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Domenica La di DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010/Numero 291 Repubblica l’attualità Cile, lettere dei minatori dal sottosuolo OMERO CIAI cultura Pamuk e i disegni della vita minima MARCO ANSALDO e ORHAN PAMUK Casa Freud Il bisnonno, Sigmund Il nonno, Ernst, Il papà, Lucian E infine lei, Esther FOTO © DAVID DAWSON, COURTESY OF HAZLITT HOLLAND-HIBBERT “Ecco il ritratto della mia famiglia” ENRICO FRANCESCHINI «H spettacoli SIGMUND FREUD LONDRA o avuto a lungo un sogno ricorrente», confessa la scrittrice Esther Freud, figlia del grande pittore Lucian Freud, pronipote dell’inventore della psicoanalisi, Sigmund Freud. «Sognavo che cercavo una casa, la casa perfetta per me e per la mia famiglia. In sogno sapevo com’era, come doveva essere fatta, questa casa, ma non riuscivo mai a trovarne una che le assomigliasse, che mi soddisfacesse. Ho smesso di fare quel sogno quattro anni fa, quando con mio marito e i nostri tre figli siamo venuti ad abitare qui. Dal momento in cui l’ho trovata nella realtà, non ho più visto la casa nei sogni». (segue nelle pagine successive) C 5.2. 1923 VIENNA IX, BERGGASSE 19 aro Ernst, oggi t’ho inviato 150 fl. (fiorini, ndt) per zia Mizzi da parte di Lessa & Kann. Sono contento che tu ti senta bene e sono convinto che la pausa lavorativa non ti nuocerà in alcun modo. Il matrimonio di Rosi col mutilato di guerra dott. Waldinger ha avuto luogo domenica in piena tranquillità. Poi da Anna c'è stato un piccolo ritrovo di famiglia, molto piacevole. Da lì la giovane coppia è partita per Kehl, per visitare la madre della sposa. Non è che con questo matrimonio la nostra famiglia abbia guadagnato una testa di grado di contribuire al suo mantenimento. (segue nelle pagine successive) Acrobati della risata contro la censura DARIO FO e MARIO SERENELLINI i sapori Salento magico, cucina d’Oriente LINO BANFI e LICIA GRANELLO l’incontro Branciaroli, battitore libero e felice RODOLFO DI GIAMMARCO Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la copertina Album DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 Sigmund, il bisnonno, inventò la psicanalisi: “Dai vecchi mobili salta ancora fuori qualche suo foglietto”. Ernst, il nonno, fu un grande architetto. Suo padre, Lucian, è uno dei maggiori pittori viventi: “Davvero ha avuto quaranta figli?”. Lei, scrittrice, qui si confessa: “Non mi sveglio al mattino pensando al mio cognome” LE GENERAZIONI Nelle foto da sinistra, Sigmund Freud con il padre Jacob; con la moglie Martha Bernays; con il nipote Stephan Gabriel primogenito del figlio Ernst e (sotto) con Heinz ed Ernst, i bambini della figlia Sophie precocemente scomparsa; Lucian Freud; i tre figli di Ernst Freud: Stephan, Lucian e Clement. Infine, i tre figli maschi di Sigmund da bambini: Oliver, Martin ed Ernst a Berchtesgaden nel 1902. Qui a destra Lucian e Esther Freud ENRICO FRANCESCHINI (segue dalla copertina) hissà cosa avrebbe commentato il suo celebre bisnonno, considerato che la casa in cui Esther ha traslocato, ad Highgate, è vicina a quella in cui visse il fondatore della psicoanalisi, ad Hampstead, ora diventata un museo. Una coincidenza? Non è lontana nemmeno la casa di Ernst Freud, uno dei figli di Sigmund, a St. John’s Wood, e in fondo anche la casa-studio in cui abita il figlio di Ernst, il pittore Lucian, a Notting Hill, appartiene alla medesima zona di Londra: la parte settentrionale dell’immensa metropoli, la più intellettuale, progressista, influenzata e attraversata nel tempo dalla presenza ebraica. Sigmund Freud arrivò a Londra da Vienna nel 1938, l’anno in cui l’Austria fu annessa al Terzo Reich, mentre nella Germania nazista esplodeva l’antisemitismo, presagio dell’Olocausto e della Seconda guerra mondiale: sarebbe morto appena un anno più tardi, nella capitale britannica. Suo figlio Ernst Ludwig Freud era un affermato architetto a Berlino, quando nel 1933 sentì che l’aria era pericolosamente cambiata e precedette il padre a Londra, dove ricominciò subito a lavorare con successo: fu lui a restaurare la casa di Hampstead in cui si trasferì Sigmund, quella che adesso è un museo. Ernst morì trent’anni fa. In Germania gli erano nati tre figli, di cui due maschi, uno dei quali, Clement, deceduto a Lon- C I RITRATTI Al centro Esther Freud ritratta dal padre Lucian In copertina: Lucian Freud intento a ritrarre il nipote Albie, uno dei tre figli di Esther di cui, sulla destra, si intravede una gamba Il dipinto si trova nella casa di Esther Freud, a Londra Esther Freud, ritratto di famiglia dra lo scorso anno, è stato un uomo politico e notissimo commentatore radiofonico nel Regno Unito; l’altro, Lucian, nato a Berlino nel 1922, immigrato in Inghilterra con i genitori quando era undicenne, è considerato uno dei maggiori pittori viventi. I suoi quadri di parenti, amici, personalità dello spettacolo, della moda, dell’alta società, spesso ritratti nudi, distesi su un letto o su un divano, a tinte fosche, cariche di drammatico erotismo, sono un’icona dell’arte contemporanea. L’erotismo che lo contraddistingue non si limita al suo atelier di artista, dove quando è al lavoro rimane chiuso per ore, giorni, indossando un lungo grembiule da macellaio macchiato di vernice, e talvolta poco altro sotto di quello. Lucian Freud ha pure fama di insaziabile dongiovanni, o predatore secondo i maligni. La leggenda afferma che ha avuto quaranta figli, all’incirca da altrettante donne. Mesi fa lo incontrai a un party della Londra bene: c’erano l’attrice Christine Scott Thomas, il cantante Brian Eno, tanti vip, ma la vera star della serata era lui, che a ottantotto anni si aggirava silenzioso fra gli invitati, sguardo rapace, camicia di fuori e cravatta penzolante, seguito da una giovane donna che gli andava dietro come un cagnolino. «Quaranta figli?», sorride Esther, che è una di loro. Non pare imbarazzata, casomai divertita. «Non saprei il numero esatto. Di certo siamo tanti. Con molti mi sono incontrata, con alcuni abbiamo creato un bel rapporto. Ma sono consapevole che ve ne sono altri di cui nemmeno conosco l’esistenza. Penso che ci incontreremo tutti soltanto dopo la morte di mio padre, davanti a un notaio, alla lettura del testamento». Esther Freud ha praticamente conosciuto suo padre soltanto dopo avere compiuto sedici anni. Sua madre ebbe una breve relazione con Lu- cian: «Non stavano già più insieme quando io sono nata», ricorda. «Da piccola andavo a trovarlo un paio di volte l’anno. Ma solo quando sono cresciuta abbiamo cominciato a frequentarci regolarmente e a sviluppare un vero rapporto padre-figlia». I suoi due romanzi più famosi hanno una forte chiava autobiografica: Innamoramenti (pubblicato in Italia da Voland) è la storia di una sedicenne che impara a conoscere il padre; e Marrakech(di prossima uscita per la stessa casa editrice) è il ricordo del tumultuoso viaggio e delle impreviste avventure in Marocco, negli anni Sessanta dei figli dei fiori, di una bambina di cinque anni con la madre, proprio come accadde a lei da piccola. Un libro, quest’ultimo, che in Gran Bretagna la fece entrare nella classifica dei «venti scrittori giovani più promettenti» stilata dalla rivista Granta. Nonostante i suoi successi nella narrativa e il matrimonio con un affermato attore inglese, David Morissey (l’interprete di Basic Instinct 2accanto a Sharon Stone), Esther è abituata a suscitare curiosità per il suo cognome. «Del mio bisnonno, naturalmente, ho solo sentito parlare», racconta. «E neanche molto. Mio padre aveva diciassette anni quando Sigmund Freud morì. Si ricorda del nonno, ma ne parla di rado. Dice che era buffo, divertente. Tirava i denti a lui e ai suoi fratelli, quando erano bambini, per gioco. Scherzava volentieri, almeno con loro. Non so quanto il nome Freud abbia pesato su mio padre, se e quanto si sia interrogato sul nonno. Una volta mi disse di avere scoperto un foglietto di carta, apparentemente nascosto in un vecchio tavolo che era stato nella casa di Sigmund e poi era finito nella sua. C’era scarabocchiato qualcosa in tedesco, mio padre lo fece tradurre pensando che potesse contenere un messaggio, magari, fantasticava, le ultime parole di Freud sulla psicoanalisi, FREUD PER TUTTI A PORDENONELEGGE È dedicato all’ultimo romanzo di Esther Freud, Innamoramenti (Voland), l’incontro che la scrittrice londinese terrà sabato 18 settembre (ore 19, Palazzo Montereale Mantica) all’11esima edizione di pordenonelegge.it, la “Festa del Libro con gli Autori” in programma dal 15 al 19 come sempre a cura di Gian Mario Villalta, Alberto Garlini e Valentina Gasparet. Ma quest’anno il festival di Pordenone dedica anche un percorso alla “liberazione” delle opere di Sigmund Freud dai diritti esclusivi, a settant’anni dalla morte. Curato da Enzo Golino, approfondirà gli scenari editoriali nella nuova corsa al “Freud per tutti”. Fra gli ospiti Antonio Alberto Semi, Anna Oliverio Ferraris, Ernesto Franco, Renata Colorni, Renzo Guidieri, Cesare Viviani Fra i protagonisti di pordenonelegge.it anche Ben Jelloun, Evtushenko, Giorello, Hack, Le Bris, Ondaatje, Pahor, Scalfari, Schine, Schmitt, Shishkin, Spiegelman, Steiner,Taibo II (Info: www.pordenonelegge.it) Repubblica Nazionale DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 “La scuola intontisce” SIGMUND FREUD (segue dalla copertina) n realtà non crediamo alla possibilità di una visita a Vienna da parte di Oli e di Henni, anche