ABILENE TUCKER

Transcript

ABILENE TUCKER
Patricia Reilly Giff
(due volte menzione speciale del John Newbery Medal)
Un romanzo vecchio stile, con una ragazzina intraprendente
alla ricerca di risposte ad un mistero in una cittadina del Kansas,
vince il John Newbery Medal per l’eccezionale contributo
dato alla letteratura per l’infanzia.
The New York Times
Arguta, vivace e curiosa, Abilene è indimenticabile tanto quanto
gli altri abitanti di Manifest. Ricco di dettagli storici e sorprese,
l’esordio della Vanderpool diverte, dando al tempo stesso un’idea
della famiglia e della comunità.
Publishers Weekly
Storia e narrativa si sposano meravigliosamente in questo vivace romanzo
d’esordio. È come se i lettori saltassero giù dal treno per Manifest nel
1936 con Abilene Tucker, l’esuberante, simpatica e perspicace narratrice
dodicenne. Questo libro che si legge tutto d’un fiato, unico
e divertentissimo, è un sicuro successo.
School Library Journal
La necessità del racconto come percorso di riscatto e di cura delle ferite
del passato è al centro di questo splendido romanzo. I lettori adoreranno
ogni parola fino al finale commovente, ma incoraggiante
e profondamente gratificante.
Kirkus Reviews
CLARE VANDERPOOL
L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
“Il miglior libro che abbia letto negli ultimi tempi…
Ricorderò a lungo Abilene e le persone che ha amato.
Un libro straordinario! Ho riso, pianto e sofferto per Abilene”.
CLARE VANDERPOOL
L’INDIMENTICABILE
ESTATE DI
ABILENE TUCKER
Una torrida estate, una cittadina del Kansas, una ragazzina curiosa
e ostinata, un contorno di personaggi bizzarri, un mistero svelato:
questi gli ingredienti di un avvincente romanzo di crescita e
formazione, appassionante per la ricchezza di riferimenti storici.
Siamo nel 1936 a Manifest, un piccolo centro segnato dalla Grande
Depressione, dal Ku Klux Klan, dal Proibizionismo. Abilene, contro
la sua volontà, viene mandata qui, dove è cresciuto il padre, a
trascorrere l’estate. Il ritrovamento di una scatola di latta piena di
lettere la vedrà coinvolta in una intricata ed eccitante indagine che
la porterà al tempo della Prima Guerra Mondiale, in Francia. Con
l’aiuto di due nuove amiche, di una simpatica sensitiva e della buffa
ed esuberante cronista del notiziario locale, Abilene scoprirà la storia
dell’amicizia forte e tragica tra due giovani: uno è il padre, che mai
le aveva raccontato del suo passato e che grazie a questa vicenda
Abilene vedrà sotto una luce del tutto nuova. Abilene stessa non sarà
più la ragazzina sperduta e inconsapevole del suo arrivo a Manifest:
le prove superate nel corso di questa indimenticabile estate faranno
di lei una ragazza matura e consapevole delle difficoltà che la vita
talvolta riserva.
Una figura femminile originale, simpatica e ribelle, che ricorda a
tratti la Leslie di Un ponte per Terabithia e la Lyra della Bussola d’Oro;
una narrazione vivace, fresca e curata ripropone in un linguaggio
attuale atmosfere alla Tom Sawyer e alla Huckleberry Finn.
Moon Over Manifest vince il Newbery Medal and Honor
Award 2011 per l’eccezionale contributo dato alla letteratura
per l’infanzia.
“Clare Vanderpool testimonia l’importanza che i romanzi
hanno per i ragazzi come mezzo per comprendere il passato,
conoscere il presente, dare speranza per il futuro”.
Cynthia K. Richey
(John Newbery Medal Committee Chair)
Il John Newbery Medal, Premio dell’Association for Library Service
to Children, è il più antico e prestigioso riconoscimento americano
alla letteratura per ragazzi. Fu istituito nel 1922 e intitolato al libraio
ed editore britannico John Newbery, tra i primi a pubblicare libri
destinati all’infanzia e a tradurre in lingua inglese classici come le
fiabe di Charles Perrault.
Altri titoli vincitori del John Newbery Medal pubblicati in Italia:
2010Quando mi troverai di Rebecca Stead (Feltrinelli)
2009Il figlio del cimitero di Neil Gaiman (Mondadori)
2004Le avventure del Topino Desperaux di Kate DiCamillo
(Mondadori)
Un libro appassionante, non solo per i ragazzi.
