetti funesti l’eco dei quali perdura
ancor’oggi in non lieve misura. Ma, in
dipendentemente dalle valutazioni che
si ritenga di trarre dalla lettura di que
ste pagine, indipendentemente dal gra
do di consenso come dalle riserve che
molti giudizi particolari di Romano pos
sono suscitare, mi pare che questo la
voro rappresenti un’occasione e un in
vito alla riflessione e alla eventuale di
scussione, che non dovrebbero andare
perduti data l’importanza e anche la
permanente attualità dei temi in que
stione.
La rimanente parte del libro segue
soprattutto la parte avuta da Gramsci
nel preparare la scissione di Livorno,
e ne descrive poi la vita di combattente
comunista, rincontro con Giulia Schucht,
l’ultimo doloroso periodo del carcere.
M a, a partire circa dal 1921 la narra
zione di Romano si fa molto più rapi
da, come di chi in sostanza abbia già
dato fondo ai problemi che soprattutto
aveva in animo di indagare. Che ciò
renda in tutto e per tutto giustizia a
Gramsci non direi; non solo si sarebbe
desiderato sapere di più sull’attività po
litica di Gramsci dal 1923 (anno in cui
assunse la guida del P.C.I.) sino alla
data del suo arresto (e credo che in
proposito si sarebbe potuto trovare moi-
122
Schede
to materiale inedito e di grande inte
resse presso l’Archivio Centrale dello
Stato); ma, soprattutto, rispetto ai qua
derni del carcere, che pure rappresen
tano un eccezionale sforzo intellettuale
inteso anche ad approfondire e giustifi
care precedenti scelte politiche, il deli
berato silenzio di Romano non appare
giustificabile.
E tuttavia, parlare per questa bio
grafia di un Gramsci « senza testa »,
come hanno suggerito alcuni precedenti
recensori, non mi par giusto. Il valore
intellettuale di Gramsci, che volle so
prattutto essere uomo politico militante,
emerge con estrema evidenza da quel
l’azione politica, tra guerra e dopoguer
ra, che Romano analizza con tanta cura
e di cui l’attività giornalistica fu parte
sostanziale e spesso preponderante; e
anche se, per avventura, i quaderni del
carcere non fossero giunti a noi, Gram
sci rimarrebbe ugualmente una delle per
sonalità più ricche di pensiero che il
socialismo italiano abbia saputo espri
mere.
Roberto Vivarelli.
A . D e G a speri , Lettere dalla prigione,
1927-28, Milano, Mondadori, 1965,
pp. 182.
Nel generale dima di reazione che
seguì alla vittoria del fascismo sull’ultimo tentativo dell’opposizione democra
tica raccolta, dopo il delitto Matteotti,
nell’Aventino, anche Alcide De Gaspe
ri, ex segretario del partito popolare,
venne arrestato, nel 1927. Fu quello il
periodo in cui si ebbero il processo con
tro Rosselli-Parri-Pertini per l ’espatrio
di Turati dall’Italia e, poco dopo, l’al
tro grande processo — il processone,
come è stato detto — contro i dirigenti
comunisti. Erano i gesti con cui il fa
scismo intendeva dimostrare sia al Pae
se sia all’opinione pubblica internazio
nale che teneva ormai ben saldamente
il potere e che aveva vinto ogni resi
stenza e piegato gli avversari. Così, in
tale clima anche un esponente dei vec
chi partiti democratici, come De Ga
speri, fu imprigionato, senza un motivo
apparente, almeno così risulta dalle let
tere che egli scrisse alla moglie e che
(ora è uscita la seconda edizione, Mon
dadori) questa ha voluto pubblicare per
chè si possa meglio « apprezzare lo spi
rito cristiano e la grande fede di lui,
che non hanno mai vacillato, neanche
nei momenti più tristi della vita ».
