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Diapositiva 1
ARCIPELAGO itaca
letterature, visioni ed altri percorsi
ideatore e curatore: Danilo Mandolini
Inserire disegno di Luigi Bartolini
[…]
Ma ei non brama che veder dai tetti
sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
e poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
Omero, Odissea - Libro I
AVVERTENZA.
ARCIPELAGO itaca è un’iniziativa realizzata senza fini di lucro, resa disponibile nel solo formato digitale e distribuita gratuitamente, via e-mail e tramite
internet (www.arcipelagoitaca.it), a circa 800 tra associazioni ed operatori culturali, riviste di letteratura e non, critici, scrittori ed estimatori.
ARCIPELAGO itaca non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto non ha periodicità e non può pertanto essere ritenuta un prodotto
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sempre e in ogni caso citati gli autori e/o le fonti di reperimento).
ARCIPELAGO itaca è un marchio registrato.
Le riproduzioni di dieci acqueforti di
Luigi Bartolini
commentano questa ottava apparizione di ARCIPELAGO itaca.
In copertina: I trogloditi di Luigi Bartolini - 1949
L’ordine di presentazione degli autori di VOCI - eccezion fatta per le rubriche OPERA PRIMA e RILETTURE,
che sono in apertura, e SOLO INEDITI, che è in chiusura - è alfabetico.
Echi
Un ricordo di Claudia Ruggeri
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
di Stelvio Di Spigno
Testi da Inferno minore
Voci
Echi
1 - 34
OPERA PRIMA
Un ricordo di Claudia Ruggeri
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
di Stelvio Di Spigno
Testi da Inferno minore
Voci
OPERA PRIMA
rsvp di Alessandra Cava
Pronta in bilico di Natalia Paci
Con note di Danilo Mandolini
35 - 44
45 - 55
rsvp di Alessandra Cava
Pronta in bilico di Natalia Paci
Con note di Danilo Mandolini
RILETTURE - Patrizia Cavalli
56 - 62
63 - 93
94 - 130
131 - 165
RILETTURE - Patrizia Cavalli
Gian Maria Annovi
Luca Ariano
Anna Ruotolo
SOLO INEDITI
D’amore ideale e vita di Mauro Barbetti
Da Bagnanti di Renata Morresi
Collage Giuseppe Ungaretti
Gian Maria Annovi
Luca Ariano
Anna Ruotolo
SOLO INEDITI
166 - 172
173 - 180
181
D’amore ideale e vita di Mauro Barbetti
Da Bagnanti di Renata Morresi
Collage Giuseppe Ungaretti
Ottava apparizione
Luigi Bartolini
Luigi Bartolini (Cupramontana, 8 febbraio 1892 - Roma, 16 maggio 1963) è considerato, insieme a Giorgio Morandi e Giuseppe Viviani, tra i maggiori incisori italiani
del Novecento. Formatosi all‘Accademia di Roma, le sue prime acqueforti risalgono al 1914. Il suo stile si riallaccia alla tradizione naturalista italiana dell'Ottocento
guardando, al contempo, alle stampe di Rembrandt, Goya, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e degli incisori del Settecento italiano. Partecipò, su invito, sia come
incisore che come pittore, a quasi tutte le edizioni della Biennale di Venezia dal 1928 al 1962, ricevendo il premio per l'incisione nel 1942. Sempre per l'incisione fu
premiato anche a Firenze, nel 1932, con Morandi e Umberto Boccioni (alla memoria), alla Quadriennale di Roma, nel 1935, e a Lugano, nel 1950.
Nel 1933 venne arrestato per motivi politici ad Osimo, dove risiedeva da qualche anno, dal regime fascista col quale pure aveva ampiamente collaborato. Dopo un
mese di carcere ad Ancona venne confinato prima a Montefusco e poi a Merano dove rimarrà fino al 1938. Si trattò, secondo il suo biografo Luciano Troisio, di un
«processo e di un confino farsa» perché «l'antifascismo di Bartolini è perlomeno strano, dato che i veri antifascisti erano in carcere, ridotti all'impotenza, al silenzio,
e comunque derisi, e non avevano certo, come Bartolini, intere pagine delle riviste fasciste a loro disposizione, tutta la loro opera diffusa, le incisioni riprodotte, le
poesie pubblicate, le opere narrative recensite dagli organi del partito e pubblicizzate…» (Troisio, L'amoroso detective).
Nel biennio 1949/1950 realizzò, insieme ad un autoritratto e per l’importante collezione Verzocchi di Forlì, Le mietitrici, oggi alla Pinacoteca civica di quella città.
Fu presente a tutte le più importanti manifestazioni artistiche del suo tempo, sviluppando diverse “maniere” definite da lui stesso: "maniera bionda", "nera" e
"lineare”. Utilizzando queste stesse “maniere” realizzò numerose acqueforti con paesaggi delle Marche e della Sicilia e le serie: Gli insetti, Le farfalle, Gli uccelli e
Scene di caccia. Notevole anche la sua attività di scrittore, poeta, critico d'arte e polemista, con oltre 70 libri pubblicati con le maggiore case editrici. Fu
collaboratore delle principali riviste e testate giornalistiche italiane del suo tempo.
Nel 1946 pubblicò, per l'editore Polin di Roma, il romanzo Ladri di biciclette dal quale Cesare Zavattini trasse spunto per la sceneggiatura dell‘omonimo film di
Vittorio De Sica. Nel 1965 gli viene dedicata una retrospettiva nell'ambito della IX Quadriennale di Roma.
Luigi Bartolini
La scuola media - 1924
echi
Tre ragazze zingare al bagno - 1937
Raccoglitrici d’olive - 1933
Claudia Ruggeri
Per lungo tempo dimenticata, praticamente mai “sbocciata al grande pubblico” a causa della sua prematura scomparsa,
consumata dalla malattia psichica che la portò al suicidio (si gettò dal balcone di casa nell’ottobre del 1996).
Si deve a Mario Desiati, narratore e poeta, pugliese anche lui, la riscoperta dell’opera di Claudia Ruggeri allorché, nella fine
d’anno del 2004, “Nuovi argomenti” le dedicò un ampio spazio del numero 28 della sua 5a serie.
Quella dell’artista salentina è una voce ancora autentica ed inedita della poesia contemporanea. Lo era già negli anni in cui
visse tanto che si parlò di lei, allora giovanissima, come di una sicura promessa della letteratura italiana. La sua pronuncia è
alta ed ardua al tempo stesso. Nel suo versificare si ravvisano i più disparati echi: Dante, la taroccologia, una certa mistica
antica, la scuola di Federico II, la tradizione trobadorica e tanto altro ancora. A ragione Desiati si riferisce alla sua cifra stilistica
e a lei in termini di «barocco non decadente» e di «mito giustificato».
Si propone, a seguire, una nota bio-bibliografica di dettaglio dell’autrice, un saggio davvero esaustivo e puntuale di
Stelvio Di Spigno intitolato La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta, un’ampia selezione di testi curata da Danilo
Mandolini e tratta dall’unica opera edita della scrittrice (Inferno minore) e, in chiusura, un breve carteggio intercorso, nel
1990, tra la poetessa e Franco Fortini.
Claudia Ruggeri
Claudia Ruggeri
1
Nacque a Napoli il 30 agosto del 1967 da madre napoletana e da padre leccese.
Nel 1968 si trasferì, con la famiglia, a Lecce dove visse fino alla fine dei suoi giorni.
Claudia Ruggeri
Frequentò il Liceo Scientifico approfondendo, contemporaneamente, l’esercizio
Inferno minore
della lingua inglese. In seguito si iscrisse alla facoltà di Lettere moderne e a quella
di Teologia. Nonostante avesse sempre ottenuto risultati brillanti nello studio,
non riuscì mai a laurearsi. Questo: a causa dei problemi psichici che nel tempo
l’aggredirono, fino ad annientarla. Grande lettrice, la sua formazione risultò
ampiamente arricchita anche dai numerosi viaggi effettuati sin dall’infanzia.
Particolarmente significativi per lei furono il lungo ed avvincente periplo della
Turchia che la pose in contatto con il fascino di antiche civiltà nostre antenate. In
seguito partecipò, prima della caduta del muro di Berlino, ad un “tour” dei paesi
dell’est europeo (Polonia, Ungheria, Russia) durante il quale poté constatare, de
ne alcune
realtà
contemporanee
allora
sconosciute
alla maggior
parte
visu, alcune realtà contemporanee
allora
pressoché
sconosciute
allapressoché
maggior parte
degli occidentali.
Un’altra
degli occidentali.
Un’altra
significativa
esperienza significativa fu rappresentata
da un
viaggioesperienza
in India e nello
Sri Lanka.fu rappresentata da culturale
salentino.
Dall’età di circa 18 anni partecipò
al “Laboratorio di poesia”, creato nel 1985 dal Prof. Arrigo Colombo e dallo
stesso diretto. Questi - docente presso l’Università di Lecce, filosofo, scrittore e poeta - riuscì, con la
collaborazione di
di un
unaltro
altrointellettuale
intellettuale, il Prof. Walter Vergallo, a dare un forte
impulso al fermento culturale salentino. Nacque la rivista “L’incantiere” e prese il
via il festival “Salentopoesia”. Si trattava dei primi reading pugliesi dove i migliori
autori italiani si cimentavano, per intere serate, nella lettura di poesie. Vi
partecipò anche Claudia incantando la platea per il fascino delle sue
performance.
Nel “Laboratorio di poesia” convergevano i maggiori poeti salentini. Claudia era
tra questi: forte e fortemente creativa nel discorso lirico, straordinaria ed
incomparabile nella recitazione, personalissima sempre. Con la sua poetica ardua
e singolare, Claudia si impose per la vitalità espressiva e per l’uso quasi
spregiudicato della lingua, tanto che Franco Fortini, pur riconoscendo in lei le
“stimmate” dell’artista, le rimproverò la foga letteraria in termini di “impunità”
Claudia Ruggeri
2
della parola. Fu in quegli anni che fece conoscenza, e sovente strinse relazioni di
amicizia, con numerosi personaggi del mondo letterario ed artistico; dal già citato
Franco Fortini (a cui fu legata da un insolito vincolo di stima ed affetto), a Dario
Bellezza; e poi: Adolfo Oxilia, Giampiero Neri, Enzo Di Mauro, Antonio Verri,
Bruno Brancher, Michelangelo Zizzi, M. Luisa Spaziani ed altri.
La sua morte fisica sembrò segnare la sua “cancellazione” dalla mente e dal cuore
di quei tanti che le si erano proclamati amici ed estimatori. Tranne un numero
della rivista “L’incantiere” interamente dedicato ai suoi testi e a saggi critici sulla
sua poetica, pubblicato dopo la sua morte e in concomitanza di una serata
commemorativa organizzata presso l’Università di Lecce, più nulla accadde.
Otto anni dopo la sua scomparsa lo scrittore Mario Desiati le dedicò, nel n° 28
(ottobre-dicembre 2004) di “Nuovi argomenti”, un’ampia sezione della rivista
pubblicando
pubblicando
pubblicando una significativa
selezione di
versi, testimonianze e ritratti fotografici.
Fu lo stesso Desiati che in seguito, nel 2006, per conto della casa editrice peQuod, curò anche la stampa del
volume Inferno minore che contiene, altresì, Le pagine del travaso ed un cospicuo numero di altri
componimenti.
Nel 2007, "Terra d'ulivi" di Lecce edita Oppure mi sarei fatta altissima: saggio sulla
poetica di Claudia Ruggeri a cura di Alessandro Canzian.
Nel dicembre dello stesso anno viene bandito, dall’omonima Associazione
culturale, il Premio letterario Claudia Ruggeri destinato ai giovani autori.
È del 2010, infine, l’uscita, per l’editore Lietocolle, del volume La sposa barocca Sette saggi su Claudia Ruggeri.
È morta suicida, a Lecce, nell’ottobre del 1996.
Buona parte dei manoscritti della poetessa si trova oggi a Firenze, presso il
Gabinetto G.P. Vieusseux.
www.claudiaruggeri.it
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
Di Stelvio Di Spigno
1. Adolescenza di un fenomeno.
Trovarsi davanti al volume Inferno minore di Claudia Ruggeri [1], vuol dire, nello specifico, affrontare una sorta di
Moloch gigantesco, inafferrabile, dotato di poteri quasi sovrannaturali e per questo ancora più terribile e sconvolgente:
e lo specifico di cui parlo è un tentativo di lettura critica, ancorché provvisorio e superficiale, e di quando in quando
fuorviato dall’enorme massa di informazioni che occorrono per tentare di creare una mappa delle funzioni letterarie e
psichiche di questa scrittura. Il libro riassuntivo che raccoglie le sue poesie giovanili insieme all’unica raccolta compiuta
dell’autrice, introdotto da un commosso e lucido intervento di Mario Desiati, è una sorta di monumento all’oscurità e
alla grandezza di una scrittura che ha rischiato, nell’arco di circa dieci anni, di finire nell’oblio, se non fosse stato lo
stesso Desiati a riproporla con forza all’attenzione nazionale nel 2006 con una sezione monografica apparsa sul numero
28 di “Nuovi argomenti”. Della Ruggeri si sa poco. La sua breve vita non consente, per fortuna, facili e oziosi
collegamenti tra la sua produzione letteraria e momenti più o meno significativi della sua esistenza, terminata
tragicamente a 29 anni nel 1996. Ma non è detto che questo sia un male. Possiamo affermare che senza la melensa
aneddotica e i tentativi di ricomposizione biografica che si sviluppano incontrollatamente in questi casi, la sola
attenzione sui testi non possa che giovare alla causa.
Claudia Ruggeri, in quest’ottica precisa, è la sua scrittura, la sua pronuncia abnorme, la sua casualità e caducità
letteraria e forse un mistero che tale rimarrà. Tocca a noi introdurci in questo budello dalle fattezze preistoriche,
cercando di uscire vivi dalla matassa di mostri che l’autrice crea appositamente per i suoi coraggiosi lettori. Non è
difficile fornire, e al limite inventare, definizioni sulla poetica della Ruggeri. Si tratta di una scrittura così peculiare e
caratterizzata, tutta sbilanciata verso l’infrazione e l’esagitazione strutturale, che le etichette coniate fino a oggi non
risultano peregrine. Si può agevolmente parlare di una scrittura barocca, irritabile fino al parossismo, espressionista e
insieme ermetica e trobadorica, se a quest’ultimo termine forniamo l’accezione più comune di trobar clus, di un
poetare consapevolmente oscuro. Si può aggiungere che, già nelle poesie giovanili raccolte in volume, si riscontra
quella capacità di creazione di mitologie personalizzate, di auto-miti e auto-simboli, simboli, che saranno
costantemente riprodotti in Inferno minore (l’unica opera compiuta dell’autrice) contribuendo a formarne la cifra
essenziale. Alla Ruggeri non occorrevano i miti comunemente in uso nelle fragili produzioni mitopoietiche: le servivano
piuttosto degli archetipi, delle arcaiche formalizzazioni mitologiche sulle quali formare la propria griglia di titani e
oggetti numinosi in perenne e folle movimento. Come pure non si può tralasciare quella padronanza totale della
sintassi poetica, talmente radicata e padroneggiata da poterla riportare a una furia naturale, a una forza della natura
calata nella testualità.
Claudia
Ruggeri
[1] C.
Ruggeri, Inferno
minore, introduz. di
M. Desiati, peQuod,
Ancona 2006.
3
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
Scrittura, quindi, barocca, inestricabile per oscurità, espressionista fino al più macerante dato biologico, ermetica,
simbolica, a-sintattica, a-semantica e quant’altro. Tutti conseguimenti critici che devono però scontrarsi con una
pronuncia talmente estesa e spettacolare da fondere audacemente questi elementi in una sintesi suprema. Ma se
accettiamo la rappresentazione di un riflusso finale di tutto l’universo della Ruggeri come fatto e non come circostanza,
dobbiamo a maggior ragione cercare un movente, il principio o il cardine di questa energia poeticamente vulcanica, che
ne determini, almeno approssimativamente, un fine e un movimento primario. Abbiamo detto che Claudia Ruggeri è la
sua scrittura. Il senso di questa affermazione è che essa svuota di significato la persona fisica di Claudia, la sua storia
personale, le sue affezioni extraletterarie per riproporle, deformate e irriducibili a qualsiasi riferimento preciso, nel
campo magnetico degli automatismi della sua pagina. In questo caso, la scrittura assume una disposizione ludica,
performativa, che bilancia l’enorme peso e l’enorme responsabilità che le spalle della poetessa adolescente dovevano
sopportare sin dalle prime prove significative:
Alla cute del Sole
che per te bordeggia
per il vento
che sboccia il paese
nella luce
rinvigoriscono i piedi
pestando la terra,
quando gli ultimi favori
di pioggia
rischiano
la morbida azione
del tuo collo
inferociscono i piedi
battendo il suolo duro
allora sfreccia
tra gli alberi le stelle
la vita
per andare a gocciare
attratta
negli occhi dell’ultimo nato [2]
Claudia
Ruggeri
[2] Ivi, p. 48.
4
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
Questo testo, scritto tra i quindici e i ventidue anni, potrebbe rappresentare la prima tappa immaginaria del percorso
della Ruggeri. In esso si possono sentire, quasi fisicamente, i rumori, la durezza della terra, l’incipiente urgenza del
corpo a darsi come fattore disturbante. Eppure, questo testo già ipnotico e internamente necessitato, sembrerebbe
appartenere a uno dei tanti epigoni ermetici (parlo qui dell’Ermetismo storico) che hanno imperversato, soprattutto al
Sud, ben oltre la fine dell’originario movimento fiorentino. Non mancano, nella prima produzione dell’autrice, altri
esempi di questa tipologia. Ma essi non sono altro che la prima fase di una totale scomposizione dei valori omologanti
del testo poetico tradizionale, a favore di una sorta di scrittura rabdomantica che ingloba,
linguisticamente, praticamente di tutto. Accanto al testo riportato sopra, sempre nell’arco di tempo che va dai quindici
ai ventidue anni dell’autrice, ecco una prima sedimentazione testuale che rasenta i limiti dell’informale, già pregna di
tutta la convivenza linguistica di cui parleremo più diffusamente quando sarà il momento, il momento di Inferno
minore:
l’elemento innerva corpo dato
errore di tempo probabile di caso
percepito ipotesi) qualche stella
scoppia in silenzio la chiamano
Una volta quando si dice una volta
e lo si dice adesso - oggi persino
esiste un bosco acuto a nozze attinto
al volo persino ha dato il suolo
al passo che si spolpa al sole
spopolato verde fino alla soglia
l’ipotesi d’immagina che
collassa
spaurita
dentro il cuore [3]
La propensione a centrifugare elementi stilistici diversi è già in atto: nasce con l’autrice e si perfezionerà sempre di più
man mano che non solo la sintassi, ma anche le più minuscole ipotesi di senso compiuto scompariranno, lasciando ai
testi la loro sola esistenza fàtica. Tuttavia, proprio per la “medianità” di questo testo, possiamo cogliere alcuni aspetti
che sembrano già attuativi del prosciugamento sintattico e semantico delle poesie successive: la non ravvisabilità del
Claudia
Ruggeri
[3] Ivi, p. 27.
5
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
reale, ridotto a un «elemento» che si coagula in un «corpo dato», una sorta di “corposità” del nulla; le prime
prospettive di intervento del «caso», che si svilupperanno in chiave mitica; l’incertezza esistenziale dell’«errore» e
dell’«ipotesi»; l’iperletterarietà del settimo verso, posto ad arte nel diluvio di referenti naturali che gli si oppongono,
configurando così un delizioso alterco arte-natura: «esiste un bosco acuto a nozze attinto»; la presentificazione della
scrittura come elemento a sé stante, tutto confitto in una ripetizione («Una volta… una volta») che preannuncia le
infinite propensioni della sua lingua verso esiti nichilistici: «Una volta quando si dice una volta / e lo si dice adesso»; e
infine lo splendido, pilotato deflusso di tutto l’accumulo verbale verso il giocoso sentimentalismo degli ultimi due versi,
indice di una magistrale padronanza dei vari registri emotivi e della dinamica del verso libero.
Sebbene questo sia solo un assaggio, l’essenza stessa della scrittura della Ruggeri è già ravvisabile, seppure in nuce: una
scrittura che dovrà lacanianamente compensare il vuoto (che la poetessa avverte come universale), planando sui
territori della psicosi (sentita come un destino ineluttabile), ma che al contempo dovrà, come scrittura, proiettare
l’assenza assoluta dell’io, organizzare un discorso in absentia di se stessi e dei dati di realtà, con tutta la corona di
traumi e terrori che questo comporta. Ecco che l’io, da base sicura dalla quale partire, diventa un io, quello della
Ruggeri, che esiste solo dentro il discorso e non altrove, e quindi mai, se non in un conato creativo e ancestrale che è,
per lei, ferita e medicamento, vetta e caduta. Eppure, è proprio in questo che risiede la grandezza di questa poetessa: la
sua espressività proteiforme parte da una mancanza, da un’assenza a priori di tutto, da un gesto poetico invalidante
che deve fare da contrappasso: già esente dall’invadenza della personalità empirica e individuata, l’autrice può
presentarsi al mondo come una dilaniante medium, una fessura nella roccia di grandezza indefinibile che soffre per il
suo svuotamento psichico, ma che produce una poesia che è puro suono. Ma prima di arrivare a questo segno, vi sono
da demolire alcuni materiali inerenti al sogno di un’intenzione razionale che determina l’accadere delle cose.
Il primo stadio di questo movimento è la sospensione, grazie alla quale può forgiarsi costantemente la scrittura.
In Trilogia e sospensione blu [4], appartenente a un’altra “epoca” della vita dell’autrice, i poeti demitizzati e dimenticati
dal favore del destino si fanno avanti, anzi «escono dalle tane», solo dopo che una distrazione fatale, la distrazione di
Dio nei confronti degli umani, diventa una malvagia e selvatica contraddizione verbale. Il secondo gradino di questa
discesa agli Inferi è la morte: tra le poesie scritte dalla Ruggeri tra i ventitre e ventinove anni (quindi coeve alla
formazione di Inferno minore), ve ne sono due che metaforizzano l’assenza come visione terminale della vicenda
umana e artistica del singolo [5]. Vorrei sottolineare che esse metaforizzano perché, piuttosto che essere degli epicedi
“in morte di”, sono piuttosto dei fenotipi di un abbandono che compie un cerchio magico attorno a se stesso, per non
farsi penetrare dalla privatezza delle occasioni dalle quali scaturiscono. La scrittura e la morte, in queste pagine, non
hanno nessun nesso di natura causale. La morte è un evento costituzionale, e la sua presenza accanto al mondo
perimetrale dell’arte non fa che confermare che ogni motivazione esistenziale non è né trasmissibile né verificabile, ma
Claudia
Ruggeri
[4] Ivi, p. 69.
[5] Mi riferisco a Per
la morte di
Stefano e In morte di
Marcello
(giaculatoria), in C.
Ruggeri, cit.,
rispettivamente pp.
65-6 e 78-9.
6
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
trae legittimazione solo dal fatto che l’espressione poetica non può essere repressa dal lutto. Raggiunta questa
formulazione di inumana empietà, la scrittura può finalmente fluire senza più ostacoli. Nel suo più assoluto artificio,
essa può costituirsi in forme dirette e orientate oppure crescere su se stessa come un infinita concrezione verbale.
La Ruggeri può anche permettersi il lusso, consentito solo ai grandi scrittori, di scrivere della e sulla scrittura, di ridurre
il contenuto a un ridicolo simulacro del passato, di affermare che ogni possibile senso da attribuire al testo è solo il
testo stesso, che si libera definitivamente dalla balzana ipotesi di un’idea che sorregga il discorso. Ed è, in gran parte, la
fonicità rituale e incantata del Salento a guidarla in questo processo: le «frasi di contadini» in un foro immaginario, le
«preci di donne nere e gonfie», il «lamento» di qualcuno «mentre sgozzava agnelli», una «strana melodia», una
«musica benefica», «un lento accordo di pietra / e di divino» che la giovane Claudia ha assorbito, insieme a tutti gli altri
brani fonografati dalla sua imponente memoria, per dedicarli all’amico morto, a un amante derelitto o a una qualche
entità non personificabile. È la terza tappa di questa marcia verso la libertà spirituale che occorre per ideare Inferno
minore: sembra una fuga in avanti, invece è un ritorno alle origini della lallazione poetica, al caos combinatorio di
lettere e lemmi infuocati e divoranti. Ora davvero vexilla regis prodeunt inferni:
Claudia
Ruggeri
Canzone alla luna
Fuor dalla terra del ratto
del riccio, esco dall’interesse
pianura. tengo lo sguardo contro l’arsura
contro l’avverso colle verso il Paziente margine
ministro verso l’anziana Pianta
del verso Avvenire con quella mente
chiara del mio più Chiaro autore.
ché matura in un attimo
l’immagine del pesce, dell’amaranto
Incanto. nessuno scoop, una notizia
chiusa nel notiziario scientifico
del terzo canale. tra altro materiale
astrale, nuovi silenzi
Ché il vento ormai s’elabora di tutte le parole
ma di parole. Rotolo
7
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
…e non si vota il vaso
celeste non si consuma il pesce per il bandolo
amaranto in questa vasca dove la mente
nuota; naviga
entro la piena: là, la serena, disaminata
immersa, esplicita luna. [6]
Dottrina poetica, materiali televisivi di scarto, tentazione informale e strabordanza associativa, citazionismo polimorfo
e fermenti iperletterari: non si vedeva niente di simile dai tempi del miglior Zanzotto, che pure è passato dalla
polverizzazione normativa della Beltà, alla quasi cavillosa stabilizzazione del Galateo in bosco, fino al recupero di una
verginità della parola nel suo ultimo libro notevole, lo struggente Idioma del 1986. In genere, simili paragoni vengono
stigmatizzati. Qui il paragone, ancorché sibillino e quasi sussurrato, sembra quasi doveroso. Almeno in chiave di eredità
provocatoriamente compromissorie. Dal Montello al Salento, attraverso talenti linguistici di questa portata, il passo non
è poi così lungo.
2. Inferno minore: Matti, visioni e furori.
La vicenda di Inferno minore, attorno alla quale ruota sia la poesia precedente che i tentativi di quella successiva, le
embrionali Pagine del travaso, si determina attorno a una consapevolezza espressiva che non solo stupisce per
precocità, ma che permette una tale proliferazione di funzioni testuali da restare interdetti. L’unica opera compiuta di
Claudia Ruggeri rischia di essere, e in alcuni tratti lo è, una sorta di capolavoro illeggibile, almeno al primo approccio. Il
lettore consegue subito la sensazione di una poesia anomala, vertiginosa, lontana da ogni calligrafismo frequente nella
giovane (e non) poesia coeva. Ma rimane irretito e intimidito dai dati psichicamente disturbanti che in questi versi
scorrono a iosa. La spiegazione, forse l’unica possibile, sta nel fatto che la Ruggeri tocca uno dei tabù dell’arte e della
poesia moderna: la sua pagina è perturbante, anarchica, annichilente. Possiamo preservarci da essa soltanto attraverso
il paradosso e la congettura che essa non entrerà mai a far parte in pieno della nostra esistenza, molto più
confortevole, a meno che non ci nutriamo di essa per qualche scopo diverso dalla semplice informazione. Dovrò
ricorrere, a questo punto, ad alcune illuminanti pagine di Edgar Wind, che meglio di tutti ha saputo collegare le
conseguenze dell’anarchia dell’arte con le premesse naturali che le determinano: “L’arte è - abbiamo il coraggio di
ammetterlo - una faccenda scomoda, e scomoda soprattutto per l’artista stesso. Le forze dell’immaginazione, dalle
quali egli trae il suo vigore, possiedono una loro energia, dirompente e capricciosa, che l’artista deve saper
amministrare con prudenza. Se egli concede troppa libertà alla sua immaginazione, essa può sfrenarsi e distruggere lui
Claudia
Ruggeri
[6] Canzone alla
luna, in C. Ruggeri,
cit., p. 77.
8
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
e la sua opera, per eccesso. «La passione frenetica dell’arte» scrisse Baudelaire «è un cancro che divora tutto il resto».
D’altro canto, se egli tormenta il proprio genio, costringendolo a una disciplina sbagliata, […] l’immaginazione può
inaridirsi e atrofizzarsi.” [7]
Ricorrendo più volte all’autorità di Platone, Wind aggiunge: “[…] possiamo imparare molto da Platone, se osserviamo
[…] la procedura che egli consiglia allo Stato ideale, ogni volta che deve bandire ufficialmente un poeta pericoloso. «Se
un tale uomo» scrive «viene da noi per mostrarci la sua arte, ci metteremo in ginocchio davanti a lui, come davanti a un
essere raro e santo e dilettevole»; ma non gli permetteremo di rimanere tra noi. «L’ungeremo con la mirra e gli
porremo un serto di lana sulla testa, e lo manderemo via, in un’altra città». […] Platone capiva ciò che pochi sembrano
capire oggi, cioè che l’artista veramente pericoloso è il grande artista: «un essere raro e dilettevole». Platone credeva e lo disse chiaramente - che il grande male «scaturisce da pienezza di natura [corsivo mio]», piuttosto che da
deficienza: «invece, le nature deboli sono difficilmente capaci di molto bene o di molto male».” [8]
Come per i grandi scultori, artisti e poeti di ogni età, ai quali Wind farà riferimento nelle conversazioni di Arte e
anarchia, anche per la poesia odierna è possibile applicare almeno due dei suoi concetti topici, a patto di attualizzarli
un poco. Il grande artista anarchico e perturbante non viene bandito da una ideale repubblica platonica. Viene
semplicemente rimosso dalla memoria culturale collettiva confinandolo nell’oblio, cancellandolo, negandogli la
visibilità meritata. Verrà magari riesumato criticamente decenni dopo, quando il suo dettato sarà diventato un prodotto
storico, una norma di contraccambio, un oggetto di studio sezionabile e asettico: quando avrà perduto, insomma, ogni
sua caratteristica spaventosa e incomprensibile. Quanto alla «pienezza di natura», capace nell’arte come in ogni altro
ambito delle opere umane di «molto bene o di molto male», essa può agevolmente essere sminuita e declassata a
semplice bizzarria, insensatezza, persino malanno individuale, confondendola con la massa di altre scritture
lontanamente assimilabili, o più semplicemente con il resto della massa di produzioni letterarie che proliferano
smodatamente dall’epoca dell’alfabetizzazione di massa. Queste azioni implicano un grado di acidità e malafede
difficilmente perdonabile. Ma con chi può fare ombra a molti, sono in pochi a voler fare i conti.
Se ci soffermiamo un attimo su questa situazione, non è difficile osservare che questo trattamento è stato riservato
anche alla poesia della Ruggeri: forse non in maniera così drastica e maligna, ma per semplice distrazione e scarsa
volontà di confronto con l’inomologabile. O forse perché, più semplicemente, la Ruggeri non faceva gruppo, non si
pubblicizzava, è morta troppo presto e troppo in periferia. Inferno minore contiene al suo interno tutte le facoltà di
perturbamento e tutta l’efficace anarchia verbale che serve a un opera per essere ignorata volutamente o disprezzata
come prodotto di una mente viziata. Il lavoro maggiore della Ruggeri è strutturato in modo ambiguo: solo tre sezioni
che agglutinano il lettore alla sua presunta brevità. Nella prima, domina e si scatena uno degli auto-miti più icastici
dell’opera, il «Matto», la cui lettera maiuscola modella il protagonismo della figura insieme alla sua imponderabilità e
Claudia
Ruggeri
[7] E. Wind, Arte e
anarchia, trad. it. J.
R. Wilcock, Adelphi,
Milano 1997, p. 18.
[8] Ivi, p. 21. Le note
relative
alla Repubblica di
Platone riportate nel
testo, sono
rintracciabili
nell’accurata sezione
di «Note e
riferimenti
bibliografici», in E.
Wind, cit., pp. 133214 [p. 139].
9
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
oscurità originaria. Nella prima delle Prosette che lo introduce, il Matto spunta e dà origine a un sabba forsennato di
azioni versificatorie che asserviscono il testo all’imprevedibilità dell’epifania poetica, che è anche una visionaria e
cosmica mappa dell’irrazionalità della vita del tutto. Il Matto origina la scrittura e si muove repentinamente all’interno
di essa. Ma simbolizza anche la forma e la forza del movimento tellurico del mondo, l’ultimo stadio della dissoluzione
della Storia da parte di energie stranianti e intrusive. Se il mondo ha una qualche causa che ne rappresenta (senza
spiegarne il fine) l’esistenza e la durata, questa è alla mercè delle mille direzioni che il Matto può intraprendere e
sotterrare allo stesso tempo.
La “mattità” implica un’effrazione ontologica, stimola e magnifica la magia del divenire della natura, vista come anche
azione di una «Donna» partoriente e divinante, forse referenziale della funzione stessa dell’autrice. Se il Matto
demolisce scuotendo la tavola tolemaica del pianeta, la Donna porta una «luce forsennata / e nuda» che semplifica e
rende talmente elementare questa fisica del moto assoluto da consegnare al lettore una richiesta inquisitiva sui residui
di pensiero razionale da spazzare via; la Donna dice, infatti: «ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa». Il pensiero è
una zavorra e deve sottostare alle leggi della vitalità naturale, ma ha la colpa di rovinare questa ebbrezza solitaria,
patrimonio delle elargizioni del Matto. L’origine dantesca della Donna, confermata anche dall’epigrafe al primo testo
delle Prosette intitolate al Matto, configura l’intera sezione come una serie di “cantiche” a sé stanti, ma
sotterraneamente legate fra loro dalla visione magica dell’esplosione intermittente della parola poetica. Se l’intensità
delle dediche programmatiche al Matto personificano eccessivamente i testi, dopo la dedica o l’indicazione contenuta
nel titolo, la Ruggeri bilancia questa spericolatezza con un referente culturale forte e una citazione epigrafica. Nel primo
testo il garante è Beatrice: si susseguiranno Ninive [9], Romeo di Villanova [10], Orione, Palestina, e «il logoro» [11]. La
prima lirica della serie del Matto ha un carattere indicativo e proemiale. Il componimento a seguire, dopo l’irruzione di
questa figura iconica (sempre grazie alla maiuscola che lo trasforma in mito) nel fluire delle mini-cantiche della sezione,
continua con una revisione diminuita del potere della poesia che si trasforma in «carta», che si fa «tutta parlare», che
si confronta con un altro tipo di «memoria», quella dei giardini e dei castelli incantati dove si nasconde l’interlocutore,
la cui vita meraviglia e accora la voce narrante [12]. La stessa calma relativa, orientata verso un possibile ascoltatore
fiducioso del verbo poetico, calato in un’aura trascendente, si manifesta nell’ultimo testo della serie del Matto.
Qui, come in molti luoghi del Paradiso dantesco, vi è un approccio quasi mistico del personaggio dialogante (santo o
purificato) con un essere amato. Stavolta, il valore della «carta» è onnipotente e con essa il personaggio dialogante
cerca di salvare l’interlocutore dalla futura sofferenza di «una tortura dentro la bara / della Figura», «una condanna alla
molla / maligna», una sottrazione di identità, tra Carnevali abominevoli e costrizioni alla finzione nella «muta / buia
dell’attore». Una condanna che il personaggio avverte come incombente anche per se stesso, a causa di un perpetuo
logoramento che affievolisce l’espiazione della scrittura nel potere della «carta»: logoramento che comincia a
Claudia
Ruggeri
[9] Antica capitale
dell’Assiria, nota sin
dal terzo millennio
a.c.
[10] Romeo di
Villanova (1170c.1250c). Connestabile
e gran siniscalco di
Raimondo Berengario
IV, conte di Provenza,
menzionato da Dante
in Par. VI, vv. 127-142
e dalla Cronaca di
Giovanni Villani.
[11] Come già
riportato in nota nel
volume della Ruggeri,
si tratta di una sorta
di esca per falchi.
[12] Il testo in
questione è Il Matto
II (morte in allegoria)
- Ninive, in C. Ruggeri,
cit., pp. 87-8.
10
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
presentarsi come una guerra che non potrà essere vinta. Il risultato è quello di presentarsi, persino di fronte al proprio
oggetto da salvare, come una creatura «senz’anima», provvisoriamente aggrappata a rigenerazioni di durata sempre
più breve, preda di un’esca simile al «logoro», che inganna e facilita la cattura e «l’inverno del falco» [13]. Il Matto, in
questi testi, non è una personificazione della “follia sacra” della poesia: come auto-mito si tratta di una produzione
soggettiva, ma è anche implicato in una serie di significati culturali e para-culturali che la Ruggeri, la cui erudizione
doveva essere prodigiosa, ha estratto da fonti tutt’altro che facili da districare. La prima di queste, e forse la più ovvia, è
il Matto dei Tarocchi, che prima di acquistare il loro popolare significato divinatorio, erano delle carte da gioco di
origine tardo-medievale e rinascimentale. Il Matto, nell’economia del gioco, ha lo stesso valore del Jolly delle carte
francesi e fa parte di un gruppo di ventidue carte dal valore superiore, i Trionfi, cui si contrappongono le cinquantasei
carte tradizionali a semi italiani. Prescindendo dalle numerose valenze sapienziali, filosofiche, cabalistiche e
numerologiche dei Tarocchi, il Matto è un elemento che ribalta l’esito della partita, non ha un valore fisso ma arbitrario,
è frutto della fortuna e del caso, dipende solo dall’ordine di distribuzione delle carte: tutte queste caratteristiche si
possono fin troppo facilmente estendere a fasi o avvenimenti singoli dell’esistenza, come avviene in chiave divinatoria.
Ma è probabile la Ruggeri pensasse al Matto dei Tarocchi solo in chiave iconografica, per il fascino che questa figura
promana in quanto emblema del rischio, della fortuna e della sorte.
Spostandoci nei territori del Moderno, il Matto è il simbolo negativo dell’insensatezza e della malattia mentale: il folle,
l’alienato, lo psicotico, sono per antonomasia gli esseri più pericolosi, vanno esclusi e segregati, vanno
curati e normalizzati. La loro presenza mette in scacco sia le scienze positive, depositarie dei saperi tecnici secolarizzati
e nemiche di quelli occulti e religiosi, sia le ordinate apparenze di decoro, virtuosità e rispettabilità della società
borghese. Il Matto della Ruggeri configura un’alternativa radicale a questo stato di cose. Riallacciandosi a fantasmagorie
premoderne e antiche, l’autrice restituisce a questa figura la sua regalità: il Matto ridiventa colui che attraverso il
sapere occulto e religioso prevede, dissimula e altera l’andamento del mondo, senza possibilità di compromessi con la
collettività immersa nell’età della tecnica trionfante. Il Matto conosce quanto infinitesimale e accidentale possa essere
l’esito di vicende che iniziano spesso con un’azione volontaria e terminano senza possibilità di previsione né di
intervento umano:
questa che ora t’interroga, t’arrovescia
l’inizio; t’avvia a questo Inverso
cui un dio non corrispose; tu sei
l’oggetto in ritardo, infanzia persa
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia
dell’idioma viaggiato; […]
Claudia
Ruggeri
[13] Lettera al Matto
sul senso dei nostri
incontri - il logoro
(mode d’emploi), in
C. Ruggeri, cit., pp.
94-5.
11
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
[…] ma sei in un balzo (ma appena)
o nella capriola che prima t’agganciò
di passi; o c’è chi ti dà un Regno - una parola
d’Ordine almeno - insomma un esito una ribalta, come
si dice, un tuffo; e forse una Città
dove rivolge l’ennesimo esodo
dove s’apre per dita bendate per gli esuli
grandi, o per la fase nuova del terreno:
(leviamole la femmina, diamo l’idiota a questa lesione.
oppure ‘cosa’ resta vecchia l’insensazione) [14]
Il Matto capovolto - Palestina, penultimo testo intitolato al Matto, porta allo spasimo la tensione conoscitiva centrata
sull’inizio. Ma di cosa? Di ogni cosa, vera o immaginaria, collocata in un universo tentacolare, che va dalla più minuscola
particella elementare fino alla sfera del divino. Ma l’intento della Ruggeri non è quello di definire né di svelare o
interpretare. L’inizio del turbinio delle cose coincide con l’attacco frenetico della sua scrittura. In forza di questo inizio,
quasi sempre violento e scardinante quanto a lessico e sintassi, tutto ciò che è viene pronunciato. Ma per essere
autentica e fedele questa pronuncia può vivere solo in forza di un abbandono e di un distacco da tutto l’umano, da ogni
cosa vivente e non, perfino da Dio. Le cose esistono in quanto movimento. È da scartare ogni ipotesi di staticità e
riposo. Vivono e si muovono su un fondale scenico sul quale il Matto incide i suoi diagrammi. La Ruggeri, nella solenne
rimarcazione e ripetizione dei titoli (Matto I, Matto II, lettera al Matto, etc.) vuole rendere ancora più provocatoria
l’oscurità e l’aporia della propria azione poetica: anzi, nel suggellare testo dopo testo l’appartenenza dei suoi versi al
dominio e al dispotismo del Matto, non fa che chiarirci, paradossalmente, le idee. Il culmine di questa ricerca poetica
non può essere che l’inizio in sé considerato. Una volta messe in moto, le cose avranno le stesse abrasioni, anomalie,
deficienze, mostruosità retoriche della sua poesia, perché il cosmo è scrittura, e la scrittura non può che fargli eco:
«Dimmi se di uno Stagno / snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole / rimangono incredibili» [15]. Il sogno di ogni
poeta, una poesia totale che realizza ciò che dice senza dire ciò che è reale, per questa giovane scrittrice salentina si è
incredibilmente avverato.
3. La chiusura di Inferno minore e le Pagine del travaso.
Dopo un breve Interludio di due sole poesie, che anticipano la cifra espressiva della terza sezione di Inferno minore, la
Claudia
Ruggeri
[14] il Matto
capovolto Palestina, in C.
Ruggeri, cit., pp. 923.
Il testo è preceduto
dalla seguente
citazione da P.
Neruda: “Y no echeré
de meno ni de mas
no l’impurtamcia si
la circumstancia”.
[15] Ivi, p. 92.
