Zootecnia - Azienda per i Servizi Sanitari n. 6

Transcript

Zootecnia - Azienda per i Servizi Sanitari n. 6
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A Z I E N D A P E R I S E R V I Z I S A N I TA R I N . 6
F R I U L I O C C I D E N TA L E
Glossario
B O O K S E I
Zootecnia
Qualità nella progettazione
degli impianti
Elementi e
condizioni
propedeutiche
alla
progettazione
Guida pratica
per addetti ai lavori
❷
AZIENDA PER I SERVIZI SANITARI N. 6 FRIULI OCCIDENTALE
B O O K S E I
Norme
generali di
protezione
animali
Fabbricati
rurali di
complemento
Norme
ambientali
e di gestione
agronomica
degli effluenti
Norme di
prevenzione e
sicurezza degli
operatori in
ambito
zootecnico
Norme
specifiche di
protezione
legate alla
specie allevata
Allevamenti con
metodo di
produzione
biologico
Bibliografia
2
BookSei manuali 2
Collana di Quaderni Scientifici
dell’Azienda per i Servizi Sanitari n. 6
Friuli Occidentale
Direttore Generale
Dr. Gianbattista Baratti
Direttore Sanitario
Dott. Paolo Saltari
Direttore Amministrativo
Dr. Pierluigi Fabris
Coordinatore Servizi Sociali
Dr.ssa Maria Bonato
Comitato Editoriale
(responsabile)
Dott. Paolo Saltari
Alfredo Grossi
Enzo Re
Bruno Tassan Chiaret
Carlo Venturini
Emanuela Zamparo
Coordinamento Editoriale
Silvana Corona
Anna Maria Falcetta
Foto
Bruno Tassan Chiaret
Progetto
DM+B&Associati - Pordenone
Stampa
Tip. Sartor - Pordenone
© Copywright
Azienda per i Servizi Sanitari n. 6
Friuli Occidentale
Booksei manuali 2
Zootecnia.
Qualità nella progettazione
degli impianti.
Guida pratica
per addetti ai lavori
Con la collaborazione dei tecnici
del dipartimento di Prevenzione
Area degli ambienti di vita
Area degli ambienti di lavoro
Con la collaborazione tecnica di
Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali
Dr. Mario Portolan
Ordine degli Ingegneri
Ing. Pierino Truant
Ordine degli Architetti
Arch. Bruno Bortolin
Collegio dei Geometri
Geom. Arturo Barbui
Collegio dei Periti Industriali
Per. Ind. Graziano Santin
Federazione Provinciale Coltivatori Diretti
Per. Agr. Eric Mirolo
Comando Provinciale Vigili del Fuoco
di Pordenone
A ZI EN D A PER I SER V I ZI SA N I TA R I N. 6
F R I UL I OC C I D EN TAL E
Zootecnia
Qualità nella progettazione
degli impianti
Guida pratica
per addetti ai lavori
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B O O K S E I
Prefazione
Bookse n. 6
Vademecum
Prefazione
sui
Mangimi
Dott.
Paolo Saltari
Direttore Sanitario
ASS n. 6
“Friuli Occidentale”
“La medicina sociale ci dice che bisogna rinverdire
le nostre montagne, risanare le campagne, costruire
case per chi è senza tetto, sviluppare tutte le
industrie che producono beni ed ostacolare tutte
quelle che producono mali”
(Prof. Augusto Murri, 1906).
La sfida del nuovo millennio nel campo della salute sarà caratterizzata
dalla capacità di fornire un servizio sanitario di qualità a costi compatibili con lo sviluppo economico del paese.
Questo obiettivo è perseguibile solo attraverso la definizione di un’etica
sociale collettiva e la realizzazione del “Patto di Solidarietà per la Salute”.
In altre parole è indispensabile un forte impegno di collaborazione tra le
istituzioni preposte alla tutela della salute, gli operatori sanitari, i cittadini, singoli o associati, le categorie produttive e gli altri enti pubblici e
privati che costituiscono il tessuto sociale ed economico del Paese.
I medici, gli operatori ed i tecnici della sanità, con la loro professionalità, sono lo strumento essenziale e qualificato per assicurare qualità dell’assistenza, efficacia ed efficienza degli interventi, anche di prevenzione,
e quindi soddisfazione e sicurezza dei cittadini.
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Prefazione
La promozione della salute non può prescindere dalla maturazione di
una coscienza civile e da quell’etica collettiva che passa attraverso l’acquisizione di comportamenti individuali corretti che eliminano fattori di
rischio e di scelte sociali e politiche tendenti a controllare fattori di
rischio ambientali.
D’altra parte, se si considera la salute come la sensazione di benessere
che accompagna l’esistenza, è facile accorgersi che essa non dipende solo
dal benessere del corpo, ma anche dall’insieme di relazioni che l’uomo
riesce ad intrattenere con l’ambiente che lo circonda. Pertanto, assumono dignità di determinanti dello stato di salute: il lavoro, il reddito,
l’istruzione, lo stato dell’ambiente, le abitudini di vita.
La salute, quindi, non può essere il risultato di una amministrazione virtuosa delle aziende sanitarie o degli Assessorati Regionali alla Sanità, ma
il prodotto di una sinergia tra tutte le istituzioni pubbliche (Comuni,
Province, ecc.) e private (industrie, società dei trasporti, telefoni, ecc.)
che pur non avendo una diretta competenza sanitaria esercitano funzioni che possano incidere sullo stato di salute della popolazione.
Con questo spirito e con tali premesse l’ASS n. 6 “Friuli Occidentale”,
attraverso il Dipartimento di Prevenzione, ha intrapreso da alcuni anni
un percorso di integrazione con la società produttiva e civile della nostra
Provincia finalizzato a migliorare l’impatto ambientale e sociale degli
impianti di allevamento.
Questo obiettivo può essere realizzato anche attraverso la stesura di questa Guida pratica di facile lettura a beneficio di tutti gli operatori e i professionisti del settore.
È il frutto di un meticoloso ed interdisciplinare lavoro d’equipe dei
nostri tecnici e di altre istituzioni pubbliche e private; sviluppato con
dedizione e con la regia dei referenti del progetto del Servizio Igiene
degli Allevamenti e delle Produzioni Zootecniche.
A tutti loro un plauso ed un ringraziamento da parte della Direzione
Aziendale.
B O O K S E I
6
Presentazione
Bookse n. 6
Vademecum
Presentazione
sui
Mangimi
All’interno delle iniziative rivolte alla promozione
della salute del Dipartimento della Prevenzione
dell’A.S.S. n. 6 “Friuli Occidentale”, ricoprono grande
Enzo Re
rilevanza le attività di prevenzione.
Tra le varie attività di tipo preventivo svolte dal
Servizio Igiene degli Allevamenti e delle Produzioni
Zootecniche, vi è la formulazione di pareri propedeutici al rilascio delle concessioni edili per la costruzione e la ristrutturazione degli impianti zootecnici.
Il parere viene prodotto in base a valutazioni tecnico-scientifiche coerenti
con l’evoluzione della tecnologia zootecnica e con il rispetto dei parametri
di protezione animale imposti dalla legislazione vigente.
È divenuta oramai prassi consolidata che i professionisti interessati alle
varie pratiche si rechino in via preventiva o spesso dopo un parere negativo,
ai nostri ed agli altri uffici del Dipartimento per le delucidazioni del caso.
Tale modo di agire non risulta né efficiente né efficace e oltremodo
dispendioso per noi, per i professionisti, per i committenti, che in più non
riescono ad avere in tempi rapidi la conclusione dell’iter procedurale.
L’azienda agricola di allevamento considerata industria insalubre di prima
classe, è produttrice di reflui e pertanto interessata dalle normative di
Bruno Tassan
Chiaret
B O O K S E I
9
Presentazione
igiene e sicurezza sanitaria ed ambientale; per la presenza di svariate tipologie di operatori è soggetta alle normative legate alla tutela e sicurezza
sul lavoro.
Le varie normative devono però essere applicate con criterio e logica, in
relazione alla prevalenza che i vari soggetti (uomo/animale) hanno tra
loro all’interno dell’azienda di allevamento ed il loro interagire con l’ambiente.
Si tratta allora di avvalorare gli impianti di allevamento, spesso visti solo
come problematica ambientale, ad entità produttive capaci di dare qualità
ed occupazione, nel rispetto delle norme a cui sono assoggettate e con le
tutele che abbisognano, pienamente inserite nel contesto territoriale.
Diventa improrogabile disporre di uno strumento completo, ma di agile
consultazione che da una parte orienti e faciliti la progettazione e dall’altra favorisca l’applicazione preventiva delle varie normative in tema di
protezione animale, ambientale e del lavoro umano, condividerne gli
innumerevoli aspetti relativi ai criteri costruttivi, del codice di buona pratica agricola e di rispetto ambientale; tematiche che hanno influenzato
positivamente,quale prevenzione attiva, lo sviluppo di questo lavoro.
Le indicazioni riportate sono pertanto il frutto di tutto questo, della capacità professionale e della dedizione del Servizio Igiene degli Allevamenti
e delle Produzioni Zootecniche, dei vari Servizi del Dipartimento di
Prevenzione, dei professionisti delegati degli Ordini e Collegi (Ingegneri,
Architetti, Agronomi e Forestali, Geometri, Periti Industriali), della
Federazione Coltivatori Diretti della provincia di Pordenone, del
Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Pordenone, ai quali và il più
sentito ringraziamento; in particolare al Dr. Agronomo Mario Portolan
per il prezioso contributo tecnico-scientifico.
Ringraziamo altresì la Facoltà di Medicina Veterinaria – Dipartimento di
Scienze della Produzione Animale e la Facoltà di Agraria–Dipartimento
di produzione Vegetale e Tecnologie Agrarie dell’Università di Udine per
le tabelle 6-7-8.
Nella presente guida, non sono stati presi in considerazione gli allevamenti per animali famigliari e/o d’affezione e gli animali utilizzati a fini
sperimentali o ad altri fini scientifici di cui al D.Lgs. 27/01/1992 n. 116.
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Autori:
Bruno Tassan Chiaret
Bookse n. 6
Vademecum
sui
Enzo Re
VeterinarioMangimi
Dirigente del Servizio Igiene
degli Allevamenti e delle Produzioni
Tecnico della Prevenzione Coordinatore
del Servizio Igiene degli Allevamenti e delle
Produzioni Zootecniche dell’A.S.S. n. 6
“Friuli Occidentale”- Pordenone
Zootecniche dell’A.S.S. n. 6
“Friuli Occidentale”- Pordenone
2
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Sommario
Prefazione
5
Presentazione
9
Indice
13
Glossario
17
Capitolo 1
Elementi e condizioni propedeutiche alla progettazione
Schema: Elementi di indirizzo delle scelte aziendali
21
Tabella 1: Condizioni che influenzano la progettazione di un allevamento
22
Normativa urbanistica
23
Tabella 2: Perequazione dei capi allevati in UBA
25
Tabella 3: Calcolo delle UBA in considerazione degli effluenti prodotti
26
Tabella 4: Importanza delle normative in rapporto ai singoli locali aziendali 28
Capitolo 2
Norme generali di protezione animale
Disposizioni di carattere generale
31
Altre condizioni
33
Disposizioni di carattere sanitario
33
Capitolo 3
Fabbricati rurali di complemento
Fabbricati rurali di complemento
35
Capitolo 4
Norme ambientali e di gestione agronomica degli effluenti
Gli effluenti liquidi e palabili dell’allevamento
37
La normativa vigente
38
La valutazione agronomica degli effluenti
40
Gli effluenti liquidi
40
Gli effluenti solidi
41
Tabella 5: la quantificazione delle produzioni di effluente
43
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13
Sommario
Tabella 6: Caratteristiche chimiche dei liquami prodotti da diverse specie
44
Tabella 7: Quantità di N, P, K, Cu, Zn, nei reflui prodotti in un anno
dalle varie specie animali
45
Tabella 8: Caratteristiche dei letami e di altri materiali palabili
prodotti da diverse specie zootecniche
45
Aspetti progettuali e costruttivi degli stoccaggi
46
Stoccaggio di effluenti liquidi
46
Stoccaggio di effluenti palabili
47
Le modalità per l’utilizzo agronomico
48
Emissioni in atmosfera
50
Valutazione di impatto ambientale
52
Normativa V.I.A.
52
Valori di soglia massima indicati per alcuni gas presenti negli allevamenti
56
Smaltimento di contenitori contenenti medicinali ad uso zootecnico
57
Normativa ambientale di interesse zootecnico
58
Capitolo 5
Norme di prevenzione e sicurezza degli operatori in ambito zootecnico
Criteri di valutazione Spisal di carattere generale
61
Coperture
68
Norme di prevenzione antincendio
70
Elenco dei depositi e industrie pericolose soggetti alle visite ed ai
controlli di prevenzione incendi
71
Normativa tecnica specifica
75
Impianti elettrici
77
Normativa relativa alla prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro
83
Capitolo 6
Norme specifiche di protezione legate alla specie allevata
Scheda allevamento bovino-bufalino da latte
85
Scheda allevamento bovino ingrasso e da rimonta
90
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Sommario
Scheda allevamento bovino linea vacca-vitello
84
Allevamento vitelli a carne bianca - D.Lgs. 533/92
98
Allevamento suini da ingrasso – D.Lgs. 534/92
104
Scheda allevamento suini da ingrasso
112
Scheda allevamento suini riproduttori
114
Scheda allevamento suini allevati all’aperto
117
Allevamento avicolo-galline ovaiole – D.Lgs. 267/03
118
Scheda allevamento galline ovaiole
124
Scheda allevamento di polli e tacchini da carne
128
Scheda allevamento cunicolo
132
Scheda allevamento di selvaggina (fagiani-pernici-starne)
136
Scheda allevamento ovino-caprino
138
Capitolo 7
Allevamenti con metodo di produzione biologico
Definizioni
143
Norme per la produzione biologica a livello aziendale - vegetali e
prodotti vegetali
147
Animali e prodotti animali
150
Conversione
152
Alimentazione
156
Profilassi e cure veterinarie
158
Metodi di gestione zootecnica, trasporto ed identificazione dei
prodotti animali
160
Trasporto
162
Deiezioni zootecniche
162
Aree di pascolo e edifici zootecnici
163
Mammiferi
165
Bibliografia
169
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15
Glossario
Bookse n. 6
Vademecum
Glossario
sui
Mangimi
Tenute valide le definizioni previste nelle singole
norme di legge, il gruppo di lavoro, per gli scopi
prefissati, ha concordato quanto sotto riportato:
• Qualità:
Grado in cui l’insieme delle caratteristiche intrinseche dell’opera soddisfano l’esigenza o l’aspettativa di natura implicita o
cogente rispetto alle norme di riferimento e/o delle richieste del cliente.
• Enti normatori per la qualità:
ISO (International Organization for Standardization - 1947)
Promuove la normazione nel mondo per facilitare gli scambi di beni e
servizi e sviluppare a livello mondiale la collaborazione nei campi intellettuale, scientifico, tecnico ed economico.
CEN (Comitato Europeo di Normazione - 1961)
Promuove l’impiego delle norme internazionali e l’armonizzazione delle
norme su scala europea alla scopo di facilitare lo sviluppo degli scambi
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Glossario
dei prodotti e servizi mediante l’eliminazione degli ostacoli creati da
requisiti di natura tecnica;
UNI (Ente Nazionale Italiano di Unificazione - 1921)
Elabora, pubblica e diffonde norme a livello italiano, promuove iniziative culturali nel settore normativo, mantiene i rapporti con i corrispondenti organismi a livello mondiale ed europeo. Mantiene aggiornati archivi di normative nazionali ed estere.
• Marchio CE:
Dichiarazione di conformità di macchine ed attrezzature ai requisiti
imposti dalle singole direttive di riferimento ai fini del loro commercio
nella Comunità Europea.
• Animale:
Qualsiasi animale, inclusi i pesci, rettili e anfibi, allevato o custodito per
la produzione di derrate alimentari, lana, pelli, pellicce o per altri scopi
agricoli (art. 2 comma 1, lett. B del D.Lgs. 116/92).
• Azienda:
Qualsiasi stabilimento agricolo, costruzione o allevamento all’aria aperta o
altro luogo in cui gli animali sono tenuti, allevati o commercializzati, ivi
comprese stalle di sosta e mercati (art. 1 comma 5 lett. B del DPR 317/96).
• Allevamento zootecnico:
Insieme di animali allevati in strutture ed impianti adeguati, per la produzione di derrate alimentari, lana, pelli, pellicce o per altri scopi agricoli.
• Struttura di allevamento:
Insieme dei locali, degli impianti e delle attrezzature predisposti e impegnati allo scopo.
• Locale, area funzionale, spazio confinato:
Locale: ambiente chiuso o chiudibile facente parte di una struttura es:
locale latte.
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Glossario
Area funzionale: area aperta o chiusa destinata ad uno scopo specifico es:
sala di mungitura.
Spazio confinato: area delimitata o transennata, coperta o scoperta destinata ad una fase di allevamento e ad una categoria di animali.
• Idoneità dei locali, attrezzature, spazi ed aree funzionali:
Rispetto delle condizioni minime di sicurezza e protezione umana, animale ed ambientale e dei requisiti igienico - sanitari.
• Lavabile, disinfettabile e facile da pulire:
Caratteristiche tecniche richieste a pavimenti, pareti, impianti ed attrezzature.
• Proprietario dell’animale, conduttore ovvero detentore:
Qualsiasi persona fisica o giuridica che, anche temporaneamente, è
responsabile, detiene ovvero si occupa degli animali.
• Protezione animale:
Condizioni di vita e produzione tutelate dall’insieme delle norme tecniche codificate, legislative e dei pareri scientifici espressi dal Comitato
Veterinario della Unione Europea e dall’OIE.
• U.B.A. :
Unità Bovino Adulto.
• O.I.E. :
Organizzazione Internazionale delle Epizoozie.
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Capitolo 1
CAPITOLOn.
1 6
Bookse
Vademecum
Elementi
e condizioni
sui
propedeutiche
alla Mangimi
progettazione
Schema: ELEMENTI DI INDIRIZZO DELLE SCELTE AZIENDALI
INPUT DA:
MERCATO
INNOVAZIONE TECNOLOGICA
ASPETTI ETICI E SOCIALI
↕
ALLEVAMENTO ZOOTECNICO
↕
↕
↕
APPLICAZIONE
DELLE NORME
SULLA
PROTEZIONE
SANITÀ E
BENESSERE
ANIMALE
APPLICAZIONE
DELLE NORME
DI TUTELA
AMBIENTALE
APPLICAZIONE
DELLE NORME
A TUTELA E
SICUREZZA
DEI
LAVORATORI
B O O K S E I
21
Capitolo 1
Commento:
L’allevamento zootecnico in quanto impresa produttrice di derrate alimentari, lana, pelli, pellicce ecc. si trova utilmente collocato all’interno
del sistema economico e sociale; agisce pertanto sulla base delle opportunità offerte o percepite dal mercato, dalle tendenze sui consumi dettate dalla società, sempre più consapevole ed interessata anche da motivazioni di tipo etico.
Le scelte di indirizzo produttivo sono principalmente veicolate da quelle che garantiscono il miglior ritorno economico; gli altri aspetti, non
sempre secondari, che influiscono nella scelta attengono alla complessità gestionale, al fabbisogno di manodopera, alla logistica ed al rispetto delle varie normative che finiscono per influenzarne anche il risultato operativo.
Tabella n. 1
CONDIZIONI CHE INFLUENZANO LA PROGETTAZIONE
DI UN ALLEVAMENTO
L’indirizzo produttivo
Fattori ambientali
Aspetti sanitari
Specie allevata
Localizzazione
allevamento
Legati alla specie
e categoria allevata
Categoria allevata
Fattori urbanistici
Legati alla tipologia
costruttiva adottata
Tipologia
dell’allevamento
S.A.U. a disposizione
(quantità e tipologia)
Legati alla tipologia
gestionale
dell’impianto
Soluzioni costruttive
Commento:
Oltre agli elementi considerati nello schema della pagina precedente,
altre condizioni influiranno sulla progettazione e sulle conseguenti soluzioni costruttive e gestionali. In tabella sono sintetizzati 3 gruppi di fattori ordinati secondo la naturale evoluzione dell’iter della pratica:
il committente, di solito si rivolge al professionista manifestando un’idea già elaborata sul piano dell’indirizzo produttivo dell’allevamento; la
figura del professionista emerge nella scelta tipologica, nella ricerca
delle soluzioni costruttive e gestionali contemperando alle varie norme
ambientali, di protezione animale e sanitarie.
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Capitolo 1
LA NORMATIVA URBANISTICA
La normativa regionale di riferimento per l’attività urbanistica è la L.R. 52
del 19 novembre 1991, più volte interessata da successive modifiche ed integrazioni.
All’art. 29, detta Legge definisce che l’attività urbanistica sia regolata dai
singoli Comuni mediante lo strumento del Piano Regolatore (PRGC)
avente lo scopo di disciplinare l’uso e l’assetto del territorio comunale
con finalità di garantire
– la tutela e l’uso razionale delle risorse naturali nonché la salvaguardia dei beni di interesse culturale, paesistico ed ambientale;
– un equilibrato sviluppo degli insediamenti, con particolare riguardo
alle attività economiche presenti o da sviluppare nell’ambito del territorio comunale;
– il soddisfacimento del fabbisogno abitativo e di quello relativo ai servizi ed alle attrezzature collettive di interesse comunale;
– l’equilibrio tra la morfologia del territorio e dell’edificato.
Ogni Comune impartisce con propria deliberazione le direttive da seguire nella predisposizione di un nuovo PRGC e delle Varianti al PRGC
vigente al fine di perseguire gli obiettivi e le strategie prefissati per l’intero ambito territoriale di competenza (art. 31), nell’osservanza delle
direttive impartite dal Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG)
o del Piano Territoriale Regionale Generale (PTRG).
Ne consegue che i Piani Regolatori Comunali sono diversi per ogni
Comune, in quanto esprimono le strategie di sviluppo prescelte dalla
maggioranza di ogni singola comunità.
Alla diversità di indirizzo, per la quasi generalità degli strumenti urbanistici, si accompagna anche una diversa applicazione dei parametri tecnici di riferimento con conseguente inevitabile difficoltà interpretativa
delle norme e l’origine di contrasti purtroppo non sempre amichevolmente ricomposti nell’ambito della sede amministrativa locale.
Particolarmente interessata dalla necessità di un’armonizzazione delle
normative urbanistiche è l’agricoltura, da sempre regolata a livello nazionale da norme giuridiche particolari delle quali sovente viene ignorata l’esistenza nel momento della composizione del PRGC. Diventa quindi
auspicabile che in un futuro sicuramente prossimo, le Amministrazioni
Comunali riprendano in esame con la dovuta attenzione e la necessaria
competenza anche l’assetto normativo delle zone agricole, sempre più
chiamate a soddisfare le esigenze dell’imprenditore agricolo nella salvaguardia delle caratteristiche ambientali e paesaggistiche del territorio.
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23
Capitolo 1
In generale, i PRGC individuano le zone agricole come aree omogenee di
tipo E.
Dette aree a loro volta possono essere suddivise in sottozone (E.1- E.2
ecc.) a seconda delle caratteristiche di ubicazione e del livello di tutela
ambientale che vi si vuole esercitare.
L’edificazione nelle zone E, nel rispetto dei vincoli urbanistici definiti, è
normalmente consentita all’Imprenditore Agricolo a Titolo Principale
(IATP). In taluni PRGC viene data identica possibilità anche
all’Imprenditore Agricolo (IA) ovvero ad altri Soggetti (persone fisiche
e/o giuridiche) che esercitano attività agricola pur non essendo
Imprenditori Agricoli.
Normalmente vengono distinte l’edificazione per la residenza, per le
strutture produttive e per gli allevamenti zootecnici.
Questi ultimi possono essere classificati come allevamenti a carattere
familiare, ovvero di tipo tradizionale ed ancora di tipo industriale.
Le soglie di classificazione sono un esempio della sopra menzionata eterogeneità di valutazione.
I parametri più ragionevolmente utilizzati prevedono, per gli allevamenti:
a) la definizione del numero dei capi, perequati in Unità Bovino Adulto
(U.B.A.) Vedi tab. 2;
b) la percentuale di autoapprovvigionamento aziendale della razione alimentare ( > 25%);
c) il carico di carne per ettaro di superficie condotta ( < t. 4);
d) le caratteristiche soggettive della figura proponente (IATP).
Non mancano censurabili divieti o limitazioni alle specie allevate, come
pure è discutibile l’utilizzo della procedura di assoggettamento all’approvazione di un Piano Regolatore Particolareggiato Comunale (PRPC) relativamente a progetti di allevamento, spesso definiti impropriamente di
tipo industriale per l’adozione di soglie di consistenza numerica eccessivamente basse.
Sono elementi che manifestano tutta la diffidenza del cittadino nei confronti dell’attività di allevamento e delle sue conseguenti interazioni, normalmente sgradite, con l’ambiente.
Per certo la qualità della progettazione prima e la professionalità nella
conduzione poi, costituiscono elementi fondamentali per una corretta integrazione delle aziende zootecniche nell’attuale contesto sociale,
ambientale e territoriale sempre più esigente di rispetto e attenzione.
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Capitolo 1
Tabella n. 2
PEREQUAZIONE DEI CAPI ALLEVATI IN U.B.A.
Capi allevati
Peso vivo
(kg)
U.B.A.
(p.v.)
Unità Bovino Adulto = bovino di età => 24 mesi;
600
1
Vacche e bufale da latte,
600
1
Vacche da riforma
600
1
Bestiame da rimonta
350
0.58
Vitelloni ingrasso
450
0.75
Bovini e bufalini femmine da 1 a 2 anni di età
400
0.70
Vitelli in svezzamento
125
0.21
Suino ingrasso
90
0.15
Scrofe
220
0.37
Verri
270
0.45
=> 20
0.025
Suini da ingrasso e altri suini
Suini da ingrasso e altri suini
< 20
0
Ovini o caprini adulti
35/65
0.15
Polli da carne (per 100 capi)
150
0.25
Galline ovaiole (per 100 capi)
220
0.37
Tacchini da carne (per 100 capi)
700
1.17
Conigli da carne (per 100 capi)
220
0.37
Conigli (100 fattrici ciclo chiuso)
1200
2.00
Commento:
La costruzione di nuovi ricoveri zootecnici è subordinata all’acquisizione dei provvedimenti permissivi previsti dalla legge urbanistica della
regione Friuli Venezia Giulia, all’autorizzazione del Comune che la rilascia previo parere favorevole dell’A.S.S. competente per territorio:
– Servizio Igiene e Sanità per quanto attiene le competenze in materia
di igiene del suolo e dell’abitato;
– Servizio Veterinario per quanto riguarda l’idoneità del ricovero ai
fini della protezione e benessere degli animali e della profilassi delle
malattie infettive/diffusive delle specie allevate;
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25
Capitolo 1
– del Servizio Protezione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro per l’applicazione della normativa di protezione e sicurezza per gli operatori.
In base alle direttive regionali i nuovi impianti zootecnici devono essere situati ad una distanza dai centri abitati nella misura stabilita dai singoli regolamenti comunali in relazione alle specificità territoriali locali.
Industria insalubre di prima classe
L’art. 216 del T.U.L.S.S. R.D. n. 1265 del 1934 stabilisce che le industrie
insalubri di prima classe debbano essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni. Tra le industrie insalubri di prima classe sono
inseriti gli allevamenti di animali, le stalle di sosta per il bestiame e i
maneggi per le potenziali cause di problemi igienico-sanitari.
Pertanto l’attivazione di un impianto zootecnico deve avvenire previa
comunicazione presentata 15 giorni prima al Sindaco del comune interessato.
Tabella n. 3
CALCOLO DELLE U.B.A. IN CONSIDERAZIONE DEGLI EFFLUENTI PRODOTTI
Capi allevati
Produzione
unitaria di
deiezioni (kg)
Calcolo
U.B.A.
Unità Bovino Adulto = bovino di età => 24 mesi;
19.800
1.0
Vacche e bufale da latte (capo/anno)
19.800
1.0
Vacche da riforma (capo/anno)
19.800
1.0
Bestiame da rimonta (capo/anno)
10.220
0.52
Vitelloni ingrasso (capo/anno)
13.800
0.70
Bovini e bufalini femmine da 1 a 2 anni di età
(capo/anno)
1.2270
0.63
Posto vitelli in svezzamento
4.600
0.23
Posto scrofa
9.190
0.46
Posto verri
5.800
0.29
Suinetto in svezzamento > 7< 20 kg
(100 capi)
7.500
0.38
B O O K S E I
26
Capitolo 1
Capi allevati
Produzione
unitaria di
deiezioni (kg)
Calcolo
U.B.A.
20.000
1.01
Suino magronaggio >50<90 kg
350
0.017
Suino ingrasso >90 fino a 160 kg
620
0.03
Suino ingrasso 20 – 160 kg
1.170
0.59
Ovini o caprini adulti
1.815
0.092
Polli da carne (per 100 capi e 5 cicli/anno)
1.250
0.063
Suino lattonzolo > 20 <50 kg (100 capi)
Galline ovaiole (per 100 capi/anno)
6.205
0.313
Tacchini da carne (per 100 capi e 2.5 cicli/anno)
3.750
0.189
Conigli da carne (per 100 capi e 5.8 cicli/anno
(da kg 1 a 2.6 kg)
2.200
0.111
Conigli (unità tipo:100 fattrici -15 maschi e 800
ingrasso/rimonta)
90.200
4.55
Commento:
La tabella 3 sopra riportata, evidenzia come il calcolo delle UBA porti a
risultati differenti qualora il termine di raffronto sia impostato sulla produzione di effluenti anziché sul peso vivo dei soggetti allevati. In questo
caso è la loro stessa fisiologia a determinarne la capacità d’impatto
ambientale, rapportata, per semplicità comparativa, all’Unità Bovina
Adulta tradizionale.
B O O K S E I
27
B O O K S E I
28
AA
AA
Normative di
sicurezza e di
tutela degli
operatori
Normative
ambientali
Legenda:
AAA
AAA
AAA
AAA
AAA
AA
AAA
AA
AA
Locale
preparazione
mangimi
solidi
AA
AA: importante
AAA AAA
AA
AAA AAA
AA
Annessi diretti
Sala
Sala di
dell’allevamento: mungitura latte
vasche liquami e
platee per letami,
impianti di
estrazione
dell’aria, di
abbattimento
polveri ed odori
(relazione esterna)
AAA: max importanza
Normativa
igienicosanitaria relativa AAA
alle produzioni
animali
AAA
Locale di
allevamento, zona:
di alimentazione,
riposo, di
esercizio funzionale, infermeria,
isolamento,
di servizio
agli animali
(relazione interna)
Condizioni di
produzione e
normative sulla
protezione
animale
Locali di
allevamento
e di
complemento
aziendale
AAA
AA
AAA
AA
Locali di
stoccaggio
scorte:
mangimi,
fienile,
silos ecc.
AAA
AA
AAA
AA
AAA
AAA
AAA
AA
Depositi
carburanti,
materiale
per
fecondazioni,
prodotti
medicinali,
detersivi,
officina
A
A
AAA
A
Deposito
attrezzi,
macchinari
A: poco inportante
Locale
selezionatura uova
Locale
deposito
uova
Tabella n. 4 IMPORTANZA DELLE NORMATIVE IN RAPPORTO AI SINGOLI LOCALI AZIENDALI
AAA
AAA
AA
AA
Celle e
contenitori
mortalità
A
A
AAA
A
Uffici e
locali
annessi
di
servizio
Capitolo 1
Capitolo 1
Commento:
Nella tabella della pagina precedente, si è cercato di attribuire livelli di
importanza diversi per l’applicazione delle normative, in base ai singoli
locali ed aree che compongono l’allevamento.
