ABILENE TUCKER
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ABILENE TUCKER
Patricia Reilly Giff (due volte menzione speciale del John Newbery Medal) Un romanzo vecchio stile, con una ragazzina intraprendente alla ricerca di risposte ad un mistero in una cittadina del Kansas, vince il John Newbery Medal per l’eccezionale contributo dato alla letteratura per l’infanzia. The New York Times Arguta, vivace e curiosa, Abilene è indimenticabile tanto quanto gli altri abitanti di Manifest. Ricco di dettagli storici e sorprese, l’esordio della Vanderpool diverte, dando al tempo stesso un’idea della famiglia e della comunità. Publishers Weekly Storia e narrativa si sposano meravigliosamente in questo vivace romanzo d’esordio. È come se i lettori saltassero giù dal treno per Manifest nel 1936 con Abilene Tucker, l’esuberante, simpatica e perspicace narratrice dodicenne. Questo libro che si legge tutto d’un fiato, unico e divertentissimo, è un sicuro successo. School Library Journal La necessità del racconto come percorso di riscatto e di cura delle ferite del passato è al centro di questo splendido romanzo. I lettori adoreranno ogni parola fino al finale commovente, ma incoraggiante e profondamente gratificante. Kirkus Reviews CLARE VANDERPOOL L’indimenticabile estate di Abilene Tucker “Il miglior libro che abbia letto negli ultimi tempi… Ricorderò a lungo Abilene e le persone che ha amato. Un libro straordinario! Ho riso, pianto e sofferto per Abilene”. CLARE VANDERPOOL L’INDIMENTICABILE ESTATE DI ABILENE TUCKER Una torrida estate, una cittadina del Kansas, una ragazzina curiosa e ostinata, un contorno di personaggi bizzarri, un mistero svelato: questi gli ingredienti di un avvincente romanzo di crescita e formazione, appassionante per la ricchezza di riferimenti storici. Siamo nel 1936 a Manifest, un piccolo centro segnato dalla Grande Depressione, dal Ku Klux Klan, dal Proibizionismo. Abilene, contro la sua volontà, viene mandata qui, dove è cresciuto il padre, a trascorrere l’estate. Il ritrovamento di una scatola di latta piena di lettere la vedrà coinvolta in una intricata ed eccitante indagine che la porterà al tempo della Prima Guerra Mondiale, in Francia. Con l’aiuto di due nuove amiche, di una simpatica sensitiva e della buffa ed esuberante cronista del notiziario locale, Abilene scoprirà la storia dell’amicizia forte e tragica tra due giovani: uno è il padre, che mai le aveva raccontato del suo passato e che grazie a questa vicenda Abilene vedrà sotto una luce del tutto nuova. Abilene stessa non sarà più la ragazzina sperduta e inconsapevole del suo arrivo a Manifest: le prove superate nel corso di questa indimenticabile estate faranno di lei una ragazza matura e consapevole delle difficoltà che la vita talvolta riserva. Una figura femminile originale, simpatica e ribelle, che ricorda a tratti la Leslie di Un ponte per Terabithia e la Lyra della Bussola d’Oro; una narrazione vivace, fresca e curata ripropone in un linguaggio attuale atmosfere alla Tom Sawyer e alla Huckleberry Finn. Moon Over Manifest vince il Newbery Medal and Honor Award 2011 per l’eccezionale contributo dato alla letteratura per l’infanzia. “Clare Vanderpool testimonia l’importanza che i romanzi hanno per i ragazzi come mezzo per comprendere il passato, conoscere il presente, dare speranza per il futuro”. Cynthia K. Richey (John Newbery Medal Committee Chair) Il John Newbery Medal, Premio dell’Association for Library Service to Children, è il più antico e prestigioso riconoscimento americano alla letteratura per ragazzi. Fu istituito nel 1922 e intitolato al libraio ed editore britannico John Newbery, tra i primi a pubblicare libri destinati all’infanzia e a tradurre in lingua inglese classici come le fiabe di Charles Perrault. Altri titoli vincitori del John Newbery Medal pubblicati in Italia: 2010Quando mi troverai di Rebecca Stead (Feltrinelli) 2009Il figlio del cimitero di Neil Gaiman (Mondadori) 2004Le avventure del Topino Desperaux di Kate DiCamillo (Mondadori) Un libro appassionante, non solo per i ragazzi. Clare Vanderpool L’indimenticabile estate di Abilene Tucker pp. 416, €15,00 ISBN 978-88-6639-118-0 Clare Vanderpool è nata nel 1965 e vive a Wichita, in Kansas, con il marito e quattro figli. Laureata in letteratura inglese alla Newman University, sostiene che il maggior contribuito alla sua formazione derivi dall’amore per la lettura e dall’ascolto delle storie a cui è stata abituata fin da piccola. Moon Over Manifest è il primo romanzo dell’autrice, frutto della sua passione per la fiction storica e delle ricerche condotte su giornali e annuari cittadini. Clare Vanderpool L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Traduzione dall’inglese di Aurelia Martelli Ferrovie di Santa Fe - Kansas kansas 27 maggio 1936 Titolo originale: Moon Over Manifest Pubblicato da Random House Children’s Books Copyright © 2010 by Clare Vanderpool Copyright © per l’immagine di copertina 2010 Richard Tuschman Copyright © 2012 per l’edizione italiana EDT srl 17 via Pianezza, 10149 Torino ISBN 978-88-6639-118-0 Il rollio del treno mi cullava, come una ninna nanna. Chiusi gli occhi, stufa della campagna polverosa, e provai a immaginarmi quel cartello che conoscevo solo dai racconti. Quello che campeggiava all’ingresso della città, con enormi lettere blu che recitavano manifest: città con una storia straordinaria e un futuro luminoso. Pensai a mio papà, Gideon Tucker. Era un vero portento nel raccontare storie, ma ultimamente non lo faceva più tanto spesso. Adesso, quando lo sentivo attaccare «Abilene, ti ho mai raccontato di quella volta che…», non mi pareva vero e mi facevo tutt’orecchi, decisa a non perdermi neanche una parola. Spesso mi raccontava di Manifest, la città dov’era vissuto da piccolo. Dipingeva immagini di una cittadina allegra, con un gran viavai di gente che scorrazzava indaffarata, e spacci e botteghe dalle insegne colorate. Com’era bello starlo ad ascoltare! Era come succhiare un bonbon. Dolce e caramelloso. Quando poi tornava a chiudersi e a fare il taciturno, io mi aggrappavo al ricordo di quel sapore. E feci così anche quella volta, sul treno che mi portava lontano da lui. Cercai di ricordarmi il gusto delle sue parole. Funzionò, almeno un pochino, ma poi mi tornò in mente la nota triste nella sua voce quando mi aveva detto che quell’estate non sarei potuta andare con lui nell’Iowa, dove avrebbe lavorato alla ferrovia. Ultimamente era molto cambiato mio papà. Tutta colpa di quel brutto taglio che m’ero fatta sul ginocchio. La ferita si era L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Ferrovie di Santa Fe - kansas - 27 maggio, 1936 infettata e io m’ero ammalata gravemente. I medici dicevano che ne ero uscita viva per miracolo. E Gideon, be’, in un certo senso era come si fosse fatto un brutto taglio anche lui. Solo che a lui non era guarito. E gli bruciava ancora, talmente tanto da costringerlo a spedirmi lontano per l’estate. Aprii lo zaino di cuoio e tirai fuori il sacco di tela dove tenevo le mie cose speciali: un abito blu, due monetine luccicanti da dieci cent (che mi ero guadagnata raccogliendo bottigliette di soda), una lettera in cui Gideon spiegava chi ero e dove stavo andando e che sarei stata accolta dal pastore Howard alla stazione di Manifest. E poi la cosa più speciale di tutte: in una scatolina, avvolta in un vecchio foglio del «Manifest Herald» datato 1917, la bussola di mio papà. Era dentro una custodia dorata e si portava come un orologio da taschino, ma in realtà era una bussola con tutti i punti cardinali. C’era solo un problema: di solito le bussole indicano il nord. Nella mia, l’ago era tutto svirgolato e ballonzolava puntando qua e là e su e giù. E dire che non era neanche così vecchia, poi. Dentro c’erano