Documento Politico Toscana Pride 2012

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Documento Politico Toscana Pride 2012
TOSCANA
PRIDE
VIAREGGIO 7 LUGLIO 2012
TOSCANA
PRIDE
VIAREGGIO 7 LUGLIO 2012
Comitato Toscana Pride
Agedo Toscana
Arcigay Arezzo "Chimera Arcobaleno"
Arcigay “Leonardo Da Vinci” Grosseto
Arcigay “Il Faro” Livorno
Arcigay Pisa
Arcigay “La Giraffa” Pistoia
Arcigay "Movimento Pansessuale" Siena
Arcilesbica Firenze
Arcilesbica Pisa
Associazione Consultorio Transgenere
Consorzio Friendly Versilia
Ireos - Firenze
MIT Toscana
Rete Genitori Rainbow
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Il 7 luglio a Viareggio manifesteremo come lesbiche,
gay, bisessuali, trans*, intersessuali e queer, in occasione
del Toscana Pride. Può sembrare strano un Pride in una
regione aperta com’è stata in questi anni la Toscana. Ma
la legge regionale che otto anni fa aveva reso questo
territorio il più avanzato d’Italia è rimasta in gran parte
inapplicata.
Manifesteremo per una cultura della non
discriminazione, perché pretendiamo uno Stato laico ed
esigiamo interventi istituzionali che ci garantiscano la
piena parità di diritti e cittadinanza.
Manifesteremo perché siano riconosciuti i nostri amori
e sia garantita la nostra salute; per non essere più
maltrattat* nelle scuole o in famiglia, né marginalizzat* e
sfruttat* nel mondo del lavoro. Manifesteremo perché
vogliamo essere liber* di dire chi siamo e vivere con
serenità, con il pieno riconoscimento dei nostr*
compagn*
Vogliamo i matrimoni, i registri delle unioni civili e
l’equiparazione anagrafica per nuclei familiari dello
stesso sesso; vogliamo riconosciuto il nostro pieno
diritto e ruolo di genitori, quali che siano le nostre
famiglie; vogliamo un personale sanitario formato alle
differenze.
Non manifesteremo solo per noi stess*: le lotte per i
diritti civili riguardano tutt*.
Manifestiamo, lottiamo, capiamo. Plural*, favolos*,
immensamente orgoglios*. Insieme.
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viareggio ­ 7 luglio 2012
documento politico
So che sentite che la maggior parte del lavoro è ormai dietro di voi, e che il prezzo dell’invisibilità
non è poi così grande. Ma, sebbene il cambiamento individuale sia la base di tutte le cose, non è la fine di tutte le cose. Forse è giunta l’ora di iniziare a gettare le fondamenta per la prossima trasformazione.
(Sandy Stone, L’“Impero” colpisce ancora: un manifesto post-transessuale)
1. La nostra immortale favolosità
Viviamo nella Regione che per prima ha approvato una legge contro le
discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, una Regione il cui statuto riconosce ogni forma di convivenza tra persone, una Regione
felice di accogliere una realtà socioculturale LGBTIQ diffusa e plurale: abitiamo
una Toscana amena.
Forse.
Il nuovo statuto regionale e la legge contro le discriminazioni hanno coronato
un percorso sociale e politico durato molti anni: la quotidianità, il modo di vivere
e quello di pensare di molte persone che vivono in Toscana sono cambiati; la visibilità LGBT - in ogni sua forma - ne è stata il fulcro.
A otto anni da quella legge e da quello statuto, ecco affiorare le crepe di questa costruzione meravigliosa, a palesare che questa espressione di civiltà e
convivenza non è penetrata a fondo nella cultura politica. Fino a scontri recenti
e paradossali che fanno traboccare il vaso. Scriviamocelo senza nasconderci,
mettiamo i piedi nel piatto: ricorrere all’accusa di incompatibilità ambientale per
mettere i sigilli ai locali della marina di Torre Del Lago è odioso. Fa specie vedere
il tema ineludibile e complesso della tutela dell’ambiente e della biodiversità ridotto a un groviglio di divieti usati come dolce manganello. Se si è arrivati a
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questo, è perché la politica si è presa una lunga “vacanza morale”, ed è anche per
via dell’insufficienza politica di un progetto di integrazione sociale centrato sulla
condivisione delle esperienze ricreative.
Se, infatti, non è stata data concretezza a quella legge, se in questi otto anni la
Regione non ha garantito nei fatti “il diritto all’autodeterminazione di ogni
persona in ordine al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere”, le responsabilità di questa mancanza vanno attribuite a tutti gli attori in
gioco.
Il primo pride regionale toscano scaturisce da un momento di autocritica,
dall’anomalia di una manifestazione politica promossa in primis da un consorzio
di imprenditori. Di questa anomalia ci facciamo carico.
Tutto, oggi e da sempre, può essere usato strumentalmente contro qualsiasi
gruppo, minoranza, comunità. Solo nella cornice di una manifestazione politicamente informata è possibile trasformare un intervento di spaccatura, uno
sgambetto volto a fare scoppiare una guerra tra poveri, in un conflitto democratico, e precisamente in quel tipo di conflitto che accresce la democrazia,
quello delle lotte contro lo sfruttamento, il colonialismo, il sessimo, il razzismo,
l’omofobia, la lesbofobia, la transfobia. In occasione del Toscana Pride, consapevoli delle passate omissioni, amplificheremo le nostre azioni culturali, moltiplicheremo i nostri interventi pubblici, estenderemo la portata del dibattito,
approfondiremo le nostre riflessioni.
