Stupido hotel che è la nostra anima
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Stupido hotel che è la nostra anima
Vasco Rossi Questo stupido hotel…che è la nostra anima Elaborazione di Giuseppe Cursio Stupido Hotel Ora che sono Ora che sono qui In questo stupido stupido Hotel E non sei qui con me Tutto mi sembra inutile Tutto mi sembra com’è Farmi la barba o uccidere Che differenza c’è? Hai già pronto il piano di recupero Io vado preso, vado preso e hai Sempre ragione tu. Per il mio limite io non so stare solo Vivere insieme a me Basta aspettarmi uscire E prendermi come se Credi che sia facile Credi che sia semplice Vai a farti fottere Credi che sia Una storia semplice Cielo senza nuvole Un amore utile Sempre alla ricerca DOV’È Uhò dov’è? Fin là? Questa felicità! Ora che sono ora che sono qui Nel supermarket di questo stupido Stupido hotel E tu non sei qui con me Tutto mi sembra inutile Telefonarti o uccidere Che differenza c’è Basta che sia facile Basta che sia semplice Basta farsi fottere Basta che sia Una storia semplice Cielo senza nuvole Un amore utile Sempre alla ricerca Dov’è Uho dov’è? Fin là? Questa felicità DOV’È. Tratto dal CD Stupido Hotel, Emi, 2001. 1. Il testo interpretato dall’autore. “Ci sono hotel per tutti nel rock. C’è l’Hotel California degli Eagles, c’è il Chelsea hotel di Sid Vicius, c’è il Morrison Hotel dei Doors e hotel Supramonte di De Andrè … ogni grande artista ha il suo hotel … Come siamo stupidi quando ci divertiamo, come ci si diverte a fare gli stupidi … Perché stupido Hotel? … hai mai incontrato un Hotel intelligente? Quando sono qui in questo stupido Hotel … È una condizione dell’anima … È uno stato d’animo (…) quello che segue una fuga … non da se stessi forse proprio per ritrovare se stessi … o almeno per frequentare quella parte oscura di sé, spesso sconosciuta che, dentro ognuno di noi lavora … macina imprigionata dentro le abitudini, il lavoro, la scuola, dentro la convenienza, l’educazione, la necessità, ma che contribuisce a formare quell’equilibrio delicatissimo e fragile che è la nostra personalità. E siamo soli in uno stupido Hotel, soli, di fronte a noi stessi, nella gioia, si può condividere una casa, una capanna, uno stato d’animo. Si può essere più soli a letto con qualcuno che dorme a fianco che in uno stupido Hotel … e allora la felicità dov’è? Conoscere se stessi stare bene con se stessi. Prima di tutto ammettere la propria solitudine ed accettare questa condizione. Partire da questa consapevolezza di nascere e morire soli, per poi stare con gli altri, con allegria rispetto e affetto, ma senza dipendenza è questa la mia strada.” Le persone inquiete hanno sempre bisogno di una via di fuga, di ritrovarsi in determinati momenti lontani da tutto, da tutti e soprattutto da se stessi … Di svegliarsi una mattina in un Hotel, con a fianco un pacchetto di sigarette e la testa nel pallone … Si, di uno stupido Hotel … (ANNA LISA CANALE 2003, 163-165) 2. Il testo interpretato da una ragazza Quando la persona che si ama ci lascia ci sentiamo vuoti e ci scontriamo con il senso della solitudine ci illudiamo di poter coprire questa solitudine con la relazione. 3. Il testo è la sinfonia delle voci: gli approcci interdisciplinari 3.1 Godot non verrà Siamo ciò che aspettiamo! Cerchiamo in uno “Stupido Hotel” negli angoli della nostra anima, cerchiamo le nostre domande. La letteratura è un groviglio di domande urlate, sommesse di uomini e donne che cercano la felicità. Come Vasco Rossi cerca in uno Stupido Hotel, cerca il “luogo“ della felicità, S. Beckett aspetta la felicità, aspetta una persona, aspetta Godot che non verrà. Samuel Beckett nasce nel 1906 a Dublino, dove compie tutti gli studi e frequenta l’Università, dedicandosi allo studio delle lingue moderne. Nel 1946 Beckett si dedica interamente all’attività di scrittore. Aspettando Godot è una commedia del 1952. Nel primo atto due vagabondi, Vladimiro ed Estragone, attendono in una strada deserta un misterioso personaggio: Godot. Essi, però, non sanno né quando, né dove debbono incontrarlo. E non sanno cosa fare nell’attesa. Intanto compare sulla scena Lucky, un vecchio che il suo padrone Pozzo va a vendere al mercato. Si fa avanti, successivamente, un ragazzo che annuncia che Godot arriverà il giorno dopo. Nel secondo atto, Beckett ci presenta Pozzo che è diventato cieco e Lucky che è diventato muto. Attendono le tenebre. Ritorna il ragazzo che dice che Godot verrà di sicuro il giorno dopo. Vladimiro ed Estragone attendono, immobili, mentre il sipario cala su di loro (D.ANTISERI et al. 1993, 1187). 