incisi il nome del costruttore e la data in cui era stata costruita: St. Dizier, 8 ottobre 1918. Era un secolo che Gideon prometteva di farla aggiustare, ma arrivato il momento di partire disse che tanto non gli serviva, che gli bastava seguire i binari, e la diede a me. Mi piaceva immaginare che la catena della bussola fosse lunghissima, e tornasse dritta dritta nella tasca di Gideon, tenendoci legati per sempre: io a un’estremità e lui all’altra. Distesi bene il foglio di giornale ingiallito. Per la milionesima volta lo lessi da cima a fondo sperando di riuscire a scovare qualche indizio su mio padre, qualcosa che mi parlasse di lui. Ma ovviamente non trovai nulla di nuovo. Solo il solito resoconto “Ovini&Bovini” da una parte e il “Notiziario di Hattie Mae: Edizione Inaugurale” dall’altra, più un paio di annunci pubblicitari che reclamizzavano i Liberty Bond e il Tonico Capelli Belli di Billy Bump. Non sapevo nulla di questa Hattie Mae, a parte quello che aveva scritto in quell’articolo del 1917, ma in un certo senso aveva contribuito a proteggere la bussola di Gideon per tutto quel tempo, quindi le ero molto grata. Ripiegai il foglio con cura nella scatola e la misi via nello zaino. La bussola invece la tenni con me, in mano. In quel momento ne avevo bisogno. Passò il capotreno gridando: «Prossima fermata: Manifest!». Dunque eravamo in perfetto orario e saremmo arrivati alle 19.45, come previsto. Il capotreno di solito dava solo qualche minuto di preavviso, dovevo spicciarmi. Infilai la bussola in una tasca laterale dello zaino e mi trasferii nella vettura di coda. Per una volta il biglietto l’avevo pagato regolarmente. Quindi in teoria non dovevo saltare giù dal treno. Inoltre c’era quel tizio, il pastore, che si aspettava di vedermi scendere alla stazione di Manifest… ma lo sanno tutti che in certi casi è meglio puntare sull’effetto sorpresa. Mi ero persino messa la salopette apposta per l’occasione, e in ogni caso non avrebbe fatto buio almeno per un’altra oretta, quindi avrei avuto tutto il tempo per raccapezzarmi e trovare la strada. Appostata sul retro delle vettura di coda, mi concentrai – come mi avevano insegnato: aspetta che il treno cominci a rallentare, quando il ciaf ciaf delle rotaie coincide con i battiti del cuore, salta! Ma il cuore cominciò a battermi all’impazzata quando vidi il terreno corrermi sotto. Alla fine mi feci coraggio e non appena vidi una macchia d’erba, saltai giù. La terra era dura, durissima, rotolai per un po’ mentre il treno si allontanava trascinandosi dietro tutto il suo clangore, senza dirmi né grazie né ciao. Mi tirai su e cercai di darmi una ripulita. Lì, proprio lì, a neanche un metro da me, ecco che vidi il cartello. Era piuttosto malmesso: la vernice blu s’era tutta scrostata ed era talmente sforacchiato da buchi di pallottole che la scritta non si leggeva quasi più. Le uniche parole rimaste recitavano manifest: città con un passato. 4 5 6 L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Ferrovie di Santa Fe - kansas - 27 maggio, 1936 Il notiziario di Hattie Mae Tonico Capelli Belli Billy Bump Edizione Inaugurale 27 maggio 1917 Sono felice come una Pasqua di dare ufficialmente il via a questa pionieristica rubrica settimanale sulla Voce di Manifest. Grazie all’esperienza dell’anno scorso come capo redattrice del Giornalino della Manifest High School (a proposito… Hip Hip… Urrà! per i Grizzlies!) posso dire con una punta di orgoglio di aver sviluppato un certo fiuto per gli scoop. Lo Zio Henry ne ha parlato con i suoi dipendenti qui in redazione e hanno deciso di assegnarmi una rubrica settimanale. Ora che il nostro Paese è coinvolto in una Grande Guerra e che i nostri giovani sono lontani dall’amata patria, non possiamo dimenticarci del fronte interno. Il Presidente Wilson ha fatto appello al nostro senso del dovere patriottico e ha chiesto a tutti i cittadini