Questa operazione è stata concepita per:
– favorire le scelte e gli obiettivi produttivi dell’allevamento;
– rispettare le condizioni di protezione e benessere degli animali;
– rispettare le condizioni di salute degli operatori;
– tutelare l’ambiente.
I valori che incidono nel rapporto di tutela uomo/animale variano così
ad esempio, sulla base del tempo di permanenza dei soggetti nei singoli
locali e delle condizioni minime di aria e luce che abbisognano (locali
di allevamento e/o di presenza costante degli animali); oppure in
assenza di animali, dell’importanza per la tutela degli operatori e dell’ambiente (locali di servizio all’allevamento con presenza di impianti
ed attrezzature varie).
Con questo non si vuole disattendere o modificare i dettami imposti
dalle leggi, ma contribuire ad una ponderazione, valutazione ed applicazione delle norme nei vari ambiti aziendali per una corretta generale
gestione dell’insieme.
B O O K S E I
29
B O O K S E I
30
Capitolo 2
CAPITOLOn.
2 6
Bookse
Vademecum
Norme
generali
sui
di
Mangimi
protezione
animale
Tratte dal D.Lgs. 26 Marzo 2001 n. 146. Non si
applicano agli animali:
– che vivono in ambiente selvatico;
– destinati a partecipare a gare, esposizioni, manifestazioni, ad attività culturali o sportive;
– da sperimentazione o da laboratorio;
– invertebrati.
Obblighi dei proprietari, dei custodi e/o detentori degli animali:
• Adottare misure adeguate per garantire il benessere dei propri animali e affinché non vengano loro provocati dolore, sofferenze o
lesioni inutili.
DISPOSIZIONI DI CARATTERE GENERALE
I ricoveri e gli spazi destinati agli animali devono essere:
1) illuminati possibilmente con luce naturale e dotati di impianto di illuminazione artificiale sufficiente ad individuarli;
B O O K S E I
31
Capitolo 2
2) aerati naturalmente e/o forniti di dispositivi di ventilazione artificiale
sistemati e tarati in modo da non provocare correnti d’aria e concentrazioni di gas entro limiti non dannosi agli animali. Se la salute ed il
benessere degli animali dipendono da un impianto di ventilazione
artificiale, deve essere previsto un adeguato impianto di riserva. Gli
impianti di ventilazione artificiale devono essere dotati di un sistema
d’allarme che segnali il guasto; il sistema d’allarme deve essere sottoposto a controlli regolari;
3) forniti di acqua potabile o liquidi di qualità e quantità adeguata;
4) dotati di impianti/punti di abbeveraggio/alimentazione rapportati al
carico animale in modo da garantire a tutti un adeguato accesso in
base alle necessità fisiologiche;
5) facilmente pulibili, lavabili e disinfettabili; pareti lisce o tirate a fino,
pavimenti ben raccordati;
6) dotati di spazi calpestabili e di contenzione con caratteristiche tali da
evitare posture innaturali, scivolamenti, storpiature, lesioni, sofferenze o stress nell’animale;
7) dotati di lettiera naturale pulita e asciutta e/o di materiali che garantiscano un benessere equivalente;
8) dotati di idonei sistemi di cattura/autocattura per gli interventi di
cura e profilassi;
9) predisposti e dotati di idonei impianti per il carico/scarico degli animali;
10) disposti in modo che gli animali possano vedersi tra loro;
11) dotati di impianti e attrezzature per la somministrazione del cibo e
dell’acqua concepiti, costruiti ed installati in modo da:
– ridurre al minimo le possibilità di contaminazione degli alimenti o
dell’acqua;
– ridurre al minimo le conseguenze negative derivanti da rivalità tra
gli animali;
– evitare loro inutili sofferenze o lesioni;
B O O K S E I
32
Capitolo 2
12)dotati di materiali per le mangiatoie, nei luoghi di riposo, nei depositi del latte e degli alimenti (materassini, separatori, contenitori per
acqua e mangimi, vernici ecc.) conformi ai requisiti CE. È opportuno
allegare le relative schede tecniche.
Gli animali devono essere controllati dal detentore almeno due volte al
giorno se ricoverati, o una volta al giorno se allevati all’esterno.
ALTRE CONDIZIONI
• i motori, le pompe per il vuoto, bruciatori ed impianti per il riscaldamento o condizionamento dell’aria devono essere posizionati esternamente ai locali di allevamento e comunque installati in modo da non
costituire fonte di stress e/o inquinamento;
• tutti gli impianti devono essere omologati e rispondenti alle norme
vigenti di prevenzione e tutela della salute umana;
• dovrà essere stipulata una convenzione con ditta autorizzata all’utilizzo o allo smaltimento dei sottoprodotti di origine animale non destinati al consumo umano in ottemperanza al Regolamento CE
n. 1774/2002;
• dovrà essere predisposta idonea vasca e/o attrezzatura per la disinfezione degli automezzi, posta in prossimità dell’entrata aziendale;
• si dovranno predisporre idonei silos e/o locali per lo stoccaggio e la
preparazione dei mangimi;
• è opportuno prevedere un idoneo locale per il veterinario;
• il corpo aziendale dovrà essere recintato con adeguata struttura ed
altezza, in rapporto alla specie allevata, comprendente il/i ricovero/i.
DISPOSIZIONI DI CARATTERE SANITARIO
Ai fini di una corretta profilassi sanitaria, gli ovini ed i caprini possono
essere tenuti, nello stesso ricovero, insieme ai bovini e bufalini, solo se
aventi lo stesso livello sanitario.
È vietato allevare gli animali da cortile, i colombiformi ed altre specie di
uccelli nei ricoveri di bovini, ovini e caprini.
Commento:
In questo paragrafo sono riportate solo le condizioni di tipo generale
che interessano la totalità degli allevamenti, gli aspetti specifici legati a
specie e categoria di animale sono riportati nelle singole schede.
B O O K S E I
33
Capitolo 3
CAPITOLOn.
3 6
Bookse
Vademecum
Fabbricati
rurali
sui
di
Mangimi
complemento
Per fabbricati rurali di complemento, si intendono
tutte le costruzioni destinate all’esercizio dell’attività
produttiva agricola: fienili, locali di deposito, locali
per la conservazione e trasformazione dei prodotti
agricoli, nonché forni essiccatoi ed altri annessi rurali; detti fabbricati non devono avere comunicazione
diretta con i fabbricati destinati ad uso abitativo.
• Fatte salve le norme urbanistiche comunali, i nuovi fabbricati rurali
di complemento devono essere realizzati in modo da essere adeguatamente separati dai fabbricati destinati ad uso abitativo.
• Possono costituire eccezione alla regola sopra menzionata i fabbricati rurali adibiti alla vendita diretta di prodotti agricoli, che possono
essere realizzati in adiacenza alle costruzioni adibite ad uso abitativo.
• I locali di deposito delle derrate alimentari per uso zootecnico devono essere idonei a riparare le derrate stesse dalla pioggia ed a preservare la stabilità delle loro caratteristiche merceologiche e sanitarie.
B O O K S E I
35
Capitolo 3
• È vietato conservare nei luoghi di deposito e di conservazione delle
derrate alimentari per uso zootecnico anticrittogamici, insetticidi,
erbicidi ed altri prodotti fitosanitari.
• I fienili sopraelevati devono essere dotati di parapetto di protezione
contro le cadute dall’alto ed essere accessibili in sicurezza.
• I depositi di legname da ardere, paglia, fieno, fascine, nonché di ogni
altro materiale infiammabile o esplodente sono soggetti alle norme
vigenti per la prevenzione degli incendi.
• Il box per cani, da intendersi come struttura comprensiva anche dell’area di pertinenza recintata, qualora esistente, deve essere ubicato
ad una distanza non inferiore ai 10 metri lineari dall’abitazione di
terzi più vicina.
B O O K S E I
36
Capitolo 4
CAPITOLO 4
Bookse n. 6
Norme
ambientali
Vademecum
e di gestione
sui
agronomica
Mangimidegli
effluenti
GLI EFFLUENTI LIQUIDI
E PALABILI DELL’ALLEVAMENTO
D.Lgs. 152/99
• Effluenti liquidi
Definizione di liquami zootecnici
Si definisce liquame zootecnico l’effluente di allevamento, non palabile,
derivante dalla miscela di feci, urine, residui alimentari, perdite di abbeverata, acque di veicolazione delle deiezioni.
Sono assimilati al liquame, se provenienti dall’attività di allevamento:
a) i liquidi di sgrondo percolati da materiali palabili in fase di stoccaggio;
b) i liquidi di sgrondo percolati da accumuli di letame;
c) le frazioni non palabili di effluenti zootecnici, da destinare all’utilizzazione agronomica, derivanti dal trattamento di effluenti zootecnici;
d) i liquidi di sgrondo percolati dai foraggi insilati.
B O O K S E I
37
Capitolo 4
• Effluenti palabili
Definizione di effluenti di allevamento palabili
Si definiscono effluenti di allevamento palabili le deiezioni del bestiame,
o una miscela di lettiera e di deiezioni di bestiame, anche sotto forma di
prodotto trasformato, in grado, se disposte in cumulo su platea, di mantenere nel tempo la forma geometrica loro conferita.
LA NORMATIVA VIGENTE
Il D.Lgs. 152/99, come coordinato dal successivo D.L.vo 258/00, definisce “effluenti di allevamento” tutte le deiezioni animali, solide o liquide che esse siano.
Tali deiezioni sono destinate all’utilizzo agronomico, anch’esso definito
dal sopraccitato D.Lgs. 152/99 all’art. 2, comma 1, lettere n) ed n-bis)
quale “…gestione di effluenti di allevamento dalla loro produzione all’applicazione sul terreno mediante spandimento superficiale, iniezione nel
terreno, interramento, mescolatura con gli strati superficiali, finalizzata
all’utilizzo delle sostanze nutritive ed ammendanti nei medesimi contenute ovvero al loro utilizzo irriguo o fertirriguo”.
L’utilizzo agronomico non è indiscriminato: esso deve essere effettuato su terreni in connessione funzionale con l’allevamento entro un
limite massimo di apporto pari a kg. 340 di Azoto per ettaro (art. 28,
comma 7, lettera b).
Ai sensi dei sopraccitati D.Lgs. vi la distribuzione sul terreno per l’utilizzo agronomico è soggetta a comunicazione al Sindaco (art. 38, comma 1).
L’attuazione di detti Decreti è comunque legata alla normativa di recepimento regionale degli stessi mediante Regolamento locale che alla
data della stesura del presente documento non è ancora stato emanato.
Pertanto, nelle more del recepimento regionale, conserva efficacia la L.
319/76 (legge Merli) che regolamenta esclusivamente lo smaltimento dei
liquami e ne richiede, per l’effettuazione, l’autorizzazione sindacale. Tale
legge non fa riferimento al quantitativo di Azoto prodotto dall’azienda
zootecnica, bensì definisce il carico massimo di carne per ettaro, precisato in t. 4, che può essere sostenuto dal fondo connesso con l’allevamento
B O O K S E I
38
Capitolo 4
ai fini dell’ottenimento dell’autorizzazione allo smaltimento stesso.
Risulta quindi importante la definizione delle caratteristiche fisiche dell’effluente, in quanto ad esse è ancora legata la tipologia dell’iter autorizzativo. (vedi schema pag. 21)
Gli effluenti: risorsa o rifiuto
Il D.Lgs. 22/1997 (normativa-quadro in materia di rifiuti), all’art. 7,
comma 3, lettera a) prevede quali “rifiuti speciali” quelli derivanti da attività agricole ed agro-industriali, ricomprendendo in tale accezione gli
effluenti di allevamento.
Lo stesso D.Lgs. al successivo art. 8, comma 1, lettera c) esclude dal proprio campo di applicazione “le materie fecali e le altre sostanze naturali
non pericolose utilizzate nell’attività agricola”, a condizione che l’utilizzo
di tali materie e sostanze sia disciplinato da specifiche disposizioni di legge.
In tal senso il D.Lgs. 152/99 che contempla, come già descritto, l’utilizzo agronomico degli effluenti di allevamento, dalla loro produzione
all’applicazione sul terreno, prevede anche, all’art. 38, comma 2), tramite adozione di apposito decreto interministeriale e successivi recepimenti regionali, la definizione delle norme tecniche, in specifica ed autonoma disciplina, alle quali sottoporre tale pratica di utilizzo agronomico. Precisa altresì (art. 62, commi 7 e 10) che fino all’entrata in vigore di
tali norme di attuazione l’utilizzo agronomico possa essere effettuato nel
rispetto delle specifiche disposizioni regionali (qualora esistenti) e delle
prescrizioni tecniche della Delibera CIA 4 febbraio 1977 (criteri, metodologie e norme tecniche generali di applicazione della L. 319/76).
Ne consegue che tutte le fasi della gestione degli effluenti di allevamento, dalla produzione all’applicazione sul terreno, ivi compresi
deposito e trasporto, si devono considerare escluse dal campo di
applicazione del D.Lgs. 22/97 purchè sia dimostrabile l’effettivo utilizzo agronomico degli effluenti secondo le modalità previste dalle
relative norme vigenti.
Si ritiene opportuno evidenziare che la dimostrazione dell’effettivo utilizzo agronomico passa anche attraverso la documentata disponibilità di
titolo adeguato ad effettuare le operazioni di spargimento sui fondi interessati. Oltre alla proprietà sono considerati a tutti gli effetti validi l’affitto ed il comodato. Come pure le convenzioni, all’uopo stipulate con
proprietari/conduttori di fondi terzi che sottoscrivono la disponibilità
alla concimazione di precisati fondi con effluenti di allevamento e ne
subordinano la coltivazione da attuare.
B O O K S E I
39
Capitolo 4
LA VALUTAZIONE AGRONOMICA DEGLI EFFLUENTI
GLI EFFLUENTI LIQUIDI
Illustrato, ai sensi del D.Lgs. 152/99 all’art.2, comma 1, lettera u), come
la concimazione organica con gli effluenti di allevamento rappresenti
anche sotto l’aspetto normativo un mezzo consentito, oltre che economico e razionale, per apportare al terreno gli elementi di fertilità, risulta
importante l’oculata gestione della risorsa “effluenti” in modo da trarne
il maggior beneficio possibile e contenerne gli aspetti indesiderati.
Allo scopo si rende dunque fondamentale:
a) La cura della corretta concentrazione delle deiezioni: ogni diluizione
(sprechi di abbeverata, sistemi di pulizia obsoleti con utilizzo di volumi abnormi di acqua, apporti di acqua piovana) oltre che interferire
negativamente sulla maturazione del prodotto, influisce sui costi dello
stoccaggio (sovradimensionamento dei bacini) e dello smaltimento
agronomico.
b) Il realizzo di manufatti di stoccaggio adeguatamente dimensionati
per consentirne un congruo periodo di conservazione: la distribuzione degli effluenti deve sempre essere funzionale alle coltivazioni del
fondo.
Pertanto un dimensionamento dello stoccaggio di almeno 180 giorni consente di stare al passo con i tempi di coltivo dei seminativi
apportando al terreno i nutrienti richiesti dalla coltura nei tempi e
nei modi più opportuni evitando di utilizzare il fondo stesso solo ai
fini dello smaltimento.
c) La pratica di operazioni di omogeneizzazione ed ossigenazione
della massa:
• l’omogeneizzazione consente di ottenere una massa di effluente con
caratteristiche chimico-fisiche pressocchè costanti. Ne sarà avvantaggiata la gestione della massa stessa a livello di stoccaggio (si evita
il progressivo addensamento della massa ed il conseguente discapito
nelle operazioni di movimentazione e carico) e la maggior precisione
della concimazione intesa come apporto di unità fertilizzanti;
• l’ossigenazione (= aerazione delle deiezioni e contemporanea
miscelazione) consente di accelerare la maturazione della massa
dell’effluente, stabilizzando considerevolmente la sostanza organica
B O O K S E I
40
Capitolo 4
ed impedendo lo sviluppo di fermentazioni anaerobiche di tipo
putrefattivo, responsabili in buona misura degli odori molesti al
momento della distribuzione. Una maggior efficacia di trattamento
ed una minore spesa energetica possono essere ottenute mediante
la tecnica di separazione liquido-solido con allontanamento del
carico più difficilmente biodegradabile.
d) La predisposizione di un razionale piano di concimazione: ogni coltivazione ha i propri fabbisogni che vanno soddisfatti sapendo che
l’eccesso di apporto, analogamente al difetto di apporto, risulta controproducente per la produzione sia a livello della quantità prodotta
quanto della qualità stessa del prodotto.
Va doverosamente evidenziata anche la possibilità alternativa di sottoporre
gli effluenti liquidi al trattamento anaerobico, a suo tempo particolarmente enfatizzato per la produzione di biogas il quale, trasformato a sua volta
in energia elettrica, avrebbe potuto soddisfare i fabbisogni energetici dell’azienda stessa e costituire fonte di reddito qualora ceduto all’ENEL. In
realtà, in aziende caratterizzate da bassi consumi enegetici, i tempi di ritorno degli investimenti hanno dimostrato la scarsa convenienza del citato
investimento finalizzato alla produzione di energia elettrica.
Persiste comunque l’opportunità di ricoprire i bacini di stoccaggio sia per
contenere gli odori molesti quanto per ridurre le emissioni di ammoniaca. In ogni caso il sistema anaerobico, pur consentendo l’ottenimento di
liquami sufficientemente stabilizzati, non garantisce un livello di deodorizzazione pari a quello riscontrabile con il trattamento aerobico.
Il Codice di Buona Pratica Agricola, approvato con Decreto
Ministeriale del 19 aprile 1999, costituisce in merito il riferimento normativo specifico ed essenziale per il corretto utilizzo degli effluenti
liquidi di allevamento.
GLI EFFLUENTI SOLIDI
Per questa categoria di effluenti all’aspetto fertilizzante vanno aggiunte,
il letame bovino su tutti, indiscusse interazioni positive sul suolo sia sotto
il profilo delle sue caratteristiche fisico-meccaniche (potere ammendante), quanto sulla possibilità di correggerne eventuali anomalie di reazione
e di favorirne l’attività microbica (potere correttivo).
Va comunque precisato che è notevole la differenza di comportamento sul
B O O K S E I
41
Capitolo 4
suolo da parte dei vari effluenti solidi palabili. Infatti, mentre il letame
bovino e le lettiere con supporto cellulosolitico subiscono una degradazione batterica sufficientemente veloce, le lettiere con supporto di materiali ricchi di lignina (trucioli e segatura) sono di degradabilità più lenta e
stimolano la formazione di composti organici meno importanti per la fertilità del suolo (acidi fulvici anziché humici). Per entrambe le tipologie di
effluente si deve considerare, agli effetti della concimazione azotata, un
periodo di cessione piuttosto lungo dell’azoto (almeno 2-3 anni).
Per contro la pollina (deiezioni avicole di animali allevati in gabbia, senza
supporto di lettiera) mette a disposizione la quasi totalità dell’azoto già
dal primo anno di somministrazione, con efficacia paragonabile ai concimi di sintesi; il suo effetto residuo risulta essere blando e quello strutturale praticamente insignificante.
Per i materiali palabili è necessario provvedere lo stoccaggio in apposite concimaie, realizzate su platee impermeabilizzate, dotate di cordolo perimetrale
e provviste di adeguati pozzettoni di raccolta del percolato. La formazione di
cumuli di altezza non superiore a 2 metri, eventualmente oggetto di rimescolamento, garantiscono buone condizioni di maturazione e lo sviluppo di
temperature sufficientemente elevate per il controllo dei germi patogeni.
Come previsto dal Codice di Buona Pratica Agricola, il periodo di stoccaggio delle lettiere (di paglia, stocchi, segatura e trucioli) e dei materiali
solidi palabili può essere più contenuto (si consiglia comunque un periodo di 90-120 giorni). Per loro caratteristiche fisiche detti effluenti sono
caratterizzati da maggior compatibilità ambientale e si prestano ad una
gestione meno vincolante rispetto agli effluenti liquidi.
Possono essere distribuiti sui prati anche nel periodo invernale, come
pure non esistono controindicazioni per lo stoccaggio temporaneo, in
attesa dello spargimento, sul terreno nudo (con necessaria apposizione di
telo o manufatto impermeabilizzante in caso di terreni ad elevata permeabilità). In caso di stoccaggio temporaneo si deve prevedere l’isolamento dalla rete idrico-scolante mediante solco o dosso di contenimento
perimetrale del cumulo e la copertura dello stesso al fine di evitare fenomeni di ruscellamento per effetto delle precipitazioni atmosferiche.
B O O K S E I
42
Capitolo 4
LA QUANTIFICAZIONE DELLE PRODUZIONI DI EFFLUENTE
Nella sottostante tabella sono indicati, in via orientativa stante la possibilità di adozione di disparate soluzioni di allevamento, i volumi di effluente
prodotti unitariamente dalle principali categorie di animali d’allevamento.
I valori indicati si riferiscono ad ambienti e gestioni di allevamento
rispettivamente progettati e programmati secondo il criterio delle
migliori tecniche disponibili (MTD), così come previsto dal D.Lgs.
372/99 recante “Attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzioni integrate dell’inquinamento”.
Tabella 5
Categoria di animali
gestione della stabulazione
liquame letame
mc/mese mc/mese
con lettiera
senza lettiera
con lettiera
senza lettiera
asporto ogni 3 mesi
asporto ogni 1-2 mesi
scarico continuo
0,45
1,50
0,60
1,50
0,55
0,55
0,40
–
1,40
1,70
0,80
0,20
0,30
–
1,00
0,90
su lettiera
su grigliato
0,04
0,40
0,30
–
Suini
scrofe in ciclo (ciclo aperto 25 kg.) su grigliato
scrofe in ciclo (ciclo chiuso 155 kg.) su grigliato
ingrasso (kg. 25-155)
su grigliato
0,76
2,33
0,20
–
–
–
Categoria animali
mc/anno
mc/anno
Vacche da latte (p.m. kg.600)
stabulazione fissa
stabulazione libera a cuccette
stabulazione libera a lettiera
Bovini da rimonta e vitelloni (p.m. kg. 400)
stabulazione libera in box
su grigliato
su lettiera totale
su lettiera solo in zona riposo
Vitelli (p.m. kg. 150)
svezzamento
1,60
–
0,90
Avicoli da carne
lettiera per 100 posti pollo
lettiera per 100 posti tacchino
(5 cicli/anno)
(2,3 cicli/anno)
–
–
3,20
2,40
Galline ovaiole
pollina per 100 posti ovaiola
(1 ciclo/anno)
8,50
–
Conigli
per foro-fattrice
(1 foro-fattrice = 1,2 fattrici)
1,62
B O O K S E I
43
Capitolo 4
Tabella 6
CARATTERISTICHE CHIMICHE DI LIQUAMI PRODOTTI DA DIVERSE
SPECIE ANIMALI
Specie
animali
Sostanza
Secca
(% t.q.)
Solidi
Volatili
(% SS)
Bovini
da latte
10-16
75-85
3,9-6,3
1,0-1,6
3,2-5,2
40-70 ©
150-750 ©
Bovini
da carne
7-10
75-85
3,2-4,5
1,0-1,5
2,4-3,9
40-70 ©
150-750 ©
0,6-2,9 (d)
60-75
1,3-3,1
0,1-1,8
0,4-1,7
30-60
600-1100
Suini
1,5-6,0
65-80
1,5-5,0
0,5-2,0
1,0-3,1
250-800 600-1000(e)
Ovaiole
19-25
70-75
10-15
4,0-5,0
3,0-7,5
40-130
Vitelli carne
bianca
Azoto (a) Fosforo (b) Potassio (b)
Rame
(kg.t (kg.t(kg.t(mg. kg-1
1 t.q.)
1 t.q.)
1 t.q.)
SS)
Zinco
(mg.kg-1
SS)
390-490
“Manuale reflui zootecnici”
(a) si intende l’azoto (N) totale Kjeldahal che comprende N organico più N ammoniacale.
(b) Rispettivamente come fosforo (P) totale e potassio (K) totale. Per trasformare il valore indicato di P in anidride fosforica (P2O5) occorre moltiplicare per il fattore 2,29.
Per trasformare il valore indicato di K in ossido di potassio (K2O) occorre moltiplicare per il fattore 1,21.
(c) Fonti: C.R.P.A.; Mees Veerdinne, K. et al. 1980 - Effluents from Livestock, Applied
Sc. Publ., London, p. 400; Van den Meer, H.G. et al., 1987 - Animal manure on grassland and fodder crops. Fertilizer or wastes?, Martinus Nijhoff Publ., Dordrecht, p.
140; AAVV, 1984 - L’elevage porcine et l’environment, ITP-GIDA, Paris, p. 70.
(d) Fonti: C.R.P.A.; Veneri, A., 1990 - Informatore Zootecnico, 37 (13) p. 27-32.
(e) Per le fasi di svezzamento e magronaggio sono stati determinati valori più elevati,
sino a 2400 mg.kg - 1 SS.
B O O K S E I
44
Capitolo 4
Tabella 7
QUANTITÀ DI AZOTO, FOSFORO, POTASSIO, RAME, ZINCO NEI REFLUI
PRODOTTI IN UN ANNO DALLE VARIE SPECIE ANIMALI
(elaborazioni da AA.VV.)
Specie
animali
Azoto
(kg.t -1pv)
Fosforo
(kg.t -1pv)
Potassio
(kg.t -1pv)
Rame
(kg.t -1pv)
Zinco
(kg.t -1pv)
Bovini da latte
120-165
33-42
93-138
0,1-0,3
0,6-3,0
Vitelloni
88-150
36-49
81-96
0,1-0,2
0,4-1,9
Vitelli carne bianca
186-256
60-85
54-124
0,1-0,2
1,4-2,7
Suini
142-175
46-60
89-114
0,5-1,6
1,2-2,0
Ovaiole in gabbia
263-380
99-134
99-198
0,2-0,8
2,2-2,8
Boiler
209-328
76-181
38-114
0,1-0,5
0,6-1,2
“Manuale reflui zootecnici”
Tabella 8
CARATTERISTICHE DEI LETAMI E DI ALTRI MATERIALI PALABILI
PRODOTTI DA DIVERSE SPECIE ZOOTECNICHE
Tipo
materiale
Sostanza secca Solidi volatili
Azoto
Fosforo
Potassio
(% t.q.)
(% SS)
(kg.t -1 t.q.) (kg.t -1 t.q.) (kg.t -1 t.q.)
Letame bovino
20-30
75-85
3-7 (a)
0,4-1,7 (a)
3,3-8,3 (a)
Letame suino (b)
25
70
4,7
1,8
4,5
Letame suino (lettiera profonda)
42
78
8,2
9,5
12
60-80
75-85
30-47
13-25
14-17
Lettiera esausta polli da carne
Lettiera esausta faraone da carne
80
75
35
13
15
Letame ovino
22-40
70-75
6-11
0,7-1,3
12-18
Compost da lettiera bovine ©
35-60
40-50
9-13
3-5
14-23
Compost da frazione
solida suina
40-80
40-70
14-23
22-25
4-7
Compost da pollina
(con paglia) (d)
50-70
55-60
10-20
10-16
–
Pollina preessiccata
50-85
60-75
23-43
9-15
14-25
Toderi, G., 1991 - Guida all’uso razionale dei prodotti chimici. Schede di orientamento.
Barbabietola da zucchero, Ager, Roma.
AA.VV., 1984 - L’elevage porcine et l’environment, ITP-GIDA, Paris, p. 70.
Ottenuto da letame proveniente dall’area di riposo di stalle con stabulazione libera a lettiera permanente e dalla miscela di questo con liquami in rapporto di 2,3:1 e 1,5:1 in peso.
Ottenuto da una miscela di paglia e pollina in rapporto 1:10 in peso.
B O O K S E I
45
Capitolo 4
ASPETTI PROGETTUALI E COSTRUTTIVI DEGLI STOCCAGGI
• Stoccaggio di effluenti liquidi
Collocazione
Nel rispetto delle norme urbanistiche ed edilizie, i contenitori per lo stoccaggio e la maturazione dei liquami zootecnici devono essere collocati in siti,
posti possibilmente sottovento, che distino almeno 25 metri dalle abitazioni
di terzi ed almeno 50 metri da pozzi o cisterne per l’acqua potabile.
Dimensioni
È bene evitare la costruzione di stoccaggi eccessivamente grandi in quanto influenzano negativamente la gestione dell’effluente. La dimensione
ottimale si colloca tra i 1.000 e 2.000 mc. con avvertenza di non superare
lo stoccaggio di 3.000 mc. per bacino. Esigenze superiori possono essere
risolte realizzando più bacini, tra loro connessi ma separati.
Tenuta
Il bacino di stoccaggio deve essere assolutamente impermeabilizzato sia
per impedire la fuoriuscita di prodotto quanto per impedirne l’infiltrazione di acqua da falda. Il primo aspetto è responsabile di inquinamento
ambientale, il secondo, determinando diluizione della massa di effluente
ne condiziona la maturazione e costringe inoltre a maggiori costi di svuotamento delle vasche. Per tale aspetto, su terreni ad elevato livello di
falda, sono preferibili le vasche fuori terra in quanto sufficientemente
sopraelevate rispetto al livello di falda stesso.
Forma
La forma da privilegiare è quella circolare per i bacini di dimensioni contenute, mentre è preferibile la scelta della forma ellittica per quelli di consistenza elevata ( > 1.500 mc).
Altezza
La possibilità di realizzare stoccaggi con pareti di altezza di almeno 3,50
metri, consente di limitare la superficie del manufatto, con beneficio in
fatto di riduzione della superficie d’impluvio. Per quest’ultima motivazione sono da preferire le soluzioni con pareti verticali piuttosto che quelle a pareti oblique.
Predisposizione alla pulizia
Le vasche, soprattutto se di dimensioni notevoli, vanno progettate tenendo
B O O K S E I
46
Capitolo 4
conto della possibilità di accesso all’interno del bacino per l’esecuzione
di manutenzioni straordinarie, per l’effettuazione di disinfezioni globali
del centro di allevamento, per la modifica e l’aggiornamento degli
impianti presenti.
Materiali di costruzione
È possibile ricorrere al tradizionale getto in calcestruzzo come pure all’utilizzo di soluzioni con pannelli prefabbricati. Questi ultimi sono oggetto
di buon interesse sia per la velocità di esecuzione delle opere quanto per
la duttilità d’impiego (previo recupero) in caso di variazioni delle esigenze di stoccaggio. In forma circolare sono disponibili anche vasche con
pareti laterali in lamiera di acciaio inox o vetrificato (soluzione poco
adottata).
• Stoccaggio di effluenti palabili
Per lo stoccaggio delle deiezioni solide bisogna disporre di una platea
adeguatamente impermeabilizzata, con basamento in c.a. e di un pozzettone a tenuta per la raccolta della frazione liquida.
La forma della platea varia sia in relazione all’allevamento cui è asservita
quanto alla tipologia di attrezzatura utilizzata. Pertanto se l’allevamento
è la stalla delle vacche da latte con trasporto del letame effettuato con l’elevatore classico, la platea dovrà avere forma rettangolare e potrà essere
interrata o mantenuta a livello terreno; per contro se si utilizzano trasportatori in condotta (pompa a pistone) la platea sarà di forma quadrata ed il manufatto dovrà essere interrato.
