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Noi siamo il centrosinistra doc Parla il ministro Brunetta IL FOGLIO DENTRO L’INFORMAZIONE Il network d’informazione delle grandi Radio Regionali. Redazione e Amministrazione: L.go Corsia Dei Servi 3 - 20122 Milano. Tel 02/771295.1 ANNO XIII NUMERO 202 Quando nell’esecutivo di unità nazionale si discutono temi sensibili per il Partito di Dio riprendono gli scontri a Tripoli Intrigo tra alauiti, sunniti, sciiti Beirut. L’esercito libanese è intervenuto in forze a Tripoli, il capoluogo del nord, per far cessare i sanguinosi scontri degli ultimi giorni. Miliziani sunniti, fedeli alla maggioranza di governo e gruppi armati alauiti, alleati di Hezbollah, hanno provocato 9 morti e 68 feriti in sole 48 ore. Gli scontri riflettono il braccio di ferro in seno al neonato governo di unità nazionale. Non c’è accordo sul disarmo delle milizie sciite del Partito di Allah e sui rapporti con la Siria. La nuova impennata di violenza settaria a Tripoli segue una scia di sangue, che negli ultimi due mesi ha già provocato 22 vittime e un centinaio di feriti. La prima linea dei combattimenti corre lungo la “frontiera” fra il quartiere di Bab al-Tebbaneh, roccaforte dei sunniti e quello di Jabal Mohsen, abitato in prevalenza da alauiti. Da giovedì fino all’alba di ieri i miliziani si sono battuti a colpi di razzi Rpg e raffiche di mitragliatrice nascondendosi in mezzo alle case. Fra i morti delle ultime ore si contano anche un bambino di 10 anni e due donne. L’esercito ha imposto il coprifuoco schierandosi fra le fazioni rivali con i mezzi blindati. I soldati hanno l’ordine di sparare a chiunque giri armato. “Ogni volta che scoppiano incidenti settari nel nord del paese vengono utilizzati per esercitare pressione politica. Le armi servono per ottenere concessioni”, denuncia il ministro dello Sport, Ahmad Fatfat, esponente di spicco della maggioranza del governo di Fouad Siniora. Il nuovo esecutivo di unità nazionale è sorto l’11 luglio con un sofferto compromesso sulla spartizione delle poltrone. E’ il risultato degli accordi di Doha scaturiti dopo la dimostrazione di forza di Hezbollah, che in maggio aveva conquistato Beirut armi in pugno. Da una parte la maggioranza filo-occidentale e antisiriana del giovane sunnita Saad Hariri, che guida il Movimento del Futuro, i drusi di Walid Jumblatt e i cristiani del clan Gemayel. Dall’altra Hezbollah, con gli sciiti di Amal, i cristiani dell’ex generale Aoun e la piccola compagine di alleati alauiti, che seppur minoranza hanno i numeri e il potere per bloccare qualsiasi decisione governativa. La posta in palio è la stabilità del Libano sempre a rischio guerra civile. Non è un caso che i nuovi scontri di Tripoli siano coincisi con lo stallo del governo su alcune questioni cruciali. Secondo gli accordi di Doha l’esecutivo, per diventare realmente operativo, deve stabilire entro 30 giorni dalla sua nascita una specie di piano programmatico. Giovedì la coalizione di unità nazionale ha sospeso le trattative sull’elemento cruciale dall’ultima guerra con Israele: il disarmo di Hezbollah. E Tripoli si è infiammata. Siniora e i filo-occidentali puntano ad assorbire le milizie sciite nelle forze armate annullando di fatto i loro arsenali. Gli Hezbollah e i padrini iraniani non ne vogliono sentir parlare. Il presidente del Parlamento, Nabih Berri, leader degli sciiti di Amal, sta cercando di convincere il capo dei sunniti Hariri e il druso Jumblatt, per evitare che il governo di unità nazionale muoia sul nascere. I rapporti con la Siria Un altro ostacolo da superare, per la firma del documento programmatico, riguarda