di sostenere lo sforzo bellico, e sono già tantissimi ad aver risposto alla sua chiamata: Hadely Gillen dice che alla ferramenta i Liberty Bond stanno andando a ruba e vendono più dei chiodi a testa piatta; Mrs. Eudora Larkin e le Figlie della Rivoluzione ricamano a tutto spiano Trapunte della Vittoria; persino l’insegnante di chimica, la signorina Velma T. Harkrader, e i suoi alunni dell’ultimo anno hanno generosamente dedicato le ore di lezione alla preparazione di pacchi dono per i nostri ragazzi al fronte. Nonostante una “piccola” esplosione mentre mischiavamo gli ingredienti dell’Elisir Digestivo, devo dire che i pacchi sono venuti benissimo e facevano davvero una gran bella figura tutti agghindati di nastri rossi, bianchi e blu. Per me è arrivato dunque il momento di appendere al chiodo la coroncina di Reginetta dei Mirtilli 1917 e scambiarla con la vigile penna di giornalista. Miei lettori, potete contare su di me per avere notizie sempre fresche, attendibili e appetitose, tutte le sante settimane. Per tutti i ChiCosaDoveQuando, l’appuntamento è ogni domenica, dietro la pagina Ovini&Bovini. Vi aspetto! Hattie Mae Harper Corrispondente dalla Città Prestate attenzione signori! Il vostro cuoio capelluto è secco e pruriginoso? Desiderate capelli folti e robusti? Stanchi della vostra chioma grigia, color-capravecchia? Se avete risposto di sì anche a una soltanto di queste domande, il Tonico Capelli Belli Billy Bump fa proprio al caso vostro. È sufficiente metterne un po’ in testa prima di andare a dormire e frizionare bene. Già al risveglio avvertirete un delizioso formicolio. Significa che i capelli hanno cominciato a ricrescere! E non è finita qui: ricresceranno del vostro colore, quello che avevate ai bei tempi del liceo! Proprio così, signori! Tornerete capelluti e fascinosi come un tempo, e nessuna donna potrà resistervi! Correte subito dal vostro barbiere di fiducia ad acquistare il Tonico Capelli Belli Billy Bump. Dite che vi manda Billy e riceverete un utilissimo pettine in omaggio. Funziona anche su baffi e basette. Evitare il contatto con gli occhi. Acquistate un Liberty Bond Salvate la patria, salvate l’America! 7 Strada della Perdizione - 27 maggio 1936 Strada della perdizione 27 maggio 1936 Andiamo con ordine. La prima cosa da fare dopo essere saltati giù da un treno è assicurarsi di non aver perso dei pezzi. Per me fu semplice, visto che il mio bagaglio era ridotto al minimo. Secondo Gideon era sufficiente avere con sé un buon zaino e la testa sulle spalle. Controllai: c’erano ancora tutt’e due, quindi ero a posto. M’incamminai verso un boschetto che pareva quasi animato, attraversato da un torrente. Era appena un rigagnolo, ma riuscii comunque a darmi una bella rinfrescata. Ora ero pronta ad affrontare il predicatore con cui avrei dovuto trascorrere l’intera estate. Come mio padre sia potuto finire in contatto con un predicatore, per me sarà sempre un mistero. Gideon non è certo uno che bazzica in chiesa. Ma a quanto pare il pastore era uno di quelli sempre pronti ad accogliere le anime perdute, e un giorno gli capitò mio padre. Così adesso il pastore Howard era alla stazione che mi aspettava, e io dovevo darmi una mossa. Tanto non serviva a nulla che mi gingillassi ancora cercando di evitare l’inevitabile. Riuscii a scovare un buon Bastone-Raspa-Staccionata e cominciai a rastrellarlo sul primo steccato che incrociai per strada. Gideon ed io eravamo bravi a inventarci Rumori-Riempi-Silenzio. Quando ero piccola e dovevamo camminare tanto, passavamo ore intere a cantare, a inventarci delle rime o a giocare a Prendi-aCalci-il-Barattolo-di-Latta. Ora però, lo sbatacchiare del bastone sullo steccato si perdeva inghiottito dagli alberi, senza riempire il silenzio. Ero sola, per la prima volta nella mia vita: sola. Decisi di provare a fare il gioco delle rime. Funzionava così: Gideon s’in- 9 ventava un verso