Nel caso di stoccaggi di lettiere avicole, essa sarà aperta su almeno un
lato, realizzata a filo terreno con spalle di contenimento di almeno 2 metri
di altezza e pendenza della platea verso il fronte maggiore chiuso.
Per quanto concerne il dimensionamento della platea e del pozzettone si
tenga in evidenza che:
– l’allevamento bovino da latte determina una produzione di letame
annua pari a circa 20 volte il peso vivo presente in stalla (peso specifico: circa kg. 900/mc.); i liquami sono pari a 10 volte il peso vivo allevato. Nel calcolo dei liquami si deve inoltre considerare l’apporto
delle acque meteoriche variabile nella pianura friulana in 1.2001.600/mm/anno.
– l’allevamento avicolo produce annualmente una quantità di lettiera
pari alla carne prodotta (con peso vivo medio unitario commercializzato di 3-3,2 kg. per il pollo e di 9,5 kg. per il tacchino).
B O O K S E I
47
Capitolo 4
La lettiera non produce quantità apprezzabili di percolati. Per contro si
devono considerare gli apporti meteorici che soprattutto in occasione di
copiose precipitazioni superano la capacità di imbibimento del truciolo e
vanno raccolti separatamente. Raramente comunque si arriva a raccogliere, separatamente, il 20-25 % della quantità di acqua derivata dalle precipitazioni.
LE MODALITÀ PER L’UTILIZZO AGRONOMICO
Il trasporto
Il trasferimento degli effluenti liquidi dalle vasche di stoccaggio al fondo
agricolo può essere effettuato in varie modalità evidentemente correlate
alla dislocazione del centro di allevamento nel corpo dell’azienda agricola.
Nelle condizioni ottimali si può quindi prevedere il trasferimento mediante conduttura fissa in tubatura di PVC a barre, ovvero, pratica più diffusa,
con il trasporto a mezzo semovente o trainato, omologato allo scopo.
Per quanto concerne i materiali palabili essi vanno trasportati con rimorchi a cassone più o meno attrezzati con fondo mobile e sistema di dispersione ad aspo (letame) o a trabatto (lettiere avicole).
La distribuzione
La distribuzione degli effluenti va regolata con un piano di concimazione opportunamente redatto considerando:
– il contenuto in elementi nutritivi dell’effluente;
– i fabbisogni della coltura da fertilizzare;
– le caratteristiche della fertilità residua del terreno;
– gli apporti atmosferici;
– le perdite da dilavamento o percolazione.
La distribuzione dei liquami potrà avvenire mediante utilizzo di impianti fissi ovvero di mezzi mobili frequentemente rappresentati da irrigatori semoventi con barra di distribuzione a bassa pressione (irrigazione
sottochioma) o provvista di tubi striscianti per la distribuzione sul terreno, come pure da carri botte attrezzati con dispositivi per l’interramento dei liquami stessi.
In ogni modo va evitata la distribuzione per aspersione o comunque in
grado di indurre la dispersione di aerosol nell’ambiente con conseguenze
di natura sanitaria oltre che di disturbo per l’emanazione di cattivi odori.
B O O K S E I
48
Capitolo 4
I Regolamenti Comunali possono comunque prescrivere particolari
avvertenze nella pratica della concimazione con effluenti di allevamento
in considerazione della dislocazione urbanistica dei fondi agricoli interessati agli smaltimenti, delle caratteristiche pedologiche del territorio e
della vulnerabilità dello stesso.
Pertanto è sempre opportuno, preliminarmente alle effettuazioni di
spargimento di liquami, consultare l’ufficio ambiente dell’amministrazione locale interessata e richiederne l’autorizzazione all’utilizzo. Il
provvedimento permissivo che autorizza l’utilizzazione agronomica dei
liquami, ovvero il diniego motivato dell’autorizzazione viene rilasciato
dal Comune entro il termine di 60 giorni dall’istanza. Entro tale periodo
l’Ente Locale può acquisire il parere dell’Azienda Sanitaria e del dipartimento territorialmente competente dell’A.R.P.A. (Azienda Regionale
per la Protezione dell’Ambiente).
B O O K S E I
49
Capitolo 4
EMISSIONI IN ATMOSFERA
D.P.R. 24 maggio 1988 n. 203
Adozioni criteri attuativi e fissazione valori limite di emissione
Non esistono norme e limiti imposti per la presenza diffusa di polveri
nell’ambiente, dovute alla movimentazione degli animali all’interno dei
capannoni; le polveri emesse non sono pertanto soggette a captazione,
aspirazione e convogliamento in camino.
I comparti aziendali funzionali all’attività di allevamento autorizzabili ai
fini del rispetto delle norme in materia di emissioni in atmosfera e relativa qualità dell’aria sono:
– l’attività di molitura presente comunemente negli allevamenti ed
inserita nell’allegato 2 punto 21 del D.P.R. 25/07/1991 quale attività
a ridotto inquinamento atmosferico
– molitura cereali con produzione non superiore a 1500kg/g.iter
autorizzativo semplificato;
– molitura cereali con produzione superiore a 1500 kg/g. iter autorizzativi normale;
– gli impianti di essiccazione (cereali) presenti anch’essi in diversi
impianti di allevamento ed inseriti nell’Allegato 2 del D.M. 12 luglio
1990; abbisognano di autorizzazione con iter normale.
• DPR 25 Luglio 1991: Modifiche dell’atto di indirizzo e coordinamento in materia di emissioni poco significative e di attività a ridotto
inquinamento atmosferico, emanato con D.P.C.M. in data 21 Luglio
1989;
• D.M. 12 Luglio 1990: Linee guida per il contenimento delle emissioni inquinanti degli impianti industriali e la fissazione dei valori minimi di emissione.
Indicazioni operative:
Le domande per l’autorizzazione devono essere indirizzate alla
Direzione Regionale dell’Ambiente la quale, ai fini del rilascio, chiederà
a sua volta:
B O O K S E I
50
Capitolo 4
– al Sindaco di competenza il parere igienico-sanitario (formulato dal
Servizio Igiene Pubblica dell’A.S.S.);
– all’A.R.P.A. il parere per la parte tecnologica-impiantistica-analitica
➢ Non esistono norme specifiche e limiti di tutela per la presenza di
odori.
B O O K S E I
51
Capitolo 4
VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE (V.I.A.)
La procedura della Valutazione d’Impatto Ambientale (V.I.A.) rappresenta uno strumento di controllo per assicurare che nella progettazione
di determinate tipologie di opere siano tenuti in considerazione “...gli
obiettivi di proteggere la salute e di migliorare la qualità della vita umana
al fine di contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita,
provvedere al mantenimento della varietà delle specie e conservare la capacità di riproduzione dell’ecosistema in quanto risorsa essenziale della vita,
di garantire l’uso plurimo delle risorse e lo sviluppo sostenibile”; (comma
1, lettera a) dell’art. 2 del DPR 12 aprile 1996).
Ed ancora, “...per ciascun progetto siano valutati gli effetti diretti ed indiretti sull’uomo, sulla fauna, sulla flora, sul suolo sulle acque di superficie e
sotterranee, sull’aria, sul clima, sul paesaggio e sull ‘interazione tra detti
fattori sui beni materiali e sul patrimonio culturale ed ambientale”
(comma 1, lettera b) dell’art. 2 del DPR 12 aprile 1996).
La normativa di riferimento nazionale, in ordine cronologico,
è la seguente:
L. 349/1986
Istituzione Ministero dell’Ambiente;
D.P.C.M. 27 dicembre 1988 Norme tecniche per la redazione degli
studi di impatto ambientale e la formulazione del giudizio di compatibilità di cui
all’art. 6 della L.349/1986;
L. 146/ 1994 (art. 40)
Disposizioni in materia di VIA
D.P.R. 12 aprile 1996
Atto di indirizzo e di coordinamento per
l’attuazione dell’art. 40 della L. 146/ 1994;
D.P.C.M. 3 settembre 1999 Modifiche ed integrazioni al D.P.R. 12
aprile 1996.
In questo quadro normativo nazionale si collocano i provvedimenti legislativi regionali:
L.R. 43/1990
D.P.G.R. 8 luglio 1996,
0245/Pres
B O O K S E I
52
Ordinamento della Valutazione di impatto
ambientale nella Regione Friuli Venezia
Giulia;
Regolamento di esecuzione delle norme
della Regione F.V.G. in materia di valutazione di impatto ambientale;
Capitolo 4
L.R. 13/1998
D.G.R. 31 marzo 2000,
n. 789
D.G.R. 28 agosto 2001,
n. 2780
L.R. 13/2003, art. 1
Disposizioni in materia di ambiente, territorio (art. 2, comma 2 e comma 3: istituzione servizio per la valutazione di impatto ambientale presso la Direzione
Regionale dell’Ambiente);
Indirizzi operativi in materia di valutazione
di impatto ambientale;
Indirizzi operativi in materia di valutazione
di impatto ambientale e revoca della
D.G.R. 789/2000;
Modifica all’art. 9 della L.R. 43/1990.
Spetta all’art. 18 della sopra menzionata L.R. 13/2002 porre definizione
alle soglie oltre le quali anche in ambito zootecnico i progetti vanno
assoggettati alla procedura di valutazione di impatto ambientale, rimandando all’allegato B) del D.P.R. 12 aprile 1996:
– “Impianti per l’allevamento intensivo di pollame o di suini con più
di: 40.000 posti pollame, 2000 posti suini da produzione (di oltre 30
kg), 750 posti scrofe”.
Vengono quindi superate le categorie e le soglie previste dall’Allegato al
D.P.G.R. 8 luglio 1996, n. 045/Pres. – Regolamento di esecuzione della
norme in materia di valutazione di impatto ambientale – ed il tutto viene
opportunamente riferito alla normativa nazionale.
Sotto il profilo procedurale, mentre vanno sottoposti a valutazione d’impatto ambientale tutti i progetti di cui all’Allegato A) del D.P.R. 12 aprile 1996, nonché quelli descritti nell’Allegato B) qualora ricadenti in aree
naturali protette ai sensi della L. 394/1991, per quanto riguarda i progetti di cui all’Allegato B) non ricadenti in aree naturali protette, l’autorità
competente (ai sensi della L.R. 13/1998 indicata nella Direzione
Regionale dell’Ambiente - Servizio di VIA) verifica se le caratteristiche
del progetto richiedono la procedura di valutazione d’impatto ambientale, ovvero, se il progetto dovrà solamente attenersi a precise prescrizioni
operative, verificate dagli uffici regionali competenti per materia (ARPA,
ASS, IPA ecc.).
In ogni caso l’istanza di verifica si conclude con una delibera di compati-
B O O K S E I
53
Capitolo 4
bilità ambientale ad opera della Giunta Regionale, pubblicata sul B.U.R.
(Bollettino Ufficiale Regionale).
Come desumibile dall’art. 6 del D.P.R.G. dell’8 luglio 1996, n.
0245/Pres., qualora il progetto debba effettivamente essere assoggettato alla procedura di valutazione ambientale, il proponente deve predisporre apposito studio, redatto con approccio interdisciplinare, avente
fine di illustrare gli impatti temporanei e definitivi sull’ambiente naturale ed antropico derivanti dalle opere proposte ed illustrare, inoltre, in
modo dettagliato gli eventuali interventi di mitigazione degli impatti al
fine di consentire, da parte dell’autorità competente, un esame tecnico
improntato a criteri oggettivi di scientificità ed un giudizio di compatibilità consapevole ed informato.
Lo studio deve ancora indicare le corrispondenze tra l’opera e gli strumenti vigenti di programmazione e di pianificazione territoriale generale
o di attuazione; come pure deve indicare i vincoli di qualunque natura
che possono interessare l’opera o l’intervento.
Contestualmente alla presentazione dello studio all’Amministrazione
regionale, il soggetto proponente provvede a far pubblicare su un quotidiano locale diffuso sul territorio interessato e su un quotidiano nazionale, l’annuncio dell’avvenuta presentazione, con la specificazione dell’oggetto dell’opera, di una sommaria descrizione di quest’ultima, del proponente della stessa e della localizzazione dell’intervento.
Una volta concluso l’iter previsto dalla VIA, il progetto viene infine presentato all’Autorità Amministrativa locale per il rilascio delle concessioni/autorizzazione edilizie del caso.
B O O K S E I
54
Capitolo 4
VALORI DI SOGLIA MASSIMA INDICATI PER ALCUNI GAS PRESENTI
NEGLI ALLEVAMENTI
• AMMONIACA
– Valore di soglia massima consigliato: 20 ppm (fonte CIGR
Commission International du Genie Rural, 1994)
– Valore massimo (per lavoratori, brevi esposizioni) 35 ppm (ACGIH,
American Conference of Governmental Industrial Hygienists)
– Esposizione prolungata (8 ore per i lavoratori, 24 ore per gli animali):
10 ppm (CRPA, Centro Ricerche Produzioni Animali, 1995)
• ANIDRIDE CARBONICA
– Valore di soglia massimo consigliato: 3000 ppm (fonte CIGR
Commission International du Genie Rural, 1994)
– Valore massimo (per i lavoratori, brevi esposizioni): 30000 ppm
(ACGIH, American Conference of Governmental Industrial
Hygienists)
– Esposizione prolungata (8 ore per i lavoratori, 24 ore per gli animali)
2500 ppm (CRPA, Centro Ricerche Produzioni Animali, 1995)
• ACIDO SOLFIDRICO
– Valore di soglia massimo consigliato: 0,5 ppm solo per brevi periodi(fonte CIGR Commission International du Genie Rural, 1994)
– Valore massimo (per i lavoratori, brevi esposizioni): 15 ppm
(ACGIH, American Conference of Governmental Industrial
Hygienists)
– Esposizione prolungata (8 ore per i lavoratori, 24 ore per gli animali)
2,5 ppm (CRPA, Centro Ricerche Produzioni Animali, 1995).
B O O K S E I
56
Capitolo 4
SMALTIMENTO DI CONTENITORI CONTENENTI MEDICINALI AD USO
ZOOTECNICO
Il D.Lgs 22/97 all’art. 7 classifica i rifiuti secondo la loro provenienza in
rifiuti urbani e rifiuti speciali e secondo la caratteristica pericolosità in
pericolosi e non pericolosi.
Per quanto attiene l’origine sono da considerarsi rifiuti speciali quelli
derivanti dalle attività agricole e sono considerati speciali pericolosi
quelli inseriti nell’allegato D del medesimo Decreto e ora contraddistinti con un asterisco (*).
• Il Decreto Ministeriale 26 giugno 2000 n. 219 ha precisamente individuato quali sono i rifiuti provenienti da attività veterinaria identificabili sia come speciali pericolosi o come speciali potenzialmente assimilabili a quelli urbani ai fini della gestione (consegna, raccolta, trattamento e smaltimento).
• I contenitori vuoti di farmaci veterinari, nell’allegato I di cui all’art. 2,
comma 1, lettera a), aventi codice CER 180203 (rifiuti la cui raccolta
e smaltimento non richiede precauzioni particolari in funzione della
prevenzione di infezioni), sono classificati come rifiuti speciali assimilati agli urbani se conformi alle caratteristiche di cui all’art. 5 sempre
del medesimo decreto ministeriale.
• L’art. 5 promuove la riduzione dei rifiuti da avviare allo smaltimento
promuovendo il recupero degli stessi anche tramite raccolte differenziate a condizione che i contenitori non siano visibilmente contaminati da materiale biologico (sangue, liquidi, ecc.).
• La Direttiva Comunitaria 9 aprile 2002, attinente al nuovo elenco
europeo dei rifiuti, ha classificato tali materiali nella categoria 1501
(imballaggi in plastica, legno, metallo, vetro, misti, composti, carta e
cartone).
Indicazioni operative:
Dalla sintetica esamina della normativa sopra riportata, si ipotizza che i
contenitori vuoti di medicinali ad uso veterinario, se accuratamente lavati/sterilizzati e non contenenti sangue o altri liquidi biologici tali da renderli pericolosi, possano essere smaltiti tramite la raccolta dei rifiuti urbani nel rispetto dei Regolamenti Comunali che disciplinano tale servizio.
Rimangono in ogni caso applicabili eventuali altri obblighi previsti dal
D.Lgs. 22/97.
B O O K S E I
57
Capitolo 4
NORMATIVA AMBIENTALE DI INTERESSE ZOOTECNICO
• T.U.LL.SS. R.D. 27 luglio 1934 n. 1265
(Approvazione del testo unico delle leggi sanitarie)
➢ Art. 216 e 217 sulle industrie insalubri;
➢ Art. 233, 234, 235 e 236 sulle stalle e concimaie;
• Legge 10 maggio 1976 n. 319
(Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento).
• Delibera Comitato Interministeriale del 4 febbraio 1977
(Criteri, metodologie e norme tecniche generali di cui all’art. 2, lettera b), d) ed e), della L. 10 maggio 1976 n. 319, recante norme per
la tutela delle acque dall’inquinamento)
➢ Art. 2.3 “smaltimento sul suolo…”.
• D.M. 12 Luglio 1990
(Linee guida per il contenimento delle emissioni inquinanti degli
impianti industriali e la fissazione dei valori minimi di emissione).
• D.P.R. 25 Luglio 1991
(Modifiche dell’atto di indirizzo e coordinamento in materia di emissioni poco significative e di attività a ridotto inquinamento atmosferico, emanato con D.P.C.M. in data 21 Luglio 1989).
• L. R. 19 novembre 1991 n. 52
(Norme generali in materia di pianificazione territoriale ed urbanistica).
• D.Lgs. 5 febbraio 1997 n. 22
(Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui
rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio).
• D. M. 5 febbraio 1998
(Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure
semplificate di recupero ai sensi degli articoli 31 e 33 del D.Lgs. 5
febbraio 1997, n. 22).
• D. M. 19 aprile 1999
(Approvazione del codice di buona pratica agronomica).
B O O K S E I
58
Capitolo 4
• D.Lgs. 11 maggio 1999 n. 152
(Disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle
acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole; sostituisce la legge Merli)
➢ Art. 2 definizioni;
➢ Art. 28 criteri generali;
➢ Art. 37 impianti di acquacoltura;
➢ Art. utilizzazione agronomica.
• Legge Regionale 3 luglio 2000 n. 13
➢ Art. 6 (piani regolatori) modificata dalla L.R. 30/04/2003 n. 12 art. 15.
• Proposta di Regolamento Comunale di Polizia Rurale redatto dalla
Provincia di Pordenone.
• Regolamenti locali.
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Capitolo 5
CAPITOLO 5
Bookse
n. 6
Norme
diVademecum
prevenzione e
sui degli
sicurezza
Mangimi
operatori
in ambito
zootecnico
Corposa è la normativa legata alla tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro, l’azienda agricola può rivelarsi un ambiente alquanto pericoloso per gli operatori e per questo soggetto, a particolare attenzione.
Vengono riportati i criteri che più interessano l’azienda zootecnica.
CRITERI DI VALUTAZIONE SPISAL DI CARATTERE GENERALE
Posti di lavoro e passaggio
Art. 11 c.1 del D.P.R. 547/55 modificato dall’art.33 c.13 del D.Lgs. 626/94
I posti di lavoro e passaggio devono essere idoneamente difesi contro
la caduta o l’investimento da parte di macchinari, attrezzi, materiali,
imballi di foraggio ecc; in caso di impossibilità di adozione di mezzi
tecnici, si devono approntare misure o cautele adeguate;
Art. 11 c. 3 del D.P.R. 547/55 modificato dall’art. 33 c. 13 del D.Lgs. 626/94
I posti di lavoro, le vie di circolazione e altri luoghi o impianti all’aperto utilizzati o occupati dai lavoratori durante le loro attività devo-
B O O K S E I
61
Capitolo 5
no essere concepiti in modo tale che la circolazione dei pedoni e dei
veicoli possa avvenire in modo sicuro.
Art. 11 c.6 del D.P.R. 547/55 modificato dall’art.33 c.13 del D.Lgs 626/94
I luoghi di lavoro all’aperto devono essere opportunamente illuminati con luce artificiale quando la luce del giorno non è sufficiente.
Vie di circolazione
Art. 8 c.1 del D.P.R. 547/55 come sostituito dall’art. 33 c.3 del D.Lgs 626/94
Le vie di circolazione, comprese scale, banchine e rampe di carico,
devono essere progettate in modo che i pedoni ed i veicoli possano
utilizzarle in piena sicurezza e che i lavoratori operanti nelle vicinanze non corrano alcun rischio.
Art. 8 c.2 D.P.R. 547/55 come sostituito dall’art. 33 c.3 del D.Lgs 626/94
Il calcolo delle dimensioni delle vie di circolazione dovrà essere riferito al numero potenziale dei circolanti calcolati secondo i parametri
caratteristici della produzione zootecnica, o nel caso in cui quanto
sopra non sia previsto, in funzione degli utenti.
art. 8 del D.P.R. 547/55 come sostituito dall’art. 33 c.3 del D.Lgs 626/94
Qualora sulle vie di circolazione siano utilizzati mezzi di trasporto,
dovrà essere delimitato un passaggio sicuro per i pedoni.
Servizi
Art. 39 D.P.R. 303/56
Deve essere realizzato almeno un servizio igienico distinto per sesso,
con finestra, comprensivo di antibagno.
Art. 40 D.P.R. 303/56
Date le caratteristiche dell’attività lavorativa si chiede la costruzione
di uno spogliatoio.
Art.li 37 e D.P.R. 303/56
Deve essere realizzata una doccia ogni 5 addetti o frazioni inferiori,
contigua allo spogliatoio (trattasi di lavoro insudiciante).
Impianti
Titolo VII del D.P.R. 547/55 e art. 7 della L. 05/03/1990 n. 46
Tutti gli impianti connessi e funzionali all’allevamento e quelli ausiliari, devono essere costruiti a regola d’arte.
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62
Capitolo 5
Materiali
Art. 7 c. 1 lettera d del D.P.R. 303/56
I materiali di intonaco devono essere atossici, facilmente pulibili per
ottenere adeguate condizioni di igiene.
Pavimenti
Art. 10 del D.P.R. 547/55
Le aperture esistenti nel suolo o nel pavimento dei luoghi o degli
ambienti di lavoro o di passaggio, comprese le fosse ed i pozzi, devono essere provviste di solide coperture e di parapetti atti ad impedire
la caduta di persone. Quando dette misure non siano attuabili, le
aperture devono essere munite di apposite segnalazioni di pericolo;
Per le finestre sono consentiti parapetti di altezza non inferiore di cm
90 quando non vi siano condizioni di pericolo.
Scale
Art. 16 del D.P.R. 547/55 - UNI 10804/99
I gradini delle scale fisse, devono avere pedata ed alzate dimensionate a regola d’arte e larghezza adeguata alle esigenze del transito; dette
scale ed i relativi pianerottoli devono essere provvisti, sui lati aperti,
di parapetto normale con arresto al piede o di altra difesa equivalente; le rampe delimitate da due pareti devono essere munite di almeno
un corrimano.
Art. 16 del D.P.R. 547/55 - UNI 10804/99
I gradini devono di norma essere a pianta rettangolare con pedata
non inferiore a 30 cm. e alzata non superiore a 17 cm.. Comunque
dovranno essere di 64 cm, quale somma del doppio dell’alzata più la
pedata.
La larghezza della scala non deve essere inferiore a 80 cm.
Le pedate dei gradini devono essere di tipo antisdrucciolo quando la
scala sia asservita ad un’uscita di emergenza, deve avere pianerottoli
con lato minimo non inferiore a 1.2 metri.
UNI 10804/99
Le scale di accesso a locali tecnici od ad impianti possono avere caratteristiche diverse nel rispetto dell’art. 16 del D.P.R. 547/55; nel caso
di scale a chiocciola, la parte con pedata inferiore a 10 cm deve essere resa inaccessibile e provvista di corrimano ad altezza compresa tra
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63
Capitolo 5
0.9 ed 1 metro. La pedata, a 40 cm. dal limite interno del gradino, non
dovrà essere inferiore a 30 cm.
Art. 26 D.P.R. 547/55
I parapetti devono essere costruiti con materiale rigido e resistente;
devono avere un’altezza di almeno un metro devono essere costruiti e
fissati in modo da poter resistere, nell’insieme ed in ogni loro parte,
al massimo sforzo cui potrebbero essere assoggettati, tenuto conto sia
delle condizioni ambientali, sia della loro specifica funzione.
Porte - portoni vie di fuga ed uscite di emergenza
Art. 14 c.1 del D.P.R. 547/55 come modificato dall’art. 33 del D.Lgs. 626/94
Le porte dei locali di lavoro devono, per numero, dimensioni, posizione e materiali di realizzazione, consentire una rapida uscita delle
persone ed essere agevolmente apribili dall’interno durante il lavoro;
nel computo della superficie apribile si deve tener conto anche delle
parti di edificio aperte.
Art. 14 c.8 del D.P.R. 547/55 come modificato dall’art. 33 c.2 del D.Lgs.
626/94 e D.P.R. 08/06/1982 n. 524
Immediatamente accanto ai portoni destinati essenzialmente alla circolazione dei veicoli devono esistere, a meno che il passaggio dei
pedoni sia comunque sicuro, porte per la circolazione dei pedoni che
devono essere segnalate in modo visibile ed essere sgombre in permanenza.
Art. 14 del D.P.R. 547/55 come modificato dall’art. 33 c. 2 del D.Lgs. 626/94
Le porte scorrevoli verticalmente devono disporre di un sistema di
sicurezza che impedisca loro di uscire dalle guide e di cadere.
D.M. 10/03/98
Le uscite di sicurezza devono garantire vie di fuga di lunghezza non
> a 30 metri da qualsiasi punto del locale e comunque in funzione del
rischio.
Altezze dei locali
Art. 6 del D.P.R. 303/56 come modificato dall’art. 33 del D.Lgs. 626/94 e
dall’art. 16 c.4 del D.Lgs. 242/96
L’altezza dei locali di lavoro non deve essere inferiore a 3 metri.
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64
Capitolo 5
Illuminazione
Art. 10 del D.P.R. 303/56 come modificato dall’art. 33 c.8 del D.Lgs. 626/94
e dall’art. 16 c.7 del D.Lgs. 242/96
Se non vi sono comprovate necessità di gestione dell’allevamento (per le
quali dovrà essere richiesta deroga), gli ambienti, i posti di lavoro, ed i
passaggi devono essere illuminati con luce naturale e artificiale in modo
da assicurare sempre una sufficiente visibilità
Art. 10 comma 1 e 2 D.P.R. 303/56 - Art. 28 e 29 D.P.R. 547/55
In ogni singolo ambiente di lavoro l’illuminazione naturale diretta
deve corrispondere ad almeno:
a. 1/10 della superficie utile di calpestio, per locali con superficie
utile in pianta sino a 1000 mq;
b. 1/12 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i 1000
mq e fino a 3000 mq;
c. 1/30 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i 3000
mq e fino a 5000 mq;
d. 1/50 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i 5000 mq.
Art. 10 comma 1 e 2 D.P.R. 303/56 - Art. 28 e 29 D.P.R. 547/55
In ogni caso deve essere garantita la presenza di aperture finestrate trasparenti della sup. minima di 1.00 mq, indicativamente ogni 20 metri di
sviluppo lineare del fabbricato, posizionate ad una quota non superiore a 1.30 metri dal pavimento, al fine di permettere la visuale esterna;
ove il layout dell’edificio non consenta il rispetto delle distanze indicate, le superfici vetrate potranno essere realizzate sulla parte superiore delle porte di uscita all’esterno.
Art. 7 D.P.R. 303/56
Deve essere garantito il facile e sicuro accesso per la pulizia delle
superfici illuminanti a soffitto.
La superficie illuminante deve essere rapportata al coefficiente di trasmissione della luce offerto dal vetro incolore e trasparente; per i
coefficienti di trasmissione più bassi è necessario adeguare proporzionalmente la superficie illuminante.
Art. 10 comma 1 e 2 D.P.R. 303/56 - Art. 28 e 29 D.P.R. 547/55
Nei locali ove la presenza di addetti è a carattere saltuario: esempio
depositi e magazzini non presidiati.
a) 1/30 della superficie utile di calpestio per locali con superficie utile
in pianta fino a 400 mq.;
b) 1/50 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i 400 mq.
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65
Capitolo 5
Aerazione
Art. 9 D.P.R. 303/56
La superficie delle finestre apribile di ogni singolo locale di lavoro
deve corrispondere ad almeno, escludendo nel computo le porte ed i
portoni:
a) 1/20 della superficie utile di calpestio per i locali con superficie
utile in pianta sino a 1000 mq;
b) 1/24 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i primi
1000 mq e fino a 3000 mq;
c) 1/60 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i primi
3000 mq e fino a 5000 mq;
d) 1/100 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i
5000 mq..
Dei valori sopra citati sono esclusi i contributi dovuti a porte o assimilati.
Le aperture devono essere uniformemente distribuite su tutte le
superfici a diretto contatto con l’esterno in modo da garantire un
omogeneo ricambio d’aria; i comandi di apertura devono essere di
facile uso ed accesso.
Art. 9 D.P.R. 303/56
Nei locali ove la presenza di addetti è a carattere saltuario: es. depositi e magazzini non presidiati, la superficie delle finestre apribile di
ogni singolo locale di lavoro deve corrispondere ad almeno, escludendo nel computo le porte ed i portoni:
c) 1/30 della superficie utile di calpestio per locali con superficie utile
in pianta fino a 400 mq.;
d) 1/50 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i 400 mq.
Nei valori sopra citati sono computabili i contributi dovuti a porte o
assimilati.
Generalmente le aperture devono essere uniformemente distribuite
sulle superfici esterne e presentare comandi di apertura di facile uso
ed accesso.
Art. 9 D.P.R. 303/56
Locali ad uso direzionale: es. attività a carattere amministrativo,
uffici, ecc.
La superficie aerante di ogni singolo locale deve corrispondere ad
almeno:
a) 1/10 della superficie utile di calpestio per i locali con superficie
utile in pianta sino a 1000 mq;
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66
Capitolo 5
b) 1/12 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i primi
1000 mq e fino a 3000 mq;
c) 1/30 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i primi
3000 mq e fino a 5000 mq;
d) 1/50 della superficie utile di calpestio per la parte eccedente i 5000 mq..
Dei valori sopra citati sono esclusi i contributi dovuti a porte o assimilati.
Le aperture devono essere uniformemente distribuite su tutte le
superfici a diretto contatto con l’esterno in modo da garantire un
omogeneo ricambio d’aria; i comandi di apertura devono essere di
facile uso ed accesso.
Aerazione artificiale
Art. 9 D.P.R. 303/56
Norma UNI 8852 del gennaio 1987 - Norma UNI 10339 del giugno 1985
A compensazione della aerazione permessa dalla quota finestrata utilizzata per la visuale esterna è ammessa la aerazione artificiale, che
può ottenersi tramite ventilazione o condizionamento. L’aerazione
artificiale deve comunque intendersi come ricambio d’aria generale e
non come mezzo di allontanamento di inquinanti specifici, a meno
che gli impianti di aspirazione localizzata di tali inquinanti risultino
adeguati quanto a portata e vengano attivati con continuità, a prescindere dalle lavorazioni eseguite.
I ricambi d’aria devono essere riferiti al tipo di attività svolta e assicurati da flussi razionalmente distribuiti, in modo da evitare by-pass
nella circolazione dell’aria o sacche di ristagno e non arrecare disturbo agli operatori.