i rapporti con la Siria, soprattutto tenendo conto che il ministro degli Esteri è una delle pedine di Hezbollah nel governo. Per Hariri, che ha avuto il padre ammazzato dai servizi siriani, Damasco è il nemico numero uno. Gli alauiti di Tripoli sono un gruppo sciita minoritario, ma conquistarono ampio potere durante l’occupazione siriana del Libano. La stessa famiglia Assad, che governa da sempre in Siria, fa parte della minoranza alauita. Gli scontri con i sunniti si inseriscono nel conflitto ben più ampio che coinvolge l’intero medio oriente. Sauditi ed egiziani, con la benedizione americana, appoggiano la maggioranza sunnita del governo Siniora con l’obiettivo di ridimensionare Hezbollah e contenere l’espansionismo iraniano. Gli alauiti sono utili giannizzeri sciiti per i ricatti politici del Partito di Allah, con l’appoggio di Teheran e Damasco. Poste Italiane Sped. in Abbonamento Postale - DL 353/2003 Conv. L.46/2004 Art. 1, c. 1, DBC MILANO Caro Walter, l’idea era buona ma il tuo Pd è una delusione Per recuperare credibilità (e potere) non basta prendersela col Cav. I l segretario del Partito democratico ha gentilmente replicato ieri nel Foglio a un mio commento pubblicato da Panorama, del che lo ringrazio. Mi dicevo stupefatto perché il progetto incarnato dalla sua leadership è in disarmo. Invece di riconvocare le primarie dopo la sconfitta elettorale e cercare una nuova legittimazione popolare per le sue idee, nel fuoco di un confronto chiaro e stanando i suoi avversari interni, Veltroni ha scelto tattiche elusive e difensive della vecchia politica d’apparato. Indebolendosi. Paura di una scissione? Fragilità di quel corpo politico appena fuso e già sottoposto allo stress da perdita del governo? Inquietudine per il plebiscito nordista-leghista e la variante spettacolare della conquista del Campidoglio da parte di Alemanno? Carattere personale di Veltroni, ostile agli scontri all’arma bianca? Realistica valutazione del peso specifico di D’Alema e della sua dottrina di restaurazione del potere dei partiti in un quadro di Repubblica parlamentare vecchio stile, insomma il contrario del progetto bipolarista, della vocazione maggioritaria del Pd, della leadership personale legittimata nelle primarie? Spiazzamento derivato dallo scarto di Berlusconi, che ha sbaragliato un nuovo agguato giudiziario nel modo radicale e volitivo che sappiamo, con il lodo Alfano, mettendo il suo interlocutore politico e istituzionale dell’opposizione in grave difficoltà con la sua base elettorale e politica? Le spiegazioni possibili sono tante, elencarle tutte sarebbe una lungaggine, ma il risultato non cambia. Veltroni ha perso parecchio peso nel Pd e, in rapporto al paese, il Pd va perdendo ogni giorno il suo tratto di novità e di senso, il suo crisma battesimale impallidisce: doveva essere una formazione politica originale, un partito democratico in senso americano, nuovo nell’ideologia e nella forma organizzativa, e non più un partito popolar-cattolico o socialista nella tradizione europea. Doveva esserlo, secondo i piani pubblicamente esposti, ma non lo è diventato e non lo sta diventando. I conti elettorali del centrosinistra si possono leggere in un solo modo, se non si abbia voglia di scherzare o di truffare il prossimo. L’Unione e il governo Prodi, insieme con l’estrema sinistra radicale e un coacervo di idee e di abitudini e di pregiudizi antropologici e morali dell’antiberlusconismo militante, sono il mondo che è uscito letteralmente distrutto dal voto. Invece il progetto veltroniano di Partito democratico, sia per la percentuale raccolta sia per il Parlamento uscito dalle