dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato?

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dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato?
“All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con
una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. ( Deus caritas est, 1)
DIO MIO, DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?
“ Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la regione, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre Gesù gridò molto
forte: “Elì, Elì, lemà sabactani “, che significa “ Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mt 27,46
Gesù è sulla Croce. Non c’è nessuna via d’uscita; è immerso in un dolore lancinante; sente la morte vicina. Anche il
sole si è oscurato. È solo, al buio, schernito ed umiliato. Può solo urlare, un ultimo grido, prima di quello definitivo
della morte.
Non è la prima volta che Gesù, preso dall’angoscia si interroga e si lamenta, ponendosi davanti a Dio. Anche nel
Getsemani è impaurito, sa che sta per affrontare una dura prova, suda sangue, i suoi si addormentano. Ponendosi in
un atteggiamento di confidenza con il Padre, prega:
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lo invoca chiamandolo affettuosamente Abbà;
esprime una ferma professione di fede “tutto è possibile a Te”;
elabora una preghiera di supplica ”allontana da me questo calice”;
conclude con la piena accettazione della volontà di Dio “ non quello che voglio io, ma sia fatta la Tua volontà”.
Ora sulla Croce, scelta ed accettata come compimento del progetto di salvezza del Padre, Gesù non invoca, non
parla, urla: perché?
È il momento della fragilità, della debolezza, del dolore. Gesù, come uomo, si esprime come farebbe ognuno di noi
quando il suo dolore è ai limiti della sopportazione. Grida: dov’è il Padre? che fa? Perché resta muto? perché rende il
dolore così intollerabile?
E risuonano i nostri interrogativi sulla nostra croce e su quelle dell’umanità: dov’è Dio nella sofferenza fisica, nella
morte improvvisa di un caro, dov’è nelle corsie degli ospedali, mentre un anziano muore solo e tanti bambini vengono
abbandonati o uccisi prima ancora di venire alla luce. E dov’è nel grido lancinante di una madre che perde il figlio e in
quello dei poveri di ogni tempo e di ogni luogo? E dov’è nell’ora del fallimento di un nostro progetto per cui abbiamo
tanto lottato; nei disastri naturali e negli olocausti di ieri e di oggi? Dov’è quando i nostri figli non trovano lavoro e noi
perdiamo o sentiamo precario il nostro e quando, nonostante i sacrifici, non riusciamo a chiudere in pareggio il
bilancio delle nostre case?
Perché Dio trattiene il suo braccio, invece di intervenire davanti al dolore?
È una delle prime domande che i giovani ci pongono per riscoprire le ragioni della fede, per cominciare la loro ricerca
di Dio, per cercare il senso di una vita che valga la pena di essere vissuta in pienezza, oltre il relativismo ed il
nichilismo dilagante.
Gesù come noi grida, ma il suo urlo, nonostante le apparenze, non è una sfida, anzi è una tragica e lacerante ricerca
di Dio: Dio, mio Dio, mia roccia, tu che mi sei sempre stato vicino, ora dove sei? Perché mi hai abbandonato e taci?
Nel momento estremo, nell’assordante silenzio della Croce, Gesù non esprime solo solitudine e amarezza, nella
misura in cui, pur urlando, ormai privo di forze, ricorre a quel Dio con il quale ha vissuto in confidenza ed intimità
continua. Non è possibile pensare che Dio Padre, quel Dio Amore di cui ha esperienza, che tante volte ha incontrato
nel silenzio della preghiera, che ha udito nelle acque del Giordano, che ha incontrato sul Tabor, che gli ha dato la
potenza di operare miracoli e di fuggire le tentazioni del deserto, ora, nel momento estremo, alla resa dei conti si sia
addormentato o guardi altrove.
Pur nella complessità della vita e della storia non è possibile negare Dio: rinnegheremmo noi stessi, rinnegando
l’esperienza di amore vissuta con Lui. Il grido di Gesù legittima il nostro, raccoglie ed esprime il nostro e ci ricorda che
Dio è Padre e ci ama, anche se e quando il suo silenzio diventa incomprensibile.
Legittima non solo il nostro grido di oggi, ma anche le mille domande che Gli faremo quando, alla fine dei nostri giorni,
saremo al Suo cospetto.
E Gesù sulla croce, in tutto il suo dolore e la sua umanità ferita, è ogni uomo che vive una prova improvvisa o
particolarmente dura. Contemplandolo negli ultimi istanti della sua vita terrena, nell’attimo in cui urla forte, sembra
tracciare un sentiero per urlare con Dio il nostro dolore ed i nostri perché e trovare pace.