se li vedremmo volentieri. Il mio viaggio per il matrimonio a Berlino è infatti molto incerto. Se devo ritagliarmi tre mesi di ferie, qui non posso perdere nemmeno un giorno per la carriera. A casa tutto bene. Anna è senz'altro molto allegra, benché nel suo futuro non veda nulla di ciò che desidera. Heinele cresce bene, in generale ci si chiede se la scuola riuscirà a intontire anche questo bambino. Harry si sta riprendendo dall'itterizia per un'influenza. L'ultima foto di Henni con Gabriel non era buona, mostra una decadenza dell'arte di Oli. Quanto a Michael, in lui non c'è ancora nulla di autentico. Per il resto Vienna è molto ripugnante. Cari saluti a te e, tramite te, a Lux Tuo padre I (Traduzione di Alessandra Henke Trascrizione di Harald Toniatti. Si ringrazia per la collaborazione l'Archivio di Stato di Bolzano) © RIPRODUZIONE RISERVATA LA LETTERA RITROVATA Il testo della lettera scritta da Sigmund Freud al figlio Ernst nel febbraio del 1923 e ritrovata da Esther Freud nella sua casa di Londra dall’aldilà: invece era solo una lista della spesa, o qualcosa del genere, senza importanza, e probabilmente nella fessura del tavolo ci si era ficcato per sbaglio». Lucian non ha nulla del nonno, secondo sua figlia. «Ne è l’antitesi. Sigmund è lo scopritore dell’inconscio, fruga nei significati reconditi dietro ogni nostra azione. Mio padre è l’uomo più istintivo che io conosca. Per questo non si può criticare il suo comportamento privato, con le donne o con altri: tutto quello che fa, lo fa a pelle, di getto, con incredibile naturalezza. Mio padre non ha mai fatto analisi, non è mai stato da uno psicoterapeuta, non è il tipo». La sessualità, però, è stata un tema al centro degli studi di Freud ed è un elemento cruciale anche dei quadri di Lucian. «È vero. Ma le confido un curioso aneddoto su mio padre. In uno solo dei miei romanzi ci sono pagine di sesso, che descrivono esplicitamente una coppia che fa l’amore. Poiché il protagonista è un artista, lo diedi da leggere a mio padre, per sapere se il personaggio era realistico. Mi disse che l’artista andava benissimo, ma che le scene di sesso, secondo lui, erano troppo esplicite, e non aggiungevano nulla alla storia. Suggerì di tagliarle». Esther è stata a casa di Sigmund Freud solo dopo che l’edificio era diventato un museo. «La prima volta mi ha fatto un effetto strano. La sentivo estranea e familiare al tempo stesso. Non sono una che si sveglia al mattino pensando: mi chiamo Freud. Eppure, in quella casa, provai un brivido». Ernst Freud morì quando lei era una bambina di sette anni: «Credo di averlo visto in tutto un paio di volte il nonno. Più tardi visitai la nonna, nella casa di St. John’s Wood, volevo sapere di più su di loro, e sul padre di Ernst, su Sigmund. Il genio, e la sregolatezza che spesso l’accompagna, forse si sono tramandati saltando una generazione, nella nostra famiglia: da Sigmund a mio padre Lucian, saltando Ernst, che era un architetto stimatissimo ma una persona molto ordinata e regolare, proprio come me. Mio nonno avrebbe potuto essere un ottimo rabbino, se fosse stato religioso, senonché suo padre, Sigmund, aveva respinto totalmente la fede e la religiosità, e i figli sono cresciuti alla stessa maniera». Nella casa di Highgate, Esther apre un cassetto, estrae un vecchio quaderno: elenchi di nomi, appunti sparsi, il menù di una cena del 1928, vergati con bella calligrafia da suo nonno Ernst. Dalle pagine ingiallite salta fuori un foglietto piegato a metà: «Una lettera di Sigmund Freud a suo figlio Ernst, avevo dimenticato di averla, non so nemmeno cosa ci sia scritto, né ricordo come l’ho avuta». Cerca di tradurre qualche parola, con il poco di tedesco che ha imparato: una lingua che ha voluto studiare, un legame anche quello con il bisnonno, con il passato. Alle sue spalle, appesa al muro, c’è una grande fotografia: ritrae suo padre Lucian che sta facendo il ritratto a suo figlio Albie. In un angolo della foto si intravede un piede, una gamba: «È la mia, ero seduta per terra nello studio di papà, a Notting Hill, stavo leggendo l’Hobbit a mio figlio, per distrarlo nella lunga seduta di posa». Si sofferma in silenzio a guardarla. È il ritratto di suo padre, grande pittore? O di suo padre che ritrae suo figlio, il più piccolo dei Freud, sebbene porti il cognome del padre? Oppure il vero soggetto dell’immagine è quello fuori quadro, è quello che guarda non visto dall’esterno, è lei, Esther Freud? «Forse è il ritratto di tutti e tre. Non capita spesso che più generazioni della nostra famiglia si ritrovino insieme, nella stessa casa». Casa Freud. La casa che Esther infine ha trovato, e che ha smesso di sognare. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 l’attualità I minatori cileni Le lettere: “Non voglio dirti bugie, ma non so se ce la faremo a sopravvivere”. I graffiti sulle rocce: “Resisti, papito querido” E poi le foto dei figli, e le dediche inviate a settecento metri di profondità. A un mese dal crollo della miniera di San José, i trentatré uomini rimasti intrappolati nelle viscere della terra si aggrappano alla vita. Anche con le parole Quei messaggi dal sottosuolo OMERO CIAI ara moglie non so per quale ragione non sono ancora impazzito, dormiamo sul fango, qui intorno è tutto bagnato, non abbiamo magliette, solo pantaloni e stivali, è tutto buio, ho la gastrite, siamo stati quindici giorni mangiando un cucchiaino di tonno ogni quarantotto ore aggrappandoci alla vita, gli altri giorni solo acqua…». E un altro: «Non ti dirò bugie, qua sotto stiamo malissimo, è pieno d’acqua, sopra di noi la montagna si muove e se ci fosse un altro crollo non avremmo molto spazio dove scappare. Cerco di essere forte ma non è facile. Quando mi addormento a volte sogno di essere in un forno e quando mi risveglio mi ritrovo imprigionato in questa oscurità eterna che ogni giorno mi sfinisce. Sopravviverò per voi, fino alla fine, ma non raccontare nulla di tutto questo a nostra figlia». Erano le prime, drammatiche lettere, che dall’inferno raggiungevano i familiari dei trentatré minatori sepolti a settecento metri sottoterra. Foglietti di carta stropicciati scritti in stampatello, al buio, da dita tremanti. Oggi, ad un mese dal crollo che li ha intrappolati in fondo alla galleria e a due settimane da quel foglietto che riemerse con la prima sonda dalle viscere della Terra («Estamos bien en el refugio los 33»), la situazione è un po’ migliorata. Le comunicazioni fra i minatori e i familiari si svolgono ancora per lettera, hanno parlato al telefono solo una volta e per pochi secondi, ma dai video che il governo distribuisce alle tv è evidente che stanno meglio. Hanno ricevuto magliette pulite e scarpe di gomma contro il fango, da giorni si alimentano bene e, con le torce a pile, hanno un po’ di luce. Dormono su delle brandine leggere che hanno ricevuto smontate a pezzetti e da rimontare. Vicino all’ingresso della miniera, do- FOTO LORENZO MOSCIA «C MINIERA DI SAN JOSÈ ve ci sono le sonde, da qualche giorno c’è un piccolo ufficio postale. Alla sera, prima del tramonto, una alla volta le famiglie vengono chiamate. Ricevono le lettere scritte quel giorno dai minatori e consegnano quelle che hanno scritto loro, che verranno spedite là sotto durante la notte. È un ciclo vitale. Alcuni minatori scrivono anche quattro o cinque lettere al giorno. Mantengono i contatti con tutti: mogli, figli, parenti vicini, parenti lontani. Nel weekend l’ufficio postale s’affolla, c’è la fila. Ieri Jessica Yañez ha ricevuto tre lettere dal marito Esteban Roca. Ma non erano per lei, Esteban le ha scritte per i loro tre figli, ormai grandi. Jessica è una delle mogli che non ha mai lasciato la miniera fin da quel drammatico 5 agosto. «Preferisco dormire qui, a casa non ci riesco», ci dice. Ha una piccola tenda dietro il prefabbricato che serve da refettorio e cucina. In quelle più grandi montate dall’esercito per i familiari cento metri più su non c’è mai andata. Jessica è la donna che ha ricevuto dal suo compagno la promessa di matrimonio nella prima lettera spedita da sottoterra: «Viviamo insieme da venticinque anni ma non ci siamo mai sposati in Chiesa perché non avevamo i soldi per la festa, il ricevimento…». E adesso?: «Speriamo», risponde Jessica. «Beh — prova a rincuorarla la sorella — Esteban ormai lo ha detto a tutto il mondo, mica può ripensarci, ci sarà tutta la stampa cilena al loro matrimonio quando risorgerà da là sotto». Qualche minatore è già un caso internazionale. Dopo Mario Sepulveda e Mario Gomez, i più anziani che hanno guidato il gruppo e hanno messo la faccia nei primi video girati sottoterra, ora tocca a Yonni, il bigamo. Tutta colpa di quel maledetto documento che i minatori hanno ricevuto dall’assicurazione. Per riscuotere i premi hanno firmato un facsimile dove hanno dovuto specificare a chi andava consegnato l’assegno. Per prendere quello di Yonni si sono presentate due donne: la moglie e l’amante. Una all’insaputa dell’altra. Ora tutte e Repubblica Nazionale DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 LE TAPPE L’INCIDENTE I PRIMI CONTATTI IL CIBO LE OPERAZIONI LE FAMIGLIE Il 5 agosto crolla una parte della miniera d’oro e rame di San José, nel deserto di Atacama, in Cile: 33 uomini restano intrappolati a 700 metri di profondità Passano due settimane prima che le sonde localizzano i minatori: il 22 agosto la webcam restituisce le loro immagini Il 30 agosto i minatori ricevono i