urne, in cui ad esso è consegnato sostanzialmente il monopolio dell’opposizione, ha tenuto e ha creato le condizioni politiche di un rilancio e di una strategia di alternativa di lungo periodo, fondata sul governo om- bra e un rapporto normalmente conflittuale e competitivo ma non di reciproca delegittimazione e paralisi con la maggioranza. Quel progetto, nominalmente, era appoggiato, insieme con la leadership di Veltroni, da una vasta maggioranza interna ai due partiti postdemocristiano e postcomunista che hanno dato vita all’idea. Nominalmente. In realtà era legato a un salto di generazione e di cultura, come aveva scritto in modo preveggente il professor Salvati in queste colonne, la prima volta che fu sistematizzata la stessa idea di un Partito democratico. Ma il salto non c’è stato, tutto procede nella continuità e nella melassa burocratica, l’identità del partito sfiorisce, la sua silhouette si accuccia all’ombra di una ordinaria operazione di unificazione delle due formazioni originarie. La politica del Pd si presenta già come una qualunque ricerca di ordinarie alleanze nel panorama politico così com’è, dal pigro e irrilevante Casini agli extraparlamentari di sinistra fino al populismo giustizialista di un Di Pietro. Niente di male, tutto legittimo. Ma questo che c’entra con quella grande idea di partito nuovo che avrebbe dovuto favorire e col tempo guidare un mutamento grandioso nella forma dello stato e nell’assetto stesso della società politica italiana? Che c’entra con il Pd come agente di grandi riforme istituzionali e costituzionali, come contraente di un patto per una nuova Repubblica fuori dalla vischiosa transizione di questi “quindici anni” che Veltroni non smette mai di mettere sotto accusa come un passato di cui liberarsi? Le pratiche politiche nel Pd dopo le elezioni fanno invece prevedere nuove Unioni e nuovi centrosinistra da comporre con il tradizionale metodo del rassemblement antiberlusconiano ingovernabile e di poca coesione per un serio governo del paese. A queste contestazioni non faziose, non antipatizzanti, che partono dal riconoscimento del significato positivo e interessante del progetto che la sua leadership ha incarnato, Veltroni ha risposto esibendo ancora una volta la sua buona volontà, che nessuno mette in dubbio; ha rivendicato un cambiamento di tono e di stile che si è segnalato nella presa di distanza dall’orgia demenziale di sciocchezze realizzata a Piazza Navona; e per l’essenziale ha attribuito la colpa dei disastri all’inclinazione di Berlusconi, di nuovo rivelatosi “totalmente inaffidabile”, a difendersi dai magistrati che cercano di stroncare da quindici anni la sua notevole carriera politica o, per riprendere un fantastico Baget Bozzo sulla Stampa di ieri, il suo potere sovrano di rappresentanza costruito, e non in plastica, nel vuoto di legittimazione dello stato. A me sembra poco, caro Walter, e te lo dico con la stessa gentilezza sincera da te usata nella tua lettera di ieri. La Giornata * * * In Italia * * * Nel mondo POLEMICA TRA GOVERNO E SINDACATI SU PENSIONI E MANOVRA. Una norma inserita nel maxiemendamento sulla Finanziaria impedisce ai lavoratori precari la possibilità di ottenere dal magistrato la stabilizzazione del rapporto. “Si tratta di una misura nata in ambito parlamentare: non l’ha voluta il governo” hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi. Sull’innalzamento dell’età pensionabile, il ministro del Welfare Sacconi ha ringraziato ironicamente Enrico Letta e i sindacati “per avere compreso lo spirito dell’iniziativa” contenuta nel Libro verde, precisando che il tema vi è “solo accennato e in