Per questo vogliamo non solo elencare e specificare una molteplicità di scelte
istituzionali che, ad oggi, tutti gli enti locali (ciascuno secondo quanto gli
compete) possono adottare o mettere in atto o progettare, ma vogliamo anche
riportare ciascuna di queste rivendicazioni entro la cornice più complessa che le
contiene e, come nel caso del welfare e del lavoro oggi, in tempi di crisi perdurante, rimetterle se necessario in discussione con gli strumenti della politica facendo valere il nostro punto di vista lesbico, gay, transessuale, intersessuale o
queer. Perché un tassello della prossima trasformazione è portare le parole dei
nostri desideri e la sintassi delle nostre vite nelle stanze delle istituzioni che
ancora ci guardano come una riserva da visitare di tanto in tanto; perché mentre
la politica sembra abbassarsi o ridursi a conversazione riservata a tecnici noi la
incalziamo pretendendo che ci guardi dritto in faccia: che si stupisca della nostra
immortale favolosità.
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2. Rivendicazioni
Esprimiamo le nostre rivendicazioni in un clima politico nel quale, alle
campagne di odio sostenute senza imbarazzo tanto da gruppi di ispirazione
(para)fascista quanto da esponenti della politica istituzionale – campagne che
trovano conforto ideologico nelle posizioni delle gerarchie cattoliche – gli altri
partiti non riescono a opporre altro che gesti simbolici ormai vuoti, cioè non sostanziati da interventi incisivi ed efficaci che tutelino e valorizzino le differenze e
le minoranze.
Per contrastare le discriminazioni e garantire l’ottenimento di nuovi diritti è
innanzi tutto necessario adottare un approccio multisettoriale, costruendo un
percorso che tenga conto della trasversalità e della contingenza degli obiettivi di
ogni minoranza emarginata o non riconosciuta: è sufficiente, infatti, interrogarci
sulla nostra soggettività per capire fino a che punto definirci discriminat* esclusivamente sulla base dell’identità ed espressione di genere e di orientamento
sessuale sia riduttivo e limitante, specie in un momento di forte crisi economica
e sociale che mette in forse il nostro stesso diritto all’esistenza come soggetti
LGBTIQ, come migranti, precari*, studenti, e nelle molteplici componenti della
nostra persona.
Siamo consapevoli delle differenze, anche marcate, che esistono nella comunità LGBTIQ: sarebbe miope volerle negare nel tentativo di una fragile sintesi.
Ci proponiamo invece di tenere presenti le nostre specificità senza omologarle,
individuando obiettivi comuni su cui convergere trasversalmente e distinguendo
l’area di competenza degli enti locali da un piano nazionale.
2.1. - AGLI ENTI E ISTITUZIONI LOCALI
Gli enti locali giocano un ruolo di importanza sempre maggiore nel determinare la qualità della vita de* abitanti dei territori amministrati: sanità, trasporti,
formazione, istruzione primaria, istruzione professionale, percorsi di re/inserimento nel mercato del lavoro, interventi carcerari, politiche abitative. L’educazione alle differenze e il contrasto agli stereotipi devono diventare un patrimonio
condiviso non solo di tutta l’offerta formativa, di ogni ordine e grado, affinché
con gli strumenti culturali si possa favorire l’inclusione sociale e si prevengano
le discriminazioni e la violenza; ma anche di ogni ramo dell’amministrazione
pubblica, di modo che svolgendo la propria funzione possa davvero garantire a
tutt* i diritti costituzionali e umani, tendendo al diritto alla felicità.
Negli anni, cooperando con le associazioni, gli enti hanno realizzato molte
iniziative. Perché questo patrimonio non vada disperso, perché ciascun
intervento non resti isolato, sarebbe ottimo partecipare e dare concretezza a
READY (Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti-Discriminazioni
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per orientamento sessuale e identità di genere), il cui scopo è proprio quello di
scambiare le buone prassi e migliorarle, facendo tesoro dei progetti-pilota
condotti in tutta Italia.
2.1.1. - i Comuni
2.1.1.1 – La Toscana è la regione in Italia con il maggior numero di Registri
delle unioni civili: la loro approvazione ha rappresentato spesso un momento
importante di crescita della comunità cittadina; tuttavia, istituirli senza dar loro
sostanza, cioè senza promuoverli con provvedimenti che diano alle coppie che vi
si iscrivono diritti sul fronte della sanità, del welfare, dell’accesso alla pubblica
amministrazione o di altri servizi comunali, rende tale iscrizione un atto meramente simbolico che sul lungo periodo si svuota di significato, portando al fallimento del registro sotto il profilo del numero delle coppie iscritte. Peraltro alla
modalità “storica” dell’istituzione dei registri (come fatto vent’anni fa a Pisa o
Empoli), si aggiunge oggi la soluzione padovana, che dà rilievo alle coppie registrate secondo la legge anagrafica del 1989. Recentemente, nella città di Grosseto, anche parte del centrosinistra ha votato contro l’istituzione del Registro,
affondandolo: questo è stato un grave errore ed è sintomo di una politica che da
tempo in Toscana sta ignorando le nostre rivendicazioni.