primi pasti caldi: brodo di pollo in bottigliette di plastica e pollo I medici: hanno bisogno di 2000 calorie al giorno Il 31 agosto iniziano i lavori di scavo per salvare i trentatré minatori Secondo gli esperti saranno portati in superficie non prima di metà novembre I familiari dei minatori si sono accampati sulla superficie della miniera per cercare di stare vicini ai propri cari Un’attesa lunga e disperata ‘‘ due l’aspettano per suonargliele, quando sarà di nuovo libero. Insieme alle lettere dei familiari i minatori ricevono anche fotografie con dedica. Collabora la comunità dei fotografi. È una delle cose che i parenti chiedono più spesso. Le ragazze si fanno fotografare con i figli piccoli in braccio vicino alla miniera, prendono l’autobus, tornano a Copiapò, stampano la foto e ci scrivono sotto una dedica. Poi, il giorno dopo, tornano su e, grazie alla sonda, la buttano settecento metri sottoterra. Qualcuna ci aggiunge anche un braccialetto o un fiore. Un segno d’amore. Con il trascorrere dei giorni l’area intorno alla miniera è stata riorganizzata. All’inizio era anarchia pura. Tutti parlavano con tutti. Ora intorno alle tende dei familiari c’è un posto di blocco come prima della zona dove ci sono le sonde, l’ufficio postale, e le macchine perforatrici. Autorizzati a parlare con i giornalisti sono solo il capo delle operazioni di soccorso e il ministro delle miniere. Ogni giorno conferenza stampa all’aperto, sempre puntuali, alle 13,15 ora locale. Ma avvicinare i familiari resta facilissimo, nessuno di loro rispetta le regole e vanno nella zona chiusa delle tende solo quando sono stanchi. Verso mezzogiorno mangiano tutti insieme sotto il prefabbricato accanto alla sala stampa, un tendone con cinque grossi tavoli. L’ultima parte della strada che sale verso l’imbocco della miniera è un reliquiario. Parenti e amici dei minatori lasciano messaggi sulle rocce. Prima le graffiavano, adesso si portano gessetti e spray per scrivere. «Ti aspettiamo». «Resisti». «Ab- LE IMMAGINI In alto a destra, il modulo che la compagnia assicurativa ha chiesto ai minatori intrappolati di firmare Accanto, alcune delle lettere che i trentatré minatori sono riusciti a far arrivare ai propri familiari attraverso una sonda: quella al centro, parzialmente tradotta in basso, è stata scritta il 27 agosto Nella pagina accanto (da sinistra) gli altarini e i messaggi scritti dai parenti su rocce e bandiere In basso, i sorrisi e i gesti di vittoria dei minatori in occasione di un video girato il 1 settembre e poi trasmesso in televisione Cara moglie... ...ti ringrazio delle preghiere. Qui sotto dormiamo sul fango, è tutto bagnato. Non abbiamo magliette, solo pantaloni e stivali. Il buio, la solitudine non mi hanno fatto impazzire Ho le bolle sul corpo, la gastrite, mi si vedono le costole, siamo stati quindici giorni mangiando un cucchiaino di tonno ogni quarantotto ore, aggrappandoci alla vita... biamo fiducia in te». I ragazzini scrivono grandi fogli colorati che poi appendono sotto una bandiera del Cile e che iniziano con «Papito querido». Quasi per ogni minatore ci sono altarini improvvisati che cambiano e s’arricchiscono di giorno in giorno. Ci sono foto di loro più giovani, ricordi di quando erano ragazzi, immagini di feste, matrimoni. Una mamma ha appeso la foto del figlio in guantoni, quando provava a fare il pugile prima di diventare minatore. È uno scenario che con il passare del tempo scatena anche paradossali invidie e gelosie. Molti qui sono convinti che le famiglie dei minatori diventeranno ricche grazie a questa tragedia, alle donazioni, alla solidarietà e alle esclusive stampa e tv quando i loro cari riemergeranno dalla miniera. E così spuntano cugini di terzo grado che nessuno in famiglia ha mai visto. O il figlio avuto da adolescente da un’altra donna, ormai grande e mai più incontrato. Chi sfiora la morte senza che questa se lo porti via, finisce per dover fare con largo anticipo i conti con il suo passato. Ogni sera, quando scende il tramonto, il campo intorno alla miniera si svuota. Il freddo punge e s’accendono fuochi. Alcune mogli, le più anziane, come Lily e Jessica, restano insieme al turno dei tecnici che seguono lo scavo del tunnel. Domani è un altro giorno, arriva un’altra macchina perforatrice, la terza. Nuove speranze: facciamo più in fretta, raggiungiamoli prima. Magari in due o tre settimane e non a metà novembre come previsto in un primo momento. Chissà. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 CULTURA* Avrebbe voluto fare il pittore, o l’architetto, e oggi il Nobel per la letteratura finalmente si prende divertito la sua rivincita. Nel nuovo libro appena uscito in Turchia ha raccolto immagini di Istanbul, vecchie foto, progetti di stesura dei suoi romanzi più celebri. Ma soprattutto brevi racconti di vita accompagnati da disegni, schizzi e caricature. Eccone alcuni MARCO ANSALDO N ISTANBUL ella grande stanza dove Orhan Pamuk lavora, a Istanbul, con la finestra tripla che si affaccia sul Bosforo e il piccolo terrazzo che pare incastonarsi fra i due minareti della moschea di fronte, c’è un nuovo tavolo. È addossato alla finestra di sinistra, quasi davanti alla scrivania lunga dove il premio Nobel per la letteratura ha scritto tanti dei suoi capolavori, da Neve ad Altri colori. Sebbene sia I DISEGNI Appunti, progetti di stesura dei romanzi e disegni fatti a mano dallo stesso Pamuk a corredo dei racconti Pamuk Le mie storie fatte a mano nuovo, sembra già conformarsi all’aria vissuta dei mobili intorno. E sopra un panno verde consumato ci sono, buttati accanto, un astuccio pieno di matite colorate, una serie di quaderni spessi dalla copertina dura che formano quattro piccole pile. «Puoi pure curiosarci dentro», dice Pamuk, che spunta dalla cucina con una tazza di tè bollente in mano. Ma dentro — sorpresa — non ci sono testi. Quelli stanno sulla sua agendina nera, al centro della scrivania grande, dove il romanziere turco annota, giorno per giorno, le cose che vede e intende poi fissare sulla carta. Ci stanno invece dei disegni, alcuni a penna, altri a colori, pieni di sbaffi e di sbavature da acquerello. Per lo più sono prove: uno stesso soggetto — ad esempio una montagna dalla forma tozza a Rio de Janeiro — riprodotto per pagine e pagine, alla ricerca dell’effetto voluto. Non tutti sono perfetti, ovviamente. Pamuk lo sa, e si prende in giro, quando a lato della “montagna sacra” massacrata dalla pioggia brasiliana annota in inglese con un breve verso autoironico: «Ma che meraviglia sono questi dipinti, disse Kiran (Kiran Desai, la scrittrice indiana vincitrice del Booker Prize che è la sua fidanzata, ndr.), mentre sedeva nella stanza ormai ubriaca». I disegni invece più azzeccati, i progetti di stesura dei suoi romanzi, le immagini che ritraggono Istanbul, le foto che mostrano l’autore in azione mentre intervista alcuni soggetti per formare le storie destinate a diventare Il mio nome è rosso oppure Il libro nero, sono entrati adesso accanto a molti testi nel suo nuovo libro da poco uscito in Turchia. Il titolo, Manzaradan Parçalar (edito come sempre da Iletishim), Pezzi di panorama (sottotitolo: Vita, strade, letteratura) sembra nato proprio qui, su questa terrazza prospicente il mare che divide l’Asia dall’Europa, mentre quattro piani più sotto, nel quartiere colorato di Cihangir, la vita di Istanbul corre sfrenata fra le urla dei venditori di simit (le ciambelle di pane al sesamo) e le chiacchiere che si rincorrono fra i tavolini dei bar all’aperto. Pamuk ha sempre detto di aver desiderato fare il pittore e l’architetto, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, come fece dai ventuno anni in poi. Un’affermazione che si evince chiaramente dai titoli di quasi tutti i suoi libri, quasi nessuno senza il nome di un colore, e anche dall’impalcatura complessa dei suoi impianti narrativi, costruiti in trame fitte e interconnesse. Così, questa volta lo scrittore ha preso i pezzi brevi e gli articoli scritti dai suoi esordi a oggi, alcune belle interviste come quella con il critico e intellettuale Murat Belge, svariati scatti in bianco e nero fatti dal grande fotografo Ara Guler, e ha riorganizzato tutto in questo libro di 563 pagine, che in Italia e altrove, spiega Pamuk, «verrà pubblicato solo fra sei o sette anni», perché ancora diversi sono i romanzi dello scrittore turco pronti a uscire nel prossimo lustro nelle cinquantotto lingue in cui il Nobel oggi è tradotto in tutto il mondo. Ci sono racconti risalenti agli anni Novanta dati a quotidiani e settimanali turchi, del tutto inediti all’estero. Piccole storie, come quelle pubblicate qui a fianco, intitolate In ascensore, Un piccolo taglio. Pezzi corredati ognuno dal proprio disegno, fatto a mano dallo stesso Pamuk, che si è voluto divertire nel caricaturizzare i bottoni di un montacarichi, il letto sfatto di un insonne divorato la notte dagli insetti, o il volto ferito per l’incauto uso del rasoio a mano. Altri sono invece completati da schemi e scalette di capitoli, o da immagini scattate nel lavoro preparatorio che Pamuk compie sempre a livello iconografico prima di mettersi a tavolino (anzi, alla scrivania lunga). La foto più bella, naturalmente, è andata in copertina, ed è anche questa inedita, opera del fotografo Manuel Citak. C’è un Pamuk più giovane di oggi (lo scatto è del 2000), che in un bar di Kars, l’ultima città prima del confine con l’Armenia, intervista con un