Disinnescare la bomba amianto

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Disinnescare la bomba amianto
SALUTE E SICUREZZA
Marco Virno - Primario di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale Pediatrico “Giovanni XXIII” di Bari
Direttore del Dipartimento dell’Area Chirurgica dell’Azienda Ospedaliera “Di Venere - Giovanni XXIII” di Bari
Disinnescare
la bomba
amianto
Il rischio da esposizione all’amianto
è ancora altissimo in tutta Italia.
Una vera e propria bomba
ambientale che, negli anni,
ha fatto numerosissime vittime.
Per disinnescarla in maniera
definitiva occorre elevare il livello
dell’attenzione verso i pericoli
per la salute umana che
la sua esistenza comporta
PRIMA PARTE
Cominciamo a discuterne presentando il “caso Fibronit”: il
caso di un’azienda collocata nel centro della città di Bari,
che lavorava l’amianto, e che da vent’anni, malgrado la
cessazione dell’attività, ha continuato ad uccidere. Della
minaccia che essa continua a rappresentare per i baresi, si
è reso conto di recente il Ministro per l’Ambiente Matteoli
che ha voluto prendere personalmente atto della situazione
sorvolando il sito in elicottero. Il Ministro ha deciso l’immediata messa in sicurezza del luogo dove sorge la fabbrica.
E da febbraio l’intervento ha avuto inizio. Le difficoltà,
però, sono molte. Non ultima quella relativa alla realizzazione di camere di decontaminazione da realizzare all’interno stesso della fabbrica in modo che i tecnici e gli operai impegnati nell’intervento di bonifica non veicolino all’esterno le fibre di amianto.
na prevenzione, quindi senza alcuna garanzia nel suo
impatto ambientale: le operazioni di trasporto e la lavorazione del minerale determinavano un notevolissima
dispersione di polveri con gravi minacce per la salubrità
sia del luogo di lavoro che delle aree adiacenti alla stessa
fabbrica.
L’amianto veniva trasportato in sacchi di juta, quindi sottoposto alla sminuzzatura e cardatura ad umido per separarne le fibre, poi essere miscelato con cemento ed impastato con acqua: i manufatti, dopo la stagionatura, venivano rettificati al tornio e segati a secco (si può solo immaginare la dispersione della “polvere” d’amianto!).
Soltanto nel 1967 si apportarono alcune modifiche nel
processo produttivo, nel senso che il trasporto avveniva
con l’utilizzo di mezzi meccanici proprio per diminuire
(ma solo parzialmente) la dispersione delle polveri. Nel
1975 infatti veniva segnalata la presenza di polveri nell’aria non solo nella fabbrica ma anche nelle zone limitrofe ad alta densità abitativa.
La Fibronit s.r.l. per decenni ha anche stoccato rifiuti di
lavorazione e scarti di produzione, colmando aree
depresse e livellando estese zone di territorio sia per recu-
di Marco Virno
LA FIBRONIT E LA LAVORAZIONE DELL’AMIANTO
La Fibronit s.r.l. (dapprima Sapic: Società Adriatica
Prodotti in Cemento Amianto) ha iniziato a Bari la sua attività di produzione di manufatti in cemento - amianto -il
cosiddetto fibrocemento- nel 1935 sospendendola nel
1985, occupando un’area di circa 100.000 metri quadri
ed impiegando mediamente 400 lavoratori. La lavorazione dell’amianto, nelle sue varie fasi, avveniva senza alcu-
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LA BOMBA AMIANTO
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perare superfici utili alla movimentazione di mezzi meccanici che per la costruzione di nuovi capannoni.
La Fibronit s.r.l. ha adibito nel corso della sua attività produttiva, intere aree a discarica di residui e scarti di lavorazione in quanto non erano stati previsti sistemi di raccolta e
di smaltimento degli stessi anche a causa di assenza di normativa in tal senso.