Clare Vanderpool
L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
pp. 416, €15,00
ISBN 978-88-6639-118-0
Clare Vanderpool è nata nel 1965 e vive a Wichita, in Kansas, con il marito
e quattro figli. Laureata in letteratura inglese alla Newman University, sostiene
che il maggior contribuito alla sua formazione derivi dall’amore per la lettura e
dall’ascolto delle storie a cui è stata abituata fin da piccola. Moon Over Manifest è
il primo romanzo dell’autrice, frutto della sua passione per la fiction storica e delle
ricerche condotte su giornali e annuari cittadini.
Clare Vanderpool
L’indimenticabile
estate di
Abilene Tucker
Traduzione dall’inglese di
Aurelia Martelli
Ferrovie di Santa Fe - Kansas
kansas
27 maggio 1936
Titolo originale: Moon Over Manifest
Pubblicato da Random House Children’s Books
Copyright © 2010 by Clare Vanderpool
Copyright © per l’immagine di copertina 2010 Richard Tuschman
Copyright © 2012 per l’edizione italiana EDT srl
17 via Pianezza, 10149 Torino
ISBN 978-88-6639-118-0
Il rollio del treno mi cullava, come una ninna nanna. Chiusi gli
occhi, stufa della campagna polverosa, e provai a immaginarmi
quel cartello che conoscevo solo dai racconti. Quello che campeggiava all’ingresso della città, con enormi lettere blu che recitavano
manifest: città con una storia straordinaria e un futuro
luminoso.
Pensai a mio papà, Gideon Tucker. Era un vero portento
nel raccontare storie, ma ultimamente non lo faceva più tanto
spesso. Adesso, quando lo sentivo attaccare «Abilene, ti ho mai
raccontato di quella volta che…», non mi pareva vero e mi facevo
tutt’orecchi, decisa a non perdermi neanche una parola. Spesso mi
raccontava di Manifest, la città dov’era vissuto da piccolo.
Dipingeva immagini di una cittadina allegra, con un gran
viavai di gente che scorrazzava indaffarata, e spacci e botteghe
dalle insegne colorate. Com’era bello starlo ad ascoltare! Era come
succhiare un bonbon. Dolce e caramelloso. Quando poi tornava
a chiudersi e a fare il taciturno, io mi aggrappavo al ricordo di
quel sapore. E feci così anche quella volta, sul treno che mi portava lontano da lui. Cercai di ricordarmi il gusto delle sue parole.
Funzionò, almeno un pochino, ma poi mi tornò in mente la nota
triste nella sua voce quando mi aveva detto che quell’estate non
sarei potuta andare con lui nell’Iowa, dove avrebbe lavorato alla
ferrovia. Ultimamente era molto cambiato mio papà. Tutta colpa
di quel brutto taglio che m’ero fatta sul ginocchio. La ferita si era
L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
Ferrovie di Santa Fe - kansas - 27 maggio, 1936
infettata e io m’ero ammalata gravemente. I medici dicevano che
ne ero uscita viva per miracolo. E Gideon, be’, in un certo senso
era come si fosse fatto un brutto taglio anche lui. Solo che a lui
non era guarito. E gli bruciava ancora, talmente tanto da costringerlo a spedirmi lontano per l’estate.
Aprii lo zaino di cuoio e tirai fuori il sacco di tela dove tenevo le mie cose speciali: un abito blu, due monetine luccicanti
da dieci cent (che mi ero guadagnata raccogliendo bottigliette
di soda), una lettera in cui Gideon spiegava chi ero e dove stavo
andando e che sarei stata accolta dal pastore Howard alla stazione
di Manifest. E poi la cosa più speciale di tutte: in una scatolina,
avvolta in un vecchio foglio del «Manifest Herald» datato 1917,
la bussola di mio papà.
Era dentro una custodia dorata e si portava come un orologio
da taschino, ma in realtà era una bussola con tutti i punti cardinali. C’era solo un problema: di solito le bussole indicano il nord.
Nella mia, l’ago era tutto svirgolato e ballonzolava puntando
qua e là e su e giù. E dire che non era neanche così vecchia, poi.