registratore poggiato su un ripiano un ragazzo del posto per un libro che diverrà un grande successo internazionale, Neve. Evocativo di un colore, naturalmente, anche senza nominarlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 Un piccolo taglio ORHAN PAMUK entre mi radevo, mi sono tagliato di nuovo. Questa volta poco sotto il labbro. Il taglio è pure profondo: appena mi sono tagliato è subito sgorgata una goccia rossa. Un piccola sfera di sangue in cui si riflette il lampadario del bagno, una pallina rossa che si allarga lentamente. L’ho lavata via e non è rimasto nulla. Il mio viso è sempre lo stesso. Nessuno si accorgerà di nulla, questa è la mia solita faccia. È in momenti simili che uno capisce che la vita è fatta di costanti e che davvero poche sono le cose mutevoli. Anzi, forse è proprio la piccola ferita durante la rasatura che ci insegna l’urgenza delle costanti. Nient’altro importa: c’è solo il labbro che sta sanguinando. Lascia perdere, cerca di pensare ad altro. Prendo l’aliscafo o il dolmus? Mangio un toast al formaggio o il pollo arrosto? Tra poco sentirò sulla mia pelle il profumo e la freschezza della mia camicia pulita. L’acqua fredda è un vero toccasana per tutto. L’acqua fredda… Acqua fredda, acqua fredda che fai scorrere veloce il sangue nelle mie vene, ti butto sul mio viso. La mia camicia, il mio M tavolo, la mia sedia… adesso vi faccio vedere come scendo le scale. Ad attendermi ci sono i marciapiedi, gli autobus, le strade, la vita. Eppure la carne appena sotto il mio labbro continua a sanguinare. I bottoni si staccano di continuo dai vestiti, ho i calzini bucati, mi dimentico di rispondere alle telefonate, sono sempre in ritardo per farmi perdonare… poi giro l’angolo e bum, vi urto. Ricominciamo da capo. Il rubinetto. Il lavandino. Lo specchio. Un mondo fatto di volumi e di cose. Se avessi saputo che sarebbe andata così, sarei stato più attento. Non voglio che mi esca sangue. Voglio che restino dentro di me i demoni, i sogni selvaggi, le oscure tempeste. Guardatemi: stringo il rasoio dal manico intarsiato con la stessa sicurezza di un grande chirurgo, il rasoio dalla lama sottile e affilata con cui tutte le mattine opero sul mio viso, con gesti precisi e misurati, senza mai far uscire una goccia di sangue. Come vedete, sono un uomo: in tasca le chiavi e gli spiccioli, ai piedi delle scarpe dignitose, e vicino al labbro un puntino di sangue coagulato. Aspettate, dò una sistemata anche alle vostre vite! Se vi manca qualcosa provvedo subito e risolvo i vostri guai in un baleno: qui dev’essere così, fate questo, non fate quello, pensate una cosa, dimenticatene un’altra, ecco. Sì, lo so, mentre mi facevo la barba stamattina, la camicia fresca di bucato con il colletto bianco, voi vi siete accorti del cambiamento sul mio labbro, io evidentemente no. Del resto se fossi stato uno che fa caso a simili inezie, pensate che mi sarei tagliato? (Copyright Orhan Pamuk 2010 Traduzione di Barbara La Rosa Salim) I RITRATTI Nella foto grande, un’immagine di Istanbul Nelle altre, alcuni scatti che ritraggono Pamuk bambino e adolescente pubblicati in Manzaradan Parçalar In ascensore ORHAN PAMUK o ele mie borse di plastica in mano ce ne stavamo lì, cose tra le cose, per conto nostro, ignari di noi stessi e del mondo attorno, quando a un tratto le porte dell’ascensore si aprirono. Capita a volte che voi ve ne stiate per i fatti vostri, dimentichi di tutto e tutti, quand’ecco che si aprono le porte all’improvviso e… Una bella donna. Aspetta: una bella donna? Nemmeno di questo siete certi. Avete intravisto il suo corpo di profilo per un attimo, di sfuggita. Il suo viso poco più che una fantasia, o forse neanche questo. L’esperienza vi rende dubbiosi, l’esperienza di vita e di viaggi in ascensore: forse non è nemmeno una bella donna. Forse l’avete soltanto immaginata. Ma anche se l’ascensore è inebriato dal suo profumo, voi pensate alla vostra vita. Che piano? Nel rispondere avete tenuto gli occhi sulla pulsantiera, non sulla donna. I IL LIBRO La foto di copertina di Manzaradan Parçalar, il volume da poco uscito in Turchia edito da Iletishim, è opera di Manuel Citak: ritrae un Pamuk più giovane di oggi (lo scatto risale al 2000), che in un bar di Kars, al confine con l’Armenia, intervista un ragazzo del posto per un libro che diventerà un suo grande successo internazionale: Neve, pubblicato in Italia da Einaudi La sua mano, la sua mano che sembra provenire da un’altra galassia, ha premuto prima il pulsante del vostro piano. Ognuno ha le proprie mani — unghie lunghe e curate — ognuno ha la propria vita. Da dentro queste vite, loro vi guardano e fantasticano sulla vostra. Un uomo. Un estraneo. Ecco cosa sono. Ormai ci ho fatto l’abitudine a essere “un uomo”. L’imbarazzante silenzio degli ascensori non mi mette più a disagio: ho smesso di dirmi, come ai tempi del liceo e dell’università, adesso bacio la persona che c’è con me oppure la uccido. Invece mi sottometto umilmente alle regole del mondo e dell’ascensore. Tutti i piani a uno a uno, tante porte e tante vite, tutte simili tra loro. Mi è venuto in mente tutt’a un tratto: come ho fatto a non pensarci prima! Devo dare un’occhiata all’orologio. Ho sollevato il braccio, con un gesto deciso ed elegante ho piegato il polso. Il mio orologio è un Rolex, ma non importa. Io sono un bell’uomo, mamma mia che ore sono? Sono un uomo molto impegnato. O almeno è così che mi atteggio. Prego, guardatemi: vediamo che ore sono, sono così indaffarato! Ecco. Mi perdoni bella signora, non è a lei che penso, mi sono perso a riflettere su questioni importanti come il destino del mondo e il senso della vita. Guardo l’ora — mi state guardando? — e mi chiedo se riuscirò ad arrivare in tempo per i miei importanti impegni. Magari adesso il mio telefono sta squillando e dall’altro capo del filo c’è il presidente del consiglio. Forse fantasticherete che ho un allevamento di cavalli. Forse avete intuito che ho avuto una vita tragica e avventurosa. Ma nelle borse che ho in mano ci sono solo: un chilo di mele, un chilo di arance, mezzo filone, del tonno in scatola e due libri nuovi. No, questi non li avrà visti di certo. Però una cosa l’avrà senz’altro notata: io in ascensore non voglio dar fastidio a nessuno, per questo non guardo le belle donne in viso. Se tutti fossero sensibili come me il mondo sarebbe diverso. Eppure, stare qui con voi, con voi in ascensore, senza dire una parola, rende la vita, come dire?, un po’ bizzarra. Sarà per questo che, all’ultimo momento, proprio mentre esco dalla porta, rivolgo a voi, proprio a voi, uno sconsolato: “Arrivederci”. (Copyright Orhan Pamuk 2010 Traduzione di Barbara La Rosa Salim) Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 SPETTACOLI Nino Taranto tra mille equivoci guida la rivolta contro zie, presidi di scuola e ammuffiti libri di testo. Macario, al trampolino di lancio, autocensurandosi bersaglia di gag i deliri fascisti. Il festival di Venezia riscopre la dura vita della comicità durante il Ventennio. Pellicole, scenette e attori che apriranno la strada alla commedia all’italiana MARIO SERENELLINI C VENEZIA ovava sotto l'orbace. Una volta una battuta, un'altra una canzonetta. Sotto il controllo occhiuto del regime, il rigetto prorompeva in risate, ancora a denti stretti, in ammicchi, allusioni, doppi sensi, in prosa o in rima. Canzoni-canzonatura, dialoghi cifrati, piroette verbali, su cui immancabilmente piombava la censura, non di rado con la coda di paglia, pronta a sfumare, annacquare, azzerare. Il risveglio dell'intelligenza, e comunque della dignità, nell'Italia del letargo fascista, ha dato i primi segnali, come sempre, sul fronte satirico: i fogli umoristici, le scene del varietà e della rivista e, più sommessamente, i fllm comici, sporadici e intimiditi sugli schermi messi in cornice dai “telefoni bianchi”. Telefoni bianchi degli anni neri: l'Italia finta, di bambagia, costruita da una propaganda allora non ancora televisiva cui, fuori schermo (allora già piccolo, quanto a credibilità), faceva da controcanto l'Italia reale, assuefatta al potere, a testa bassa, stracciona o arrogante e volgare, con le istituzioni-spauracchio e la giustizia con due pesi e due misure. Una realtà sociale che, tra alibi del paradosso comico e abili sotterfugi, è riuscita a far capolino al cinema, sotto la cappa del consenso del Ventennio nero e poi agli albori del Trentennio bianco, come lo definiva Pasolini. Un sintetico campionario è fornito da un tris d'assi nella retrospettiva sulla risata made in Italy del secolo scorso, La situazione comica, organizzata fino all'11 settembre alla Mostra di Venezia dalla Cineteca Nazionale di Roma con la collaborazione dell'Immagine Ritrovata di Bologna e della Cineteca Italiana di Milano. Sono tre tappe illuminanti del rapporto cinema-censura in Italia o, più in generale, delle vittorie della risata pu- SUL GRANDE SCHERMO Le locandine di Totò e Carolina di Mario Monicelli (1955) e Imputato alzatevi! di Mario Mattoli (1939) Nella pagina accanto, alcune scene dei film presentati a Venezia nella retrospettiva sulla risata made in Italy del secolo scorso: tra i protagonisti, Nino Taranto Quando cinema e varietà sbeffeggiavano il regime ra e semplice (cioè complice) contro la ridicola ottusità degli editti di turno: sono Imputato, alzatevi! (1939) di Mario Mattoli, 6x8/48Tutta la città canta (1943-45) di Riccardo Freda, Guardie e ladri (1951) di Mario Monicelli