DI Repubblica

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DI Repubblica
Domenica
La
di
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010/Numero 291
Repubblica
l’attualità
Cile, lettere dei minatori dal sottosuolo
OMERO CIAI
cultura
Pamuk e i disegni della vita minima
MARCO ANSALDO e ORHAN PAMUK
Casa
Freud
Il bisnonno, Sigmund
Il nonno, Ernst,
Il papà, Lucian
E infine lei, Esther
FOTO © DAVID DAWSON, COURTESY OF HAZLITT HOLLAND-HIBBERT
“Ecco il ritratto
della mia famiglia”
ENRICO FRANCESCHINI
«H
spettacoli
SIGMUND FREUD
LONDRA
o avuto a lungo un sogno ricorrente»,
confessa la scrittrice Esther Freud, figlia
del grande pittore Lucian Freud, pronipote dell’inventore della
psicoanalisi, Sigmund Freud.
«Sognavo che cercavo una casa, la casa perfetta per me e per la
mia famiglia. In sogno sapevo com’era, come doveva essere fatta, questa casa, ma non riuscivo mai a trovarne una che le assomigliasse, che mi soddisfacesse. Ho smesso di fare quel sogno
quattro anni fa, quando con mio marito e i nostri tre figli siamo
venuti ad abitare qui. Dal momento in cui l’ho trovata nella
realtà, non ho più visto la casa nei sogni».
(segue nelle pagine successive)
C
5.2. 1923
VIENNA IX, BERGGASSE 19
aro Ernst,
oggi t’ho inviato 150 fl. (fiorini, ndt) per zia Mizzi da
parte di Lessa & Kann. Sono contento che tu ti senta bene e sono
convinto che la pausa lavorativa non ti nuocerà in alcun modo. Il
matrimonio di Rosi col mutilato di guerra dott. Waldinger ha avuto luogo domenica in piena tranquillità. Poi da Anna c'è stato un
piccolo ritrovo di famiglia, molto piacevole.
Da lì la giovane coppia è partita per Kehl, per visitare la madre
della sposa. Non è che con questo matrimonio la nostra famiglia
abbia guadagnato una testa di grado di contribuire al suo mantenimento.
(segue nelle pagine successive)
Acrobati della risata contro la censura
DARIO FO e MARIO SERENELLINI
i sapori
Salento magico, cucina d’Oriente
LINO BANFI e LICIA GRANELLO
l’incontro
Branciaroli, battitore libero e felice
RODOLFO DI GIAMMARCO
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Album
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
Sigmund, il bisnonno, inventò la psicanalisi: “Dai vecchi
mobili salta ancora fuori qualche suo foglietto”. Ernst,
il nonno, fu un grande architetto. Suo padre, Lucian,
è uno dei maggiori pittori viventi: “Davvero ha avuto
quaranta figli?”. Lei, scrittrice, qui si confessa:
“Non mi sveglio al mattino pensando al mio cognome”
LE GENERAZIONI
Nelle foto da sinistra, Sigmund Freud con il padre Jacob;
con la moglie Martha Bernays; con il nipote Stephan Gabriel
primogenito del figlio Ernst e (sotto) con Heinz ed Ernst, i bambini
della figlia Sophie precocemente scomparsa; Lucian Freud; i tre figli
di Ernst Freud: Stephan, Lucian e Clement. Infine, i tre figli maschi
di Sigmund da bambini: Oliver, Martin ed Ernst a Berchtesgaden
nel 1902. Qui a destra Lucian e Esther Freud
ENRICO FRANCESCHINI
(segue dalla copertina)
hissà cosa avrebbe commentato il suo celebre bisnonno,
considerato che la casa in cui Esther ha traslocato, ad Highgate, è vicina a quella in cui visse il fondatore della psicoanalisi, ad Hampstead, ora diventata un museo. Una
coincidenza?
Non è lontana nemmeno la casa di Ernst Freud, uno dei figli di Sigmund, a St. John’s Wood, e in fondo anche la casa-studio in cui
abita il figlio di Ernst, il pittore Lucian, a Notting Hill, appartiene alla medesima zona di Londra: la parte settentrionale dell’immensa metropoli,
la più intellettuale, progressista, influenzata e attraversata nel tempo dalla presenza ebraica.
Sigmund Freud arrivò a Londra da Vienna nel 1938, l’anno in cui l’Austria fu annessa al Terzo Reich, mentre nella Germania nazista esplodeva l’antisemitismo, presagio dell’Olocausto e della Seconda guerra mondiale: sarebbe morto appena un anno più tardi, nella capitale britannica. Suo figlio Ernst Ludwig Freud era un affermato architetto a Berlino,
quando nel 1933 sentì che l’aria era pericolosamente cambiata e precedette il padre a Londra, dove ricominciò subito a lavorare con successo:
fu lui a restaurare la casa di Hampstead in cui si trasferì Sigmund, quella
che adesso è un museo. Ernst morì trent’anni fa. In Germania gli erano
nati tre figli, di cui due maschi, uno dei quali, Clement, deceduto a Lon-
C
I RITRATTI
Al centro Esther
Freud ritratta
dal padre Lucian
In copertina:
Lucian Freud
intento a ritrarre
il nipote Albie,
uno dei tre
figli di Esther
di cui, sulla destra,
si intravede
una gamba
Il dipinto si trova
nella casa
di Esther Freud,
a Londra
Esther Freud, ritratto di famiglia
dra lo scorso anno, è stato un uomo politico e notissimo commentatore
radiofonico nel Regno Unito; l’altro, Lucian, nato a Berlino nel 1922, immigrato in Inghilterra con i genitori quando era undicenne, è considerato uno dei maggiori pittori viventi. I suoi quadri di parenti, amici, personalità dello spettacolo, della moda, dell’alta società, spesso ritratti nudi,
distesi su un letto o su un divano, a tinte fosche, cariche di drammatico
erotismo, sono un’icona dell’arte contemporanea.
L’erotismo che lo contraddistingue non si limita al suo atelier di artista, dove quando è al lavoro rimane chiuso per ore, giorni, indossando
un lungo grembiule da macellaio macchiato di vernice, e talvolta poco
altro sotto di quello. Lucian Freud ha pure fama di insaziabile dongiovanni, o predatore secondo i maligni. La leggenda afferma che ha avuto
quaranta figli, all’incirca da altrettante donne. Mesi fa lo incontrai a un
party della Londra bene: c’erano l’attrice Christine Scott Thomas, il cantante Brian Eno, tanti vip, ma la vera star della serata era lui, che a ottantotto anni si aggirava silenzioso fra gli invitati, sguardo rapace, camicia
di fuori e cravatta penzolante, seguito da una giovane donna che gli andava dietro come un cagnolino.
«Quaranta figli?», sorride Esther, che è una di loro. Non pare imbarazzata, casomai divertita. «Non saprei il numero esatto. Di certo siamo tanti. Con molti mi sono incontrata, con alcuni abbiamo creato un bel rapporto. Ma sono consapevole che ve ne sono altri di cui nemmeno conosco l’esistenza. Penso che ci incontreremo tutti soltanto dopo la morte di
mio padre, davanti a un notaio, alla lettura del testamento».
Esther Freud ha praticamente conosciuto suo padre soltanto dopo
avere compiuto sedici anni. Sua madre ebbe una breve relazione con Lu-
cian: «Non stavano già più insieme quando io sono nata», ricorda. «Da
piccola andavo a trovarlo un paio di volte l’anno. Ma solo quando sono
cresciuta abbiamo cominciato a frequentarci regolarmente e a sviluppare un vero rapporto padre-figlia». I suoi due romanzi più famosi hanno una forte chiava autobiografica: Innamoramenti (pubblicato in Italia
da Voland) è la storia di una sedicenne che impara a conoscere il padre;
e Marrakech(di prossima uscita per la stessa casa editrice) è il ricordo del
tumultuoso viaggio e delle impreviste avventure in Marocco, negli anni
Sessanta dei figli dei fiori, di una bambina di cinque anni con la madre,
proprio come accadde a lei da piccola. Un libro, quest’ultimo, che in Gran
Bretagna la fece entrare nella classifica dei «venti scrittori giovani più promettenti» stilata dalla rivista Granta.
Nonostante i suoi successi nella narrativa e il matrimonio con un affermato attore inglese, David Morissey (l’interprete di Basic Instinct 2accanto a Sharon Stone), Esther è abituata a suscitare curiosità per il suo cognome. «Del mio bisnonno, naturalmente, ho solo sentito parlare», racconta. «E neanche molto. Mio padre aveva diciassette anni quando Sigmund Freud morì. Si ricorda del nonno, ma ne parla di rado. Dice che era
buffo, divertente. Tirava i denti a lui e ai suoi fratelli, quando erano bambini, per gioco. Scherzava volentieri, almeno con loro. Non so quanto il
nome Freud abbia pesato su mio padre, se e quanto si sia interrogato sul
nonno. Una volta mi disse di avere scoperto un foglietto di carta, apparentemente nascosto in un vecchio tavolo che era stato nella casa di Sigmund e poi era finito nella sua. C’era scarabocchiato qualcosa in tedesco, mio padre lo fece tradurre pensando che potesse contenere un messaggio, magari, fantasticava, le ultime parole di Freud sulla psicoanalisi,
FREUD PER TUTTI A PORDENONELEGGE
È dedicato all’ultimo romanzo di Esther Freud,
Innamoramenti (Voland), l’incontro che la scrittrice
londinese terrà sabato 18 settembre
(ore 19, Palazzo Montereale Mantica) all’11esima
edizione di pordenonelegge.it, la “Festa del Libro
con gli Autori” in programma dal 15 al 19
come sempre a cura di Gian Mario Villalta,
Alberto Garlini e Valentina Gasparet.
Ma quest’anno il festival di Pordenone dedica
anche un percorso alla “liberazione”
delle opere di Sigmund Freud dai diritti esclusivi,
a settant’anni dalla morte. Curato da Enzo Golino,
approfondirà gli scenari editoriali nella nuova corsa
al “Freud per tutti”. Fra gli ospiti Antonio Alberto
Semi, Anna Oliverio Ferraris, Ernesto Franco,
Renata Colorni, Renzo Guidieri, Cesare Viviani
Fra i protagonisti di pordenonelegge.it anche
Ben Jelloun, Evtushenko, Giorello, Hack, Le Bris,
Ondaatje, Pahor, Scalfari, Schine, Schmitt,
Shishkin, Spiegelman, Steiner,Taibo II
(Info: www.pordenonelegge.it)
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DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
“La scuola intontisce”
SIGMUND FREUD
(segue dalla copertina)
n realtà non crediamo alla possibilità di una visita a Vienna da
parte di Oli e di Henni, anche se li vedremmo volentieri. Il mio
viaggio per il matrimonio a Berlino è infatti molto incerto.