12
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
Ruggeri sembra voler chiudere i conti sia con gli esiti di timbro e tenuta della sezione del Matto, sia con la sua
brevissima storia poetica precedente. La sezione che chiude Inferno minore, infatti, sembra quella che meno ha a che
fare con la sua produzione recente e con quella adolescenziale. Si avverte come un effetto di dissolvimento delle
motivazioni stilistiche che hanno sorretto le prove più convincenti, che si traducono in un deciso indurimento del
dettato e nella pervicace volontà di espungere qualunque ipotesi di senso, ancorché indefinito, da una pronuncia che
prima ne favoriva almeno un abbrivio ipotetico. Il risultato è che la sezione che avrebbe dovuto chiudere il libro in
un’apoteosi, si riduce a un campionario di testi in cui la violenza strutturale e lessicale meccanica e programmatica ne
scolpisce gli esiti facendo della poesia dell’autrice qualcosa di altro e di inedito, difficilmente rapportabile alla sua
stessa autorialità. Il breve «canzoniere» che chiude il libro, vive di una contraddizione che nasce dal contrasto tra una
potente necessità di dire e un altrettanto lucido, dichiarato, ossessionante senso della difficoltà di continuare a farlo,
almeno nelle forme alle quali la Ruggeri ci ha abituato. Già dal primo componimento della sezione in questione sono
ravvisabili alcuni spunti che rimandano a questa cosciente impossibilità di continuare sulla strada intrapresa:
prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza
prima che la scialuppa tocchi che porta l’Assassino;
in tanto che tutto non arrangio non incastro non pace [16]
La Ruggeri sembra configurare, sin dal testo iniziale (il cui titolo, in limine, suggerisce un carattere tragicamente
proemiale), ciò che avverrà poco dopo. L’autrice ha intrapreso una corsa contro il tempo: prima che si asciughi la
«guazza» del suo estro, prima che la scialuppa che trasporta «l’Assassino» (la morte, probabilmente, o qualche altra
forza potenzialmente autodistruttiva), la figura isomorfa che rappresenta l’autrice non può trovare «pace» se non dopo
aver incastrato o al limite “arrangiato” ancora dei deflussi testuali che testimonino la sua perdurante esistenza nella
lingua. Il risultato più evidente è un assoluto rifiuto della comunicazione convenzionale tra l’io e il lettore, ma
soprattutto un brusco irrigidimento del livello figurale in una duplice direzione: la cristallizzazione del dinamismo
versificatorio verso forme chiuse, seppure di stampo non tradizionale, e la completa dissoluzione dei residui reperti di
lingua orale utilizzati nel passato, sostituiti da una virulenta deformazione verbale a base di neologismi invischianti e di
irruenti e martellanti catene paratattiche che determinano una sfida aperta al senso stesso del verso:
lamento in forma di Elenco Iografico
(E TU NON COMINCIAVI TU) il training del contrario il betel de
la vecchia il gallo da lotta voce di paperino un atlante un
Claudia
Ruggeri
[16] Ivi, p. 103.
Il testo è preceduto
dalla seguente
citazione da R.P.
Warren: “Death is
only the fulfillment
of a wish. Whose
whish?”.
13
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
clamore, una gran velocità - oppure l’occasione di sventarla…
la Vecchia. (E CHE TIPO DI DOMANDA CERCHERETE DI
INTERROMPERE?) il Tratteggio orizzontale la nostra solitudine
[grammatica il
Greco del trauma qui pousse à côté prove tecniche di
Trasmissione (AL MIO MIGLIOR TRADITO) l’elenco stordito
l’elenco parlante il fantino del parlante il giullare
dell’elenco il giullare faccia bianca il giullare bianco faccia
faccia il Giallo di ogni vocale faccia entrare proprio tutto
deve entrare la pedana allestirsi la ribalta deve risciogliersi
l’elastico al morto che torna del fabbro Locativo se pur
seguita a Splendere per oscula per basia e per auguglia milia
(SE PER BOLOGNA I GOTICI, SE PUR I VISCERI, NON
REPLICAVO TE, IO DENTRO I PORTICI?) [17]
Non sarebbe particolarmente proficuo descrivere le anomalie e le infrazioni di un testo come questo. Ciò che colpisce
particolarmente è la mutazione in chiave onirica o mitica delle forme verbali, in verità già presente, seppure in quantità
minore e non così eversiva, nella serie del Matto. Ma se le declinazioni verbali tendono a oscurarsi, è l’intera sfera
semantica del testo a essere eliminata. La Ruggeri sa bene che se la poesia chiude ogni possibile varco verso una
dimensione anche blandamente comunicativa, essa non può che chiudersi sterilmente in se stessa, fino
all’autoconsunzione. Per cui, anche in questo accumulo di materiali tutt’altro che inerti, frutto di una sensitività
esasperata, fuoriescono due lacerti causticamente lirici: «(AL MIO MIGLIOR TRADITO)» e, poco prima, «(E CHE TIPO DI
DOMANDA CERCHERETE DI INTERROMPERE?)».
Soprattutto quest’ultima macchinazione poetica tende a ristabilire un momentaneo ritorno alla trasmissione
informativa tra un io che annega nell’accumulo casuale di verbosità inarrestabili e una “mondialità” alla quale si chiede
spiegazione di questo evidente stato di disfatta. Più o meno sulla stessa corda rizomatica, suonano testi come lamento
dell’Uccello colpito, insieme all’omonimo testo immediatamente successivo, mentre negli altri componimenti, dove
abbandonano simboli, neologismi, soprassalti sintattici al limite dell’illeggibilità, il piano simbolico si riduce a dei
semantemi, quasi sempre frammentati, che si aggregano secondo modalità manieristiche, sfruttando le già collaudate
effrazioni delle liriche precedenti. Proprio per questo motivo, tutt’altro che secondario, non ci sentiamo di avvicinare
l’abolizione semantica di queste liriche a orizzonti dadaisti, neostrutturalisti o neoavanguardisti. I materiali che la
Claudia
Ruggeri
[17] lamento in
forma di Elenco
Iografico, in C.
Ruggeri, cit., p. 110.
14
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
Ruggeri usa per sfruttare le risorse combinatorie del nonsenso sono materiali di derivazione personale, provenienti da
un immaginario poetico già lautamente definito. L’unico testo che ristabilisce, in termini di maggiore intelligibilità, un
contatto con l’inventiva della serie del Matto e con le poesie della sua fruttuosa adolescenza, è lamento della sposa
barocca (octapus). Si tratta di una stupenda invocazione che riassume in sé tutti i temi (se così ci è dato chiamarli) della
migliore Ruggeri: la purezza angelica di un personaggio dialogante che si umilia per la salvezza del suo amato, le
traversie e gli ostacoli che vengono vinti dall’umiltà della poetessa salvifica, il continuo alternarsi di abbandoni e
riaffioramenti simbolici del male patito o da patire (sia dal personaggio che narra che dall’oggetto amato) trasfigurati in
un’atmosfera trascendente, sorretta da occasionali richiami di derivazione cristiana, che si stemperano in un ermetismo
sensuale e suggestivo. La missione del personaggio dialogante viene resa possibile dal potere della parola, «come voce
che in voce si sconquassa»:
T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati dei cieli
come voce che in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca di capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che una mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture. [18]
Claudia
Ruggeri
[18] lamento della
sposa barocca
(octapus), in C.
Ruggeri, cit., p. 109 .
15
La poesia di Claudia Ruggeri: fuoco, vetta e caduta
Pensiamo che la vicenda di Inferno minore possa chiudersi qui, con questo vero e proprio canto che esalta le credenziali
culturali di una poetessa che sa muoversi sia sotto l’egida di influssi danteschi e provenzali, sia in modo molto più
autonomo, affidandosi al dono naturale di una ricchezza di lingua che appare un dato oggettivo e inconfutabile. Quanto
alle Pagine del travaso, l’ulteriore cerebralità di questo progetto pindarico e limaccioso, unita al suo stato praticamente
di abbozzo, non permettono riscontri credibili né analisi commisurate all’ampiezza e all’ambizione dell’autrice. La sola
cosa che si può notare è una certa continuità con le pagine più sperimentali delle ultime poesie di Inferno minore. Per il
resto, non posso che associarmi alle parole di Desiati quando afferma che nelle Pagine del travaso «i barocchismi
vengono esasperati, il citazionismo abbraccia i testi sacri e la Divina Commedia, ma risulta una raccolta incompleta,
provvisoriamente chiusa da un testo su Napoli, uno dei due luoghi geografici, assieme a Lecce, della poesia (La Ruggeri
visse a Lecce ma la sua famiglia era di Napoli)» [19].
La poesia della Ruggeri va calata nella temperie culturale in cui è nata, ossia tra la fine degli anni ’80 e la seconda metà
degli anni ’90 del Novecento. Erano gli anni di un diffuso simbolismo postmoderno, laccato e livellato sul modello forte
di De Angelis, di una rinnovata spinta espressionista, dell’ondata dei cosiddetti “poeti neometrici” e dell’esaurirsi delle
ultime esperienze avanguardiste del Gruppo ’93. Non che l’attualità poetica abbia avuto una particolare influenza su
una poetessa così potentemente autoreferenziale come la scrittrice salentina. Di certo, essa “auscultava” ciò che
accadeva intorno a lei, sebbene fosse ben lontana da ipotesi di avvicinamento e compromessi.
Proprio per questo, anche la sua marginalità geografica rispetto ai grossi centri culturali ed editoriali ha fatto sì che la
sua ricerca poetica in rapidissima evoluzione si svolgesse senza condizionamenti. Indubbiamente, va detto che la sua
lirica, barocca e insieme «corrotta», secondo una sua definizione, fa impallidire i modesti neoespressionisti da salotto,
laminati e taglienti ma di corto respiro, frenati ancora oggi da rigurgiti strutturali risalenti alla Neoavanguardia, insieme
a tanti esaltati metricisti e sperimentalisti ritardatari, mentre la Ruggeri ha restituito alla poesia quell’anelito violento di
vitalità e trasgressione di cui l’esangue produzione italiana in versi ha più che mai bisogno, oggi come vent’anni fa, se
non vuole rimanere definitivamente confinata alle poche mensolette che i bookstores dedicano ai libri di poesia.
Il presente saggio è già apparso in La sposa barocca - Sette saggi su Claudia Ruggeri, Lietocolle, Faloppio (Como) 2010,
pagg. 39-64 e poi ripreso in http://puntocritico.eu/?p=2005, 7 maggio 2011.
La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini ed è interamente tratta da Inferno minore (peQuod,
Ancona, 2006)
Claudia
Ruggeri
[19] M.
Desiati, Claudia
Ruggeri, poetessa
della meraviglia,
introduz. a C.
Ruggeri, cit, p. 14.
16
Da Inferno minore
Movimento in quattro tempi
Venerdì
Settimane che non mi vedi dio
mio signore come sèi
brusco ostile non baci baci
anche male hai scostato
le braccia evitando parole
cortesi tirando fuori ad unica
tua difesa del suo apparire
già flebile magro sorriso
torna torni si farà
sempre più tardi tu dirai non fumare
smetti d’aspirare quella
roba cattiva stattene calmo connetti quando sei
stanco vattene a letto evita d’incancrenire e la
tua voce parrà serena tagliare la cucina
composta in un religioso silenzio sepolcrale con
al centro incastrato a dovere un
vago sospetto cui vorrei ma non posso e
quindi m’azzitto il corpo intero schiacciare
Claudia
Ruggeri
Sabato
questo lo chiamerei sabato anima bianca mia stanca mentale
pulizia giorno per cui ritardo fatta regola
atto unico svogliato sfogliato spaginato da pesante
torpore nei bar in ubìa cretina attesa tanto nulla
riuscirebbe a fissarlo al suolo a
comprimerlo sotto le suole senza
parole mi viene in mente cioè in testa che il sole è c’è
nel suo vivere persiste ma non posso ad ogni posto luogo
stanza dire basta se la mia volontà per esso in esso con esso
non pazienta
17
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
*
l’elemento innerva corpo dato
errore di tempo probabile di caso
percepito ipotesi) qualche stella
scoppia in silenzio la chiamano
Una volta quando si dice una volta
e lo si dice adesso - oggi persino
esiste un bosco acuto a nozze attinto
al volo persino ha dato il suolo
al passo che si spolpa al sole
spopolato verde fino alla soglia
l’ipotesi d’immagina che
collassa
spaurita
dentro il cuore
Presente/assente VIII
la baciò l’amò la prese pure ma solo
per quieta convivenza la prese pure a
schiaffi le fece male un mare
di promesse tentò per essa
un debole suicidio perché lo amasse
ancora teneramente come allora in
quei bei tempi che berta
filava peccato lei fosse già lontana irrimediabilmente
resa diafana per colpa d’altri potenti amori
divenuta inesistente
18
Da Inferno minore
Deviazione verso il rosso
Densità dello shampoo viscosità sua
del getto come pure ogni innamoramento per le
consistente
parole dicono sia affabulazione non follia
elevazione musicale di musica attivata con
peggio deviazione ed anche ancora in più l’altra
decisa pressione digitale sul tasto d’avviamento
enorme densità di questa volontaria volontà
entrale nel mentre piedino s’intrufola sotto
all’autocancellazione dal rumore se non dalla
acque bollenti in periodica fonte battesimale
vita forse sconvolta perché no probabile con
giuro che questa volta ho cercato la
tutta probabilità inventata affinché spunti
posizione migliore poco importa se poco
originale si ma la quantità dico la quantità
poiché della qualità oramai proprio me ne
sbatto dove può essersi ficcata si perché
ritrattando il tutto se io credessi in questo
almeno a prima vista parrebbe sì uomo un
uomo alle corde certamente un uomo
scottato che febbrilmente annaspa dentro
scivolone acque saponate intrise di molti
noti profumi cioè profumate nonché profumati
verso le sponde laccate d’una vasca da riparare tanto
vecchio è questo bagno tanto decrepito si presenta ogni
alloggio di questa abitazione sarei sistemato e cosa
dovrei fare poi cosa
poi e non mi pare poi possibile
a ciò soluzione possibile cioè l’eiaculante densità
Claudia
Ruggeri
19
Da Inferno minore
Corrotto barocco
t'avrei offerto cornici che indorano radici poi
dentro la torre che tutto nasconde
che mossa un'impronta si smodi ad otto tentacoli poi
alla valanga che tutto ricopre
che ne escano le torture
nella caduta che fissa per sempre;
se sonno e danza non li disfanno
la calce intatta e il giro saldo
in alto t'avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore
demente alla colonna che porta
la corolla e la maledizione di gabrieleamore
che porta un canto
ed un girare intorno
cinque volte
ed essere a corona ma lontana
allo zaffiro che inzaffira fermo (o pare
quieto e intanto segue e adora - altra
altitudine altra sosta - lo zaffiro
che entra e fa divino ed una luce forsennata
e intesa tutta cima nuda ed in eterno perché lui la
tocchi sposti il perpetuo martirio di letizia
lui che la precede (io
Claudia
Ruggeri
20
Da Inferno minore
*
Claudia
Ruggeri
Alla cute del Sole
che per te bordeggia
per il vento
che sboccia il paese
nella luce
rinvigoriscono i piedi
pestando la terra,
*
Per la morte di Stefano
quando gli ultimi favori
di pioggia
rischiano
la morbida azione
del tuo collo
inferociscono i piedi
battendo il suolo duro
allora sfreccia
tra gli alberi le stelle
la vita
per andare a gocciare
attratta
negli occhi dell’ultimo nato
Cigno dei nostri candidi frutti,
per un istante
il sole.
Invito dei topi
a rodere la nostalgia
Festa perché il fiore
Si spalanca
ma poi respira
nella notte
come lo sguardo di un gatto
ad un tratto una strana melodia
(non respira più, è morto,
giace in una fessura tra due tegole)
Ti accarezza
e poi ti stritola quella Calì
con tutte le sue braccia
mentre le mani ti offrono del riso
ti dicono qualcosa
battono con le unghie
sul tuo cuore
la melodia che l’ammazzava
il fiore.
Quella musica benefica
era il pacato
lamento di tua madre
mentre sgozzava agnelli
per offrirli al suo dio, l’indomani.
21
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
Ballata
Quanto vorrei avere una lametta
per disegnare
sul tuo stomaco supino
una circonferenza.
Poi alzerei il coperchio
E svellerei
l’estremità inferiore
del tumido intestino.
Piano piano il gomitolo
srotolerei in chilometri
quindi arrivata a Roma
vi salirei in groppa
con la lametta
in mano.
Vorrei saltare monti
corrodere le strade
volare oceani
a cavalcioni del tuo Intestino
poi arrivare al Polo,
con la punta rossa
del tuo sangue
inciderei anche me.
Dopo un riuscito innesto.
Gongolante nel taciturno gelo
quanto vorrei
offrire a te lontano
la tua cacata
lucida e ghiacciata.
Quanto vorrei avere una lametta
di quelle che usano gli amanti
per annunziare ai tronchi
il loro amore.
22
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
Trilogia e sospensione blu
Arroccati sul declivio
rosseggiano
i papaveri.
Quando teneri più d’un soffio
staccano i loro colori
lente chiamano le note
una potenza.
(suo respiro)
In quell’ultimo istante d’attesa..
Accampato nel buio
come un albero muto
rigira il suo sguardo l’animale
Quando distratto più di Dio
vaga stranito
antichi come sassi
escono i poeti dalle tane
dove più s’arrabbia l’onda.
E lo stampo di luna si logora in alto.
Abbaia la natura
poi tace
poeta nell’infermità
del tempo semina
23
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
Canzone alla luna
Fuor dalla terra del ratto
del riccio, esco dall’interesse
pianura. tengo lo sguardo contro l’arsura
contro l’avverso colle verso il Paziente margine
ministro verso l’anziana Pianta
del verso Avvenire con quella mente
chiara del mio più Chiaro autore.
immersa, esplicita luna.
ché matura in un attimo
l’immagine del pesce, dell’amaranto
Incanto. nessuno scoop, una notizia
chiusa nel notiziario scientifico
del terzo canale. tra altro materiale
astrale, nuovi silenzi
Ché il vento ormai s’elabora di tutte le parole
ma di parole. Rotolo
…e non si vota il vaso
celeste non si consuma il pesce per il bandolo
amaranto in questa vasca dove la mente
nuota; naviga
entro la piena: là, la serena, disaminata
24
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
In morte di Marcello [1]
(giaculatoria)
Barbara sulle navi
danzavi con i tuoi marinai.
Facile santa e poco costosa
ebbra e accaldata
ti tuffavi nelle braccia
degli alti ufficiali.
In qualche posto,
mentre tu santa icona
ti buttavi per terra
a dormire,
il mascherone di tifo poroso
con l’orribile tic
che alza e abbassa
la froge.
Nella tua notte Barbara,
ulivi necrotici
tesero invano alle stelle
le dita;
i fuochi drogati
la polvere d’Africa
l’afrore di pietra
selvaggiamente
torsero
il sonno di una madre.
Giusto un secondo prima
carezzevoli mani
riccioli siderei
carezzevole voce
assicurano in lei
lo stupro del silenzio.
Donna senti prima
tu Santa, che
vomitavi il viso denso,
neanche dopo
forse.
Santa Barbara dei marinai
adesso spiagge
il cavo torto
delle mani
e le nari slargate
che si muovono
paurosamente,
ancora oggi,
tra i covi dei vermi
che gravano quel loculo
in cui solo una cosa
sicuramente è:
la bava tua
evvinazzata.
Barbara, dicono che
è bello guardare
i gabbiani dai ponti.
Che sono bianchi.
che ridono
e che leggeri danzano per te
seguendo le navi
[1] Marcello
Primiceri, attore
teatrale scomparso
nel 1992. Nota di
Claudia Ruggeri.
25
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
il Matto I (del buco in figura)
Beatrice
“vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa…” (Pg. XXX-64)
come se avesse un male a disperdersi
a volte torna, a tratti
ridiscende a mostra, dalla caverna risorge
dal settentrion, e scaccia
per la capienza d’ogni nome (e più distratto
ché sempre più semplice si segna ai teatri,
che tace per rima certe parole….). [2]
Ma è soprattutto a vetta, quando buca,
dove mette la tenda e la veglia
tra noi e l’accusa, se ci rende la rosa
quando ormai tutto è diverso che fu
il naso amato l’intenzione, che era
la pazienza delle stazioni e la rivolta… e la beccaccia
sta e sta sforma il destino desta l’attacco l’ingresso disserta
la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata
e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima
e la distanza è sette volte semplice e il diavolo
dell’apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa
ma cammina cammina il Matto sceglie voce
sa voce, e sempre più semplice chiama, dove l’immagine
si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene
stranieri nuovi e quanto altro
s’inoltrerà nella carta fughe falaschi lussi
Ordine innanzi tutto o la necessaria Evidenza che si di
verte nella memoria al margine ambulante alla soglia
acrobata, che si consuma; ché infine
veramente il Carro
avanza, che sia sponda manca porge
il volto antico, che si commette (non la cosa
è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale,
come si conclude la Figura
dove pare e non usa parole né gesti né impulsi;
come, smisurata, passa, dove l’altro richiamo
nel viluppo della palude festina; e come
per tutto si slarga e frastorna e nulla è mite
(ma voi li turereste mai li nostri fori ?)
[2] Nella Vita Nuova
Amore dice a Dante:
“voglio che tu dichi
certe parole per
rima, … come tu fosti
suo tostamente da la
puerizia”. Nota di
Claudia Ruggeri.
26
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
il Matto II (morte in allegoria)
Ninive
“Tu ti dai pena per quella pianta di ricino (…) che in una notte
è cresciuta e in una notte è perita: ed io non dovrei avere
pietà di Ninive quella grande città…” (Giona 4,10)
ormai la carta si fa tutta parlare,
ora che è senza meta e pare un caso
la sacca così premuta e fra i colori
così per forza dèsta, bianca; bianca
da respirare profondo in tanta fissazione
di contorni ò spensierato ò grande
inaugurato, amo la festa che porti lontano
amo la tua continua consegna mondana amo
l’idem perduto, la tua destinazione
umana; amo le tue cadute
ben che siano finte, passeggere
e fino che tu saprai dentro i castelli, i giardini
fiorire, altro splendore sai, altra memoria,
altro si splende si strega, si ride, si tira
la tenda e libero si mescola alle carte; ma
i giardini si nascondono con precisione
dove cerchi la larva del tuo femminino e l’arresto
l’appartenenza inevitabile
all’Immagine all’inevitabile distensione
delle terre trascorse delle altre ancora
da nominare chiamarle una poli l’altra tutte
le terre perfette alla mente afferrata
di nomi che smodano scadono che portano
alla memoria o la stravagano.
(crescono ricini presso ninive
ecco, vedi,
come sviene)
27
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
il Matto capovolto
Palestina
“Y no echeré de meno ni de mas no l’impurtamcia si la
circumstancia” (Pablo Neruda)
questa che ora t’interroga, t’arrovescia
l’inizio; t’avvia a questo Inverso
cui un dio non corrispose; tu sei
l’oggetto in ritardo, infanzia persa
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia
dell’idioma viaggiato; ma salve, la primavera
ti rassegna, di vòlta in vòlta carta
sveste percòte per cose fitte fitte
afflitte da memorie; t’installa nella voce
con un esercito a mille aste, e così
fortemente tu chiami e così ti legava
il tuo passo recente; dimmi se di uno Stagno
snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole
rimangono incredibili: sono le ‘nulle’
degli alfabeti in cifre, il segno
che non scatta, un ariele distratto…
oppure sul tuo capo la Torre
capovolge; e con un salto dal basso
ti drizza: ma sei in un balzo (ma appena)
o nella capriola che prima t’agganciò
di passi; o c’è chi ti dà un Regno - una parola
d’Ordine almeno - insomma un esito una ribalta, come
si dice, un tuffo; e forse una Città
dove rivolge l’ennesimo esodo
dove s’apre per dita bendate per gli esuli
grandi, o per la fase nuova del terreno:
(leviamole la femmina, diamo l’idiota a questa lesione.
oppure ‘cosa’ resta vecchia l’insensazione)
28
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
Lettera al matto sul senso dei nostri incontri
il logoro [3] (mode d’emploi)
"E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto che fèsti a
tua sembianza più che in tela dipinto o sculto di legno"
se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malia
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
Ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…
a te a te altri ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto
sul seme di un’estate
dove esplose la vena che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco
[3] Il logoro è l’esca
del falco. Nota di
Claudia Ruggeri.
29
Da Inferno minore
Claudia
Ruggeri
in limine
“Death is only the fulfillment of a wish. Whose whish?”. (R.P.
Warren)
prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza
prima che la scialuppa tocchi che porta l’Assassino;
in tanto che tutto non arrangio non incastro non pace
lamento della sposa barocca (octapus)
T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.
30
Da Inferno minore
lamento in forma di Elenco Iografico
la pena dell’Attore
(E TU NON COMINCIAVI TU) il training del contrario il betel de
la vecchia il gallo da lotta voce di paperino un atlante un
clamore, una gran velocità - oppure l’occasione di sventarla…
la Vecchia. (E CHE TIPO DI DOMANDA CERCHERETE DI
INTERROMPERE?) il Tratteggio orizzontale la nostra solitudine
[grammatica il
Greco del trauma qui pousse à côté prove tecniche di
Trasmissione (AL MIO MIGLIOR TRADITO) l’elenco stordito
l’elenco parlante il fantino del parlante il giullare
dell’elenco il giullare faccia bianca il giullare bianco faccia
faccia il Giallo di ogni vocale faccia entrare proprio tutto
deve entrare la pedana allestirsi la ribalta deve risciogliersi
l’elastico al morto che torna del fabbro Locativo se pur
seguita a Splendere per oscula per basia e per auguglia milia
“se il chiarore è una tregua,
la tua cara minaccia la consuma”
(Eugenio Montale)
(SE PER BOLOGNA I GOTICI, SE PUR I VISCERI, NON
REPLICAVO TE, IO DENTRO I PORTICI?)
Claudia
Ruggeri
è qui che incontro l’ultimo Cattivo, il residuo
rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio
accanto, il suo spettatore lo trattiene
a un fronte candidissimo; dal vano
che cava e spaventa in tanta mediterranea
Evidenza; da dentro questo volo che caverna rotondo,
maniaco; dal ventre, che scaraventa;
che mostro Balena l’accolga, l’incaglia;
gli dia un esilio vero, un lungo errore
congedo
“Le fer des mots de guerre se dissipe dans l’hereuse matièere sans
retour.”
così dal colmo, ormai, nuoce
il dimandar parenzé, come
il Distrarsi. Lasciatemi
a questa strana circostanza. Qui
so, con il mio amore, e con chiunque
vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo
è solo il Carnevale. Ahi l’impostura
seguente che riduce che quagiuso nemena.
31
Da Inferno minore
*
in tanta fissazione di contorni: ma lui che sa
Napoli l’ebbi strana ed il porto
dentro i castelli giardini
e le sbronze testuali dove il verso inscenò
fiorire e che può il salto così inutilmente e inutilmente
cose strette e altissime ed un naso
cambiare attitudine: ma i giardini si nascondono con
così in disordine ebbe la sposa a guardarla
[precisione
dalla giostra e che voce che corre che erra che manca
dove cerca la larva del suo femminino l’arresto
che debolezza poca poca memoria e poi altro splendore
l’appartenenza inevitabile all’immagine all’inevitabile
ancora altro dimora altro si splende si strega si ride
distensione delle terre trascorse delle altre ancora
nella torre: «T’avrei lavato i piedi
da nominare chiamarle una poi l’altra tutte
oppure mi sarei fatta altissima
le terre perfette nella mente perfetta di nomi che
come soffitti scavalcati di cieli
[portano alla memoria
come voce in voce si sconquassa
o
la
stravagano
inutilmente
non
sarà
stato libero
tornando folle ed organando a schiere
ormai non so quale maniera prima
come si leva assalto e candore demente
suscitava il suo ingresso quale vacanza
alla colonna che porta la corolla e la maledizione di gabriele
che porta un canto ed un girare intorno di corona ma lontana
il verso potrebbe ormai portarsi dove questa primissima
poi che mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi
ebbe gli abbracci bianchi degli atleti e le cadute erano
che ne escano le torture. Io
[finte,
t’avrei parlato basso» parlò così la sposa la distanza
che per l’ultimo lutto le diedi i modi esatti del poeta
passeggere. Il verso potrebbe significare
se per le voci appena sbarcate si producevano memorie false
la sua morte esatta. crescono ricini presso ninive
e per le luci s’era formato un Castello a guardare napoli
ecco, vedi, come sviene
dall’alto e fu il primo nome che per lei si finse
che mi confuse - questa la sposa come la scala che porta la sposa
che porta ai soffitti a spiare diventava rotonda,
maniaca. dove si vide poi Imperatrice:
per la danza intorno per le vesti similmente
a festa per altro che tornava era mutata.
o Matto ormai la carta si fa tutta parlare
ora che senza metapare un caso
la fronte così premuta bianca tra i colori per forza désta
bianca la sacca bianca da respirare profondo
Claudia
Ruggeri
32
Dal carteggio di Claudia Ruggeri con Franco Fortini
Le due lettere riportate in questa e nella successiva pagina sono state recuperate dal sito dedicato a Claudia
Ruggeri.
Claudia
Ruggeri
Lecce, 1 Marzo 1990
Caro professore, ma caro veramente se pur fantasiosamente.
Io sono assolutamente incapace di scrivere una lettera, e lo sono soprattutto se con una lettera devo
“comunicare” concretamente. E qui, come fare entrare, e subito, il mio nome; oppure, per esempio, il colore del
pullover che indossavo quel giorno, e, insomma il senso di un epistolario caduto e la mania di gerarchia e di
aristocrazia che mi prende quando si tratta di “parlarne”, “spiegarne”, di un gesto che è profondo e leggero troppo
per non sfuggire ad una qual si sia esibizione.
Insomma ho covato una “dedica” lungo cinque anni; già, perché fu nell’85 che la conobbi e che quella che era
stata la predilezione per un poeta s'inverò in un pensiero amoroso e riverente per un uomo. Sentii come un
richiamo strano una parentela iniziale una “con esistenza” di destini ed una “elezione” radicale.
Anche lei mi guardò spostando appena il Corriere della Sera ed io fui troppo certa che in quello esercitò una
comprensione e forse una condivisione di tale “affatata” circostanza. E infatti dopo poco lei mi chiamò in corridoio
e lì parlammo, attimi, in piedi, come ladri, soli.
Esco da due anni infernali in cui sono stata affetta da una malattia alla tiroide che mi ha portato crisi di nervi e che
mi ha bloccata su tutti i fronti. Ora riprendo a studiare, a scrivere non ancora, a vivere ed a fuggire da questa
maledetta città per ritornarvi tuttavia; riprendo, riprendo ma non riprendo tutto, forse. Oggi ho 22 anni ed ho
concluso le prime 22 pagine del mio personale dizionario. Le sono destinate. «Bello ventiduenne / come aveva
predetto il suo tetrattico», Majakovskij si mise a dormire «a piene gambe a pieni malleoli» (Blok). Ma questa è
superstizione.
Le invio il mio Inferno minore, le chiedo di leggerlo; non le piacerà, lo indovino, per il tipo di scrittura
(specialmente non le piacerà la sezione il Matto), epperò non mi biasimi per averglielo dedicato, non se ne
offenda. Un’intitolazione collega, congiunge, individua un maestro, e questo potrebbe infastidirla; ma d’altra parte
- il mio inferno essendo per l’appunto “minore” - io non sarò famosa: quella dedica rimarrà familiare, un segno di
affetto, un debito.
Sua Claudia
33
Dal carteggio di Claudia Ruggeri con Franco Fortini
Milano, 10 marzo 1990
Cara Ruggeri, la rammento benissimo e la ringrazio molto del ricordo e della fiducia e dell’invio.
Ho letto Inferno minore con l’imbarazzo di una ammirazione per l’intelligenza, la sottigliezza e la passione, che
deve fare i conti con un giudizio molto cauto per quanto è dell’angolo da cui lei guarda le parole e ascolta il
linguaggio. Il ‘pastiche’ culturale, prima ancora che linguistico, occupa tutto lo spazio del lavoro: c’è un accumulo,
dalle citazioni alle note, che attraversa i testi, una ripresa di modi e vezzi di troppe avanguardie e neoavanguardie,
che fa pensare al sovraccarico di collane e gioielli e anelli che il suo buon gusto certo le impedirebbe di portare.
Badi bene, nessuno meglio di me sa che la poesia è anche letteratura e artificio. E che può essere necessario, per
parlare, uno spesso trucco. Però in lei, mi pare, domina un ‘sistema’ letterario così fortemente organizzato e
tirannico che la comunicazione metaforica e allegorica stenta a stabilirsi.
Cose che lei ha ben chiare: «amo la tua continua consegna mondana…», «amo le tue cadute benché siano
finte...». Questo ‘romanzo’ psicologico non manca davvero di ritmo, di percussioni interne, di passaggi ‘forti’; mi
pare che, piuttosto, ci sia una tendenza a saturare ogni singola composizione con tutti gli strumenti disponibili,
con èsiti di soffocazione e di autoannullamento. Mi pare di poter dire che il ‘punto’ non è di scrittura ma di
esistenza. Credo intendere che cosa voglia dire essere stata così ammalata e quali tensioni quella specifica
alterazione possa avere, non dirò prodotto, ma coltivato; ma ho buona memoria di quel che Giacomo ha scritto
per non procedere oltre su questa via banale. E tuttavia vorrei che lei sapesse uscire dal corridoio di specchi
delizioso, terrificante e anche infame (Inferno minore, appunto) non verso una “salute” e una “salvezza” ma verso
una maggiore attenzione (nel senso di ‘risparmio’, di klassische Dämpfung, di limitazione volontaria dei mezzi) alle
escursioni dei livelli di linguaggio, di discorso e di esperienza, una minore fiducia nella ‘impunità’ della parola
letteraria qua talis. Non ho consigli fuor di questo: di uscire pro tempore verso la prosa più banale e convenzionale
prima di tornare al verso.
Mi accorgo di non averle parlato dei versi suoi ma di quel che li precede o li segue. Una lettera non può far altro.
Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal
suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sé e fare
piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso né voglio essere ma invece, e con molta stima e simpatia, il
suo
Franco Fortini
Claudia
Ruggeri
34
voci
Apologia dei fiumi (Un poeta)
- 1941
OPERA PRIMA
rsvp
Poesia che svela la tessitura del tempo. Sull’opera prima in versi di Alessandra Cava.
Di Danilo Mandolini
di
Alessandra
Cava
In alcune recenti occasioni, la poesia della giovanissima (non ancora trentenne) Alessandra Cava è stata accostata a
quella di altre note poetesse italiane. Si è parlato di vicinanza tra la voce di Alessandra Cava, appunto, e quelle di
Mariangela Gualtieri, di Antonella Anedda e di Amelia Rosselli (intendendo quest’ultima, sia chiaro e in ogni caso, come
uno dei modelli assoluti per molti poeti delle generazioni di oggi, incluse - quindi, verosimilmente - anche le stesse
Gualtieri ed Anedda).
Probabilmente sì. Probabilmente c’è un po’ di queste tre autrici nei testi della scrittrice marchigiana (“un po’ di” tutte
ben assimilato e fatto proprio e ben amalgamato in un unicum comunque nuovo e davvero consistente). Usando
l’espressione “un po’ di”, però, vorrei soprattutto affermare che il fare versi di Alessandra Cava ha sicuramente, e già da
questa prima prova che viene qui presentata, i caratteri precisi dell’originalità. Non ritengo utile, ora - in virtù di quanto
appena affermato - dilungarmi eccessivamente nell’analisi delle contiguità alle quali si è accennato. Mi limito soltanto a
riportare alcuni e brevi riferimenti (a mo’ di indizio per successivi e più ampi approfondimenti) a ciò che è già stato
asserito da alcuni critici e cioè che di Mariangela Gualtieri c’è, in Alessandra Cava, l’«accostamento rituale alla
cosa/parola» (Giulio Marzaioli) e quel «certo vibrante trattamento (…) del pathos» (Cecilia Bello Minciacchi); c’è lo
«sporgersi del corpo vocale sui precipizi dell'esistenza, a partire da uno spazio angusto» di Antonella Anedda (Stefano
Guglielmin); ci sono le «cadenze» e la «musicalità soggettiva e necessaria di Amelia Rosselli» (ancora Cecilia Bello
Minciacchi).
Poco fa ho detto “prima prova” di Alessandra Cava… La prima prova in questione è la raccolta di versi intitolata rsvp (che
è l’acronimo dal francese répondez, s’il vous plaît), uscita nel 2011 per i tipi dell’editrice romana Polìmata, con
postfazione della già citata Cecilia Bello Minciacchi.
Va innanzitutto sottolineato che i versi di Alessandra Cava nascono e persistono in un’ambientazione che è
primariamente quella dell’interno e dove per “interno” non si deve intendere soltanto un luogo definito e chiuso dello
stare umano ma - spesso, se non soprattutto - anche luogo della mente e del corpo dell’essere umano. «Nello spazio
metrico di Alessandra Cava» - dice infatti, e correttamente, Niva Lorenzini (“il verri”, n. 46, giugno 2011) - «si stipano
azioni mentali, ricordi, sedimentazioni in dettaglio…» diremmo anche visioni o, come le definisce la postfatrice del libro,
«schegge percettive» e «situazioni spazio-temporali» che si lasciano svelare e che sembrano osservare, al contempo,
chi le incontra, chi legge. Il verso, più che lungo o allungato, appare come prolungato, come fosse il risultato dell’unione
di più misure al proprio interno; quasi come riproducesse lo sviluppo, il meccanismo dell’eco (la poetessa parla, tra
l’altro, di: «…eco, eco dovunque…»). Frequenti sono le reiterazioni dei termini, i versi rilanciati come in rapida e ripida
35
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
36
successione e che danno ai singoli testi e all’insieme di questi un ritmo senza soluzione di continuità, come una
modulazione incalzante ed omogenea che appare funzionale a ricreare le dinamiche della formazione dei pensieri più
reconditi, dell’azione del ricordare, dell’origine della memoria come accumulo e deposito dei frammenti dei ricordi
stessi.
Così si prosegue in una sorta di “gioco” di vuoti e di pieni (entrambi poco più che percepibili) che a tratti è anche
sospensione, detta o in qualche modo evocata, e che mostra l’“io narrante” (presente, sì, ma mai ingombrante) come
impegnato a registrare il presente mentre passa e a proiettarlo, questo presente, in un futuro che pare non esistere,
forse perché già prossimo a trascorrere. Insomma: un’evoluzione in versi che risulta tesa non tanto al tentativo di
misurare e descrivere, attraverso la poesia, il tempo e le occasioni del vivere (esercizio peraltro poco utile), quanto piuttosto - ad osservare, ad esplorare, a scoprire la tessitura più segreta, quell’impercettibile trama che si crea - su di
noi e sulle nostre coscienze e che diviene come parte di noi stessi - a seguito dello scorrere del tempo e delle immagini
degli eventi, anche minimi ed apparentemente irrilevanti, nel tempo che cola contenute (si noti, a proposito dell’idea
della tessitura del tempo testé illustrata, l’illuminante epigrafe posta ad apertura del libro: le parole di Ivan Veen
estrapolate dal suo The Texture of Time ed ospitate in Ada, or Ardor di Nabokov). Un punto di vista davvero autentico,
questo descritto, sul divenire umano; un punto di vista che risulta singolare e che sorprende, oltre che per il modo in cui
ci è offerto, anche per l’incanto e l’ardore (componenti determinanti e giustamente messe in risalto da Cecilia Bello
Minciacchi nella postfazione al libro) di cui la poesia di Alessandra Cava è tutta permeata.
C’è un’altra particolarità che merita di essere evidenziata a proposito dell’opera prima in versi che sto qui introducendo.
In rsvp ci sono cinque testi dai versi molto più brevi degli altri, testi differenti dagli altri, tutti racchiusi tra parentesi e
posizionati, nella pagina, in maniera diversa rispetto al resto dei componimenti. Questi testi potrebbero essere
pronunciati in maniera sommessa, ci dice ancora la postfatrice, come si trattasse di una voce fuoricampo; quasi fosse,
aggiungo io, il coro del più classico dei teatri dell’antica Grecia [il brevissimo e primo di questi brani tra parentesi, forse
non a caso, sancisce proprio «(coro che cola / io)]». Qui - nei cinque brani indicati - si sente davvero la voce che
pronuncia e che recita; qui, e d’altronde in tutta la poesia di Alessandra Cava che ci è dato oggi di conoscere, si
percepisce immediatamente la grande passione dell’autrice per il teatro, la sua frequentazione quotidiana e profonda di
questa forma di espressione artistica. […]
rsvp, Alessandra Cava, postfazione di Cecilia Bello Minciacchi, Polìmata, Roma, 2011
Il presente testo è la rielaborazione di un intervento pronunciato in occasione della presentazione di rsvp di Alessandra Cava,
avvenuta ad Ancona il 20 giugno 2012 nel contesto del Poesia Festival “La punta della lingua”.
La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
«The Past, then, is a constant accumulation of
images. It can be easily contemplated and
listened to, tested and tasted at random, so
that it ceases to mean the orderly alternation
of linked events that it does in the large
theoretical sense».