Dentro c’erano incisi il nome del costruttore e la data in cui era
stata costruita: St. Dizier, 8 ottobre 1918. Era un secolo che Gideon
prometteva di farla aggiustare, ma arrivato il momento di partire
disse che tanto non gli serviva, che gli bastava seguire i binari, e
la diede a me. Mi piaceva immaginare che la catena della bussola
fosse lunghissima, e tornasse dritta dritta nella tasca di Gideon,
tenendoci legati per sempre: io a un’estremità e lui all’altra.
Distesi bene il foglio di giornale ingiallito. Per la milionesima volta lo lessi da cima a fondo sperando di riuscire a scovare
qualche indizio su mio padre, qualcosa che mi parlasse di lui. Ma
ovviamente non trovai nulla di nuovo. Solo il solito resoconto
“Ovini&Bovini” da una parte e il “Notiziario di Hattie Mae:
Edizione Inaugurale” dall’altra, più un paio di annunci pubblicitari che reclamizzavano i Liberty Bond e il Tonico Capelli Belli
di Billy Bump. Non sapevo nulla di questa Hattie Mae, a parte
quello che aveva scritto in quell’articolo del 1917, ma in un certo
senso aveva contribuito a proteggere la bussola di Gideon per
tutto quel tempo, quindi le ero molto grata. Ripiegai il foglio
con cura nella scatola e la misi via nello zaino. La bussola invece
la tenni con me, in mano. In quel momento ne avevo bisogno.
Passò il capotreno gridando: «Prossima fermata: Manifest!».
Dunque eravamo in perfetto orario e saremmo arrivati alle
19.45, come previsto. Il capotreno di solito dava solo qualche
minuto di preavviso, dovevo spicciarmi. Infilai la bussola in una
tasca laterale dello zaino e mi trasferii nella vettura di coda. Per
una volta il biglietto l’avevo pagato regolarmente. Quindi in
teoria non dovevo saltare giù dal treno. Inoltre c’era quel tizio,
il pastore, che si aspettava di vedermi scendere alla stazione di
Manifest… ma lo sanno tutti che in certi casi è meglio puntare
sull’effetto sorpresa. Mi ero persino messa la salopette apposta
per l’occasione, e in ogni caso non avrebbe fatto buio almeno
per un’altra oretta, quindi avrei avuto tutto il tempo per raccapezzarmi e trovare la strada.
Appostata sul retro delle vettura di coda, mi concentrai – come
mi avevano insegnato: aspetta che il treno cominci a rallentare,
quando il ciaf ciaf delle rotaie coincide con i battiti del cuore,
salta! Ma il cuore cominciò a battermi all’impazzata quando vidi
il terreno corrermi sotto. Alla fine mi feci coraggio e non appena
vidi una macchia d’erba, saltai giù. La terra era dura, durissima,
rotolai per un po’ mentre il treno si allontanava trascinandosi
dietro tutto il suo clangore, senza dirmi né grazie né ciao.
Mi tirai su e cercai di darmi una ripulita. Lì, proprio lì, a
neanche un metro da me, ecco che vidi il cartello. Era piuttosto
malmesso: la vernice blu s’era tutta scrostata ed era talmente sforacchiato da buchi di pallottole che la scritta non si leggeva quasi
più. Le uniche parole rimaste recitavano manifest: città con
un passato.
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L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
Ferrovie di Santa Fe - kansas - 27 maggio, 1936
Il notiziario di Hattie Mae
Tonico Capelli Belli
Billy Bump
Edizione Inaugurale
27 maggio 1917
Sono felice come una Pasqua di dare ufficialmente
il via a questa pionieristica rubrica settimanale sulla
Voce di Manifest. Grazie all’esperienza dell’anno scorso come capo redattrice del Giornalino della Manifest
High School (a proposito… Hip Hip… Urrà! per i
Grizzlies!) posso dire con una punta di orgoglio di aver
sviluppato un certo fiuto per gli scoop.
Lo Zio Henry ne ha parlato con i suoi dipendenti qui
in redazione e hanno deciso di assegnarmi una rubrica
settimanale. Ora che il nostro Paese è coinvolto in una
Grande Guerra e che i nostri giovani sono lontani
dall’amata patria, non possiamo dimenticarci del fronte
interno. Il Presidente Wilson ha fatto appello al nostro
senso del dovere patriottico e ha chiesto a tutti i cittadini di sostenere lo sforzo bellico, e sono già tantissimi ad
aver risposto alla sua chiamata: Hadely Gillen dice che
alla ferramenta i Liberty Bond stanno andando a ruba
e vendono più dei chiodi a testa piatta; Mrs. Eudora
Larkin e le Figlie della Rivoluzione ricamano a tutto
spiano Trapunte della Vittoria; persino l’insegnante
di chimica, la signorina Velma T. Harkrader, e i suoi
alunni dell’ultimo anno hanno generosamente dedicato
le ore di lezione alla preparazione di pacchi dono per
i nostri ragazzi al fronte. Nonostante una “piccola”
esplosione mentre mischiavamo gli ingredienti dell’Elisir Digestivo, devo dire che i pacchi sono venuti
benissimo e facevano davvero una gran bella figura tutti
agghindati di nastri rossi, bianchi e blu.