Senza un motivo apparente, abbia
mo detto, ed infatti si scorge la sua
alta meraviglia per l’arresto, per la
« sventura immeritata » che l ’aveva col
pito. Evidentemente, non voleva ancora
rassegnarsi alla logica ineluttabile della
dittatura, profondamente diversa da quel
la dei regimi democratici. Ma, alcuni
mesi più tardi, quando una certa ras
segnazione era scesa ne) suo animo,
trovava che l’ arresto era stato dovuto
al fatto che aveva resistito 0 fino al
l’ultimo, sulla trincea avanzata, alla
quale mi aveva chiamato il dovere »,
la trincea che gli avevano imposto le
sue convinzioni, « la dignità, il rispetto
di [se] stesso, la fedeltà alla [sua]
bandiera e alla [sua] vita ». Ed affer
mava con vigore di rimanere sempre
un « popolare », « il De Gasperi dei suoi
giovani o dei suoi anni maturi, come
un chirurgo rimane un chirurgo, anche
se muta ospedale, e un ingegnere un
ingegnere ». La sventura immeritata, co
sì, invece di piegarlo lo rendeva ancor
più consapevole di ciò che era stata la
sua vita, intessuta del programma che
gli « aveva imposto di lavorare per l’e
levazione degli umili e per la giustizia
e per j diritti, diritti relativi, lo so,
popolari ». Da questa vicenda dolorosa,
pertanto, usciva con una fede più inten
sa negli ideali ai quali aveva dedicato
la sua esistenza e con la ferma volontà
di non « giocare la propria coscienza e
riputazione ». Nelle seguenti parole è
tutta la sua esperienza, resa più consa
pevole dal fascismo, che spingeva non
pochi ad abdicare alla propria dignità,
ma che educava in altri una vita mo
rale più alta, preparazione, come diceva
lo stesso De Gasperi, alla futura vita
democratica :
« Voi che mi siete congiunti da tan
ta solidarietà spirituale, ricordatevi di
me presso il Signore, affinchè se così
debba essere, affronti con coraggio il
mio destino, faccia cioè nè più nè me
no del mio dovere. Perchè questo cam
mino della Croce è pur anche un cam
mino e quest’ inerzia io mi lusingo che
possa essere azione. Se soffrendo digni
tosamente e virilmente darò buon esem
pio, se portando il peso che pur tocca
a tanti, meno sorretto da forze morali,
io porterò più in alto anche la fama
della nostra idea, non è vero, che an-
Schede
che tale servizio, umile ma tenace, sarà
pure un servizio utile? ».
Giungeva, in tal modo, a risentire
ancor di più il valore della sua prece
dente fedeltà all’idea e l’importanza di
aver difeso questa idea con accanimento
di fronte a « coloro che si dicono catto
lici come me e spesso con maggior ve
ste di rappresentare tale pensiero », ma
che avevano troppo facilmente applau
dito « al successo » e che avevano « col
loro contegno lasciato credere che la
Chiesa abbandonasse i vinti: accusa con
tro la quale era insorto tutta la vita ».
« Qui sta la tragedia — soggiungeva —
del nostro, del mio sacrificio », cioè
nella presenza di « uomini di preda, uo
mini del piacere » che avevano grave
mente compromesso la fermezza e la
resistenza degli uomini di buona fede.
Questi sono i soli accenni alla pre
cisa responsabilità dei clerico - fascisti
nella vittoria della dittatura, in queste
lettere che sono volte piuttosto ad una
acuta ricerca dei propri stati d’animo,
con brevi accenni alla sua ansia di ri
manere in contatto con il mondo ester
no e di non venire tagliato fuori ( « de
scrivetemi ■—- scriveva alla moglie il
io giugno ’27 — i particolari della vo
stra vita ch’io possa tenervi compagnia
almeno con la memoria » : è la stessa
ansia che traspare chiaramente dalle let
tere dal carcere del Gramsci), oppure
con qualche sorridente ironia sul nuovo
regime, come nella lettera dell’ n giu
gno ’ 28 : « Esprimendomi sinteticamen
te, com’ è lo stile imperiale deH’anno V I,
posso dire che la battaglia contro i pi
docchi delle rose procede serrata e vit
toriosa. Vedo già spuntare il giorno in
cui, non essendoci più rose, saranno
sterminati anche i pidocchi. Più ardua
è la battaglia delle lumache [ ...] . Per
ciò, quando le scovo, le tiro fuori al
sole e, mancandomi l’animo di ammaz
zarle, decido tuttavia di mandarle al
confino, il quale, non avendo isole a
disposizione, si espia... nell’orto dei vi
cini. Nel qual proposito ho veramente
dei dubbi, prima dal punto di vista del
la coscienza e secondo anche dal punto
di vista della riuscita, perchè i fuo
riusciti possono sempre tentare di rien
trare, come i Neri ai tempi di Dante ».