e io dovevo continuare con un altro che facesse rima. Il ticchete-tocchete del bastone era perfetto per battere il tempo. Iniziarono a frullarmi in testa un po’ di rime Sola sola per il bosco… paura mia non ti conosco / Quante cose vedo in giro… sono sveglia come un ghiro / Vado a zonzo e son contenta… ma ci devo stare attenta / Guarda! Un’ombra nella selva… non sarà … Accipicchia, ero finita in una rima parecchio inguaiata con la storia della selva. Nel frattempo mi ritrovai davanti a un cancello. Un cancello grande, in ferro battuto, al quale erano stati saldati aggeggi di ogni sorta. Forchette, pentolini, ferri di cavallo, persino la grata di una vecchia stufa panciuta. Guardai più da vicino, facendo scorrere la mano sulle lettere di ferro scuro appollaiate sopra il cancello. Erano tutte storte e leggermente irregolari, ma mi sembrava di riuscire a leggere perdizione. Ora, Gideon e io ci eravamo sorbiti un certo numero di funzioni religiose nella speranza di racimolare un pasto caldo dopo, e io quella parola l’avevo sentita un bel po’ di volte. La usavano i predicatori. Dicevano alla gente che potevano scegliere se convertirsi e rinunciare al male o seguire il demonio sulla strada della perdizione. Non riuscivo davvero a immaginarmi cosa potesse aver spinto il proprietario ad appiccicare una simile parola sul cancello di casa. Ma tant’è. Le erbacce si arrampicavano sinuose su per il cancello, un invito alquanto sinistro ad entrare. E in effetti una strada c’era, brulla e riarsa, ricoperta di foglie e soffioni, che portava a una vecchia casa fatiscente con l’intonaco che cadeva a pezzi e un dondolo sulla veranda che penzolava tutto storto, come se fosse fuori piombo. Di certo non poteva abitarci nessuno. Persino le vecchie carrozze dei treni e le catapecchie che s’ammassavano nei pressi dei binari avevano un’aria più invitante di quella topaia. Eppure mi parve di scorgere un qualcosa che s’agitava dietro una delle tendine. Forse mi aveva visto qualcuno! Il mio cuore cominciò a battere come le ali di un pipistrello. Non ci pensavo proprio a imboccare quella Strada della Perdizione. La città non era molto oltre, quindi mi rimisi in cammino, continuando a rastrellare il bastone sullo steccato. Questa volta feci il gioco delle rime a voce alta. Avevo un gattone papà di un bel micino… Sognavo un leone papà di un bel leoncino. 10 L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Lo steccato s’interruppe per poi ricominciare costeggiando un cimitero. Sparuti ciuffi d’erba spuntavano tra le lapidi; avevo l’impressione che mi stessero guardando, mentre passavo. A ogni mio passo il terreno dietro di me scricchiolava, e i capelli mi si rizzavano dal terrore. Mi fermai. Mi girai. Niente. Solo foglie portate dal vento. Proseguii, continuando a strisciare il mio bastone mentre tutt’intorno gli alberi s’infittivano. Avevo un cagnolino, piccino e peloso… che un giorno si ridusse pelato e rognoso. I rami s’erano infittiti e mi si gettavano addosso come artigli… a un certo punto inciampai su una radice, atterrando proprio sul ginocchio dove qualche mese prima m’ero fatta il taglio. Ormai si era cicatrizzato, ma la pelle mi tirava e sembrava che dovesse sforzarsi per tenere la ferita ben chiusa. Me lo massaggiai un po’ dopo averlo ripulito dalla terra. Eccolo ancora. Il rumore di prima. Forse non era un rumore, ma un muoversi di qualcosa. Trattenni il fiato e rimasi in ascolto. Silenzio. Poi ripresi a camminare verso le luci alla fine del bosco. Avevo un cavallo, ma un giorno è fuggito… lo ritrovai su un monte… Un altro forte scricchiolare di passi dietro di me, poi la voce di un uomo: morto stecchito. Da Shady 27 maggio 1936 Mi girai di scatto. Alla luce del tramonto vidi un uomo lungo e sottile con un forcone altrettanto lungo e sottile. Sottili erano anche i capelli, gli abiti, persino i peli radi della barba sparpagliati qua