Ivan Veen
The Texture of Time
*
37
(coro che cola
Io)
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
*
(la febbre è esterna al corpo e noi
appesi a fili come lenzuola
asciughiamo)
*
38
tu sei l’occhio, sei tutto l’occhio che sei, sei la lente,
l’obiettivo, il confluire dello sguardo, canale, sei l’immagine
immobile, immobile prospettiva sei, il non svanire io sto in ritratto nitido, io sto scolorata, saturata, messa
in luce, dentro i quattro lati, io sto in quattro lati buoni,
sto buona nei lati affilati, negli angoli retti dell’impressione,
sto in pezzi senza memoria nei cassetti, tacendo, io sempre
tacendo, io sempre, mai una parola, mai una parola buona eppure noi siamo ancora in carta, in mobile fissità, siamo in
questo spessore di carta, in leggerezza nel peso della carta -
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
*
le parole rubate dal senso inaudito nella testa, per il suono
della testa: ecco, io sono qui e c’è: l’elenco d’infiniti gesti
recisi sul compiere - di là, di qua, il mare inciso a metà con tratto
leggero - imperfetto riflesso di sé ed è onda per onda che traccia
a ritroso: fino alla fine prende, restituisce: un contatto fresco
di stagione, come a dire l’ho saputo da sempre, come un’impressione leggera, leggera, la chiedevo speranza perché sfiorisse così,
com’era - ed era: blu e bianco di te a sentire la forma, a sentire che torna,
è corretta, risponde perfetta - era senza stupore e il sole che perde
il tramonto e stanze che perdono il centro, immagine e non movimento,
spostare, ingannare il reale, usciti dal mondo: da dentro - muri e finestre
mi bastano intorno, artificio impagabile prima del giorno -
39
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
*
amore durissimo, articolarsi delle ossa, scorrevole
rotolarsi delle ossa dalla pelle, solitarie per quel loro esitare
la diramazione, incantare, mettersi nel canto, mettersi
tutte nel canto, nell’aspro canto del sangue, nell’angolo
appuntito dei nervi, nello schiocco delle membrane, nelle aritmie,
nella violenza delle arterie, per quel lasciarsi ricoprire, isole
bianchissime nella carne, per la loro modestia di impalcatura,
di scheletro schivo, di lungo fiore sotterraneo, di radice -
40
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
*
41
oggi è un sole lungo, uno sguardo di notte bianca natura mi scosta, mi ignora: di sicuro la offende
il mio amore d’interni, di tubi, di tetti, di vetri all’incastro;
ma poco le basta, quel poco che afferra alle spalle
con passi d’altalena, quando sbaglia e prende aloni d’inferno,
quando pare artificio, un inganno, uno schermo
e m’attendo si spenga - processo d’infrazione del mondo, nulla
che raduna i suoi pezzi, così il mio seguire una parola
con altra in spazi di vuoto - ecco me allora, a chiedere di quale
tessuto è il ricordo, di quale s’intreccia, se è uguale, uguale
il colore - ecco allora l’immagine fatta di niente, ecco che arriva,
ecco, col suo bagaglio di niente - si sta a scrivere
allora, si sta in angolo stretto, si sta -
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
42
*
continuo stare, questo stare in vita per vie traverse,
secondarie strade dell’assenza che disegna nitida
la fessura del canale, questo stare in parole abitando
la dimensione orizzontale, leggera, del narrare ora è estate che sfinisce, liquefazione dei sensi,
dei cataloghi ragionati: si va a capo per sentito dire,
dentro un’istintiva nostalgia di mani fredde, di giri di maniglie,
di vento e strade vuote - neanche ora c’è equilibrio,
qui nell’aria ferma della scelta si sta a caso e per stortura
d’animo, qui si incrociano gli sguardi e si distolgono, ma le dita
sfuggono, tentano raccordi - tutto intorno è piegarsi alle linee
spezzate e chi ha un vago rimpianto dei tornanti non si volta mentre io vado a cercare sconforto negli specchi, le ginocchia
mi abbandonano davanti allo splendore, ormai luogo
comune, che ancora non abbiamo consegnato -
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
43
*
se posso trapassare lo sgomento, se posso fare breccia
di sgomento in leggerezza, se posso afferrare leggerezza
e incantare il peso, il peso turbinoso del mondo, spaventoso
cemento pesante del giorno, accogliermelo nelle mani, farmi
tutta peso declinante, peso che storpia, faticoso peso
in leggerezza forte, in mia volatile inclinazione, se posso fare
spazio nel cuore ostruito, se posso, in quel vano senz’aria se posso affacciarmi alla finestra e non vederti, se posso fare pensiero
pacato del mio non vedere che vieni o che vai, se posso fare
che assenza sia lieve, che sia lieve nello spazio e lieve molto
nel tempo, se posso fare che il tempo non strida, non mi scolori
nella sfinitezza, che non mi slacci la tessitura, che giochi piano
alla memoria, piano ai gesti e alle cose piccole, piano con noi
dell’età buona, dell’età gelosa custodita, se posso fare custodia
di assenza - se posso tenermi questi giorni lunghi di esattezza,
se posso disegnare lo stupore della somiglianza, del riflesso
al contatto, se posso vedermi in tua visione, contare le ore
della lucidità trattenendomi in tua nitida visione, se posso infliggermi
mancanza, essere intera mancanza che mi contorna, se così posso
farne carico inseparabile, se il vuoto è la presenza dolcissima che so,
se so ancora qualcosa, qualcosa ancora, ancora qualcosa non so -
OPERA PRIMA
rsvp
di
Alessandra
Cava
44
È nata a San Benedetto del Tronto nel 1984.
Si è laureata all’Università di Siena in Storia del Teatro e a
Bologna in Discipline dello Spettacolo dal Vivo.
Fa parte di Altre Velocità, gruppo di osservatori e critici
delle arti sceniche.
Conduce laboratori di scrittura critica e lavora come
redattrice per festival, rassegne e stagioni teatrali, curando
incontri radiofonici e approfondimenti su carta e web.
Insieme ad Altre Velocità ha curato il volume Un colpo.
Disegni e parole dal teatro di Fanny & Alexander, Motus,
Chiara Guidi / Socìetas Raffaello Sanzio, Teatrino
Clandestino (Longo Editore, 2010).
Come critica teatrale ha collaborato con “Hystrio”, “Prove di
drammaturgia”, “Doppiozero” e “Culture Teatrali online”.
Ha partecipato a RicercaBo (Bologna, 2009) e a ESCArgot /
Poesia Totale (Roma, 2010).
Alcuni suoi testi poetici sono comparsi su “il verri”, “Alfabeta
2” e sulla rivista svedese “Subaltern”; online su
“Absoluteville”, “Poesia 2.0”, “Blanc de ta nuque”.
La sua prima raccolta, rsvp (2011), segnalata al Premio
Montano, è stata pubblicata da Polìmata nella collana
ex[t]ratione.
Inserire immagine
copertina libro
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
45
Precarietà del lavoro, della poesia e del vivere. Di Danilo Mandolini
Il punto di avvio ideale per ogni riflessione sull’opera prima in versi di Natalia Paci sembra essere rappresentato
(almeno lo è per il sottoscritto) dall’apertura della breve annotazione di Davide Nota posta nel risvolto di copertina e
che recita: «Ad essere Pronta in bilico in un mondo “tragicomico” è la Poesia…». Coerentemente con l’incipit
dell’opera, di fatto già racchiuso nel titolo della stessa [Pronta in bilico, appunto (Sigismundus Editrice, Ascoli Piceno,
2012)], il tema della “provvisorietà” è multiformemente affrontato attraverso i vari punti di vista identificabili nelle
sezioni della silloge e, anche, grazie al tono del dettato che oscilla tra il divertito ed il serio, «tra pop e disperazione»
come evidenzia ancora Davide Nota. Non è un caso, poi, che il titolo del libro sia reso al femminile. Si è già affermato,
infatti, che è la poesia a sembrare innanzitutto pronta in bilico (oggi più che in passato e nel suo ruolo di “media” che
dall’intimo di chi versifica va come clandestinamente ed inspiegabilmente incontro all’altro); allo stesso modo, però,
appare chiaro che è anche l’autrice ad essere “vittima” dello stesso “labile equilibrio”, come immobilizzata nella
dicotomia estrema di un lavoro precario in cui ci si occupa della precarietà del lavoro altrui (Natalia Paci è avvocato e
professore a contratto di Diritto del lavoro presso l’Università di Urbino).
In virtù di quanto appena rilevato la prima sezione del volume (Commentario precario) non può non trattare proprio
della moderna piaga dell’instabilità dell’impiego, non può non essere tempestata - nonché introdotta dal comma 1
dell’articolo 35 della Costituzione italiana («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni») - di
brani tratti dalla legislazione corrente e dallo Statuto dei lavoratori ed inerenti, manco a dirlo, la materia del lavoro.
Emblematici dell’approccio che l’autrice tiene nei confronti dell’argomento indicato sono, in primissima battuta, i
titoli delle sei liriche che compongono la prima sezione: Ode sexy al diritto del lavoro, Disoccupato disossato, Tempo
d’asfalto, Vita a progetto, Art. 18 e Straordinario orario. Con una pronuncia che sembra uscita, come dichiara Renata
Morresi nella nota introduttiva, «da un Palazzeschi sguinzagliato nella ludoteca dei giuslavoristi» Natalia Paci fa
affiorare nettamente, dal sotteso della quotidiana abitudine che tutti coinvolge e travolge, l’indiscutibile e
drammatica condizione di molti lavoratori più o meno giovani di oggi. Senza entrare troppo nel merito dei testi o di
parti rilevanti di alcuni di questi (non perché non valga la pena farlo, ma semplicemente perché lo spazio qui a
disposizione è limitato e perché le poesie di Pronta in bilico vanno incontrate tutte e nella loro interezza), si può
affermare che la poesia dell’opera prima di Natalia Paci si colloca indubbiamente nel solco di quella nuova e
moderna istanza civile negli ultimi anni inaugurata in poesia, seppur con modalità espressive ed esiti diversi, da Fabio
Franzin.
Il tema della precarietà - si è già anticipato - attraversa orizzontalmente l’intero libro. Esso, però, viene restituito al
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
46
lettore con un’intensità che va - comunque modificandosi - come manifestandosi attraverso uno sguardo che muove
dal più al meno evidente, dal dettaglio al campo allargato. Il soggetto cardine di Pronta in bilico viene cioè trasposto,
dopo la prima in cui viene affrontato nella sua disarmante e brutale essenza, nelle altre e successive sezioni e
nell’ambito di situazioni di vissuto più routinario, fin anche alla vita di coppia, all’amore e, lievemente, fin dentro gli
haiku e le illustrazioni di Cristina Maria Ferrara, rispettivamente della penultima e dell’ultima parte del lavoro.
Intendiamoci: la dinamica evidenziata non toglie forza al grido di denuncia dell’autrice, al suo sdegno; tutt’altro.
Questo trasferire la visione della “provvisorietà” da un contesto in cui la stessa è oggi angosciosamente esplicita ad
altri in cui la sua presenza è meno palese, più “diluita” e forse per questo più accettata, concorre proprio a risaltare
l’“anima” subdola di quella che è da ritenersi, di fatto, come una componente imprescindibile del nostro stesso
essere uomini: la fugacità, la caducità del nostro divenire.
Per enfatizzare ora altri due aspetti davvero peculiari del linguaggio utilizzato ed afferenti l’opera prima di cui si sta
qui disquisendo, trascrivo integralmente due brani tratti, il primo, da una breve annotazione di Luigi Socci (il cui
“eco” si riconosce forte in alcune parti del volume) riportata nel risvolto di copertina e, il secondo, dalla nota di
apertura di Renata Morresi. Luigi Socci afferma: «Natalia Paci scopre, con malizioso candore da Lolita del verso, le
relazioni quasi sensuali che le parole intrattengono fra di loro (e tra sé e sé e con le cose di fuori)». Renata Morresi,
chiamando in causa l’epigrafe di avvio del libro tratta da Szymborska, dichiara invece: «La disarmante semplicità di
Pronta in bilico porta il linguaggio della comunicazione alle sue conseguenze estreme: lo tira fino all’osso, fino al
contrario di se stesso. Così rovescia il principio del messaggio pubblicitario: invece che compiacere e plagiare per
indurre a consumare di più, ci punzecchia col suo batti e ribatti, ci smaschera come cosa consumata tra le cose…».
L’autrice dell’introduzione al volume, nel passaggio appena citato, mette direttamente in relazione proprio il modello
della precarietà tipica del lavoro contemporaneo, estesa ed amplificata all’idea più universale di fugacità e caducità
del divenire umano come in precedenza sostenuto, con un carattere distintivo della pronuncia poetica di Natalia
Paci. Pare quindi rivelarsi, in Pronta in bilico, una strategia espressiva che amalgama contenuti vicini all’attualità più
stringente, stile ed accenti autentici e che rende questa raccolta di versi inequivocabilmente riconoscibile nelle
stesse aspirazioni che l’hanno determinata e, per questo, fruibilissima e davvero godibile da parte di ogni attento
lettore.
Pronta in bilico, Natalia Paci, nota introduttiva di Renata Morresi, Sigismundus, Ascoli Piceno, 2012
La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
Ode ♥ sexy ♥ al Diritto del Lavoro
(da parte di una lavoratrice interinale, oggi anche detta volgarmente
“somministrata” o lavoratrice di facili costumi)
Il contratto di somministrazione di lavoro può essere
concluso da ogni soggetto, di seguito denominato
utilizzatore, che si rivolga ad altro soggetto, di seguito
denominato somministratore, a ciò autorizzato...
art. 20, comma 1, d.lgs. n. 276/2003
di
Natalia
Paci
Il nostro è un rapporto atipico
flessibile (o poco rigido):
siamo una coppia aperta
sempre attenta
a un’altra offerta.
Sono la tua metà
senza obbligo di fedeltà:
non c’è patto di non concorrenza
il nostro rapporto interinale
è per sua essenza triangolare.
47
un cambiare posto ad ogni
pasto.
Una vera somministrazione
di frustrazione.
In questa relazione
ci vuole concertazione:
tolto il divieto
è una continua interposizione
di mani all’opera
in ogni posizione.
C’è troppa confusione:
è un via vai di vai via
Da Commentario precario
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
Disoccupato disossato
stato di disoccupazione: la condizione del
disoccupato
o
dell’inoccupato
che
sia
immediatamente disponibile allo svolgimento di
un’attività lavorativa
art. 1, comma 2, lett. f), d.lgs. n. 181/2000
di
Natalia
Paci
Sono un disoccupato proattivo
disponibile al reimpiego
da quando ho perso il posto
sono stato socialmente utilizzato
collocato in varie posizioni
per tutte le mansioni
sopra mobili sotto tavoli
l’importante è stare immobili:
perché la stabilità del posto
è al primo posto.
48
Anche se la paga non appaga
bisogna lavorare
dimostrarsi reattivi
anche un po’ sportivi
il fisco verifica il fisico:
che i nervi siano saldi
anche senza soldi.
Mostrarsi aperti ai creditori
in attesa di tempi migliori:
non ho alcun preconcetto
verso il precetto
porgo tutto il mio rispetto
all’ufficiale giudiziario
che arriva in orario.
Pignorate pure
tutti i beni
dalla testa ai piedi
toglietemi le unghie i capelli
il primo strato di pelle
tagliate pure la lingua
prendetemi l’anima
per pulirci per terra.
Sono un disoccupato disossato:
felice di fluttuare nel mercato.
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
49
Art. 18
Ho perso la licenza
poetica. Un licenziamento in regola
d’arte: impugnabile entro
sessanta giorni dalla perdita
dell’ispirazione.
Chiederò il risarcimento
del danno
un equo compenso
per le figure fatte
(retoriche ovviamente).
Un’indennità in versi:
tutte le strofe perse
da quel giorno
all’effettiva reintegra
in me stessa
con un minimo
di cinque enjambement.
Certo, dovrò ricominciare
da zero
dalla pagina bianca.
La poesia è dura
ma non stanca.
...Il giudice con la sentenza (...)
condanna il datore di lavoro al
risarcimento del danno subito dal
lavoratore per il licenziamento di cui sia
stata accertata l’inefficacia o l’invalidità
stabilendo un’indennità commisurata
alla retribuzione globale di fatto dal
giorno del licenziamento sino a quello
dell’effettiva reintegrazione e al
versamento dei contributi assistenziali
e previdenziali dal momento del
licenziamento al momento dell’effettiva
reintegrazione; in ogni caso la misura
del risarcimento non potrà essere
inferiore a cinque mensilità di
retribuzione globale di fatto.
art. 18, Legge n. 300/1970
(Statuto dei lavoratori)
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
50
Pronta in bilico
Murata tra queste quattro ossa
mi prendo le misure
mi riempio di torture
affido a muscoli distratti
- per nulla agili i miei passi a scatti
instabili.
Su un filo di luce
non perdo di vista
il mio punto di vista
impronta di riferimento
impressa sempre dentro
Pronta
in bilico
sulla punta della lingua.
Testo il mio equilibrio
con in testa un libro.
Provo a prendere di testa
e non di petto
tutti gli imprevisti che mi aspetto
dal mio aspetto.
Funambola inesperta
sonnambula incerta
incontro ostacoli di percorso
in agguato lungo il mio dorso
costola dopo vertebra
nelle vene dentro il ventre
sulla strada - non asfaltata tra il cuore e la mente.
Apro la bocca
davanti allo specchio
cerco nel vortice
di un orecchio
un punto di fuga
un solco di ruga:
affronto il di fronte
fino all’orizzonte.
Mi guardo da sopra a sotto
e mi strizzo l’occhio.
Domestici elettrici
Nella top ten dei servitori domestici
il forno è al primo posto
è quello che trasmette più calore
riscalda tutto
arriva al cuore.
Al secondo posto c’è la TV
detta anche televisore
trasmette tutto
soprattutto la finzione
di un mondo migliore.
L’aspirapolvere ha una funzione
ambientale: un casalingo
termovalorizzatore.
Aspira ma non ispira
sarà per il rumore.
Da Acrobazie domestiche
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
Tocco senza tatto
di
Natalia
Paci
Ora sto bene
ora sto male
senza un perché
è un altro che decide per me.
Questa insofferenza cos’è?
Non si stacca non mi molla
è come colla
più la tiro
più si allunga
come cingomma.
51
È un buco vuoto
va riempito
con roba di ogni tipo
sms telefonate
le solite bevute
incenso profumato
biscotti al cioccolato
shopping zapping
niente di costruttivo comunque sia
anche quando è sesso
fatto e buttato via.
Tutto diventa oggetto
tocco senza tatto
unghie rimmel e tacco
estetico contatto
ermetico distratto
soli in due nel letto
più di prima anche dopo.
Staccami le braccia
Se ti mancano i miei abbracci
staccami le braccia
attaccale sul divano
imbalsamate
per l’affetto fittizio
quotidiano
per le tue serate
con gli Amici
di Canale 5 o quelli veri
di Facebook.
Da Tocco senza tatto
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
Cordialmente Tua
La presente
per comunicarLe che
la funzionalità del prodotto
è stata manomessa con l’uso
delusa l’aspettativa promessa.
una chiara ed esauriente
spiegazione
di ogni Sua passata e presente
emozione.
Sarebbe comunque gradita
una Sua nota di commento
onde apportare opportuno adeguamento
in vista di futuri altrui utilizzi.
In effetti rincresce constatare
una certa indifferenza
una discreta assenza di confidenza
sopratutto dopo tanta intimità
nella nostra precedente attività.
52
Si confida vivamente
in un Suo riscontro in nome
dei consolidati e cordiali rapporti
intercorsi frequentemente
tra i nostri corpi.
Si auspica che possa farmi avere
- anche tramite legale rappresentante un plico contenente
Da Sexy shock (poesie d’amore)
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
Voglio le tue cellule
L’odore delle chiese non mi appartiene
mi sento extracomunitaria
in territorio sacro.
Profanatrice di umori cristiani
prendo a morsi come meretrice
il corpo di Cristo
trasformo stigmate in cicatrice.
53
Voglio le tue cellule non il cellulare.
Questo non è un sms ma un SOS:
ho bisogno di te in carne e ossa.
L’odore delle chiese
Il suo corpo contorto
così magro e sfinito sulla croce
è sempre stato il mio tipo
se lo avessi conosciuto
ci avrei provato
lo avrei voluto come fidanzato
per avere proprio dentro
tutta la fede che non sento.
Se è vero che sono la tua metà
Se sono la tua metà vuol dire
che senza di me non sei intero.
Ma non voglio un mezzo uomo!
Pertanto amore
(solo per questo sia inteso)
ne ho anche un altro mezzo.
Nulla di più sennò
sarebbe tradimento.
Dammi una mano
spediscimi un dito per posta
manda un braccio a prendermi
calcia un tuo piede
fallo rotolare da me
fallo entrare dalla porta principale.
Viola la mia privacy ti prego
mancami di rispetto.
Ti aspetto con tutta me stessa
ti aspetto con tutto il mio aspetto.
Entra pure, tocca tocca, tocca tutto
voglio il tuo tatto
lascia cadere mani morte
sulla mia pelle viva
resuscita la mia carne.
Nell’era del digitale
digitami digitami
finché non fa male.
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
Ancona
di
Natalia
Paci
Sorveglia il Papa
con sguardo di pietra
se ci si bacia
Sola
Forte Altavilla un palco abbandonato
ci rende attori
Sopra la città
a comporre poesie
per cinque dita
54
Sguardo sul porto
luci lungo la costa
fioche candele
Sono sola ora
ho vissuto in un
giorno
ogni inverno
In treno
Viaggio in treno
anche se parto certa
torno diversa
Solo a me stessa
in altro letto altrui
resto fedele
Il campanone
ha suonato ancora tempo scaduto
Da Haiku (poesie per cinque dita)
OPERA PRIMA
Pronta
in bilico
di
Natalia
Paci
È nata nel 1974.
Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale Nie
Wiem (www.niewiem.org) organizza dal 2003, insieme a
Luigi Socci e a Valerio Cuccaroni, il Poesia Festival “La punta
della lingua” (www.lapuntadellalingua.it).
Sue poesie sono presenti in riviste cartacee e on-line e nelle
antologie: Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei
poeti, curato da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri
(Pequod, 2008), Calpestare l’oblio. Cento poeti contro la
minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria
repubblicana (Cattedrale, 2010) e, in via di pubblicazione,
Registro
di
Poesia
#5
(Edizioni
d’if,
2012).
55
Vive ad Ancona con i suoi due amori: Valerio e Lucio.
Inserire immagine
copertina libro
Portatori d’acqua con le orecchie 1943 / 1951
Patrizia Cavalli
Con questo numero si apre, a seguire, un nuovo spazio nel quale - senza una periodicità a priori
definita - viene e verrà proposto l’incontro con una selezione di testi tratta dall’opera prima di un autore
di versi contemporaneo ed affermato.
Il nome di questo nuovo spazio è:
RILETTURE
Patrizia Cavalli
È nata a Todi e vive a Roma. Per Einaudi ha pubblicato Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il
cielo (1981), Poesie 1974-1992 (1992), che riunisce i due precedenti volumi con una nuova raccolta intitolata
L’io singolare proprio mio, Sempre aperto teatro (1999) e Pigra divinità e pigra sorte. Sempre per Einaudi ha
tradotto il Sogno di una notte d’estate di Shakespeare. Dello stesso autore ha inoltre tradotto Otello, messo in
scena dal regista e attore Arturo Cirillo nel 2009.
La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini ed è tratta da Le mie poesie non cambieranno il mondo
(Einaudi, Torino, 1974).
Patrizia Cavalli
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
*
Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.
*
Per riposarmi
mi pettino i capelli,
chi ha fatto ha fatto
e chi non ha fatto farà.
Dietro la bottiglia
i baffi della gatta,
le referenze
le darò domani.
Ora mi specchio
e mi metto il cappello,
aspetto visite aspetto
il suono del campanello.
Occhi bruni belli e addormentati…
56
*
Né morte né pazzia mi prenderà:
un tremore delle vene forse
un’acuta risata, un ingorgo
del sangue, un’ebbrezza limitata.
ma d’amore
non voglio parlare,
l’amore lo voglio
solamente fare.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
*
Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c’è niente da dire.
*
Da scalfittura diventare abisso,
da fragile membrana diventare
la corda tesa delle vibrazioni incostanti.
57
Comincia la stagione delle grandi cacce
da Aquila Reale, e la rosa
guarderà i suoi petali cadere
ad uno ad uno.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
*
Le note che disegnasti sul mio quaderno
e la chiave di violino e la doppia chiave
e la tripla chiave. Sempre per te
un nuovo quaderno. Di quanti fogli
hai bisogno? Hai intarsiato la mia scrivania
scolpito il mio scaffale; ma ora non più
arcieri in costume da guerra, soltanto
segni distratti. E dovrai raccogliere
con pazienza piccoli minuti perché tu possa
comporre un’ora.
*
58
Vado in guerra lasciando una città
senza lasciarla; simulo l’eternità
portando assieme alle valige
due cappotti.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
59
*
E chi potrà più dire
che non ho coraggio, che non vado
fra gli altri e che non mi appassiono?
Ho fatto una fila di quasi
mezz’ora oggi alla posta;
ho percorso tutta la fila passetto
per passetto, ho annusato
gli odori atroci di maschi
di vecchi e anche di donne, ho sentito
mani toccarmi il culo, spingermi
Il fianco. Ho riconosciuto
La nausea e l’ho lasciata là
dov’era, il mio corpo
si è riempito di sudore, ho sfiorato
una polmonite. Non d’amor di me
si tratta, ma orrore degli altri
dove io mi riconosco.
*
Non ho seme da spargere per il mondo
non posso inondare i pisciatoi né
i materassi. Il mio avaro seme di donna
è troppo poco per offendere. Cosa posso
lasciare nelle strade nelle case
nei vetri infecondati? Le parole
quelle moltissime
ma già non mi somigliano più
hanno dimenticato la furia
e la maledizione, sono diventate signorine
un po’ malfamate forse
ma sempre signorine.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
*
E sempre dovrò partire
e fare i bagagli
e permettere al mio poco corpo
una corsa che non gli si addice
e prolungare gli inganni e demente
rincorrere tutte le storie anche quelle
che avrebbero preferito un silenzio.
Ma valorose sono le partenze
anche se un imbarazzo spesso le consuma.
*
60
Del suo silenzio io sono invidiosa
e di come si appoggia a un davanzale
lasciando alla luce i suoi miracoli.
Sembrerebbe un ballerino smemorato
se qualche volta non sorridesse
come a scusarsi di tanta bellezza.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
*
Ma prima bisogna liberarsi
dall’avarizia esatta che ci produce,
che me produce seduta
nell’angolo di un bar
ad aspettare con passione impiegatizia
il momento preciso nel quale
il focarello azzurro degli occhi
opposti degli occhi acclimatati
al rischio, calcolata la traiettoria,
pretenderà un rossore
dal mio viso. E un rossore otterrà.
61
*
I marocchini con i tappeti
sembrano santi e invece
sono mercanti.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo
Patrizia
Cavalli
*
Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.
62
*
Poco di me ricordo
io che a me sempre ho pensato.
Mi scompaio come l’oggetto
troppo a lungo guardato.
Ritornerò a dire
la mia luminosa scomparsa.
Le marocchine - 1944
Gian Maria Annovi
È nato a Scandiano (RE) nel 1978. È Assistant Professor di Lingua e letteratura italiana presso la
University of Denver (USA).
Ha pubblicato il volume di saggi Altri corpi. Poesia e corporalità negli anni Sessanta (Gedit, 2008) e
numerosi interventi in riviste e volumi collettivi in Italia e negli Stati Uniti. Ha curato l’antologia
bilingue della poesia di Antonio Porta Piercing the Page (Los Angeles: Seismicity, 2012). Nel 2011 ha
vinto il Premio Pier Paolo Pasolini per la Tesi di Dottorato.
Come poeta ha pubblicato: Denkmal (l’Obliquo, 1998), Terza persona cortese (d’if, 2007), Self-eaters
(Mazzoli, 2007), finalista al Premio Antonio Delfini, e Kamikaze e altre persone (Transeuropa, 2010),
con un’introduzione di Antonella Anedda.
Nel 2006 ha vinto il premio Mazzacurati-Russo.
63
Le sue poesie sono incluse nelle antologie L’opera comune (Atelier, 2001), Parco Poesia (Guaraldi,
2003), Nodo sottile 4 (Crocetti, 2004), Poesie dell’inizio del mondo (Derive e Approdi, 2007),
Calpestare l’oblio (Cattedrale, 2010), Poeti italiani in America (In forma di parole, 2011), Poeti degli
anni Zero (Ponte Sisto, 2012). Ha inoltre pubblicato su riviste e blog quali “Poesia”, “il verri”,
“Versodove”, “Atelier”, “l’immaginazione”, “Il Sole 24 Ore”, “LeftAvvenimenti”, “Private”, “L’Ulisse”,
“Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Absolutepoetry”.
Ha tradotto, per riviste e antologie, numerosi poeti nordamericani. Tra questi: Anne Carson, Michael
Palmer, David Bromige, Andrew Shurin, Ray DiPalma, Bruce Andrews, Joseph Ceravolo e Anselm
Berrigan.
Scrive per “Il Manifesto” e collabora con “alfabeta2”.
Da Denkmal
Gian Maria
Annovi
*
né sfilo il pane
dagli occhi:
lo resto per te
(per gli uccelli)
*
volevo perso
il respiro
(che non è mio)
(che non lo sento)
e perso quello
sparirmi:
non cresca
buio.
né vento. né sale.
né mano. né piede.
64
né fare respiro
né farlo per sempre
*
ridotta la clonazione
la clorazione del sangue
che non torna puro.
che non torna dentroridotto il sentiero
del corpo
contratto ogni poro
ogni precisazione di
percorso:
lobo/clavicola
inguine/ascella
e la parola senza involucro
derma o pellicola
Da Denkmal
*
Gian Maria
Annovi
ad Amelia Rosselli
gran gigantessa muta
di volto scarno
di falsa magrezza
di carme. di carne.
fare silenzio filato
con dita d’ombra
con forma bionda con treccia
di assenza di
vascello di sabbia
fare vuoto l’orecchio
fare l’ascolto del poco
sbattere come le ali
come malate le mani
65
come il mattino
che pose la testa
su fresco selciato:
che senta la mente
se l’erba risale
se sgretola tutto il cemento
*
mio operato di fuggire
operare l’allontanazione
il facimento dello spazio
la divisione e
e quante aggruppate
solitudini
quanti sapersi lontano
a grandi nodi
grovigli
annotazioni di nodi
(che non ci separi l’invidia
incontenibile delle briciole)
Da Denkmal
Gian Maria
Annovi
DENKMAL [*]
(al colmo di questa finitezza
si resta comunque
soli)
non la certezza la guarigione
la riparazione di dire.
e fare operazione di confine
di auto-costruzione
auto-castrazione della gola
del pronome.
e il pensare dove termina
ci formi / scolpisca
ci faccia duri
statue mucchietti o figure
66
senza testa né arti
[*] Denkmal è un sostantivo neutro tedesco che significa
monumento. È composto dai termini Denken, pensiero e
Mal, segno, termine, confine. Nota dell’autore.
*
ecco che siamo confine.
stare ben fissi nel buco
dei piedi. nel poco. nel meno.
attenti alle antenne dei grilli
tutte spezzate di nuovo.
noi senza sperma
noi senza bordi
a fare le ciglia sul corpo
dei morti
a fare il silenzio più forte
che viene
Da Denkmal
Gian Maria
Annovi
Da MAIUSCOLE
(da dirsi in piedi)
*
ECCO
SALVARTI NON POSSO
SALVARTI NON RIESCO
DI BIANCO DI BIANCO
LE MANI SCARTATE
DI TEMPO
PERDUTO IL RESPIRO UNA SERA
LE BOCCHE PIU’ NIENTE
RIMASTO
NO CARNE NO TEMPO
PIU’ NIENTE RIMASTO DI VENTO
DI TEMPO
67
LE DITA SPEZZATE
CORROTTE
*
TUTTO L’HO FATTO
IO QUESTO MONDO
L’HO SPINTO
L’HO FATTO SUDARE
SUDATO DI ACQUA
DI PISCIO
STORTA LA FACCIA NEI FOSSI
NEI GORGHI DELL’ACQUA
DEL SEME
DI QUESTO DOLORE
CHE SUDO CHE HO DATO
SUDATO PER ME
PERDUTO PERCHÉ SONO ME
ANELLO IN FRANTUMI
DITO TAGLIATO
Da Tredici prove (per qualunque le dica). In L’opera comune
Gian Maria
Annovi
PROVA II :
stare al moto
della soglia
della maniglia
rotta e la frattura
degli arti delle falangi
i polpastrelli senza la carne
(senza nessuna misura)
***
PROVA IV :
68
ti cucio la notte
sotto le suole
i talloni le unghie
se voglio mi faccio figura
(ti faccio ombra)
Da Tredici prove (per qualunque le dica). In L’opera comune
Gian Maria
Annovi
PROVA VI:
ti provo la polvere sulle
caviglie
ti cresco le ciglia
(che non è silenzio le labbra)
***
PROVA VIII:
poi certe volte
piango
cento volte
spengo le braccia
(i movimenti dei polsi)
***
PROVA X:
69
fare un esempio
della faccia
del tuo volto vuoto:
io muoio
(tu muovi anche gli occhi)
Da Tredici prove (per qualunque le dica). In L’opera comune
Gian Maria
Annovi
PROVA XI:
a volte ti vengono
gli angeli gli angoli
nei capelli
che anche mi vengono brividi
(la lingua)
(i tuoi denti)
(le tue vaste gengive)
***
70
PROVA XIII:
(le parole non le conosco)
però le infinite curve
delle braccia
Da Terza persona cortese . Reality in sette visioni
Gian Maria
Annovi
camera # 3
Le porto a spasso il dobermann
e ne raccolgo i resti che dissemina
poi stiro le Sue calze con letizia
La prego (due punti)
mi tolga tutto quello che desidera
lo scrivere di versi soprattutto
camera # 3.1
71
ricamo per Lei dei cuscini di plastica
con grumi di filo arancione
(ci scrivo sopra il mio nome)
Lei m’entra con l’ago nella mano
lo infilza nel palmo con precisione
(non parlo)
mi continuo nel pizzo sanguinario
Da Terza persona cortese . Reality in sette visioni
Gian Maria
Annovi
camera # 4.2
nel piatto non devo restarci niente
perché Lei non vuole mi dice
che devo lavarlo con la lingua
e il Suo collo leccarlo
la Sua nuca pulirla
poi mi raschia le gambe col coltello
le ascelle anche
le ciglia
camera # 5
capisco che Lei è buono
che la Sua bontà è immensa
anche quando mi tiene la mano
sul vapore della pentola a pressione
per mostrarmi che il dolore che io scrivo
non è vero quanto questo bollente che tortura
che non è mia invenzione
72
camera # 6.1
dormo le ore stabilite
sul bordo della branda
Lei mi gravita sopra col Suo peso
col Suo volto pesante che mi affonda
e il Suo sguardo che dice mi protegge
Da Terza persona cortese . Reality in sette visioni
Gian Maria
Annovi
camera # 7
poi finalmente mi prende
e come Lei solamente sa fare
mi sigilla le orecchie con scaglie
di sapone di Marsiglia originale
mi copre le dita con cera di ape
e gli occhi e le labbra e i vari orifizi
di certo il Suo amore è perfetto mi dico
non fiato
(è il delitto)
73
Nota (dell’autore) al testo
Predella di un polittico invisibile, Terza persona cortese avrebbe dovuto seguire - e completare nelle intenzioni - la
pubblicazione, mai avvenuta, della raccolta intitolata Secondo persona, parzialmente anticipata in antologie e riviste.
È un dialogo per voce sequestrata e persona che tace, dialogo che ha luogo in sette camere, al tempo stesso stanze di una
realtà ridotta a reality e inquadrature - visioni - offerte al lettore/spettatore.
Grande Altro o partner inumano, amante o assassino, questo «Lei» così cortese da eliminare la prima persona è qui chiamato
sulla scena poetica, forse per la prima volta dai tempi della cortezia.
Piccola antologia della critica
[...] Gian Maria Annovi è sicuramente un autoptico. Il teatro dei fatti dell'io appare circoscritto al ridotto delle «stanze che abito», al confine di
cuscini, lenzuola. L'io vi è compitato anatomicamente (è ossa, teschio, vertebre) e grammaticalmente. Gli utensili di scavo sono linguistici (una
“lingua-protesi”), ma senza offrire la crudezza dei corpi a immagini espressioniste, incastrate piuttosto tra slittamenti semantici seriali, fondate
sulla semplice contiguità dei significanti (tende/tendine; dentatura/dettatura), con 'incisioni' esecutive nel dosaggio delle sordine dei segni
diacritici (parentesi, barrette oblique, trattino), così come esecuzione è il picchiettio senza furia delle allitterazioni, compitazione del piccolo
universo insensato («detto la tua dentatura / al lenzuolo / la dettatura delle dita»). In particolare è in gioco l'idea che qualcosa si può fare
traendo il massimo dal minimo (eroticamente: «ti impalo / la bocca col dito»). Per forzare i contorni del reale basta stringere gli occhi fino a
farsi male («i colori / sbandano fuori dalle tende»). Le guerre dell'io si vincono sul piccolo («il mondo è il bianco del dentifricio / che ficchi nei
fori cariati»); più difficili allora, su queste basi, si fanno le sortite al di fuori dei confini tracciati, accentuandosi all'assurdo un senso di irrealtà
appena sopportabile all'interno, come avviene nel tentativo/limite di poesia civile: «passare un presente / indicativo di / stragi» (si noti in
indicativo uno dei lapsus semantici cui alludevamo), che dopo un tentativo azzardoso di agganciare il tragico in un'astrazione («tu tempotimer... non coniughi l'essere»), si chiude con l'usuale, efficace sordina: «(e gli arti raccolti sui binari)». […]
Gian Maria
Annovi
Fabio Zinelli, dalla prefazione a Nodo sottile 4, a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti, Crocetti, Milano, 2004 (pp. 17-18)
***
[…]… Terza persona cortese si presenta come libro-ombra di un altro libro, una raccolta più corposa, titolata Secondo persona e tuttora inedita,
cui questa plaquette avrebbe dovuto dare seguito e completezza.
Scheggia sfuggita a un oggetto ancora non entrato nel campo di identificazione dei nostri radar, o, nelle parole dell’autore, «predella di un
polittico invisibile», Terza persona cortese è, come racconta il testo stesso, «un dialogo per voce sequestrata e persona che tace, dialogo che ha
luogo in sette camere, al tempo stesso stanze di una realtà ridotta a reality e inquadrature-visioni offerte al lettore/spettatore». L’attenzione
concentrata sul corpo che Annovi mantiene da sempre polverizza così il suo oggetto da monumento che forse un tempo ha avuto la densità e la
forza di essere (questo il significato, in tedesco, di Denkmal) a visione abbacinante e pixelata. In uno spazio claustrofobico e spoglio - che
possiamo immaginare impersonale come le tante case che il Grande Fratello ci ha offerto in questi anni, popolate da corpi che alla velocità della
luce perdono identità nella memoria collettiva - avviene così, già nella Terza persona cortese, quel trapianto dell’Io nel Tu, che Secondo persona
racconta esplicitamente, scegliendo a epigrafe il verso dantesco che recita «S’io m’intuassi, come tu t’inmii», o facendo della «Seconda persona
variabile», questo il titolo di una delle sezioni interne alla raccolta inedita, la «Stella variabile» appresa da Vittorio Sereni. E del resto, quella di
Annovi è una poesia ipercolta, che si acquatta nel gioco delle citazioni - se di gioco, e di citazioni, poi si tratta - come il ragno nella sua ragnatela.
In questo Io che è, e continua tenacemente a esistere, ma diversamente a seconda delle persone (personae, latinamente maschere) in cui
come in un crudele Gioco dell’Oca si nasconde, resta tuttavia sempre presente, anche dopo il trapianto nel Tu, il rischio del rigetto: la
dimensione quasi ospedaliera (aggettivo definitivamente legato ad Amelia Rosselli) che paralizza il corpo del soggetto fatto oggetto, e lo
scenario di rituale con tocchi sadomasochistici che lo avvolge, appunto, come una ragnatela, servono a tenere a una distanza sempre
continuamente divorata, e quindi sempre continuamente da ristabilire - da tessere - proprio questo rischio. Perché il Tu non è mai un luogo
sicuro.
Laura Pugno, da Echi di voci sequestrate. In “il manifesto”, 8.5.2007
***
Nel 1967 la chitarra di Lou Reed e il caustico violino di John Cale dettero vita a quel perturbante gioiello rock che è Venus in furs, inquietante
riassunto psichedelico dell’omonimo romanzo di Leopold von Sacher-Masoch. […] Kiss the boots of shiny shiny leather, cantavano i Velvet
underground
74
Piccola antologia della critica
Undergorund: il binomio piacere-dolore faceva così il suo magistrale ingresso nella cultura e nell’immaginario musical-popolare. Esattamente
quarant’anni dopo, Terza persona cortese di Gian Maria Annovi riproduce la stessa inquietudine sensoriale, si riappropria del masochismo
usandolo come correlativo oggettivo per delineare una crudele storia di oppressiva fedeltà. Se in Poesie dando del Lei, Vivian Lamarque si
rivolgeva direttamente al proprio psicoanalista junghiano usando una formula di cortesia, Annovi adotta lo stesso procedimento per riferirsi
con estrema cortesia ad un carceriere, o - meglio - all’idea che ce ne propone. Il contrasto fra i due testi non potrebbe essere più netto: dalla
positiva atmosfera infantile della stanza psicoanalitica alla casa-prigione con annesso torturatore. Rileggendo la tradizione italiana liricogrammaticale del pronome “Lei” (un femminile maiuscolo di stampo duecentesco) trascina il lettore in un «dialogo per voce sequestrata e
persona che tace», un poemetto in sette movimenti in cui l’eroe sadico non compare mai ma la cui assenza pesa, allarma e preoccupa. Grazie
ad un dettato lineare e monodico, Annovi ci presenta una serie di “camere” (ma più corretto sarebbe definirle “stanze”, con riferimento ad una
precisa scansione strofica) in cui un io (o ciò che ne resta) si rivolge a “Lei”, entità incorporea capace però di operare un’attenta e precisa
dissezione corporale ai danni della voce che le si rivolge. Un massacro in presa diretta o, come accenna il sottotitolo un reality in sette visioni
(raccapriccianti). Della dimensione del reality show, il testo di Annovi conserva l’iconografia del quotidiano […], si immerge in un panorama
domestico al limite del banale dove però l’io non è mai soggetto ma sempre oggetto di una pena, costantemente vittima della ferocia di “Lei”.