e Steno, film perseguitato da tagli e proteste, come il successivo Totò e Carolina, per le presunte offese al corpo di polizia, visto per la prima volta senza retorica patria. Tre diversi decenni, con relativi condizionamenti politici, tre titoli di diverso valore artistico, di cui la rarità assoluta è il film di Freda, recuperato e appositamente restaurato dalla Cineteca milanese. Primo e unico tentativo di «musical spaghetti», come ironizzava l'autore, allora agli esordi, poi re dell'horror e del cinema di genere, 6x8/48-Tutta la città canta è un carosello d'equivoci per un'eredità: la Miniera d'oro, che non è un giacimento ma una scalcinata compagnia di rivista, sepolta dai debiti. Il perno è Nino Taranto per la prima volta protagonista, un Monnsù Travèt del Sud con bombetta alla Totò, tartassato in casa dalle zie e a scuola dal preside: spazzolone umano (in una delle sequenze più surreali), supplente di geografia mentre sa tutto di fisica (e dunque s'inventa una personalissima «geo-fisica»), darà scacco matto a persecutori e profittatori, inermi davanti al suo frac musicale che intona Ciribiribìn, assecondato nella riscossa dalla “Miniera” di comici e ballerine, tra cui i tre Bonos, versione-spaghetti dei fratelli Marx. Un finale riscatto, un respirone di Liberazione, che vede ridicolizzate le autorità del molto allegorico «Istituto di Severità e Cultura», che nella scelta dei libri di testo precetta le edizioni con le tavole non a colori ma severamente in bianco e nero. In 6x8/48, dalla fabbricazione tormentata (interrotto dopo l'8 settembre 1943, completato con un cast dimezzato o cambiato: l'attrice ingrassata, alcuni attori morti, altri al nord con i Repubblichini), la rivolta contro un regime a rotoli diventa una sfida nella musica (dovuta a Gorni Kramer, Giovanni D'Anzi, Gino Filippini, con un formidabile Natalino Otto, alluso già nel titolo), finalmente scatenata nel genere proibito, il jazz. «Nel '43, il fascismo, per quan- to agonizzante, imperava ancora», ricordava Freda, «e imperando aveva tra l'altro messo al bando, insieme al caffè, alla stretta di mano e al “lei”, anche il jazz, questa “espressione giudaico-massonica” come si amava allora definire tutto ciò che non era “puro romano”. L'incisione delle musiche venne fatta alla Fono Roma di fronte a tecnici attoniti che non credevano alle loro orecchie e con piantoni all'esterno dell'edificio pronti a segnalarci l'arrivo di qualche “nero”. In tal caso, il Louisiana Bluessi sarebbe trasformato all'istante in Funiculì-Funiculà». Qualche anno prima, Imputato, alzatevi!, cine-trampolino di lancio di Macario, aveva invece giocato di contropiede: autocensurandosi. Il processo grottesco, debitamente risolto in burletta, è prudentemente spostato in Francia: e una didascalia iniziale ammonisce che il film «è di pura fantasia e vuol essere una caricatura di fatti e istituzioni fortunatamente ben lontani dal nostro clima». Ma pur nella dichiarata improbabilità «meteorologica», la minuscola Italia anni Trenta è bersaglio di gag a getto continuo da parte di un operoso manipolo d'umoristi, poi ricorrenti nelle sceneggiature brillanti e, un giorno, nella commedia all'italiana, da Ruggero Maccari a Carlo Manzoni, a Giovanni Guareschi, Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Steno (gli ultimi tre, con il non accreditato Federico Fellini, pure in 6x8/48). Quasi tutti, fresche reclute del Bertoldo o del Marc'Aurelio, vivaio del cinema italiano a venire. Accanto a cui corre parallela l'altra fondamentale palestra, il teatro di rivista e di varietà, con interpreti come Totò, Taranto, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, rilanciati poi dal cinema, e con copioni di perenne allenamento, se non alla rivolta, allo sberleffo del potere. Come la rivista di Michele Galdieri Con un palmo di naso, dove nel 1944 Totò-Pinocchio potrà finalmente cantare: «...Quand'io pontificavo dal balcone/ dovevi farmi almeno un pernacchione./ Quand'io facevo tutto a mio piacere/ dovevi darmi un calcio nel sedere...». © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 LA RETROSPETTIVA In una trentina di titoli, firmati tra gli altri da Blasetti, Soldati, Bragaglia, Pietrangeli, Monicelli, Dino Risi, Tognazzi, la retrospettiva curata da Marco Giusti, Domenico Monetti e Luca Pallanch, La situazione comica (1910-1988), ripercorre fino all’11 settembre alla Mostra di Venezia (Sala Volpi e Sala Perla) l’umorismo all’italiana, con particolare attenzione ai suoi protagonisti, talora dimenticati, come la coppia Giorgio e Guido De Rege (rilanciata da Walter Chiari nel tormentone “Vieni avanti cretino!”) in Gli allegri masnadieri (1937) di Marco Elter, restaurato dalla Cineteca Italiana di Milano Allegorie, paradossi e totali follie quante acrobazie per raccontare la verità DARIO FO L a politica ha sempre considerato la comicità un’arma puntata sulla sua testa, perché attraverso la battuta, il paradosso, lo sberleffo si disvela la realtà. La memoria mia e di Franca è disseminata di storie e episodi che da più di cinquanta anni in qua sono legati ai tentativi dei governanti di zittire il nostro teatro: tentativi che ebbero particolare clamore con la Canzonissima del ’62, quando abbandonammo la trasmissione per non accettare il “controllo” sui nostri testi. Per aggirare la censura a un certo punto decidemmo di fare teatro come associazione culturale: questo ci lasciava fuori dai finanziamenti e dai contributi dello Stato, ma ci permetteva di essere liberi. Gli spettatori non pagavano un biglietto ma una tessera, poche lire: arrivammo ad avere 80 mila associati solo a Milano. E più di un milione di partecipanti nell’intera penisola. La cosa suscitava parecchi allarmi: perché essendo un’associazione, la polizia non poteva entrare ai nostri spettacoli. Ma durante la tournée dello spettacolo sul colpo di stato in Cile, a Sassari nel ’73 fui arrestato perché mi ero opposto con altri compagni a far entrare i poliziotti in teatro durante la rappresentazione. Mi accusarono di resistenza a pubblico ufficiale e mi feci una notte in gattabuia. Poi la questura si spaventò: a Sassari arrivarono le televisioni di mezza Europa per parlare del nostro caso, anche la Rai fece delle riprese, forse per finta, che non so nemmeno se andarono mai in onda. Intanto davanti al carcere si era riunita una gran folla... Mi liberarono e al processo vinsi. Per altri spettacoli, anche la Chiesa ha provato a zittirci: dopo il monologo su Bonifacio VIII in tv non so quanti vescovi abbiano gridato alla scomunica. A Treviso una volta organizzarono una sedizione di giovani cattolici che nottetempo strapparono tutti i manifesti de Gli Arcangeli non giocano a flipper: non c’era nessuna battuta sul clero, ma chissà, forse era il titolo… Da autore so che, per sfuggire ai controlli del potere, la battuta sarcastica non deve essere diretta. Ben lo sapevano i teatranti greci e poi quelli romani. La storia di Siracusa che si ribellò agli ateniesi ricacciandoli in mare dove furono affrontati e sterminati in quasi diecimila, non si poteva raccontare ad Atene. Così, quel disastro divenne un fatto avvenuto in una città di fantasia che per una guerra di cui non si svelavano le ragioni perse tutti gli uomini validi. E toccò alle donne, rimaste sole, governare la città, inventandosi leggi semplici ed oneste. Quello spettacolo era Le donne in parlamento, dove Aristofane mettendo al potere le madri e le vedove dei soldati uccisi, sollecitava il popolo minuto a partecipare e a prendersi la responsabilità della politica. È proprio dai greci che noi satirici di questo tempo abbiamo imparato ad usare allegorie e paradossi per dire le verità che non piacciono al potere. In Morte accidentale di un anarchico ho raccontato la morte di Pinelli ambientandola in America cinquant’anni prima; in Settimo ruba un po’ menoil paradosso di trasferire un cimitero metteva alla berlina gli intrallazzi dei socialisti e della Dc. Sono equilibrismi acrobatici della comicità per galleggiare anche in cattive acque. Con L’anomalo bicefalo, per esempio, abbiamo messo in scena Berlusconi e Putin che subiscono un attentato in conseguenza del quale i loro cervelli vengono assemblati in uno solo. Col pretesto che Berlusconi, perduta la memoria, doveva ricostruire la propria vita, rappresentavo sulla scena la storia con sua moglie, con le altre donne, dei processi, dei malaffari e le caterve di menzogne… La verità. Ma chi poteva accusarci? Franca ed io stavamo recitando solo una storia di totale follia... © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 i sapori Cozze, polpi e aragostine, ma anche olive e formaggi, fichi secchi e legumi, fino alle carni equine. La tradizione culinaria Terra e mare del tacco d’Italia si conferma come una tra le più amate del Belpaese. Anche grazie al “fuori tavola”: architetture barocche e scogliere da capogiro... Lampascioni LICIA GRANELLO l più entusiasta è il regista Ferzan Ozpetek: «Il Salento è meraviglioso, nelle architetture come negli ambienti naturali. Sono stato colpito anche dalla gente: la città la fanno le persone, non solo gli edifici... E poi si mangia bene ovunque!». Quella del regista de Le mine vaganti, ambientato in un Salento magico e splendente, è solo l’ultima dichiarazione d’amore di un lunghissimo elenco, che certifica come il tacco d’Italia oggi sia considerato a tutti gli effetti il nuovo “Shire”, dopo Chianti e Marche, approdo estivo