Diario di viaggio in Bangladesh

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Diario di viaggio in Bangladesh
Diario di viaggio in Bangladesh
Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
“Bangladesh? Ma cosa vai a fare in
questo luogo di povertà, alluvioni?
Non hai proprio nient’altro da
visitare di più rassicurante?”
Tutti mi ripetevano queste frasi
scontate scuotendo la testa, e tanti
non sapevano neanche dove fosse
questo posto nella lontana Asia. Un
tempo era unito al Pakistan e se ne
era separato nel 1971 con molto
spargimento di sangue.. ora era
soggetto a cataclismi, inondazioni,
musulmano.. con tanta gente povera
e disgraziata, bisognosa solo di aiuti
umanitari, non adatta al turismo!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Eppure, a modo suo, era emancipato, era governato da una donna, Khaleda, e anche il capo
dell’opposizione era una donna: Hasina, che si ostacolavano a vicenda, ma che io penso fossero
state elette per mancanza di uomini papabili ed efficienti… anche questo fatto mi attirava, (ma
a me attira un po’ tutto l’insolito ed il nuovo), e, dopo una certa esitazione iniziale (devo
ammetterlo!)… sono partita con un pacchetto di speranze insieme alla mia amica Simonetta, una
vagabonda come me.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Io poi adoro gli aeroporti, devo
dire che mi piace l’odore, il
rumore, l’atmosfera, la gente
che corre qua e là con le valigie,
felice di partire o felice anche
di tornare.
Mi piace vedere gli abbracci,
cogliere la commozione dei
distacchi e dei ritrovamenti.
L’aeroporto, se non ho fretta, è
il luogo ideale per osservare le
persone, e all’andata, non mi
stancano le attese e mi riempie
sempre di un piacevole senso di
anticipazione per quello che
vedrò, per quello che mi potrà
succedere.. persino stare in
coda all’imbarco è già come
iniziare una nuova avventura
misteriosa…
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Quando sono finalmente arrivata
nel mio “Inferno di delizie”, come
lo ha chiamato la giornalista
Stefania Ragusa, è stato un vero
impatto!
Era più inferno che delizia.. forse
per la stanchezza di un viaggio
lungo e massacrante, forse per il
disordine che avvertivo intorno a
me, di un mondo a cui mi sarei
dovuta adattare per ben quindici
giorni.
C’era povertà, frutto ovviamente
delle calamità naturali, vedevo un
ammasso disorganizzato di case,
capanne, palazzi.. e gente, tanta,
tanta gente… eppure in questo
paese c’era anche una zona
definita
patrimonio
naturale
dell’umanità, voluto dall’UNESCO e
allora perché non scoprirlo?
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Non senza difficoltà io e Simonetta siamo
arrivate alla meta quasi sane e salve, anche se
non vedevo l’ora di rilassare le mie stanche
membra in una decente camera di un hotel!.
Mi ricordo di aver chiuso gli occhi stanca e di
essermi appoggiata sullo schienale del
pulmino… ma non potevo concedermi troppo
relax, gli occhi dovevano essere vigili e
curiosi, per
osservare questa città che
scorreva frenetica davanti al mio sguardo …
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Dacca, la capitale si trova sulla riva settentrionale del fiume Buriganga, un nome che è tutto un
programma, che è poi un canale del fiume Dhaleshwari, di un colore melmoso, indescrivibile che
comprende tutti i toni dal grigio al marrone, con punte di rossiccio... La città era una vera
Babilonia per l’ammasso di popolazione disparata che camminava per ogni dove, che straripava
letteralmente dai vicoli, sulla piazze, che si espandeva sulle strade, cercando di attraversarle,
mentre le vecchie auto di ogni tipo e forma, proseguivano ovviamente, a passo di lumaca, il loro
andare, senza preoccuparsi di chi poteva ostacolare loro la marcia!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
La città vecchia mi è apparsa il luogo
forse più affascinante, se si andava a
ricercare proprio il fascino, sorta nel
periodo dell’impero islamico del Gran
Moghul
e
dei
suoi discendenti,
nascondeva però in alcuni anfratti
testimonianze dell’epoca precedente
quando era un centro dominato da
induisti e buddhisti.
Qui si vedevano palazzi in stile barocco,
molto rovinati, spiccava tra tutti l’Ahsan
Manzil, dipinto di un rosa confetto
brillante e vistoso che colpiva subito
qualsiasi persona dotata di un certo
spirito estetico!!!
C’erano poi moltissime moschee, piccole
e monumentali.. e in un primo giro
panoramico
abbiamo
ammirato
velocemente le vestigia Hindu e
Moghul…ma il tutto sarebbe stato
visitato in seguito…
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Dacca inoltre era considerata la capitale mondiale dei risciò, mi hanno
detto che ce n’erano più di 300.000, tutti coloratissimi e pronti per
l’uso… devo dire che ho creduto subito a quell’affermazione, perché a
vista erano veramente tanti!
Non so se, in un primo impatto, questa città mi è piaciuta, non era più
antica, ma non riusciva nemmeno ad essere moderna come avrebbe
voluto, nonostante possedesse alberghi, caffè, ristoranti, cinema,
ritrovi semi-occidentali.
Si presentava male, forse aveva troppi problemi, troppi abitanti, un
odore ricorrente di spezie, incenso, sporcizia, umidità.. un odore
inconfondibile che avevo già avvertito in India, a Bombay e a Calcutta,
un odore a cui mi sarei abituata ben presto, ma che non era certo
piacevole… e poi c’era lo smog che intasava alquanto i polmoni e invitava
a respirare.. con parsimonia!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Certamente esageravo, infatti eravamo
solo all’inizio di questa vacanza, per cui,
ho iniziato con ordine, ad analizzare
l’etimologia del suo nome. Forse era una
leggenda, forse no, ma il nome Dacca è
onomatopeico e rimanda ad un rumore,
ad un suono incessante.
Si racconta che nel 1608, quando un
viceré Moghul giunse in questo luogo, fu
accolto festosamente per le strade da
centinaia di persone che si esibivano in
un ritmato suono di tamburi… un
concerto assordante che durò per ore e
rimbalzò di strada in strada.
Nacque così, per bocca del viceré, la
parola Dhac che in lingua bengalese
significa appunto tamburo e da allora
Dhac si è evoluto appunto in Dhaka, o
Dakka, e Dacca in italiano!
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L’hotel dove eravamo alloggiati era localizzato nel cuore di Dacca, una
costruzione monumentale, con un grande porticato antistante che mi ha
fatto pensare subito al cortile di una moschea.. era confortevole,
lussuoso per questa giovane nazione, con interni moderni da design, con
piscina sala per lo sport, salotti, salottini, bar... tutto quello che per
una notte non avevamo tempo di sfruttare, quindi inutile, a noi bastava
la bella camera da letto!!!
Dopo aver depositato i bagagli, senza nemmeno guardarli…esserci
rinfrescate, rivitalizzate stese sul letto con le gambe all’aria per
riattivare la circolazione, ci siamo cambiate.. qui il clima era
piacevolmente caldo, peccato l’umidità che però non dava fastidio per
cui ci siamo preparate per il giro particolareggiato, con la guida, della
città.
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Siamo andate all’Imbarcadero della zona settentrionale del fiume, per assistere ad un
altro spettacolo mozzafiato di umanità, ma in un certo senso anche di poesia...
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...le barche, spesso in disarmo totale che attraversavano il fiume, sotto il sole ci apparivano
in controluce magiche immagini di bellezza, acquerelli che un buon pittore avrebbe saputo
valorizzare. Per non essere sopraffatte dal bagno di folla siamo salite su un barcarozzo
ancorato ed abbiamo cercato di cogliere con i nostri obiettivi, tutto quello spettacolo.