e là sul viso. «È tuo questo?» chiese. In un primo momento pensai che intendesse il forcone, ma poi notai che da una sua mano dondolava la mia bussola. Mi prese un colpo. Controllai subito lo zaino: la tasca esterna si era squarciata nella caduta. «Sono Shady Howard. E tu devi essere la figlia di Gideon». Buttai fuori il fiato che non mi ero resa conto di trattenere. Mi porse la bussola. Me la appesi al collo infilandola sotto la blusa. «Non ti ho visto arrivare col treno. Ho pensato che forse eri saltata giù e stavi andando in città per i fatti tuoi». Lo disse come se saltare giù dai treni fosse la cosa più normale del mondo. E con quella logora camicia a scacchi e i pantaloni marroni rattoppati, aveva tutta l’aria di uno che di salti dai treni se ne intendeva. «Siete un parente del pastore Howard, della Prima Chiesa Battista?» «C’è chi mi chiama così, ma tu puoi chiamarmi Shady». Mantenni le distanze. Che cosa intendeva dire esattamente? «Vi chiamano così perché siete voi il pastore della Prima Chiesa Battista?» «Be’, è una storia un po’ strana». Cominciò a camminare, L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Da Shady - 27 maggio 1936 usando il forcone a mo’ di bastone da passeggio. «Dunque, vediamo un po’… diciamo che sono un cosiddetto pastore ad interim. Cioè: quello che c’era prima se n’è andato e io lo sostituisco finché non ne arriva uno nuovo». «E da quanto tempo lo state sostituendo?» chiesi, pensando che forse non aveva ancora avuto il tempo di procurarsi gli abiti da pastore. O di radersi. «Da quattordici anni». «Oh» feci, sforzandomi di mantenere un certo contegno. «Dunque non facevate l’uomo di chiesa quando mio papà viveva qui?» «No». «Be’, io sono Abilene. Ho dodici anni e sono una gran lavoratrice» dissi, presentandomi come avevo fatto centinaia di altre volte in centinaia di altre città. «Quindi avete ricevuto la lettera di mio padre che avvisava voialtri che sarei arrivata in città». Badate, non è che di solito uso espressioni come ‘voialtri’, ma è sempre meglio cercare di parlare come la gente del posto quando si arriva in una città nuova. Era la prima volta che mi trovavo in Kansas, quindi non potevo esserne certa, ma immaginavo che dicessero robe tipo “voialtri” e “a un tiro di schioppo” e “in un battibaleno”. «Hai fame?» chiese Shady. «Casa mia è a un tiro di schioppo». Ecco appunto. Buffo come la gente che sa esattamente dove deve andare s’inventi i modi più strambi per parlare di distanze. Chi non lo sa, invece, tira diritto e basta. «Nossignore». In realtà avevo mangiato solo un uovo sodo sul treno, ma ero pur sempre sua ospite e mi sembrava poco educato chiedere subito di mangiare. «Allora passiamo prima in città, devo ritirare una lettera». Bene, c’era ancora luce sufficiente a dare una guardata in giro. Mentre camminavamo, i racconti di Gideon riaffioravano a sprazzi, come quando dal finestrino di un treno s’intravedono stralci di paesaggio tra gli alberi. Immaginai strade brulicanti, gente indaffarata, negozi con coloratissima merce esposta e con allegri tendoni da sole sul davanti e nomi esotici dipinti sulle insegne: Macelleria Matenopoulos. Panificio Santoni. Semi & Mangimi Akkerson. Arrivati in città, cercai disperatamente di rievocare il sapore dolce e caramelloso dei racconti di Gideon, ma intorno a me era tutto inaridito, secco, riarso. I negozi su Main Street avevano l’aria abbattuta. Tetra. Uno su tre era sprangato. I pochi tendoni sopravvissuti erano sdruciti e pendevano mezzo flosci. Non c’era un briciolo di movimento, neanche a pagarlo. Solo poche anime che se ne stavano sulla porta, spossate. Erano tempi duri per tutti. La chiamavano Depressione, ma più che una depressione mi pareva una fossa bell’e buona, con l’intero Paese finito dentro. C’era anche una casa che sembrava quella delle fiabe, con l’intonaco tutto scrostato. In veranda, una signora dall’aria per