per Helen Mirren e Colin Firth, Roberto Benigni e Jude Law, Francis Ford Coppola e Gerard Depardieu. Affondato tra architetture barocche e orizzonti nitidi, mari scintillanti e vigneti robusti, sabbie finissime e scogliere da capogiro, qui, last but not least, si mangia benissimo praticamente ovunque. Perché la cucina regionale, ricca e saporita, perde fronzoli ed eccessi nel suo scendere verso Santa Maria di Leuca e capo d’Otranto, impreziosita da profumi salmastri e richiami d’Oriente, in un trionfo di pesce, extravergine e verdure che fa la felicità del più severo dei nutrizionisti. Esistono aree dove il privilegio alimentare passa da cotture elaborate e ingredienti immancabili. Invece, da Punta Prosciutto a Tricase, passando per il cuore del Salento, Galatina — dove si trova la straordinaria chiesa di San Caterina — tutte le materie prime sem- I I piccoli bulbi del muscari comosum, già citati nel ricettario di Apicio, vantano una spiccata nota amarognola Si gustano sia crudi che bolliti, arrostiti, fritti e conservati sott’olio Ogliarola Si raccoglie nel leccese a fine ottobre, l’oliva piccola, lucida e violacea, alla base dell’eccellente produzione di extravergine perfetto per condire i piatti locali Cucina del Salento Il richiamo dell’Oriente brano intercambiabili, pur ruotando intorno ai capisaldi della tradizione iper-mediterranea. Cipolle e pomodori, mosto cotto e semola, olive e formaggi, fichi secchi e legumi sono l’impalcatura su cui generazioni di cuochi sapienti e massaie avvedute hanno costruito la fortuna gastronomica dell’antica Terra d’Otranto. Le proteine animali arrivano sia dal mare — cozze pelose, polpi, aragostine in primis — sia da terra, dove agnello e cavallo dominano le pietanze. La tradizione di cucinare carni equine deriva dai primissimi abitanti, i Messapi, abili allevatori e domatori di cavalli, ed è continuata nel Medioevo, quando, durante le feste, al posto di spiedi e braci si allestivano fuochi e calderoni (in dialetto quataroni) dove cuocere per ore le dure carni di cavalli e muli troppo vecchi per lavorare. Una pratica arrivata fino a noi, se è vero che nei paesi dell’interno, da Campi Salentina a Secli, nel retro delle macellerie ancora si prepara il quatarone, inteso come frattaglie di cavallo bollite, finger food primordiale per stomaci robusti. Ma i vegetariani non si avviliscano: gli orti salentini sono sontuosi. Fave, ceci, fagioli, erbe selvatiche, spunzali (cipollotti) si traducono in zuppe magnifiche e goduriosi condimenti per le frise, da ammollare prima in acqua di mare, all’uso dei pescatori. Se riuscite a organizzare una gita settembrina in zona, alzatevi presto per andare al mercato del pesce di Gallipoli, quando le barche tornano a riva con ricci e gamberi viola. Aggiungete un trancio di focaccia calda e una bottiglia di Rosato del Salento Li Veli (secondo in Italia solo al Cerasuolo di Valentini nella guida Espresso) per salutare degnamente la fine dell’estate con un pic nic da sogno sulla spiaggia di Lido Pizzo. © RIPRODUZIONE RISERVATA Municedde Gravita intorno alla campagna di Cannole la produzione di chiocciole helix aperta. I colori del guscio ricordano il saio monacale Si cuociono con cipolla e pomodoro Negroamaro Niger e maru, due volte nera (tradotto dal latino e dal greco) l’uva simbolo della viticoltura salentina, da cui si ricavano vini rossi e rosati di struttura e profumo intensi Molto caratteristici Taieddha Cozze, riso e verdure a strati, insaporite con origano e pecorino e poi infornate per la versione salentina della barese tiella, vale a dire: la teglia Ostriche Le Imperiali arrivano dallo Jonio salentino Questi molluschi impreziosiscono i piatti di crudo con il loro intenso profumo di mare Il loro guscio è ruvido, spesso, incrostato da una spugna rossastra Repubblica Nazionale DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 itinerari Cristina Conte è la chef-proprietaria de “Laltro Baffo”, a pochi passi dal Castello Aragonese, nel cuore di Otranto. Tra i suoi piatti più sfiziosi, la parmigiana di melanzane e pesce spada al pesto Gallipoli (Le) Otranto (Le) Lecce Adagiata su una piana tra Jonio e Adriatico La capitale del Salento, anche conosciuta come “Firenze del barocco”, è sede universitaria e meta turistica internazionale Abitato da romani, aragonesi e bizantini, patrimonio Unesco, il borgo all’estremità orientale dell’Adriatico battezza il canale che ci unisce all’Albania Affacciata sulla penisola salentina, nel golfo di Taranto, ha un affascinante centro costruito su un’isola di calcare collegata alla terra da un ponte DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE PALAZZO PERSONÈ Via Umberto I 5 Tel. 0832-246302 Doppia 90 euro con colazione HOTEL DEGLI HAETHEY Via Sforza 33 Tel 0836-801548 Doppia 90 euro con colazione B&B CORTE MANTA 9 Via Corte Manta 9 Tel. 347-4509216 Camera doppia da 70 euro DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE CORTE DEI PANDOLFI Piazzetta Orsini Tel. 0832-332309 Chiuso domenica menù da 35 euro MASSERIA PANAREO Litoranea Otranto-S. Cesarea Terme Tel. 0836-812999 Chiuso lunedì, menù da 30 euro IL BASTIONE Riviera Nazario Sauro 28 Tel. 0833-263836 Chiuso domenica menù da 40 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE PASTICCERIA NATALE Via Trinchese 7 Tel. 0832-256060 MACELLERIA CORIBELLO Via Specolizzi 17 Tel. 0833-264163 FMSALENTO Piazza Castello 17 Tel. 335-6622394 Turcinieddi Ciceri e tria Fagottini a base di interiora d’agnello o capretto, avvolti nelle budelline lavate con aceto, profumati con prezzemolo, disposti in spiedini e cotti lentamente in un angolo della griglia Nasce per la festa di San Giuseppe il ricco piatto di pasta (l’araba itrya), dove le tagliatelle sono in parte lessate (nel coccio insieme ai ceci) e in parte fritte, per poi essere aggiunte nel finale Sagne ’ncannulate Pasticciotto Nato a metà Settecento dagli avanzi di crema e pastafrolla nella pasticceria Ascalone di Galatina (ancora in attività), è una micro-torta ovale da servire rigorosamente calda e fragrante Rappresenta i trucioli della pialla di San Giuseppe, la pasta lunga di semola di grano duro dalla forma attorcigliata. Condimento con sugo di pomorodo e casu-ricotta o pecorino Noi, che il burro non lo conosciamo LINO BANFI ars culinaria pugliese non è basata sul mangiare questo o quello, ma sul come mangiare questo o quello e come farlo diventare “alla pugliese”. Proverò a spiegarmi. Già dall’Ottocento siamo stati i primi mangiatori di pesce crudo. Gli allievi (che sono le seppioline), inteneriti dal movimento sussultorio e ondulatorio dei cesti di vimini con acqua di mare, diventano tenerissimi se si mangiano crudi. Altro che nipponici! E se sugli allieviqualche goccia di limone ci può pure stare, per amore del Padreterno sui ricci appena aperti usare il limone è delittuoso. Il riccio non va mangiato neanche col cucchiaino, va gustato con il pezzettino di focaccia calda che assorbe tutto il contenuto riccesco. Alcuni allieviun po’ più grandi, sempre crudi, vanno invece tagliuzzati a listerelle, à la julienne, direbbe la noblesse pugliese, quella laureata in Lecce. Questo per dire che noi pugliesi siamo ittico dipendenti. Per noi la cozza nera, la cozza pelosa, i taratuffi viola che sanno di ferro, mangiati crudi, sono un rito quasi sacro. La famosa tiella di riso, patane (patate) e cozze è la nostra paella alla baresana che poi è diventata alla valenziana. Gli spagnoli l’hanno sempre ammesso. E infatti hanno una devozione per i pugliesi, soprattutto per quelli del Salento. Ma non è finita. Noi prepariamo anche piatti come il puré di fave con la cicoria, la braciola, intesa come involtino, la salsizza, che poi è la salsiccia, fatta a punta di coltello e non con la carne tritata. Gli ingredienti sono solo tre o quattro, ma im- L’ Gli appuntamenti Giorni di feste popolari e mangerecce in provincia di Lecce, dalla sagra del maiale oggi a Villa Baldassarre, alla Festa per la Madonna delle Grazie, in programma da domani a mercoledì a Galatone, secolare appuntamento con il tipico pasto dei pellegrini: pane, sarde, ricotta forte e un bicchiere di Negroamaro Mentre Galatina, terramadre del pasticciotto, ospita nei week end settembrini la festa dell’uva: presente il meglio dell’enogastronomia del Salento portanti: cipolla grossa rossa e dolce per le insalate (ce l’abbiamo anche in Puglia, come quella di Tropea); l’aglio da usare con olio e peperoncino per tutti i tipi di verdure e paste; e la cipolla normale o gli sponsali, cioè le cipolline lunghe, per sughi di carne, pesce e i molluschi. Da noi, si dice — quando si cucinano polpi, seppie, calamari — la cipodda gliè la morta loro, è la morte loro. E c’è anche un aneddoto. Anni fa, a Bari, in un cinema, durante la proiezione di Tentacoli la piovra mostruosa ammazzava tanta gente e non riuscivano a farla fuori con nessun tipo di arma. Nel silenzio si sentì una voce: “U vulite capi’ ca la morte du pulpo è la cipodda?”