2.1.1.2 - Che le persone omosessuali e trans abbiano figl* è un dato di fatto,
che omosessuali e trans diventino oggi anche genitori, sia da single che in
coppia, è una realtà e per di più in crescita. Nel difficile lavoro educativo che migliaia di insegnanti svolgono quotidianamente, la presenza di genitori omosessuali – coppie, single o separati – non può essere percepita come un problema
ulteriore. Ci si deve invece impegnare affinché la loro presenza divenga occasione per valorizzare la pluralità di condizioni e forme di famiglia in cui ciascun*
bambin* è inserit*; di comune accordo con le associazioni e gli enti competenti, il
personale scolastico, e in particolare quello della scuola primaria, dovrebbe potersi formare perché anche questa diversità sia occasione di crescita civile e civica. In ciò, va valorizzata l’esperienza dei genitori di persone LGBT, che possono
contribuire alla co-educazione de* insegnanti.
2.1.1.3 - In tempi di bilanci sempre più magri e continui tagli, i Comuni dovrebbero dotarsi del bilancio di genere come strumento analitico atto a capire
in che modo le variazioni di bilancio incidono indirettamente – ma non per
questo meno concretamente – nella vita quotidiana delle donne. Se, infatti, le
spese e i tagli sono concepiti in riferimento a un soggetto presuntamente neutro, non possiamo dimenticare che si è sempre trattato di un soggetto maschile. Similmente, vanno sperimentate forme di analisi dei bilanci in chiave
anagrafica, tenendo ad esempio presente che una crescente popolazione
LGBTIQ anziana ha, rispetto alla controparte eterosessuale, esigenze specifi6 | DOCUMENTO POLITICO 2012
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che e può far leva su meno strumenti informali (principalmente figl*, che spesso non ha) a garanzia del proprio benessere in terza età.
2.1.2. - le Province
Quale che sarà il destino delle province, le loro competenze e funzioni
andranno comunque distribuite agli enti locali esistenti. Nei limiti delle loro
competenze, le province hanno fatto molto per le persone LGBTIQ, investendo
tanto nella formazione e nell’aggiornamento del personale (sanitario, scolastico,
delle forze dell’ordine), quanto in progetti rivolti alle scuole (ad esempio con i progetti e i protocolli UNAR), consentendo spesso alle associazioni di raggiungere
angoli di territorio e segmenti istituzionali altrimenti irraggiungibili.
Attraverso i Centri per l’impiego, le province hanno (avuto) la possibilità di
favorire l’incontro della domanda e dell’offerta di lavoro. Su indicazione della regione Toscana, ad esempio, il CpI di Pistoia ha erogato 30 carte ILA (Individual
Learning Account) a persone transessuali e transgender per finanziare azioni
formative per l’inserimento nel mondo di lavoro. A quattro anni da questa esperienza non è stata eseguita la valutazione conclusiva del progetto, che diventa
invece urgente oggi, in piena crisi economica. Sono mancate inoltre azioni rivolte al mondo imprenditoriale per promuovere le pari opportunità nell’accesso
al lavoro.
2.1.3 – la Regione
La Regione Toscana nel 2004 ha preso decisioni importanti, inserendo nello
Statuto Regionale il divieto di discriminazione per orientamento sessuale (ma
non per identità di genere, sic!) e il riconoscimento delle forme di convivenza diverse da quella familiare e approvando la prima legge regionale in Italia contro
le discriminazioni. Per dare basi più solide a queste scelte – assunte tutte se non
in un clima bipartisan quanto meno senza grandi scontri ideologici (elemento di
cui andiamo fier*), è stata creata una task force che ha lavorato in sintonia con le
associazioni LGBT per un anno, ma che si è arenata con la fine della passata legislatura regionale. La delega per l’attuazione della legge regionale contro le
discriminazioni è stata affidata all’Assessorato al Welfare, ma non c’è in programma nessun incontro né tantomeno alcuna iniziativa attuativa: mancano i
tavoli di concertazione, e sono stati messi in campo solo tre interventi (quello
dell’Assessorato alla Sanità con il finanziamento del Consultorio TransGenere a
Torre del Lago; quello dell’Assessorato al Turismo sul tema del cosiddetto “turismo gay”; ed “Educare alla diversità” in alcune scuole). Non si tratta tanto di finanziamenti scarsi, quanto della mancanza di volontà nel proseguire quel
cammino che aveva reso la Regione Toscana la più europea delle regioni italiane
sul tema dei diritti delle persone LGBTIQ.
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Il piano di intenti steso in quegli anni dimostra quanto una Regione può fare
su questi temi, e quanto in questi anni non è stato (più) fatto. Le competenze
spaziano infatti dalla formazione professionale alle politiche del lavoro, da certi
aspetti delle politiche industriali a buona parte del welfare e della sanità. Per di
più, queste competenze sono in crescita, e dall’approvazione della legge regionale sono a tal punto aumentate da richiedere una sua rivisitazione.
- Formazione professionale: sviluppo iniziative di formazione professionale,
in particolare nei confronti delle persone svantaggiate e a rischio di esclusione,
sociale, come ad esempio le persone transessuali;
- Politiche del lavoro: monitoraggio delle discriminazioni sul luogo di lavoro;
attuazione di politiche contro le discriminazioni; campagne informative sul cosiddetto “diversity management”, in coordinamento con i sindacati e le associazioni imprenditoriali; lancio di esperienze pilota sulla norma SA 8000 in seno al
progetto “Fabrica Ethica”, che ha visto la certificazione di alcune grandi aziende
pubbliche toscane, a iniziare da quella sanitaria;
- Integrazione delle politiche sociosanitarie e degli interventi anti-discriminazione: la Regione Toscana, che con la Regione Piemonte aderisce a READY,
dovrebbe coordinare le politiche sociali e quelle sanitarie con quelle messe a
punto dagli altri settori, anche attraverso la rivisitazione del Piano Sociale-Sanitario Integrato. Le politiche di promozione sociale coinvolgono simultaneamente più ambiti, e benché la sanità sia il principale campo di intervento della
Regione, solo un approccio multi-settore può far sì che ciascun intervento
anziché “spegnersi”, costringendo sia gli enti che le associazioni a intervenire
ripetutamente sugli stessi problemi, possa invece “propagarsi”, secondo un
modello reticolare di diffusione delle buone pratiche.