Per me è arrivato dunque il momento di appendere
al chiodo la coroncina di Reginetta dei Mirtilli 1917
e scambiarla con la vigile penna di giornalista. Miei
lettori, potete contare su di me per avere notizie
sempre fresche, attendibili e appetitose, tutte le sante
settimane.
Per tutti i ChiCosaDoveQuando, l’appuntamento è
ogni domenica, dietro la pagina Ovini&Bovini. Vi
aspetto!
Hattie Mae Harper
Corrispondente dalla Città
Prestate attenzione signori! Il vostro cuoio capelluto
è secco e pruriginoso? Desiderate capelli folti e robusti? Stanchi della vostra chioma grigia, color-capravecchia? Se avete risposto di sì anche a una soltanto di
queste domande, il Tonico Capelli Belli Billy Bump fa
proprio al caso vostro. È sufficiente metterne un po’
in testa prima di andare a dormire e frizionare bene.
Già al risveglio avvertirete un delizioso formicolio.
Significa che i capelli hanno cominciato a ricrescere!
E non è finita qui: ricresceranno del vostro colore,
quello che avevate ai bei tempi del liceo! Proprio così,
signori! Tornerete capelluti e fascinosi come un tempo, e nessuna donna potrà resistervi! Correte subito
dal vostro barbiere di fiducia ad acquistare il Tonico
Capelli Belli Billy Bump. Dite che vi manda Billy e
riceverete un utilissimo pettine in omaggio.
Funziona anche su baffi e basette. Evitare il contatto
con gli occhi.
Acquistate un Liberty Bond
Salvate la patria, salvate l’America!
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Strada della Perdizione - 27 maggio 1936
Strada della perdizione
27 maggio 1936
Andiamo con ordine. La prima cosa da fare dopo essere saltati giù
da un treno è assicurarsi di non aver perso dei pezzi. Per me fu
semplice, visto che il mio bagaglio era ridotto al minimo. Secondo
Gideon era sufficiente avere con sé un buon zaino e la testa sulle
spalle. Controllai: c’erano ancora tutt’e due, quindi ero a posto.
M’incamminai verso un boschetto che pareva quasi animato,
attraversato da un torrente. Era appena un rigagnolo, ma riuscii
comunque a darmi una bella rinfrescata. Ora ero pronta ad affrontare il predicatore con cui avrei dovuto trascorrere l’intera estate.
Come mio padre sia potuto finire in contatto con un predicatore, per me sarà sempre un mistero. Gideon non è certo uno che
bazzica in chiesa. Ma a quanto pare il pastore era uno di quelli
sempre pronti ad accogliere le anime perdute, e un giorno gli
capitò mio padre. Così adesso il pastore Howard era alla stazione
che mi aspettava, e io dovevo darmi una mossa. Tanto non serviva
a nulla che mi gingillassi ancora cercando di evitare l’inevitabile.
Riuscii a scovare un buon Bastone-Raspa-Staccionata e cominciai a rastrellarlo sul primo steccato che incrociai per strada. Gideon ed io eravamo bravi a inventarci Rumori-Riempi-Silenzio.
Quando ero piccola e dovevamo camminare tanto, passavamo ore
intere a cantare, a inventarci delle rime o a giocare a Prendi-aCalci-il-Barattolo-di-Latta. Ora però, lo sbatacchiare del bastone
sullo steccato si perdeva inghiottito dagli alberi, senza riempire il
silenzio. Ero sola, per la prima volta nella mia vita: sola. Decisi di
provare a fare il gioco delle rime. Funzionava così: Gideon s’in-
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ventava un verso e io dovevo continuare con un altro che facesse
rima. Il ticchete-tocchete del bastone era perfetto per battere il
tempo. Iniziarono a frullarmi in testa un po’ di rime Sola sola per
il bosco… paura mia non ti conosco / Quante cose vedo in giro…
sono sveglia come un ghiro / Vado a zonzo e son contenta… ma ci
devo stare attenta / Guarda! Un’ombra nella selva… non sarà …
Accipicchia, ero finita in una rima parecchio inguaiata con la
storia della selva. Nel frattempo mi ritrovai davanti a un cancello.