L’ambiguità pronominale (Chi è “Lei”? Una Musa/Beatrice dominatrix oppure un “tu” da cui mantenere le debite, rispettose, distanze?) è qui
stratagemma capace di detonare l’intera economia narrativa della compagine: Lei «richiude i miei tormenti con graffette», «è il regista che mi
dirige nel supplizio», «si pente che già non mi ha interrato». La distanza fra i due protagonisti fa sì che ogni loro incontro dia luogo ad una
rassegnata, lacerante sopraffazione: «di certo il Suo amore è perfetto mi dico», conclude l’autore con spiazzante consapevolezza. Lineare
dramma sull’impossibilità dei rapporti o metaforico referto di un amore molestato dal problema della forma (e della formalità), Terza persona
cortese racchiude, inscenandoli, sia i dilemmi del vincolo (da intendersi in senso lato: a “Lei” è dovuta sottomissione, abnegazione e fedeltà,
quasi si trattasse di un’entità divina temibile, da Vecchio Testamento), sia la consapevolezza di una disfatta totale, a cui consegnarsi (immolarsi)
in un quieto martirio: «mi tolga tutto quello che desidera // lo scrivere di versi soprattutto» è la remissione estrema di chi, consapevole di non
avere più scampo, sviluppa una particolare sindrome di Stoccolma, una sorta di connivenza empatica con le ragioni della propria sofferenza al
puro scopo di sopravvivere; non a caso la dedica del poemetto è una citazione da Carmelo Bene: «Non ai morti, ma ai feriti». È dunque una
compartecipazione ad una resistenza estrema, la materia che maneggia Annovi, il subire per non soccombere.
Gian Maria
Annovi
Marco Simonelli, Lei è un altro. In “La poesia e lo spirito” (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/), 29 maggio 2007
***
Come si fa a scrivere poesie d’amore al tempo dello Scontro di civiltà? Si fa come Gian Maria Annovi, ecco come. Della plaquette d’esordio
Denkmal, di conturbante maturità ancorché scritta prima dei vent’anni, il riferimento principe - fra titolo in glossa ed esergo - era a Paul Celan.
Per Secondo persona, raccolta inedita da tempo compiuta, non si può che pensare ad Andrea Zanzotto. Il che ci porta a un’annessione di diritto,
oltre che di fatto, alle propaggini postreme della gran fronda petrarchista: il Petrarca “spettrale”, certo, di secondo Novecento e post. Quello
passato per Sade e, magari, per Artaud. Se in Vocativo - rispetto alla metafisica lirica d’Occidente, appunto, “petrarchesca” - si assisteva alla
traumatica lacanizzazione della Prima persona (componimento-chiave), Annovi procede a una metodica quanto dolorosa fantasmatizzazione
del “Tu”: speculare particola dell’Io che malgrado tutto, nella koinè tra Montale e Zanzotto appunto, ancora consentiva di tenere in funzione
tutti i link col Canone. In Secondo persona la sensazione del senzarete si fa invece fortissima. […]
Andrea Cortellessa, in Poeti degli anni zero (Ponte Sisto, 2012)
75
Da Self-eaters. Autofagi
Gian Maria
Annovi
self-eater #3
inizia mordendosi le labbra
come al colmo di un bacio
con la lingua con la chiostra
dei denti se le slabbra
le ingoia
poi il naso le orecchie
la pelle che si sfalda
76
quando è scritta la vita è come lui:
self-eater #5
che si offre sfacciata
e poi si annulla
non si regge coi piedi e con le mani:
le protesi che devono restare
fin quando non sono ricresciute
piegato col mento sul costato
si squama e si distacca come niente
lo scatolo di ossa che lo tiene
ne pendono le parti dai cordoni
che morde e subito divora
è come parlare dello scrivere
un atto che ingoia la parola
Da Self-eaters. Autofagi
Gian Maria
Annovi
self-eater #6
si mangia le parole
che altri poi rimangiano
e mastica un linguaggio
che abita sul fondo dello stomaco:
non vuole la lingua che marcisce
il pomo d’Adamo disseccato
il fiato che dura
più di questa parola
che fra pochi secondi
anzi - ora si distrugge da sola
self-eater #7
si siede come un buddha o come
un gorilla dello zambia
ai piedi di un albero di mango
i piedi gli sono ricresciuti
ed anche le dita delle mani
che ficca nell’incavo oculare
77
con l’occhio già chiuso nella bocca
non vede né dentro né fuori
da se stesso
lo sguardo lo mastica riverso:
parola che esclude tutto il resto
Da Self-eaters. Autofagi
Gian Maria
Annovi
self-eater #8
vive da solo separato dal mondo
sillaba autonoma e suono
voce che s’auto-consuma
e trascina tra le sterpaglie
poi aspetta la notte in ginocchio
con la mano infilata nella bocca
nella gola
quasi addormentata nell’esofago
<Interruption>
ne catturano uno il gruppo dei vicini
con megafoni, spranghe, videofonini
[…]
attorno al tavolo operatorio
allestito di fretta nella palestra
chi gli taglia la mano
la coscia
chi gli mozza la testa
.........................
78
stride nel microfono
la voce di chi prega
Nota (dell’autore)
Questa serie è liberamente ispirata all’opera della pittrice
americana Dana Schutz.
Alcuni testi sono stati letti in anteprima all’Italian
Academy di New York nell’ottobre del 2006.
poi spartiscono le parti
in fogli di stagnola
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
*
uomini che precipitano
falling men
(così inizia un secolo)
(so a century begins)
*
brilla corpo-kamikaze:
stella avariata
spunta le dita dei passanti
le falangi per aria
in un volo armato di
colombe
*
kamikaze-body: blasting
damaged star
blunt the fingers
of the passers-by:
tips in the air
flight armed with doves
(tutto il mondo è bombato)
(the whole mind is mined)
79
che nel balzo ti inclina
la schiena
your back gets bent
che ti sbalza la pelle
di costole / di vertebre
bones and names
emboss your skin
che piombi acceso sul selciato
as you smash on asphalt
(aflame)
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
lo dico a te
in questa lingua che non riconosci
lo dico facendo segnali di
luce
con la tapparella e il riflesso
delle posate
lo dico a parola che non risponde
alle pressanti richieste di cibo
del mondo
tu taci sventrato dal silenzio
(il buco della bocca spalancato)
80
*
I tell this to you
in a language you don’t recognize
making a few signals of
light
with shuttering or reflection
of knives
I’m telling this to a word
not responding to the world’s
need for food
gutted by cracked silence
your voice doesn’t act
(the hole of your mouth agape)
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
disponimi cose nel corpo
che esplodano:
riempirmi il vuoto delle
palpebre
(che il tuo respiro è un timer)
*
quel ticchettio che hai dentro
arrange things in my body
to explode:
che prima o poi si ferma
fill up the void
to my eyelids
81
for your breath is a meter
and the ticking within
will eventually cease
Da Kamikaze e altre persone
*
Gian Maria
Annovi
Genova, 2001
*
e il pensiero si stacca dal cranio
ti intaglia una stella tra
i capelli
tu credi nell’acutezza della cute
nel rossore della pelle
appena percepibile sulla nuca
sotto il passamontagna
che cede alla sassata e al colpo
di rivoltella
ti rivolti a terra in un rivolo
di sputi
e petali e cera
82
Genova 2001
and thought comes off your skull
it incises a star among
your hair
you believe in the acuity
of your cutis, in the quite
unperceivable redness of
your nape, under the ski
mask, giving way for the
stone and the shell
(caduto)
you lie on the ground
in a trickle of spit
per non cadere tra i caduti
and petals and wax
Nota dell’autore
[…] …i versi «ti intaglia una stella tra / i capelli» si
riferiscono a Tonsure (1919) di Marcel Duchamp.
(fallen)
not to fall among the fallen
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
perché non vogliono disperdere
la lingua-tatuaggio che trapassa
ti strappano il derma con le mani
quando piangevi di lacrime
dolcemente uncinato
a un divano di pelle di
coccodrillo
t’hanno scuoiato tutto
e vestito di plastiche
(una lampada nazista)
83
*
for they don’t want to waste
the piercing tattoo-tongue
they strip your skin off
as you cried for tear-drops
kindly hooked
to a crocodile
Couch
they flayed you alive
and dressed in Bakelite
(a lampshade from Buchenwald)
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
la senti tra i cadaveri
tra i labbri spaccati
fare strage di nomi
parola imbottita di chiodi e
tritolo
che stritola il coro degli assedi
(sommaria esecuzione ed
atti corporali)
la lingua (ti dico) non muore
ma tramortisce
*
you feel it among corpses
among broken lips
making a slaughter of names
word padded with nail
and trinitrotoluene
crushing a chorus of sieges
84
(perfunctory execution and
corporeal acts)
language (I tell you) can’t die
but it does traumatize
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
torneremo a chiedere il conto
persona secondo persona
al tetro stivale che ci scalcia
in una storia veramente poco
necessaria per la donna e
per l’uomo
noi che parliamo da fosse
comuni con respiro sepolto
nelle narici
nelle fosse nasali
con la torba nel cavo orale
con le ossa tutte abbracciate
con triangoli al petto sgualciti
85
*
we’ll came back, person after person,
to square accounts with the gloomy
boot, which kicks us all into a quite
unnecessary history to women
and to men
we are those who speak
from ditches and common graves
our breath is buried
in the nose
peat in the cavity of our mouth
our bones entangled in an hug
creased triangles on our heart
Da Kamikaze e altre persone
Gian Maria
Annovi
*
il sogno della lingua:
assurdo animale
o persona
che non si estingua
(canguro in fiamme)
bestia che fa segni
che fa salti e dolore
*
the dream of language:
absurd human
or mammal
which doesn’t die out
(a kangaroo on fire)
senza fare parole
signaling beast
which makes the leap
which makes some pain
and no speech
Nota (dell’autore)
86
[…] …alcuni dei fatti cui si fa qui riferimento non hanno mai smesso di accadere. Altri è come se non fossero
mai accaduti. […]
La versione inglese dei testi è mia. È versione e non traduzione data la drammatica impossibilità di rendere in
un’altra lingua il lavorio semantico e fonetico dell’originale. Non si è trattato dunque di versare, o riversare,
l’italiano nell’inglese, di passare cioè da un sistema di suoni a un altro ma - piuttosto - di rinunciare a senso e
suono. Il passaggio/versione che qui si presenta è quello da una lingua conosciuta a un verso, proprio nel
senso di emissione sonora non del tutto umana. Umana solo se pensata come forma di risposta al dolore. […]
Da Rapture. In Poeti degli anni Zero
Gian Maria
Annovi
[A.A., 42 anni, giostraio]
esco la roulotte per via della luce
che è come che è tutto di luce
capisce?
le cose
poi mi ricordo che mi hanno
preso
al risveglio
c’avevo una scarpa
in mano
non sapevo il mio
nome
era come bruciato
capisce?
e piangevo
87
[A.R., 65 anni, poeta]
ci sono modi di esistenza
inavvicinati
inavvicinabili
cose
dice sporgendosi
dal
davanzale
Roma è una scaglia di
cemento
scarti di cielo e
pattume
si lascia andare
Da Regressioni
Gian Maria
Annovi
*
Già in “il verri”, n. 48, febbraio 2012
[ci siete voi?] [siete vivi?]
cosa che s’alza nel cielo
pencola
perde nome
[…]
*
e questa lingua sei tu
che mi bruci
come se non fossi già
sparito
oltre il solco
il selciato
del visibile
visiera il tuo volto
d’acacie e di frassini
88
siepe sempre non verde
non infinita
non vede
QUI
ci parliano come fantasmi
*
eppure
cos’hai fatto di te
che la vita ti avrebbe richiesto di
fare
se ci fosse
e c’è
una risposta generale a questo
individuale conato
a farsi
Da Regressioni
Gian Maria
Annovi
[…]
*
è corpo che monta nel corpo
nome di donna
indicibile come
le cose distrutte per troppe
parole
inutili
*
la persona che state chiamando
non è un momento raggiungibile
(dice)
eppure aggiunge al vero il verbo
il verso dell’aria che non respira
nè più descrive
89
*
essere il nome di
qualcosa
da sempre già
dimenticato
spazio anonimo
segnato da una pietra
nell’alto del grano
[…]
Piccola antologia critica sull’opera più recente
Chi è un kamikaze? Una persona. E per un kamikaze cosa sono le persone? Che cosa è un corpo che esplode nel corso della storia? Cosa sono
quel bagliore, quel suono, quella disgregazione?
Con Kamikaze e altre persone, Gian Maria Annovi si conferma uno degli autori più interessanti e originali degli ultimi anni. Ciò che del suo
lavoro mi colpisce, e penso in particolare alla suite dei Self-eaters (Finalista Premio A. Delfini, 2007), è il contrasto tra un tono basso, mai gridato
e la nudità abbagliante delle immagini, tra un’esattezza chirurgica e un abbandono che trapela dalle grate del linguaggio. Il processo è una
composizione, proprio come si compongono un corpo morto e il suo corteo di oggetti. Squame, cartilagini, unghie, ossa, sono presenze che
condividiamo come la paura, il desiderio, l’attesa della notte.
In questo libro il «corpo-kamikaze» viene immediatamente non evocato ma chiamato nella bellissima poesia iniziale: «brilla corpokamikaze \ stella avariata \ spunta le dita dei passanti...». Annovi descrive la meccanica del corpo che si inclina e a quel corpo parla, dice tu:
«che piombi acceso sul selciato». Parla alla sua dissipazione-disperazione e lascia che le parole dondolino sul vuoto. È un tu rivolto a una
persona, assente, ma reale, con un tempo scandito da un timer, con un passato che preme su un presente di cellule, vertebre, sangue, respiro.
Proprio per questo, nel momento stesso in cui si pronuncia, il tu vira verso altre persone, diventa noi, mostrando attraverso il linguaggio
l’indissolubilità, il nodo tra chi uccide-muore-fa morire. La storia con la esse maiuscola gli\ci scorre di lato come il Landwehkanal che nella
poesia di Paul Celan accoglie il corpo di Rosa Luxenburg. È una «storia bombata», gonfiata da altri in violenze, ingiustizia, menzogne che
abbiamo vissuto anche da vicino come nei fatti di Genova nel 2001.
In Kamikaze e altre persone ci sono non moltissime ma importanti parentesi. A volte creano una tregua senza conforto, come le panchine
fredde del metrò. Altre volte invece sono luoghi e sarcofagi: «(e gli arti raccolti sui binari)». Altre ancora sono soffi di intimità («ti dico») o echi
biblici («e ogni nome è legione»). La pietà laica di Annovi trova una lingua-garza, sterile perché così è giusto per le ferite; a volte tratta la pagina
come un muro su cui premere la carta e assorbire gli umori, trascrivere le voci. Un frottage che unisce Dubuffet agli Otages di Fautrier: «tu
corpo-ostaggio \ ostinato ostacolo a te stesso…».
Ho molto apprezzato le traduzioni da Anne Carson di Gian Maria Annovi su Nazione Indiana. Sono tratte da Decreation, un’opera in cui
l’autrice canadese ripercorre Saffo, Margherita Porete e Simone Weil. E forse il concetto di “decreation” così centrale nel percorso di Simone
Weil verso l’abdicazione all’imperialismo dell’io non è estraneo a Kamikaze e altre persone. Questo pudore era del resto già comparso in Terza
persona cortese (d’if, 2007) in cui la cortesia del soggetto «Lei, così cortese da eliminare la prima persona», coincideva con una sottrazione. In
Kamikaze, l’io che muore si rivela in una scheggia, o una falce di voce sempre più sottile. La consapevolezza di un noi sempre più smarrito in
mezzo a un mondo sempre più leso, ferito, offeso nell’intimità («lesioni diranno i referenti \ ne hai sulle braccia \ sul dorso \\ sullo scroto
soprattutto») fa di Kamikaze un libro politico, coraggioso, ancora in grado di parlare, anche se con una lingua che «tramortisce».
Nessuno testimonia per il testimone, sembra dire Annovi con Celan e vale la pena di trascrivere i versi di una delle ultime poesie del libro
in cui noi che leggiamo siamo impastati della stessa terra di chi ha scritto e scavato fino ad assumere il peso di ogni vita offesa: «noi che
parliamo da fosse comuni con respiro sepolto \ nelle narici \ nelle fosse nasali \ con la torba nel cavo orale \\ con le ossa tutte abbracciate \\
con triangoli al petto sgualciti».
Antonella Anedda, Kamikaze (l’introduzione al libro omonimo)
***
Poesie di inizio millennio quelle con cui Gian Maria Annovi (…) decide di ragionare per raccontare come gli uomini possano, con le loro azioni,
modificare la società, possano in qualche modo influire con le loro azioni senza per forza far parte di quell’enclave che governa il pianeta. Per
farlo
Gian Maria
Annovi
90
Piccola antologia della critica sull’opera più recente
farlo c’è bisogno di un corpo che si deve modificare, si deve esporre, si deve in qualche modo, nel bene e nel male, immolare alla causa, e
questi gesti così totali si ripetono in ogni parte del pianeta, quasi che le persone vadano necessariamente in una direzione simile per potere
affrontare la rottura, il cambiamento totale. E così Annovi annota, preme sul tasto delle immagini, guarda lo scorrere dei corpi con descrizioni
apparentemente fragili ma estremamente precise che come i suoi protagonisti sono in grado di entrare nello sguardo del lettore come quasi
mai accade. La scrittura di Annovi esce oltre che negli argomenti anche nella forma dai canoni soliti della nostra Poesia; che qualcosa sia qui
diverso in maniera decisiva lo si capisce leggendo la traduzione in inglese delle poesie presenti nel libro: nel difficile panorama di mancata
comunicazione della nostra Poesia fuori dai nostri confini questo autore riesce nei toni e nelle intenzioni a creare qualcosa in grado di essere
raccontato finalmente anche all’estero, riesce a ragionare in maniera comune e non all’interno di un meccanismo privato e autoreferenziale.
Tutte cose appunto difficili da trovare nelle nuove generazioni poetiche e che sono anche il motivo della costante attenzione ed
antologizzazione su e di questo autore. […]
Gian Maria
Annovi
Matteo Fantuzzi, in “La voce di Romagna - Rimini”, 9.8.2010
***
Mentre scorrevo le pagine del prezioso libretto di Gian Maria Annovi mi è venuto da pensare a Brecht, a quel suo scritto del 1935 che illustrava
Cinque difficoltà per chi scrive la verità. Mi sono soffermata sulle prime tre. Scriveva Brecht, in quelle righe piene di tragica tensione etica, che a
chi si cimenti nella lotta contro la “menzogna” e l’“ignoranza” occorre in primo luogo il coraggio di scrivere la verità, in particolare in momenti
dove essa «venga ovunque soffocata»; e poi, l’accortezza nel riconoscerla, «benché venga ovunque travisata»; e ancora, l’arte di «renderla
maneggevole come un’arma». Perché dunque il suggerimento a rileggere Brecht mi proveniva ora da quel volumetto a vari livelli esplosivo (alla
lettera e in tutti i sensi, avrebbe detto Rimbaud), dove insieme con il soggetto deflagrano la lingua e la storia? E di quale verità poteva trattarsi?
Niente avviene per caso quando si ha a che fare con il linguaggio, con la memoria che esso conserva e veicola. Se scatta un’intuizione,
percorrendo un testo, è il linguaggio che va interrogato: ma come poteva la “verità”, un termine così ingombrante e compromesso, così
inattuale, trovare posto e ragione di essere tra le acuminate e lacerate schegge verbali di Kamikaze (e altre persone)? Un termine scomodo,
gravato di sospetti: e però l’avevo ritrovato, negli stessi giorni in cui stendevo queste righe, in chiusura dell’intenso, “disturbante”, primo
romanzo di Gilda Policastro, Il farmaco edito da Fandango (con citazione da un Sanguineti come sempre provocatorio, vi si legge, tra virgolette:
«non ho detto tutta la verità, ma ho detto solo la verità»). E in una pagina acutissima dedicata a Pasolini zombi appena uscita sul secondo
numero di “alfabeta2”, è proprio Annovi a denunciare che in un tempo, il nostro, che pare impedire «ai vivi» di «parlare del presente», in un
tempo contrassegnato da «una cultura della morte che non prevede mutamento e ci vorrebbe muti», si assiste all’impotenza della “verità”
(«oggi dire la verità - scrive - sembra non cambiare le cose, le nostre verità, anche quelle più evidenti, non paiono sufficienti a smuovere le
coscienze»). E del resto non è il caso di rispolverare Lyotard e le riflessioni sul postmoderno per sapere che il linguaggio l’ha perduta da tempo
la funzione di articolare la verità come progetto razionalmente controllato, in un tempo, il nostro, in cui la parola si espone al nomadismo, alla
proliferazione incontrollata, o si dissocia in lacerti, frasi mutile che si articolano all’infinito, senza coordinarsi.
Anche in Kamikaze (e altre persone) il linguaggio è ellittico, frantumato, conosce ogni volta, a ogni verso, i limiti fisici, corporei, di un margine, di
un confine, e si espone al silenzio (al momento, direbbe Lyotard, in cui «on ne trouve pas ses mots») già sperimentato dal giovanissimo Annovi,
allora appena ventenne, in Denkmal, il suo libro d’esordio del 1998, e poi in tutte le sue successive prove di scrittura. E però qualcosa non
torna, non si tratta più, qui, di dare voce al Dissidio della condizione postmoderna, e la lingua non è più strumento di alcunché, né tenta la
‘comunicazione’: è realtà, verità fisica, materica, piuttosto, che non vuole comunicare, veicolare messaggi, ma esplodere, “decorparsi”, in modi
performativi vicini alle espressioni dei giovani artisti, statunitensi ma non solo, frequentati dal poeta. E anche se si guarda all’uso del soggetto, o
del
91
Piccola antologia della critica sull’opera più recente
del tu cui l’io si rivolge, qualcosa non torna rispetto alla perdita di sé: qui semmai è una parola plurima che prende voce e forma nel corpokamikaze o nel corpo-ostaggio, nella lingua-protesi o lingua-tatuaggio o lingua-malanno, come nella parola-cecchino, «imbottita di chiodi e
tritolo».
Non muore, quella parola, ma “tramortisce”, carica della densità della storia: quella della poesia, intanto, con le risonanze tonali di una Rosselli
che si ritrova appieno nella contrazione e deformazione del lessico, inteso a “contare feriti” («(tutto il mondo è bombato)» - scrive Annovi); o di
uno Zanzotto alla ricerca, in Vocativo, dei modi di parlare in quella lingua “che passerà” («io dico a te/ in questa lingua che non riconosci»,
scrive Annovi; e ancora: «parla la lingua che non conosci / che non comprendi ma ha / senso»); o di un Porta, cui si richiama la forza materica,
coriacea, degli ibridismi e del corpo a corpo con la parola; e poi le suggestioni di Brecht, di Celan soprattutto.
Ma c’è, assieme, la storia, quella dei fatti che ci coinvolgono tutti: l’assassinio di Carlo Giuliani, rievocato in versi di commosso, fermo nitore in
Genova, 2001 («e il pensiero si stacca dal cranio / ti intaglia una stella tra / i capelli»), o la denuncia indignata, senza alcuno sconto di densità, di
torsione linguistica, dell’abisso di immoralità in cui ci si trova precipitati in una stagione buia, “noi”, proprio, che qui siamo chiamati a
riprendere voce, ad uno ad uno, assieme: «torneremo a chiedere il conto / persona secondo persona / al tetro stivale che ci scalcia». Scrive
molto bene Antonella Anedda, accompagnando il libro di Annovi: c’è contrasto sempre, nel suo lavoro, «tra un tono basso, mai gridato, e la
nudità abbagliante delle immagini».
Che da qui scaturisca la “verità”? Dal coraggio di puntare la parola sul presente, dall’accortezza di riconoscere ciò che non è menzogna,
dall’arte di fare della parola un’arma maneggevole per penetrare oltre l’arroganza e l’imposizione del silenzio.
Gian Maria
Annovi
Niva Lorenzini, in “il manifesto”, 29.10.2010
***
Deflagrante è il titolo, Kamikaze: un'immagine che esplode prima ancora dell'apertura del volume e raccoglie sotto la propria incombenza
l'insieme dei componimenti, pensati o leggibili come schegge irradiate. Uomini che precipitano / (così inizia un secolo), così inizia una silloge
epica che percorre la svolta epocale degli anni zero.
Con acuta lievità Annovi mette in scena le dinamiche trasversali dei conflitti contemporanei, non riducendoli ad un ipostatizzato scontro di
civiltà. Se l'11 settembre 2001 è la pietra miliare, la geografia del terrore ha un orizzonte più ampio del raggio strettamente politico: le Twin
Towers, la Cecenia, Abu Ghraib e - per inciso - i fatti del G8 di Genova sono soltanto le coordinate più evidenti; schiudendo una contemplazione
e una consapevolezza più astratta rispetto ai riferimenti diretti, la ricerca linguistica scava sotto l'etichetta superficiale di “terrorismo”. L'abilità
dell'autore sta nel condurci tra dinamiche di azioni e percezioni, tra scintille di spinte, collisioni, impatti di un generico istinto di morte.
L'attentatore si aggira tra le righe come un timer vagante, pura azione pronta ad innescarsi: è l'emblema di una logica fisica, non
necessariamente razionale e morale, che determina una consequenzialità contraddittoria.
Annovi si affida alla parola per risalire alla radice contraddittoria della realtà e la ricerca di senso avviene inseguendo la moltiplicazione
autogenetica del significante, come schegge derivate da uno scatto. Così non perde occasione per agganciare catene allitteranti, nodi
d'inventiva linguistica e anelli ossimorici; più evidenti emergono le antitesi, le affinità, i cortocircuiti di senso del reale, rappresentato con
incisiva potenza immaginativa.
Nei singoli anelli, i Kamikaze e le altre persone - l'ostaggio, le vittime, gli spettatori televisivi, i deportati - risultano pedine reciproche, al tempo
stesso reattive e passive. Viene meno, dunque, ogni interpretazione manichea: anche il kamikaze, evaso dalla foresta / dei frutti assiderati,
finisce per essere torturato in gabbia. Ad accomunare vittime e carnefici è uno status esistenziale più opaco ed incerto nel mosaico della
contemporaneità.
92
Piccola antologia della critica sull’opera più recente
contemporaneità. L'attentatore stesso è una persona che atterra, prettamente un corpo reificato, di cui egli in primis si priva (decorparsi) tra
lacci, cavi e fili elettrici, perseguendo paradossalmente la giusta nozione / di persona per cui si offre come mero strumento materiale. La
spersonalizzazione acquista un quid lirico passando attraverso il filtro di analogie metamorfiche che spesso godono di sollecitazioni
polisemantiche: affascinante è l'attentatrice cecena, porcellana / cinese che si frantuma quando sgrava tritolo.
All'individuo viene meno il riconoscimento della propria umanità: la persona era quello / che io ti sfasciavo - scrive un io dai confini
araboisraeliani - quando testavi contro il muro / la tua testarda volontà / di continuarti ed esistere. Nell'attualità di un presente / indicativo di
stragi, le esistenze dunque non sono. Di conseguenza il presente si appiattisce, accade, trascorrendo velocemente in un passato di cui si
smarrisce memoria.
A una visione pessimistica della Storia, considerata un moto precipiziale, si contrappone la fiducia nel potere risarcitorio della scrittura: la
lingua, che tramortisce ma non muore, sopravvive e restituisce ai cadaveri di tutti i tempi la facoltà di una parola imbottita di chiodi e / tritolo una parola altrove paragonata a segnali di / luce mossi dal riflesso / delle posate verso chi non risponde / alle pressanti richieste di cibo / del
mondo. Qui il suo valore testimoniale e la sua potenza denunciatoria sono pienamente realizzati. La comprensione fa leva
sull'immedesimazione grazie a una scrittura che scivola tra rapidi dettagli, eppure con brevi tocchi metonimici e visivi è capace di comunicare
immediatamente e concretamente l'atrocità. Il lettore viene inoltre coinvolto in un dialogo serrato, incalzante nel ritmo e negli imperativi, tra
un io e un tu.
Anche nei testi in calce in inglese la cura espressiva è precisa perché, come scrive Annovi in Nota, sono «versione e non traduzione» di suo
pugno. Alcuni passaggi discostano molto dall'originale: tra tutto il mondo è bombato e the whole mind is mined oppure tra motionless e
immobile la differenza semantica è una sfumatura precisa. Altre volte si tratta di una ricerca di suoni che, per un tessuto verbale più efficace,
può condurre anche a immagini diverse (asphalt invece di selciato). Dal confronto emerge senz'altro una chiarificazione: non si
comprenderebbe appieno il significato dell'espressione la lingua che ti riguarda se non si leggesse poi your tongue as it / looks upon you.
Ci troviamo dunque di fronte ad una (doppia) prova letteraria di rara levatura, che coniuga impegno etico e originalità stilistica. Uno stacco
netto rispetto alla narratività piana di tanta, troppa poesia contemporanea.
Gian Maria
Annovi
Silvia De March, di prossima pubblicazione nel n. 271 (settembre-ottobre 2012) de “L’immaginazione”
93
Sogno di ragazze n. 2 - 1950
Luca Ariano
È nato a Mortara (PV) nel 1979. Vive a Parma.
Ha pubblicato, in versi: Bagliori crepuscolari nel buio (Edizioni Cardano, Pavia, 1999), Bitume d’intorno
(con prefazione di Gian Ruggero Manzoni. Edizioni del Bradipo, Lugo di Romagna, 2005), Contratto a
termine (con una nota di Francesco Marotta. Edizioni Farepoesia, Pavia, 2011) e, insieme a Carmine
De Falco, il poemetto I Resistenti (Edizioni d’If, Napoli, 2012) risultato tra i vincitori del Premio Russo Mazzacurati.
Sue poesie sono apparse su riviste, blog e siti letterari in internet e in volumi collettanei. Tra questi
ultimi ricordiamo La coda della galassia (Faraeditore, Rimini, 2005) e La borsa del viandante (a cura di
Chiara De Luca. Faraeditore, Rimini, 2009; pubblicazione nella quale è stata anticipata parte della
successiva raccolta Contratto a termine).
Ha curato, rispettivamente con Enrico Cerquiglini e Luca Paci, le antologie Vicino alle nubi sulla
montagna crollata (Campanotto, Pasian di Prato, 2008) e Pro/Testo (Faraeditore, Rimini, 2009).
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Nel 2011, con Marco Baj e per Officine Ultranovecento, ha pubblicato il libro d’artista Tracce nel
Fango. Sempre nel 2011 e sempre per Officine Ultranovecento - all’interno del cofanetto Mappe per
un altrove - ha pubblicato Tempi sospesi / Temps suspesos (4 poesie di Luca Ariano, traduzione in
catalano di Imma Puig Cuyàs e 1 Fotolitografia da originale, pastelli su carta di Gabriella Di Bona) e,
con Martino Neri, 5 gradi prima del ritorno.
Collabora con le riviste “ALI”, “clanDestino”, “Farepoesia”, “La Barriera” e “Le Voci della Luna”.
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Da I - FRAMMENTI OLTRE IL TEMPO
Bel-Ami
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Duroy questa mattina
davanti alla sua macchina per scrivere
batte moduli di vite, di vanità
al nero profumo del caffè.
Di là suo padre seduto in poltrona
legge un libro, sfoglia La Gazzetta
tra una sigaretta e uno starnuto
mentre sua madre parla di strapaesane.
Fuori la pioggia suona ai vetri appannati
e ritorna bambino ad aspettare
davanti alla porta quell’uomo in viaggio
tra campi e cascine
poi una donna chiusa nella sua bottega.
Lunghi pomeriggi di compiti
e sudate partite all’oratorio
tra sguardi indiscreti prima d’addormentarsi
in una tenda sotto un novilunio.
Questa sera posato il taccuino e la penna
tra un pacchetto di Nazionali e una risata
mescerà il tempo in un barbera
per non sentire voci di mercanti
e il brillio di perle nella notte.
Passeggiare per le strade di Lomellina
Passeggiare per le strade di Lomellina,
nel silenzio di paesi
- carrellata d’un western-risotto rotto dal gorgoglio di chiuse
che lavano i campi.
Si scava nelle stanze della memoria
per ritrovare fattori e braccianti
con zigomi spezzati dalle bestemmie
e sotto le unghie ancora la terra:
non vi sono solo filari di pioppi
e gelsi ma rami, ormai incarogniti
dalle stagioni di falò per la notte
o zolle, sotto uno stormo di corvi.
Davanti a un sagrato una beghina
raccoglie una siringa ancora calda:
il viso d’un bambino ignaro
del timore di Dio;
la piazza è un salotto televisivo
e non rimane che osservare
la madre che coltiva i suoi fiori
al balcone,
nuove stelle sotto una notte di carne
o quel sorriso incrociato per strada.
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Moloch
(lettera in versi)
“ Che porca rabbia. Che porchi italiani ”.
Carlo Emilio Gadda
Caro padre
vi scrivo - forse per l’ultima volta da questa trincea e da questo fronte
dove l’orizzonte è un deposito di cenere:
«La guerra è finita. Abbiamo vinto!»
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Domani salirò su di un treno verso la valle
brulicante tra fumo e macerie;
non dovrò più addormentarmi cullato
da colpi di mitraglia e risvegliato da granate
ma sentirò ancora il canto notturno
delle cicale davanti al caldo di una stalla
e il grido d’un gallo a gettarmi giù dalla paglia
e in bocca non avrò più il sapore
di gavetta ma il profumo delle nostre parche cene
e le gambe mi bruceranno sotto il sole
dei campi e non per lunghe marce sui crinali.
Ieri, nell’ultima battaglia, tra fango e sangue
come gesto di perseveranza e di pace
ho strappato dal nero delle foglie secche
un nemico, un fratello d’un altro reggimento:
non parlo il suo dialetto e chissà se anche lui
ora sta scrivendo ai suoi cari;
è un caporale,
ricordo solo il suo nome: Adolf Hitler.
Vi abbraccio forte al pensiero
del ritorno a casa.
Vostro per sempre…
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
97
Òi Barbaròi
“ nec fas ulterius longas nescire ruinas,
quas mora suspensae moltilicavit opis.”
Rutilio Namaziano
Varcati i limes i ‘barbari’ del denaro
coi loro cavalli fuori serie
che sbuffano gas traversano
sull’asfalto pianure e foreste
per costruire palazzi di cemento
fumanti controvento.
Su scogli o accanto a templi edificano
ville in attesa d’essere condonate dal demanio:
strappando codici s’inginocchiano
davanti a statue d’oro e seduti in poltrona
s’ammaliano per parole d’aria,
cosce bionde o brune, pianeti senza speranza.
Corpi torniti tinti di solarium salpano
in un mare di bronzo dove il cromo
si confonde col tuffo della procellaria.
Sguardi occhiali da sole si voltano a un letto
di cartone, occhi imbalsamati dalla menzogna
tra quelle mani d’ossa in un porto da nababbi.
Campi arsi dove non sbocceranno ranuncoli
e silenti lucciole non illuminano strade
costellate da altari con gli antenati.
Forse non è più l’ora di far l’amore in un vigneto
o snocciolare l’ombra sotto un ulivo
col timore di abbracciare una vecchia
e sentire lo scricchiolio del suo sorriso.
Assenza
“Assenza,
più acuta presenza ”.
Attilio Bertolucci
Corsaro cranio tabula rasa
pedalare su salite coi polpacci
tesi e polmoni gonfiati:
sentire nei gomiti il sapore dei boschi,
del sole che salendo dalla rugiada
riflette raggi nel pantano.
Un corridore osannato a caratteri cubitali
su pagine rosa e chiacchiere da bar:
scorrono fiumi di spumanti e fiori,
sventolano biglietti su bandane di ghiaccio.
Ai primi baci di brina si spegne la radio,
s’abbassano le tende del sipario
e sull’asfalto si sgretola il giocattolo di sale.
Sul comodino neve e frasi
di un’anima già morta ancor prima
del serrare le labbra
tra vespe e tifosi, piegati dai crampi.
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Da II - BITUME
Radio giornale
Svaporano risaie obnubilando
le ossa:
qui tra cascinali, bennet ed un inceneritore
- straccio di Lomellina - (lontano l’Anteo)
di formiche in coda
per l’ultimo dvd blockbuster,
«La Piazza quest’estate era fradicia
solo di Marocchi…escono col caldo
…come blatte?»
98
Ancora all’assalto d’un altro West
per setacciare pepite nere:
Jesse Jane si farà esplodere
davanti a un altro castello di vetro,
teste sgozzate anche su canali locali.
Lanzichenecchi per un nuovo Sacco
scendono all’aeroporto tra onori
e un altro reporter comunista cade
sotto qualche brigata:
«Allah Akbar! Allah Akbar!»
Latra un cane in una notte di civette
e garze ladre sul selciato:
da quella mammella di vino
ancora grondano le pupille
tra patacche e mercanti di nebbia.
Via Don Minzoni (1885-1923)
Martire
«Ma chi era costui?»
Umberto D in una mattina senza
technicolor
punge - non solo Charlot
che leva la sua tenda.
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Tempi moderni
Tuorli di luna
Svaniscono in una melma di polvere
le voci della memoria,
tuorli di luna abbarbicati davanti
ad un videotelefonino coi cervelli
climatizzati in un ventre di gelo.
Formicai di pensieri brulicano
per le strade:
«Ci rubano le donne!»
«Non sopporto quel sapore acido della pelle!…»
99
In un archivio di primavere spulciare
carte impagliate dal colore del tempo:
emozioni dattiloscritte ora mano tremula
sotto un sole a picco pendente su ponti.
Si mescolano odori tra aspirazioni
lancinanti e gomiti verdi ancora umidi
scorsi nella freccia d’un finestrino:
astri di libellule - prigioniere nel vento
d’Elettra spirante su cuti e mosche assordanti lasciano un canto
notturno di rane: rantolo in un letto di vetro
lontano la musica da balera d’una sera.
Un cimitero d’automobili
dove c’era un coagulo di papaveri:
campi di granoturco asfaltati
da una nuova rotonda sulla 494,
dall’ultima fabbrica di scarpe
crocifissa nelle tasche.
«Nome senza risposta.
Invio! Rubrica! …»
Il Signor Toso ciucat
davanti a una birra gelata
che brina di malto lo stomaco:
quella erre di Riverenza un po’
bigia non intimorisce in questi tempi moderni
avvinghiati a qualche catena.
Si dovrebbe fuggire da suore e sciantose
in tinelli viziati dal troppo olezzo
di sudore, fumo stantio sulle vetraie.
Vedove nel vento su biciclette portano
fiori mentre c’è chi amoreggia - nella vigna o chi giocando sui tetti si rimira
i capillari forati su pire.
Rimanere sauro sopra mattoni rampicanti
a cogliere la canicola d’agosto
dinanzi un altro sorriso di bronzo:
pizzicagnoli - all’ombra della galaverna volano come merli sul trespolo d’avorio.
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Epilogo
Bitume
Quelli che hanno letto un milione di libri
insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare…
Francesco De Gregori
Rogge secche non più ruggenti
per la rugiada dell’ultimo temporale
s’intersecano tra strade assolate
di sporadiche biciclette e serrande calate.
«Eh, il monopolio culturale dei comunisti!»
100
Voci lievi in un panorama di gossip
stucchevoli d’editoriali tra tribunali e lettere
ancora palpitanti di sudori.
Risate obese in quella balera lomellina
dove il clangore di rotaie si mescola a musiche:
la Signorina Tristana ovvero stille stinte
in una notte ferragostana davanti ad uno specchio
che deforma stagioni.
Dalla finestra chiazze di verde maculano l’aria
e spuntoni di piracanta graffiano un cielo
zebrato di calura:
si vorrebbe in una valigia (forse una 24 ore)
rinchiudere la forza d’un Don Mazzolari
o il suono arcano e misterioso della lingua di Albino
Pierro
e tra un curioso - Happy hour! Happy hour! Sabato
un altro “sfattone” ecstasiato steso alla stazione
….anche il 2 agosto.
“Nell’antisemitismo si accentua il valore
della tradizione come individuatrice della razza.
La tradizione ebraica è continua espressione di antiromanità”.
Teresio Olivelli
Tu che già lo sentisti venire (l’autunno)
in quella pizzeria d’oltremare
con le tue mascelle francescane
mentre nell’album delle figurine ancora
si beatifica un altro martire - fascista, partigiano, razzista? Sfogliando quel giornale provinciale
un’altra pagina di “Markette” in quella redazione
di Burgundi: da un blog partire all’assalto
di grandi schermi maritandosi il suo figlioccio.
«Perché tu devi pulire la sburra
del tuo godio!» -ululavanella notte di cimici nelle lenzuola
e di camicie alla naftalina: dalla strada di nuovo
si sente il gusto del bitume fresco.
Ritornare nell’attesa dei baci sulle panchine
in Via Pietrasana, all’appuntamento all’edicola
del Cairoli ma giù un Costantino della domenica
- col suo cambio shimano - pedala rapido.
Riapre la vecchia corte di vino e tisane
(suoni un po’ fusion) e chiudono caffè coi tavolini
abbandonati ai primi frizzi:
«Un cane lupo non è un lupo!»
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Da III - L’INTORNO
Rosina
“Voi sarete i servi del potere di domani!”
Ionesco
Rosina - nubile - s’appropinqua
sul ciglio del fosso: una sottoveste
di biacca per nocchiero (Palinuro?)
mentre sfilano balilla e topolino,
le ultime biciclette della sera
si mescolano al vapore pendolare del treno
nel viola degli ultimi sussulti:
alla luce dell’Aurora.
Si smarrisce un telefonino:
«Niente squilli! Niente messaggi!
Addio rubrica!»
Rosina ritorna a gettare le dita
nel tepore d’una filanda: vignette a china
in bianco e nero fumanti in un piatto di polenta
quando già a colori s’un sedile ricompare
un cellulare.
«Ancora mms! Ancora display lucido!»
«O bella campagnola!»
101
Piedi scalzi e mani formicolanti nell’acqua
fredda di zanzare e salamandre:
vento di beccacce e soffi di rana
mentre qui ai bordi dell’interland
dove si perde la Lorenteggio sbocciano fungaie
di mattoni - non arriva la metropolitana! e i gas scivolano oltre il ponte di Gaggiano
- sulla costa del Naviglio.