La speranza si infiltrava anche in que
ste osservazioni in apparenza scherzose
e ironiche, la speranza che anche ai
fuoriusciti politici o agli esuli in patria
fosse un giorno concesso di ritornare
123
nel pieno possesso del proprio paese,
in cui tutti i cittadini fossero democra
ticamente eguali e non classificati se
condo l’avvilente distinzione messa in
voga dal fascismo, fra cittadini con tutti
i diritti e cittadini con nessun diritto
perchè considerati anti-nazionali.
Ma, come abbiamo detto, queste let
tere si dilungano soprattutto nella de
scrizione di stati d ’animo, e fra questi
ci pare interessante quello relativo alla
sua religiosità che si ricollega alla sua
concezione della vita e della realtà:
infatti, quando era entrato nel carcere
era disposto a rimettersi del tutto alla
Provvidenza: « Cara Francesca — di
ceva alla moglie il 26 aprile ’27 —
quando si fa ogni sforzo per capire ciò
che succede, e non si riesce, vuol dire
che la Provvidenza per suoi disegni im
perscrutabili ha disposto così e preghia
mola, perchè ne ricavi il bene per noi
e per gli altri ». Era stato, quello, il
periodo in cui, come scrisse più tardi,
il 18 giugno ’28, pensava che il centro
fosse lui solo e tutto il resto si trovas
se sulla circonferenza: « Dio, la fami
glia, gli amici. Iddio? Perchè mi aveva
lasciato trattare così? La famiglia, che
cosa farà senza di me? Gli amici, che
cosa diranno di me? ». La dedizione
alla Provvidenza, perciò, una dedizione
assoluta e senza riserve, aveva nasco
sto, come deve avvenire in chi si sente
sempre sorretto da una grande forza
soprannaturale, una certa esaltazione di
se stesso, come se egli vedesse le cose
« dal centro del proprio io ». Ma, poi,
a poco a poco, una fiducia così concreta
nella Provvidenza si era rivelata vana,
ed allora, « lentamente, faticosamente,
gemendo e sospirando sotto la pressura
dell’esperienza », il suo centro si era
spostato : « al centro ora stava Dio ed
io mi trovavo sulla periferia, col resto
del mondo; un pulviscolo in un vortice
inesplorabile. Mi provai allora a spie
gare gli avvenimenti dal Suo punto di
vista [ ...] . La vita di quaggiù... un
breve tratto di una traiettoria lunghis
sima che si perde in un disegno eterno,
che si prolunga al di là di ogni nostro
orizzonte e di ogni nostra esperienza ».
De Gasperi, perciò, aveva superato
lo stato d’animo in cui, ritenendosi in
diretto contatto con la Provvidenza, si
credeva anche superiore agli altri, per
chè prediletto da quella, ed era entrato
in un nuovo stato d ’animo in cui la sua
esistenza si immergeva « nel resto del
124
Schede
mondo» e in «un vortice inesplicabile».
Ora veramente poteva realizzare un con
tatto sereno e proficuo con la vita, sen
tire, con la « fantasia viva » o con « il
senso acuto », « il rigoglio dell’erba ma
tura o, più in basso, il profumo del
l’erba che secca ». L e notazioni politi
che si fanno meno frequenti nella se
conda parte di questo carteggio, forse
perchè egli si sente immerso in una
esperienza più vasta di cui non è che
un piccolo momento, ma, in compenso,
si avverte che è sceso nel suo cuore un
maggior spirito di rassegnazione, una
rassegnazione che non è tanto attesa
passiva della giustizia divina quanto con
sapevolezza della utilità umana e so
ciale anche di una modesta esistenza,
quale poteva essere quella da lui con
dotta nel carcere. Ecco perchè si im
merse nel lavoro, dimenticando i la
menti per la sua triste sorte, e, quasi
meravigliandosi di tale sua nuova e pa
ziente attività, scriveva, alla fine di feb
braio del ’28, che « il vecchio polemi
sta s’è abituato ad inquadrare ed irregimentare anche le idee, le reminiscen
ze della storia e le conclusioni dei sa
pienti ». Era il nuovo stato d ’animo,
più sereno e meno affannato, che gli
dava anche una più profonda fiducia
nella vita, da vivere rendendosi ragione
di tutto quanto avviene e non mitica
mente, come forse faceva quando ri
portava ogni cosa alla Provvidenza.
Franco Catalano.