Dispensa n. 2 Burocrazia e Sprechi

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Dispensa n. 2 Burocrazia e Sprechi
Dispensa n. 2
Burocrazia e Sprechi
1. Burocrazia
Nella precedente lezione abbiamo visto che le cause della crisi italiana sono diverse. Ora
studieremo le cause più interessanti quali: la Burocrazia, gli Sprechi degli Enti locali, della
Sanità, costi della Politica, Corruzione, Scandali e lo Stato Parassita.
1. La Burocrazia: costa alle imprese 30 miliardi all’anno. In Finlandia solo il 5% delle imprese ha
difficoltà ad ottenere credito dalle banche, in Germania è il 10%, invece in Italia è il 25% delle
imprese ad avere più difficoltà a stare sul mercato. Un imprenditore italiano impegna ben 260 ore
all’anno a verificare e pagare la sua cartella delle Tasse mentre gli altri ne impegnano meno di un
terzo e ciò lo rende meno competitivo. Le Tasse divorano il 65,8% dei profitti totali, contro il 41,3%
medio degli altri Paesi. Tutto ciò spiega il crollo della produttività italiana. Dal 2007 al 2013
l’industria manifatturiera tedesca ha creato oltre 50.000 posti in più, la Francia ne ha persi solo 350
e l’Italia oltre 600.000!. Chi ha provato ad affrontare la crisi chiedendo l’aiuto degli istituti di
credito ha picchiato il naso. Pesano oltre misura le formalità burocratiche imposte dallo Stato alle
imprese.
Le norme UE stabiliscono che le fatture per forniture alle ASL vanno pagate in 60 giorni massimo.
Ma la Asl di Catanzaro impiega 1.337 giorni (3 anni e mezzo), in Italia solo 5 Asl rispettano i
termini: Pavia (48 gg.), Medio Friuli (56 gg.), Milano (59 gg.) e Trento con 61 gg. Le peggiori oltre
Catanzaro sono Cosenza (1.177), Napoli (1.086), Campobasso (916), Reggio Calabria (905), ecc. In
Austria passano 80-90 gg., in Francia 240-350, in Germania 140-160.E’ chiaro che 2-3 anni di
ritardo nei pagamenti per un piccolo-medio fornitore possono significare una forma di eutanasia
finanziaria. Il totale del debito pubblico ammontava, nel 2014 a 90 miliardi e oltre la metà era
riconducibile alle Regioni e alle Asl e nel frattempo oltre 1.000 imprese hanno chiuso perché lo
Stato non pagava e contemporaneamente chiedeva il pagamento di tasse e contributi.
Per esempio a Catania l’impresa TECNIS 4 anni fa si aggiudicò i lavori per la nuova darsena del
porto per un valore di 74 milioni. L’Autorità Portuale aveva stipulato un mutuo e iniziò a pagare,
ma dopo un anno i pagamenti si bloccarono per un intoppo Burocratico, mancava una firma nel
mutuo e l’Autorità assicurò che il disguido sarebbe stato presto sanato e i lavori andarono avanti,
ma i pagamenti non ripresero. La società rimasta senza liquidità e con altri 26 cantieri si trovò in
grandi difficoltà finanziarie. Deve ricevere ancora 27 milioni ma di quei soldi non c’è più traccia e
quindi l’iter burocratico deve ripartire da zero. Ma nel frattempo il dirigente dell’Autorità è andato
in pensione ed anche il dirigente della Direzione generale del Trasporto marittimo è andato in
pensione e nessuno ha il potere di procedere. Il Ministero dice di aver sbloccato una decina di
milioni ma il resto non si sa dove trovarli ma nel frattempo la società non sa se sarà in grado di
andare avanti.
Uno dei tanti casi di Italia Inefficiente è quello che si verifica a Mazara del Vallo dove c’è un
Museo di una sola stanza, con un pezzo d’immenso valore “il Satiro danzante”, dotata di sei
telecamere per la videosorveglianza e ci lavorano in 25, di cui 18 custodi, più qualche dipendente
dell’impresa esterna di pulizie pagata a parte, perché i custodi non raccolgono neppure un
pezzettino di carta caduto per terra. Il sindaco ha chiesto alla Regione la possibilità di gestirlo con i
suoi dipendenti e far risparmiare più di 1 milione e garantire l’apertura per 365 giorni all’anno. Ma
la risposta è stata negativa, il contratto del personale (dei 25!) prevede che possono lavorare solo 17
domeniche e 4 festività all’anno, non hanno studiato la storia dell’arte, non conoscono alcuna lingua
straniera, non possono pulire i bagni, non possono scopare, non possono cambiare una lampadina.
La sopraintendente giustifica i suoi dipendenti, e per la lampadina devono farsela consegnare da
Trapani dopo una lunga procedura burocratica. Si riesce a tenerlo aperto solo con il personale del
Comune, ma non con quei 25. Quando la Regione non ha pagato l’impresa delle pulizie ci ha
pensato il sindaco, pagando i detersivi di tasca propria. Alla Cappella degli Scrovegni di Padova
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bastano quattro custodi. IL comune di Verona impiega quattro custodi, compresa la biglietteria, per
gestire l’Arena col suo museo, con 800.000 visitatori all’anno. Anche a Padova con quattro custodi
si sono avuti 240.000 visitatori.
Un tabaccaio a Milano per spostarsi di 40 metri, Via N. Bixio dal n. 10 al n.1 ha litigato per 8 mesi
con la burocrazia. Dopo aver traslocato ha dovuto combattere per tre mesi contro Monopolio, Sisal
e Comune per riprendere l’attività e non è ancora finito. Otto mesi per trattative, contratto,
registrazioni, misurazioni distanze con le tabaccherie vicine, due ispezioni della G. di F. e
finalmente lo stesso giorno che trasferisce l’attività invia a Sisal e Lottomatica la richiesta per
riaccendere i terminali per i quali paga la quota mensile nella nuova sede, utili non solo per i giochi
ma anche per pagare multe, ricariche telefoniche, ecc. Dopo tre mesi ha ricevuto l’autorizzazione
ma deve aspettare i controlli della Polizia. Inoltre al n: 10 poteva vendere i giornali ma non più nella
nuova sede, deve presentare ex novo tutti i documenti e aspettare ancora.
Il sindaco di Santa Lucia di Piave (Tv) deve lottare per cambiare 5 sciacquoni delle scuole
elementari, bastava richiedere alcuni preventivi e poi comperare quelli meno costosi a parità di
qualità, invece deve rivolgersi alla CONSIP (Centrale acquisti nazionali della P.A.). Per cui se li
comperava da una ditta del paese li pagava 39,55 € invece ha dovuto acquistarli a 94,98 €, il
doppio! Inoltre dei 28 milioni di varie tasse inviate a Roma nel 2014 NON è ritornato neanche un
centesimo, infine il “Patto di stabilità” impedisce al suo comune, che NON ha fatto debiti e che ha 4
milioni nelle casse di tesoreria non può usarli. Per costruire una pista ciclabile per 1 milione, di cui
400.000 della Regione e 600.000 il comune li ha (ha anche venduto una farmacia comunale) ma non
può toccarli. Inoltre lo Stato ha chiesto altri 12.000 € per il 2014 e l’anno prossimo nel vuole altri
200.000, ma tutte le proteste sono state inutili.
Ma anche nel settore sindacale non si scherza. Nella società Meridiana vi sono 10 sigle sindacali
ed è obbligata ad assumere 600 persone dopo 2 stagioni di lavoro part time. Invece nel Parlamento
ci sono ben 25 sindacati: 11 alla Camera per 1.400 dipendenti e 14 al Senato per 820 dipendenti
(una organizzazione ogni 58 dipendenti!) per cui è impossibile applicare lo Spending Review.
Per le discariche abusive la Corte di Giustizia della UE ci ha appioppato una multa salatissima,
inoltre la Corte ha revocato i Fondi europei alla Campania per i danni causati dai rifiuti e si corre il
rischio di un’altra multa di 229 milioni. Infatti in Campania sono state individuate ben 2.500
discariche abusive (solo tra Napoli e Caserta). La situazione disastrosa in Italia del sud è dovuta a:
incapacità degli amministratori, incoscienza della politica locale, enormi interessi e criminalità
organizzata. C’è anche la possibilità di un’altra multa di 800 milioni per l’obbligo di attuare i
depuratori ma per poterla evitare servono almeno 820 cantieri da aprire, in Calabria su 185 ne sono
stati aperti 5, in Campania 4 su 97. Per le quote latte si parla di una multa di 1 miliardo e 395
milioni perché lo Stato Italiano non si fa rimborsare dai produttori i soldi che l’Erario ha dovuto
pagare alla UE per le multe per cira 4,4 miliardi. A Bruxelles fanno fatica a capire perché gli italiani
non rispettano le numerosissime regole che noi stessi ci siamo dati (siamo il Paese con più leggi e
con il più alto tasso di illegalità). Vi sono 94 procedure di infrazione ma carico dell’Italia, una è
quella sui ritardi nei pagamenti della PA alle imprese e fornitori. Nei ultimi tre anni abbiamo
registrato il record delle truffe ( pari a 109 contro 51 della Germania), inoltre lo Stato avrebbe
dovuto recuperare dai beneficiari dei contributi UE per frodi e irregolarità una somma di ! miliardo
e 124 milioni e di essi ne ha incassato poche briciole ( il 6,5% circa).
La tassa peggiore che4 grava sulle imprese estere che vogliono investire è la Burocrazia: tempi
lunghi e stratificazione della burocrazia. Il Governo deve convincere gli investitori che l’Italia sta
facendo sul serio sulle riforme, specialmente della PA.
Perdiamo anche nel turismo, infatti in soli 10 anni siamo precipitati dal 1° al 18° posto nel turismo
mondiale. Come “Appeal” restiamo primi perché tutti sognano ancora un viaggio in Italia, per il
fascino delle ricchezze culturali, paesaggistiche, storiche, monumentali, per i nostri piatti e vini,
ecc. Sul rapporto prezzi/qualità siamo scesi in soli due anni da 28° al 57° posto. Il Governo non fa
nulla per il turismo, solo rari accenni nello “Sblocca Italia”. Eppure l’Italia ha ricavato dal turismo il
4,2% del Pil e con l’indotto arriva al 10,3% eppure il turismo occupa a 1.106.000 addetti ( dieci
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volte della chimica) e con l’indotto arriva a 2.619.000, più di un 1.000.000 dei metalmeccanici.
Inoltre il Ministero dell’Economia non ha mai stampato un articolo sul turismo e così anche la
Camusso ha citato una sola volta, su 4.988 il turismo, per la CGL ci sono solo metalmeccanici,
chimici, pensionati…con appena il 14% degli occupati! E’ stato abolito il Ministero alle Deleghe
alle Regioni, i pasticci sull’ENIT, al sito “Italia.it” furono stanziati 45 milioni, soldi buttati. Non
abbiamo un’adeguata strategia, non sappiamo raccontare in modo giusto il nostro prodotto, manca
una grande campagna di comunicazione web, manca un’operazione di marketing per rilanciare il
turismo. Ma non basta far conoscere i nostri tesori li conoscono già tutti, ma in rapporto qualitàprezzo ha perso 30 punti perché i turisti non sono stupidi, perché se si sentono bidonati non tornano
più e scoraggiano gli amici e parenti. Numerose statistiche fanno emergere una cattiva gestione
politica, 24° posto, poco attrattivi per investimenti, 28° posto, infrastrutture insoddisfacenti 23°
posto, intolleranza 23°, scarsa tecnologia 23°, qualità della vita sempre più bassa 25°, ecc. Nella
gestione delle nostre ricchezze paesaggistiche siamo al 53°, nell’applicazione delle norme
ambientali 84°. Nel 2005 eravamo primi assoluti, nel 2007 siamo al 5° nel 2011 al 10° e nel 2014 al
18°. Insomma la nostra reputazione è a pezzi e non si fa nulla, neppure chiacchere. La GB incassa
dal turismo 40,6 miliardi di $ noi appena un po’ di più 43,9, fra poco ci superano, eppure abbiamo
50 siti Unesco, loro appena 17, per non dire delle Dolomiti, Costa Smeralda, Riviera Sorrentina, del
cibo e vini dove non c’è confronto. Loro sono al 4° e noi al 28°. Da loro il turismo pesa per il 10,5%
del Pil e 4 milioni di addetti. Il nostro sito web ufficiale Italia.it è in 5 lingue e il loro in 10.
Altro esempio di stupida burocrazia l’abbiamo con il treno per Malpensa. Una linea ferroviaria
lunga 17 km, metà in Svizzera e metà in Italia, stessa ditta costruttrice con l’impegno di finirla per
l’Expo 2015. Il tratto elvetico è stato inaugurato il 26/11/2014 e da dicembre è entrato in servizio. In
Italia, se va bene, sarà pronto per il giugno 2017. Si tratta della ferrovia Arcisate –Mendrisio, un
bypass per unire Lugano e Malpensa. Scavando nel tratto italiano è stato trovato dell’arsenico, che
stava lì da secoli, sul quale per secoli sono state costruite case e strade. All’improvviso si blocca
tutto, per 2 anni liti tra la RFI (Rete Ferroviaria Italia) e la ICS (Impresa costruzioni) eppure anche
in Svizzera è stato trovato l’arsenico e i lavori li ha fatti la stessa ICS, ma il problema lì è stato
risolto con due mail, invece in Italia le cose non sono così semplici: contratto rescisso, nuovo
appalto e poi forse i lavori riprenderanno (se ne parla per giugno 2015). Ora sono al 45% dei lavori,
terre da scavo non ancora smaltite, operai licenziati e risoluzione del contratto “consensuale”.