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Gesù non nega la sua fragilità, anzi la urla. Il dolore non va imbrogliato, il dolore, fa parte della vita, e se c’è,
qualunque esso sia, va espresso, pianto, urlato, condiviso. Anche con Dio, anche se Lui tace. Solo così le nostre
ferite possono diventare delle feritoie attraverso le quali far entrare la grazia e non smettere di sperare
Gesù non cerca parole sue. Davanti al nostro dolore spesso siamo ammutoliti. Davanti ai nostri figli che ci
incalzano non abbiamo parole per spiegare la sofferenza del mondo, soprattutto se colpisce il povero, il piccolo, il
debole. Ed ancor più se colpisce noi che siamo come Giobbe, che era “uomo integro e retto, che temeva Dio ed
era alieno dal male”. È vero non ci sono parole. Possiamo solo scegliere la strada dell’abbraccio, della
condivisione, della solidarietà, del pianto.
Gesù ripete il SL 22, il salmo del giusto che soffre. Si affida all’esperienza del suo popolo, alle preghiere che
era solito recitare. Nel dolore si tiene la posizione, non si ricorre a se stessi, ci si affida a chi ci vuol bene, si resta
fedeli a ciò che si è sempre stati. Non ci si inventa. La vita va vissuta in pienezza anche per essere pronti nella
prova.
Il SL 22 è il salmo del giusto che soffre. Non è il grido di un disperato, ma di un fedele che si rivolge a Dio. Ad
una superficiale analisi potrebbe sembrare che angoscia e fiducia si contraddicano perché la fede si immagina
come uno stato di immobile tranquillità. Ma il credente sa che non è così. Angoscia e fiducia possono coesistere,
così come ci hanno insegnato, fra gli altri, Madre Teresa e san Francesco.
Gesù gridando i primi versi del Salmo, richiama l’usanza ebraica di pregare, con l’inizio, l’intero salmo. "Mio Dio,
grido di giorno e non rispondi; di notte non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo”: è evidente che la fatica di
sentirsi solo non nega, ma al contrario esalta la consapevolezza della presenza di Dio. Urlare la propria
angoscia, la propria rabbia ed impotenza davanti a certe situazioni è preghiera. Anche se Dio sembra non
sentire, anche se gli altri non capiscono, Gesù non ha paura di gridare la sua sofferenza, esprime fiducia ed
abbandono in Dio, perché sa che gli è vicino, anche se sembra assente, in silenzio, incomprensibile
Pregando il salmo del popolo d’Israele, Gesù porta sulla croce ed esprime il dolore di tutta l’umanità sofferente,
raccoglie le nostre lacrime e i nostri peccati, esprime le nostre paure e le nostre angosce, non si scandalizza delle
atrocità, delle debolezze, dei tradimenti,del dolore ingiusto. Ha la certezza che il suo grido sarà esaudito nella
Resurrezione.
E in quel momento, in quel grido di dolore nelle tenebre, intravediamo l’alba del terzo giorno e non abbiamo paura di
vivere pienamente il dolore della croce nella certezza che è una “collocazione provvisoria”.
Voglia di camminare
Coraggio, gente!
La Pasqua ci dice
che la nostra storia ha un senso,
e non è un mazzo di inutili sussulti.
Che quelli che stiamo percorrendo
non sono sentieri ininterrotti.
Che la nostra esistenza personale
non è sospesa nel vuoto
né consiste in uno spettacolo senza rete
Precipitiamo in Dio.
In lui viviamo,
ci muoviamo ed esistiamo.
Coraggio, gente!
La Pasqua vi prosciughi
i ristagni di disperazione
sedimentati nel cuore.
E, insieme al coraggio di esistere,
vi ridia la voglia di camminare.
Tonino Bello
“Fede, speranza e carità vanno insieme. La speranza si articola praticamente nella
virtù della pazienza, che non vien meno nel bene neanche di fronte all'apparente
insuccesso, ed in quella dell'umiltà, che accetta il mistero di Dio e si fida di Lui anche
nell'oscurità. La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi
la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! In questo modo essa trasforma la
nostra impazienza e i nostri dubbi nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle sue
mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince. La fede, che prende coscienza dell'amore
di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso
è la luce — in fondo l'unica — che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il
coraggio di vivere e di agire. L'amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo
perché creati ad immagine di Dio” (Deus caritas est, 39)