- Politiche culturali: sviluppo di politiche culturali che favoriscano l’integrazione, la conoscenza dell’alterità, la piena inclusione sociale di tutti; sostegno
della cultura LGBTIQ, con finanziamento ai progetti culturali più rilevanti delle
associazioni;
- CORECOM Toscana: vanno attivate le specifiche norme di legge contro le
discriminazioni;
- Situazione carceraria per le persone trans. La situazione delle donne transgender e transessuali detenute presso il carcere di Sollicciano (FI) è particolarmente grave. Attualmente le donne transessuali e transgender sono detenute
nell’anello femminile, ma non possono svolgere con le donne le attività previste.
La questione, più volte sollevata dal Garante dei detenuti e portata all’attenzione
della Provveditora toscana dell’amministrazione carceraria, sembrava risolversi
con il progetto di costituire presso il carcere del Pozzale di Empoli una sezione
specifica per le detenut* transessuali e transgender. L’articolata proposta a
monte del progetto ambiva a intervenire sulle carceri tenendo conto delle
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soggettività delle detenute trans, per sostenere in modo adeguato il percorso di
transizione e per favorire il loro inserimento sociale e lavorativo dopo la detenzione. Si punta quindi ad una riqualificazione della vita carceraria in modo da
prevenire il rischio di marginalità. Nonostante la grande pubblicità data all’iniziativa il progetto è ad oggi tramontato e per le detenute transessuali non si profila nessuna prospettiva.
Si ritiene inoltre importante la promozione di percorsi formativi specifici sui
diversi orientamenti sessuali e le identità di genere verso tutti gli operatori del
carcere (guardie carcerarie, personale amministrativo, assistenti sociali).
- Salute delle persone LGBTIQ. La preoccupazione per l’ambito del benessere
e della salute emerge come ancora minoritaria nella delineazione di piani di
intervento regionali. Oltre alle richieste avanzate sul piano della normativa e
della tutela alle istituzioni competenti, aggiungiamo un contributo di pensiero
più ampio sulle questioni di ambito socio-sanitario di rilevanza, di cui si fanno
carico soprattutto le associazioni. Nelle varie forme della relazione medico-paziente, un trattamento discriminante comporta un disagio notevole in un
soggetto che, per i semplice fatto di trovarsi in una struttura sanitaria, è già in
una condizione di fragilità, tale relazione è per noi ambito di intervento primario, a partire dalla veicolazione di una corretta informazione scientifica, e
dunque di una preparazione universitaria altrettanto corretta e comprensiva, che
non dia adito all’ipotesi di terapie riparative nei confronti dell’omosessualità, del
lesbismo, del transessualismo e transgenderismo. Inoltre è presente anche una
assistenza sociale non strutturata e una preparazione inadeguata delle figure di
supporto psicologico e psicoterapeutico, che dovrebbero trattare adeguatamente
il/la/* paziente LGBTIQ, supportandol* e organizzando un percorso che tenga
conto dell’orientamento sessuale e dell’identità ed espressione di genere. In questo senso, “Codice rosa” è una buona prassi che va sostenuta ed estesa, affinché
la specificità di trattamento non si limiti ai casi di emergenza.
Il tema della salute e della formazione sanitaria è particolarmente rilevante se
si riflette sul peggioramento dellʼeducazione sessuale de* giovani – che non può
più essere preoccupazione esclusiva delle associazioni – e sulla salute psicologica de* minori LGBTIQ, che devono essere destinatar* di interventi volti a migliorare gli ambienti nei quali vivono e a garantire dove necessario anche
un’accoglienza in progetti pilota di casa-famiglia.
Nei servizi sociali è poi completamente assente una tutela dell’età anziana de*
pazienti LGBTIQ o del soggetto non autosufficiente di qualsiasi età, che si ritrova in condizioni di forte solitudine e impotenza, spesso senza figl* o abbandonat*
dalle famiglie di provenienza con cui non ha mantenuto buoni rapporti in seguito alla definizione della propria identità e dell’orientamento sessuale. L’unica
forma di sostegno presente è la rete solidaristica che si stabilisce grazie alle relaDOCUMENTO POLITICO 2012 | 9
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zioni di amicizia e di associazionismo LGBTIQ, gratuita e volontaria, ma inadeguata a rispondere alla complessità delle esigenze; dove tale rete è assente, si è
costrett* a tornare a fare affidamento su rapporti familiari, con ovvi problemi di
relazioni conflittuali pregresse, complicati però dalla malattia, dall’anzianità,
dall’assenza di autosufficienza.
Chiediamo pertanto che i risultati delle indagini conoscitive già intraprese
dalla Regione non restino lettera morta. Ci sono le conoscenze e gli strumenti
per prevedere un piano di intervento integrato, tenendo conto delle specificità
dei soggetti coinvolti, imparando da quello che le associazioni fanno da anni su
questo fronte (talvolta come veri e propri presidî sanitari civili anziché ospedalieri) ed esportando le buone prassi in molteplici contesti.