forma dubitativa”. La Cgil parla di “misura iniqua e inutile”. AHMADINEJAD MINACCIA: “L’IRAN HA SEIMILA TURBINE NUCLEARI”. Il presidente della Repubblica islamica (premiato ieri come “Eroe nazionale del nucleare”) ha detto che le potenze del 5+1 “sono a conoscenza” del numero di macchinari per l’arricchimento dell’uranio in possesso di Teheran, ma questo “non viola gli accordi”. Le turbine sono raddoppiate in 3 mesi. * * * In India almeno 18 morti e decine di feriti per attacchi dinamitardi ad Ahmedabad. Si sospettano gli estremisti islamici. * * * * * * Obama chiude a Londra il suo tour europeo. Il candidato democratico alla Casa Bianca non è preoccupato per il recupero nei sondaggi del rivale repubblicano McCain: “Non sorprende, sono stato via una settimana”. * * * Il Senato americano vara la salva-mutui, la legge per sostenere il mercato immobiliare. Bush dovrebbe ratificarla a breve. * * * Uccisi 4 civili a un checkpoint afghano. Nella provincia meridionale di Helmand, i militari inglesi hanno sparato su un’auto che non si era fermata al posto di blocco. Sì del Vaticano all’emergenza immigrati, “ma occorre bilanciare accoglienza e sicurezza”. Nuovi sbarchi di irregolari: 227 a Lampedusa e 125 in Sardegna. Casini vuole Mastella per le Europee: “Questo cantiere deve essere apertissimo verso tutti”, ha detto il leader dell’Udc a Todi. Un gay è stato risarcito dall’assicurazione per la morte del compagno francese, deceduto in un incidente al Lido di Venezia. I due, insieme da quarant’anni, si erano uniti con un Pacs a Parigi. Le Generali hanno riconosciuto al convivente il danno, nonostante dal punto di vista formale in Italia non vi fosse tra i due legame di parentela. * * * * * * * * * Hamas arresta 120 sostenitori di Fatah a Gaza, in seguito ad un’esplosione che venerdì aveva causato 6 morti. Questo numero è stato chiuso in redazione alle 21 OGGI NEL FOGLIO QUOTIDIANO RELATIVISMO O METAFISICA? • HABERMAS VS SCALFARI. Le chio- se di Benedetto Ippolito alla disputa su ragione e religione tra il filosofo e il Fondatore pagina 2 Fra le macerie del loft Nel Pd è già battaglia per le spoglie del modello Roma Il forestiero Bersani corteggia Zingaretti e ha scelto Tocci come anti Bettini Roma. Non è il nord invocato come luogo della riscossa dai leader del Pd dopo la batosta elettorale, né il sud delle emergenze. E’ nella capitale il campo di battaglia dei nuovi assetti del Partito democratico, fra le macerie del modello romano, le accuse incrociate di Goffredo Bettini a Francesco Rutelli e di quest’ultimo a Bettini e a Walter Veltroni su chi abbia fatto perdere al centrosinistra il Campidoglio. “E’ l’horror vacui”, dicono nel Pd romano, generato dalla caduta di un sistema di potere consolidato in 15 anni e che aveva in Bettini un garante di continuità. Ma il vuoto diventa subito spazio da riempire, un’opportunità. Va letto in questo quadro, e nella prospettiva della lotta per la leadership nazionale, l’improvviso attivismo del forestiero Pierluigi Bersani a Roma. Obiettivi: trasformare l’ex vicesindaco diessino delle giunte Rutelli, Walter Tocci, oggi deputato Pd, in un anti Bettini con l’appoggio promesso da lettiani, dalemiani, rutelliani; e attrarre nella stessa orbita il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, unico vincitore delle amministrative, staccandolo da Bettini e Veltroni. Missione non da poco: Zingaretti è legato a Bettini da amicizia e gratitudine, spiegano i veltroniani. Mercoledì Bersani sarà a Frascati all’assemblea di Red Lazio, il braccio operativo della fondazione dalemiana ItalianiEuropei. La settimana scorsa l’ex ministro dello Sviluppo era