Gli impianti di condizionamento dell’aria devono essere forniti di
dispositivi automatici per il controllo della temperatura e dell’umidità
relativa, tarati in base ai criteri indicati.
Messa a terra
Art. 39 del D.P.R. 547/55
Le strutture metalliche degli edifici, dei recipienti e degli apparecchi
metallici, di notevoli dimensioni, situati all’aperto, devono, o per se
stessi o mediante conduttore e spandenti appositi, risultare collegati
elettricamente a terra in modo da garantire la dispersione delle scariche atmosferiche.
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Capitolo 5
COPERTURE
Le coperture devono essere realizzate con materiali che ne garantiscano
la pedonabilità in sicurezza.
• Qualora gli elementi di copertura (lastre in fibrocemento, elementi in
materiale plastico traslucido, etc.) non offrano adeguate garanzie di
resistenza, deve essere prevista la posa di una sottostante rete fissa di
sicurezza, opportunamente calcolata ed ancorata a parti stabili del
fabbricato, che tuteli dal rischio di caduta dall’alto nell’eventualità di
uno sfondamento degli elementi di copertura soprastanti.
• In ogni caso va garantita la presenza di percorsi pedonabili che consentano l’accesso sicuro a tutti i punti della copertura.
• Deve essere prevista la realizzazione di elementi fissi di protezione contro il rischio di caduta dall’alto lungo il perimetro della copertura.
• Tali elementi devono essere costituiti preferibilmente da parapetti fissi.
• Qualora ciò non sia tecnicamente realizzabile, devono essere previsti
punti o linee di ancoraggio per imbracature di sicurezza, conformi
alla norma UNI EN 795.
• I percorsi di accesso ai punti o alle linee di ancoraggio devono essere
resi pedonabili in sicurezza e protetti contro i rischi di caduta dall’alto.
• Deve essere prevista la realizzazione di una o più scale fisse, protette,
che garantiscano un accesso sicuro alla copertura.
• Gli elaborati grafici di progetto devono indicare nel dettaglio i sistemi di sicurezza adottati.
(art. 7 D.P.R. 303/56, art. 6 D.Lgs. 626/94, art. 4 D.Lgs. 494/96)
B O O K S E I
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Capitolo 5
B O O K S E I
69
Capitolo 5
NORME DI PREVENZIONE ANTINCENDIO
Attività soggette al rilascio del certificato di prevenzione incendi: D.M.
16/02/1982 e successive modifiche ed integrazioni.
D.M. 16-2-1982
Modificazioni del decreto ministeriale 27 settembre 1965, concernente la
determinazione delle attività soggette alle visite di prevenzione incendi.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 9 aprile 1982, n. 98.
I locali, le attività, i depositi, gli impianti e le industrie pericolose i cui progetti sono soggetti all’esame e parere preventivo dei comandi provinciali
dei vigili del fuoco ed il cui esercizio è soggetto a visita e controllo ai fini
del rilascio del “Certificato di prevenzione incendi”, nonché la periodicità
delle visite successive, sono determinati come dall’elenco allegato che, controfirmato dal Ministro dell’Interno e dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’Artigianato, forma parte integrante del presente decreto.
I responsabili delle attività soggette alle visite ed ai controlli di prevenzione incendi di cui al presente decreto hanno l’obbligo di richiedere il
rinnovo del “Certificato di prevenzione incendi” quando vi sono modifiche di lavorazione o di struttura, nei casi di nuova destinazione dei locali o di variazioni qualitative e quantitative delle sostanze pericolose esistenti negli stabilimenti o depositi, e ogniqualvolta vengano a mutare le
condizioni di sicurezza precedentemente accertate indipendentemente
dalla data di scadenza dei certificati già rilasciati.
La scadenza dei “Certificati di prevenzione incendi” già rilasciati e validi
alla data di emanazione del presente decreto, dovrà intendersi modificata secondo i nuovi termini da questo previsti.
Agli stabilimenti ed impianti che comprendono, come parti integranti del
proprio ciclo produttivo, più attività singolarmente soggette al controllo
da parte dei comandi provinciali dei vigili del fuoco, dovrà essere rilasciato un unico “Certificato di prevenzione incendi” relativo a tutto il
complesso e con scadenza triennale”.
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70
Capitolo 5
Elenco dei depositi e industrie pericolose soggetti alle visite ed ai controlli di prevenzione incendi (art. 4 L. 26/07/1965 n. 966); sono riportate alcune delle attività potenzialmente interessate.
Attività
Periodicità della
visita (in anni)
4b. Depositi di gas combustibili in serbatoi fissi:
disciolti o liquefatti
6
5b. Depositi di gas comburenti in serbatoi fissi:
liquefatti per capacità complessiva superiore a 2 mc
6
9. Impianti per il trattamento di prodotti ortofrutticoli
e cereali utilizzanti gas combustibili
6
15. Depositi liquidi infiammabili e/o combustibili:
b) per uso industriale o artigianale o agricolo o privato,
per capacità geometrica complessiva superiore a 25 mc
3
18. Impianti fissi di distribuzione di benzine, gasolio e
miscele per autotrazione ad uso pubblico e privato con
o senza stazione di servizio
6
35. Mulini per cereali ed altre macinazioni con
potenzialità giornaliera superiore a 20 t. e relativi depositi
6
36. Impianti per l’essiccazione dei cereali e di vegetali
in genere con depositi di capacità superiore a 50 t. di
prodotto essiccato
6
46. Depositi di legnami da costruzione e da lavorazione,
di legna da ardere, di paglia, di fieno, di canne, di fascine,
di carbone vegetale e minerale, di carbonella, di sughero ed
altri prodotti affini; esclusi i depositi all’aperto con distanze
di sicurezza esterne non inferiori a 100 m misurate secondo
le disposizioni di cui al punto 2.1 del D.M. 30/11/83:
da 500 a 1.000 q.li
> a 1.000 q.li
6
3
60. Depositi di concimi chimici a base di nitrati e fosfati e
di fitofarmaci, con potenzialità globale superiore a 500 q.li
6
64. Gruppi per la produzione di energia elettrica sussidiaria
con motori endotermici di potenza complessiva > a 25 Kw
6
91. Impianti per la produzione di calore alimentati a
combustibile solido, liquido o gassoso con potenzialità
superiore a 100.000 Kcal/h
6
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Capitolo 5
D.P.R. 12-1-1998 n. 37
Regolamento recante disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione
incendi, a norma dell’articolo 20, comma 8, della L. 15 marzo 1997, n. 59.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 10 marzo 1998, n. 57.
Si riportano alcuni articoli di maggior interesse:
2. Parere di conformità
1. Gli enti e i privati responsabili delle attività di cui al comma 4 dell’articolo 1 sono tenuti a richiedere al comando l’esame dei progetti
di nuovi impianti o costruzioni o di modifiche di quelli esistenti (4).
2. Il comando esamina i progetti e si pronuncia sulla conformità degli
stessi alla normativa antincendio entro quarantacinque giorni dalla
data di presentazione. Qualora la complessità del progetto lo richieda, il predetto termine, previa comunicazione all’interessato entro 15
giorni dalla data di presentazione del progetto, è differito al novantesimo giorno. In caso di documentazione incompleta od irregolare
ovvero nel caso in cui il comando ritenga assolutamente indispensabile richiedere al soggetto interessato l’integrazione della documentazione presentata, il termine è interrotto, per una sola volta, e riprende a decorrere dalla data di ricevimento della documentazione integrativa richiesta. Ove il comando non si esprima nei termini prescritti, il progetto si intende respinto (4/a).
3. Rilascio del certificato di prevenzione incendi.
1. Completate le opere di cui al progetto approvato, gli enti e privati sono
tenuti a presentare al comando domanda di sopralluogo in conformità
a quanto previsto nel decreto di cui all’articolo 1, comma 5.
2.. Entro novanta giorni dalla data di presentazione della domanda il
comando effettua il sopralluogo per accertare il rispetto delle prescrizioni previste dalla normativa di prevenzione degli incendi nonché la
sussistenza dei requisiti di sicurezza antincendio richiesti. Tale termine può essere prorogato, per una sola volta, di quarantacinque giorni, dandone motivata comunicazione all’interessato.
3. Entro quindici giorni dalla data di effettuazione del sopralluogo viene
rilasciato all’interessato, in caso di esito positivo, il certificato di pre-
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72
Capitolo 5
venzione incendi che costituisce, ai soli fini antincendio, il nulla osta
all’esercizio dell’attività.
4. Qualora venga riscontrata la mancanza dei requisiti di sicurezza richiesti, il comando ne dà immediata comunicazione all’interessato ed alle
autorità competenti ai fini dell’adozione dei relativi provvedimenti.
5. Fatto salvo quanto disposto dal comma 1, l’interessato, in attesa del
sopralluogo, può presentare al comando una dichiarazione, corredata da certificazioni di conformità dei lavori eseguiti al progetto approvato, con la quale attesta che sono state rispettate le prescrizioni
vigenti in materia di sicurezza antincendio e si impegna al rispetto
degli obblighi di cui all’articolo 5. Il comando rilascia all’interessato
contestuale ricevuta dell’avvenuta presentazione della dichiarazione
che costituisce, ai soli fini antincendio, autorizzazione provvisoria
all’esercizio dell’attività.
6. Al fine di evitare duplicazioni, nel rispetto del criterio di economicità,
qualora il sopralluogo richiesto dall’interessato debba essere effettuato dal comando nel corso di un procedimento di autorizzazione che
preveda un atto deliberativo propedeutico emesso da organi collegiali dei quali è chiamato a far parte il comando stesso, il termine di cui
al comma 2 non si applica dovendosi far riferimento ai termini procedimentali ivi stabiliti.
4. Rinnovo del certificato di prevenzione incendi.
1. Ai fini del rinnovo del certificato di prevenzione incendi, gli interessati presentano al comando, in tempo utile e comunque prima della
scadenza del certificato, apposita domanda conforme alle previsioni
contenute nel decreto di cui all’articolo 1, comma 5, corredata da una
dichiarazione del responsabile dell’attività, attestante che non è mutata la situazione riscontrata alla data del rilascio del certificato stesso,
e da una perizia giurata, comprovante l’efficienza dei dispositivi, nonché dei sistemi e degli impianti antincendio. Il comando, sulla base
della documentazione prodotta, provvede entro quindici giorni dalla
data di presentazione della domanda.
5. Obblighi connessi con l’esercizio dell’attività.
1. Gli enti e i privati responsabili di attività soggette ai controlli di prevenzione incendi hanno l’obbligo di mantenere in stato di efficienza i
B O O K S E I
73
Capitolo 5
sistemi, i dispositivi, le attrezzature e le altre misure di sicurezza
antincendio adottate e di effettuare verifiche di controllo ed interventi di manutenzione secondo le cadenze temporali che sono indicate dal comando nel certificato di prevenzione o all’atto del rilascio
della ricevuta a seguito della dichiarazione di cui all’articolo 3,
comma 5. Essi provvedono, in particolare, ad assicurare una adeguata informazione e formazione del personale dipendente sui rischi di
incendio connessi con la specifica attività, sulle misure di prevenzione e protezione adottate, sulle precauzioni da osservare per evitare
l’insorgere di un incendio e sulle procedure da attuare in caso di
incendio.
2. I controlli, le verifiche, gli interventi di manutenzione, l’informazione
e la formazione del personale, che vengono effettuati, devono essere
annotati in un apposito registro a cura dei responsabili dell’attività.
Tale registro deve essere mantenuto aggiornato e reso disponibile ai
fini dei controlli di competenza del comando.
3. Ogni modifica delle strutture o degli impianti ovvero delle condizioni di esercizio dell’attività, che comportano una alterazione delle
preesistenti condizioni di sicurezza antincendio, obbliga l’interessato
ad avviare nuovamente le procedure previste dagli articoli 2 e 3 del
presente regolamento.
6. Procedimento di deroga.
1. Qualora gli insediamenti o gli impianti sottoposti a controllo di prevenzione incendi e le attività in essi svolte presentino caratteristiche
tali da non consentire l’integrale osservanza della normativa vigente,
gli interessati, secondo le modalità stabilite dal decreto di cui all’articolo 1, comma 5, possono presentare al comando domanda motivata
per la deroga al rispetto delle condizioni prescritte.
2. Il comando esamina la domanda e, con proprio motivato parere, la
trasmette entro trenta giorni dal ricevimento, all’ispettorato regionale
dei vigili del fuoco. L’ispettore regionale, sentito il comitato tecnico
regionale di prevenzione incendi, di cui all’articolo 20 del decreto del
Presidente della Repubblica 29 luglio 1982, n. 577, si pronuncia entro
sessanta giorni dalla ricezione, dandone contestuale comunicazione al
comando ed al richiedente. L’ispettore regionale dei vigili del fuoco
trasmette ai competenti organi tecnici centrali del Corpo nazionale
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74
Capitolo 5
dei vigili del fuoco i dati inerenti alle deroghe esaminate per la costituzione di una banca dati, da utilizzare per garantire i necessari indirizzi e l’uniformità applicativa nei procedimenti di deroga.
7. Nulla osta provvisorio.
1. I soggetti che hanno ottenuto il nulla osta provvisorio per le attività
sottoposte ai controlli di prevenzione incendi ai sensi dell’articolo 2
della legge 7 dicembre 1984, n. 818, sono tenuti all’osservanza delle
misure più urgenti ed essenziali di prevenzione incendi indicate nel
decreto 8 marzo 1985 del Ministro dell’interno, nonché all’osservanza degli obblighi di cui all’articolo 5 del presente regolamento. Il nulla
osta provvisorio consente l’esercizio dell’attività ai soli fini antincendio, salvo l’adempimento agli obblighi previsti dalla normativa in
materia di prevenzione incendi, ivi compresi gli obblighi conseguenti
alle modifiche degli impianti e costruzioni esistenti nonché quelli previsti nei casi richiamati all’articolo 4, comma secondo, della legge 26
luglio 1965, n. 966, nei termini stabiliti dalle specifiche direttive emanate dal Ministero dell’interno per singole attività o gruppi di attività
di cui all’allegato al decreto 16 febbraio 1982 del Ministro dell’interno. Tali direttive, ove non già emanate, devono essere adottate entro
il 31 dicembre 2004.
Normativa tecnica specifica
• Criteri generali: D.M. 10/03/1998 (criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro).
• Oli minerali: D.M. 31/07/1934 (Approvazione delle norme di sicurezza per la lavorazione, l’immagazzinamento, l’impiego o la vendita
di oli minerali e per il trasporto degli olii stessi) ed aggiornamenti successivi in merito a depositi.
• Contenitori di ossigeno liquido, tank ed evaporatori freddi per uso
industriale: Circolare n. 99 del 15/10/1964.
• Serbatoi di GPL: D.M. 31 marzo 1984 (norme di sicurezza per la progettazione, la costruzione, l’installazione e l’esercizio dei depositi di
gas di petrolio liquefatto con capacità complessiva non superiore a 5
mc) e gli aggiornamenti ed integrazioni apportate con specifiche
direttive del Ministero in merito a modalità e tipologie di installazioni di GPL e successive modifiche ed integrazioni.
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Capitolo 5
• Impianti termici alimentati a gasolio: Circolare n. 73 del 29/07/1971
(impianti termici ad olio combustibile o a gasolio – istruzioni per l’applicazione delle norme contro l’inquinamento atmosferico; disposizioni ai fini della prevenzione incendi).
• Impianti termici alimentati a gas combustibile (metano e/o GPL):
D.M. 12/4/1996 (Approvazione della regola tecnica di prevenzione
incendi per la progettazione, la costruzione e l’esercizio degli impianti termici alimentati da combustibili gassosi).
• Gruppi elettrogeni: Circolare n. 31 del 31 agosto 1978 (Norme di
sicurezza per l’installazione di motori a combustione interna accoppiati a macchina generatrice elettrica o a macchina operatrice).
• Distributori mobili: D.M. 19.03.1990 (Norme per il rifornimento di
carburanti, a mezzo di contenitori – distributori mobili, per macchine in uso presso aziende agricole, cave e cantieri).
B O O K S E I
76
Capitolo 5
IMPIANTI ELETTRICI
Norma Tecnica CEI n° 64-8 del 01/01/1998
Impianti elettrici utilizzatori a tensione nominale non superiore a 1000
V in corrente alternata e a 1500 V in corrente continua.
Parte 7: Ambienti ed applicazioni particolari.
Strutture adibite ad uso agricolo o zootecnico
Campo di applicazione
Le prescrizioni particolari della presente Sezione si applicano a tutte le
parti degli impianti elettrici fissi delle strutture agricole e zootecniche, sia
all’interno che all’esterno degli edifici, (quali per esempio stalle, pollai,
porcilaie, locali di preparazione dei mangimi, locali di immagazzinaggio
del fieno e della paglia e depositi di fertilizzanti).
Le prescrizioni della presente Sezione non si applicano agli impianti elettrici dei locali destinati ad usi residenziali.
Prescrizioni per la sicurezza
Protezione contro i contatti diretti ed indiretti
Dove si utilizzano circuiti a bassissima tensione di sicurezza (SELV), qualunque sia la tensione nominale, si deve prevedere la protezione contro i
contatti diretti a mezzo di:
– barriere od involucri che presentino almeno il grado di protezione
IPXXB, oppure
– un isolamento in grado di sopportare una tensione di prova di 500 V
in c.a. per 1 min.
I circuiti che alimentano prese a spina devono essere protetti mediante
_ 30 mA.
interruttori differenziali aventi corrente differenziale nominale I∆n <
Per l’applicazione della misura di protezione contro i contatti indiretti a
mezzo di interruzione automatica dell’alimentazione, la tensione di contatto limite convenzionale nei luoghi previsti per la custodia del bestiame
è UL = 25 V in c.a., valore efficace, oppure 60 V in c.c. ondulata e si applicano le prescrizioni specificate in 481.3.1.1.
In un luogo destinato alla custodia di animali, i collegamenti equipotenziali supplementari devono connettere tutte le masse e le masse estranee
che possono essere toccate dagli stessi animali, ed il conduttore di protezione dell’impianto.
Nota - Si raccomanda di disporre una griglia metallica nel suolo e di collegarla al conduttore di protezione.
B O O K S E I
77
Capitolo 5
Protezione contro gli effetti termici
Per gli elementi scaldanti del tipo radiante si deve avere una distanza da
animali o da materiali combustibili di almeno 0,5 m, salvo più severe
istruzioni da parte del costruttore.
Protezione contro l’incendio
Per ragioni di protezione contro gli incendi, deve essere installato un
interruttore differenziale avente una corrente differenziale nominale di
funzionamento non superiore a 0,5 A.
Gli apparecchi di riscaldamento utilizzati nei locali in cui vengono allevati animali devono essere fissati in modo da mantenere una distanza
appropriata dagli stessi animali e dai materiali combustibili in modo tale
da evitare qualsiasi rischio di scottature agli animali e di incendio.
Protezione negli ambienti a maggiori rischio in caso di incendio
Nota - Negli ambienti a maggior rischio in caso di incendio si devono applicare le prescrizioni previste per tali ambienti (Sezione 751). Inoltre particolare attenzione deve essere posta ai problemi legati all’evacuazione degli
animali in caso di emergenza.
Apparecchiatura di protezione, di sezionamento e di comando
Nota - Si raccomanda di proteggere i circuiti terminali mediante un interruttore differenziale avente corrente differenziale nominale la più bassa possibile, e comunque non superiore a 30 mA, tenuto conto della necessità di
evitare interventi intempestivi.
Dispositivi di sezionamento e di comando
I dispositivi di comando e di emergenza, compreso l’arresto di emergenza, non devono essere installati in posizioni accessibili agli animali o tali
che non possano essere raggiunti dagli operatori per la presenza di animali, tenendo conto delle situazioni che possono presentarsi in caso di
panico degli animali stessi.
Altri componenti elettrici
Note: 1 - Quando recinzioni elettriche siano poste in prossimità di linee
aeree, si raccomanda di osservare distanze appropriate allo scopo di limitare le correnti di induzione.
B O O K S E I
78
Capitolo 5
2 - Nel caso di allevamenti di animali su larga scala, si raccomanda di prendere in considerazione i Capitoli 35 e 56, specialmente per i sistemi di
sopravvivenza degli stessi animali.
CAPITOLO 35 - Alimentazione dei servizi di sicurezza
Generalità
Nota - La necessità dei servizi di sicurezza e la loro natura sono frequentemente regolati dalle autorità preposte, i cui regolamenti devono
in tal caso essere osservati.
Sono ammesse le seguenti sorgenti per i servizi di sicurezza:
– batterie di accumulatori
– pile
– altri generatori indipendenti dall’alimentazione ordinaria
– linea di alimentazione effettivamente indipendente da quella ordinaria (art. 562.4).
Classificazione
L’alimentazione dei servizi di sicurezza può essere:
– non automatica, quando la sua messa in servizio richiede l’intervento
di un operatore
– automatica, quando la sua messa in servizio non richiede l’intervento
di un operatore.
L’alimentazione automatica dei servizi di sicurezza è classificata, in base
al tempo entro cui diviene disponibile, come segue:
– di continuità: assicura la continuità dell’alimentazione, entro condizioni specificate per il periodo transitorio, per esempio per quanto
riguarda le variazioni di tensione e di frequenza;
– ad interruzione brevissima: alimentazione disponibile in un tempo
non superiore a 0,15 s;
– ad interruzione breve: alimentazione disponibile in un tempo superiore a 0,15 s, ma non superiore a 0,5 s;
– ad interruzione media: alimentazione disponibile in un tempo superiore a 0,5 s, ma non superiore a 15 s;
– ad interruzione lunga: alimentazione disponibile in un tempo superiore a 15 s.
B O O K S E I
79
Capitolo 5
CAPITOLO 56 - Alimentazione dei servizi di sicurezza
Generalità
Per i servizi di sicurezza deve essere scelta una sorgente che mantenga
l’alimentazione per una durata adeguata.
Per i servizi di sicurezza che devono funzionare in caso di incendio, tutti
i componenti elettrici devono presentare, sia per costruzione sia per
installazione, una resistenza al fuoco di durata adeguata.
Per la protezione contro i contatti indiretti sono da preferire le misure
che non comportano l’interruzione automatica del circuito al primo guasto a terra.
I componenti elettrici devono essere disposti in modo da facilitare le verifiche periodiche e la manutenzione.
Sorgenti
Nota - Le batterie di avviamento dei veicoli non soddisfano in genere le prescrizioni per le sorgenti di alimentazione dei servizi di sicurezza.
Le sorgenti di alimentazione dei servizi di sicurezza devono essere installate a posa fissa ed in modo tale che non possano essere influenzate negativamente da guasti dell’alimentazione ordinaria.
Le sorgenti di alimentazione dei servizi di sicurezza devono essere situate in un luogo appropriato, accessibile solo a persone addestrate.
Il luogo delle sorgenti di alimentazione deve essere convenientemente
ventilato in modo che eventuali fumi e gas da esse prodotti non possano
propagarsi in luoghi occupati da persone.
Non sono ammesse alimentazioni separate, da una rete pubblica di distribuzione indipendente dalla rete ordinaria di alimentazione, a meno che
non si possa assicurare, come improbabile, che le due alimentazioni possano mancare contemporaneamente.
La sorgente di alimentazione dei servizi di sicurezza non deve essere utilizzata per altri scopi. Quando siano disponibili tuttavia più sorgenti,
queste possono essere utilizzate come alimentazioni di riserva, purché, in
caso di guasto su una sorgente, la potenza ancora disponibile sia sufficiente per assicurare la messa in servizio ed il funzionamento di tutti i servizi di sicurezza; questo comporta in genere il distacco automatico dei
componenti elettrici che non svolgano un servizio di sicurezza.
B O O K S E I
80
Capitolo 5
Quanto indicato da 562.2 a 562.5 non si applica ai componenti elettrici
che siano alimentati individualmente da batterie di accumulatori incorporate.
Circuiti di alimentazione dei servizi di sicurezza
I circuiti di alimentazione dei servizi di sicurezza devono essere indipendenti dagli altri circuiti.
Nota - Questo significa che un guasto elettrico, un intervento, una modifica su un circuito non compromette il corretto funzionamento di un altro circuito. Questo può rendere necessarie separazioni con materiali resistenti al
fuoco, involucri o circuiti con percorsi diversi.
I circuiti dei servizi di sicurezza non devono attraversare luoghi con pericolo di incendio, a meno che non siano resistenti al fuoco. I circuiti non
devono in ogni caso attraversare luoghi con pericolo di esplosione.
Nota - Si raccomanda di evitare, per quanto possibile, che i circuiti attraversino luoghi con pericolo di incendio.
La protezione contro i sovraccarichi, prescritta in 473.1, può essere omessa.
I dispositivi di protezione contro le sovracorrenti devono essere scelti ed
installati in modo da evitare che una sovracorrente in un circuito comprometta il corretto funzionamento degli altri circuiti dei servizi di sicurezza.
I dispositivi di protezione, di comando e di sezionamento devono essere
chiaramente identificati e raggruppati in luoghi accessibili solo a persone
addestrate.
I dispositivi di allarme devono essere chiaramente identificati.
Scelta degli apparecchi utilizzatori
Negli impianti di illuminazione, il tipo di lampade da usare deve essere
compatibile con la durata di commutazione dell’alimentazione allo scopo
di mantenere il livello di illuminazione specificato.
Nei componenti elettrici alimentati da due circuiti diversi, un guasto su
un circuito non deve compromettere né la protezione contro i contatti
indiretti, né il corretto funzionamento dell’altro circuito. Tali componen-
B O O K S E I
81
Capitolo 5
ti elettrici devono essere collegati, se necessario, al conduttore di protezione di entrambi i circuiti.
Prescrizione particolari per i servizi di sicurezza con sorgenti
non in grado di funzionare in parallelo
Devono essere prese precauzioni atte ad evitare la messa in parallelo delle
sorgenti, per esempio mediante interblocchi meccanici.
La protezione contro i cortocircuiti e contro i contatti indiretti in caso di
guasto deve essere assicurata per ciascuna sorgente.
Prescrizione particolari per i servizi di sicurezza con sorgenti
in grado di funzionare in parallelo
Nota - Il funzionamento in parallelo di sorgenti indipendenti richiede in
genere l’autorizzazione dei distributori di energia elettrica. Questi possono richiedere dispositivi particolari, per esempio per impedire ritorni di
energia.
La protezione contro i cortocircuiti e contro i contatti indiretti deve essere assicurata sia quando l’impianto è alimentato separatamente da una
qualunque delle due sorgenti sia quando è alimentato da entrambe le sorgenti in parallelo.
Si devono prendere precauzioni, quando necessario, per limitare la circolazione di corrente nei collegamenti tra i punti neutri delle sorgenti, in
particolare per quanto riguarda l’effetto della terza armonica.
B O O K S E I
82
Capitolo 5
NORMATIVA RELATIVA ALLA PREVENZIONE
E SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO
• Circ. Min. Interno del 15/02/51
Normative antincendio
• D.P.R. 547/55
Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro
• D.P.R. 303/56
Norme generali per l’igiene del lavoro
• Circ. Min. LL.PP. 3151 del 23/05/77
Criteri tecnici di valutazione nelle costruzioni edilizie
• L.R. 44/85
Altezze minime e principali requisiti igienico-sanitari dei locali adibiti a uffici
• D.Lgs. 19 settembre 1994 n°626
Attuazione delle direttive CEE riguardanti il miglioramento della
sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro
• D.M. 10 marzo 1998
Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro
• Norme di Buona Tecnica: Norme UNI
B O O K S E I
83
B O O K S E I
84
Capitolo 6
CAPITOLO 6
Bookse n. 6
Norme
specifiche
Vademecum
di protezione
sui
legate
alla
Mangimi
specie allevata
SCHEDA ALLEVAMENTO BOVINO-BUFALINO DA LATTE
Caratteristiche della struttura di allevamento
I ricoveri chiusi per gli animali devono rispettare:
– minimo mt. 3 di altezza,
– destinare almeno una volumetria minima per U.B.A. di mc. 30 di
aria in rapporto alla superficie totale e comunque non meno di 2
mq. di superficie x U.B.A. in posta fissa e 2.5 mq. per la cuccetta,
senza calcolare le altre superfici del ricovero.
❑ I ricoveri per gli animali devono disporre di un’area opportunamente
attrezzata per consentire un’idonea separazione e isolamento, essa
deve contenere almeno il 10% delle U.B.A. presenti.
❑ Nelle stalle a stabulazione libera, è opportuno disporre di un box idoneo per il parto:
– minimo 6 mq. di superficie per bovina;
– dimensionare il/i box per contenere almeno il 5% delle bovine in
produzione.
❑ In caso di stalla con stabulazione all’aperto, la superficie a disposizione non deve scendere sotto gli 8 mq./capo, avere pavimentazione in
❑
B O O K S E I
85
Capitolo 6
cemento a tenuta, rialzo di contenimento nel perimetro e con pendenze adeguate allo scolo delle urine in vasca.
❑ Predisporre un’apposita area per la mungitura e dei locali, servizi ed
accessori in conformità al DPR 54/97 e/o al D.M. 185/91;
❑ Predisporre un apposito locale/armadio/frigo per la custodia dei farmaci veterinari in ottemperanza del D.Lgs. 119/92 e succ.ve mod.ni
ed integr.ni;
❑ Predisporre idonea area funzionale di ricovero per i vitelli
vitelli fino a 8 settimane in box singoli:
– larghezza del box non inferiore all’altezza al garrese dell’animale,
– lunghezza del box almeno pari alla lunghezza dell’animale;
I box non dovranno avere muri compatti, ma pareti divisorie traforate
per consentire un contatto diretto, visivo e tattile tra gli animali;
vitelli allevati in gruppo:
– vitelli < a 150 kg minimo 1,5 mq. l’uno,
– vitelli da 150 a 220 kg minimo 1,7 mq l’uno,
– vitelli > a 220 kg minimo 1,8 mq l’uno;
➢ Fatti salvi i disciplinari relativi agli allevamenti a carattere biologico,
agli allevamenti destinati alla sperimentazione animale.
Caratteristiche delle poste
Posta fissa, lunghezza 190/200 cm x larghezza 120/125 cm, inclinazione 1,5-2% e comunque proporzionata agli standards di razza;
❑ Cuccette, lunghezza 235-260 cm x larghezza 120-130 cm, inclinazione 1-1,5%;
❑
Caratteristiche delle attrezzature
L’attacco a catena dovrà consentire le posizioni e gli atteggiamenti
fisiologici dell’animale; gli attacchi non dovranno provocare ferite o
contusioni all’animale, cedere sostanze tossiche e dovranno essere
lavabili e disinfettabili;
❑ Predisporre un numero di autocatturanti equivalente al numero di
capi previsti, sono preferibili quelli con sgancio di sicurezza;
❑
B O O K S E I
86
Capitolo 6
Scheda vacche da latte
libera
fissa
a) Definizione progettuale
di stabulazione
zona alimentazione
zona riposo
posta
lettiera permanente
cuccette
zona esercizio funzionale
di mungitura
area mungitura
sala d’attesa
sala mungitura
di complemento
box tori
box parto
box vitelli
infermeria
isolamento
corsia di foraggiamento
corsie di servizio laterali
alla posta
box tori
box vitelli
infermeria
isolamento
locali di servizio
sala latte
sala motori
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
sala latte
sala motori
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
gestione effluenti (nell’allevamento)
liquami vasche sottogrigliato trattamenti ricircolo
letame
ossigenazione
trattamenti chimici
vasche esterne
tipologia di asporto
tracimazione
pompaggio
ruspetta
letame lettiera permanente organizzazione della pulizia
stoccaggio effluenti (fuori dell’allevamento)
platea letame (dimensionamento)
platea letame + pozzettone
vasche liquami (dimensionamento)
ricambio aria
naturale
naturale + movimentazione forzata
B O O K S E I
88
sistema di asporto
platea letame + pozzettone
naturale
naturale + movimentazione forzata
Capitolo 6
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua a plinti
struttura
cemento
metallica
metallico-lignea
copertura
fibrocemento
pannellatura sandwich
tegola
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
reti frangivento
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
civili
➝ trattamento e dispersione
e) Stoccaggi delle scorte
vasche per insilati
dimensionamento
fienili
dimensionamento
depositi cereali /mangimi
dimensionamento
B O O K S E I
89
Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO BOVINO INGRASSO E DA RIMONTA
Caratteristiche delle strutture di allevamento
I ricoveri chiusi per gli animali devono rispettare minimo mt. 3 di
altezza.