2.1.3.1 - L’HIV è ancora una questione aperta. Il Ministero della Salute ha istituito nel 2008 un sistema di sorveglianza sulle nuove diagnosi di infezione da
HIV. I dati forniti dalle Regioni evidenziano una stabilità nelle nuove diagnosi
(5,5 ogni 100.000 persone), con un aumento dei contagi nella popolazione gay. Il
Ministero sottolinea inoltre che il 51% delle diagnosi sono tardive, ossia
avvengono su persone che hanno contratto il virus molti anni prima e che sono
in AIDS conclamata. Anche i risultati dell’importante lavoro nell’ambito della
formazione sul tema della discriminazione verso le persone sieropositive (progetto Positivo Scomodo), avviato dalla Regione Toscana nel 2003, in assenza di
un impegno globale nel senso dell’informazione, della prevenzione e della tutela
della persona malata, rischiano di non essere sufficientemente incisivi. Si richiede pertanto un impegno del Servizio Sanitario Regionale su due fronti: da un
lato nel rilancio di campagne di comunicazione e di educazione per la prevenzione dall’HIV e dalle malattie a trasmissione sessuale, dall’altro nell’implementazione dell’uso di indagini strumentali a basso costo, come il test sull’HIV,
nel solco di un’inform/azione positiva che era stata stabilita negli anni scorsi, ma
che non è proseguita correttamente.
2.1.3.2 - Intersessualità. Nell’ordinamento giuridico e nella prassi, il diritto alla
salute in Italia va in teoria a braccetto con il diritto all’autodeterminazione
dell’identità di genere. Per questo l’intersessualità si pone come questione spinosa, colpevolmente ignorata quando non occultata. Va introdotto, secondo quanto
indicato dalle associazioni di persone intersessuali, il divieto di trattamento e
riassegnazione di genere in neonat* che presentano caratteristiche sessuali non
immediatamente ascrivibili a uno dei generi sessuali prevalenti. A oggi, infatti, la
riassegnazione è realizzata ricorrendo a tecniche “normalizzanti” e invasive di
chirurgia genitale neonatale. Tanto il personale medico quanto i genitori vanno
opportunamente formati, informati e supportati, perché il/la/* bambin* possa
crescere san* e fare una scelta personale e consapevole, nella serenità di tutte le
persone coinvolte. Le persone intersessuali e quant* stanno loro vicino hanno il
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diritto di trovare attorno a sé – dentro e fuori le strutture ospedaliere – un
ambiente che ne supporti lo sviluppo e ne curi il benessere;
2.1.3.3 - Famiglie. In relazione a quanto esposto al punto 2.1.1.1., chiediamo
inoltre che il personale dei servizi sociali sia formato adeguatamente per prestare la dovuta attenzione alle diverse tipologie di famiglia, sia cioè preparato ad
accogliere le richieste di sostegno da parte di genitori omosessuali e trans e da*
loro figli*, come pure ovviamente dai genitori di lesbiche, gay, bisessuali,
intersessuali e trans.
2.1.4. – l'Università
In Toscana l’attenzione degli atenei verso le discriminazioni è il lenta ma progressiva crescita. Le università stanno via via schierandosi apertamente contro
ogni forma di discriminazione e attuano programmi volti al riconoscimento, rispetto e valorizzazione delle differenze sulla base dell’orientamento sessuale,
identità ed espressione di genere, inaugurando misure che garantiscano a tutt* il
pieno diritto di vivere gli spazi universitari e l’accesso ai saperi, soprattutto grazie al positivo apporto del diffuso associazionismo studentesco.
Chiediamo che in ambito universitario si intraprendano azioni volte alla prevenzione e/o riduzione dei fenomeni discriminatori anche attraverso l’attuazione
di prassi tese a garantire il completo benessere psicofisico di tutte le persone e
l’attuazione della piena cittadinanza di ogni tipo di differenza.
Chiediamo che gli atenei rilevino e – tramite dichiarazioni ufficiali –
condannino pubblicamente fenomeni di discriminazione omo/lesbo/transfobica.
Questo anche nell’ottica di una sostanziale equiparazione dei Centri Unitari di
Garanzia, attuati sulla base dell’applicazione del DM 270, ai Comitati Pari
Opportunità in merito alla trasversalità, molteplicità e intersettorialità dei fenomeni discriminatori.
Chiediamo pertanto che gli atenei toscani favoriscano piani di scambio di
buone prassi al fine di facilitarne la condivisione relativamente alle avanguardie
già adottate in altre università:
- organizzazione di corsi di formazione, per student*, docenti, personale tecnico-amministrativo in materia di orientamento sessuale, identità ed espressione di
genere;
- attuazione di azioni di supporto, anche in collaborazione con enti/associazioni/gruppi territoriali/regionali, a studenti LGBTIQ che si vengano a trovare in
situazione di emarginazione;
- promozione momenti di conoscenza con le realtà LGBTIQ, stabilendo
rapporti di collaborazione e partnership;
- garanzia del diritto allo studio a studenti in transito attraverso l’applicazione della misura del doppio libretto.
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2.2. - NAZIONALI E DI PRINCIPIO
Il Toscana Pride 2012 fa sue le rivendicazioni degli ultimi pride nazionali e
dell’Europride Roma 2011. Fermo restando la richiesta di parificazione dei diritti
delle coppie e la necessità di rinnovare la richiesta di leggi antidiscriminatorie, ci
preme contribuire al dibattito nazionale con alcuni punti di ampio respiro. Vogliamo in particolare che il sessismo sia riconosciuto e nominato come causa di
violenza e discriminazione ai danni di donne lesbiche ed eterosessuali, di gay e
di transessuali. La violenza come strumento di repressione e punizione dei
soggetti non allineati è oramai usata in modo sistematico. Pretendiamo che finalmente si parli di femminicidi e di pestaggi eterosessisti, e che queste violenze
non vengano giustificate come raptus di gelosia, incontrollabili omicidi “passionali”, un generico bullismo o “lo squallore di «certi ambienti»”; deve piuttosto
essere sempre ben chiaro chi è il mandante occulto che avalla la repressione e la
strategia di controllo che esso adopera.