3.2 Trafitti da un raggio di sole Ancora la voce dell’uomo poeta, la consapevolezza che siamo soli e che siamo chiamati a dare senso a questa solitudine. Molto spesso i testi di Vasco Rossi terminano immancabilmente con una solenne contemplazione della natura, dei suoni della natura, del desiderio di “stare su una nuvola”, di contemplare la pioggia, di lasciarsi abbracciare dal sole. La brevissima poesia di Salvatore Quasimodo, “Ed è subito sera”, (1930) è uno degli esempi più noti di quella concentrazione lirica per cui attraverso una sola immagine può essere illuminata come un lampo una condizione dell’esistenza. Solitudine dell’uomo e fugacità della vita sono gli elementi costitutivi del nostro esistere. Ciascuno è segregato nella propria solitudine ed estraneo agli altri, nel deserto della vita; per un attimo è acceso, reso vivo, da un raggio di sole, e repentinamente travolto dalla morte. Ed è subito sera Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. (D.ANTISERI et al.1993, 983) 3.3 Il silenzio del testimone muto I vicoli della nostra anima sono sempre immersi nella burrasca degli interrogativi, cerchiamo, apriamo foreste con le nostre mani felici di spalancare nuovi orizzonti e quando vediamo la pianura vogliamo salire più in altro. Stiamo in uno stupido hotel cercando la felicità. Nella nostra amara costernazione diciamo a noi stessi che Godot non verrà. E se fosse Godot a cercarci? Nella lirica che presentiamo, tratta da “Onore del vero”, tornano i temi tipici della poesia di Luzi. Anche in “Come tu mi vuoi”, il sentimento della solitudine trova la sua cornice emblematica in un paesaggio che, pur animato da qualche figura umana, è battuto dal vento che lo prosciuga e stretto dalla morsa del gelo. Il poeta si trova nel consueto stato di indifferenza, ma invoca un Tu perché entri nella sua anima liberandola dalla solitudine, di cui trabocca. Come tu mi vuoi La tramontana screpola le argille, stringe, assoda le terre di lavoro, irrita acqua nelle conche; lascia zappe confitte, aratri inerti nel campo. Se qualcuno esce per legna, o si sposta a fatica o si sofferma rattrappito in cappucci e pellegrine, serra i denti. Che regna nella stanza è il silenzio del testimone muto delle neve, della pioggia, del fumo, dell’ immobilità del mutamento. Sono qui che metto pine Sul fuoco, porgo orecchio al fremere dei vetri Non ho calma né ansia. Tu che per lunga promessa Vieni ed occupi Il posto Lasciato dalla sofferenza Non disperare o di me o di te, fruga nelle adiacenze della casa, cerca i battenti grigi della porta. A poco a poco la misura è colma, a poco a poco, a poco a poco, come tu vuoi, la solitudine trabocca, vieni ed entra, attingi a mani basse. È un giorno d’inverno di quest’anno, un giorno, un giorno della nostra vita. (D.ANTISERI et al. 1993, 1003 –4) 3.4 Stupido e tenero hotel che è la nostra anima I vetri di una casa accolgono il fragore gentile del vento, il soffio richiama la voce del testimone soccorrevole. Anche ai vetri di un hotel se pur più grandi e spessi bussa una brezza leggera. Che sia l’hotel, che sia la casa, la nostra anima aspetta questa brezza leggera. Le voci dei poeti ci hanno fatto vedere con la luce delle belle parole alcuni orizzonti: è necessario stare in uno “Stupido Hotel” ma … non aspettare invano perché il testimone silenzioso bussa con il vento ai vetri della nostra anima, il nostro stupido e tenero hotel. Bibliografia ANNA LISA CANALE (2003), Vasco Rossi, Roma, Editori Riuniti. D.ANTISERI et al.(1993),La conoscenza letteraria, Firenze, Giunti Marzocco.