❑ Devono disporre di mangiatoie in cemento o altro materiale facile da
lavare e disinfettare.
❑ Devono disporre di almeno due punti di abbeverata per box, pulibili all’esterno.
❑ L’indice di finestratura dei ricoveri non deve scendere sotto i 0.08
mq./mq. di superficie coperta, la presenza del cupolino centrale di
aerazione favorisce una corretta aerazione interna.
❑
❑
In caso di paddoks esterni, la superficie a disposizione non deve scendere sotto gli 8 mq./capo, avere pavimentazione in cemento a tenuta,
rialzo di contenimento nel perimetro e con pendenze adeguate allo
scolo delle urine in vasca.
❑
Predisporre un idoneo corridoio di cattura e di carico – scarico degli
animali e/o di sistemi analoghi.
❑
Predisporre un apposito locale/armadio/frigo per la custodia dei farmaci veterinari in ottemperanza del D.Lgs. 119/92 e successive modificazioni ed integrazioni.
❑
Predisporre idonee prese per la circolazione dell’aria sotto ai grigliati
per evitare dannosi accumuli di gas tossici.
❑
La distanza minima tra il liquame e il grigliato non deve essere < ai
30 cm.
❑
È preferibile individuare un box infermeria e recupero degli animali
traumatizzati, capace di accogliere almeno il 2% degli animali presenti, dotato di zona riposo fornita di lettiera asciutta e confortevole,
con pavimenti realizzati in materiale antisdrucciolo e con uno spazio
di almeno 4 mq. per animale.
B O O K S E I
90
Capitolo 6
Caratteristiche dei box
❑
Box per torello fine ciclo: superficie minima/capo mq. 2.50 su grigliato e di mq. 5 su lettiera.
❑
Box per bovino da rimonta: superficie minima/capo mq. 4.00 su grigliato e di mq. 8.00 su lettiera permanente.
Caratteristiche delle attrezzature
❑
Gli eventuali attacchi non dovranno provocare ferite o contusioni
all’animale, cedere sostanze tossiche e dovranno essere lavabili e
disinfettabili.
❑
Predisporre un numero di autocatturanti equivalente al numero di
capi previsti, sono preferibili quelli con sgancio di sicurezza.
B O O K S E I
91
Capitolo 6
Scheda bovino ingrasso
libera
fissa
a) Definizione progettuale
di stabulazione
tipologia di pavimentazione
grigliato
dimensione posta
lettiera permanente
mista
spazio unitario a disposizione
spazio di mangiatoia
locali di servizio
infermeria
isolamento
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
infermeria
isolamento
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
gestione effluenti (nell’allevamento)
liquami
vasche sottogrigliato ricircolo
letame
tipologia di asporto
ossigenazione
vasche esterne
tipologia di asporto
tracimazione
pompaggio
letame
dimensionamento superfici a lettiera
stoccaggio effluenti (fuori dell’allevamento)
platea letame (dimensionamento)
vasche liquami (dimensionamento)
ricambio aria
naturale
naturale + movimentazione forzata
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua a plinti
struttura
cemento
metallica
copertura
fibrocemento
pannellatura sandwich
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
reti frangivento
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92
platea letame (dimensionamento)
naturale
naturale + movimentazione forzata
Capitolo 6
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
civili
➝ trattamento e dispersione
e) Stoccaggi delle scorte
vasche per insilati
dimensionamento
fienili
dimensionamento
depositi cereali /mangimi
dimensionamento
B O O K S E I
93
Capitolo 6
Scheda bovino da rimonta
libera in box
in gabbia
a) Definizione progettuale
vitelli
tipologia di pavimentazione
grigliato
caratteristiche e dimensione gabbia
lettiera permanente
mista
spazio unitario a disposizione
spazio di mangiatoia
locali di servizio (se già non previsti)
infermeria
isolamento
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
infermeria
isolamento
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
gestione effluenti (nell’allevamento)
liquami
vasche sottogrigliato ricircolo
letame
ossigenazione
vasche esterne
tipologia di asporto
tracimazione
pompaggio
letame
dimensionamento superfici
a lettiera
letame
sistema di raccolta
tipologia di asporto
tipologia di asporto
stoccaggio effluenti (fuori dell’allevamento)
platea letame (dimensionamento)
vasche liquami (dimensionamento)
platea letame (dimensionamento)
vasche liquami (dimensionamento)
ricambio aria
naturale
con ausilio di movimentazione d’aria
naturale
con ausilio di movimentazione d’aria
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua a plinti
struttura
cemento
metallica
copertura
fibrocemento
pannellatura sandwich
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
B O O K S E I
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Capitolo 6
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
civili
➝ trattamento e dispersione
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
e) Stoccaggi delle scorte
vasche per insilati
dimensionamento
fienili
dimensionamento
depositi cereali /mangimi
dimensionamento
B O O K S E I
95
Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO BOVINO LINEA VACCA – VITELLO
Commento:
L’allevamento bovino linea vacca – vitello rientra nella zootecnia di tipo
ecosostenibile ed ecocompatibile in quanto tende ad ottenere il miglior
rapporto tra animale ed ambiente con un giusto carico di presenza per
non deteriorare le risorse presenti. Questo ritorno alla naturalità
dovrebbe favorire il massimo benessere animale, il minimo utilizzo di
alimenti complementari di origine industriale, dei prodotti chimici di
sintesi e dei farmaci veterinari.
Generalmente questi allevamenti si configurano come biologici o di agricoltura organica (Reg. 2092/91) e sono situati in aree poco contaminate
o distanti da industrie, strade importanti, inceneritori, discariche ecc.; tale
loro caratteristica favorisce l’ottenimento di carne di qualità (meno grassa) e ragionevolmente esente da residui da trattamenti farmacologici.
Le zone vocate per l’impianto di un allevamento di questo tipo sono
quelle montane e collinari ove il bestiame è a conduzione semibrada con
alimentazione a pascolo per 8-10 mesi (variabile in base alle differenti
aree italiane) nutrendosi di foraggere spontanee e con integrazione da
novembre a tutto marzo.
I ricoveri per gli animali sono ridotti al minimo indispensabile se collocati in zone montane e collinari distanti dai centri abitati, o più complessi se ottenuti da una riconversione di un allevamento tradizionale e
ricadenti in aree limitrofe a questi.
Generalmente vengono utilizzate a ricovero delle semplici tettoie chiuse sui tre lati ove tutto il bestiame può trovare riparo.
Si riportano comunque dei criteri, derivanti dall’allevamento tradizionale,
che in base alle singole situazioni possono essere tenuti in considerazione.
Caratteristiche delle strutture di allevamento
I ricoveri per gli animali devono rispettare:
– minimo mt. 3 di altezza,
– destinare almeno mc. 30 di aria in rapporto alla superficie totale
e/o 2 mq. x U.B.A. (unità di bovino adulto), senza calcolare le altre
superfici del ricovero.
❑ Predisporre di idoneo locale di isolamento per i casi di insorgenza
di malattie infettive e diffusive contemplate nel Regolamento di
Polizia Veterinaria, il locale deve contenere almeno il 10% delle
U.B.A. presenti.
❑
B O O K S E I
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Capitolo 6
❑
❑
❑
❑
❑
In caso di paddoks esterni, la superficie a disposizione non deve scendere sotto gli 16 mq./capo, avere pavimentazione in cemento a tenuta, rialzo di contenimento nel perimetro e con pendenze adeguate allo
scolo delle urine in vasca.
I recinti devono avere una superficie/capo non < a 50 mq e comunque dimensionati in relazione allo stato qualitativo della cotica del
prato/pascolo.
Si dovranno prevedere abbeveratoi e mangiatoie proporzionati al
carico animale.
Predisposizione di apposito locale/armadio/frigo per la custodia dei
farmaci veterinari in ottemperanza del D.Lgs. 119/92 e successive
modificazioni ed integrazioni.
Tutto l’impianto di allevamento dovrà essere recintato con rete metallica e/o filo elettrico.
Caratteristiche delle attrezzature
❑
Predisporre di un numero di autocatturanti equivalente o superiore al
numero di capi previsti, sono preferibili quelli con sgancio di sicurezza.
B O O K S E I
97
Capitolo 6
ALLEVAMENTO DI VITELLI A CARNE BIANCA
D.Lgs. 30/12/1992 n. 533 modificato dal D.Lgs. 01/09/1998 n. 331.
1.1. Il presente decreto stabilisce i requisiti minimi che devono essere
previsti negli allevamenti per la protezione dei vitelli.
2.1 Ai fini del presente decreto si intende per:
a) vitello: un animale della specie bovina di età inferiore a sei mesi;
b) autorità competente: il Ministero della Sanità (Salute) come previsto dall’art. 9.
3.1 A decorrere dal 1° gennaio 1994 e per un periodo transitorio di
quattro anni, tutte le aziende di nuova costruzione o ristrutturate e
attivate per la prima volta dopo tale data, devono soddisfare ai
seguenti requisiti minimi:
– i vitelli stabulati in gruppo devono poter disporre di uno spazio
libero di mq 1,5 per ogni capo di kg 150 di peso vivo, sufficiente a
consentire loro di voltarsi e di sdraiarsi senza alcun impedimento;
– i recinti e le poste, nel caso in cui i vitelli siano stabulati in recinti individuali o vincolati alla posta, devono essere costruiti con
pareti perforate e devono avere una larghezza non inferiore a cm
90, più o meno il 10%, oppure a 0.80 volte l’altezza del garrese.
3.2 Le disposizioni di cui al paragrafo 1 non si applicano alle aziende
con meno di 6 vitelli.
3.3 A decorrere dal 1° gennaio 1998, tutte le aziende di nuova costruzione o ristrutturate e tutte le aziende che entrano in funzione per la
prima volta dopo tale data, devono rispettare le seguenti prescrizioni:
a) nessun vitello di età superiore alle otto settimane deve essere rinchiuso in un recinto individuale, a meno che un veterinario non
abbia certificato il suo stato di salute o il suo comportamento
esiga che sia isolato dal gruppo al fine di essere sottoposto ad un
trattamento diagnostico o terapeutico. La larghezza del recinto
individuale deve essere almeno pari all’altezza del garrese del
vitello, misurata quando l’animale è in posizione eretta, e la lunghezza deve essere almeno pari alla lunghezza del vitello, misurata dalla punta del naso all’estremità caudale della tuberosità
B O O K S E I
98
Capitolo 6
ischiatica e moltiplicata per 1.1. Ogni recinto individuale per
vitelli, salvo quelli destinati ad isolare gli animali malati, non deve
avere muri compatti, ma pareti divisorie traforate che consentano un contatto diretto, visivo e tattile tra i vitelli;
b) per i vitelli allevati in gruppo, lo spazio libero disponibile per ciascun vitello deve essere pari ad almeno 1,5 mq per ogni vitello di
peso inferiore a 150 kg, ad almeno 1,7 mq per ogni vitello di peso
vivo superiore a 150 kg e inferiore a 220 kg e ad almeno 1,8 mq
per ogni vitello di peso vivo superiore a 220 kg (comma così sostituito dall’art. 1 D.Lgs. 1° settembre 1998, n. 331 che ha inoltre,
così disposto:
“art. 2. Norma transitoria. – 1. Le aziende di nuova costruzione
o ristrutturate e le aziende che entrano in funzione per la prima
volta dopo il 1° gennaio 1998 si adeguano alle prescrizioni di cui
all’art. 3, comma 3, del D.Lgs. 30/12/1992 n. 533, come sostituito dall’art. 1, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto”.
4.1 Il Ministero della Sanità, coordina la vigilanza sugli allevamenti, perché siano realizzate per i vitelli condizioni conformi alle disposizioni del presente decreto.
5.1. Le prescrizioni contenute nell’allegato al presente decreto possono
essere modificate, ove sia necessario al fine di tener conto dei progressi scientifici in materia, secondo le procedure comunitarie e
fatta salva l’adozione di misure più severe.
6.1. Il Ministero della Sanità, sentita la conferenza delle regioni, adotta
piani di ispezioni che siano effettuate dal Ministero stesso, dalle
autorità regionali e locali e dalle Unità sanitarie locali al fine di
accertare l’osservanza delle disposizioni del presente decreto e del
suo allegato; tali ispezioni possono essere effettuate anche in concomitanza di controlli realizzati per altri fini, prendendo in considerazione per ogni anno un campione statisticamente rappresentativo
dei vari sistemi di allevamento.
2. Ogni due anni, prima dell’ultimo giorno feriale del mese di aprile e per la prima volta entro il 30 aprile 1996, il Ministero della
Sanità informa la Commissione delle Comunità Europee in merito ai risultati delle ispezioni effettuate nei due anni precedenti,
nonché in merito al numero delle ispezioni effettuate in rappor-
B O O K S E I
99
Capitolo 6
to al numero di aziende in attività su tutto il territorio nazionale.
7.1. Gli animali in importazione, provenienti da Paesi Terzi, devono
essere accompagnati da un certificato rilasciato dalla competente
autorità del paese di provenienza che attesti che i medesimi hanno
ricevuto un trattamento almeno equivalente a quello accordato agli
animali di origine comunitaria, quale quello previsto dal presente
decreto.
8.1. Il Ministero della Sanità presta tutta la necessaria assistenza agli
esperti veterinari inviati dalla Commissione delle Comunità
Europee al fine di verificare il rispetto e l’applicazione uniforme su
tutto il territorio nazionale dei criteri minimi comuni per la protezione dei vitelli di allevamento.
2. Il Ministero della Sanità adotta i provvedimenti ritenuti necessari in conseguenza della notifica dei risultati del controllo degli
esperti di cui al comma 1.
9.1. Il Ministero della Sanità con proprio regolamento adotta norme
integrative e di applicazione del presente decreto e dispone le verifiche necessarie perché siano ammessi agli scambi soltanto gli animali trattati conformemente alle presenti disposizioni.
2. Le regioni a statuto ordinario ed a statuto speciale e le province
autonome di Trento e Bolzano possono prevedere o mantenere
norme più severe e stabilire le relative sanzioni pecuniarie amministrative, informandone il Ministero della Sanità.
3. Ferma restando la competenza generale del Comune a vigilare sul
rispetto delle norme di protezione degli animali anche tramite
guardie zoofile delle associazioni di volontariato, fatte salve le
competenze per la vigilanza sulle violazioni all’art. 727 del
Codice Penale, le Unità sanitarie locali nell’ambito della vigilanza di cui all’art. 6, lettera u), della L. 23/12/1978 n. 833, controllano l’applicazione delle disposizioni del presente decreto.
4. Il Ministero della Sanità comunica alla Commissione le disposizioni più severe adottate anche in applicazione delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa e delle disposizioni della
L. 14/10/1985 n. 623.
10.1. Omissis.
B O O K S E I
100
Capitolo 6
11.1. Salvo che il fatto costituisca reato, chi viola le disposizioni di cui
all’art. 3, comma 1 e di cui all’articolo 3, comma 3, del presente
decreto è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di
una somma da lire tre milioni a lire diciotto milioni.
Allegato
l. I materiali utilizzati per la costruzione dei locali di stabulazione, e in
particolare, dei recinti e delle attrezzature con i quali i vitelli possono
venire a contatto, non devono essere nocivi per i vitelli e devono poter
essere accuratamente puliti e disinfettati.
2. Fino all’istituzione di regole comunitarie in materia, l’installazione
delle apparecchiature e dei circuiti elettrici deve essere conforme alla
regolamentazione, in vigore volta ad evitare qualsiasi scossa elettrica.
3. L’isolamento termico, il riscaldamento e la ventilazione devono consentire di mantenere entro limiti non dannosi per i vitelli la circolazione dell’aria, la quantità di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e le concentrazioni di gas.
4. Ogni impianto automatico o meccanico indispensabile per la salute
ed il benessere dei vitelli deve essere ispezionato almeno una volta al
giorno. Gli eventuali difetti riscontrati devono essere eliminati immediatamente; se ciò non fosse possibile, occorre prendere le misure
adeguate per salvaguardare la salute ed il benessere dei vitelli fino a
che non sia effettuata la riparazione, ricorrendo in particolare a metodi alternativi disponibili di alimentazione e provvedendo a mantenere condizioni ambientali soddisfacenti.
Se si utilizza un impianto di ventilazione artificiale, occorre prevedere
un opportuno sistema sostitutivo che permetta un ricambio di aria sufficiente per preservare la salute e il benessere dei vitelli in caso di guasti all’impianto, nonché un sistema di allarme che segnali i guasti all’allevatore. Il sistema di allarme deve essere verificato regolarmente.
5. I vitelli non devono restare continuamente al buio. A tal fine, onde
soddisfare le loro esigenze comportamentali e fisiologiche, è opportuno prevedere, date le diverse condizioni climatiche degli Stati membri, una illuminazione adeguata naturale o artificiale che, in quest’ultimo caso, dovrà essere almeno equivalente alla durata di illuminazio-
B O O K S E I
101
Capitolo 6
ne naturale normalmente disponibile tra le ore 9.00 e le ore 17.00.
Dovrà inoltre essere disponibile un’illuminazione adeguata (fissa o
mobile) di intensità sufficiente per consentire di controllare i vitelli in
qualsiasi momento.
6. Tutti i vitelli allevati in gruppo o in recinti devono essere controllati
almeno una volta al giorno dal proprietario o dal responsabile degli
animali. Gli eventuali vitelli malati o feriti devono riceve immediatamente le opportune cure.
I vitelli malati o feriti devono, se necessario, poter essere isolati in
locali appropriati con lettiera asciutta e confortevole.
Qualora il vitello non reagisca al trattamento dell’allevatore, occorre
chiedere al più presto il parere del veterinario.
7. I locali di stabulazione devono essere costruiti in modo da consentire
ad ogni vitello:
– di coricarsi, giacere, alzarsi ed accudire a sé stesso senza difficoltà,
– di vedere altri vitelli.
8. Se si utilizza un attacco, questo non deve provocare lesioni al vitello
e deve essere regolarmente esaminato ed eventualmente aggiustato in
modo da assicurare una posizione confortevole. Ogni attacco deve
essere sufficientemente lungo per consentire ai vitelli di muoversi
secondo quanto disposto al paragrafo 7. Esso deve essere concepito
in modo da evitare, per quanto possibile, qualsiasi rischio di strangolamento o ferimento.
9. La stalla, i recinti, le attrezzature e gli utensili devono essere puliti e
disinfettati regolarmente in modo da prevenire infezioni incrociate o
lo sviluppo di organismi infettivi. Gli escrementi, l’urina e i foraggi
che non sono stati mangiati o che sono caduti sul pavimento devono
essere rimossi con la dovuta regolarità per ridurre al minimo gli
odori e la presenza di mosche o roditori.
10. I pavimenti devono essere non sdrucciolevoli e senza asperità per evitare lesioni ai vitelli e devono essere costruiti in modo da non causare lesioni o sofferenza ai vitelli, in piedi o coricati. Essi devono essere
adeguati alle dimensioni ed al peso dei vitelli e costituire una superficie rigida, piana e stabile. La zona in cui si coricano i vitelli deve essere confortevole, pulita, adeguatamente prosciugata e non dannosa per
i vitelli. Per tutti i vitelli di età inferiore a due settimane deve essere
B O O K S E I
102
Capitolo 6
prevista una lettiera adeguata.
11. A tutti i vitelli deve essere fornita un’alimentazione adeguata alla loro
età ed al loro peso e conforme alle loro esigenze comportamentali e
fisiologiche, onde favorire buone condizioni di salute e di benessere.
Gli alimenti devono avere un tenore di ferro sufficiente, nonché un
minimo di mangime solido contenente fibre digeribili (da 100 a 200
grammi, tenendo conto dell’età dell’animale) per garantire buone
condizioni di salute e di benessere ed un buon ritmo di crescita dei
vitelli e soddisfare le loro esigenze comportamentali. Tuttavia, l’obbligo di un quantitativo minimo di alimenti secchi contenenti fibre
deperibili non è prescritto per la produzione di vitelli a carne bianca.
Ai vitelli non deve essere messa la museruola.
12. Tutti i vitelli devono essere nutriti almeno una volta al giorno. Se i
vitelli sono stabulati in gruppo e non sono alimentati “ad libitum” o
mediante un sistema automatico di alimentazione, ciascuno vitello
deve avere accesso agli alimenti contemporaneamente agli altri vitelli
del gruppo.
13. A partire dalla seconda settimana di età, ogni vitello deve poter
disporre di acqua fresca adeguata in quantità sufficiente oppure poter
soddisfare il proprio fabbisogno in liquidi bevendo altre bevande.
14. Le attrezzature per la somministrazione di mangimi e di acqua devono essere concepite, costruite, installate e mantenute in modo da
ridurre al minimo le possibilità di contaminazione degli alimenti o
B O O K S E I
103
Capitolo 6
dell’acqua destinati ai vitelli.
ALLEVAMENTO DI SUINI DA INGRASSO
D.Lgs. 30/12/1992 n.534.
1.
Il presente decreto stabilisce le norme minime per la protezione dei
suini confinati per l’allevamento e l’ingrasso.
2.1. Ai sensi del presente decreto si intende per:
– suino: un animale della specie suina, di qualsiasi età, allevato per
la riproduzione o l’ingrasso;
– di sesso maschile che ha raggiunto la pubertà ed è destinato alla
riproduzione;
2) scrofetta: un suino di sesso femminile che ha raggiunto la
pubertà, ma non ha ancora partorito;
3) scrofa: un suino di sesso femminile che ha già partorito una
prima volta;
4) scrofa in allattamento: un suino di sesso femminile nel periodo
tra la fase perinatale e lo svezzamento dei lattonzoli;
5) scrofa asciutta e gravida: una scrofa nel periodo tra lo svezzamento e la fase perinatale;
6) lattonzolo: un suino dalla nascita allo svezzamento;
7) suinetto: un suino dallo svezzamento all’età di 10 settimane;
8) suino all’ingrasso: un suino dall’età di 10 settimane alla macellazione o all’impiego come riproduttore;
9) autorità competente: il Ministero della sanità secondo quanto
previsto all’art. 9.
3.1. A decorrere dal 1 gennaio 1994 tutte le aziende di nuova costruzione o ricostruite e/o messe in funzione per la prima volta devono soddisfare almeno i requisiti seguenti:
a) la superficie libera disponibile per ciascun suinetto o suino
all’ingrasso allevato in gruppo deve essere pari almeno a:
1) 0,15 m2 per i suini di peso medio pari o inferiore a 10 kg;
2) 0,20 m2 per i suini di peso medio compreso tra 10 e 20 kg;
3) 0,30 m2 per i suini di peso medio compreso tra 20 e 30 kg;
4) 0,40 m2 per i suini di peso medio compreso tra 30 e 50 kg;
5) 0,55 m2 per i suini di peso medio compreso tra 50 e 85 kg;
6) 0,65 m2 per i suini di peso medio compreso tra 85 e 110 kg;
7) 1 m2 per i suini di peso medio superiore a 110 kg.
B O O K S E I
104
Capitolo 6
2. A decorrere dal 1 gennaio 1998 le norme minime di cui sopra si
applicano a tutte le aziende.
3. La costruzione o la sistemazione degli impianti in cui sono utilizzati attacchi per le scrofe e le scrofette è vietata a decorrere dal 1
gennaio 1996, tuttavia l’utilizzazione degli impianti costruiti anteriormente al 1 gennaio 1996 e che non soddisfano i requisiti di cui
al comma 1 può essere autorizzata dall’autorità competente sulla
scorta dei risultati delle ispezioni previste dall’art. 7, comma 1 per
un periodo che non oltrepassi in nessun caso i cinque anni dal predetto termine.
4. Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle aziende con meno di sei suini o cinque scrofe con i loro lattonzoli.
4.1. Le condizioni relative all’allevamento di suini devono essere conformi almeno alle disposizioni generali stabilite nell’allegato; tuttavia,
sino al 30 giugno 1995, il sindaco può autorizzare una deroga alle
disposizioni enunciate al capitolo I, paragrafi 3, 5, 8 e 11 di detto
allegato, sentite le associazioni protezioniste del luogo.
5.1. Salvo che per l’adozione di misure più severe, le prescrizioni contenute nell’allegato possono essere modificate secondo le procedure
comunitarie per tener conto dei progressi scientifici.
6.1. Il Ministero della Sanità adotta, sentita la conferenza delle regioni,
piani di ispezioni che siano effettuate dal Ministero stesso, dalle
autorità regionali e locali e dalle Unità sanitarie locali per accertare
l’osservanza delle disposizioni del presente decreto e del suo allegato; tali ispezioni, che possono essere effettuate in concomitanza di
controlli attuati per altri fini, riguardano ogni anno un campione
statisticamente rappresentativo dei vari sistemi di allevamento nel
territorio nazionale.
2. Ogni due anni, prima dell’ultimo giorno feriale del mese di aprile e, per la prima volta, prima del 30 aprile 1996, il Ministero della
Sanità informa la commissione in merito ai risultati delle ispezioni
effettuate nei due esercizi precedenti conformemente al presente
articolo, compreso il numero delle ispezioni effettuate rispetto al
numero degli impianti situati nel territorio.
7.1. Per essere importati nella comunità gli animali provenienti da un
paese terzo devono essere accompagnati da un certificato rilasciato
B O O K S E I
105
Capitolo 6
dall’autorità competente di questo paese, il quale attesta che hanno
beneficiato di un trattamento almeno equivalente a quello accordato agli animali di origine comunitaria quale quello previsto dal presente decreto.
8.1. Il Ministero della Sanità fornisce l’assistenza necessaria agli esperti
della commissione CEE che effettuano ispezioni secondo le procedure comunitarie ed adotta le misure necessarie per tener conto dei
risultati di tali ispezioni
9.1. Il Ministro della Sanità con proprio regolamento adotta norme integrative e di applicazione del presente decreto e dispone le verifiche
necessarie perché siano ammessi agli scambi soltanto animali trattati conformemente alle presenti disposizioni.
2. Le regioni a statuto ordinario ed a statuto speciale e le province
autonome di Trento e Bolzano possono prevedere o mantenere
norme più severe e stabilire le relative sanzioni pecuniarie amministrative, informandone il Ministero della Sanità.
3. Ferma restando la competenza generale del comune a vigilare
sul rispetto delle norme di protezione degli animali anche tramite le
guardie zoofile delle associazioni di volontariato, fatte salve le competenze per la vigilanza sulle violazioni all’art. 727 del Codice penale, le Unità Sanitarie Locali nell’ambito della vigilanza di cui all’art.
6 lettera u) della legge 23 dicembre 1978, n. 833 (3), controllano
l’applicazione delle disposizioni del presente decreto.
4. Il Ministero della Sanità comunica alla commissione le disposizioni più severe adottate anche in applicazione delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa e delle disposizioni della legge 1985, n.
623 (4).
10.1. Omissis.
11.1. Salvo che il fatto costituisca reato, chi viola le disposizioni di cui
all’art. 3, commi 1 e 3, e dell’art. 4 del presente decreto è punito con
la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da lire tre
milioni a lire diciotto milioni.
B O O K S E I
106
Capitolo 6
ALLEGATO
CAPITOLO I
Condizioni generali
1. I materiali utilizzati per la costruzione dei locali di stabulazione, e in
particolare dei recinti e delle attrezzature con i quali i suini possono
venire a contatto, non devono essere nocivi per i suini e, devono poter
essere accuratamente puliti e disinfettati.
2. Fino all’istituzione di regole comunitarie in materia, l’installazione
delle apparecchiature e dei circuiti elettrici deve essere conforme alla
regolamentazione nazionale in vigore volta ad evitare qualsiasi scossa
elettrica.
3. L’isolamento termico, il riscaldamento e la ventilazione devono consentire di mantenere entro limiti non dannosi per i suini la circolazione dell’aria, la quantità di polvere, la temperatura, l’umidità relativa
dell’aria e le concentrazioni di gas.
4. Ogni impianto automatico o meccanico indispensabili per la salute ed
il benessere dei suini deve essere ispezionato almeno una volta al giorno. Gli eventuali difetti riscontrati devono, essere eliminati immediatamente; se ciò non fosse possibile, occorre prendere le misure adeguate per salvaguardare la salute ed il benessere dei suini fino a che
non sia effettuata la riparazione, ricorrendo in particolare a metodi
alternativi di alimentazione e provvedendo a mantenere condizioni
ambientali soddisfacenti. Se si utilizza un impianto di ventilazione
artificiale, occorre prevedere un adeguato impianto sostitutivo che
permetta un ricambio di aria sufficiente per preservare la salute e il
benessere dei suini in caso di guasti all’impianto, nonché un sistema
di allarme che segnali i guasti all’allevatore. Il sistema di allarme deve
essere verificato regolarmente.
5. I suini non devono restare continuamente al buio. A tal fine, onde soddisfare le loro esigenze, comportamentali e fisiologiche, e opportuno
prevedere, date le diverse condizioni climatiche degli Stati membri,
un’illuminazione adeguata naturale o artificiale che, in quest’ultimo
caso, dovrà essere almeno equivalente alla durata di illuminazione naturale normalmente disponibile tra le ore 9,00 e le 17.00. Dovrà inoltre
B O O K S E I
107
Capitolo 6
essere disponibile un’illuminazione adeguata (fissa o mobile) di intensità
sufficiente per consentire di controllare i suini in qualsiasi momento.
6. Tutti i suini allevati in gruppo o in recinti devono essere controllati
almeno una volta al giorno dal proprietario o dal responsabile degli
animali. Gli eventuali suini malati o feriti devono ricevere immediatamente le opportune cure. I suini malati o feriti devono, se necessario,
poter essere isolati in locali appropriati con lettiera asciutta e confortevole. Qualora i suini non reagiscano alle cure dell’allevatore, occorre chiedere al più presto il parere del veterinario.
7. Qualora i suini vengano tenuti in gruppo, occorre prendere misure
opportune per evitare lotte che vadano al di là di un comportamento
normale. I suini che presentano una costante aggressività nei confronti degli altri o sono vittime dell’aggressività vanno isolati o allontanati dal gruppo.
8. I locali di stabulazione devono essere costruiti in modo da consentire
ad ogni suino:
– di coricarsi, giacere ed alzarsi senza difficoltà;
– di disporre di una zona pulita adibita al riposo;
– di vedere altri suini.
9. Se si utilizza un attacco, questo non deve provocare lesioni al suino e
deve essere regolarmente esaminato ed eventualmente aggiustato in
modo da assicurare una posizione, confortevole. Ogni attacco deve
essere sufficientemente lungo per consentire ai suini di muoversi
secondo quanto disposto al paragrafo 8. L’attacco deve essere concepito in modo da evitare, per quanto possibile, qualsiasi rischio di
strangolamento e di ferimento.