La lotta al sessismo e al machismo è un contenuto imprescindibile della nostra piattaforma. Non è difficile comprendere come l’oppressione delle donne e
quella dei soggetti LGBTIQ siano da considerarsi come aspetti diversi del dominio e del privilegio del maschio eterosessuale; la rappresentazione sociale che si
dà dell’omosessualità, del lesbismo e del transessualismo, basata su una serie di
stereotipi misogini, è solo un esempio di questa stretta relazione. La connotazione stereotipata, la subalternità, la violenza subita – sia nella sua dimensione
quotidiana, e più frequentemente familiare, di vessazione psicofisica e maltrattamento, sia nella dimensione estemporanea di violazione brutale dell’integrità
personale – sono esperienze che accomunano le discriminazioni e violenze di
genere a quelle per orientamento sessuale. Il fenomeno è pervasivo e misconosciuto: non solo nella discriminazione quotidiana subita sul luogo di lavoro e
nelle relazioni sociali e affettive, ma anche nella descrizione della violenza fisica
viene colpevolmente omessa la vera causa dell’aggressione preferendo il ricorso
ad un sensazionalismo dell’emergenza.
È inoltre opportuno ribadire la complessa situazione di donne lesbiche e
transessuali, che subiscono forme di discriminazione multipla, in ragione del genere, dell’orientamento sessuale, dell’identità ed espressione di genere.
Rileviamo infine che parte della stessa comunità LGBTIQ non ha ancora del
tutto acquisito strumenti propri di lotta al sessismo e al machismo, veicolando al
proprio interno stereotipi non adeguatamente destrutturati, dinamiche e modelli
di relazione di stampo patriarcale.
Crediamo che sia necessario dare piena dignità di esistenza alle donne (eterosessuali, lesbiche e transessuali) ed esigiamo che entri nell’uso comune del
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linguaggio il termine lesbofobia, che non può essere incluso nell’omofobia con la
presunzione dell’onnicomprensività del maschile universale, perché ciò azzererebbe la differenza tra gay e lesbiche, invisibilizzando ancora una volta queste
ultime nel loro essere donne.
2.2.1. - Estensione legge Mancino
Estendere la legge Mancino all’orientamento sessuale e all’identità ed espressione di genere è un’azione non più rinviabile.
2.2.2. - Laicità dello Stato
Vogliamo vivere in uno Stato laico, non regolati da leggi scritte sotto la
dettatura degli esponenti di un credo religioso.
2.2.3. - Migranti e diritto d’asilo
La storia di questo Paese e lo scenario politico mediterraneo sollecitano una
migliore applicazione in Italia della direttiva CE 85 del 2005 sullo status di rifugiat*, perché esso sia efficacemente esteso anche a persone LGBTIQ perseguitate
non solo a norma di legge, ma anche “solo” de facto, ovvero socialmente, nel
Paese d’origine. Combinato con il Pacchetto Sicurezza, questo vulnus della prassi
giudiziaria e d’asilo in Italia ha effetti disastrosi sulle vite di centinaia di migranti, addirittura costrett* a non poter denunciare i loro sfruttatori.
2.2.4. - Interventi contro le discriminazioni
La Risoluzione del Parlamento europeo del gennaio 2006 ha chiesto di “assicurare che le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender siano protette da
violenze e dichiarazioni di odio omo/transfobico”. La sentenza della Suprema
Corte Europea del 30 aprile 1996 ha esteso alle persone “che transitano da un
sesso all’altro” l’applicazione della Direttiva Europea 207 del 1976 sulla parità di
trattamento tra gli uomini e le donne e le leggi nazionali ad essa ispirata. In Italia
invece, a causa dell’inversione dell’onere della prova nel testo che ha recepito le
direttive (e in particolare il dl 216 del 2003 relativo alla direttiva CE 78 del 2000),
le persone LGBTIQ continuano di fatto a subire le discriminazioni nella scuola,
nella società e soprattutto nel lavoro senza potersi avvalere di alcuno strumento
giuridico specifico che l* tuteli. Infine, il mancato riconoscimento delle coppie
omosessuali è oramai considerato una discriminazione a tutti gli effetti, secondo
quanto stabilito dalla Risoluzione del Parlamento europeo 24 maggio 2012, n°
2657, che “invita gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay, bisessuali e transgender dai discorsi omofobi di incitamento all’odio e dalla violenza e ad assicurare che le coppie dello stesso sesso godano del medesimo
rispetto, dignità e protezione riconosciuti al resto della società”.
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3. Desiderata&Intenti
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Siamo convint* che l’azione diretta sul contesto sociale e culturale sia prassi
politica necessaria di un movimento LGBTIQ maturo, consapevoli che l’impedimento giuridico che viene opposto al riconoscimento della piena parità di cittadinanza è parallelo e conseguente ad un clima di stigmatizzazione ed esclusione
delle differenze.
Vogliamo che il movimento LGBTIQ agisca nell’ottica di un sostanziale
innalzamento della consapevolezza interna, valorizzi la molteplicità di esperienze aggregative e la proliferazione di fenomeni culturali underground. Pratiche, comportamenti e identità sessuali hanno infatti sempre generato
microculture specifiche, alle quali spesso si legano vere e proprie etiche e stili di
vita. Queste modalità aggregative vanno valorizzate dando loro pari dignità a
partire dalla comunità LGBTIQ stessa.