il padrone di casa a un dibattito dal titolo inequivocabile: “Roma-Italia si riparte”, ospiti d’onore per l’appunto Zingaretti e Tocci. “Trecentocinquanta persone che fanno duecento schede di partecipazione”, spiega l’organizzatore, Stefano Di Traglia, uomo di fiducia del ministro dell’Economia del governo ombra. Tutto quello che si può contare è prezioso, nel grande gioco dei tesseramenti. Il modello emiliano e le primarie di ottobre Il bersaglio della riunione emerge nitido dalla linea revisionista rispetto al modello romano. “Negli anni 80 dalle mie parti ci chiedevamo se il modello emiliano era esportabile o in crisi, quella riflessione arrivò in molti comuni, ma non a Bologna e si è visto come è andata”, dice Bersani sul palco. Alemanno come Guazzaloca. Tocci decostruisce in modo più sistematico: “Roma ha ritrovato un ruolo internazionale, ma è tutto turismo, consumo, l’indice degli investimenti esteri è basso. Le piccole imprese sono cresciute, ma nella maggior parte dei casi sono nate dalle commesse dei grandi ministeri e delle grandi aziende pubbliche e sono sostenute da settori protetti a differenza di quelle del nord”. A Veltroni Tocci fa anche critiche politiche: “Il 60 per cento di voti doveva investirlo nelle riforme difficili, invece lo ha considerato una rendita e si è consumato. E’ stato il difetto del modello Roma. Tesi indicibili prima dello shock Alemanno. Qualcuno aveva osato: l’ex segretario della sezione Ds centrostorico Fabio Nicolucci, oggi uno dei lettiani di Roma. Il dibattito genera nervosismo: l’associazione di Bettini, Democratici in rete, ha prontamente organizzato nello stesso auditorium un’iniziativa analoga per domani, con i deputati veltroniani Ileana Argentin e Walter Vitali. Zingaretti diplomaticamente andrà anche lì. Le grandi manovre d’autunno per due posti local ma ambiti in tempi di magra, segreteria regionale e federazione romana, consigliano prudenza. Veltroni aveva tentato di blindare alla regione Roberto Morassut. Ma, forti di un’inchiesta di Report sul patto con i costruttori che metteva in difficoltà proprio Morassut, i non veltroniani hanno ottenuto il rinvio dell’operazione chiedendo le primarie a ottobre. Ma chi voterà? I nuovi iscritti con tessera, come vuole D’Alema, o i vecchi elettori delle primarie, come vuole Veltroni? Lo statuto regionale è ancora da completare e il fronte è aperto. Bersani & C. per quel ruolo corteggiano Tocci. Ai quarantenni di quell’area, sempre in cerca di spazio, non dispiace: deve formare un nuovo gruppo dirigente, come in passato ha fatto Bettini – dicono – noi ci scanneremmo. Più che uccidere il padre, come poteva sembrare dai convegni sulla questione generazionale, per ora bisogna trovarne un altro. Il network d’informazione delle grandi Radio Regionali. DOMENICA 27 LUGLIO 2008 - € 1,00 DIRETTORE GIULIANO FERRARA Libano fragile, morti a nord Hezbollah riprende le armi contro il piano di disarmo del governo quotidiano DENTRO L’INFORMAZIONE ADDIO CERTEZZE Farsi mettere incinta da Brad Pitt è “stressante”. Crollano i punti fermi femminili C i sono punti fermi nella vita di ogni ragazza, certezze che vanno conservate, cose di basilare saggezza femminile per cui non serve dimostrazione. Ad DI ANNALENA esempio: gli uomini sono abbastanza stronzi di natura. Una lo sa, o comunque le viene spiegato molto presto dalla madre oppure lo scopre all’asilo, e vive la propria vita di conseguenza, con animo leggero e rassegnato. Ancora: le partite di calcio sono incomprensibili, l’iPhone è bellissimo ma non inoltra messaggi e non manda mms quindi è praticamente inutilizzabile però a tenerlo in mano in treno