10. La stalla, i recinti, le attrezzature gli utensili destinati ai suini devono
essere puliti e disinfettati regolarmente in modo da prevenire infezioni incrociate o lo sviluppo di organismi infettivi. Gli escrementi, l’urina e i foraggi che non sono stati mangiati o che sono caduti sul pavimento devono essere eliminati con la dovuta regolarità per ridurre gli
odori e la presenza di mosche o roditori.
11. I pavimenti devono essere non sdrucciolevoli e senza asperità per evitare lesioni ai suini e devono essere costruiti in modo da consentire
B O O K S E I
108
Capitolo 6
loro di stare in piedi o coricarsi senza subire lesioni o sofferenze. Essi
devono essere adeguati alle dimensioni ed al peso dei suini e costituire una superficie rigida, piana e stabile. La zona in cui i suini si coricano deve essere confortevole, pulita, adeguatamente prosciugata e
non dannosa per i suini. Qualora sia prevista una lettiera, deve essere
pulita, asciutta e non dannosa per i suini.
12. A tutti i suini devono essere forniti ogni giorno un’alimentazione adeguata alla loro età ed al loro peso e conforme alle loro esigenze comportamentali e fisiologiche, onde favorire buone condizioni di salute
e di benessere.
13. Tutti i suini devono essere nutriti almeno una volta al giorno. Se i suini
sono stabulati in gruppo e non sono alimentati “ad libitum” o mediante un sistema automatico di alimentazione, ciascun suino deve avere
accesso agli alimenti contemporaneamente agli altri suini del gruppo.
14. A partire dalla seconda settimana di età, ogni suino deve poter disporre di acqua fresca adeguata e sufficiente, oppure poter soddisfare il
proprio bisogno di liquidi bevendo altre bevande.
15. Le attrezzature per la somministrazione di mangimi e di acqua devono essere concepite, costruite, installate e mantenute in modo da
ridurre al minimo le possibilità di contaminazione degli alimenti o
dell’acqua destinata ai suini.
16. Tenuto conto delle condizioni ambientali e della densità degli animali, oltre alle misure normalmente adottate per evitare i morsi alle code
e altri comportamenti anormali e per permettere loro di soddisfare le
proprie esigenze comportamentali, tutti i suini devono poter disporre di paglia, o altro materiale oppure di un altro oggetto sostitutivo.
CAPITOLO II
Disposizioni specifiche per le varie categorie di suini
A) I. Verri
I recinti per i verri devono essere sistemati e costruiti in modo da permettere all’animale di girarsi e di avere il contatto uditivo, olfattivo e visi-
B O O K S E I
109
Capitolo 6
vo con gli altri suini e devono comprendere una zona pulita per il riposo.
La zona in cui l’animale può coricarsi deve essere asciutta e confortevole. Inoltre la superficie minima di un recinto per verro adulto è di 6 mq.
Occorre tuttavia prevedere una superficie maggiore qualora i recinti
siano, utilizzati per l’accoppiamento.
B) II. Scrofe e scrofette
1. Le scrofe gravide e le scrofette devono, se necessario, essere sottoposte a trattamento contro i parassiti interni o esterni. Esse devono, se
sono sistemate negli stalli da parto, essere pulite.
2. Devono disporre di una zona per coricarsi pulita, adeguatamente prosciugata e confortevole e, se necessario, deve essere loro fornita una
lettiera adeguata.
3. Dietro alla scrofa alla scrofetta deve essere prevista una zona libera
che renda agevole il parto naturale o assistito.
4. Le porcilaie da parto in cui le scrofe possono muoversi liberamente
devono essere provviste di strutture (quali ad esempio apposite sbarre) destinate a proteggere i lattonzoli.
C) III. Lattonzoli
1. Ove necessario i lattonzoli devono disporre di una fonte dì calore e di
una zona solida, asciutta e confortevole, separata da quella occupata
dalla scrofa, nella quale potersi coricare e riposare tutti contemporaneamente.
2. Nel caso si usi una gabbia da parto, i lattonzoli devono disporre di
spazio sufficiente per poter essere allattati senza difficoltà.
3. Qualora sia praticata, la castrazione di suini di sesso maschile di più
di quattro settimane deve essere effettuata, sotto anestesia, da un
veterinario o da altra persona qualificata, nell’osservanza della legislazione nazionale.
4. Il mozzamento della coda e dei denti non deve essere effettuato in modo
sistematico, ma soltanto quando nell’allevamento si constatino lesioni alle
mammelle delle scrofe, alle orecchie o alle code dei suini le quali possono essere evitate soltanto con tali operazioni. Se la troncatura dei denti è
necessaria, deve venire, asportata solo la parte terminale degli incisivi e
l’operazione deve aver luogo entro i primi sette giorni di vita.
5. I lattonzoli non devono essere staccati dalla scrofa prima che abbiano
raggiunto un’età di tre settimane, a meno che la permanenza presso la
B O O K S E I
110
Capitolo 6
madre influenzi negativamente il benessere oppure la salute loro o di
quest’ultima.
D) IV. Suinetti e suini all’ingrasso
Occorre formare i gruppi di suini quanto prima dopo lo svezzamento. I
suini dovrebbero essere tenuti in gruppi stabili, riducendo il più possibile le commistioni.
B O O K S E I
111
Capitolo 6
Scheda - suini da ingrasso
a) Definizione progettuale
capannone
ventilazione naturale
con corsia di defecazione esterna
senza corsia di defecazione esterna
tipologia di pavimentazione:
grigliato
pavimento unito con lettiera
pavimento unito senza lettiera
mista
spazio unitario a disposizione
spazio di mangiatoia spazio di mangiatoia
sistema di distribuzione degli alimenti
a liquido
a secco a terra
in mangiatoia
locali di servizio
infermeria
cucina di preparazione dell’alimentazione
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
estrazione d’aria
tipologia di pavimentazione:
grigliato
pavimento unito
mista
spazio unitario a disposizione
a liquido
a secco a terra
in mangiatoia
infermeria
cucina di preparazione dell’alimentazione
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
ricambio d’aria
pendenze tetto
cupolino
finestratura
apparecchiatura ausiliaria
finestratura di emergenza
apparecchiatura ausiliaria
stoccaggio effluenti
liquami (ventilazione naturale - estrazione d’aria)
sottogrigliato
dimensionamento vasconi
sistemi di trattamento
ossigenazione
trattamento enzimatico
trattamento oligolitico
vasche esterne
sistemi di asporto
dimensionamento
sistemi di trattamento
separazione liquido/solido
ossigenazione
miscelazione
B O O K S E I
112
Capitolo 6
lettiera (ventilazione naturale)
dimensionamento lettiera permanente
sistemi di asporto
dimensionamento stoccaggi esterni
smaltimento mortalità
contenitore frigorifero
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua
a plinti
struttura
cemento
metallica
copertura
fibrocemento
pannellatura sandwich
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
valutazione impatto ambientale
verifica soglie
e) Stoccaggi delle scorte
depositi cereali /mangimi
dimensionamento
f) Altre
sistemi di raffrescamento
scelta tipologia
B O O K S E I
113
Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO SUINI RIPRODUTTORI
Scheda - suini riproduttori
a) Definizione progettuale
definizioni di interesse comune
stimolazione
ventilazione naturale in box
in gabbia
estrazione d’aria
in box
in gabbia
gestazione
ventilazione naturale in box
in gabbia
estrazione d’aria
in box
in gabbia
tipologia di pavimentazione
spazio unitario a disposizione
sistema di distribuzione alimenti
tipologia di pavimentazione
tipologia di pavimentazione
svezzamento
ventilazione naturale in box
estrazione d’aria
in box
tipologia di pavimentazione
verri
ventilazione naturale in box
estrazione d’aria
in box
tipologia di pavimentazione
B O O K S E I
114
grigliato
pavimento unito
mista
spazio unitario a disposizione
sistema di distribuzione alimenti
parto
ventilazione naturale in gabbia
estrazione d’aria
in gabbia
locali di servizio
infermeria / isolamento
sala prelievo seme
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
grigliato
pavimento unito
mista
grigliato
pavimento unito
mista
sistema di distribuzione alimenti
grigliato parziale
pavimento unito
con lettiera
senza lettiera
sistema di distribuzione alimenti
grigliato parziale
pavimento unito
con lettiera
senza lettiera
sistema di distribuzione alimenti
Capitolo 6
b) Definizione gestionale
gestione effluenti
liquami vasche sottogrigliato
vasche esterne
lettiera
dimensionamento vasconi
sistemi di trattamento ossigenazione
trattamento enzimatico
trattamento oligolitico
sistemi di asporto
dimensionamento
sistemi di trattamento separazione liquido/solido
ossigenazione
miscelazione
sistemi di pulizia
sistemi di asporto
dimensionamento stock
smaltimento mortalità
contenitore frigorifero
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua
a plinti
struttura
cemento
metallica
fibrocemento
pannellatura sandwich
copertura
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
civili
➝ trattamento e dispersione
valutazione impatto ambientale
verifica soglie
e) Stoccaggi delle scorte
depositi cereali /mangimi
dimensionamento
B O O K S E I
115
Capitolo 6
SCHEDA - SUINI ALLEVATI ALL’APERTO
Tale pratica di allevamento nasce per offrire un duplice vantaggio: quello economico per certi ambiti territoriali non altrimenti interessati e di
un ritorno d’immagine per l’attenzione alla salubrità, all’habitat naturale e alla difesa delle tradizioni.
Anche questo tipo di allevamento si sviluppa quindi in un ottica biologica per il territorio.
Questa pratica consiste nel reintrodurre in opportuni ambiti agricolopastorali suini che hanno la possibilità di alimentarsi e coricarsi in parte
allo stato brado ed in parte con il lavoro umano.
Per quanto riguarda le condizioni di vita, il maiale deve avere spazio sufficiente per deambulare e grufolare.
• Per le scrofe in fase di gestazione ed allattamento, bisogna prevedere
dei recinti della superficie di 400 mq per nidiata provvisti di capannina; i riproduttori possono essere tenuti all’aperto.
• I suini dai 25/30 kg possono seguire due strade:
1) essere destinati all’ingrasso in allevamenti di tipo tradizionale;
2) rimanere in allevamento in spazi aperti, destinando una superficie/capo non < ai 50 mq e comunque relazionata alla capacità del
territorio di fornire alimentazione spontanea.
Le strutture indicate per questo tipo di allevamento sono:
– ricoveri semplici in legno o in terra e paglia;
– abbeveratoi e mangiatoie proporzionati al carico animale;
– recinzione dell’area con rete metallica o altro materiale idoneo.
B O O K S E I
117
Capitolo 6
ALLEVAMENTO AVICOLO - GALLINE OVAIOLE
DECRETO LEGISLATIVO 29 luglio 2003, n. 267 Attuazione delle
direttive 1999/74/CE e 2002/4/CE, per la protezione delle galline ovaiole e la registrazione dei relativi stabilimenti di allevamento
Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 219 del 20-9-2003
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;
Visto l'articolo 117 della Costituzione;
Vista la legge 30 luglio 2002, n. 180, recante delega al Governo per il
recepimento delle direttive comunitarie 1999/45/CE, 1999/74/CE,
1999/105/CE, 2000/52/CE, 2001/109/CE, 2002/4/CE e 2002/25/CE;
Vista la legge 1° marzo 2002, n. 39, recante disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità
europee (legge comunitaria 2001);
Vista la direttiva 1999/74/CE del Consiglio, del 19 luglio 1999, che stabilisce le norme minime per la protezione delle galline ovaiole;
Vista la direttiva 2002/4/CE della Commissione, del 30 gennaio 2002,
relativa alla registrazione degli stabilimenti di allevamento di galline
ovaiole di cui alla direttiva 1999/74/CE del Consiglio;
Visto il decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 146, recante attuazione della
direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti;
Visto il decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni;
Visto il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e successive modificazioni;
Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata
nella riunione del 12 marzo 2003;
Acquisito il parere della Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano;
Acquisiti i pareri delle competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione
del 3 luglio 2003;
Sulla proposta del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro
B O O K S E I
118
Capitolo 6
della salute, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia,
dell'economia e delle finanze, delle politiche agricole e forestali e per gli
affari regionali;
Emana
il seguente decreto legislativo:
Art. 1.
Definizioni e ambito di applicazione
1. Il presente decreto stabilisce le norme minime da rispettare per assicurare la protezione delle galline ovaiole.
2. Ai fini del presente decreto si intende per:
a) proprietario o detentore: qualsiasi persona fisica o giuridica che,
anche temporaneamente, è responsabile o si occupa degli animali;
b) autorità competente: il Ministero della Salute e quali autorità sanitarie territorialmente competenti: le regioni, le province autonome
e le Aziende Sanitarie Locali;
c) galline ovaiole: le galline della specie Gallus gallus, mature per la
deposizione di uova, allevate ai fini della produzione di uova non
destinate alla cova;
d) nido: uno spazio separato, i cui componenti escludono per il pavimento qualsiasi utilizzo di rete metallica o plastificata che possa
entrare in contatto con i volatili, previsto per la deposizione delle
uova di una singola gallina o di un gruppo di galline, così detto
nido di gruppo;
e) lettiera: il materiale allo stato friabile che permette alle ovaiole di
soddisfare le loro esigenze etologiche;
f) gabbia: uno spazio chiuso destinato ad ospitare le galline ovaiole in
un sistema a batteria;
g) sistema a batteria: un insieme di gabbie disposte in fila su un unico
piano o incastellate;
h) zona utilizzabile: una zona avente una larghezza minima di 30 cm,
una pendenza massima del 14 per cento sovrastata da uno spazio
libero avente un'altezza minima di 45 cm. Gli spazi destinati a nido
non fanno parte della zona utilizzabile;
i) unità produttiva: un capannone dove vengono allevate in tutto o in
parte le galline ovaiole;
l) allevamento: insieme di una o più unità produttive situate nella
stessa area.
B O O K S E I
119
Capitolo 6
3. Il presente decreto non si applica agli stabilimenti con meno di 350
galline ovaiole e a quelli di allevamento di galline ovaiole riproduttrici, nei confronti dei quali trovano comunque applicazione le prescrizioni di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 146.
Art. 2.
Obblighi del proprietario o del detentore di galline ovaiole
1. Ferme restando le disposizioni di cui al decreto legislativo 26 marzo
2001, n. 146, il proprietario o il detentore deve rispettare le disposizioni di cui all'allegato A al presente decreto, nonché, a decorrere
dalle date in essi indicate, quelle di cui:
a) all'allegato B, nel caso di utilizzo di sistemi alternativi;
b) all'allegato C, nel caso di utilizzo di gabbie non modificate;
c) all'allegato D, nel caso di utilizzo di gabbie modificate.
Art. 3.
Divieti
1. A decorrere:
a) dalla data di entrata in vigore del presente decreto, è vietato
costruire o mettere in funzione per la prima volta le gabbie di cui
al punto 1 dell'allegato C;
b) dal 1° gennaio 2012, è vietato utilizzare nell'allevamento le gabbie
di cui al numero 1 dell'allegato C.
Art. 4.
Registrazione degli allevamenti
1. Colui che intende avviare uno stabilimento di allevamento di galline
ovaiole chiede la registrazione dello stesso ai Servizi Veterinari della
Azienda Sanitaria competente per territorio, inviando per iscritto i
dati di cui al numero 1 dell'allegato E al presente decreto, prima dell'inizio dell'attività.
2. Per i fini di cui al comma 1, i Servizi Veterinari iscrivono in un registro gli allevamenti attribuendo a ciascuno di essi un numero distintivo unico, in conformità a quanto prescritto all'allegato E al presente
decreto; nel caso di utilizzo di registri già in uso per i fini stabiliti da
altre normative del settore veterinario, tali registri devono comunque
contenere tutti i dati necessari per la registrazione degli allevamenti,
B O O K S E I
120
Capitolo 6
nonché il numero distintivo attribuito a ciascuno di essi.
3. Il proprietario o il detentore di galline ovaiole che abbia lo stabilimento di allevamento in attività alla data di entrata in vigore del presente decreto, invia i dati di cui al comma 1 al Servizio Veterinario
dell'Azienda Sanitaria competente per territorio entro novanta giorni
dalla data di entrata in vigore del presente decreto; il Servizio veterinario dell'Azienda Sanitaria competente per territorio provvede agli
adempimenti di cui al comma 2 entro novanta giorni dal ricevimento
della richiesta. Nessun allevamento già in attività alla data di entrata
in vigore del presente decreto può continuare l'attività qualora non
abbia ottemperato a quanto disposto dal presente comma.
4. Il proprietario o il detentore deve notificare tempestivamente eventuali modifiche dei dati di cui al comma 1 ai Servizi Veterinari della
Azienda Sanitaria competente per territorio, che provvedono all'immediato aggiornamento del registro degli allevamenti.
5. I registri degli stabilimenti di cui al presente articolo devono essere
messi a disposizione nel caso di cui all'articolo 6, comma 1, nonché
per il rintraccio delle uova immesse sul mercato, destinate al consumo umano.
6. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, nessun allevamento può iniziare l'attività qualora non sia stato registrato
e non abbia ricevuto l'assegnazione del numero distintivo conformemente a quanto prescritto al presente articolo ed alle disposizioni di
cui all'allegato E al presente decreto.
7. Le spese derivanti dalle procedure connesse alle attività di cui al presente articolo, sono a carico del richiedente sulla base del costo effettivo del servizio reso, secondo tariffe e modalità da stabilire con
disposizione regionale.
Art. 5.
Attività ispettiva
1. Le autorità sanitarie territorialmente competenti:
a) procedono ad ispezioni per la verifica del rispetto delle disposizioni del presente decreto, da effettuare anche in occasione di altri
controlli e mantengono la documentazione dei risultati delle singole ispezioni effettuate;
b) all'atto del controllo indicano, nel verbale di accertamento, le
carenze riscontrate e le conseguenti prescrizioni con i relativi tempi
di adeguamento;
B O O K S E I
121
Capitolo 6
c) trasmettono al Ministero della Salute, per il tramite degli assessorati regionali competenti, una relazione sulle ispezioni di cui alla
lettera a), al fine della predisposizione e presentazione alla
Commissione europea di una relazione complessiva sulle ispezioni
effettuate sul territorio nazionale.
Art. 6.
Controlli comunitari
1. Gli esperti veterinari della Commissione europea e del Ministero
della Salute, anche al fine di garantire l'applicazione uniforme sul territorio nazionale, possono procedere a controlli per:
a) verificare che siano rispettati i requisiti stabiliti dal presente decreto;
b) accertare che le ispezioni di cui all'articolo 5 siano effettuate secondo le modalità stabilite in sede nazionale e comunitaria.
2. Le autorità sanitarie territorialmente competenti forniscono l'assistenza necessaria agli esperti veterinari della Commissione europea
nell'espletamento dell'incarico di cui al comma 1 e vigilano sull'applicazione delle misure conseguenti agli esiti dei controlli effettuati ai
sensi del presente articolo.
Art. 7.
Sanzioni amministrative
1. Salvo che il fatto costituisca reato, il proprietario o il detentore che
violi le disposizioni di cui alle lettere a), b) e c) dell'articolo 2, e quelle di cui al numero 8 dell'allegato A, nonché i divieti di cui all'articolo 3, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.550,00
euro a 9.300,00 euro.
2. L'autorità competente, valutata la gravità delle carenze riscontrate nel
corso dei controlli, può sospendere l'applicazione della sanzione di
cui al comma 1 in caso di tempestivo e puntuale adeguamento alle
prescrizioni dettate ai sensi dell'articolo 5, comma 1, lettera a). La
sospensione è automaticamente revocata in caso di reiterazione delle
violazioni e non può essere concessa in caso di recidiva.
3. Nel caso di reiterazione delle violazioni di cui al comma 1, la sanzione amministrativa pecuniaria è aumentata fino alla metà ed è disposta
la sospensione dell'attività svolta, a fine ciclo, da uno a tre mesi con
riferimento alle unità produttive risultate non conformi; nell'ipotesi
di sospensione dell'attività, il proprietario o il detentore è tenuto
B O O K S E I
122
Capitolo 6
comunque ad assicurare il benessere delle galline ovaiole. Fermo
restando che in tale periodo di sospensione dell'attività non vanno
computati i periodi di vuoto biologico e di vuoto sanitario.
4. Il proprietario o detentore che ometta di richiedere la registrazione
prevista all'articolo 4, commi 1 e 3, entro i termini indicati al medesimo articolo 4, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da
515,00 euro a 3.090,00 euro, nonché la sospensione dell'attività fino
all'avvenuta registrazione dello stabilimento di allevamento; all'accertamento di tale violazione consegue sempre la registrazione d'ufficio
dell'allevamento, con spese a carico del soggetto interessato, determinate ai sensi dell'articolo 4, comma 7.
Art. 8.
Disposizioni finali
1. In relazione a quanto disposto dall'articolo 117, quinto comma, della
Costituzione il presente decreto legislativo si applica, per le regioni e
province autonome che non abbiano ancora provveduto al recepimento delle direttive 1999/74/CE e 2002/4/CE, sino alla data di
entrata in vigore della normativa di attuazione di ciascuna regione e
provincia autonoma.
2. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto è
abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988,
n. 233, recante attuazione della direttiva 86/113/CEE, che stabilisce
norme minime per la protezione delle galline ovaiole in batteria.
3. Gli allegati al presente decreto sono modificati con regolamento adottato dal Ministro della salute, al fine di adeguarli alle modifiche tecniche dettate in sede comunitaria.
4. Le caratteristiche tecniche del nido e della lettiera di cui all'allegato
D, numeri 2 e 3, sono definite con apposito regolamento da adottare
entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro
delle politiche agricole e forestali.
5. Il divieto di cui all'articolo 3, comma 1, lettera a), non si applica nel
caso in cui sia provato che le gabbie di cui al punto 1 dell'allegato C
sono state commissionate prima del 31 dicembre 2002. Il presente
decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta
ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo
a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
B O O K S E I
123
Capitolo 6
SCHEDA - GALLINE OVAIOLE
Condizioni specifiche
• Aperture dotate di dispositivi antiuccelli.
• Predisposizione di idoneo impianto per la distribuzione e la somministrazione di prodotti farmacologici in acqua da bere.
• I capannoni di allevamento devono avere un’altezza minima di mt. 3,
aperture dotate di dispositivi antiuccelli.
• Deve essere garantita un’illuminazione artificiale che preveda una
variazione di minima e massima in relazione alle esigenze produttive
e fisiologiche dei soggetti.
• I locali di allevamento devono essere opportunamente isolati sia come
copertura che come tamponatura.
• Nei capannoni di allevamento a ventilazione naturale, la pendenza del
controsoffitto non deve essere < al 25%.
• In presenza di capannoni di allevamento a ventilazione forzata, gli
stessi devono essere dotati di sistemi automatici di apertura delle finestre e luci equivalenti all’esterno.
• Predisporre un idoneo impianto di estrazione dell'aria con densità >
di 15 capi/mq e con presenza di deiezioni.
• Predisporre idonea vasca di raccolta degli effluenti, rapportata al
numero di capi e sufficiente per un periodo di 180 giorni, copribile.
• Predisporre un adeguato centro di stoccaggio ed eventuale selezione
delle uova.
• Recinzione del corpo aziendale con struttura e altezza idonea (non <
a mt. 2).
B O O K S E I
124
Capitolo 6
Scheda - galline ovaiole
a) Definizione progettuale
definizioni di interesse comune
verifica dimensione gabbie
tipologia di gestione degli effluenti (v. punto b)
impianto idrico di somministrazione medicinali
silos per mangimi medicati
impianto di illuminazione
sistema di ventilazione
naturale
tipologia di impianto gabbie
dimensionamento finestrature
cupolino
pendenze tetto
estrazione d'aria
tipologia di impianto gabbie
dimensionamento aperture emergenza
impianti allarme
generatore
sistemi di prevenzione
misto
tipologia di impianto gabbie
dimensionamento aperture
cupolino
pendenze tetto
dimensionamento aperture emergenza
impianti allarmeparto
locali di servizio
deposito uova
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
gestione effluenti
raccolta e stoccaggio sotto gabbia
dimensionamento stoccaggio
tipologia di ventilazione
sistemi di asporto e pulizia
trattamenti (chimici, fisici e chimico-fisici)
stoccaggio esterno
sistemi di asporto
dimensionamento stoccaggio
trattamenti (chimici, fisici e chimico-fisici)
B O O K S E I
126
Capitolo 6
smaltimento mortalità
contenitore frigorifero
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua
a plinti
struttura
cemento
metallica
fibrocemento
pannellatura sandwich
copertura
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
pannellatura sandwich
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
civili
➝ trattamento e dispersione
valutazione impatto ambientale
verifica soglie
e) Stoccaggi delle scorte
deposito uova
dimensionamento
f) Altre
sistemi di raffrescamento
scelta tipologia
B O O K S E I
127
Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO DI POLLI E TACCHINI DA CARNE
Condizioni specifiche
• I capannoni di allevamento devono avere un’altezza minima di mt. 3,
aperture dotate di dispositivi antiuccelli.
• Deve essere garantita l’illuminazione naturale da una superficie finestrata non inferiore al 5% della superficie di allevamento.
• Deve essere garantita un’illuminazione artificiale minima di 5 lux/mq
all’altezza della testa degli animali, in presenza dell’operatore in allevamento minimo 30 lux/mq in aumento in base ai fabbisogni operativi e fino a 120Lux/mq.
• I locali di allevamento devono essere opportunamente isolati sia come
copertura che come tamponatura;
• Nei capannoni di allevamento a ventilazione naturale, la pendenza del
controsoffitto non deve essere < al 25%.
• In presenza di capannoni di allevamento a ventilazione forzata, gli
stessi devono essere dotati di sistemi automatici di apertura delle finestre e luci equivalenti all’esterno.
• Predisporre idoneo impianto per la distribuzione e la somministrazione di prodotti farmacologici in acqua da bere.
• Predisporre idonea vasca di raccolta degli effluenti rapportata al carico animale e per un periodo di stoccaggio di 120 g., copribile.
• Recintare il corpo aziendale con struttura e altezza idonea (non < a
mt.2) e comunque in conformità alle normative comunali.
❖ Polli da carne: prevedere una superficie di allevamento idonea ad
ospitare un carico max. di 11 capi/metro in caso di ventilazione naturale (carico max. finale di 25kg/mq); di 15 capi/mq in caso di ventilazione forzata (estrazione e non movimentazione) carico max finale
di 35 kg/mq, variazioni sono ammesse in base alle % di presenza tra
maschi e femmine.
❖ Tacchini da carne: prevedere una superficie di allevamento idonea ad
ospitare un carico max. di 3.5 capi/metro in caso di ventilazione naturale (carico max. finale di 35kg/mq); di 4.5 capi/mq in caso di ventilazione forzata (estrazione e non movimentazione) carico max finale
di 35 kg/mq, variazioni sono ammesse in base alle percentuali di presenza tra maschi e femmine.
B O O K S E I
128
Capitolo 6
Scheda - polli e tacchini da carne
a) Definizione progettuale
definizioni di interesse comune
impianto di distribuzione alimenti
impianto di abbeverata
impianto di somministrazione medicinali
silos per mangimi medicati
impianto di illuminazione
sistemi di oscuramento
sistema di ventilazione
naturale
densità capi
dimensionamento finestrature
cupolino
pendenze tetto
estrazione d'aria
densità capi
dimensionamento aperture emergenza
impianti allarme
generatore di corrente
sistemi di prevenzione
misto
densità capi
dimensionamento aperture
cupolino
pendenze tetto
dimensionamento aperture emergenza
impianti allarme
locali di servizio
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
gestione effluenti
platea di stoccaggio
dimensionamento
eventuali sistemi di trattamento
smaltimento mortalità
contenitore frigorifero
B O O K S E I
130
Capitolo 6
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua
a plinti
struttura
cemento
metallica
fibrocemento
pannellatura sandwich
copertura
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
pannellatura sandwich
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
civili
➝ trattamento e dispersione
valutazione impatto ambientale
verifica soglie
e) Stoccaggi delle scorte
deposito trucioli / materiali di lettiera
dimensionamento
f) Altre
sistemi di raffrescamento
scelta tipologia
B O O K S E I
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Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO CUNICOLO
Condizioni specifiche
• Aperture dotate di dispositivi antiuccelli.
• I capannoni di allevamento devono avere un’altezza minima di mt. 3,
aperture dotate di dispositivi antiuccelli.
• Deve essere garantita una illuminazione artificiale che preveda una
variazione di minima e massima in relazione alle esigenze produttive
e fisiologiche dei soggetti.
• I locali di allevamento devono essere opportunamente isolati sia come
copertura e come tamponatura.
• Nei capannoni di allevamento a ventilazione naturale, la pendenza del
controsoffitto non deve essere < al 25%.
• In presenza di capannoni di allevamento a ventilazione forzata, gli
stessi devono essere dotati di sistemi automatici di apertura delle finestre e luci equivalenti all’esterno.
• Predisporre idoneo impianto per la distribuzione e la somministrazione di prodotti farmacologici in acqua da bere.
• Predisporre un idoneo impianto di estrazione dell'aria con densità >
di 15 capi/mq e con presenza di deiezioni.
• Cubatura d’aria non inferiore a 0.20 mc. /capo.
• Gabbie da riproduzione unicellulari: superficie minima di 0.30 mq.
con nido interno.
• Gabbie da riproduzione unicellulari: superficie minima di 0.25 mq.
con nido esterno.
• Nidi: superficie non inferiore a 0.07 mq..
• Gabbie autosvezzanti: sup. non inferiore a 0.3 mq./capo.
• Gabbie per ingrasso: sup. non inferiore a 0.40 mq./capo.
• Mangiatoie: lunghezza non inferiore a cm. 5 – 7/capo, inferiori solo
se con razionamento a volontà, abbeveratoi in base al tipo utilizzato.
• Predisporre idonea vasca di raccolta degli effluenti, rapportata al n. di
capi e sufficiente per un periodo di 180 giorni, copribile.
• Recintare il corpo aziendale con struttura e altezza idonea (non < a
mt. 2).
B O O K S E I
132
Capitolo 6
Scheda - conigli (ciclo chiuso)
a) Definizione progettuale
definizioni di interesse comune
verifica dimensione gabbie riproduzione
verifica dimensione gabbie ingrasso
sistema distribuzione alimenti
manuale
automatizzato
tipologia di gestione degli effluenti (v. punto b)
impianto idrico di somministrazione medicinali
silos per mangimi medicati
impianto di illuminazione
sistema di ventilazione
naturale
dimensionamento finestrature
cupolino
pendenze tetto
estrazione d'aria
dimensionamento aperture emergenza
impianti allarme
generatore
sistemi di prevenzione
misto
dimensionamento aperture emergenza
cupolino
pendenze tetto
impianti allarme
locali di servizio
deposito prodotti medicinali
servizi igienici-spogliatoio
locali ufficio
b) Definizione gestionale
gestione effluenti
stoccaggio esterno
dimensionamento stoccaggio
sistemi di asporto e pulizia
trattamenti (chimici, fisici e chimico-fisici)
smaltimento mortalità
contenitore frigorifero
B O O K S E I
134
Capitolo 6
c) Definizioni costruttive
fondazioni
continua
a plinti
struttura
cemento
metallica
fibrocemento
pannellatura sandwich
copertura
tamponamenti
getto cls (calcestruzzo)
mattoni
pannellatura sandwich
d) Tutela ambientale
scarichi
effluenti zootecnici
➝ utilizzo agronomico
➝ calcolo dell’N (azoto)
➝ piano di concimazione
civili
➝ trattamento e dispersione
d) Stoccaggi delle scorte
deposito materiali di consumo
dimensionamento
f) Altre
sistemi di raffrescamento
scelta tipologia
B O O K S E I
135
Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO DI SELVAGGINA (FAGIANI - PERNICI E STARNE)
Pulcinaia:
1) aerata naturalmente: dimensionata a contenere non più di 30 fagiani/mq. fino ai 30 gg., (30/mq. per starne e pernici) poi sfoltire;
2) provvista di ventilazione forzata: 45 fagiani/mq. (50-60 /mq. per starne e pernici);
Svezzamento, dai 30 ai 60 giorni circa:
1) areazione naturale
max 20 capi/mq;
2) areazione forzata
max 25 capi/mq.