bene se ne stava seduta su una sedia a dondolo, immobile, senza neanche l’energia per dondolarsi. Il barbiere, in piedi sulla porta del suo negozio, mi fissò duramente quando gli passammo davanti. Dentro la drogheria c’era una signora che si faceva vento mentre un cagnolino abbaiava dietro la zanzariera. Dalle occhiate feroci che mi scoccarono, intuii che questa gente avrebbe preferito di gran lunga soffrire da sola piuttosto che ritrovarsi un’estranea tra i piedi ad assistere a tutta quella miseria. Passammo davanti all’ufficio postale senza fermarci. «Ma non dovevamo ritirare una lettera?» «Una lettera, sì. Da Hattie Mae al giornale». «Hattie Mae Harper? La Reginetta dei Mirtilli del 1917?» «Ora si chiama Hattie Mae Macke, ma è sempre lei». Almeno adesso avevo trovato qualcosa di familiare. Chissà se scriveva ancora il suo “Notiziario”. L’ufficio del «Manifest Herald» era più e meno a metà di Main Street e quando vi entrammo ci ritrovammo in un caos dell’altro mondo: giornali accatasti ovunque in pile alte quasi un metro; una scrivania ingombra di tutto dove troneggiava una vecchia macchina da scrivere con la tastiera scassata e alcuni tasti sparsi qua e là, come se qualcuno scrivendo esplosione ne avesse provocata una vera e propria. «Shady, sei tu?» gridò una voce femminile. «Sono qui dietro, sto chiudendo. Grazie infinite per essere passato a ritirare la…». Una donna piuttosto robusta uscì da una stanzetta sul retro, i capelli raccolti in una crocchia dall’aria sfatta. Come mi vide si portò le mani alla bocca. «Ma guardati! Sei proprio un amore! Devi essere Abilene». 12 13 L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Da Shady - 27 maggio 1936 «Sissignora». «O cielo, sei tutta tuo padre» Mi strinse al petto, era caldo e la sentii riprendere fiato. Quando alzai lo sguardo, aveva gli occhi umidi. «Ti va una bottiglietta di soda? Ma certo che ti va, che domande! Vai sul retro e prenditi una bibita bella fresca. Ci sono Coca Cola e aranciata. Scegli tu. E ci sono anche due panini, uno al formaggio e uno con l’arrosto. Serviti pure e non mi venire a raccontare che non hai appetito». «Okay» dissi io mentre andavo sul retro, destreggiandomi in quel labirinto di giornali. I panini suonavano decisamente invitanti. «Perdona il disordine. Lo zio Henry non ne vuole sapere di buttare via i vecchi numeri del giornale, ma per fortuna Fred, mio marito, si è deciso a costruire un capannone sul retro che useremo come deposito, e adesso sto cercando di catalogarli prima di metterli via». «Io ho il vostro primo Notiziario, ce l’ho da quand’ero piccola!» saltai su. «Per l’amor del cielo! E come ti è capitato tra le mani quel pezzo di antiquariato?!» rise e il corpo le ballonzolò tutto. «Scrivete ancora la vostra rubrica settimanale?» «Intendi i ChiCosaDoveQuando? Direi proprio di sì. E in via del tutto eccezionale, grazie alla Depressione, sono stata promossa a Tipografa, Correttrice di Bozze e Addetta al Caffè!» rise. «Di’ un po’, se ti ritrovi con del tempo libero e non sai che fare, potresti venire a darci una mano. Come vedi, ci sono un sacco di vecchi giornali che vanno sistemati. Potrebbero interessarti, sempre che ti piacciano le vecchie storie…» Annuii. Certo che mi interessavano. «Adesso vai a prenderti la soda e il panino, tesoro. E prendi anche qualche giornale se vuoi. Zio Henry non se l’avrà a male se regaliamo qualche copia a chi poi li legge per davvero. E io ne avrò di meno da catalogare». Optai per l’aranciata e il panino con l’arrosto. Shady e Hattie Mae continuavano a chiacchierare tra loro; dicevano che faceva caldo e che non c’era nemmeno un accenno di pioggia. Trangugiai il panino mentre facevo scorrere la mano da una pila all’altra di giornali. Era come fluttuare su una nuvola che si posava ora su un anno ora su un altro. 