Sulla carta abbiamo regole minuziose e controlli, però nella realtà assenza di regole e di controlli.
Non c’è opera pubblica che non sia scandita da varianti infinite, ricorsi al Tar e al Consiglio di
Stato, arbitrati nei quali lo Stato finisce per soccombere. Non facciamo le opere pubbliche
necessarie, gli studiosi hanno calcolato una perdita di 278 miliardi per mancanza di infrastrutture.
Aggiungiamoci anche le opere pubbliche mai completate che stanno marcendo, ne sono state
censite 395, di cui ben 150 in Sicilia e ci si chiede se l’Italia è in grado di realizzare opere pubbliche
importanti. Per esempio il Ponte sullo Stretto di Messina, infrastruttura controversa per le opinioni
discordi, il cui progetto e studio è costato 350 milioni e con le penali si arriverà ad 1 miliardo. Un
rapporto internazionale ha stabilito che l’Italia è il Paese più corrotto d’Europa, sullo stesso
gradino di Romania, Grecia e Bulgaria. C’è una infrastruttura che si regge su un consenso locale:
dirigenti di partito, di associazioni di categoria, di sindacati, banche e fondazioni, di università. La
gran parte di questi soggetti vive gestendo le risorse pubbliche, creando un reticolo di soggetti che
occupano posizioni di responsabilità e che non si accorgono delle anomalie (una cooperativa di
Roma è passata in pochi anni da 3 a 60 milioni di fatturato), ma essi devono essere “discreti” perché
legati alle alleanze e fedeltà e che sono stati messi lì non per competenza o per il merito. Perciò si
tace, facendo finta di non vedere, perché se denunci ti marginalizzano, ti espellono dal gruppo
dirigente. Ma spesso si insinua anche la malavita. Non serve a nulla introdurre norme, procedure,
controlli, ecc. come se ne esce? Luigi Sturzo 100 anni fa scrisse di ridurre drasticamente le risorse
collettive, cioè si deve privatizzare, eliminare la selva di società partecipate per liberare risorse ed
eliminare il sottobosco inutile. In uno Stato ordinato tutto ciò non doveva accadere, non doveva
arrivare al giudice penale, doveva essere impedito
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Dalla logica di una buona amministrazione, poi doveva essere corretto dalla logica dei controlli di
qualità.
Costi della Politica. i costi della politica diretti e indiretti ammontano a circa 23,2 miliardi di euro
tra funzionamento e organi istituzionali, società pubbliche, consulenze, ecc. che pesa per 1,5% del
PIL. Sono oltre 1 milione e100 mila le persone che vivono direttamente o indirettamente di politica,
pari al 5% del totale degli occupati nel nostro Paese. Un esercito al cui vertice ci sono oltre 144.000
tra parlamentari, ministri, sottosegretari e amministratori locali (1.270 presidenti, assessori e
consiglieri regionali), 3.446 provinciali, 138.834 sindaci, assessori e consiglieri comunali. Poi ci
sono 24.000 consiglieri di amministrazione delle società pubbliche, altre 45.000 negli organi di
controllo, 39.000 di supporto degli uffici politici. Inoltre 324.000 persone di apparato (portaborse,
collaboratori dei gruppi parlamentari, segreteria dei partiti, ecc. 545.000 consulenti e incaricati.
Tutti soldi buttati al vento e tutta gente che non produce nulla, inutili! Infine il Comune di Senago
ha chiesto alla Procura di verificare fatti e provvedimenti relativi alla realizzazione delle vasche di
laminazione. In esso era previsto di costruire grandi “piscine” in cemento, in grado di accogliere
migliaia di metri cubi d’acqua del Seveso in presenza di grandi precipitazioni ed evitare
l’esondazione del fiume con allagamento di intere zone di Milano. Ci troviamo davanti ad un altro
NO alla richiesta di ospitare un’opera di utilità “allargata”, un ennesimo esempio di NIMBY (Not in
my back yard). Il copione è sempre il medesimo per inceneritori, discariche di rifiuti, depuratori di
acque reflue, infrastrutture stradali, ecc. Il Nimby si verifica quando qualsiasi opera incontra
l’opposizione di chi vi abita perché non è utile a loro! Anche la vasca antiesondazione spacca i
comuni del Lambro. Pronti i progetti e i soldi, ma crescono i NO. Si tratta di una vasca di 900.000
metri cubi tra Inverigo-Nibionno e Veduggio per evitare che Monza e i Comuni brianzoli finiscano
sott’acqua. La Regione la finanzierebbe con 5,2 milioni, il Parco Lambro di Triuggio gestirà la
realizzazione, sono d’accordo i sindaci dei vari Comuni. Sono invece contrari gli ambientalisti e gli
abitanti del comune di Inverigo perchè avrebbe l’impatto ambientale. Ma l’opera è fondamentale
per contenere le piene del fiume. E’ in corso di realizzazione un condotto sul lago di Pusiano e una
futura vasca di laminazione da 1,4 milioni di metri cubi a Costa Masnaga e il Lambro non dovrebbe
più costituire un pericolo. Gli ambientalisti non accettano le compensazioni ambientali promesse3
perché nella cassa di espansione sono previsti argini alti 3 metri.
EXPO. Nel 2000 l’Expo fu affidata ad Hannover ed oggi la dimostrazione del fallimento è
dimostrato dallo scheletro del padiglione olandese, 3 piani con tetto in legno e dei mulini a vento,
ridotti a rifugi di tossici e di senza casa, periodicamente incendiato. Era partita male, fin dal
principio metà abitanti era contraria (500.000 abitanti complessivi), si aspettavano 40 milioni di
visitatori ma ne arrivarono solo 18 milioni, spendendo per costruirla 70 miliardi di lire di allora,
oggi è metà un centro direzionale che alla sera si svuota e per metà Ghost-Town. Restano in piedi
solo i padiglioni di Spagna, Turchia e Lituania oltre al fantasma olandese. Quello italiano doveva
essere smontato e regalato alla Fiera di Bari, ma poi sparì perche ci volevano 12 milioni di euro per
rimontarlo, al suo posto oggi c’è l’Ikea. C’è ora una scuola universitaria, il museo dell’Expo (aperto
solo la domenica), qualche bar e niente altro. Farà la stessa fine l’Expo di Milano?
Le grandi opere che l’Italia non sa più costruire. Negli anni 60 le opere pubbliche cominciarono
a diventare la greppia per politici, affaristi e di malaffare, più che la loro utilità interessavano i soldi
che potevano far girare. Memorabile è la vicenda dell’Autostrada Salerno – Reggio Calabria iniziata
nel 1963 che passava nel collegio elettorale del ministro dei lavori pubblici Giacomo Mancini. E’ da
qui che si deve partire per capire la nostra incapacità di costruire opere pubbliche. L’Autostrada del
Sole fu realizzata in poco più di 8 anni, 94 km all’anno, al costo (in euro attuali) di 4 milioni di € al
km, per complessivi 974 km. Invece per la Salerno-Reggio Calabria di 443 km ci vollero 11 anni
(ma non era una vera autostrada, ma una semplice statale) e costava 5,5 milioni al km, poi nel 1997
si iniziò il suo rifacimento e sarà completato dopo 20 anni, ma ad un costo di oltre 25 milioni al km!
La famosa Variante di Valico, il nuovo tratto appenninico dell’Autostrada del Sole, di cui si parla da
oltre 20 anni non è ancora percorribile. Inoltre il costo medio di 1 km di Alta Velocità Ferrovie in
Italia è il triplo rispetto alla Spagna, alla Francia e al Giappone (per vari motivi, tra cui le
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compensazioni imposte dai Comuni attraversati dai binari), per non parlare poi dei tempi, per la
TAV. in Italia ci sono voluti 20 anni (nel 2012 ne avevamo 876 km contro i 2.125 km della Francia e
le 3.230 della Spagna, anche se la prima tratta europea di alta velocità fu degli anni 70: la
Direttissima Roma-Firenze. Tempi lunghi, costi assurdi, procedure complicatissime, spese
faraoniche ma anche CORRUZIONE!
2. REGIONI – SPRECHI, DISORGANIZZAZIONE E CORRUZIONE
Dopo la fine della seconda guerra mondiale l’Italia dovette far fronte alle ambizioni di Paesi che
accampavano diritti su una parte del suo territorio nazionale. La Francia, con un colpo di mano,
cercò di impadronirsi della Valle d’Aosta e di organizzarvi un referendum, la Jugoslavia cercò di
fare altrettanto con il territorio di Trieste. In Sicilia nacque un movimento secessionista in cui
qualche fantasioso personaggio sperava addirittura che l’isola diventasse un’altra stella della
bandiera degli USA. Nella fase più pericolosa l’Italia fu aiutata dagli Alleati, Truman (Presidente
degli USA) costrinse Parigi a ritirare i propri soldati dalla Valle d’Aosta, i neozelandesi e inglesi
intimarono alle truppe di Tito di abbandonare Trieste. Alcide De Gasperi (trentino) negoziò per il
Trentino e l’Alto Adige con l’Austria che aveva colpe più gravi delle nostre da farsi perdonare. Ma
le richieste di autonomia erano genuine e così nacquero le prime Regioni a Statuto Speciale e tra
di esse vi rientrò anche la Sardegna per soddisfare una sua vecchia aspirazione. Ora non è
certamente facile tornare indietro, forse sarebbe ragionevole correggere lo Statuto Finanziario di
queste Regioni e ridurre la quota di reddito prodotto localmente che ciascuna di esse è autorizzata a
conservare nel proprio bilancio. Ma allora verrebbe in discussione il problema di due Regioni che
presentano caratteristiche opposte. Il Trentino Alto Adige sosterrebbe, a ragione, di avere fatto un
uso impeccabile del denaro pubblico. La Sicilia, malauguratamente, non potrebbe dire altrettanto,
ma potrebbe dire al governo (sottovoce) che esiste ormai nell’isola una folta schiera di pubblici
dipendenti e privati cittadini che dipendono dal bilancio regionale. Questi “rentiers”, come erano
chiamati un tempo tutti coloro che vivono di rendita, sono elettori. Quanti partiti italiani sono
disposti a privarsi dei loro voti?
Le Regioni ordinarie rimasero nel cassetto della DC dal 1948 al 1970 e poi furono scongelate
aggiungendosi a quelle a Statuto speciale per accontentare l’onda comunista e federalista. Nacquero
nuovi notabili, nuove classi di burocrati, nuove onde normative. Qualche decennio dopo, la sinistra
dalemiana con la legge Bassanini del 1997 attuò il federalismo con un massiccio trasferimento di
risorse alle regioni e poi nel 1999 un’altra legge stabilì che i Ras locali venivano eletti dal loro
popolo e infine nel 2001 si crearono 20 piccoli Stati, 20 diverse Sanità, 20 idee di turismo in
conflitto tra loro, 20 centri di spesa e sperpero dei nostri soldi. Dopo questa babele il 60% degli
italiana detestano le Regioni e il 30% invece vuole che la propria Regione si separi dall’Italia. Renzi
dovrebbe abolirle tutte! Sono state eliminate le Province (ne siamo sicuri?), ora ci sono le Regioni a
rischio di fallimento per bilanci e sanità incontrollabili, nel 2012 sono cadute le giunte della Sicilia
e del Lazio, debito, corruzione e sprechi fluiscono ovunque. Il federalismo è in crisi per le malefatte
dei suoi protagonisti, le aspettative erano diverse, si pensava che dare maggiori funzioni e poteri ai
governi regionali avrebbe riavvicinato i cittadini e istituzioni. Nel frattempo le Regioni hanno
duplicato i loro debiti sciupando l’autonomia acquisita. Le Regioni sono arrivate a minacciare la
rivolta di fronte alla prospettiva di tagli alla Sanità. Il taglio delle spese regionali non può essere
fatto facendo di tutta l’erba un fascio, e certi tagli sconsiderati possono creare danni superiori al
risparmio mettendo a repentaglio servizi essenziali. Molte Regioni hanno raggiunto un livello di
spesa pubblica in rapporto alla qualità dei servizi insostenibile, cioè sono un autentico “Buco nero”.
Dal 2000 al 2010 la loro spesa ha superato i 200 miliardi di €. Con un incremento del 75% (del
45,5% oltre l’inflazione). Il trasferimento di competenze dallo Stato centrale alle Regioni avrebbe
dovuto ridurre il Bilancio statale, più spese in periferia, dunque meno spese al centro. E’ accaduto
invece il contrario perché all’esplosione delle spese periferiche ha corrisposto un ulteriore aumento
di quelle centrali. Ovvio che per alimentare una macchina impazzita, capace di ingoiare 245
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miliardi in più rispetto a 10 anni prima la pressione fiscale sia andata letteralmente alle stelle. Si
osserva inoltre che la spesa regionale è per circa 50 miliardi per il Servizio Sanitario, che purtroppo
in gran parte dell’Italia non è certo migliorata in proporzione. L’ultima inchiesta ha evidenziato un
rischio per la salute triplo al Sud rispetto al Nord e sprechi incredibili, perché il problema non è solo
quanti soldi si spendono, ma come. Perciò nel stabilire i tagli occorre ricordare questi elementi.