Selvaggina in allevamento:
prevedere idonei parchetti a terra in grado di ospitare gruppi di non oltre
10 femmine per maschio. Tali strutture devono essere opportunamente
dotate di impianti di abbeverata e distribuzione di alimenti;
– Le voliere devono essere opportunamente chiuse da idonea rete, creare un ambiente simil-naturale (terreno coltivato a cereali, graminacee
ed altra vegetazione erbacea) sistemato in modo di favorire il deflusso delle acque;
– In caso di allevamento a ciclo chiuso predisporre idoneo locale per la
conservazione delle uova.
B O O K S E I
136
Capitolo 6
SCHEDA - ALLEVAMENTO OVINO - CAPRINO
Caratteristiche della struttura di allevamento
• Prevedere una zona di alimentazione sopraelevata di circa 0.40 mt, se
usata anche per mungitura h. di 0.80 mt;
• Prevedere una zona di riposo normalmente su lettiera permanente
(paglia) o materiale equivalente;
• Pavimentazione in cemento e/o terra battuta, tenendo conto che la
pulizia delle deiezioni si deve effettuare in periodo non superiore ai 6
mesi e/o con altezza di letame max. di mt. 0.35;
• Spazio / capo indifferenziato (zona riposo / alimentazione) non inferiore a 1.7 mq./capo;
• Cubatura/capo non inferiore ai 6 mc.;
• Paddoks con possibilità di pascolamento, la superficie deve essere
non inferiore a 4/5 mq./capo;
• Paddoks senza possibilità di pascolamento, la superficie deve essere
non inferiore a 7/8 mq./capo;
• Recinzione del corpo aziendale con rete metallica di altezza non inferiore a 1.5 mt..
B O O K S E I
138
Capitolo 7
CAPITOLO 7
Bookse n. 6
Allevamenti
Vademecum
con sui
metodo
diMangimi
produzione
biologico
Vengono riportati alcuni articoli ed allegati del Regolamento del
Consiglio, di nostro interesse.
Reg. (CEE) 24-6-1991 n. 2092/91 2092
Regolamento del Consiglio relativo al metodo di produzione biologico di
prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle
derrate alimentari.
Pubblicato nella G.U.C.E. 22 luglio 1991, n. L 198. Entrato in vigore il 22 luglio 1991.
Campo di applicazione
Articolo 1
1. Il presente regolamento si applica ai prodotti sotto indicati, nella
misura in cui rechino o siano destinati a recare indicazioni concernenti il metodo di produzione biologico:
a) i prodotti agricoli vegetali non trasformati; anche gli animali e i
prodotti animali non trasformati, nella misura in cui i principi che
B O O K S E I
141
Capitolo 7
regolano la produzione e le norme specifiche di controllo applicabili figurino negli allegati I e III;
b) i prodotti agricoli vegetali e animali trasformati destinati all’alimentazione umana composti essenzialmente di uno o più ingredienti di origine vegetale e/o animale;
c) i mangimi, i mangimi composti per animali e le materie prime per
mangimi, non contemplati dalla lettera a) con effetto dall’entrata in
vigore del regolamento della Commissione di cui al paragrafo 3.
2. In deroga al paragrafo 1, qualora l’allegato I non fissi norme dettagliate di produzione per talune specie animali, si applicano le norme
in materia di etichettatura e di controllo previste rispettivamente
all’articolo 5 e agli articoli 8 e 9 per tali specie e i relativi prodotti, ad
eccezione dell’acquacoltura e dei prodotti dell’acquacoltura. In attesa dell’inserimento di norme dettagliate di produzione si applicano
norme nazionali o, in mancanza di queste, norme private, accettate o
riconosciute dagli Stati membri.
3. Entro il 24 agosto 2001, la Commissione presenta, conformemente
alla procedura di cui all’articolo 14, una proposta di regolamento sui
requisiti in materia di etichettatura e di controllo e le misure cautelative per i prodotti menzionati al paragrafo 1, lettera c) , purché tali
requisiti si riferiscano al metodo di produzione biologico.
In attesa dell’adozione del regolamento di cui al primo comma, ai
prodotti di cui al paragrafo 1, lettera c) si applicano norme nazionali
in conformità della legislazione comunitaria o, in mancanza di queste,
norme private accettate o riconosciute dagli Stati membri.
Articolo 2
Ai fini del presente regolamento si considera che un prodotto reca indicazioni concernenti il metodo di produzione biologico quando, nell’etichettatura, nella pubblicità o nei documenti commerciali, il prodotto
stesso, i suoi ingredienti o le materie prime per mangimi sono caratterizzati dalle indicazioni che sono in uso in ciascuno Stato membro, che suggeriscono all’acquirente che il prodotto, i suoi ingredienti o le materie
prime per mangimi sono stati ottenuti conformemente alle norme di produzione di cui all’articolo 6 e in particolare sono caratterizzati dai termini in appresso o dai corrispondenti termini derivati (come bio, eco, ecc.)
o diminutivi in uso, soli o combinati, salvo che detti termini non si applichino ai prodotti agricoli contenuti nelle derrate alimentari o nei mangi-
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142
Capitolo 7
mi o non abbiano in modo evidente alcun rapporto con il metodo di produzione:
– in spagnolo:
ecológico,
– in danese:
økologisk,
– in tedesco:
ökologisch, biologisch,
– in greco:
(6),
– in inglese:
organic,
– in francese:
biologique,
– in italiano:
biologico,
– in olandese:
biologisch,
– in portoghese:
biológico,
– in finlandese:
luonnonmukainen,
– in svedese:
ekologisk.
Articolo 3
Il presente regolamento si applica, fatte salve le altre disposizioni comunitarie o nazionali, in conformità del diritto comunitario riguardante i
prodotti specificati all’articolo 1, quali le disposizioni che disciplinano la
produzione, la preparazione, la commercializzazione, l’etichettatura e il
controllo, compresa la normativa in materia di prodotti alimentari e di
alimentazione degli animali
Definizioni
Articolo 4
Ai fini del presente regolamento, si intende per:
1) “etichettatura”: le diciture, le indicazioni, i marchi di fabbrica o di
commercio, le immagini o i simboli presenti su imballaggi, documenti, cartoncini, etichette, nastri e fascette che accompagnano o concernono i prodotti di cui all’articolo 1;
2) “produzione”: le operazioni effettuate in un’azienda agricola volte
alla produzione, all’imballaggio e alla prima etichettatura, quali prodotti ottenuti con metodo biologico, di prodotti agricoli ottenuti in
tale azienda (8);
3) “preparazione”: le operazioni di conservazione e/o di trasformazione
di prodotti agricoli (compresa la macellazione e il sezionamento per i
B O O K S E I
143
Capitolo 7
prodotti animali) nonché il condizionamento e/o modifiche apportate all’etichettatura relativamente alla presentazione del metodo di
produzione biologico apportate all’etichettatura dei prodotti freschi,
conservati e/o trasformati (9);
4) “commercializzazione”: la detenzione o l’esposizione a scopo di vendita, la messa in vendita, la vendita, la consegna o qualsiasi altro modo
di immissione in commercio;
5) “operatore”: la persona fisica o giuridica che produce, prepara o
importa da Paesi terzi i prodotti di cui all’articolo 1 ai fini della loro
commercializzazione, o che commercializza tali prodotti;
6) “ingredienti”: le sostanze (compresi gli additivi) usate per la preparazione dei prodotti di cui all’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), definiti
all’articolo 6, paragrafo 4, della direttiva 79/112/CEE relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari destinati al consumatore finale, nonché la relativa pubblicità;
7) “prodotti fitosanitari”: i prodotti definiti nell’articolo 2, punto 1,
della direttiva 79/117/CEE del Consiglio, del 21 dicembre 1978, relativa al divieto di immettere in commercio e impiegare prodotti fitosanitari contenenti determinate sostanze attive, modificata da ultimo
dalla direttiva 89/365/CEE;
8) “detergenti”: le sostanze e i preparati ai sensi della direttiva
73/404/CEE del Consiglio, del 22 novembre 1973, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative ai detergenti,
modificata da ultimo dalla direttiva 86/94/CEE, destinati alla pulitura
di taluni prodotti contemplati dall’articolo 1, paragrafo 1, lettera a);
9) “prodotto alimentare in imballaggio preconfezionato”: ogni singolo
prodotto quale definito all’articolo 1, paragrafo 3, lettera b), della
direttiva 79/112/CEE;
10) “elenco degli ingredienti”: l’elenco degli ingredienti di cui all’articolo
6 della direttiva 79/112/CEE.
11) “produzioni animali”: le produzioni di animali terrestri, domestici o
addomesticati (inclusi gli insetti) e di specie acquatiche allevate in
acqua dolce, salata o salmastra. I prodotti della caccia e della pesca di
animali selvatici non sono considerati come provenienti da produzioni biologiche;
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144
Capitolo 7
12) “organismo geneticamente modificato (OGM)”: qualsiasi organismo
cui si applica la definizione di cui all’articolo 2 della direttiva
90/220/CEE del Consiglio, del 23 aprile 1990, sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati;
13) “derivato di OGM”: una sostanza prodotta con/o a partire da OGM,
ma che non ne contiene;
14) “uso di OGM e di derivati di OGM”: il loro uso quali prodotti alimentari, ingredienti alimentari (compresi gli additivi e gli aromatizzanti), coadiuvanti tecnologici (compresi i solventi di estrazione), alimenti, mangimi composti, materie prime per mangimi, additivi per
mangimi, coadiuvanti tecnologici per mangimi, taluni prodotti utilizzati nell’alimentazione per gli animali di cui alla direttiva
82/471/CEE, prodotti fitosanitari, prodotti medicinali veterinari,
concimi, ammendanti del terreno, sementi, materiale di moltiplicazione vegetale e animale;
15) “medicinali veterinari”: i prodotti cui si applica la definizione di cui
all’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 65/65/CEE del Consiglio,
del 26 gennaio 1965, per il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative relative alle specialità medicinali;
16) “medicinali omeopatici veterinari”: i prodotti definiti all’articolo 1,
paragrafo 1, della direttiva 92/74/CEE del Consiglio, del 22 settembre 1992, che amplia il campo d’applicazione della direttiva
81/851/CEE concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative relative ai medicinali veterinari
e che fissa disposizioni complementari per i medicinali omeopatici
veterinari;
17) “mangimi”: i prodotti definiti all’articolo 2, lettera a), della direttiva
79/373/CEE del Consiglio, del 2 aprile 1979 relativa alla commercializzazione dei mangimi composti per animali;
18) “materie prime per mangimi”: i prodotti definiti all’articolo 2, lettera
a), della direttiva 96/25/CE del Consiglio, del 29 aprile 1996, relativa
alla circolazione delle materie prime per alimenti degli animali, che
modifica le direttive 70/524/CEE, 74/63/CEE, 82/471/CEE e
93/74/CEE e abroga la direttiva 77/101/CEE);
19) “mangimi composti per animali”: i prodotti definiti all’articolo 2, let-
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145
Capitolo 7
tera b), della direttiva 79/373/CEE del Consiglio, del 2 aprile 1979,
relativa alla commercializzazione dei mangimi composti per animali;
20) “additivi per mangimi”: i prodotti definiti all’articolo 2, lettera a),
della direttiva 70/524/CEE, del Consiglio, del 23 novembre 1970,
relativa agli additivi nell’alimentazione degli animali;
21) “taluni prodotti impiegati nell’alimentazione degli animali”: prodotti
nutrizionali ai sensi della direttiva 82/4717CEE del Consiglio, del 30
giugno 1982, relativa a taluni prodotti impiegati nell’alimentazione
degli animali;
22) “unità/azienda/azienda di allevamento con metodo di produzione
biologico”: l’unità o l’azienda o l’azienda di allevamento conforme
alle norme del presente regolamento;
23) “mangimi/materie prime per mangimi ottenuti con metodo di produzione biologico”: i mangimi/le materie prime per mangimi prodotti
conformemente alle norme di produzione di cui all’articolo 6;
24) “mangimi/materie prime per mangimi di conversione”: i mangimi/le
materie prime per mangimi che rispondono alle norme di produzione di cui all’articolo 6, eccetto per il periodo di conversione in cui
dette norme si applicano per almeno un anno prima della raccolta;
25) “mangimi/materie prime per mangimi convenzionali”: i mangimi/le
materie prime per mangimi che non rientrano nelle categorie di cui ai
punti 23 e 24.
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146
Capitolo 7
Allegato I
Norme per la produzione biologica a livello aziendale
Vegetali e prodotti vegetali
1.1. Le norme di produzione di cui all’articolo 6, paragrafo 1, lettere a), b)
e d), figuranti nel presente allegato devono di regola essere state applicate
negli appezzamenti per un periodo di conversione di almeno due anni
prima della semina o, nel caso di pascoli, di almeno due anni prima della
loro utilizzazione come alimenti per animali ottenuti dall’agricoltura biologica o ancora, nel caso delle colture perenni diverse dai prati, di almeno tre
anni prima del primo raccolto dei prodotti di cui all’articolo 1, paragrafo 1,
lettera a). Il periodo di conversione decorre non prima della data in cui il
produttore ha notificato la propria attività, ai sensi dell’articolo 8, e sottoposto la propria azienda al regime di controllo di cui all’articolo 9.
1.2. L’autorità o l’organismo di controllo può tuttavia decidere, d’intesa
con l’autorità competente, di riconoscere retroattivamente come facenti
parte del periodo di conversione eventuali periodi anteriori durante i quali:
a) gli appezzamenti facevano parte di un programma di applicazione del
regolamento (CEE) n. 2078/92 del Consiglio, del 30 giugno 1992,
relativo a metodi di produzione agricola compatibili con le esigenze
di protezione dell’ambiente e con la cura dello spazio naturale, o del
capo VI del regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio, del 17
maggio 1999, sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo
europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG) e che modifica ed abroga taluni regolamenti ovvero nel quadro di un altro programma ufficiale, a condizione che i programmi di cui trattasi garantiscano che nessun prodotto non compreso nell’allegato II, parti A e
B, sia stato utilizzato su detti appezzamenti;
b) gli appezzamenti erano superfici agricole o allo stato naturale non
trattate con nessuno dei prodotti non compresi nell’allegato II, parti
A e B. Tale periodo potrà essere preso in considerazione retroattivamente soltanto qualora l’autorità o l’organismo di controllo abbia
ottenuto prove sufficienti che le condizioni suddette erano soddisfatte per un periodo di almeno tre anni.
1.3. L’autorità o l’organismo di controllo può decidere, con il consenso
dell’autorità competente, che in certi casi il periodo di conversione sia
prolungato oltre la durata stabilita al punto 1.1, tenuto conto dell’utilizzazione anteriore degli appezzamenti.
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Capitolo 7
1.4. Per gli appezzamenti già convertiti o in corso di conversione all’agricoltura biologica che sono trattati con un prodotto non figurante nell’allegato II, lo Stato membro ha facoltà di ridurre il periodo di conversione ad
una durata inferiore a quella stabilita al punto 1.1 nei due casi seguenti:
a) per gli appezzamenti trattati con un prodotto non compreso nell’allegato II, parte B, nel quadro di un’azione di lotta contro una malattia
o un parassita resa obbligatoria per una determinata coltura vegetale
dall’autorità competente dello Stato membro nel suo territorio o in
alcune parti di esso;
b) per gli appezzamenti trattati con un prodotto non compreso nell’allegato II, parte A o B, nel quadro di prove scientifiche approvate dall’autorità competente dello Stato membro.
La durata del periodo di conversione è fissata tenendo conto di tutti gli
elementi seguenti:
– la decomposizione del fitofarmaco in causa deve garantire, alla fine
del periodo di conversione, un livello insignificante di residui nel
suolo, nonché nel vegetale ove si tratti di coltura perenne,
– il raccolto successivo al trattamento non può essere commercializzato
con un riferimento al modo di produzione biologico,
– lo Stato membro interessato deve informare gli altri Stati membri e la
Commissione della propria decisione di effettuare il trattamento
obbligatorio.
2.1. La fertilità e l’attività biologica del suolo devono essere mantenute o
aumentate in primo luogo mediante:
a) la coltivazione di leguminose, di concimi verdi o di vegetali aventi un
apparato radicale profondo nell’ambito di un adeguato programma di
rotazione pluriennale;
b) l’incorporazione di letame proveniente da allevamenti biologici, nel
rispetto delle disposizioni e delle restrizioni di cui alla parte B, punto
7.1, del presente allegato;
c) l’incorporazione di altro materiale organico, compostato o meno,
prodotto da aziende che operano nel rispetto delle norme del presente regolamento.
2.2. L’integrazione con altri concimi organici o minerali di cui all’allegato II è consentita a titolo eccezionale qualora:
– un nutrimento adeguato dei vegetali in rotazione o il condizionamento del terreno non possano essere ottenuti con i soli mezzi indicati al
precedente paragrafo, lettera a), b) e c),
– per quanto riguarda i prodotti dell’allegato II relativi a concime e/o
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Capitolo 7
escrementi di animali: l’impiego di tali prodotti è consentito solo se,
in combinazione con il concime animale di cui al precedente paragrafo 2.1, lettera b), sono rispettate le limitazioni di cui alla parte B,
sezione 7.1, del presente allegato.
2.3. Per l’attivazione del compost possono essere utilizzate preparazioni
appropriate a base di vegetali o di microrganismi non geneticamente modificati ai sensi dell’articolo 4, punto 12. Ai fini contemplati dal presente
paragrafo e dal paragrafo 2.1 possono essere utilizzate anche le cosiddette
“preparazioni biodinamiche”, a base di polveri di roccia, letame o piante.
2.4. È consentita l’utilizzazione di preparazioni appropriate di microrganismi non geneticamente modificati ai sensi dell’articolo 4, punto 12,
autorizzate in agricoltura generale nello Stato membro interessato, per
migliorare le condizioni generali del terreno o la disponibilità di nutrienti nel terreno o nelle colture, qualora la necessità di tale utilizzazione sia
stata riconosciuta dall’organismo di controllo o dall’autorità di controllo.
3. La lotta contro i parassiti, le malattie e le piante infestanti si impernia
sul seguente complesso di misure:
– scelta di specie e varietà adeguate;
– programma di rotazione appropriato;
– coltivazione meccanica;
– protezione dei nemici naturali dei parassiti, grazie a provvedimenti ad
essi favorevoli (ad esempio siepi, posti per nidificare, diffusione di
predatori);
– eliminazione delle malerbe mediante bruciatura.
Possono essere utilizzati i prodotti di cui all’allegato II soltanto in caso di
pericolo immediato che minacci le colture.
4. La raccolta di vegetali commestibili e delle loro parti, che crescono
naturalmente nelle aree naturali, nelle foreste e nelle aree agricole, è considerata metodo di produzione biologico, sempreché:
– queste aree non abbiano subito trattamenti con prodotti diversi da
quelli indicati nell’allegato II per un periodo di tre anni precedente la
raccolta;
– la raccolta non comprometta l’equilibrio dell’habitat naturale e la
conservazione delle specie nella zona di raccolta.
5. Per la produzione di funghi, possono essere utilizzati substrati composti esclusivamente dei seguenti materiali:
5.1. Concime animale e deiezioni animali (compresi i prodotti di cui
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Capitolo 7
all’allegato II, parte A, primo, secondo, terzo e quarto trattino, del regolamento (CEE) n. 2092/91):
a) provenienti da aziende che applicano il metodo di produzione biologico, oppure
b) rispondenti ai requisiti stabiliti nell’allegato II, parte A, primo, secondo, terzo e quarto trattino, del regolamento (CEE) n. 2092/91, entro
il limite massimo del 25% [*], e unicamente qualora il prodotto di cui
al punto 5.1 a) non sia disponibile;
5.2. prodotti di origine agricola, diversi da quelli menzionati al punto 5.1
(per esempio paglia), provenienti da aziende che applicano il metodo di
produzione biologico;
5.3. torba non trattata chimicamente;
5.4. legno non trattato con sostanze chimiche dopo il taglio; 5.5. minerali di cui all’allegato II, parte A del regolamento (CEE) n. 2092/91, acqua
e terra.
[*] Questa percentuale è calcolata sul peso totale dell’insieme dei componenti del substrato - escluso il materiale di copertura - prima del compostaggio e senza aggiunta di acqua.
Animali e prodotti animali
In attesa che venga adottata la proposta di cui all’articolo 1, paragrafo 2,
e ai fini della preparazione di ingredienti menzionati all’articolo 5, paragrafo 3, lettera a), gli animali devono essere allevati secondo le norme
nazionali che disciplinano la zootecnia biologica o, in mancanza di tali
norme, secondo pratiche riconosciute a livello internazionale.
Prodotti animali delle seguenti specie: bovini (comprese le specie bubalus e bison), suini, ovini, caprini, equidi e pollame
1. Principi generali
1.1. Le produzioni animali rappresentano una componente dell’attività di
numerose aziende agricole operanti nel settore dell’agricoltura biologica.
1.2. Le produzioni animali devono contribuire all’equilibrio dei sistemi
di produzione agricola rispondendo alle esigenze di elementi nutritivi
delle colture e migliorando la sostanza organica del suolo. Esse contri-
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150
Capitolo 7
buiscono in tal modo a creare e a mantenere rapporti di complementarità
fra terra e vegetale, vegetale e animali, animale e terra. Quale parte di
questo concetto, la produzione senza terra non è conforme alle norme del
presente regolamento.
1.3. Impiegando risorse naturali rinnovabili (deiezioni zootecniche, colture di leguminose, colture foraggere), il binomio coltura-allevamento e i
sistemi di pascolo consentono la salvaguardia e il miglioramento della fertilità del suolo a lungo termine e contribuiscono allo sviluppo di un’agricoltura sostenibile.
1.4. L’allevamento praticato nel quadro dell’agricoltura biologica è una
produzione legata alla terra. Tranne qualora esista un’autorizzazione
eccezionale del presente allegato, gli animali devono disporre di un’area
di pascolo. Il numero di capi per unità di superficie sarà limitato in misura tale da consentire una gestione integrata delle produzioni animali e
vegetali a livello di unità di produzione e in modo da ridurre al minimo
ogni forma di inquinamento, in particolare del suolo e delle acque superficiali e sotterranee. La consistenza del patrimonio zootecnico sarà essenzialmente connessa alla superficie disponibile al fine di evitare i problemi
del sovrappascolo e dell’erosione e di consentire lo spargimento delle
deiezioni animali onde escludere danni all’ambiente. Nel capitolo 7 figurano norme dettagliate per l’uso di deiezioni organiche.
1.5. Nell’agricoltura biologica, tutti gli animali appartenenti ad una stessa unità di produzione devono essere allevati nel rispetto delle norme
contenute nel presente regolamento.
1.6. Tuttavia è ammessa nell’azienda la presenza di animali che non sono
allevati secondo le disposizioni del presente regolamento purché l’allevamento di questi animali abbia luogo in un’unità distinta, provvista di stalle e pascoli nettamente separati da quelli adibiti alla produzione conforme alle norme del presente regolamento, e a condizione che si tratti di
animali di specie diversa.
1.7. In deroga a questo principio, gli animali che non sono allevati secondo le disposizioni del presente regolamento possono utilizzare, ogni anno
per un periodo limitato di tempo, il pascolo di unità conformi al regolamento stesso, purché tali animali provengano da allevamenti estensivi
[come definito all’articolo 6, paragrafo 5, del regolamento (CE) n. 950/97
e, ove si tratti di specie non menzionate in tale regolamento, il numero di
animali per ettaro sia equivalente a 170 kg di azoto per ettaro all’anno
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151
Capitolo 7
come definito nell’allegato VII del presente regolamento] e nessun altro
animale soggetto alle prescrizioni del presente regolamento sia presente
sullo stesso pascolo nello stesso tempo. Questa deroga è subordinata
all’autorizzazione preventiva dell’organismo o dell’autorità di controllo.
1.8. In forza di una seconda deroga a questo principio, gli animali allevati secondo le prescrizioni del presente regolamento possono utilizzare
un’area di pascolo comune purché:
a) l’area non sia stata trattata con prodotti diversi da quelli previsti all’allegato II del presente regolamento per un periodo di almeno tre anni;
b) qualsiasi animale che utilizzi il pascolo in questione e non sia soggetto alle prescrizioni del presente regolamento provenga da allevamenti estensivi, quali definiti all’articolo 6, paragrafo 5, del regolamento
(CE) n. 950/97; oppure, ove si tratti di specie non menzionate in tale
regolamento, il numero di animali per ettaro sia equivalente a 170 kg
di azoto per ettaro all’anno come definito nell’allegato VII del presente regolamento;
c) i prodotti animali derivanti da animali allevati secondo le disposizioni del presente regolamento, nel periodo in cui utilizzavano il pascolo comune, non siano considerati di origine biologica, a meno che si
dimostri in modo soddisfacente all’organismo o all’autorità di controllo che essi sono stati nettamente separati da altri animali non
rispondenti ai requisiti del presente regolamento.
2. Conversione
2.1. Conversione di aree associate a produzioni animali biologiche
2.1.1. In caso di conversione di un’unità di produzione, l’intera superficie dell’unità utilizzata per l’alimentazione degli animali deve rispondere
alle norme di produzione dell’agricoltura biologica, utilizzando i periodi
di conversione stabiliti nella parte A del presente allegato “Vegetali e prodotti vegetali”.
2.1.2. In deroga a questo principio, il periodo di conversione può essere
ridotto di 1 anno per i pascoli, i parchetti all’aperto e gli spiazzi liberi utilizzati da specie non erbivore. Detto periodo può essere ridotto a 6 mesi
se le aree interessate non sono state sottoposte, in anni recenti, a trattamenti con prodotti diversi da quelli previsti nell’allegato II del presente
regolamento. Questa deroga deve essere autorizzata dall’organismo o dall’autorità di controllo.
B O O K S E I
152
Capitolo 7
2.2. Conversione di animali e prodotti animali
2.2.1. I prodotti animali possono essere venduti con la denominazione
biologica soltanto se gli animali sono stati allevati secondo le norme del
presente regolamento per un periodo di almeno:
– 12 mesi per gli equini ed i bovini (comprese le specie Bubalus e
Bison) destinati alla produzione di carne ed in ogni caso per almeno
tre quarti della loro vita;
– 6 mesi per i piccoli ruminanti ed i suini; tuttavia, per un periodo transitorio che scade il 24 agosto 2003, il periodo per i suini è di 4 mesi;
– 6 mesi per gli animali da latte; tuttavia per un periodo transitorio che
scade il 24 agosto 2003, il periodo è di 3 mesi;
– 10 settimane per il pollame introdotto prima dei 3 giorni di età e
destinato alla produzione di carne;
– 6 settimane per le ovaiole.
2.2.2. In deroga al paragrafo 2.2.1 e per la costituzione del patrimonio, i
vitelli e i piccoli ruminanti che sono destinati alla produzione di carne
possono essere venduti con la denominazione biologica per un periodo
transitorio che scade il 31 dicembre 2003, purché:
– provengano da un allevamento estensivo;
– siano stati allevati nell’unità biologica fino al momento della vendita
o della macellazione per un periodo minimo di 6 mesi per i vitelli e di
2 mesi per i piccoli ruminanti;
– l’origine degli animali sia conforme alle condizioni di cui al quarto e
quinto trattino del paragrafo 3.4.
2.3. Conversione simultanea
2.3.1. In deroga ai punti 2.2.1, 4.2 e 4.4 nel caso di conversione simultanea
dell’intera unità di produzione - compresi animali, pascoli e/o area utilizzata per il foraggio - il periodo totale di conversione combinato per tutti
questi elementi è ridotto a 24 mesi, fatte salve le condizioni seguenti:
a) la deroga si applica soltanto agli animali esistenti e alla loro progenie
e nel contempo anche all’area utilizzata per foraggio/pascolo prima
dell’inizio della conversione;
b) gli animali sono nutriti principalmente con prodotti dell’unità di produzione.
3. Origine degli animali
3.1. Nella scelta delle razze o delle varietà si deve tener conto della capa-
B O O K S E I
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Capitolo 7
cità degli animali di adattarsi alle condizioni locali nonché della loro vitalità e resistenza alle malattie. Inoltre le razze e le varietà devono essere
selezionate al fine di evitare malattie specifiche o problemi sanitari connessi con alcune razze e varietà utilizzate nella produzione intensiva (ad
esempio sindrome da stress dei suini, PME, morte improvvisa, aborto
spontaneo, nascita difficoltosa con taglio cesareo, ecc.), dando la preferenza a razze e varietà autoctone.
3.2. Gli animali devono provenire da unità di produzione che osservino
le norme di produzione di cui all’articolo 6 e al presente allegato ed essere mantenuti per tutta la loro vita in questo sistema di produzione.
3.3. Come prima deroga e previa autorizzazione dell’organismo o dell’autorità di controllo, il bestiame esistente nell’unità di produzione che non è
conforme alle norme del presente regolamento può essere convertito.
3.4. Come seconda deroga, in caso di prima costituzione del patrimonio
e in mancanza di un numero sufficiente di animali ottenuti con metodi
biologici, possono essere introdotti nelle unità di produzione biologiche
animali ottenuti con metodi non biologici alle seguenti condizioni:
– pollastrelle destinate alla produzione di uova, purché in età non superiore alle 18 settimane;
– pulcini destinati alla produzione di carne, con meno di 3 giorni quando lasciano l’unità in cui sono stati prodotti;
– bufali di meno di 6 mesi;
– vitelli e puledri allevati secondo le norme del presente regolamento
subito dopo lo svezzamento e in ogni caso di meno di 6 mesi;
– pecore e capre allevate secondo le norme del presente regolamento
subito dopo lo svezzamento e in ogni caso di meno di 45 giorni;
– suinetti allevati secondo le norme del presente regolamento subito
dopo lo svezzamento e di peso inferiore a 25 kg.
3.5. La suddetta deroga, che deve essere preventivamente autorizzata
dall’organismo o dall’autorità di controllo, è applicabile durante un
periodo transitorio che scade il 31 dicembre 2003.
3.6. Come terza deroga, il rinnovo o la ricostituzione del patrimonio
sono autorizzati dall’organismo o dall’autorità di controllo in mancanza
di animali ottenuti con metodi biologici e nei seguenti casi:
a) elevata mortalità degli animali a causa di problemi sanitari o di catastrofi;
b) pollastrelle di età non superiore a 18 settimane destinate alla produzione di uova;
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Capitolo 7
c) pollame di meno di tre giorni destinato alla produzione di carne e suinetti subito dopo lo svezzamento e di peso inferiore a 25 kg.