Se devo ritagliarmi tre mesi di ferie, qui non posso perdere nemmeno un giorno per la carriera.
A casa tutto bene. Anna è senz'altro molto allegra, benché nel
suo futuro non veda nulla di ciò che desidera. Heinele cresce bene, in generale ci si chiede se la scuola riuscirà a intontire anche
questo bambino. Harry si sta riprendendo dall'itterizia per
un'influenza.
L'ultima foto di Henni con Gabriel non era buona, mostra
una decadenza dell'arte di Oli. Quanto a Michael, in lui non
c'è ancora nulla di autentico.
Per il resto Vienna è molto ripugnante.
Cari saluti a te e, tramite te, a Lux
Tuo padre
I
(Traduzione di Alessandra Henke
Trascrizione di Harald Toniatti. Si ringrazia
per la collaborazione l'Archivio di Stato di Bolzano)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
LA LETTERA RITROVATA
Il testo della lettera scritta da Sigmund Freud
al figlio Ernst nel febbraio del 1923
e ritrovata da Esther Freud nella sua casa di Londra
dall’aldilà: invece era solo una lista della spesa, o qualcosa del genere,
senza importanza, e probabilmente nella fessura del tavolo ci si era ficcato per sbaglio».
Lucian non ha nulla del nonno, secondo sua figlia. «Ne è l’antitesi. Sigmund è lo scopritore dell’inconscio, fruga nei significati reconditi dietro
ogni nostra azione. Mio padre è l’uomo più istintivo che io conosca. Per
questo non si può criticare il suo comportamento privato, con le donne o
con altri: tutto quello che fa, lo fa a pelle, di getto, con incredibile naturalezza. Mio padre non ha mai fatto analisi, non è mai stato da uno psicoterapeuta, non è il tipo». La sessualità, però, è stata un tema al centro degli
studi di Freud ed è un elemento cruciale anche dei quadri di Lucian. «È vero. Ma le confido un curioso aneddoto su mio padre. In uno solo dei miei
romanzi ci sono pagine di sesso, che descrivono esplicitamente una coppia che fa l’amore. Poiché il protagonista è un artista, lo diedi da leggere a
mio padre, per sapere se il personaggio era realistico. Mi disse che l’artista andava benissimo, ma che le scene di sesso, secondo lui, erano troppo esplicite, e non aggiungevano nulla alla storia. Suggerì di tagliarle».
Esther è stata a casa di Sigmund Freud solo dopo che l’edificio era diventato un museo. «La prima volta mi ha fatto un effetto strano. La sentivo estranea e familiare al tempo stesso. Non sono una che si sveglia al
mattino pensando: mi chiamo Freud. Eppure, in quella casa, provai un
brivido». Ernst Freud morì quando lei era una bambina di sette anni:
«Credo di averlo visto in tutto un paio di volte il nonno. Più tardi visitai la
nonna, nella casa di St. John’s Wood, volevo sapere di più su di loro, e sul
padre di Ernst, su Sigmund. Il genio, e la sregolatezza che spesso l’accompagna, forse si sono tramandati saltando una generazione, nella nostra famiglia: da Sigmund a mio padre Lucian, saltando Ernst, che era un
architetto stimatissimo ma una persona molto ordinata e regolare, proprio come me. Mio nonno avrebbe potuto essere un ottimo rabbino, se
fosse stato religioso, senonché suo padre, Sigmund, aveva respinto totalmente la fede e la religiosità, e i figli sono cresciuti alla stessa maniera».
Nella casa di Highgate, Esther apre un cassetto, estrae un vecchio quaderno: elenchi di nomi, appunti sparsi, il menù di una cena del 1928, vergati con bella calligrafia da suo nonno Ernst. Dalle pagine ingiallite salta
fuori un foglietto piegato a metà: «Una lettera di Sigmund Freud a suo figlio Ernst, avevo dimenticato di averla, non so nemmeno cosa ci sia scritto, né ricordo come l’ho avuta». Cerca di tradurre qualche parola, con il
poco di tedesco che ha imparato: una lingua che ha voluto studiare, un
legame anche quello con il bisnonno, con il passato. Alle sue spalle, appesa al muro, c’è una grande fotografia: ritrae suo padre Lucian che sta
facendo il ritratto a suo figlio Albie. In un angolo della foto si intravede un
piede, una gamba: «È la mia, ero seduta per terra nello studio di papà, a
Notting Hill, stavo leggendo l’Hobbit a mio figlio, per distrarlo nella lunga seduta di posa». Si sofferma in silenzio a guardarla. È il ritratto di suo
padre, grande pittore? O di suo padre che ritrae suo figlio, il più piccolo
dei Freud, sebbene porti il cognome del padre? Oppure il vero soggetto
dell’immagine è quello fuori quadro, è quello che guarda non visto dall’esterno, è lei, Esther Freud? «Forse è il ritratto di tutti e tre. Non capita
spesso che più generazioni della nostra famiglia si ritrovino insieme, nella stessa casa». Casa Freud. La casa che Esther infine ha trovato, e che ha
smesso di sognare.
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34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
l’attualità
I minatori cileni
Le lettere: “Non voglio dirti bugie, ma non so se ce la faremo
a sopravvivere”. I graffiti sulle rocce: “Resisti, papito querido”
E poi le foto dei figli, e le dediche inviate a settecento metri
di profondità. A un mese dal crollo della miniera di San José,
i trentatré uomini rimasti intrappolati nelle viscere della terra
si aggrappano alla vita. Anche con le parole
Quei messaggi dal sottosuolo
OMERO CIAI
ara moglie non so
per quale ragione
non sono ancora
impazzito, dormiamo sul fango, qui intorno è tutto bagnato, non abbiamo magliette, solo pantaloni e stivali, è tutto
buio, ho la gastrite, siamo stati quindici
giorni mangiando un cucchiaino di tonno ogni quarantotto ore aggrappandoci
alla vita, gli altri giorni solo acqua…». E
un altro: «Non ti dirò bugie, qua sotto
stiamo malissimo, è pieno d’acqua, sopra di noi la montagna si muove e se ci
fosse un altro crollo non avremmo molto spazio dove scappare. Cerco di essere
forte ma non è facile. Quando mi addormento a volte sogno di essere in un forno
e quando mi risveglio mi ritrovo imprigionato in questa oscurità eterna che
ogni giorno mi sfinisce. Sopravviverò
per voi, fino alla fine, ma non raccontare
nulla di tutto questo a nostra figlia».
Erano le prime, drammatiche lettere,
che dall’inferno raggiungevano i familiari dei trentatré minatori sepolti a settecento metri sottoterra. Foglietti di carta stropicciati scritti in stampatello, al
buio, da dita tremanti. Oggi, ad un mese
dal crollo che li ha intrappolati in fondo
alla galleria e a due settimane da quel foglietto che riemerse con la prima sonda
dalle viscere della Terra («Estamos bien
en el refugio los 33»), la situazione è un
po’ migliorata. Le comunicazioni fra i
minatori e i familiari si svolgono ancora
per lettera, hanno parlato al telefono solo una volta e per pochi secondi, ma dai
video che il governo distribuisce alle tv è
evidente che stanno meglio. Hanno ricevuto magliette pulite e scarpe di gomma contro il fango, da giorni si alimentano bene e, con le torce a pile, hanno un
po’ di luce. Dormono su delle brandine
leggere che hanno ricevuto smontate a
pezzetti e da rimontare.
Vicino all’ingresso della miniera, do-
FOTO LORENZO MOSCIA
«C
MINIERA
DI SAN JOSÈ
ve ci sono le sonde, da qualche giorno c’è
un piccolo ufficio postale. Alla sera, prima del tramonto, una alla volta le famiglie vengono chiamate. Ricevono le lettere scritte quel giorno dai minatori e
consegnano quelle che hanno scritto loro, che verranno spedite là sotto durante la notte. È un ciclo vitale. Alcuni minatori scrivono anche quattro o cinque lettere al giorno. Mantengono i contatti
con tutti: mogli, figli, parenti vicini, parenti lontani. Nel weekend l’ufficio postale s’affolla, c’è la fila. Ieri Jessica Yañez
ha ricevuto tre lettere dal marito Esteban
Roca. Ma non erano per lei, Esteban le ha
scritte per i loro tre figli, ormai grandi.
Jessica è una delle mogli che non ha mai
lasciato la miniera fin da quel drammatico 5 agosto. «Preferisco dormire qui, a
casa non ci riesco», ci dice. Ha una piccola tenda dietro il prefabbricato che
serve da refettorio e cucina. In quelle più
grandi montate dall’esercito per i familiari cento metri più su non c’è mai andata. Jessica è la donna che ha ricevuto
dal suo compagno la promessa di matrimonio nella prima lettera spedita da sottoterra: «Viviamo insieme da venticinque anni ma non ci siamo mai sposati in
Chiesa perché non avevamo i soldi per la
festa, il ricevimento…». E adesso?: «Speriamo», risponde Jessica. «Beh — prova
a rincuorarla la sorella — Esteban ormai
lo ha detto a tutto il mondo, mica può ripensarci, ci sarà tutta la stampa cilena al
loro matrimonio quando risorgerà da là
sotto». Qualche minatore è già un caso
internazionale. Dopo Mario Sepulveda
e Mario Gomez, i più anziani che hanno
guidato il gruppo e hanno messo la faccia nei primi video girati sottoterra, ora
tocca a Yonni, il bigamo. Tutta colpa di
quel maledetto documento che i minatori hanno ricevuto dall’assicurazione.
Per riscuotere i premi hanno firmato un
facsimile dove hanno dovuto specificare a chi andava consegnato l’assegno.
Per prendere quello di Yonni si sono presentate due donne: la moglie e l’amante.