Un cancello grande, in ferro battuto, al quale erano stati saldati
aggeggi di ogni sorta. Forchette, pentolini, ferri di cavallo, persino la grata di una vecchia stufa panciuta. Guardai più da vicino,
facendo scorrere la mano sulle lettere di ferro scuro appollaiate
sopra il cancello. Erano tutte storte e leggermente irregolari, ma
mi sembrava di riuscire a leggere perdizione. Ora, Gideon e io
ci eravamo sorbiti un certo numero di funzioni religiose nella speranza di racimolare un pasto caldo dopo, e io quella parola l’avevo
sentita un bel po’ di volte. La usavano i predicatori. Dicevano alla
gente che potevano scegliere se convertirsi e rinunciare al male o
seguire il demonio sulla strada della perdizione.
Non riuscivo davvero a immaginarmi cosa potesse aver spinto
il proprietario ad appiccicare una simile parola sul cancello di casa.
Ma tant’è. Le erbacce si arrampicavano sinuose su per il cancello, un
invito alquanto sinistro ad entrare. E in effetti una strada c’era, brulla e riarsa, ricoperta di foglie e soffioni, che portava a una vecchia
casa fatiscente con l’intonaco che cadeva a pezzi e un dondolo sulla
veranda che penzolava tutto storto, come se fosse fuori piombo.
Di certo non poteva abitarci nessuno. Persino le vecchie carrozze dei treni e le catapecchie che s’ammassavano nei pressi dei
binari avevano un’aria più invitante di quella topaia. Eppure
mi parve di scorgere un qualcosa che s’agitava dietro una delle
tendine. Forse mi aveva visto qualcuno! Il mio cuore cominciò
a battere come le ali di un pipistrello. Non ci pensavo proprio a
imboccare quella Strada della Perdizione. La città non era molto
oltre, quindi mi rimisi in cammino, continuando a rastrellare il
bastone sullo steccato.
Questa volta feci il gioco delle rime a voce alta. Avevo un
gattone papà di un bel micino… Sognavo un leone papà di un bel
leoncino.
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L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
Lo steccato s’interruppe per poi ricominciare costeggiando
un cimitero. Sparuti ciuffi d’erba spuntavano tra le lapidi; avevo
l’impressione che mi stessero guardando, mentre passavo. A ogni
mio passo il terreno dietro di me scricchiolava, e i capelli mi si
rizzavano dal terrore. Mi fermai. Mi girai. Niente. Solo foglie
portate dal vento. Proseguii, continuando a strisciare il mio bastone mentre tutt’intorno gli alberi s’infittivano. Avevo un cagnolino, piccino e peloso… che un giorno si ridusse pelato e rognoso. I
rami s’erano infittiti e mi si gettavano addosso come artigli… a
un certo punto inciampai su una radice, atterrando proprio sul
ginocchio dove qualche mese prima m’ero fatta il taglio. Ormai
si era cicatrizzato, ma la pelle mi tirava e sembrava che dovesse
sforzarsi per tenere la ferita ben chiusa. Me lo massaggiai un po’
dopo averlo ripulito dalla terra.
Eccolo ancora. Il rumore di prima. Forse non era un rumore,
ma un muoversi di qualcosa. Trattenni il fiato e rimasi in ascolto. Silenzio. Poi ripresi a camminare verso le luci alla fine del
bosco. Avevo un cavallo, ma un giorno è fuggito… lo ritrovai su
un monte…
Un altro forte scricchiolare di passi dietro di me, poi la voce
di un uomo: morto stecchito.
Da Shady
27 maggio 1936
Mi girai di scatto. Alla luce del tramonto vidi un uomo lungo
e sottile con un forcone altrettanto lungo e sottile. Sottili erano
anche i capelli, gli abiti, persino i peli radi della barba sparpagliati
qua e là sul viso.
«È tuo questo?» chiese.
In un primo momento pensai che intendesse il forcone, ma
poi notai che da una sua mano dondolava la mia bussola. Mi
prese un colpo. Controllai subito lo zaino: la tasca esterna si era
squarciata nella caduta.