si creano assembramenti di ammiratori, i costumi bianchi in mare diventano trasparenti. Brad Pitt era la certezza numero uno: un figo pazzesco, l’uomo dei sogni anche erotici, l’indimenticabile fondoschiena di Thelma e Louise, il colpevole di tutte le successive disgrazie professionali ed esistenziali di Jennifer Aniston, il perfetto compagno di Angelina Jolie. Loro due insieme sono una coppia da brivido e possono permettersi la noia di continue dichiarazioni umanitarie. Perché chissà cosa fanno, poi, a casa. Invece Brad e Angelina avrebbero concepito i gemelli in provetta: “Lei ha voluto l’inseminazione artificiale per non doversi sottoporre allo stress di rimanere incinta”. Lo stress. Con Brad Pitt. Tentare di farsi mettere incinta da Brad Pitt (qualche tentativo andrà a vuoto, a meno che si appartenga alla schiera di quelle per cui basta uno sguardo, quindi bisognerà provare e riprovare) è troppo stressante. E mettere appassionatamente incinta Angelina Jolie non è un privilegio per cui eternamente ringraziare, visto che lui ha accettato di chiudersi da solo in uno stanzino con qualche rivista. E’ finito tutto: i due più sexy della terra inorridiscono all’idea di accoppiarsi più di una volta a figlio (anzi, a gemelli), tutti gli altri allora possono estinguersi. E’ terribile, ma c’è un lato positivo: se la fidanzata di Brad Pitt, nonché madre dei suoi figli, si rifiuta di dargliela, nessun sottouomo in ciabatte avrà mai più diritto di indignarsi quando la moglie dice di avere mal di testa. Le strategie di Anne Hathaway Poi c’era la certezza numero due, ed è andata ugualmente distrutta. Una ragazza che dice al fidanzato con cui è in crisi: prendi un aereo e torna qui perché dobbiamo parlare del nostro futuro, provoca l’immediato acquisto da parte del fidanzato di un biglietto per la parte opposta del mondo. Invece pare che sia stata Anne Hathaway (l’attrice del Diavolo veste Prada), d’accordo con l’Fbi, a far arrestare Raffaello Follieri, il faccendiere che si spacciava per direttore finanziario del Vaticano: l’ha fatto tornare di corsa a New York per parlargli (doveva lasciarlo prima che le saltasse il contratto con Lancome) e dopo due giorni l’hanno arrestato (ora l’Fbi ha sequestrato i diari di Anne, per trovare in mezzo ai cuoricini e alle lagne su quanto quel Ratzinger facesse lavorare il povero Raffaello, altre prove di colpevolezza). La certezza numero tre per fortuna regge ancora: nessun potere nucleare, nessun bombardamento intelligente, nessun posto solitamente riservato agli uomini, nessuna grandiosa carriera potrà mai modificare le priorità di una donna: “Adesso non ho tempo, ma non vedo l’ora di tornare a fare shopping”, ha detto Condoleezza Rice, ristabilendo all’istante i fondamentali. Compagni alle terme Solo Fausto riesce a unire il Congresso dei rissosi. Ma oggi si va alla conta Bertinotti ammette il fallimento del Prc, Vendola non sfonda, Ferrero rifiuta la diarchia. Nella notte si media ancora Dieci minuti di applausi Chianciano. E’ il giorno di Fausto Bertinotti, che di fronte alla platea di questo rissoso VII congresso torna re per una notte e detta la linea: “Ad aprile abbiamo fallito – dice – sono state sconfitte tutte le ipotesi di unità a sinistra, adesso ci vogliono altri protagonisti e un’altra meta” che non sono l’alleanza con Di Pietro o col Pd. Poi l’appello all’unità: “L’avversario non è tanto Berlusconi quanto le nostre divisioni”. Sull’ex presidente della Camera si riversa tutto l’affetto del partito e non se l’aspettava nessuno. Non in questa proporzione almeno. Bertinotti viene interrotto da ventiquattro applausi. Ha solo venti minuti