Sono 770.000 gli italiani che lasciano la propria Regione in cerca di cure, di ricoveri, che hanno
comportato quasi 2 miliardi di spese nel dare/avere tra Regioni. Una spesa che è cresciuta di oltre
250 milioni per cure di alta specialità, l’eccellenza, cure più ricercate e più costose. Questa massa
parte da Roma in giù e va al Nord (82.000 dalla Campania, 59.000 dalla Calabria, 58.000 dalle
Puglie, ecc.). La Lombardia riceve circa 150.000 da altre Regioni, 111.000 l’Emilia, ecc. ed ogni
ricovero ha un costo medio di 3.500 €, ma quelli fuori regione valgono oltre 5.200 €.
L’Italia è stata divisa in 20 staterelli. Quasi tutti i governatori eletti nel 2010 sono stati spinti alle
dimissioni, 300 consiglieri regionale sono fini sotto inchiesta. Il presidente della regione Calabra
Scopelletti si è preso 6 anni per abuso e falso, lasciando nei bilanci delle voragini; in Emilia è
scoppiato “Rimborsopoli”con 42 avvisi di garanzia ai consiglieri , ecc. Dopo ci si meraviglia
dell’astensionismo! Anche alla Regione Lombardia abbiamo avuto casi di consiglieri indagati.
Pochi giorni fa 4 consiglieri regionali sono stati condannati a risarcire 113.000 €. In precedenza
erano stati condannati altri 7, mentre 6 hanno risarcito 133.000 € e non saranno processati. In tutto
sono 64 rinviati a giudizio per peculato per aver utilizzato i fondi regionali per “ristoranti, bar,
generi alimentari, PC, taxi, spese telefoniche, cosmetici, ecc. che non possono essere considerate
spese di “rappresentanza”.
Dall’esame dei bilanci delle Regioni emerge che la spesa per la “Protezione ambientale” è pari a
quella per le “Indennità dei consiglieri e assessori”, cioè 1,1 miliard1. Le spese per la gestione
delle foreste conta appena 758 milioni, per gli acquedotti e fogne solo 830 milioni, invece per il
personale si sono spesi 6 miliardi e 7 per gli acquisti. Ma questi valori sono in continua discesa: per
ambiente dal 2009 -39%, per le foreste – 19%, per acque e fogne – 58%, mentre per la politica sono
salite del 36%! Ma la spesa per gli investimenti, necessari per lo sviluppo, è scesa del 11,3%!!
Mezzo secolo fa degli incoscienti accolsero un gruppo di studiosi scesi a Montemarcello (Liguria)
per opporsi alla lottizzazione degli stupendi declivi gridando ”meno sentimentalismo e più
cemento!”. Lo scrisse Indro Montanelli, raccontando furente la cecità con cui stavano seppellendo
la Liguria sotto il calcestruzzo. Stanno venendo al pettine nodi lasciati per decenni irrisolti. Sul
fronte economico e sindacale, sul fronte delle periferie bruttissime e progettate come “case-canili”.
Per troppo tempo il nostro Paese è stato “sgovernato”, ignorando quanto già avvertiva Leonardo da
Vinci “L’acqua disfa i monti e riempie le valli”. Dando la colpa alle alluvioni, alla malasorte o
addirittura alle streghe, come nel 1493 quando i mantovani bruciarono viva una poveretta accusata
di una piena del Po. Pretendendo di imprigionare le acque come a Messina dove 52 torrenti del
territorio comunale sono stati per la metà intubati e tagliando i fondi per il rischio idrogeologico.
Dobbiamo tornare a governare la nostra terra. Perché riparare i guasti con un grande progetto e
grandi investimenti potrebbe essere l’occasione per superare la crisi. Non basta vantarci di avere più
siti Unesco di tutti: abbiamo l’obbligo di meritarceli. Dobbiamo guardare indietro per capire la
lezione e non fare più gli stessi errori, basta rileggere un passaggio del libro “La colata” di Sansa
dove si racconta che una notte, a Sanremo, una zona classificata come “frana attiva”, con voto
unanime, venne dichiarata edificabile e rimase famosa la frase dell’UDC Luigi Patrone “Io voto si,
ma da quelle parti i bambini non ce li porto a giocare”. Era già tutto scritto. Su oltre 8.000 km di
coste nel 66 Antonio Cederna denunciava “più della metà sono da considerarsi perduti in quanto
ridotti ad agglomerati urbani, squallidi e ininterrotti. Nella Riviera di Ponente su 175 km di costa
restano soltanto 900 metri di spiaggia libera. In quel lontano 66 Indro Montanelli scriveva “gli anni
del boom passeranno alla storia come quelli della sistematica distruzione dell’ex giardino d’Europa,
perché i miliardi iun mano agl’italiani sono più pericolosi delle bombe atomiche in mano ai Bantù.
Da Bocca di Magra al confine francese, per 300 km è un bagnasciuga di cemento”.
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Vent’anni dopo la riforma Dini possiamo accettare che un consigliere regionale di 50 anni vada in
pensione dopo una sola legislatura di appena 3 anni prendendo il doppio di un operaio che ha
lavorato per 42 anni e 1 mese? E’ UN INSULTO! E a nulla vale parlare di “Diritti acquisiti”. Inoltre
ignorando il decreto Monti che vietava Vitalizi prima dei 66 anni e con meno di 2 legislature, è
passato un cavillo maligno che ha lasciato tutto come prima. I consiglieri del Lazio mandati a casa
dagli scandali hanno incassato nel 2013 (oltre alla liquidazione) pensioni stratosferiche rispetto ai
modesti contributi pagati (l’ex assessore M. Mattei versò in tutto 60.000 euro e prende 2.467 netti al
mese e se arriverà a 80 anni prenderà in tutto 1.84.988 €. e così per gli altri. Per esempio Lilia
D’Ottavi ha la pensione dopo essere rimasta in consiglio un anno solo. Perciò come cittadini
dobbiamo chiedere al governo di eliminare tutti quei privilegi (certe pensioni di 91.337 €. al mese!)
eppure la Corte Costituzionale nel 1999 riconobbe al legislatore “può emanare norme con efficacia
retroattiva purchè la retroattività sia giustificata sul piano della ragionevolezza”. E cosa c’è di più
ragionevole che abolire un’offensiva ingiustizia? La Regione Lombardia, per risparmiare oltre
500.000 € l’anno, nel settembre 2014 ha emanato un provvedimento per tagliare del 10% i vitalizi
dei consiglieri regionali ed inoltre la pensione (il vitalizio) sarebbe stata erogata al raggiungimento
del 66esimo anno di età, invece che ai precedenti 60 anni Immediatamente i 54 interessati hanno
annunciato ben tre ricorsi: al Tar, alla Magistratura ordinaria e alla Corte dei Conti, perché il
provvedimento lede i loro “diritti acquisiti”. Inoltre tra loro ci sono alcuni soggetti indagati dalla
Magistratura ed arrestati e anche condannati, ma ciò per loro non conta! Diversi nomi sono molto
noti alla gente: Giampiero Borghini.ex sindaco di Milano, Mario Capanna, Giulio Boscagli
(cognato di Formigoni), Giuseppe Giovenzana ex presidente della Region, Antonella Maiolo, ecc.
Loro non si considerano una “Casta” che non vuole rinunciare ai suoi privilegi, ma in questi
momenti di crisi dovrebbero dare anche loro un segnale invece di nascondersi dietro la solita solfa
dei “diritti acquisiti”.
La mania regionale di farsi ognuna la propria politica estera con tanto di ambasciate e consolati
porta a un inutile e talvolta indecente spreco di risorse ed energie umane. La Campania ha speso 1,4
milioni di dollari l’anno per affittare un lussuoso appartamento a New York dove organizzare
conferenze in lingua italiana. Il vice presidente del consiglio regionale Lazio si è recato dal Sultano
di Ternate e del Maraja di Giacarta (a far che?). Il governatore del Piemonte è stato in Giappone con
una delegazione per “rafforzare il made in Piemonte nel mondo”, abbiamo un centro dell’Umbria
creato per promuovere l’internazionalizzazione delle imprese umbre, ecc. Tutte attività che costano
e hanno scarsa utilità. Nel periodo 2009 – 2011 le Regioni spendevano 939 milioni l’anno per la
promozione e contemporaneamente l’Italia crollava al 5° posto per presenze di turisti esteri, al 6°
posto per fatturato e al 26° per competitività. Siamo un Paese che potrebbe in gran parte vivere di
turismo, invece ora ne ricava solo il 4,1% del Pil, per non parlare del Mezzogiorno che ha incassato
in tutto solo 4 dei 32 miliardi portati dai visitatori esteri.
L’Italia ha 50 siti Unesco, la Francia ne ha 38, la Germania 39, 43 la Spagna. 46 la Cina, siamo in
vetta. Però Parigi ha fatto sapere che se si va avanti così qualche riconoscimento verrà revocato. Il
Mezzogiorno ne ha 18, uno in più della Persia o della Grecia e sol 3 in meno di tutti gli USA, la sola
Sicilia ne ha 7 superando la Siria o il Siam (isole Eolie, Villa Casale di Piazza Armerina, il Barocco
della Val di Noto, l’Area archeologica di Agrigento, il Vulcano Etna, lo Zibibbo di Pantelleria,
Siracusa e Pantalica) e mancano Palermo, Segesta, Selinunte, Taormina (ma attaccata dai
cementifici). Ma con tutto questo in Sicilia c’è il crollo del turismo con 6 milioni di presenze
straniere, contro gli 8 della Campania, i 9,5 dell’Emilia, i 19 della Lombardia e gli oltre 40 del
Veneto. Un disastro anche negli incassi pari a 1,1 milioni €, un trentesimo dell’incasso complessivo
nazionale. E quali sono le Cause? Trasporti pessimi, infrastrutture scadenti, alberghi indecorosi o
splendidi ma carissimi, musei e siti archeologici spesso chiusi il sabato e la domenica per balordi
accordi sindacali sulle festività, incapacità di far fronte al mercato turistico sul web, infatti la
visibilità dei musei siciliani è per il 26% accettabile o buona, per il resto scarsa o inesistente ed
inoltre sono in poche lingue internazionali. Parigi non capisce come i politici siciliani non riescono
a gestire il patrimonio dell’isola in maniera corretta, anzi non lo gestiscono affatto perchè non riesce
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neppure a spendere i pochi finanziamenti che arrivano (per Pantalica sono stati ottenuti oltre 1
milione per la promozione del sito e non si riesce a spenderlo perché manca il personale per
aprire le buste degli appalti!!!). Il Teatro di Siracusa, monumento di immenso valore storico, il più
bello e importante dei Teatri greci è al centro di una dura polemica sulle responsabilità per i ritardi
di un restauro deciso nel 2006, ma da allora tutti i tentativi di avere finanziamenti sono andati a
vuoto. Nel 2011 un dossier denunciava con parole allarmate lo stato disastroso in cui si trovava.
Sono anni che governi e ministri vari parlano della necessità che il Sud investa massicciamente nel
turismo, ma non se ne fa niente in realtà. Il turismo sta avendo un boom mondiale senza però che il
Meridione riesca ad intercettare qualche viaggiatore in più, la Sicilia è il simbolo della disfatta
turistica. Nel mese di luglio i voli charter sulle Baleari furono 14 volte superiori a quelli sulla Sicilia
(Palermo, Catania, Trapani e Comiso). Quale sarebbe il bilancio di Modica, ricca di bellezze
barocche, se si trovasse in Francia o negli USA con una amministrazione appena oculata? Con le
bellezze di Ibla, Ragusa, Scicli, Noto, Catania, siti archeologici…quel mare e quella cucina! Com’è
possibile che la Sicilia sia una delle Regioni più depresse d’Europa? Forse anche per
l’irresponsabilità incivili e per gli affronti violenti della popolazione che ci vive.
Spiace dirlo, ma non è con riformicchie come quella annunciata dal ministro del turismo che si
rimedierà all’obbrobrioso sperpero di potenzialità che due terzi d’Italia perpetrano ai propri danni
trascurando l’enorme patrimonio di cui disponiamo. Dal 71 con la demenziale istituzione delle
Regioni è stata trasferita dal centro alla periferia la prima industria italiana rimettendola spesso ai
deliri inconcludenti e agli intrallazzi di assessori e sindaci. Anche gli ultimi dati confermano che le
località che tirano sono sempre e invariabilmente Roma, Venezia, Firenze e Milano. Tutto il Sud,
comprese Capri e Pompei, con l’intera Puglia, Calabria e Sicilia non eguaglia la sola Toscana. Uno
scempio. La sesta riforma in 10 anni non produrrà frutti: le due direzioni del ministero (cultura e
turismo) dovranno lavorare insieme, nascerà una nuova direzione dei Musei e 17 poli museali
diventeranno più autonomi. L’unica strada giusta sarebbe quella di togliere dalle grinfie delle
regioni poteri e denari sul turismo e varare un unico piano nazionale di promozione e sviluppo che
riporti l’Italia al primo posto dov’era stato per 40 anni. Come? Incentivando fiscalmente il settore e
attuare seri controlli, coordinando la promozione sul web, sorvegliando i livelli di qualità e di
prezzo, trasformando o sostituendo le maestranze svogliate e dissuasive che allignano nella
maggioranza dei musei, pinacoteche, parchi archeologici (vedi Pompei) con gente seria, preparata
nel settore e che sappia fare ed ami il suo lavoro. Perciò meritocrazia e qualche licenziamento,
anche se la Camusso non ci sta. Ma certamente non come pensa di fare il governo!
L’Italia è stata divisa in 20 staterelli. Quasi tutti i governatori eletti nel 2010 sono stati spinti alle
dimissioni, 300 consiglieri regionale sono fini sotto inchiesta. Il presidente della regione Calabra
Scopelletti si è preso 6 anni per abuso e falso, lasciando nei bilanci delle voragini; in Emilia è
scoppiato “Rimborsopoli”con 42 avvisi di garanzia ai consiglieri , ecc. Dopo ci si meraviglia
dell’astensionismo!