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Ridiscese nel bagno di folla tra gli odori nauseabondi e la sporcizia siamo arrivate all’Ashan
Manzil, il palazzo rosa, un angolo più vivibile circondato da un riposante prato-giardino in cui
abbiamo momentaneamente preso fiato, anche se i rumori di questa città impossibile arrivavano
da lontano. All’interno le foto dei vari sultani appese al muro ci hanno osservato indifferenti ai
nostri commenti: tutti brutti, anche l’ultimo più giovane!
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Poi abbiamo lasciato questa piccola oasi rosa, per rituffarci tra le
viuzze della vecchia città, spintonate di qua e di là da risciò, donne,
uomini e bambini.. tra il caldo umido e la paura di essere travolte da
questi colorati risciò, assordate dal suono metallico dei loro
campanelli, e dalle grida dei venditori.. nonostante ci sentissimo
frastornate e confuse.. siamo riuscire a sopravvivere.
Ormai, data la stanchezza, anche del fuso, andavamo avanti tutti a
forza di inerzia, ma eravamo all’inizio e quindi ogni cosa ci
affascinava, anche la banale chiesa armena che sembrava molto simile
alle nostre, solo un po’ più squallida.. siamo arrivati poi nella zona
hindu, ma le botteghe di divinità hinduiste si alternavano alle
immagini delle donne musulmane… anche qui dunque c’era caos!
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Dopo la chiesa armena che ci aveva quasi fatto
sentire a casa siamo andati alla Moschea: tolte le
scarpe siamo entrate nel cortile. Il luogo era un po’
misero, a dire la verità, rispecchiava uno stile
architettonico non ben definito, un misto tra quello
moresco e le decorazioni floreali hinduiste. La sua
costruzione risaliva al 18° secolo, ma devo dire che
pure nella semplicità aveva una sua piacevolezza:
era chiamata la “Moschea delle stelle” proprio per i
disegni che la arricchivano, ma il nome mi sembrava
veramente troppo romantico ed eccessivo!
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Abbiamo riattraversato poi la città vecchia tra le fogne a cielo aperto e i depositi di rifiuti ai
margini delle strade, e tutte quante noi abbiamo avvertito un improvviso desiderio di pulizia.. un
conto era fare i turisti e assaporare il folclore locale, un conto era inserirsi e cercare di capire la
povera vita di questa gente che… però non conosceva assolutamente l’igiene: c’era povertà e
povertà. Questa era povertà sporca!
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Inoltre la massa incredibile di risciò rischiava di farci impazzire, disorientare, ci sentivamo
sballottate da ogni dove, umide e sporche… guardavo Simonetta e insieme pensavamo la stessa
cosa: “Arriveremo mai in Hotel?”
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Pareva di no, dato che Tiziana, la nostra attiva amica e guida, aveva deciso un’ultima fermata nella
zona universitaria, bellissima costruzione in mattoni rossi, per fortuna un angolo non solo di
cultura ma anche di pace momentanea.. molto inglese. Siamo restate poco perché il desiderio
dell’Hotel era unanime.. per quel giorno avevamo visto abbastanza!
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Un buon riposo ci ha rifocillato la mente e
il corpo.. ma la mattina successiva siamo
partite con un cielo grigio topo ed una
pioggerella che ci faceva preoccupare:
sarebbero arrivati i monsoni?
Nello spazio di poche ore, tutto era però
svanito, lasciando un’aria pregna di
umidità e molte pozzanghere. Abbiamo
riattraversato la città con il suo traffico
ed i suoi impossibili rumori.. già a quell’ora
la folla era sempre tanta, avevo
l’impressione che non fosse nemmeno
andata a riposare..
Abbiamo preso la direzione nord a passo
d’uomo. Il pulmino avanzava con una
lentezza esasperante, intrufolandosi tra
il caos di altri pullman e macchine, con una
destrezza eccezionale, io vedevo incidenti
ad ogni secondo, ma per fortuna, non è
successo niente !! Eravamo diretti verso i
resti della zona archeologica buddista.
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Per un lungo tratto abbiamo percorso una strada sopraelevata che
fungeva da diga: a destra ed a sinistra c’era acqua tanto che mi
sembrava di essere in Olanda tra i polders.. ma il paesaggio qui era
diverso, alluvionale, con piroghe dai tetti di paglia, tanto verde e tanta
umidità.
Qui si pescava, si coltivava, ma era tutto estremamente grigio e
desolante.. ogni tanto incontravamo qualche paese ed allora l’atmosfera
cambiava e riprendeva il caos di Dacca, solo che al posto di palazzi
fatiscenti, vedevo baracche diroccate e quasi invivibili, immerse in
pantani o terricci morbidi nei quali il piede sprofondava.. a quel punto ci
siamo tutti resi conto del perchè molti uomini camminavano a piedi
nudi!
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L’esperienza veramente interessante è
stata quella della visita alla comunità
rurale che faceva parte del Grameen
Bank Projet, un sistema di micro
finanziamento
alle
donne
che
ovviamente mostravano intraprendenza
e capacità per piccole imprese locali.
Questa notevole iniziativa è stata
promossa dal premio Nobel per la pace
del 2006 Muhammad Yunus. Sotto un
capanno di paglia le abbiamo viste
riunite, abbiamo ascoltato le loro storie,
esposte con orgoglio per essere riuscite
a migliorare la loro posizione e abbiamo
ammirato il loro coraggio di osare.. in
questo ambiente pieno di calore umano,
tra
bambini
vocianti
e
donne
comunicative, abbiamo assaporato la
vita della villaggio e quando siamo andati
via, tutti con allegria ci hanno salutato
sventolando la mano, mandando baci, con
una naturalezza spontanea e sincera.
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Qui non ho visto interesse, ricerca di denaro, i bambini sono stati affettuosi, magari un po’
invadenti quando volevano essere fotografati, ma sempre senza malizia! Per questo il luogo mi è
piaciuto, e mi è piaciuta questa immersione, se pur breve, nel loro mondo!
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Lasciato il distretto di Dacca
su una strada asfaltata a
buche..siamo
entrate
nel
distretto di Tangail, ci siamo
inoltrate in una stretta via di
campagna, tra una vegetazione
lussureggiante, ma tanti lavori
in
corso…eravamo
tutti
euforici anche quando il
pulmino si è impantanato in una
montagnetta di sabbia che
stava
tentando
di
attraversare.. allora siamo
scese e abbiamo fotografato
l’incidente, con gli spalatori
all’opera, i gigli d’acqua nei
pantani,
le
donne
che
gentilmente ci sorridevano
mostrando i loro piccoli da
fotografare.
Sembravamo giapponesi, clic
clic.. tutto era immagine unica
da imprimere nell’obiettivo!
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Ripreso il cammino siamo arrivate alla Moschea Athia, un capolavoro dell’arte bengalese del 1609,
costruita in mattoni rossi.. l'abbiamo visitata circondate dal solito stuolo di bambini vocianti (si
divertivano loro, e ci divertivamo anche noi a riprenderli!)
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...ma molto interessante è stata anche la visita alla scuola coranica dove diligenti scolari, maschi
da una parte e ragazze velate dall’altra, stavano svolgendo una prova d’esame.
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Forse è stata un’intrusione, dato che i maestri seri,
non sembravano gradire l’intervallo, ma poi hanno
dovuto cedere alla novità ed abbiamo iniziato a
fotografare sconvolgendo maestri e lezioni. Le
ragazze musulmane , dapprima un po’ timide e
ritrose, si sono poi lasciate fotografare.. tanto
erano tutte coperte.. solo gli occhietti luccicavano
di piacere!