I casi di cui alle lettere b) e c) sono autorizzati per un periodo transitorio
che scade il 31 dicembre 2003.
3.7. Nel caso di suini, pollastrelle e pollame destinato (110) alla produzione di carne, questa deroga transitoria è riesaminata prima della scadenza per vagliare eventuali possibilità di proroga di tale scadenza.
3.8. Come quarta deroga, al fine di completare l’incremento naturale e di
garantire il rinnovo del patrimonio, in mancanza di animali ottenuti con
metodi biologici e unicamente con l’autorizzazione dell’organismo o dell’autorità di controllo, possono essere introdotti annualmente, entro un
massimo del 10% del bestiame bovino o equino adulto (comprese le specie Bubalus e Bison) e del 20% del bestiame suino, ovino o caprino adulto dell’azienda, animali - ad esempio animali di sesso femminile (nullipari) - provenienti da allevamenti non biologici.
3.9. Le percentuali previste dalla suddetta deroga non si applicano alle
unità di produzione di meno di dieci equini o bovini, o di meno di cinque suini, ovini o caprini. Per tali unità qualsiasi rinnovo di cui sopra è
limitato al massimo di un capo all’anno.
3.10. Dette percentuali possono essere maggiorate, fino al 40%, dietro
parere favorevole dell’organismo o dell’autorità di controllo, nei seguenti casi particolari:
– estensione significativa dell’azienda;
– cambiamento della razza;
– sviluppo di una nuova produzione.
3.11. Come quinta deroga, l’introduzione di maschi riproduttori provenienti da allevamenti non biologici è autorizzata a condizione che gli animali vengano successivamente allevati e nutriti per il resto della loro vita
secondo le norme enunciate nel presente regolamento.
3.12. Qualora gli animali provengano da unità non conformi al presente
regolamento, secondo le condizioni e i limiti indicati ai punti da 3.3 a
3.11, i relativi prodotti potranno essere venduti come prodotti biologici
soltanto se saranno stati rispettati i periodi indicati al punto 2.2.1; nel
corso di detti periodi devono essere osservate tutte le norme enunciate
nel presente regolamento.
3.13. Nel caso di animali ottenuti da unità non conformi al presente
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155
Capitolo 7
regolamento si deve rivolgere particolare attenzione alle norme sanitarie.
L’organismo o l’autorità di controllo può prescrivere, a seconda della
situazione locale, disposizioni particolari come controlli preventivi e
periodi di quarantena.
3.14. La Commissione presenterà una relazione entro il 31 dicembre
2003 relativa alla disponibilità di animali allevati con metodi biologici per
presentare, se del caso, una proposta al comitato permanente, volta ad
assicurare che tutta la produzione di carne con metodi biologici provenga da animali nati e cresciuti in aziende che praticano il metodo di produzione biologico.
4. Alimentazione
4.1. L’alimentazione è finalizzata a una produzione di qualità piuttosto
che a massimizzare la produzione stessa, rispettando nel contempo le esigenze nutrizionali degli animali nei vari stadi fisiologici. Le pratiche di
ingrasso sono autorizzate nella misura in cui sono reversibili in qualsiasi
stadio dell’allevamento. È vietata l’alimentazione forzata.
4.2. Gli animali devono essere alimentati con alimenti biologici.
4.3. Inoltre gli animali devono essere allevati in conformità delle norme
del presente allegato, preferibilmente con alimenti prodotti dall’unità o,
qualora ciò non sia possibile, con alimenti provenienti da altre unità o
imprese conformantisi alle disposizioni del presente regolamento.
4.4. L’incorporazione nella razione alimentare di alimenti in fase di conversione è autorizzata fino ad un massimo del 30% in media della formula alimentare. Allorché gli alimenti in fase di conversione provengono
da un’unità della propria azienda, la percentuale può arrivare al 60%.
Tali percentuali sono espresse in percentuale di sostanza secca degli alimenti di origine agricola (112).
4.5. L’alimentazione di base dei mammiferi giovani è il latte naturale, di
preferenza quello materno. Tutti i mammiferi devono essere nutriti con
latte naturale per un periodo minimo che dipende dalle varie specie: 3
mesi per bovini (incluse le specie Bubalus e Bison) ed equini, 45 giorni
per ovini e caprini e 40 giorni per i suini.
4.6. Se del caso, gli Stati membri designano le zone o le regioni in cui è
praticabile la transumanza (compresi gli spostamenti di animali verso i
pascoli montani), fatte salve le disposizioni sull’alimentazione degli animali di cui al presente allegato.
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156
Capitolo 7
4.7. Per gli erbivori, i sistemi di allevamento devono basarsi in massima
parte sul pascolo, tenuto conto delle disponibilità di pascoli nei vari
periodi dell’anno. Almeno il 60% della materia secca di cui è composta
la razione giornaliera deve essere costituito da foraggi freschi, essiccati o
insilati. Tuttavia l’autorità o l’organismo di controllo può permettere, per
gli animali da latte, la riduzione al 50% per un periodo massimo di 3 mesi
all’inizio della lattazione.
4.8. In deroga al punto 4.2 è autorizzato, durante un periodo transitorio
che scade il 24 agosto 2005, l’impiego in proporzioni limitate di alimenti
convenzionali, qualora l’allevatore non sia in grado di procurarsi alimenti esclusivamente ottenuti con metodi di produzione biologica. La percentuale massima annua autorizzata di alimenti convenzionali è del 10%
per gli erbivori e del 20% per le altre specie. Dette percentuali sono calcolate annualmente in rapporto alla materia secca degli alimenti di origine agricola. La percentuale massima autorizzata di alimenti convenzionali nella razione giornaliera, fatta eccezione per i periodi di transumanza,
è pari al 25%, calcolata in percentuale di materia secca.
4.9. In deroga al paragrafo 4.8, nei casi di perdita della produzione
foraggiera, di focolai di malattie infettive, di contaminazione ad opera di
sostanze tossiche o in seguito a incendi, le autorità competenti degli Stati
membri possono autorizzare, per un periodo di tempo limitato e per una
zona determinata, una percentuale più alta di mangimi convenzionali
sempreché tale autorizzazione sia giustificata. Previa approvazione dell’autorità competente, l’autorità o l’organismo di controllo applica la presente deroga a singoli operatori. Gli Stati membri si informano reciprocamente e informano la Commissione in merito alle deroghe concesse.
4.10. Per il pollame la razione utilizzata nella fase d’ingrasso deve contenere almeno il 65% di un miscuglio di cereali, colture proteiche e semi
oleosi.
4.11. I foraggi freschi, essiccati o insilati devono essere aggiunti alla
razione giornaliera di suini e pollame.
4.12. Solo i prodotti elencati nell’allegato II, parte D, sezioni 1.5 e 3.1
possono essere usati rispettivamente come additivi e come ausiliari di fabbricazione di insilati.
4.13. Le materie prime di origine agricola per mangimi convenzionali possono essere usate per l’alimentazione degli animali solo se elencate nell’allegato II, parte C, sezione C.1 (materie prime di origine vegetale per man-
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Capitolo 7
gimi), fatte salve le restrizioni quantitative previste dal presente allegato, e
solo se sono prodotte o preparate senza uso di solventi chimici.
4.14. Le materie prime di origine animale per mangimi (convenzionali,
prodotte biologicamente) elencate nell’allegato II, parte C, sezione C. 2,
possono essere usate solo nel rispetto delle restrizioni quantitative previste dal presente allegato.
4.15. Al più tardi il 24 agosto 2003, la parte C, sezioni 1, 2, 3 e la parte
D dell’allegato II sono rivedute allo scopo di ritirarne in particolare le
materie prime convenzionali di mangimi di origine agricola prodotti in
quantità sufficiente nella comunità secondo il metodo di produzione biologico.
4.16. Per soddisfare le esigenze nutrizionali degli animali, possono essere usati per l’alimentazione animale solo i prodotti elencati nell’allegato
II, parte C, sezione 3 (materie prime di origine minerale per mangimi), e
la parte D, sezioni 1.1 (elementi in tracce) e 1.2 (vitamine, provitamine e
sostanze di effetto analogo chimicamente ben definite).
4.17. Solo i prodotti elencati nell’allegato II, parte D, sezioni 1.3 (enzimi) e 1.4 (microrganismi), 1.6 (agenti leganti, antiagglomeranti e coagulanti), 2 (alcuni prodotti utilizzati nell’alimentazione animale) e 3 (ausiliari di fabbricazione dei mangimi) possono essere usati nell’alimentazione degli animali per gli scopi indicati per le suddette categorie.
Antibiotici, coccidiostatici, medicinali, stimolanti della crescita o altre
sostanze intese a stimolare la crescita o la produzione non sono utilizzati
nell’alimentazione degli animali.
4.18. Alimenti, materie prime per mangimi, mangimi composti, additivi
per mangimi, ausiliari di fabbricazione dei mangimi e certi prodotti usati
nell’alimentazione animale non devono essere stati prodotti con l’impiego di organismi geneticamente modificati o di prodotti da essi derivati.
5. Profilassi e cure veterinarie
5.1. La profilassi nella zootecnica biologica è basata sui seguenti principi:
a) scelta delle razze o delle linee e ceppi appropriati di animali, come
specificato nel capitolo 3;
b) applicazione di pratiche di allevamento adeguate alle esigenze di ciascuna specie che stimolino un’elevata resistenza alle malattie ed evitino le infezioni;
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Capitolo 7
c) uso di alimenti di alta qualità, abbinato a movimento regolare fisico e
accesso ai pascoli, stimolando così le difese immunologiche naturali
degli animali;
d) adeguata densità degli animali, evitando così il sovraffollamento e
qualsiasi problema sanitario che ne potrebbe derivare.
5.2. I suddetti principi dovrebbero limitare i problemi sanitari, in modo
da tenerli sotto controllo essenzialmente mediante prevenzione.
5.3. Se, malgrado le suddette misure preventive, un animale è malato o
ferito, esso deve essere curato immediatamente e, se necessario, isolato in
appositi locali.
5.4. L’uso di medicinali veterinari nell’agricoltura biologica deve essere
conforme ai seguenti principi:
a) i prodotti fitoterapici (ad esempio estratti vegetali - esclusi gli antibiotici - essenze, ecc.), omeopatici (ad esempio sostanze vegetali, animali o minerali), gli oligoelementi e i prodotti elencati all’allegato II,
parte C, sezione 3, sono preferiti agli antibiotici o ai medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica, purché abbiano efficacia
terapeutica per la specie animale e tenuto conto delle circostanze che
hanno richiesto la cura;
b) qualora l’uso dei suddetti prodotti non sia verosimilmente efficace, o
non si dimostri tale per le malattie o le ferite, e qualora la cura sia
essenziale per evitare sofferenze o disagi all’animale, possono essere
utilizzati antibiotici o medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica sotto la responsabilità di un veterinario; c) è vietato l’uso
di medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica o di
antibiotici per trattamenti preventivi.
5.5. Oltre ai suddetti principi, si applicano le seguenti norme:
a) è vietato l’impiego di sostanze destinate a stimolare la crescita o la
produzione (compresi antibiotici, coccidiostatici e altri stimolanti
artificiali della crescita) nonché l’uso di ormoni o sostanze analoghe
destinati a controllare la riproduzione (ad esempio al fine di indurre
o sincronizzare gli estri) o ad altri scopi. Tuttavia possono essere somministrati ormoni a singoli animali nell’ambito di trattamenti terapeutici veterinari;
b) sono autorizzati le cure veterinarie degli animali, nonché i trattamenti degli edifici, delle attrezzature e dei locali prescritti dalla normativa
nazionale o comunitaria, compreso l’impiego di sostanze immunologiche ad uso veterinario se è riconosciuta la presenza di malattie nella
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Capitolo 7
zona in cui è situata l’unità di produzione.
5.6. Qualora debbano essere impiegati medicinali veterinari è necessario
specificare in modo chiaro: il tipo di prodotto (indicando anche i principi attivi in esso contenuti) e i dettagli della diagnosi; la posologia; il metodo di somministrazione; la durata del trattamento e il tempo di sospensione stabilito dalla legge. Queste informazioni devono essere dichiarate
all’autorità o all’organismo di controllo prima che gli animali o i prodotti animali siano commercializzati con la denominazione biologica. Gli
animali trattati devono essere chiaramente identificati, singolarmente per
il bestiame di grandi dimensioni; singolarmente o a gruppi per il pollame
e il bestiame di piccole dimensioni.
5.7. Il tempo di sospensione tra l’ultima somministrazione di medicinali
veterinari allopatici ad un animale in condizioni normali di utilizzazione
e la produzione di derrate alimentari ottenuta con metodi biologici da
detti animali deve essere di durata doppia rispetto a quello stabilito dalla
legge o, qualora tale tempo non sia precisato, di 48 ore.
5.8. Ad eccezione delle vaccinazioni, delle cure antiparassitarie e dei
piani obbligatori di eradicazione attuati negli Stati membri, nel caso in
cui un animale o un gruppo di animali sia sottoposto a più di due o massimo tre cicli di trattamenti con medicinali veterinari allopatici ottenuti
per sintesi chimica o antibiotici in un anno (o a più di un ciclo di trattamenti se la sua vita produttiva è inferiore a un anno), gli animali interessati o i prodotti da essi derivati non possono essere venduti come prodotti
ottenuti conformemente alle disposizioni del presente regolamento. Tali
animali devono essere sottoposti ai periodi di conversione previsti al capitolo del presente allegato, con il consenso dell’autorità o dell’organismo
di controllo.
6. Metodi di gestione zootecnica, trasporto ed identificazione
dei prodotti animali
6.1. Metodi zootecnici
6.1.1. In linea di principio, la riproduzione di animali allevati biologicamente deve basarsi su metodi naturali. È tuttavia consentita l’inseminazione artificiale. Sono invece vietate altre forme di riproduzione artificiale o assistita (ad esempio il trapianto di embrioni).
6.1.2. Operazioni quali l’applicazione di anelli di gomma alle code degli
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Capitolo 7
ovini, la recisione della coda o dei denti, la spuntatura del becco o la
decornazione non devono essere praticate sistematicamente sugli animali nell’agricoltura biologica. Alcune di queste operazioni possono tuttavia
essere autorizzate dall’autorità o dall’organismo di controllo per motivi di
sicurezza (ad esempio decornazione degli animali giovani) o al fine di
migliorare la salute, il benessere o l’igiene degli animali. Tali operazioni
devono essere effettuate all’età più opportuna da personale qualificato,
riducendo al minimo ogni sofferenza per gli animali.
6.1.3. La castrazione è consentita per mantenere la qualità dei prodotti e
le pratiche tradizionali di produzione (suini, manzi, capponi, ecc.) ma
solo alle condizioni stabilite nell’ultima frase del punto 6.1.2.
6.1.4. È vietata la stabulazione fissa. Ciò nondimeno, in deroga a tale
principio, l’autorità o l’organismo di controllo può autorizzare tale prassi su un singolo animale, previa motivazione da parte dell’operatore che
ciò è necessario per ragioni di sicurezza o benessere dell’animale e che
tale prassi viene applicata solo per un limitato periodo di tempo.
6.1.5. In deroga alle disposizioni del punto 6.1.4, la stabulazione fissa
può essere praticata in edifici esistenti prima del 24 agosto 2000, purché
sia previsto regolare movimento fisico e l’allevamento avvenga conformemente ai requisiti in materia di benessere degli animali, con zone confortevoli provviste di lettiera nonché gestione individuale. Tale deroga, che
dev’essere autorizzata dall’autorità o dall’organismo di controllo, si applica per un periodo transitorio che scade il 31 dicembre 2010.
6.1.6. Con un’ulteriore deroga, nelle piccole aziende è permessa la stabulazione fissa se non è possibile allevare gli animali in gruppi adeguati
ai requisiti di comportamento, purché almeno due volte alla settimana
abbiano accesso a pascoli o a spazi liberi all’aperto. Tale deroga, che
dev’essere autorizzata dall’autorità o dall’organismo di controllo, si applica ad aziende che soddisfano le norme nazionali in materia di zootecnia
biologica vigenti fino al 24 agosto 2000, in mancanza, le norme private
accettate o riconosciute dagli Stati membri.
6.1.7. Anteriormente al 31 dicembre 2006 la Commissione presenta una
relazione sull’attuazione del punto 6.1.5.
6.1.8. Se gli animali vengono allevati in gruppo, la dimensione di quest’ultimo deve essere commisurata alle fasi di sviluppo e alle esigenze
comportamentali delle specie interessate. È vietato tenere gli animali in
condizioni, o sottoporli ad un regime alimentare, che possano indurre
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161
Capitolo 7
anemia.
6.1.9. L’età minima per la macellazione del pollame è di:
81 giorni per i polli,
150 giorni per i capponi,
49 giorni per le anatre di Pechino,
70 giorni per le femmine di anatra muta,
84 giorni per i maschi di anatra muta,
92 giorni per le anatre bastarde,
94 giorni per le faraone,
140 giorni per i tacchini e le oche.
Ove i produttori non rispettino queste età minime per la macellazione,
devono usare ceppi a crescita lenta.
6.2. Trasporto
6.2.1 Il trasporto degli animali deve effettuarsi in modo da affaticare il
meno possibile gli animali, conformemente alla normativa nazionale o
comunitaria in vigore. Le operazioni di carico e scarico devono svolgersi
con cautela e senza usare alcun tipo di stimolazione elettrica per costringere gli animali. È vietato l’uso di calmanti allopatici prima e nel corso del
trasporto.
6.2.2. Nella fase che porta alla macellazione e al momento della macellazione gli animali devono essere trattati in modo da ridurre al minimo lo
stress.
6.3. Identificazione dei prodotti animali
6.3.1. L’identificazione degli animali e dei prodotti animali deve essere
garantita per tutto il ciclo di produzione, preparazione, trasporto e commercializzazione.
7. Deiezioni zootecniche
7.1. Il quantitativo totale impiegato nell’azienda di deiezioni zootecniche
secondo la definizione della direttiva 91/676/CEE non può superare 170
kg N per ettaro all’anno di superficie agricola utilizzata, quantitativo previsto nell’allegato III della suddetta direttiva. Se necessario, la densità
totale degli animali sarà ridotta per evitare il superamento dei limiti
sopracitati.
7.2. Per determinare la appropriata densità degli animali di cui sopra le
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162
Capitolo 7
unità di bestiame adulto equivalenti a 170 kg N/ha per anno di superficie agricola utilizzata per le varie categorie di animali saranno determinate dalle autorità competenti degli Stati membri tenendo conto, a titolo
orientativo, della tabella riportata nell’allegato VII.
7.3. Gli Stati membri comunicano alla Commissione e agli altri Stati
membri qualsiasi variazione rispetto alla tabella e le ragioni che giustificano tali modifiche. Tale prescrizione si riferisce soltanto al calcolo del
numero massimo di animali, allo scopo di garantire che il limite di 170 kg
di azoto da deiezioni zootecniche/ha/anno non sia superato. Ciò lascia
impregiudicata la densità del bestiame ai fini della salute e del benessere
degli animali di cui al capitolo 8 e nell’allegato VIII.
7.4. Le aziende che praticano il metodo di produzione biologico possono stabilire una cooperazione esclusivamente (118) con altre aziende ed
imprese soggette alle disposizioni di cui al presente regolamento ai fini
dello spargimento delle deiezioni in eccesso prodotto con metodi biologici. Il limite massimo di 170 kg di azoto di effluenti/ha/anno di superficie agricola utilizzata sarà calcolato in base all’insieme delle unità di produzione biologica che partecipano alla cooperazione.
7.5. Gli Stati membri possono stabilire limiti inferiori a quelli specificati
nei punti da 7.1 a 7.4, tenendo conto delle caratteristiche della zona in
questione, dell’applicazione di altri fertilizzanti azotati al terreno e dell’apporto di azoto alle colture mediante assorbimento dal suolo.
7.6. Gli impianti destinati allo stoccaggio di deiezioni zootecniche devono essere di capacità tale da impedire l’inquinamento delle acque per scarico diretto o ruscellamento e infiltrazione nel suolo.
7.7. Onde garantire la corretta gestione della fertilizzazione, gli impianti
per le deiezioni zootecniche devono avere una capacità di stoccaggio
superiore a quella richiesta per il periodo più lungo dell’anno nel quale la
concimazione del terreno non è opportuna (conformemente alle corrette
prassi agricole stabilite dagli Stati membri) o è vietata, nel caso in cui le
unità di produzione siano situate in una zona definita vulnerabile per i
nitrati.
8. Aree di pascolo e edifici zootecnici
8.1. Principi generali
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163
Capitolo 7
8.1.1. Le condizioni di stabulazione degli animali devono rispondere alle
loro esigenze biologiche ed etologiche (per esempio quelle di carattere
comportamentale per quanto concerne libertà di movimento e benessere
adeguati). Gli animali devono disporre di un accesso agevole alle mangiatoie e agli abbeveratoi. L’isolazione, il riscaldamento e l’aerazione dei
locali di stabulazione devono garantire che la circolazione dell’aria, i livelli di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e la concentrazione di gas siano mantenuti entro limiti non nocivi per gli animali. I locali
devono consentire un’abbondante ventilazione e illuminazione naturale.
8.1.2. I pascoli, gli spiazzi liberi e i parchetti all’aria aperta devono all’occorrenza offrire, in funzione delle condizioni climatiche locali e delle
razze in questione, un riparo sufficiente dalla pioggia, dal vento, dal sole
e dalle temperature estreme.
8.2. Densità del bestiame e protezione della vegetazione da un pascolo
eccessivo
8.2.1. Non è obbligatorio prevedere locali di stabulazione nelle regioni
aventi condizioni climatiche che consentono agli animali di vivere all’aperto.
8.2.2. La densità di bestiame nelle stalle deve assicurare il conforto e il
benessere degli animali in funzione, in particolare, della specie, della
razza e dell’età degli animali. Si terrà conto altresì delle esigenze comportamentali degli animali, che dipendono essenzialmente dal sesso e dall’entità del gruppo. La densità ottimale sarà quella che garantisce il massimo benessere agli animali, offrendo loro una superficie sufficiente per
stare in piedi liberamente, sdraiarsi, girarsi, pulirsi, assumere tutte le
posizioni naturali e fare tutti i movimenti naturali, ad esempio sgranchirsi e sbattere le ali.
8.2.3. Le superfici minime delle stalle e degli spiazzi liberi all’aperto e le
altre caratteristiche di stabulazione per le varie specie e categorie di animali sono riportate nell’allegato VIII.
8.2.4. La densità del bestiame tenuto all’aperto in pascoli, altri terreni
erbosi, lande, paludi, brughiere e altri habitat naturali o seminaturali
deve essere sufficientemente bassa in modo da evitare che il suolo diventi fangoso e la vegetazione sia eccessivamente brucata.
8.2.5. I fabbricati, i recinti, le attrezzature e gli utensili devono essere
puliti e disinfettati per evitare contaminazioni e la proliferazione di orga-
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164
Capitolo 7
nismi patogeni. Soltanto i prodotti elencati nell’allegato II, parte E, possono essere utilizzati per la pulizia e disinfezione delle stalle e degli
impianti zootecnici. Le feci, le urine, gli alimenti non consumati o frammenti di esso devono essere rimossi con la necessaria frequenza, al fine di
limitare gli odori ed evitare di attirare insetti o roditori. Soltanto i prodotti elencati nell’allegato II, parte B, sezione 2, possono essere utilizzati
per l’eliminazione di insetti e altri parassiti nei fabbricati e negli altri
impianti dove viene tenuto il bestiame.
8.3. Mammiferi
8.3.1. Fatte salve le disposizioni del punto 5.3, tutti i mammiferi devono
avere accesso a pascoli o a spiazzi liberi o a parchetti all’aria aperta che
possono essere parzialmente coperti, e devono essere in grado di usare
tali aree ogniqualvolta lo consentano le loro condizioni fisiologiche, le
condizioni climatiche e lo stato del terreno, a meno che vi siano requisiti
comunitari o nazionali relativi a specifici problemi di salute degli animali che lo impediscano. Gli erbivori devono avere accesso ai pascoli ogniqualvolta lo consentano le condizioni.
8.3.2. Nei casi in cui gli erbivori hanno accesso ai pascoli durante il
periodo del pascolo e quando il sistema di stabulazione invernale permette agli animali la libertà di movimento, si può derogare all’obbligo di
prevedere spiazzi liberi o parchetti all’aria aperta nei mesi invernali.
8.3.3. Fatta salva l’ultima frase del punto 8.3.1, i tori di più di un anno di età
devono avere accesso a pascoli o a spiazzi liberi o a parchetti all’aria aperta.
8.3.4. In deroga al punto 8.3.1, la fase finale di ingrasso dei bovini, dei
suini e delle pecore per la produzione di carne può avvenire in stalla, purché il periodo in stalla non superi un quinto della loro vita e comunque
per un periodo massimo di tre mesi.
8.3.5. I locali di stabulazione devono avere pavimenti lisci ma non sdrucciolevoli. Almeno metà della superficie totale del pavimento deve essere
solida, il che significa né grigliato, né graticciato.
8.3.6. I locali di stabulazione devono avere a disposizione un
giaciglio/area di riposo confortevole, pulito e asciutto con una superficie
sufficiente, costituito da una costruzione solida non fessurata. L’area di
riposo deve comportare una lettiera ampia e asciutta, costituita da paglia
o da materiali naturali adatti. La lettiera può essere depurata e arricchita
con tutti i prodotti minerali autorizzati come concime nell’agricoltura
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165
Capitolo 7
biologica ai sensi dell’allegato II, parte A.
8.3.7. Per quanto riguarda l’allevamento di vitelli, a decorrere dal 24
agosto 2000, tutte le aziende senza eccezioni si conformano alla direttiva
91/629/CEE del Consiglio che stabilisce le norme minime per la protezione dei vitelli. È tuttavia vietato l’allevamento di vitelli in box individuali dopo una settimana di età.
8.3.8. Per quanto riguarda l’allevamento dei suini, a decorrere dal 24
agosto 2000, tutte le aziende si conformano alla direttiva 91/630/CEE del
Consiglio, che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini.
Tuttavia le scrofe devono essere tenute in gruppi, salvo che nelle ultime
fasi della gestazione e durante l’allattamento. I lattonzoli non possono
essere tenuti in batterie iaflat decksli o in gabbie apposite. Gli spazi riservati al movimento devono permettere le deiezioni per consentire agli animali di grufolare. Per grufolare possono essere usati diversi substrati.
8.4. Pollame.
8.4.1. Il pollame deve essere allevato all’aperto e non può essere tenuto
in gabbie.
8.4.2. Gli uccelli acquatici devono avere accesso a un corso d’acqua, a
uno stagno o a un lago ogniqualvolta le condizioni climatiche lo consentano per rispettare le esigenze di benessere degli animali o le condizioni
igieniche.
8.4.3. I ricoveri per il pollame devono soddisfare le seguenti condizioni
minime:
– almeno un terzo deve essere solido, vale a dire non composto da assicelle o da graticciato, e dev’essere ricoperto di lettiera composta ad
esempio di paglia, trucioli di legno, sabbia o torba;
– nei fabbricati adibiti all’allevamento di galline ovaiole una parte sufficiente della superficie accessibile alle galline deve essere destinata
alla raccolta degli escrementi;
– devono disporre di un numero sufficiente di posatoi di dimensione
adatta all’entità del gruppo e alla taglia dei volatili come stabilito nell’allegato VIII.
– devono essere dotati di uscioli di entrata/uscita di dimensioni adeguate ai volatili, la cui lunghezza cumulata è di almeno 4 m per 100
m2 della superficie utile disponibile per i volatili;
– ciascun ricovero non deve contenere più di:
4.800 polli,
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Capitolo 7
3.000 galline ovaiole,
5.200 faraone,
4.000 femmine di anatra muta o di Pechino,
3.200 maschi di anatra muta o di Pechino o altre anatre,
2.500 capponi, oche o tacchini.
– la superficie totale utilizzabile dei ricoveri per il pollame allevato per
la produzione di carne per ciascuna unità di produzione non supera i
1.600 m2.
8.4.4. Per le galline ovaiole la luce naturale può essere completata con
illuminazione artificiale in modo da mantenere la luminosità per un massimo di 16 ore giornaliere, con un periodo continuo di riposo notturno
senza luce artificiale di almeno 8 ore.
8.4.5. Il pollame deve poter accedere a parchetti all’aperto ogniqualvolta le condizioni climatiche lo consentano e, nei limiti del possibile, per
almeno un terzo della sua vita. I parchetti devono essere in maggior parte
ricoperti di vegetazione, essere dotati di dispositivi di protezione e consentire agli animali un facile accesso ad un numero sufficiente di abbeveratoi e mangiatoie.
8.4.6. Nell’intervallo tra l’allevamento di due gruppi di volatili si procederà ad un vuoto sanitario, operazione che comporta la pulizia e la disinfezione del fabbricato e dei relativi attrezzi. Parimenti, al termine dell’allevamento di un gruppo di volatili, il parchetto sarà lasciato a riposo per
il tempo necessario alla ricrescita della vegetazione e per operare un
vuoto sanitario. Gli Stati membri stabiliscono il periodo in cui il parchetto deve essere lasciato a riposo e comunicano la loro decisione alla
Commissione e agli altri Stati membri. Questi requisiti non si applicano
a piccole quantità di pollame che non sia chiuso in un parchetto e che sia
libero di razzolare tutto il giorno.
8.5. Deroga generale in merito alla stabulazione del bestiame
8.5.1. In deroga ai requisiti di cui ai punti 8.3.1, 8.4.2, 8.4. 3 e 8.4.5, e alle
densità di stabulazione di cui all’allegato VIII, le autorità competenti degli
Stati membri possono concedere deroghe ai requisiti di detti punti e dell’allegato VIII per un periodo transitorio che scade il 31 dicembre 2010. Tale
deroga si applica esclusivamente alle aziende dedite all’allevamento aventi
edifici preesistenti, costruiti anteriormente al 24 agosto 1999 e nella misura
in cui tali edifici adibiti all’allevamento soddisfano le norme nazionali concernenti la produzione biologica in vigore anteriormente a tale data o, in
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Capitolo 7
mancanza, le norme private accettate o riconosciute dagli Stati membri.
8.5.2. Gli operatori che beneficiano di tale deroga presentano all’autorità
o all’organo di ispezione un piano contenente le misure che garantiscono,
fino al termine della deroga, il rispetto delle disposizioni contenute nel
presente regolamento.
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Bibliografia
Bookse n. 6
Vademecum
Bibliografia
sui
Mangimi
Testi consultati
R. Chiumenti - Costruzioni rurali 1987 ed. Ed agricole.
Fonti: C.R.P.A.; Mees Veerdinne, K. et al. 1980 Effluents from Livestock, Applied Sc. Publ.,
London, p. 400; Van den Meer, H.G. et al., 1987 Animal manure on grassland and fodder crops.
Fertilizer or wastes?, Martinus Nijhoff Publ., Dordrecht, p. 140; AAVV,
1984 - L’elevage porcine et l’environment, ITP-GIDA, Paris, p. 70.
Fonti: C.R.P.A..; Veneri, A., 1990 - Informatore Zootecnico, 37 (13) p. 27-32.
Toderi, G., 1991 - Guida all’uso razionale dei prodotti chimici. Schede di
orientamento. Barbabietola da zucchero, Ager, Roma.
Proposta di Regolamento di Polizia Rurale per i comuni della Provincia
di Pordenone - Provincia di Pordenone.
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Finito di stampare in Febbraio 2004
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