Una all’insaputa dell’altra. Ora tutte e
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
LE TAPPE
L’INCIDENTE
I PRIMI CONTATTI
IL CIBO
LE OPERAZIONI
LE FAMIGLIE
Il 5 agosto
crolla una parte
della miniera d’oro
e rame di San José,
nel deserto
di Atacama, in Cile:
33 uomini restano
intrappolati a 700
metri di profondità
Passano due
settimane prima
che le sonde
localizzano
i minatori:
il 22 agosto
la webcam
restituisce
le loro immagini
Il 30 agosto
i minatori ricevono
i primi pasti caldi:
brodo di pollo
in bottigliette
di plastica e pollo
I medici: hanno
bisogno di 2000
calorie al giorno
Il 31 agosto
iniziano i lavori
di scavo per salvare
i trentatré minatori
Secondo gli esperti
saranno portati
in superficie
non prima di metà
novembre
I familiari
dei minatori si sono
accampati
sulla superficie
della miniera
per cercare di stare
vicini ai propri cari
Un’attesa lunga
e disperata
‘‘
due l’aspettano per suonargliele, quando sarà di nuovo libero. Insieme alle lettere dei familiari i minatori ricevono anche fotografie con dedica. Collabora la
comunità dei fotografi. È una delle cose
che i parenti chiedono più spesso. Le ragazze si fanno fotografare con i figli piccoli in braccio vicino alla miniera, prendono l’autobus, tornano a Copiapò,
stampano la foto e ci scrivono sotto una
dedica. Poi, il giorno dopo, tornano su e,
grazie alla sonda, la buttano settecento
metri sottoterra. Qualcuna ci aggiunge
anche un braccialetto o un fiore. Un segno d’amore.
Con il trascorrere dei giorni l’area intorno alla miniera è stata riorganizzata.
All’inizio era anarchia pura. Tutti parlavano con tutti. Ora intorno alle tende dei
familiari c’è un posto di blocco come prima della zona dove ci sono le sonde, l’ufficio postale, e le macchine perforatrici.
Autorizzati a parlare con i giornalisti sono solo il capo delle operazioni di soccorso e il ministro delle miniere. Ogni
giorno conferenza stampa all’aperto,
sempre puntuali, alle 13,15 ora locale.
Ma avvicinare i familiari resta facilissimo, nessuno di loro rispetta le regole e
vanno nella zona chiusa delle tende solo
quando sono stanchi. Verso mezzogiorno mangiano tutti insieme sotto il prefabbricato accanto alla sala stampa, un
tendone con cinque grossi tavoli. L’ultima parte della strada che sale verso l’imbocco della miniera è un reliquiario. Parenti e amici dei minatori lasciano messaggi sulle rocce. Prima le graffiavano,
adesso si portano gessetti e spray per
scrivere. «Ti aspettiamo». «Resisti». «Ab-
LE IMMAGINI
In alto a destra,
il modulo
che la compagnia
assicurativa
ha chiesto
ai minatori
intrappolati
di firmare
Accanto, alcune
delle lettere
che i trentatré
minatori
sono riusciti
a far arrivare
ai propri familiari
attraverso
una sonda:
quella al centro,
parzialmente
tradotta in basso,
è stata scritta
il 27 agosto
Nella pagina
accanto
(da sinistra)
gli altarini
e i messaggi
scritti dai parenti
su rocce
e bandiere
In basso,
i sorrisi e i gesti
di vittoria
dei minatori
in occasione
di un video girato
il 1 settembre
e poi trasmesso
in televisione
Cara moglie...
...ti ringrazio delle preghiere. Qui sotto dormiamo sul fango, è tutto bagnato. Non abbiamo
magliette, solo pantaloni e stivali. Il buio, la solitudine non mi hanno fatto impazzire
Ho le bolle sul corpo, la gastrite, mi si vedono le costole, siamo stati quindici giorni
mangiando un cucchiaino di tonno ogni quarantotto ore, aggrappandoci alla vita...
biamo fiducia in te». I ragazzini scrivono
grandi fogli colorati che poi appendono
sotto una bandiera del Cile e che iniziano con «Papito querido». Quasi per ogni
minatore ci sono altarini improvvisati
che cambiano e s’arricchiscono di giorno in giorno. Ci sono foto di loro più giovani, ricordi di quando erano ragazzi,
immagini di feste, matrimoni. Una
mamma ha appeso la foto del figlio in
guantoni, quando provava a fare il pugile prima di diventare minatore.
È uno scenario che con il passare del
tempo scatena anche paradossali invidie e gelosie. Molti qui sono convinti che
le famiglie dei minatori diventeranno
ricche grazie a questa tragedia, alle donazioni, alla solidarietà e alle esclusive
stampa e tv quando i loro cari riemergeranno dalla miniera. E così spuntano cugini di terzo grado che nessuno in famiglia ha mai visto. O il figlio avuto da adolescente da un’altra donna, ormai grande e mai più incontrato. Chi sfiora la
morte senza che questa se lo porti via, finisce per dover fare con largo anticipo i
conti con il suo passato.
Ogni sera, quando scende il tramonto, il campo intorno alla miniera si svuota. Il freddo punge e s’accendono fuochi.
Alcune mogli, le più anziane, come Lily e
Jessica, restano insieme al turno dei tecnici che seguono lo scavo del tunnel. Domani è un altro giorno, arriva un’altra
macchina perforatrice, la terza. Nuove
speranze: facciamo più in fretta, raggiungiamoli prima. Magari in due o tre
settimane e non a metà novembre come
previsto in un primo momento. Chissà.
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36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
CULTURA*
Avrebbe voluto fare il pittore, o l’architetto, e oggi
il Nobel per la letteratura finalmente si prende divertito
la sua rivincita. Nel nuovo libro appena uscito
in Turchia ha raccolto immagini di Istanbul, vecchie foto, progetti di stesura
dei suoi romanzi più celebri. Ma soprattutto brevi racconti di vita
accompagnati da disegni, schizzi e caricature. Eccone alcuni
MARCO ANSALDO
N
ISTANBUL
ella grande stanza dove
Orhan Pamuk lavora, a
Istanbul, con la finestra tripla che si affaccia sul Bosforo e il piccolo terrazzo che pare incastonarsi fra i due minareti della moschea di
fronte, c’è un nuovo tavolo. È addossato alla finestra di sinistra, quasi davanti alla
scrivania lunga dove il premio Nobel per la
letteratura ha scritto tanti dei suoi capolavori, da Neve ad Altri colori. Sebbene sia
I DISEGNI
Appunti, progetti
di stesura dei romanzi
e disegni fatti a mano
dallo stesso Pamuk
a corredo dei racconti
Pamuk
Le mie storie fatte a mano
nuovo, sembra già conformarsi all’aria vissuta dei mobili intorno. E sopra un panno
verde consumato ci sono, buttati accanto,
un astuccio pieno di matite colorate, una
serie di quaderni spessi dalla copertina dura che formano quattro piccole pile.
«Puoi pure curiosarci dentro», dice Pamuk, che spunta dalla cucina con una tazza di tè bollente in mano. Ma dentro — sorpresa — non ci sono testi. Quelli stanno
sulla sua agendina nera, al centro della
scrivania grande, dove il romanziere turco annota, giorno per giorno, le cose che
vede e intende poi fissare sulla carta. Ci
stanno invece dei disegni, alcuni a penna,
altri a colori, pieni di sbaffi e di sbavature
da acquerello. Per lo più sono prove: uno
stesso soggetto — ad esempio una montagna dalla forma tozza a Rio de Janeiro — riprodotto per pagine e pagine, alla ricerca
dell’effetto voluto. Non tutti sono perfetti,
ovviamente. Pamuk lo sa, e si prende in giro, quando a lato della “montagna sacra”
massacrata dalla pioggia brasiliana annota in inglese con un breve verso autoironico: «Ma che meraviglia sono questi dipinti, disse Kiran (Kiran Desai, la scrittrice indiana vincitrice del Booker Prize che è la
sua fidanzata, ndr.), mentre sedeva nella
stanza ormai ubriaca».
I disegni invece più azzeccati, i progetti
di stesura dei suoi romanzi, le immagini
che ritraggono Istanbul, le foto che mostrano l’autore in azione mentre intervista
alcuni soggetti per formare le storie destinate a diventare Il mio nome è rosso oppure Il libro nero, sono entrati adesso accanto a molti testi nel suo nuovo libro da poco
uscito in Turchia. Il titolo, Manzaradan
Parçalar (edito come sempre da Iletishim), Pezzi di panorama (sottotitolo: Vita, strade, letteratura) sembra nato proprio qui, su questa terrazza prospicente il
mare che divide l’Asia dall’Europa, mentre quattro piani più sotto, nel quartiere
colorato di Cihangir, la vita di Istanbul corre sfrenata fra le urla dei venditori di simit
(le ciambelle di pane al sesamo) e le chiacchiere che si rincorrono fra i tavolini dei
bar all’aperto.
Pamuk ha sempre detto di aver desiderato fare il pittore e l’architetto, prima di
dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, come fece dai ventuno anni in poi. Un’affermazione che si evince chiaramente dai titoli di quasi tutti i suoi libri, quasi nessuno senza il nome di un colore, e anche dall’impalcatura complessa dei suoi impianti narrativi, costruiti in trame fitte e interconnesse. Così, questa volta lo scrittore
ha preso i pezzi brevi e gli articoli scritti dai
suoi esordi a oggi, alcune belle interviste
come quella con il critico e intellettuale
Murat Belge, svariati scatti in bianco e nero fatti dal grande fotografo Ara Guler, e ha
riorganizzato tutto in questo libro di 563
pagine, che in Italia e altrove, spiega Pamuk, «verrà pubblicato solo fra sei o sette
anni», perché ancora diversi sono i romanzi dello scrittore turco pronti a uscire
nel prossimo lustro nelle cinquantotto
lingue in cui il Nobel oggi è tradotto in tutto il mondo. Ci sono racconti risalenti agli
anni Novanta dati a quotidiani e settimanali turchi, del tutto inediti all’estero. Piccole storie, come quelle pubblicate qui a
fianco, intitolate In ascensore, Un piccolo
taglio. Pezzi corredati ognuno dal proprio
disegno, fatto a mano dallo stesso Pamuk,
che si è voluto divertire nel caricaturizzare i bottoni di un montacarichi, il letto
sfatto di un insonne divorato la notte dagli insetti, o il volto ferito per l’incauto uso
del rasoio a mano. Altri sono invece completati da schemi e scalette di capitoli, o da
immagini scattate nel lavoro preparatorio che Pamuk compie sempre a livello
iconografico prima di mettersi a tavolino
(anzi, alla scrivania lunga). La foto più bella, naturalmente, è andata in copertina,
ed è anche questa inedita, opera del fotografo Manuel Citak. C’è un Pamuk più
giovane di oggi (lo scatto è del 2000), che
in un bar di Kars, l’ultima città prima del
confine con l’Armenia, intervista con un
registratore poggiato su un ripiano un ragazzo del posto per un libro che diverrà un
grande successo internazionale, Neve.