Crepitano schermi nell’alto volume
d’un Mefisto imbonitore: giochi di prestigio
E i lampioni trafiggono foulard di foschie
- lievi tocchi di kashmir in sala la noia d’un altro film con Accorsi
e sulla sella pedalando un nonno:
«Quanta strada ha fatto Bartali…»
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Carmina panem non dant
“Comincio a sospettare che mi abbiano
spinto nel posto sbagliato”.
Vittorio Giardino
Virus interagiscono parole
che si sarebbero dovute proferire
senza mescolare le carte:
gelida cola scioglie la ruggine nella gola.
Da quel sellino si era padroni delle stagioni
e lo sguardo si posava a spigolare pannocchie
da bollire in quella pentola di rame,
funghi all’ombra d’un castagno, mani spellate
un po’ ruvide sul manubrio:
«Preparati! Si va…»
102
Prendete quei poveri versi da strimpellare
per la Carlona (Carla è solo il nome d’una trattoria),
la figlia del giornalista del Corriere
- carmina panem non dant mentre Odisseo stermina i Proci
- «Ma non erano culattoni?» - Argo abbaia alla luna.
Dulcamara alla sagra del paese (a reti unificate)
vende il suo Elisir - come insegnò il Minchia
e un Lucignolo tesse trame di Penelope
impalando pensieri.
La stamina gonfia lo sguardo più del tuo viso di bambina
sul vagone d’un treno verso riviere:
«No Pasaran! No Pasaran!»
Nelle orecchie di Max quando a Bologna Pezzo
e Zanardi si chiudono in qualche Osteria di Poeti
dove schitarravano canzoni popolari.
L’attesa d’una settimana scemata in una festa
senza festeggiati, carezze sfiorate
- quasi di nascosto per rimanere nel limbo,
Stige da traversare bevendo una tazza
e l’incontro d’una sera termina tra lenzuola,
calanchi da stringere e capelli da rasare
come uno strapiombo di vento.
Da Bitume d’intorno
Luca
Ariano
Acqua sgasata
“Forse sono il re
degli imbecilli,
l’ultimo rappresentante
d’una dinastia
completamente
estinta che credeva
nella generosità
e nell’eroismo”
Corto Maltese
Un cielo d’arancia
- allarme d’inverno! colora l’aria di foglie morte,
di pozze dopo pioggia dove riaffiorare
trame: «La Silvia la Sara la Stefania
la Sabrina la Chiara la Paola
la…la…la…»
E da quella sedia a ruote osservare
sgroppare cavalli (e tu chi sei?)
mentre le parole si dimenano
in quella cantina di “sfattoni”
(Ride chi ha nel cuore l’odio
e nella mente la paura)
103
«Perdonami per non sapere dei cd…
e non portarti a ballare!»
- «Lei veniva giù per te!» - «E tu a chiedere: quando ritorna?»
innamorarsi un pomeriggio
dopo la sera - in un pub - finisce tutto
in un altro modo;
è troppo corta la goletta per un viaggio
di Corto:
«Sembri uno sbirro!»
e le nevrosi s’ingrigiscono confondendosi
al cappotto maculato d’acqua,
silenzi scroscianti nell’acciottolio
davanti a qualche isola di Pirla
- «Un altro giurislavorista freddato
col corpo ancora caldo sotto una coperta!»
Esplode una vetrina d’un’altra agenzia
interinale:
«Dovevi baciarmi!»
«Dovevi baciarla!»
La routine di quel telefono che non suona
- saecula saeculorum una bottiglia frizzante ormai sgasata
che non disseta più in quello sguardo calato
- stridulo fischio
nella fine mesta della gara.
«Ma davvero il Fuhrer edificò Buchenwald dopo aver visto Metropolis?»
Su Bitume d’intorno
[…] La sua (di Luca Ariano) è poesia che racconta, che narra una quotidianità ‘sgretolata’ in cui il tutto convive, s’incastra, ma porta tatuato una
dichiarata disarmonia. Incalzante il procedere, vissuto, sacralizzato e ascoltato dagli anziani nei bar della Lomellina o da quegli ultimi partigiani
rimasti in vita e stazionanti nei circoli ARCI di Parma. Interrogativo e interrogante è il futuro, più certo il passato, anche se trasmesso tramite
un’innalzata tradizione orale, ma pur fonte del mito. Forse ché nell’oggi si nasca già vecchi? Sì, penso proprio di sì, dal come le generazioni di
scrittori in versi, targate anni fine ’70 e ’80, del secolo scorso, si pongono, più o meno dichiaratamente (ma i testi non fingono) quali testimoni
di un crollo d’idealità e d’identità e, di fronte al tribunale della storia, lo dichiarano senza remore. Resta, in alcuni, un modo di reagire, o,
meglio, di re-agire, quello di dare fondo a ciò che resta di una poesia civile, impegnata, accusatoria. Il dialetto si mischia con l’inglese avanzante,
la natura e le geografie familiari si contaminano, tristemente, con i megastore di un’America priva di radici. Si tenta, con l’ironia, di abbassare la
soglia del dolore, si tenta di esorcizzare con la ripetizione di aggettivi, neologismi, assonanze-dissonanze, con quella voluta ‘pesantezza’, con
quel rotolio, ma la rottamazione di una società e di una civiltà è già in atto. Non esistono formalismi, artifici verbali, strutturalismi che possano
stemperare l’ansia e forse, nel giusto, è meglio che sia così. Il mondo è sull’orlo dell’abisso, e il mondo di Ariano, pur essendo un micro-mondo,
non è da meno. Balla-traballa, come la morte di Goya sulla fune. Disincanto, ecco il termine, che il ‘bello’ non riesce a rimpiazzare, perché il
‘bello’ è stato sepolto già da un pezzo, ce ne resta solo il ricordo. Così, nella carne di ogni poesia, s’innestano voci-coro, voci-ringhi, vocistereotipi, voci dell’ignoranza e del preconcetto dilaganti. Il mondo fa il controcanto a Luca e, Luca, fa rimbalzare tali echi nelle sue scritture,
quali slogan, quali sconcertanti espedienti di ‘malvivere’. Sono pure biciclettate su argini di canali e una sospirata e nostalgica civiltà agreste a
proiettarci oltre, in quel meta-tempo in cui il poeta ricerca una ragione del suo e del nostro esistere, ma, di nuovo, la grettezza e la
superficialità si abbarbicano alle ali e fanno precipitare. Ma Ariano non si arrende, come poi noi non ci arrendiamo… e resistiamo (ri-esistiamo).
Luca
Ariano
Gian Ruggero Manzoni, da “…e quel poeta che a venticinque anni si credeva vecchio…” (prefazione al libro)
***
Il blob poetico di Luca Ariano si aggira per le strade di un mondo che appare “alla frutta”, contempla quasi in silenzio la decadenza chiassosa
che ci accompagna, si serve spesso di un montaggio cinematografico, audio e video, che registrando commenta, ma raramente interviene,
preferendo lasciare allo stesso montaggio il giudizio. Eppure Bitume d’intorno è attraversato da una gioia sottocutanea, un sentimento
crepuscolare che tiene unite le cose al poeta, un poeta che non si erge moralmente sopra il mondo ma che comicamente ne fa parte. La
Lomellina diviene allora paradigma di una situazione dell’umanità ed Ariano osserva e raccoglie le voci che gli passano accanto, quelle delle
persone in strada: «ci rubano le donne!», poste alla stregua di voci e rumori provenienti dalla televisione, le immagini dei film che si ripetono a
getto continuo ed entrano a far parte della realtà stessa. Non manca quasi nulla: la gente in coda per i dvd blockbuster, i Lanzichenecchi al
Sacco che scendono all’aeroporto, le note di Piero Ciampi, le notizie d’attualità, i videotelefonini, il dialetto, gli iper-super-maxi
centricommerciali (novelle cattedrali del deserto), un altro «”sfattone” ecstasiato steso alla stazione / …anche il 2 agosto», le discussioni sulle
prodezze del Napoli di Maradona, i contorni di una generazione cresciuta coi cartoni animati giapponesi sulle reti Fininvest e di quella
precedente, se possibile ancora più nevrotica. Ma attenzione, il detrito linguistico che Ariano mette in atto resta appena accennato; preferisce
un detrito tematico, e lo Zanzotto di Si, ancora la neve fa da epigrafe accanto al De Gregori de La storia siamo noi, e neppure si può parlare di
satura per Bitume d’intorno (malgrado il titolo), perché la saturazione del reale e del letterario, pure in atto, manca di limacciosità, la poesia di
Ariano non riesce a divenire fastidiosa a se stessa; pervade i suoi versi una strana gioia di vivere, di scrivere per lo meno. La forma, anche nella
realizzazione di un ossimoro costante e permanente, vivifica di sé il contenuto e non gli permette di odiarsi.
Mimmo Cangiano, gennaio 2005
104
Su Bitume d’intorno
***
[…] Gian Ruggero Manzoni, firmando la prefazione, scrive di una «rottamazione della società e della civiltà». Viene alla luce, con queste secche
parole, che Ariano ha cercato di riscoprire una poesia civile dura, rappresentativa, molto poco immaginifica. Dentro il panorama in versi si
stagliano le stagioni, la solitudine, l’interrogativo esistenziale di giorni consumati nella stanze della memoria («Quando la notte è tutta un vocio
/ imperlato di sudore ripensa agli amici / salpati lontano…»). Ma soprattutto s’affaccia un dolore profondo, una ferita aperta dell’umanità. Una
lettera filiale proveniente dal passato (da una trincea e da un fronte), confronta l’oggi con l’eredità di una battaglia tra sangue e fango. E il
bitume è il marcio di un mondo degradato. Il presente attanaglia nella sua consumazione, nel dislivello di gente senza appartenenze («Idioti,
imprenditori falliti si oblomovizzano / stringendo un telecomando»). La cattiva educazione, ammonisce Ariano, è di chi stringe un paradiso
fallace. L’epilogo, titolo di una poesia, può essere anche l’inizio di una nuova era, idealmente, quella di chi si ferma a guardare la rugiada di un
ultimo temporale, una chiazza di verde che macula l’aria o un lume d’estate. Sembra che Luca Ariano voglia dire, sottilmente, che la fuoriuscita
da una negatività perenne, possa avvenire solo salendo su di un traghetto che porti l’uomo in un’altra percezione conoscitiva, a stretto
contatto con la natura e i sentimenti. Se così fosse, anche il ricordo tremendo delle preghiere e dei sospiri della seconda guerra mondiale
potranno scivolare nel nulla, acquietarsi. Ma il cambiamento dovrà avvenire con un investimento totale sull’individuo, come farebbe una madre
con il figlio, permeata, di un amore totale. […]
Luca
Ariano
Alessandro Moscè, in “L’azione”, n. 29, luglio 2005
***
[…] In primo luogo: Bitume d’intorno è costellato di citazioni, varie come il mondo (da Pavese a Corto Maltese - con la normalità che è propria
dei giovani più giovani di me: per i quali, giustamente, TUTTO È PASSATO. Perciò: tutto è storia e cultura; e, se serve, è valido: ogni testo avrà il
suo esergo magistrale, che può essere tanto De Gregori quanto Rutilio Namaziano. Né il primo è troppo basso né il secondo è troppo alto; e se
Teresio Olivelli dice meglio di Platone, sarà citato Teresio, non Platone). Solo vent’anni fa il citazionismo sarebbe stato un espediente estetico,
in nome del post-modern e dell’antilirismo: ci fu Voce e ci fu Baino (e c’è Biagio Cepollaro: che poi fu ferito dalla realtà, nel suo stesso corpo; e
mutò la maniera). Oggi Luca Ariano cammina sulla via di una conoscenza naturale, senza enfasi da sudate carte e maledizioni febbrili alla
Natura: come un bravo studente che ha le sue auctoritates e le divora, e come il lettore dei libri allegati ai quotidiani. Così esiste un percorso
scritto e vario, che traduce una formazione onnivora - e non dogmatica. Dunque non posso aggredire con i miei dogmi ciò che vedo, ora:
questo libro è un ragazzo. Non è il libro DI un ragazzo: QUESTO LIBRO È - ripeto - UN RAGAZZO.
In secondo luogo: compaiono molti personaggi. «Duroy questa mattina / davanti alla sua macchina per scrivere / batte moduli di vite, di vanità
/ al nero profumo del caffè»; «Caro padre / vi scrivo - forse per l’ultima volta - / da questa trincea e da questo fronte / dove l’orizzonte è un
deposito di cenere»; «Ted gioca coi suoi versi di lego / componendo castelli / sotto un cielo di vescica di seppia»; «Nosferatu posa i suoi canini
su aliquote / mentre Sallustio - nella Trinacria - dopo essersi rimpinzato di sesterzi / si dedica all’Otium». E tra i personaggi: il soldato Ariano
(nomen omen) - che scrive fingendosi il Caronte di un Lager e data «27 gennaio 1945» - o lo studente Ariano che l’appello nomina dopo Albini e
Alessandrini e un giorno si laurea, malinconicamente.
E in terzo luogo: che cosa bisogna capire?
[…] … nessuna tradizione, ma la somma delle tradizioni. Tutte recenti o recentissime, ma contemplate dal libro-ragazzo come una casa/cosa
compatta (che ha molte porte - e da cui si esce per molte finestre). […] …il lettore meno giovane (o più dogmatico) che arriva ad Ariano dalla
sola tradizione lombarda resta deluso; il lettore che ci arriva da esperienze ‘sperimentali’ vedrà uno stile incomprensibile…: né la solita prosa né
i vecchi
105
Su Bitume d’intorno
i vecchi versi, né un discorso metrico né non metrico, materiale ma non materialista…
In ultimo, il bitume non è poesia-poesia. È il teatro di un io che non si accontenta di poco, e che non ha il solito concetto limitatissimo di realtà:
se ce l’avesse, parlerebbe della piccola famiglia e della piccola vita, e della piccola Vigevano e di quanta nebbia quanto umido e come mormora
la gente e quanto mi piaci ragazza - non guarderebbe le trincee e gli “ariani” che Hitler macella. Non parlerebbe per bocca di altri, non si
invischierebbe nel Bitume, e non si libererebbe così SERENAMENTE da stile, scuola, canoni e maestri. Il ragazzo ha un cuore generoso di cane,
come nella canzone di De Gregori.
Luca
Ariano
Massimo Sannelli, da Questo libro è un ragazzo. Luca Ariano, Bitume d’intorno,
in “La poesia e lo spirito” (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/07/13/questo-libro-e-un-ragazzo-luca-ariano-bitume-dintorno/)
***
[…] …rilettura piena dell’opera del primo poeta citato nel libro, cioè Vittorio Sereni. Un Sereni riletto, mediato, riempito della vita e degli
avvenimenti di Ariano, ma pur sempre presente, pur sempre vivo e pulsante. E una costanza come questa di ritorni a Sereni non è davvero
sempre così usuale, nemmeno nelle nuove generazioni che spesso sono state associate a questo poeta, uno degli ultimi “catalogati” dalla
scuola dell’obbligo ma che spesso cede il proprio peso ad autori e dettami critici più volte vicini a quelli indicati ad esempio da un comunque
sempre grande critico e poeta come Giovanni Raboni. Qui, invece, tra i bar della Lomellina e i vecchi nostalgici che frequentano ancora (o
meglio «fanno parte dell’essenza del territorio») i bar emiliani, tra tortelli di zucca e Refosco, caffè, sigarette e Gazzetta, dvd di Blockbuster c’è
tutta un’evoluzione, una crescita, un divenire che si respira all’interno di una vita. È la vita che va a braccetto con la poesia nel lavoro di Ariano,
un affondo di realtà corale mediata dal protagonista, una foga di analisi che se a volte rischia di far fuoriuscire il personale giudizio in maniera
probabilmente eccessiva nel rispetto del lettore, dall’altro però consegna un reperto puro, una fotografia senza ombre, senza secondi piani.
Questo appunto, ribadisco …, era anche in Sereni e la scommessa andrebbe premiata all’interno di un sistema che vede l’omologazione come
rischio principale della Nuova e magari Nuovissima Poesia, le scelte compiute da Luca Ariano lo rendono certamente riconoscibile e questa è
cosa importante. […]
Matteo Fantuzzi, da La vita che va a braccetto con la poesia nella realtà corale di Luca Ariano, in “La voce di Romagna”, 9.2.2009
106
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
Da TRANSAZIONE
Sulla Via Emilia
Di cancelli serrati, di ciminiere
Spente - ma senza viaggiare
troppo lontano: per sentire
il sapore delle zanzare sulla pelle
e il calore umido del riso.
Tra parrucconi aristocratici con
quelle erre che frustano le orecchie
e graffiano le corde, mentre lo sguardo
delle rughe si scalda nel bicchiere
- e lassù abbiamo combattuto…
… per Libertà! Non avevamo teschi
spillati su spalle nere a rastrellare
anche il pianto, le preghiere di madri
107
Oggi festeggi. Ancora nelle vene
e sulle labbra ti accompagna ancora
il ricordo dei biscotti allo zenzero
e al cardamomo, che volevi danzare…
Non si sono incrociate le finestre
e ti porti sulla Via Emilia una lunga
discussione da film,
col nome uscito da un cartone,
in un’aria di neve che domani
impasterà le strade.
Bambini
Bambini pedalano ai primi rossori,
gli ultimi rimasti sulla via
e tu ritrovi quei pochi minuti di ricreazione
in cortile: l’immensa fantasia
di giochi tra terra ed erba
ora sono visi eroinati nel parcheggio
del cimitero su una vecchia peugeot.
Si rasano i prati spulciati da merli
e i tuoi capelli cadono sulle zampe
d’un cane che assalta il tremore
delle ginocchia:
in un altro iper di sabato pomeriggio
confondi il luccichio delle vetrate
al trillo d’una tasca, ai nuovi corpi
già spogliati di primavera.
L’Andrea si strafogherà in qualche bettola
di bestemmie per un’altra mano calata male
«Diu bel!» e il confronto tra Dio e Destino
nella preghiera delle sue pupille
«Se avrei vinto…» mentre ancora ansimi
per respirarlo
sbattendo le imposte.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
108
Panorama
Quel vostro bacio sfrontato
in quell’atmosfera di fine galà
si sperde nell’aria putrida;
eccoli quei fili d’ossa che s’agitano
- paiono Gollum - dove s’annida
il tarlo del panico, un tempo fiorenti.
Sale il sapore ancora caldo di ricotta
e marmellata, dal vaso di gerani
stagnano zanze e mentre la madre
chiama la sua Bea - identici occhi di neve
che si squaglieranno,
ritorna alla mente il Peppino, l’ultimo
ranat, spazzato una sera sul suo Garelli
da un furgoncino della sip;
l’estate era già di sedie sulla strada:
la Carolina, l’altro Peppino, la Manuela
che già usciva col suo moroso, il Claudio
… lo avresti fatto anche tu E sei invece lì a consumare una rapida
carciofa da Pepè, mentre lui lieto
con la preghiera in petto ritorna
da Santa Cristina.
In un panorama che gela le tonsille
distribuisci versi in quella quiete ambrata
come tuo nonno sparse scarpe
con la tomaia ancora calda di colla.
Trent’anni dopo
L’hai chiamata in quelle torride
sere la pioggia
ed ora è arrivata a scrosciare
sulle strade allagando cantine.
Ti hanno ritrovato quei capelli di lago
sorsi di sorrisi da versare
sulla tazza di petto:
sono tutte belle le donne,
e lo dici - appoggiato
ad una colonna pavese deglutendo boccate di fumo
o cavando dal fango ruote impantanate
in un’avida camporella.
Si squaglia il mascara sull’autostrada
e il tuo pezzo di cartone
è ormai buono solo come carta da bagno,
volto da emigrante del ventunesimo secolo.
Trent’anni dopo non puoi non pensare
a quel cuore scoppiato, spappolato fegato
nella cassa schiacciata,
negli istanti fracassati del corsaro
all’Idroscalo di Ostia:
le parole non erano ancora profezie
solo per i ciechi
ogni giorno muore un poeta.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
Da CALENDARIO GIULIANO
Novecento
Atto I
109
Quei primi scioperi
- la piazza non era gremita
come nelle storie,
e il tuo pugno chiuso in foto
con l’orologio in evidenza.
Quel manipolo di sbarbati
alla mattina, al pomeriggio
e anche alla sera e poi...
poi il tempo di distrarsi
e il tuo volto non si riconosce più.
Avessi aperto un negozio di scarpe
o un locale trendy - sempre pieno;
il bambino, cocco della mamma,
sempre in palmo di mano ora non sa
a chi gridare, ora che l’eco della casa
rimbomba tira grembiuli altrove.
Lui si allontana in moto,
pare quasi una cartolina anni cinquanta,
col vento di salso che sale dall’autostrada
e tu prepari il tuo viaggio,
il tuo gommoso ritorno in treno.
Atto II
Non c’era quando la strada
s’asfaltava della schiuma oleosa
della pioggia e tu lì in quel tiepido
sole di marzo, per ogni soffio di nube.
Sceso di corsa dalla carrozza
per un biglietto quasi vergato a mano,
a sottolineare la febbre galoppante
delle stagioni.
In questa notte al Pratello Bologna
pare una canzone di Guccini
ma state solo scimmiottando i padri
e certo quei negozi pakistani
non sono osterie da rivoluzioni.
L’emulazione nel delirio collettivo
d’un bagno notturno ma è lo specchio
opaco d’un altro decennio
con ancora l’odore delle bombe sotto gli occhi.
Un vecchio osserva le cosce d’una ragazza
e ritorna ai frettolosi amplessi
tra macerie e sirene quando un bacio
poteva esser l’ultimo prima del calar della polvere.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
110
Lo hanno ucciso lì sul divano
Lo hanno ucciso lì sul divano
o forse sul letto con tredici
pugnalate;
- così recitano le cronache.
Il coltello ancora sporco di sangue
non verrà più lavato.
La partita proseguirà in qualche circolo
da dopolavoro ferroviario
e sbaglierai sempre le solite carte,
confuso dal fumo e da un cicchino.
Lei s’arrossa di sorriso nel suo buffo
accento e si lascia corteggiare
nel fresco d’un negozio
prima di spazzare via l’estate,
di spolverare gli ultimi pulviscoli.
Sono ingiallite le tue foto nell’acqua
coi braccioli, lontano quel rimbombo
e il tuo impegno:
nei vicoli te la devi sbrigare tu,
rapido lo sguardo dei passanti
e troppo secca la tua retina
appanna i mattini.
È già il secondo matrimonio
È già il secondo matrimonio
in meno d’un mese e te ne accorgi
quando nel vetro vedi brillare quei fili.
La ruota gira all’impazzata
e pedalando senti l’alba carezzare
la tua camicia bianca,
come se fosse la prima comunione.
Lei ti racconta che - mollata dopo sei anni si sbronza ogni fine settimana
per non sentire il rimbombo d’un clic.
Quante volte ha piovuto sul bagnato
che le tue scarpe e il tuo giaccone
sanno ancora di umido ma bisogna abituarsi
in fretta a quei raggi.
La nebbia di quelle stagioni lascia
sempre un cattivo gusto
ma il primo tepore del mattino risveglia le ciglia.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
111
È un’altra di quelle mattine albine
È un’altra di quelle mattine albine
da pedalare in fretta di cappucci
per non sentire l’umido;
c’è chi si consola con un bianchino
per dimenticarsi di salire sui ponteggi.
Le strade s’abbrustoliscono di castagne
e quelle bocche non sono lo stesso sorriso:
euforica, ti racconta che tra qualche mese
la raggiungerà suo fratello
- stavolta non passando da un barcone.
«Spero di rimanere incinta»,
e intanto per il mutuo garantiranno i suoi,
un po’ ingrassata nello sguardo,
dimagrito nell’orgoglio a ridere cinque anni fa.
Bruciano come di stagione i fuochi nei campi
e li vedi quei trattori ammucchiare le stoppie,
lì in coda autostradale verso le solite destinazioni:
finestrini calati ripensando a quelle mani
mappa delle stagioni, sentiero da percorrere.
Eccoteli lì quei capelli di nebbia
Eccoteli lì quei capelli di nebbia,
quasi li stavi aspettando
come sabbia negli occhi a cavarti
lo smalto.
Oggi è il suo compleanno segnato in qualche agenda estiva,
e ti passa la voglia d’un piccolo gesto,
la risposta sarà un asettico «smile»
nascondendo il capo dietro i portici.
La barista di polline ti servirà
un caffè già tiepido e ronzerà
la scontata storia d’un copione
di periferia: Raffaella, ventidue anni,
- troncata l’infanzia a quattro anni distribuisce un mazzo di foto
- scattate dal patrigno,
come carte prima dell’ultimo giro.
Forse ci sarà ancora qualcuno
a dilatare le pupille per la poesia
d’un battito ma questa sera
non c’è luogo per la scansione dei tuoi metri.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
112
Tornare è un po’ come morire
Tornare è un po’ come morire
tra sorrisi sdentati
e mani gitane da leggere,
c’è un apparecchio
a graffiarti le labbra.
Curvi tra le risaie e nuovi cantieri
ricordandoti che la tua generazione
non suda il cammino sui sassi;
- per chi ce l’ha - la tredicesima
è già una foglia di vento sul marciapiede
e nascere in Lomellina è un sospiro crepuscolare.
Ti bombardano di messaggi e video
e giù a rimbrottare che ai tuoi tempi
non c’erano, per loro che non si scambiano
un’occhiata, immersi nelle cuffie.
Aspetti ancora che i viali splendano
del suo riverbero e non delle abusate
lucine natalizie sotto i portici.
Da CONTRATTO A TERMINE
L’hai fatto in quel parcheggio vuoto
L’hai fatto in quel parcheggio vuoto
con la pioggia a catinelle a battezzare
il pomeriggio, sul divano, o nel bagno
d’un ufficio ma tanto è dato per certo
che non la rivedrai nel piazzale
scendendo dalle colline in un sudore di sole.
In fondo sei sempre lo stesso che distrugge
i suoi mattoncini contro il muro;
quella convivenza quasi per gioco,
per non spegnere la luce senza un «Buona notte»
ma poi i nodi vengono al petto e ogni sabato
sotto quelle lenzuola un altro respiro.
Ti han regalato una terra battuta da un vento
Australe - proprio verso sera,
e non sai che cosa daresti per vedere tua nonna
potare le sue rose o salire sul sellino
ma l’odore di stagione lo mischi alle polveri
della città, oggi, che Bologna, con la sua babele
di portici ti rassicura nel tuo anonimo sguardo.
Da Contratto a termine
Da NUOVI CONTRATTI
Luca
Ariano
Quelle mattine - a casa da scuola
113
Quelle mattine - a casa da scuola
con la febbre - profumavano di latte
e miele, di terra d’orto portata
in casa con le ciabatte.
Rumore di vapore e ferro da stiro
tra vecchi film senza colori
e poi biciclettate in campagna
con l’odore di animali prima della pioggia.
Ancora non le conoscevi le nuove stagioni,
il fumo delle ciminiere bucare l’aria
e rotoli d’asfalto lucidi di afa.
Teresa seduta su una panchina piange
per quel gioiello rubato, i suoi piccoli
segreti violati ma domani - a San Giorgio passeggiando per le bancarelle, il sole
asciugherà gli occhi e tra le mani
il profumo d’una rosa da regalare.
Per te quel giorno è sempre il rimbombo
di spari lontani dietro le colline
e il vecchio sul viale alla stessa ora,
ha il volto di Parri e claudicante
cerca un filo d’ombra sotto grandi occhiali.
Certo che quando l’Emilio iniziò
Certo che quando l’Emilio iniziò
a tradurre versioni dal latino e dal greco,
a memorizzarsi l'atlante storico
non immaginava certo di star lì a ciondolare
in attesa di una telefonata: si vedeva professore
in qualche università a decifrare il mistero
della lingua etrusca, a scavare nel Peloponneso
alla ricerca di nuove civiltà.
S’è alzata la Via Emilia e la tua casa affonda
nella polvere, però val sempre la pena
di vedere cupole e torri struccarsi di rosso
per le luci della sera.
Alla prima ombra davanti al Tardini
dalla pensione quei vecchi se la contano
su come andrà quest’anno il nuovo Parma
e ogni domenica c’è qualche poltroncina vuota
per un colpo di tosse troppo forte.
Tu c’eri quando don Leandro e don Lorenzo
predicavano in un angolo, te li ricordi pregare
anche per te e non sai se è rimasto almeno
un po’ di marmo su un muro per Fausto e Iaio.
Quest’anno non hai visto le risaie gonfiarsi
e stai ancora cercando nell'orto le tue farfalle,
le conti e le riconti ma i colori non tornano.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
114
Mercoledì è giorno di pulizie
Mercoledì è giorno di pulizie:
ci sono capelli da raccogliere,
spazzolati lenti davanti allo specchio;
c'è un asciugamano da lavare, arrotolare,
un docciaschiuma profumato al rosa-cacao
per ammorbidire la pelle, vestiti
lasciati nell'armadio prima d'una partenza
frettolosa. Cartoline da rispedire
con giornali e forse nuove poesie.
Il prufesur ha voglia di uscire
e stasera ride di quel romanzo di Svevo,
non ha voglia di pensare a freddi messaggi
e telefonate interrotte;
Amalia dietro al sedile sorride rancida
e pensa alla città dove verrà a rifarsi
una verginità ma quelle voci poi ci vuol poco
per riudirle dietro l'angolo.
Per te che sei un piccolo borghese
con la faccia pulita non si sta poi male
nella copia carbone di Parigi e in due
sulla bici semi nuova un po' sporca
è un ritratto da vetrina antiquaria.
Vito, ex partigiano
Vito, ex partigiano - già allora lo chiamavano
il terùn - ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore
dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa... quelli sì sono bravi ragazzi
- non sa di baci e strette di mano cose loro.
Suo figlio s'è bruciato i polmoni d'eternit
in trent'anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount - studente fuori sede ma poi dal bancomat preleva un'altra serata etilica.
Teresa e fiulin in un caffè un po' chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
- quella coi buchi che ti ricorda focolari e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d'uccello
è solo l'arrivederci d'un abbraccio.
Da Contratto a termine
Luca
Ariano
Da GENTI DOLOROSE
I cavalieri di Annibale
Eserciti s'affrontano ai limes sguarniti
115
Eserciti s'affrontano ai limes sguarniti:
orde depredano tra burocrati e ministri
da Basso Evo e dal balcone si sente
la canzone dell'eroe del rione
benedetto la domenica in confessione.
Il tuo naso semita - forse traccia cromosomica
di un’altra altra epoca - è il passo di braccianti
da masseria a masseria
quando i briganti aspettavano i piemontesi
al bivio; le tue mani pulite hanno dita
d'artigiano a risuolare scarpe.
Teresa oggi è chiusa in casa con quel tempo
che non sai più che stagione è:
«Mira mira» il battello che costeggia le isole
con gli ultimi spruzzi di sole
ed è tempo di migrare come bufale
a pascolare su discariche.
Accanto alle scuole in Via Toscana dell'Eridania
è rimasto solo lo scheletro e siringhe
tra l'erba dove domani si sposeranno.
Una dose la puoi comprare al Parco Ferrari
e t'immagini un'azione della banda Corbari
prima dell'ultima rappresaglia gridando
«W l'Italia!».
I cavalieri di Annibale
- si dice presso il Ticino - sconfissero
i fanti di Scipione in fuga sul Trebbia.
I cercatori d'oro - dai tempi di Plinio setacciano il fiume e ora non rimane
che pescare metalli pesanti
mentre la tavola periodica sgorga dal rubinetto.
Teodosio non ci credeva poi molto in quel Dio,
preferiva Apollo e Marte,
ma il potere delle religioni
vale più di mille eserciti.
L'Emilio ripassa la sua storia
e quando Claretta sul divano si struscia,
manda giù il suo boccone amaro
e gli anni all'università.
Il professor Piero non capì mai
l'azione di Via Rasella e il figlio Franco,
comunista dell'ultima ora,
forse ci sperava davvero nella Rivoluzione.
Nell'antica provincia romana c'è odore
di raffineria, di petroliere nel porto
che tanti sghei hanno portato:
guai a parlarne ma quei sorrisi non diventeranno
mai padri e la chemio per quel cancro al polmone
ha il sapore nero del vento che s'alza di notte.
Su Contratto a termine
…più che la denuncia tramite la poesia, la protesta. […] …un’opposizione della poesia al contemporaneo, la cui lingua è abbastanza forte da
parodiarne l’anti-valore, con un recupero del sensuale in seno al vecchio verso… . Deposita una patina fine anche sul corpo nuovo della storia e
della lingua contemporanea, come fosse qualcosa di completamente già codificato, da rimodellare nell’esibizione che questo suo materiale, gli
oggetti e le persone propone… […]
…in Ariano troviamo il collettivo in seno al personale, che guarda alla storia recente o lontana, e che usa semmai non l’umorismo paradossale di
Fantuzzi, quanto la tagliente ironia che rimette in circolo tutti gli stereotipi dominanti… . L’accumulazione delle parole (dei nomi) è la libertà di
salvarli, perché Ariano è meno propenso a creare storie ma più interessato a leggere e a ridire le parole che esse sedimentano, preservando
insieme ad esse tutt’un mondo.
Luca
Ariano
Guido Mattia Gallerani, da LETTERATURA CRITICA - Note sulla poesia di Ariano, Bini, Fantuzzi, Ronchi e Petrosino, in
http://www.rivistaonline.altervista.org/?p=156, marzo 2009
***
La percezione netta e inequivocabile dell’esistente come terreno, dove si consuma, oggi ancora più che in altre epoche, uno scontro senza
requie e senza ritorno tra la memoria, che resiste stretta alle radici valoriali che in essa affondano e in essa trovano ancora linfa, e un presente
senza storia che spiana, come un rullo omologante fatto di congegni coercitivi e di rituali vuoti, deprivati di sostanza e di voce, ogni persistenza
di senso e ogni proiezione verso un futuro a misura di speranza, è il quadro di riferimento entro il quale si colloca e dal quale si dispiega tutto il
percorso poetico di Luca Ariano. È una scrittura animata e sorretta da una profonda ragione etica, sapientemente giocata nell’alveo di
consapevoli e marcati registri antiretorici, capace di penetrare con l’insistenza e il paziente lavoro sotterraneo di fiume carsico, seguendo
soltanto la mappa interiore di ben meditate traiettorie di pensiero, nella dimensione del quotidiano, in cerca del frammento fuori quadro,
magari di una parola, di un volto, di un gesto superstite refrattari alla dissolvenza nel nulla di comunicazione che contraddistingue l’insieme dei
rapporti reificati nei quali siamo immersi - e di farne, con naturale coinvolgimento e disposizione all’ascolto, il punto di accensione che fa
esplodere la maschera delle convenzioni e della assuefazione alle logiche del vuoto, della disperazione e dell’effimero elevate al rango di
categorie dell’esserci. Disincrostando metodicamente il suo verso da tutto ciò che fa da ostacolo alla restituzione di un dire che lega uomini e
cose in un’unica vicenda e un unico sentire, dove l’interazione non azzera, differenze ma esalta la diversità che ci parla dal cuore di altri alfabeti,
il poeta diventa testimone di una metamorfosi che lo coinvolge a misura della radicalità del suo sguardo - voce e vocazione civile, misura di
tutto quanto vive, custode e restauratore di ciò che ancora si agita sotto traccia e resiste tenacemente, anche sul punto di scomparire per
sempre dal quadrante delle stagioni e dell’umano. Poesia di recupero e testimonianza, dunque: di un mondo sommerso senza il quale la vita, in
tutte le sue forme, diventa niente più che uno specchio opaco che rimanda solo gesti abitudinari, suoni disarticolati di marionette senza libertà
e senza respiro, che calcano, ignare, il palcoscenico di giorni tutti uguali, trascinandosi come una catena le false convinzioni di un miraggio, la
prigione invisibile e opprimente della loro resa.
Francesco Marotta, la prefazione
***
Con la raccolta Contratto a termine … , arricchita da una nota di Francesco Marotta e da un omaggio dell’autore a Giorgio Piovano, antico e
nobile partigiano comunista, Luca Ariano ci offre una breve ma intensa silloge poetica… . Il lavoro si struttura per singoli testi che alla base sono
saldamente connessi ad una prova assoluta di conoscenza, prova che riporta il dramma della quotidianità al rischio e alla sorpresa delle
occasioni
116
Su Contratto a termine
occasioni, degli inviti, dei sentimenti e delle persone. È proprio alle persone che questo libro è dedicato: persone che si muovono e vivono
nell’ambito della scienza comune (scienza e coscienza) e che si mostrano in strada, in casa, in giardino, sulle vetrine, dietro i cancelli, alla
finestra e lungo il segmento di un viaggio nella vita che non ha soluzioni di continuità. Luca Ariano è poeta lombardo, anzi longobardo, e perciò
incardinato alla religione moderna degli “immediati dintorni” che sono poi, come si sa, i più vasti orizzonti possibili. Su questi perimetri si
muovono Erba, Sereni, Loi, Cucchi, Raboni e Bellintani; scrittori di profonda suggestione terragna mai, però, semplicemente solo terrestre, e
davvero, come scrive Maritta, Ariano «fa esplodere la maschera delle convenzioni e dell’assuefazione alle logiche del vuoto, della disperazione
e dell’effimero elevato al rango di categorie dell’esserci». Perché poi, in realtà, occorre sempre esserci. E da qui parte il bisogno di narrare, di
testimoniare non soltanto con il pensiero, ma anche e soprattutto con il grato e dolce rimorso del ricordo, che si perfeziona per via, divenendo
canto e talvolta elegia. Ad uno ad uno (…) Ariano ravvisa i suoi “compagni”, li nomina, li dipinge, li associa alla propria strada: il Professor Emilio;
Marino, Raffaella, Elio Fiore dolce appassionato poeta, l’Andren, la Rina, Marika, Giorgio, e per tutti costoro costruisce una breve storia, un
colore, una voce, un atteggiamento, uno scrupolo di vita e di immaginazione. […]
Luca
Ariano
Giuseppe Marchetti, da Contratto a termine, voci quotidiane nelle intense poesie di Luca Ariano, in “Gazzetta di Parma”, 16.6.2010
***
[…] …gli ideali e le ideologie del passato sono morti o moribondi e si rischia di perderne definitivamente memoria con la scomparsa degli ultimi
interpreti di una stagione politica che pare lontana secoli; le aspettative delle nuove generazioni sono appunto “a termine”, disilluse e prive di
entusiasmo. In questa “storia” liquida e cedevole si muove la scrittura, direi cinematografica, del poeta vigevanese ma ormai parmense di
adozione. Si tratta in fondo di una poesia epica, nonostante il tono dimesso e la presenza di antieroi, di personaggi “normali” che interpretano
una quotidianità talvolta persino sciatta eppure con esiti anche drammatici: solitudini, suicidi, malattie “contratte” sul lavoro (e qui il “termine”
acquista una tragicità non solo economica ma esistenziale), fughe nella droga e nell'alcolismo, sesso come sfogo o come mezzo di scelta sociale,
“eroi” del recente passato dimenticati e abbandonati… Lo sguardo di Ariano, come quello di un regista del primo dopoguerra, non edulcora la
realtà, la registra facendo “parlare”, con i loro tic anche linguistici (abbastanza frequenti i corsivi nel dialetto della Lomellina, quello ascoltato da
fiulìn, il personaggio che è l'alter ego dell'autore), l'Enrico, l'Anna, l'Emilio, l'Elio, l'Ada… insomma tutti i personaggi di quella fetta di Padania
prossima al Ticino o alla via Emilia, ben nota al Nostro.
Passaggi di assoluta poesia costellano questa … opera … che potrebbe altrimenti rischiare di risultare prosastica o cronachistica e invece, e lo
ribadiamo, è un vero poema epico contemporaneo. Passaggi, dicevamo, che ci pare di poter identificare in particolare in quei versi in cui
natura, storia, emozioni, sguardo d'insieme e analisi degli eventi si fondono in parole pregne di simboli e in metafore dalla forza visiva
spiazzante. […] Un poeta che “risveglia” il reale: con la sua scrittura tersa e obiettiva Ariano è un po' il periscopio che indaga con sguardo
sinestetico un trancio di storia che ci riguarda e ci dice che nonostante la “nebbia” non possiamo far finta di niente. Un libro davvero bello che
anche i più giovani possono gustare nel suo saporoso understatement, se hanno il piccolo coraggio di prendere in mano un libro di poesia.
Alessandro Ramberti, in “Farapoesia” (http://farapoesia.blogspot.it/2010/06/su-contratto-termine-di-luca-ariano_27.html), 27.6.2010
***
È uno sforzo che ricorda le opere di Ray Bradbury, quello operato da Luca Ariano nel suo Contratto a termine (…): lo sforzo di cogliere, ripulire e
conservare brandelli di memoria individuale (termine che spesso definisce quella collettiva), di salvarli da quella macchina schiacciasassi che è il
nostro
117
Su Contratto a termine
nostro presente. I testi sono privi di verbosità ma densi, definiti da una cifra antiretorica e intimistica che rende immagini, luoghi e persone
soggetti indelebili.