per concludere e spesso è costretto a parlare più forte del battere scrosciante. Alla fine saluta rotto dall’emozione i 650 delegati che gli dedicano una standing ovation lunga dieci minuti: “Grazie per tutti questi anni insieme. Vi voglio beFAUSTO BERTINOTTI ne”. E’ tornato il subcomandante Fausto. “Non ha mai smesso di esserlo”, dice con orgoglio Gennaro Migliore. E il giovane colonnello, che di Bertinotti è stato a lungo considerato il delfino, è commosso mentre parla del vecchio leader che si ritira. Non è il solo. Qui si piange “perché è bello stare insieme tra compagni”, come dice il delegato di Vicenza. Per la prima volta nella sua storia il comunismo ha un’aria zuccherina. Ma dura poco. Lotte intestine anche su “Bella ciao” La fratellanza finisce nel tardo pomeriggio, quando si susseguono gli interventi di Paolo Ferrero e poi del vendoliano Gennaro Migliore. Ferrero non apre spriragli (“dobbiamo uscire da questo congresso con una forte svolta a sinistra”) anche se poi avverte: “Non dobbiamo scinderci”. Ma sono i delegati a dividersi appena l’ex ministro conclude l’intervento. E’ una manifestazione muscolare d’urla e canti. Quando sale sul palco, Migliore non riesce nemmeno a parlare per i primi due lunghissimi minuti, perché i sostenitori di Ferrero salutano il loro beniamino cantando “Bandiera rossa” e poi “Bella ciao”. C’è un’aria da rissa (orchestra diretta dal duro Nunzio D’Erme). Dopo l’imbarazzo, il giovane Migliore trova le parole giuste: “Compagni, questa canzone fa parte del nostro patrimonio comune”, come dire: non potete usarla contro di me. Ci sono due rifondazioni sotto il tendone del Pala Montepaschi di Chianciano. E il discorso di Bertinotti, alle 18, sembra già lontano anni luce. Al momento in cui questo giornale va in stampa, l’accordo per una gestione unitaria del partito, con Nichi Vendola segretario, sembra tramontare benché il governatore resti ancora l’unico candidato ufficiale. Il partito potrebbe ritrovare un’unità formale grazie a una modifica dello statuto e la reintroduzione della figura del presidente. Con Vendola segretario affiancato da Ferrero, il Prc resterebbe unito in un clima di guerra. L’alternativa è andare alla conta dei voti, ma il diplomatico Claudio Grassi azzarda l’ultimo appello: “Nichi, Paolo, parlatevi”. L’ha detto lei, l’ha detto ieri la Concita De Gregorio. L’ha pure scritto. Non parlatele, per favore, delle nuove tecnologie. Ci diventa pazza. Non le sopporta, pensa che rovinino l’esistenza, istupidiscano, rendano passivi, nevrotici, adrenalinici, disattenti alle cose che succedono intorno e incapaci di vedere il reale, sommersi, come si è, da tutto quel virtuale. Dice che è sconsolante. Concita si è convinta, per esempio, che se la soglia di attenzione media è ormai ridotta a tre minuti, la responsabilità massima sia della frenesia imposta dalla vita tecnologica, la quale irrompe in continuazione nella vita vera, in tempo reale, per cui ti sembra di essere dappertutto mentre non sei da nessuna parte. Internet, videofonini, palmari, collegamenti veloci, telefonini? Che vadano al diavolo, ci sprona orgogliosa Concita. Ed è subito Soru. ANNO XIII NUMERO 202 - PAG 2 Sacrifici umani La tv lavora anche da spenta e macina esistenze dimenticate che D’Eusanio rimette in onda E’ una legge, che la tv esista anche da spenta. Compie l’altra sua azione quando non viene vista, sotto la nostra pelle. Allora la rete delle immagini ci inLA FINESTRA DI FRONTE tesse dentro con le sue sensazioni, che non sono le nostre. Il trionfatore di un festival canoro, un delitto, un terremoto. Un’ora dopo, tutto è tralasciato. Ma l’opera prosegue