Evocativo di un colore, naturalmente, anche senza nominarlo.
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DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Un piccolo taglio
ORHAN PAMUK
entre mi radevo, mi sono tagliato di nuovo.
Questa volta poco sotto il labbro. Il taglio è
pure profondo: appena mi sono tagliato è
subito sgorgata una goccia rossa. Un piccola sfera di
sangue in cui si riflette il lampadario del bagno, una
pallina rossa che si allarga lentamente. L’ho lavata via e non è rimasto nulla. Il mio viso è sempre lo
stesso. Nessuno si accorgerà di nulla, questa è la
mia solita faccia.
È in momenti simili che uno capisce che la vita è fatta di costanti e che davvero poche sono
le cose mutevoli. Anzi, forse è proprio la piccola ferita durante la rasatura che ci insegna
l’urgenza delle costanti. Nient’altro importa: c’è solo il labbro che sta sanguinando.
Lascia perdere, cerca di pensare ad altro.
Prendo l’aliscafo o il dolmus? Mangio
un toast al formaggio o il pollo arrosto?
Tra poco sentirò sulla mia pelle il profumo e la freschezza della mia camicia
pulita. L’acqua fredda è un vero toccasana per tutto. L’acqua fredda… Acqua fredda,
acqua fredda che fai scorrere veloce il sangue nelle
mie vene, ti butto sul mio viso. La mia camicia, il mio
M
tavolo, la mia sedia… adesso vi faccio vedere come
scendo le scale. Ad attendermi ci sono i marciapiedi,
gli autobus, le strade, la vita.
Eppure la carne appena sotto il mio labbro continua a sanguinare.
I bottoni si staccano di continuo dai vestiti, ho i calzini bucati, mi dimentico di rispondere alle telefonate, sono sempre in ritardo per farmi perdonare… poi
giro l’angolo e bum, vi urto.
Ricominciamo da capo. Il rubinetto. Il lavandino.
Lo specchio. Un mondo fatto di volumi e di cose. Se
avessi saputo che sarebbe andata così, sarei stato più
attento.
Non voglio che mi esca sangue. Voglio che restino
dentro di me i demoni, i sogni selvaggi, le oscure tempeste.
Guardatemi: stringo il rasoio dal manico intarsiato
con la stessa sicurezza di un grande chirurgo, il rasoio
dalla lama sottile e affilata con cui tutte le mattine opero sul mio viso, con gesti precisi e misurati, senza mai
far uscire una goccia di sangue.
Come vedete, sono un uomo: in tasca le chiavi e gli
spiccioli, ai piedi delle scarpe dignitose, e vicino al labbro un puntino di sangue coagulato.
Aspettate, dò una sistemata anche alle vostre vite!
Se vi manca qualcosa provvedo subito e risolvo i vostri guai in un baleno: qui dev’essere così, fate questo,
non fate quello, pensate una cosa, dimenticatene
un’altra, ecco.
Sì, lo so, mentre mi facevo la barba stamattina, la camicia fresca di bucato con il colletto bianco, voi vi siete accorti del cambiamento sul mio labbro, io evidentemente no.
Del resto se fossi stato uno che fa caso a simili inezie, pensate che mi sarei tagliato?
(Copyright Orhan Pamuk 2010
Traduzione di Barbara La Rosa Salim)
I RITRATTI
Nella foto grande,
un’immagine di Istanbul
Nelle altre, alcuni scatti
che ritraggono Pamuk
bambino e adolescente
pubblicati
in Manzaradan Parçalar
In ascensore
ORHAN PAMUK
o ele mie borse di plastica in mano ce
ne stavamo lì, cose tra le cose, per
conto nostro, ignari di noi stessi e del
mondo attorno, quando a un tratto le
porte dell’ascensore si aprirono.
Capita a volte che voi ve ne stiate per i
fatti vostri, dimentichi di tutto e tutti,
quand’ecco che si aprono le porte all’improvviso e…
Una bella donna. Aspetta: una bella
donna? Nemmeno di questo siete certi.
Avete intravisto il suo corpo di profilo
per un attimo, di sfuggita. Il suo viso poco più che una fantasia, o forse neanche
questo. L’esperienza vi rende dubbiosi,
l’esperienza di vita e di viaggi in ascensore: forse non è nemmeno una bella
donna. Forse l’avete soltanto immaginata. Ma anche se l’ascensore è inebriato dal suo profumo, voi pensate alla vostra vita.
Che piano?
Nel rispondere avete tenuto gli occhi
sulla pulsantiera, non sulla donna.
I
IL LIBRO
La foto di copertina
di Manzaradan Parçalar,
il volume da poco uscito
in Turchia edito da Iletishim,
è opera di Manuel Citak:
ritrae un Pamuk più giovane
di oggi (lo scatto risale al 2000),
che in un bar di Kars, al confine
con l’Armenia, intervista
un ragazzo del posto
per un libro che diventerà
un suo grande successo
internazionale: Neve,
pubblicato in Italia da Einaudi
La sua mano, la sua mano che sembra
provenire da un’altra galassia, ha premuto prima il pulsante del vostro piano.
Ognuno ha le proprie mani — unghie
lunghe e curate — ognuno ha la propria
vita.
Da dentro queste vite, loro vi guardano e fantasticano sulla vostra. Un uomo.
Un estraneo.
Ecco cosa sono. Ormai ci ho fatto l’abitudine a essere “un uomo”. L’imbarazzante silenzio degli ascensori non mi
mette più a disagio: ho smesso di dirmi,
come ai tempi del liceo e dell’università,
adesso bacio la persona che c’è con me
oppure la uccido. Invece mi sottometto
umilmente alle regole del mondo e dell’ascensore. Tutti i piani a uno a uno,
tante porte e tante vite, tutte simili tra loro.
Mi è venuto in mente tutt’a un tratto:
come ho fatto a non pensarci prima! Devo dare un’occhiata all’orologio. Ho sollevato il braccio, con un gesto deciso ed
elegante ho piegato il polso. Il mio orologio è un Rolex, ma non importa.
Io sono un bell’uomo, mamma mia
che ore sono? Sono un uomo molto impegnato. O almeno è così che mi atteggio. Prego, guardatemi: vediamo che ore
sono, sono così indaffarato! Ecco. Mi
perdoni bella signora, non è a lei che
penso, mi sono perso a riflettere su questioni importanti come il destino del
mondo e il senso della vita. Guardo l’ora
— mi state guardando? — e mi chiedo se
riuscirò ad arrivare in tempo per i miei
importanti impegni. Magari adesso il
mio telefono sta squillando e dall’altro
capo del filo c’è il presidente del consiglio. Forse fantasticherete che ho un allevamento di cavalli. Forse avete intuito
che ho avuto una vita tragica e avventurosa. Ma nelle borse che ho in mano ci
sono solo: un chilo di mele, un chilo di
arance, mezzo filone, del tonno in scatola e due libri nuovi. No, questi non li
avrà visti di certo. Però una cosa l’avrà
senz’altro notata: io in ascensore non
voglio dar fastidio a nessuno, per questo
non guardo le belle donne in viso.
Se tutti fossero sensibili come me il
mondo sarebbe diverso.
Eppure, stare qui con voi, con voi in
ascensore, senza dire una parola, rende
la vita, come dire?, un po’ bizzarra. Sarà
per questo che, all’ultimo momento,
proprio mentre esco dalla porta, rivolgo
a voi, proprio a voi, uno sconsolato:
“Arrivederci”.
(Copyright Orhan Pamuk 2010
Traduzione di Barbara La Rosa Salim)
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38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
SPETTACOLI
Nino Taranto tra mille equivoci guida la rivolta contro zie, presidi di scuola
e ammuffiti libri di testo. Macario, al trampolino di lancio, autocensurandosi
bersaglia di gag i deliri fascisti. Il festival di Venezia riscopre
la dura vita della comicità durante il Ventennio. Pellicole, scenette e attori
che apriranno la strada alla commedia all’italiana
MARIO SERENELLINI
C
VENEZIA
ovava sotto l'orbace. Una volta una battuta, un'altra
una canzonetta. Sotto il controllo occhiuto del regime, il rigetto prorompeva in risate, ancora a denti
stretti, in ammicchi, allusioni, doppi sensi, in prosa o
in rima. Canzoni-canzonatura, dialoghi cifrati, piroette verbali, su
cui immancabilmente piombava la censura, non di rado con la coda di paglia, pronta a sfumare, annacquare, azzerare. Il risveglio
dell'intelligenza, e comunque della dignità, nell'Italia del letargo
fascista, ha dato i primi segnali, come sempre, sul fronte satirico: i
fogli umoristici, le scene del varietà e della rivista e, più sommessamente, i fllm comici, sporadici e intimiditi sugli schermi messi in cornice dai “telefoni bianchi”. Telefoni bianchi degli anni
neri: l'Italia finta, di bambagia, costruita da una propaganda allora non ancora televisiva cui, fuori schermo (allora già piccolo, quanto a credibilità), faceva da controcanto l'Italia reale,
assuefatta al potere, a testa bassa, stracciona o arrogante e
volgare, con le istituzioni-spauracchio e la giustizia con due
pesi e due misure. Una realtà sociale che, tra alibi del paradosso comico e abili sotterfugi, è riuscita a far capolino al cinema, sotto la cappa del consenso del Ventennio nero e poi
agli albori del Trentennio bianco, come lo definiva Pasolini.
Un sintetico campionario è fornito da un tris d'assi nella retrospettiva sulla risata made in Italy del secolo scorso, La situazione comica, organizzata fino all'11 settembre alla Mostra di Venezia dalla Cineteca Nazionale di
Roma con la collaborazione dell'Immagine Ritrovata
di Bologna e della Cineteca Italiana di Milano. Sono tre
tappe illuminanti del rapporto cinema-censura in
Italia o, più in generale, delle vittorie della risata pu-
SUL GRANDE SCHERMO
Le locandine di Totò
e Carolina di Mario Monicelli
(1955) e Imputato alzatevi!
di Mario Mattoli (1939)
Nella pagina accanto, alcune
scene dei film presentati
a Venezia nella retrospettiva
sulla risata made in Italy
del secolo scorso:
tra i protagonisti, Nino Taranto
Quando cinema e varietà
sbeffeggiavano il regime
ra e semplice (cioè complice) contro la ridicola ottusità degli editti
di turno: sono Imputato, alzatevi! (1939) di Mario Mattoli, 6x8/48Tutta la città canta (1943-45) di Riccardo Freda, Guardie e ladri
(1951) di Mario Monicelli e Steno, film perseguitato da tagli e proteste, come il successivo Totò e Carolina, per le presunte offese al corpo di polizia, visto per la prima volta senza retorica patria.