Se passerà la Riforma del Titolo V della Costituzione ritorneranno allo Stato la competenza
sull’ordinamento delle professioni intellettuali, della comunicazione, della tutela e sicurezza del
lavoro, l’energia, le grandi reti di trasporto, i porti e aeroporti di interesse nazionale e
internazionale, il governo del territorio e l’urbanistica, ecc. così si potrà limitare finalmente il
consumo del suolo (l’8% della superficie italiana, grandezza come la Toscana, non è più naturale),
l’assurdità della cementificazione, che hanno creato costi economici e umani incalcolabili. Con
questa riforma si avrebbe il divieto di versare contributi pubblici ai gruppi politici dei consigli
regionali, in modo da eliminare gli scandali di acquisti per ostriche, champagne, cravatte, ecc.
perché nel 2012 i gruppi consiliari hanno inghiottito 95,6 milioni (28.000 a consigliere in più
rispetto a quanto incassato dai gruppi parlamentari della Camera). Inoltre lo Stato riavrebbe il diritto
a fissare gli stipendi degli organi regionali, però a ciò sfuggono le Regioni a Statuto Speciale (il
segretario generale dell’assemblea regionale ha uno stipendio di 600.000 € all’anno e le spese
amministrative delle regioni sono superiori a quelle del Senato per un totale di 160 milioni. Nelle
regioni italiane 1 dipendente su 3 è di troppo, al Sud c’è un esubero astronomico: 4.746 in
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Campania e 6.780 in Sicilia e costi allucinanti: in Molise i dipendenti regionali pesano per 178 € per
ogni molisano, contro i 23 in Lombardia. Si deve modificare anche la tassazione locale perché in 20
anni la pressione fiscale è salita dal 38% al 44%, dovuto al balzo delle imposte locali cresciute del
130%. Per non parlare poi delle società controllate dagli enti locali (ormai più di 7.000).
Sicilia: la Regione ha pagato tra il 2008 e il 2012 ben 53 milioni ai gruppi dell’assemblea regionale
che sono andati ai collaboratori interni ed esterni, che venivano poi dirottai nelle segreterie politiche
dei partiti e dei deputati. Si tratta di buste paga dei collaboratori, i cosiddetti “portaborse”, sotto
indagine dei magistrati, pagamenti in violazione delle regole contrattuali o addirittura in nero. In tal
modo sono stati assunti persone che si ritrovano normalmente nelle segreterie personali dei deputati.
Ma la legge non contempla l’obbligo delle Rendicontazione e quindi sfuggivano ai controlli
amministrativi. Un’altra indagine è rivolta al pasticcio di 10 milioni spesi dai 97 deputati in oggetti
vari (gioielli, cravatte, vini, ecc.) e contemporaneamente la Regione ha aumentato lo stipendio dei
capigruppo di 1.160 € al mese, inoltre tutti prendono l’indennità di funzione di 1.800 al mese ed i
presidenti delle commissioni parlamentari prendono altri 1.159 al mese, i loro vice prendono 290 al
mese e tutti i segretari 145 al mese. Poi tutti i capigruppo dispongono direttamente del 10% di
quanto assegnato ad ogni gruppo. Monti aveva eliminato tutti questi regali, ma essi si sono
autoassegnati1.160 € al mese! La Magistratura sta controllando anche il buco nero delle società
partecipate della regione Sicilia, essa ha il record delle partecipazioni societarie ed anche quello dei
loro costi. La Corte dei Conti ha appurato che dal 2009 al 2012 sono stati spesi 1 miliardo e 89
milioni per la sola spesa del personale. Queste società partecipate stipendiano oltre 7.300 persone,
senza contare gli oneri per le assunzioni a termine che poi, per decisione del Tribunale o per
transazioni si trasformano in lavori a tempo indeterminati (per la Multiservizi pendono 211 ricorsi).
Oltre questi costi ci sono stati altri 87 milioni per una pletora di amministratori delle società. C’è
poi da tener conto che queste società hanno accumulato un rosso di 75 milioni, anche se la Regione
ha versato loro1 miliardo e 91 milioni quali corrispettivi per commesse pubbliche (quali?). La
Regione ha versato ingenti somme per risanare le perdite a tutti i costi, anche se sono inutili e senza
possibilità di risanamento. Inoltre nei casi di liquidazione di alcune di esse il loro personale è stato
assunto dalla Regione.
E’ partito il “Progetto Garanzia Giovani” con una dotazione di 1 miliardo e 513 milioni gestito dalle
Regioni e ognuna si è regolata a capriccio. La Lombardia ha puntato 1/3 delle risorse (52 milioni su
178) sui bonus agli imprenditori che assumono, in Piemonte i tirocini sono partiti da mesi, ecc.
invece in Campania, che aveva più soldi di tutti (191 milioni) sono stati assegnati 45 milioni e
mezzo solo per “fare un primo colloquio” a una mera di società e anche sindacati, altri 25 milioni su
corsi di formazione (la Regione lanciò alcuni anni fa un corso per “veline TV), 39 milioni per fare
un secondo colloquio anche questo in concorrenza con i centri per l’impiego, altri 30 milioni per
effettuare i tirocini, tutti negli uffici pubblici che poi non li potranno assumere per il blocco del
turn-over e infine altri 30 milioni sul servizio civile. ZERO sui bonus a favore degli imprenditori. Il
governo ha lanciato un ultimatum perchè le Regioni si diano una mossa o Roma potrebbe
riprendersi i soldi e anche le deleghe.
3. PROVINCE – Che fine faranno?
Con la Riforma del Titolo V della Costituzione dovrebbero sparire le Province, una volta per
sempre. La provincia di Milano non esiterà più e dalle sue ceneri nascerà la “Città Metropolitana” o
la “Grande Milano”. L’area andrà divisa in “zone omogenee” dette anche “Municipalità”, cioè i 134
Comuni dell’ex Provincia andranno fusi e divisi in un numero ancora indefinito (6? – 8? o 20?) di
zone omogenee, Milano inclusa e ciò probabilmente richiederà anno o forse decenni! Inoltre il
problema del personale precario è complesso perché il 50% del personale delle Province e il 30% di
Milano saranno smobilitati. Inoltre sorgeranno problemi di amministrazione: che fine faranno le
3.600 richieste di autorizzazioni ambientali già depositate in Provincia? Chi seguirà le pratiche della
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viabilità per Expo? E così via. Eppure erano decenni che si prevedeva la loro scomparsa ed ora non
si sa cosa fare.
La legge 56/2014 Delrio ha configurato nuove Province con organi eletti in secondo grado da
sindaci e consiglieri comunali, ha ridotto il numero dei componenti dei consigli e ha ridisegnato la
sfera di competenza. In particolare ha individuato le funzioni fondamentali delle Province, ridotte
rispetto al passato in entità ed estensione e ha disposto il trasferimento ad altri enti che operano nel
territorio delle funzioni diverse da quelle fondamentali. Ha poi fissato un calendario degli
adempimenti completamente disatteso dallo Stato e dalle Regioni. Entro 8/7/2014 essi avrebbero
dovuto individuare le funzioni diverse da quelle fondamentali, invece in data 11/9/2014 non hanno
individuato dette funzioni ma hanno istituito un Osservatorio nazionale e 15 Osservatori regionali
preposti alle operazioni di riordino. Si punta sul principio che il trasferimento delle funzioni diverse
da quelle fondamentali è contestualmente accompagnato dal trasferimento agli enti subentranti dei
beni e delle risorse: finanziarie, umane, strumentali e organizzative attinenti le funzioni medesime.
A questo punto interviene la valanga della Legge di Stabilità, una pessima legge, che nel
presupposto certamente errato di ritenere attuata una riforma ancora in mezzo al guado infligge un
doppio colpo mortale alle risorse delle Province: 1 miliardo in meno di spese correnti nel 2015, 2
nel 2016 e 3 nel 2017, nonché il contenimento della spesa per il personale pari al 50%. La legge
prevede altresì una serie di misure rivolte a ricollocare il personale in eccesso rispetto alle funzioni
fondamentali (stimato in oltre 20.000 unità) attraverso complesse procedure di mobilità in tutte le
amministrazioni pubbliche, alle quali viene fatto divieto nel frattempo di effettuare assunzioni a
pena di nullità. Ma come al solito c’è ci se ne frega della legge, infatti il ministero di giustizia il
20/1/2015 pubblica un bando di mobilità per la copertura di 1.031 posti a tempo pieno presso gli
uffici giudiziari, proprio quelli che in via prioritaria dovrebbero essere destinati al personale in
soprannumero delle Province. In tal modo il problema della ricollocazione del personale delle
Province viene ricondotto in quello più ampio della mobilità dell’intero settore pubblico, con
modalità e tempi indefiniti.
Alla luce della legge di Stabilità le Province non sono in grado di esercitare neanche le funzioni
fondamentali e si profilano diverse situazioni di pre-dissesto finanziario; le Regioni, anch’esse
penalizzate, non dispongono di risorse aggiuntive per supplire e intervenire. L’esercizio delle altre
funzioni entrano in crisi con gravi ripercussioni di carattere sociale ed economico. Si tratta infatti di
servizi importanti quali l’assistenza ai disabili, ai non vedenti, ai sordomuti, il diritto allo studio, la
formazione professionale, le politiche del lavoro, i centri per l’impiego le biblioteche, la cultura, il
turismo, la tutela del territorio, i servizi per l’agricoltura, le attività produttive, ecc. che restano in
gran parte privi di finanziamento in un momento di “emergenza sociale”. Nel migliore dei casi la
riforma potrà solo assicurare la continuità amministrativa ma non di migliorare le prestazioni, come
invece dovrebbe assicurare la riforma.
Gli “esuberi” delle Province è un problema in corso di esame al Senato, si parla di oltre 28.000
persone in eccesso, si vuole risparmiare perché stipendi e contributi ammontano a poco più di 2
miliardi annui, perciò il taglio vale circa 1 miliardo. La norma in corso di esame al Parlamento
prevede al 31/12/2018 il termine per i prepensionamenti, invece gli altri dovranno essere presi in
carico da altri enti. (Regioni o Comuni), uffici giudiziario in altre amministrazioni dello Stato,
compresi università, ecc. Per evitare la loro mobilitazione sono previste sanzioni sugli enti chiamati
a ricevere i nuovi arrivi: le Regioni ed enti locali dovranno utilizzare il turn-ove e sarà vietata
qualsiasi altra assunzione. La strategia del governo si è articolata in 2 passaggi: super tagli alle
risorse pari a 1 miliardo nel 2015, 2 nel 2016 e 3 nel 2017 ed alleggerimento della dotazione
organica perché enti con meno compiti devono avere meno spese e meno dipendenti, i loro compiti
saranno distribuiti ad altri enti. L’esodo più consistente è previsto a Cosenza (514 unità) e Perugia
(507) e la città metropolitana di Roma (837). La redistribuzione deve avvenire a livello regionale
ma poche regioni hanno già fatto i primi passi, tra queste c’è la Lombardia e il Piemonte, mentre
quelle al Sud non hanno ancora mosso il primo passo.
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Possiamo tranquillamente dire che l’abolizione delle Province è un “pasticcio all’italiana”, la legge
di Stabilità stabilisce che le Province devono tagliare gli organici del 50% ma non assegna più alcun
obbligo alle Regioni di assumere i dipendenti in eccesso. In una prima fase si lasceranno le
competenze alle Province e quindi rilevare quali settori potranno andare in sofferenza e il personale
in esubero in quali settori si trovano? I settori a rischio potrebbero essere il “trasporto pubblico
locale”, “l’edilizia scolastica” e sulle “autorizzazioni ambientali” oggi bloccate. C’è poi il problema
dei fondi che saranno tagliati di 1 miliardo all’anno. Per quanto riguarda il sindaco della Grande
Milano si è deciso che sarà eletto dai cittadini, ma non si sa quali funzioni avrà e di quali fondi sarà
dotato. Con la loro abolizione torneranno allo Stato alcune funzioni “sensibili” come energia, reti e
grandi opere. Poi per superare l’eccesso di conflitti tra Regioni e Stato sono rientrati allo Stato
anche il “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”, “ordinamento delle
professioni”, commercio, l’estero, norme generali sul governo del territorio, produzione e trasporto
e distribuzione nazionale dell’energia, grandi reti di trasporto e le infrastrutture strategiche. Le
Province manterranno le competenze solo su edilizia scolastica, trasporti e ambiente. Ci sono poi
due paradossi delle sedi delle Province di Monza e di Cremona, perché la sede di Monza nell’ex
caserma IV Novembre è costata 24 milioni e quella di Cremona in un convento è costata 4 milioni.
Ora come saranno utilizzate? La sede monzese ha 25.000 mq ed è una enormità in raffronto alla
pianta organica di 268 dipendenti. Quella di Cremona è di 1.100 mq. e probabilmente sarà messa
sul mercato sperando in qualche privato o in altri enti, mentre quella monzese potrà essere utilizzata
per scopi amministrativi.
Intorno alle vecchie Province si è scatenata una grande battaglia politica, quasi come se la legge
Delrio che ha abolito le elezioni di primo grado, con l’obiettivo di ridurre le Province a semplici
agenzie tecniche al servizio dei Comuni, fosse solo un banale incidente di percorso. Il fatto è che
nella politica made in Italy mantenere un incarico, qualunque esso sia, allunga sempre la vita.