. E veniamo a me. A me piace cucinare le orecchiette con la rughetta e il pomodoro perché sono i tre colori della bandiera italiana. Ricordo con affetto le sfide con Ugo Tognazzi. Una volta mi ero fatto preparare un piatto con tre spazi: per le orecchiette sbollentate, per la rughetta cotta (che perde l’amaro) e per il pomodoro. E nell’angolo c’era la ricotta salata da grattugiare. Quanto alla Puglia, mi mancano i profumi, quando ci torno mi faccio accompagnare negli orti a sentire l’odore dei pomodori sulla pianta, dell’acc che è il nostro sedano, oppure degli olivi. Noi pugliesi usiamo solo olio d’oliva. L’unica volta che mio padre comprava il burro era ad agosto, quando arrivavano i fratelli da Parigi che lo volevano a tavola. Mi faceva un po’ schifo spalmarmelo sul pane: «Pascal, c’est bon», diceva mio zio. Ma non mi ha mai convinto. (testo raccolto da Silvia Fumarola) © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 le tendenze Low cost In plastica o cuoio, maglia metallica o corda, in tessuto oppure in argento. Con pietre colorate, forme geometriche e fiori, i “falsi” gioielli tornano a essere oggetti del desiderio. Tutta colpa della crisi, ma anche merito di materiali innovativi e dell’estro di designer che così stanno conquistando il mercato nuovi Bijoux Poveri ma belli IRENE MARIA SCALISE EXTRA LARGE Piacerà a chi ha la passione per dimensioni XXL l’anello nel colore di moda, il viola, firmato Stroili Oro FANTASIA Bracciale fantasia per Morellato: tanti diversi disegni e lavorazioni divertenti Per una composizione pensata soprattutto per le giovanissime gioielli sono seri e noiosi come i mariti, i bijoux allegri e divertenti come gli amanti», proclamava senza esitazione una saggia Marilyn Monroe che di uomini se ne intendeva. Erano gli anni del boom economico e oggi, che quel boom sembra un miraggio, c’è un motivo in più per pensare ai “falsi” gioielli. Sono uno dei pochi lussi raggiungibili. Un universo meraviglioso e, soprattutto, low cost. Poveri ma belli. E allora, in barba alla crisi, via libera a bangle, cabochon, chandelier, creoles, jais e pavè. Parole che, solo a sentirle, mettono allegria. Con il tempo la sostanza del bijoux è cambiata. Nati come imitazione del vero, i bijoux appaiono per la prima volta negli anni Trenta. Era il periodo della grande depressione e divine come Vivien Leight, Greta Garbo (nel film Romance), Marlene Dietrich (in Venere bionda) li usavano sul set come fossero veri. Poi col benessere economico trionfano i gioielli e i “falsi” tornano prepotenti solo nei Settanta. È il periodo della contestazione in piazza e i bijoux spaziano dall’optical alla pura plastica fluo. Trent’anni dopo (anche grazie al design e ai nuovi materiali) gli stessi “falsi” rinascono come oggetti di pregio. «Oggi troviamo sul mercato collane, orecchini e anelli che sono autentiche forme d’arte», spiega Michele Cammelli del Clubbi (Associazione Italiana di Fabbricanti di bijoux), «molti designer e artigiani danno forma a creazioni poetiche, usando materiali semipreziosi, e così il bijoux diventa un bene come succede per i gioielli». All’ascesa sul mercato ha contribuito il sempre maggiore interessamento da parte degli stilisti. Sulle passerelle sfilano sempre più spesso collane coloratissime, bracciali decorati con pietre arcobaleno e orecchini scintillanti firmati Armani, Louis Vuitton, Ferragamo, Cavalli, Hermes, Escada. Tra le prime designer, ad intuire il potenziale dei bijoux, c’è sicuramente Consuelo Castiglioni, ideatrice della griffe Marni: «Gli elementi decorativi riflettono periodi storici molto precisi e non hanno mai smesso di far parte del guardaroba femminile, sono un accessorio versatile che permette di modificare o far risaltare un abito». Il segreto delle collane ideate dalla Castiglioni è soprattutto nei contrasti: «Il mio approccio inizia dalla ricerca e dalla contrapposizione e dalla sovrapposizione di forme, materiali e colori. Per l’inverno ho ideato maglie metalliche oro e nastri in seta nera, applicazioni in resina colorata bagnata da una lamina argento, elementi in legno bruciato con frammenti di pirite e incrostazioni di pietre sbriciolate, strati di gocce in resina colorata e foglie in lauro bagnate nell’oro». E proprio l’inverno sembra riservare, al pubblico femminile, raffinate sorprese. «Di fronte alla concorrenza rappresentata da prodotti prevalentemente asiatici», spiega Cammelli, «bisogna puntare ad una vendita molto qualificata». Tra le tendenze in arrivo, poi, va segnalata la second life dell’etnico. Rielaborato in ogni dettaglio, il bijoux d’ispirazione tribale o orientale, conserva sì la sua anima esotica ma in più diventa chic. «I REVIVAL Sanno di antico gli orecchini Sodini dalla lavorazione artigianale e raffinata Un ornamento che illumina il viso TRAME La collana di Gazel sceglie la stoffa per foderare le sfere Il cordoncino doppio fa da chiusura © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 L’importante è apparire OPTICAL MICHELA GATTERMAYER Orecchini optical bianco e nero di Bliss dal sapore retrò Perfetti da giorno e da sera sondaggi dichiarano che il novanta per cento delle donne, dovendo scegliere un accessorio, si butta sulle scarpe. Ma vuoi mettere con i gioielli? Di scarpe ne puoi portare solo due. Al massimo un paio dentro la borsa, come facevano negli anni Ottanta le manager americane che noi da qui credevamo sempre di corsa su e giù per Manhattan con addosso le sneaker (che allora si chiamavano scarpe da tennis) e, in ufficio, sexy in décolletés. Invece stando alle ultime della moda per essere in tendenza una dovrebbe andarsene in giro con addosso un’intera cassaforte: catene d’oro, fili di perle, collier di strass, collane con pietre di tutti colori, anelli con diamanti come nocciole, bracciali con monete d’oro, orecchini a cerchio enormi... Come si fa a non sembrare dei venditori ambulanti o dei ladri per quanto gentili? L’importante è che i veri ladri capiscano che è tutto finto, che il bottino non vale niente, che è solo apparenza, così da non correre inutili rischi. Perché è tutto un gioco, una farsa. Deve essere l’euforia dopo anni di minimalismo assoluto in cui al massimo la catenina del battesimo. Ora sarà la crisi che ti fa povero ma tu non vuoi sembrarlo. Saranno le vetrine che è tutto un beige, un bon ton, uno chic, un ritorno ai Cinquanta. Saranno tutti questi jeans che vanno un po’ educati visti gli strappi, i buchi, le scuciture che ti sfido a farli diventare presentabili. Fatto sta che il gioiello ci vuole. Ma falso, e che sembri più vero del vero, così per scherzo. O un po’ vero, d’argento low cost con vetri luminosi come rubini e smeraldi. Non imbroglia la plastica, leggerissima, che ti permette di andare in giro con enormi sculture alla Calder. Le nostalgiche potranno tirare fuori dai cassetti le broche di modernariato americano senza sembrare mia zia (e allora via alle moltiplicazioni sui revers delle giacchette di tweed). La recessione aguzza l’ingegno quindi fai-da-te legando assieme con lo spago tutte le cianfrusaglie, i pendenti, gli anellini, i cornetti, le medaglie, i cucchiaini, i nastri accumulati negli anni, soluzione poetica e irripetibile usata anche da molti designer. E poi la carta, il vetro, il Das, la pasta di mais (oltretutto biodegradabile al cento per cento). L’ultima tendenza? A parte l’invasione dei teschi che poverini non fanno più paura a nessuno, non ne esiste una e il clima detta legge, come fa da sempre: d'inverno vanno di più le collane perché gli orecchini tirano i fili di lana del berretto, i bracciali non passano per le maniche del cappotto e gli anelli non entrano nei guanti. I BLINDATO Bracciale “logo” Louis Vuitton Come decorazione lucchetto e chiave nelle tinte accese del rosa e del viola © RIPRODUZIONE RISERVATA FLUO Lettere dai colori fluo che, tintinnando, ricordano le iniziali dello stilista: è l’originale bracciale di Giorgio Armani SFERICA Sottile ed elegante la collana Breil: I ciondoli sono sfere di varie grandezze da intrecciare a piacere FLOREALE Anello con ciondoli Swatch Tanti piccoli petali tintinnanti, in una fantasia verde acceso, per rallegrare le giornate invernali REGOLABILE Cordino viola e ciondoli a forma di stelle nel bracciale Fossil regolabile secondo le dimensioni del polso MULTICOLOR Bracciali luccicanti per un pavè multicolor. Di Cavalli Sono perfetti per impreziosire abiti eleganti in inverno SHOCK ETNICO Il ritorno all’etnico più chic lo propone Escada con collane dai raffinati ciondoli di forma geometrica abbinata a un cordino Nei toni del rosa shocking i bracciali Blugirl Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010 l’incontro A ventotto anni il primo successo accanto a Wanda Osiris, suo mito di gioventù, dopo un’infanzia passata a vendere sigarette nel bar di famiglia Oggi che il palcoscenico è diventato la sua seconda casa, è sempre pronto a schierarsi “contro” per amore della polemica E insegue una sua filosofia: “La felicità ha bisogno dell’ostacolo. Se la vai ad acchiappare non è niente L’infelicità è scoprire tutto questo” Battitori liberi Franco Branciaroli Branciaroli, diciamolo, mette sempre i piedi dove c’è qualcosa di nuovo in termini di regia, di drammaturgia della voce, di solitudine della mente. «Sì, ma sul concetto di “nuovo” dobbiamo intenderci: all’uomo non è dato di fare granché né continuamente qualcosa di nuovo. Guardi il teatro cinese, che esiste da duemila anni e solo ogni duecento modifica qualche piccola cosa». D’accordo. «E poi ha pensato al rapporto che c’è tra nuovo e noia?». Lo guardo, e aspetto. «Un quadro si lascia vedere con due secondi di noia. Uno spettacolo ti può riservare non meno di due ore di tedio. Ecco perché la pittura produce una cultura più veloce, ampia, comunicabile». Concetti liberi di un battitore libero. Dopo aver dato voce solitaria alle Branciatrilogie che Giovanni Testori aveva scritto appositamente per