Tre diversi decenni, con relativi condizionamenti politici, tre titoli di diverso valore artistico, di cui la rarità assoluta è il film di Freda, recuperato e appositamente restaurato dalla Cineteca milanese. Primo e unico tentativo di «musical spaghetti», come ironizzava
l'autore, allora agli esordi, poi re dell'horror e del cinema di genere,
6x8/48-Tutta la città canta è un carosello d'equivoci per un'eredità:
la Miniera d'oro, che non è un giacimento ma una scalcinata compagnia di rivista, sepolta dai debiti. Il perno è Nino Taranto per la prima volta protagonista, un Monnsù Travèt del Sud con bombetta alla Totò, tartassato in casa dalle zie e a scuola dal preside: spazzolone
umano (in una delle sequenze più surreali), supplente di geografia
mentre sa tutto di fisica (e dunque s'inventa una personalissima
«geo-fisica»), darà scacco matto a persecutori e profittatori, inermi
davanti al suo frac musicale che intona Ciribiribìn, assecondato nella riscossa dalla “Miniera” di comici e ballerine, tra cui i tre Bonos,
versione-spaghetti dei fratelli Marx. Un finale riscatto, un respirone
di Liberazione, che vede ridicolizzate le autorità del molto allegorico «Istituto di Severità e Cultura», che nella scelta dei libri di testo precetta le edizioni con le tavole non a colori ma severamente in bianco e nero. In 6x8/48, dalla fabbricazione tormentata (interrotto dopo l'8 settembre 1943, completato con un cast dimezzato o cambiato: l'attrice ingrassata, alcuni attori morti, altri al nord con i Repubblichini), la rivolta contro un regime a rotoli diventa una sfida nella
musica (dovuta a Gorni Kramer, Giovanni D'Anzi, Gino Filippini,
con un formidabile Natalino Otto, alluso già nel titolo), finalmente
scatenata nel genere proibito, il jazz. «Nel '43, il fascismo, per quan-
to agonizzante, imperava ancora», ricordava Freda, «e imperando
aveva tra l'altro messo al bando, insieme al caffè, alla stretta di mano e al “lei”, anche il jazz, questa “espressione giudaico-massonica”
come si amava allora definire tutto ciò che non era “puro romano”.
L'incisione delle musiche venne fatta alla Fono Roma di fronte a tecnici attoniti che non credevano alle loro orecchie e con piantoni all'esterno dell'edificio pronti a segnalarci l'arrivo di qualche “nero”.
In tal caso, il Louisiana Bluessi sarebbe trasformato all'istante in Funiculì-Funiculà».
Qualche anno prima, Imputato, alzatevi!, cine-trampolino di
lancio di Macario, aveva invece giocato di contropiede: autocensurandosi. Il processo grottesco, debitamente risolto in burletta, è prudentemente spostato in Francia: e una didascalia iniziale ammonisce che il film «è di pura fantasia e vuol essere una caricatura di fatti
e istituzioni fortunatamente ben lontani dal nostro clima». Ma pur
nella dichiarata improbabilità «meteorologica», la minuscola Italia
anni Trenta è bersaglio di gag a getto continuo da parte di un operoso manipolo d'umoristi, poi ricorrenti nelle sceneggiature brillanti
e, un giorno, nella commedia all'italiana, da Ruggero Maccari a Carlo Manzoni, a Giovanni Guareschi, Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Steno (gli ultimi tre, con il non accreditato Federico Fellini, pure in 6x8/48). Quasi tutti, fresche reclute del Bertoldo o del Marc'Aurelio, vivaio del cinema italiano a venire. Accanto a cui corre parallela l'altra fondamentale palestra, il teatro di rivista e di varietà, con
interpreti come Totò, Taranto, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo
Tognazzi, rilanciati poi dal cinema, e con copioni di perenne allenamento, se non alla rivolta, allo sberleffo del potere. Come la rivista di Michele Galdieri Con un palmo di naso, dove nel 1944 Totò-Pinocchio potrà finalmente cantare: «...Quand'io pontificavo dal balcone/ dovevi farmi almeno un pernacchione./ Quand'io facevo tutto
a mio piacere/ dovevi darmi un calcio nel sedere...».
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
LA RETROSPETTIVA
In una trentina di titoli, firmati tra gli altri
da Blasetti, Soldati, Bragaglia, Pietrangeli,
Monicelli, Dino Risi, Tognazzi, la retrospettiva
curata da Marco Giusti, Domenico Monetti
e Luca Pallanch, La situazione comica
(1910-1988), ripercorre fino all’11 settembre
alla Mostra di Venezia (Sala Volpi e Sala Perla)
l’umorismo all’italiana, con particolare
attenzione ai suoi protagonisti, talora
dimenticati, come la coppia Giorgio e Guido
De Rege (rilanciata da Walter
Chiari nel tormentone “Vieni
avanti cretino!”) in Gli allegri
masnadieri (1937)
di Marco Elter,
restaurato
dalla Cineteca Italiana
di Milano
Allegorie, paradossi e totali follie
quante acrobazie per raccontare la verità
DARIO FO
L
a politica ha sempre considerato la comicità
un’arma puntata sulla sua testa, perché attraverso la battuta, il paradosso, lo sberleffo si disvela la realtà. La memoria mia e di Franca è disseminata di storie e episodi che da più di cinquanta anni in qua sono legati ai tentativi dei governanti di zittire il nostro teatro: tentativi che ebbero particolare
clamore con la Canzonissima del ’62, quando abbandonammo la trasmissione per non accettare il
“controllo” sui nostri testi.
Per aggirare la censura a un certo punto decidemmo di fare teatro come associazione culturale:
questo ci lasciava fuori dai finanziamenti e dai contributi dello Stato, ma ci permetteva di essere liberi.
Gli spettatori non pagavano un biglietto ma una tessera, poche lire: arrivammo ad avere 80 mila associati solo a Milano. E più di un milione di partecipanti nell’intera penisola. La cosa suscitava parecchi allarmi: perché essendo un’associazione, la polizia non poteva entrare ai nostri spettacoli. Ma durante la tournée dello spettacolo sul colpo di stato in Cile, a Sassari nel ’73
fui arrestato perché mi ero opposto con altri compagni a far entrare i poliziotti in
teatro durante la rappresentazione. Mi
accusarono di resistenza a pubblico ufficiale e mi feci una notte in gattabuia.
Poi la questura si spaventò: a Sassari
arrivarono le televisioni di mezza
Europa per parlare del nostro caso,
anche la Rai fece delle riprese, forse per finta, che non so nemmeno
se andarono mai in onda. Intanto
davanti al carcere si era riunita
una gran folla... Mi liberarono e al
processo vinsi.
Per altri spettacoli, anche la
Chiesa ha provato a zittirci: dopo
il monologo su Bonifacio VIII in tv
non so quanti vescovi abbiano
gridato alla scomunica. A Treviso una volta organizzarono una sedizione di giovani cattolici che nottetempo strapparono tutti i manifesti de Gli Arcangeli non giocano a flipper: non c’era nessuna battuta
sul clero, ma chissà, forse era il titolo…
Da autore so che, per sfuggire ai controlli del potere, la battuta sarcastica non deve essere diretta.
Ben lo sapevano i teatranti greci e poi quelli romani.
La storia di Siracusa che si ribellò agli ateniesi ricacciandoli in mare dove furono affrontati e sterminati in quasi diecimila, non si poteva raccontare ad
Atene. Così, quel disastro divenne un fatto avvenuto in una città di fantasia che per una guerra di cui
non si svelavano le ragioni perse tutti gli uomini validi. E toccò alle donne, rimaste sole, governare la
città, inventandosi leggi semplici ed oneste. Quello
spettacolo era Le donne in parlamento, dove Aristofane mettendo al potere le madri e le vedove dei soldati uccisi, sollecitava il popolo minuto a partecipare e a prendersi la responsabilità della politica.
È proprio dai greci che noi satirici di questo tempo abbiamo imparato ad usare allegorie e paradossi per dire le verità che non piacciono al potere. In
Morte accidentale di un anarchico ho raccontato la
morte di Pinelli ambientandola in America cinquant’anni prima; in Settimo ruba un po’ menoil paradosso di trasferire un cimitero metteva alla berlina gli intrallazzi dei socialisti e della Dc. Sono equilibrismi acrobatici della comicità per galleggiare anche in cattive acque. Con L’anomalo bicefalo, per
esempio, abbiamo messo in scena Berlusconi e Putin che subiscono un attentato in conseguenza del
quale i loro cervelli vengono assemblati in uno solo.
Col pretesto che Berlusconi, perduta la memoria,
doveva ricostruire la propria vita, rappresentavo
sulla scena la storia con sua moglie, con le altre donne, dei processi, dei malaffari e le caterve di menzogne… La verità. Ma chi poteva accusarci? Franca ed
io stavamo recitando solo una storia di totale follia...
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40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
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i sapori
Cozze, polpi e aragostine, ma anche olive e formaggi, fichi secchi
e legumi, fino alle carni equine. La tradizione culinaria
Terra e mare
del tacco d’Italia si conferma come una tra le più amate
del Belpaese. Anche grazie al “fuori tavola”:
architetture barocche e scogliere da capogiro...
Lampascioni
LICIA GRANELLO
l più entusiasta è il regista Ferzan Ozpetek: «Il
Salento è meraviglioso, nelle architetture come negli ambienti naturali. Sono stato colpito
anche dalla gente: la città la fanno le persone,
non solo gli edifici... E poi si mangia bene
ovunque!».
Quella del regista de Le mine vaganti, ambientato
in un Salento magico e splendente, è solo l’ultima dichiarazione d’amore di un lunghissimo elenco, che
certifica come il tacco d’Italia oggi sia considerato a
tutti gli effetti il nuovo “Shire”, dopo Chianti e Marche, approdo estivo per Helen Mirren e Colin Firth,
Roberto Benigni e Jude Law, Francis Ford Coppola e
Gerard Depardieu.