Già al 31.12.1979 l’I.N.A.I.L. aveva riconosciuto oltre 200
casi di asbestosi. Negli anni ‘70 notevole è stata la mobilitazione dei lavoratori della Fibronit che vedevano morire i propri compagni di lavoro a causa dell’amianto. Gli studi sui
lavoratori della Fibronit indennizzati per asbestosi hanno
mostrato il significativo aumento della mortalità sia per asbestosi sia per neoplasie a carico di quattro sedi: polmone,
pleura, mediastino e peritoneo. Secondo questi studi appare
dimostrato il nesso causale fra l’esposizione ad amianto e le
su menzionate patologie.
GLI INTERVENTI DI BONIFICA
La mancanza di seri interventi dal 1985 ad oggi per la
manutenzione della fabbrica e la bonifica del territorio ha
fatto della Fibronit s.r.l. una vera e propria discarica di rifiuti tossico-nocivi. Non è dato sapere infatti i danni provocati
alla sottostante falda idrica e quelli determinati dal trasporto
a mare delle fibre di amianto. Gli studiosi ritengono che il
problema più grave e di difficile valutazione sia rappresentato dall’inquinamento delle rocce sottostanti l’ex stabilimento Fibronit: la natura delle rocce potrebbe infatti, una volta
rimosse nella fase degli scavi, liberare nell’aria una certa
quantità di fibre d’amianto. Per questo la bonifica di un sito
che per decenni ha sminuzzato, polverizzato, impastato l’amianto deve evitare la possibilità che i notevoli rifiuti, localizzati nel sottosuolo e sul suolo, possano essere liberati e
diffondersi nell’ambiente circostante.
In base al D.M. 257/1992 le tecniche di intervento previste
sono tre:
• l’incapsulamento: prevede il trattamento dell’amianto con
prodotti penetranti o ricoprenti che tendono ad inglobare le
fibre di amianto, a ripristinare l’aderenza al supporto e a
costituire una pellicola di protezione sulla superficie esposta.
Non richiede una successiva applicazione e non produce
rifiuti. Il principale inconveniente è rappresentato dalla permanenza del materiale di amianto nell’edificio con conseguente mantenimento di un programma di controllo e manutenzione;
• il confinamento: consiste nell’installazione di barriere a
tenuta che separino l’amianto dalle aree occupate dagli edifici. Maggiore efficacia di questa tecnica è l’abbinamento
con l’incapsulamento. Il confinamento ha il vantaggio di realizzare una barriera resistente agli urti che deve essere mantenuta in buone condizioni. Come per l’incapsulamento, tale
tecnica necessita di un programma di controllo e manutenzione;
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• la rimozione: invece elimina ogni fonte di esposizione
ed ogni necessità di attuare specifiche cautele di controllo
in seguito, ma rispetto alle altre due tecniche rappresenta
un gravissimo rischio per i lavoratori addetti, mette in circolazione polvere d’amianto pericolosissima per gli stessi
residenti dei quartieri limitrofi, produce notevoli quantitativi di rifiuti speciali che devono essere correttamente smaltiti con notevoli costi per la comunità.
L’azione di bonifica deve essere generalmente indirizzata
sia sugli elementi di costruzione della fabbrica (muri,
coperture, pavimenti ecc...), sia sulle macchine e le vasche
di decantazione contenenti amianto e polveri, sia sul suolo
e sul sottosuolo (luoghi di stoccaggio e di discarica del
materiale contenente amianto). La bonifica perciò non può
assolutamente prescindere da alcuni dati fondamentali
quali la tutela della salute pubblica, il rispetto della normativa ed anche l’economicità dell’intervento stesso. Alla
luce degli studi già effettuati anche da insigni docenti della
nostra Università degli Studi e geologi (studi effettuati sullo
stato dei luoghi, sulla natura rocciosa del sottosuolo ecc.),
si ha la ragionevole convinzione che –a causa dell’ingente quantità del materiale stoccato sul suolo e sul sottosuolo– interventi di rimozione risultano estremamente pericolosi per la salute pubblica e per gli stessi operatori impegnati nella bonifica, considerata onerosa ed antieconomica: bisogna infatti, nelle operazioni di bonifica, considerare che l’ex stabilimento Fibronit è ubicato in un’area ad
intensa urbanizzazione.
COS’È L’AMIANTO
L’amianto, chiamato anche indifferentemente asbesto, è
un minerale naturale a struttura fibrosa appartenente alla
classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del
serpentino e degli anfiboli.
È presente naturalmente in molte parti del globo terrestre e
si ottiene facilmente dalla roccia madre dopo macinazione
e arricchimento, in genere in miniere a cielo aperto.
Per la normativa italiana sotto il nome di amianto sono
compresi i seguenti 6 composti: Crisolito (amianto di
Serpentino), Amosite, Crocidolite, Tremolite, Antofillite,
Actinolite (amianti di Anfibolo).
L’amianto resiste al fuoco e al calore, all’azione di agenti
chimici e biologici, all’abrasione e all’usura. La sua struttura fibrosa gli conferisce insieme una notevole resistenza
meccanica ed una alta flessibilità.
È facilmente filabile e può essere tessuto.
È dotato di proprietà fonoassorbenti e termoisolanti.
Si lega facilmente con materiali da costruzione (calce,
gesso, cemento) e con alcuni polimeri (gomma, PVC).
Per anni è stato considerato un materiale estremamente
versatile a basso costo, con estese e svariate applicazioni
industriali, edilizie e in prodotti di consumo. In tali prodotti, manufatti e applicazioni, le fibre possono essere
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libere o debolmente legate: si parla in
questi casi di amianto friabile; oppure
possono essere fortemente legate in
una matrice stabile e solida (come il
cemento-amianto o il vinil-amianto): si
parla in questo caso di amianto compatto. La consistenza fibrosa è alla
base delle proprietà tecnologiche, ma
anche delle proprietà di rischio essendo essa causa di gravi patologie a
carico prevalentemente dell’apparato
respiratorio. La pericolosità consiste,
infatti, nella capacità che i materiali di
amianto hanno di rilasciare fibre
potenzialmente inalabili ed anche
nella estrema suddivisione cui tali fibre
possono giungere.
Per dare idea della estrema finezza
delle stesse basti pensare che in un
centimetro lineare si possono affiancare 250 capelli umani, 1300 fibre di
nylon o 335000 fibre di amianto. Non
sempre l’amianto, però, è pericoloso:
lo è sicuramente quando può disperdere le sue fibre nell’ambiente circostante per effetto di qualsiasi tipo di
sollecitazione meccanica, eolica, da
stress termico, dilavamento di acqua
piovana. Per questa ragione il cosiddetto amianto friabile, che cioè si può
ridurre in polvere con la semplice
azione manuale, è considerato più
pericoloso dell’amianto compatto che
per sua natura ha una scarsa o scarsissima tendenza a liberare fibre.
LE
SUE CONSEGUENZE SULLA SALUTE
E SULL’ORGANISMO
L’amianto rappresenta un pericolo per
la salute a causa delle fibre di cui è
costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e inalate. Il rilascio di fibre nell’ambiente
può avvenire o in occasione di una
loro manipolazione/lavorazione o
spontaneamente, come nel caso di
materiali friabili, usurati o sottoposti a
vibrazioni, correnti d’aria, urti, ecc.
L’esposizione a fibre di amianto è
associata a malattie dell’apparato
respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare) e delle membrane sierose,
principalmente la pleura (mesoteliomi).
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Esse insorgono dopo molti anni dall’esposizione: da 10 - 15 per l’asbestosi
ad anche 20 - 40 per il carcinoma polmonare ed il mesotelioma.
L’asbestosi è una patologia cronica, ed
è quella che per prima è stata correlata all’inalazione di amianto. Essa consiste in una fibrosi con ispessimento ed
indurimento del tessuto polmonare con
conseguente difficile scambio di ossigeno tra aria aspirata e sangue. Si
manifesta per esposizioni medio–alte
ed è, quindi, tipicamente una malattia
professionale che, attualmente, è sempre più rara.
Il carcinoma polmonare si verifica
anche per esposizioni a basse dosi.
Questa malattia è causata anche da:
fumo di sigarette, cromo, nichel, materiali radioattivi, altri inquinanti
ambientali (idrocarburi aromatici di
provenienza industriale, derivati del
catrame, gas di scarico dei motori). Il
fumo di sigarette potenzia enormemente l’effetto cancerogeno dell’amianto e quindi aumenta fortemente la
probabilità di contrarre tale malattia.
Il mesotelioma è un tumore raro, della
membrana di rivestimento del polmone
(pleura) o dell’intestino (peritoneo),
che è fortemente associato alla esposizione a fibre di amianto anche a basse
dosi.
Sono state descritte, inoltre, patologie
al tratto gastrointestinale e alla laringe
per le quali l’associazione con l’asbesto è più debole e resta da stabilire in
via definitiva una sicura dipendenza.
Le esposizioni negli ambienti di vita, in
generale, sono di molto inferiori a
quelle professionali, pur tuttavia non
sono da sottovalutare perché l’effetto
neoplastico non ha teoricamente valori di soglia.
Si distinguono almeno due approcci al
rischio: ambienti di vita - ambienti di
lavoro che differiscono per:
• Ambito normativo
• Metodologie di misura (microscopia
ottica o elettronica)
• Livelli di accettabilità
• Provvedimenti di prevenzione
• Mezzi di protezione
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ALCUNE
ESEMPLIFICAZIONI DI ESPOSIZIONI PERSONALI
VALUTATE CON I CRITERI SUESPOSTI
Rimozione coperture
di cemento-amianto non trattate
e a secco
0,03 – 0,3 ff/ml
Media 8 ore 0,2 ff/ml
Rimozione coperture
di cemento-amianto con trattamento
0,01 – 0,08 ff/ml
Media 8 ore 0,2 ff/ml
Addetti alla produzione vetro
Fustellatura guarnizioni
Smontaggio freni
Scoibentazione di amianto friabile
AMBIENTI DI LAVORO
L’esposizione occupazionale a fibre di
amianto ha avuto grande importanza
in passato quando le cautele previste
dalla recente normativa di origine
comunitaria (D.Lgs. 277/91) non
erano ancora operanti e tale esposizione era semplicemente considerata nell’ambito di quelle a polveri nocive prevista dal DPR 303/55. Come valori di
riferimento venivano utilizzati, quindi, i
Valori Limite di Soglia (TLV) adottati
dalla ACGIH.
La Direttiva europea recepita in Italia
con il D.Lgs. 277/91 e la Legge
257/92 ha introdotto livelli di soglia
più restrittivi rispetto a quelli
dell’ACGIH. Per il crisolito, ad esempio,
il TLV ACGIH è stato mantenuto a 2
ff/cc anche per il 1997 (sia pure con la
notazione A1: cancerogeno certo per
l’uomo) mentre in Italia tale valore dal
1992 è di 0,6 ff/cc con livello di azione di 0,1 ff/cc. La stima e la conoscenza delle esposizioni passate sono oggi
estremamente importanti poiché i tempi
di latenza di alcune patologie da
amianto sono molto lunghi, anche
diverse decine di anni. Tutto ciò rende
estremamente preziosi i dati di esposizione di mansioni lavorative ora non
più attuali. A seguito della entrata in
vigore della Legge 257/92, le lavorazioni con amianto come materia prima
Media 8 ore 0,3 ff/ml
Media 8 ore 0,2 ff/ml
0,2 – 2 ff/ml
0,6 – 2 ff/ml
e quindi l’esposizione degli addetti in
tali ambiti sono praticamente scomparse. Rimane, però, ancora l’esposizione
di lavoratori in quelle attività che prevedono la rimozione, la bonifica e lo
smaltimento. Gli ambienti di lavoro più
significativi per presenza di amianto
sono ora cantieri temporanei nel caso
di bonifiche di edifici, o semipermanenti nel caso di rimozione di amianto
da mezzi di trasporto come le carrozze
ferroviarie, le navi, ecc...
Apposite norme tecniche definiscono i
criteri di allestimento e conduzione di
questi cantieri con un approccio di protezione dalle fibre di amianto che prevede contemporaneamente:
• l’incapsulamento con prodotti verniciati/impregnati dei materiali contenenti amianto;
• la massima protezione delle vie respiratorie degli addetti con dispositivi di
protezione individuale (DPI) adeguati;
• la costante rimozione dell’inquinante
mediante aspirazione ed espulsione
dell’aria all’esterno dei cantieri previa
filtrazione assoluta.
La valutazione del rischio si effettua con
una metodica consolidata (anche se
mostra qualche limite per le basse
esposizioni), prevista dal Decreto
277/91, basata sul prelievo di aria
confinata in zona respiratoria del lavoratore. Le fibre aerodisperse sono cam-
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pionate con pompa portatile e membrana filtrante; l’analisi avviene
mediante il conteggio delle fibre depositate sulla membrana utilizzando il
microscopio ottico in contrasto di fase a
500 ingradimenti. Il risultato dell’analisi si esprime in n° di fibre per millilitro
d’aria. Ai fini del micron e con rapporto di allungamento superiore a 3: esse
vengono definite fibre regolamentate FR (OMS, 1987).
AMBIENTI DI VITA
Per moltissimi anni il rischio di esposizione a fibre di amianto è stato considerato importante solo per i lavoratori
dell’amianto e soltanto nell’ultimo
dopoguerra l’attenzione si è spostata
prima su esposizioni non professionali,
ma indirettamente collegate al lavoro,
(es. familiari di lavoratori addetti ad
attività con presenza di amianto o aree
interessate ad immissioni da stabilimenti produttivi) quindi sulla possibilità
di considerare l’amianto un contaminante ambientale normalmente presente nelle aree antropizzate. Sulla base di
queste considerazioni sono stati emanati, oltre alla Legge 257/92, alcuni
decreti applicativi che hanno l’obiettivo
di gestire il potenziale rischio derivato
dalla presenza di amianto in edifici,
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manufatti e coperture. Pur essendo il
rischio causato dall’esposizione ad
amianto nella popolazione di più difficile valutazione rispetto a quello professionale, si sono affermati alcuni
punti ritenuti prioritari da considerare
nell’analisi del rischio.
In particolare:
• è stabilita una netta differenza tra l’amianto friabile (ovvero l’amianto libero
o tessuto o spruzzato o steso a cazzuola con leganti deboli) e l’amianto in
matrice
compatta
(ovvero
il
cemento–amianto in buono stato di
conservazione, il vinil–amianto, ecc..)
considerando il primo di gran lunga
più pericoloso per la facile tendenza
alla frantumazione (sbriciolamento) e
conseguente possibile dispersione in
atmosfera di fibre libere;
• la determinazione della concentrazione di fibre aerodisperse si effettua
con prelievi su membrana e conteggi in
microscopia elettronica a scansione
(SEM). Può anche essere utilizzata la
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microscopia elettronica a trasmissione
(TEM) attualmente adottata in Nord
America;
• viene data precedenza agli interventi di protezione per gli occupanti di edifici quali scuole di ogni origine e grado
e di ospedali (Circolare n° 45/86 del
Ministero della Sanità);
• non sono considerati importanti i
comparti ambientali diversi dall’atmosfera, pertanto l’amianto non è considerato rilevante tra gli inquinanti di tipo
alimentare o del sottosuolo.
Ad esempio per quanto riguarda la
presenza di fibre di amianto nell’acqua
potabile trasportata in tubi di cemento–amianto, studi a livello internazionale affermano non esservi una chiara
evidenza di associazione tra eccesso di
tumori gastrointestinali e consumo di
tale acqua.
I dati riportati nella letteratura scientifica, peraltro non molto omogenei in
riferimento ai metodi di campionamento e analisi impiegati, evidenziano concentrazioni di fibre aerodisperse estremamente variabili che vanno da valori
di 0,0001 ff/I in aria ambiente fino a
50 -100 ff/I in ambienti confinati con
amianto friabile degradato (dati riferiti
a misure in microscopia elettronica).
Sono esposizioni, in generale, non
paragonabili a quelle professionali,
tuttavia non sono da sottovalutare
perché:
• per il rischio neoplastico non vi sono
teoricamente valori di soglia;
• le fibre inalate nel tempo si accumulano nell’organismo e accrescono progressivamente il rischio (probabilità) di
provocare danni (soprattutto gli anfiboli);
• tra la popolazione esposta sono compresi anche i bambini (che eventualmente occupano una scuola con
amianto): essi hanno una lunga aspettativa di vita ed hanno perciò più possibilità di sviluppare il tumore;
• l’esposizione “civile” è una esposizione vera poiché normalmente gli occupanti un edificio con amianto non portano mezzi di protezione delle
vie respiratorie, a differenza dei pro-
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fessionalmente esposti.
In definitiva l’amianto ha tre differenti
gravi effetti: provoca l’asbestosi, malattia nella quale i tessuti del polmone,
irritati dalle fibre microscopiche dell’amianto formano cicatrici fibrose sempre
più estese fino a che zone sempre più
ampie del polmone perdono la loro
elasticità, impedendo di fatto la respirazione o comunque rendendo molto
meno efficiente l’ossigenazione, con
effetti, per intendersi, analoghi a quelli
della broncopneumopatia cronica
ostruttiva.
Provoca il mesotelioma, un gravissimo
tumore che colpisce la pleura, il peritoneo (il sacco membranoso che racchiude l’intestino) e il pericardio. Se ne
conoscono sia una forma benigna, sia
una maligna particolarmente aggressiva, tanto che nelle casistiche la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è
pari soltanto al 2 per cento. Nella stragrande maggioranza dei casi la forma
maligna è causata esclusivamente da
esposizione all’amianto.
Aumenta di 5 volte il rischio di carcinoma polmonare dei fumatori.
Mentre nel caso dell’asbestosi gli studi
consentono di concludere che è necessaria un’esposizione intensa e prolungata e che, quindi, si tratta di un effetto dose–dipendente, per il mesotelioma
non è così. Si ricorda per esempio il
caso delle mogli di operai addetti a
lavorazioni dell’amianto che erano
andate incontro al tumore solo dovendo maneggiare le tute del marito, mentre quest’ultimo non aveva avuto conseguenze. Nel caso del mesotelioma,
insomma, non è possibile definire una
soglia di rischio, ossia un livello di
esposizione così ridotto da essere innocuo e, in ogni caso, la suscettibilità individuale conta.
Un altro aspetto da tenere presente è
che le due principali forme di amianto
hanno effetti differenti: per la sua maggiore fragilità, l’anfibolo si diffonde più
facilmente nell’aria, ragion per cui i
difensori dell’impiego dell’amianto in
edilizia (Oltreatlantico) sostengono che
impiegando il serpentino (e usando
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una matrice più tenace per gli impasti)
si riducono i rischi. Peccato che il crisotilo sia riconosciuto estremamente cancerogeno. A oggi, invece, come ho già
ricordato, non sembra abbiano effetti
nocivi le fibre di amianto eventualmente ingerite (magari per contaminazione
delle acque potabili che scorrono in
tubature realizzate con amianto).
conferirli per lo smaltimento.
SEMPRE RISCHIOSO?
La presenza dell’amianto in sé non è
necessariamente pericolosa, dipende
dal grado di libertà delle fibre. In altre
parole un tessuto è molto rischioso, l’amianto spruzzato anche; un elemento
di Eternit no, ma solo a patto che non si
stia sgretolando. In altre parole, finché
le fibre non possono liberarsi nell’aria,
perché imprigionate nell’impasto del
cemento o di altre sostanze (per esempio le resine), oppure semplicemente
perché racchiuse in intercapedini sigillate (come nel caso dei vagoni ferroviari in buono stato) il pericolo può essere
ragionevolmente escluso. Per questo
oggi la principale fonte di esposizione
in Italia sono i tetti in Eternit che, col
passar degli anni, per effetto delle
intemperie e in particolare delle piogge
acide, sono andati progressivamente
deteriorandosi con la possibilità, quindi, di liberare le fibre.
IL PERICOLO NON È FINITO
Sfortunatamente, anche se la Legge è
in vigore dai dieci anni il pericolo non
può dirsi superato. Soprattutto nel
Nord Italia, infatti, sia i materiali per
edilizia sia altri manufatti contenenti
amianto sono ancora molto diffusi.
Inoltre, visti i lunghi periodi che intercorrono tra l’esposizione e lo sviluppo
della malattia, è probabile che nel
prossimo futuro aumentino i casi di
mesotelioma e delle altre malattie
dovute al minerale. Già da qualche
anno, infatti, la forma tumorale legata
al lavoro più spesso riscontrata è proprio il mesotelioma pleurico, come
segnala l’Osservatorio statistico
dell’INAI. Analizzando i 600 casi
registrati tra il 1998 e il 1999, inoltre,
l’INAIL ha potuto calcolare in quale
percentuale la malattia colpirà i diversi settori di lavoro. In testa c’è la cantieristica navale, con il 30,3%, seguita
dall’industria nel suo complesso
(27,6%) e dalla cantieristica ferroviaria (14,4%). Inoltre sempre l’INAIL
ricordava che a Marzo 2002 erano in
totale 136.762 i certificati di esposizione all’amianto rilasciati su richiesta
dei lavoratori, dei quali oltre 60.000
positivi.
CHE COSA DICE LA LEGGE
In Italia dal 1992 (legge 257/1992) è
proibita l’estrazione, l’importazione e
la lavorazione dell’amianto. Di conseguenza, dal 1992 in poi non è possibile che nell’edilizia, o nell’isolamento di
un forno, sia stato impiegato amianto.
Anche in precedenza si era legiferato
in materia, introducendo limiti all’impiego in talune applicazioni e introducendo limiti di contaminazione dell’aria. Per questo i manufatti, soprattutto
quelli casalinghi come guanti da forno
o per le assi da stiro, dovevano già
prima del 1992 riportare l’indicazione
“A” per segnalare la presenza di
amianto. Qualora si abbiano in casa
oggetti contenenti amianto è bene consultare l’ASL per sapere come e dove
COME DIFENDERSI
Istintivamente verrebbe da pensare che
il modo migliore sia rimuovere gli elementi in amianto e stoccarli in posti
sicuri, ma non è esattamente così. In
molti casi rimuovere l’amianto può
causare repentini (e pericolosi) innalzamenti della quantità di fibre presente nell’aria. Nel caso dei tetti di Eternit
che si stanno degradando, per esempio, la soluzione più razionale è rivestire gli elementi con sostanze che
intrappolino le fibre (materiali plastici),
operazione che viene definita di incapsulamento, e nell’applicare poi rivestimenti metallici (sconfinamento).
È evidente che le soluzioni vanno cercate caso per caso e che, prima di procedere a lavori di bonifica, è necessa-
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rio far eseguire i rilievi del caso interessando la propria ASL. Infatti per
giudicare della pericolosità della situazione è necessario controllare l’entità
della presenza di fibre nell’aria. Si
tratta di un’operazione relativamente
semplice, che consiste nell’aspirare l’aria atmosferica attraverso un filtro per
poi contare il numero di fibre servendosi di un microscopio. In Italia il massimo livello ammesso è di 0,6 fibre per
centimetro cubo per il crisotilo e di 0,2
ff/cc per gli anfiboli e le miscele.
Da evitare assolutamente il fai da te:
sia perché lo smaltimento non è possibile al singolo sia perché per operare
con l’amianto sono necessari sistemi di
protezione ben diversi dalle mascherine da verniciatore in vendita nei colorifici.
(CONTINUA
NEL PROSSIMO NUMERO)