1929 – crollo del mercato azionario; 1927 – babe ruth batte 60 home run in una sola stagione: 1927 – charles lindbergh compie la traversata dell’oceano atlantico in solitario. Poi un anno in particolare attirò la mia attenzione. 1917 – passa il disegno legge “botte secca”: l’alcol è illegale nello stato del kansas. Era lo stesso anno del primo “Notiziario” di Hattie Mae. Quando Gideon abitava a Manifest! Il cuore si mise a galoppare. Non che mi aspettassi di trovare il nome di Gideon in prima pagina, e neanche in qualsiasi altra sezione del giornale se è per quello… Ma forse quegli articoli potevano aiutarmi a conoscere un po’ meglio questa cittadina. Dove lui aveva vissuto da ragazzino. Dove aveva scelto di mandarmi. «Tutto bene Abilene?» urlò Hattie Mae. «Devo venire a tirarti fuori da quel pozzo senza fondo di giornalame? » «Arrivo!» risposi. «Siete sicura che va bene se prendo un paio di copie? Qualcosa da leggere mentre sono qui?» «Ma certo tesoro, fai pure». Passai rapidamente in rassegna una pila di giornali e scelsi gli unici due del 1917 che riuscii a trovare. Me li misi nello zaino e tornai nell’altra stanza. Hattie Mae stava parlando a bassa voce a Shady. Aveva il volto teso e l’aria preoccupata. La sentii sussurrare «Shady, lei deve sapere… » ma come mi vide arrivare ringalluzzì tutta. «Oh cielo, ma quanto chiacchiero! Mia cara, hai avuto una giornata pesante e avrai voglia di riposarti un po’ prima dell’ultimo giorno di scuola, domani». Allora era questo che mi dovevano dire. «Scuola?» farfugliai quasi strozzandomi con l’ultimo sorso di aranciata. «Ma è estate» dissi supplichevole, guardando Shady. «Da queste parti non dovete portare dentro i covoni o roba simile?» Shady mi rivolse uno sguardo di scuse, come se fosse d’accordo. «Veramente noi abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere incontrare alcuni degli altri ragazzi prima che si disperdano ai quattro venti per le vacanze» disse Hattie Mae. Noi chi? Pensai. Chi aveva voluto farmi questo? «Ma mio papà verrà a prendermi prima che la scuola ricominci» dissi io. 14 15 16 L’indimenticabile estate di Abilene Tucker Notai che Hattie Mae e Shady si scambiarono una strana occhiata, tipo di imbarazzo. Mi sentii sbandare, come sul punto di perdere l’equilibrio, come quando sei su un treno, in piedi, e tutt’un tratto, quando meno te l’aspetti, il treno prende una curva. O forse mi ero immaginata tutto, ed ero solo molto stanca per il viaggio. Hattie Mae mi mise un braccio intorno alla spalle. «Non preoccuparti tesoro, andrà tutto bene». Mi strinse forte e in quel momento squillò il telefono. «Sarà Fred. La sciatica lo tormenta ed è rimasto a casa con i ragazzi. Sapete come sono fatti gli uomini. Al minimo dolorino sembra che il mondo debba fermarsi. Ecco la lettera da riparare» diede a Shady uno dei tasti della macchina da scrivere. «La R è rotta e la L s’incastra sempre. Se vuoi, portati via tutto l’armamentario. Il pezzo per domani l’ho già scritto e non mi serve». Il telefono insisteva. «Shady, devo proprio rispondere. Abilene, è stato davvero un piacere conoscerti. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure, d’accordo?» «Sissignora». Finalmente alzò la cornetta. «Pronto? Sì sto arrivando. Oh, per carità. Lascialo lì dov’è. Ci penso io a pulire quando arrivo». Shady prese la macchina da scrivere scassata e ce ne andammo cogliendo la palla al balzo. Ormai s’era fatto buio e Shady mi faceva strada. Lasciammo Main Street girando in un vicoletto e camminammo per un bel po’ in direzione dei binari, fino ad arrivare davanti a un vecchio edificio. Decisamente non era uno dei quartieri-bene della città. Ho vissuto in molti posti. Fienili, vagoni abbandonati, anche nelle Hooverville, le baraccopoli per i poveri, chiamate così “in onore” del nostro ex presidente Hoover che a quanto pare non si era reso conto che il Paese attraversava un momento difficile. Quindi ero preparata a tutto. Tranne che alla casa di Shady....