Affondato tra architetture barocche e orizzonti nitidi, mari scintillanti e vigneti robusti, sabbie finissime
e scogliere da capogiro, qui, last but not least, si mangia benissimo praticamente ovunque. Perché la cucina regionale, ricca e saporita, perde fronzoli ed eccessi nel suo scendere verso Santa Maria di Leuca e capo
d’Otranto, impreziosita da profumi salmastri e richiami d’Oriente, in un trionfo di pesce, extravergine e verdure che fa la felicità del più severo dei nutrizionisti.
Esistono aree dove il privilegio alimentare passa da
cotture elaborate e ingredienti immancabili. Invece,
da Punta Prosciutto a Tricase, passando per il cuore
del Salento, Galatina — dove si trova la straordinaria
chiesa di San Caterina — tutte le materie prime sem-
I
I piccoli bulbi
del muscari
comosum, già citati
nel ricettario
di Apicio, vantano una
spiccata
nota amarognola
Si gustano sia crudi
che bolliti, arrostiti,
fritti e conservati
sott’olio
Ogliarola
Si raccoglie
nel leccese
a fine ottobre,
l’oliva piccola,
lucida e violacea,
alla base
dell’eccellente
produzione
di extravergine
perfetto per condire
i piatti locali
Cucina
del
Salento
Il richiamo
dell’Oriente
brano intercambiabili, pur ruotando intorno ai capisaldi della tradizione iper-mediterranea. Cipolle e pomodori, mosto cotto e semola, olive e formaggi, fichi
secchi e legumi sono l’impalcatura su cui generazioni
di cuochi sapienti e massaie avvedute hanno costruito la fortuna gastronomica dell’antica Terra d’Otranto.
Le proteine animali arrivano sia dal mare — cozze
pelose, polpi, aragostine in primis — sia da terra, dove agnello e cavallo dominano le pietanze. La tradizione di cucinare carni equine deriva dai primissimi
abitanti, i Messapi, abili allevatori e domatori di cavalli, ed è continuata nel Medioevo, quando, durante
le feste, al posto di spiedi e braci si allestivano fuochi e
calderoni (in dialetto quataroni) dove cuocere per ore
le dure carni di cavalli e muli troppo vecchi per lavorare. Una pratica arrivata fino a noi, se è vero che nei
paesi dell’interno, da Campi Salentina a Secli, nel retro delle macellerie ancora si prepara il quatarone, inteso come frattaglie di cavallo bollite, finger food primordiale per stomaci robusti.
Ma i vegetariani non si avviliscano: gli orti salentini
sono sontuosi. Fave, ceci, fagioli, erbe selvatiche,
spunzali (cipollotti) si traducono in zuppe magnifiche
e goduriosi condimenti per le frise, da ammollare prima in acqua di mare, all’uso dei pescatori.
Se riuscite a organizzare una gita settembrina in zona, alzatevi presto per andare al mercato del pesce di
Gallipoli, quando le barche tornano a riva con ricci e
gamberi viola. Aggiungete un trancio di focaccia calda e una bottiglia di Rosato del Salento Li Veli (secondo in Italia solo al Cerasuolo di Valentini nella guida
Espresso) per salutare degnamente la fine dell’estate
con un pic nic da sogno sulla spiaggia di Lido Pizzo.
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Municedde
Gravita intorno
alla campagna
di Cannole
la produzione
di chiocciole
helix aperta. I colori
del guscio ricordano
il saio monacale
Si cuociono
con cipolla
e pomodoro
Negroamaro
Niger e maru,
due volte nera
(tradotto dal latino
e dal greco)
l’uva simbolo
della viticoltura
salentina, da cui
si ricavano vini rossi
e rosati di struttura
e profumo intensi
Molto caratteristici
Taieddha
Cozze, riso e verdure
a strati, insaporite con origano
e pecorino e poi infornate
per la versione salentina
della barese tiella,
vale a dire: la teglia
Ostriche
Le Imperiali arrivano
dallo Jonio salentino
Questi molluschi
impreziosiscono
i piatti di crudo
con il loro intenso
profumo di mare
Il loro guscio è ruvido,
spesso, incrostato
da una spugna
rossastra
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DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
itinerari
Cristina Conte è la chef-proprietaria de “Laltro Baffo”,
a pochi passi dal Castello Aragonese,
nel cuore di Otranto. Tra i suoi piatti più sfiziosi,
la parmigiana di melanzane e pesce spada al pesto
Gallipoli (Le)
Otranto (Le)
Lecce
Adagiata
su una piana
tra Jonio
e Adriatico
La capitale
del Salento,
anche conosciuta come “Firenze
del barocco”, è sede universitaria
e meta turistica internazionale
Abitato
da romani,
aragonesi
e bizantini,
patrimonio
Unesco,
il borgo all’estremità orientale
dell’Adriatico battezza
il canale che ci unisce all’Albania
Affacciata
sulla
penisola
salentina, nel
golfo
di Taranto,
ha un affascinante centro
costruito su un’isola di calcare
collegata alla terra da un ponte
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
PALAZZO PERSONÈ
Via Umberto I 5
Tel. 0832-246302
Doppia 90 euro con colazione
HOTEL DEGLI HAETHEY
Via Sforza 33
Tel 0836-801548
Doppia 90 euro con colazione
B&B CORTE MANTA 9
Via Corte Manta 9
Tel. 347-4509216
Camera doppia da 70 euro
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
CORTE DEI PANDOLFI
Piazzetta Orsini
Tel. 0832-332309
Chiuso domenica
menù da 35 euro
MASSERIA PANAREO
Litoranea
Otranto-S. Cesarea Terme
Tel. 0836-812999
Chiuso lunedì, menù da 30 euro
IL BASTIONE
Riviera Nazario Sauro 28
Tel. 0833-263836
Chiuso domenica
menù da 40 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
PASTICCERIA NATALE
Via Trinchese 7
Tel. 0832-256060
MACELLERIA CORIBELLO
Via Specolizzi 17
Tel. 0833-264163
FMSALENTO
Piazza Castello 17
Tel. 335-6622394
Turcinieddi
Ciceri e tria
Fagottini a base
di interiora d’agnello
o capretto, avvolti
nelle budelline
lavate con aceto,
profumati
con prezzemolo,
disposti in spiedini e cotti lentamente
in un angolo della griglia
Nasce per la festa
di San Giuseppe
il ricco piatto
di pasta (l’araba
itrya), dove
le tagliatelle sono
in parte lessate
(nel coccio insieme ai ceci) e in parte
fritte, per poi essere aggiunte nel finale
Sagne
’ncannulate
Pasticciotto
Nato a metà
Settecento
dagli avanzi di crema
e pastafrolla
nella pasticceria
Ascalone di Galatina
(ancora in attività),
è una micro-torta ovale da servire
rigorosamente calda e fragrante
Rappresenta
i trucioli della pialla
di San Giuseppe,
la pasta lunga
di semola di grano
duro dalla forma
attorcigliata. Condimento con sugo
di pomorodo e casu-ricotta o pecorino
Noi, che il burro non lo conosciamo
LINO BANFI
ars culinaria pugliese non è basata sul
mangiare questo o quello, ma sul come
mangiare questo o quello e come farlo diventare “alla pugliese”. Proverò a spiegarmi.
Già dall’Ottocento siamo stati i primi mangiatori di pesce crudo. Gli allievi (che sono le
seppioline), inteneriti dal movimento sussultorio e ondulatorio dei cesti di vimini con acqua di
mare, diventano tenerissimi se si mangiano
crudi. Altro che nipponici! E se sugli allieviqualche goccia di limone ci può pure stare, per amore del Padreterno sui ricci appena aperti usare il
limone è delittuoso. Il riccio non va mangiato
neanche col cucchiaino, va gustato con il pezzettino di focaccia calda che assorbe tutto il contenuto riccesco. Alcuni allieviun po’ più grandi,
sempre crudi, vanno invece tagliuzzati a listerelle, à la julienne, direbbe la noblesse pugliese,
quella laureata in Lecce.
Questo per dire che noi pugliesi siamo ittico
dipendenti. Per noi la cozza nera, la cozza pelosa, i taratuffi viola che sanno di ferro, mangiati
crudi, sono un rito quasi sacro. La famosa tiella
di riso, patane (patate) e cozze è la nostra paella
alla baresana che poi è diventata alla valenziana. Gli spagnoli l’hanno sempre ammesso. E infatti hanno una devozione per i pugliesi, soprattutto per quelli del Salento.
Ma non è finita. Noi prepariamo anche piatti
come il puré di fave con la cicoria, la braciola, intesa come involtino, la salsizza, che poi è la salsiccia, fatta a punta di coltello e non con la carne tritata.
Gli ingredienti sono solo tre o quattro, ma im-
L’
Gli appuntamenti
Giorni di feste popolari
e mangerecce in provincia di Lecce,
dalla sagra del maiale
oggi a Villa Baldassarre, alla Festa
per la Madonna delle Grazie, in programma
da domani a mercoledì a Galatone,
secolare appuntamento con il tipico pasto
dei pellegrini: pane, sarde, ricotta forte
e un bicchiere di Negroamaro
Mentre Galatina, terramadre del pasticciotto,
ospita nei week end settembrini la festa dell’uva:
presente il meglio dell’enogastronomia del Salento
portanti: cipolla grossa rossa e dolce per le insalate (ce l’abbiamo anche in Puglia, come quella
di Tropea); l’aglio da usare con olio e peperoncino per tutti i tipi di verdure e paste; e la cipolla
normale o gli sponsali, cioè le cipolline lunghe,
per sughi di carne, pesce e i molluschi. Da noi, si
dice — quando si cucinano polpi, seppie, calamari — la cipodda gliè la morta loro, è la morte
loro. E c’è anche un aneddoto. Anni fa, a Bari, in
un cinema, durante la proiezione di Tentacoli la
piovra mostruosa ammazzava tanta gente e non
riuscivano a farla fuori con nessun tipo di arma.
Nel silenzio si sentì una voce: “U vulite capi’ ca
la morte du pulpo è la cipodda?”.
E veniamo a me. A me piace cucinare le orecchiette con la rughetta e il pomodoro perché sono i tre colori della bandiera italiana. Ricordo
con affetto le sfide con Ugo Tognazzi. Una volta
mi ero fatto preparare un piatto con tre spazi:
per le orecchiette sbollentate, per la rughetta
cotta (che perde l’amaro) e per il pomodoro. E
nell’angolo c’era la ricotta salata da grattugiare.