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Ripresa
la
marcia,
abbiamo
attraversato con una discreta
nebbiolina, il ponte Banghabandu,
sul fiume Jamuna, che dovrebbe
essere il quarto più lungo del
mondo, siamo approdati al villaggio
di Patchara e qui a mio avviso, è
avvenuto un avvenimento singolare
ed anche un po' spettacolare….
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Patchara era un villaggio di tessitori uomini e tutti noi ci siamo sentiti veri attori protagonisti..
camminavamo tra frotte di adulti e bambini che ci guardavano come fossimo alieni, toccavano
delicatamente le nostre mani, alcuni bimbi addirittura i capelli, e poi si ritiravano quasi spaventati
di una nostra possibile reazione. Io e Simonetta immerse nella sperimentazione di foto con
tecniche migliori, venivamo circondate, osservate con curiosità e quando riuscivamo nell’impresa
di qualche bel ritratto e mostravamo loro le foto, tutti urlavano emettendo gridolini di giubilo.
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Alcuni con il telefonino ci facevano loro le foto.. era
uno scambio equo di immagini! L’atmosfera grigia
del sentiero lungo il fiume dove stavano stese ad
asciugare matasse colorate di rosso, era animata
dal corteo che trascinavamo con noi.. dunque uno
spettacolo nello spettacolo, decisamente unico!
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A Bogra, cittadina grigia e neutra,
simile a tante altre, abbiamo
preso possesso dell’hotel della
zona...
All’inizio ci ha dato l’idea di un
refettorio
di
monaci,
con
pavimenti lucidi ed enormi spazi
liberi, poi entrate in camera, io e
Simonetta
abbiamo
subito
immortalato il copriletto di raso
rosa su un letto durissimo e il
bagno che di bagno aveva solo il
nome… poi abbiamo iniziato la
battaglia con gli scarafaggi nel
bagno
infestato,
abbiamo
smontato l’orologio a muro che
imperversava con un disumano
ticchettio, ma non siamo riuscite a
neutralizzare
il
rumore
del
traffico, risultato: notte insonne!
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Salutata con gioia la sveglia
all’alba,
abbiamo
lasciato
l’albergo degli incubi notturni
per dirigerci finalmente verso i
siti archeologici del nord… ma le
soste lungo il percorso non si
sono fatte mancare: lo spunto è
arrivato dalle bancarelle dei
caschi di banane verdi, qui dopo
qualche foto, una fanciulla ha
invitato
me,
Simonetta
e
Mariella ad entrare nella sua
casa, ci ha presentato padre,
madre, sorelle, ci ha offerto
datteri speziati, non sapendo
più cosa fare per accoglierci nel
migliore dei modi… peccato non
poter restare di più, peccato
non conoscere il bengalese per
comunicare meglio!
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Poi finalmente abbiamo fatto un tuffo nel silenzio buddista di Paharpur, il più importante
sito archeologico del paese. I resti del tempio di Somapuri Vihara, che risale addirittura
all’VIII sec. d. C. mi hanno colpito subito favorevolmente. Originale la forma di
quadrilatero, costruito in mattoni rossi con al centro il grande stupa che assomigliava ad
una stella a forma di croce.. era maestoso e terminava in una strana struttura a forma di
torre.
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Passeggiare nell’erba attorno era piacevole, ci
sembrava quasi di riprendere vitalità dalla terra…
molto necessaria dopo una notte insonne! Alla
base del monastero immagini di divinità buddiste
ed hinduiste ci affascinavano per la loro varietà
ed eleganza. Questa zona era avvolta nel silenzio,
circondata dal verde dei bananeti per cui abbiamo
lasciato il luogo con rammarico e abbiamo ripreso
il nostro percorso...
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...incontrando per via i soliti risciò colorati,
stracarichi di ogni ben di Dio, i carretti, donne al
lavoro avvolte nel loro sari… e poi lentamente le
baracche dei mercati hanno iniziano ad animarsi e
man mano ci allontanavamo dal sito riprendeva il
solito caos e la confusione di sempre.
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Ma le scene più belle erano quelle
rubate per strada… un incontro
fortuito, un sorriso, la fotografia
di una donna che con il suo riso
steso lungo il bordo della strada,
lo voltava e rivoltava per
sgranarlo, mentre ovviamente i
camion e le auto passavano a lato..
senza rovinare il suo lavoro.. lei si
spostava
e
poi
riprendeva
imperturbabile.
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...belle
anche le soste alle
bancarelle di frutta e verdura
e devo dire che per il
momento la spontaneità e
l’allegria di questo popolo mi
stava
conquistando:
tu
sorridevi loro e subito il loro
viso serio si illuminava.. solo le
donne all’inizio apparivano più
timide e restie, ma credo lo
facessero per vezzo, non
tanto per timidezza.
Il mercato della frutta era
comunque un caos.. bello e
impossibile
direbbe
una
canzone o bello bellissimo
avrebbe esclamato Luca.. ma
dopo un po’ ci si sentiva
frastornati...
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...ci si guardava intorno e non si sapeva più che cosa fotografare, tutto era eccitante,
colorato.. e i venditori erano tutti uomini, alcuni con l’aria di bei tenebrosi!! Qui data
l’attività frenetica non si pensava proprio che esistesse tanta povertà, eppure c’era.. dato
che come ci hanno detto, buona parte di queste verdure veniva esportata all’estero con
relativo guadagno.
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Dopo pranzo siamo andati alle rovine del tempio buddista di Mahastan che significava
“grande luogo”… ho detto rovine perché erano rimaste solo le mura in mattoni, un perimetro
che ho percorso cercando di immaginare l’imponenza di un tempo, quando arricchito delle
statue che abbiamo visto nel Museo antistante, il luogo era gremito di fedeli.
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Dopo il sacro, il profano: un colpo di fortuna ci ha fatto incontrare la festa del mercato del
bestiame: indescrivibile il bagno di folla e le povere bestie in vendita forse anche per la
vicina festa dell’AID, quando dovranno essere tutte macellate in sacrificio, a mio avviso,
una carneficina quasi rituale.
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Eravamo ormai al tramonto, la luce era
bellissima, i lavoratori tornavano dai campi
portando legni o fascine, noi sorridevamo
loro e intanto li fotografavamo.. il sole nel
frattempo
ci
guardava
benevolo
scomparendo poi tra il verde dei campi.
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Il giorno dopo siamo partite avvolte da una fitta nebbiolina che impediva al sole di
mostrarsi. Il paesaggio attorno a noi aveva un aspetto malinconico, ma nello stesso
tempo romantico. Abbiamo attraversato la città ancora addormentata, i negozi erano
chiusi, ma lo strombazzare dei clacson e dei campanelli era già in piena attività.
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Ci siamo inoltrate in una vegetazione di palme e manghi in direzione della bella Puthia,
nel cuore dell’hinduismo, per ammirare i tre templi dedicati a Govinda, una delle tante
manifestazioni di Chrisma che era, a sua volta, una delle tante rappresentazioni di
Visnu.
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Si narra che Govinda fosse
sempre
vestito
solo
di
azzurro, il colore dell’infinito,
quando venne imprigionato,
riuscì ad evadere perché
l’infinito non può essere mai
chiuso in una determinata
struttura.
Questi tre bellissimi tempietti
a capanna, che riproducevano
la struttura delle case locali,
erano rivestiti di formelle di
terracotta
estremamente
raffinate raffiguranti scene
tratte dall’epica hindu...
