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Italia-Germania 9-4
"La Stampa" del 28 giugno 2012
"Stasera riprende la partita che non finisce mai. La storia, però, finora l'abbiamo fatta noi..."
Italia-Germania 9-4
Stasera riprende la partita che non finisce mai. La storia, però, finora l'abbiamo fatta noi.
Italia-Germania è una partita di calcio che per molti di noi dura da tutta la vita, tanto che ha finito per
assomigliarle un po’. La mia è cominciata un’estate di 42 anni fa. Sono quel bambino in corridoio, davanti alla
porta del salotto, con i piedi nudi per non fare rumore e l’occhio destro schiacciato contro il buco della
serratura.
Sono andato a letto alle dieci come da accordi: la semifinale della Coppa Rimet arriva a mezzanotte in diretta
via satellite dal Messico, ma domani a scuola c’è un esame, per cui è scattato l’emendamento Cenerentola. A
cena papà mi è sembrato nervoso, come se non fosse solo una partita. Io non so nulla dei tedeschi, mentre
conosco a memoria la formazione dell’Italia, riserve comprese. Anzi, soprattutto le riserve, dato che il mio
Poletti, terzino del Toro, per una evidente congiura è stato confinato in panchina. A una certa ora papà è
passato in stanza a controllare: dormivo come un pascià.
Naturalmente facevo finta. Sono bravissimo a simulare sospiri profondi che insaporisco con gorgoglii da
orsacchiotto. Appena lui ha acceso il televisore del salotto, chiudendosi la porta alle spalle per non svegliarmi,
sono sgattaiolato in postazione e ora eccomi qua, con l’occhio destro nel buco della serratura. Sono agitato e
felice come ogni peccatore. Attraverso la toppa intravedo papà in poltrona con gli amici, ma si alzano quasi
subito per abbracciarsi: ha segnato Boninsegna. Io resto impassibile e penso a Poletti, in panchina a non fare
niente. Almeno sta più comodo di me. La partita è una noia, il telecronista Martellini ha la voce di un
ghiacciolo alla menta e a metà del primo tempo mi addormento contro lo stipite. Quando mi sveglio, si
addormentano le gambe: prima una e poi l’altra. Uno strazio. A distrarmi sono un paio di scatti di Mazzola,
indovinati nel televisore in bianco e nero, e le mie fughe in camera ogni volta che papà o i suoi amici escono
dal salotto per andare in bagno. Finché calcolo male i tempi e papà mi sorprende in mezzo al guado con
addosso la canottiera di Paperoga. «Che ci fai sveglio a quest’ora?». «Ho avuto gli incubi». Uno si
materializza subito: è Schnellinger, una specie di Poletti tedesco, che pareggia in scivolata all’ultimo minuto.
Papà è così sconvolto dai tempi supplementari che si dimentica di me. Mi siedo sulla punta del divano e sbatto
gli occhi furiosamente: è entrato Poletti! Mentre fantastico sul suo gol in rovesciata che ci renderà entrambi
immortali, il mio eroe scambia la palla per una saponetta e la fa scivolare verso il centravanti tedesco Gerd
Muller, il quale ringrazia e starnutisce con i piedi il golletto del 2 a 1. Il mio primo pensiero è: domani non
esco di casa, altrimenti gli juventini mi sbranano. Ma il secondo è per papà: è diventato bianco, lui che non si
emoziona mai. Non so perché i tedeschi lo agitino tanto. Lo zio mi ha raccontato che da ragazzo papà ha fatto
il partigiano, ma non ho capito bene cosa voglia dire. So solo che, quando d’estate andiamo dai parenti in
Romagna, se all’ombrellone o al tavolo accanto c’è un gruppo di «crucchi» lui smette immediatamente di
parlare. E quando quelli cominciano a ridere o a cantare in coro è come se una nuvola di ricordi gli
attraversasse lo sguardo. Allora mi prende per mano e dice: andiamo via. Stanotte i tedeschi sono soltanto nel
televisore, eppure papà mi prende per mano lo stesso e dice: vai a letto. Ma la storia non è d’accordo e
accelera all’improvviso. Omini scuri danzano sullo schermo lattiginoso. Fantasmi memorabili. Pareggia
Burgnich, un terzino che non aveva mai tirato in porta in vita sua. Poi Gigi Riva ci riporta in vantaggio,
«gonfiando la rete come se l’avesse investita uno squalo», leggerò anni dopo nella prosa immaginifica di
Gianni Brera, che ricopiavo tre volte al giorno sul mio quaderno di liceale nella speranza folle di imparare a
scrivere come lui.