«Sono Shady Howard. E tu devi essere la figlia di Gideon».
Buttai fuori il fiato che non mi ero resa conto di trattenere. Mi
porse la bussola. Me la appesi al collo infilandola sotto la blusa.
«Non ti ho visto arrivare col treno. Ho pensato che forse eri saltata
giù e stavi andando in città per i fatti tuoi».
Lo disse come se saltare giù dai treni fosse la cosa più normale
del mondo. E con quella logora camicia a scacchi e i pantaloni
marroni rattoppati, aveva tutta l’aria di uno che di salti dai treni
se ne intendeva.
«Siete un parente del pastore Howard, della Prima Chiesa
Battista?»
«C’è chi mi chiama così, ma tu puoi chiamarmi Shady».
Mantenni le distanze. Che cosa intendeva dire esattamente?
«Vi chiamano così perché siete voi il pastore della Prima Chiesa
Battista?»
«Be’, è una storia un po’ strana». Cominciò a camminare,
L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
Da Shady - 27 maggio 1936
usando il forcone a mo’ di bastone da passeggio. «Dunque, vediamo un po’… diciamo che sono un cosiddetto pastore ad interim.
Cioè: quello che c’era prima se n’è andato e io lo sostituisco finché
non ne arriva uno nuovo».
«E da quanto tempo lo state sostituendo?» chiesi, pensando
che forse non aveva ancora avuto il tempo di procurarsi gli abiti
da pastore. O di radersi.
«Da quattordici anni».
«Oh» feci, sforzandomi di mantenere un certo contegno. «Dunque non facevate l’uomo di chiesa quando mio papà viveva qui?»
«No».
«Be’, io sono Abilene. Ho dodici anni e sono una gran lavoratrice» dissi, presentandomi come avevo fatto centinaia di altre
volte in centinaia di altre città. «Quindi avete ricevuto la lettera
di mio padre che avvisava voialtri che sarei arrivata in città».
Badate, non è che di solito uso espressioni come ‘voialtri’, ma è
sempre meglio cercare di parlare come la gente del posto quando si
arriva in una città nuova. Era la prima volta che mi trovavo in Kansas, quindi non potevo esserne certa, ma immaginavo che dicessero
robe tipo “voialtri” e “a un tiro di schioppo” e “in un battibaleno”.
«Hai fame?» chiese Shady. «Casa mia è a un tiro di schioppo».
Ecco appunto. Buffo come la gente che sa esattamente dove
deve andare s’inventi i modi più strambi per parlare di distanze.
Chi non lo sa, invece, tira diritto e basta.
«Nossignore». In realtà avevo mangiato solo un uovo sodo sul
treno, ma ero pur sempre sua ospite e mi sembrava poco educato
chiedere subito di mangiare.
«Allora passiamo prima in città, devo ritirare una lettera».
Bene, c’era ancora luce sufficiente a dare una guardata in
giro. Mentre camminavamo, i racconti di Gideon riaffioravano
a sprazzi, come quando dal finestrino di un treno s’intravedono
stralci di paesaggio tra gli alberi. Immaginai strade brulicanti,
gente indaffarata, negozi con coloratissima merce esposta e con
allegri tendoni da sole sul davanti e nomi esotici dipinti sulle insegne: Macelleria Matenopoulos. Panificio Santoni. Semi
& Mangimi Akkerson.
Arrivati in città, cercai disperatamente di rievocare il sapore
dolce e caramelloso dei racconti di Gideon, ma intorno a me era
tutto inaridito, secco, riarso. I negozi su Main Street avevano
l’aria abbattuta. Tetra. Uno su tre era sprangato. I pochi tendoni
sopravvissuti erano sdruciti e pendevano mezzo flosci. Non c’era
un briciolo di movimento, neanche a pagarlo. Solo poche anime
che se ne stavano sulla porta, spossate.
Erano tempi duri per tutti. La chiamavano Depressione, ma
più che una depressione mi pareva una fossa bell’e buona, con
l’intero Paese finito dentro.
C’era anche una casa che sembrava quella delle fiabe, con l’intonaco tutto scrostato. In veranda, una signora dall’aria per bene
se ne stava seduta su una sedia a dondolo, immobile, senza neanche l’energia per dondolarsi. Il barbiere, in piedi sulla porta del
suo negozio, mi fissò duramente quando gli passammo davanti.