Magari apre prospettive ulteriori. Nessuno, a dispetto della riduzione delle funzioni, della cura
dimagrante imposta dalla legge e della gratuità degli incarichi, crede davvero alla fine delle
Province, la battaglia infuria da Nord a Sud.
Le città metropolitane e le nuove Province disegnate dalla riforma Delrio sono diventate operative.
Dal 1/1/2015 hanno debuttato 8 super Comuni sui 10 previsti Mancano Reggio Calabria e Venezia).
E’, però, una partenza virtuale. Infatti al completamento dell’operazione mancano ancora molti
pezzi. A cominciare dalla questione del personale: si deve capire quanti dipendenti rimarranno in
forza a città metropolitane e Province. Gli altri saranno messi in mobilità. Si deve operare anche una
ricognizione per individuare quali competenze restano alle Province e quali passano alle Regioni e
allo Stato. Intanto la Legge di Stabilità ha imposto dei tagli ai fondi e ha fissato un serrato
cronoprogramma secondo il quale a partire da aprile parte del personale dovrà migrare verso altre
amministrazioni. Ma nessuna Regione ha ancora fatto nulla per ripartire le funzioni residuali delle
Province. Vediamo cosa è stato fatto finora. A ottobre si svolgono le elezioni per indicare gli
apparati delle nuove Province e delle città metropolitane. La prima novità è che non sono stati i
cittadini ad eleggerli, ma i sindaci e i consiglieri dei comuni della Provincia. Da quel momento è
partita la corsa alla modifica degli statuti delle Province e delle città metropolitane, ma a tutt’oggi
(febbraio 2015) mancano ancora 3 città metropolitane (Napoli, Torino e Bari) e un buon numero di
Province. Altro problema ancora irrisolto è il taglio di 1 miliardo di risorse per Province e città
metropolitane e la riduzione delle spese per il personale del 50% per le Province e del 30% per le
città metropolitane. Ma la pesante riduzione degli organici è subordinata alle funzioni che
resteranno alle Province. Ma nel frattempo la fine di marzo incombe, infatti entro tale data va
individuato il personale che resta e quello da mettere in mobilità, operazione che però necessita di
sapere dove collocare i dipendenti in mobilità, ma nessuno (Regioni, Comuni ed altre
amministrazioni) ha fatto una ricognizione dei propri organici per individuare quali spazi esistono
per le ricollocazioni. E’ un bel pasticcio. Passando all’aspetto finanziario le nuove città
metropolitane nascono con una eredità pesante, fatta di bilanci in crisi, spese da finanziare e debiti
da gestire e dovrebbero farsi carico di nuove spese per funzioni e personale provenienti dalle
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Province. Inoltre le Province arrivano alla pensione con Patti di stabilità sforati (chi paga?), bilanci
spesso al collasso e migliaia di dipendenti di troppo. E con un interrogativo spesso trascurato, ma
essenziale: chi si accolla i 10,2 miliardi di debiti che sono ancora iscritti nei loro bilanci?
Ricordiamo che la legge Delrio ha trasformato le Province in enti di secondo livello (formati cioè da
sindaci o consiglieri) e ha lasciato loro solo 4 attribuzioni: ambiente, strade, scuole superiori e
assistenza ai Comuni. Ha dato mandato alle Regioni di decidere come ripartire tutto il resto tra gli
altri livelli di governo. Un passaggio cruciale perché una volta deciso “chi farà che cosa” si dovrà
procedere al trasferimento di personale, immobili e risorse. A questo punto molte giunte regionali
(ma non tutte) stanno elaborando ed emanando le delibere con le loro scelte, e come al solito si va
ognuno per conto proprio, perché c’è chi non vuole lasciare alla Provincia solo i compiti assegnati
dalla Delrio, c’è invece chi vuole assegnare ai nuovi enti le vecchie funzioni oppure c’è chi
(Abruzzo, Campania, Molise e Veneto) che vorrebbe rinviare la scelta a una delibera successiva. La
Regione Lombardia si riprende agricoltura, foreste, caccia e pesca, assegna a Sondrio il piano dei
rifiuti e cave. La Regione Piemonte propone la gestione in forma associata di una serie di compiti
(acqua, rifiuti, trasporto su gomma, formazione professionale, ecc.) a 4 ambiti territoriali: Torinese
– Cuneese – Novarese – Astigiano. La Liguria e il Lazio propendono per assegnare le funzioni
come previsto dalla Delrio.
Dopo quasi un anno dall’emanazione della legge di riforma arriva una circolare dalla Funzione
pubblica che chiarisce alcuni aspetti controversi e dà delle linee guida per esercitarsi la mobilità: i
dipendenti seguiranno le funzioni, a partire da quelle fondamentali che restano ai nuovi enti. Le
altre seguiranno le funzioni residue che andranno alle Regioni, le quali entro il 2016 potranno
decidere se mantenere o riassegnare queste funzioni ai nuovi enti metropolitani. Solo dopo questi
passaggi si affronteranno le procedure per la gestione degli esuberi residui, che potranno essere
pensionati con le regole pre-Fornero oppure potranno accedere con mobilità volontaria ad altre
amministrazione (in primis gli uffici giudiziari) o, infine, essere trasferiti con la mobilità
obbligatoria. Infine entro il 1/3/2015 dovranno pesare i tagli alla propria dotazione organica,
dovranno perciò assumere come base di riferimento il costo medio delle singole posizioni e quindi
si potrà individuare il numero del personale in eccesso.
4 COMUNI – Sprechi e corruzione
Il governo vuole togliere dalle grinfie dei Comuni le decisioni sugli acquisti e sugli appalti,
insomma, strappargli di mano i cordoni della borsa. Cercando di risparmiare, sulla spesa pubblica
per l’acquisto di beni e servizi quel 15-20% che tutte le statistiche stimano siano appunto
“sperperi”. Dal 1/1/2015 i Comuni, con meno di 180.000 abitanti dovrebbero cessare dal bandire e
gestire in proprio le gare di appalto per acquisti e lavori e aggregarsi con i Comuni limitrofi fino a
raggiungere la “massa critica” di 180.000 abitanti. Queste aggregazioni di enti locali (se ne
prevedono in tutto 200) potrebbero continuare a gestire in monte ma direttamente i piccoli acquisti,
mentre secondo la legge sarebbero obbligati a far convergere gli altri ordini sulle 35 centrali
appaltanti nazionali in via di costituzione, capaci di fare gare on-line, trasparenti, e stroncare sul
nascere intrallazzi e corruzione. Peccato che nel decreto Milleproroghe sia spuntata la proroga di
almeno un anno tutto ciò. E quindi se ne parlerà a metà 2016! Il paradosso è che l’Anci
(Associazione nazionale comuni d’Italia) non si è schierata contro e le forze politiche hanno stretto
un’alleanza per conservare il “cucuzzaro” nella propria disponibilità e boicottare la “spending
review”. Eppure lo capiscono tutti che dare facoltà di spesa alla periferia significa perderne il
controllo. A fronte di pochi virtuosi che spenderanno al meglio, la maggioranza continuerà a
scialacquare, per incapacità o per intrallazzi.
Nel sito www.soldipubblici.mgpf.it troviamo i bilanci di tutti i Comuni italiani, è un pozzo senza
fondo di informazioni fondamentali, numeri assurdi e curiosità. Navighi un po’ e ti poni domande
bizzarre; con chi sono in guerra a Micigliano (Rieti) per spendere in “liti e patrocinio legale”356 €.
Pro capite contro il miserabile centesimo (1 cent di €.) del Comune di Pisa o gli zero di migliaia di
12
altri Comuni? Oppure quali animali si sono comprati a Barengo (Novara) per spendere 26 €. Pro
capite contro i 2 centesimi di Nocera Inferiore? E cos’è questo “global service” che ha fatto scucire
al Comune di Spoleto quasi 217 per ogni cittadino se a Pavia non hanno tirato fuori una sola
monetina? Questa massa di numeri consente per la prima volta agli abitanti di ogni comune fare
paragoni con gli altri comuni e capire se il loro municipio è amministrato bene o male. Logicamente
c’è ancora molto da correggere in termini di “voci” di bilancio diverse da comune a comune, come
per esempio “altre spese” cosa vuol dire? Pertanto occorre che tutti i bilanci comunali siano
composti dalle stesse voci, dalla stessa terminologia. Metà di quanto hanno speso i comuni nel 2014
per gli stipendi del personale (totale 9 miliardi) pari a 4,5 miliardi sono andati in “Rimborsi
anticipazioni di cassa”. Come sono stati impiegati? Non lo sa nessuno. Si tratta di somme
utilizzate per pagamenti in contanti dei quali non esistono riscontri. Si scoprirà, forse tra qualche
mese, che sono stati utilizzati per esempio per viaggi o formazione professionale o chissà per che
cosa. Ci sono altre voci studiate apposta per non far capire di che si tratta, come “trasferimenti
correnti ad imprese di pubblici servizi per 253 milioni”, “trasferimenti correnti ad aziende speciali
per 220 milioni” oppure “trasferimenti correnti ad altri enti pubblici per 1,3 miliardi!” ecc. Ma di
che cosa parliamo?
Comunque si riesce a districarsi tra i numeri e capire cosa c’è che non quadra. Il comune più
piccolo d’Italia Pedesina (Sondrio) paga per le indennità del sindaco e degli 11 consiglieri 9.358 €,
tanto quanto spende per un unico impiegato part-time (9.679) che raffrontati ai 33 abitanti fanno
283 a testa; anche a Moncenisio con un sindaco e 11 consiglieri per 34 abitanti si spende di più:
15.449 €,
cioè 454 pro capite. Ma il confronti sul pro capite può essere fuorviante perché a Roma si spendono
2 € pro capite, ma in realtà sono 7,8 milioni all’anno! a Milano sono 3 €, ecc. E’ chiaro che più
piccola è una realtà e più lo stesso servizio costa. Prendiamo in esame ora lo smaltimento rifiuti
che costa agli italiani 8,5 miliardi annui. Il Comune di Napoli ha sborsato 305 € per ogni cittadino e
a Porto Cesareo 684, 760 a Capri e ben 802 a Caorle! Perché queste differenze? Fermo restando che
non sempre un’alta spesa denuncia una mancanza di efficienza. Prendiamo per esempio il trasporto
pubblico locale: il Comune dove il costo è più elevato è Milano con 621 per abitante, contro i 265
di Roma e230 di Napoli e addirittura gli 85 di Palermo. Ma la qualità dei servizi di Milano non è
minimamente paragonabile a quella di Palermo o Napoli, ma nemmeno lontanamente a quella di
Roma, dove l’incasso dei biglietti è la metà rispetto a Milano e una società come l’ATAC, se fosse
privata, sarebbe già fallita. E i servizi scolastici? A Milano si spendono 33 € per abitante, niente in
confronto con 118 di Basiglio o i 108 di Maranello. Ma è un’enormità rispetto agli 11 di Livorno, ai
21 di Potenza o 17 di Firenze, ai 7 di Cagliari. Onestamente siamo sicuri che i servizi milanesi in
questo settore valgano tre volte quelli di Livorno? E’ qui che servono i confronti. Com’è possibile
che Milano nel 2014 abbia speso per “servizi ausiliari e pulizie” 23 € per abitante e Roma solo 7?
Risponderete: la differenza si vede. Ma come la mettiamo con Potenza che ne ha spesi 103, e con
Salerno 120. E Muggia che ne ha spesi ben 138 può davvero dimostrare che valga la pena di
spendere il triplo pro capite di Trieste (di 44), con il quale confina? La differenza è così abissale o
c’è qualcosa che non torna? Ed infine c’è la voce “varie e generiche” che assorbe in totale 518
milioni e vede in testa in termini assoluti Ragusa e nel pro capite Tires (Alto Adige) Pennarelli,
fotocopiatrici o sci?
E come mai alla voce “mezzi di trasporto” Roma ha speso 77,1 milioni contro i 4,2 di Milano?
Una cosa è certa, una volta messa a punto la banca dati con le precisazioni e le contestazioni di
questo o di quel comune nulla sarà come prima. Già oggi i cittadini di Pomezia, per esempio, hanno
diritto di chiedere come mai per “carta, cancelleria e stampati” la città spende 1,4 milioni e cioè
più di Milano (988.000) o Roma (769.000)? E perché il Comune di Roio del Sangro per
“pubblicazioni, giornali e riviste” sborsa 53 €. Pro capite contro i 2 di Trento? E come mai per
“derrate alimentari” il comune di Cittareale ha speso 186 € pro capite?
Speriamo di poter vedere pubblicati anche i bilanci delle Regioni, e dei Ministeri.