...si narra infatti la storia di
due
regnanti
che
si
contendevano la supremazia e
combattevano tra di loro per
ottenerla… si narra anche di
una famosa Marahani che qui
ha lasciato il suo segno… si
narrano tante storie
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...e il luogo finalmente mi è apparso magico, avvolto nella tenue nebbiolina mattutina…
abbiamo passeggiato lungo il laghetto su cui si affacciavano altri tempi e tempietti
riflettendo la loro immagine velata sull’acqua.
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Dopo i piccoli tre Govinda siamo arrivati al grande
Govinda Temple, anche lui costellato di formelle di
terracotta raffiguranti storie dei Moghul e del
Ramayama. E poi sempre camminando per il paese
“bello, bellissimo”, abbiamo raggiunto il tempio
dedicato a Shiva Lingam, molto distrutto dopo la
guerra con il Pakistan…
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...qui ci siamo tolte le scarpe e siamo entrate a vedere l’enorme Lingam.. decisamente fuori
misura.. ma era quello di un dio!!! Questo villaggio, per la ricercatezza dei suoi palazzi, un
tempo doveva essere un vero gioiello dell’arte aristocratica hindu, ed ora era un vero
peccato vederlo in lento e totale disfacimento.
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Mentre la nebbia, come ogni mattina, si
diradava ai raggi del tiepido sole ci siamo
diretti a est per visitare la casa del poeta
Tagore, ma durante il percorso siamo
stati fermati a Kusthia da uno spettacolo
unico per noi: la consegna, da parte del
governo, dei sacchi di riso.
Nel solito bagno di folla colorato dei sari,
centinaia
di
donne
aspettavano
pazientemente, in fila, la consegna della
loro razione.
Il nostro arrivo ha movimentato l’evento,
soprattutto quando abbiamo iniziato a
fotografare. Cosa unica… tutti, grandi e
piccini, soprattutto gli uomini, volevano
essere
ripresi
e
si
offrivano
volontariamente e insistevano anche… nel
caos più totale abbiamo visto il momento
della consegna del riso che avveniva con
un forma di ricevuta particolare,
imprimendo il pollice imbevuto di
inchiostro su una carta!... infine tra i
saluti generali siamo riusciti tutti a
risalire indenni sul pulmino.
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Nel paese dove è vissuto ed è morto Tagore si respirava un’aria campagnola di grande povertà:
mi ha colpito molto la scena di un gruppo di ragazzini che guazzavano nell’acqua fangosa alla
ricerca di piccoli granchi, pesciolini, qualcosa insomma di commestibile! Mezzi nudi, avevano
però reso questa operazione quasi un divertimento, guazzavano e ridevano tra di loro… La
casa del poeta Tagore mi ha invece deluso: imponente la sua struttura, funzionale nell’insieme,
ma estremamente squallida e senza vita.. pochi vecchi mobili e solo tante fotografie alle
pareti, che evidenziavano il percorso della sua vita.. per essere stata l’abitazione di un grande
poeta mancava proprio di poesia!
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Dopo il pranzo siamo andati, per vivere
un’esperienza mistica, al mausoleo del
poeta sufista Lalon Shah.
Di misticismo però non ho assaporato
nulla, come tutti i luoghi santi, anche
da noi succede, è diventato un luogo di
passaggio quasi turistico: i guru,
vestiti di bianco che avrebbero
dovuto vivere di povertà, mi sono
parsi un po’ vanesi e desiderosi di
farsi fotografare…
...interessante solo un monaco, bello
come Gesù Cristo, con i lunghi capelli
sciolti sulle spalle e gli occhi profondi,
da dolce bel tenebroso.
Devo dire che lo abbiamo fotografato
più volte, mentre insieme ad altri
sufisti suonava e cantava per noi
turisti.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Ci siamo poi trasferiti il giorno
dopo a Khulna, “il luogo della
tigre”, che abbiamo visto solo in
“cartapesta”, era Venerdì, un
giorno di festa per i musulmani,
per cui il paese ci presentava il
suo aspetto più animato: nessuno
lavorava, e tutti vestiti a festa,
erano in giro per i mercati a
fare spese.
Non ci siamo soffermati più di
tanto e dopo una rapida visita
siamo ripartiti costeggiando
bananeti, villaggi impossibili
dove i bimbi urlavano frasi che
non capivamo, ponti sull’acqua
melmosa, mucchi di verdura e
frutta sparsi per terra ai lati
della
strada..
questa
era
l’atmosfera
costante
del
Bangladesh!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
L’emozione però aumentava quando Tiziana, la nostra guida, si fermava in un villaggio e ci
faceva salire su semplici carrettini risciò. Ricordo con particolare piacere quando con Michela
e Simonetta ci siamo sistemate, schiena contro schiena, per iniziare la corsa nei viottoli di
campagna tra il verde e i pantani... Il nostro omino autista pedalava a più non posso per cui noi
sobbalzavamo ad ogni buca, e la schiena ovviamente si lamentava, ma nello stesso tempo
sentivamo l’aria tra i capelli ed il piacere di volare e allora, ogni tanto, lanciavamo gridolini di
gioia e ci sbracciavamo a salutare tutti coloro che incontravamo lungo il percorso
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…siamo così arrivate, un po’ malconce e
doloranti al tempio hindu di Kahdla Math del
XVII secolo, una costruzione a forma di
pannocchia a spirale, semplice, in mattoni,
alta però ben 20 metri. Sperduto in questo
luogo, il tempio mi è apparso come un piccolo
gioiello tra i fitti boschi di bambù.
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Ritornate, sempre con nostro carrettino rickshaw, al pullman siamo passate dalla cultura
hinduista a quella musulmana, infatti arrivate a Bagherat abbiamo visitato il Mausoleo di Khan
Jahn Ali, il fondatore della città, molto venerato dai fedeli per essere stato un guerriero di
grande pietà. Nascosto quasi nel folto della vegetazione, l’abbiamo visto solo dall’esterno
perché l’ingresso al sepolcro era vietato alle donne.
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Poi attraverso una camminata di 20
minuti siamo arrivate alla moschea
delle nove cupole e infine come
ciliegina
sulla
torta
abbiamo
ammirato finalmente la Shait
Gumbad, moschea dalle sessanta
cupole ( che poi in realtà erano ben
77!)
dichiarata
dall’UNESCO
patrimonio dell’umanità. Abituata
alla imponenti moschee di Istanbul,
trovavo
che
questa
era
estremamente
semplice,
anche
l’interno non mi ha colpito
particolarmente.. direi che era
molto d’effetto l’esterno che, in
mattoni rossi, dava più l’idea di una
fortezza che di un edificio religioso.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Ma era giunto il momenti di dirigerci
verso l’imbarcadero per iniziare la
nostra
crociera
programmata
attraverso il delta del Gange… nel
Parco Nazionale del Sundarbans.
L’emozione era viva, per tre giorni
avremmo vissuto tutti insieme nel
relax
più
totale,
navigando
attraverso l’immensa foresta di
Mangrovie, attraverso il più esteso
delta fluviale del mondo…
...ci siamo imbarcati dunque a Mongla
e abbiamo visto subito che la nave
(questo nome, a mio avviso, era già
troppo importante) era molto
spartana, le cabine essenziali, i
bagni un po’ intasati e le docce?
Quelle non esistevano, con un catino
riempito di acqua fredda bisogna
lavarsi a pezzi!!
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Inoltre il rumore del motore mentre
eravamo a tavola era talmente
assordante che ci impediva quasi di
parlare… ma il nostro morale era al
settimo cielo: iniziava la vera
avventura!