D’altro canto, le pratiche politiche fin qui adottate non hanno saputo rispondere ai bisogni di una parte della popolazione presente nei luoghi di aggregazione e socializzazione, la stessa che spesso risulta assente dal palcoscenico
della contrattazione sociale, dell’attivismo e della militanza.
Questa disaffezione alla politica si somma spesso alle difficoltà individuali nel
dirsi gay, lesbiche, bisessuali o trans, portando talvolta al paradosso di vivere come soggetti LGBTIQ senza riconoscersi parte di alcuna comunità, perseguendo
una forma di normalizzazione o di mimetizzazione che certo è in parte dettata
dal convergere di una crisi economica con uno stigma sociale mai eliminato, la
qual cosa fa prevalere il lucido calcolo della convenienza per rispondere
all’emergenza, per soddisfare necessità primarie, al valore del coming-out.
Se la distanza di molte persone LGBTI dalla politica attiva e il divorzio tra stili di vita e posizionamento politico è imputabile in qualche misura ai limiti e alle
omissioni delle associazioni, è altrettanto chiaro come gli stessi luoghi di ricreazione non siano riusciti ad incidere nemmeno in modo prepolitico sulla popolazione LGBTI, cogliendo solo parzialmente la possibilità di sviluppare un
intrattenimento che andasse nel senso dell’autodeterminazione, della uscita dagli stereotipi e della rivendicazione di pari cittadinanza e diritto alla felicità.
Cogliamo dunque l’occasione di questo pride per dare risalto a tutti quei momenti e luoghi che – ciascuno a suo modo – vogliono a rivitalizzare la partecipazione politica, diventando occasioni di scambio, anche insolito o impensato.
Primo luogo sia questo documento stesso, nel quale i nostri desideri eccedono la
nostra sessualità.
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3.1. - D’OGNI GENERE
La rete associazionistica e ricreativa in Toscana è una rete diffusa, pur con le
sue eccellenze, specificità e concentrazioni. Per questo faremo un pride diffuso:
le luci puntano in tutte le direzioni e arrivano anche da dove non si sospettava
che ce ne fossero, di tutti i colori. Il calendario delle attività comprende momenti
molto diversi tra loro, ma tutti egualmente importanti: provocazioni e dibattiti
politici, musica commerciale e presentazioni di libri, feste di musica elettronica
in spiaggia e spettacoli teatrali. Dispiegheremo un ventaglio di eventi che
coinvolgano chiunque. Tutte le nostre capacità saranno messe in gioco. Tutti i
generi sono rigorosamente ammessi: plurali, divergenti, conflittuali.
3.2. - IL MOVIMENTO LGBTIQ COME INTERLOCUTORE POLITICO A TUTTO CAMPO
Nell’ultimo decennio, numerosi eventi hanno spinto in direzioni talvolta assai
divergenti l’agire politico delle associazioni e del movimento LGBTIQ. Dal
mancato riconoscimento delle unioni civili o dei matrimoni per coppie dello
stesso sesso, all’aumento di famiglie omogenitoriali con figli; dalla crisi economica, che ha penalizzato di più i soggetti marginalizzati scaricando su di loro il
peso dei tagli al welfare, a uno scenario mediatico che ha sistematicamente rimosso le diversità e stigmatizzato le differenze – a partire da quella di genere; fino all’invecchiamento della popolazione LGBTQ e all’esordio di una riflessione
sull’intersessualità: il variopinto mondo gay, lesbico, trans, intersessuale e queer
ha prodotto riflessioni e azioni politiche e culturali sparpagliate e marginali,
disarticolate e interstiziali, ma non per questo meno politicamente dense. Il
confronto con i movimenti, a cominciare da quello imprescindibile con il femminismo, ci ha avvicinat* sempre di più ai grandi temi globali, temi che non possiamo più ignorare collettivamente, non fosse altro che spesso ci hanno toccato
individualmente. Non abbiamo la pretesa di riassumere tutto. Ma la quantità e
l’interesse delle analisi e delle proposte politiche emerse nel movimento LGBTIQ
ci prepara a fare un salto di qualità. Vi sono infatti almeno un livello “micro” e
uno “macro” nei quali le relative a questa realtà non riguardano più solo una
fetta di popolazione ma investono l’universo sociale nella sua interezza. Non è
un caso se questi livelli coincidono con le due principali trasformazioni nel governo della popolazione e del territorio avvenute dall’inizio del secolo: il mutamento radicale, drammatico e irreversibile del mercato del lavoro, e il conflitto
permanente nella definizione e fruizione degli spazi e dei tempi pubblici urbani
scatenato dai “sindaci-sceriffo”. Le nostre traiettorie di vita, i nostri desideri, i
nostri affetti, le nostre speranze e le nostre migrazioni ci assegnavano questa
precarietà e questa conflittualità prima che si estendessero a tutta la società. Non
siamo mai state “solo” lesbiche, gay, trans, bisessuali, intersessuali o queer. Eravamo e siamo sempre contemporaneamente qualcos’altro.
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3.2.1. - In un tempo e in uno spazio queer
Nella definizione degli spazi cittadini, spesso le amministrazioni locali non
assumono un criterio di inclusione e valorizzazione delle differenze fondato sul
principio della solidarietà, ma liquidano frettolosamente il problema, marginalizzando ciò che è minoranza col risultato di relegarne la possibilità di esistenza
alla dimensione privata, domestica. L’integrazione che ne risulta è, nei fatti, una
rinuncia identitaria, ovvero la sottomissione alle norme implicite della maggioranza dominante. La cittadinanza LGBTIQ non fa eccezione a questo paradigma.