Dentro la drogheria c’era una signora che si faceva vento mentre
un cagnolino abbaiava dietro la zanzariera. Dalle occhiate feroci
che mi scoccarono, intuii che questa gente avrebbe preferito di
gran lunga soffrire da sola piuttosto che ritrovarsi un’estranea tra
i piedi ad assistere a tutta quella miseria.
Passammo davanti all’ufficio postale senza fermarci.
«Ma non dovevamo ritirare una lettera?»
«Una lettera, sì. Da Hattie Mae al giornale».
«Hattie Mae Harper? La Reginetta dei Mirtilli del 1917?»
«Ora si chiama Hattie Mae Macke, ma è sempre lei».
Almeno adesso avevo trovato qualcosa di familiare. Chissà se
scriveva ancora il suo “Notiziario”.
L’ufficio del «Manifest Herald» era più e meno a metà di Main
Street e quando vi entrammo ci ritrovammo in un caos dell’altro
mondo: giornali accatasti ovunque in pile alte quasi un metro;
una scrivania ingombra di tutto dove troneggiava una vecchia
macchina da scrivere con la tastiera scassata e alcuni tasti sparsi
qua e là, come se qualcuno scrivendo esplosione ne avesse provocata una vera e propria.
«Shady, sei tu?» gridò una voce femminile. «Sono qui dietro,
sto chiudendo. Grazie infinite per essere passato a ritirare la…».
Una donna piuttosto robusta uscì da una stanzetta sul retro,
i capelli raccolti in una crocchia dall’aria sfatta. Come mi vide si
portò le mani alla bocca. «Ma guardati! Sei proprio un amore!
Devi essere Abilene».
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L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
Da Shady - 27 maggio 1936
«Sissignora».
«O cielo, sei tutta tuo padre» Mi strinse al petto, era caldo e
la sentii riprendere fiato. Quando alzai lo sguardo, aveva gli occhi
umidi. «Ti va una bottiglietta di soda? Ma certo che ti va, che
domande! Vai sul retro e prenditi una bibita bella fresca. Ci sono
Coca Cola e aranciata. Scegli tu. E ci sono anche due panini, uno
al formaggio e uno con l’arrosto. Serviti pure e non mi venire a
raccontare che non hai appetito».
«Okay» dissi io mentre andavo sul retro, destreggiandomi in
quel labirinto di giornali. I panini suonavano decisamente invitanti.
«Perdona il disordine. Lo zio Henry non ne vuole sapere di
buttare via i vecchi numeri del giornale, ma per fortuna Fred, mio
marito, si è deciso a costruire un capannone sul retro che useremo come deposito, e adesso sto cercando di catalogarli prima di
metterli via».
«Io ho il vostro primo Notiziario, ce l’ho da quand’ero piccola!» saltai su.
«Per l’amor del cielo! E come ti è capitato tra le mani quel
pezzo di antiquariato?!» rise e il corpo le ballonzolò tutto.
«Scrivete ancora la vostra rubrica settimanale?»
«Intendi i ChiCosaDoveQuando? Direi proprio di sì. E in via
del tutto eccezionale, grazie alla Depressione, sono stata promossa
a Tipografa, Correttrice di Bozze e Addetta al Caffè!» rise. «Di’ un
po’, se ti ritrovi con del tempo libero e non sai che fare, potresti
venire a darci una mano. Come vedi, ci sono un sacco di vecchi
giornali che vanno sistemati. Potrebbero interessarti, sempre che
ti piacciano le vecchie storie…»
Annuii. Certo che mi interessavano.
«Adesso vai a prenderti la soda e il panino, tesoro. E prendi
anche qualche giornale se vuoi. Zio Henry non se l’avrà a male
se regaliamo qualche copia a chi poi li legge per davvero. E io ne
avrò di meno da catalogare».
Optai per l’aranciata e il panino con l’arrosto. Shady e Hattie
Mae continuavano a chiacchierare tra loro; dicevano che faceva
caldo e che non c’era nemmeno un accenno di pioggia. Trangugiai il panino mentre facevo scorrere la mano da una pila all’altra
di giornali. Era come fluttuare su una nuvola che si posava ora su
un anno ora su un altro. 1929 – crollo del mercato azionario;
1927 – babe ruth batte 60 home run in una sola stagione:
1927 – charles lindbergh compie la traversata dell’oceano
atlantico in solitario.