Sistemato, si fa per dire, il lettuccio
nella cabina, siamo uscite sul ponte,
ci siamo stravaccate in panciolle su
materassini di un’età indefinibile e
abbiamo iniziato a godere durante la
discesa calma e piatta del barcone
lungo il fiume che era enorme, di un
colore indescrivibile che andava dal
verde al marrone..
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Per passare il tempo o leggevamo, o prendevamo il sole, o chiacchieravamo amichevolmente:
eravamo già affiatati e ci divertivamo a prendere in giro bonariamente un’amica che avevamo
soprannominato Lady Veronica che faceva la lady anche su questo barcone. Così arrivava la
sera e ci accorgevamo che il tempo era, in fondo, volato piacevolmente, eravamo al buio sotto
un manto di stelle e una lieve trasparenza ci separava dal quel cielo che era un altro mondo
che racchiudeva tanti altri mondi…
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…eravamo al buio, ma io non
mi sentivo sola, ero con gli
amici.. e se arrivava un
pizzico di malinconia serale
cercavo di cancellarla con le
battute, i sorrisi e tutto
svaniva
in
una risata..
restava solo la realtà del
duro materasso della nostra
cuccetta!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
All’alba mi ritrovavo sveglia più che mai e con Simonetta salivamo subito sul ponte e, avvolte
nella fresca aria mattutina un po’ velata, come al solito, di fitta nebbia, ci sentivamo felici. Il
motore era spento, non c’era alcun rumore intorno a noi, eravamo immerse in un ambiente
naturale unico.. le migliaia di insenature, di canali, di estuari serpeggianti aumentavano il
fascino di quel luogo.
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Sundarbans significa “foresta bella” ed era l’habitat naturale anche della famosa tigre del
Bengala… che abbiamo visto solo in un documentario serale.. per effetto delle piene e
delle maree questa terra viene sommersa in certi periodi dell’anno, dall’acqua dolce dei
fiumi e in altri da quella salata del mare. È un luogo decisamente selvaggio, una specie di
foresta vergine che fino a poco tempo fa non ha visto tracce di attività umana.
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Con un barcone un po’ scalcagnato uscivamo ogni tanto per piccole escursioni nei canali..
ammiravamo i sundari tree, che erano le piante più comuni e anche quelle da cui derivava il
nome dell’area: erano alberi anfibi, che affondavano le radici dentro il fiume, ma poi si
allungavano verso il cielo, si addentravano lungo i canali, lambivano gli isolotti di fango.. e
tutto era bello, bellissimo!
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L’unica cosa che mancava erano proprio gli animali.. o almeno io non ne vedevo molti, uccellini
dai vari colori, un’aquila reale, qualche timido capriolo… niente altro, pareva che tutto il
mondo animale fosse scomparso al nostro arrivo, eppure non fiatavamo, risparmiavamo
perfino il flusso del respiro!
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In questa zona non esistevano veri e propri villaggi abitati, solo qualche pescatore che
veniva a raccogliere il pesce impigliato nelle reti dopo l’alta marea o qualche guardiano
stanziato in capanne provvisorie fatte di fango e lamiera con i tetti ricoperti di foglie.
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Un bel pomeriggio ci siamo
poi spinte fino al mare nel
golfo del Bengala.. bellissima
esperienza!
L’acqua non era delle più
invitanti un po’ fangosa, ma
l’emozione di poter mettere
i piedi in questo mare.. è
stata troppo bella!
Siamo rimaste a contemplare
quella distesa infinita e
deserta con la bassa marea
che aveva disegnato sulla
sabbia
piccole
dune
trasversali...
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...poi siamo tornate in barca
mentre
il
sole
stava
tramontando
tra
le
mangrovie.. il nostro animo
di artiste ci ha fatto
fermare per cogliere ogni
riflesso rosso luccicante..
fino a che tutto intorno a
noi è ritornato grigio!
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La nostra routine di crocieriste non era programmata da grandi
cambiamenti… alzata alle sette, colazione, escursione al freddo, quando
ancora la natura dormiva, quando la fitta nebbiolina rendeva tutto il
paesaggio magico e surreale.
Nessuno attorno a noi, solo il monotono tuffo del remo che sospingeva
la barca.. cercavamo animali, oppure facevamo belle camminate tra le
radici aeree delle Mangrovie, dove un ciclone, aveva distrutto tutta la
vegetazione.
Camminavamo tra gli arbusti secchi, abbattuti dalla furia della natura,
tanto da formare un giungla di legname.. spesso inciampavamo, perché
le scarpe affondavano nella fanghiglia, ma ci sentivamo tutte “giovani”
esploratrici dato che dovevamo affrontare anche passaggi sospesi, in
equilibrio sul fango sottostante.
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Questo, che un tempo era un bosco di Mangrovie,
ora mi dava l’idea di un quadro metafisico di ceppi
dissanguati.. qui vivevano indisturbati cinghiali,
caprioli e scimmie… Abbiamo anche incontrato un
cobra, che al nostro arrivo, si è rifugiato su un
albero, lo abbiamo visto maestoso e pericoloso..
ma forse anche lui era impaurito da noi che nel
fotografarlo, schiamazzavamo a più non posso!
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Altre escursioni in questo santuario naturale, altri solarium sul materassino da chissà quanti
sfruttato… altre chiacchiere con gli amici, qualche benevolo gossip e intanto le giornate
scorrevano lente, navigando negli stretti canali quasi soffocati dalle radici delle Mangrovie.
E quando arrivava il tramonto e il paesaggio acquistava più luce e colore, avrei voluto avere a
portata di mano i miei acquerelli per fermare la bellezza dell’attimo fuggente!
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Una bella mattina, la ruotine della crociera è
stata movimentata per la discesa ad un
villaggio di pescatori, pittoresco e vivace,
lambito oltre che dall’acqua del delta del
fiume, anche da pozze di risaie e acquitrini
fangosi. Quella era anche zona di frequenti
cicloni per cui sui muri ci siamo stupite nel
vedere disegni (così anche gli analfabeti
potevano interpretarli) con indicazioni di dove
bisognava rifugiarsi in caso di mal tempo, in
una struttura forte in muratura…
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...intorno infatti sorgevano solo esili capanne che potevano dissolversi al primo soffio di vento. Il
paese era povero, umido, eppure aveva una sua bellezza, abbiamo visto in acqua qualche donna
che, spingendo la rete, pescava i gamberetti.
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La povertà si respirava ovunque, nelle
capanne
macilente,
nei
cessi
appollaiati sui campi, affinché, quando
si produceva, il materiale andasse a
concimare la terra! E poi tanti
bambini, tante donne.. tanta umanità…
a cui ci dovevamo di nuovo riabituare
dato che la crociera era finita.
Siamo arrivate infatti a Mongla,
abbiamo salutato con affetto il
personale di bordo e abbiamo ripreso
il nostro pulmino, nido sicuro, anche se
l’avviamento del motore era sempre
molto difficoltoso, e ogni volta ci
faceva temere di dover scendere e
spingere tutti insieme!!
La visita a Padre Marino ed alla
eccessiva, sontuosa chiesa cattolica di
San Paolo, non mi ha entusiasmato,
troppo contrasto con la povertà che
vedevo intorno, mi rendevo conto che
padre Marino era simpatico ed alla
mano, che aveva costruito anche
scuole ed ospedali, ma qualcosa non mi
convinceva del tutto…
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Bello invece e sempre emozionante
il percorso in risciò, attraverso le
viuzze puzzolenti di pesce e
spazzatura di Mongla.. Sempre in
tre, io, Michela e Simonetta,
sempre spalla contro spalla,
abbiamo volato fotografando e
tappandoci
il
naso,
mentre
eravamo sballottate senza ritegno
per le nostre schiene.