ROMA
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Partiamo da Roma, la capitale d’Italia. Se si eccettuano Poste e Ferrovie, il Comune di Roma è la
più grande azienda italiana, paga circa 63.000 stipendi. I dipendenti comunali sono 26.207 ai quali
si aggiungono 37.000 delle partecipate (un centinaio) per un costo di 2,5 miliardi all’anno. Sono il
doppio della Fiat in Italia, ma a tutto ciò non corrisponde una pari qualità dei servizi. Esiste un
ufficio per le relazioni internazionali composto da 27 persone che con le lingue straniere non
hanno alcuna dimestichezza. Ma anche i sindacati hanno le loro colpe: tre anni fa l’AMA, la
municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti con bilanci disastrosi aveva siglato un
accordo che riconosceva il premio di produttività a chi si fosse presentato al lavoro almeno metà del
tempo e non avesse subito nell’anno più di 5 gg. Di sospensione disciplinare. I vigili sono il doppio
dei milanesi e fanno 1/3 delle multe. Il sindaco e il comandante dei vigili a novembre 2014 hanno
deciso la rotazione degli incarichi per evitare amicizie sul territorio e ciò ha scatenato una rivolta
anche perché il comandante non proveniva dai ranghi interni, ma era un poliziotto anticrimine della
Questura di Roma. Inoltre i vigili urbani sono scesi in sciopero per il “salario accessorio” in quanto
sono sotto organico, peccato però che siano 6.000 e in strada ce ne sono meno di 1.000 (con turni di
300), gli altri 5.000 sono negli uffici (a far che?). Il Tesoro aveva già contestato nel 1998 quella
parte di stipendio chiedendo che fosse erogata solo a fronte di mansioni supplementari. In 16 anni
quel salario accessorio si è ingigantito fino a 80 milioni all’anno. Inoltre i 23 avvocati dell’ufficio
legale percepiscono un bonus per le cause vinte e ciò ha comportato nel 2012 incassi accessori
oscillanti tra i 160-200.000 a ciascuno. A Roma non si riesce a cambiare le regole che garantiscono
una valanga di indennità, a cominciare da quel salario accessorio dato a pioggia a tutti che dal 2008
al 2012 sono costati 340 milioni, vi sono poi le “progressioni orizzontali”, cioè semplici aumenti di
stipendi che nel periodo suddetto sono stati distribuiti per 5 volte per una spesa di 245,8 milioni. Ci
sono poi le indennità varie, come quella di presenza cioè una somma in più allo stipendio per il
semplice fatto di andare a lavorare, indennità di manutenzione uniforme, l’indennità di sportello,
oraria pomeridiana, di decoro urbano, di disagio (quale?). Per non parlare poi di promozioni usate
solo per aumentare la retribuzione ordinaria ed anche le assunzioni per accontentare amici e parenti.
I dirigenti viaggiano sui 302.000 annui superiori al limite stabiliti dal governo.
Nel contempo le municipalizzate assumevano almeno 3.000 persone per cui alla fine l’AMA,
ATAC e ACEA avevano in conto 31.338 persone. L’azienda pubblica ATAC ha 12.276 dipendenti
ed 1 miliardo e 600 milioni di perdite accumulate in 10 anni.
Nel comune non ci sono solo vigili, mezze maniche, spazzini, elettricisti, ingegneri, ecc. ma anche
un centinaio di camminatori che portano le carte da un ufficio all’altro. Poi si è ritenuto necessario
affittare dai privati un gran numero di locali a costi inconcepibili pari a complessivi 59.466 beni,
fra cui 16.413 immobili commerciali e per i relativi canoni sborsa ogni anno 74 milioni. Nel 2006
l’azienda municipalizzata del trasporto urbano, con 12.000 dipendenti non riusciva a garantire il
servizio in tutte le periferie perciò alcune linee sono state affidate al consorzio Roma TPL, con altre
884 persone per un onere di 60 milioni annui. Nel 2009 Roma TPL chiede l’adeguamento del
prezzo a km con il quale si era aggiudicata la gara e lo chiede anche con effetto retroattivo, cioè fin
dall’inizio del servizio. Si va ad un Collegio arbitrale che dà ragione alla società per 68,2 milioni
annui, oltre a 1,385 milioni di compensi al Collegio e 945.000 presentato dall’avvocato. Un altro
arbitrato che è durato da 5 anni è quello tra la Società Comune Roma Metropolitane e il Consorzio
Metro C, con lo stesso identico risultato, vengono riconosciuti 90 milioni a carico del Comune per i
maggiori costi. Altri 90 milioni è quanto dovrebbe pagare l’AMA al Consorzio Co.La.Ri. a seguito
di un altro arbitrato per una richiesta di adeguamento del compenso per il monitoraggio della
discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa. Sempre tra AMA e Co.La.Ri. c’ è un altro arbitrato
per l’adeguamento delle tariffe per 900 milioni!
Roma è sporca, caotica, insicura capitale senza governo, degrado civile nel quale è piombata. Nel
2008 il sindaco promise tolleranza zero verso la criminalità, ed oggi, nella classifica della sicurezza
stilata dall’Università La Sapienza la colloca al 101° posto sui 110 capoluoghi italiani, due posti
dietro Napoli. Per quanto riguarda gli incidenti si hanno 56 pedoni uccisi a Roma, contro 24 di
Milano, 9 a Napoli, forse perché lì c’è l’abitudine di attraversare fuori dalle strisce o col semaforo
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rosso ed infatti un’altra classifica sugli attraversamenti pedonali Roma si piazza al 30° posto su 31
città europee esaminate. Poi c’è il problema del traffico, è la città in assoluto con più auto, senza
considerare il numero enorme di moto e motorini, furgoni e pulman turistici che bloccano il fragile
centro storico. Tutto ciò è conseguenza di uno sviluppo urbano folle e insensato, quartieri cresciuti
senza alcun criterio, con un trasporto pubblico inesistente. E’ la città territorialmente più vasta
d’Europa con 3 milioni di abitanti ma con soli 37 km di metropolitane, meno di Bilbao, inoltre la
nuova tratta (parziale) è la più cara del mondo 3 miliardi e 739 milioni e dopo l’inaugurazione ci
piove dentro così come nelle altre linee e nessuno è responsabile. A causa della sosta selvaggia in 2^
e 3^ fila e senza che la polizia municipale intervenisse i Bus hanno dovuto spesso deviare dal loro
percorso! La manutenzione delle strade è ai minimi termini, le voragini, gli smottamenti del terreno,
la pessima qualità dei lavori stradali, ecc. sono all’ordine del giorno (un camion dei vigili del fuoco
chiamato per l’apertura di una voragine è sprofondato in un’altra voragine!). Telefoni isolati per
diversi giorni, illuminazione pubblica spenta per giorni, ecc. questo è il livello dei servizi pubblici.
Per i rifiuti è sull’orlo di una colossale emergenza ambientale, con la discarica più grande d’Europa
che periodicamente viene considerata esaurita, per essere poi prorogata. Si producono 660 kg
all’anno per abitante, contro i 113 di Napoli e 127 di Milano, ed ufficialmente la raccolta
differenziata sarebbe al 25,1%! Molte strade alberate da mesi sono in condizioni pietose eppure
furono assunti 164 spalatori di foglie. L’incuria è totale, c’è un sito internet con centinaia di foto che
testimoniano lo stato pietoso dei rifiuti (www.romafaschifo.com), a cento metri dal Colosseo c’è un
campo profughi abusivo con le inferriate del parco usate per stendere la biancheria e i vestiti lavati
nella fontane e nessuno fa niente. La capitale si dibatte nel caos organizzativo, finanziario e anche
morale. A causa dei vecchi debiti i cittadini pagano un’addizionale Irpef di 1.040 annui contro la
media nazionale di 440 €. Non si sa come tappare il buco di 1,2 miliardi, non può andare avanti con
un Decreto Salva Roma all’anno.
La scoperta della Cupola mafiosa a Roma appare un inevitabile capitolo e la conseguenza dello
sfaldamento morale e strutturale della città. Questa Cupola capace di sfruttare i più disperati non si
autogenera, occorre una valutazione privatistica e individuale dei diritti e doveri, la mancanza di
senso civico e di appartenenza, di orgoglio per le radici. Vediamo quali sono state le condizioni che
hanno consentito la corruzione romana che ha coinvolto la gestione dei campi profughi, l’assistenza
agli immigrati, l’agenzia per le case popolari, ecc. Il decentramento porta maggiore corruzione
come risulta da tutti gli studi e in Italia abbiamo una eccessiva ramificazione. Si ricorre troppo ai
privati, cooperative e società esterne, cioè le P.A. non fanno nulla, fanno fare ad altri. In queste
periferie del potere dotate di cospicue risorse mancano i controlli e si annidano sprechi e
corruzione (in Italia le amministrazioni locali si avvalgono di oltre 8.000 società e non si sa quante
siano le cooperative). A tutto ciò si aggiunge un ulteriore incentivo alla corruzione, troppi
amministrativi sono persone scelte senza concorso, non per il merito ma per meriti politici e quindi
devono contraccambiare il favore verso coloro che l’hanno fatto assumere.
MILANO
Ed ora passiamo ad esaminare alcune problematiche milanesi. Oltre all’Expo Milano ha un altro
grosso problema da risolvere: M4 essa doveva essere terminata per l’Expo ma forse sarà ultimata
nel 2022. Sono già passati 15 anni dal progetto, i privati si sono impegnati con 500 milioni, ma i
soldi non ci sono ancora e il Comune con il bilancio in difficoltà ha problemi nell’impegnare 100
milioni all’anno per 25 anni, ma l’opera è strategica, deve collegare l’aeroporto di Linate con il
centro città. Nell’ultima riunione tra Comune, banche e privati sono emerse forti criticità, 50 milioni
di extra costi che il consorzio chiedeva che fossero accollati al comune, per cui chi metterà quei
soldi in più?
Nel 2010 si è svolta l’Expo a Shanghai e oggi si osserva che ha saputo reinventare i 5,3 kmq e
trasformarli in un nuovo polo urbano: luna park, hotel a 5 stelle, uffici, sedi di 30 imprese, centro
commerciali, ristoranti, arena per concerti, museo della Ferrari nel padiglione Italia tra i pochi
sopravvissuti. Ma non è tutto perchè sono state realizzate 6 nuove linee della metropolitana,
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l’aeroporto è stato completamente trasformato, 2 miliardi di euro per sistemare gli ultimi km del
fiume. Nel 2020 le tratte della metropolitana arriveranno a 21 per un totale di 800 km.
L’Expo di Milano occuperà soltanto 1 kmq e non stiamo facendo le opere al loro livello! Inoltre,
mancando poco all’inaugurazione, non si sa ancora cosa ne sarà di quell’area dopo l’Expo! I cinesi
hanno ripensato e trasformato l’area mantenendo e valorizzando alcuni padiglioni, altri sono stati
demoliti e hanno lasciato spazio a hotel, uffici, aree verdi, ecc. Ma non tutte le città sedi di Expo
hanno saputo fare altrettanto e in alcuni casi sono oggi lande desolate, una cattedrale nel deserto.
Milano ha pubblicato un bando per affidare l’area a un soggetto che la riqualifichi, perché Regione
e Comune non hanno alcuna idea su cosa fare. Qualcuno propende per spezzettare l’area in parti più
piccole ciascuna da assegnare con un proprio progetto. Di certo si sa che metà dell’area resterà a
verde e il resto non si sa. Sono attesi 14 milioni di visitatori dall’Italia, 3 dall’Europa e 3 da Cina,
Brasile, Usa e Russia. Finora sono stati venduti 7 milioni di biglietti, di questi oltre 1 milione sono
stati acquistati da visitatori in arrivo dalla Cina. Sono stati stanziati 1,3 miliardi di €. per la
costruzione dell’Expo di Milano. Apparentemente l’Expo 2015 non è una questione nazionale,
riguarda esclusivamente Milano e il resto del Paese non si interessa alla faccenda. Milano si illude
di rappresentare l’Italia ma non è affatto vero poiché lo stesso ministero dei Beni culturali se ne
disinteressa. Milano ha chiesto in prestito a Reggio Calabria i bronzi di Riace, che in Calabria
vedono poche migliaia di persone, per farli vedere a milioni di visitatori e Reggio Calabria risponde
che i bronzi sono fragili e non possono viaggiare e che se uno vuole vederli che vada a Reggio
Calabria in quanto essi non appartengono agli italiani ma ai calabresi. Perciò ci si chiede perché mai
il restauro lo abbiamo pagato noi italiani e non i calabresi? Il medesimo caso si è verificato con
l’Annunciazione di Leonardo conservato agli Uffizi di Firenze che anch’essa non può viaggiare fino
a Milano, anche se otto anni fa fu prestata a Tokio. Allora si deve pensare che nel frattempo l’hanno
conservata così male a Firenze da averla irrimediabilmente deteriorata! Essa porterà vantaggi alle
imprese, saranno coinvolti tutti i settori dell’economia italiana, dall’edilizia al turismo, dalla
gestione e la promozione di eventi alla ristorazione, passando per i servizi e, naturalmente, per
l’agricoltura. Milano sarà per sei mesi il centro dell’attenzione mondiale. Eppure si avverte la
sensazione che la molla non sia ancora scattata, che il coinvolgimento del grande pubblico stenti a
decollare. Per la riuscita dell’Expo è indispensabile il coinvolgimento non solo delle istituzioni, del
mondo politico o dei soggetti economici, ma della gente comune, dei cittadini, in primis dei
milanesi. Nel frattempo i lavori stanno procedendo a gran velocità per recuperare i ritardi dei mesi e
degli anni passati. Molti i motivi: il lungo periodo prima di prendere una decisione sull’area; le
incertezze iniziali sul progetto dello spazio espositivo; le inchieste giudiziarie; i ritardi di alcuni
Paesi (come Polonia e Turchia) e semplicemente il maltempo. In tutto i Paesi saranno 145 e sono
previsti ben 53 padiglioni di singoli Paesi, mentre a Shanghai furono 42 ed era già considerato un
record. Il padiglione Italia comprende tre strutture: il Palazzo Italia destinato al percorso espositivo
vero e proprio sulle tradizioni alimentari italiane; il Cardo la grande strada che attraversa il sito
espositivo in cui ci saranno piccoli padiglioni dedicati a singoli prodotti (come ad esempio il vino);
l’Albero della Vita una scultura alta 35 metri in legno e acciaio da cui partiranno i giochi di luce e
proiezioni, costruita sopra un lago artificiale (Lake Arena); si tratta del fiore all’occhiello del
Padiglione Italia, un’opera molto attesa che, dopo aver rischiato di non vedere la luce per eccessivi
ritardi, ha scatenato il dibattito e le polemiche tra architetti di fama internazionale per le
caratteristiche del progetto. Il Palazzo Italia sarà la costruzione più alta di tutto il sito e sarà uno dei
pochi edifici che rimarrà anche dopo l’evento. Sulla sua sommità una terrazza ed alcuni locali
ospiteranno un ristorante con vista panoramica. Per quanto riguarda gli investimenti, il Paese che
investe di più è la Cina che spende 80 milioni di €. sono compresi anche gli importi relativi al
Padiglione Vanke. Seguono gli Emirati Arabi con 60 milioni, la Germania con 48 e gli USA con 40
milioni. La Francia ha annunciato un budget di 30 milioni.