Quanto alla Puglia, mi mancano i profumi,
quando ci torno mi faccio accompagnare negli
orti a sentire l’odore dei pomodori sulla pianta,
dell’acc che è il nostro sedano, oppure degli olivi. Noi pugliesi usiamo solo olio d’oliva. L’unica
volta che mio padre comprava il burro era ad
agosto, quando arrivavano i fratelli da Parigi che
lo volevano a tavola. Mi faceva un po’ schifo
spalmarmelo sul pane: «Pascal, c’est bon», diceva mio zio. Ma non mi ha mai convinto.
(testo raccolto da Silvia Fumarola)
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Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
le tendenze
Low cost
In plastica o cuoio, maglia metallica o corda,
in tessuto oppure in argento. Con pietre colorate,
forme geometriche e fiori, i “falsi” gioielli tornano
a essere oggetti del desiderio. Tutta colpa della crisi,
ma anche merito di materiali innovativi e dell’estro
di designer che così stanno conquistando il mercato
nuovi
Bijoux
Poveri ma belli
IRENE MARIA SCALISE
EXTRA LARGE
Piacerà
a chi ha
la passione
per dimensioni
XXL l’anello
nel colore
di moda,
il viola,
firmato
Stroili Oro
FANTASIA
Bracciale fantasia
per Morellato: tanti
diversi disegni
e lavorazioni divertenti
Per una composizione
pensata soprattutto
per le giovanissime
gioielli sono seri e noiosi come i mariti, i
bijoux allegri e divertenti come gli amanti»,
proclamava senza esitazione una saggia
Marilyn Monroe che di uomini se ne intendeva. Erano gli anni del boom economico e oggi, che quel boom sembra un miraggio, c’è un motivo in più per pensare ai “falsi” gioielli.
Sono uno dei pochi lussi raggiungibili. Un universo meraviglioso e, soprattutto, low cost. Poveri ma belli. E allora, in
barba alla crisi, via libera a bangle, cabochon, chandelier,
creoles, jais e pavè. Parole che, solo a sentirle, mettono allegria.
Con il tempo la sostanza del bijoux è cambiata. Nati come imitazione del vero, i bijoux appaiono per la prima volta negli anni Trenta. Era il periodo della grande depressione e divine come Vivien Leight, Greta Garbo (nel film Romance), Marlene Dietrich (in Venere bionda) li usavano sul
set come fossero veri. Poi col benessere economico trionfano i gioielli e i “falsi” tornano prepotenti solo nei Settanta. È il periodo della contestazione in piazza e i bijoux spaziano dall’optical alla pura plastica fluo. Trent’anni dopo
(anche grazie al design e ai nuovi materiali) gli stessi “falsi”
rinascono come oggetti di pregio.
«Oggi troviamo sul mercato collane, orecchini e anelli
che sono autentiche forme d’arte», spiega Michele Cammelli del Clubbi (Associazione Italiana di Fabbricanti di
bijoux), «molti designer e artigiani danno forma a creazioni poetiche, usando materiali semipreziosi, e così il bijoux
diventa un bene come succede per i gioielli». All’ascesa sul
mercato ha contribuito il sempre maggiore interessamento da parte degli stilisti. Sulle passerelle sfilano sempre più
spesso collane coloratissime, bracciali decorati con pietre
arcobaleno e orecchini scintillanti firmati Armani, Louis
Vuitton, Ferragamo, Cavalli, Hermes, Escada.
Tra le prime designer, ad intuire il potenziale dei bijoux,
c’è sicuramente Consuelo Castiglioni, ideatrice della griffe Marni: «Gli elementi decorativi riflettono periodi storici molto precisi e non hanno mai smesso di far parte
del guardaroba femminile, sono un accessorio versatile che permette di modificare o far risaltare un abito». Il segreto delle collane ideate dalla Castiglioni è
soprattutto nei contrasti: «Il mio approccio inizia dalla ricerca e dalla contrapposizione e dalla sovrapposizione di forme, materiali e colori. Per l’inverno ho ideato maglie metalliche oro e nastri
in seta nera, applicazioni in resina colorata
bagnata da una lamina argento, elementi in
legno bruciato con frammenti di pirite e incrostazioni di pietre sbriciolate, strati di gocce in resina colorata e foglie in lauro bagnate
nell’oro». E proprio l’inverno sembra riservare,
al pubblico femminile, raffinate sorprese. «Di fronte alla concorrenza rappresentata da prodotti prevalentemente asiatici», spiega Cammelli, «bisogna
puntare ad una vendita molto qualificata».
Tra le tendenze in arrivo, poi, va segnalata la second life dell’etnico. Rielaborato in ogni dettaglio, il
bijoux d’ispirazione tribale o orientale, conserva sì la sua
anima esotica ma in più diventa chic.
«I
REVIVAL
Sanno di antico
gli orecchini Sodini
dalla lavorazione
artigianale e raffinata
Un ornamento
che illumina il viso
TRAME
La collana
di Gazel
sceglie la stoffa
per foderare
le sfere
Il cordoncino
doppio fa
da chiusura
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DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
L’importante
è apparire
OPTICAL
MICHELA GATTERMAYER
Orecchini optical
bianco e nero
di Bliss
dal sapore retrò
Perfetti da giorno
e da sera
sondaggi dichiarano che il novanta per cento delle donne, dovendo scegliere un accessorio, si butta sulle scarpe. Ma vuoi
mettere con i gioielli? Di scarpe ne puoi portare solo due. Al
massimo un paio dentro la borsa, come facevano negli anni Ottanta le manager americane che noi da qui credevamo sempre di
corsa su e giù per Manhattan con addosso le sneaker (che allora si
chiamavano scarpe da tennis) e, in ufficio, sexy in décolletés. Invece stando alle ultime della moda per essere in tendenza una dovrebbe andarsene in giro con addosso un’intera cassaforte: catene d’oro, fili di perle, collier di strass, collane con pietre di tutti colori, anelli con diamanti come nocciole, bracciali con monete d’oro, orecchini a cerchio enormi... Come si fa a non sembrare dei
venditori ambulanti o dei ladri per quanto gentili?
L’importante è che i veri ladri capiscano che è tutto finto, che il
bottino non vale niente, che è solo apparenza, così da non correre inutili rischi. Perché è tutto un gioco, una farsa. Deve essere
l’euforia dopo anni di minimalismo assoluto in cui al massimo la
catenina del battesimo. Ora sarà la crisi che ti fa povero ma tu non
vuoi sembrarlo. Saranno le vetrine che è tutto un beige, un bon ton,
uno chic, un ritorno ai Cinquanta. Saranno tutti questi jeans che
vanno un po’ educati visti gli strappi, i buchi, le scuciture che ti sfido a farli diventare presentabili. Fatto sta che il gioiello ci vuole. Ma
falso, e che sembri più vero del vero, così per scherzo. O un po’ vero, d’argento low cost con vetri luminosi come rubini e smeraldi.
Non imbroglia la plastica, leggerissima, che ti permette di andare in giro con enormi sculture alla Calder. Le nostalgiche potranno tirare fuori dai cassetti le broche di modernariato americano senza sembrare mia zia (e allora via alle moltiplicazioni sui
revers delle giacchette di tweed). La recessione aguzza l’ingegno
quindi fai-da-te legando assieme con lo spago tutte le cianfrusaglie, i pendenti, gli anellini, i cornetti, le medaglie, i cucchiaini, i nastri accumulati negli anni, soluzione poetica e irripetibile usata
anche da molti designer. E poi la carta, il vetro, il Das, la pasta di
mais (oltretutto biodegradabile al cento per cento). L’ultima tendenza? A parte l’invasione dei teschi che poverini non fanno più
paura a nessuno, non ne esiste una e il clima detta legge, come fa
da sempre: d'inverno vanno di più le collane perché gli orecchini
tirano i fili di lana del berretto, i bracciali non passano per le maniche del cappotto e gli anelli non entrano nei guanti.
I
BLINDATO
Bracciale “logo”
Louis Vuitton
Come
decorazione
lucchetto e chiave
nelle tinte accese
del rosa e del viola
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FLUO
Lettere dai colori fluo
che, tintinnando,
ricordano le iniziali
dello stilista:
è l’originale bracciale
di Giorgio Armani
SFERICA
Sottile ed elegante
la collana Breil:
I ciondoli sono sfere
di varie grandezze
da intrecciare
a piacere
FLOREALE
Anello
con ciondoli
Swatch
Tanti piccoli
petali
tintinnanti,
in una fantasia
verde
acceso,
per rallegrare
le giornate
invernali
REGOLABILE
Cordino viola
e ciondoli a forma
di stelle nel bracciale
Fossil regolabile
secondo le dimensioni
del polso
MULTICOLOR
Bracciali luccicanti
per un pavè
multicolor. Di Cavalli
Sono perfetti
per impreziosire abiti
eleganti in inverno
SHOCK
ETNICO
Il ritorno all’etnico
più chic lo propone
Escada con collane
dai raffinati ciondoli
di forma geometrica
abbinata a un cordino
Nei toni
del rosa
shocking
i bracciali
Blugirl
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44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010
l’incontro
A ventotto anni il primo successo
accanto a Wanda Osiris, suo mito
di gioventù, dopo un’infanzia passata
a vendere sigarette nel bar di famiglia
Oggi che il palcoscenico
è diventato la sua seconda
casa, è sempre pronto
a schierarsi “contro”
per amore della polemica
E insegue una sua
filosofia: “La felicità
ha bisogno dell’ostacolo. Se la vai
ad acchiappare non è niente
L’infelicità è scoprire tutto questo”
Battitori liberi
Franco Branciaroli
Branciaroli, diciamolo, mette sempre i piedi dove c’è qualcosa di nuovo in
termini di regia, di drammaturgia della
voce, di solitudine della mente. «Sì, ma
sul concetto di “nuovo” dobbiamo intenderci: all’uomo non è dato di fare
granché né continuamente qualcosa di
nuovo. Guardi il teatro cinese, che esiste da duemila anni e solo ogni duecento modifica qualche piccola cosa».
D’accordo. «E poi ha pensato al rapporto che c’è tra nuovo e noia?». Lo guardo,
e aspetto. «Un quadro si lascia vedere
con due secondi di noia. Uno spettacolo ti può riservare non meno di due ore
di tedio. Ecco perché la pittura produce
una cultura più veloce, ampia, comunicabile». Concetti liberi di un battitore libero. Dopo aver dato voce solitaria alle
Branciatrilogie che Giovanni Testori
aveva scritto appositamente per lui da
metà degli anni Ottanta (titoli liturgici e
profani come Confiteor, In Exitu, Verbò,
Sfaust, SdisOré) in omaggio a un sodalizio naturale («Eravamo come padre e figlio. L’omosessualità di Testori era
molto impacciata, e lui la considerava
una maledizione che d’altronde gli
alienò i favori della sinistra, dei cattoli-
La solitudine non mi fa
paura e la compagnia
mi piace solo a piccole
dosi. Adoro il peccato,
sostengo che il male
deve entrare in gioco
E poi, insomma,
chi non pecca
che razza di vita fa?