Tra sorrisi e saluti ai locali siamo
salite sul pullmino dirette a
Jessora dove abbiamo preso ben
due aerei a elica… che stress.. poi
finalmente la sera tardi siamo
arrivati
a
Chittagong
la
destinazione finale della giornata.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Già di mattina presto Chittagong era un caos indescrivibile di auto, animali e persone,...e
ben presto ci siamo dovuti fermare davanti allo spettacolo di centinaia di buoi lungo i
lati della strada. Era giorno di mercato del bestiame ed anche se conoscevamo il destino
finale di quei bovini, data la prossima festa dell’Aid, l’atmosfera ci è apparsa, quasi
bucolica: alcuni buoi sdraiati sulla paglia mi richiamavano l’immagine del presepio…
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Lì il tempo pareva proprio essersi
fermato, per esempio sul fiume è
stato costruito un solo ponte per
ferrovia, ma quando non passava il
treno, auto, pulmini, risciò e
pedoni,
a
passo
alternato
sfruttavano il passaggio gestiti da
un vecchietto con paletta verde e
rossa!
Abbigliato con una lunga tonaca
bianca pareva il fantasmino Caspel
dei cartoni animati. E poi alla fine
di quel ponte con le rotaie, c’era
un posto di pedaggio, un gabbiotto
dove un altro omino, un po’
scazzato, con una cordicella alzava
e abbassava la sbarra dello stop…
tutto avveniva tra lo schiamazzare
dei clacson, dei campanelli dei
risciò.. era totale caos, ma un caos
ordinato da regole precise:
vinceva sempre il più forte e gli
altri imprecavano, ma dovevano
cedere il passo!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
In questo “inferno di delizie”, un po’ frastornati,
ci siamo diretti verso le zone di confine dove
vivevano etnie particolari, abbastanza autonome
e gestite addirittura da un re che doveva poi
rendere conto del suo operato al governo
centrale. Le etnie vivevano in montagna, isolate,
non sempre andavano d’accordo tra di loro,
perchè ciascuna aveva una propria cultura e una
religione più che altro animista con legami
anche al Buddhismo (credevano infatti nella
trasmigrazione delle anime!).
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Il primo villaggio, in cui siamo approdati dopo una lunga camminata in discesa è stato quello
dei Murang, un’etnia, a mio avviso molto bella, infatti in quella che doveva essere la scuola del
villaggio.. ho visto bambine dai lineamenti raffinati, con le labbra colorate e fiori tra i capelli…
bella anche la scuola, ciascuno faceva quello che voleva, senza maestra!!
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Le case del villaggio però avevano un aspetto
povero e disordinato, in legno e paglia
sembravano sistemate su palafitte e maiali neri
e galline starnazzanti se ne andavano a spasso
ovunque indisturbati.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Non
ho
avvertito
molta
comunicativa tra la gente,
sembrava quasi che il nostro
arrivo avesse provocato in loro
un certo fastidio.. per cui ce ne
siamo andati via affrontando
sotto il sole la dura salita del
rientro.
Dopo un frugale picnic a base di
pollo rinsecchito ed un uovo
sodo ci siamo spostate presso
un’altra etnia, quella Bawn nel
Banderbam, famosa per i suoi
lavori al telaio: lane colorate,
sciarpe, coperte.. qui le donne ci
invitavano ad entrare nella loro
casa e ci mostravano i loro
lavori, erano gentili, e mi
ricordavano molto nei lineamenti
le donne birmane.. non per nulla
eravamo proprio al confine con
la Birmania!
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La religione buddista di queste etnie ha dato vita alla costruzione di un tempio: la Sacra
Pagoda d’oro. Nel suo insieme era d’effetto, soprattutto per la sua posizione sopra una collina
dove dominava la campagna intorno, ovviamente era una costruzione moderna e brillava con le
sue statue di Buddha ed il suo rivestimento in oro.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Dopo esserci sistemate in un modesto hotel che,
al solito, non ci ispirava un grande piacere, ci
siamo spinte a fare una passeggiata per il paese
di Bandarban, o meglio tra il caos di quel paese,
tra le bancarelle illuminate da una luce fioca
eppure colorate e vistose, soprattutto quelle
degli orafi.. tra le persone che ti guardavano
come se fossero arrivati degli extraterrestri..
tra un tipico odore, un misto irripetibile di
spezie, fogna e gas di scarico, siamo infine
ritornate in Hotel… una vera delizia!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Il giorno dopo abbiamo attraversato una zona bella bellissima come diceva sempre l’amico Luca,
estremamente isolata, al confine nord con la Birmania, era una zona però pericolosa, presidiata
dai militari, soprattutto per le incursioni di terroristi birmani che si mischiavano alle tribù,
aizzandole, ovviamente per ottenere tangenti o profitti economici… tutto il mondo è paese!
Nonostante il timore iniziale non abbiamo incontrato problemi, anche quando abbiamo
attraversato un grande fiume, forse un ramo del Gange, su una zattera di ferro insieme a risciò,
tuc tuc macchine varie e tanti locali.
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Proseguendo poi il viaggio verso Rangamati, dopo le numerose soste a posti di blocco militari, ci
siamo fermati al mercato di Burichang, vivace e colorato, con merce varia e mercanti di ogni tipo
e colore. Eravamo nella zona dell’etnia Chakma di origine tibeto-birmana, molto comunicativa ed
estroversa.
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Il percorso in questa zona militarizzata stava diventando più lungo proprio a causa di
controlli e verifiche, con firme su appositi libroni… chissà che senso aveva tutta quella
burocrazia, non credo proprio che potesse fermare il terrorismo! Comunque nonostante
le difficoltà siamo arrivati finalmente al lago artificiale Kaptai, bello e pittoresco che ci
ha sollevato lo spirito depresso alla vista di tanta povertà!
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Dopo la strada tutta a curve e il traffico di Rangamati, prendere il battello a vapore, e
attraversare quel lago solitario è stato molto piacevole e rilassante. Attorno al lago la cornice
delle montagne si stagliava nitida contro il cielo azzurro, mentre ai bordi piccole case,
illuminate dal sole, da lontano, parevano persino belle ed invitanti. Siamo approdati ad
un’isoletta tra i gigli d’acqua, e qui abbiamo pranzato in un clima di totale relax.. tra fiori,
ombrelloni e toilette che non c’erano!
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Dopo pranzo ci siamo diretti a
visitare un altro villaggio sul lago,
dove molte donne lavoravano al
telaio... devo dire che questi
villaggi etnici, pur interessanti nel
loro insieme, non possedevano il
colore e il calore di quelli africani,
parevano, nel loro insieme, grigi e
quasi occidentalizzati.
Sempre con il nostro battellino
antidiluviano abbiamo percorso il
lago andando a visitare la casa
dove viveva il re di quel luogo, un
re al quale si rivolgevano tutte le
etnie per problemi minimi o
controversie di territori, un re
che il governo centrale aveva
insignito di una certa autorità,
soprattutto per distribuire le
terre alle varie popolazioni, esse
in cambio, gli dovevano pagare un
tributo, in natura o in denaro, a
seconda delle loro possibilità.
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Bellissima invece la visita serale al tempio buddista, in occasione proprio della festa di
Siddharta, legata al momento della sua conversione, o meglio della sua illuminazione,
quando aveva deciso di vivere alla San Francesco, una vita di meditazione e povertà…
davanti al tempio migliaia di belle persone stavano inginocchiate a pregare, con una
candela accesa davanti a loro.