Logicamente servono più trasporti, più servizi ambientali e più sicurezza. Ma a preoccupare di più
adesso è soprattutto l’accessibilità al sito espositivo. In questo senso la grande assente sarà la strada
Rho-Monza che doveva essere ampliata ma che è stata avversata a lungo dai soliti comitati del NO.
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Ci sarà invece la Metro 5, in dirittura d’arrivo che aiuterà a sostenere la mobilità cittadina, del
valore di 2 miliardi. Il Comune ha già inaugurato la metà delle fermate previste (dalla zona
Garibaldi alla zona Bignami) e il tragitto sarà terminato entro la data di inaugurazione dell’Expo,
anche se mancheranno un paio di stazioni intermedie (che saranno inaugurate ad ottobre 2015).
Dovrà contemporaneamente essere intensificata la Metro 1, che arriva direttamente sul sito
espositivo. Dentro la città ci sarà anche la Zara-Expo, 2 km di strada (110 milioni) in cui verrà
incanalato il traffico proveniente da Nord e da Est di Milano, mentre si lavora per realizzare e
trovare nuovi parcheggi. Le aree che verranno utilizzate per l’arrivo dei visitatori in autobus
saranno soprattutto due: Cascina Merlata e Via Stephenson.
Ma l’accoglienza di una città, di fronte a 20 milioni di visitatori non è fatta soltanto di eventi
culturali e intrattenimento. Dovrà dimostrarsi all’altezza di ricevere, contenere e gestire ogni giorno
flussi di visitatori, che per le giornate di punta (sabato e domenica dei mesi estivi) sono stimati in
250.000 presenze giornaliere. Il trasporto pubblico locale dovrà far fronte a picchi che potrebbero
raggiungere i 20.000 viaggiatori all’ora sulla Linea 1 della Metropolitana in alcune giornate di
punta, quando in città saranno attesi 1.900 bus gran turismo (come termine di paragone, basti
pensare che durante l’ultimo salone del mobile sono stati registrati 200.000 passeggeri al giorno in
più e la stazione di Rho Fiera 40.000 al giorno contro i 4.000 di un giorno normale). Sul fronte
ricettività e accoglienza, il Comune di Milano ha dato vita ad un progetto in cui gli esercizi
commerciali funzioneranno come Infopoint di Expo per i visitatori, impegnandosi a migliorare
l’accoglienza dei turisti e l’immagine della città. La corsa alla ricerca di alloggi per i sei mesi di
Expo 2015 è iniziata e coinvolge, non solo l’area di Milano, ma tutto il Paese che si appresta a
diventare una sorta di albergo diffuso. Sarà difficile, infatti, che le strutture ricettive presenti in città
(Hotel, Ostelli, B&B?, capaci di offrire poco meno di 60.000 posti letto, riescano a soddisfare
l’intera domanda generata da 20 milioni di visitatori attesi. A Milano l’offerta negli alberghi a 3, 4 e
5 stelle raggiunge i 48.000 posti disponibili che si aggiungono agli 11.000 nelle strutture più
economiche. Molti dormiranno nell’hinterland e nella regione, ma tanti altri sceglieranno anche di
fare affidamento alla “sharing economy” cercando una soluzione in rete. Il più diffuso tra i portali
specializzato negli affitti brevi su internet, l’americano Airbnb, a Milano conta su circa 5.000
proprietari di casa (host). Nell’area di Rho sono in costruzione alloggi che daranno ospitalità fino a
700 persone, l’area di Cascina Merlata sarà trasformata in Expo Village composto da 160 edifici che
ospiteranno 1.200 persone (le delegazioni dei Paesi partecipanti). Anche in altre aree sono in fase di
realizzazione residence ed edifici per accogliere i visitatori: a Sud è previsto un complesso
residenziale con oltre 400 posti, nelle zone più centrali sono in fase di completamento 15 nuove
strutture di lusso con ulteriori 400 appartamenti (Porta Nuova, Isola e Garibaldi).
Infine il “Fuoriexpo” è costituito da un calendario ricco di eventi. Settemila eventi al giorno, per un
totale di oltre 200 iniziative, e una regia unica messa in piedi dal Comune di Milano e Camera di
Commercio che hanno dato vita al progetto “Expo in città”: una piattaforma online in cui consultare
tutti gli eventi culturali, sportivi, commerciali e turistici organizzati nei sei mesi dell’Expo nell’area
metropolitana di Milano. A proporli sono associazioni, istituzioni, realtà locali o internazionali, città
e Paesi stranieri compresi. Dalla Moda al Design, dall’Arte alla Musica, ecc. con l’obiettivo di
presentare ai visitatori l’immagine di una Milano accogliente, accessibile e vivace.
ALTRI COMUNI ITALIANI
Dopo aver esaminato la situazione di Roma e Milano si dovrebbe studiare la situazione di altri
Comuni italiani, ma allora nascerebbe una dispensa di oltre 1.000 pagine, per cui citiamo solo
alcuni di essi in modo stringato.
AMELIA (Terni) è famosa per le possenti mura etrusche, romane e medievali. Le più antiche hanno
2.500 anni, ma non potevano reggere all’incuria, alla sciatteria e all’insipienza dei politici locali.
Tra un tiramolla e l’altro 800 metri di esse sono state lasciate crollare (gennaio 2006). Dopo roventi
polemiche, inchieste della Magistratura tutto fu archiviato, non c’è stato alcun responsabile ed oggi
è tutto fermo.
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MESSINA. Il capo del Genio Civile del comune di Messina è stato rimosso, egli si era sempre
rifiutato di permettere una costruzione prima che il Genio Civile avesse espresso il proprio parere.
Appena è stato rimosso sono ripartiti i cantieri nel letti dei torrenti Trapani e Boccetta. Roba da
pazzi! Il canalone lungo il quale scende il torrente Trapani è considerato un’area pericolosa, eppure
sopra ci costruiscono condomini. Inoltre sulla collina che frana le case già costruite presentano
crepe spaventose, eppure, appena dimesso il capo del Genio, si è ripreso a costruirci sopra!
Costruiscono ville sul mare, nelle località a rischio e poi pretendono opere pubbliche per difendere
queste costruzioni.
POMPEI. Il 1° gennaio 2015 i cancelli sono rimasti chiusi e oltre 2.000 turisti sono stati
allontanati, così anche a Natale. C’erano almeno 30 pulman turistici che son dovuti tornare indietro,
oltre a questi 2.000 delusi ce ne saranno molti di più perché essi parleranno con i familiari, amici e
conoscenti e infiniti Sms saranno tutti avvertiti. Anche i sindacati hanno le loro colpe perchè spesso
mettono alla porta i turisti per improvvise assemblee contrattuali e dell’immagine di Pompei se ne
fregano.
SIRACUSA. I dirigenti che si opponevano alla costruzione di ville (71 villini e 2 centri direzionali,
oltre a 54 appartamenti) e di un megaporto (con 50.000 mq a terra e 97.000 di opere a mare per 500
posti barca ed anche un’isola artificiale) in un’area protetta (riconosciuta da varie sentenze del Tar)
sono stati rimossi e spostati in altri settori. I faccendieri abituati a “vigilanti” poco vigilanti non
accettarono il no dei tre dirigenti che si erano opposti e chiesero al Comune e alla Regione 423
milioni di danni per lo stop ai loro progetti. Una vera e propria intimidazione! In uno Stato serio e in
una Regione seria avrebbero dovuto stare dalla parte dei dirigenti (Italia Nostra li aveva premiati
per la difesa del patrimonio), invece sono stati fatti fuori prima l’assessore Sgarlata, poi la
sopraintendente e infine i tre dirigenti con la scusa di un “normale avvicendamento”
CIAMPINO. Qui sorgeva la Villa di Marco Valerio Messalla Corvino, console che combatté con
Ottaviano nella battaglia di Azio contro Marco Antonio. Uomo politico 64 a.C. – 8 d.C. mecenate e
amico di Orazio, Tibullo, ecc. Vi furono trovate 7 statue bellissime, alte 2 metri che ornavano la
piscina lunga 20 metri, una scoperta incredibile. Però alcuni vandali, cementieri, faccendieri,
considerando il tutto “quattro sassi inutili che paralizzano l’edilizia” hanno presentato un progetto
di lottizzazione dell’area con 10 condomini di edilizia popolare per oltre 55.000 mq anche se le
previsioni di crescita della popolazioni si sono rilevate errate, anche se c’è un vincolo di tutela e
nonostante i ritrovamenti archeologici e ignorando che l’area nel 2000 è stata inserita nella mappa
“ad alto rischio”. Il Comune retto dal PD ha snobbato le rovine della villa e il loro valore storico e
ha dato il via alle costruzioni! Una pazzia secondo archeologi e ambientalisti.
GENOVA. Sciatteria, impreparazione degli uffici territoriali per una “galleria scolmatrice” 3 anni
per scrivere il bando e un ricorso al Tar perché e stato confezionato male. Intanto la città si allaga e
frana.
LECCE. All’Università di Lecce è stato bandito un concorso per 16 professori che riconosce più
punti a chi ha già insegnato in Italia (Università di Rocca Cannuccia) piuttosto a chi ha insegnato
all’estero: Università di Berkeley (8^ università mondiale) o a Yale (9^). E poi ci meravigliamo che
i giovani vengono a studiare presso le università del Nord!
NAPOLI. Il bilancio 2011 del Cardarelli di Napoli evidenzia la spesa per pulizie più folle d’Italia,
ben 17.583 €. + Iva per ogni posto letto, il triplo di Padova che con 5.125 € risulta l’ospedale più
pulito d’Italia.
REGGIO CALABRIA. Quanto vale un bambino a Reggio Calabria? Zero verrebbe da dire se si
guarda agli asili nido dal 2012. L’amministrazione è commissariata per mafia e sono stati azzerati i
fondi per i bambini fino a 3 anni e quindi NON c’è un solo asilo nido, anche gli ultimi due hanno
chiuso.
VIAREGGIO. Dopo 26 dimissioni di assessori e dirigenti pubblici sono arrivate anche quelle del
sindaco subito dopo che il Consiglio ha approvato il dissesto finanziario della città. A ogni
temporale il viale del lungomare si trasforma in una piscina e le vie laterali diventano canali
d’acqua che spazzano via le auto di passaggio. Hanno chiuso il Teatro Jenco, la Sala convegni di
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Palazzo delle Muse, la Piscina Comunale ed altri impianti sportivi. Il servizio scuola bus è sospeso,
la Fondazione del Festival Pucciniano è tenuto in vita dalla Regione. Una cittadina di 64.000
abitanti abbandonata a se stessa, è la rappresentazione di tutto quello che non deve fare
un’amministrazione. Ha un buco di 56 milioni.
VENEZIA. Il Museo di Altino è stato aperto dopo 30 anni, dopo il brindisi è stato chiuso fino al
2015 o 2016. Per non parlare del Mose che è costato finora 6,2 miliardi di euro, più del triplo di
quanto previsto e non si sa neppure se funzionerà.
E qui chiudo per decenza nei confronti dei nostri Comuni, contrassegnati da cattiva politica, cattiva
imprenditoria e cattive regole. Ci sono due tipi di “corruzione” uno è la “tangente” ma è il secondo
tipo più pericoloso e ambiguo “perché nessuna legge viene violata, sono le leggi stesse ad essere
corrotte, cioè scritte ed approvate per il tornaconto dei privati contro gli interessi dello Stato. Contro
di questa la Giustizia non può fare nulla.
5. COSTI DELLA POLITICA ED ALTRI ENTI
La politica costa 757 € a ogni contribuente e se si riuscisse a risparmiarli si potrebbero utilizzare le
risorse per tagliare le tasse sui lavoratori e pensionati. Si tratta di 23,2 miliardi spesi per far
funzionare organi istituzionali, società pubbliche, consulenze, autoblu, ecc. questa somma è pari al
1,5% del PIL. Di politica vivono direttamente o indirettamente 1 milione e 100 mila persone, pari al
5% degli occupati in Italia. Secondo gli ultimi studi si potrebbe tagliare la spesa di quasi 1/3 (7
miliardi) per alleggerire le imposte sul lavoro. Questa quota in eccesso si riferisce, per 3,2 miliardi a
spese di funzionamento (non degli organi istituzionali) accorpando 7.400 Comuni con meno di
15.000 abitanti, per 1,2 miliardi dal taglio delle Province, per 1,5 miliardi dal taglio delle uscite
delle Regioni e per 1,2 miliardi da una razionalizzazione degli uffici periferici.