FOTO TOMMASO LE PERA
È
il 1975. Un attore di ventotto
anni conosce il suo primo
vero successo recitando a
teatro accanto a una matura
vedette di settant’anni assurta da tempo a gloria nazionale. Lui, Franco Branciaroli, oggi ricorda così lei, Wanda Osiris, in Nerone è
morto? di Hubay con regia di Aldo
Trionfo: «Era stata anche un mio mito di
gioventù, insieme a Coppi, lei coi suoi
vestiti d’un diametro di quattro-cinque
metri, con la sua canzone Sentimental,
e lì, in palcoscenico, me la ritrovavo che
non era bella, non aveva le doti virtuosistiche d’una cantante, non ce la faceva a mostrare uno spavaldo passato di
ballerina, eppure emanava carisma e
fascino anche solo esprimendo la grandiosità dell’effimero e del kitsch. E poi,
vuoi mettere gli aneddoti che ti snocciolava? A proposito di quando volle abbandonare uno spettacolo perché da
superstiziosa s’imbatté in un pesante
color viola, e poco dopo si tagliò una coscia per il copri-water rotto d’un bagno.
O a proposito di quella conchiglia che la
conteneva, che doveva scendere giù fino alla ribalta, e che accidentalmente la
intrappolò. Ma il massimo me lo confidò con naturalezza la sera in cui mi decisi di chiederle perché, prima d’uscire
a prendersi i cinque minuti di applausi
tutti per lei, tenesse le braccia alte dietro le quinte: “Caro, così il sangue scende meglio, e le mani sono perfettamente bianche”».
Franco Branciaroli, teatrante che ti
fissa con occhi liquidi e chiari, corporatura avvezza al footing, indole tra l’angelico e lo sdegnato, «né di destra né di
sinistra» o meglio sempre pronto a
schierarsi all’incontrario per amore di
polemica (e non più in primo piano,
adesso, ai meeting di Cl), distante anni
luce «dal prototipo dell’artista che vuole essere rifiutato dalla società ma elo-
giato dalla stampa», è uno che è andato
di pari passo con Carmelo Bene, con
Giovanni Testori e con Luca Ronconi, è
uno che ha sessantatré anni, di cui due
terzi passati a recitare. Nato a Milano,
oltre San Siro, quasi vicino alle risaie
che c’erano all’epoca, quand’era piccolo vendeva sigarette nel bar di famiglia
o lisciava la pista di un annesso campo
di bocce. Poi seguì a Torino le sorti del
padre, inventore d’un brevetto per conservare con proprietà particolari la
panna, un’attività che fruttò il marchio
della Panna Elena, poi ceduta una decina d’anni fa. «Vuoi perché avevo fatto
l’Istituto per periti tecnici in telecomunicazioni, vuoi perché avevo un po’ frequentato Biologia alla facoltà di Scienze naturali, e vuoi perché avevo trascorso un anno in Francia a imparare la lingua per rendermi più utile in fabbrica, a
tutto pensavo meno che al teatro. Ma
avevo il problema del servizio militare,
e un’amica attrice mi suggerì di rimandarlo iscrivendomi alla Civica Scuola
del Piccolo Teatro di Milano. Il provino
lo superai malgrado grattassi la erre, difetto simile a quello che affliggeva Paolo Grassi, il quale mi dette un anno di
tempo per togliermi il difetto, minacciandomi sennò l’esclusione dai corsi.
Misi a posto la erre».
Mostra presto una marcia in più, il
giovane Branciaroli, e a ventitré anni, in
uno spettacolo del quasi coetaneo Patrice Chéreau al Piccolo, in Toller di
Dorst da comparsa passa a quarto in locandina. «All’epoca ci fu anche un’esperienza di teatro mobile col camion.
Con me c’erano vari compagni, tra cui
Maurizio Micheli. Non avevamo le
piazze per le rappresentazioni, e Grassi
mi mandò da Ripa di Meana ,che era responsabile del Touring Club di Milano,
e lui ci procurò varie tappe in Lombardia. Il camion s’apriva ad ali di gabbiano, e diventava un palcoscenico. Eravamo pagati centomila lire e avevamo diritto a due turni di pasti». Poi lo adotta
Aldo Trionfo, che lo fa lavorare allo Stabile di Torino, tra l’altro con Nerone è
morto, con Gesùdi Dreyer, e col pastiche
suo e di Salveti Faust-Marlowe-Burlesque dove lui si scambia i ruoli di Faust
e Mefistofele con Carmelo Bene. «La vita è fatta anche di mancati incontri.
Consideravo Fratelli d’Italia di Arbasino un romanzo di respiro europeo, e Arbasino, che avrei tanto voluto incontrare, è tra gli spettatori della Torre di Hofmannsthal diretto da Luca Ronconi, che
m’aveva introdotto nel suo Laboratorio
di Prato: uno spettacolo di dieci ore, e io
dovevo restare chiuso in uno scatolone
di mattoni per almeno due ore, e Arbasino dopo venti minuti se ne va...».
ci e degli omosessuali stessi perché lui
la reputava un peccato»), dopo la scabrosa e memorabile invettiva di Féerie Pantomima per un’altra volta di Céline
in cui lo ricordo benissimo a Spoleto, e
dopo tanti suoi atteggiamenti da uomo
e artista appartato, non è strano sentirgli dire che «per vivere la solitudine bisogna essere un po’ cinici, io non la cerco ma non mi fa paura, e la compagnia
mi piace solo a piccole dosi». Poi si contraddice durante le cene al ristorante
nel dopo-spettacolo, dove è generoso
di confidenze, cattiverie e falstaffiane
intemperanze. E s’esalta per le battute.
«Ho sempre amato una frase di Carmelo, “solo il mediocre è migliore”, e un’altra di Ronconi, “si diventa bravi stando
a casa”». E ha una sua filosofia dello star
bene. «La felicità ha bisogno dell’ostacolo. Se la vai ad acchiappare direttamente non è niente. L’infelicità è scoprire tutto questo. Detto in altre parole,
la felicità è l’impossibilità di averla, e
l’infelicità è esserne consci». Sorride.
Con quella sua aria socratica non priva
di una perfidia sana. E ti sembra d’averlo colto in contraddizione quando ti dice di credere, d’essere religioso («Ho
imparato a guidare il nonsenso della vita, l’alternativa dell’aldilà, e d’altronde
se ti fidi di tante balle, perché non fidarsi di questa cosa qui?») e però, oltre ad
aver partecipato a film di Antonioni, di
Jancso, di Faenza e della Comencini, ha
all’attivo cinque film con Tinto Brass, e
ne La chiave era integralmente nudo
con una protesi («Da outsider adoro il
peccato, sostengo che il male deve entrare in gioco, e poi, insomma, chi non
pecca che razza di vita fa?»).
Sbaglia, però, chi si fa l’idea di un
Branciaroli ingovernabile, lupo appartato. «Oddio, una certa chiusezza affettiva forse ha origine nell’educazione ricevuta, nella Milano difficile dell’infanzia». Tralasciando il tetto che oggi ha a
Milano, e la villa di famiglia a Torino, lui
nella casa di Pavia a ridosso del Ticino ha
comunque una moglie di circa dieci anni più giovane, Annamaria, che un tempo recitò con lui, e che nessuno vede
mai. «Io metto in prova tutto davanti a
lei, è il mio primo spettatore, è stata lei a
consigliarmi di fare la voce da ispettore
Clouzot quando ho impersonato
Hamm in Finale di partita di Beckett».
L’imitazione, ecco una raffinatezza che
lo induce a riprodurre i suoni “costruiti”
del parlato degli altri, e l’ha messo in evidenza senza freni nel Don Chisciotte recente dove s’è sdoppiato nei timbri di
Carmelo Bene e Vittorio Gassman in un
incontro ultraterreno. «Al reale non ho
mai creduto, tant’è che nell’autunno
dell’anno prossimo metterò in scena al
Centro Teatrale Bresciano, di cui sono
consulente artistico da poco, con la coproduzione della Compagnia degli Incamminati lasciatami da Testori (in cui
resto solo primattore), la Commedia
della vanità di Elias Canetti, dove ai
trentacinque personaggi resi da quindici attori è bandito il vedersi, lo specchiarsi, il fotografarsi». E d’altra parte
anche i testi scritti da lui, Dyonisos, Cos’è
l’amore, Lo Zio, e l’inedito Romeo e Giulietta, prova generale(con una coppia di
grandi attori che si divorano i figli per
non lasciare loro il futuro e la scena),
procedono per metafore forti, trame insostenibili. E uno come Branciaroli è capace di leggere tanto e amare tanto le
macchine veloci. «Forse il mio libro più
serio degli ultimi tempi è stato Infinite
Jest di Forrest Wallace. E le auto che ho
guidato sono state Jaguar, Porsche, Maserati, una Mercedes di vent’anni fa,
un’Audi. Da giovane correvo». Usa l’ipod ma glielo caricano gli altri. Non usa
il computer. Non gli dispiace, in scena,
una manipolazione al femminile del
suo corpo. «Già due volte ho assunto un
aspetto di donna. Nella Medeacon la regia di Ronconi avevo una sottoveste alla
Magnani, tacchi a spillo e gambe con i
collant scuri. Ora in Edipo Re diretto da
Calenda faccio anche una Giocasta con
guêpière, calzature rosse e cosce in vista. In entrambi i casi a torace nudo e villoso, da sembrare un travestito. E confesso che da tempo avrei l’idea di mettermi nei panni delle Sorelle Materassi
magari con Carlo Cecchi e con Gabriele
Lavia. A loro gliene ho parlato...».
Ai saluti, mi fa un regalo, un cenno di
versi in lingua lombarda, a riprova dell’amore per i paesaggi piatti. «O pianüra, che te vet driss(o pianura che vai dritto), m’e quei che te sumena (come quelli che ti seminano), el rüsa el ris sota la
palta (spinge il riso sotto il fango)...».
Una poesia scritta venticinquetrent’anni fa.
‘‘
RODOLFO DI GIAMMARCO
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