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Ascoltavano, in raccoglimento, il monaco che, da un altoparlante, incombeva maestoso su
di loro, rispondevano alla preghiera poi in fila andavano a farsi benedire. Devo dire che
l’atmosfera intorno emanava misticismo, fede, raccoglimento per cui questa coralità
sacra mi è piaciuta molto., e quindi, a maggior ragione, il ritorno alla squallido albergo di
Rangamati.. ci ha, tutte, alquanto depresso.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Per fortuna dopo cena non abbiamo dovuto
chiuderci subito in camera, dato che ci hanno
propinato lo spettacolo di una serie di danze
tribali. All’inizio ero molto scettica: “il solito
spettacolo per turisti” mi sono detta, poi mi
sono ricreduta, le danze erano semplici,
spontanee, delicate e.. cosa importante brevi!!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Con piacere il mattino all’alba
abbiamo lasciato lo squallido
albergo
per
ritornare
a
Chittagong. Durante il percorso
ci siamo fermati ad una fornace
attiva,
con
attrezzature
tecniche a livello medioevale.
Gli operai, per 100 dac, circa 1
euro
al
giorno,
dovevano
lavorare e confezionare 2000
mattoni a testa, con la sigla
della
società
privata
produttrice.
Poi li mettevano in giganteschi
forni per seccare… tutto il
lavoro era svolto manualmente in
un clima di difficoltà, fatica e
disagio… tristezza nascere qui,
anche per un uomo!!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Prima di entrare nella caotica Chittagong siamo andati a vedere il sacrario di un santone,
molto venerato, che ci hanno detto, faceva miracoli: Baizit Bustani. La sua tomba, diventata
appunto un famoso mausoleo si trovava in riva ad un fetido laghetto dove guazzavano grosse
e grasse tartarughe.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
I fedeli portavano loro cibo, glielo infilavano in bocca e se la tartaruga mangiava voleva
dire che il desiderio formulato o la grazia si sarebbe avverata… uomini, donne e bambini si
affollavano dunque sui gradini, allungavano le mani, accarezzavano il guscio viscido delle
tartarughe, si lavavano il viso, le madri lavavano quello dei loro piccoli con quell’acqua
melmosa..
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
...ho visto addirittura alcune donne
bere un sorso di quella schifezza
indefinibile!! Davanti a quelle scene
mi sono resa conto che la fede era
spesso un sentimento irrazionale che
andava al di là della comprensione e
del buon senso!
Velate poi come vere musulmane siamo
salite al tempio vero e proprio dove
stava il sepolcro del santone, ma le
donne… essendo impure, dovevano
fermarsi in una stanza laterale dove
stavano inginocchiate a sbirciare la
tomba da una grata.. in questo modo
non
avevano
la
possibilità
di
contaminato il luogo.. una situazione
veramente medioevale!
Dopo pranzo abbiamo affrontato
l’attraversamento della pazzesca,
impossibile, sporca, povera e intasata
Chittagong.. e per l’ennesima volta, in
questo paese, mi sono sentita
disorientata..
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...siamo arrivati tra la folla di uomini, macchine ed animali al fiume Cornofrulli. Narra la
leggenda che due nobili principi innamorati stavano attraversando in barca il fiume, quando
la principessa perse nell’acqua il fiore che teneva tra i capelli. Impulsivamente si buttò per
riprenderlo, dato che glielo aveva donato il suo amore, ma la corrente la trascinò a fondo,
non vedendola più il suo principe si buttò a sua volta nelle acque e così morì con lei… amen!
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Noi stavamo imbarcandoci per attraversare quel fiume, senza fiore tra i capelli, su una barca
che faceva acqua e di sicuro se qualcosa fosse caduta in acqua non ci saremmo di certo buttate
a riprenderla, dato che le acque erano melmose, sporche, di un colore indefinibile!
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L’entrata poi in barca, tra gli spintoni della folla, è
stata quasi una discesa agli inferi.. dato che la
barca, mezza rotta, era forse peggio di quella di
Caronte.. siamo riuscite comunque a sopravvivere,
abbiamo percorso un buon tratto di fiume, tra navi
e vecchi battelli, fino ad una avveniristico ponte
moderno e poi via, risalita dagli inferi e relax in un
decente hotel!
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L’arrivo dei barcarozzi lungo il fiume con i carichi di pesce, a cui abbiamo assistito il giorno
dopo è stato uno spettacolo molto colorato. Ci siamo alzate molto presto, ci siamo armate di
coraggio e via.. nel bagno di folla, nella fanghiglia, tra un olezzo quasi nauseabondo siamo
partite alla ricerca di immagini particolari.. e le abbiamo avute soprattutto legate ai vari tipi
di pesce pescato e mostrato con orgoglio.
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Portando enormi carichi sul capo, avvolti in cerate impermeabili, i pescatori, dalla barca
arrivavano al mercato e deponevano a terra cesti inverosimili gocciolanti nel ghiaccio di pesci
grandi, piccoli, di gamberetti.. insomma di ogni ben di Dio! Non solo gli adulti portavano questi
carichi inverosimili, anche i ragazzini barcollavano fieri della loro forza, sotto cesti più grandi
di loro e sorridevano felici di poter partecipare al lavoro degli adulti. Tutti i pescatori erano
estremamente comunicativi, penso che la ricchezza di pesce pescato li rendesse euforici: la
giornata era stata propizia!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Ripreso poi il viaggio verso nord ci siamo divertiti in situazioni di quasi
comicità: bloccati dal traffico di Chittagong eravamo impotenti tra
risciò, tuc tuc, auto e camion e altrettanto impotente era un vigile che
stava quasi piangendo e cercava di convincere gli autisti a dirigersi in
una particolare direzione anziché obliquamente.. visto inutile il suo
intervento il poveretto si è messo allora a ridere, pareva impazzito, non
ne poteva più e l’unica soluzione è stata quella di prendere a botte con
il manganello i vari pullman… uno spettacolo unico ed esilarante, tanto
che anche noi sul pulmino abbiamo cominciato a ridere a più non posso..
che fare?
Blocchi di code infinite.. eravamo tutti fermi tra i camion e allora largo
ai clic fotografici, a destra ed a sinistra, abbiamo fotografato a più
non posso ed eravamo fotografati.. nessuno si innervosiva … non
bisognava avere fretta tanto prima o poi si sarebbe arrivati comunque!!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Nel pomeriggio siamo andati a visitare le rovine del tempio buddista di Mainimati, eravamo in
una zona militare e quindi necessitavano permessi e non solo, mentre ci dirigevamo verso le
rovine di Kotila Mura abbiamo anche goduto di una scorta armata. Il nome Kotila Mura
significa tempio sulla collina ed era veramente bello soprattutto per le formelle di terracotta
alla base dello Stupa che rivelavano intromissioni anche di arte induista.
Diario di viaggio in Bangladesh
Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Dopo la visita ad un piccolo museo ci siamo spostati verso i resti dell’università coranica di
Vhosho Viara, ma era tutto molto distrutto, ci hanno detto, dai giapponesi, ed era triste
vedere quei luoghi, in passato famosi, abbandonati e deserti. Necessitava molta
immaginazione per ricreare immagini e vita… solo allora diventava possibile ricostruire
virtualmente templi, stupa e celle dei monaci in piena attività.. bastava guardare il tutto con
passione storica.. allora il rudere prendeva forma e rinasceva..
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Il terzo sito buddista visitato è stato quello di Itakhola Mura, forse il più originale, non solo
per la scalinata centrale, ben conservata, ma anche per i resti di mezzo Buddha gigante,
posto sotto una grata, che abbiamo cercato, con fatica di fotografare.