In “Poesia”, settembre 2010
Luca
Ariano
***
Forse non è una coincidenza che Luca Ariano sia cresciuto nella stessa cittadina di Lucio Mastronardi, romanziere mai ricordato abbastanza per
avere avuto il merito di cogliere, entro il microcosmo di Vigevano, il trapasso della civiltà rurale in quella del neocapitalismo, con l'asprezza
disumana che questo comportò in termini identitari. […] Anche Ariano, in Contratto a termine … , ma anche nei libri precedenti, intende
testimoniare su quanto sia in perdita il trapasso, termine che uso per sottolineare un passaggio senza ritorno, in un triste aldilà, attraversato
dallo sfacelo, in cui altro non possiamo che sopravvivere «sbattendo le imposte»; con forza e rabbia, dunque, seguendo l'istinto o sperando che
ancora qualcosa sopravviva del vecchio mondo, qualche scorcio di vita vera, di odore e «sapore ... caldo», qualcosa che d'improvviso riporti al
centro la comunità, com'era un tempo (almeno nella reminescenza collettiva) prima che maturasse la società dei consumi, dell'ostentata
opulenza, della solitudine esistenziale. La poesia contemporanea l'ha sempre detto, dalla Ragazza Carla di Pagliarani a tutto Pasolini (il cui
trentennale dalla morte è cantato a pagina 18), dal Gozzano de La via del rifugio (che Ariano riprende attraverso il gusto decadente
dell'elencazione e dei ritratti, ma senza l'ironia del torinese, con più amara consapevolezza, invece) sino al Registro dei fragili di Fabiano
Alborghetti, là dove entrambi mettono in luce l'orrore del vivere quotidiano, dei gesti all'apparenza normali, l'abitudine alla cronaca nera, alla
morte degli altri: «Stessa stazione un anno dopo, / Sala d'aspetto a sfogliare giornali; / un operaio interinale suicida: / lascia moglie e figli. /
Teresa volta un'altra pagina / prima dell'ansia di un volo interrotto nella nebbia». Come dire: nessuno si salva dalla macchina sociale, tanto
meno chi è un vinto dalla vita, come i personaggi che ci presenta Ariano, uomini e donne che troviamo nel cinema e nella letteratura
neorealista, ma anche nella linea marchigiana, con D'Elia in testa (ma ben presente nella nuova generazione, per esempio in Davide Nota e
Matteo Fantuzzi, e in quella di mezzo: penso a Filippo Davoli), per non parlare di Luigi Di Ruscio, veterano di una poesia ancorata alle cose e
all'esperienza messe in scena attraverso una lingua della memoria e straniera, nella misura in cui essa non ha luogo ad Oslo dove migrò nel '57.
Ariano metabolizza queste ed altre voci (per esempio, mi pare forte la presenza del Viviani di La forma della vita), anche grazie alla sua intensa
attività critica, consegnandoci un ritratto amarissimo della realtà di provincia, che va però pensata quale sineddoche della vita occidentale, che
finge di non aver compreso una verità sempre attiva nella poesia: che ad essere a termine è la vita stessa. È con quest'ultima infatti che
dobbiamo davvero fare i conti, per ridefinire il contratto in corso d'opera, senza perderne di vista gli aspetti più importanti, quelli legati alle
relazioni umane, alle debolezze umane, alle gioie che l'umana debolezza ricava dalle relazioni autentiche, e che Contratto a termine ci mostra
con pudore, convocando altri compagni di viaggio, due per ciascuna sezione di quest'opera che vorrebbe essere il "primo capitolo" di un
romanzo in versi. […] Potrebbe in effetti essere utile certificare queste sacche di vita agra, per dirla con Bianciardi, che ancora rantolano
nostalgicamente nei sentieri dell'inferno contemporaneo, come Teresa, Enrico, il professor Emilio, cui ci racconta Ariano. Il catalogo dei ritratti
insomma potrebbe continuare e un senso certo l'avrebbe (documentario, almeno, e capace di attestare la buona fede dell'autore); ma il pregio
del libro sta altrove, ossia nella forza metaforica di certe rapide immagini, che slega la parola dal contesto per lasciarla nel riverbero
dell'orecchio e dell'immaginazione, come questi versi: «Troppo secca la tua retina / appanna i mattini»; e: «Hai lasciato sgroppare l'abbraccio /
tardivo, lo schiocco delle labbra / (che il treno dai finestrini battezza nel miraggio / che al crepuscolo filtri un pizzico di luce sulle / pupille)»; e
ancora: «Il volo d'uccello / è solo l'arrivederci d'un abbraccio». […]
Stefano Guglielmin, in http://golfedombre.blogspot.it/2010/11/luca-ariano.html, 21.11.2010
118
Su Contratto a termine
***
In tempi di memorie fittizie, affetti e dolori esibiti in televisione (e come merce proposti), in tempi di finzione e assenza di memoria perché la
memoria fa audience solo se manipolata e aiuta a vendere un prodotto o un’idea, il libro di Luca Ariano … appare come una illuminazione.
Contratto a termine - come dice infatti Francesco Marotta nell’ottima prefazione- è un libro la cui scrittura è animata e sorretta da una
profonda ragione etica. In contrapposizione al guardare passivo (dei fatti, della Tv) Luca Ariano è lo spettatore silenzioso ma presente, che tutto
raccoglie e che nulla tradisce: rimanda infatti un memoriale universale raccontando microstorie, fatti solo apparentemente inutili all’assieme.
Raccoglie voci, vissuti, province; recupera testimonianze involontarie e normalmente poste in secondo piano per portarle a galla. Le sue storie
non sono vere e proprie storie, semmai a prima vista possono sembrare un’enunciazione di fatti su cui riflettere o racconti apparentemente fini
a se stessi che non presentano, nella maggior parte dei casi, la classica struttura narrativa (anche se la scrittura avviene in poesia): non c’è
introduzione, né svolgimento, né conclusione intorno a ciò che viene narrato (solo apparentemente) ma dietro l’immediatezza e il
chiacchiericcio dei suoi personaggi si intravede il limite di certi pensieri e di certi sentimenti e la difficoltà nel dire la condizione umana a voce
degli stessi personaggi che si tentano nella vita, che giocano il proprio ruolo impreparati, disadorni, disarmati ma offrendo involontariamente
una narrazione totale, a chi capace di coglierne. Leggendo … non posso non fare un parallelo con un passaggio dello scrittore e saggista
Ruggero Jacobbi (Venezia 1920 - Roma 1981) tratto da Teatro da ieri e domani quando egli scrive: «Gioco di costanti imponderabili, di fatalità e
di sorprese, di contingenze logiche e di sfondi irrazionali, l’esistenza umana - o, più giustamente, l’esistenza sociale - contiene, diluito,
informale, il romanzo. Ogni istante della vita e un episodio di racconto. La sequenza delle istantanee appare come destino, e il destino rimane la
sostanza maggiore dei romanzi». Luca Ariano si contrappone alla narrazione letteraria usando un linguaggio molto più pregnante e sintetico: la
poesia. Frammenti di destino di signori nessuno (non sono personaggi noti, se non per l’abitare l’affetto o la storia di qualcuno) che con
sincerità emergono da un humus cumulativo. I protagonisti delle poesie di Contratto a termine non sono eroi quanto anti-eroi, simili al loro
creatore, che cercano disperatamente nella banalità quotidiana quella trasparenza e quei punti saldi per la loro identità: Il commesso,
l’impiegato, l’assistente, il “profesur” tutti «uomini e per sempre» (citando Pagliarani). Luca Ariano non ci racconta storie di individui
particolarmente invidiabili o di persone “vincenti”: narra invece le storie di personaggi per così dire border limits, equilibristi che camminano
sul filo del tempo e che da un momento all’altro dal tempo saranno inghiottiti, seppelliti nel silenzio nonostante l’unicità del vissuto personale.
Capacità dell’autore è però farlo senza retorica, senza piaggeria, scrivendo in una lingua piana e strutturando il libro in 6 sezioni con ognuna un
peso … . Non so indicare con certezza quale delle sezioni sia maggiore o migliore di un'altra, avendo l’assieme un equilibrio ed una saldezza
davvero forte. Ma una nota a margine la voglio fare sull’ultima sezione, quella dedicata al poeta e attivista Giorgio Piovano, deceduto prima di
poter scrivere la prefazione al libro, come era in programma. Ariano riprende la poesia di Piovano Poema di noi e la trascrive per intero, a
chiusura e sigillo del libro. Un omaggio sincero ai tutti noi, alle nostre storie, alla nostra invisibilità, alla nostra unicità di essere umani con la
fatica che comporta, di respiro, vita e lavoro. […]
Fabiano Alborghetti, in http://www.alleo.it/content/luca-ariano-contratto-termine, novembre 2010
***
La pulsione più forte della scrittura di Luca Ariano è il desiderio di fare resistenza alla paura di dimenticare le cose: volti, strade, aneddoti, nomi
che il verso ha (aveva, avrà o avrebbe avuto) la commissione proverbiale di mettere in cassaforte. Contratto a termine è un romanzo in versi
(situato nella tradizione poetico-narrativa di certo Zanzotto, di Pasolini, ma soprattutto vicina alle voci di Sinisgalli e Bertolucci) in cui la
vocazione civile non è mai separabile dalla vocazione alla memoria. Un atto di redenzione, quasi di backup lirico dei fatti, che avviene nella
coscienza
Luca
Ariano
119
Su Contratto a termine
coscienza di parlare di fatti epigoni, di cose che accadono fuori tempo massimo. Il metodo con cui Ariano si stacca dal suo personaggio somiglia
a un’ironia seria. L’Emilio («professore precario»), il Vito («ex partigiano», che «vive col respiratore dieci ore al giorno»), l’Enrico («che la sua
storia sembra uscita da un film di Almodovar») possono essere scritti e ricordati esattamente a patto del loro essere tranquillamente
dimenticabili.
Questo nesso di ricordabilità e smarrimento è forse il senso definitivo del “Contratto” che Ariano stipula col linguaggio. E la sua scrittura si eleva
nei momenti in cui si fa più evidente la somiglianza tra narrazione e fragilità del narrato: «È dura riempire ogni giorno pagine locali / quando
scende un delitto è manna dal cielo»; cioè nel momento in cui si sintetizzano all’osso i motivi stessi della scrittura, e si sorride del lutto, del
ricordo, della pianura, come di tutto ciò che appartiene all’intempestivo. Le due ricorrenti opzioni narrative di Contratto a termine sono in
questo senso decisamente originali: deragliamento narrativo e liste liriche di oggetti. La struttura di andamento umorale (cito da «Lei con
semplice candore») procede nel sorvegliato deragliamento dall’immagine iniziale; sarà che l’alfabeto nasce da deviazioni primordiali, ma dalla
delusione nella fissazione dell’oggetto scaturisce «che i tuoi pensieri stanno lì ad ascoltarsi», e spuntano «le storie che ti bevi nella calura d’un
passatempo estivo». La trama narrativa è sempre svuotata di contenuto metaforico, le parole diventano pretesto di un raccontare annalistico,
gratuito e senza scopo. «Mercoledì è giorno di pulizie» è invece un caso della lista lirica di cose da fare e di oggetti da elencare: «capelli da
raccogliere», «un doccia schiuma rosa cacao per ammorbidire la pelle». La parola poetica, semplicemente designandolo, astrae il seriale
quotidiano. Il componimento, che racconta di una partenza verso Parigi, è la cartolina imparziale di un turismo “piccolo borghese”,
semplicemente annotato, certificato, verificato (per usare termini sanguinetiani) nel «non si sta poi male nella copia carbone di Parigi».
Facendo un discorso di genere, si tratta di una poetica postmoderna che sorveglia uno slancio ideologico, come dimostra l’uso narrativo del
“tu”, che designa nel soggetto evocato la facoltà di parola e di ricordo; è questo il caso di Trent’anni dopo, in memoria di Pasolini: «Trent’anni
dopo non puoi non pensare / a quel cuore scoppiato, spappolato fegato / nella cassa schiacciata, negli istanti fracassati del corsaro /
all’Idroscalo di Ostia: / le parole non erano ancora profezie / solo per i ciechi / ogni giorno muore un poeta». A livello linguistico, il pastiche di
dialetto, pop, la mescolanza di liste liriche di oggetti e tonalità colloquiali sono il segno di un’ansiosa eterogeneità che confina con lo
spaesamento linguistico e sociale. Le scansioni linguistiche e ritmiche, il tentativo di lasciare la lirica per arrivare all’epica del romanzo in versi, i
personaggi fotografati, consacrati e descritti nel tempo attraverso particolari fisici; Ariano mette in scena una narrazione novellistica, che
procede per balzi umorali e deragliamenti; è una poesia che non narra ma evoca: in altre parole, l’impulso è quello del realismo poetico, del
bisogno di partire dal “veramente vissuto” per attivare l’emotività da cui nascono i versi. Chiudo con un’osservazione sul burocratese del titolo
della raccolta: Contratto a termine, in altre parole “patto” con la funzionale tristezza del mondo civile, da un lato; ma anche patto con la
precarietà della lingua, nel momento della scrittura, precario per definizione. Niente di più precario che iniziare o continuare a scrivere. Ma a
ben vedere, il precariato della scrittura non è un mulino contro cui lottare, né un demiurgo maligno a cui opporre parole e azioni; anzi, il
precariato è il solo stato sociale e linguistico in cui si possono situare parole, azioni e mulini. Dopotutto, scrivere versi oggi significa ancora
concentrarsi, gioire e immalinconirsi del tempo in una lingua moritura. Fare senso equivale ad essere dispensati dal senso: ed è questo il
contratto che la cultura, la lingua e la poesia non possono non firmare.
Gennaro Di Biase, in (http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&view=article&id=252:luca-ariano-contratto-a-termine-edizionifarepoesia-pavia-2010&catid=6:crash-test-libri-riviste-cd-vhs-dvd&Itemid=31)
Luca
Ariano
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Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
Luca
Ariano
Da NESSUNA BUFERA
*
Non scriveremo della nostra bufera,
né di quella rivolta, contro quel volto
su quel mezzo, né avremo forza
per nuove armi intelligenti, tecniche
d'azioni millimetriche, la nostra
guerra civile è un logorio lento
la luce che si spegne fiocamente
senza ferire, missione pacifica
in paesi estranei, uno svilimento
se poi penso
con timore che sta democrazia
m'uccide
121
sventolano oggi
quei drappi tricolore
che annegano in proclami buoni
a prender qualche voto, appagare
destini e un po' di sereno
nella sua coscienza svuota
*
La disobbedienza quotidiana
è fatta d'ordine di raccolta
differenziata di risparmio delle acque.
Non voglio avere figli - dice
che non vuol crescerli qui
con questi lacci, in quei sistemi
e tu non sai se è pieno afflato
rivoluzionario o mancanza
di coraggio se è quest'impossibilità
che atterrisce o la via più semplice
indipendentemente.
tutti i giorni
non c'è una guerra da fare
Enrico
non ne può più di questa
politica simbolica.
Se la moneta brucerà tra le mani
ai tedeschi diremo esse esse
agli inglesi la pioggia alla Francia
spareremo le migliori cartucce
Venezia, Firenze, il lago di Gardalan'
Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
Luca
Ariano
122
Kayaköy
Ci divertiamo a decodificare
case franate lì sulla collina
docile e due chiese scolorate
tra parco giochi e rudere scomposto
che se fosse un lego ci metteremmo
un tetto ci scaveremmo ossa
città della memoria, sottoterra
di coscienza. E non sai se vuoi innaffiarla
o sezionarla, Matta Clark mal riuscito
senza croci né baci, che guardi su foto aeree
e ti viene un crepacuore, ma si ci porta lì
con gioia
sull'alto della rupe, alla casa più distante
pregna di tracce e animali e
vivande da cui si scorge su più ampio
spettro. E si fa fuga anche qui l'odore
che ci sospinge ad ammarare
*
è questa guerra immaginaria
alla fine delle guerre
questi calci al pallone questi colpi
di racchetta, sto sudare e scaricare
sono i suoi occhi di viva viola
questi scontri da gitanti, urti nel fiume
è il bunjee jumping le sommosse
pianificate la domenica mattina
sin nei minimi dettagli, per fare un po'
di rumore, un po' d'amore, gli inesistenti
nemici di sempre, questo scambio
continuo di letti, il far esplodere, i bastoni,
st'abbracciarsi, svuotare, sentirti mia
cagnetta questo surrogato di possesso
che è il consumarla e questi occhi
di nuovo che ti tocchi, che non schiacci
questo sguardo che ti strappi
il sorriso appena prima
che dica basta
Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
Luca
Ariano
123
*
Il compagno Giorgio
- pare uscito da un romanzo di Musil:
parla poco, gioca con l'iPhone
e domani si alzerà all’alba
per il solito lavoraccio sottopagato.
Nel Borgo tra strade dissestate,
case abbandonate - come nel dopoguerra,
il Nando perso nei suoi studi straparla
e nessuno l’ascolta:
«Perché il Signur fa’m no morì?»
Code chilometriche davanti alla reliquia,
portata direttamente dai Crociati… dicono
forse da Gerusalemme… dal Santo Sepolcro;
accanto una piazza di cassintegrati disfattisti
con fischietto e cappellino rosso,
poche bandiere fuori tempo. Tutte in elle.
E mentre attende al suo gelo la fine
del turno da sentinella ripensa
all'ingenuità gratuita della cialtrona
al sorriso compiaciuto del confuso, agli ordini
giocati come transazioni, all'uomo in gruppo
anche virtuale, che reclama altra gnocca
e non sa che forma prende tra le gambe
fino a quel cretino che va oltre, lo disgusta
che é solo una ragazzina, che questo non si può
che si s-loga e finisce indispettito.
Teresa passeggia sul Lungomare
e come bambina per un giorno rivede accanto il padre:
quelle lacrime sono salso che la brezza mattutina
spazza via al ritorno dei pescherecci.
Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
Luca
Ariano
124
*
La Patria da cui siamo in esilio
sono quegli occhi dolci di fava
famiglia da sempre e casa i ricami
di boschi e di mare è quei viaggi
che sognano scenari la Patria
quei volti e capolavori lo spazio
da cui ci diciamo scampati lo stridere
violato delle rotaie il fumo, delle fiaccole
umane il rancore, tra escatologiche attese
e risoluzioni vendicative finali,
prossimità che ci disgusta è permanere
di odori ed incesti
pregnanti, rimossi, senza scopo
tra i pulsanti del televisore,
da cui ti osservo sodale, è solo
un concetto mentale, quest'esilio
inventato è una zona che brama
un'Italia soltanto immaginaria
*
Vento su Mantova e colori d'Irpinia
il giorno che scopriranno l'ultimo
ordigno inesploso, non sapremo
se non che lo stupore di nuovo
dell'inesattezza da brillare, d'un congegno
senza contegno di spauracchi
da strapaese, su un sangue mai versato
mentre si chiede giustizia per le menomazioni
di piazzale Loreto che Nicola ci ha portato
a quell'incrocio di auto e fili, di memorie
poco concrete, come bastiglie introvabili
storiografie da ritracciare
in labili ricordi che segnano il passo
scoprono passaggi ad eroi a venire
dei dialetti che non comprendi delle capitali
mandate giù a memoria, su mappe bruciate
trascini dietro una molotov, la bomba carta
imparata sul web, la pozione di glicerina
ch'ha distrutto la mano di Jorge, gli esperimenti
iniettati su gambe nude, in obitori immaginari
sul corpo dei morti che abbiamo cancellato
l'altroieri senza troppo affanno, come la gatta
troppo piccola che si muore di parto in giardino
spalando corpicini senza vita coi cordoni ancora appesi
a testimoniare ostinazioni di vitalità spazzate via
Da I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
Luca
Ariano
Da ITALIAN WAR
*
*
Noi che non sappiamo far male a una mosca
come figuriamo in questo giorno nuovo
di guerra? Tu che non hai mai battagliato
milite esente, per troppi fratelli, per anagrafi
sbagliate, per un altro tempo, un fuori luogo
per non aver dovuto abbracciare nessun peso
non aver martirizzato niente
di te spogliato da ideali tirato su
male, da consuetudini non corrette,
il cervello ad imbucarsi in paradisi
dai consigli negligenti, non seguiti
ci fermiamo ogni tanto ad osservare
questo panorama desolati, senza foga.
Hai anche tu la sensazione supponente
d'esser di nuovo carne da macello
come al fronte, d'esser di nuovo
ignoto fumo umano, subdola
metastasi, quando pensi di colpire
e non ci riesci mentre guardi
quei giovanotti che passeggiano
nei treni affatto estranei
a tutto questo, con la scollatura
sul viso di chi è condannato
a non riuscire. Che resistenza c'attende
se pensiamo alla parola partigiani
mentre decidi di abdicare ma credi
davvero che loro fossero bravi,
che gli venisse naturale?
Anch'io non saprei sparare.
125
Quei bambini non hanno mai visto agrumeti
davanti al mare - forse i vecchi ricordano...
Solo fiori di cemento, erbacce, acqua stagna.
Teresa e Fiulin in una festa di quartiere:
canzoni sguaiate tra cosce stonate
come prosciutti in vetrina. Volti contadini
da album in bianco e nero truccati
per la passerella domenicale.
Affiorano dai satelliti civiltà scomparse,
sommerse dalle foreste e dall’uomo;
si dissotterrano navigli un tempo
acque di lavandaie.
Conta le gocce della condensa sui vetri
il bambino - forse Fiulin,
un pomeriggio d’inverno già sera presto.
Su I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
I Resistenti è un lavoro poetico … di Luca Ariano e Carmine De Falco, che trae origine da un lungo periodo di scambio di idee e confronto
continuo. Un confronto che permette ai due autori (quasi coetanei ma provenienti da aree geografiche diverse) di scoprire, tra l’altro, di
condividere una stessa idea di poesia basata su una “scrittura” del reale che sappia ricongiungersi alla comunità/collettività attraverso una
descrizione poetica e onesta dell’umano e del quotidiano.
Luca
Ariano
In “Arti in corso”, (http://artiincorso.wordpress.com/2011/05/05/presentazione-e-lettura-de-%e2%80%9ci-resistenti%e2%80%9d-venerdi-6maggio-ore-1830-libreria-treves-piazza-del-plebiscito-napoli/#more-214), maggio 2011
***
Un poemetto di testimonianze, disobbedienze, infelicità e forse rabbia, scritto a quattro mani e costruito con tasselli tragicomici per raccontare
una guerra non dichiarata e forse nemmeno combattuta. Sfilano piccole storie di uomini e donne (cassaintegrati, precari, disoccupati,
sottoccupati, maestre, casalinghe, piccoli lestofanti, qualche pedofilo e altri disagiati sociali) entro periferie postindustriali e degrado tardocontadino. E a mo’ di sutura gli inserti dei due autori, essi stessi protagonisti dell’Italian War.
Per chi ama la mescolanza dei generi e l’attualità in poesia.
Dal risvolto di copertina
***
I Resistenti è un’opera poetica a due voci, che si pone, già dal titolo, sul versante della poesia civile. Gli autori Carmine De Falco, napoletano, e
Luca Ariano, lombardo, condividono la medesima tensione morale, il medesimo sguardo sulla realtà.
Ciò che emerge dai versi è un panorama italico inquietante: periferie che hanno divorato la campagna e diventate a loro volta fatiscenti, da
demolire e ricostruire insieme ai personaggi che le popolano, persi questi in vite ossessive, in ritualizzazioni dello squallore del sopravvivere, in
chiacchiere che diventano vieppiù volgari, sintomo di un imbarbarimento che pervade il paese ricacciandolo in una condizione pre-illuministica
e svuotata di ogni spessore etico e morale.
La Resistenza che Ariano e De Falco sembrano indicare passa attraverso la ragione, attraverso il senso dell’agire umano, attraverso le vite che
non possono ridursi a contenitori di cose e ricettacolo di nuovi luoghi comuni da innestare su rinate miserie. Resistere significa quindi non
accettare, non quietare la coscienza, non rinnegare il pensiero, non rassegnarsi alla degenerazione anche quando questa è dilagante,
onnipresente in ogni angolo di strada, non adeguarsi, non scendere a compromessi che mangiano l’anima.
Ma resistere significa anche essere nel dubbio, temere di non farcela, avere paura del futuro, accettare di essere precari, in balìa del vento, di
essere spazzati via da folate un po’ più vigorose, di non avere la forza, di essere ancora «carne da macello / come al fronte».
«Che resistenza c’attende / se pensiamo alla parola partigiani / mentre decidi di abdicare, ma credi / davvero che loro fossero bravi, / che gli
venisse naturale?», in questi versi è racchiusa la domanda che ognuno dovrebbe porsi prima di decidere di adeguarsi, di gettare le armi della
ragione critica, e ingrossare le fila del “così fan tutti”.
Enrico Cerquiglini, in “La dimora del tempo sospeso” (http://rebstein.wordpress.com/category/luca-ariano/), giugno 2012
***
126
Su I resistenti (scritto insieme a Carmine De Falco)
«Uno scambio continuo nel corso degli ultimi anni, sullo scenario di un paese in decadenza socio-culturale»: così Carmine e Luca nella nota in
appendice al testo. E la raccolta scritta a quattro mani si presenta come un grido accorato che non solo fotografa il degrado ma lo analizza e ci
stimola all'impegno che deve essere l'azione sociale concreta, quella che dall'indignazione ci porta al fare, ad atti di solidarietà, al chiedere agli
intellettuali, magari piuttosto inerti e atarassici del nostro bellissimo Paese (nonostante tutto), di darsi una mossa, visto che la classe politica
sembra essere ancora più inerte e fagocitata da conventincole e relativi interessi, e assai poco sensibile alla ricerca di un bene comune.
Il libro è diviso in due sezioni: Nessuna bufera e Italian War, quest'ultima molto più breve. Il tono a volte è un po' prosastico e “combattivo” (col
rischio di cadere in qualche slogan e di allontanarsi da quella forza sintetica, immaginifica e simbolica che crediamo la poesia debba sempre
esprimere), ma contiene tanti passaggi intensi, tanti squarci di realtà che i versi ci offrono con voce vibrante e cortocircuiti efficaci e
destabilizzanti… […]. Questo è un libro di evidente carica morale, una sfida che tutte le persone di buona volontà ed oneste, a prescindere dal
credo politico o religioso (e dal fatto stesso che si riconoscono in un credo), possono utilmente leggere e condividere per coltivare ideali che
meritino di essere vissuti, e mettere a disposizione le proprie capacità per recuperare e ricostruire una cultura che sia più giusta e più autentica
(dunque meno omologata e omologante) e in definitiva più bella.
Luca
Ariano
Alessandro Ramberti, in “Farapoesia” (http://farapoesia.blogspot.it/2012/08/su-i-resistenti-di-luca-ariano-e.html), 3 agosto 2012
***
I libri a quattro mani sono davvero pochi in Italia (almeno quelli dichiarati) e in poesia ,di casi ce ne sono davvero pochi; si potrebbe ricordare il
duo tutto marchigiano Stefano Sanchini e Loris Ferri e precedentemente un esperimento interessante (se non negli esiti, nello sviluppo della
carriera di questi scrittori) come quel Covers uscito per Einaudi, scritto da Aldo Nove, Raul Montanari e il futuro premio Strega Tiziano Scarpa,
tutti poeti in partenza che appunto le loro fortune le hanno fatte sulla narrativa. Ma non divaghiamo.
Si diceva, di libri a quattro mani nell'Italia poetica ce ne sono davvero pochi e allora parliamo con piacere di questo piccolo poema voluto
dall'agguerrita e interessante casa editrice napoletana “D'if” che ci porta a fare conoscere il lavoro di due autori promettenti e certo non
sconosciuti, tra gli emergenti più dotati e più sicuri: il fortemente “padano” Luca Ariano (per territori, non per politica) (…)e Carmine De Falco,
poeta napoletano dalla forte spinta civile. E questo dialogo è in fondo un lungo percorso appunto su e giù per lo Stivale di quella che come dal
titolo si capisce è la resistenza contemporanea fatta non più di persone che lottano per un ideale politico, ma che in qualche modo
sopravvivono in una lotta che si sviluppa tutta nei confronti di una società che fagocita e annienta, che disumanizza creando in qualche modo
proprio il processo che la poesia dovrebbe controvertire. Così questa denuncia viene fatta col racconto di disoccupati e precari, di disagiati e
figure minime che riempiono le nostre periferie e le vicende di ogni paese di questa complicata e variegata nazione che si ritrova a un certo
punto proprio all'interno del concetto di disfacimento umano, di scellerata incapacità di tenere sotto ogni punto di vista. Chi sono allora i
resistenti ? Siamo noi queste figure così minime e al tempo stesso così nostre da sembrarci tutti fratelli e sorelle, parenti impresentabili, figure
vicine e lontane a seconda delle modalità, delle storie e della geografia, ma sempre nostre, sempre quotidiane.
Quello che fa più male di questo libro è forse la normalità di queste storie, anche il pedofilo che una volta scoperto dopo essere stato insultato
dalla comunità si suicida ci sembra (incredibilmente, ma non troppo) qualcosa di già apparso nelle nostre cronache e cento altre volte in quelle
di altre periferie, così le storie, così i pensieri, i gesti, anche quelli più folli in realtà sono nostri.
Questo dialogo attraverso la poesia, così duro e spietato, così rigoroso, serve proprio a rimetterci bene in testa, davanti agli occhi tutti i nostri
quotidiani drammi, serve a ricordarci che la società va cambiata (in meglio), che bisogna ripartire.
Matteo Fantuzzi, in “La voce di Romagna”, 13.8.2012
127
Inediti. Da Morbi
Luca
Ariano
“...La vita è agire, essere liberi, lottare e soffrire, per poi stringersi nelle spalle e slargarsi in una risata. Tanto più è consapevole
l’uomo di questo, tanto più sarà fragorosa la risata alla fine. Lotta per lotta. Vita per vita. Morte per morte. Fare per fare. E la
tua libertà. Questi i segreti, e le risposte. Il tutto condito da forti ideali, tramite i quali venire a incontro o in scontro coi tuoi
simili...”
Gian Ruggero Manzoni
***
*
*
128
La sciúra Cesira con la bottega
creata dal padre di suo padre:
panini con cotechino e trippa,
sempre in fila studenti e operai.
Coi primi acciacchi ha mollato,
ora lì c’è un negozio di intimo
e la fioeùla ha aperto una franchigia.
Teresa guardando vecchi filmati e foto
si rivede in un altro tempo, illusioni
da pescare… come pesci ancora
in movimento tra le reti delle barche all’alba.
Il poeta è morto per un colpo al cuore
sulla panchina impersonale d’un aeroporto:
su un foglio appunti per una poesia,
forse persi da un medico legale o in un cestino
con il primo turno delle pulizie.
L’Enrico e i sò duu vègg rimbambii
e gh’è da cúrrar come in quel tempo
che a volte si sogna bambino,
o il treno delle vacanze è già
in un'altra stazione.
L’Andrea innamorato a trent’anni,
per la prima volta, ciama la sò murusa
per un basín, beve poco e non mescola
più il fumo notturno con la nebbia
Che - raccontano - sale dalla terra.
Domani morirà un altro soldato,
bandiere a mezz’asta, funerali di stato,
appalti mafiosi mentre in un cantiere
qualcuno morirà dimenticato
tra retoriche celebrazioni.
Teresa e un sospiro come nelle sere
senza luna con il mare agitato
e Fiulin nell’abbraccio d’un vecchio
poeta… che non ricorda più
come chi muore prima delle feste
Inediti. Da Morbi
Luca
Ariano
129
*
Teresa in un porto antico
dove rimangono poche merci, navi da crociera
e cantieri spianati da villette monofamiliari;
rivede suo padre e racconti di mare
che ancora odoravano di guerra e dittatura:
potrebbe essere Barcelona o Marseille
in un lungomare di bagnanti da giorno di festa.
Fiulin rivede la nonna stirare davanti a un film
in bianco e nero, un melò che riga zigomi,
di come sarebbe potuto essere… di come…
se avesse conosciuto un altro uomo…
E l’Andrea ogni giorno indaga su movimento terra,
strani giri, sentendosi un po’ Siani…Saviano;
alla pensione mai ci arriverà e nemmeno una targa ricordo
in periferia per un libro mai stampato.
Si alza un vento atlantico che asciuga sguardi,
fischia le orecchie e alzando gonne
lascia passi traballanti come dopo troppo vino a una cena.
*
“Dopo i campi di sterminio,
stiamo assistendo allo sterminio
dei campi.”
Andrea Zanzotto
Teresa sente le stagioni franare
come mura romane
che nessuno cura più.
Le piogge d’autunno portano
fiumane di fango a spazzare
antichi borghi; rimangono resti
di abbandoni e versi cantati.
Dai ghiacci affiorano batteri
venuti dallo spazio,
corpi preistorici mummificati:
trivelleranno per raschiare
le ultime gocce di petrolio.
Come in quel mare che restituisce
Galee greche colme di anfore
accanto a barche di rifiuti affondate
in una notte di luna
dove amanti concepiscono vite.
Inediti. Da Morbi
Luca
Ariano
*
“Dov’el, va el me Carlin, quell noster Milanin di noster temp,
inscì bell e quiètt, coi contrad strett in bissoeura, dent e foeura,
sul gust d’ona ragnera?”
Emilio De Marchi
130
Primo e la sua cena di classe,
oltre un decennio dopo
come se gli anni di scuola
fossero ancora lì:
cresciuto nel ventennio breve,
non verrà nessuno al tavolo
e forse penserà di cuma l’era bela Milàn.
Feste in piazza - dopo tanti silenzi come fosse Piazzale Loreto e tutti antifascisti.
L’Andrea li guarderà dal suo Bar Sport
- forse da vedere al cinema con brioches surgelate, caffè slavati
e trilli di forni a microonde:
«Ma dove eravamo nel nuovo secolo?»
«Io ero altrove…»
Fiulin senza Teresa in una foschia
che toglie il respiro e bagna sguardi
tra le case dei borghi
che anche domani vedrai offuscate.
*
Il Franco finalmente gl’ha fàtt
a trovare una raccomandazione,
come tutti - dice - e quando arriverà
un figlio, con le domeniche tutte uguali
non potrà scappare dal Paesone.
Fiulin seguendo linee sul pavimento
tra corridoi, neon e grandi ascensori:
dalla macchina osservano il cranio,
ogni parte del cervello ma quei pensieri
sono nuvole basse di smog.
Come quelle che l’Emilio vede dalla finestra,
in una domenica provinciale,
in un vecchio caffè decaduto,
nascondendo dietro barba,
occhiali e cappello da pescatore
le ansie del domani.
Anche a lui magari guarderanno il cervè
e penserà a quei “poveri vergognosi”
nelle storie dei nonni, al Monte dei Pegni,
ora con l’insegna luminosa
COMPRO VENDO ORO.
La regola - 1952
Anna Ruotolo
È nata nel 1985. Vive a Maddaloni, in provincia di Caserta. Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza.
Ha pubblicato Secondi luce (LietoColle, 2009 - Premio Turoldo 2009, Premio Silvia Raimondo 2009,
Premio Città di Ostia 2011 - seconda edizione 2011) e Dei settantaquattro modi di chiamarti (Raffaelli
- Pubblicazione premio ClanDestino 2011).
È presente in varie antologie poetiche, tra le quali: Quattro giovin/astri (Kolibris, 2010), Raccolta di
poesie (Subway Edizioni, 2011), La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta (Ladolfi
Editore, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi e con una prefazione di Maria Grazia Calandrone).
Suoi testi sono apparsi su “Poesia”, “Capoverso”, “Poeti e Poesia”, “Italian Poetry Review”, “La
Clessidra”, sul quotidiano “Il Tempo” e in blog e magazine online.
Un testo tradotto in spagnolo da Jesús Belotto è pubblicato nel num. 4 della rivista internazionale
“Poe +”.
131
Collabora, scrivendo recensioni, con la rivista “Poesia”. È redattrice del mensile “MyGeneration” e del
blog collettivo “Corrente Improvvisa”.
Gestisce il sito personale www.annaruotolo.it
(http://spaziopoe.blogspot.com).
e
il
blog
letterario
“SpazioPoesia.2”
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
132
Secondo luce
È come dirti addio
sopra il cucuzzolo del Mondo
dopo il mare fin dentro
che ci divide al ponte,
al passeggio chiarazzurro della barca.
Dire addio a te e - prima che sia a noi
a tutte le inconsolate vie della tua bocca
alle parole della pioggia sui canali
degli occhi.
Questo è il tempo: una luce di lampi,
breve, come il guizzo della terra
e manca, manca il cono d’ombra
dove si nasce, dove un po’ si vive.
anghelos
Che rientri da questa terra
per i segreti delle porte
che quasi mi dormi accanto
è scritto nel rumore della pioggia
nel tremito aguzzo delle acque.
Più dentro è il chiodo di non saperti qui
vederti andare come certe domeniche d’inverno
anche quando è il dono del mondo che ci unisce,
il fondo delle cose a crescerci di neve.
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
*
Oggi sei un giorno lontano
partito come il treno
oltre la frontiera.
Mi chiederanno se ho aperto
al corriere della strada
se molle è il pacco dopo la pioggia,
perché ho rattoppato la porta.
Verrà, verrà il tempo che ci implora
col segno amorfo sulla fronte
forse una linea profonda,
come saprò vederla.
Annerire gli spazi col puntino
133
Ho scelto,
ho scelto un fondale per questa sera:
so che vorrei la tua faccia
tutta intera e chiara
una scena vivida all’improvviso,
una traccia elettrica dall’orlo dei lampioni.
Ho da fare come un percorso
su una parete illuminata
ed ogni punto sarà lo spazio da annerire
per vederti nascere, apparire dal nulla.
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
134
*
«Una mattina qualunque» può dirsi
il punto consumato ad est del porto
fino a quando, poi, resti una striscia
di terra per segnarti l'ora della fuga.
Come quando - vedi - hai trascorso
un sorriso sull'ultima valigia
che s'incastrava
e portavi addosso la neve
e un milione di cose compiute.
*
Per parlarti ho preparato tre fuochi:
uno alla finestra nella bianca
bianchissima luce che esplode,
uno oltre il ceppo, poco dopo
il vento sul corpo della noce.
Il terzo - un passato corto da una porta aperta a un ponte.
Al sole azzurro che dilava il cielo
dirmi di saperti cercare per il mondo
a te che si esiste dall'ombra
alle chiarezze che crescono per aprire un tetto.
Forse aspèttati di vedere la paura
di non trovarti nel silenzio della pioggia,
sull'avanzo prossimo alle stelle.
Questo ti lascio: sempre il niente, il poco
e tutta la vita a innamorarsi.
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
135
*
Penso, aspettavo di vederti
con la faccia consumata dalla pioggia
quando più chiara si fa la fonda.
Guarda come gonfia questa gola
sotto la collina di memorie:
qui siamo tutti pronti a perdonare
le spalle sorde che non abbracciano nessuno
da una sera andata, persa altrove.
Come torni nell'impronta ladra
sul pane del cartoccio, sul fumo di farine
da un trapezio aperto sopra il mare.
Istruzioni sulla dote
a mia madre
Ora per crolli mi ritorni negli occhi
durata così poco
sparita nelle vertebre dell’acque.
Avevi un modo di tirare i capelli
amavi prenderli alle tempie
farmene un ciuffo
sedute coi gradini della baia
che avevo un’amniotica certezza
di fuggire per te
fuggire l’inverno lunghissimo
a venire.
Questo voglio, tu questo digli:
prendila di notte, prendila se affonda
sotto le barche
scioglile i capelli che preparai
così costretti per te,
lunghi, come una grande luce
che non finisce più.
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
136
*
Ho da scaldare tante piccole cose
per amarti bene,
risalire con la macchina i curvoni
addestrare il tempo della frizione
come dicevi tu: o vivi o muori,
che poi si riparte col vento sui lobi.
Restituirmi al mare
nella domenica asciutta e rossa
lì dove ti piaceva inventarmi
le ossa, le curvature della bocca
o un nome che mi hai dato, così
nella tua mente.
*
C’è un tempo scavato
nel tempo migliore
la misura istituzionale di quanti passi
si affatica la terra.
Nelle consultazioni di stagione
ti chiameranno a scegliere la vita
dopo questa morte
ma tu parla solo nel luogo
- segna solo la linea dove giunge la chiarezza dell’aria.
C’è un tempo dentro il tempo,
un filo acceso a intermittenza
dove il mio ventre è tondo d’attesa
dove viviamo,
dove la lontananza non ha mestiere.
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
*
*
137
Queste mani di poeta
o forse nemmeno mani
ma tracce di stelle sulle porte,
per segnare un passaggio
per lanciare lontano
le pezze bianche dell’alba,
hanno il gesto della fuga
la cadenza della barca
rossa e dura dal mare.
Dalla porta chiusa appari
nella bianchissima fetta
di festa invernale
un lento filare sui monti,
sui monti innevati del grembo.
Tu che non arrivi
parti in silenzio
da dove rallenta
elastica l’aria
spaziosa, geograficamente
lampante,
dicono
- e allora è vero come i guasti nucleari
ti spargi a migliaia di chilometri
sulle fucine delle strade
che agosto risale
su un filo tremante di laghi
fitte riserve di case e
da lì con te
da lì per spazio
fa come per suonare
lontanissima e variabile
la romanza di Natale.
E t’auguro un viaggio che duri,
la prua diritta
tu che non torni
parti che tutto dorme
e sola t’aspetto mill’anni.
Da Secondi luce
Anna
Ruotolo
*
Le parole si portano da un luogo
- tu sai per compensazione
per fare meno oscure le città
e l’ultima nave a partire
è l’abbandono (solleva l’acqua,
ritorna calma)
Mi spiace, mi spiace a lungo
non aver visto
gli alberi di ghiaccio
un mattino freddo delle quattro
mandorle in tasca e schiaccianoci
la tua mano sulla pancia,
la paura profonda d’un viaggio.
138
Terra di mezzo
Forse è un lungo sonno
venuto dal Donegal
che sfinisce su queste rotaie:
qui siedo ad un gradino
come per fare più vicina
la corriera
perso e sepolto un treno che va,
e nuove ragazze del millennio
giocano irish coi capotreni.
E non so se marzo arriva
con la sua lingua di foglie,
se fermarti per il braccio
nella luce che resta.
La luna è diversa
Quest'anno che invecchia
la luna è diversa,
ieri una gittata appena
e noi potevamo toccarla.
E poltrisce a lato della notte
più scura dove non ti puoi trovare
il manovale che non parla italiano.
Qui non abbiamo più muri
da chiedere di far nascere dal nulla
da dove lanciarci nel vuoto
al gioco dell'angelo e della fiducia
- amore ora che sparisce la luce bianca
e torna inaspettata la premura.