Al gol dello squalo, papà e i suoi amici lasciano in poltrona l’aplomb sabaudo e si mettono a cangureggiare
per il salotto. La memoria mi restituisce l’immagine di uno di loro che si aggrappa alle tende come Tarzan. Mi
siedo per terra davanti al televisore e quando la Germania batte un calcio d’angolo appoggio le mani sulla
porta degli azzurri per proteggerla. Forse imparo quella notte a illudermi che per modificare la realtà sia
sufficiente nasconderla a se stessi. Incurante della mia mano, il pallone precipita lentamente in rete, mentre un
omino piazzato dietro il mio mignolo si scansa di lato per lasciarlo passare. Gianni Rivera. Il mignolo gli avrà
coperto la visuale? Mi sento in colpa. Per lui, per Poletti, per papà che tira un cazzotto contro il tavolino di
marmo. Ma nessuno - credo nemmeno lui - pensa che possa finire così. E infatti non finisce, non finisce mai.
Neanche quando Rivera, al quale la dea Atena ha restituito la lancia (sempre Brera, naturalmente), vibra un
colpo chirurgico contro la porta di Maier e si inginocchia sull’erba come noi sul tappeto persiano. Papà mi
guarda con occhi sconosciuti, febbrili. «Andiamo a festeggiare?». La sua domanda è coperta dai clacson di una
città intera.
Italia-Germania 4 a 3. Ma non finisce, non finisce mai. A che minuto siamo? Dodici anni dopo, stesso salotto,
e domattina ho un altro esame da dare: diritto pubblico comparato. Per ripassare mi sono perso il concerto dei
Rolling Stones, che è andato in scena nello stadio davanti a casa. L’ho origliato malamente, cercando di
riconoscere «Satisfaction» in mezzo al frastuono. Il concerto è finito alle 7 e mezza, ma quando alle 8 meno un
minuto mi affaccio alla finestra durante gli inni nazionali, per strada non c’è già più un’anima: solo una 126
ritardataria che sfreccia nel nulla verso un televisore. La sensazione, stasera, è che la vittoria sia inesorabile.
Abbiamo battuto le imbattibili Argentina e Brasile, nessun panzer può fermarci. Neppure il rigore sbagliato da
Cabrini, per il quale, si saprà dopo, il presidente Pertini in tribuna ha invocato senza sorridere la fucilazione
sul posto. Il gol di Paolorrossi è una conferma, l’urlo di Tardelli una pallida replica di quelli lanciati da ogni
balcone del mio condominio. Gli anni di piombo stanno finendo davvero. Essere felici per una vittoria sportiva
non è più una colpa né un’ammissione di debolezza.
Ma non finisce, non finisce mai. Si aggiorna solo il tabellino. Dopo il 3 a 1 del Bernabeu, l’Italia è in
vantaggio 7 a 4. A che minuto siamo? Quell’estate in vacanza, all’insaputa di papà, corteggio una tedesca con
un viso dolce incastrato su spalle da mediano. Sa di cioccolato corretto al rum. A un certo punto mi intima:
«Now we make love», come se l’amore fosse una pratica da sbrigare o uno spread da limare. Per il resto è
molto romantica. Però non sa niente del 4 a 3. Dice che in Germania non ricordano le sconfitte. «Mica siamo
piagnoni come voi». Piagnoni, cara? «Now we make» altri due gol.
Certo, bisogna aspettare un po’, giusto quei ventiquattro anni che pure sembrano viaggiare molto più in fretta
dei dodici intercorsi fra la prima e la seconda sfida. Il bambino con l’occhio nella serratura adesso lavora nei
giornali e dalla sua scrivania osserva gli inevitabili supplementari. Quando Grosso attraversa il campo
scuotendo la testa dopo aver segnato il gol della vita, penso a come sarebbe contento papà e mi viene da
piangere, ma il raddoppio sontuoso di Del Piero e soprattutto la voce invasata e irresistibile di Caressa che in
tv urla «Andiamo a Berlino a prenderci la coppa!» strozzano il magone in un abbraccio caldissimo.
Italia-Germania 9 a 4, ma non è finita, non finisce mai. A che minuto siamo, stasera?
Massimo Gramellini
2012-06-28