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Doveva essere posto a piano terra,
grandioso, ed ora si trovava quasi
confinato, imprigionato sotto terra, e
per giunta mutilato! Il luogo era però,
nel suo insieme, molto suggestivo,
soprattutto
perché
visitato
al
tramonto, nella solitudine più totale..
tutti i musulmani stavano infatti
preparandosi per la festa dell’Aid, la
festa delle mucche, che venivano
lavate, inghirlandate e poi macellate,
in un bagno collettivo di sangue.
Era ovvio che nessuno si interessasse
ad un sito archeologico, quando i
mercati erano pieni di uomini, animali
ed allegria..
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L’ultimo giorno di vacanza in
Bangladesh, è stato dunque
anche il giorno della festa
dell’Aid per cui tutti i
bengalesi erano sparsi per le
strade, allegri, vestiti a festa:
gli
uomini
in
abito
rigorosamente bianco lungo,
con un piccolo fez sul capo, le
bambine
truccate,
spesso
anche vistosamente… quasi da
ragazze di piacere, agghindate
in modo da sembrare attrici di
un tabarin.. ciò che mi ha
colpito era il loro modo di
porsi, le loro movenze di
giovani donne, quella loro
civetteria
per
essere
guardate dagli uomini, prima
che venisse messo loro il velo!
Erano ancora bambine ma
avevano già innata una viva
sensualità.. poche invece le
donne adulte!
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Arrivati nella vecchia capitale del Bengala, Sonargaon, che vuol dire “villaggio d’oro”, siamo
andati subito in un luogo di preghiera dato che la nostra guida Mahadi, doveva assolvere il rito
di devozione festivo. Mentre lui pregava noi gironzolavamo intorno, verso la vecchia Moschea
Goaldi, un bell’esempio di architettura pre-Moghul, tra i bimbi che festeggiavano, tra le
bambine, come ho detto prima, truccate da vamp...
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...e poi abbiamo osservato interessate anche dall’esterno di un muretto, i fedeli musulmani
che, capo chino a terra, seguivano la preghiera del loro imam. Non tutti erano però in
raccoglimento.. anzi spesso si giravano a guardarci con curiosità e addio… alle preghiere!
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Ma il vero momento interessante è stata la visita della città fantasma,
Painan Nagar, che fu costruita alla fine del XIX secolo. Era chiamata
città fantasma perché ormai era quasi completamente disabitata,
rimanevano solo i solitari palazzi nobiliari di un tempo.
Si snodava su un’unica strada sulla quale si affacciavano una cinquantina
di dimore lussuose, autentici gioielli architettonici, piene di colonne,
mosaici, archi e ricami di pietra. Nelle intenzioni del costruttore
doveva essere un quartiere residenziale per le famiglie hindu
facoltose, impegnate nella produzione e nel commercio della seta.
Poi gli hindù, in seguito alla separazione dall’India, nel 1947, andarono
via, le dimore furono espropriate e quindi occupate da povera gente
che era decisamente indifferente agli stucchi ed ai mosaici, desiderosa
solo di avere un tetto sotto cui ripararsi.
Tutto andò in rovina e cominciò il degrado di Painan che si trasformò a
poco a poco nella città fantasma onirica e silenziosa che era ora.
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
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Tutto il luogo mi ha infatti dato
l’impressione di una vecchia nobile signora
che, ormai in disarmo, ha perso tutte le
sue attrattive… ma esse rimanevano nel
ricordo di poche colonne intarsiate..
anche se alcune mi sembravano diventate
solo dei supporti per stendere i sari!!
Gli edifici avevano ancora qualche esterno
che colpiva, ma gli interni, i cortili erano
desolati, vuoti e devastati dall’incuria di
chi ci abitava! Eppure proprio quelle
colonne e quegli archi, per quanto
devastati, mi ispiravano simpatia, piacere
estetico perché avevano ancora una loro
malinconica regalità.
Questa è stata l’ultima importante visita..
una specie di vero saluto del Bangladesh,
infatti, risalite sul pulmino ci siamo
diretti, tra il solito caos, verso Dacca, la
capitale, dove siamo arrivati per il pranzo,
e poi nel pomeriggio ci siamo sparpagliati
per la città al fine di scoprire ciò che
all’andata ci era sfuggito.
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Ci siamo spostati nella zona vecchia meno trafficata dato che l’Aid occupava tutti i bengalesi
con la macellazione dei bovini, abbiamo visto infatti ad ogni angolo mucche sgozzate per
terra, sui marciapiedi, attorniate da uomini che si dividevano i vari pezzi di carne. Io non
sapevo più dove guardare: sangue e budella con pelli scorticate erano le immagini che non
volevo vedere, per cui chiudevo spesso gli occhi finchè non siamo arrivati al Fort Lalbach, il
vero capolavoro della zona vecchia. La sua costruzione iniziò nel 1678 per ordine del principe
Mohammed Azan, ma l’opera non fu mai terminata perché il principe, sconvolto dalla morte
della figlia, attribuì alla costruzione del fortino influssi mal auguranti.
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Non c’era strada, nella parte antica, che non avesse la sua moschea, ma fra tutte la più
affascinante mi è paesa quella di Ishtara che abbiamo visitato solo dall’esterno.
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Usciti poi dalla zona antica ci siamo diretti a nord della parte vecchia, dove gli imperatori
Moghul avevano fatto sistemare gli europei, isolandoli dal resto della città. Qui abbiamo
ammirato il gioiello finale, il Banga Bhavan, il palazzo presidenziale, sede dell’assemblea
nazionale, opera di architettura moderna, commissionata dal governo del Pakistan al famoso
architetto americano Louis Kahan.
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In questo luogo, rilassati, ci
siamo resi conto che Dacca
non era soltanto una città del
passato, era una capitale, pur
poverissima, ma con una sua
zona
abbiente,
con
bei
quartieri residenziali, un’ area
commerciale.
Peccato che l’immagine che ci
resta in mente di quest’ultimo
giorno sia stata legata alla
dura carneficina di tutti quei
bovini, esposti, in un rito
sacrificale cruento, alla vista
di tutti.
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Il mio viaggio in Bangladesh era finito, un viaggio, nel suo complesso,
duro perché vissuto in un paese difficile.. bisognava, ora, lasciar
sedimentare ricordi, emozioni e sensazioni, dimenticare i momenti di
stanchezza e rivivere quelli che ci avevano dato la possibilità di
apprezzare la comunicativa e la spontaneità di quel popolo.. che
nonostante povertà e calamità naturali, mi è apparso piacevolmente
sereno.
Sono convinta che il viaggio, qualsiasi viaggio anche il più difficile e
meno emozionante, sia uno spazio in continuo movimento.. dove
sembra fermarsi soltanto il nostro tempo interiore.
Abbiamo osservato tutto quello che succedeva intorno a noi e nello
stesso tempo ci siamo lasciate coinvolgere dalle nostre emozioni.. ci
siamo stupite di un sorriso, ci siamo commosse di fronte alla povertà,
abbiamo provato profonda tenerezza verso l’umanità tutta, insieme al
timore dell’imprevisto: e devo aggiungere anche che ogni volta ci
siamo osservati, abbiamo studiato le nostre reazioni cercando di
capire quel mondo tanto distante dal nostro!
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Attraverso spettacoli commoventi di povertà, umanità … e poesia
Il viaggio trasforma sempre, da
la possibilità di non restare
bloccati nello specchio del
tempo, ma di inseguire il mondo
che corre, che si evolve al
nostro fianco.. l’importante è
avere sempre il coraggio di
viaggiare!