Ora che è lento a nascere un fiore
Su Secondi luce
[…] Dice bene Elio Grasso nella sua cristallina introduzione al libro: «È il tempo che percorre tutto questo libro di Anna Ruotolo, quel tempo che
fa attraversare una strada vicino alle parole, dette ancor prima che la realtà attacchi con i suoi addii senza scampo […]». Nel corso dei secoli la
concezione che l’uomo si è fatta del tempo, si è sviluppata. La percezione del tempo è personale, esso ha componenti rilevanti di soggettività,
sia dal punto di vista fisico che biologico che psicologico. Anna Ruotolo sembra proporre un tempo lineare, tipicamente occidentale, ma con
cicli di memoria ampi quanto una poesia, che si accavallano di lirica in lirica, ponendo gli eventi in una sospensione breve ma intensa, come un
lampo sospende per un istante il mondo, lasciando il lettore nella visione di un ricordo focalizzato nella breve e squarciante luce, tale è la forza
descrittiva della Ruotolo, supportata dalla sua particolare capacità di ricorrere a immagini e incastri di senso, che sembrano uscire direttamente
dalla penna della più felice fantasia… […]. La scrittura è calibrata, ottimamente inventata, descrittiva quanto basta a raggiungere l’altezza giusta
da dove lanciarsi nel tema poetico, elegante, fondata sull’esperienza dei suoi 25 anni, ma di una maturità già avanzata, una scrittura che ben
coniuga carattere e dolcezza femminile. […]
Anna
Ruotolo
Roberto Maggiani, in www.larecherche.it, 18.6.2010
***
Se, come sosteneva ne Il flauto e il tappeto Cristina Campo, «esiste per ciascuno di noi un tema, una melodia che è nostra e di nessun altro, e
che dobbiamo cercare», l’architettura meditata, di simmetrie e rimandi interni, che contrassegna la costruzione di questa opera prima di poesia
è già di per sé una figura di responsabilità, che rimanda ogni scelta di stile alla ricerca di un ordine interno in cui lingua e pensiero, parole e
azioni coincidano in un unico momento aurorale - un gesto significante. La parola dell’attesa, della speranza in questi versi appare
continuamente protesa verso l’istante assoluto - il secondo luce - di un evento che è anche un “Avvento” (non a caso titolo della poesia
conclusiva del libello): «Il mio avvento ha un nome / che mai si disse, mai diremo». Questo movimento è tutto incessantemente orientato verso
un interlocutore privilegiato, un “tu” (una persona amata e lontana, come da tradizione del codice lirico; ma anche la familiare ombra materna)
ed è sostenuto dalla speranza di un incontro decisivo, unico efficace antidoto contro la minaccia della perdita di senso della realtà e
conseguentemente del destino.
E si potrebbe aggiungere che se questo libro pronuncia le parole come sillabe di una speranza, essa è sempre una speranza per l’altro.
Il tema amoroso è dunque una via impervia e lungamente cercata verso la verità e la ricerca del valore della vita stessa. Una ricerca che in
questo esile ma stratificato libro della memoria si articola in una meditazione, in forma di viaggio, lungo precise coordinate spaziali e temporali.
L’immagine della nave, che dà il titolo per giunta a un’intera sezione, («L’ultima nave a partire è l’abbandono»), replica da un testo all’altro, e
più significativamente nelle parti centrali e finali del libello, il motivo capitale del viaggio della vita, a suggerire un’idea del tempo come serialità,
ripetizione, ritorno. La monotonia ricercata dei sistemi strofici e della vetrificazione, intessuta al suo interno da piani molteplici di echi e
allusioni, ne è l’emblema espressivo, riflettendo la serialità di gesti e parole che a furia di essere detti e ripetuti acquistano una loro religiosa
necessità. È il caso della centralità ed evidenza del corpo (in particolare il “ventre” associato alla “casa”: «sulla casa asciutta del mio ventre»), ed
è come se il corpo diventasse, in ogni dettaglio (le mani, la bocca, la pancia) nella sua concretezza elementare e quotidiana, con le sue
imperfezioni e ferite, la terra di mezzo, il limbo in cui la ricerca di un’identità si specchia costantemente nella sua incompiutezza, come una
nostalgia. Un desiderio che continua a crescere in una ritualità al contempo fremente e paziente, che passa attraverso la sacralizzazione di gesti
e situazioni, le più quotidiane, nell’auratica e favolosa mitizzazione del ricordo… […].
E poi il ritmo: un ritmo ondoso, con quel continuo rifrangersi di versi lunghi o lunghissimi in altri versi più brevi, come istanti molteplici che
convergono su uno stesso punto, un hic et nunc, un eterno presente da cui distillare quell’unico istante privilegiato. Il tempo per la nostra
autrice
139
Su Secondi luce
autrice è dunque fatto di acqua, sede di ogni virtualità, di tutti i germi e le forme di ciò che è nascente o, creduto finito, di nuovo in procinto di
rinascere (Mircea Eliade). La forma del tempo evocata nella prima sezione è dunque una forma circolare, non lineare, evocata nei versi («C’è un
tempo dentro il tempo / un filo acceso a intermittenza / dove il mio ventre è tondo d’attesa / dove viviamo (dove la lontananza non ha
mestiere») e fin dall’esergo che riprende il brano di una canzone di Ivano Fossati: «Dicono che c’è un tempo per seminare / e uno che hai voglia
ad aspettare / un tempo sognato che viene di notte / e un altro di giorno teso / come un lino a sventolare»). È il tempo del ritorno annunciato
dall’opera dei contadini (Camporesi lo chiamava «il sapere frenato») e dalla memoria dei libri: «Sapevo del ritorno / lo diceva il vento lo
dicevano / i vecchi con gli innesti dell’autunno / che questa terra di confine / sa di cosa parte il giorno / e di come rinvengono giovani / le sporte
aperte dai libri abbandonati».
Anna
Ruotolo
In questo confine temporale che è anche uno spazio, l’Evento si annuncia con-fondendosi nella luce del giorno qualunque: distillando […], dal
nulla, l’universale di un’attenzione perfetta in cui l’anima parla soltanto le parole della necessità. Come un silenzio.
Non è un caso del resto che tra le anime sorelle evocate dall’autrice in tutte le soglie di questo piccolo tempio consacrato al Tempo, all’attesa e
alla speranza figuri anche l’Attilio Bertolucci di Viaggio d’inverno, come a giurare all’ombra accogliente del poeta della “luce vera”, sulle pagine
di questa opera inaugurale, una fedeltà devota a un mondo poetico in cui rintracciare e pronunciare con grazia inquieta quelle parole-preghiera
con cui immobilizzare il Tempo, come su di una parete illuminata: «ed ogni punto sarà lo spazio da annerire/ per vederti nascere, apparire dal
nulla».
Adriano Napoli, in “Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee”, anno IX, novembre - dicembre 2010
***
Nella misura in cui la parola poetica si confronta con la sua fonte principale - il respiro - il ritmo della lirica si assume anche il compito di
spezzare la linea della temporalità, così com’è comunemente percepita, per fornire prospettive diverse sull’esperienza umana e le sue
condizioni. È così che il tempo fisico e biologico ambisce a farsi storico, politico e psicologico, ed è allo stesso modo che gli anni luce della
scienza possono diventare Secondi luce nel titolo dell’opera prima di Anna Ruotolo […] - con uno slancio metaforico non privo di arguzia, né di
un tentativo sornione di complicità con un lettore che sia empatico e attento.
Coerentemente, il libro della Ruotolo è strutturato seguendo un movimento non allineato con l’organizzazione del tempo secondo logiche
convenzionali - lasciando convergere, cioè, i momenti dell’attesa («Era notte, era giorno / ti segnavo la via per la piazza…») e dell’abbandono
(L’ultima nave a partire è l’abbandono) in una stessa area - è questa l’autentica Forma del tempo, come recita il titolo di una delle sezioni del
libro - che è poi anche quella, ab origine, dell’assenza dell’oggetto del desiderio. Assenza, in ogni caso, che è sempre assillante … […]. L’assillo è
ora croce e tortura, ora scrittura e delizia: alla fine, ciò che rimane, nell’orecchio dell’ascoltatore, ed è in definitiva il punto di scaturigine della
fascinazione per questa scrittura, è il modo in cui nessuna di queste oscillazioni resta sospesa, come del resto nessun fiato rimane sospeso, né
altresì si perde in uno sterile metaforismo del quotidiano, che troppo spesso riempie i diari di versi, mentre la liberazione della poesia dal
soggettivismo narcisista richiederebbe forse uno sforzo uguale e contrario. […]
Lorenzo Mari, in “La Ginestra” (http://letteraturalaginestra.wordpress.com/2010/12/12/vetrina-2-anna-ruotolo-secondi-luce/), 12.12.2010
***
Il libro di Anna Ruotolo, Secondi luce, in apparenza connotato da una luminosità e una spontaneità irredimibili, gioca la sua vitalità su molteplici
piani che potremmo definire metapoetici, formando un discorso omogeneo, come ogni voce poetica dovrebbe essere, che a una lettura attenta
si dipana
140
Su Secondi luce
si dipana in una miriade di microstrutture e inserzioni che fanno da sponda non solo al cuore ma all’intelletto del lettore.
La prima cosa che colpisce è la composizione del libro, fatto di due capitoli e quattro sottosezioni, o sezioni che disegnano una struttura a
piramide, sia a livello tematico che nelle rilevazioni dei testi singoli, che elargiscono con frequenza alternata momenti di intensa letterarietà ad
altri di maggiore incisività linguistica, metrica, semantica. Ma è soprattutto sul linguaggio di questa poesia che dobbiamo soffermarci.
Ogni autore esordiente, o comunque giovane seppure non inesperto, porta con sé il bagaglio, o sarebbe meglio dire il fardello, dei propri studi
e delle proprie letture; degli autori che ha frequentato nella propria formazione culturale e artistica. In genere, se la vocazione dell’autore è
autentica, il suo percorso continua con il graduale abbandono di influssi, echi, stilemi, immagini e forme mutuate dal passato. Anche per Anna
Ruotolo è così. Ma a differenza di altri giovani esordienti però, per i quali la polarità “letteratura-realtà” è più scoperta, Anna sceglie un
territorio linguistico ben preciso e decide di attraversarlo interamente, assumendosi la responsabilità e il rischio di sembrare a tratti
eccessivamente compiaciuta di immagini aeree e sospese, di lunghi monologhi interiori che sembrano non uscire dalla pagina scritta. In realtà,
il suo lavoro è quello di attraversare il territorio marmoreo della letteratura agendo nel singolo testo con una minuta sperimentazione
strutturale che si crea verso dopo verso, quando non parola dopo parola. L’ascendenza ermetica della sua poesia non è generica, ma voluta,
ricercata, come un ripiano sul quale calibrare, poi, elementi diversi, e metterli a reagire gli uni con gli altri, se non contro gli altri, fino a
raggiungere per ogni singolo componimento un equilibrio che verrà disfatto nella pagina successiva. Avviene così che su una decisa griglia di
significati, nella quale hanno la prevalenza il discorso amoroso con un “tu” sempre presente a delimitare lo spazio di un colloquio a distanza, la
spiegazione dell’io poetico delle motivazioni dell’incontro con l’Altro - dove con la parola “altro” va intesa sia la comprensibile figura parentale
di pagina 50, sia in senso lato, la configurazione ascetica e mistica di stampo religioso - resti sempre problematizzata ma anche
sorprendentemente raggiunta; su questa griglia di significati, volta per volta, le scelte linguistiche variano: ora aggiungendo qualche arcaismo,
ora un neologismo o un apax, ora insistendo con delle ben mascherate citazioni, ora cedendo alla lusinga di una poesia da camera dalle parole
distese; ora insistendo con lunghe catene paratattiche, ora con apposizioni che si delineano e chiariscono le intenzioni finali del testo singolo,
ora con accostamenti arditi e metafore imprevedibili (come se si trattasse di un finissimo gioco letterario elevato a potenza), o con una
nomenclatura da abbecedario o da bestiario medievale. Insomma il segno, anche se non modo parossistico, diventa autonomo rispetto a una
poesia il cui progetto è quello di spiegare se stessa, quasi di confessarsi, di fronte all’altro da sé. Ed è proprio il possesso di questa capacità di
rendere autonoma la lingua rispetto alle cellule semantiche, a colpire in questa giovane autrice. La sua poesia, che può sembrare identica a sé
per tutto il libro, è in realtà in continuo sommovimento sotto la cute dell’attimo. La Ruotolo innesca così una riflessione sul tempo: quello
identificato in uno stile quasi epistolare, e quello dell’intonazione e delle variazioni prosodiche e linguistiche dei versi. I secondi luce del titolo
sono senz’altro un rimando rimpicciolito della distanza degli anni luce, che contano miliardi e miliardi di chilometri, ma rappresentano anche
l’inventario di una vita nella quale la luce è troppa. C’è troppa luce e, in un arco di tempo brevissimo come un secondo, bisogna cercare un po’
d’ombra l’ombra in cui «un po’ si vive», come recita il finale del testo preomiale e programmatico. Ma come si fa a vivere? Per Anna Ruotolo
tutto resta dentro il confine della poesia, tutto si gioca nel linguaggio. Si vive, si trova la vita e la vitalità con delle effrazioni: formando versi
brevissimi, di una sola parola, accanto ad altri dalla lunghezza tradizionale come l’endecasillabo o il settenario con varie accentuazioni,
formando concrezioni linguistiche che condensano due lemmi in uno solo, alternando sinonimi in sequenza, facendo poesia del corpo (ovvero
con la pronuncia di parti del corpo meno poetiche come i «lobi» di pagina 65), mettendo in posizione chiave dei logonimi, ossia citazioni di
parlato, di discorso orale, fissato nell’impianto aulico e cortese del poetico, ricorrendo a translitterazioni e smottamenti fonici, ponendo quesiti
all’interno di versi dall’apparenza descrittiva, utilizzando plurali assoluti di ascendenza ermetica accanto a improvvisi vocaboli dalla tipizzazione
vernacolare, accrescitivi, sfumature ironiche, nelle quali si scorge tutta l’abilità di gestione di un linguaggio poetico e orale pressoché infinito
come
Anna
Ruotolo
141
Su Secondi luce
come è quello offerto dalla lingua italiana. Tutto questo fa sì che Secondi luce spiazzi il lettore quasi per contratto, o meglio, che tra l’autrice e il
lettore si ponga un patto preliminare per il quale chi legge si impegna a lasciarsi sorprendere viaggiando attraverso il tempo del singolo testo e
dell’intero libro, avvinti tra di loro in modo inestricabile. Questa percezione del tempo, a sua volta, è parallela a quella brevissima del motivo
dell’incontro che cerca una «terra del dopo», come a pagina 24; ma è anche parallela a quell’aspirazione a porsi fuori dal tempo, tipica dei testi
più riusciti, imitando il respiro di un’eternità come aspirazione ultima di tutto l’umano. Va osservato, dunque, che il bagaglio tecnico della
Ruotolo è notevole, soprattutto se si considera l’età dell’autrice. Ma va anche detto che questo assetto è ancora allo stato iniziale, anche se
non va data a questo pensiero un’accezione negativa. Si ha l’impressione, piuttosto netta, leggendo il suo libro, che questo primo passo così
impegnativo sia soltanto il primo e non resterà isolato e fine a se stesso. Come lascia già intravedere il secondo lavoro della Ruotolo, “A” come
Avvicino, uscito in antologia poco tempo fa. La direzione della sua ricerca è quella di sgrossare sempre di più il nucleo forte del dato emotivo da
una facile gamma di lirismi e modulazioni estetizzanti che a volte pesano sul suo discorso, anche se persino il peso eccessivo di alcuni suoi
periodi sembra portato ad arte proprio nel punto dove le ritroviamo (questi lirismi e queste modulazioni estetizzanti) e non altrove. Perché va
sottolineato che anche il più mentale dei suoi versi è frutto di un istinto genuino verso la poesia, che è connaturata alla natura della persona e
riesce alla fine come unico e autentico mezzo di espressione. Non va pensato che l’impatto linguistico del suo lavoro sia effettuato con furbizia
e disonestà. I versi che si ottengono in questo modo sarebbero farraginosi e cerebrali. Ma l’espressione «lavoro sulla lingua» va intesa in altro
modo: come il risultato di una imprevedibile creatività e apertura improvvisa alla creaturalità del sentimento, che fanno di Secondi luce un libro
riuscito, degno di essere letto e doverosamente apprezzato. Apprezzato come frutto di un’intuizione fresca e a suo modo strabordante e
personalissima, quindi già riconoscibile e originale.
Anna
Ruotolo
Stelvio Di Spigno, per la presentazione del volume avvenuta presso la libreria Treves di Napoli, il 10 marzo 2011 (in
http://www.lietocolle.info/it/s_di_spigno_su_ruotolo.html)
***
Sarà stato solo un caso, una coincidenza fortuita, ma mi ha stupito leggere Secondi luce […] contemporaneamente al romanzo di Vila Matas
Dottor Pasavento e scoprire in essi un elemento comune: il discorso sul tempo.
Leggo a pag 276 del libro dell'autore catalano le testuali parole: «Moriamo ogni giorno e nasciamo ogni giorno. Stiamo nascendo e morendo
di continuo. Per questo il problema del tempo ci tocca più degli altri problemi metafisici. Quello del tempo è il nostro problema. Chi sono io?
Chi è ognuno di noi?».
Si tratta di un' affermazione che risulterebbe cara alla scrittrice casertana come dimostra il fatto che la prima parte della sua opera porta il non
casuale titolo di LA FORMA DEL TEMPO.
Il tempo, dunque, appare, a prima vista, il quod che dà l'imprimatur alla raccolta.
«È il tempo che percorre tutto questo primo libro di Anna Ruotolo…». Così esordisce, infatti, a conferma di quanto sopra sostenuto, il
prefatore Elio Grasso. Eppure leggendo e rileggendo le liriche di Anna, sono sempre più fermamente convinto che il vero tema della raccolta
non sia il tempo bensì l'antinomo del tempo stesso, non tanto il "non tempo" ma quella intercapedine tra tempo e non-tempo nella quale
sempre l'uomo ha cercato di infilarsi per darle un nome e un senso.
Il significato della poesia di Anna Ruotolo è, difatti, tutto in un interstizio di tempo senza tempo, (tempo dentro il tempo), che non è tanto
assenza di esso, quanto sospensione; un non-luogo (utopia?) dove la separazione trova riunificazione, l'abbandono il ritorno, l'attesa l'avvento,
la morta la vita.
È la "sosta" il vero argomento dell'opera, il concetto di "vacanza" - tutto sereniano, certo, ma anche affine a un poeta dimenticato come Remo
Pagnanelli
142
Su Secondi luce
Pagnanelli (lo conoscerà Anna?).
È in questo spazio magico o bianco, (il bianco è il colore della sospensione, dell'a-temporalità, per eccellenza - a tal proposito si noti come
questo aggettivo cromatico compaia nella raccolta, insieme ai similari: bianchissimo e imbiancato, ben 11 volte), che si affastellano tutti gli
aspetti terreni, umani e mortali della vita ma ivi finiscono per trasformarsi, incredibilmente, acquistando una tempra indissolubile ed eterna: si
tratti dell'amore, si tratti dell'addio, si tratti del ricordo, si tratti dell'incontro. Il cinema, la libreria Mondadori, il qualcuno delle 00 e 48, il velo
da sposa.
In questo spazio sublunare, in questo cono d'ombra, in questo sovrassenso o sovraspazio - direbbe Zanzotto - trovano cittadinanza: «La porta
aperta a un ponte» (pag 17; verso allitterativo di una maestria e una musicalità invidiabili); il «...centro esatto/della solitudine del mondo»
(pag 18); il «...fondale» scelto «per questa sera» (pag 19) e ancora, il «...lato occaso della bocca» (pag 20); la «... striscia/di terra per segnarti
l'ora della fuga»; il «…momento / che nessuno ha conosciuto» (pag 26); tutti correlativi oggettivi di questa dimensione altra, altéra, tutta
einsteiniana o bergsoniana. […]
Si leggano i versi straordinari di «Si dice che i poeti» con l'incipit rivelatore: «Non è mai bastata la vita...», è questo il punto di partenza del
viaggio di Anna Ruotolo, e, per inciso, di qualsiasi poeta. La certezza che la vita non basta, che occorre andare oltre la vita stessa, che il tempo è
una menzogna insufficiente, che occorre andare oltre quel/questo tempo per raggiungere la verità.
La verità che sta nella TERRA DI MEZZO, altro titolo emblematico a cui corrisponde la seconda parte della raccolta. Se nelle prime poesie
questo territorio di confine, inesplorato e inesplorabile, questo non-luogo, viene spesso evocato, ma in traluce, a bassa voce, ora essa viene
annunciata o meglio enunciata esplicitamente. Cos'altro non è «La terra di mezzo» se non quella intercapedine sottile tra l'essere e il non
essere, tra lo stare e lo scomparire, tra l'avere corpo e l'assottigliarsi, l'avere il qui e ora e non averlo più? La «Terra di mezzo» è la terra dove si
indovina «il guizzo» dei pesci argentei, è il mondo dei «permetti», è il territorio afono e attutito, imbottito di neve, di «certe domeniche
d'inverno» (pag 33), «Il segno sul sagrato della chiesa». Siamo di fronte a una novella Montale, alla ricerca dell'anello che congiunge? Forse sì,
forse no; forse quell'anello Anna già lo possiede, ed è la poesia. È un anello preziosissimo ma facile a sfaldarsi, ce lo confessa candidamente lei
stessa quando scrive che la poesia è «il luogo più giusto» (pag 39), un luogo che, così come è comparso, può scomparire d'acchito; perché il
rischio più grande di chi scrive - (e questo Anna Ruotolo lo sa bene, ed è un sapere che condivide con tanti altri scrittori, si pensi a Vila Matas,
citato prima) - è quello di ritrovarsi con un pugno di mosche tra le mani; è un rischio calcolato scoprire che quel "luogo giusto" risulti essere
«un'ora / inconservabile / come la neve» (pag. 40 - e quasi sembra di vederlo quel modernissimo e decadentissimo Leopardi sussurrarle
queste straordinarie parole).
Quello che Anna intraprende è un foscoliano viaggio di resistenza al tempo e alla sua assenza, lo fa ricorrendo a immagini che hanno una forza
evocatrice tutta femminile, come dimostrano questi bellissimi versi della lirica di pag. 49: «Vorrei scostarti rondini dagli occhi / in questo
giorno di basilica ventosa / averti per un poco, poi mai più. // È come conservare in pancia / tutta la luce a venire / per un chiosco di lucciole
nel tempo.»
Il cammino intrapreso prosegue «mill'anni», anche nelle successive sezioni, è un cammino fatto di «ottativi» (un uso sconsiderato, tutto
giovanile, - e per questo concesso e apprezzato -, del condizionale ne è la dimostrazione concreta), di desideri e strappi, ricongiungimenti e
separazioni.
La recherche (Proustiana?), «voglio solo scoprire se ti va / un limone» (pag.64 - Montaliano?), ha come fine ultimo quello di dare un nome alle
cose, o almeno il tentativo di farlo: «Il mio avvento ha un nome / che mai si disse, mai diremo» (cfr: la lirica che conclude il libro - pag.67). La
fedeltà alle cose di cui parla Elio Grasso nella prefazione è, certamente, il debito - e il merito, a mio avviso - tutto postmoderno che Anna si
porta
Anna
Ruotolo
143
Su Secondi luce
porta dietro: «Qui la tensione va tutta al risveglio delle cose, che acquistano un nome e che quindi possono parlarci ad occhi aperti, in piena
fiducia». Dare un nome alle cose che si accampano nelle bolle di eterno, che si creano uno spazio nello spazio tutto lieve del tempo, questo è il
compito della scrittura o meglio della mèta-scrittura - perché quando si scrive si finisce sempre per scrivere sul perché si scrive - di Anna
Ruotolo, un percorso che compie colloquiando, non a caso, con i mostri sacri della poesia contemporanea - come sempre i bravi poeti sanno
fare. E non solo Sereni, citato in prefazione, ma anche - più o meno nascosti - i vari: Luzi (il semantema della barca, ad esempio, fino alla
citazione in toto: «aspetta una barca che dondola», pag 34); Caproni (si veda l'incipit della poesia pag 52: «Animula»); e ancora Milo De Angelis
(cfr: millimetralmente, pag. 18), e Giudici, Montale, Bertolucci etc.
Un confronto combattuto ad armi pari, se questi debiti letterari si stemperano in un verseggiare tutto autonomo e originale. Abbiamo bisogno
di certe guide, sembra ricordarci Anna, come a loro volta ne ebbero. Ecco perché la poesia di Anna non è frutto di un facile mimetismo. Una
raccolta però mi sembra, in qualche modo, essere molto affine a Secondi Luce di Anna Ruotolo, si tratta di Quaderno Gotico, di Mario Luzi,
perché anche lei, in questa sua prima opera, e speriamo davvero: prima di una lunga serie, è ancora disincantatamente convinta che, di fronte
a ogni pagina bianca, sta per compiersi, inaspettato ma sempre latentemente atteso, un avvento, una rivelazione: «Che rientri da questa terra
/ per i segreti delle porte / che quasi mi dormi accanto / è scritto nel rumore della pioggia / nel tremito aguzzo delle acque //». (dal titolo
non casuale di anghelos; pag 33).
Anna
Ruotolo
Alessio Alessandrini, in http://www.lietocolle.info/it/a_alessandrini_su_ruotolo.html
***
[…] In questo spavaldo, sorprendente libriccino d’esordio, la Ruotolo lascia ai margini la narrazione, affidandosi a una modalità di scrittura che
mi sembra abbia un carattere simile, piuttosto, a quello dell’annotazione. Procede lungo stazioni tematiche a trama minuta, basata su
esperienze vissute, accidenti, riferimenti emotivi. Non c’è traccia di filosofia, nel suo alfabeto fantastico, né ingombro di strutturazione
intellettuale, ma il darsi di un processo metonimico che verso dopo verso squaderna il diario di bordo di un viaggio intrapsichico coagulato in
piccole, preziose epifanie, spesso d’amore, o di mal d’amore perfino… Tanto da lasciare l’impressione che l’io lirico dolorosamente a zonzo per
le sue terre di mezzo voglia continuare ogni volta daccapo ad alludere a un centro emozionale stabile, a un porto sepolto in lontananze siderali
e, tuttavia, sentite come prossime nell’incandescenza della mente che le evoca. Pur giovanissima, la Ruotolo ha già capito che nel rendiconto
della poesia non c’è salvezza. La stessa linea che in Sereni, Bertolucci, Luzi e nel miglior Montale (i “maestri” citati, con Ivano Fossati, all’inizio
delle quattro sezioni in rigorosa struttura settenaria che compongono la raccolta, prefata con acume da Elio Grasso) segnava, nella forma, l’idea
di una resistenza al disincanto del mondo, qui si declina in una singolare vocazione atta a circoscrivere un residuo, personalissimo insieme di
mondo. Circostanza che trova precisa corrispondenza testuale nel desiderio di preservare, di difendere, di far risaltare ciò che è (stato) più
importante per l’anima, ciò che le è più vicino e che la chiama, sia esso un ricordo, un elemento astratto oppure una cosa, o, addirittura, con un
“correlativo oggettivo”, shifter materiale di un’assenza che è “ontologica”, direi, esattamente per quanto è “esistenziale”. A onore della
poetessa, e della qualità del suo talento (forse) inconsapevolmente mistico, va sottolineato come la Ruotolo sappia resistere quasi dappertutto
alla fascinazione del poetico. In effetti, non ogni poeta bravo, intorno ai suoi venticinque anni d’età, ha intelligenza del reale sufficiente per
sfuggire, parlando di sé, alla tracotanza che spinge a credere che i propri segni siano più di segni, senza per ciò stesso abiurare al suo mandato…
Ma il fatto è che in Secondi luce l’io poetante parla posseduto dall’aura di un istante propizio che apre a una via autorelativa tutt’altro che
semplice, com’è o deve essere, nei più meditanti, il gesto che parte dal mondo per trascenderlo e ricondursi nuovamente a esso.
Massimo Morasso, in “Poesia”, n.266, dicembre 2011
144
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
Da Dialoghi da Moleskine
I
II
Dopo il tuo lavoro passi sempre qui,
alto, alto sali tra i muri
scendi latte di montagne
rimpicciolisci per raggiungermi
dalle finestre, dai condotti sublunari.
145
- Ebbene, che vedi fuori
prima di entrare?
- Saranno anni che gli uccelli
fanno la loro ronda familiare
e le luci muoiono nello stomaco
grande e fumoso dei bar
- Salta il racconto, va’ avanti
- Che due o tre giovani
dalle calze brune hanno
provato a salutare.
- E poi? - dico per spazientirlo - E poi finisce che venga
da te per costruire questa stanza
e le risposte e la vita tutta
che ti accendono la forza di sempre,
sempre nascono sul disco del mondo.
Entreremo spalla a spalla
coi piedi senza rumori
nella scatola magica dell’ascensore
ti chiedo il nome, poi la dimora
cosa farai di buono prima di dormire
poi tocca a te
- Facciamo un po’ per uno - ho detto Mi chiedi:
- È già sera? poi se e quanto manca all’arrivo
(hai detto se, mi commuove l’invito
per l’eternità che viene via dal tuo viso)
e quanto ancora al momento in cui
divideremo la strada
tu a destra
io a sinistra,
tutta l’apparizione ferma
nella testa, nel miracolo
di un giorno cittadino
al numero ventisei,
rapide cascate sotto le scarpe
annunci, coleotteri per la via
l’attesa della fine, la fine dell’inizio
di fronte al Caffè della Fontana.
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
[…]
IV
- E se si fa sottile il suo corpo
la riviera ci sembra attraverso
non mangia ormai che pane
e origano,
dobbiamo partire
per le stanze bianche
e i corridoi verdacciaio delle sale
per provare a ricongiungerci
nel sangue.
- Così le dici? Dobbiamo partire?
- Ogni tanto succede. O, ogni tanto,
che anche a me fa male qualcosa
cosicché dopo a lei non dice niente di brutto,
tutto ciò, niente di terribile.
È la riprova che il corpo è nostro
e se siamo in due si passa meglio
dal sogno all’esistenza , dall’esistenza
al sogno, nella notte.
146
[…]
VII
Le cose che non iniziano, le cose
che finiscono soltanto e non sono
la fine dell’altro
NICOLA GARDINI
- Le cose che non ci sono vanno pensate
- Va pensata la vita e la scrittura!
- Allora, non ci sono?
- Ci sono quando la mano comincia
a finire. È tutto un salire per gradi.
- Per esempio?
- Finalmente anche la direzione
del sole, alla mattina, si ferma
ben bene sulla tua guancia
- Qual è il significato?
- Che il sole smette di far luce
non c’è, va pensato come
il grano che ti preme in bocca,
che ci fa mangiare.
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
Da “a” come avvicino
I
un passo (è tutto - sono lì)
ma poi ho paura di lasciarlo
invecchiare con te
chiuderlo in una stanza
non chiedergli una parola
o un accordo,
il bisogno di una mano infinita
accostata alla mia spalla.
Una mano senza riva
dal dorso di nevi e di ciliegia.
*
avvicino la mano alla tua mano,
147
qualcuno dice il palmo al palmo
quasi una parte bastasse
in certe misteriose sostanze d’amore.
Non basta, ti vedo svanire nel poco
hai la luce finale tutta
tutto l’abbandono.
E noi abbiamo un orizzonte
da sanare, così
mano a mano
*
con un passo (è tutto. E sono lì).
II
fianco a fianco
siederemo quelle scale
ascolta - dico - la rondine
lei il letargo non lo sa
non lo intende.
Parlando così va via qualcuno
qualcuno ci sfugge dentro
e bisognerebbe essere come
le cose
che sanno mantenere il tempo,
dedicare il ricordo.
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
*
sento che si avvicinano
le foglie d’acqua
alle caviglie pelose e sottili
- e tue - poggiate alla cura
delle mie scale,
iniettate nella terra azzurra
(radiche nodose
quando avrai passato il tempo
a dirgli di non passare,
di non sfiorirmi addosso).
III
occhio a occhio:
ho un nero profondo e desolato.
Ti ci addentri.
Sarai dentro o fuori la palpebra
perso nelle ciglia brevi
e splenderai mille volte.
148
Troppo poche, però, dicono.
E raccontano che nelle mie pupille
sentirai
la fine.
[…]
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
*
il libro finito sul divano
la tazza di tè, le scale
illuminate dalla chiara
polvere che cade...
e la notte arriva un po’ per volta
un po’ per scherzo
come quando fischio piano
tra le labbra
e dico: ho mangiato un uccellino.
V
naso a naso
149
mi fai il muso di lepre
da un vetro che si apre.
Le finestre stracolme sono
la mia sola calma perché se esisti
passerai in un colpo di ghiaccio
sbattuto dal sole, lasciato vagare
per terra. E se mai avrai la consistenza
del formicolio profondo ad un braccio
avrò tanto tempo per sgomberare
prima che a poco a poco se ne vada.
E sarai venuto senza un fischio
da sopra l’orizzonte,
lì sopra …
[…]
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
*
in tutto questo tempo
di riti con il fuoco per le vespe
ti davo tempo per cercarmi
mancarti come manca un po’ il respiro
nella guazza,
un settembre che si alza
come chi torna a camminare,
come chi ritorna solo alle sue mani
dopo un lungo sonno.
150
VIII
mento a mento
ancora mi viene da dire
parlasti bene quella fine
di calma giornata
tra le spezie da sfregare
schiacciandomi la bocca
perché sentissi risponderti
«sì, si vive di buono
nei mari persi sopra e sottovento
mentre dormo,
mentre dormi».
È la confessione più dolce,
più dolce - pensai.
Di queste cose si fa lontanissimo
il silenzio.
[…]
Dall’antologia Quattro giovin/astri
Anna
Ruotolo
*
I campi di stelle per altare.
Lì ci porteremo: l’inizio, la fine
dalla prima vita sulla Terra.
*
X
questa ha l’aria di essere
“Crescono i coralli ogni giorno.
La tua carne si riduce.”
ORI BERNSTEIN
braccio a braccio
151
ho da dirti due cose:
dapprima che non c’è abbandono per te
né passaggio di notizie infauste
a primavera (tu sei immune, sei immune).
Due: sei tanto debole
che ti sistemo un’ala,
tanto forte
da riuscirci per me.
quell’ultima poesia dell’anno
lanciata dalla finestra
per rompersi sui muri zuppi,
radiosa nel cadere, una cometa
trafitta dal tuo alito di fumo
che si avvicina e s’allontana
(s’allontana, si avvicina)
e si dirige al cielo.
Sull’antologia Quattro giovin/astri
[...] Nelle poesie di Anna Ruotolo i titoli sono invece numeri a offrire l’idea di raccolta di appunti, nella prima silloge, e dell’incedere, nella
seconda. Le Moleskine accolgono dialoghi che stringono il fuoco sulla relazione tra l’io e il tu e, nella loro forma diretta scandita graficamente
dal segno della lineetta che, mentre distingue i discorsi e li correla, si svela fin dall’inizio un altro tratto specifico e profondo di questo poetare:
la sua natura interrogante. C’è una reciprocità di domanda e risposta; la costruzione della verità, della realtà, avviene nell’originario domandare
e nel successivo rispondere che alimenta nuova domanda. [...]
Nella seconda silloge, dove il dialogo diretto cede il posto alla prima persona, singolare e plurale, Anna Ruotolo disegna una vera e propria
anatomia dell’incontro, una fisica della vicinanza: «un passo (è tutto - sono lì)», «avvicino la mano alla tua mano», «fianco a fianco», «occhio a
occhio», «bocca a bocca», «naso a naso», «fronte a fronte», «spalla a spalla», «mento a mento». E nel ritmo dell’approssimarsi di corpi
biografici possiamo però quasi intuire una controtendente costante, che diventa la verità del mistero di questo progrediente incontro per
toccamento: ogni avvicinamento custodisce la sua sottrazione. [...]
Anna
Ruotolo
Umberto Fornasari, dalla prefazione
***
Abbiamo ripreso la lettura dell’antologia Quattro giovin / astri, curata da Chiara De Luca […]. Ci viene incontro, il dialogo poetico, di Anna
Ruotolo: un dialogo molesto (Moleskine è una riconosciuta marca di agende per appunti di viaggio) per le orecchie dei contemporanei. Una
sana provocazione per il lettore attento alla parsimonia delle “poetesse” che sanno rivelare, senza parole superflue, la ricchezza di un mondo
interiore… .
Il dialogo, tra mondo interiore della poetessa, e l’esistenza che scorre nei suoi occhi, non ha solo gli uomini come referenti, ma l’intera
creazione a cominciare dal sole che la/ci illumina: «Dopo il tuo lavoro passi sempre qui, / alto, alto sali tra i muri / scendi latte di montagne /
rimpicciolisci per raggiungermi» (pag. 53). La callida iunctura permette al sole l’esercizio di un lavoro, si fa corpo e anima, per raggiungere la
poetessa nel luogo della scrittura e nei «condotti subliminari». Questa strofa d’ingresso alla raccolta dialoga con l’astro, distante, chiedendo
risposte alle domande che i neofiti dell’esistenza pongono all’anima mundi (…). «Ebbene, che vedi fuori / prima di entrare? / (…) Salta il
racconto, va’ avanti / - Che due o tre giovani / dalle calze brune hanno / provato a salutare» (pag. 53).
Tutta la raccolta, si anima di energia, di solarità. Hanno forza i versi per penetrare da una poesia, all’apparenza personalistica, a una poetica
vermiglia, vera e sincera, che annoda i grani del rosario delle generazioni precedenti: «- Le cose che non ci sono vanno pensate / - Va pensata la
vita e la scrittura!» (pag. 59). Sono impegni severi quelli che i versi della Nostra ci propongono: «- La guerra per le intercettazioni /
l’incostituzionalità delle parole… / lasciamole a loro» (pag. 58). Ci viene da pensare che la classe cosiddetta dirigente, cioè i politici e tutto il
sistema dello Stato, non hanno più alcun dialogo con i giovani, principalmente con le loro esigenze vere: il lavoro, lo studio, la riservatezza della
loro esistenza.
Riconosco che un critico non può commuoversi di fronte alla bellezza della poesia, non può travalicare la «frontiera del sentimento» (Piero
Bigongiari, Il critico come scrittore), deve suscitare l’imparzialità per far sì che la critica sia accettata e con essa il lavoro che sta costruendo.
Ebbene quando ti viene incontro un verso stupendo, che agita le acque che alimentano la sostanza della tua memoria, il critico deve dichiarare
che i legami con i versi di Baudelaire, Verlaine, sono forti: «(…) - Che cosa stai guardando adesso? / - La data di quando / ho ordinato il tuo libro
/ e i soldi messi da parte / per quell’esame di gioia / e di zucchero, / l’azzurra avidità che ci sfinisce» (pag. 57). Oh l’azzurro! Irraggiungibile
azzurro dei Poeti, dove si sperde il pensiero e il naufragio diviene dolce. «Gioia e zucchero» di un esame che è poi l’esistenza intera.
La lezione dei giovani è stupenda. Noi, arroccati nel nostro raggiungimento sociale, siamo distanti dal freddo delle strade, dai tetti delle
università,
152
Sull’antologia Quattro giovin/astri
università, dai fumi puzzolenti dei lacrimogeni, dalla violenza feroce dei manganelli. Guardiamo?! Non basta! Lo dico con la consapevolezza che
i giovani sono migliori di noi in moltissimi campi: «(…) È la riprova che il corpo è nostro / e se siamo in due si passa meglio / dal sogno
all’esistenza, dall’esistenza / al sogno, nella notte» (pag. 56). Dice proprio questo Anna Ruotolo: la comunione tra giovani. Non l’odio e la cattiva
competizione come tra gli adulti. Sono trascorsi anni, di un secolo di sangue e di guerre, quando la speranza aveva il volto di Martin Luther King
con la sua espressione «Io ho un sogno»; quando Jacques Prévert scriveva: «(…) Bandito! Ladro! Briccone! Furfante! / È la muta della gente
benpensante / Che dà la caccia a un adolescente /(…) Arriverai mai al continente al continente?/ Qualche uccello sull’isola si vede volare / E
tutto intorno all’isola c’è il mare» (Parole, Guanda, 1989).
La seconda sezione della raccolta, titolata “a” come avvicino si compone di strofe cariche di una bellezza da spasimo: «(vieni a cena da me) / il
fiume si accende dove ha le mani / (…) La tavola è apparecchiata di fuoco / entra, siedi, aprimi il viso / ti trema negli occhi la luce / lungamente,
/ come una terra che si avvicina / alla sua acqua /non ha fine» (pag. 81). L’enjambement accentua l’armonia dei versi. La similitudine degli occhi
ricolmi di una luce senza tempo, avvicinati al concetto dell’ansia che ha la terra di avvicinarsi alla sua acqua, ad un tempo eterno “senza fine”.
Acqua che germina la vita neonatale, purezza dello sguardo umano che invita, chi legge, ad aprire “il viso” dove dimora la vera distanza tra
sogno e realtà. La poesia è racconto nei versi della Nostra poetessa?
Starei attento a definire racconto l’ansia struggente di questo diario dialogo di Moleskine. Per chi sa discendere nel “fuoco” preparato sul
tavolo dell’invito c’è più dell’invito: «entra, siedi». C’è l’armonia che ci governa. L’armonia che viene chiamata «leggera gioventù», ma che in
verità dovrebbe albergare sempre in mezzo agli esseri umani. Siamo vicini alla fine di questo primo decennio, inquieto, del Nuovo Secolo
(nuovo poi quanto?!). Il crollo dell’egemonia economica ha riproposto, saldamente, la necessità dell’ascolto dei più deboli, dei poveri, delle
risorse esauribili del pianeta Terra. La nostra poetessa Ruotolo, con la fiamma meridionale nel cuore, ci lascia dei versi lapidari, immutabili, per
dichiararci quanto abbiamo detto fin qui: «questa ha l’aria di essere / quell’ultima poesia dell’anno / lanciata dalla finestra / per rompersi sui
muri zuppi, / radiosa nel cadere, una cometa / trafitta dal tuo alito di fumo / che si avvicina e s’allontana / (s’allontana, si avvicina ) / e si dirige
al cielo» (pag. 85)
Il cielo è ancora, per ora, di tutti. Dei poeti e dei poveri. Delle multinazionali e dei politici. Ma di comete ce ne sono poche: quando passano
fanno tremare tutti i ricchi. Non i Poeti.