Per ridurre i costi della politica è stato emanato un decreto che stabilisce che i Partiti non saranno
più sovvenzionati. Però non da subito, perché dal 2014 al 2017 saranno applicati tagli del 25% nel
2014, 50% nel 2015, del 75% nel 2016 e dal 2017 non riceveranno alcun finanziamento diretto
dallo Stato. Al contempo si passerà a un finanziamento pubblico indiretto: cioè lo Stato li finanzierà
con il 2 per mille che i cittadini decideranno di versare loro e attraverso detrazioni fiscali concesse
ai privati e società che vogliono effettuare erogazioni liberali e degli ammortizzatori sociali ei
dipendenti dei partiti. Il finanziamento dei privati giova soprattutto ai partiti che rappresentano i ceti
sociali più ricchi mentre quello pubblico garantisce a tutti qualcosa, che però è fissato sulla base dei
voti raccolti nelle elezioni. I grandi partiti raccolgono parecchio denaro con i quali rafforzano le
loro strutture, acquistano più inserzioni pubblicitarie, stampano più opuscoli e manifesti, i piccoli
incassano somme più modeste e partono con un handicap iniziale che non è facile sormontare.
Arriva dalla Corte dei Conti il rendiconto delle spese elettorali per le politiche del 2013. Sono state
un esercito, ben 87 le formazioni politiche, con tanto di liste civetta incluse, ad aver partecipato alla
campagna elettorale del 2013. Ma ad aver percepito rimborsi sono state soltanto 15 formazioni
politiche. Il PD incasserà di più: 23,6 milioni con spese per 10 milioni e un finanziamento ulteriore
di 10,7 milioni. FI incasserà invece 18,84 milioni entro fine 2016, ma è leader per spese e
finanziamenti per 12 milioni. Praticamente alla pari per rimborsi figurano Scelta civica e Lega Nord
con 3,3 milioni, e così via per gli altri. I finanziamenti extra rimborsi sono stati pari a 46,7 milioni
complessivi, di cui 31 sono arrivati dai fondi dei partiti e altri 6 dai contributi da partiti, quasi 2,2
figurano come contributi da persone giuridiche e 7,2 da persone fisiche. I rimborsi a carico dello
Stato sono stati pari a 476,4 milioni per il 2001, scesi a 418,6 per il 2008 e 54 per il 2013.
Una indagine ha evidenziato che in un anno 398 eurodeputati, su un totale di 751, portano a casa dai
6 ai 18 milioni €, oltre ai loro salari da parlamentari, soldi che arrivano da attività esterne:
consulenze, poltrone in aziende pubbliche e in enti privati, incarichi di ogni genere, ecc. Il totale
annuale dei salari dei deputati arriva a 72,3 milioni. Una deputata francese dichiara di svolgere 68
attività esterne, retribuite e no. L’italiano N. Caputo del PD svolge 16 impegni o incarichi
19
professionali di cui uno solo è retribuito con oltre 10.000 € al mese come Consigliere della Regione
Campania. E così via per tutti gli altri. Non è un reato purchè siano dichiarati e trasparenti.
La Corte dei Conti ha iniziato una particolare rilevazione di quello che definisce “il mondo delle
strumentali”, cioè società cosiddette di “secondo livello” che ogni anno costano allo Stato ben 25
miliardi. Ne sono state individuate 286, di cui 146 sfuggono ai controlli della Corte dei Conti. Di
esse 39 sono società partecipate, 69 hanno una partecipazione che supera il 50% e la quota restante
hanno una partecipazione inferiore al 50%. Ora si spera in una profonda indagine per rilevarne la
loro utilità collettiva e l’esame delle spese sostenute a carico dello Stato.
Nonostante gli sforzi del Presidente della Repubblica i dati economici del Quirinale non sono
pubblici e semplici da trovare. Come invece accade, ormai da anni, per istituzioni come
Buckingham Palace o la Casa Bianca. Agli inizi del 2015 il Presidente con una nota informativa
comunica alcuni dati sulle “voci compatibili con la riservatezza” senza però mostrare il bilancio
integrale. Siamo ancora lontani rispetto alla trasparenza di altre residenze di Capi di Stato. Valga
come esempio il bilancio online di Buckingham Palace che (viene certificato da un revisore
esterno!) riporta perfino la marca e l’annata delle bottiglie di vino presenti in cantina e i passeggeri
che c’erano a bordo di questo o di quel volo di Stato. Nel mondo anglosassone la trasparenza è una
questione centrale. Se andiamo sul sito www.whitehouse.gov/briefingroom/disclosures/annualrecords/2014 dove la Casa Bianca pubblica perfino uno per uno i nomi dei dipendenti. Spiega la
home page che la relazione con l’elenco viene consegnata al Congresso fin dal 1995 (Presidente
Bill Clinton). Si trovano tutti e 456 dipendenti con indicato anche quanto hanno percepito
(l’assistente del Presidente ha percepito 172.200 dollari, retribuzione massima – 129.000 €.).
Pertanto lo stipendio massimo tra i collaboratori del Presidente degli USA è la metà del tetto
massimo previsto dal governo di 240.000 € Ci saranno le solite obiezioni: sono situazioni diverse,
Paesi diversi, poteri d’acquisto diversi, tradizioni storiche diverse…. Tutto vero. Ma venti anni dopo
quella scelta imposta dalla Casa Bianca, possiamo aspettarci o no una svolta radicale anche da noi?
I sondaggi dicono che la fiducia dei cittadini verso le istituzioni sono crollate (solo il 3% si fida dei
partiti), ma perfino il Quirinale è calato dal 71% al 44% di popolarità nonostante una figura di
spicco come Napolitano. Se gli uomini al vertice vogliono riconquistare la fiducia degli italiani,
tutto possono fare tranne che mettersi di traverso a una maggiore trasparenza. Gli italiani devono
fidarsi? Vengano messi in condizione di poterlo fare.
La Presidenza del Consiglio nel 2013 ha pagato per “affitti” 6,7 milioni €. Nel 2011, ritenendo
insufficiente Palazzo Chigi aveva affittato ben 20 sedi diverse, da privati o enti di previdenza, per
13 milioni e 685 mila €, ridotti poi nel 2012 a 12 milioni e 544 mila e finalmente nel 2013 si è scesi
a 6,7 milioni per 7 immobili. A questi si devono però aggiungere altri 5 milioni quali canoni per un
paio di sedi della Protezione Civile. Nel 2014, due dei 7 immobili sono stati restituiti ai proprietari
INPS e ENPAIA (Ente Previdenza degli agricoltori) cercando di risparmiare circa 868 milioni. Nel
2015 si prevede di lasciarne altri due, di cui uno dell’INPS per un canone annuo di 2 milioni ed uno
dell’UNICREDIT per 1,6 di canone, però prima si deve trovare un immobile demaniale, non
soggetto a canone, dove trasferire l’autoparco e i magazzini. Vi è inoltre un immobile in pieno
centro di Roma affittato per 1 milione l’anno utilizzato come sede della stampa estera in Italia come
previsto da una legge degli anni ottanta, perciò o si cambia la legge oppure la sede può essere
trasferita in una ex caserma.
Sono 76 le società partecipate dal Ministero dell’Economia, per cui devono essere distribuite 501
poltrone (222 Amministratori e 279 Sindaci), tra di esse abbiamo: ARCUS (società per lo sviluppo
dell’arte), CONSAP (Concessione servizi assicurativi pubblici), ENAV (Società di assistenza al
volo). ENEL, ENI, FINMECCANICA, IST. LUCE, ISDT: POLIGRAFICO, ZECCA DELLO
STATO, ITALIA LAVORO, POSTE, RETE AUTOSTRADE, MEDITERRANEE, SOGESID
(Società di tutela del territorio), ST. MICROELECTRONICS, STUDIARE SVILUPPO, ARCUS,
CONISERVIZI, ENI, GSE, INVITALIA, ANAS, TERNA, FINTECNA, TRENITALIA, RFI,
GRUPPO POSTE, GRUPPO RAI, ……..E’ stato creato un Comitato per le nomine pubbliche che
deve valutare le persone da sistemare su quelle poltrone. Viene stabilito un limite ai compensi da
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riconoscere loro, purtroppo la legge non ha valore retroattivo per cui il tetto vale solo per le nuove
nomine (per esempio P. Ciucci A.D. di ANAS percepiva 750.000 annui, G. Tempini di Cassa e
Prestiti viaggia su 1 milione e 35.000 euro, M. Masi di Consap ha 474.000 €, G. Sala A.D. di Expo
Milano percepisce 428.00, M. Moretti di Ferrovie prende 874.000, M. Sarni di Poste ben 2 milioi e
202.000 €, e così via).
Lo IAL CISL Piemonte, ente per la formazione professionale, alimentato da commesse pubbliche,
era arrivato a superare i 300 dipendenti ed ha sempre presentato i bilanci in rosso e quando arrivò
una megacartella esattoriale rischiò il fallimento. A questo punto fece richiesta al Ministero dello
Sviluppo di entrare a far parte delle grandi imprese in amministrazione straordinaria e fu accettata.
Nel 1979 fu approvata la legge “Prodi” che consentiva alle grandi imprese in difficoltà di evitare il
fallimento e durò vent’anni, poi nel 1999 uscì la “Prodi bis” e poi nel 2003 arrivò la legge
“Marzano”. Stupisce il numero dei “grandi gruppi industriali” in una Italia in cui ci si lamenta per il
nanismo delle nostre società. Nel 2014 ne sono finite in amministrazione controllata ben 123 per un
totale di 442 società. Ciò perché la legge è stata fatta con i piedi, destinata a veri gruppi come
Parmalat, Merloni, ecc. invece vi entra una pletora di soggetti che non c’entrano per nulla (enti
ospedalieri, società pubbliche per la raccolta dei rifiuti, l’Istituto di vigilanza di Roma, l’Istituto
partenopeo combattenti e reduci, ecc. Inoltre non sempre per ogni procedura c’è un singolo
commissario, per cui per 111 procedure ci sono ben 195 commissari (per esempio 3 commissari si
interessano della Ceramica sanitaria del Mediterraneo, altri 3 per l’Alitalia, e così per Valtur,
Giacomelli, Carrozzeria Bertoni, ecc.). Inoltre i commissariamenti si trascinano per anni perché per
chi se ne occupa sono soldi (non per i creditori) perchè essi sono i primi ad essere pagati, in
proporzione al passivo, più il passivo è alto più il loro compenso sale (per esempio A. Fantozzi per
l’Alitalia avrebbe portato a casa 6 milioni di euro (IL QUOTIDIANO).
L’Istat nel 2012 ha censito 11.024 società a partecipazione pubblica sia statale che a livello locale,
con un totale di addetti di 977.792. Il Commissario alla Spending Review aveva proposto, prima di
essere rimosso, il taglio di 7.000 municipalizzate in 4 anni con un risparmio di 2 miliardi. La
maggior parte di esse è presente nel settore trasporto e nel settore dell’acqua. Inoltre 1.454 sono
società non attive (con zero addetti), 994 sono unità agricole con 16.579 addetti e 891 sono definite
“non classificabili”, cioè non si sa cosa fanno. Tra i nostri governanti ve ne sono pochi che chiedono
la privatizzazione e le liberalizzazioni delle società partecipate, ma la stragrande maggioranza sono
a favore dello statalismo, chi vuole più libertà, più efficienza, più merito, più mercato, più
concorrenza viene tacciato con uno spietato “liberista”. Le municipalizzate perdono un sacco di
soldi, sono vicine al fallimento, costringono i cittadini ad usufruire di “servizi” con standard
vergognosi. Latitano gli investimenti per una efficiente distribuzione dell’acqua, eppure un
referendum ha sancito la sacralità “l’acqua è di tutti” (cioè di nessuno), quindi no alla
privatizzazione.
Bollette finanziano generosamente aziende di Stato dominate dalla politica locale, lottizzate,
spartite. I treni dei pendolari sono carri bestiame, con vagoni indecorosi (i privati potrebbero
sopperire alle mancanze, mettere a disposizione treni puliti, decenti e puntuali). La TV di Stato
affonda nei debiti malgrado balzelli iniqui, la retorica del “servizio pubblico” demonizza il privato e
così si permette la lottizzazione dei partiti. Vanno in rovina beni archeologici e culturali
abbandonati a se stessi da uno Stato assenteista, però si suona l’allarme su fantasiose
”privatizzazioni” e così si perdono i contributi privati. In Italia, sempre in nome del “pubblico” si
continua a invocare sovvenzioni, assistenza, elargizioni senza controllo e senza criteri da parte di
uno Stato che dovrebbe fare meno cose ma bene.
Una legge prevede che il Direttore del Parco Gran Sasso debba essere scelto tra gli iscritti ad un
albo di idonei a cui si accede mediante concorso per titoli. Il Dr. Maranella ha ricevuto un primo
incarico temporaneo di 3 mesi dal 1/6/2004 per ragioni di necessità e di urgenza, quell’incarico è
stato prorogato per ben 28 volte, con una retribuzione di 83.000 €. Ora in 10 anni le ragioni di
urgenza e necessità non sono più credibili. Inoltre la maggior parte dei direttori delle aree protette
italiane va avanti a proroghe. E’ la legge che va cambiata! Questa vicenda fa capire che una cosa del
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genere è possibile soltanto in presenza di un disinteresse assoluto degli apparati amministrativi
nazionali e locali. Ormai da anni gli Enti Parchi servono a tutto tranne che ai parchi: soddisfare
piccole clientele locali, garantire lo strapuntino a qualche ex politico, a ricompensare con una
poltrona non troppo impegnativa qualche fedelissimo, ecco le loro funzioni.
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