Poi un anno in particolare attirò la mia attenzione. 1917 – passa il disegno legge “botte secca”: l’alcol è illegale nello
stato del kansas. Era lo stesso anno del primo “Notiziario” di
Hattie Mae. Quando Gideon abitava a Manifest! Il cuore si mise
a galoppare. Non che mi aspettassi di trovare il nome di Gideon
in prima pagina, e neanche in qualsiasi altra sezione del giornale
se è per quello… Ma forse quegli articoli potevano aiutarmi a
conoscere un po’ meglio questa cittadina. Dove lui aveva vissuto
da ragazzino. Dove aveva scelto di mandarmi.
«Tutto bene Abilene?» urlò Hattie Mae. «Devo venire a tirarti
fuori da quel pozzo senza fondo di giornalame? »
«Arrivo!» risposi. «Siete sicura che va bene se prendo un paio
di copie? Qualcosa da leggere mentre sono qui?»
«Ma certo tesoro, fai pure».
Passai rapidamente in rassegna una pila di giornali e scelsi gli
unici due del 1917 che riuscii a trovare. Me li misi nello zaino e
tornai nell’altra stanza.
Hattie Mae stava parlando a bassa voce a Shady. Aveva il volto teso e l’aria preoccupata. La sentii sussurrare «Shady, lei deve
sapere… » ma come mi vide arrivare ringalluzzì tutta.
«Oh cielo, ma quanto chiacchiero! Mia cara, hai avuto una
giornata pesante e avrai voglia di riposarti un po’ prima dell’ultimo giorno di scuola, domani».
Allora era questo che mi dovevano dire.
«Scuola?» farfugliai quasi strozzandomi con l’ultimo sorso
di aranciata. «Ma è estate» dissi supplichevole, guardando Shady. «Da queste parti non dovete portare dentro i covoni o roba
simile?» Shady mi rivolse uno sguardo di scuse, come se fosse
d’accordo.
«Veramente noi abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere
incontrare alcuni degli altri ragazzi prima che si disperdano ai
quattro venti per le vacanze» disse Hattie Mae.
Noi chi? Pensai. Chi aveva voluto farmi questo? «Ma mio papà
verrà a prendermi prima che la scuola ricominci» dissi io.
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L’indimenticabile estate di Abilene Tucker
Notai che Hattie Mae e Shady si scambiarono una strana
occhiata, tipo di imbarazzo. Mi sentii sbandare, come sul punto
di perdere l’equilibrio, come quando sei su un treno, in piedi, e
tutt’un tratto, quando meno te l’aspetti, il treno prende una curva. O forse mi ero immaginata tutto, ed ero solo molto stanca
per il viaggio.
Hattie Mae mi mise un braccio intorno alla spalle. «Non preoccuparti tesoro, andrà tutto bene». Mi strinse forte e in quel momento squillò il telefono. «Sarà Fred. La sciatica lo tormenta ed
è rimasto a casa con i ragazzi. Sapete come sono fatti gli uomini.
Al minimo dolorino sembra che il mondo debba fermarsi. Ecco
la lettera da riparare» diede a Shady uno dei tasti della macchina
da scrivere. «La R è rotta e la L s’incastra sempre. Se vuoi, portati
via tutto l’armamentario. Il pezzo per domani l’ho già scritto e
non mi serve».
Il telefono insisteva. «Shady, devo proprio rispondere. Abilene,
è stato davvero un piacere conoscerti. Se hai bisogno di qualcosa
chiedi pure, d’accordo?»
«Sissignora».
Finalmente alzò la cornetta. «Pronto? Sì sto arrivando. Oh,
per carità. Lascialo lì dov’è. Ci penso io a pulire quando arrivo».
Shady prese la macchina da scrivere scassata e ce ne andammo cogliendo la palla al balzo. Ormai s’era fatto buio e Shady
mi faceva strada. Lasciammo Main Street girando in un vicoletto
e camminammo per un bel po’ in direzione dei binari, fino ad
arrivare davanti a un vecchio edificio. Decisamente non era uno
dei quartieri-bene della città.
Ho vissuto in molti posti. Fienili, vagoni abbandonati, anche
nelle Hooverville, le baraccopoli per i poveri, chiamate così “in
onore” del nostro ex presidente Hoover che a quanto pare non
si era reso conto che il Paese attraversava un momento difficile.
Quindi ero preparata a tutto. Tranne che alla casa di Shady....