Anna
Ruotolo
Vincenzo D’Alessio, in “farapoesia”, 16.12.2010 (http://farapoesia.blogspot.it/2010/12/su-aavv-quattro-giovinastri-cura-di.html)
153
Da Dei settantaquattro modi di chiamarti
Anna
Ruotolo
Dèi
(abbracciare)
Terzo. Mani di bandiere
nell’aria
e nella nebbia
L’abbracciabile. Ci sono, credo, anche loro: le materie
fatte per essere abbracciate. E pulsano nello spazio
semicircolare e finiscono per mettervi radici, perché
quella è la dichiarazione della loro natura. Materie
minuscole e pulviscolari o materie altissime come un
albero, fisso nella terra e slanciato verso il cielo. In un
destino preciso del pianeta. Un albero che cresce in
giù e in su e basta a se stesso. E pur bastandosi si lascia
circondare. […]
Ottavo. Il «sì, ti aspetto»
e il mondo risvegliato
Ventunesimo. Piazza di notte
e di tutte le stelle
Quattordicesimo. La notte
più lunga passata
con te giro di rotte
e di pianeti
Ventiduesimo. Quando arriva mattina,
biglia nella mano.
Quand’è notte, biglia persa
nell’oscurità del letto
*
Primo. Cielo indiviso,
cielo nevicato all’improvviso
154
Ventitreesimo. La tua chiamata
dalle radure
di silenzio
Da Dei settantaquattro modi di chiamarti
Anna
Ruotolo
Modi
(una montagna)
[…]
L’uomo, in principio, è una montagna.
L’uomo nato è una pianura.
L’uomo che ritorna è, ancora, una montagna.
Per salire, tu lo sai, diventi ogni ora più leggera. E
questa salita è come la discesa. Sali che non c’è spasimo
e fiato corto. Sali che non ti si può più vedere.
Lasci la tua pianura. Cresci di altipiano in collina. Di
collina in cima.
E, se alzo gli occhi, mi manca il fiato.
155
Cinquantesimo. Incontro
una mattina per caso
in una cosa
mai così bella prima
Cinquantatreesimo. Coperta in una
casa d’inverno e, sotto, città
cadute e rifatte solo per amore del mattino,
della capitale del tuo viso
Da Dei settantaquattro modi di chiamarti
Anna
Ruotolo
Dì
(disordine)
I
L’ordine dei giorni.
156
Il disordine dell’inciampo, della parola che pronunci dopo dieci giorni
di silenzio e fiato rosso.
Il disordine dell’ora legale e lunghissima sera,
il disordine della tromba sul tetto,
il disordine del matto.
Il disordine della tua storia lanciata così,
il disordine del tuo corpo di bolla e del tuo cuore forte
che se fosse più forte lo direi felice.
Il disordine delle mani battute nella notte,
il disordine dei fuochi d’artificio,
il disordine dello scampato all’onda disastrosa,
il disordine del regalo nel giorno anonimo,
il disordine del gesto gratuito.
Da Dei settantaquattro modi di chiamarti
Anna
Ruotolo
II
L’ordine delle stagioni.
Il disordine del caldo d’inverno,
il disordine del camino acceso a Marzo.
Il disordine di tutto il cibo comprato, il disordine del libro lasciato in fretta. Il disordine
del tuo racconto nelle mani di qualcuno.
Il disordine del vento nel sereno.
Il disordine del venditore di frutta sotto la tua finestra.
Il disordine mondiale del primo dell’anno che dormi e ti perdi quasi, se non fosse che
arriviamo in fila, rotta la lentezza della tua stanza, messi i nostri piedi e le ginocchia sul
tuo letto, obbligata a bere una cosa frizzante, obbligata all’ultima fotografia di certezza.
L’ordine delle cose.
157
Il disordine e il tumulto del tuo sorriso.
Dall’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Anni Ottanta
Anna
Ruotolo
Da Tuttitudine (2009-2011)
I singolari sono plurali
[…] di nuovo dicendo anche per le ultime
volte c’è un’ultima volta […]
Samuel Beckett
Sì, tutto con eccesso:
la luce, la vita, il mare!
Plurale tutto, plurale
luci vite e mari.
Pedro Salinas
158
I singolari sono plurali
dico casa e ne dico mille
perché se guardo fuori da qui
tante ce ne sono,
pulsano da non finire.
Il numero è la convenzione
che ci siamo dati prima di farci
spazio attorno, di vederci andare.
Se parlo al singolare fa meno male
il solo, la solitudine che fuma
di tetto in tetto, unica unità
che ci distingue ombra dalle ombre,
acqua dalle acque.
E a tutta questa storia sembra venire
in più uno straniero che non ti porta
in tasca (perché non ne ha nemmeno
una - se due non ne può avere -)
tu non gli sei neppure famigliare
in una stampa, una fotografia
così come lo sei per me
ma chiama, chiama tutti
con centomila nomi esatti
si esce, così, infine, dalle dimore
e camminiamo in stormi
si prova a fare bene
tutto e forte, tutto al plurale
per una volta tra le altre volte.
Dall’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Anni Ottanta
Anna
Ruotolo
Tuttitudine
In sogno lanciavamo in cielo la paura,
«prendila Tu, Padre degli astri
e delle cortine fluorescenti di gas».
Così Simone il cieco ballò senza
tastare l’universo con le mani
e Zita parlò senza capire.
Stringere le nostre gabbie toraciche
perché tenessero (e, oh sì, tenevano)
l’un l’altro, l’uno all’altra, l’una all’altro
finché non rischiarava il giorno dopo
e la grancassa dell’oceano
non ci accompagnava.
159
E la mattina dopo aveva la riserva
del dolore di pancia
«Tuttitudine…», ha detto il medico curante
- il musicista che la notte prima
aveva agganciato il fuoco alle dita,
la sua culla/pancia a quella di una donna
vedova di Solitudine «…primo fiore della felicità».
Su Dei settantaquattro modi di chiamarti e sull’antologia La generazione entrante…
Questa raccolta, strutturata su testi brevissimi alternati con equilibrio a passaggi in prosa, è improvvisamente attraversata da una poesia lunga,
cantata, con un preciso e battente refrain. Si tratta di Dì (disordine), testo che compare nella seconda parte dell’opera quasi a organizzarne il
significato, come se ciò che accade nel resto del libro, così sincopato, lampeggiante ed epifanico persino nelle prose, ruotasse intorno ad un
brano che si stacca con tanta evidenza dal resto. Diciamo innanzitutto che Anna Ruotolo propone un libro che è un’opera, pensata
integralmente come tale, con un’architettura, quindi, e non una semplice raccolta di liriche scritte nel tempo e organizzate a posteriori come
capita nella maggioranza dei libri di poesia. Si tratta di un libro in cui il microtesto è già pensato all’interno di un macrotesto, e ciò è
confortante, soprattutto se si pensa che siamo in presenza di una giovane autrice. Significa anche che l’ispirazione della singola poesia, tanto
più breve e ispirata in questo caso, è concepita fin dall’origine all’interno di una ispirazione più lunga, che è la facoltà di rimanere di fronte
all’oggetto per una durata non occasionale: per alcuni mesi, ci informa la nota posta alla fine del libro, anzi, gli ultimi mesi di una vita. Abbiamo
qui qualcosa di nuovo: la necessità di cui si è parlato tanto in questi anni, caratteristica ritenuta fondamentale per la parola poetica (più
semplicemente un tempo si diceva che il poeta deve scrivere solo quando è ispirato), che aveva come elemento distintivo la durata breve, ora
non vale. Anna Ruotolo è rimasta a lungo di fronte alla sua necessità, che, evidentemente, non era quella della parola in sé, ma di un evento.
Vediamo in definitiva superata l’autoreferenzialità della poesia, difetto immane della poesia contemporanea, che ne ha minato la possibilità
stessa di una sua fruizione.
Anna
Ruotolo
La poesia di Anna Ruotolo ha dunque riformulato la sua necessità: si è trattato, per lei, di stare di fronte ad un fatto, doloroso e infine tragico, e
di ricorrere alla parola poetica per interrogarsi sul senso di quel fatto. Si è aperta dunque l’esperienza di una poesia epica, che rimanda il lettore
immediatamente a tutto ciò che concerne quell’avvenimento, soprattutto nella scoperta delle evidenze dello spirito, e senza che una siffatta
apertura comportasse lo scivolamento verso uno stile prosastico. Lo stile delle poesie di questo libro, anche di quelle in prosa, rimane sempre
contratto, limpido ed essenziale, asciuttamente lirico, semmai tendente all’aforisma lirico, cioè a rendere la conoscenza prodotta
dall’avvenimento e soprattutto dall’analisi dei passaggi e delle ripercussioni dello (e nello) spirito. Il primo risultato, per tornare al testo lungo Dì
(disordine) che s’inserisce ad un certo punto nella raccolta, è appunto un disordine che scompagina gli schemi del nonsenso. È utile ricordare
che l’irruzione di questa poesia è anticipata da una citazione di Charles Péguy, nella quale si racconta che ad introdurre il disordine fu Cristo. Le
citazioni sono uno dei tanti pregi di questo libro: si presentano calibrate e precise, non sono poste in esergo solo per simpatia con certi autori,
per ricordarne l’influsso sulla propria opera; invece contribuiscono a scandire il racconto, ad accompagnarne l’apertura di conoscenza. Il
disordine di cui si parla, dunque, è un disordine salutare, che porta ad un nuovo e vero ordine: si tratta del «disordine del gesto gratuito» e di
quello «dei fuochi d’artificio» la cui strabiliante bellezza e in effetti frutto di un disordine splendido, di una forza, quasi una violenza da sparo,
da cui scaturisce un nuovo ordine di luce e meraviglia.
Anna Ruotolo sembra dire che la poesia concorre a rinominare il mondo. È questo un antico compito dei poeti: risemantizzare instancabilmente
la realtà attraverso la sua nominazione. La poetessa aggiunge un’accezione personale: «ti ripeterò nei nomi delle cose», rendendo così i nomi
abitati dalla presenza cara. Estremamente significativo e, anzi, luminoso il finale di tutto il libro, dove la presenza che è motivo della poesia
viene indicata per nome, quel «nome piccolo e bianco». È l’ultima di una serie di intuizioni davvero poetiche, dove avviene quella connessione
nucleare tra senso e parola che è sigillo di vera poesia e che nel caso di Anna Ruotolo è ancora più straordinaria perché giocata nell’ambito di
minuscole varianti, quasi grammaticali e perfino matematiche, con quel conteggio perentorio dei «modi di chiamarti». Così la terribile
biografia, che attraverso la nominazione questo libro racconta, si accende spesso di definizioni raggianti: «Sesto. Madre che comincia / ad
accarezzare, senza il tempo/del dovere. Senza il tempo»; «Ottavo. Il ‘sì, ti aspettò / e il mondo risvegliato», in cui rivediamo la bellezza del gesto
gratuito, evidenziata tante volte, e la verità che il poeta ci rivela: noi consistiamo in qualcuno che ci attende, che è contento di attenderci.
Questo è un libro
160
Su Dei settantaquattro modi di chiamarti e sull’antologia La generazione entrante…
Questo è un libro di spirito e di corpo, di fusione degli elementi, perciò un simbolo come l’abbraccio è un altro dei suoi nuclei pregnanti:
«L’abbracciabile. Ci sono, credo, anche loro: le materie fatte per essere abbracciate»; «Poi c’è la carezza. E la carezza è un’intera nazione (...). È
con una mano che abbraccio. Con una mano abbraccio te. Con una mano abbraccio Dio». La mano, dunque, è tramite di contatto tra corpi e
anime: «Trentacinquesimo. Mano / radice di cielo / che si posa e fa azzurro/terreno» punto di snodo ancora una volta basilare nell’indagine
approfondita che ne fa l’autrice. Un’indagine che è a tutto campo e non dimentica, nella sua precisione, neppure gli elementi cellulari, come
quelli fonetici. Così il suono “ma” si gioca tutta la sua potenzialità di legame nel breve spazio di poche parole, passando da “mare” ad “a-mare”
(il trattino è dell’autrice) a “mano”, con sottinteso il “ma” di “madre”, che riecheggia in tutto il libro e che apre ad un intenso e successivo
passaggio, quella della ritrovata vicinanza tra uomo e terra, raccontata nella prosa «Modi (una montagna)», ulteriore testo assai riuscito. È
dunque un libro in movimento continuo, come se si stesse facendo tra le nostre mani, in cui anche una delle accezioni preferite di Dio è quello
di un creatore nell’atto del fare («Quarantaseiesimo»). E qual è l’emergenza più importante di questo fare? La vicinanza, l’esserci, il non
permettere l’abbandono dell’essere: «Cinquantunesimo. Visitazione eterna/da sempre. Ora e sempre. / È così, quando ti vengo a trovare. /
Sempre, sempre, tra le abbandonate».
Anna
Ruotolo
Gianfranco Lauretano, l’introduzione a Dei settantaquattro modi di chiamarti
***
La poesia di Anna Ruotolo lavora rasoterra ma è tesissima. Verso l’esterno e verso l’eterno, inteso come altezza di cieli nostrani, sopportabili
per la nostra statura, dotati di condotti, travi portanti fatte dalla coerenza tra i nostri corpi e gli astri. Questi cieli sono pelli di animali tese su
architetture scheletriche e trascinate al basso della lingua parlata. La realtà viene disseminata come un inciampo continuo tra parole con le
quali, sebbene si rischi l’altezza, non si intende rischiare l’astrazione: Anna Ruotolo ha bisogno di verificare le somiglianze tra le cose celesti e
quelle umane [...].
Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone alle poesie di Anna Ruotolo in La generazione entrante. Poeti nati negli anni ottanta
161
Inediti
Primariamente
Ci manca, come niente,
la preistoria - primissimo giorno minerale:
e fu sera e fu mattina la prima nascita,
la primavera, la primina e il primo mare.
La pietra, la coperta, l’oleandro
la penna che scappa dalle piene delle dita
la paura di ciò che d’acqua non si abbassa
e non si vede bene fino giù alla fine.
162
Abbiamo sempre un dopotutto, il doposcuola
delle feritoie intagliate nella luce, sì proprio
così al contrario.
Il dopodomani, ché oggi lei sembra una sposa
in bianco e in lacrime non pronta,
il dopobarba aperto e montano
e il: «dopo, amore, ti dico che t’amo».
Inediti
Il piano della tua visita
I
III
Era notte, era giorno
ti segnavo la via per la piazza
sul palmo della mano
con il viso aperto, mai provato prima
e il dito trattenuto da un’acqua di fico
appiccicosa,
il fico verde di un qualche giardino.
Il piano della tua visita
fu segreto - piano infinito
una, due, tre tazze sul lavello
la notizia silenziosa che qualcosa
venisse dall’alto
e nel volgere in quel punto tutto il viso
qualcuno rimanesse al suo lavoro,
la lavandaia alle sue camicie
la mamma al suo mestiere fecondo.
Bello ora dire com’è andata
e cosa e non saperlo articolare:
tutto intero sei stato qui
sempre perdendoti un po’ negli angoli
morendo (senza dolore e dispiacere),
brillando.
II
163
Dunque, dopo averti spiegato
la direzione del vento
(eri tu quello ricurvo sul tavolo
tornato come da tante migrazioni
con le ali un po’ sgualcite
la faccia della meraviglia)
ti misi davanti un piatto di more.
Tu le conoscevi, le mangiavi tutte
e a me dicevi di no, per il bene,
per l’amore del sorriso
che così ancora mi porti.
Inediti
*
«Il potere su una costellazione»,
pensa alla grandezza
con la fronte e con la
schiena poggiate a terra.
Io ti parlo di un esempio
senza spazio e senza tempo,
il potere di accendere
tutto e ribrillare
il potere, poco dopo, del buio
e del lutto.
Ma io stancherei le stelle
«fruttate, figliate forza nelle fibre
elettriche», direi.
164
Direi di fare col loro corpo
il continuo restare
bruciare e risplendere,
incandescente vincolo
e comando
solo per il bene.
*
Tanto così veniamo in vita nelle possibilità
(figurati un cerchio nella mano, così)
che ogni stagione mi chiedo
se fosse che io esista per qualcuno
un’anima che si affaccia quando abito l’aria,
se poi quest’anima segreta segna sui mesi
ogni momento in cui inspiro ed espiro
e vede e capisce le piccole tormente
se ho spuntato i capelli
se rido o parlo di niente
proprio come io
faccio con te.
Inediti
Ab - braccio
Com’è penosa, a volte
la formula dell’abbracciare
e circondare tutto l’abbracciabile
di sé e del proprio polmone accostato,
*
Toccare una tua costa
per niente e per nessuno che non sia me
ti chiederò nel tempo,
una costa è quasi un nulla, un cominciamento
- se ci pensi
e la mia mano sulla tua terrosa pazienza
ha qualcosa come la storia
del distaccamento di placenta
che accusa un vuoto laggiù.
Si sta a letto, si cura il bimbo minutissimo
basta stare immobili
avere una mano di speranza
una mano-nave legata a un fazzoletto
di mare purissimo e di sabbia.
165
del primo confine del proprio corpo
l’altro corpo
e tenerlo a sé,
tirarlo come da un altro capo, imbandire
una città di benvenuto.
Tutto chiude, l’abbraccio
«chiuditi attorno», dice
«atterra dentro quel che sono»
sembra dire ed invitare.
Poi, invece, basti pensare
al ab-braccio - (dal braccio)
e che da lui venga qualcosa di continuo,
prolunga, passeggio e quasi eternità
lucciola e lanterna per mestiere del dono,
faro lungo, faro breve.
E allora, forse, si ritorna alla sua casa
come una volta che ci manca tanto,
così, senza freno e senza progetto
all’improvviso
come al principio di tutto
per dire: sono qui.
Di nuovo.
La casa dei colombi - 1957
SOLO INEDITI
D’amore
ideale e
vita
(a
Piergiorgio
Welby)
di
Mauro
Barbetti
“Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti
ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la
passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la
donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico
che ti delude. Io non sono né un malinconico né un
maniaco depresso - morire mi fa orrore, purtroppo
ciò che mi è rimasto non è più vita - è solo un
testardo e insensato accanimento nel mantenere
attive delle funzioni biologiche.”
(dalla lettera di Piergiorgio Welby al Presidente
Napolitano)
166
I
Certo conta la lesione
il rachide piegato
quel disturbo di trasmissione
(non quello che ad altri rovina la giornata
per banale assenza di segnale)
conta la bocca disarticolata
ciò che si fa paralisi
che si fa trascinare
e scollare le piastrelle
e lo sfintere che cede
quando cede (se cede).
Pòrtatelo dietro
fido al fianco
nello sfiancarsi
nell’aggiungersi del peso
svuotalo a intervalli
quel sacchetto di piscio
pendulo tremulo frenulo
e loculo già prima della fine.
Come accettare d’accettarsi
quando il resto resta
le barriere le sequele
l’occhio clinico d’infermiera
quello cinico della gente
quasi meglio di pietà
quasi meglio di preghiera
o come accettare l’accetta
Damocle e la sua spada
quella che ha già tagliato
quella già calata?
SOLO INEDITI
D’amore
ideale e
vita
(a
Piergiorgio
Welby)
di
Mauro
Barbetti
167
II
Certo conta l’idea
il levarsi alto
più leggero di un dio inesistente
tu che me lo leggi dalle labbra
(quelle che ti baciano ancora
schiudendosi di bava)
tu che me lo leggi nello sguardo
nel lieve moto d’unghia
ciò che resta ora
dell’uomo che io ero
del niente che sarò
III
Ma non ci aiuta il non pensare
l’istinto d’animale
lo scatto della zampa
in tutta l’estensione
che solo l’altra sfiora
insegue e brama
per sempre presi
a numero casistica
dato di statistica
resi semplice tassello
consumatori elettori
bestie da macello
IV
Il rarefarsi della carne
ce n’è sempre meno
stretta attorno all’osso
lo sfarsi di una forma-pensiero
avvizzita come uva passa
o glassa di feste passate
lassa come bicipite
di vecchio Ulisse
e neanche un arco
a tendersi colpire
solo volontà netta
a orientarsi.
Sei sempre stata tu
il mio Argo
la mia saetta
SOLO INEDITI
D’amore
ideale e
vita
(a
Piergiorgio
Welby)
di
Mauro
Barbetti
168
V
Il passaggio d’inerzia
da una fibra all’altra
a dirti di giorni
del su e giù degli altri
dell’attesa
dei disordini in piazza
di debito pubblico e spesa
d’altra stanza e altra scena
sempre altra per chi passa
da una sequenza all’altra
incollato al fondo schiena
Ma ho la vita di tutti
abbiamo la vita di tutti
avremo sempre la responsabilità
per la vita di tutti
VI
Affidarsi al cerotto
al bostik allo stucco
all’inutile cura del rammendo
pensando possibile posporre
l’incurvatura che fa il tempo
l’intacco all’intonaco
lo scacco a fine di partita
Il trucco che non dura
ogni distacco e dipartita
o l’intoppo nel lavabo
dopo l’ennesima stura.
Tutto un modo provvisorio
di esentarsi oggi dal pedaggio
dal passaggio ad altra sponda
dallo snodo del chiedersi
e l’illusorio che un dio risponda
VII
Non dirmi
che altri possono imporre leggi
che alla mia carne
prescrivono prevedono prenotano
il letto d’ospedale
il buco alla trachea
lo strapparmi a forza al coma
l’idea di durare
come dura bestia da soma
l’oscillare tra il qui e un dove
tanto lontano sai
tanto agognato
SOLO INEDITI
D’amore
ideale e
vita
(a
Piergiorgio
Welby)
di
Mauro
Barbetti
169
VIII
Eri e sei
a te m’annoda
la vena al braccio
che ti preme contro a sera
lo sfilaccio d'affetto
che lieve approda
sebbene ancora insieme
ai silenzi riservati
di paludi stigie
Presenza è la morte
che vige spesso
in un confronto privato
ove non può toglierci
che un acconto di tempo oltre
srotolato a definirsi altrove
non il già realizzato
ciò che si porta a resoconto
IX
qual è il tuo nome
la tua saggezza
la tua misericordia
quali sono le immagini
in cui immaginarti
se non chiodo legno e sofferenza
ciò che era d’uomo
ciò che da uomo
ha discendenza
ciò che poteva essere segno
terra comune esperienza
X
Quel piano inclinato
a franare
che non mani
né unghie sottraggono
alle leggi del cadere
in un sotto
che non sappiamo
di piuma o di pugnale.
Tanto basta
a serrarci gli occhi
nell’opposizione
nel non scrutare
dove se andavano tutti
quando qui si preparava
un funerale
SOLO INEDITI
D’amore
ideale e
vita
(a
Piergiorgio
Welby)
di
Mauro
Barbetti
170
XI
Dolerti di un istante
e non del fatto che passi
e cambi di poco il cielo
come fosse nulla
come forma dietro un velo
ma che si leghi ad altri
a cambiartele allora
rughe e linee di fortuna.
È l’addizione che conta
in questa legge matematica
che non t’insegnano a scuola.
E scusami.
Se ogni tanto parlo di morte
amando la vita.
Perché quando sarà
non riuscirò più
a parlarne
che quando sarà
riguarderà altri il ricordare
il non dire dicendo.
XII
Acquitrini
depositi di melma e zanzare
il fastidio dei deposti
dei guasti a fondo
per troppo piovere
o per troppo calore
per troppo comunque
come quel troppo amare
che si svita come un tappo.
O come il troppo distacco
che ti si è avvitato dentro.
XIII
Ognuno in sé
è dato fisico
perfettamente a scadenza.
Dell’oggi
c’è la data impressa
il crono del momento
la stessa temperatura esterna
e un dromo di cielo
in uguale movimento.
Ti distingui solo
per l’uso che ne fai
di piedi mani e testa
da chi troverai lungo la percorrenza
da cosa indirizzerà il tuo passo
dai conci portati dai muri eretti
dalle risposte che ti dai
per trovare senso
al non senso di morire
SOLO INEDITI
D’amore
ideale e
vita
(a
Piergiorgio
Welby)
di
Mauro
Barbetti
171
XIV
Della stessa morte
delle bestie senza nome
della stessa sorte
che non risparmia
i corpi dal di dentro
nel decomporsi
nello scomporsi
nel porsi nudi
davanti e di dietro
la stessa anomia
dentro le labbra
e scarna anatomia
d'ossa corrose e spolpate
da una sorta di lebbra.
XV
Medico
aspetto.
E se è meglio
quanto sarà meglio
e se è peggio
quanto sarà peggio?
Decido io
la verifica l’analisi il metro
la pioggia che scenderà dal vetro
cosa buttare o conservare
il giorno il calendario
il sudario lo sfondo
chi mi resta accanto
mentre vado e dissento
chi accompagna il canto
a ciò che nego o consento
e un flusso di tempo lento
di liquido allontanamento
che ora m’inacqua
e che assecondo
SOLO INEDITI
Mauro
Barbetti
È nato nel 1960.
Vive ad Osimo (AN) dove insegna inglese nella scuola primaria.
Si è avvicinato giovanissimo alla letteratura e i suoi primi approcci con la scrittura risalgono agli anni
del liceo; anni in cui, tra l’altro, componeva e suonava in alcune band del capoluogo marchigiano.
La sua frequentazione assidua ed attiva dell’arte letteraria è proseguita fino alla soglia dei
trent’anni. Socio del Circolo Culturale “Carlo Antognini”, ebbe modo di conoscere personalmente
Franco Scataglini - rimanendone chiaramente affascinato - quando questi teneva un laboratorio di
poesia presso l’omonima associazione.
Per quasi vent’anni, fino al 2008, la vita lo ha portato ad allontanarsi dalla pratica della letteratura.
Ha quindi, solo di recente, ripreso a scrivere, a seguire gli incontri del gruppo “Licenze Poetiche” di
Macerata e a partecipare, ottenendo risultati davvero lusinghieri, a diversi ed importanti premi
letterari nazionali di poesia e narrativa.
172
Suoi lavori sono apparsi sui siti larecherche.it e scripta-volant.org.
Ha pubblicato, in ebook, la silloge Primizie ed altro (La Scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2011) e ha
in preparazione un nuova raccolta di versi.
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
1
*
Non credo che siamo esseri separati, soli.
V. Woolf, Le onde
di
Renata
Morresi
***
la cronaca ufficiale lo annuncia
fino a che decade, resta
Bagnanti
la bouganvilla rossa
intreccia
[…]
la stagione totale
*
in estinzione ma all'alba
risaliti gli ultimi stolidi
esemplari
sulle sabbie non passi
173
fuori l'anno agosto,
preceduto dal lavorio di un secolo
di mesi
ma strusci di calli nudi
graffiati dallo stesso verso
come pelli partoriranno tutti
anche i vecchi
[…]
*
dalle rocce dai picchi sulle acque gli iddii
vedrebbero popoli morbidi lentissimi
fondersi agli anemoni polipi i tanti
piedi avvinghiati agli scogli
staccarsi, larve sbocciare
in azzurri
dagli astri, gli stessi
continuamente fossili
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
di
Renata
Morresi
[…]
*
[…]
*
un capello dopo l'altro
s'illumineranno tutti
dell'ora del giorno ofelia,
lenta, quasi ferma e
tremante immensa,
nell'acqua oro-azzurra
in piena luce, in piena età
in più fredda corrente
174
tutto questo vedremo
lo vedremo sempre
con respiro regolare
col lamento del cetaceo
con la bocca che s'inonda
poco sotto superficie
ed un poco sotto ancora
lo sguardo che si colma,
torna tremore
tutto questo accade insieme
tutti insieme tutto in una
volta sola mai decisa
sempre uguale ripetuta
posa ciclica di scheletri silice
le metafore specifiche
fatte al tempo delle visite.
E alle sette: si chiude tornano le tartarughe.
[…]
*
ufficio degli scomparsi
ampio mar mediterraneo
ognuno coi suoi vivi e i suoi morti
opachi e momentanei
per un attimo evidente il profilo
è lo stesso, il tempo fa mezzo
cerchio -
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
di
Renata
Morresi
175
Aeroporto
Camminando abbastanza sulle mie rotelle esatte
entro nell'atrio bianco che precede le partenze
grande edificio di bianco e di vetro, esatti
i negozi coi ricordi dispiegati fatti ad arte
esatta la distanza dello stare in file.
Parlo col compagno che accompagna nulla
di importante deglutisco per la nausea regolare
del risveglio troppo presto, la posa imperitura
della donna dietro il banco in una volta
perfetta del braccio invita all'ora dell'imbarco
alle uscite, la voce nitida la schiena dritta
scala di chiesa con cavallo morto.
Facciamo fusa intelligenti transluciamo
glitterati ai paviglioni i sé passivi palpitando
al fantastico design dello sfiorarsi
extra-lusso riaggiornato ad ogni passo.
Raffinata indipendenza dimostriamo
nel vagliare alternative proiettando
dimensioni della scelta incoraggiandone
la gamma interiormente consapevoli
dell'ammazzare il tempo simuliamo
tanta fede illimitata nel buon tavor o nei tipici
tremila e passa anni di Hapshepsut.
Compiamo il saluto preciso girati di fronte
lontani in progressione dal punto in cui
eravamo, salutando sulla strada della porta
girevole si gira una volta per non perdere
equilibrio si gira muovendo le labbra in ciao
muto saluto con la mano con un segno come
chi pulisce il vetro la mente di vetro ulna
che oscilla a tempo col piede fa
perno gira con la gente è andato.
Consoleremo. Gustando il caffè in piedi
il tappeto di parole dei presenti la lentezza
del processo quando aumenti la varianza
la piramide di acquisti fino al premio
sai la Claudia al matrimonio con quel gesto
io ti dico ho sei monitor giù in studio
su Milano su Milano fai diciotto barra venti
in maniera spassionata è un approccio
di notevole rilievo paesaggistico
tu per caso sei già a casa? Pirlo gioca
e riguardo il generale quadro clinico
servirebbero più voli verso Monaco.
Rimango sola insieme agli altri soli o insieme
simili per carichi di borse numeri di mani tersi
scivoliamo come tuniche tra il giornalaio e il bar
tra pannelli bianchi e vetri e copertine libri
dai colori giusti le etichette precise di bottiglie
che imbottigliano per bene e capelli variabili
messe in piega che ondeggiano ai dlin-dlon.
Non avere mai più fame col fermino
delle nove e andare in bagno dove trovi
altra attesa di persone di varia dimensione
signore sempre alte bambine sempre bionde
vecchine dalla tale e tale storia.
Vago odore di ciclo anticipato papilloma
interno singolare. Così che tutti insieme
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
di
Renata
Morresi
176
sembra quasi ci spostiamo andando
a tempo chierichetti ben disposti pastorelli
del presepe pasteggiando un certo numero
di paste sorseggiando un certo numero di sorsi
disponendoci in file in gruppetti spirali di tre
o di sette continue in rispetto dei rapporti.
Rumore di passaporti aperti e leggera corrente
prodotta dallo sfilare e infilare i cappotti
incrociare le gambe cogli inguini struscianti
sul nylon delle calze passare rapide le dita
scostando labbra piccole da labbra grandi
passando mani mediamente esposte di saliva
in vaghe simili capigliature di colori caldi
o freddi di lunghezze simili corposi vari
loop frasali indimostrabili ronzanti simili
ore di cuscini modellati simili di unghie di
lacrime scese in simili centimetri su guance
simili distanze tra gli occhi e la schiena
che diminuisce, simili la notte, che rallenta.
Nella folla mi pare di vedere il mio amico
Stelvio che sbraccia e s'arrabbia la mia amica
Alessia coi figli presi in braccio come libri
le facce e i tanti occhi degli amici
alcuni vigili ed ansiosi ma non sanno
a chi parlare, che vorrebbero fumare e fino in fondo
altri che raccontano le loro cose loro fatte bene
e passano distratti tra i fasci della luce e le ombre
di colonne con la luce che li bacia e li riluce
e l'ombra che riposa i loro corpi in una amàca
di non luce, oh. Quiete. Non sono loro.
Dalla sala d'attesa non si vede il volo.
Si coglie sul retro l'area presidiata
il parcheggio accanto al campo
di carrube lo stradino verso gli altri seminati.
L'edificio degli arrivi è verso ovest noi partenti
voleremo verso il mare sfioreremo ciminiere
ed apparati i forni e gli opifici i folli mastodontici
gli etruschi incomprensibili. Nulla di questo
ha fine nello sguardo. Vegetali affondano
in direzioni invisibili gli aerei si gettano
oltre i lati percepiti, fumi e catrami in tracce
nell'ossigeno sono un poco fuori e dentro
appena al nostro rituale. Aspettare.
In coda per entrare dondoliamo
le prolisse identità a tracolla
con il peso sull'una o l'altra gamba siamo
ritagli di volumi di un uomo ed una donna
le forme del loro intervallo. Avviseranno
che spegniamo i cellulari ci spoglieranno
controlleranno che portiamo solo carne
sotto stoffe o altre guaine e nel bagaglio
vietati gli acidi e le armi, i tagliaunghie.
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
di
Renata
Morresi
[…]
2
*
Colleverde
quelli che ci composero otterranno spazio
lentamente ce li rivedremo ridendo attraverso noi
noi nella nostra magnifica sentenza di luce
P. Vicinelli, Non sempre ricordano
***
Vendesi
All'ultimo piano 3 vani 2 bagni
soggiorno ampio con angolo cottura
panorama sulla valle momentanea
sospensione degli allacci possibile
ricavare altra stanza-studio poco
rumore dagli appartamenti - ma no
non m'oriento troppo vuoto troppo nord
un vento che il muro non sa confinare.
[…]
*
Via dei Velini
177
Da finestra in cucina una rivendita
d'automobili con un prefabbricato
di lamiera che sorveglia sulla vista
rinculando fino in bagno cieco stanze
ripetute a caso ripostigli d'altre
case gli agenti dicono «non badare
ai letti» letti ovunque sotto le reti
il pudore degli infradito appaiati.
*
Zona San Francesco
La signora Perugini col sorriso
nella porta apre mescolando il gesto
al corridoio come quando allunga
il tavolo da pranzo ai quattro figli
ritratti in cornici blu e gialle e mattone
congiungendo il braccio e la stanza in fondo
come una costellazione o un lenzuolo
ricucito come un palazzo disteso.
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
di
Renata
Morresi
[…]
Trenitalia
*
Franco
*
Sono cinque anni che abito qui
è da cinque anni che mi telefonano:
c'è Franchino vorrei parlare con Franco
ma Franco non le ha detto dove posso
rintracciarlo mi aiuti a trovare Franchi
che l'avranno trasferito? - come faccio
a saperlo? come hanno fatto a perdersi?
chi sono? dove son stati cinque anni?
[…]
*
Lontano parente
178
[…]
Questa volta aveva un accento e non era
solo l'accento della lingua spagnola
cercava Franco come cercando dio
senza rimedio con la voce che trema
come fosse la prima oltre oceano
a cercare un accento uguale di storia
una voce che sbriciola come certi
fossili d'un tratto raggiunti dall'aria.
«buon inizio di una vita nuova, ci vuole»
«all'età tua, non la mia
questo doveva avvenire
anni fa»
ascolta e si alza a guardarli
i due personaggi del mondo
alla prima di questo discorso
(si muovono a milleseicento chilometri all'ora
in tondo, se escludi la Via lattea, le placche
e tutto quel che muove)
si siede, trasogna
sta sempre iniziando
sempre ne è ladra
o dormiente
«acqua, aranciata, caffè»
ognuno ti tocca del tutto
nella propria mancanza
ognuno da un’unica polla
SOLO INEDITI
Da
Bagnanti
di
Renata
Morresi
di aria ti invita
nella sua stella nana
«può aiutarmi
con la valigia?»
la giornata del suono nel treno
giunge come un codice sumero,
un sonar ingenuo dalla placenta
al lato della giornata, osservandoci come piante
oscillando tra brame da ex-borghesi
e il sublime di un passantesoffione
«hai visto che gambe?»
«dove andrà? dove sarà stata?»
la preistoria della giornata
l'eco nella conca fatta
da ragazzi, uno per uno
gli operai nella cisterna
«era un lavoro,
lavoro a cottimo
una giornata
per ognuno»
179
la giornata che non si è
andati a scuola, la giornata
non finita, che pensa ancora
d'altalena
la giornata passata sul fiume umbro
Menotre
una vita di naenide trascorsa
a indagarne la pronuncia
il suo atlante-ombra
SOLO INEDITI
Renata
Morresi
È nata nel 1972.
Insegna presso le Università di Macerata e Padova, traduce e fa ricerca, si occupa di critica culturale e
poesia.
Ha scritto vari saggi e traduzioni nell’ambito della letteratura anglo-americana e nel 2007 ha
pubblicato la sua prima monografia critica, sulla poetessa e attivista inglese Nancy Cunard.
Sue poesie sono incluse in varie antologie e riviste, cartacee e on-line, tra cui ricordiamo Calpestare
l’oblio, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini (La Gru, Ascoli Piceno, 2010); Registro di poesia #2, a
cura di Gabriele Frasca (d’if, Napoli, 2009); L’opera continua, a cura di Giampaolo Vincenzi (Giulio
Perrone Editore, Roma, 2005); Nodo sottile 4, a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti (Crocetti,
Milano, 2004).
È redattrice dei blog letterari “La poesia e lo spirito”, “Absoluteville” e “Punto critico”.
Dal 2001 collabora alla realizzazione della rassegna di poesia “Licenze Poetiche”, insieme all’omonima
associazione culturale.
180
Cuore comune (peQuod, Ancona, 2010) è la sua opera prima in versi, mentre Bagnanti, silloge di
poesie dalla quale è tratta la selezione di testi qui presentata, è di prossima pubblicazione presso
Giulio Perrone Editore.
Vive a Macerata con suo figlio.
Collage Giuseppe Ungaretti
Casa mia
Sorpresa
dopo tanto
d'un amore
Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo
Soldati
M'illumino
d'immenso
con un breve
moto di sguardi
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
Il porto sepolto
Mariano il 29 giugno 1916.
181
Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
E li disperde
Di questa poesia
Mi resta
Quel nulla
Di inesauribile segreto.
ARCIPELAGO itaca prima apparizione. Giovanni Commare su Gianfranco Ciabatti, Adriàn Bravi, Maria Lenti,
Nicola Romano e Norma Stramucci. Collage Dino Campana. Riproduzioni di opere di Giorgio Bertelli e Lorenza
Alba.
ARCIPELAGO itaca seconda apparizione. Danilo Mandolini su Attilio Zanichelli, Lucetta Frisa, Ivano Mugnaini,
Adelelmo Ruggieri e Luigi Socci. Collage Guido Gozzano. Riproduzioni di immagini di Michele Rogani e di
un’opera di Pietro Spica.
ARCIPELAGO itaca terza apparizione. Contributi da interventi di Maria Lenti e Gianfranco Lauretano su
Tolmino Baldassari, Danilo Mandolini su Renata Morresi, Maria Grazia Calandrone, Mauro Ferrari, Daniele
Garbuglia e Massimo Morasso. Inediti di Enzo Filosa. Collage Vladimir Majakovskij. Riproduzioni di opere di
Silvana Russo e Lucia Marcucci.
ARCIPELAGO itaca quarta apparizione. Un ricordo di Leonardo Mancino (con un testo inedito di Biagio
Balistreri), Danilo Mandolini su Anna Elisa De Gregorio, Gianni Caccia, Massimo Gezzi, Franca Mancinelli,
Liliana Ugolini. Inediti di Marina Pizzi. Collage Charles Baudelaire. Riproduzioni di opere di Enzo Esposito,
Giovanna Ugolini, Cosimo Budetta, Alfredo Malferrari e Giordano Perelli.
ARCIPELAGO itaca quinta apparizione. Un ricordo di Alfonso Gatto (con un saggio di Laura Pesola), Rossella
Maiore Tamponi (con note di Francesco Scaramozzino e Giorgio Linguaglossa), Linnio Accorroni (con note di
Danilo Mandolini e Adelelmo Ruggieri), Manuel Cohen (con una nota di Danilo Mandolini), Enrico De Lea,
Evelina De Signoribus, Stelvio Di Spigno ed Eva Taylor. Collage Cesare Pavese. Riproduzioni di immagini di
Sauro Marini e di un’opera di Adriano Spatola.
ARCIPELAGO itaca sesta apparizione. Un brano dal discorso di Eugenio Montale pronunciato in occasione
dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura del 1975, un ricordo di Ferruccio Benzoni (con un articolo
di Francesco Magnani, un’intervista all’autore a cura di Gabriele Zani e una poesia di Francesco Scarabicchi),
Cristina Babino (con una nota di Danilo Mandolini), Francesco Accattoli, Guglielmo Peralta e Lucilio Santoni.
Inediti di Narda Fattori. Collage Arthur Rimbaud. Riproduzioni di opere di Agostino Perrini e di Emilio Tadini.
Commento all’opera di Agostino Perrini a cura di Marco Frusca.
ARCIPELAGO itaca settima apparizione. Un ricordo di Giovanni Giudici (con brani da una nota commemorativa
di Goffredo Fofi), Alessandro Moscè (con una nota di Danilo Mandolini), Marco Ercolani, Fabio Franzin,
Mariangela Guàtteri e Annalisa Teodorani. Inedito di Giovanni Commare. Collage William Butler Yeats.
Riproduzioni di immagini di Mario Giacomelli.
ARCIPELAGO itaca ottava apparizione. Un ricordo di Claudia Ruggeri (con un saggio di Stelvio Di Spigno),
Alessandra Cava e Natalia Paci (con note di Danilo Mandolini), Patrizia Cavalli, Gian Maria Annovi, Luca
Ariano e Anna Ruotolo. Inediti di Mauro Barbetti e Renata Morresi. Collage Giuseppe Ungaretti. Riproduzioni
di opere di Luigi Bartolini.
Per effettuare il download delle ultime apparizioni di ARCIPELAGO itaca: www.arcipelagoitaca.it/download.
Per ricevere, a ½ e-mail, tutte le apparizioni di ARCIPELAGO itaca, inoltrare relativa richiesta a
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Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
Costantino Kavafis, Itaca
La piccola immagine in basso a destra nella seconda di copertina e in alto a sinistra nella terza di copertina raffigura la
sagoma dell’isola di Itaca.
Ungaretti
Bartolini
Morresi
Barbetti
Ruggeri Mandolini Di Spigno Cava
Cavalli Paci Ruotolo Annovi Ariano
ARCIPELAGO itaca: Danilo Mandolini - Via Mons. D. Brizi, 4 - 60027 Osimo (AN).
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