Per di più, laddove gay e lesbiche possono scegliere di accettare queste regole,
è chiaro come ciò non sia spesso possibile per i soggetti transessuali e transgender che, immediatamente visibili, manifestano una differenza non voluta
dalla società. Ne consegue che il prezzo del compromesso dell’integrazione viene
pagato non solo da chi rinuncia a un pezzo della propria identità, ma anche da
chi questo patto assimilazionista non ha voluto o potuto sottoscriverlo.
Gli spazi di aggregazione e socializzazione pensati per la comunità LGBTIQ
ma accoglienti per chiunque abbia un approccio di apertura alle differenze, sono
spazi che ricompongono in parte la frattura tra esistenze minoritarie e maggioritarie, stimolando il confronto e la condivisione e assolvendo a scopi ai quali le
amministrazioni locali non sono (state) in grado di ottemperare. Al contempo
questi spazi si configurano però come zone franche in cui vi è una sospensione
della legalità e dell’ordine pubblico, proprio per lo scarso interesse della politica
a riconoscere e proteggere spazi di inclusione e di convivenza pluri-identitari.
L’onere di ricucire le toppe di un tessuto sociale sfibrato viene infine a ricadere sulle associazioni, che nella costruzione di servizi di supporto e di risposta
all’emergenza sociale non riescono a incidere sulle forme e scelte politiche a
monte del processo, risultando così palliative.
Esigiamo perciò che questi laboratori di integrazione sociale – ivi compresa
l’esperienza, senz’altro storica, di Torre del Lago, che rischia di essere spazzata
via a colpi di ordinanze – siano opportunamente tutelati, con interventi negoziati che non vadano verso una maggiore militarizzazione, ma che individuino e
facciano valere regole civili di convivenza serena. Vogliamo inoltre che al sostegno al lavoro delle associazioni e della cittadinanza critica che già si adopera per
la costruzione di città più vivibili, si affianchino un percorso politico e una riflessione sul tema della costruzione di città a misura di donne e di uomini, disabili, gay o lesbiche, trans, migranti e nativ*, giovani e anzian* e qualunque altra
differenza che si delinea in una società complessa. Vogliamo che le Associazioni
LGBTIQ possano agire, come previsto dalla Legge Regionale contro le discriminazioni, il loro ruolo nella definizione delle politiche ripartendo dall’esperienza
che era stata attivata nel biennio 2007/2008 della taskforce contro le discrimina16 | DOCUMENTO POLITICO 2012
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zioni per orientamento sessuale ed identità di genere e con una relazione che
coinvolga i diversi ambiti di lavoro (salute, cultura, lavoro, casa, politiche sociali).
3.2.2. - Vite a lavoro
Il welfare e le politiche inerenti il lavoro sono l’esempio principe di come un
piano di interlocuzione tra la comunità LGBTIQ e la politica istituzionale sia
oggi possibile, necessario e urgente. La presenza di soggetti LGBTIQ evidenzia
l’anomalia e l’insufficienza di un welfare che non è universalistico e non garantisce di fatto a nessun individuo i mezzi per autodeterminarsi, ma scarica su
strutture collaterali la responsabilità di fornire strumenti di sostentamento alla
cittadinanza.
Nei momenti di crisi economica, e in particolare in una crisi perdurante come
quella che stiamo attraversando, i criteri di accesso al lavoro diventano più restrittivi e le norme tacite che regolano l’accesso alle professioni si fanno più
vincolanti. I soggetti non normati sono quindi più esposti alla crisi, più spesso
precari, estremamente flessibilizzati, e non di rado “reclutati” in virtù di eccedenze (presunte attitudini sociali, il non avere figl*, necessità economiche ritenute minori, etc...) che niente hanno a che fare con un lavoro in particolare, ma
che sono adatte a un qualsiasi lavoro parasubordinato in generale. Queste eccedenze, che sono un sottoprodotto dello stigma e delle disparità di cittadinanza,
non sono qualifiche professionali riconosciute ma competenze silenziosamente
inscritte nei corpi e nelle vite LGBTIQ; quindi, non sono remunerate. Vengono
invece sfruttate per abbassare il costo del lavoro, diventando talvolta – con ironia estrema e amara – l’ennesima scusa per incitare alla guerra fra poveri.
Lo strumento del reddito sociale o reddito di autodeterminazione potrebbe
avere, per i soggetti LGBTIQ, il doppio valore di affermazione ed affrancamento,
non soltanto per l’autonomia personale che comporta, ma anche per l’indipendenza economica da nuclei familiari omo-lesbo-transfobici che garantisce. In
assenza di politiche sociali e di un welfare garantito, inoltre, le famiglie diventano de facto ammortizzatori sociali e fonte di sostentamento dei soggetti che si
vedono costretti a tornare ai nuclei di origine. La dipendenza economica che si
stabilisce è particolarmente grave e pericolosa per il benessere e l’incolumità del
soggetto LGBTIQ, proprio in relazione alla possibile coartazione identitaria derivante dalla condizione di ricattabilità che il ritorno a una famiglia che non
accetti l’orientamento o l’identità di genere di chi la compone rappresenta.
Vogliamo che vengano messe in atto al più presto una riforma del welfare e
del mercato del lavoro, che tenga conto delle esigenze di ogni cittadin*, garantendo un accesso universale al reddito e le condizioni materiali per potersi
autodeterminare.
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