lui da metà degli anni Ottanta (titoli liturgici e profani come Confiteor, In Exitu, Verbò, Sfaust, SdisOré) in omaggio a un sodalizio naturale («Eravamo come padre e figlio. L’omosessualità di Testori era molto impacciata, e lui la considerava una maledizione che d’altronde gli alienò i favori della sinistra, dei cattoli- La solitudine non mi fa paura e la compagnia mi piace solo a piccole dosi. Adoro il peccato, sostengo che il male deve entrare in gioco E poi, insomma, chi non pecca che razza di vita fa? FOTO TOMMASO LE PERA È il 1975. Un attore di ventotto anni conosce il suo primo vero successo recitando a teatro accanto a una matura vedette di settant’anni assurta da tempo a gloria nazionale. Lui, Franco Branciaroli, oggi ricorda così lei, Wanda Osiris, in Nerone è morto? di Hubay con regia di Aldo Trionfo: «Era stata anche un mio mito di gioventù, insieme a Coppi, lei coi suoi vestiti d’un diametro di quattro-cinque metri, con la sua canzone Sentimental, e lì, in palcoscenico, me la ritrovavo che non era bella, non aveva le doti virtuosistiche d’una cantante, non ce la faceva a mostrare uno spavaldo passato di ballerina, eppure emanava carisma e fascino anche solo esprimendo la grandiosità dell’effimero e del kitsch. E poi, vuoi mettere gli aneddoti che ti snocciolava? A proposito di quando volle abbandonare uno spettacolo perché da superstiziosa s’imbatté in un pesante color viola, e poco dopo si tagliò una coscia per il copri-water rotto d’un bagno. O a proposito di quella conchiglia che la conteneva, che doveva scendere giù fino alla ribalta, e che accidentalmente la intrappolò. Ma il massimo me lo confidò con naturalezza la sera in cui mi decisi di chiederle perché, prima d’uscire a prendersi i cinque minuti di applausi tutti per lei, tenesse le braccia alte dietro le quinte: “Caro, così il sangue scende meglio, e le mani sono perfettamente bianche”». Franco Branciaroli, teatrante che ti fissa con occhi liquidi e chiari, corporatura avvezza al footing, indole tra l’angelico e lo sdegnato, «né di destra né di sinistra» o meglio sempre pronto a schierarsi all’incontrario per amore di polemica (e non più in primo piano, adesso, ai meeting di Cl), distante anni luce «dal prototipo dell’artista che vuole essere rifiutato dalla società ma elo- giato dalla stampa», è uno che è andato di pari passo con Carmelo Bene, con Giovanni Testori e con Luca Ronconi, è uno che ha sessantatré anni, di cui due terzi passati a recitare. Nato a Milano, oltre San Siro, quasi vicino alle risaie che c’erano all’epoca, quand’era piccolo vendeva sigarette nel bar di famiglia o lisciava la pista di un annesso campo di bocce. Poi seguì a Torino le sorti del padre, inventore d’un brevetto per conservare con proprietà particolari la panna, un’attività che fruttò il marchio della Panna Elena, poi ceduta una decina d’anni fa. «Vuoi perché avevo fatto l’Istituto per periti tecnici in telecomunicazioni, vuoi perché avevo un po’ frequentato Biologia alla facoltà di Scienze naturali, e vuoi perché avevo trascorso un anno in Francia a imparare la lingua per rendermi più utile in fabbrica, a tutto pensavo meno che al teatro. Ma avevo il problema del servizio militare, e un’amica attrice mi suggerì di rimandarlo iscrivendomi alla Civica Scuola del Piccolo Teatro di Milano. Il provino lo superai malgrado grattassi la erre, difetto simile a quello che affliggeva Paolo Grassi, il quale mi dette un anno di tempo per togliermi il difetto, minacciandomi sennò l’esclusione dai corsi. Misi a posto la erre». Mostra presto una marcia in più, il giovane Branciaroli, e a ventitré anni, in uno spettacolo del quasi coetaneo Patrice Chéreau al Piccolo, in Toller di Dorst da comparsa passa a quarto in locandina. «All’epoca ci fu anche un’esperienza di teatro mobile col camion. Con me c’erano vari compagni, tra cui Maurizio Micheli. Non avevamo le piazze per le rappresentazioni, e Grassi mi mandò da Ripa di Meana ,che era responsabile del Touring Club di Milano, e lui ci procurò varie tappe in Lombardia. Il camion s’apriva ad ali di gabbiano, e diventava un palcoscenico. Eravamo pagati centomila lire e avevamo diritto a due turni di pasti». Poi lo adotta Aldo Trionfo, che lo fa lavorare allo Stabile di Torino, tra l’altro con Nerone è morto, con Gesùdi Dreyer, e col pastiche suo e di Salveti Faust-Marlowe-Burlesque dove lui si scambia i ruoli di Faust e Mefistofele con Carmelo Bene. «La vita è fatta anche di mancati incontri. Consideravo Fratelli d’Italia di Arbasino un romanzo di respiro europeo, e Arbasino, che avrei tanto voluto incontrare, è tra gli spettatori della Torre di Hofmannsthal diretto da Luca Ronconi, che m’aveva introdotto nel suo Laboratorio di Prato: uno spettacolo di dieci ore, e io dovevo restare chiuso in uno scatolone di mattoni per almeno due ore, e Arbasino dopo venti minuti se ne va...». ci e degli omosessuali stessi perché lui la reputava un peccato»), dopo la scabrosa e memorabile invettiva di Féerie Pantomima per un’altra volta di Céline in cui lo ricordo benissimo a Spoleto, e dopo tanti suoi atteggiamenti da uomo e artista appartato, non è strano sentirgli dire che «per vivere la solitudine bisogna essere un po’ cinici, io non la cerco ma non mi fa paura, e la compagnia mi piace solo a piccole dosi». Poi si contraddice durante le cene al ristorante nel dopo-spettacolo, dove è generoso di confidenze, cattiverie e falstaffiane intemperanze. E s’esalta per le battute. «Ho sempre amato una frase di Carmelo, “solo il mediocre è migliore”, e un’altra di Ronconi, “si diventa bravi stando a casa”». E ha una sua filosofia dello star bene. «La felicità ha bisogno dell’ostacolo. Se la vai ad acchiappare direttamente non è niente. L’infelicità è scoprire tutto questo. Detto in altre parole, la felicità è l’impossibilità di averla, e l’infelicità è esserne consci». Sorride. Con quella sua aria socratica non priva di una perfidia sana. E ti sembra d’averlo colto in contraddizione quando ti dice di credere, d’essere religioso («Ho imparato a guidare il nonsenso della vita, l’alternativa dell’aldilà, e d’altronde se ti fidi di tante balle, perché non fidarsi di questa cosa qui?») e però, oltre ad aver partecipato a film di Antonioni, di Jancso, di Faenza e della Comencini, ha all’attivo cinque film con Tinto Brass, e ne La chiave era integralmente nudo con una protesi («Da outsider adoro il peccato, sostengo che il male deve entrare in gioco, e poi, insomma, chi non pecca che razza di vita fa?»). Sbaglia, però, chi si fa l’idea di un Branciaroli ingovernabile, lupo appartato. «Oddio, una certa chiusezza affettiva forse ha origine nell’educazione ricevuta, nella Milano difficile dell’infanzia». Tralasciando il tetto che oggi ha a Milano, e la villa di famiglia a Torino, lui nella casa di Pavia a ridosso del Ticino ha comunque una moglie di circa dieci anni più giovane, Annamaria, che un tempo recitò con lui, e che nessuno vede mai. «Io metto in prova tutto davanti a lei, è il mio primo spettatore, è stata lei a consigliarmi di fare la voce da ispettore Clouzot quando ho impersonato Hamm in Finale di partita di Beckett». L’imitazione, ecco una raffinatezza che lo induce a riprodurre i suoni “costruiti” del parlato degli altri, e l’ha messo in evidenza senza freni nel Don Chisciotte recente dove s’è sdoppiato nei timbri di Carmelo Bene e Vittorio Gassman in un incontro ultraterreno. «Al reale non ho mai creduto, tant’è che nell’autunno dell’anno prossimo metterò in scena al Centro Teatrale Bresciano, di cui sono consulente artistico da poco, con la coproduzione della Compagnia degli Incamminati lasciatami da Testori (in cui resto solo primattore), la Commedia della vanità di Elias Canetti, dove ai trentacinque personaggi resi da quindici attori è bandito il vedersi, lo specchiarsi, il fotografarsi». E d’altra parte anche i testi scritti da lui, Dyonisos, Cos’è l’amore, Lo Zio, e l’inedito Romeo e Giulietta, prova generale(con una coppia di grandi attori che si divorano i figli per non lasciare loro il futuro e la scena), procedono per metafore forti, trame insostenibili. E uno come Branciaroli è capace di leggere tanto e amare tanto le macchine veloci. «Forse il mio libro più serio degli ultimi tempi è stato Infinite Jest di Forrest Wallace. E le auto che ho guidato sono state Jaguar, Porsche, Maserati, una Mercedes di vent’anni fa, un’Audi. Da giovane correvo». Usa l’ipod ma glielo caricano gli altri. Non usa il computer. Non gli dispiace, in scena, una manipolazione al femminile del suo corpo. «Già due volte ho assunto un aspetto di donna. Nella Medeacon la regia di Ronconi avevo una sottoveste alla Magnani, tacchi a spillo e gambe con i collant scuri. Ora in Edipo Re diretto da Calenda faccio anche una Giocasta con guêpière, calzature rosse e cosce in vista. In entrambi i casi a torace nudo e villoso, da sembrare un travestito. E confesso che da tempo avrei l’idea di mettermi nei panni delle Sorelle Materassi magari con Carlo Cecchi e con Gabriele Lavia. A loro gliene ho parlato...». Ai saluti, mi fa un regalo, un cenno di versi in lingua lombarda, a riprova dell’amore per i paesaggi piatti. «O pianüra, che te vet driss(o pianura che vai dritto), m’e quei che te sumena (come quelli che ti seminano), el rüsa el ris sota la palta (spinge il riso sotto il fango)...». Una poesia scritta venticinquetrent’anni fa. ‘‘ RODOLFO DI GIAMMARCO © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale