Diapositiva 1
Transcript
Diapositiva 1
ARCIPELAGO itaca letterature, visioni ed altri percorsi ideatore e curatore: Danilo Mandolini Inserire disegno di Luigi Bartolini […] Ma ei non brama che veder dai tetti sbalzar della sua dolce Itaca il fumo, e poi chiuder per sempre al giorno i lumi. Omero, Odissea - Libro I AVVERTENZA. ARCIPELAGO itaca è un’iniziativa realizzata senza fini di lucro, resa disponibile nel solo formato digitale e distribuita gratuitamente, via e-mail e tramite internet (www.arcipelagoitaca.it), a circa 800 tra associazioni ed operatori culturali, riviste di letteratura e non, critici, scrittori ed estimatori. ARCIPELAGO itaca non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto non ha periodicità e non può pertanto essere ritenuta un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. Testi ed immagini contenuti in ARCIPELAGO itaca sono riprodotti, quando possibile e per lo più, previo espresso consenso dei relativi autori (sono sempre e in ogni caso citati gli autori e/o le fonti di reperimento). ARCIPELAGO itaca è un marchio registrato. Le riproduzioni di dieci acqueforti di Luigi Bartolini commentano questa ottava apparizione di ARCIPELAGO itaca. In copertina: I trogloditi di Luigi Bartolini - 1949 L’ordine di presentazione degli autori di VOCI - eccezion fatta per le rubriche OPERA PRIMA e RILETTURE, che sono in apertura, e SOLO INEDITI, che è in chiusura - è alfabetico. Echi Un ricordo di Claudia Ruggeri La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta di Stelvio Di Spigno Testi da Inferno minore Voci Echi 1 - 34 OPERA PRIMA Un ricordo di Claudia Ruggeri La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta di Stelvio Di Spigno Testi da Inferno minore Voci OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava Pronta in bilico di Natalia Paci Con note di Danilo Mandolini 35 - 44 45 - 55 rsvp di Alessandra Cava Pronta in bilico di Natalia Paci Con note di Danilo Mandolini RILETTURE - Patrizia Cavalli 56 - 62 63 - 93 94 - 130 131 - 165 RILETTURE - Patrizia Cavalli Gian Maria Annovi Luca Ariano Anna Ruotolo SOLO INEDITI D’amore ideale e vita di Mauro Barbetti Da Bagnanti di Renata Morresi Collage Giuseppe Ungaretti Gian Maria Annovi Luca Ariano Anna Ruotolo SOLO INEDITI 166 - 172 173 - 180 181 D’amore ideale e vita di Mauro Barbetti Da Bagnanti di Renata Morresi Collage Giuseppe Ungaretti Ottava apparizione Luigi Bartolini Luigi Bartolini (Cupramontana, 8 febbraio 1892 - Roma, 16 maggio 1963) è considerato, insieme a Giorgio Morandi e Giuseppe Viviani, tra i maggiori incisori italiani del Novecento. Formatosi all‘Accademia di Roma, le sue prime acqueforti risalgono al 1914. Il suo stile si riallaccia alla tradizione naturalista italiana dell'Ottocento guardando, al contempo, alle stampe di Rembrandt, Goya, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e degli incisori del Settecento italiano. Partecipò, su invito, sia come incisore che come pittore, a quasi tutte le edizioni della Biennale di Venezia dal 1928 al 1962, ricevendo il premio per l'incisione nel 1942. Sempre per l'incisione fu premiato anche a Firenze, nel 1932, con Morandi e Umberto Boccioni (alla memoria), alla Quadriennale di Roma, nel 1935, e a Lugano, nel 1950. Nel 1933 venne arrestato per motivi politici ad Osimo, dove risiedeva da qualche anno, dal regime fascista col quale pure aveva ampiamente collaborato. Dopo un mese di carcere ad Ancona venne confinato prima a Montefusco e poi a Merano dove rimarrà fino al 1938. Si trattò, secondo il suo biografo Luciano Troisio, di un «processo e di un confino farsa» perché «l'antifascismo di Bartolini è perlomeno strano, dato che i veri antifascisti erano in carcere, ridotti all'impotenza, al silenzio, e comunque derisi, e non avevano certo, come Bartolini, intere pagine delle riviste fasciste a loro disposizione, tutta la loro opera diffusa, le incisioni riprodotte, le poesie pubblicate, le opere narrative recensite dagli organi del partito e pubblicizzate…» (Troisio, L'amoroso detective). Nel biennio 1949/1950 realizzò, insieme ad un autoritratto e per l’importante collezione Verzocchi di Forlì, Le mietitrici, oggi alla Pinacoteca civica di quella città. Fu presente a tutte le più importanti manifestazioni artistiche del suo tempo, sviluppando diverse “maniere” definite da lui stesso: "maniera bionda", "nera" e "lineare”. Utilizzando queste stesse “maniere” realizzò numerose acqueforti con paesaggi delle Marche e della Sicilia e le serie: Gli insetti, Le farfalle, Gli uccelli e Scene di caccia. Notevole anche la sua attività di scrittore, poeta, critico d'arte e polemista, con oltre 70 libri pubblicati con le maggiore case editrici. Fu collaboratore delle principali riviste e testate giornalistiche italiane del suo tempo. Nel 1946 pubblicò, per l'editore Polin di Roma, il romanzo Ladri di biciclette dal quale Cesare Zavattini trasse spunto per la sceneggiatura dell‘omonimo film di Vittorio De Sica. Nel 1965 gli viene dedicata una retrospettiva nell'ambito della IX Quadriennale di Roma. Luigi Bartolini La scuola media - 1924 echi Tre ragazze zingare al bagno - 1937 Raccoglitrici d’olive - 1933 Claudia Ruggeri Per lungo tempo dimenticata, praticamente mai “sbocciata al grande pubblico” a causa della sua prematura scomparsa, consumata dalla malattia psichica che la portò al suicidio (si gettò dal balcone di casa nell’ottobre del 1996). Si deve a Mario Desiati, narratore e poeta, pugliese anche lui, la riscoperta dell’opera di Claudia Ruggeri allorché, nella fine d’anno del 2004, “Nuovi argomenti” le dedicò un ampio spazio del numero 28 della sua 5a serie. Quella dell’artista salentina è una voce ancora autentica ed inedita della poesia contemporanea. Lo era già negli anni in cui visse tanto che si parlò di lei, allora giovanissima, come di una sicura promessa della letteratura italiana. La sua pronuncia è alta ed ardua al tempo stesso. Nel suo versificare si ravvisano i più disparati echi: Dante, la taroccologia, una certa mistica antica, la scuola di Federico II, la tradizione trobadorica e tanto altro ancora. A ragione Desiati si riferisce alla sua cifra stilistica e a lei in termini di «barocco non decadente» e di «mito giustificato». Si propone, a seguire, una nota bio-bibliografica di dettaglio dell’autrice, un saggio davvero esaustivo e puntuale di Stelvio Di Spigno intitolato La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta, un’ampia selezione di testi curata da Danilo Mandolini e tratta dall’unica opera edita della scrittrice (Inferno minore) e, in chiusura, un breve carteggio intercorso, nel 1990, tra la poetessa e Franco Fortini. Claudia Ruggeri Claudia Ruggeri 1 Nacque a Napoli il 30 agosto del 1967 da madre napoletana e da padre leccese. Nel 1968 si trasferì, con la famiglia, a Lecce dove visse fino alla fine dei suoi giorni. Claudia Ruggeri Frequentò il Liceo Scientifico approfondendo, contemporaneamente, l’esercizio Inferno minore della lingua inglese. In seguito si iscrisse alla facoltà di Lettere moderne e a quella di Teologia. Nonostante avesse sempre ottenuto risultati brillanti nello studio, non riuscì mai a laurearsi. Questo: a causa dei problemi psichici che nel tempo l’aggredirono, fino ad annientarla. Grande lettrice, la sua formazione risultò ampiamente arricchita anche dai numerosi viaggi effettuati sin dall’infanzia. Particolarmente significativi per lei furono il lungo ed avvincente periplo della Turchia che la pose in contatto con il fascino di antiche civiltà nostre antenate. In seguito partecipò, prima della caduta del muro di Berlino, ad un “tour” dei paesi dell’est europeo (Polonia, Ungheria, Russia) durante il quale poté constatare, de ne alcune realtà contemporanee allora sconosciute alla maggior parte visu, alcune realtà contemporanee allora pressoché sconosciute allapressoché maggior parte degli occidentali. Un’altra degli occidentali. Un’altra significativa esperienza significativa fu rappresentata da un viaggioesperienza in India e nello Sri Lanka.fu rappresentata da culturale salentino. Dall’età di circa 18 anni partecipò al “Laboratorio di poesia”, creato nel 1985 dal Prof. Arrigo Colombo e dallo stesso diretto. Questi - docente presso l’Università di Lecce, filosofo, scrittore e poeta - riuscì, con la collaborazione di di un unaltro altrointellettuale intellettuale, il Prof. Walter Vergallo, a dare un forte impulso al fermento culturale salentino. Nacque la rivista “L’incantiere” e prese il via il festival “Salentopoesia”. Si trattava dei primi reading pugliesi dove i migliori autori italiani si cimentavano, per intere serate, nella lettura di poesie. Vi partecipò anche Claudia incantando la platea per il fascino delle sue performance. Nel “Laboratorio di poesia” convergevano i maggiori poeti salentini. Claudia era tra questi: forte e fortemente creativa nel discorso lirico, straordinaria ed incomparabile nella recitazione, personalissima sempre. Con la sua poetica ardua e singolare, Claudia si impose per la vitalità espressiva e per l’uso quasi spregiudicato della lingua, tanto che Franco Fortini, pur riconoscendo in lei le “stimmate” dell’artista, le rimproverò la foga letteraria in termini di “impunità” Claudia Ruggeri 2 della parola. Fu in quegli anni che fece conoscenza, e sovente strinse relazioni di amicizia, con numerosi personaggi del mondo letterario ed artistico; dal già citato Franco Fortini (a cui fu legata da un insolito vincolo di stima ed affetto), a Dario Bellezza; e poi: Adolfo Oxilia, Giampiero Neri, Enzo Di Mauro, Antonio Verri, Bruno Brancher, Michelangelo Zizzi, M. Luisa Spaziani ed altri. La sua morte fisica sembrò segnare la sua “cancellazione” dalla mente e dal cuore di quei tanti che le si erano proclamati amici ed estimatori. Tranne un numero della rivista “L’incantiere” interamente dedicato ai suoi testi e a saggi critici sulla sua poetica, pubblicato dopo la sua morte e in concomitanza di una serata commemorativa organizzata presso l’Università di Lecce, più nulla accadde. Otto anni dopo la sua scomparsa lo scrittore Mario Desiati le dedicò, nel n° 28 (ottobre-dicembre 2004) di “Nuovi argomenti”, un’ampia sezione della rivista pubblicando pubblicando pubblicando una significativa selezione di versi, testimonianze e ritratti fotografici. Fu lo stesso Desiati che in seguito, nel 2006, per conto della casa editrice peQuod, curò anche la stampa del volume Inferno minore che contiene, altresì, Le pagine del travaso ed un cospicuo numero di altri componimenti. Nel 2007, "Terra d'ulivi" di Lecce edita Oppure mi sarei fatta altissima: saggio sulla poetica di Claudia Ruggeri a cura di Alessandro Canzian. Nel dicembre dello stesso anno viene bandito, dall’omonima Associazione culturale, il Premio letterario Claudia Ruggeri destinato ai giovani autori. È del 2010, infine, l’uscita, per l’editore Lietocolle, del volume La sposa barocca Sette saggi su Claudia Ruggeri. È morta suicida, a Lecce, nell’ottobre del 1996. Buona parte dei manoscritti della poetessa si trova oggi a Firenze, presso il Gabinetto G.P. Vieusseux. www.claudiaruggeri.it La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta Di Stelvio Di Spigno 1. Adolescenza di un fenomeno. Trovarsi davanti al volume Inferno minore di Claudia Ruggeri [1], vuol dire, nello specifico, affrontare una sorta di Moloch gigantesco, inafferrabile, dotato di poteri quasi sovrannaturali e per questo ancora più terribile e sconvolgente: e lo specifico di cui parlo è un tentativo di lettura critica, ancorché provvisorio e superficiale, e di quando in quando fuorviato dall’enorme massa di informazioni che occorrono per tentare di creare una mappa delle funzioni letterarie e psichiche di questa scrittura. Il libro riassuntivo che raccoglie le sue poesie giovanili insieme all’unica raccolta compiuta dell’autrice, introdotto da un commosso e lucido intervento di Mario Desiati, è una sorta di monumento all’oscurità e alla grandezza di una scrittura che ha rischiato, nell’arco di circa dieci anni, di finire nell’oblio, se non fosse stato lo stesso Desiati a riproporla con forza all’attenzione nazionale nel 2006 con una sezione monografica apparsa sul numero 28 di “Nuovi argomenti”. Della Ruggeri si sa poco. La sua breve vita non consente, per fortuna, facili e oziosi collegamenti tra la sua produzione letteraria e momenti più o meno significativi della sua esistenza, terminata tragicamente a 29 anni nel 1996. Ma non è detto che questo sia un male. Possiamo affermare che senza la melensa aneddotica e i tentativi di ricomposizione biografica che si sviluppano incontrollatamente in questi casi, la sola attenzione sui testi non possa che giovare alla causa. Claudia Ruggeri, in quest’ottica precisa, è la sua scrittura, la sua pronuncia abnorme, la sua casualità e caducità letteraria e forse un mistero che tale rimarrà. Tocca a noi introdurci in questo budello dalle fattezze preistoriche, cercando di uscire vivi dalla matassa di mostri che l’autrice crea appositamente per i suoi coraggiosi lettori. Non è difficile fornire, e al limite inventare, definizioni sulla poetica della Ruggeri. Si tratta di una scrittura così peculiare e caratterizzata, tutta sbilanciata verso l’infrazione e l’esagitazione strutturale, che le etichette coniate fino a oggi non risultano peregrine. Si può agevolmente parlare di una scrittura barocca, irritabile fino al parossismo, espressionista e insieme ermetica e trobadorica, se a quest’ultimo termine forniamo l’accezione più comune di trobar clus, di un poetare consapevolmente oscuro. Si può aggiungere che, già nelle poesie giovanili raccolte in volume, si riscontra quella capacità di creazione di mitologie personalizzate, di auto-miti e auto-simboli, simboli, che saranno costantemente riprodotti in Inferno minore (l’unica opera compiuta dell’autrice) contribuendo a formarne la cifra essenziale. Alla Ruggeri non occorrevano i miti comunemente in uso nelle fragili produzioni mitopoietiche: le servivano piuttosto degli archetipi, delle arcaiche formalizzazioni mitologiche sulle quali formare la propria griglia di titani e oggetti numinosi in perenne e folle movimento. Come pure non si può tralasciare quella padronanza totale della sintassi poetica, talmente radicata e padroneggiata da poterla riportare a una furia naturale, a una forza della natura calata nella testualità. Claudia Ruggeri [1] C. Ruggeri, Inferno minore, introduz. di M. Desiati, peQuod, Ancona 2006. 3 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta Scrittura, quindi, barocca, inestricabile per oscurità, espressionista fino al più macerante dato biologico, ermetica, simbolica, a-sintattica, a-semantica e quant’altro. Tutti conseguimenti critici che devono però scontrarsi con una pronuncia talmente estesa e spettacolare da fondere audacemente questi elementi in una sintesi suprema. Ma se accettiamo la rappresentazione di un riflusso finale di tutto l’universo della Ruggeri come fatto e non come circostanza, dobbiamo a maggior ragione cercare un movente, il principio o il cardine di questa energia poeticamente vulcanica, che ne determini, almeno approssimativamente, un fine e un movimento primario. Abbiamo detto che Claudia Ruggeri è la sua scrittura. Il senso di questa affermazione è che essa svuota di significato la persona fisica di Claudia, la sua storia personale, le sue affezioni extraletterarie per riproporle, deformate e irriducibili a qualsiasi riferimento preciso, nel campo magnetico degli automatismi della sua pagina. In questo caso, la scrittura assume una disposizione ludica, performativa, che bilancia l’enorme peso e l’enorme responsabilità che le spalle della poetessa adolescente dovevano sopportare sin dalle prime prove significative: Alla cute del Sole che per te bordeggia per il vento che sboccia il paese nella luce rinvigoriscono i piedi pestando la terra, quando gli ultimi favori di pioggia rischiano la morbida azione del tuo collo inferociscono i piedi battendo il suolo duro allora sfreccia tra gli alberi le stelle la vita per andare a gocciare attratta negli occhi dell’ultimo nato [2] Claudia Ruggeri [2] Ivi, p. 48. 4 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta Questo testo, scritto tra i quindici e i ventidue anni, potrebbe rappresentare la prima tappa immaginaria del percorso della Ruggeri. In esso si possono sentire, quasi fisicamente, i rumori, la durezza della terra, l’incipiente urgenza del corpo a darsi come fattore disturbante. Eppure, questo testo già ipnotico e internamente necessitato, sembrerebbe appartenere a uno dei tanti epigoni ermetici (parlo qui dell’Ermetismo storico) che hanno imperversato, soprattutto al Sud, ben oltre la fine dell’originario movimento fiorentino. Non mancano, nella prima produzione dell’autrice, altri esempi di questa tipologia. Ma essi non sono altro che la prima fase di una totale scomposizione dei valori omologanti del testo poetico tradizionale, a favore di una sorta di scrittura rabdomantica che ingloba, linguisticamente, praticamente di tutto. Accanto al testo riportato sopra, sempre nell’arco di tempo che va dai quindici ai ventidue anni dell’autrice, ecco una prima sedimentazione testuale che rasenta i limiti dell’informale, già pregna di tutta la convivenza linguistica di cui parleremo più diffusamente quando sarà il momento, il momento di Inferno minore: l’elemento innerva corpo dato errore di tempo probabile di caso percepito ipotesi) qualche stella scoppia in silenzio la chiamano Una volta quando si dice una volta e lo si dice adesso - oggi persino esiste un bosco acuto a nozze attinto al volo persino ha dato il suolo al passo che si spolpa al sole spopolato verde fino alla soglia l’ipotesi d’immagina che collassa spaurita dentro il cuore [3] La propensione a centrifugare elementi stilistici diversi è già in atto: nasce con l’autrice e si perfezionerà sempre di più man mano che non solo la sintassi, ma anche le più minuscole ipotesi di senso compiuto scompariranno, lasciando ai testi la loro sola esistenza fàtica. Tuttavia, proprio per la “medianità” di questo testo, possiamo cogliere alcuni aspetti che sembrano già attuativi del prosciugamento sintattico e semantico delle poesie successive: la non ravvisabilità del Claudia Ruggeri [3] Ivi, p. 27. 5 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta reale, ridotto a un «elemento» che si coagula in un «corpo dato», una sorta di “corposità” del nulla; le prime prospettive di intervento del «caso», che si svilupperanno in chiave mitica; l’incertezza esistenziale dell’«errore» e dell’«ipotesi»; l’iperletterarietà del settimo verso, posto ad arte nel diluvio di referenti naturali che gli si oppongono, configurando così un delizioso alterco arte-natura: «esiste un bosco acuto a nozze attinto»; la presentificazione della scrittura come elemento a sé stante, tutto confitto in una ripetizione («Una volta… una volta») che preannuncia le infinite propensioni della sua lingua verso esiti nichilistici: «Una volta quando si dice una volta / e lo si dice adesso»; e infine lo splendido, pilotato deflusso di tutto l’accumulo verbale verso il giocoso sentimentalismo degli ultimi due versi, indice di una magistrale padronanza dei vari registri emotivi e della dinamica del verso libero. Sebbene questo sia solo un assaggio, l’essenza stessa della scrittura della Ruggeri è già ravvisabile, seppure in nuce: una scrittura che dovrà lacanianamente compensare il vuoto (che la poetessa avverte come universale), planando sui territori della psicosi (sentita come un destino ineluttabile), ma che al contempo dovrà, come scrittura, proiettare l’assenza assoluta dell’io, organizzare un discorso in absentia di se stessi e dei dati di realtà, con tutta la corona di traumi e terrori che questo comporta. Ecco che l’io, da base sicura dalla quale partire, diventa un io, quello della Ruggeri, che esiste solo dentro il discorso e non altrove, e quindi mai, se non in un conato creativo e ancestrale che è, per lei, ferita e medicamento, vetta e caduta. Eppure, è proprio in questo che risiede la grandezza di questa poetessa: la sua espressività proteiforme parte da una mancanza, da un’assenza a priori di tutto, da un gesto poetico invalidante che deve fare da contrappasso: già esente dall’invadenza della personalità empirica e individuata, l’autrice può presentarsi al mondo come una dilaniante medium, una fessura nella roccia di grandezza indefinibile che soffre per il suo svuotamento psichico, ma che produce una poesia che è puro suono. Ma prima di arrivare a questo segno, vi sono da demolire alcuni materiali inerenti al sogno di un’intenzione razionale che determina l’accadere delle cose. Il primo stadio di questo movimento è la sospensione, grazie alla quale può forgiarsi costantemente la scrittura. In Trilogia e sospensione blu [4], appartenente a un’altra “epoca” della vita dell’autrice, i poeti demitizzati e dimenticati dal favore del destino si fanno avanti, anzi «escono dalle tane», solo dopo che una distrazione fatale, la distrazione di Dio nei confronti degli umani, diventa una malvagia e selvatica contraddizione verbale. Il secondo gradino di questa discesa agli Inferi è la morte: tra le poesie scritte dalla Ruggeri tra i ventitre e ventinove anni (quindi coeve alla formazione di Inferno minore), ve ne sono due che metaforizzano l’assenza come visione terminale della vicenda umana e artistica del singolo [5]. Vorrei sottolineare che esse metaforizzano perché, piuttosto che essere degli epicedi “in morte di”, sono piuttosto dei fenotipi di un abbandono che compie un cerchio magico attorno a se stesso, per non farsi penetrare dalla privatezza delle occasioni dalle quali scaturiscono. La scrittura e la morte, in queste pagine, non hanno nessun nesso di natura causale. La morte è un evento costituzionale, e la sua presenza accanto al mondo perimetrale dell’arte non fa che confermare che ogni motivazione esistenziale non è né trasmissibile né verificabile, ma Claudia Ruggeri [4] Ivi, p. 69. [5] Mi riferisco a Per la morte di Stefano e In morte di Marcello (giaculatoria), in C. Ruggeri, cit., rispettivamente pp. 65-6 e 78-9. 6 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta trae legittimazione solo dal fatto che l’espressione poetica non può essere repressa dal lutto. Raggiunta questa formulazione di inumana empietà, la scrittura può finalmente fluire senza più ostacoli. Nel suo più assoluto artificio, essa può costituirsi in forme dirette e orientate oppure crescere su se stessa come un infinita concrezione verbale. La Ruggeri può anche permettersi il lusso, consentito solo ai grandi scrittori, di scrivere della e sulla scrittura, di ridurre il contenuto a un ridicolo simulacro del passato, di affermare che ogni possibile senso da attribuire al testo è solo il testo stesso, che si libera definitivamente dalla balzana ipotesi di un’idea che sorregga il discorso. Ed è, in gran parte, la fonicità rituale e incantata del Salento a guidarla in questo processo: le «frasi di contadini» in un foro immaginario, le «preci di donne nere e gonfie», il «lamento» di qualcuno «mentre sgozzava agnelli», una «strana melodia», una «musica benefica», «un lento accordo di pietra / e di divino» che la giovane Claudia ha assorbito, insieme a tutti gli altri brani fonografati dalla sua imponente memoria, per dedicarli all’amico morto, a un amante derelitto o a una qualche entità non personificabile. È la terza tappa di questa marcia verso la libertà spirituale che occorre per ideare Inferno minore: sembra una fuga in avanti, invece è un ritorno alle origini della lallazione poetica, al caos combinatorio di lettere e lemmi infuocati e divoranti. Ora davvero vexilla regis prodeunt inferni: Claudia Ruggeri Canzone alla luna Fuor dalla terra del ratto del riccio, esco dall’interesse pianura. tengo lo sguardo contro l’arsura contro l’avverso colle verso il Paziente margine ministro verso l’anziana Pianta del verso Avvenire con quella mente chiara del mio più Chiaro autore. ché matura in un attimo l’immagine del pesce, dell’amaranto Incanto. nessuno scoop, una notizia chiusa nel notiziario scientifico del terzo canale. tra altro materiale astrale, nuovi silenzi Ché il vento ormai s’elabora di tutte le parole ma di parole. Rotolo 7 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta …e non si vota il vaso celeste non si consuma il pesce per il bandolo amaranto in questa vasca dove la mente nuota; naviga entro la piena: là, la serena, disaminata immersa, esplicita luna. [6] Dottrina poetica, materiali televisivi di scarto, tentazione informale e strabordanza associativa, citazionismo polimorfo e fermenti iperletterari: non si vedeva niente di simile dai tempi del miglior Zanzotto, che pure è passato dalla polverizzazione normativa della Beltà, alla quasi cavillosa stabilizzazione del Galateo in bosco, fino al recupero di una verginità della parola nel suo ultimo libro notevole, lo struggente Idioma del 1986. In genere, simili paragoni vengono stigmatizzati. Qui il paragone, ancorché sibillino e quasi sussurrato, sembra quasi doveroso. Almeno in chiave di eredità provocatoriamente compromissorie. Dal Montello al Salento, attraverso talenti linguistici di questa portata, il passo non è poi così lungo. 2. Inferno minore: Matti, visioni e furori. La vicenda di Inferno minore, attorno alla quale ruota sia la poesia precedente che i tentativi di quella successiva, le embrionali Pagine del travaso, si determina attorno a una consapevolezza espressiva che non solo stupisce per precocità, ma che permette una tale proliferazione di funzioni testuali da restare interdetti. L’unica opera compiuta di Claudia Ruggeri rischia di essere, e in alcuni tratti lo è, una sorta di capolavoro illeggibile, almeno al primo approccio. Il lettore consegue subito la sensazione di una poesia anomala, vertiginosa, lontana da ogni calligrafismo frequente nella giovane (e non) poesia coeva. Ma rimane irretito e intimidito dai dati psichicamente disturbanti che in questi versi scorrono a iosa. La spiegazione, forse l’unica possibile, sta nel fatto che la Ruggeri tocca uno dei tabù dell’arte e della poesia moderna: la sua pagina è perturbante, anarchica, annichilente. Possiamo preservarci da essa soltanto attraverso il paradosso e la congettura che essa non entrerà mai a far parte in pieno della nostra esistenza, molto più confortevole, a meno che non ci nutriamo di essa per qualche scopo diverso dalla semplice informazione. Dovrò ricorrere, a questo punto, ad alcune illuminanti pagine di Edgar Wind, che meglio di tutti ha saputo collegare le conseguenze dell’anarchia dell’arte con le premesse naturali che le determinano: “L’arte è - abbiamo il coraggio di ammetterlo - una faccenda scomoda, e scomoda soprattutto per l’artista stesso. Le forze dell’immaginazione, dalle quali egli trae il suo vigore, possiedono una loro energia, dirompente e capricciosa, che l’artista deve saper amministrare con prudenza. Se egli concede troppa libertà alla sua immaginazione, essa può sfrenarsi e distruggere lui Claudia Ruggeri [6] Canzone alla luna, in C. Ruggeri, cit., p. 77. 8 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta e la sua opera, per eccesso. «La passione frenetica dell’arte» scrisse Baudelaire «è un cancro che divora tutto il resto». D’altro canto, se egli tormenta il proprio genio, costringendolo a una disciplina sbagliata, […] l’immaginazione può inaridirsi e atrofizzarsi.” [7] Ricorrendo più volte all’autorità di Platone, Wind aggiunge: “[…] possiamo imparare molto da Platone, se osserviamo […] la procedura che egli consiglia allo Stato ideale, ogni volta che deve bandire ufficialmente un poeta pericoloso. «Se un tale uomo» scrive «viene da noi per mostrarci la sua arte, ci metteremo in ginocchio davanti a lui, come davanti a un essere raro e santo e dilettevole»; ma non gli permetteremo di rimanere tra noi. «L’ungeremo con la mirra e gli porremo un serto di lana sulla testa, e lo manderemo via, in un’altra città». […] Platone capiva ciò che pochi sembrano capire oggi, cioè che l’artista veramente pericoloso è il grande artista: «un essere raro e dilettevole». Platone credeva e lo disse chiaramente - che il grande male «scaturisce da pienezza di natura [corsivo mio]», piuttosto che da deficienza: «invece, le nature deboli sono difficilmente capaci di molto bene o di molto male».” [8] Come per i grandi scultori, artisti e poeti di ogni età, ai quali Wind farà riferimento nelle conversazioni di Arte e anarchia, anche per la poesia odierna è possibile applicare almeno due dei suoi concetti topici, a patto di attualizzarli un poco. Il grande artista anarchico e perturbante non viene bandito da una ideale repubblica platonica. Viene semplicemente rimosso dalla memoria culturale collettiva confinandolo nell’oblio, cancellandolo, negandogli la visibilità meritata. Verrà magari riesumato criticamente decenni dopo, quando il suo dettato sarà diventato un prodotto storico, una norma di contraccambio, un oggetto di studio sezionabile e asettico: quando avrà perduto, insomma, ogni sua caratteristica spaventosa e incomprensibile. Quanto alla «pienezza di natura», capace nell’arte come in ogni altro ambito delle opere umane di «molto bene o di molto male», essa può agevolmente essere sminuita e declassata a semplice bizzarria, insensatezza, persino malanno individuale, confondendola con la massa di altre scritture lontanamente assimilabili, o più semplicemente con il resto della massa di produzioni letterarie che proliferano smodatamente dall’epoca dell’alfabetizzazione di massa. Queste azioni implicano un grado di acidità e malafede difficilmente perdonabile. Ma con chi può fare ombra a molti, sono in pochi a voler fare i conti. Se ci soffermiamo un attimo su questa situazione, non è difficile osservare che questo trattamento è stato riservato anche alla poesia della Ruggeri: forse non in maniera così drastica e maligna, ma per semplice distrazione e scarsa volontà di confronto con l’inomologabile. O forse perché, più semplicemente, la Ruggeri non faceva gruppo, non si pubblicizzava, è morta troppo presto e troppo in periferia. Inferno minore contiene al suo interno tutte le facoltà di perturbamento e tutta l’efficace anarchia verbale che serve a un opera per essere ignorata volutamente o disprezzata come prodotto di una mente viziata. Il lavoro maggiore della Ruggeri è strutturato in modo ambiguo: solo tre sezioni che agglutinano il lettore alla sua presunta brevità. Nella prima, domina e si scatena uno degli auto-miti più icastici dell’opera, il «Matto», la cui lettera maiuscola modella il protagonismo della figura insieme alla sua imponderabilità e Claudia Ruggeri [7] E. Wind, Arte e anarchia, trad. it. J. R. Wilcock, Adelphi, Milano 1997, p. 18. [8] Ivi, p. 21. Le note relative alla Repubblica di Platone riportate nel testo, sono rintracciabili nell’accurata sezione di «Note e riferimenti bibliografici», in E. Wind, cit., pp. 133214 [p. 139]. 9 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta oscurità originaria. Nella prima delle Prosette che lo introduce, il Matto spunta e dà origine a un sabba forsennato di azioni versificatorie che asserviscono il testo all’imprevedibilità dell’epifania poetica, che è anche una visionaria e cosmica mappa dell’irrazionalità della vita del tutto. Il Matto origina la scrittura e si muove repentinamente all’interno di essa. Ma simbolizza anche la forma e la forza del movimento tellurico del mondo, l’ultimo stadio della dissoluzione della Storia da parte di energie stranianti e intrusive. Se il mondo ha una qualche causa che ne rappresenta (senza spiegarne il fine) l’esistenza e la durata, questa è alla mercè delle mille direzioni che il Matto può intraprendere e sotterrare allo stesso tempo. La “mattità” implica un’effrazione ontologica, stimola e magnifica la magia del divenire della natura, vista come anche azione di una «Donna» partoriente e divinante, forse referenziale della funzione stessa dell’autrice. Se il Matto demolisce scuotendo la tavola tolemaica del pianeta, la Donna porta una «luce forsennata / e nuda» che semplifica e rende talmente elementare questa fisica del moto assoluto da consegnare al lettore una richiesta inquisitiva sui residui di pensiero razionale da spazzare via; la Donna dice, infatti: «ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa». Il pensiero è una zavorra e deve sottostare alle leggi della vitalità naturale, ma ha la colpa di rovinare questa ebbrezza solitaria, patrimonio delle elargizioni del Matto. L’origine dantesca della Donna, confermata anche dall’epigrafe al primo testo delle Prosette intitolate al Matto, configura l’intera sezione come una serie di “cantiche” a sé stanti, ma sotterraneamente legate fra loro dalla visione magica dell’esplosione intermittente della parola poetica. Se l’intensità delle dediche programmatiche al Matto personificano eccessivamente i testi, dopo la dedica o l’indicazione contenuta nel titolo, la Ruggeri bilancia questa spericolatezza con un referente culturale forte e una citazione epigrafica. Nel primo testo il garante è Beatrice: si susseguiranno Ninive [9], Romeo di Villanova [10], Orione, Palestina, e «il logoro» [11]. La prima lirica della serie del Matto ha un carattere indicativo e proemiale. Il componimento a seguire, dopo l’irruzione di questa figura iconica (sempre grazie alla maiuscola che lo trasforma in mito) nel fluire delle mini-cantiche della sezione, continua con una revisione diminuita del potere della poesia che si trasforma in «carta», che si fa «tutta parlare», che si confronta con un altro tipo di «memoria», quella dei giardini e dei castelli incantati dove si nasconde l’interlocutore, la cui vita meraviglia e accora la voce narrante [12]. La stessa calma relativa, orientata verso un possibile ascoltatore fiducioso del verbo poetico, calato in un’aura trascendente, si manifesta nell’ultimo testo della serie del Matto. Qui, come in molti luoghi del Paradiso dantesco, vi è un approccio quasi mistico del personaggio dialogante (santo o purificato) con un essere amato. Stavolta, il valore della «carta» è onnipotente e con essa il personaggio dialogante cerca di salvare l’interlocutore dalla futura sofferenza di «una tortura dentro la bara / della Figura», «una condanna alla molla / maligna», una sottrazione di identità, tra Carnevali abominevoli e costrizioni alla finzione nella «muta / buia dell’attore». Una condanna che il personaggio avverte come incombente anche per se stesso, a causa di un perpetuo logoramento che affievolisce l’espiazione della scrittura nel potere della «carta»: logoramento che comincia a Claudia Ruggeri [9] Antica capitale dell’Assiria, nota sin dal terzo millennio a.c. [10] Romeo di Villanova (1170c.1250c). Connestabile e gran siniscalco di Raimondo Berengario IV, conte di Provenza, menzionato da Dante in Par. VI, vv. 127-142 e dalla Cronaca di Giovanni Villani. [11] Come già riportato in nota nel volume della Ruggeri, si tratta di una sorta di esca per falchi. [12] Il testo in questione è Il Matto II (morte in allegoria) - Ninive, in C. Ruggeri, cit., pp. 87-8. 10 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta presentarsi come una guerra che non potrà essere vinta. Il risultato è quello di presentarsi, persino di fronte al proprio oggetto da salvare, come una creatura «senz’anima», provvisoriamente aggrappata a rigenerazioni di durata sempre più breve, preda di un’esca simile al «logoro», che inganna e facilita la cattura e «l’inverno del falco» [13]. Il Matto, in questi testi, non è una personificazione della “follia sacra” della poesia: come auto-mito si tratta di una produzione soggettiva, ma è anche implicato in una serie di significati culturali e para-culturali che la Ruggeri, la cui erudizione doveva essere prodigiosa, ha estratto da fonti tutt’altro che facili da districare. La prima di queste, e forse la più ovvia, è il Matto dei Tarocchi, che prima di acquistare il loro popolare significato divinatorio, erano delle carte da gioco di origine tardo-medievale e rinascimentale. Il Matto, nell’economia del gioco, ha lo stesso valore del Jolly delle carte francesi e fa parte di un gruppo di ventidue carte dal valore superiore, i Trionfi, cui si contrappongono le cinquantasei carte tradizionali a semi italiani. Prescindendo dalle numerose valenze sapienziali, filosofiche, cabalistiche e numerologiche dei Tarocchi, il Matto è un elemento che ribalta l’esito della partita, non ha un valore fisso ma arbitrario, è frutto della fortuna e del caso, dipende solo dall’ordine di distribuzione delle carte: tutte queste caratteristiche si possono fin troppo facilmente estendere a fasi o avvenimenti singoli dell’esistenza, come avviene in chiave divinatoria. Ma è probabile la Ruggeri pensasse al Matto dei Tarocchi solo in chiave iconografica, per il fascino che questa figura promana in quanto emblema del rischio, della fortuna e della sorte. Spostandoci nei territori del Moderno, il Matto è il simbolo negativo dell’insensatezza e della malattia mentale: il folle, l’alienato, lo psicotico, sono per antonomasia gli esseri più pericolosi, vanno esclusi e segregati, vanno curati e normalizzati. La loro presenza mette in scacco sia le scienze positive, depositarie dei saperi tecnici secolarizzati e nemiche di quelli occulti e religiosi, sia le ordinate apparenze di decoro, virtuosità e rispettabilità della società borghese. Il Matto della Ruggeri configura un’alternativa radicale a questo stato di cose. Riallacciandosi a fantasmagorie premoderne e antiche, l’autrice restituisce a questa figura la sua regalità: il Matto ridiventa colui che attraverso il sapere occulto e religioso prevede, dissimula e altera l’andamento del mondo, senza possibilità di compromessi con la collettività immersa nell’età della tecnica trionfante. Il Matto conosce quanto infinitesimale e accidentale possa essere l’esito di vicende che iniziano spesso con un’azione volontaria e terminano senza possibilità di previsione né di intervento umano: questa che ora t’interroga, t’arrovescia l’inizio; t’avvia a questo Inverso cui un dio non corrispose; tu sei l’oggetto in ritardo, infanzia persa su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia dell’idioma viaggiato; […] Claudia Ruggeri [13] Lettera al Matto sul senso dei nostri incontri - il logoro (mode d’emploi), in C. Ruggeri, cit., pp. 94-5. 11 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta […] ma sei in un balzo (ma appena) o nella capriola che prima t’agganciò di passi; o c’è chi ti dà un Regno - una parola d’Ordine almeno - insomma un esito una ribalta, come si dice, un tuffo; e forse una Città dove rivolge l’ennesimo esodo dove s’apre per dita bendate per gli esuli grandi, o per la fase nuova del terreno: (leviamole la femmina, diamo l’idiota a questa lesione. oppure ‘cosa’ resta vecchia l’insensazione) [14] Il Matto capovolto - Palestina, penultimo testo intitolato al Matto, porta allo spasimo la tensione conoscitiva centrata sull’inizio. Ma di cosa? Di ogni cosa, vera o immaginaria, collocata in un universo tentacolare, che va dalla più minuscola particella elementare fino alla sfera del divino. Ma l’intento della Ruggeri non è quello di definire né di svelare o interpretare. L’inizio del turbinio delle cose coincide con l’attacco frenetico della sua scrittura. In forza di questo inizio, quasi sempre violento e scardinante quanto a lessico e sintassi, tutto ciò che è viene pronunciato. Ma per essere autentica e fedele questa pronuncia può vivere solo in forza di un abbandono e di un distacco da tutto l’umano, da ogni cosa vivente e non, perfino da Dio. Le cose esistono in quanto movimento. È da scartare ogni ipotesi di staticità e riposo. Vivono e si muovono su un fondale scenico sul quale il Matto incide i suoi diagrammi. La Ruggeri, nella solenne rimarcazione e ripetizione dei titoli (Matto I, Matto II, lettera al Matto, etc.) vuole rendere ancora più provocatoria l’oscurità e l’aporia della propria azione poetica: anzi, nel suggellare testo dopo testo l’appartenenza dei suoi versi al dominio e al dispotismo del Matto, non fa che chiarirci, paradossalmente, le idee. Il culmine di questa ricerca poetica non può essere che l’inizio in sé considerato. Una volta messe in moto, le cose avranno le stesse abrasioni, anomalie, deficienze, mostruosità retoriche della sua poesia, perché il cosmo è scrittura, e la scrittura non può che fargli eco: «Dimmi se di uno Stagno / snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole / rimangono incredibili» [15]. Il sogno di ogni poeta, una poesia totale che realizza ciò che dice senza dire ciò che è reale, per questa giovane scrittrice salentina si è incredibilmente avverato. 3. La chiusura di Inferno minore e le Pagine del travaso. Dopo un breve Interludio di due sole poesie, che anticipano la cifra espressiva della terza sezione di Inferno minore, la Claudia Ruggeri [14] il Matto capovolto Palestina, in C. Ruggeri, cit., pp. 923. Il testo è preceduto dalla seguente citazione da P. Neruda: “Y no echeré de meno ni de mas no l’impurtamcia si la circumstancia”. [15] Ivi, p. 92. 12 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta Ruggeri sembra voler chiudere i conti sia con gli esiti di timbro e tenuta della sezione del Matto, sia con la sua brevissima storia poetica precedente. La sezione che chiude Inferno minore, infatti, sembra quella che meno ha a che fare con la sua produzione recente e con quella adolescenziale. Si avverte come un effetto di dissolvimento delle motivazioni stilistiche che hanno sorretto le prove più convincenti, che si traducono in un deciso indurimento del dettato e nella pervicace volontà di espungere qualunque ipotesi di senso, ancorché indefinito, da una pronuncia che prima ne favoriva almeno un abbrivio ipotetico. Il risultato è che la sezione che avrebbe dovuto chiudere il libro in un’apoteosi, si riduce a un campionario di testi in cui la violenza strutturale e lessicale meccanica e programmatica ne scolpisce gli esiti facendo della poesia dell’autrice qualcosa di altro e di inedito, difficilmente rapportabile alla sua stessa autorialità. Il breve «canzoniere» che chiude il libro, vive di una contraddizione che nasce dal contrasto tra una potente necessità di dire e un altrettanto lucido, dichiarato, ossessionante senso della difficoltà di continuare a farlo, almeno nelle forme alle quali la Ruggeri ci ha abituato. Già dal primo componimento della sezione in questione sono ravvisabili alcuni spunti che rimandano a questa cosciente impossibilità di continuare sulla strada intrapresa: prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza prima che la scialuppa tocchi che porta l’Assassino; in tanto che tutto non arrangio non incastro non pace [16] La Ruggeri sembra configurare, sin dal testo iniziale (il cui titolo, in limine, suggerisce un carattere tragicamente proemiale), ciò che avverrà poco dopo. L’autrice ha intrapreso una corsa contro il tempo: prima che si asciughi la «guazza» del suo estro, prima che la scialuppa che trasporta «l’Assassino» (la morte, probabilmente, o qualche altra forza potenzialmente autodistruttiva), la figura isomorfa che rappresenta l’autrice non può trovare «pace» se non dopo aver incastrato o al limite “arrangiato” ancora dei deflussi testuali che testimonino la sua perdurante esistenza nella lingua. Il risultato più evidente è un assoluto rifiuto della comunicazione convenzionale tra l’io e il lettore, ma soprattutto un brusco irrigidimento del livello figurale in una duplice direzione: la cristallizzazione del dinamismo versificatorio verso forme chiuse, seppure di stampo non tradizionale, e la completa dissoluzione dei residui reperti di lingua orale utilizzati nel passato, sostituiti da una virulenta deformazione verbale a base di neologismi invischianti e di irruenti e martellanti catene paratattiche che determinano una sfida aperta al senso stesso del verso: lamento in forma di Elenco Iografico (E TU NON COMINCIAVI TU) il training del contrario il betel de la vecchia il gallo da lotta voce di paperino un atlante un Claudia Ruggeri [16] Ivi, p. 103. Il testo è preceduto dalla seguente citazione da R.P. Warren: “Death is only the fulfillment of a wish. Whose whish?”. 13 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta clamore, una gran velocità - oppure l’occasione di sventarla… la Vecchia. (E CHE TIPO DI DOMANDA CERCHERETE DI INTERROMPERE?) il Tratteggio orizzontale la nostra solitudine [grammatica il Greco del trauma qui pousse à côté prove tecniche di Trasmissione (AL MIO MIGLIOR TRADITO) l’elenco stordito l’elenco parlante il fantino del parlante il giullare dell’elenco il giullare faccia bianca il giullare bianco faccia faccia il Giallo di ogni vocale faccia entrare proprio tutto deve entrare la pedana allestirsi la ribalta deve risciogliersi l’elastico al morto che torna del fabbro Locativo se pur seguita a Splendere per oscula per basia e per auguglia milia (SE PER BOLOGNA I GOTICI, SE PUR I VISCERI, NON REPLICAVO TE, IO DENTRO I PORTICI?) [17] Non sarebbe particolarmente proficuo descrivere le anomalie e le infrazioni di un testo come questo. Ciò che colpisce particolarmente è la mutazione in chiave onirica o mitica delle forme verbali, in verità già presente, seppure in quantità minore e non così eversiva, nella serie del Matto. Ma se le declinazioni verbali tendono a oscurarsi, è l’intera sfera semantica del testo a essere eliminata. La Ruggeri sa bene che se la poesia chiude ogni possibile varco verso una dimensione anche blandamente comunicativa, essa non può che chiudersi sterilmente in se stessa, fino all’autoconsunzione. Per cui, anche in questo accumulo di materiali tutt’altro che inerti, frutto di una sensitività esasperata, fuoriescono due lacerti causticamente lirici: «(AL MIO MIGLIOR TRADITO)» e, poco prima, «(E CHE TIPO DI DOMANDA CERCHERETE DI INTERROMPERE?)». Soprattutto quest’ultima macchinazione poetica tende a ristabilire un momentaneo ritorno alla trasmissione informativa tra un io che annega nell’accumulo casuale di verbosità inarrestabili e una “mondialità” alla quale si chiede spiegazione di questo evidente stato di disfatta. Più o meno sulla stessa corda rizomatica, suonano testi come lamento dell’Uccello colpito, insieme all’omonimo testo immediatamente successivo, mentre negli altri componimenti, dove abbandonano simboli, neologismi, soprassalti sintattici al limite dell’illeggibilità, il piano simbolico si riduce a dei semantemi, quasi sempre frammentati, che si aggregano secondo modalità manieristiche, sfruttando le già collaudate effrazioni delle liriche precedenti. Proprio per questo motivo, tutt’altro che secondario, non ci sentiamo di avvicinare l’abolizione semantica di queste liriche a orizzonti dadaisti, neostrutturalisti o neoavanguardisti. I materiali che la Claudia Ruggeri [17] lamento in forma di Elenco Iografico, in C. Ruggeri, cit., p. 110. 14 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta Ruggeri usa per sfruttare le risorse combinatorie del nonsenso sono materiali di derivazione personale, provenienti da un immaginario poetico già lautamente definito. L’unico testo che ristabilisce, in termini di maggiore intelligibilità, un contatto con l’inventiva della serie del Matto e con le poesie della sua fruttuosa adolescenza, è lamento della sposa barocca (octapus). Si tratta di una stupenda invocazione che riassume in sé tutti i temi (se così ci è dato chiamarli) della migliore Ruggeri: la purezza angelica di un personaggio dialogante che si umilia per la salvezza del suo amato, le traversie e gli ostacoli che vengono vinti dall’umiltà della poetessa salvifica, il continuo alternarsi di abbandoni e riaffioramenti simbolici del male patito o da patire (sia dal personaggio che narra che dall’oggetto amato) trasfigurati in un’atmosfera trascendente, sorretta da occasionali richiami di derivazione cristiana, che si stemperano in un ermetismo sensuale e suggestivo. La missione del personaggio dialogante viene resa possibile dal potere della parola, «come voce che in voce si sconquassa»: T’avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come i soffitti scavalcati dei cieli come voce che in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione di Gabriele, che porta un canto ed un profilo che cade, se scattano vele in mille luoghi - sentite ruvide come cadono -; anche solo un Luglio, un insetto che infesta la sala, solo un assetto, un raduno di teste e di cosce (la manovra, si sa, della balera), e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca di capelli va a impigliare, la sorte di ricevere; amore ti avrei dato la sorte di sorreggere, perché alla scadenza delle venti due danze avrei adorato trenta tre fuochi, perché esiste una Veste di Pace se su questi soffitti si segna il decoro invidiato: poi che una mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano le torture. [18] Claudia Ruggeri [18] lamento della sposa barocca (octapus), in C. Ruggeri, cit., p. 109 . 15 La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta Pensiamo che la vicenda di Inferno minore possa chiudersi qui, con questo vero e proprio canto che esalta le credenziali culturali di una poetessa che sa muoversi sia sotto l’egida di influssi danteschi e provenzali, sia in modo molto più autonomo, affidandosi al dono naturale di una ricchezza di lingua che appare un dato oggettivo e inconfutabile. Quanto alle Pagine del travaso, l’ulteriore cerebralità di questo progetto pindarico e limaccioso, unita al suo stato praticamente di abbozzo, non permettono riscontri credibili né analisi commisurate all’ampiezza e all’ambizione dell’autrice. La sola cosa che si può notare è una certa continuità con le pagine più sperimentali delle ultime poesie di Inferno minore. Per il resto, non posso che associarmi alle parole di Desiati quando afferma che nelle Pagine del travaso «i barocchismi vengono esasperati, il citazionismo abbraccia i testi sacri e la Divina Commedia, ma risulta una raccolta incompleta, provvisoriamente chiusa da un testo su Napoli, uno dei due luoghi geografici, assieme a Lecce, della poesia (La Ruggeri visse a Lecce ma la sua famiglia era di Napoli)» [19]. La poesia della Ruggeri va calata nella temperie culturale in cui è nata, ossia tra la fine degli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90 del Novecento. Erano gli anni di un diffuso simbolismo postmoderno, laccato e livellato sul modello forte di De Angelis, di una rinnovata spinta espressionista, dell’ondata dei cosiddetti “poeti neometrici” e dell’esaurirsi delle ultime esperienze avanguardiste del Gruppo ’93. Non che l’attualità poetica abbia avuto una particolare influenza su una poetessa così potentemente autoreferenziale come la scrittrice salentina. Di certo, essa “auscultava” ciò che accadeva intorno a lei, sebbene fosse ben lontana da ipotesi di avvicinamento e compromessi. Proprio per questo, anche la sua marginalità geografica rispetto ai grossi centri culturali ed editoriali ha fatto sì che la sua ricerca poetica in rapidissima evoluzione si svolgesse senza condizionamenti. Indubbiamente, va detto che la sua lirica, barocca e insieme «corrotta», secondo una sua definizione, fa impallidire i modesti neoespressionisti da salotto, laminati e taglienti ma di corto respiro, frenati ancora oggi da rigurgiti strutturali risalenti alla Neoavanguardia, insieme a tanti esaltati metricisti e sperimentalisti ritardatari, mentre la Ruggeri ha restituito alla poesia quell’anelito violento di vitalità e trasgressione di cui l’esangue produzione italiana in versi ha più che mai bisogno, oggi come vent’anni fa, se non vuole rimanere definitivamente confinata alle poche mensolette che i bookstores dedicano ai libri di poesia. Il presente saggio è già apparso in La sposa barocca - Sette saggi su Claudia Ruggeri, Lietocolle, Faloppio (Como) 2010, pagg. 39-64 e poi ripreso in http://puntocritico.eu/?p=2005, 7 maggio 2011. La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini ed è interamente tratta da Inferno minore (peQuod, Ancona, 2006) Claudia Ruggeri [19] M. Desiati, Claudia Ruggeri, poetessa della meraviglia, introduz. a C. Ruggeri, cit, p. 14. 16 Da Inferno minore Movimento in quattro tempi Venerdì Settimane che non mi vedi dio mio signore come sèi brusco ostile non baci baci anche male hai scostato le braccia evitando parole cortesi tirando fuori ad unica tua difesa del suo apparire già flebile magro sorriso torna torni si farà sempre più tardi tu dirai non fumare smetti d’aspirare quella roba cattiva stattene calmo connetti quando sei stanco vattene a letto evita d’incancrenire e la tua voce parrà serena tagliare la cucina composta in un religioso silenzio sepolcrale con al centro incastrato a dovere un vago sospetto cui vorrei ma non posso e quindi m’azzitto il corpo intero schiacciare Claudia Ruggeri Sabato questo lo chiamerei sabato anima bianca mia stanca mentale pulizia giorno per cui ritardo fatta regola atto unico svogliato sfogliato spaginato da pesante torpore nei bar in ubìa cretina attesa tanto nulla riuscirebbe a fissarlo al suolo a comprimerlo sotto le suole senza parole mi viene in mente cioè in testa che il sole è c’è nel suo vivere persiste ma non posso ad ogni posto luogo stanza dire basta se la mia volontà per esso in esso con esso non pazienta 17 Da Inferno minore Claudia Ruggeri * l’elemento innerva corpo dato errore di tempo probabile di caso percepito ipotesi) qualche stella scoppia in silenzio la chiamano Una volta quando si dice una volta e lo si dice adesso - oggi persino esiste un bosco acuto a nozze attinto al volo persino ha dato il suolo al passo che si spolpa al sole spopolato verde fino alla soglia l’ipotesi d’immagina che collassa spaurita dentro il cuore Presente/assente VIII la baciò l’amò la prese pure ma solo per quieta convivenza la prese pure a schiaffi le fece male un mare di promesse tentò per essa un debole suicidio perché lo amasse ancora teneramente come allora in quei bei tempi che berta filava peccato lei fosse già lontana irrimediabilmente resa diafana per colpa d’altri potenti amori divenuta inesistente 18 Da Inferno minore Deviazione verso il rosso Densità dello shampoo viscosità sua del getto come pure ogni innamoramento per le consistente parole dicono sia affabulazione non follia elevazione musicale di musica attivata con peggio deviazione ed anche ancora in più l’altra decisa pressione digitale sul tasto d’avviamento enorme densità di questa volontaria volontà entrale nel mentre piedino s’intrufola sotto all’autocancellazione dal rumore se non dalla acque bollenti in periodica fonte battesimale vita forse sconvolta perché no probabile con giuro che questa volta ho cercato la tutta probabilità inventata affinché spunti posizione migliore poco importa se poco originale si ma la quantità dico la quantità poiché della qualità oramai proprio me ne sbatto dove può essersi ficcata si perché ritrattando il tutto se io credessi in questo almeno a prima vista parrebbe sì uomo un uomo alle corde certamente un uomo scottato che febbrilmente annaspa dentro scivolone acque saponate intrise di molti noti profumi cioè profumate nonché profumati verso le sponde laccate d’una vasca da riparare tanto vecchio è questo bagno tanto decrepito si presenta ogni alloggio di questa abitazione sarei sistemato e cosa dovrei fare poi cosa poi e non mi pare poi possibile a ciò soluzione possibile cioè l’eiaculante densità Claudia Ruggeri 19 Da Inferno minore Corrotto barocco t'avrei offerto cornici che indorano radici poi dentro la torre che tutto nasconde che mossa un'impronta si smodi ad otto tentacoli poi alla valanga che tutto ricopre che ne escano le torture nella caduta che fissa per sempre; se sonno e danza non li disfanno la calce intatta e il giro saldo in alto t'avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come i soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione di gabrieleamore che porta un canto ed un girare intorno cinque volte ed essere a corona ma lontana allo zaffiro che inzaffira fermo (o pare quieto e intanto segue e adora - altra altitudine altra sosta - lo zaffiro che entra e fa divino ed una luce forsennata e intesa tutta cima nuda ed in eterno perché lui la tocchi sposti il perpetuo martirio di letizia lui che la precede (io Claudia Ruggeri 20 Da Inferno minore * Claudia Ruggeri Alla cute del Sole che per te bordeggia per il vento che sboccia il paese nella luce rinvigoriscono i piedi pestando la terra, * Per la morte di Stefano quando gli ultimi favori di pioggia rischiano la morbida azione del tuo collo inferociscono i piedi battendo il suolo duro allora sfreccia tra gli alberi le stelle la vita per andare a gocciare attratta negli occhi dell’ultimo nato Cigno dei nostri candidi frutti, per un istante il sole. Invito dei topi a rodere la nostalgia Festa perché il fiore Si spalanca ma poi respira nella notte come lo sguardo di un gatto ad un tratto una strana melodia (non respira più, è morto, giace in una fessura tra due tegole) Ti accarezza e poi ti stritola quella Calì con tutte le sue braccia mentre le mani ti offrono del riso ti dicono qualcosa battono con le unghie sul tuo cuore la melodia che l’ammazzava il fiore. Quella musica benefica era il pacato lamento di tua madre mentre sgozzava agnelli per offrirli al suo dio, l’indomani. 21 Da Inferno minore Claudia Ruggeri Ballata Quanto vorrei avere una lametta per disegnare sul tuo stomaco supino una circonferenza. Poi alzerei il coperchio E svellerei l’estremità inferiore del tumido intestino. Piano piano il gomitolo srotolerei in chilometri quindi arrivata a Roma vi salirei in groppa con la lametta in mano. Vorrei saltare monti corrodere le strade volare oceani a cavalcioni del tuo Intestino poi arrivare al Polo, con la punta rossa del tuo sangue inciderei anche me. Dopo un riuscito innesto. Gongolante nel taciturno gelo quanto vorrei offrire a te lontano la tua cacata lucida e ghiacciata. Quanto vorrei avere una lametta di quelle che usano gli amanti per annunziare ai tronchi il loro amore. 22 Da Inferno minore Claudia Ruggeri Trilogia e sospensione blu Arroccati sul declivio rosseggiano i papaveri. Quando teneri più d’un soffio staccano i loro colori lente chiamano le note una potenza. (suo respiro) In quell’ultimo istante d’attesa.. Accampato nel buio come un albero muto rigira il suo sguardo l’animale Quando distratto più di Dio vaga stranito antichi come sassi escono i poeti dalle tane dove più s’arrabbia l’onda. E lo stampo di luna si logora in alto. Abbaia la natura poi tace poeta nell’infermità del tempo semina 23 Da Inferno minore Claudia Ruggeri Canzone alla luna Fuor dalla terra del ratto del riccio, esco dall’interesse pianura. tengo lo sguardo contro l’arsura contro l’avverso colle verso il Paziente margine ministro verso l’anziana Pianta del verso Avvenire con quella mente chiara del mio più Chiaro autore. immersa, esplicita luna. ché matura in un attimo l’immagine del pesce, dell’amaranto Incanto. nessuno scoop, una notizia chiusa nel notiziario scientifico del terzo canale. tra altro materiale astrale, nuovi silenzi Ché il vento ormai s’elabora di tutte le parole ma di parole. Rotolo …e non si vota il vaso celeste non si consuma il pesce per il bandolo amaranto in questa vasca dove la mente nuota; naviga entro la piena: là, la serena, disaminata 24 Da Inferno minore Claudia Ruggeri In morte di Marcello [1] (giaculatoria) Barbara sulle navi danzavi con i tuoi marinai. Facile santa e poco costosa ebbra e accaldata ti tuffavi nelle braccia degli alti ufficiali. In qualche posto, mentre tu santa icona ti buttavi per terra a dormire, il mascherone di tifo poroso con l’orribile tic che alza e abbassa la froge. Nella tua notte Barbara, ulivi necrotici tesero invano alle stelle le dita; i fuochi drogati la polvere d’Africa l’afrore di pietra selvaggiamente torsero il sonno di una madre. Giusto un secondo prima carezzevoli mani riccioli siderei carezzevole voce assicurano in lei lo stupro del silenzio. Donna senti prima tu Santa, che vomitavi il viso denso, neanche dopo forse. Santa Barbara dei marinai adesso spiagge il cavo torto delle mani e le nari slargate che si muovono paurosamente, ancora oggi, tra i covi dei vermi che gravano quel loculo in cui solo una cosa sicuramente è: la bava tua evvinazzata. Barbara, dicono che è bello guardare i gabbiani dai ponti. Che sono bianchi. che ridono e che leggeri danzano per te seguendo le navi [1] Marcello Primiceri, attore teatrale scomparso nel 1992. Nota di Claudia Ruggeri. 25 Da Inferno minore Claudia Ruggeri il Matto I (del buco in figura) Beatrice “vidi la donna che pria m’appario velata sotto l’angelica festa…” (Pg. XXX-64) come se avesse un male a disperdersi a volte torna, a tratti ridiscende a mostra, dalla caverna risorge dal settentrion, e scaccia per la capienza d’ogni nome (e più distratto ché sempre più semplice si segna ai teatri, che tace per rima certe parole….). [2] Ma è soprattutto a vetta, quando buca, dove mette la tenda e la veglia tra noi e l’accusa, se ci rende la rosa quando ormai tutto è diverso che fu il naso amato l’intenzione, che era la pazienza delle stazioni e la rivolta… e la beccaccia sta e sta sforma il destino desta l’attacco l’ingresso disserta la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima e la distanza è sette volte semplice e il diavolo dell’apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa ma cammina cammina il Matto sceglie voce sa voce, e sempre più semplice chiama, dove l’immagine si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene stranieri nuovi e quanto altro s’inoltrerà nella carta fughe falaschi lussi Ordine innanzi tutto o la necessaria Evidenza che si di verte nella memoria al margine ambulante alla soglia acrobata, che si consuma; ché infine veramente il Carro avanza, che sia sponda manca porge il volto antico, che si commette (non la cosa è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale, come si conclude la Figura dove pare e non usa parole né gesti né impulsi; come, smisurata, passa, dove l’altro richiamo nel viluppo della palude festina; e come per tutto si slarga e frastorna e nulla è mite (ma voi li turereste mai li nostri fori ?) [2] Nella Vita Nuova Amore dice a Dante: “voglio che tu dichi certe parole per rima, … come tu fosti suo tostamente da la puerizia”. Nota di Claudia Ruggeri. 26 Da Inferno minore Claudia Ruggeri il Matto II (morte in allegoria) Ninive “Tu ti dai pena per quella pianta di ricino (…) che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: ed io non dovrei avere pietà di Ninive quella grande città…” (Giona 4,10) ormai la carta si fa tutta parlare, ora che è senza meta e pare un caso la sacca così premuta e fra i colori così per forza dèsta, bianca; bianca da respirare profondo in tanta fissazione di contorni ò spensierato ò grande inaugurato, amo la festa che porti lontano amo la tua continua consegna mondana amo l’idem perduto, la tua destinazione umana; amo le tue cadute ben che siano finte, passeggere e fino che tu saprai dentro i castelli, i giardini fiorire, altro splendore sai, altra memoria, altro si splende si strega, si ride, si tira la tenda e libero si mescola alle carte; ma i giardini si nascondono con precisione dove cerchi la larva del tuo femminino e l’arresto l’appartenenza inevitabile all’Immagine all’inevitabile distensione delle terre trascorse delle altre ancora da nominare chiamarle una poli l’altra tutte le terre perfette alla mente afferrata di nomi che smodano scadono che portano alla memoria o la stravagano. (crescono ricini presso ninive ecco, vedi, come sviene) 27 Da Inferno minore Claudia Ruggeri il Matto capovolto Palestina “Y no echeré de meno ni de mas no l’impurtamcia si la circumstancia” (Pablo Neruda) questa che ora t’interroga, t’arrovescia l’inizio; t’avvia a questo Inverso cui un dio non corrispose; tu sei l’oggetto in ritardo, infanzia persa su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia dell’idioma viaggiato; ma salve, la primavera ti rassegna, di vòlta in vòlta carta sveste percòte per cose fitte fitte afflitte da memorie; t’installa nella voce con un esercito a mille aste, e così fortemente tu chiami e così ti legava il tuo passo recente; dimmi se di uno Stagno snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole rimangono incredibili: sono le ‘nulle’ degli alfabeti in cifre, il segno che non scatta, un ariele distratto… oppure sul tuo capo la Torre capovolge; e con un salto dal basso ti drizza: ma sei in un balzo (ma appena) o nella capriola che prima t’agganciò di passi; o c’è chi ti dà un Regno - una parola d’Ordine almeno - insomma un esito una ribalta, come si dice, un tuffo; e forse una Città dove rivolge l’ennesimo esodo dove s’apre per dita bendate per gli esuli grandi, o per la fase nuova del terreno: (leviamole la femmina, diamo l’idiota a questa lesione. oppure ‘cosa’ resta vecchia l’insensazione) 28 Da Inferno minore Claudia Ruggeri Lettera al matto sul senso dei nostri incontri il logoro [3] (mode d’emploi) "E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto che fèsti a tua sembianza più che in tela dipinto o sculto di legno" se ti dico cammina non è perché presuma di parlarti: alla montagna, alla malia di milioni di lame, arrivarono a migliaia cose nude si sparirono bestie, alla neve al malozio della trappola tutto s’esiliava a quel richiamo disanimale. Ma chi nega che in tanta sepoltura sia avvenuto al pendio un biancore vero o lo strano brillio che ti destina se la passi, e pur e pur non sfondi alla tagliola che non scatta, e più non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche tiene lo sporco della suola; si noda tutta al trucco che l’immàcola, s’allenta, a tratti s’allaccia cose che muoiono, solo scali, cose già sganciate… a te a te altri ti tiene, non la parola, per te s’alleva una tortura dentro la bara della Figura, una condanna alla molla maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina cattiva di finisterrae violenta dove s’aduna, al molo, ogni bestiario qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per me che fui per te senz’anima e feci un patto al malto sul seme di un’estate dove esplose la vena che divina; che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore o la Macchia del logoro, che cova sul monte il fondo lo scatto l’inverno del falco [3] Il logoro è l’esca del falco. Nota di Claudia Ruggeri. 29 Da Inferno minore Claudia Ruggeri in limine “Death is only the fulfillment of a wish. Whose whish?”. (R.P. Warren) prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza prima che la scialuppa tocchi che porta l’Assassino; in tanto che tutto non arrangio non incastro non pace lamento della sposa barocca (octapus) T’avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come i soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione di Gabriele, che porta un canto ed un profilo che cade, se scattano vele in mille luoghi - sentite ruvide come cadono -; anche solo un Luglio, un insetto che infesta la sala, solo un assetto, un raduno di teste e di cosce (la manovra, si sa, della balera), e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca che capelli va a impigliare, la sorte di ricevere; amore ti avrei dato la sorte di sorreggere, perché alla scadenza delle venti due danze avrei adorato trenta tre fuochi, perché esiste una Veste di Pace se su questi soffitti si segna il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano le torture. 30 Da Inferno minore lamento in forma di Elenco Iografico la pena dell’Attore (E TU NON COMINCIAVI TU) il training del contrario il betel de la vecchia il gallo da lotta voce di paperino un atlante un clamore, una gran velocità - oppure l’occasione di sventarla… la Vecchia. (E CHE TIPO DI DOMANDA CERCHERETE DI INTERROMPERE?) il Tratteggio orizzontale la nostra solitudine [grammatica il Greco del trauma qui pousse à côté prove tecniche di Trasmissione (AL MIO MIGLIOR TRADITO) l’elenco stordito l’elenco parlante il fantino del parlante il giullare dell’elenco il giullare faccia bianca il giullare bianco faccia faccia il Giallo di ogni vocale faccia entrare proprio tutto deve entrare la pedana allestirsi la ribalta deve risciogliersi l’elastico al morto che torna del fabbro Locativo se pur seguita a Splendere per oscula per basia e per auguglia milia “se il chiarore è una tregua, la tua cara minaccia la consuma” (Eugenio Montale) (SE PER BOLOGNA I GOTICI, SE PUR I VISCERI, NON REPLICAVO TE, IO DENTRO I PORTICI?) Claudia Ruggeri è qui che incontro l’ultimo Cattivo, il residuo rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio accanto, il suo spettatore lo trattiene a un fronte candidissimo; dal vano che cava e spaventa in tanta mediterranea Evidenza; da dentro questo volo che caverna rotondo, maniaco; dal ventre, che scaraventa; che mostro Balena l’accolga, l’incaglia; gli dia un esilio vero, un lungo errore congedo “Le fer des mots de guerre se dissipe dans l’hereuse matièere sans retour.” così dal colmo, ormai, nuoce il dimandar parenzé, come il Distrarsi. Lasciatemi a questa strana circostanza. Qui so, con il mio amore, e con chiunque vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo è solo il Carnevale. Ahi l’impostura seguente che riduce che quagiuso nemena. 31 Da Inferno minore * in tanta fissazione di contorni: ma lui che sa Napoli l’ebbi strana ed il porto dentro i castelli giardini e le sbronze testuali dove il verso inscenò fiorire e che può il salto così inutilmente e inutilmente cose strette e altissime ed un naso cambiare attitudine: ma i giardini si nascondono con così in disordine ebbe la sposa a guardarla [precisione dalla giostra e che voce che corre che erra che manca dove cerca la larva del suo femminino l’arresto che debolezza poca poca memoria e poi altro splendore l’appartenenza inevitabile all’immagine all’inevitabile ancora altro dimora altro si splende si strega si ride distensione delle terre trascorse delle altre ancora nella torre: «T’avrei lavato i piedi da nominare chiamarle una poi l’altra tutte oppure mi sarei fatta altissima le terre perfette nella mente perfetta di nomi che come soffitti scavalcati di cieli [portano alla memoria come voce in voce si sconquassa o la stravagano inutilmente non sarà stato libero tornando folle ed organando a schiere ormai non so quale maniera prima come si leva assalto e candore demente suscitava il suo ingresso quale vacanza alla colonna che porta la corolla e la maledizione di gabriele che porta un canto ed un girare intorno di corona ma lontana il verso potrebbe ormai portarsi dove questa primissima poi che mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi ebbe gli abbracci bianchi degli atleti e le cadute erano che ne escano le torture. Io [finte, t’avrei parlato basso» parlò così la sposa la distanza che per l’ultimo lutto le diedi i modi esatti del poeta passeggere. Il verso potrebbe significare se per le voci appena sbarcate si producevano memorie false la sua morte esatta. crescono ricini presso ninive e per le luci s’era formato un Castello a guardare napoli ecco, vedi, come sviene dall’alto e fu il primo nome che per lei si finse che mi confuse - questa la sposa come la scala che porta la sposa che porta ai soffitti a spiare diventava rotonda, maniaca. dove si vide poi Imperatrice: per la danza intorno per le vesti similmente a festa per altro che tornava era mutata. o Matto ormai la carta si fa tutta parlare ora che senza metapare un caso la fronte così premuta bianca tra i colori per forza désta bianca la sacca bianca da respirare profondo Claudia Ruggeri 32 Dal carteggio di Claudia Ruggeri con Franco Fortini Le due lettere riportate in questa e nella successiva pagina sono state recuperate dal sito dedicato a Claudia Ruggeri. Claudia Ruggeri Lecce, 1 Marzo 1990 Caro professore, ma caro veramente se pur fantasiosamente. Io sono assolutamente incapace di scrivere una lettera, e lo sono soprattutto se con una lettera devo “comunicare” concretamente. E qui, come fare entrare, e subito, il mio nome; oppure, per esempio, il colore del pullover che indossavo quel giorno, e, insomma il senso di un epistolario caduto e la mania di gerarchia e di aristocrazia che mi prende quando si tratta di “parlarne”, “spiegarne”, di un gesto che è profondo e leggero troppo per non sfuggire ad una qual si sia esibizione. Insomma ho covato una “dedica” lungo cinque anni; già, perché fu nell’85 che la conobbi e che quella che era stata la predilezione per un poeta s'inverò in un pensiero amoroso e riverente per un uomo. Sentii come un richiamo strano una parentela iniziale una “con esistenza” di destini ed una “elezione” radicale. Anche lei mi guardò spostando appena il Corriere della Sera ed io fui troppo certa che in quello esercitò una comprensione e forse una condivisione di tale “affatata” circostanza. E infatti dopo poco lei mi chiamò in corridoio e lì parlammo, attimi, in piedi, come ladri, soli. Esco da due anni infernali in cui sono stata affetta da una malattia alla tiroide che mi ha portato crisi di nervi e che mi ha bloccata su tutti i fronti. Ora riprendo a studiare, a scrivere non ancora, a vivere ed a fuggire da questa maledetta città per ritornarvi tuttavia; riprendo, riprendo ma non riprendo tutto, forse. Oggi ho 22 anni ed ho concluso le prime 22 pagine del mio personale dizionario. Le sono destinate. «Bello ventiduenne / come aveva predetto il suo tetrattico», Majakovskij si mise a dormire «a piene gambe a pieni malleoli» (Blok). Ma questa è superstizione. Le invio il mio Inferno minore, le chiedo di leggerlo; non le piacerà, lo indovino, per il tipo di scrittura (specialmente non le piacerà la sezione il Matto), epperò non mi biasimi per averglielo dedicato, non se ne offenda. Un’intitolazione collega, congiunge, individua un maestro, e questo potrebbe infastidirla; ma d’altra parte - il mio inferno essendo per l’appunto “minore” - io non sarò famosa: quella dedica rimarrà familiare, un segno di affetto, un debito. Sua Claudia 33 Dal carteggio di Claudia Ruggeri con Franco Fortini Milano, 10 marzo 1990 Cara Ruggeri, la rammento benissimo e la ringrazio molto del ricordo e della fiducia e dell’invio. Ho letto Inferno minore con l’imbarazzo di una ammirazione per l’intelligenza, la sottigliezza e la passione, che deve fare i conti con un giudizio molto cauto per quanto è dell’angolo da cui lei guarda le parole e ascolta il linguaggio. Il ‘pastiche’ culturale, prima ancora che linguistico, occupa tutto lo spazio del lavoro: c’è un accumulo, dalle citazioni alle note, che attraversa i testi, una ripresa di modi e vezzi di troppe avanguardie e neoavanguardie, che fa pensare al sovraccarico di collane e gioielli e anelli che il suo buon gusto certo le impedirebbe di portare. Badi bene, nessuno meglio di me sa che la poesia è anche letteratura e artificio. E che può essere necessario, per parlare, uno spesso trucco. Però in lei, mi pare, domina un ‘sistema’ letterario così fortemente organizzato e tirannico che la comunicazione metaforica e allegorica stenta a stabilirsi. Cose che lei ha ben chiare: «amo la tua continua consegna mondana…», «amo le tue cadute benché siano finte...». Questo ‘romanzo’ psicologico non manca davvero di ritmo, di percussioni interne, di passaggi ‘forti’; mi pare che, piuttosto, ci sia una tendenza a saturare ogni singola composizione con tutti gli strumenti disponibili, con èsiti di soffocazione e di autoannullamento. Mi pare di poter dire che il ‘punto’ non è di scrittura ma di esistenza. Credo intendere che cosa voglia dire essere stata così ammalata e quali tensioni quella specifica alterazione possa avere, non dirò prodotto, ma coltivato; ma ho buona memoria di quel che Giacomo ha scritto per non procedere oltre su questa via banale. E tuttavia vorrei che lei sapesse uscire dal corridoio di specchi delizioso, terrificante e anche infame (Inferno minore, appunto) non verso una “salute” e una “salvezza” ma verso una maggiore attenzione (nel senso di ‘risparmio’, di klassische Dämpfung, di limitazione volontaria dei mezzi) alle escursioni dei livelli di linguaggio, di discorso e di esperienza, una minore fiducia nella ‘impunità’ della parola letteraria qua talis. Non ho consigli fuor di questo: di uscire pro tempore verso la prosa più banale e convenzionale prima di tornare al verso. Mi accorgo di non averle parlato dei versi suoi ma di quel che li precede o li segue. Una lettera non può far altro. Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sé e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso né voglio essere ma invece, e con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini Claudia Ruggeri 34 voci Apologia dei fiumi (Un poeta) - 1941 OPERA PRIMA rsvp Poesia che svela la tessitura del tempo. Sull’opera prima in versi di Alessandra Cava. Di Danilo Mandolini di Alessandra Cava In alcune recenti occasioni, la poesia della giovanissima (non ancora trentenne) Alessandra Cava è stata accostata a quella di altre note poetesse italiane. Si è parlato di vicinanza tra la voce di Alessandra Cava, appunto, e quelle di Mariangela Gualtieri, di Antonella Anedda e di Amelia Rosselli (intendendo quest’ultima, sia chiaro e in ogni caso, come uno dei modelli assoluti per molti poeti delle generazioni di oggi, incluse - quindi, verosimilmente - anche le stesse Gualtieri ed Anedda). Probabilmente sì. Probabilmente c’è un po’ di queste tre autrici nei testi della scrittrice marchigiana (“un po’ di” tutte ben assimilato e fatto proprio e ben amalgamato in un unicum comunque nuovo e davvero consistente). Usando l’espressione “un po’ di”, però, vorrei soprattutto affermare che il fare versi di Alessandra Cava ha sicuramente, e già da questa prima prova che viene qui presentata, i caratteri precisi dell’originalità. Non ritengo utile, ora - in virtù di quanto appena affermato - dilungarmi eccessivamente nell’analisi delle contiguità alle quali si è accennato. Mi limito soltanto a riportare alcuni e brevi riferimenti (a mo’ di indizio per successivi e più ampi approfondimenti) a ciò che è già stato asserito da alcuni critici e cioè che di Mariangela Gualtieri c’è, in Alessandra Cava, l’«accostamento rituale alla cosa/parola» (Giulio Marzaioli) e quel «certo vibrante trattamento (…) del pathos» (Cecilia Bello Minciacchi); c’è lo «sporgersi del corpo vocale sui precipizi dell'esistenza, a partire da uno spazio angusto» di Antonella Anedda (Stefano Guglielmin); ci sono le «cadenze» e la «musicalità soggettiva e necessaria di Amelia Rosselli» (ancora Cecilia Bello Minciacchi). Poco fa ho detto “prima prova” di Alessandra Cava… La prima prova in questione è la raccolta di versi intitolata rsvp (che è l’acronimo dal francese répondez, s’il vous plaît), uscita nel 2011 per i tipi dell’editrice romana Polìmata, con postfazione della già citata Cecilia Bello Minciacchi. Va innanzitutto sottolineato che i versi di Alessandra Cava nascono e persistono in un’ambientazione che è primariamente quella dell’interno e dove per “interno” non si deve intendere soltanto un luogo definito e chiuso dello stare umano ma - spesso, se non soprattutto - anche luogo della mente e del corpo dell’essere umano. «Nello spazio metrico di Alessandra Cava» - dice infatti, e correttamente, Niva Lorenzini (“il verri”, n. 46, giugno 2011) - «si stipano azioni mentali, ricordi, sedimentazioni in dettaglio…» diremmo anche visioni o, come le definisce la postfatrice del libro, «schegge percettive» e «situazioni spazio-temporali» che si lasciano svelare e che sembrano osservare, al contempo, chi le incontra, chi legge. Il verso, più che lungo o allungato, appare come prolungato, come fosse il risultato dell’unione di più misure al proprio interno; quasi come riproducesse lo sviluppo, il meccanismo dell’eco (la poetessa parla, tra l’altro, di: «…eco, eco dovunque…»). Frequenti sono le reiterazioni dei termini, i versi rilanciati come in rapida e ripida 35 OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava 36 successione e che danno ai singoli testi e all’insieme di questi un ritmo senza soluzione di continuità, come una modulazione incalzante ed omogenea che appare funzionale a ricreare le dinamiche della formazione dei pensieri più reconditi, dell’azione del ricordare, dell’origine della memoria come accumulo e deposito dei frammenti dei ricordi stessi. Così si prosegue in una sorta di “gioco” di vuoti e di pieni (entrambi poco più che percepibili) che a tratti è anche sospensione, detta o in qualche modo evocata, e che mostra l’“io narrante” (presente, sì, ma mai ingombrante) come impegnato a registrare il presente mentre passa e a proiettarlo, questo presente, in un futuro che pare non esistere, forse perché già prossimo a trascorrere. Insomma: un’evoluzione in versi che risulta tesa non tanto al tentativo di misurare e descrivere, attraverso la poesia, il tempo e le occasioni del vivere (esercizio peraltro poco utile), quanto piuttosto - ad osservare, ad esplorare, a scoprire la tessitura più segreta, quell’impercettibile trama che si crea - su di noi e sulle nostre coscienze e che diviene come parte di noi stessi - a seguito dello scorrere del tempo e delle immagini degli eventi, anche minimi ed apparentemente irrilevanti, nel tempo che cola contenute (si noti, a proposito dell’idea della tessitura del tempo testé illustrata, l’illuminante epigrafe posta ad apertura del libro: le parole di Ivan Veen estrapolate dal suo The Texture of Time ed ospitate in Ada, or Ardor di Nabokov). Un punto di vista davvero autentico, questo descritto, sul divenire umano; un punto di vista che risulta singolare e che sorprende, oltre che per il modo in cui ci è offerto, anche per l’incanto e l’ardore (componenti determinanti e giustamente messe in risalto da Cecilia Bello Minciacchi nella postfazione al libro) di cui la poesia di Alessandra Cava è tutta permeata. C’è un’altra particolarità che merita di essere evidenziata a proposito dell’opera prima in versi che sto qui introducendo. In rsvp ci sono cinque testi dai versi molto più brevi degli altri, testi differenti dagli altri, tutti racchiusi tra parentesi e posizionati, nella pagina, in maniera diversa rispetto al resto dei componimenti. Questi testi potrebbero essere pronunciati in maniera sommessa, ci dice ancora la postfatrice, come si trattasse di una voce fuoricampo; quasi fosse, aggiungo io, il coro del più classico dei teatri dell’antica Grecia [il brevissimo e primo di questi brani tra parentesi, forse non a caso, sancisce proprio «(coro che cola / io)]». Qui - nei cinque brani indicati - si sente davvero la voce che pronuncia e che recita; qui, e d’altronde in tutta la poesia di Alessandra Cava che ci è dato oggi di conoscere, si percepisce immediatamente la grande passione dell’autrice per il teatro, la sua frequentazione quotidiana e profonda di questa forma di espressione artistica. […] rsvp, Alessandra Cava, postfazione di Cecilia Bello Minciacchi, Polìmata, Roma, 2011 Il presente testo è la rielaborazione di un intervento pronunciato in occasione della presentazione di rsvp di Alessandra Cava, avvenuta ad Ancona il 20 giugno 2012 nel contesto del Poesia Festival “La punta della lingua”. La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava «The Past, then, is a constant accumulation of images. It can be easily contemplated and listened to, tested and tasted at random, so that it ceases to mean the orderly alternation of linked events that it does in the large theoretical sense». Ivan Veen The Texture of Time * 37 (coro che cola Io) OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava * (la febbre è esterna al corpo e noi appesi a fili come lenzuola asciughiamo) * 38 tu sei l’occhio, sei tutto l’occhio che sei, sei la lente, l’obiettivo, il confluire dello sguardo, canale, sei l’immagine immobile, immobile prospettiva sei, il non svanire io sto in ritratto nitido, io sto scolorata, saturata, messa in luce, dentro i quattro lati, io sto in quattro lati buoni, sto buona nei lati affilati, negli angoli retti dell’impressione, sto in pezzi senza memoria nei cassetti, tacendo, io sempre tacendo, io sempre, mai una parola, mai una parola buona eppure noi siamo ancora in carta, in mobile fissità, siamo in questo spessore di carta, in leggerezza nel peso della carta - OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava * le parole rubate dal senso inaudito nella testa, per il suono della testa: ecco, io sono qui e c’è: l’elenco d’infiniti gesti recisi sul compiere - di là, di qua, il mare inciso a metà con tratto leggero - imperfetto riflesso di sé ed è onda per onda che traccia a ritroso: fino alla fine prende, restituisce: un contatto fresco di stagione, come a dire l’ho saputo da sempre, come un’impressione leggera, leggera, la chiedevo speranza perché sfiorisse così, com’era - ed era: blu e bianco di te a sentire la forma, a sentire che torna, è corretta, risponde perfetta - era senza stupore e il sole che perde il tramonto e stanze che perdono il centro, immagine e non movimento, spostare, ingannare il reale, usciti dal mondo: da dentro - muri e finestre mi bastano intorno, artificio impagabile prima del giorno - 39 OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava * amore durissimo, articolarsi delle ossa, scorrevole rotolarsi delle ossa dalla pelle, solitarie per quel loro esitare la diramazione, incantare, mettersi nel canto, mettersi tutte nel canto, nell’aspro canto del sangue, nell’angolo appuntito dei nervi, nello schiocco delle membrane, nelle aritmie, nella violenza delle arterie, per quel lasciarsi ricoprire, isole bianchissime nella carne, per la loro modestia di impalcatura, di scheletro schivo, di lungo fiore sotterraneo, di radice - 40 OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava * 41 oggi è un sole lungo, uno sguardo di notte bianca natura mi scosta, mi ignora: di sicuro la offende il mio amore d’interni, di tubi, di tetti, di vetri all’incastro; ma poco le basta, quel poco che afferra alle spalle con passi d’altalena, quando sbaglia e prende aloni d’inferno, quando pare artificio, un inganno, uno schermo e m’attendo si spenga - processo d’infrazione del mondo, nulla che raduna i suoi pezzi, così il mio seguire una parola con altra in spazi di vuoto - ecco me allora, a chiedere di quale tessuto è il ricordo, di quale s’intreccia, se è uguale, uguale il colore - ecco allora l’immagine fatta di niente, ecco che arriva, ecco, col suo bagaglio di niente - si sta a scrivere allora, si sta in angolo stretto, si sta - OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava 42 * continuo stare, questo stare in vita per vie traverse, secondarie strade dell’assenza che disegna nitida la fessura del canale, questo stare in parole abitando la dimensione orizzontale, leggera, del narrare ora è estate che sfinisce, liquefazione dei sensi, dei cataloghi ragionati: si va a capo per sentito dire, dentro un’istintiva nostalgia di mani fredde, di giri di maniglie, di vento e strade vuote - neanche ora c’è equilibrio, qui nell’aria ferma della scelta si sta a caso e per stortura d’animo, qui si incrociano gli sguardi e si distolgono, ma le dita sfuggono, tentano raccordi - tutto intorno è piegarsi alle linee spezzate e chi ha un vago rimpianto dei tornanti non si volta mentre io vado a cercare sconforto negli specchi, le ginocchia mi abbandonano davanti allo splendore, ormai luogo comune, che ancora non abbiamo consegnato - OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava 43 * se posso trapassare lo sgomento, se posso fare breccia di sgomento in leggerezza, se posso afferrare leggerezza e incantare il peso, il peso turbinoso del mondo, spaventoso cemento pesante del giorno, accogliermelo nelle mani, farmi tutta peso declinante, peso che storpia, faticoso peso in leggerezza forte, in mia volatile inclinazione, se posso fare spazio nel cuore ostruito, se posso, in quel vano senz’aria se posso affacciarmi alla finestra e non vederti, se posso fare pensiero pacato del mio non vedere che vieni o che vai, se posso fare che assenza sia lieve, che sia lieve nello spazio e lieve molto nel tempo, se posso fare che il tempo non strida, non mi scolori nella sfinitezza, che non mi slacci la tessitura, che giochi piano alla memoria, piano ai gesti e alle cose piccole, piano con noi dell’età buona, dell’età gelosa custodita, se posso fare custodia di assenza - se posso tenermi questi giorni lunghi di esattezza, se posso disegnare lo stupore della somiglianza, del riflesso al contatto, se posso vedermi in tua visione, contare le ore della lucidità trattenendomi in tua nitida visione, se posso infliggermi mancanza, essere intera mancanza che mi contorna, se così posso farne carico inseparabile, se il vuoto è la presenza dolcissima che so, se so ancora qualcosa, qualcosa ancora, ancora qualcosa non so - OPERA PRIMA rsvp di Alessandra Cava 44 È nata a San Benedetto del Tronto nel 1984. Si è laureata all’Università di Siena in Storia del Teatro e a Bologna in Discipline dello Spettacolo dal Vivo. Fa parte di Altre Velocità, gruppo di osservatori e critici delle arti sceniche. Conduce laboratori di scrittura critica e lavora come redattrice per festival, rassegne e stagioni teatrali, curando incontri radiofonici e approfondimenti su carta e web. Insieme ad Altre Velocità ha curato il volume Un colpo. Disegni e parole dal teatro di Fanny & Alexander, Motus, Chiara Guidi / Socìetas Raffaello Sanzio, Teatrino Clandestino (Longo Editore, 2010). Come critica teatrale ha collaborato con “Hystrio”, “Prove di drammaturgia”, “Doppiozero” e “Culture Teatrali online”. Ha partecipato a RicercaBo (Bologna, 2009) e a ESCArgot / Poesia Totale (Roma, 2010). Alcuni suoi testi poetici sono comparsi su “il verri”, “Alfabeta 2” e sulla rivista svedese “Subaltern”; online su “Absoluteville”, “Poesia 2.0”, “Blanc de ta nuque”. La sua prima raccolta, rsvp (2011), segnalata al Premio Montano, è stata pubblicata da Polìmata nella collana ex[t]ratione. Inserire immagine copertina libro OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci 45 Precarietà del lavoro, della poesia e del vivere. Di Danilo Mandolini Il punto di avvio ideale per ogni riflessione sull’opera prima in versi di Natalia Paci sembra essere rappresentato (almeno lo è per il sottoscritto) dall’apertura della breve annotazione di Davide Nota posta nel risvolto di copertina e che recita: «Ad essere Pronta in bilico in un mondo “tragicomico” è la Poesia…». Coerentemente con l’incipit dell’opera, di fatto già racchiuso nel titolo della stessa [Pronta in bilico, appunto (Sigismundus Editrice, Ascoli Piceno, 2012)], il tema della “provvisorietà” è multiformemente affrontato attraverso i vari punti di vista identificabili nelle sezioni della silloge e, anche, grazie al tono del dettato che oscilla tra il divertito ed il serio, «tra pop e disperazione» come evidenzia ancora Davide Nota. Non è un caso, poi, che il titolo del libro sia reso al femminile. Si è già affermato, infatti, che è la poesia a sembrare innanzitutto pronta in bilico (oggi più che in passato e nel suo ruolo di “media” che dall’intimo di chi versifica va come clandestinamente ed inspiegabilmente incontro all’altro); allo stesso modo, però, appare chiaro che è anche l’autrice ad essere “vittima” dello stesso “labile equilibrio”, come immobilizzata nella dicotomia estrema di un lavoro precario in cui ci si occupa della precarietà del lavoro altrui (Natalia Paci è avvocato e professore a contratto di Diritto del lavoro presso l’Università di Urbino). In virtù di quanto appena rilevato la prima sezione del volume (Commentario precario) non può non trattare proprio della moderna piaga dell’instabilità dell’impiego, non può non essere tempestata - nonché introdotta dal comma 1 dell’articolo 35 della Costituzione italiana («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni») - di brani tratti dalla legislazione corrente e dallo Statuto dei lavoratori ed inerenti, manco a dirlo, la materia del lavoro. Emblematici dell’approccio che l’autrice tiene nei confronti dell’argomento indicato sono, in primissima battuta, i titoli delle sei liriche che compongono la prima sezione: Ode sexy al diritto del lavoro, Disoccupato disossato, Tempo d’asfalto, Vita a progetto, Art. 18 e Straordinario orario. Con una pronuncia che sembra uscita, come dichiara Renata Morresi nella nota introduttiva, «da un Palazzeschi sguinzagliato nella ludoteca dei giuslavoristi» Natalia Paci fa affiorare nettamente, dal sotteso della quotidiana abitudine che tutti coinvolge e travolge, l’indiscutibile e drammatica condizione di molti lavoratori più o meno giovani di oggi. Senza entrare troppo nel merito dei testi o di parti rilevanti di alcuni di questi (non perché non valga la pena farlo, ma semplicemente perché lo spazio qui a disposizione è limitato e perché le poesie di Pronta in bilico vanno incontrate tutte e nella loro interezza), si può affermare che la poesia dell’opera prima di Natalia Paci si colloca indubbiamente nel solco di quella nuova e moderna istanza civile negli ultimi anni inaugurata in poesia, seppur con modalità espressive ed esiti diversi, da Fabio Franzin. Il tema della precarietà - si è già anticipato - attraversa orizzontalmente l’intero libro. Esso, però, viene restituito al OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci 46 lettore con un’intensità che va - comunque modificandosi - come manifestandosi attraverso uno sguardo che muove dal più al meno evidente, dal dettaglio al campo allargato. Il soggetto cardine di Pronta in bilico viene cioè trasposto, dopo la prima in cui viene affrontato nella sua disarmante e brutale essenza, nelle altre e successive sezioni e nell’ambito di situazioni di vissuto più routinario, fin anche alla vita di coppia, all’amore e, lievemente, fin dentro gli haiku e le illustrazioni di Cristina Maria Ferrara, rispettivamente della penultima e dell’ultima parte del lavoro. Intendiamoci: la dinamica evidenziata non toglie forza al grido di denuncia dell’autrice, al suo sdegno; tutt’altro. Questo trasferire la visione della “provvisorietà” da un contesto in cui la stessa è oggi angosciosamente esplicita ad altri in cui la sua presenza è meno palese, più “diluita” e forse per questo più accettata, concorre proprio a risaltare l’“anima” subdola di quella che è da ritenersi, di fatto, come una componente imprescindibile del nostro stesso essere uomini: la fugacità, la caducità del nostro divenire. Per enfatizzare ora altri due aspetti davvero peculiari del linguaggio utilizzato ed afferenti l’opera prima di cui si sta qui disquisendo, trascrivo integralmente due brani tratti, il primo, da una breve annotazione di Luigi Socci (il cui “eco” si riconosce forte in alcune parti del volume) riportata nel risvolto di copertina e, il secondo, dalla nota di apertura di Renata Morresi. Luigi Socci afferma: «Natalia Paci scopre, con malizioso candore da Lolita del verso, le relazioni quasi sensuali che le parole intrattengono fra di loro (e tra sé e sé e con le cose di fuori)». Renata Morresi, chiamando in causa l’epigrafe di avvio del libro tratta da Szymborska, dichiara invece: «La disarmante semplicità di Pronta in bilico porta il linguaggio della comunicazione alle sue conseguenze estreme: lo tira fino all’osso, fino al contrario di se stesso. Così rovescia il principio del messaggio pubblicitario: invece che compiacere e plagiare per indurre a consumare di più, ci punzecchia col suo batti e ribatti, ci smaschera come cosa consumata tra le cose…». L’autrice dell’introduzione al volume, nel passaggio appena citato, mette direttamente in relazione proprio il modello della precarietà tipica del lavoro contemporaneo, estesa ed amplificata all’idea più universale di fugacità e caducità del divenire umano come in precedenza sostenuto, con un carattere distintivo della pronuncia poetica di Natalia Paci. Pare quindi rivelarsi, in Pronta in bilico, una strategia espressiva che amalgama contenuti vicini all’attualità più stringente, stile ed accenti autentici e che rende questa raccolta di versi inequivocabilmente riconoscibile nelle stesse aspirazioni che l’hanno determinata e, per questo, fruibilissima e davvero godibile da parte di ogni attento lettore. Pronta in bilico, Natalia Paci, nota introduttiva di Renata Morresi, Sigismundus, Ascoli Piceno, 2012 La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini OPERA PRIMA Pronta in bilico Ode ♥ sexy ♥ al Diritto del Lavoro (da parte di una lavoratrice interinale, oggi anche detta volgarmente “somministrata” o lavoratrice di facili costumi) Il contratto di somministrazione di lavoro può essere concluso da ogni soggetto, di seguito denominato utilizzatore, che si rivolga ad altro soggetto, di seguito denominato somministratore, a ciò autorizzato... art. 20, comma 1, d.lgs. n. 276/2003 di Natalia Paci Il nostro è un rapporto atipico flessibile (o poco rigido): siamo una coppia aperta sempre attenta a un’altra offerta. Sono la tua metà senza obbligo di fedeltà: non c’è patto di non concorrenza il nostro rapporto interinale è per sua essenza triangolare. 47 un cambiare posto ad ogni pasto. Una vera somministrazione di frustrazione. In questa relazione ci vuole concertazione: tolto il divieto è una continua interposizione di mani all’opera in ogni posizione. C’è troppa confusione: è un via vai di vai via Da Commentario precario OPERA PRIMA Pronta in bilico Disoccupato disossato stato di disoccupazione: la condizione del disoccupato o dell’inoccupato che sia immediatamente disponibile allo svolgimento di un’attività lavorativa art. 1, comma 2, lett. f), d.lgs. n. 181/2000 di Natalia Paci Sono un disoccupato proattivo disponibile al reimpiego da quando ho perso il posto sono stato socialmente utilizzato collocato in varie posizioni per tutte le mansioni sopra mobili sotto tavoli l’importante è stare immobili: perché la stabilità del posto è al primo posto. 48 Anche se la paga non appaga bisogna lavorare dimostrarsi reattivi anche un po’ sportivi il fisco verifica il fisico: che i nervi siano saldi anche senza soldi. Mostrarsi aperti ai creditori in attesa di tempi migliori: non ho alcun preconcetto verso il precetto porgo tutto il mio rispetto all’ufficiale giudiziario che arriva in orario. Pignorate pure tutti i beni dalla testa ai piedi toglietemi le unghie i capelli il primo strato di pelle tagliate pure la lingua prendetemi l’anima per pulirci per terra. Sono un disoccupato disossato: felice di fluttuare nel mercato. OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci 49 Art. 18 Ho perso la licenza poetica. Un licenziamento in regola d’arte: impugnabile entro sessanta giorni dalla perdita dell’ispirazione. Chiederò il risarcimento del danno un equo compenso per le figure fatte (retoriche ovviamente). Un’indennità in versi: tutte le strofe perse da quel giorno all’effettiva reintegra in me stessa con un minimo di cinque enjambement. Certo, dovrò ricominciare da zero dalla pagina bianca. La poesia è dura ma non stanca. ...Il giudice con la sentenza (...) condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto. art. 18, Legge n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori) OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci 50 Pronta in bilico Murata tra queste quattro ossa mi prendo le misure mi riempio di torture affido a muscoli distratti - per nulla agili i miei passi a scatti instabili. Su un filo di luce non perdo di vista il mio punto di vista impronta di riferimento impressa sempre dentro Pronta in bilico sulla punta della lingua. Testo il mio equilibrio con in testa un libro. Provo a prendere di testa e non di petto tutti gli imprevisti che mi aspetto dal mio aspetto. Funambola inesperta sonnambula incerta incontro ostacoli di percorso in agguato lungo il mio dorso costola dopo vertebra nelle vene dentro il ventre sulla strada - non asfaltata tra il cuore e la mente. Apro la bocca davanti allo specchio cerco nel vortice di un orecchio un punto di fuga un solco di ruga: affronto il di fronte fino all’orizzonte. Mi guardo da sopra a sotto e mi strizzo l’occhio. Domestici elettrici Nella top ten dei servitori domestici il forno è al primo posto è quello che trasmette più calore riscalda tutto arriva al cuore. Al secondo posto c’è la TV detta anche televisore trasmette tutto soprattutto la finzione di un mondo migliore. L’aspirapolvere ha una funzione ambientale: un casalingo termovalorizzatore. Aspira ma non ispira sarà per il rumore. Da Acrobazie domestiche OPERA PRIMA Pronta in bilico Tocco senza tatto di Natalia Paci Ora sto bene ora sto male senza un perché è un altro che decide per me. Questa insofferenza cos’è? Non si stacca non mi molla è come colla più la tiro più si allunga come cingomma. 51 È un buco vuoto va riempito con roba di ogni tipo sms telefonate le solite bevute incenso profumato biscotti al cioccolato shopping zapping niente di costruttivo comunque sia anche quando è sesso fatto e buttato via. Tutto diventa oggetto tocco senza tatto unghie rimmel e tacco estetico contatto ermetico distratto soli in due nel letto più di prima anche dopo. Staccami le braccia Se ti mancano i miei abbracci staccami le braccia attaccale sul divano imbalsamate per l’affetto fittizio quotidiano per le tue serate con gli Amici di Canale 5 o quelli veri di Facebook. Da Tocco senza tatto OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci Cordialmente Tua La presente per comunicarLe che la funzionalità del prodotto è stata manomessa con l’uso delusa l’aspettativa promessa. una chiara ed esauriente spiegazione di ogni Sua passata e presente emozione. Sarebbe comunque gradita una Sua nota di commento onde apportare opportuno adeguamento in vista di futuri altrui utilizzi. In effetti rincresce constatare una certa indifferenza una discreta assenza di confidenza sopratutto dopo tanta intimità nella nostra precedente attività. 52 Si confida vivamente in un Suo riscontro in nome dei consolidati e cordiali rapporti intercorsi frequentemente tra i nostri corpi. Si auspica che possa farmi avere - anche tramite legale rappresentante un plico contenente Da Sexy shock (poesie d’amore) OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci Voglio le tue cellule L’odore delle chiese non mi appartiene mi sento extracomunitaria in territorio sacro. Profanatrice di umori cristiani prendo a morsi come meretrice il corpo di Cristo trasformo stigmate in cicatrice. 53 Voglio le tue cellule non il cellulare. Questo non è un sms ma un SOS: ho bisogno di te in carne e ossa. L’odore delle chiese Il suo corpo contorto così magro e sfinito sulla croce è sempre stato il mio tipo se lo avessi conosciuto ci avrei provato lo avrei voluto come fidanzato per avere proprio dentro tutta la fede che non sento. Se è vero che sono la tua metà Se sono la tua metà vuol dire che senza di me non sei intero. Ma non voglio un mezzo uomo! Pertanto amore (solo per questo sia inteso) ne ho anche un altro mezzo. Nulla di più sennò sarebbe tradimento. Dammi una mano spediscimi un dito per posta manda un braccio a prendermi calcia un tuo piede fallo rotolare da me fallo entrare dalla porta principale. Viola la mia privacy ti prego mancami di rispetto. Ti aspetto con tutta me stessa ti aspetto con tutto il mio aspetto. Entra pure, tocca tocca, tocca tutto voglio il tuo tatto lascia cadere mani morte sulla mia pelle viva resuscita la mia carne. Nell’era del digitale digitami digitami finché non fa male. OPERA PRIMA Pronta in bilico Ancona di Natalia Paci Sorveglia il Papa con sguardo di pietra se ci si bacia Sola Forte Altavilla un palco abbandonato ci rende attori Sopra la città a comporre poesie per cinque dita 54 Sguardo sul porto luci lungo la costa fioche candele Sono sola ora ho vissuto in un giorno ogni inverno In treno Viaggio in treno anche se parto certa torno diversa Solo a me stessa in altro letto altrui resto fedele Il campanone ha suonato ancora tempo scaduto Da Haiku (poesie per cinque dita) OPERA PRIMA Pronta in bilico di Natalia Paci È nata nel 1974. Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale Nie Wiem (www.niewiem.org) organizza dal 2003, insieme a Luigi Socci e a Valerio Cuccaroni, il Poesia Festival “La punta della lingua” (www.lapuntadellalingua.it). Sue poesie sono presenti in riviste cartacee e on-line e nelle antologie: Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei poeti, curato da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri (Pequod, 2008), Calpestare l’oblio. Cento poeti contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana (Cattedrale, 2010) e, in via di pubblicazione, Registro di Poesia #5 (Edizioni d’if, 2012). 55 Vive ad Ancona con i suoi due amori: Valerio e Lucio. Inserire immagine copertina libro Portatori d’acqua con le orecchie 1943 / 1951 Patrizia Cavalli Con questo numero si apre, a seguire, un nuovo spazio nel quale - senza una periodicità a priori definita - viene e verrà proposto l’incontro con una selezione di testi tratta dall’opera prima di un autore di versi contemporaneo ed affermato. Il nome di questo nuovo spazio è: RILETTURE Patrizia Cavalli È nata a Todi e vive a Roma. Per Einaudi ha pubblicato Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (1992), che riunisce i due precedenti volumi con una nuova raccolta intitolata L’io singolare proprio mio, Sempre aperto teatro (1999) e Pigra divinità e pigra sorte. Sempre per Einaudi ha tradotto il Sogno di una notte d’estate di Shakespeare. Dello stesso autore ha inoltre tradotto Otello, messo in scena dal regista e attore Arturo Cirillo nel 2009. La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini ed è tratta da Le mie poesie non cambieranno il mondo (Einaudi, Torino, 1974). Patrizia Cavalli Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli * Qualcuno mi ha detto che certo le mie poesie non cambieranno il mondo. Io rispondo che certo sì le mie poesie non cambieranno il mondo. * Per riposarmi mi pettino i capelli, chi ha fatto ha fatto e chi non ha fatto farà. Dietro la bottiglia i baffi della gatta, le referenze le darò domani. Ora mi specchio e mi metto il cappello, aspetto visite aspetto il suono del campanello. Occhi bruni belli e addormentati… 56 * Né morte né pazzia mi prenderà: un tremore delle vene forse un’acuta risata, un ingorgo del sangue, un’ebbrezza limitata. ma d’amore non voglio parlare, l’amore lo voglio solamente fare. Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli * Anche quando sembra che la giornata sia passata come un’ala di rondine, come una manciata di polvere gettata e che non è possibile raccogliere e la descrizione il racconto non trovano necessità né ascolto, c’è sempre una parola una paroletta da dire magari per dire che non c’è niente da dire. * Da scalfittura diventare abisso, da fragile membrana diventare la corda tesa delle vibrazioni incostanti. 57 Comincia la stagione delle grandi cacce da Aquila Reale, e la rosa guarderà i suoi petali cadere ad uno ad uno. Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli * Le note che disegnasti sul mio quaderno e la chiave di violino e la doppia chiave e la tripla chiave. Sempre per te un nuovo quaderno. Di quanti fogli hai bisogno? Hai intarsiato la mia scrivania scolpito il mio scaffale; ma ora non più arcieri in costume da guerra, soltanto segni distratti. E dovrai raccogliere con pazienza piccoli minuti perché tu possa comporre un’ora. * 58 Vado in guerra lasciando una città senza lasciarla; simulo l’eternità portando assieme alle valige due cappotti. Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli 59 * E chi potrà più dire che non ho coraggio, che non vado fra gli altri e che non mi appassiono? Ho fatto una fila di quasi mezz’ora oggi alla posta; ho percorso tutta la fila passetto per passetto, ho annusato gli odori atroci di maschi di vecchi e anche di donne, ho sentito mani toccarmi il culo, spingermi Il fianco. Ho riconosciuto La nausea e l’ho lasciata là dov’era, il mio corpo si è riempito di sudore, ho sfiorato una polmonite. Non d’amor di me si tratta, ma orrore degli altri dove io mi riconosco. * Non ho seme da spargere per il mondo non posso inondare i pisciatoi né i materassi. Il mio avaro seme di donna è troppo poco per offendere. Cosa posso lasciare nelle strade nelle case nei vetri infecondati? Le parole quelle moltissime ma già non mi somigliano più hanno dimenticato la furia e la maledizione, sono diventate signorine un po’ malfamate forse ma sempre signorine. Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli * E sempre dovrò partire e fare i bagagli e permettere al mio poco corpo una corsa che non gli si addice e prolungare gli inganni e demente rincorrere tutte le storie anche quelle che avrebbero preferito un silenzio. Ma valorose sono le partenze anche se un imbarazzo spesso le consuma. * 60 Del suo silenzio io sono invidiosa e di come si appoggia a un davanzale lasciando alla luce i suoi miracoli. Sembrerebbe un ballerino smemorato se qualche volta non sorridesse come a scusarsi di tanta bellezza. Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli * Ma prima bisogna liberarsi dall’avarizia esatta che ci produce, che me produce seduta nell’angolo di un bar ad aspettare con passione impiegatizia il momento preciso nel quale il focarello azzurro degli occhi opposti degli occhi acclimatati al rischio, calcolata la traiettoria, pretenderà un rossore dal mio viso. E un rossore otterrà. 61 * I marocchini con i tappeti sembrano santi e invece sono mercanti. Da Le mie poesie non cambieranno il mondo Patrizia Cavalli * Quante tentazioni attraverso nel percorso tra la camera e la cucina, tra la cucina e il cesso. Una macchia sul muro, un pezzo di carta caduto in terra, un bicchiere d’acqua, un guardar dalla finestra, ciao alla vicina, una carezza alla gattina. Così dimentico sempre l’idea principale, mi perdo per strada, mi scompongo giorno per giorno ed è vano tentare qualsiasi ritorno. 62 * Poco di me ricordo io che a me sempre ho pensato. Mi scompaio come l’oggetto troppo a lungo guardato. Ritornerò a dire la mia luminosa scomparsa. Le marocchine - 1944 Gian Maria Annovi È nato a Scandiano (RE) nel 1978. È Assistant Professor di Lingua e letteratura italiana presso la University of Denver (USA). Ha pubblicato il volume di saggi Altri corpi. Poesia e corporalità negli anni Sessanta (Gedit, 2008) e numerosi interventi in riviste e volumi collettivi in Italia e negli Stati Uniti. Ha curato l’antologia bilingue della poesia di Antonio Porta Piercing the Page (Los Angeles: Seismicity, 2012). Nel 2011 ha vinto il Premio Pier Paolo Pasolini per la Tesi di Dottorato. Come poeta ha pubblicato: Denkmal (l’Obliquo, 1998), Terza persona cortese (d’if, 2007), Self-eaters (Mazzoli, 2007), finalista al Premio Antonio Delfini, e Kamikaze e altre persone (Transeuropa, 2010), con un’introduzione di Antonella Anedda. Nel 2006 ha vinto il premio Mazzacurati-Russo. 63 Le sue poesie sono incluse nelle antologie L’opera comune (Atelier, 2001), Parco Poesia (Guaraldi, 2003), Nodo sottile 4 (Crocetti, 2004), Poesie dell’inizio del mondo (Derive e Approdi, 2007), Calpestare l’oblio (Cattedrale, 2010), Poeti italiani in America (In forma di parole, 2011), Poeti degli anni Zero (Ponte Sisto, 2012). Ha inoltre pubblicato su riviste e blog quali “Poesia”, “il verri”, “Versodove”, “Atelier”, “l’immaginazione”, “Il Sole 24 Ore”, “LeftAvvenimenti”, “Private”, “L’Ulisse”, “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Absolutepoetry”. Ha tradotto, per riviste e antologie, numerosi poeti nordamericani. Tra questi: Anne Carson, Michael Palmer, David Bromige, Andrew Shurin, Ray DiPalma, Bruce Andrews, Joseph Ceravolo e Anselm Berrigan. Scrive per “Il Manifesto” e collabora con “alfabeta2”. Da Denkmal Gian Maria Annovi * né sfilo il pane dagli occhi: lo resto per te (per gli uccelli) * volevo perso il respiro (che non è mio) (che non lo sento) e perso quello sparirmi: non cresca buio. né vento. né sale. né mano. né piede. 64 né fare respiro né farlo per sempre * ridotta la clonazione la clorazione del sangue che non torna puro. che non torna dentroridotto il sentiero del corpo contratto ogni poro ogni precisazione di percorso: lobo/clavicola inguine/ascella e la parola senza involucro derma o pellicola Da Denkmal * Gian Maria Annovi ad Amelia Rosselli gran gigantessa muta di volto scarno di falsa magrezza di carme. di carne. fare silenzio filato con dita d’ombra con forma bionda con treccia di assenza di vascello di sabbia fare vuoto l’orecchio fare l’ascolto del poco sbattere come le ali come malate le mani 65 come il mattino che pose la testa su fresco selciato: che senta la mente se l’erba risale se sgretola tutto il cemento * mio operato di fuggire operare l’allontanazione il facimento dello spazio la divisione e e quante aggruppate solitudini quanti sapersi lontano a grandi nodi grovigli annotazioni di nodi (che non ci separi l’invidia incontenibile delle briciole) Da Denkmal Gian Maria Annovi DENKMAL [*] (al colmo di questa finitezza si resta comunque soli) non la certezza la guarigione la riparazione di dire. e fare operazione di confine di auto-costruzione auto-castrazione della gola del pronome. e il pensare dove termina ci formi / scolpisca ci faccia duri statue mucchietti o figure 66 senza testa né arti [*] Denkmal è un sostantivo neutro tedesco che significa monumento. È composto dai termini Denken, pensiero e Mal, segno, termine, confine. Nota dell’autore. * ecco che siamo confine. stare ben fissi nel buco dei piedi. nel poco. nel meno. attenti alle antenne dei grilli tutte spezzate di nuovo. noi senza sperma noi senza bordi a fare le ciglia sul corpo dei morti a fare il silenzio più forte che viene Da Denkmal Gian Maria Annovi Da MAIUSCOLE (da dirsi in piedi) * ECCO SALVARTI NON POSSO SALVARTI NON RIESCO DI BIANCO DI BIANCO LE MANI SCARTATE DI TEMPO PERDUTO IL RESPIRO UNA SERA LE BOCCHE PIU’ NIENTE RIMASTO NO CARNE NO TEMPO PIU’ NIENTE RIMASTO DI VENTO DI TEMPO 67 LE DITA SPEZZATE CORROTTE * TUTTO L’HO FATTO IO QUESTO MONDO L’HO SPINTO L’HO FATTO SUDARE SUDATO DI ACQUA DI PISCIO STORTA LA FACCIA NEI FOSSI NEI GORGHI DELL’ACQUA DEL SEME DI QUESTO DOLORE CHE SUDO CHE HO DATO SUDATO PER ME PERDUTO PERCHÉ SONO ME ANELLO IN FRANTUMI DITO TAGLIATO Da Tredici prove (per qualunque le dica). In L’opera comune Gian Maria Annovi PROVA II : stare al moto della soglia della maniglia rotta e la frattura degli arti delle falangi i polpastrelli senza la carne (senza nessuna misura) *** PROVA IV : 68 ti cucio la notte sotto le suole i talloni le unghie se voglio mi faccio figura (ti faccio ombra) Da Tredici prove (per qualunque le dica). In L’opera comune Gian Maria Annovi PROVA VI: ti provo la polvere sulle caviglie ti cresco le ciglia (che non è silenzio le labbra) *** PROVA VIII: poi certe volte piango cento volte spengo le braccia (i movimenti dei polsi) *** PROVA X: 69 fare un esempio della faccia del tuo volto vuoto: io muoio (tu muovi anche gli occhi) Da Tredici prove (per qualunque le dica). In L’opera comune Gian Maria Annovi PROVA XI: a volte ti vengono gli angeli gli angoli nei capelli che anche mi vengono brividi (la lingua) (i tuoi denti) (le tue vaste gengive) *** 70 PROVA XIII: (le parole non le conosco) però le infinite curve delle braccia Da Terza persona cortese . Reality in sette visioni Gian Maria Annovi camera # 3 Le porto a spasso il dobermann e ne raccolgo i resti che dissemina poi stiro le Sue calze con letizia La prego (due punti) mi tolga tutto quello che desidera lo scrivere di versi soprattutto camera # 3.1 71 ricamo per Lei dei cuscini di plastica con grumi di filo arancione (ci scrivo sopra il mio nome) Lei m’entra con l’ago nella mano lo infilza nel palmo con precisione (non parlo) mi continuo nel pizzo sanguinario Da Terza persona cortese . Reality in sette visioni Gian Maria Annovi camera # 4.2 nel piatto non devo restarci niente perché Lei non vuole mi dice che devo lavarlo con la lingua e il Suo collo leccarlo la Sua nuca pulirla poi mi raschia le gambe col coltello le ascelle anche le ciglia camera # 5 capisco che Lei è buono che la Sua bontà è immensa anche quando mi tiene la mano sul vapore della pentola a pressione per mostrarmi che il dolore che io scrivo non è vero quanto questo bollente che tortura che non è mia invenzione 72 camera # 6.1 dormo le ore stabilite sul bordo della branda Lei mi gravita sopra col Suo peso col Suo volto pesante che mi affonda e il Suo sguardo che dice mi protegge Da Terza persona cortese . Reality in sette visioni Gian Maria Annovi camera # 7 poi finalmente mi prende e come Lei solamente sa fare mi sigilla le orecchie con scaglie di sapone di Marsiglia originale mi copre le dita con cera di ape e gli occhi e le labbra e i vari orifizi di certo il Suo amore è perfetto mi dico non fiato (è il delitto) 73 Nota (dell’autore) al testo Predella di un polittico invisibile, Terza persona cortese avrebbe dovuto seguire - e completare nelle intenzioni - la pubblicazione, mai avvenuta, della raccolta intitolata Secondo persona, parzialmente anticipata in antologie e riviste. È un dialogo per voce sequestrata e persona che tace, dialogo che ha luogo in sette camere, al tempo stesso stanze di una realtà ridotta a reality e inquadrature - visioni - offerte al lettore/spettatore. Grande Altro o partner inumano, amante o assassino, questo «Lei» così cortese da eliminare la prima persona è qui chiamato sulla scena poetica, forse per la prima volta dai tempi della cortezia. Piccola antologia della critica [...] Gian Maria Annovi è sicuramente un autoptico. Il teatro dei fatti dell'io appare circoscritto al ridotto delle «stanze che abito», al confine di cuscini, lenzuola. L'io vi è compitato anatomicamente (è ossa, teschio, vertebre) e grammaticalmente. Gli utensili di scavo sono linguistici (una “lingua-protesi”), ma senza offrire la crudezza dei corpi a immagini espressioniste, incastrate piuttosto tra slittamenti semantici seriali, fondate sulla semplice contiguità dei significanti (tende/tendine; dentatura/dettatura), con 'incisioni' esecutive nel dosaggio delle sordine dei segni diacritici (parentesi, barrette oblique, trattino), così come esecuzione è il picchiettio senza furia delle allitterazioni, compitazione del piccolo universo insensato («detto la tua dentatura / al lenzuolo / la dettatura delle dita»). In particolare è in gioco l'idea che qualcosa si può fare traendo il massimo dal minimo (eroticamente: «ti impalo / la bocca col dito»). Per forzare i contorni del reale basta stringere gli occhi fino a farsi male («i colori / sbandano fuori dalle tende»). Le guerre dell'io si vincono sul piccolo («il mondo è il bianco del dentifricio / che ficchi nei fori cariati»); più difficili allora, su queste basi, si fanno le sortite al di fuori dei confini tracciati, accentuandosi all'assurdo un senso di irrealtà appena sopportabile all'interno, come avviene nel tentativo/limite di poesia civile: «passare un presente / indicativo di / stragi» (si noti in indicativo uno dei lapsus semantici cui alludevamo), che dopo un tentativo azzardoso di agganciare il tragico in un'astrazione («tu tempotimer... non coniughi l'essere»), si chiude con l'usuale, efficace sordina: «(e gli arti raccolti sui binari)». […] Gian Maria Annovi Fabio Zinelli, dalla prefazione a Nodo sottile 4, a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti, Crocetti, Milano, 2004 (pp. 17-18) *** […]… Terza persona cortese si presenta come libro-ombra di un altro libro, una raccolta più corposa, titolata Secondo persona e tuttora inedita, cui questa plaquette avrebbe dovuto dare seguito e completezza. Scheggia sfuggita a un oggetto ancora non entrato nel campo di identificazione dei nostri radar, o, nelle parole dell’autore, «predella di un polittico invisibile», Terza persona cortese è, come racconta il testo stesso, «un dialogo per voce sequestrata e persona che tace, dialogo che ha luogo in sette camere, al tempo stesso stanze di una realtà ridotta a reality e inquadrature-visioni offerte al lettore/spettatore». L’attenzione concentrata sul corpo che Annovi mantiene da sempre polverizza così il suo oggetto da monumento che forse un tempo ha avuto la densità e la forza di essere (questo il significato, in tedesco, di Denkmal) a visione abbacinante e pixelata. In uno spazio claustrofobico e spoglio - che possiamo immaginare impersonale come le tante case che il Grande Fratello ci ha offerto in questi anni, popolate da corpi che alla velocità della luce perdono identità nella memoria collettiva - avviene così, già nella Terza persona cortese, quel trapianto dell’Io nel Tu, che Secondo persona racconta esplicitamente, scegliendo a epigrafe il verso dantesco che recita «S’io m’intuassi, come tu t’inmii», o facendo della «Seconda persona variabile», questo il titolo di una delle sezioni interne alla raccolta inedita, la «Stella variabile» appresa da Vittorio Sereni. E del resto, quella di Annovi è una poesia ipercolta, che si acquatta nel gioco delle citazioni - se di gioco, e di citazioni, poi si tratta - come il ragno nella sua ragnatela. In questo Io che è, e continua tenacemente a esistere, ma diversamente a seconda delle persone (personae, latinamente maschere) in cui come in un crudele Gioco dell’Oca si nasconde, resta tuttavia sempre presente, anche dopo il trapianto nel Tu, il rischio del rigetto: la dimensione quasi ospedaliera (aggettivo definitivamente legato ad Amelia Rosselli) che paralizza il corpo del soggetto fatto oggetto, e lo scenario di rituale con tocchi sadomasochistici che lo avvolge, appunto, come una ragnatela, servono a tenere a una distanza sempre continuamente divorata, e quindi sempre continuamente da ristabilire - da tessere - proprio questo rischio. Perché il Tu non è mai un luogo sicuro. Laura Pugno, da Echi di voci sequestrate. In “il manifesto”, 8.5.2007 *** Nel 1967 la chitarra di Lou Reed e il caustico violino di John Cale dettero vita a quel perturbante gioiello rock che è Venus in furs, inquietante riassunto psichedelico dell’omonimo romanzo di Leopold von Sacher-Masoch. […] Kiss the boots of shiny shiny leather, cantavano i Velvet underground 74 Piccola antologia della critica Undergorund: il binomio piacere-dolore faceva così il suo magistrale ingresso nella cultura e nell’immaginario musical-popolare. Esattamente quarant’anni dopo, Terza persona cortese di Gian Maria Annovi riproduce la stessa inquietudine sensoriale, si riappropria del masochismo usandolo come correlativo oggettivo per delineare una crudele storia di oppressiva fedeltà. Se in Poesie dando del Lei, Vivian Lamarque si rivolgeva direttamente al proprio psicoanalista junghiano usando una formula di cortesia, Annovi adotta lo stesso procedimento per riferirsi con estrema cortesia ad un carceriere, o - meglio - all’idea che ce ne propone. Il contrasto fra i due testi non potrebbe essere più netto: dalla positiva atmosfera infantile della stanza psicoanalitica alla casa-prigione con annesso torturatore. Rileggendo la tradizione italiana liricogrammaticale del pronome “Lei” (un femminile maiuscolo di stampo duecentesco) trascina il lettore in un «dialogo per voce sequestrata e persona che tace», un poemetto in sette movimenti in cui l’eroe sadico non compare mai ma la cui assenza pesa, allarma e preoccupa. Grazie ad un dettato lineare e monodico, Annovi ci presenta una serie di “camere” (ma più corretto sarebbe definirle “stanze”, con riferimento ad una precisa scansione strofica) in cui un io (o ciò che ne resta) si rivolge a “Lei”, entità incorporea capace però di operare un’attenta e precisa dissezione corporale ai danni della voce che le si rivolge. Un massacro in presa diretta o, come accenna il sottotitolo un reality in sette visioni (raccapriccianti). Della dimensione del reality show, il testo di Annovi conserva l’iconografia del quotidiano […], si immerge in un panorama domestico al limite del banale dove però l’io non è mai soggetto ma sempre oggetto di una pena, costantemente vittima della ferocia di “Lei”. L’ambiguità pronominale (Chi è “Lei”? Una Musa/Beatrice dominatrix oppure un “tu” da cui mantenere le debite, rispettose, distanze?) è qui stratagemma capace di detonare l’intera economia narrativa della compagine: Lei «richiude i miei tormenti con graffette», «è il regista che mi dirige nel supplizio», «si pente che già non mi ha interrato». La distanza fra i due protagonisti fa sì che ogni loro incontro dia luogo ad una rassegnata, lacerante sopraffazione: «di certo il Suo amore è perfetto mi dico», conclude l’autore con spiazzante consapevolezza. Lineare dramma sull’impossibilità dei rapporti o metaforico referto di un amore molestato dal problema della forma (e della formalità), Terza persona cortese racchiude, inscenandoli, sia i dilemmi del vincolo (da intendersi in senso lato: a “Lei” è dovuta sottomissione, abnegazione e fedeltà, quasi si trattasse di un’entità divina temibile, da Vecchio Testamento), sia la consapevolezza di una disfatta totale, a cui consegnarsi (immolarsi) in un quieto martirio: «mi tolga tutto quello che desidera // lo scrivere di versi soprattutto» è la remissione estrema di chi, consapevole di non avere più scampo, sviluppa una particolare sindrome di Stoccolma, una sorta di connivenza empatica con le ragioni della propria sofferenza al puro scopo di sopravvivere; non a caso la dedica del poemetto è una citazione da Carmelo Bene: «Non ai morti, ma ai feriti». È dunque una compartecipazione ad una resistenza estrema, la materia che maneggia Annovi, il subire per non soccombere. Gian Maria Annovi Marco Simonelli, Lei è un altro. In “La poesia e lo spirito” (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/), 29 maggio 2007 *** Come si fa a scrivere poesie d’amore al tempo dello Scontro di civiltà? Si fa come Gian Maria Annovi, ecco come. Della plaquette d’esordio Denkmal, di conturbante maturità ancorché scritta prima dei vent’anni, il riferimento principe - fra titolo in glossa ed esergo - era a Paul Celan. Per Secondo persona, raccolta inedita da tempo compiuta, non si può che pensare ad Andrea Zanzotto. Il che ci porta a un’annessione di diritto, oltre che di fatto, alle propaggini postreme della gran fronda petrarchista: il Petrarca “spettrale”, certo, di secondo Novecento e post. Quello passato per Sade e, magari, per Artaud. Se in Vocativo - rispetto alla metafisica lirica d’Occidente, appunto, “petrarchesca” - si assisteva alla traumatica lacanizzazione della Prima persona (componimento-chiave), Annovi procede a una metodica quanto dolorosa fantasmatizzazione del “Tu”: speculare particola dell’Io che malgrado tutto, nella koinè tra Montale e Zanzotto appunto, ancora consentiva di tenere in funzione tutti i link col Canone. In Secondo persona la sensazione del senzarete si fa invece fortissima. […] Andrea Cortellessa, in Poeti degli anni zero (Ponte Sisto, 2012) 75 Da Self-eaters. Autofagi Gian Maria Annovi self-eater #3 inizia mordendosi le labbra come al colmo di un bacio con la lingua con la chiostra dei denti se le slabbra le ingoia poi il naso le orecchie la pelle che si sfalda 76 quando è scritta la vita è come lui: self-eater #5 che si offre sfacciata e poi si annulla non si regge coi piedi e con le mani: le protesi che devono restare fin quando non sono ricresciute piegato col mento sul costato si squama e si distacca come niente lo scatolo di ossa che lo tiene ne pendono le parti dai cordoni che morde e subito divora è come parlare dello scrivere un atto che ingoia la parola Da Self-eaters. Autofagi Gian Maria Annovi self-eater #6 si mangia le parole che altri poi rimangiano e mastica un linguaggio che abita sul fondo dello stomaco: non vuole la lingua che marcisce il pomo d’Adamo disseccato il fiato che dura più di questa parola che fra pochi secondi anzi - ora si distrugge da sola self-eater #7 si siede come un buddha o come un gorilla dello zambia ai piedi di un albero di mango i piedi gli sono ricresciuti ed anche le dita delle mani che ficca nell’incavo oculare 77 con l’occhio già chiuso nella bocca non vede né dentro né fuori da se stesso lo sguardo lo mastica riverso: parola che esclude tutto il resto Da Self-eaters. Autofagi Gian Maria Annovi self-eater #8 vive da solo separato dal mondo sillaba autonoma e suono voce che s’auto-consuma e trascina tra le sterpaglie poi aspetta la notte in ginocchio con la mano infilata nella bocca nella gola quasi addormentata nell’esofago <Interruption> ne catturano uno il gruppo dei vicini con megafoni, spranghe, videofonini […] attorno al tavolo operatorio allestito di fretta nella palestra chi gli taglia la mano la coscia chi gli mozza la testa ......................... 78 stride nel microfono la voce di chi prega Nota (dell’autore) Questa serie è liberamente ispirata all’opera della pittrice americana Dana Schutz. Alcuni testi sono stati letti in anteprima all’Italian Academy di New York nell’ottobre del 2006. poi spartiscono le parti in fogli di stagnola Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * * uomini che precipitano falling men (così inizia un secolo) (so a century begins) * brilla corpo-kamikaze: stella avariata spunta le dita dei passanti le falangi per aria in un volo armato di colombe * kamikaze-body: blasting damaged star blunt the fingers of the passers-by: tips in the air flight armed with doves (tutto il mondo è bombato) (the whole mind is mined) 79 che nel balzo ti inclina la schiena your back gets bent che ti sbalza la pelle di costole / di vertebre bones and names emboss your skin che piombi acceso sul selciato as you smash on asphalt (aflame) Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * lo dico a te in questa lingua che non riconosci lo dico facendo segnali di luce con la tapparella e il riflesso delle posate lo dico a parola che non risponde alle pressanti richieste di cibo del mondo tu taci sventrato dal silenzio (il buco della bocca spalancato) 80 * I tell this to you in a language you don’t recognize making a few signals of light with shuttering or reflection of knives I’m telling this to a word not responding to the world’s need for food gutted by cracked silence your voice doesn’t act (the hole of your mouth agape) Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * disponimi cose nel corpo che esplodano: riempirmi il vuoto delle palpebre (che il tuo respiro è un timer) * quel ticchettio che hai dentro arrange things in my body to explode: che prima o poi si ferma fill up the void to my eyelids 81 for your breath is a meter and the ticking within will eventually cease Da Kamikaze e altre persone * Gian Maria Annovi Genova, 2001 * e il pensiero si stacca dal cranio ti intaglia una stella tra i capelli tu credi nell’acutezza della cute nel rossore della pelle appena percepibile sulla nuca sotto il passamontagna che cede alla sassata e al colpo di rivoltella ti rivolti a terra in un rivolo di sputi e petali e cera 82 Genova 2001 and thought comes off your skull it incises a star among your hair you believe in the acuity of your cutis, in the quite unperceivable redness of your nape, under the ski mask, giving way for the stone and the shell (caduto) you lie on the ground in a trickle of spit per non cadere tra i caduti and petals and wax Nota dell’autore […] …i versi «ti intaglia una stella tra / i capelli» si riferiscono a Tonsure (1919) di Marcel Duchamp. (fallen) not to fall among the fallen Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * perché non vogliono disperdere la lingua-tatuaggio che trapassa ti strappano il derma con le mani quando piangevi di lacrime dolcemente uncinato a un divano di pelle di coccodrillo t’hanno scuoiato tutto e vestito di plastiche (una lampada nazista) 83 * for they don’t want to waste the piercing tattoo-tongue they strip your skin off as you cried for tear-drops kindly hooked to a crocodile Couch they flayed you alive and dressed in Bakelite (a lampshade from Buchenwald) Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * la senti tra i cadaveri tra i labbri spaccati fare strage di nomi parola imbottita di chiodi e tritolo che stritola il coro degli assedi (sommaria esecuzione ed atti corporali) la lingua (ti dico) non muore ma tramortisce * you feel it among corpses among broken lips making a slaughter of names word padded with nail and trinitrotoluene crushing a chorus of sieges 84 (perfunctory execution and corporeal acts) language (I tell you) can’t die but it does traumatize Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * torneremo a chiedere il conto persona secondo persona al tetro stivale che ci scalcia in una storia veramente poco necessaria per la donna e per l’uomo noi che parliamo da fosse comuni con respiro sepolto nelle narici nelle fosse nasali con la torba nel cavo orale con le ossa tutte abbracciate con triangoli al petto sgualciti 85 * we’ll came back, person after person, to square accounts with the gloomy boot, which kicks us all into a quite unnecessary history to women and to men we are those who speak from ditches and common graves our breath is buried in the nose peat in the cavity of our mouth our bones entangled in an hug creased triangles on our heart Da Kamikaze e altre persone Gian Maria Annovi * il sogno della lingua: assurdo animale o persona che non si estingua (canguro in fiamme) bestia che fa segni che fa salti e dolore * the dream of language: absurd human or mammal which doesn’t die out (a kangaroo on fire) senza fare parole signaling beast which makes the leap which makes some pain and no speech Nota (dell’autore) 86 […] …alcuni dei fatti cui si fa qui riferimento non hanno mai smesso di accadere. Altri è come se non fossero mai accaduti. […] La versione inglese dei testi è mia. È versione e non traduzione data la drammatica impossibilità di rendere in un’altra lingua il lavorio semantico e fonetico dell’originale. Non si è trattato dunque di versare, o riversare, l’italiano nell’inglese, di passare cioè da un sistema di suoni a un altro ma - piuttosto - di rinunciare a senso e suono. Il passaggio/versione che qui si presenta è quello da una lingua conosciuta a un verso, proprio nel senso di emissione sonora non del tutto umana. Umana solo se pensata come forma di risposta al dolore. […] Da Rapture. In Poeti degli anni Zero Gian Maria Annovi [A.A., 42 anni, giostraio] esco la roulotte per via della luce che è come che è tutto di luce capisce? le cose poi mi ricordo che mi hanno preso al risveglio c’avevo una scarpa in mano non sapevo il mio nome era come bruciato capisce? e piangevo 87 [A.R., 65 anni, poeta] ci sono modi di esistenza inavvicinati inavvicinabili cose dice sporgendosi dal davanzale Roma è una scaglia di cemento scarti di cielo e pattume si lascia andare Da Regressioni Gian Maria Annovi * Già in “il verri”, n. 48, febbraio 2012 [ci siete voi?] [siete vivi?] cosa che s’alza nel cielo pencola perde nome […] * e questa lingua sei tu che mi bruci come se non fossi già sparito oltre il solco il selciato del visibile visiera il tuo volto d’acacie e di frassini 88 siepe sempre non verde non infinita non vede QUI ci parliano come fantasmi * eppure cos’hai fatto di te che la vita ti avrebbe richiesto di fare se ci fosse e c’è una risposta generale a questo individuale conato a farsi Da Regressioni Gian Maria Annovi […] * è corpo che monta nel corpo nome di donna indicibile come le cose distrutte per troppe parole inutili * la persona che state chiamando non è un momento raggiungibile (dice) eppure aggiunge al vero il verbo il verso dell’aria che non respira nè più descrive 89 * essere il nome di qualcosa da sempre già dimenticato spazio anonimo segnato da una pietra nell’alto del grano […] Piccola antologia critica sull’opera più recente Chi è un kamikaze? Una persona. E per un kamikaze cosa sono le persone? Che cosa è un corpo che esplode nel corso della storia? Cosa sono quel bagliore, quel suono, quella disgregazione? Con Kamikaze e altre persone, Gian Maria Annovi si conferma uno degli autori più interessanti e originali degli ultimi anni. Ciò che del suo lavoro mi colpisce, e penso in particolare alla suite dei Self-eaters (Finalista Premio A. Delfini, 2007), è il contrasto tra un tono basso, mai gridato e la nudità abbagliante delle immagini, tra un’esattezza chirurgica e un abbandono che trapela dalle grate del linguaggio. Il processo è una composizione, proprio come si compongono un corpo morto e il suo corteo di oggetti. Squame, cartilagini, unghie, ossa, sono presenze che condividiamo come la paura, il desiderio, l’attesa della notte. In questo libro il «corpo-kamikaze» viene immediatamente non evocato ma chiamato nella bellissima poesia iniziale: «brilla corpokamikaze \ stella avariata \ spunta le dita dei passanti...». Annovi descrive la meccanica del corpo che si inclina e a quel corpo parla, dice tu: «che piombi acceso sul selciato». Parla alla sua dissipazione-disperazione e lascia che le parole dondolino sul vuoto. È un tu rivolto a una persona, assente, ma reale, con un tempo scandito da un timer, con un passato che preme su un presente di cellule, vertebre, sangue, respiro. Proprio per questo, nel momento stesso in cui si pronuncia, il tu vira verso altre persone, diventa noi, mostrando attraverso il linguaggio l’indissolubilità, il nodo tra chi uccide-muore-fa morire. La storia con la esse maiuscola gli\ci scorre di lato come il Landwehkanal che nella poesia di Paul Celan accoglie il corpo di Rosa Luxenburg. È una «storia bombata», gonfiata da altri in violenze, ingiustizia, menzogne che abbiamo vissuto anche da vicino come nei fatti di Genova nel 2001. In Kamikaze e altre persone ci sono non moltissime ma importanti parentesi. A volte creano una tregua senza conforto, come le panchine fredde del metrò. Altre volte invece sono luoghi e sarcofagi: «(e gli arti raccolti sui binari)». Altre ancora sono soffi di intimità («ti dico») o echi biblici («e ogni nome è legione»). La pietà laica di Annovi trova una lingua-garza, sterile perché così è giusto per le ferite; a volte tratta la pagina come un muro su cui premere la carta e assorbire gli umori, trascrivere le voci. Un frottage che unisce Dubuffet agli Otages di Fautrier: «tu corpo-ostaggio \ ostinato ostacolo a te stesso…». Ho molto apprezzato le traduzioni da Anne Carson di Gian Maria Annovi su Nazione Indiana. Sono tratte da Decreation, un’opera in cui l’autrice canadese ripercorre Saffo, Margherita Porete e Simone Weil. E forse il concetto di “decreation” così centrale nel percorso di Simone Weil verso l’abdicazione all’imperialismo dell’io non è estraneo a Kamikaze e altre persone. Questo pudore era del resto già comparso in Terza persona cortese (d’if, 2007) in cui la cortesia del soggetto «Lei, così cortese da eliminare la prima persona», coincideva con una sottrazione. In Kamikaze, l’io che muore si rivela in una scheggia, o una falce di voce sempre più sottile. La consapevolezza di un noi sempre più smarrito in mezzo a un mondo sempre più leso, ferito, offeso nell’intimità («lesioni diranno i referenti \ ne hai sulle braccia \ sul dorso \\ sullo scroto soprattutto») fa di Kamikaze un libro politico, coraggioso, ancora in grado di parlare, anche se con una lingua che «tramortisce». Nessuno testimonia per il testimone, sembra dire Annovi con Celan e vale la pena di trascrivere i versi di una delle ultime poesie del libro in cui noi che leggiamo siamo impastati della stessa terra di chi ha scritto e scavato fino ad assumere il peso di ogni vita offesa: «noi che parliamo da fosse comuni con respiro sepolto \ nelle narici \ nelle fosse nasali \ con la torba nel cavo orale \\ con le ossa tutte abbracciate \\ con triangoli al petto sgualciti». Antonella Anedda, Kamikaze (l’introduzione al libro omonimo) *** Poesie di inizio millennio quelle con cui Gian Maria Annovi (…) decide di ragionare per raccontare come gli uomini possano, con le loro azioni, modificare la società, possano in qualche modo influire con le loro azioni senza per forza far parte di quell’enclave che governa il pianeta. Per farlo Gian Maria Annovi 90 Piccola antologia della critica sull’opera più recente farlo c’è bisogno di un corpo che si deve modificare, si deve esporre, si deve in qualche modo, nel bene e nel male, immolare alla causa, e questi gesti così totali si ripetono in ogni parte del pianeta, quasi che le persone vadano necessariamente in una direzione simile per potere affrontare la rottura, il cambiamento totale. E così Annovi annota, preme sul tasto delle immagini, guarda lo scorrere dei corpi con descrizioni apparentemente fragili ma estremamente precise che come i suoi protagonisti sono in grado di entrare nello sguardo del lettore come quasi mai accade. La scrittura di Annovi esce oltre che negli argomenti anche nella forma dai canoni soliti della nostra Poesia; che qualcosa sia qui diverso in maniera decisiva lo si capisce leggendo la traduzione in inglese delle poesie presenti nel libro: nel difficile panorama di mancata comunicazione della nostra Poesia fuori dai nostri confini questo autore riesce nei toni e nelle intenzioni a creare qualcosa in grado di essere raccontato finalmente anche all’estero, riesce a ragionare in maniera comune e non all’interno di un meccanismo privato e autoreferenziale. Tutte cose appunto difficili da trovare nelle nuove generazioni poetiche e che sono anche il motivo della costante attenzione ed antologizzazione su e di questo autore. […] Gian Maria Annovi Matteo Fantuzzi, in “La voce di Romagna - Rimini”, 9.8.2010 *** Mentre scorrevo le pagine del prezioso libretto di Gian Maria Annovi mi è venuto da pensare a Brecht, a quel suo scritto del 1935 che illustrava Cinque difficoltà per chi scrive la verità. Mi sono soffermata sulle prime tre. Scriveva Brecht, in quelle righe piene di tragica tensione etica, che a chi si cimenti nella lotta contro la “menzogna” e l’“ignoranza” occorre in primo luogo il coraggio di scrivere la verità, in particolare in momenti dove essa «venga ovunque soffocata»; e poi, l’accortezza nel riconoscerla, «benché venga ovunque travisata»; e ancora, l’arte di «renderla maneggevole come un’arma». Perché dunque il suggerimento a rileggere Brecht mi proveniva ora da quel volumetto a vari livelli esplosivo (alla lettera e in tutti i sensi, avrebbe detto Rimbaud), dove insieme con il soggetto deflagrano la lingua e la storia? E di quale verità poteva trattarsi? Niente avviene per caso quando si ha a che fare con il linguaggio, con la memoria che esso conserva e veicola. Se scatta un’intuizione, percorrendo un testo, è il linguaggio che va interrogato: ma come poteva la “verità”, un termine così ingombrante e compromesso, così inattuale, trovare posto e ragione di essere tra le acuminate e lacerate schegge verbali di Kamikaze (e altre persone)? Un termine scomodo, gravato di sospetti: e però l’avevo ritrovato, negli stessi giorni in cui stendevo queste righe, in chiusura dell’intenso, “disturbante”, primo romanzo di Gilda Policastro, Il farmaco edito da Fandango (con citazione da un Sanguineti come sempre provocatorio, vi si legge, tra virgolette: «non ho detto tutta la verità, ma ho detto solo la verità»). E in una pagina acutissima dedicata a Pasolini zombi appena uscita sul secondo numero di “alfabeta2”, è proprio Annovi a denunciare che in un tempo, il nostro, che pare impedire «ai vivi» di «parlare del presente», in un tempo contrassegnato da «una cultura della morte che non prevede mutamento e ci vorrebbe muti», si assiste all’impotenza della “verità” («oggi dire la verità - scrive - sembra non cambiare le cose, le nostre verità, anche quelle più evidenti, non paiono sufficienti a smuovere le coscienze»). E del resto non è il caso di rispolverare Lyotard e le riflessioni sul postmoderno per sapere che il linguaggio l’ha perduta da tempo la funzione di articolare la verità come progetto razionalmente controllato, in un tempo, il nostro, in cui la parola si espone al nomadismo, alla proliferazione incontrollata, o si dissocia in lacerti, frasi mutile che si articolano all’infinito, senza coordinarsi. Anche in Kamikaze (e altre persone) il linguaggio è ellittico, frantumato, conosce ogni volta, a ogni verso, i limiti fisici, corporei, di un margine, di un confine, e si espone al silenzio (al momento, direbbe Lyotard, in cui «on ne trouve pas ses mots») già sperimentato dal giovanissimo Annovi, allora appena ventenne, in Denkmal, il suo libro d’esordio del 1998, e poi in tutte le sue successive prove di scrittura. E però qualcosa non torna, non si tratta più, qui, di dare voce al Dissidio della condizione postmoderna, e la lingua non è più strumento di alcunché, né tenta la ‘comunicazione’: è realtà, verità fisica, materica, piuttosto, che non vuole comunicare, veicolare messaggi, ma esplodere, “decorparsi”, in modi performativi vicini alle espressioni dei giovani artisti, statunitensi ma non solo, frequentati dal poeta. E anche se si guarda all’uso del soggetto, o del 91 Piccola antologia della critica sull’opera più recente del tu cui l’io si rivolge, qualcosa non torna rispetto alla perdita di sé: qui semmai è una parola plurima che prende voce e forma nel corpokamikaze o nel corpo-ostaggio, nella lingua-protesi o lingua-tatuaggio o lingua-malanno, come nella parola-cecchino, «imbottita di chiodi e tritolo». Non muore, quella parola, ma “tramortisce”, carica della densità della storia: quella della poesia, intanto, con le risonanze tonali di una Rosselli che si ritrova appieno nella contrazione e deformazione del lessico, inteso a “contare feriti” («(tutto il mondo è bombato)» - scrive Annovi); o di uno Zanzotto alla ricerca, in Vocativo, dei modi di parlare in quella lingua “che passerà” («io dico a te/ in questa lingua che non riconosci», scrive Annovi; e ancora: «parla la lingua che non conosci / che non comprendi ma ha / senso»); o di un Porta, cui si richiama la forza materica, coriacea, degli ibridismi e del corpo a corpo con la parola; e poi le suggestioni di Brecht, di Celan soprattutto. Ma c’è, assieme, la storia, quella dei fatti che ci coinvolgono tutti: l’assassinio di Carlo Giuliani, rievocato in versi di commosso, fermo nitore in Genova, 2001 («e il pensiero si stacca dal cranio / ti intaglia una stella tra / i capelli»), o la denuncia indignata, senza alcuno sconto di densità, di torsione linguistica, dell’abisso di immoralità in cui ci si trova precipitati in una stagione buia, “noi”, proprio, che qui siamo chiamati a riprendere voce, ad uno ad uno, assieme: «torneremo a chiedere il conto / persona secondo persona / al tetro stivale che ci scalcia». Scrive molto bene Antonella Anedda, accompagnando il libro di Annovi: c’è contrasto sempre, nel suo lavoro, «tra un tono basso, mai gridato, e la nudità abbagliante delle immagini». Che da qui scaturisca la “verità”? Dal coraggio di puntare la parola sul presente, dall’accortezza di riconoscere ciò che non è menzogna, dall’arte di fare della parola un’arma maneggevole per penetrare oltre l’arroganza e l’imposizione del silenzio. Gian Maria Annovi Niva Lorenzini, in “il manifesto”, 29.10.2010 *** Deflagrante è il titolo, Kamikaze: un'immagine che esplode prima ancora dell'apertura del volume e raccoglie sotto la propria incombenza l'insieme dei componimenti, pensati o leggibili come schegge irradiate. Uomini che precipitano / (così inizia un secolo), così inizia una silloge epica che percorre la svolta epocale degli anni zero. Con acuta lievità Annovi mette in scena le dinamiche trasversali dei conflitti contemporanei, non riducendoli ad un ipostatizzato scontro di civiltà. Se l'11 settembre 2001 è la pietra miliare, la geografia del terrore ha un orizzonte più ampio del raggio strettamente politico: le Twin Towers, la Cecenia, Abu Ghraib e - per inciso - i fatti del G8 di Genova sono soltanto le coordinate più evidenti; schiudendo una contemplazione e una consapevolezza più astratta rispetto ai riferimenti diretti, la ricerca linguistica scava sotto l'etichetta superficiale di “terrorismo”. L'abilità dell'autore sta nel condurci tra dinamiche di azioni e percezioni, tra scintille di spinte, collisioni, impatti di un generico istinto di morte. L'attentatore si aggira tra le righe come un timer vagante, pura azione pronta ad innescarsi: è l'emblema di una logica fisica, non necessariamente razionale e morale, che determina una consequenzialità contraddittoria. Annovi si affida alla parola per risalire alla radice contraddittoria della realtà e la ricerca di senso avviene inseguendo la moltiplicazione autogenetica del significante, come schegge derivate da uno scatto. Così non perde occasione per agganciare catene allitteranti, nodi d'inventiva linguistica e anelli ossimorici; più evidenti emergono le antitesi, le affinità, i cortocircuiti di senso del reale, rappresentato con incisiva potenza immaginativa. Nei singoli anelli, i Kamikaze e le altre persone - l'ostaggio, le vittime, gli spettatori televisivi, i deportati - risultano pedine reciproche, al tempo stesso reattive e passive. Viene meno, dunque, ogni interpretazione manichea: anche il kamikaze, evaso dalla foresta / dei frutti assiderati, finisce per essere torturato in gabbia. Ad accomunare vittime e carnefici è uno status esistenziale più opaco ed incerto nel mosaico della contemporaneità. 92 Piccola antologia della critica sull’opera più recente contemporaneità. L'attentatore stesso è una persona che atterra, prettamente un corpo reificato, di cui egli in primis si priva (decorparsi) tra lacci, cavi e fili elettrici, perseguendo paradossalmente la giusta nozione / di persona per cui si offre come mero strumento materiale. La spersonalizzazione acquista un quid lirico passando attraverso il filtro di analogie metamorfiche che spesso godono di sollecitazioni polisemantiche: affascinante è l'attentatrice cecena, porcellana / cinese che si frantuma quando sgrava tritolo. All'individuo viene meno il riconoscimento della propria umanità: la persona era quello / che io ti sfasciavo - scrive un io dai confini araboisraeliani - quando testavi contro il muro / la tua testarda volontà / di continuarti ed esistere. Nell'attualità di un presente / indicativo di stragi, le esistenze dunque non sono. Di conseguenza il presente si appiattisce, accade, trascorrendo velocemente in un passato di cui si smarrisce memoria. A una visione pessimistica della Storia, considerata un moto precipiziale, si contrappone la fiducia nel potere risarcitorio della scrittura: la lingua, che tramortisce ma non muore, sopravvive e restituisce ai cadaveri di tutti i tempi la facoltà di una parola imbottita di chiodi e / tritolo una parola altrove paragonata a segnali di / luce mossi dal riflesso / delle posate verso chi non risponde / alle pressanti richieste di cibo / del mondo. Qui il suo valore testimoniale e la sua potenza denunciatoria sono pienamente realizzati. La comprensione fa leva sull'immedesimazione grazie a una scrittura che scivola tra rapidi dettagli, eppure con brevi tocchi metonimici e visivi è capace di comunicare immediatamente e concretamente l'atrocità. Il lettore viene inoltre coinvolto in un dialogo serrato, incalzante nel ritmo e negli imperativi, tra un io e un tu. Anche nei testi in calce in inglese la cura espressiva è precisa perché, come scrive Annovi in Nota, sono «versione e non traduzione» di suo pugno. Alcuni passaggi discostano molto dall'originale: tra tutto il mondo è bombato e the whole mind is mined oppure tra motionless e immobile la differenza semantica è una sfumatura precisa. Altre volte si tratta di una ricerca di suoni che, per un tessuto verbale più efficace, può condurre anche a immagini diverse (asphalt invece di selciato). Dal confronto emerge senz'altro una chiarificazione: non si comprenderebbe appieno il significato dell'espressione la lingua che ti riguarda se non si leggesse poi your tongue as it / looks upon you. Ci troviamo dunque di fronte ad una (doppia) prova letteraria di rara levatura, che coniuga impegno etico e originalità stilistica. Uno stacco netto rispetto alla narratività piana di tanta, troppa poesia contemporanea. Gian Maria Annovi Silvia De March, di prossima pubblicazione nel n. 271 (settembre-ottobre 2012) de “L’immaginazione” 93 Sogno di ragazze n. 2 - 1950 Luca Ariano È nato a Mortara (PV) nel 1979. Vive a Parma. Ha pubblicato, in versi: Bagliori crepuscolari nel buio (Edizioni Cardano, Pavia, 1999), Bitume d’intorno (con prefazione di Gian Ruggero Manzoni. Edizioni del Bradipo, Lugo di Romagna, 2005), Contratto a termine (con una nota di Francesco Marotta. Edizioni Farepoesia, Pavia, 2011) e, insieme a Carmine De Falco, il poemetto I Resistenti (Edizioni d’If, Napoli, 2012) risultato tra i vincitori del Premio Russo Mazzacurati. Sue poesie sono apparse su riviste, blog e siti letterari in internet e in volumi collettanei. Tra questi ultimi ricordiamo La coda della galassia (Faraeditore, Rimini, 2005) e La borsa del viandante (a cura di Chiara De Luca. Faraeditore, Rimini, 2009; pubblicazione nella quale è stata anticipata parte della successiva raccolta Contratto a termine). Ha curato, rispettivamente con Enrico Cerquiglini e Luca Paci, le antologie Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, Pasian di Prato, 2008) e Pro/Testo (Faraeditore, Rimini, 2009). 94 Nel 2011, con Marco Baj e per Officine Ultranovecento, ha pubblicato il libro d’artista Tracce nel Fango. Sempre nel 2011 e sempre per Officine Ultranovecento - all’interno del cofanetto Mappe per un altrove - ha pubblicato Tempi sospesi / Temps suspesos (4 poesie di Luca Ariano, traduzione in catalano di Imma Puig Cuyàs e 1 Fotolitografia da originale, pastelli su carta di Gabriella Di Bona) e, con Martino Neri, 5 gradi prima del ritorno. Collabora con le riviste “ALI”, “clanDestino”, “Farepoesia”, “La Barriera” e “Le Voci della Luna”. Da Bitume d’intorno Luca Ariano Da I - FRAMMENTI OLTRE IL TEMPO Bel-Ami 95 Duroy questa mattina davanti alla sua macchina per scrivere batte moduli di vite, di vanità al nero profumo del caffè. Di là suo padre seduto in poltrona legge un libro, sfoglia La Gazzetta tra una sigaretta e uno starnuto mentre sua madre parla di strapaesane. Fuori la pioggia suona ai vetri appannati e ritorna bambino ad aspettare davanti alla porta quell’uomo in viaggio tra campi e cascine poi una donna chiusa nella sua bottega. Lunghi pomeriggi di compiti e sudate partite all’oratorio tra sguardi indiscreti prima d’addormentarsi in una tenda sotto un novilunio. Questa sera posato il taccuino e la penna tra un pacchetto di Nazionali e una risata mescerà il tempo in un barbera per non sentire voci di mercanti e il brillio di perle nella notte. Passeggiare per le strade di Lomellina Passeggiare per le strade di Lomellina, nel silenzio di paesi - carrellata d’un western-risotto rotto dal gorgoglio di chiuse che lavano i campi. Si scava nelle stanze della memoria per ritrovare fattori e braccianti con zigomi spezzati dalle bestemmie e sotto le unghie ancora la terra: non vi sono solo filari di pioppi e gelsi ma rami, ormai incarogniti dalle stagioni di falò per la notte o zolle, sotto uno stormo di corvi. Davanti a un sagrato una beghina raccoglie una siringa ancora calda: il viso d’un bambino ignaro del timore di Dio; la piazza è un salotto televisivo e non rimane che osservare la madre che coltiva i suoi fiori al balcone, nuove stelle sotto una notte di carne o quel sorriso incrociato per strada. Da Bitume d’intorno Luca Ariano Moloch (lettera in versi) “ Che porca rabbia. Che porchi italiani ”. Carlo Emilio Gadda Caro padre vi scrivo - forse per l’ultima volta da questa trincea e da questo fronte dove l’orizzonte è un deposito di cenere: «La guerra è finita. Abbiamo vinto!» 96 Domani salirò su di un treno verso la valle brulicante tra fumo e macerie; non dovrò più addormentarmi cullato da colpi di mitraglia e risvegliato da granate ma sentirò ancora il canto notturno delle cicale davanti al caldo di una stalla e il grido d’un gallo a gettarmi giù dalla paglia e in bocca non avrò più il sapore di gavetta ma il profumo delle nostre parche cene e le gambe mi bruceranno sotto il sole dei campi e non per lunghe marce sui crinali. Ieri, nell’ultima battaglia, tra fango e sangue come gesto di perseveranza e di pace ho strappato dal nero delle foglie secche un nemico, un fratello d’un altro reggimento: non parlo il suo dialetto e chissà se anche lui ora sta scrivendo ai suoi cari; è un caporale, ricordo solo il suo nome: Adolf Hitler. Vi abbraccio forte al pensiero del ritorno a casa. Vostro per sempre… Da Bitume d’intorno Luca Ariano 97 Òi Barbaròi “ nec fas ulterius longas nescire ruinas, quas mora suspensae moltilicavit opis.” Rutilio Namaziano Varcati i limes i ‘barbari’ del denaro coi loro cavalli fuori serie che sbuffano gas traversano sull’asfalto pianure e foreste per costruire palazzi di cemento fumanti controvento. Su scogli o accanto a templi edificano ville in attesa d’essere condonate dal demanio: strappando codici s’inginocchiano davanti a statue d’oro e seduti in poltrona s’ammaliano per parole d’aria, cosce bionde o brune, pianeti senza speranza. Corpi torniti tinti di solarium salpano in un mare di bronzo dove il cromo si confonde col tuffo della procellaria. Sguardi occhiali da sole si voltano a un letto di cartone, occhi imbalsamati dalla menzogna tra quelle mani d’ossa in un porto da nababbi. Campi arsi dove non sbocceranno ranuncoli e silenti lucciole non illuminano strade costellate da altari con gli antenati. Forse non è più l’ora di far l’amore in un vigneto o snocciolare l’ombra sotto un ulivo col timore di abbracciare una vecchia e sentire lo scricchiolio del suo sorriso. Assenza “Assenza, più acuta presenza ”. Attilio Bertolucci Corsaro cranio tabula rasa pedalare su salite coi polpacci tesi e polmoni gonfiati: sentire nei gomiti il sapore dei boschi, del sole che salendo dalla rugiada riflette raggi nel pantano. Un corridore osannato a caratteri cubitali su pagine rosa e chiacchiere da bar: scorrono fiumi di spumanti e fiori, sventolano biglietti su bandane di ghiaccio. Ai primi baci di brina si spegne la radio, s’abbassano le tende del sipario e sull’asfalto si sgretola il giocattolo di sale. Sul comodino neve e frasi di un’anima già morta ancor prima del serrare le labbra tra vespe e tifosi, piegati dai crampi. Da Bitume d’intorno Luca Ariano Da II - BITUME Radio giornale Svaporano risaie obnubilando le ossa: qui tra cascinali, bennet ed un inceneritore - straccio di Lomellina - (lontano l’Anteo) di formiche in coda per l’ultimo dvd blockbuster, «La Piazza quest’estate era fradicia solo di Marocchi…escono col caldo …come blatte?» 98 Ancora all’assalto d’un altro West per setacciare pepite nere: Jesse Jane si farà esplodere davanti a un altro castello di vetro, teste sgozzate anche su canali locali. Lanzichenecchi per un nuovo Sacco scendono all’aeroporto tra onori e un altro reporter comunista cade sotto qualche brigata: «Allah Akbar! Allah Akbar!» Latra un cane in una notte di civette e garze ladre sul selciato: da quella mammella di vino ancora grondano le pupille tra patacche e mercanti di nebbia. Via Don Minzoni (1885-1923) Martire «Ma chi era costui?» Umberto D in una mattina senza technicolor punge - non solo Charlot che leva la sua tenda. Da Bitume d’intorno Luca Ariano Tempi moderni Tuorli di luna Svaniscono in una melma di polvere le voci della memoria, tuorli di luna abbarbicati davanti ad un videotelefonino coi cervelli climatizzati in un ventre di gelo. Formicai di pensieri brulicano per le strade: «Ci rubano le donne!» «Non sopporto quel sapore acido della pelle!…» 99 In un archivio di primavere spulciare carte impagliate dal colore del tempo: emozioni dattiloscritte ora mano tremula sotto un sole a picco pendente su ponti. Si mescolano odori tra aspirazioni lancinanti e gomiti verdi ancora umidi scorsi nella freccia d’un finestrino: astri di libellule - prigioniere nel vento d’Elettra spirante su cuti e mosche assordanti lasciano un canto notturno di rane: rantolo in un letto di vetro lontano la musica da balera d’una sera. Un cimitero d’automobili dove c’era un coagulo di papaveri: campi di granoturco asfaltati da una nuova rotonda sulla 494, dall’ultima fabbrica di scarpe crocifissa nelle tasche. «Nome senza risposta. Invio! Rubrica! …» Il Signor Toso ciucat davanti a una birra gelata che brina di malto lo stomaco: quella erre di Riverenza un po’ bigia non intimorisce in questi tempi moderni avvinghiati a qualche catena. Si dovrebbe fuggire da suore e sciantose in tinelli viziati dal troppo olezzo di sudore, fumo stantio sulle vetraie. Vedove nel vento su biciclette portano fiori mentre c’è chi amoreggia - nella vigna o chi giocando sui tetti si rimira i capillari forati su pire. Rimanere sauro sopra mattoni rampicanti a cogliere la canicola d’agosto dinanzi un altro sorriso di bronzo: pizzicagnoli - all’ombra della galaverna volano come merli sul trespolo d’avorio. Da Bitume d’intorno Luca Ariano Epilogo Bitume Quelli che hanno letto un milione di libri insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare… Francesco De Gregori Rogge secche non più ruggenti per la rugiada dell’ultimo temporale s’intersecano tra strade assolate di sporadiche biciclette e serrande calate. «Eh, il monopolio culturale dei comunisti!» 100 Voci lievi in un panorama di gossip stucchevoli d’editoriali tra tribunali e lettere ancora palpitanti di sudori. Risate obese in quella balera lomellina dove il clangore di rotaie si mescola a musiche: la Signorina Tristana ovvero stille stinte in una notte ferragostana davanti ad uno specchio che deforma stagioni. Dalla finestra chiazze di verde maculano l’aria e spuntoni di piracanta graffiano un cielo zebrato di calura: si vorrebbe in una valigia (forse una 24 ore) rinchiudere la forza d’un Don Mazzolari o il suono arcano e misterioso della lingua di Albino Pierro e tra un curioso - Happy hour! Happy hour! Sabato un altro “sfattone” ecstasiato steso alla stazione ….anche il 2 agosto. “Nell’antisemitismo si accentua il valore della tradizione come individuatrice della razza. La tradizione ebraica è continua espressione di antiromanità”. Teresio Olivelli Tu che già lo sentisti venire (l’autunno) in quella pizzeria d’oltremare con le tue mascelle francescane mentre nell’album delle figurine ancora si beatifica un altro martire - fascista, partigiano, razzista? Sfogliando quel giornale provinciale un’altra pagina di “Markette” in quella redazione di Burgundi: da un blog partire all’assalto di grandi schermi maritandosi il suo figlioccio. «Perché tu devi pulire la sburra del tuo godio!» -ululavanella notte di cimici nelle lenzuola e di camicie alla naftalina: dalla strada di nuovo si sente il gusto del bitume fresco. Ritornare nell’attesa dei baci sulle panchine in Via Pietrasana, all’appuntamento all’edicola del Cairoli ma giù un Costantino della domenica - col suo cambio shimano - pedala rapido. Riapre la vecchia corte di vino e tisane (suoni un po’ fusion) e chiudono caffè coi tavolini abbandonati ai primi frizzi: «Un cane lupo non è un lupo!» Da Bitume d’intorno Luca Ariano Da III - L’INTORNO Rosina “Voi sarete i servi del potere di domani!” Ionesco Rosina - nubile - s’appropinqua sul ciglio del fosso: una sottoveste di biacca per nocchiero (Palinuro?) mentre sfilano balilla e topolino, le ultime biciclette della sera si mescolano al vapore pendolare del treno nel viola degli ultimi sussulti: alla luce dell’Aurora. Si smarrisce un telefonino: «Niente squilli! Niente messaggi! Addio rubrica!» Rosina ritorna a gettare le dita nel tepore d’una filanda: vignette a china in bianco e nero fumanti in un piatto di polenta quando già a colori s’un sedile ricompare un cellulare. «Ancora mms! Ancora display lucido!» «O bella campagnola!» 101 Piedi scalzi e mani formicolanti nell’acqua fredda di zanzare e salamandre: vento di beccacce e soffi di rana mentre qui ai bordi dell’interland dove si perde la Lorenteggio sbocciano fungaie di mattoni - non arriva la metropolitana! e i gas scivolano oltre il ponte di Gaggiano - sulla costa del Naviglio. Crepitano schermi nell’alto volume d’un Mefisto imbonitore: giochi di prestigio E i lampioni trafiggono foulard di foschie - lievi tocchi di kashmir in sala la noia d’un altro film con Accorsi e sulla sella pedalando un nonno: «Quanta strada ha fatto Bartali…» Da Bitume d’intorno Luca Ariano Carmina panem non dant “Comincio a sospettare che mi abbiano spinto nel posto sbagliato”. Vittorio Giardino Virus interagiscono parole che si sarebbero dovute proferire senza mescolare le carte: gelida cola scioglie la ruggine nella gola. Da quel sellino si era padroni delle stagioni e lo sguardo si posava a spigolare pannocchie da bollire in quella pentola di rame, funghi all’ombra d’un castagno, mani spellate un po’ ruvide sul manubrio: «Preparati! Si va…» 102 Prendete quei poveri versi da strimpellare per la Carlona (Carla è solo il nome d’una trattoria), la figlia del giornalista del Corriere - carmina panem non dant mentre Odisseo stermina i Proci - «Ma non erano culattoni?» - Argo abbaia alla luna. Dulcamara alla sagra del paese (a reti unificate) vende il suo Elisir - come insegnò il Minchia e un Lucignolo tesse trame di Penelope impalando pensieri. La stamina gonfia lo sguardo più del tuo viso di bambina sul vagone d’un treno verso riviere: «No Pasaran! No Pasaran!» Nelle orecchie di Max quando a Bologna Pezzo e Zanardi si chiudono in qualche Osteria di Poeti dove schitarravano canzoni popolari. L’attesa d’una settimana scemata in una festa senza festeggiati, carezze sfiorate - quasi di nascosto per rimanere nel limbo, Stige da traversare bevendo una tazza e l’incontro d’una sera termina tra lenzuola, calanchi da stringere e capelli da rasare come uno strapiombo di vento. Da Bitume d’intorno Luca Ariano Acqua sgasata “Forse sono il re degli imbecilli, l’ultimo rappresentante d’una dinastia completamente estinta che credeva nella generosità e nell’eroismo” Corto Maltese Un cielo d’arancia - allarme d’inverno! colora l’aria di foglie morte, di pozze dopo pioggia dove riaffiorare trame: «La Silvia la Sara la Stefania la Sabrina la Chiara la Paola la…la…la…» E da quella sedia a ruote osservare sgroppare cavalli (e tu chi sei?) mentre le parole si dimenano in quella cantina di “sfattoni” (Ride chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura) 103 «Perdonami per non sapere dei cd… e non portarti a ballare!» - «Lei veniva giù per te!» - «E tu a chiedere: quando ritorna?» innamorarsi un pomeriggio dopo la sera - in un pub - finisce tutto in un altro modo; è troppo corta la goletta per un viaggio di Corto: «Sembri uno sbirro!» e le nevrosi s’ingrigiscono confondendosi al cappotto maculato d’acqua, silenzi scroscianti nell’acciottolio davanti a qualche isola di Pirla - «Un altro giurislavorista freddato col corpo ancora caldo sotto una coperta!» Esplode una vetrina d’un’altra agenzia interinale: «Dovevi baciarmi!» «Dovevi baciarla!» La routine di quel telefono che non suona - saecula saeculorum una bottiglia frizzante ormai sgasata che non disseta più in quello sguardo calato - stridulo fischio nella fine mesta della gara. «Ma davvero il Fuhrer edificò Buchenwald dopo aver visto Metropolis?» Su Bitume d’intorno […] La sua (di Luca Ariano) è poesia che racconta, che narra una quotidianità ‘sgretolata’ in cui il tutto convive, s’incastra, ma porta tatuato una dichiarata disarmonia. Incalzante il procedere, vissuto, sacralizzato e ascoltato dagli anziani nei bar della Lomellina o da quegli ultimi partigiani rimasti in vita e stazionanti nei circoli ARCI di Parma. Interrogativo e interrogante è il futuro, più certo il passato, anche se trasmesso tramite un’innalzata tradizione orale, ma pur fonte del mito. Forse ché nell’oggi si nasca già vecchi? Sì, penso proprio di sì, dal come le generazioni di scrittori in versi, targate anni fine ’70 e ’80, del secolo scorso, si pongono, più o meno dichiaratamente (ma i testi non fingono) quali testimoni di un crollo d’idealità e d’identità e, di fronte al tribunale della storia, lo dichiarano senza remore. Resta, in alcuni, un modo di reagire, o, meglio, di re-agire, quello di dare fondo a ciò che resta di una poesia civile, impegnata, accusatoria. Il dialetto si mischia con l’inglese avanzante, la natura e le geografie familiari si contaminano, tristemente, con i megastore di un’America priva di radici. Si tenta, con l’ironia, di abbassare la soglia del dolore, si tenta di esorcizzare con la ripetizione di aggettivi, neologismi, assonanze-dissonanze, con quella voluta ‘pesantezza’, con quel rotolio, ma la rottamazione di una società e di una civiltà è già in atto. Non esistono formalismi, artifici verbali, strutturalismi che possano stemperare l’ansia e forse, nel giusto, è meglio che sia così. Il mondo è sull’orlo dell’abisso, e il mondo di Ariano, pur essendo un micro-mondo, non è da meno. Balla-traballa, come la morte di Goya sulla fune. Disincanto, ecco il termine, che il ‘bello’ non riesce a rimpiazzare, perché il ‘bello’ è stato sepolto già da un pezzo, ce ne resta solo il ricordo. Così, nella carne di ogni poesia, s’innestano voci-coro, voci-ringhi, vocistereotipi, voci dell’ignoranza e del preconcetto dilaganti. Il mondo fa il controcanto a Luca e, Luca, fa rimbalzare tali echi nelle sue scritture, quali slogan, quali sconcertanti espedienti di ‘malvivere’. Sono pure biciclettate su argini di canali e una sospirata e nostalgica civiltà agreste a proiettarci oltre, in quel meta-tempo in cui il poeta ricerca una ragione del suo e del nostro esistere, ma, di nuovo, la grettezza e la superficialità si abbarbicano alle ali e fanno precipitare. Ma Ariano non si arrende, come poi noi non ci arrendiamo… e resistiamo (ri-esistiamo). Luca Ariano Gian Ruggero Manzoni, da “…e quel poeta che a venticinque anni si credeva vecchio…” (prefazione al libro) *** Il blob poetico di Luca Ariano si aggira per le strade di un mondo che appare “alla frutta”, contempla quasi in silenzio la decadenza chiassosa che ci accompagna, si serve spesso di un montaggio cinematografico, audio e video, che registrando commenta, ma raramente interviene, preferendo lasciare allo stesso montaggio il giudizio. Eppure Bitume d’intorno è attraversato da una gioia sottocutanea, un sentimento crepuscolare che tiene unite le cose al poeta, un poeta che non si erge moralmente sopra il mondo ma che comicamente ne fa parte. La Lomellina diviene allora paradigma di una situazione dell’umanità ed Ariano osserva e raccoglie le voci che gli passano accanto, quelle delle persone in strada: «ci rubano le donne!», poste alla stregua di voci e rumori provenienti dalla televisione, le immagini dei film che si ripetono a getto continuo ed entrano a far parte della realtà stessa. Non manca quasi nulla: la gente in coda per i dvd blockbuster, i Lanzichenecchi al Sacco che scendono all’aeroporto, le note di Piero Ciampi, le notizie d’attualità, i videotelefonini, il dialetto, gli iper-super-maxi centricommerciali (novelle cattedrali del deserto), un altro «”sfattone” ecstasiato steso alla stazione / …anche il 2 agosto», le discussioni sulle prodezze del Napoli di Maradona, i contorni di una generazione cresciuta coi cartoni animati giapponesi sulle reti Fininvest e di quella precedente, se possibile ancora più nevrotica. Ma attenzione, il detrito linguistico che Ariano mette in atto resta appena accennato; preferisce un detrito tematico, e lo Zanzotto di Si, ancora la neve fa da epigrafe accanto al De Gregori de La storia siamo noi, e neppure si può parlare di satura per Bitume d’intorno (malgrado il titolo), perché la saturazione del reale e del letterario, pure in atto, manca di limacciosità, la poesia di Ariano non riesce a divenire fastidiosa a se stessa; pervade i suoi versi una strana gioia di vivere, di scrivere per lo meno. La forma, anche nella realizzazione di un ossimoro costante e permanente, vivifica di sé il contenuto e non gli permette di odiarsi. Mimmo Cangiano, gennaio 2005 104 Su Bitume d’intorno *** […] Gian Ruggero Manzoni, firmando la prefazione, scrive di una «rottamazione della società e della civiltà». Viene alla luce, con queste secche parole, che Ariano ha cercato di riscoprire una poesia civile dura, rappresentativa, molto poco immaginifica. Dentro il panorama in versi si stagliano le stagioni, la solitudine, l’interrogativo esistenziale di giorni consumati nella stanze della memoria («Quando la notte è tutta un vocio / imperlato di sudore ripensa agli amici / salpati lontano…»). Ma soprattutto s’affaccia un dolore profondo, una ferita aperta dell’umanità. Una lettera filiale proveniente dal passato (da una trincea e da un fronte), confronta l’oggi con l’eredità di una battaglia tra sangue e fango. E il bitume è il marcio di un mondo degradato. Il presente attanaglia nella sua consumazione, nel dislivello di gente senza appartenenze («Idioti, imprenditori falliti si oblomovizzano / stringendo un telecomando»). La cattiva educazione, ammonisce Ariano, è di chi stringe un paradiso fallace. L’epilogo, titolo di una poesia, può essere anche l’inizio di una nuova era, idealmente, quella di chi si ferma a guardare la rugiada di un ultimo temporale, una chiazza di verde che macula l’aria o un lume d’estate. Sembra che Luca Ariano voglia dire, sottilmente, che la fuoriuscita da una negatività perenne, possa avvenire solo salendo su di un traghetto che porti l’uomo in un’altra percezione conoscitiva, a stretto contatto con la natura e i sentimenti. Se così fosse, anche il ricordo tremendo delle preghiere e dei sospiri della seconda guerra mondiale potranno scivolare nel nulla, acquietarsi. Ma il cambiamento dovrà avvenire con un investimento totale sull’individuo, come farebbe una madre con il figlio, permeata, di un amore totale. […] Luca Ariano Alessandro Moscè, in “L’azione”, n. 29, luglio 2005 *** […] In primo luogo: Bitume d’intorno è costellato di citazioni, varie come il mondo (da Pavese a Corto Maltese - con la normalità che è propria dei giovani più giovani di me: per i quali, giustamente, TUTTO È PASSATO. Perciò: tutto è storia e cultura; e, se serve, è valido: ogni testo avrà il suo esergo magistrale, che può essere tanto De Gregori quanto Rutilio Namaziano. Né il primo è troppo basso né il secondo è troppo alto; e se Teresio Olivelli dice meglio di Platone, sarà citato Teresio, non Platone). Solo vent’anni fa il citazionismo sarebbe stato un espediente estetico, in nome del post-modern e dell’antilirismo: ci fu Voce e ci fu Baino (e c’è Biagio Cepollaro: che poi fu ferito dalla realtà, nel suo stesso corpo; e mutò la maniera). Oggi Luca Ariano cammina sulla via di una conoscenza naturale, senza enfasi da sudate carte e maledizioni febbrili alla Natura: come un bravo studente che ha le sue auctoritates e le divora, e come il lettore dei libri allegati ai quotidiani. Così esiste un percorso scritto e vario, che traduce una formazione onnivora - e non dogmatica. Dunque non posso aggredire con i miei dogmi ciò che vedo, ora: questo libro è un ragazzo. Non è il libro DI un ragazzo: QUESTO LIBRO È - ripeto - UN RAGAZZO. In secondo luogo: compaiono molti personaggi. «Duroy questa mattina / davanti alla sua macchina per scrivere / batte moduli di vite, di vanità / al nero profumo del caffè»; «Caro padre / vi scrivo - forse per l’ultima volta - / da questa trincea e da questo fronte / dove l’orizzonte è un deposito di cenere»; «Ted gioca coi suoi versi di lego / componendo castelli / sotto un cielo di vescica di seppia»; «Nosferatu posa i suoi canini su aliquote / mentre Sallustio - nella Trinacria - dopo essersi rimpinzato di sesterzi / si dedica all’Otium». E tra i personaggi: il soldato Ariano (nomen omen) - che scrive fingendosi il Caronte di un Lager e data «27 gennaio 1945» - o lo studente Ariano che l’appello nomina dopo Albini e Alessandrini e un giorno si laurea, malinconicamente. E in terzo luogo: che cosa bisogna capire? […] … nessuna tradizione, ma la somma delle tradizioni. Tutte recenti o recentissime, ma contemplate dal libro-ragazzo come una casa/cosa compatta (che ha molte porte - e da cui si esce per molte finestre). […] …il lettore meno giovane (o più dogmatico) che arriva ad Ariano dalla sola tradizione lombarda resta deluso; il lettore che ci arriva da esperienze ‘sperimentali’ vedrà uno stile incomprensibile…: né la solita prosa né i vecchi 105 Su Bitume d’intorno i vecchi versi, né un discorso metrico né non metrico, materiale ma non materialista… In ultimo, il bitume non è poesia-poesia. È il teatro di un io che non si accontenta di poco, e che non ha il solito concetto limitatissimo di realtà: se ce l’avesse, parlerebbe della piccola famiglia e della piccola vita, e della piccola Vigevano e di quanta nebbia quanto umido e come mormora la gente e quanto mi piaci ragazza - non guarderebbe le trincee e gli “ariani” che Hitler macella. Non parlerebbe per bocca di altri, non si invischierebbe nel Bitume, e non si libererebbe così SERENAMENTE da stile, scuola, canoni e maestri. Il ragazzo ha un cuore generoso di cane, come nella canzone di De Gregori. Luca Ariano Massimo Sannelli, da Questo libro è un ragazzo. Luca Ariano, Bitume d’intorno, in “La poesia e lo spirito” (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/07/13/questo-libro-e-un-ragazzo-luca-ariano-bitume-dintorno/) *** […] …rilettura piena dell’opera del primo poeta citato nel libro, cioè Vittorio Sereni. Un Sereni riletto, mediato, riempito della vita e degli avvenimenti di Ariano, ma pur sempre presente, pur sempre vivo e pulsante. E una costanza come questa di ritorni a Sereni non è davvero sempre così usuale, nemmeno nelle nuove generazioni che spesso sono state associate a questo poeta, uno degli ultimi “catalogati” dalla scuola dell’obbligo ma che spesso cede il proprio peso ad autori e dettami critici più volte vicini a quelli indicati ad esempio da un comunque sempre grande critico e poeta come Giovanni Raboni. Qui, invece, tra i bar della Lomellina e i vecchi nostalgici che frequentano ancora (o meglio «fanno parte dell’essenza del territorio») i bar emiliani, tra tortelli di zucca e Refosco, caffè, sigarette e Gazzetta, dvd di Blockbuster c’è tutta un’evoluzione, una crescita, un divenire che si respira all’interno di una vita. È la vita che va a braccetto con la poesia nel lavoro di Ariano, un affondo di realtà corale mediata dal protagonista, una foga di analisi che se a volte rischia di far fuoriuscire il personale giudizio in maniera probabilmente eccessiva nel rispetto del lettore, dall’altro però consegna un reperto puro, una fotografia senza ombre, senza secondi piani. Questo appunto, ribadisco …, era anche in Sereni e la scommessa andrebbe premiata all’interno di un sistema che vede l’omologazione come rischio principale della Nuova e magari Nuovissima Poesia, le scelte compiute da Luca Ariano lo rendono certamente riconoscibile e questa è cosa importante. […] Matteo Fantuzzi, da La vita che va a braccetto con la poesia nella realtà corale di Luca Ariano, in “La voce di Romagna”, 9.2.2009 106 Da Contratto a termine Luca Ariano Da TRANSAZIONE Sulla Via Emilia Di cancelli serrati, di ciminiere Spente - ma senza viaggiare troppo lontano: per sentire il sapore delle zanzare sulla pelle e il calore umido del riso. Tra parrucconi aristocratici con quelle erre che frustano le orecchie e graffiano le corde, mentre lo sguardo delle rughe si scalda nel bicchiere - e lassù abbiamo combattuto… … per Libertà! Non avevamo teschi spillati su spalle nere a rastrellare anche il pianto, le preghiere di madri 107 Oggi festeggi. Ancora nelle vene e sulle labbra ti accompagna ancora il ricordo dei biscotti allo zenzero e al cardamomo, che volevi danzare… Non si sono incrociate le finestre e ti porti sulla Via Emilia una lunga discussione da film, col nome uscito da un cartone, in un’aria di neve che domani impasterà le strade. Bambini Bambini pedalano ai primi rossori, gli ultimi rimasti sulla via e tu ritrovi quei pochi minuti di ricreazione in cortile: l’immensa fantasia di giochi tra terra ed erba ora sono visi eroinati nel parcheggio del cimitero su una vecchia peugeot. Si rasano i prati spulciati da merli e i tuoi capelli cadono sulle zampe d’un cane che assalta il tremore delle ginocchia: in un altro iper di sabato pomeriggio confondi il luccichio delle vetrate al trillo d’una tasca, ai nuovi corpi già spogliati di primavera. L’Andrea si strafogherà in qualche bettola di bestemmie per un’altra mano calata male «Diu bel!» e il confronto tra Dio e Destino nella preghiera delle sue pupille «Se avrei vinto…» mentre ancora ansimi per respirarlo sbattendo le imposte. Da Contratto a termine Luca Ariano 108 Panorama Quel vostro bacio sfrontato in quell’atmosfera di fine galà si sperde nell’aria putrida; eccoli quei fili d’ossa che s’agitano - paiono Gollum - dove s’annida il tarlo del panico, un tempo fiorenti. Sale il sapore ancora caldo di ricotta e marmellata, dal vaso di gerani stagnano zanze e mentre la madre chiama la sua Bea - identici occhi di neve che si squaglieranno, ritorna alla mente il Peppino, l’ultimo ranat, spazzato una sera sul suo Garelli da un furgoncino della sip; l’estate era già di sedie sulla strada: la Carolina, l’altro Peppino, la Manuela che già usciva col suo moroso, il Claudio … lo avresti fatto anche tu E sei invece lì a consumare una rapida carciofa da Pepè, mentre lui lieto con la preghiera in petto ritorna da Santa Cristina. In un panorama che gela le tonsille distribuisci versi in quella quiete ambrata come tuo nonno sparse scarpe con la tomaia ancora calda di colla. Trent’anni dopo L’hai chiamata in quelle torride sere la pioggia ed ora è arrivata a scrosciare sulle strade allagando cantine. Ti hanno ritrovato quei capelli di lago sorsi di sorrisi da versare sulla tazza di petto: sono tutte belle le donne, e lo dici - appoggiato ad una colonna pavese deglutendo boccate di fumo o cavando dal fango ruote impantanate in un’avida camporella. Si squaglia il mascara sull’autostrada e il tuo pezzo di cartone è ormai buono solo come carta da bagno, volto da emigrante del ventunesimo secolo. Trent’anni dopo non puoi non pensare a quel cuore scoppiato, spappolato fegato nella cassa schiacciata, negli istanti fracassati del corsaro all’Idroscalo di Ostia: le parole non erano ancora profezie solo per i ciechi ogni giorno muore un poeta. Da Contratto a termine Luca Ariano Da CALENDARIO GIULIANO Novecento Atto I 109 Quei primi scioperi - la piazza non era gremita come nelle storie, e il tuo pugno chiuso in foto con l’orologio in evidenza. Quel manipolo di sbarbati alla mattina, al pomeriggio e anche alla sera e poi... poi il tempo di distrarsi e il tuo volto non si riconosce più. Avessi aperto un negozio di scarpe o un locale trendy - sempre pieno; il bambino, cocco della mamma, sempre in palmo di mano ora non sa a chi gridare, ora che l’eco della casa rimbomba tira grembiuli altrove. Lui si allontana in moto, pare quasi una cartolina anni cinquanta, col vento di salso che sale dall’autostrada e tu prepari il tuo viaggio, il tuo gommoso ritorno in treno. Atto II Non c’era quando la strada s’asfaltava della schiuma oleosa della pioggia e tu lì in quel tiepido sole di marzo, per ogni soffio di nube. Sceso di corsa dalla carrozza per un biglietto quasi vergato a mano, a sottolineare la febbre galoppante delle stagioni. In questa notte al Pratello Bologna pare una canzone di Guccini ma state solo scimmiottando i padri e certo quei negozi pakistani non sono osterie da rivoluzioni. L’emulazione nel delirio collettivo d’un bagno notturno ma è lo specchio opaco d’un altro decennio con ancora l’odore delle bombe sotto gli occhi. Un vecchio osserva le cosce d’una ragazza e ritorna ai frettolosi amplessi tra macerie e sirene quando un bacio poteva esser l’ultimo prima del calar della polvere. Da Contratto a termine Luca Ariano 110 Lo hanno ucciso lì sul divano Lo hanno ucciso lì sul divano o forse sul letto con tredici pugnalate; - così recitano le cronache. Il coltello ancora sporco di sangue non verrà più lavato. La partita proseguirà in qualche circolo da dopolavoro ferroviario e sbaglierai sempre le solite carte, confuso dal fumo e da un cicchino. Lei s’arrossa di sorriso nel suo buffo accento e si lascia corteggiare nel fresco d’un negozio prima di spazzare via l’estate, di spolverare gli ultimi pulviscoli. Sono ingiallite le tue foto nell’acqua coi braccioli, lontano quel rimbombo e il tuo impegno: nei vicoli te la devi sbrigare tu, rapido lo sguardo dei passanti e troppo secca la tua retina appanna i mattini. È già il secondo matrimonio È già il secondo matrimonio in meno d’un mese e te ne accorgi quando nel vetro vedi brillare quei fili. La ruota gira all’impazzata e pedalando senti l’alba carezzare la tua camicia bianca, come se fosse la prima comunione. Lei ti racconta che - mollata dopo sei anni si sbronza ogni fine settimana per non sentire il rimbombo d’un clic. Quante volte ha piovuto sul bagnato che le tue scarpe e il tuo giaccone sanno ancora di umido ma bisogna abituarsi in fretta a quei raggi. La nebbia di quelle stagioni lascia sempre un cattivo gusto ma il primo tepore del mattino risveglia le ciglia. Da Contratto a termine Luca Ariano 111 È un’altra di quelle mattine albine È un’altra di quelle mattine albine da pedalare in fretta di cappucci per non sentire l’umido; c’è chi si consola con un bianchino per dimenticarsi di salire sui ponteggi. Le strade s’abbrustoliscono di castagne e quelle bocche non sono lo stesso sorriso: euforica, ti racconta che tra qualche mese la raggiungerà suo fratello - stavolta non passando da un barcone. «Spero di rimanere incinta», e intanto per il mutuo garantiranno i suoi, un po’ ingrassata nello sguardo, dimagrito nell’orgoglio a ridere cinque anni fa. Bruciano come di stagione i fuochi nei campi e li vedi quei trattori ammucchiare le stoppie, lì in coda autostradale verso le solite destinazioni: finestrini calati ripensando a quelle mani mappa delle stagioni, sentiero da percorrere. Eccoteli lì quei capelli di nebbia Eccoteli lì quei capelli di nebbia, quasi li stavi aspettando come sabbia negli occhi a cavarti lo smalto. Oggi è il suo compleanno segnato in qualche agenda estiva, e ti passa la voglia d’un piccolo gesto, la risposta sarà un asettico «smile» nascondendo il capo dietro i portici. La barista di polline ti servirà un caffè già tiepido e ronzerà la scontata storia d’un copione di periferia: Raffaella, ventidue anni, - troncata l’infanzia a quattro anni distribuisce un mazzo di foto - scattate dal patrigno, come carte prima dell’ultimo giro. Forse ci sarà ancora qualcuno a dilatare le pupille per la poesia d’un battito ma questa sera non c’è luogo per la scansione dei tuoi metri. Da Contratto a termine Luca Ariano 112 Tornare è un po’ come morire Tornare è un po’ come morire tra sorrisi sdentati e mani gitane da leggere, c’è un apparecchio a graffiarti le labbra. Curvi tra le risaie e nuovi cantieri ricordandoti che la tua generazione non suda il cammino sui sassi; - per chi ce l’ha - la tredicesima è già una foglia di vento sul marciapiede e nascere in Lomellina è un sospiro crepuscolare. Ti bombardano di messaggi e video e giù a rimbrottare che ai tuoi tempi non c’erano, per loro che non si scambiano un’occhiata, immersi nelle cuffie. Aspetti ancora che i viali splendano del suo riverbero e non delle abusate lucine natalizie sotto i portici. Da CONTRATTO A TERMINE L’hai fatto in quel parcheggio vuoto L’hai fatto in quel parcheggio vuoto con la pioggia a catinelle a battezzare il pomeriggio, sul divano, o nel bagno d’un ufficio ma tanto è dato per certo che non la rivedrai nel piazzale scendendo dalle colline in un sudore di sole. In fondo sei sempre lo stesso che distrugge i suoi mattoncini contro il muro; quella convivenza quasi per gioco, per non spegnere la luce senza un «Buona notte» ma poi i nodi vengono al petto e ogni sabato sotto quelle lenzuola un altro respiro. Ti han regalato una terra battuta da un vento Australe - proprio verso sera, e non sai che cosa daresti per vedere tua nonna potare le sue rose o salire sul sellino ma l’odore di stagione lo mischi alle polveri della città, oggi, che Bologna, con la sua babele di portici ti rassicura nel tuo anonimo sguardo. Da Contratto a termine Da NUOVI CONTRATTI Luca Ariano Quelle mattine - a casa da scuola 113 Quelle mattine - a casa da scuola con la febbre - profumavano di latte e miele, di terra d’orto portata in casa con le ciabatte. Rumore di vapore e ferro da stiro tra vecchi film senza colori e poi biciclettate in campagna con l’odore di animali prima della pioggia. Ancora non le conoscevi le nuove stagioni, il fumo delle ciminiere bucare l’aria e rotoli d’asfalto lucidi di afa. Teresa seduta su una panchina piange per quel gioiello rubato, i suoi piccoli segreti violati ma domani - a San Giorgio passeggiando per le bancarelle, il sole asciugherà gli occhi e tra le mani il profumo d’una rosa da regalare. Per te quel giorno è sempre il rimbombo di spari lontani dietro le colline e il vecchio sul viale alla stessa ora, ha il volto di Parri e claudicante cerca un filo d’ombra sotto grandi occhiali. Certo che quando l’Emilio iniziò Certo che quando l’Emilio iniziò a tradurre versioni dal latino e dal greco, a memorizzarsi l'atlante storico non immaginava certo di star lì a ciondolare in attesa di una telefonata: si vedeva professore in qualche università a decifrare il mistero della lingua etrusca, a scavare nel Peloponneso alla ricerca di nuove civiltà. S’è alzata la Via Emilia e la tua casa affonda nella polvere, però val sempre la pena di vedere cupole e torri struccarsi di rosso per le luci della sera. Alla prima ombra davanti al Tardini dalla pensione quei vecchi se la contano su come andrà quest’anno il nuovo Parma e ogni domenica c’è qualche poltroncina vuota per un colpo di tosse troppo forte. Tu c’eri quando don Leandro e don Lorenzo predicavano in un angolo, te li ricordi pregare anche per te e non sai se è rimasto almeno un po’ di marmo su un muro per Fausto e Iaio. Quest’anno non hai visto le risaie gonfiarsi e stai ancora cercando nell'orto le tue farfalle, le conti e le riconti ma i colori non tornano. Da Contratto a termine Luca Ariano 114 Mercoledì è giorno di pulizie Mercoledì è giorno di pulizie: ci sono capelli da raccogliere, spazzolati lenti davanti allo specchio; c'è un asciugamano da lavare, arrotolare, un docciaschiuma profumato al rosa-cacao per ammorbidire la pelle, vestiti lasciati nell'armadio prima d'una partenza frettolosa. Cartoline da rispedire con giornali e forse nuove poesie. Il prufesur ha voglia di uscire e stasera ride di quel romanzo di Svevo, non ha voglia di pensare a freddi messaggi e telefonate interrotte; Amalia dietro al sedile sorride rancida e pensa alla città dove verrà a rifarsi una verginità ma quelle voci poi ci vuol poco per riudirle dietro l'angolo. Per te che sei un piccolo borghese con la faccia pulita non si sta poi male nella copia carbone di Parigi e in due sulla bici semi nuova un po' sporca è un ritratto da vetrina antiquaria. Vito, ex partigiano Vito, ex partigiano - già allora lo chiamavano il terùn - ha combattuto nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno: non ci sta più con la testa e ti racconta che lui lì era di casa... quelli sì sono bravi ragazzi - non sa di baci e strette di mano cose loro. Suo figlio s'è bruciato i polmoni d'eternit in trent'anni di cantiere e suo nipote Nino ti porta in qualche bettola a cenare; cibi discount - studente fuori sede ma poi dal bancomat preleva un'altra serata etilica. Teresa e fiulin in un caffè un po' chic paiono usciti da un romanzo francese; tra le pareti si respira sapore di moka e fumo di castagne cotte in padella - quella coi buchi che ti ricorda focolari e il tramonto su tangenziale tra pali e fili brilla anche su cupole e campanili. Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca di tosse e starnuti e il volo d'uccello è solo l'arrivederci d'un abbraccio. Da Contratto a termine Luca Ariano Da GENTI DOLOROSE I cavalieri di Annibale Eserciti s'affrontano ai limes sguarniti 115 Eserciti s'affrontano ai limes sguarniti: orde depredano tra burocrati e ministri da Basso Evo e dal balcone si sente la canzone dell'eroe del rione benedetto la domenica in confessione. Il tuo naso semita - forse traccia cromosomica di un’altra altra epoca - è il passo di braccianti da masseria a masseria quando i briganti aspettavano i piemontesi al bivio; le tue mani pulite hanno dita d'artigiano a risuolare scarpe. Teresa oggi è chiusa in casa con quel tempo che non sai più che stagione è: «Mira mira» il battello che costeggia le isole con gli ultimi spruzzi di sole ed è tempo di migrare come bufale a pascolare su discariche. Accanto alle scuole in Via Toscana dell'Eridania è rimasto solo lo scheletro e siringhe tra l'erba dove domani si sposeranno. Una dose la puoi comprare al Parco Ferrari e t'immagini un'azione della banda Corbari prima dell'ultima rappresaglia gridando «W l'Italia!». I cavalieri di Annibale - si dice presso il Ticino - sconfissero i fanti di Scipione in fuga sul Trebbia. I cercatori d'oro - dai tempi di Plinio setacciano il fiume e ora non rimane che pescare metalli pesanti mentre la tavola periodica sgorga dal rubinetto. Teodosio non ci credeva poi molto in quel Dio, preferiva Apollo e Marte, ma il potere delle religioni vale più di mille eserciti. L'Emilio ripassa la sua storia e quando Claretta sul divano si struscia, manda giù il suo boccone amaro e gli anni all'università. Il professor Piero non capì mai l'azione di Via Rasella e il figlio Franco, comunista dell'ultima ora, forse ci sperava davvero nella Rivoluzione. Nell'antica provincia romana c'è odore di raffineria, di petroliere nel porto che tanti sghei hanno portato: guai a parlarne ma quei sorrisi non diventeranno mai padri e la chemio per quel cancro al polmone ha il sapore nero del vento che s'alza di notte. Su Contratto a termine …più che la denuncia tramite la poesia, la protesta. […] …un’opposizione della poesia al contemporaneo, la cui lingua è abbastanza forte da parodiarne l’anti-valore, con un recupero del sensuale in seno al vecchio verso… . Deposita una patina fine anche sul corpo nuovo della storia e della lingua contemporanea, come fosse qualcosa di completamente già codificato, da rimodellare nell’esibizione che questo suo materiale, gli oggetti e le persone propone… […] …in Ariano troviamo il collettivo in seno al personale, che guarda alla storia recente o lontana, e che usa semmai non l’umorismo paradossale di Fantuzzi, quanto la tagliente ironia che rimette in circolo tutti gli stereotipi dominanti… . L’accumulazione delle parole (dei nomi) è la libertà di salvarli, perché Ariano è meno propenso a creare storie ma più interessato a leggere e a ridire le parole che esse sedimentano, preservando insieme ad esse tutt’un mondo. Luca Ariano Guido Mattia Gallerani, da LETTERATURA CRITICA - Note sulla poesia di Ariano, Bini, Fantuzzi, Ronchi e Petrosino, in http://www.rivistaonline.altervista.org/?p=156, marzo 2009 *** La percezione netta e inequivocabile dell’esistente come terreno, dove si consuma, oggi ancora più che in altre epoche, uno scontro senza requie e senza ritorno tra la memoria, che resiste stretta alle radici valoriali che in essa affondano e in essa trovano ancora linfa, e un presente senza storia che spiana, come un rullo omologante fatto di congegni coercitivi e di rituali vuoti, deprivati di sostanza e di voce, ogni persistenza di senso e ogni proiezione verso un futuro a misura di speranza, è il quadro di riferimento entro il quale si colloca e dal quale si dispiega tutto il percorso poetico di Luca Ariano. È una scrittura animata e sorretta da una profonda ragione etica, sapientemente giocata nell’alveo di consapevoli e marcati registri antiretorici, capace di penetrare con l’insistenza e il paziente lavoro sotterraneo di fiume carsico, seguendo soltanto la mappa interiore di ben meditate traiettorie di pensiero, nella dimensione del quotidiano, in cerca del frammento fuori quadro, magari di una parola, di un volto, di un gesto superstite refrattari alla dissolvenza nel nulla di comunicazione che contraddistingue l’insieme dei rapporti reificati nei quali siamo immersi - e di farne, con naturale coinvolgimento e disposizione all’ascolto, il punto di accensione che fa esplodere la maschera delle convenzioni e della assuefazione alle logiche del vuoto, della disperazione e dell’effimero elevate al rango di categorie dell’esserci. Disincrostando metodicamente il suo verso da tutto ciò che fa da ostacolo alla restituzione di un dire che lega uomini e cose in un’unica vicenda e un unico sentire, dove l’interazione non azzera, differenze ma esalta la diversità che ci parla dal cuore di altri alfabeti, il poeta diventa testimone di una metamorfosi che lo coinvolge a misura della radicalità del suo sguardo - voce e vocazione civile, misura di tutto quanto vive, custode e restauratore di ciò che ancora si agita sotto traccia e resiste tenacemente, anche sul punto di scomparire per sempre dal quadrante delle stagioni e dell’umano. Poesia di recupero e testimonianza, dunque: di un mondo sommerso senza il quale la vita, in tutte le sue forme, diventa niente più che uno specchio opaco che rimanda solo gesti abitudinari, suoni disarticolati di marionette senza libertà e senza respiro, che calcano, ignare, il palcoscenico di giorni tutti uguali, trascinandosi come una catena le false convinzioni di un miraggio, la prigione invisibile e opprimente della loro resa. Francesco Marotta, la prefazione *** Con la raccolta Contratto a termine … , arricchita da una nota di Francesco Marotta e da un omaggio dell’autore a Giorgio Piovano, antico e nobile partigiano comunista, Luca Ariano ci offre una breve ma intensa silloge poetica… . Il lavoro si struttura per singoli testi che alla base sono saldamente connessi ad una prova assoluta di conoscenza, prova che riporta il dramma della quotidianità al rischio e alla sorpresa delle occasioni 116 Su Contratto a termine occasioni, degli inviti, dei sentimenti e delle persone. È proprio alle persone che questo libro è dedicato: persone che si muovono e vivono nell’ambito della scienza comune (scienza e coscienza) e che si mostrano in strada, in casa, in giardino, sulle vetrine, dietro i cancelli, alla finestra e lungo il segmento di un viaggio nella vita che non ha soluzioni di continuità. Luca Ariano è poeta lombardo, anzi longobardo, e perciò incardinato alla religione moderna degli “immediati dintorni” che sono poi, come si sa, i più vasti orizzonti possibili. Su questi perimetri si muovono Erba, Sereni, Loi, Cucchi, Raboni e Bellintani; scrittori di profonda suggestione terragna mai, però, semplicemente solo terrestre, e davvero, come scrive Maritta, Ariano «fa esplodere la maschera delle convenzioni e dell’assuefazione alle logiche del vuoto, della disperazione e dell’effimero elevato al rango di categorie dell’esserci». Perché poi, in realtà, occorre sempre esserci. E da qui parte il bisogno di narrare, di testimoniare non soltanto con il pensiero, ma anche e soprattutto con il grato e dolce rimorso del ricordo, che si perfeziona per via, divenendo canto e talvolta elegia. Ad uno ad uno (…) Ariano ravvisa i suoi “compagni”, li nomina, li dipinge, li associa alla propria strada: il Professor Emilio; Marino, Raffaella, Elio Fiore dolce appassionato poeta, l’Andren, la Rina, Marika, Giorgio, e per tutti costoro costruisce una breve storia, un colore, una voce, un atteggiamento, uno scrupolo di vita e di immaginazione. […] Luca Ariano Giuseppe Marchetti, da Contratto a termine, voci quotidiane nelle intense poesie di Luca Ariano, in “Gazzetta di Parma”, 16.6.2010 *** […] …gli ideali e le ideologie del passato sono morti o moribondi e si rischia di perderne definitivamente memoria con la scomparsa degli ultimi interpreti di una stagione politica che pare lontana secoli; le aspettative delle nuove generazioni sono appunto “a termine”, disilluse e prive di entusiasmo. In questa “storia” liquida e cedevole si muove la scrittura, direi cinematografica, del poeta vigevanese ma ormai parmense di adozione. Si tratta in fondo di una poesia epica, nonostante il tono dimesso e la presenza di antieroi, di personaggi “normali” che interpretano una quotidianità talvolta persino sciatta eppure con esiti anche drammatici: solitudini, suicidi, malattie “contratte” sul lavoro (e qui il “termine” acquista una tragicità non solo economica ma esistenziale), fughe nella droga e nell'alcolismo, sesso come sfogo o come mezzo di scelta sociale, “eroi” del recente passato dimenticati e abbandonati… Lo sguardo di Ariano, come quello di un regista del primo dopoguerra, non edulcora la realtà, la registra facendo “parlare”, con i loro tic anche linguistici (abbastanza frequenti i corsivi nel dialetto della Lomellina, quello ascoltato da fiulìn, il personaggio che è l'alter ego dell'autore), l'Enrico, l'Anna, l'Emilio, l'Elio, l'Ada… insomma tutti i personaggi di quella fetta di Padania prossima al Ticino o alla via Emilia, ben nota al Nostro. Passaggi di assoluta poesia costellano questa … opera … che potrebbe altrimenti rischiare di risultare prosastica o cronachistica e invece, e lo ribadiamo, è un vero poema epico contemporaneo. Passaggi, dicevamo, che ci pare di poter identificare in particolare in quei versi in cui natura, storia, emozioni, sguardo d'insieme e analisi degli eventi si fondono in parole pregne di simboli e in metafore dalla forza visiva spiazzante. […] Un poeta che “risveglia” il reale: con la sua scrittura tersa e obiettiva Ariano è un po' il periscopio che indaga con sguardo sinestetico un trancio di storia che ci riguarda e ci dice che nonostante la “nebbia” non possiamo far finta di niente. Un libro davvero bello che anche i più giovani possono gustare nel suo saporoso understatement, se hanno il piccolo coraggio di prendere in mano un libro di poesia. Alessandro Ramberti, in “Farapoesia” (http://farapoesia.blogspot.it/2010/06/su-contratto-termine-di-luca-ariano_27.html), 27.6.2010 *** È uno sforzo che ricorda le opere di Ray Bradbury, quello operato da Luca Ariano nel suo Contratto a termine (…): lo sforzo di cogliere, ripulire e conservare brandelli di memoria individuale (termine che spesso definisce quella collettiva), di salvarli da quella macchina schiacciasassi che è il nostro 117 Su Contratto a termine nostro presente. I testi sono privi di verbosità ma densi, definiti da una cifra antiretorica e intimistica che rende immagini, luoghi e persone soggetti indelebili. In “Poesia”, settembre 2010 Luca Ariano *** Forse non è una coincidenza che Luca Ariano sia cresciuto nella stessa cittadina di Lucio Mastronardi, romanziere mai ricordato abbastanza per avere avuto il merito di cogliere, entro il microcosmo di Vigevano, il trapasso della civiltà rurale in quella del neocapitalismo, con l'asprezza disumana che questo comportò in termini identitari. […] Anche Ariano, in Contratto a termine … , ma anche nei libri precedenti, intende testimoniare su quanto sia in perdita il trapasso, termine che uso per sottolineare un passaggio senza ritorno, in un triste aldilà, attraversato dallo sfacelo, in cui altro non possiamo che sopravvivere «sbattendo le imposte»; con forza e rabbia, dunque, seguendo l'istinto o sperando che ancora qualcosa sopravviva del vecchio mondo, qualche scorcio di vita vera, di odore e «sapore ... caldo», qualcosa che d'improvviso riporti al centro la comunità, com'era un tempo (almeno nella reminescenza collettiva) prima che maturasse la società dei consumi, dell'ostentata opulenza, della solitudine esistenziale. La poesia contemporanea l'ha sempre detto, dalla Ragazza Carla di Pagliarani a tutto Pasolini (il cui trentennale dalla morte è cantato a pagina 18), dal Gozzano de La via del rifugio (che Ariano riprende attraverso il gusto decadente dell'elencazione e dei ritratti, ma senza l'ironia del torinese, con più amara consapevolezza, invece) sino al Registro dei fragili di Fabiano Alborghetti, là dove entrambi mettono in luce l'orrore del vivere quotidiano, dei gesti all'apparenza normali, l'abitudine alla cronaca nera, alla morte degli altri: «Stessa stazione un anno dopo, / Sala d'aspetto a sfogliare giornali; / un operaio interinale suicida: / lascia moglie e figli. / Teresa volta un'altra pagina / prima dell'ansia di un volo interrotto nella nebbia». Come dire: nessuno si salva dalla macchina sociale, tanto meno chi è un vinto dalla vita, come i personaggi che ci presenta Ariano, uomini e donne che troviamo nel cinema e nella letteratura neorealista, ma anche nella linea marchigiana, con D'Elia in testa (ma ben presente nella nuova generazione, per esempio in Davide Nota e Matteo Fantuzzi, e in quella di mezzo: penso a Filippo Davoli), per non parlare di Luigi Di Ruscio, veterano di una poesia ancorata alle cose e all'esperienza messe in scena attraverso una lingua della memoria e straniera, nella misura in cui essa non ha luogo ad Oslo dove migrò nel '57. Ariano metabolizza queste ed altre voci (per esempio, mi pare forte la presenza del Viviani di La forma della vita), anche grazie alla sua intensa attività critica, consegnandoci un ritratto amarissimo della realtà di provincia, che va però pensata quale sineddoche della vita occidentale, che finge di non aver compreso una verità sempre attiva nella poesia: che ad essere a termine è la vita stessa. È con quest'ultima infatti che dobbiamo davvero fare i conti, per ridefinire il contratto in corso d'opera, senza perderne di vista gli aspetti più importanti, quelli legati alle relazioni umane, alle debolezze umane, alle gioie che l'umana debolezza ricava dalle relazioni autentiche, e che Contratto a termine ci mostra con pudore, convocando altri compagni di viaggio, due per ciascuna sezione di quest'opera che vorrebbe essere il "primo capitolo" di un romanzo in versi. […] Potrebbe in effetti essere utile certificare queste sacche di vita agra, per dirla con Bianciardi, che ancora rantolano nostalgicamente nei sentieri dell'inferno contemporaneo, come Teresa, Enrico, il professor Emilio, cui ci racconta Ariano. Il catalogo dei ritratti insomma potrebbe continuare e un senso certo l'avrebbe (documentario, almeno, e capace di attestare la buona fede dell'autore); ma il pregio del libro sta altrove, ossia nella forza metaforica di certe rapide immagini, che slega la parola dal contesto per lasciarla nel riverbero dell'orecchio e dell'immaginazione, come questi versi: «Troppo secca la tua retina / appanna i mattini»; e: «Hai lasciato sgroppare l'abbraccio / tardivo, lo schiocco delle labbra / (che il treno dai finestrini battezza nel miraggio / che al crepuscolo filtri un pizzico di luce sulle / pupille)»; e ancora: «Il volo d'uccello / è solo l'arrivederci d'un abbraccio». […] Stefano Guglielmin, in http://golfedombre.blogspot.it/2010/11/luca-ariano.html, 21.11.2010 118 Su Contratto a termine *** In tempi di memorie fittizie, affetti e dolori esibiti in televisione (e come merce proposti), in tempi di finzione e assenza di memoria perché la memoria fa audience solo se manipolata e aiuta a vendere un prodotto o un’idea, il libro di Luca Ariano … appare come una illuminazione. Contratto a termine - come dice infatti Francesco Marotta nell’ottima prefazione- è un libro la cui scrittura è animata e sorretta da una profonda ragione etica. In contrapposizione al guardare passivo (dei fatti, della Tv) Luca Ariano è lo spettatore silenzioso ma presente, che tutto raccoglie e che nulla tradisce: rimanda infatti un memoriale universale raccontando microstorie, fatti solo apparentemente inutili all’assieme. Raccoglie voci, vissuti, province; recupera testimonianze involontarie e normalmente poste in secondo piano per portarle a galla. Le sue storie non sono vere e proprie storie, semmai a prima vista possono sembrare un’enunciazione di fatti su cui riflettere o racconti apparentemente fini a se stessi che non presentano, nella maggior parte dei casi, la classica struttura narrativa (anche se la scrittura avviene in poesia): non c’è introduzione, né svolgimento, né conclusione intorno a ciò che viene narrato (solo apparentemente) ma dietro l’immediatezza e il chiacchiericcio dei suoi personaggi si intravede il limite di certi pensieri e di certi sentimenti e la difficoltà nel dire la condizione umana a voce degli stessi personaggi che si tentano nella vita, che giocano il proprio ruolo impreparati, disadorni, disarmati ma offrendo involontariamente una narrazione totale, a chi capace di coglierne. Leggendo … non posso non fare un parallelo con un passaggio dello scrittore e saggista Ruggero Jacobbi (Venezia 1920 - Roma 1981) tratto da Teatro da ieri e domani quando egli scrive: «Gioco di costanti imponderabili, di fatalità e di sorprese, di contingenze logiche e di sfondi irrazionali, l’esistenza umana - o, più giustamente, l’esistenza sociale - contiene, diluito, informale, il romanzo. Ogni istante della vita e un episodio di racconto. La sequenza delle istantanee appare come destino, e il destino rimane la sostanza maggiore dei romanzi». Luca Ariano si contrappone alla narrazione letteraria usando un linguaggio molto più pregnante e sintetico: la poesia. Frammenti di destino di signori nessuno (non sono personaggi noti, se non per l’abitare l’affetto o la storia di qualcuno) che con sincerità emergono da un humus cumulativo. I protagonisti delle poesie di Contratto a termine non sono eroi quanto anti-eroi, simili al loro creatore, che cercano disperatamente nella banalità quotidiana quella trasparenza e quei punti saldi per la loro identità: Il commesso, l’impiegato, l’assistente, il “profesur” tutti «uomini e per sempre» (citando Pagliarani). Luca Ariano non ci racconta storie di individui particolarmente invidiabili o di persone “vincenti”: narra invece le storie di personaggi per così dire border limits, equilibristi che camminano sul filo del tempo e che da un momento all’altro dal tempo saranno inghiottiti, seppelliti nel silenzio nonostante l’unicità del vissuto personale. Capacità dell’autore è però farlo senza retorica, senza piaggeria, scrivendo in una lingua piana e strutturando il libro in 6 sezioni con ognuna un peso … . Non so indicare con certezza quale delle sezioni sia maggiore o migliore di un'altra, avendo l’assieme un equilibrio ed una saldezza davvero forte. Ma una nota a margine la voglio fare sull’ultima sezione, quella dedicata al poeta e attivista Giorgio Piovano, deceduto prima di poter scrivere la prefazione al libro, come era in programma. Ariano riprende la poesia di Piovano Poema di noi e la trascrive per intero, a chiusura e sigillo del libro. Un omaggio sincero ai tutti noi, alle nostre storie, alla nostra invisibilità, alla nostra unicità di essere umani con la fatica che comporta, di respiro, vita e lavoro. […] Fabiano Alborghetti, in http://www.alleo.it/content/luca-ariano-contratto-termine, novembre 2010 *** La pulsione più forte della scrittura di Luca Ariano è il desiderio di fare resistenza alla paura di dimenticare le cose: volti, strade, aneddoti, nomi che il verso ha (aveva, avrà o avrebbe avuto) la commissione proverbiale di mettere in cassaforte. Contratto a termine è un romanzo in versi (situato nella tradizione poetico-narrativa di certo Zanzotto, di Pasolini, ma soprattutto vicina alle voci di Sinisgalli e Bertolucci) in cui la vocazione civile non è mai separabile dalla vocazione alla memoria. Un atto di redenzione, quasi di backup lirico dei fatti, che avviene nella coscienza Luca Ariano 119 Su Contratto a termine coscienza di parlare di fatti epigoni, di cose che accadono fuori tempo massimo. Il metodo con cui Ariano si stacca dal suo personaggio somiglia a un’ironia seria. L’Emilio («professore precario»), il Vito («ex partigiano», che «vive col respiratore dieci ore al giorno»), l’Enrico («che la sua storia sembra uscita da un film di Almodovar») possono essere scritti e ricordati esattamente a patto del loro essere tranquillamente dimenticabili. Questo nesso di ricordabilità e smarrimento è forse il senso definitivo del “Contratto” che Ariano stipula col linguaggio. E la sua scrittura si eleva nei momenti in cui si fa più evidente la somiglianza tra narrazione e fragilità del narrato: «È dura riempire ogni giorno pagine locali / quando scende un delitto è manna dal cielo»; cioè nel momento in cui si sintetizzano all’osso i motivi stessi della scrittura, e si sorride del lutto, del ricordo, della pianura, come di tutto ciò che appartiene all’intempestivo. Le due ricorrenti opzioni narrative di Contratto a termine sono in questo senso decisamente originali: deragliamento narrativo e liste liriche di oggetti. La struttura di andamento umorale (cito da «Lei con semplice candore») procede nel sorvegliato deragliamento dall’immagine iniziale; sarà che l’alfabeto nasce da deviazioni primordiali, ma dalla delusione nella fissazione dell’oggetto scaturisce «che i tuoi pensieri stanno lì ad ascoltarsi», e spuntano «le storie che ti bevi nella calura d’un passatempo estivo». La trama narrativa è sempre svuotata di contenuto metaforico, le parole diventano pretesto di un raccontare annalistico, gratuito e senza scopo. «Mercoledì è giorno di pulizie» è invece un caso della lista lirica di cose da fare e di oggetti da elencare: «capelli da raccogliere», «un doccia schiuma rosa cacao per ammorbidire la pelle». La parola poetica, semplicemente designandolo, astrae il seriale quotidiano. Il componimento, che racconta di una partenza verso Parigi, è la cartolina imparziale di un turismo “piccolo borghese”, semplicemente annotato, certificato, verificato (per usare termini sanguinetiani) nel «non si sta poi male nella copia carbone di Parigi». Facendo un discorso di genere, si tratta di una poetica postmoderna che sorveglia uno slancio ideologico, come dimostra l’uso narrativo del “tu”, che designa nel soggetto evocato la facoltà di parola e di ricordo; è questo il caso di Trent’anni dopo, in memoria di Pasolini: «Trent’anni dopo non puoi non pensare / a quel cuore scoppiato, spappolato fegato / nella cassa schiacciata, negli istanti fracassati del corsaro / all’Idroscalo di Ostia: / le parole non erano ancora profezie / solo per i ciechi / ogni giorno muore un poeta». A livello linguistico, il pastiche di dialetto, pop, la mescolanza di liste liriche di oggetti e tonalità colloquiali sono il segno di un’ansiosa eterogeneità che confina con lo spaesamento linguistico e sociale. Le scansioni linguistiche e ritmiche, il tentativo di lasciare la lirica per arrivare all’epica del romanzo in versi, i personaggi fotografati, consacrati e descritti nel tempo attraverso particolari fisici; Ariano mette in scena una narrazione novellistica, che procede per balzi umorali e deragliamenti; è una poesia che non narra ma evoca: in altre parole, l’impulso è quello del realismo poetico, del bisogno di partire dal “veramente vissuto” per attivare l’emotività da cui nascono i versi. Chiudo con un’osservazione sul burocratese del titolo della raccolta: Contratto a termine, in altre parole “patto” con la funzionale tristezza del mondo civile, da un lato; ma anche patto con la precarietà della lingua, nel momento della scrittura, precario per definizione. Niente di più precario che iniziare o continuare a scrivere. Ma a ben vedere, il precariato della scrittura non è un mulino contro cui lottare, né un demiurgo maligno a cui opporre parole e azioni; anzi, il precariato è il solo stato sociale e linguistico in cui si possono situare parole, azioni e mulini. Dopotutto, scrivere versi oggi significa ancora concentrarsi, gioire e immalinconirsi del tempo in una lingua moritura. Fare senso equivale ad essere dispensati dal senso: ed è questo il contratto che la cultura, la lingua e la poesia non possono non firmare. Gennaro Di Biase, in (http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&view=article&id=252:luca-ariano-contratto-a-termine-edizionifarepoesia-pavia-2010&catid=6:crash-test-libri-riviste-cd-vhs-dvd&Itemid=31) Luca Ariano 120 Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) Luca Ariano Da NESSUNA BUFERA * Non scriveremo della nostra bufera, né di quella rivolta, contro quel volto su quel mezzo, né avremo forza per nuove armi intelligenti, tecniche d'azioni millimetriche, la nostra guerra civile è un logorio lento la luce che si spegne fiocamente senza ferire, missione pacifica in paesi estranei, uno svilimento se poi penso con timore che sta democrazia m'uccide 121 sventolano oggi quei drappi tricolore che annegano in proclami buoni a prender qualche voto, appagare destini e un po' di sereno nella sua coscienza svuota * La disobbedienza quotidiana è fatta d'ordine di raccolta differenziata di risparmio delle acque. Non voglio avere figli - dice che non vuol crescerli qui con questi lacci, in quei sistemi e tu non sai se è pieno afflato rivoluzionario o mancanza di coraggio se è quest'impossibilità che atterrisce o la via più semplice indipendentemente. tutti i giorni non c'è una guerra da fare Enrico non ne può più di questa politica simbolica. Se la moneta brucerà tra le mani ai tedeschi diremo esse esse agli inglesi la pioggia alla Francia spareremo le migliori cartucce Venezia, Firenze, il lago di Gardalan' Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) Luca Ariano 122 Kayaköy Ci divertiamo a decodificare case franate lì sulla collina docile e due chiese scolorate tra parco giochi e rudere scomposto che se fosse un lego ci metteremmo un tetto ci scaveremmo ossa città della memoria, sottoterra di coscienza. E non sai se vuoi innaffiarla o sezionarla, Matta Clark mal riuscito senza croci né baci, che guardi su foto aeree e ti viene un crepacuore, ma si ci porta lì con gioia sull'alto della rupe, alla casa più distante pregna di tracce e animali e vivande da cui si scorge su più ampio spettro. E si fa fuga anche qui l'odore che ci sospinge ad ammarare * è questa guerra immaginaria alla fine delle guerre questi calci al pallone questi colpi di racchetta, sto sudare e scaricare sono i suoi occhi di viva viola questi scontri da gitanti, urti nel fiume è il bunjee jumping le sommosse pianificate la domenica mattina sin nei minimi dettagli, per fare un po' di rumore, un po' d'amore, gli inesistenti nemici di sempre, questo scambio continuo di letti, il far esplodere, i bastoni, st'abbracciarsi, svuotare, sentirti mia cagnetta questo surrogato di possesso che è il consumarla e questi occhi di nuovo che ti tocchi, che non schiacci questo sguardo che ti strappi il sorriso appena prima che dica basta Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) Luca Ariano 123 * Il compagno Giorgio - pare uscito da un romanzo di Musil: parla poco, gioca con l'iPhone e domani si alzerà all’alba per il solito lavoraccio sottopagato. Nel Borgo tra strade dissestate, case abbandonate - come nel dopoguerra, il Nando perso nei suoi studi straparla e nessuno l’ascolta: «Perché il Signur fa’m no morì?» Code chilometriche davanti alla reliquia, portata direttamente dai Crociati… dicono forse da Gerusalemme… dal Santo Sepolcro; accanto una piazza di cassintegrati disfattisti con fischietto e cappellino rosso, poche bandiere fuori tempo. Tutte in elle. E mentre attende al suo gelo la fine del turno da sentinella ripensa all'ingenuità gratuita della cialtrona al sorriso compiaciuto del confuso, agli ordini giocati come transazioni, all'uomo in gruppo anche virtuale, che reclama altra gnocca e non sa che forma prende tra le gambe fino a quel cretino che va oltre, lo disgusta che é solo una ragazzina, che questo non si può che si s-loga e finisce indispettito. Teresa passeggia sul Lungomare e come bambina per un giorno rivede accanto il padre: quelle lacrime sono salso che la brezza mattutina spazza via al ritorno dei pescherecci. Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) Luca Ariano 124 * La Patria da cui siamo in esilio sono quegli occhi dolci di fava famiglia da sempre e casa i ricami di boschi e di mare è quei viaggi che sognano scenari la Patria quei volti e capolavori lo spazio da cui ci diciamo scampati lo stridere violato delle rotaie il fumo, delle fiaccole umane il rancore, tra escatologiche attese e risoluzioni vendicative finali, prossimità che ci disgusta è permanere di odori ed incesti pregnanti, rimossi, senza scopo tra i pulsanti del televisore, da cui ti osservo sodale, è solo un concetto mentale, quest'esilio inventato è una zona che brama un'Italia soltanto immaginaria * Vento su Mantova e colori d'Irpinia il giorno che scopriranno l'ultimo ordigno inesploso, non sapremo se non che lo stupore di nuovo dell'inesattezza da brillare, d'un congegno senza contegno di spauracchi da strapaese, su un sangue mai versato mentre si chiede giustizia per le menomazioni di piazzale Loreto che Nicola ci ha portato a quell'incrocio di auto e fili, di memorie poco concrete, come bastiglie introvabili storiografie da ritracciare in labili ricordi che segnano il passo scoprono passaggi ad eroi a venire dei dialetti che non comprendi delle capitali mandate giù a memoria, su mappe bruciate trascini dietro una molotov, la bomba carta imparata sul web, la pozione di glicerina ch'ha distrutto la mano di Jorge, gli esperimenti iniettati su gambe nude, in obitori immaginari sul corpo dei morti che abbiamo cancellato l'altroieri senza troppo affanno, come la gatta troppo piccola che si muore di parto in giardino spalando corpicini senza vita coi cordoni ancora appesi a testimoniare ostinazioni di vitalità spazzate via Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) Luca Ariano Da ITALIAN WAR * * Noi che non sappiamo far male a una mosca come figuriamo in questo giorno nuovo di guerra? Tu che non hai mai battagliato milite esente, per troppi fratelli, per anagrafi sbagliate, per un altro tempo, un fuori luogo per non aver dovuto abbracciare nessun peso non aver martirizzato niente di te spogliato da ideali tirato su male, da consuetudini non corrette, il cervello ad imbucarsi in paradisi dai consigli negligenti, non seguiti ci fermiamo ogni tanto ad osservare questo panorama desolati, senza foga. Hai anche tu la sensazione supponente d'esser di nuovo carne da macello come al fronte, d'esser di nuovo ignoto fumo umano, subdola metastasi, quando pensi di colpire e non ci riesci mentre guardi quei giovanotti che passeggiano nei treni affatto estranei a tutto questo, con la scollatura sul viso di chi è condannato a non riuscire. Che resistenza c'attende se pensiamo alla parola partigiani mentre decidi di abdicare ma credi davvero che loro fossero bravi, che gli venisse naturale? Anch'io non saprei sparare. 125 Quei bambini non hanno mai visto agrumeti davanti al mare - forse i vecchi ricordano... Solo fiori di cemento, erbacce, acqua stagna. Teresa e Fiulin in una festa di quartiere: canzoni sguaiate tra cosce stonate come prosciutti in vetrina. Volti contadini da album in bianco e nero truccati per la passerella domenicale. Affiorano dai satelliti civiltà scomparse, sommerse dalle foreste e dall’uomo; si dissotterrano navigli un tempo acque di lavandaie. Conta le gocce della condensa sui vetri il bambino - forse Fiulin, un pomeriggio d’inverno già sera presto. Su I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) I Resistenti è un lavoro poetico … di Luca Ariano e Carmine De Falco, che trae origine da un lungo periodo di scambio di idee e confronto continuo. Un confronto che permette ai due autori (quasi coetanei ma provenienti da aree geografiche diverse) di scoprire, tra l’altro, di condividere una stessa idea di poesia basata su una “scrittura” del reale che sappia ricongiungersi alla comunità/collettività attraverso una descrizione poetica e onesta dell’umano e del quotidiano. Luca Ariano In “Arti in corso”, (http://artiincorso.wordpress.com/2011/05/05/presentazione-e-lettura-de-%e2%80%9ci-resistenti%e2%80%9d-venerdi-6maggio-ore-1830-libreria-treves-piazza-del-plebiscito-napoli/#more-214), maggio 2011 *** Un poemetto di testimonianze, disobbedienze, infelicità e forse rabbia, scritto a quattro mani e costruito con tasselli tragicomici per raccontare una guerra non dichiarata e forse nemmeno combattuta. Sfilano piccole storie di uomini e donne (cassaintegrati, precari, disoccupati, sottoccupati, maestre, casalinghe, piccoli lestofanti, qualche pedofilo e altri disagiati sociali) entro periferie postindustriali e degrado tardocontadino. E a mo’ di sutura gli inserti dei due autori, essi stessi protagonisti dell’Italian War. Per chi ama la mescolanza dei generi e l’attualità in poesia. Dal risvolto di copertina *** I Resistenti è un’opera poetica a due voci, che si pone, già dal titolo, sul versante della poesia civile. Gli autori Carmine De Falco, napoletano, e Luca Ariano, lombardo, condividono la medesima tensione morale, il medesimo sguardo sulla realtà. Ciò che emerge dai versi è un panorama italico inquietante: periferie che hanno divorato la campagna e diventate a loro volta fatiscenti, da demolire e ricostruire insieme ai personaggi che le popolano, persi questi in vite ossessive, in ritualizzazioni dello squallore del sopravvivere, in chiacchiere che diventano vieppiù volgari, sintomo di un imbarbarimento che pervade il paese ricacciandolo in una condizione pre-illuministica e svuotata di ogni spessore etico e morale. La Resistenza che Ariano e De Falco sembrano indicare passa attraverso la ragione, attraverso il senso dell’agire umano, attraverso le vite che non possono ridursi a contenitori di cose e ricettacolo di nuovi luoghi comuni da innestare su rinate miserie. Resistere significa quindi non accettare, non quietare la coscienza, non rinnegare il pensiero, non rassegnarsi alla degenerazione anche quando questa è dilagante, onnipresente in ogni angolo di strada, non adeguarsi, non scendere a compromessi che mangiano l’anima. Ma resistere significa anche essere nel dubbio, temere di non farcela, avere paura del futuro, accettare di essere precari, in balìa del vento, di essere spazzati via da folate un po’ più vigorose, di non avere la forza, di essere ancora «carne da macello / come al fronte». «Che resistenza c’attende / se pensiamo alla parola partigiani / mentre decidi di abdicare, ma credi / davvero che loro fossero bravi, / che gli venisse naturale?», in questi versi è racchiusa la domanda che ognuno dovrebbe porsi prima di decidere di adeguarsi, di gettare le armi della ragione critica, e ingrossare le fila del “così fan tutti”. Enrico Cerquiglini, in “La dimora del tempo sospeso” (http://rebstein.wordpress.com/category/luca-ariano/), giugno 2012 *** 126 Su I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco) «Uno scambio continuo nel corso degli ultimi anni, sullo scenario di un paese in decadenza socio-culturale»: così Carmine e Luca nella nota in appendice al testo. E la raccolta scritta a quattro mani si presenta come un grido accorato che non solo fotografa il degrado ma lo analizza e ci stimola all'impegno che deve essere l'azione sociale concreta, quella che dall'indignazione ci porta al fare, ad atti di solidarietà, al chiedere agli intellettuali, magari piuttosto inerti e atarassici del nostro bellissimo Paese (nonostante tutto), di darsi una mossa, visto che la classe politica sembra essere ancora più inerte e fagocitata da conventincole e relativi interessi, e assai poco sensibile alla ricerca di un bene comune. Il libro è diviso in due sezioni: Nessuna bufera e Italian War, quest'ultima molto più breve. Il tono a volte è un po' prosastico e “combattivo” (col rischio di cadere in qualche slogan e di allontanarsi da quella forza sintetica, immaginifica e simbolica che crediamo la poesia debba sempre esprimere), ma contiene tanti passaggi intensi, tanti squarci di realtà che i versi ci offrono con voce vibrante e cortocircuiti efficaci e destabilizzanti… […]. Questo è un libro di evidente carica morale, una sfida che tutte le persone di buona volontà ed oneste, a prescindere dal credo politico o religioso (e dal fatto stesso che si riconoscono in un credo), possono utilmente leggere e condividere per coltivare ideali che meritino di essere vissuti, e mettere a disposizione le proprie capacità per recuperare e ricostruire una cultura che sia più giusta e più autentica (dunque meno omologata e omologante) e in definitiva più bella. Luca Ariano Alessandro Ramberti, in “Farapoesia” (http://farapoesia.blogspot.it/2012/08/su-i-resistenti-di-luca-ariano-e.html), 3 agosto 2012 *** I libri a quattro mani sono davvero pochi in Italia (almeno quelli dichiarati) e in poesia ,di casi ce ne sono davvero pochi; si potrebbe ricordare il duo tutto marchigiano Stefano Sanchini e Loris Ferri e precedentemente un esperimento interessante (se non negli esiti, nello sviluppo della carriera di questi scrittori) come quel Covers uscito per Einaudi, scritto da Aldo Nove, Raul Montanari e il futuro premio Strega Tiziano Scarpa, tutti poeti in partenza che appunto le loro fortune le hanno fatte sulla narrativa. Ma non divaghiamo. Si diceva, di libri a quattro mani nell'Italia poetica ce ne sono davvero pochi e allora parliamo con piacere di questo piccolo poema voluto dall'agguerrita e interessante casa editrice napoletana “D'if” che ci porta a fare conoscere il lavoro di due autori promettenti e certo non sconosciuti, tra gli emergenti più dotati e più sicuri: il fortemente “padano” Luca Ariano (per territori, non per politica) (…)e Carmine De Falco, poeta napoletano dalla forte spinta civile. E questo dialogo è in fondo un lungo percorso appunto su e giù per lo Stivale di quella che come dal titolo si capisce è la resistenza contemporanea fatta non più di persone che lottano per un ideale politico, ma che in qualche modo sopravvivono in una lotta che si sviluppa tutta nei confronti di una società che fagocita e annienta, che disumanizza creando in qualche modo proprio il processo che la poesia dovrebbe controvertire. Così questa denuncia viene fatta col racconto di disoccupati e precari, di disagiati e figure minime che riempiono le nostre periferie e le vicende di ogni paese di questa complicata e variegata nazione che si ritrova a un certo punto proprio all'interno del concetto di disfacimento umano, di scellerata incapacità di tenere sotto ogni punto di vista. Chi sono allora i resistenti ? Siamo noi queste figure così minime e al tempo stesso così nostre da sembrarci tutti fratelli e sorelle, parenti impresentabili, figure vicine e lontane a seconda delle modalità, delle storie e della geografia, ma sempre nostre, sempre quotidiane. Quello che fa più male di questo libro è forse la normalità di queste storie, anche il pedofilo che una volta scoperto dopo essere stato insultato dalla comunità si suicida ci sembra (incredibilmente, ma non troppo) qualcosa di già apparso nelle nostre cronache e cento altre volte in quelle di altre periferie, così le storie, così i pensieri, i gesti, anche quelli più folli in realtà sono nostri. Questo dialogo attraverso la poesia, così duro e spietato, così rigoroso, serve proprio a rimetterci bene in testa, davanti agli occhi tutti i nostri quotidiani drammi, serve a ricordarci che la società va cambiata (in meglio), che bisogna ripartire. Matteo Fantuzzi, in “La voce di Romagna”, 13.8.2012 127 Inediti. Da Morbi Luca Ariano “...La vita è agire, essere liberi, lottare e soffrire, per poi stringersi nelle spalle e slargarsi in una risata. Tanto più è consapevole l’uomo di questo, tanto più sarà fragorosa la risata alla fine. Lotta per lotta. Vita per vita. Morte per morte. Fare per fare. E la tua libertà. Questi i segreti, e le risposte. Il tutto condito da forti ideali, tramite i quali venire a incontro o in scontro coi tuoi simili...” Gian Ruggero Manzoni *** * * 128 La sciúra Cesira con la bottega creata dal padre di suo padre: panini con cotechino e trippa, sempre in fila studenti e operai. Coi primi acciacchi ha mollato, ora lì c’è un negozio di intimo e la fioeùla ha aperto una franchigia. Teresa guardando vecchi filmati e foto si rivede in un altro tempo, illusioni da pescare… come pesci ancora in movimento tra le reti delle barche all’alba. Il poeta è morto per un colpo al cuore sulla panchina impersonale d’un aeroporto: su un foglio appunti per una poesia, forse persi da un medico legale o in un cestino con il primo turno delle pulizie. L’Enrico e i sò duu vègg rimbambii e gh’è da cúrrar come in quel tempo che a volte si sogna bambino, o il treno delle vacanze è già in un'altra stazione. L’Andrea innamorato a trent’anni, per la prima volta, ciama la sò murusa per un basín, beve poco e non mescola più il fumo notturno con la nebbia Che - raccontano - sale dalla terra. Domani morirà un altro soldato, bandiere a mezz’asta, funerali di stato, appalti mafiosi mentre in un cantiere qualcuno morirà dimenticato tra retoriche celebrazioni. Teresa e un sospiro come nelle sere senza luna con il mare agitato e Fiulin nell’abbraccio d’un vecchio poeta… che non ricorda più come chi muore prima delle feste Inediti. Da Morbi Luca Ariano 129 * Teresa in un porto antico dove rimangono poche merci, navi da crociera e cantieri spianati da villette monofamiliari; rivede suo padre e racconti di mare che ancora odoravano di guerra e dittatura: potrebbe essere Barcelona o Marseille in un lungomare di bagnanti da giorno di festa. Fiulin rivede la nonna stirare davanti a un film in bianco e nero, un melò che riga zigomi, di come sarebbe potuto essere… di come… se avesse conosciuto un altro uomo… E l’Andrea ogni giorno indaga su movimento terra, strani giri, sentendosi un po’ Siani…Saviano; alla pensione mai ci arriverà e nemmeno una targa ricordo in periferia per un libro mai stampato. Si alza un vento atlantico che asciuga sguardi, fischia le orecchie e alzando gonne lascia passi traballanti come dopo troppo vino a una cena. * “Dopo i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi.” Andrea Zanzotto Teresa sente le stagioni franare come mura romane che nessuno cura più. Le piogge d’autunno portano fiumane di fango a spazzare antichi borghi; rimangono resti di abbandoni e versi cantati. Dai ghiacci affiorano batteri venuti dallo spazio, corpi preistorici mummificati: trivelleranno per raschiare le ultime gocce di petrolio. Come in quel mare che restituisce Galee greche colme di anfore accanto a barche di rifiuti affondate in una notte di luna dove amanti concepiscono vite. Inediti. Da Morbi Luca Ariano * “Dov’el, va el me Carlin, quell noster Milanin di noster temp, inscì bell e quiètt, coi contrad strett in bissoeura, dent e foeura, sul gust d’ona ragnera?” Emilio De Marchi 130 Primo e la sua cena di classe, oltre un decennio dopo come se gli anni di scuola fossero ancora lì: cresciuto nel ventennio breve, non verrà nessuno al tavolo e forse penserà di cuma l’era bela Milàn. Feste in piazza - dopo tanti silenzi come fosse Piazzale Loreto e tutti antifascisti. L’Andrea li guarderà dal suo Bar Sport - forse da vedere al cinema con brioches surgelate, caffè slavati e trilli di forni a microonde: «Ma dove eravamo nel nuovo secolo?» «Io ero altrove…» Fiulin senza Teresa in una foschia che toglie il respiro e bagna sguardi tra le case dei borghi che anche domani vedrai offuscate. * Il Franco finalmente gl’ha fàtt a trovare una raccomandazione, come tutti - dice - e quando arriverà un figlio, con le domeniche tutte uguali non potrà scappare dal Paesone. Fiulin seguendo linee sul pavimento tra corridoi, neon e grandi ascensori: dalla macchina osservano il cranio, ogni parte del cervello ma quei pensieri sono nuvole basse di smog. Come quelle che l’Emilio vede dalla finestra, in una domenica provinciale, in un vecchio caffè decaduto, nascondendo dietro barba, occhiali e cappello da pescatore le ansie del domani. Anche a lui magari guarderanno il cervè e penserà a quei “poveri vergognosi” nelle storie dei nonni, al Monte dei Pegni, ora con l’insegna luminosa COMPRO VENDO ORO. La regola - 1952 Anna Ruotolo È nata nel 1985. Vive a Maddaloni, in provincia di Caserta. Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza. Ha pubblicato Secondi luce (LietoColle, 2009 - Premio Turoldo 2009, Premio Silvia Raimondo 2009, Premio Città di Ostia 2011 - seconda edizione 2011) e Dei settantaquattro modi di chiamarti (Raffaelli - Pubblicazione premio ClanDestino 2011). È presente in varie antologie poetiche, tra le quali: Quattro giovin/astri (Kolibris, 2010), Raccolta di poesie (Subway Edizioni, 2011), La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta (Ladolfi Editore, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi e con una prefazione di Maria Grazia Calandrone). Suoi testi sono apparsi su “Poesia”, “Capoverso”, “Poeti e Poesia”, “Italian Poetry Review”, “La Clessidra”, sul quotidiano “Il Tempo” e in blog e magazine online. Un testo tradotto in spagnolo da Jesús Belotto è pubblicato nel num. 4 della rivista internazionale “Poe +”. 131 Collabora, scrivendo recensioni, con la rivista “Poesia”. È redattrice del mensile “MyGeneration” e del blog collettivo “Corrente Improvvisa”. Gestisce il sito personale www.annaruotolo.it (http://spaziopoe.blogspot.com). e il blog letterario “SpazioPoesia.2” Da Secondi luce Anna Ruotolo 132 Secondo luce È come dirti addio sopra il cucuzzolo del Mondo dopo il mare fin dentro che ci divide al ponte, al passeggio chiarazzurro della barca. Dire addio a te e - prima che sia a noi a tutte le inconsolate vie della tua bocca alle parole della pioggia sui canali degli occhi. Questo è il tempo: una luce di lampi, breve, come il guizzo della terra e manca, manca il cono d’ombra dove si nasce, dove un po’ si vive. anghelos Che rientri da questa terra per i segreti delle porte che quasi mi dormi accanto è scritto nel rumore della pioggia nel tremito aguzzo delle acque. Più dentro è il chiodo di non saperti qui vederti andare come certe domeniche d’inverno anche quando è il dono del mondo che ci unisce, il fondo delle cose a crescerci di neve. Da Secondi luce Anna Ruotolo * Oggi sei un giorno lontano partito come il treno oltre la frontiera. Mi chiederanno se ho aperto al corriere della strada se molle è il pacco dopo la pioggia, perché ho rattoppato la porta. Verrà, verrà il tempo che ci implora col segno amorfo sulla fronte forse una linea profonda, come saprò vederla. Annerire gli spazi col puntino 133 Ho scelto, ho scelto un fondale per questa sera: so che vorrei la tua faccia tutta intera e chiara una scena vivida all’improvviso, una traccia elettrica dall’orlo dei lampioni. Ho da fare come un percorso su una parete illuminata ed ogni punto sarà lo spazio da annerire per vederti nascere, apparire dal nulla. Da Secondi luce Anna Ruotolo 134 * «Una mattina qualunque» può dirsi il punto consumato ad est del porto fino a quando, poi, resti una striscia di terra per segnarti l'ora della fuga. Come quando - vedi - hai trascorso un sorriso sull'ultima valigia che s'incastrava e portavi addosso la neve e un milione di cose compiute. * Per parlarti ho preparato tre fuochi: uno alla finestra nella bianca bianchissima luce che esplode, uno oltre il ceppo, poco dopo il vento sul corpo della noce. Il terzo - un passato corto da una porta aperta a un ponte. Al sole azzurro che dilava il cielo dirmi di saperti cercare per il mondo a te che si esiste dall'ombra alle chiarezze che crescono per aprire un tetto. Forse aspèttati di vedere la paura di non trovarti nel silenzio della pioggia, sull'avanzo prossimo alle stelle. Questo ti lascio: sempre il niente, il poco e tutta la vita a innamorarsi. Da Secondi luce Anna Ruotolo 135 * Penso, aspettavo di vederti con la faccia consumata dalla pioggia quando più chiara si fa la fonda. Guarda come gonfia questa gola sotto la collina di memorie: qui siamo tutti pronti a perdonare le spalle sorde che non abbracciano nessuno da una sera andata, persa altrove. Come torni nell'impronta ladra sul pane del cartoccio, sul fumo di farine da un trapezio aperto sopra il mare. Istruzioni sulla dote a mia madre Ora per crolli mi ritorni negli occhi durata così poco sparita nelle vertebre dell’acque. Avevi un modo di tirare i capelli amavi prenderli alle tempie farmene un ciuffo sedute coi gradini della baia che avevo un’amniotica certezza di fuggire per te fuggire l’inverno lunghissimo a venire. Questo voglio, tu questo digli: prendila di notte, prendila se affonda sotto le barche scioglile i capelli che preparai così costretti per te, lunghi, come una grande luce che non finisce più. Da Secondi luce Anna Ruotolo 136 * Ho da scaldare tante piccole cose per amarti bene, risalire con la macchina i curvoni addestrare il tempo della frizione come dicevi tu: o vivi o muori, che poi si riparte col vento sui lobi. Restituirmi al mare nella domenica asciutta e rossa lì dove ti piaceva inventarmi le ossa, le curvature della bocca o un nome che mi hai dato, così nella tua mente. * C’è un tempo scavato nel tempo migliore la misura istituzionale di quanti passi si affatica la terra. Nelle consultazioni di stagione ti chiameranno a scegliere la vita dopo questa morte ma tu parla solo nel luogo - segna solo la linea dove giunge la chiarezza dell’aria. C’è un tempo dentro il tempo, un filo acceso a intermittenza dove il mio ventre è tondo d’attesa dove viviamo, dove la lontananza non ha mestiere. Da Secondi luce Anna Ruotolo * * 137 Queste mani di poeta o forse nemmeno mani ma tracce di stelle sulle porte, per segnare un passaggio per lanciare lontano le pezze bianche dell’alba, hanno il gesto della fuga la cadenza della barca rossa e dura dal mare. Dalla porta chiusa appari nella bianchissima fetta di festa invernale un lento filare sui monti, sui monti innevati del grembo. Tu che non arrivi parti in silenzio da dove rallenta elastica l’aria spaziosa, geograficamente lampante, dicono - e allora è vero come i guasti nucleari ti spargi a migliaia di chilometri sulle fucine delle strade che agosto risale su un filo tremante di laghi fitte riserve di case e da lì con te da lì per spazio fa come per suonare lontanissima e variabile la romanza di Natale. E t’auguro un viaggio che duri, la prua diritta tu che non torni parti che tutto dorme e sola t’aspetto mill’anni. Da Secondi luce Anna Ruotolo * Le parole si portano da un luogo - tu sai per compensazione per fare meno oscure le città e l’ultima nave a partire è l’abbandono (solleva l’acqua, ritorna calma) Mi spiace, mi spiace a lungo non aver visto gli alberi di ghiaccio un mattino freddo delle quattro mandorle in tasca e schiaccianoci la tua mano sulla pancia, la paura profonda d’un viaggio. 138 Terra di mezzo Forse è un lungo sonno venuto dal Donegal che sfinisce su queste rotaie: qui siedo ad un gradino come per fare più vicina la corriera perso e sepolto un treno che va, e nuove ragazze del millennio giocano irish coi capotreni. E non so se marzo arriva con la sua lingua di foglie, se fermarti per il braccio nella luce che resta. La luna è diversa Quest'anno che invecchia la luna è diversa, ieri una gittata appena e noi potevamo toccarla. E poltrisce a lato della notte più scura dove non ti puoi trovare il manovale che non parla italiano. Qui non abbiamo più muri da chiedere di far nascere dal nulla da dove lanciarci nel vuoto al gioco dell'angelo e della fiducia - amore ora che sparisce la luce bianca e torna inaspettata la premura. Ora che è lento a nascere un fiore Su Secondi luce […] Dice bene Elio Grasso nella sua cristallina introduzione al libro: «È il tempo che percorre tutto questo libro di Anna Ruotolo, quel tempo che fa attraversare una strada vicino alle parole, dette ancor prima che la realtà attacchi con i suoi addii senza scampo […]». Nel corso dei secoli la concezione che l’uomo si è fatta del tempo, si è sviluppata. La percezione del tempo è personale, esso ha componenti rilevanti di soggettività, sia dal punto di vista fisico che biologico che psicologico. Anna Ruotolo sembra proporre un tempo lineare, tipicamente occidentale, ma con cicli di memoria ampi quanto una poesia, che si accavallano di lirica in lirica, ponendo gli eventi in una sospensione breve ma intensa, come un lampo sospende per un istante il mondo, lasciando il lettore nella visione di un ricordo focalizzato nella breve e squarciante luce, tale è la forza descrittiva della Ruotolo, supportata dalla sua particolare capacità di ricorrere a immagini e incastri di senso, che sembrano uscire direttamente dalla penna della più felice fantasia… […]. La scrittura è calibrata, ottimamente inventata, descrittiva quanto basta a raggiungere l’altezza giusta da dove lanciarsi nel tema poetico, elegante, fondata sull’esperienza dei suoi 25 anni, ma di una maturità già avanzata, una scrittura che ben coniuga carattere e dolcezza femminile. […] Anna Ruotolo Roberto Maggiani, in www.larecherche.it, 18.6.2010 *** Se, come sosteneva ne Il flauto e il tappeto Cristina Campo, «esiste per ciascuno di noi un tema, una melodia che è nostra e di nessun altro, e che dobbiamo cercare», l’architettura meditata, di simmetrie e rimandi interni, che contrassegna la costruzione di questa opera prima di poesia è già di per sé una figura di responsabilità, che rimanda ogni scelta di stile alla ricerca di un ordine interno in cui lingua e pensiero, parole e azioni coincidano in un unico momento aurorale - un gesto significante. La parola dell’attesa, della speranza in questi versi appare continuamente protesa verso l’istante assoluto - il secondo luce - di un evento che è anche un “Avvento” (non a caso titolo della poesia conclusiva del libello): «Il mio avvento ha un nome / che mai si disse, mai diremo». Questo movimento è tutto incessantemente orientato verso un interlocutore privilegiato, un “tu” (una persona amata e lontana, come da tradizione del codice lirico; ma anche la familiare ombra materna) ed è sostenuto dalla speranza di un incontro decisivo, unico efficace antidoto contro la minaccia della perdita di senso della realtà e conseguentemente del destino. E si potrebbe aggiungere che se questo libro pronuncia le parole come sillabe di una speranza, essa è sempre una speranza per l’altro. Il tema amoroso è dunque una via impervia e lungamente cercata verso la verità e la ricerca del valore della vita stessa. Una ricerca che in questo esile ma stratificato libro della memoria si articola in una meditazione, in forma di viaggio, lungo precise coordinate spaziali e temporali. L’immagine della nave, che dà il titolo per giunta a un’intera sezione, («L’ultima nave a partire è l’abbandono»), replica da un testo all’altro, e più significativamente nelle parti centrali e finali del libello, il motivo capitale del viaggio della vita, a suggerire un’idea del tempo come serialità, ripetizione, ritorno. La monotonia ricercata dei sistemi strofici e della vetrificazione, intessuta al suo interno da piani molteplici di echi e allusioni, ne è l’emblema espressivo, riflettendo la serialità di gesti e parole che a furia di essere detti e ripetuti acquistano una loro religiosa necessità. È il caso della centralità ed evidenza del corpo (in particolare il “ventre” associato alla “casa”: «sulla casa asciutta del mio ventre»), ed è come se il corpo diventasse, in ogni dettaglio (le mani, la bocca, la pancia) nella sua concretezza elementare e quotidiana, con le sue imperfezioni e ferite, la terra di mezzo, il limbo in cui la ricerca di un’identità si specchia costantemente nella sua incompiutezza, come una nostalgia. Un desiderio che continua a crescere in una ritualità al contempo fremente e paziente, che passa attraverso la sacralizzazione di gesti e situazioni, le più quotidiane, nell’auratica e favolosa mitizzazione del ricordo… […]. E poi il ritmo: un ritmo ondoso, con quel continuo rifrangersi di versi lunghi o lunghissimi in altri versi più brevi, come istanti molteplici che convergono su uno stesso punto, un hic et nunc, un eterno presente da cui distillare quell’unico istante privilegiato. Il tempo per la nostra autrice 139 Su Secondi luce autrice è dunque fatto di acqua, sede di ogni virtualità, di tutti i germi e le forme di ciò che è nascente o, creduto finito, di nuovo in procinto di rinascere (Mircea Eliade). La forma del tempo evocata nella prima sezione è dunque una forma circolare, non lineare, evocata nei versi («C’è un tempo dentro il tempo / un filo acceso a intermittenza / dove il mio ventre è tondo d’attesa / dove viviamo (dove la lontananza non ha mestiere») e fin dall’esergo che riprende il brano di una canzone di Ivano Fossati: «Dicono che c’è un tempo per seminare / e uno che hai voglia ad aspettare / un tempo sognato che viene di notte / e un altro di giorno teso / come un lino a sventolare»). È il tempo del ritorno annunciato dall’opera dei contadini (Camporesi lo chiamava «il sapere frenato») e dalla memoria dei libri: «Sapevo del ritorno / lo diceva il vento lo dicevano / i vecchi con gli innesti dell’autunno / che questa terra di confine / sa di cosa parte il giorno / e di come rinvengono giovani / le sporte aperte dai libri abbandonati». Anna Ruotolo In questo confine temporale che è anche uno spazio, l’Evento si annuncia con-fondendosi nella luce del giorno qualunque: distillando […], dal nulla, l’universale di un’attenzione perfetta in cui l’anima parla soltanto le parole della necessità. Come un silenzio. Non è un caso del resto che tra le anime sorelle evocate dall’autrice in tutte le soglie di questo piccolo tempio consacrato al Tempo, all’attesa e alla speranza figuri anche l’Attilio Bertolucci di Viaggio d’inverno, come a giurare all’ombra accogliente del poeta della “luce vera”, sulle pagine di questa opera inaugurale, una fedeltà devota a un mondo poetico in cui rintracciare e pronunciare con grazia inquieta quelle parole-preghiera con cui immobilizzare il Tempo, come su di una parete illuminata: «ed ogni punto sarà lo spazio da annerire/ per vederti nascere, apparire dal nulla». Adriano Napoli, in “Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee”, anno IX, novembre - dicembre 2010 *** Nella misura in cui la parola poetica si confronta con la sua fonte principale - il respiro - il ritmo della lirica si assume anche il compito di spezzare la linea della temporalità, così com’è comunemente percepita, per fornire prospettive diverse sull’esperienza umana e le sue condizioni. È così che il tempo fisico e biologico ambisce a farsi storico, politico e psicologico, ed è allo stesso modo che gli anni luce della scienza possono diventare Secondi luce nel titolo dell’opera prima di Anna Ruotolo […] - con uno slancio metaforico non privo di arguzia, né di un tentativo sornione di complicità con un lettore che sia empatico e attento. Coerentemente, il libro della Ruotolo è strutturato seguendo un movimento non allineato con l’organizzazione del tempo secondo logiche convenzionali - lasciando convergere, cioè, i momenti dell’attesa («Era notte, era giorno / ti segnavo la via per la piazza…») e dell’abbandono (L’ultima nave a partire è l’abbandono) in una stessa area - è questa l’autentica Forma del tempo, come recita il titolo di una delle sezioni del libro - che è poi anche quella, ab origine, dell’assenza dell’oggetto del desiderio. Assenza, in ogni caso, che è sempre assillante … […]. L’assillo è ora croce e tortura, ora scrittura e delizia: alla fine, ciò che rimane, nell’orecchio dell’ascoltatore, ed è in definitiva il punto di scaturigine della fascinazione per questa scrittura, è il modo in cui nessuna di queste oscillazioni resta sospesa, come del resto nessun fiato rimane sospeso, né altresì si perde in uno sterile metaforismo del quotidiano, che troppo spesso riempie i diari di versi, mentre la liberazione della poesia dal soggettivismo narcisista richiederebbe forse uno sforzo uguale e contrario. […] Lorenzo Mari, in “La Ginestra” (http://letteraturalaginestra.wordpress.com/2010/12/12/vetrina-2-anna-ruotolo-secondi-luce/), 12.12.2010 *** Il libro di Anna Ruotolo, Secondi luce, in apparenza connotato da una luminosità e una spontaneità irredimibili, gioca la sua vitalità su molteplici piani che potremmo definire metapoetici, formando un discorso omogeneo, come ogni voce poetica dovrebbe essere, che a una lettura attenta si dipana 140 Su Secondi luce si dipana in una miriade di microstrutture e inserzioni che fanno da sponda non solo al cuore ma all’intelletto del lettore. La prima cosa che colpisce è la composizione del libro, fatto di due capitoli e quattro sottosezioni, o sezioni che disegnano una struttura a piramide, sia a livello tematico che nelle rilevazioni dei testi singoli, che elargiscono con frequenza alternata momenti di intensa letterarietà ad altri di maggiore incisività linguistica, metrica, semantica. Ma è soprattutto sul linguaggio di questa poesia che dobbiamo soffermarci. Ogni autore esordiente, o comunque giovane seppure non inesperto, porta con sé il bagaglio, o sarebbe meglio dire il fardello, dei propri studi e delle proprie letture; degli autori che ha frequentato nella propria formazione culturale e artistica. In genere, se la vocazione dell’autore è autentica, il suo percorso continua con il graduale abbandono di influssi, echi, stilemi, immagini e forme mutuate dal passato. Anche per Anna Ruotolo è così. Ma a differenza di altri giovani esordienti però, per i quali la polarità “letteratura-realtà” è più scoperta, Anna sceglie un territorio linguistico ben preciso e decide di attraversarlo interamente, assumendosi la responsabilità e il rischio di sembrare a tratti eccessivamente compiaciuta di immagini aeree e sospese, di lunghi monologhi interiori che sembrano non uscire dalla pagina scritta. In realtà, il suo lavoro è quello di attraversare il territorio marmoreo della letteratura agendo nel singolo testo con una minuta sperimentazione strutturale che si crea verso dopo verso, quando non parola dopo parola. L’ascendenza ermetica della sua poesia non è generica, ma voluta, ricercata, come un ripiano sul quale calibrare, poi, elementi diversi, e metterli a reagire gli uni con gli altri, se non contro gli altri, fino a raggiungere per ogni singolo componimento un equilibrio che verrà disfatto nella pagina successiva. Avviene così che su una decisa griglia di significati, nella quale hanno la prevalenza il discorso amoroso con un “tu” sempre presente a delimitare lo spazio di un colloquio a distanza, la spiegazione dell’io poetico delle motivazioni dell’incontro con l’Altro - dove con la parola “altro” va intesa sia la comprensibile figura parentale di pagina 50, sia in senso lato, la configurazione ascetica e mistica di stampo religioso - resti sempre problematizzata ma anche sorprendentemente raggiunta; su questa griglia di significati, volta per volta, le scelte linguistiche variano: ora aggiungendo qualche arcaismo, ora un neologismo o un apax, ora insistendo con delle ben mascherate citazioni, ora cedendo alla lusinga di una poesia da camera dalle parole distese; ora insistendo con lunghe catene paratattiche, ora con apposizioni che si delineano e chiariscono le intenzioni finali del testo singolo, ora con accostamenti arditi e metafore imprevedibili (come se si trattasse di un finissimo gioco letterario elevato a potenza), o con una nomenclatura da abbecedario o da bestiario medievale. Insomma il segno, anche se non modo parossistico, diventa autonomo rispetto a una poesia il cui progetto è quello di spiegare se stessa, quasi di confessarsi, di fronte all’altro da sé. Ed è proprio il possesso di questa capacità di rendere autonoma la lingua rispetto alle cellule semantiche, a colpire in questa giovane autrice. La sua poesia, che può sembrare identica a sé per tutto il libro, è in realtà in continuo sommovimento sotto la cute dell’attimo. La Ruotolo innesca così una riflessione sul tempo: quello identificato in uno stile quasi epistolare, e quello dell’intonazione e delle variazioni prosodiche e linguistiche dei versi. I secondi luce del titolo sono senz’altro un rimando rimpicciolito della distanza degli anni luce, che contano miliardi e miliardi di chilometri, ma rappresentano anche l’inventario di una vita nella quale la luce è troppa. C’è troppa luce e, in un arco di tempo brevissimo come un secondo, bisogna cercare un po’ d’ombra l’ombra in cui «un po’ si vive», come recita il finale del testo preomiale e programmatico. Ma come si fa a vivere? Per Anna Ruotolo tutto resta dentro il confine della poesia, tutto si gioca nel linguaggio. Si vive, si trova la vita e la vitalità con delle effrazioni: formando versi brevissimi, di una sola parola, accanto ad altri dalla lunghezza tradizionale come l’endecasillabo o il settenario con varie accentuazioni, formando concrezioni linguistiche che condensano due lemmi in uno solo, alternando sinonimi in sequenza, facendo poesia del corpo (ovvero con la pronuncia di parti del corpo meno poetiche come i «lobi» di pagina 65), mettendo in posizione chiave dei logonimi, ossia citazioni di parlato, di discorso orale, fissato nell’impianto aulico e cortese del poetico, ricorrendo a translitterazioni e smottamenti fonici, ponendo quesiti all’interno di versi dall’apparenza descrittiva, utilizzando plurali assoluti di ascendenza ermetica accanto a improvvisi vocaboli dalla tipizzazione vernacolare, accrescitivi, sfumature ironiche, nelle quali si scorge tutta l’abilità di gestione di un linguaggio poetico e orale pressoché infinito come Anna Ruotolo 141 Su Secondi luce come è quello offerto dalla lingua italiana. Tutto questo fa sì che Secondi luce spiazzi il lettore quasi per contratto, o meglio, che tra l’autrice e il lettore si ponga un patto preliminare per il quale chi legge si impegna a lasciarsi sorprendere viaggiando attraverso il tempo del singolo testo e dell’intero libro, avvinti tra di loro in modo inestricabile. Questa percezione del tempo, a sua volta, è parallela a quella brevissima del motivo dell’incontro che cerca una «terra del dopo», come a pagina 24; ma è anche parallela a quell’aspirazione a porsi fuori dal tempo, tipica dei testi più riusciti, imitando il respiro di un’eternità come aspirazione ultima di tutto l’umano. Va osservato, dunque, che il bagaglio tecnico della Ruotolo è notevole, soprattutto se si considera l’età dell’autrice. Ma va anche detto che questo assetto è ancora allo stato iniziale, anche se non va data a questo pensiero un’accezione negativa. Si ha l’impressione, piuttosto netta, leggendo il suo libro, che questo primo passo così impegnativo sia soltanto il primo e non resterà isolato e fine a se stesso. Come lascia già intravedere il secondo lavoro della Ruotolo, “A” come Avvicino, uscito in antologia poco tempo fa. La direzione della sua ricerca è quella di sgrossare sempre di più il nucleo forte del dato emotivo da una facile gamma di lirismi e modulazioni estetizzanti che a volte pesano sul suo discorso, anche se persino il peso eccessivo di alcuni suoi periodi sembra portato ad arte proprio nel punto dove le ritroviamo (questi lirismi e queste modulazioni estetizzanti) e non altrove. Perché va sottolineato che anche il più mentale dei suoi versi è frutto di un istinto genuino verso la poesia, che è connaturata alla natura della persona e riesce alla fine come unico e autentico mezzo di espressione. Non va pensato che l’impatto linguistico del suo lavoro sia effettuato con furbizia e disonestà. I versi che si ottengono in questo modo sarebbero farraginosi e cerebrali. Ma l’espressione «lavoro sulla lingua» va intesa in altro modo: come il risultato di una imprevedibile creatività e apertura improvvisa alla creaturalità del sentimento, che fanno di Secondi luce un libro riuscito, degno di essere letto e doverosamente apprezzato. Apprezzato come frutto di un’intuizione fresca e a suo modo strabordante e personalissima, quindi già riconoscibile e originale. Anna Ruotolo Stelvio Di Spigno, per la presentazione del volume avvenuta presso la libreria Treves di Napoli, il 10 marzo 2011 (in http://www.lietocolle.info/it/s_di_spigno_su_ruotolo.html) *** Sarà stato solo un caso, una coincidenza fortuita, ma mi ha stupito leggere Secondi luce […] contemporaneamente al romanzo di Vila Matas Dottor Pasavento e scoprire in essi un elemento comune: il discorso sul tempo. Leggo a pag 276 del libro dell'autore catalano le testuali parole: «Moriamo ogni giorno e nasciamo ogni giorno. Stiamo nascendo e morendo di continuo. Per questo il problema del tempo ci tocca più degli altri problemi metafisici. Quello del tempo è il nostro problema. Chi sono io? Chi è ognuno di noi?». Si tratta di un' affermazione che risulterebbe cara alla scrittrice casertana come dimostra il fatto che la prima parte della sua opera porta il non casuale titolo di LA FORMA DEL TEMPO. Il tempo, dunque, appare, a prima vista, il quod che dà l'imprimatur alla raccolta. «È il tempo che percorre tutto questo primo libro di Anna Ruotolo…». Così esordisce, infatti, a conferma di quanto sopra sostenuto, il prefatore Elio Grasso. Eppure leggendo e rileggendo le liriche di Anna, sono sempre più fermamente convinto che il vero tema della raccolta non sia il tempo bensì l'antinomo del tempo stesso, non tanto il "non tempo" ma quella intercapedine tra tempo e non-tempo nella quale sempre l'uomo ha cercato di infilarsi per darle un nome e un senso. Il significato della poesia di Anna Ruotolo è, difatti, tutto in un interstizio di tempo senza tempo, (tempo dentro il tempo), che non è tanto assenza di esso, quanto sospensione; un non-luogo (utopia?) dove la separazione trova riunificazione, l'abbandono il ritorno, l'attesa l'avvento, la morta la vita. È la "sosta" il vero argomento dell'opera, il concetto di "vacanza" - tutto sereniano, certo, ma anche affine a un poeta dimenticato come Remo Pagnanelli 142 Su Secondi luce Pagnanelli (lo conoscerà Anna?). È in questo spazio magico o bianco, (il bianco è il colore della sospensione, dell'a-temporalità, per eccellenza - a tal proposito si noti come questo aggettivo cromatico compaia nella raccolta, insieme ai similari: bianchissimo e imbiancato, ben 11 volte), che si affastellano tutti gli aspetti terreni, umani e mortali della vita ma ivi finiscono per trasformarsi, incredibilmente, acquistando una tempra indissolubile ed eterna: si tratti dell'amore, si tratti dell'addio, si tratti del ricordo, si tratti dell'incontro. Il cinema, la libreria Mondadori, il qualcuno delle 00 e 48, il velo da sposa. In questo spazio sublunare, in questo cono d'ombra, in questo sovrassenso o sovraspazio - direbbe Zanzotto - trovano cittadinanza: «La porta aperta a un ponte» (pag 17; verso allitterativo di una maestria e una musicalità invidiabili); il «...centro esatto/della solitudine del mondo» (pag 18); il «...fondale» scelto «per questa sera» (pag 19) e ancora, il «...lato occaso della bocca» (pag 20); la «... striscia/di terra per segnarti l'ora della fuga»; il «…momento / che nessuno ha conosciuto» (pag 26); tutti correlativi oggettivi di questa dimensione altra, altéra, tutta einsteiniana o bergsoniana. […] Si leggano i versi straordinari di «Si dice che i poeti» con l'incipit rivelatore: «Non è mai bastata la vita...», è questo il punto di partenza del viaggio di Anna Ruotolo, e, per inciso, di qualsiasi poeta. La certezza che la vita non basta, che occorre andare oltre la vita stessa, che il tempo è una menzogna insufficiente, che occorre andare oltre quel/questo tempo per raggiungere la verità. La verità che sta nella TERRA DI MEZZO, altro titolo emblematico a cui corrisponde la seconda parte della raccolta. Se nelle prime poesie questo territorio di confine, inesplorato e inesplorabile, questo non-luogo, viene spesso evocato, ma in traluce, a bassa voce, ora essa viene annunciata o meglio enunciata esplicitamente. Cos'altro non è «La terra di mezzo» se non quella intercapedine sottile tra l'essere e il non essere, tra lo stare e lo scomparire, tra l'avere corpo e l'assottigliarsi, l'avere il qui e ora e non averlo più? La «Terra di mezzo» è la terra dove si indovina «il guizzo» dei pesci argentei, è il mondo dei «permetti», è il territorio afono e attutito, imbottito di neve, di «certe domeniche d'inverno» (pag 33), «Il segno sul sagrato della chiesa». Siamo di fronte a una novella Montale, alla ricerca dell'anello che congiunge? Forse sì, forse no; forse quell'anello Anna già lo possiede, ed è la poesia. È un anello preziosissimo ma facile a sfaldarsi, ce lo confessa candidamente lei stessa quando scrive che la poesia è «il luogo più giusto» (pag 39), un luogo che, così come è comparso, può scomparire d'acchito; perché il rischio più grande di chi scrive - (e questo Anna Ruotolo lo sa bene, ed è un sapere che condivide con tanti altri scrittori, si pensi a Vila Matas, citato prima) - è quello di ritrovarsi con un pugno di mosche tra le mani; è un rischio calcolato scoprire che quel "luogo giusto" risulti essere «un'ora / inconservabile / come la neve» (pag. 40 - e quasi sembra di vederlo quel modernissimo e decadentissimo Leopardi sussurrarle queste straordinarie parole). Quello che Anna intraprende è un foscoliano viaggio di resistenza al tempo e alla sua assenza, lo fa ricorrendo a immagini che hanno una forza evocatrice tutta femminile, come dimostrano questi bellissimi versi della lirica di pag. 49: «Vorrei scostarti rondini dagli occhi / in questo giorno di basilica ventosa / averti per un poco, poi mai più. // È come conservare in pancia / tutta la luce a venire / per un chiosco di lucciole nel tempo.» Il cammino intrapreso prosegue «mill'anni», anche nelle successive sezioni, è un cammino fatto di «ottativi» (un uso sconsiderato, tutto giovanile, - e per questo concesso e apprezzato -, del condizionale ne è la dimostrazione concreta), di desideri e strappi, ricongiungimenti e separazioni. La recherche (Proustiana?), «voglio solo scoprire se ti va / un limone» (pag.64 - Montaliano?), ha come fine ultimo quello di dare un nome alle cose, o almeno il tentativo di farlo: «Il mio avvento ha un nome / che mai si disse, mai diremo» (cfr: la lirica che conclude il libro - pag.67). La fedeltà alle cose di cui parla Elio Grasso nella prefazione è, certamente, il debito - e il merito, a mio avviso - tutto postmoderno che Anna si porta Anna Ruotolo 143 Su Secondi luce porta dietro: «Qui la tensione va tutta al risveglio delle cose, che acquistano un nome e che quindi possono parlarci ad occhi aperti, in piena fiducia». Dare un nome alle cose che si accampano nelle bolle di eterno, che si creano uno spazio nello spazio tutto lieve del tempo, questo è il compito della scrittura o meglio della mèta-scrittura - perché quando si scrive si finisce sempre per scrivere sul perché si scrive - di Anna Ruotolo, un percorso che compie colloquiando, non a caso, con i mostri sacri della poesia contemporanea - come sempre i bravi poeti sanno fare. E non solo Sereni, citato in prefazione, ma anche - più o meno nascosti - i vari: Luzi (il semantema della barca, ad esempio, fino alla citazione in toto: «aspetta una barca che dondola», pag 34); Caproni (si veda l'incipit della poesia pag 52: «Animula»); e ancora Milo De Angelis (cfr: millimetralmente, pag. 18), e Giudici, Montale, Bertolucci etc. Un confronto combattuto ad armi pari, se questi debiti letterari si stemperano in un verseggiare tutto autonomo e originale. Abbiamo bisogno di certe guide, sembra ricordarci Anna, come a loro volta ne ebbero. Ecco perché la poesia di Anna non è frutto di un facile mimetismo. Una raccolta però mi sembra, in qualche modo, essere molto affine a Secondi Luce di Anna Ruotolo, si tratta di Quaderno Gotico, di Mario Luzi, perché anche lei, in questa sua prima opera, e speriamo davvero: prima di una lunga serie, è ancora disincantatamente convinta che, di fronte a ogni pagina bianca, sta per compiersi, inaspettato ma sempre latentemente atteso, un avvento, una rivelazione: «Che rientri da questa terra / per i segreti delle porte / che quasi mi dormi accanto / è scritto nel rumore della pioggia / nel tremito aguzzo delle acque //». (dal titolo non casuale di anghelos; pag 33). Anna Ruotolo Alessio Alessandrini, in http://www.lietocolle.info/it/a_alessandrini_su_ruotolo.html *** […] In questo spavaldo, sorprendente libriccino d’esordio, la Ruotolo lascia ai margini la narrazione, affidandosi a una modalità di scrittura che mi sembra abbia un carattere simile, piuttosto, a quello dell’annotazione. Procede lungo stazioni tematiche a trama minuta, basata su esperienze vissute, accidenti, riferimenti emotivi. Non c’è traccia di filosofia, nel suo alfabeto fantastico, né ingombro di strutturazione intellettuale, ma il darsi di un processo metonimico che verso dopo verso squaderna il diario di bordo di un viaggio intrapsichico coagulato in piccole, preziose epifanie, spesso d’amore, o di mal d’amore perfino… Tanto da lasciare l’impressione che l’io lirico dolorosamente a zonzo per le sue terre di mezzo voglia continuare ogni volta daccapo ad alludere a un centro emozionale stabile, a un porto sepolto in lontananze siderali e, tuttavia, sentite come prossime nell’incandescenza della mente che le evoca. Pur giovanissima, la Ruotolo ha già capito che nel rendiconto della poesia non c’è salvezza. La stessa linea che in Sereni, Bertolucci, Luzi e nel miglior Montale (i “maestri” citati, con Ivano Fossati, all’inizio delle quattro sezioni in rigorosa struttura settenaria che compongono la raccolta, prefata con acume da Elio Grasso) segnava, nella forma, l’idea di una resistenza al disincanto del mondo, qui si declina in una singolare vocazione atta a circoscrivere un residuo, personalissimo insieme di mondo. Circostanza che trova precisa corrispondenza testuale nel desiderio di preservare, di difendere, di far risaltare ciò che è (stato) più importante per l’anima, ciò che le è più vicino e che la chiama, sia esso un ricordo, un elemento astratto oppure una cosa, o, addirittura, con un “correlativo oggettivo”, shifter materiale di un’assenza che è “ontologica”, direi, esattamente per quanto è “esistenziale”. A onore della poetessa, e della qualità del suo talento (forse) inconsapevolmente mistico, va sottolineato come la Ruotolo sappia resistere quasi dappertutto alla fascinazione del poetico. In effetti, non ogni poeta bravo, intorno ai suoi venticinque anni d’età, ha intelligenza del reale sufficiente per sfuggire, parlando di sé, alla tracotanza che spinge a credere che i propri segni siano più di segni, senza per ciò stesso abiurare al suo mandato… Ma il fatto è che in Secondi luce l’io poetante parla posseduto dall’aura di un istante propizio che apre a una via autorelativa tutt’altro che semplice, com’è o deve essere, nei più meditanti, il gesto che parte dal mondo per trascenderlo e ricondursi nuovamente a esso. Massimo Morasso, in “Poesia”, n.266, dicembre 2011 144 Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo Da Dialoghi da Moleskine I II Dopo il tuo lavoro passi sempre qui, alto, alto sali tra i muri scendi latte di montagne rimpicciolisci per raggiungermi dalle finestre, dai condotti sublunari. 145 - Ebbene, che vedi fuori prima di entrare? - Saranno anni che gli uccelli fanno la loro ronda familiare e le luci muoiono nello stomaco grande e fumoso dei bar - Salta il racconto, va’ avanti - Che due o tre giovani dalle calze brune hanno provato a salutare. - E poi? - dico per spazientirlo - E poi finisce che venga da te per costruire questa stanza e le risposte e la vita tutta che ti accendono la forza di sempre, sempre nascono sul disco del mondo. Entreremo spalla a spalla coi piedi senza rumori nella scatola magica dell’ascensore ti chiedo il nome, poi la dimora cosa farai di buono prima di dormire poi tocca a te - Facciamo un po’ per uno - ho detto Mi chiedi: - È già sera? poi se e quanto manca all’arrivo (hai detto se, mi commuove l’invito per l’eternità che viene via dal tuo viso) e quanto ancora al momento in cui divideremo la strada tu a destra io a sinistra, tutta l’apparizione ferma nella testa, nel miracolo di un giorno cittadino al numero ventisei, rapide cascate sotto le scarpe annunci, coleotteri per la via l’attesa della fine, la fine dell’inizio di fronte al Caffè della Fontana. Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo […] IV - E se si fa sottile il suo corpo la riviera ci sembra attraverso non mangia ormai che pane e origano, dobbiamo partire per le stanze bianche e i corridoi verdacciaio delle sale per provare a ricongiungerci nel sangue. - Così le dici? Dobbiamo partire? - Ogni tanto succede. O, ogni tanto, che anche a me fa male qualcosa cosicché dopo a lei non dice niente di brutto, tutto ciò, niente di terribile. È la riprova che il corpo è nostro e se siamo in due si passa meglio dal sogno all’esistenza , dall’esistenza al sogno, nella notte. 146 […] VII Le cose che non iniziano, le cose che finiscono soltanto e non sono la fine dell’altro NICOLA GARDINI - Le cose che non ci sono vanno pensate - Va pensata la vita e la scrittura! - Allora, non ci sono? - Ci sono quando la mano comincia a finire. È tutto un salire per gradi. - Per esempio? - Finalmente anche la direzione del sole, alla mattina, si ferma ben bene sulla tua guancia - Qual è il significato? - Che il sole smette di far luce non c’è, va pensato come il grano che ti preme in bocca, che ci fa mangiare. Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo Da “a” come avvicino I un passo (è tutto - sono lì) ma poi ho paura di lasciarlo invecchiare con te chiuderlo in una stanza non chiedergli una parola o un accordo, il bisogno di una mano infinita accostata alla mia spalla. Una mano senza riva dal dorso di nevi e di ciliegia. * avvicino la mano alla tua mano, 147 qualcuno dice il palmo al palmo quasi una parte bastasse in certe misteriose sostanze d’amore. Non basta, ti vedo svanire nel poco hai la luce finale tutta tutto l’abbandono. E noi abbiamo un orizzonte da sanare, così mano a mano * con un passo (è tutto. E sono lì). II fianco a fianco siederemo quelle scale ascolta - dico - la rondine lei il letargo non lo sa non lo intende. Parlando così va via qualcuno qualcuno ci sfugge dentro e bisognerebbe essere come le cose che sanno mantenere il tempo, dedicare il ricordo. Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo * sento che si avvicinano le foglie d’acqua alle caviglie pelose e sottili - e tue - poggiate alla cura delle mie scale, iniettate nella terra azzurra (radiche nodose quando avrai passato il tempo a dirgli di non passare, di non sfiorirmi addosso). III occhio a occhio: ho un nero profondo e desolato. Ti ci addentri. Sarai dentro o fuori la palpebra perso nelle ciglia brevi e splenderai mille volte. 148 Troppo poche, però, dicono. E raccontano che nelle mie pupille sentirai la fine. […] Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo * il libro finito sul divano la tazza di tè, le scale illuminate dalla chiara polvere che cade... e la notte arriva un po’ per volta un po’ per scherzo come quando fischio piano tra le labbra e dico: ho mangiato un uccellino. V naso a naso 149 mi fai il muso di lepre da un vetro che si apre. Le finestre stracolme sono la mia sola calma perché se esisti passerai in un colpo di ghiaccio sbattuto dal sole, lasciato vagare per terra. E se mai avrai la consistenza del formicolio profondo ad un braccio avrò tanto tempo per sgomberare prima che a poco a poco se ne vada. E sarai venuto senza un fischio da sopra l’orizzonte, lì sopra … […] Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo * in tutto questo tempo di riti con il fuoco per le vespe ti davo tempo per cercarmi mancarti come manca un po’ il respiro nella guazza, un settembre che si alza come chi torna a camminare, come chi ritorna solo alle sue mani dopo un lungo sonno. 150 VIII mento a mento ancora mi viene da dire parlasti bene quella fine di calma giornata tra le spezie da sfregare schiacciandomi la bocca perché sentissi risponderti «sì, si vive di buono nei mari persi sopra e sottovento mentre dormo, mentre dormi». È la confessione più dolce, più dolce - pensai. Di queste cose si fa lontanissimo il silenzio. […] Dall’antologia Quattro giovin/astri Anna Ruotolo * I campi di stelle per altare. Lì ci porteremo: l’inizio, la fine dalla prima vita sulla Terra. * X questa ha l’aria di essere “Crescono i coralli ogni giorno. La tua carne si riduce.” ORI BERNSTEIN braccio a braccio 151 ho da dirti due cose: dapprima che non c’è abbandono per te né passaggio di notizie infauste a primavera (tu sei immune, sei immune). Due: sei tanto debole che ti sistemo un’ala, tanto forte da riuscirci per me. quell’ultima poesia dell’anno lanciata dalla finestra per rompersi sui muri zuppi, radiosa nel cadere, una cometa trafitta dal tuo alito di fumo che si avvicina e s’allontana (s’allontana, si avvicina) e si dirige al cielo. Sull’antologia Quattro giovin/astri [...] Nelle poesie di Anna Ruotolo i titoli sono invece numeri a offrire l’idea di raccolta di appunti, nella prima silloge, e dell’incedere, nella seconda. Le Moleskine accolgono dialoghi che stringono il fuoco sulla relazione tra l’io e il tu e, nella loro forma diretta scandita graficamente dal segno della lineetta che, mentre distingue i discorsi e li correla, si svela fin dall’inizio un altro tratto specifico e profondo di questo poetare: la sua natura interrogante. C’è una reciprocità di domanda e risposta; la costruzione della verità, della realtà, avviene nell’originario domandare e nel successivo rispondere che alimenta nuova domanda. [...] Nella seconda silloge, dove il dialogo diretto cede il posto alla prima persona, singolare e plurale, Anna Ruotolo disegna una vera e propria anatomia dell’incontro, una fisica della vicinanza: «un passo (è tutto - sono lì)», «avvicino la mano alla tua mano», «fianco a fianco», «occhio a occhio», «bocca a bocca», «naso a naso», «fronte a fronte», «spalla a spalla», «mento a mento». E nel ritmo dell’approssimarsi di corpi biografici possiamo però quasi intuire una controtendente costante, che diventa la verità del mistero di questo progrediente incontro per toccamento: ogni avvicinamento custodisce la sua sottrazione. [...] Anna Ruotolo Umberto Fornasari, dalla prefazione *** Abbiamo ripreso la lettura dell’antologia Quattro giovin / astri, curata da Chiara De Luca […]. Ci viene incontro, il dialogo poetico, di Anna Ruotolo: un dialogo molesto (Moleskine è una riconosciuta marca di agende per appunti di viaggio) per le orecchie dei contemporanei. Una sana provocazione per il lettore attento alla parsimonia delle “poetesse” che sanno rivelare, senza parole superflue, la ricchezza di un mondo interiore… . Il dialogo, tra mondo interiore della poetessa, e l’esistenza che scorre nei suoi occhi, non ha solo gli uomini come referenti, ma l’intera creazione a cominciare dal sole che la/ci illumina: «Dopo il tuo lavoro passi sempre qui, / alto, alto sali tra i muri / scendi latte di montagne / rimpicciolisci per raggiungermi» (pag. 53). La callida iunctura permette al sole l’esercizio di un lavoro, si fa corpo e anima, per raggiungere la poetessa nel luogo della scrittura e nei «condotti subliminari». Questa strofa d’ingresso alla raccolta dialoga con l’astro, distante, chiedendo risposte alle domande che i neofiti dell’esistenza pongono all’anima mundi (…). «Ebbene, che vedi fuori / prima di entrare? / (…) Salta il racconto, va’ avanti / - Che due o tre giovani / dalle calze brune hanno / provato a salutare» (pag. 53). Tutta la raccolta, si anima di energia, di solarità. Hanno forza i versi per penetrare da una poesia, all’apparenza personalistica, a una poetica vermiglia, vera e sincera, che annoda i grani del rosario delle generazioni precedenti: «- Le cose che non ci sono vanno pensate / - Va pensata la vita e la scrittura!» (pag. 59). Sono impegni severi quelli che i versi della Nostra ci propongono: «- La guerra per le intercettazioni / l’incostituzionalità delle parole… / lasciamole a loro» (pag. 58). Ci viene da pensare che la classe cosiddetta dirigente, cioè i politici e tutto il sistema dello Stato, non hanno più alcun dialogo con i giovani, principalmente con le loro esigenze vere: il lavoro, lo studio, la riservatezza della loro esistenza. Riconosco che un critico non può commuoversi di fronte alla bellezza della poesia, non può travalicare la «frontiera del sentimento» (Piero Bigongiari, Il critico come scrittore), deve suscitare l’imparzialità per far sì che la critica sia accettata e con essa il lavoro che sta costruendo. Ebbene quando ti viene incontro un verso stupendo, che agita le acque che alimentano la sostanza della tua memoria, il critico deve dichiarare che i legami con i versi di Baudelaire, Verlaine, sono forti: «(…) - Che cosa stai guardando adesso? / - La data di quando / ho ordinato il tuo libro / e i soldi messi da parte / per quell’esame di gioia / e di zucchero, / l’azzurra avidità che ci sfinisce» (pag. 57). Oh l’azzurro! Irraggiungibile azzurro dei Poeti, dove si sperde il pensiero e il naufragio diviene dolce. «Gioia e zucchero» di un esame che è poi l’esistenza intera. La lezione dei giovani è stupenda. Noi, arroccati nel nostro raggiungimento sociale, siamo distanti dal freddo delle strade, dai tetti delle università, 152 Sull’antologia Quattro giovin/astri università, dai fumi puzzolenti dei lacrimogeni, dalla violenza feroce dei manganelli. Guardiamo?! Non basta! Lo dico con la consapevolezza che i giovani sono migliori di noi in moltissimi campi: «(…) È la riprova che il corpo è nostro / e se siamo in due si passa meglio / dal sogno all’esistenza, dall’esistenza / al sogno, nella notte» (pag. 56). Dice proprio questo Anna Ruotolo: la comunione tra giovani. Non l’odio e la cattiva competizione come tra gli adulti. Sono trascorsi anni, di un secolo di sangue e di guerre, quando la speranza aveva il volto di Martin Luther King con la sua espressione «Io ho un sogno»; quando Jacques Prévert scriveva: «(…) Bandito! Ladro! Briccone! Furfante! / È la muta della gente benpensante / Che dà la caccia a un adolescente /(…) Arriverai mai al continente al continente?/ Qualche uccello sull’isola si vede volare / E tutto intorno all’isola c’è il mare» (Parole, Guanda, 1989). La seconda sezione della raccolta, titolata “a” come avvicino si compone di strofe cariche di una bellezza da spasimo: «(vieni a cena da me) / il fiume si accende dove ha le mani / (…) La tavola è apparecchiata di fuoco / entra, siedi, aprimi il viso / ti trema negli occhi la luce / lungamente, / come una terra che si avvicina / alla sua acqua /non ha fine» (pag. 81). L’enjambement accentua l’armonia dei versi. La similitudine degli occhi ricolmi di una luce senza tempo, avvicinati al concetto dell’ansia che ha la terra di avvicinarsi alla sua acqua, ad un tempo eterno “senza fine”. Acqua che germina la vita neonatale, purezza dello sguardo umano che invita, chi legge, ad aprire “il viso” dove dimora la vera distanza tra sogno e realtà. La poesia è racconto nei versi della Nostra poetessa? Starei attento a definire racconto l’ansia struggente di questo diario dialogo di Moleskine. Per chi sa discendere nel “fuoco” preparato sul tavolo dell’invito c’è più dell’invito: «entra, siedi». C’è l’armonia che ci governa. L’armonia che viene chiamata «leggera gioventù», ma che in verità dovrebbe albergare sempre in mezzo agli esseri umani. Siamo vicini alla fine di questo primo decennio, inquieto, del Nuovo Secolo (nuovo poi quanto?!). Il crollo dell’egemonia economica ha riproposto, saldamente, la necessità dell’ascolto dei più deboli, dei poveri, delle risorse esauribili del pianeta Terra. La nostra poetessa Ruotolo, con la fiamma meridionale nel cuore, ci lascia dei versi lapidari, immutabili, per dichiararci quanto abbiamo detto fin qui: «questa ha l’aria di essere / quell’ultima poesia dell’anno / lanciata dalla finestra / per rompersi sui muri zuppi, / radiosa nel cadere, una cometa / trafitta dal tuo alito di fumo / che si avvicina e s’allontana / (s’allontana, si avvicina ) / e si dirige al cielo» (pag. 85) Il cielo è ancora, per ora, di tutti. Dei poeti e dei poveri. Delle multinazionali e dei politici. Ma di comete ce ne sono poche: quando passano fanno tremare tutti i ricchi. Non i Poeti. Anna Ruotolo Vincenzo D’Alessio, in “farapoesia”, 16.12.2010 (http://farapoesia.blogspot.it/2010/12/su-aavv-quattro-giovinastri-cura-di.html) 153 Da Dei settantaquattro modi di chiamarti Anna Ruotolo Dèi (abbracciare) Terzo. Mani di bandiere nell’aria e nella nebbia L’abbracciabile. Ci sono, credo, anche loro: le materie fatte per essere abbracciate. E pulsano nello spazio semicircolare e finiscono per mettervi radici, perché quella è la dichiarazione della loro natura. Materie minuscole e pulviscolari o materie altissime come un albero, fisso nella terra e slanciato verso il cielo. In un destino preciso del pianeta. Un albero che cresce in giù e in su e basta a se stesso. E pur bastandosi si lascia circondare. […] Ottavo. Il «sì, ti aspetto» e il mondo risvegliato Ventunesimo. Piazza di notte e di tutte le stelle Quattordicesimo. La notte più lunga passata con te giro di rotte e di pianeti Ventiduesimo. Quando arriva mattina, biglia nella mano. Quand’è notte, biglia persa nell’oscurità del letto * Primo. Cielo indiviso, cielo nevicato all’improvviso 154 Ventitreesimo. La tua chiamata dalle radure di silenzio Da Dei settantaquattro modi di chiamarti Anna Ruotolo Modi (una montagna) […] L’uomo, in principio, è una montagna. L’uomo nato è una pianura. L’uomo che ritorna è, ancora, una montagna. Per salire, tu lo sai, diventi ogni ora più leggera. E questa salita è come la discesa. Sali che non c’è spasimo e fiato corto. Sali che non ti si può più vedere. Lasci la tua pianura. Cresci di altipiano in collina. Di collina in cima. E, se alzo gli occhi, mi manca il fiato. 155 Cinquantesimo. Incontro una mattina per caso in una cosa mai così bella prima Cinquantatreesimo. Coperta in una casa d’inverno e, sotto, città cadute e rifatte solo per amore del mattino, della capitale del tuo viso Da Dei settantaquattro modi di chiamarti Anna Ruotolo Dì (disordine) I L’ordine dei giorni. 156 Il disordine dell’inciampo, della parola che pronunci dopo dieci giorni di silenzio e fiato rosso. Il disordine dell’ora legale e lunghissima sera, il disordine della tromba sul tetto, il disordine del matto. Il disordine della tua storia lanciata così, il disordine del tuo corpo di bolla e del tuo cuore forte che se fosse più forte lo direi felice. Il disordine delle mani battute nella notte, il disordine dei fuochi d’artificio, il disordine dello scampato all’onda disastrosa, il disordine del regalo nel giorno anonimo, il disordine del gesto gratuito. Da Dei settantaquattro modi di chiamarti Anna Ruotolo II L’ordine delle stagioni. Il disordine del caldo d’inverno, il disordine del camino acceso a Marzo. Il disordine di tutto il cibo comprato, il disordine del libro lasciato in fretta. Il disordine del tuo racconto nelle mani di qualcuno. Il disordine del vento nel sereno. Il disordine del venditore di frutta sotto la tua finestra. Il disordine mondiale del primo dell’anno che dormi e ti perdi quasi, se non fosse che arriviamo in fila, rotta la lentezza della tua stanza, messi i nostri piedi e le ginocchia sul tuo letto, obbligata a bere una cosa frizzante, obbligata all’ultima fotografia di certezza. L’ordine delle cose. 157 Il disordine e il tumulto del tuo sorriso. Dall’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Anni Ottanta Anna Ruotolo Da Tuttitudine (2009-2011) I singolari sono plurali […] di nuovo dicendo anche per le ultime volte c’è un’ultima volta […] Samuel Beckett Sì, tutto con eccesso: la luce, la vita, il mare! Plurale tutto, plurale luci vite e mari. Pedro Salinas 158 I singolari sono plurali dico casa e ne dico mille perché se guardo fuori da qui tante ce ne sono, pulsano da non finire. Il numero è la convenzione che ci siamo dati prima di farci spazio attorno, di vederci andare. Se parlo al singolare fa meno male il solo, la solitudine che fuma di tetto in tetto, unica unità che ci distingue ombra dalle ombre, acqua dalle acque. E a tutta questa storia sembra venire in più uno straniero che non ti porta in tasca (perché non ne ha nemmeno una - se due non ne può avere -) tu non gli sei neppure famigliare in una stampa, una fotografia così come lo sei per me ma chiama, chiama tutti con centomila nomi esatti si esce, così, infine, dalle dimore e camminiamo in stormi si prova a fare bene tutto e forte, tutto al plurale per una volta tra le altre volte. Dall’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Anni Ottanta Anna Ruotolo Tuttitudine In sogno lanciavamo in cielo la paura, «prendila Tu, Padre degli astri e delle cortine fluorescenti di gas». Così Simone il cieco ballò senza tastare l’universo con le mani e Zita parlò senza capire. Stringere le nostre gabbie toraciche perché tenessero (e, oh sì, tenevano) l’un l’altro, l’uno all’altra, l’una all’altro finché non rischiarava il giorno dopo e la grancassa dell’oceano non ci accompagnava. 159 E la mattina dopo aveva la riserva del dolore di pancia «Tuttitudine…», ha detto il medico curante - il musicista che la notte prima aveva agganciato il fuoco alle dita, la sua culla/pancia a quella di una donna vedova di Solitudine «…primo fiore della felicità». Su Dei settantaquattro modi di chiamarti e sull’antologia La generazione entrante… Questa raccolta, strutturata su testi brevissimi alternati con equilibrio a passaggi in prosa, è improvvisamente attraversata da una poesia lunga, cantata, con un preciso e battente refrain. Si tratta di Dì (disordine), testo che compare nella seconda parte dell’opera quasi a organizzarne il significato, come se ciò che accade nel resto del libro, così sincopato, lampeggiante ed epifanico persino nelle prose, ruotasse intorno ad un brano che si stacca con tanta evidenza dal resto. Diciamo innanzitutto che Anna Ruotolo propone un libro che è un’opera, pensata integralmente come tale, con un’architettura, quindi, e non una semplice raccolta di liriche scritte nel tempo e organizzate a posteriori come capita nella maggioranza dei libri di poesia. Si tratta di un libro in cui il microtesto è già pensato all’interno di un macrotesto, e ciò è confortante, soprattutto se si pensa che siamo in presenza di una giovane autrice. Significa anche che l’ispirazione della singola poesia, tanto più breve e ispirata in questo caso, è concepita fin dall’origine all’interno di una ispirazione più lunga, che è la facoltà di rimanere di fronte all’oggetto per una durata non occasionale: per alcuni mesi, ci informa la nota posta alla fine del libro, anzi, gli ultimi mesi di una vita. Abbiamo qui qualcosa di nuovo: la necessità di cui si è parlato tanto in questi anni, caratteristica ritenuta fondamentale per la parola poetica (più semplicemente un tempo si diceva che il poeta deve scrivere solo quando è ispirato), che aveva come elemento distintivo la durata breve, ora non vale. Anna Ruotolo è rimasta a lungo di fronte alla sua necessità, che, evidentemente, non era quella della parola in sé, ma di un evento. Vediamo in definitiva superata l’autoreferenzialità della poesia, difetto immane della poesia contemporanea, che ne ha minato la possibilità stessa di una sua fruizione. Anna Ruotolo La poesia di Anna Ruotolo ha dunque riformulato la sua necessità: si è trattato, per lei, di stare di fronte ad un fatto, doloroso e infine tragico, e di ricorrere alla parola poetica per interrogarsi sul senso di quel fatto. Si è aperta dunque l’esperienza di una poesia epica, che rimanda il lettore immediatamente a tutto ciò che concerne quell’avvenimento, soprattutto nella scoperta delle evidenze dello spirito, e senza che una siffatta apertura comportasse lo scivolamento verso uno stile prosastico. Lo stile delle poesie di questo libro, anche di quelle in prosa, rimane sempre contratto, limpido ed essenziale, asciuttamente lirico, semmai tendente all’aforisma lirico, cioè a rendere la conoscenza prodotta dall’avvenimento e soprattutto dall’analisi dei passaggi e delle ripercussioni dello (e nello) spirito. Il primo risultato, per tornare al testo lungo Dì (disordine) che s’inserisce ad un certo punto nella raccolta, è appunto un disordine che scompagina gli schemi del nonsenso. È utile ricordare che l’irruzione di questa poesia è anticipata da una citazione di Charles Péguy, nella quale si racconta che ad introdurre il disordine fu Cristo. Le citazioni sono uno dei tanti pregi di questo libro: si presentano calibrate e precise, non sono poste in esergo solo per simpatia con certi autori, per ricordarne l’influsso sulla propria opera; invece contribuiscono a scandire il racconto, ad accompagnarne l’apertura di conoscenza. Il disordine di cui si parla, dunque, è un disordine salutare, che porta ad un nuovo e vero ordine: si tratta del «disordine del gesto gratuito» e di quello «dei fuochi d’artificio» la cui strabiliante bellezza e in effetti frutto di un disordine splendido, di una forza, quasi una violenza da sparo, da cui scaturisce un nuovo ordine di luce e meraviglia. Anna Ruotolo sembra dire che la poesia concorre a rinominare il mondo. È questo un antico compito dei poeti: risemantizzare instancabilmente la realtà attraverso la sua nominazione. La poetessa aggiunge un’accezione personale: «ti ripeterò nei nomi delle cose», rendendo così i nomi abitati dalla presenza cara. Estremamente significativo e, anzi, luminoso il finale di tutto il libro, dove la presenza che è motivo della poesia viene indicata per nome, quel «nome piccolo e bianco». È l’ultima di una serie di intuizioni davvero poetiche, dove avviene quella connessione nucleare tra senso e parola che è sigillo di vera poesia e che nel caso di Anna Ruotolo è ancora più straordinaria perché giocata nell’ambito di minuscole varianti, quasi grammaticali e perfino matematiche, con quel conteggio perentorio dei «modi di chiamarti». Così la terribile biografia, che attraverso la nominazione questo libro racconta, si accende spesso di definizioni raggianti: «Sesto. Madre che comincia / ad accarezzare, senza il tempo/del dovere. Senza il tempo»; «Ottavo. Il ‘sì, ti aspettò / e il mondo risvegliato», in cui rivediamo la bellezza del gesto gratuito, evidenziata tante volte, e la verità che il poeta ci rivela: noi consistiamo in qualcuno che ci attende, che è contento di attenderci. Questo è un libro 160 Su Dei settantaquattro modi di chiamarti e sull’antologia La generazione entrante… Questo è un libro di spirito e di corpo, di fusione degli elementi, perciò un simbolo come l’abbraccio è un altro dei suoi nuclei pregnanti: «L’abbracciabile. Ci sono, credo, anche loro: le materie fatte per essere abbracciate»; «Poi c’è la carezza. E la carezza è un’intera nazione (...). È con una mano che abbraccio. Con una mano abbraccio te. Con una mano abbraccio Dio». La mano, dunque, è tramite di contatto tra corpi e anime: «Trentacinquesimo. Mano / radice di cielo / che si posa e fa azzurro/terreno» punto di snodo ancora una volta basilare nell’indagine approfondita che ne fa l’autrice. Un’indagine che è a tutto campo e non dimentica, nella sua precisione, neppure gli elementi cellulari, come quelli fonetici. Così il suono “ma” si gioca tutta la sua potenzialità di legame nel breve spazio di poche parole, passando da “mare” ad “a-mare” (il trattino è dell’autrice) a “mano”, con sottinteso il “ma” di “madre”, che riecheggia in tutto il libro e che apre ad un intenso e successivo passaggio, quella della ritrovata vicinanza tra uomo e terra, raccontata nella prosa «Modi (una montagna)», ulteriore testo assai riuscito. È dunque un libro in movimento continuo, come se si stesse facendo tra le nostre mani, in cui anche una delle accezioni preferite di Dio è quello di un creatore nell’atto del fare («Quarantaseiesimo»). E qual è l’emergenza più importante di questo fare? La vicinanza, l’esserci, il non permettere l’abbandono dell’essere: «Cinquantunesimo. Visitazione eterna/da sempre. Ora e sempre. / È così, quando ti vengo a trovare. / Sempre, sempre, tra le abbandonate». Anna Ruotolo Gianfranco Lauretano, l’introduzione a Dei settantaquattro modi di chiamarti *** La poesia di Anna Ruotolo lavora rasoterra ma è tesissima. Verso l’esterno e verso l’eterno, inteso come altezza di cieli nostrani, sopportabili per la nostra statura, dotati di condotti, travi portanti fatte dalla coerenza tra i nostri corpi e gli astri. Questi cieli sono pelli di animali tese su architetture scheletriche e trascinate al basso della lingua parlata. La realtà viene disseminata come un inciampo continuo tra parole con le quali, sebbene si rischi l’altezza, non si intende rischiare l’astrazione: Anna Ruotolo ha bisogno di verificare le somiglianze tra le cose celesti e quelle umane [...]. Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone alle poesie di Anna Ruotolo in La generazione entrante. Poeti nati negli anni ottanta 161 Inediti Primariamente Ci manca, come niente, la preistoria - primissimo giorno minerale: e fu sera e fu mattina la prima nascita, la primavera, la primina e il primo mare. La pietra, la coperta, l’oleandro la penna che scappa dalle piene delle dita la paura di ciò che d’acqua non si abbassa e non si vede bene fino giù alla fine. 162 Abbiamo sempre un dopotutto, il doposcuola delle feritoie intagliate nella luce, sì proprio così al contrario. Il dopodomani, ché oggi lei sembra una sposa in bianco e in lacrime non pronta, il dopobarba aperto e montano e il: «dopo, amore, ti dico che t’amo». Inediti Il piano della tua visita I III Era notte, era giorno ti segnavo la via per la piazza sul palmo della mano con il viso aperto, mai provato prima e il dito trattenuto da un’acqua di fico appiccicosa, il fico verde di un qualche giardino. Il piano della tua visita fu segreto - piano infinito una, due, tre tazze sul lavello la notizia silenziosa che qualcosa venisse dall’alto e nel volgere in quel punto tutto il viso qualcuno rimanesse al suo lavoro, la lavandaia alle sue camicie la mamma al suo mestiere fecondo. Bello ora dire com’è andata e cosa e non saperlo articolare: tutto intero sei stato qui sempre perdendoti un po’ negli angoli morendo (senza dolore e dispiacere), brillando. II 163 Dunque, dopo averti spiegato la direzione del vento (eri tu quello ricurvo sul tavolo tornato come da tante migrazioni con le ali un po’ sgualcite la faccia della meraviglia) ti misi davanti un piatto di more. Tu le conoscevi, le mangiavi tutte e a me dicevi di no, per il bene, per l’amore del sorriso che così ancora mi porti. Inediti * «Il potere su una costellazione», pensa alla grandezza con la fronte e con la schiena poggiate a terra. Io ti parlo di un esempio senza spazio e senza tempo, il potere di accendere tutto e ribrillare il potere, poco dopo, del buio e del lutto. Ma io stancherei le stelle «fruttate, figliate forza nelle fibre elettriche», direi. 164 Direi di fare col loro corpo il continuo restare bruciare e risplendere, incandescente vincolo e comando solo per il bene. * Tanto così veniamo in vita nelle possibilità (figurati un cerchio nella mano, così) che ogni stagione mi chiedo se fosse che io esista per qualcuno un’anima che si affaccia quando abito l’aria, se poi quest’anima segreta segna sui mesi ogni momento in cui inspiro ed espiro e vede e capisce le piccole tormente se ho spuntato i capelli se rido o parlo di niente proprio come io faccio con te. Inediti Ab - braccio Com’è penosa, a volte la formula dell’abbracciare e circondare tutto l’abbracciabile di sé e del proprio polmone accostato, * Toccare una tua costa per niente e per nessuno che non sia me ti chiederò nel tempo, una costa è quasi un nulla, un cominciamento - se ci pensi e la mia mano sulla tua terrosa pazienza ha qualcosa come la storia del distaccamento di placenta che accusa un vuoto laggiù. Si sta a letto, si cura il bimbo minutissimo basta stare immobili avere una mano di speranza una mano-nave legata a un fazzoletto di mare purissimo e di sabbia. 165 del primo confine del proprio corpo l’altro corpo e tenerlo a sé, tirarlo come da un altro capo, imbandire una città di benvenuto. Tutto chiude, l’abbraccio «chiuditi attorno», dice «atterra dentro quel che sono» sembra dire ed invitare. Poi, invece, basti pensare al ab-braccio - (dal braccio) e che da lui venga qualcosa di continuo, prolunga, passeggio e quasi eternità lucciola e lanterna per mestiere del dono, faro lungo, faro breve. E allora, forse, si ritorna alla sua casa come una volta che ci manca tanto, così, senza freno e senza progetto all’improvviso come al principio di tutto per dire: sono qui. Di nuovo. La casa dei colombi - 1957 SOLO INEDITI D’amore ideale e vita (a Piergiorgio Welby) di Mauro Barbetti “Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso - morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita - è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche.” (dalla lettera di Piergiorgio Welby al Presidente Napolitano) 166 I Certo conta la lesione il rachide piegato quel disturbo di trasmissione (non quello che ad altri rovina la giornata per banale assenza di segnale) conta la bocca disarticolata ciò che si fa paralisi che si fa trascinare e scollare le piastrelle e lo sfintere che cede quando cede (se cede). Pòrtatelo dietro fido al fianco nello sfiancarsi nell’aggiungersi del peso svuotalo a intervalli quel sacchetto di piscio pendulo tremulo frenulo e loculo già prima della fine. Come accettare d’accettarsi quando il resto resta le barriere le sequele l’occhio clinico d’infermiera quello cinico della gente quasi meglio di pietà quasi meglio di preghiera o come accettare l’accetta Damocle e la sua spada quella che ha già tagliato quella già calata? SOLO INEDITI D’amore ideale e vita (a Piergiorgio Welby) di Mauro Barbetti 167 II Certo conta l’idea il levarsi alto più leggero di un dio inesistente tu che me lo leggi dalle labbra (quelle che ti baciano ancora schiudendosi di bava) tu che me lo leggi nello sguardo nel lieve moto d’unghia ciò che resta ora dell’uomo che io ero del niente che sarò III Ma non ci aiuta il non pensare l’istinto d’animale lo scatto della zampa in tutta l’estensione che solo l’altra sfiora insegue e brama per sempre presi a numero casistica dato di statistica resi semplice tassello consumatori elettori bestie da macello IV Il rarefarsi della carne ce n’è sempre meno stretta attorno all’osso lo sfarsi di una forma-pensiero avvizzita come uva passa o glassa di feste passate lassa come bicipite di vecchio Ulisse e neanche un arco a tendersi colpire solo volontà netta a orientarsi. Sei sempre stata tu il mio Argo la mia saetta SOLO INEDITI D’amore ideale e vita (a Piergiorgio Welby) di Mauro Barbetti 168 V Il passaggio d’inerzia da una fibra all’altra a dirti di giorni del su e giù degli altri dell’attesa dei disordini in piazza di debito pubblico e spesa d’altra stanza e altra scena sempre altra per chi passa da una sequenza all’altra incollato al fondo schiena Ma ho la vita di tutti abbiamo la vita di tutti avremo sempre la responsabilità per la vita di tutti VI Affidarsi al cerotto al bostik allo stucco all’inutile cura del rammendo pensando possibile posporre l’incurvatura che fa il tempo l’intacco all’intonaco lo scacco a fine di partita Il trucco che non dura ogni distacco e dipartita o l’intoppo nel lavabo dopo l’ennesima stura. Tutto un modo provvisorio di esentarsi oggi dal pedaggio dal passaggio ad altra sponda dallo snodo del chiedersi e l’illusorio che un dio risponda VII Non dirmi che altri possono imporre leggi che alla mia carne prescrivono prevedono prenotano il letto d’ospedale il buco alla trachea lo strapparmi a forza al coma l’idea di durare come dura bestia da soma l’oscillare tra il qui e un dove tanto lontano sai tanto agognato SOLO INEDITI D’amore ideale e vita (a Piergiorgio Welby) di Mauro Barbetti 169 VIII Eri e sei a te m’annoda la vena al braccio che ti preme contro a sera lo sfilaccio d'affetto che lieve approda sebbene ancora insieme ai silenzi riservati di paludi stigie Presenza è la morte che vige spesso in un confronto privato ove non può toglierci che un acconto di tempo oltre srotolato a definirsi altrove non il già realizzato ciò che si porta a resoconto IX qual è il tuo nome la tua saggezza la tua misericordia quali sono le immagini in cui immaginarti se non chiodo legno e sofferenza ciò che era d’uomo ciò che da uomo ha discendenza ciò che poteva essere segno terra comune esperienza X Quel piano inclinato a franare che non mani né unghie sottraggono alle leggi del cadere in un sotto che non sappiamo di piuma o di pugnale. Tanto basta a serrarci gli occhi nell’opposizione nel non scrutare dove se andavano tutti quando qui si preparava un funerale SOLO INEDITI D’amore ideale e vita (a Piergiorgio Welby) di Mauro Barbetti 170 XI Dolerti di un istante e non del fatto che passi e cambi di poco il cielo come fosse nulla come forma dietro un velo ma che si leghi ad altri a cambiartele allora rughe e linee di fortuna. È l’addizione che conta in questa legge matematica che non t’insegnano a scuola. E scusami. Se ogni tanto parlo di morte amando la vita. Perché quando sarà non riuscirò più a parlarne che quando sarà riguarderà altri il ricordare il non dire dicendo. XII Acquitrini depositi di melma e zanzare il fastidio dei deposti dei guasti a fondo per troppo piovere o per troppo calore per troppo comunque come quel troppo amare che si svita come un tappo. O come il troppo distacco che ti si è avvitato dentro. XIII Ognuno in sé è dato fisico perfettamente a scadenza. Dell’oggi c’è la data impressa il crono del momento la stessa temperatura esterna e un dromo di cielo in uguale movimento. Ti distingui solo per l’uso che ne fai di piedi mani e testa da chi troverai lungo la percorrenza da cosa indirizzerà il tuo passo dai conci portati dai muri eretti dalle risposte che ti dai per trovare senso al non senso di morire SOLO INEDITI D’amore ideale e vita (a Piergiorgio Welby) di Mauro Barbetti 171 XIV Della stessa morte delle bestie senza nome della stessa sorte che non risparmia i corpi dal di dentro nel decomporsi nello scomporsi nel porsi nudi davanti e di dietro la stessa anomia dentro le labbra e scarna anatomia d'ossa corrose e spolpate da una sorta di lebbra. XV Medico aspetto. E se è meglio quanto sarà meglio e se è peggio quanto sarà peggio? Decido io la verifica l’analisi il metro la pioggia che scenderà dal vetro cosa buttare o conservare il giorno il calendario il sudario lo sfondo chi mi resta accanto mentre vado e dissento chi accompagna il canto a ciò che nego o consento e un flusso di tempo lento di liquido allontanamento che ora m’inacqua e che assecondo SOLO INEDITI Mauro Barbetti È nato nel 1960. Vive ad Osimo (AN) dove insegna inglese nella scuola primaria. Si è avvicinato giovanissimo alla letteratura e i suoi primi approcci con la scrittura risalgono agli anni del liceo; anni in cui, tra l’altro, componeva e suonava in alcune band del capoluogo marchigiano. La sua frequentazione assidua ed attiva dell’arte letteraria è proseguita fino alla soglia dei trent’anni. Socio del Circolo Culturale “Carlo Antognini”, ebbe modo di conoscere personalmente Franco Scataglini - rimanendone chiaramente affascinato - quando questi teneva un laboratorio di poesia presso l’omonima associazione. Per quasi vent’anni, fino al 2008, la vita lo ha portato ad allontanarsi dalla pratica della letteratura. Ha quindi, solo di recente, ripreso a scrivere, a seguire gli incontri del gruppo “Licenze Poetiche” di Macerata e a partecipare, ottenendo risultati davvero lusinghieri, a diversi ed importanti premi letterari nazionali di poesia e narrativa. 172 Suoi lavori sono apparsi sui siti larecherche.it e scripta-volant.org. Ha pubblicato, in ebook, la silloge Primizie ed altro (La Scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2011) e ha in preparazione un nuova raccolta di versi. SOLO INEDITI Da Bagnanti 1 * Non credo che siamo esseri separati, soli. V. Woolf, Le onde di Renata Morresi *** la cronaca ufficiale lo annuncia fino a che decade, resta Bagnanti la bouganvilla rossa intreccia […] la stagione totale * in estinzione ma all'alba risaliti gli ultimi stolidi esemplari sulle sabbie non passi 173 fuori l'anno agosto, preceduto dal lavorio di un secolo di mesi ma strusci di calli nudi graffiati dallo stesso verso come pelli partoriranno tutti anche i vecchi […] * dalle rocce dai picchi sulle acque gli iddii vedrebbero popoli morbidi lentissimi fondersi agli anemoni polipi i tanti piedi avvinghiati agli scogli staccarsi, larve sbocciare in azzurri dagli astri, gli stessi continuamente fossili SOLO INEDITI Da Bagnanti di Renata Morresi […] * […] * un capello dopo l'altro s'illumineranno tutti dell'ora del giorno ofelia, lenta, quasi ferma e tremante immensa, nell'acqua oro-azzurra in piena luce, in piena età in più fredda corrente 174 tutto questo vedremo lo vedremo sempre con respiro regolare col lamento del cetaceo con la bocca che s'inonda poco sotto superficie ed un poco sotto ancora lo sguardo che si colma, torna tremore tutto questo accade insieme tutti insieme tutto in una volta sola mai decisa sempre uguale ripetuta posa ciclica di scheletri silice le metafore specifiche fatte al tempo delle visite. E alle sette: si chiude tornano le tartarughe. […] * ufficio degli scomparsi ampio mar mediterraneo ognuno coi suoi vivi e i suoi morti opachi e momentanei per un attimo evidente il profilo è lo stesso, il tempo fa mezzo cerchio - SOLO INEDITI Da Bagnanti di Renata Morresi 175 Aeroporto Camminando abbastanza sulle mie rotelle esatte entro nell'atrio bianco che precede le partenze grande edificio di bianco e di vetro, esatti i negozi coi ricordi dispiegati fatti ad arte esatta la distanza dello stare in file. Parlo col compagno che accompagna nulla di importante deglutisco per la nausea regolare del risveglio troppo presto, la posa imperitura della donna dietro il banco in una volta perfetta del braccio invita all'ora dell'imbarco alle uscite, la voce nitida la schiena dritta scala di chiesa con cavallo morto. Facciamo fusa intelligenti transluciamo glitterati ai paviglioni i sé passivi palpitando al fantastico design dello sfiorarsi extra-lusso riaggiornato ad ogni passo. Raffinata indipendenza dimostriamo nel vagliare alternative proiettando dimensioni della scelta incoraggiandone la gamma interiormente consapevoli dell'ammazzare il tempo simuliamo tanta fede illimitata nel buon tavor o nei tipici tremila e passa anni di Hapshepsut. Compiamo il saluto preciso girati di fronte lontani in progressione dal punto in cui eravamo, salutando sulla strada della porta girevole si gira una volta per non perdere equilibrio si gira muovendo le labbra in ciao muto saluto con la mano con un segno come chi pulisce il vetro la mente di vetro ulna che oscilla a tempo col piede fa perno gira con la gente è andato. Consoleremo. Gustando il caffè in piedi il tappeto di parole dei presenti la lentezza del processo quando aumenti la varianza la piramide di acquisti fino al premio sai la Claudia al matrimonio con quel gesto io ti dico ho sei monitor giù in studio su Milano su Milano fai diciotto barra venti in maniera spassionata è un approccio di notevole rilievo paesaggistico tu per caso sei già a casa? Pirlo gioca e riguardo il generale quadro clinico servirebbero più voli verso Monaco. Rimango sola insieme agli altri soli o insieme simili per carichi di borse numeri di mani tersi scivoliamo come tuniche tra il giornalaio e il bar tra pannelli bianchi e vetri e copertine libri dai colori giusti le etichette precise di bottiglie che imbottigliano per bene e capelli variabili messe in piega che ondeggiano ai dlin-dlon. Non avere mai più fame col fermino delle nove e andare in bagno dove trovi altra attesa di persone di varia dimensione signore sempre alte bambine sempre bionde vecchine dalla tale e tale storia. Vago odore di ciclo anticipato papilloma interno singolare. Così che tutti insieme SOLO INEDITI Da Bagnanti di Renata Morresi 176 sembra quasi ci spostiamo andando a tempo chierichetti ben disposti pastorelli del presepe pasteggiando un certo numero di paste sorseggiando un certo numero di sorsi disponendoci in file in gruppetti spirali di tre o di sette continue in rispetto dei rapporti. Rumore di passaporti aperti e leggera corrente prodotta dallo sfilare e infilare i cappotti incrociare le gambe cogli inguini struscianti sul nylon delle calze passare rapide le dita scostando labbra piccole da labbra grandi passando mani mediamente esposte di saliva in vaghe simili capigliature di colori caldi o freddi di lunghezze simili corposi vari loop frasali indimostrabili ronzanti simili ore di cuscini modellati simili di unghie di lacrime scese in simili centimetri su guance simili distanze tra gli occhi e la schiena che diminuisce, simili la notte, che rallenta. Nella folla mi pare di vedere il mio amico Stelvio che sbraccia e s'arrabbia la mia amica Alessia coi figli presi in braccio come libri le facce e i tanti occhi degli amici alcuni vigili ed ansiosi ma non sanno a chi parlare, che vorrebbero fumare e fino in fondo altri che raccontano le loro cose loro fatte bene e passano distratti tra i fasci della luce e le ombre di colonne con la luce che li bacia e li riluce e l'ombra che riposa i loro corpi in una amàca di non luce, oh. Quiete. Non sono loro. Dalla sala d'attesa non si vede il volo. Si coglie sul retro l'area presidiata il parcheggio accanto al campo di carrube lo stradino verso gli altri seminati. L'edificio degli arrivi è verso ovest noi partenti voleremo verso il mare sfioreremo ciminiere ed apparati i forni e gli opifici i folli mastodontici gli etruschi incomprensibili. Nulla di questo ha fine nello sguardo. Vegetali affondano in direzioni invisibili gli aerei si gettano oltre i lati percepiti, fumi e catrami in tracce nell'ossigeno sono un poco fuori e dentro appena al nostro rituale. Aspettare. In coda per entrare dondoliamo le prolisse identità a tracolla con il peso sull'una o l'altra gamba siamo ritagli di volumi di un uomo ed una donna le forme del loro intervallo. Avviseranno che spegniamo i cellulari ci spoglieranno controlleranno che portiamo solo carne sotto stoffe o altre guaine e nel bagaglio vietati gli acidi e le armi, i tagliaunghie. SOLO INEDITI Da Bagnanti di Renata Morresi […] 2 * Colleverde quelli che ci composero otterranno spazio lentamente ce li rivedremo ridendo attraverso noi noi nella nostra magnifica sentenza di luce P. Vicinelli, Non sempre ricordano *** Vendesi All'ultimo piano 3 vani 2 bagni soggiorno ampio con angolo cottura panorama sulla valle momentanea sospensione degli allacci possibile ricavare altra stanza-studio poco rumore dagli appartamenti - ma no non m'oriento troppo vuoto troppo nord un vento che il muro non sa confinare. […] * Via dei Velini 177 Da finestra in cucina una rivendita d'automobili con un prefabbricato di lamiera che sorveglia sulla vista rinculando fino in bagno cieco stanze ripetute a caso ripostigli d'altre case gli agenti dicono «non badare ai letti» letti ovunque sotto le reti il pudore degli infradito appaiati. * Zona San Francesco La signora Perugini col sorriso nella porta apre mescolando il gesto al corridoio come quando allunga il tavolo da pranzo ai quattro figli ritratti in cornici blu e gialle e mattone congiungendo il braccio e la stanza in fondo come una costellazione o un lenzuolo ricucito come un palazzo disteso. SOLO INEDITI Da Bagnanti di Renata Morresi […] Trenitalia * Franco * Sono cinque anni che abito qui è da cinque anni che mi telefonano: c'è Franchino vorrei parlare con Franco ma Franco non le ha detto dove posso rintracciarlo mi aiuti a trovare Franchi che l'avranno trasferito? - come faccio a saperlo? come hanno fatto a perdersi? chi sono? dove son stati cinque anni? […] * Lontano parente 178 […] Questa volta aveva un accento e non era solo l'accento della lingua spagnola cercava Franco come cercando dio senza rimedio con la voce che trema come fosse la prima oltre oceano a cercare un accento uguale di storia una voce che sbriciola come certi fossili d'un tratto raggiunti dall'aria. «buon inizio di una vita nuova, ci vuole» «all'età tua, non la mia questo doveva avvenire anni fa» ascolta e si alza a guardarli i due personaggi del mondo alla prima di questo discorso (si muovono a milleseicento chilometri all'ora in tondo, se escludi la Via lattea, le placche e tutto quel che muove) si siede, trasogna sta sempre iniziando sempre ne è ladra o dormiente «acqua, aranciata, caffè» ognuno ti tocca del tutto nella propria mancanza ognuno da un’unica polla SOLO INEDITI Da Bagnanti di Renata Morresi di aria ti invita nella sua stella nana «può aiutarmi con la valigia?» la giornata del suono nel treno giunge come un codice sumero, un sonar ingenuo dalla placenta al lato della giornata, osservandoci come piante oscillando tra brame da ex-borghesi e il sublime di un passantesoffione «hai visto che gambe?» «dove andrà? dove sarà stata?» la preistoria della giornata l'eco nella conca fatta da ragazzi, uno per uno gli operai nella cisterna «era un lavoro, lavoro a cottimo una giornata per ognuno» 179 la giornata che non si è andati a scuola, la giornata non finita, che pensa ancora d'altalena la giornata passata sul fiume umbro Menotre una vita di naenide trascorsa a indagarne la pronuncia il suo atlante-ombra SOLO INEDITI Renata Morresi È nata nel 1972. Insegna presso le Università di Macerata e Padova, traduce e fa ricerca, si occupa di critica culturale e poesia. Ha scritto vari saggi e traduzioni nell’ambito della letteratura anglo-americana e nel 2007 ha pubblicato la sua prima monografia critica, sulla poetessa e attivista inglese Nancy Cunard. Sue poesie sono incluse in varie antologie e riviste, cartacee e on-line, tra cui ricordiamo Calpestare l’oblio, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini (La Gru, Ascoli Piceno, 2010); Registro di poesia #2, a cura di Gabriele Frasca (d’if, Napoli, 2009); L’opera continua, a cura di Giampaolo Vincenzi (Giulio Perrone Editore, Roma, 2005); Nodo sottile 4, a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti (Crocetti, Milano, 2004). È redattrice dei blog letterari “La poesia e lo spirito”, “Absoluteville” e “Punto critico”. Dal 2001 collabora alla realizzazione della rassegna di poesia “Licenze Poetiche”, insieme all’omonima associazione culturale. 180 Cuore comune (peQuod, Ancona, 2010) è la sua opera prima in versi, mentre Bagnanti, silloge di poesie dalla quale è tratta la selezione di testi qui presentata, è di prossima pubblicazione presso Giulio Perrone Editore. Vive a Macerata con suo figlio. Collage Giuseppe Ungaretti Casa mia Sorpresa dopo tanto d'un amore Credevo di averlo sparpagliato per il mondo Soldati M'illumino d'immenso con un breve moto di sguardi Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie Il porto sepolto Mariano il 29 giugno 1916. 181 Vi arriva il poeta E poi torna alla luce con i suoi canti E li disperde Di questa poesia Mi resta Quel nulla Di inesauribile segreto. ARCIPELAGO itaca prima apparizione. Giovanni Commare su Gianfranco Ciabatti, Adriàn Bravi, Maria Lenti, Nicola Romano e Norma Stramucci. Collage Dino Campana. Riproduzioni di opere di Giorgio Bertelli e Lorenza Alba. ARCIPELAGO itaca seconda apparizione. Danilo Mandolini su Attilio Zanichelli, Lucetta Frisa, Ivano Mugnaini, Adelelmo Ruggieri e Luigi Socci. Collage Guido Gozzano. Riproduzioni di immagini di Michele Rogani e di un’opera di Pietro Spica. ARCIPELAGO itaca terza apparizione. Contributi da interventi di Maria Lenti e Gianfranco Lauretano su Tolmino Baldassari, Danilo Mandolini su Renata Morresi, Maria Grazia Calandrone, Mauro Ferrari, Daniele Garbuglia e Massimo Morasso. Inediti di Enzo Filosa. Collage Vladimir Majakovskij. Riproduzioni di opere di Silvana Russo e Lucia Marcucci. ARCIPELAGO itaca quarta apparizione. Un ricordo di Leonardo Mancino (con un testo inedito di Biagio Balistreri), Danilo Mandolini su Anna Elisa De Gregorio, Gianni Caccia, Massimo Gezzi, Franca Mancinelli, Liliana Ugolini. Inediti di Marina Pizzi. Collage Charles Baudelaire. Riproduzioni di opere di Enzo Esposito, Giovanna Ugolini, Cosimo Budetta, Alfredo Malferrari e Giordano Perelli. ARCIPELAGO itaca quinta apparizione. Un ricordo di Alfonso Gatto (con un saggio di Laura Pesola), Rossella Maiore Tamponi (con note di Francesco Scaramozzino e Giorgio Linguaglossa), Linnio Accorroni (con note di Danilo Mandolini e Adelelmo Ruggieri), Manuel Cohen (con una nota di Danilo Mandolini), Enrico De Lea, Evelina De Signoribus, Stelvio Di Spigno ed Eva Taylor. Collage Cesare Pavese. Riproduzioni di immagini di Sauro Marini e di un’opera di Adriano Spatola. ARCIPELAGO itaca sesta apparizione. Un brano dal discorso di Eugenio Montale pronunciato in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura del 1975, un ricordo di Ferruccio Benzoni (con un articolo di Francesco Magnani, un’intervista all’autore a cura di Gabriele Zani e una poesia di Francesco Scarabicchi), Cristina Babino (con una nota di Danilo Mandolini), Francesco Accattoli, Guglielmo Peralta e Lucilio Santoni. Inediti di Narda Fattori. Collage Arthur Rimbaud. Riproduzioni di opere di Agostino Perrini e di Emilio Tadini. Commento all’opera di Agostino Perrini a cura di Marco Frusca. ARCIPELAGO itaca settima apparizione. Un ricordo di Giovanni Giudici (con brani da una nota commemorativa di Goffredo Fofi), Alessandro Moscè (con una nota di Danilo Mandolini), Marco Ercolani, Fabio Franzin, Mariangela Guàtteri e Annalisa Teodorani. Inedito di Giovanni Commare. Collage William Butler Yeats. Riproduzioni di immagini di Mario Giacomelli. ARCIPELAGO itaca ottava apparizione. Un ricordo di Claudia Ruggeri (con un saggio di Stelvio Di Spigno), Alessandra Cava e Natalia Paci (con note di Danilo Mandolini), Patrizia Cavalli, Gian Maria Annovi, Luca Ariano e Anna Ruotolo. Inediti di Mauro Barbetti e Renata Morresi. Collage Giuseppe Ungaretti. Riproduzioni di opere di Luigi Bartolini. Per effettuare il download delle ultime apparizioni di ARCIPELAGO itaca: www.arcipelagoitaca.it/download. Per ricevere, a ½ e-mail, tutte le apparizioni di ARCIPELAGO itaca, inoltrare relativa richiesta a [email protected]. Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga fertile in avventure e in esperienze. Costantino Kavafis, Itaca La piccola immagine in basso a destra nella seconda di copertina e in alto a sinistra nella terza di copertina raffigura la sagoma dell’isola di Itaca. Ungaretti Bartolini Morresi Barbetti Ruggeri Mandolini Di Spigno Cava Cavalli Paci Ruotolo Annovi Ariano ARCIPELAGO itaca: Danilo Mandolini - Via Mons. D. Brizi, 4 - 60027 Osimo (AN). www.arcipelagoitaca.it [email protected]