con il fatto che la televisione innalza e già si prepara a dimenticare. Servono cambi continui e fa quel bucato che insapona e non sciacqua. Lascia la schiuma addosso, finché scivola. Viviamo nella schiuma di imitatori sostituiti con monologhisti, di assassini alla gogna cambiati con nuovi innocenti: l’essenziale televisivo è fare il bucato e ogni giorno procurare panni freschi. Intanto, gli anni passano, sono decenni, e la tv trita. Frange nomi, giovinezze, li rende come carne di hamburger, e rimane un’indistinta polpa. Mercoledì sera c’era l’idea, interessante, di Raidue: mettere in onda “Ricominciare”, derivante dal talk quotidiano “Ricomincio da qui”, con Alda D’Eusanio. Il tema era appunto quello di illuminare i personaggi dello spettacolo e della cronaca nera di un tempo lontano, ma non così lontano, perché noi c’eravamo. Gli ex personaggi bypassati dal tele-flusso, e tornati persone in solitudine. E un mercoledì sera, come se risorgessero dalla cenere, le ombre di quarant’anni fa. Dunque l’attrice Agostina Belli, fuggita dal mondo del cinema per salvare la propria vita privata, e poi dimenticata; Marisa del Frate, attrice degli anni Sessanta (con Bramieri e Pisu) nel varietà “L’amico del giaguaro”: dimenticata. La soubrette Nadia Cassini, oggetto di un’invenzione del varietà “Drive In”, con un nuovo tipo di inquadratura televisiva. Il primo piano posteriore. Quasi che il fondoschiena femminile si fosse messo a recitare, però in silenzio. Quel lato della nuova recitazione era di persone che in seguito hanno sofferto le proprie scelte spensierate, e il recinto dove venivano condotte a pascolare come se fosse la prateria. Hanno ingerito la pillola di “sono come tu mi vuoi”, e sono state fisiologicamente dimenticate. In un momento successivo, la D’Eusanio ci conduce alla cronaca nera. E’ una sequenza maschile: Calamandrei, il farmacista di San Casciano Val di Pesa, prosciolto dopo una gogna di quattro anni dall’accusa di essere il mostro di Firenze, e ora anima in pena. Nelle ore della sentenza, il giovane figlio è morto di eroina. E poi Faruk, ora ha ventanni, da bambino vittima di un feroce rapimento in Sardegna. Gli fu tagliato un orecchio, l’inquadratura indugia sul lobo mancante. Un nuovo girone dantesco Non sappiamo quanto la divisione tra donne e uomini, donne per lo spettacolo, uomini per la cronaca nera, fosse meditata, però si presta a una riflessione: che sulla scia della televisione sopravvivono, indistinte, persone-oggetto che la comunicazione ha reso personaggi di un nuovo girone dantesco. Le vittime della tv. Non vittime per contentare gli dei in attesa del crudo pasto, non persone sul punto di essere uccise. Ma vittime viventi. Da uccidere “solo” in modo spirituale. Immolate nei quiz, nude come gli antichi schiavi, e dopo schiave dell’oblio universale. O vittime giudiziarie, nude di fronte al linciaggio. Marisa Del Frate è stata un’attrice, e fu immune dalla schiavitù dell’esposizione corporale. Fu protagonista di un mondo dove bisognava saper recitare. Non esibì i glutei come la finestra del mondo, né le fu chiesta una battuta comica, poi girarsi per essere fucilati nel fondoschiena dalle telecamere. Naturalmente, Marisa è stata dimenticata. Oggi vive con amabile pacatezza i capelli bianchi, i suoi occhiali. Le mancherà, come a ogni attore, il palcoscenico, ma dice di avere avuto una porzione di vita formidabile, e di essere felice. L’altra sera ci ha restituito intatto il suo sorriso sardonico, richiamando alla mente “L’amico del giaguaro” con l’istantaneità che appartiene alla musica quando con una nota ci ricorda tutto. Visto il sorriso, rivisto “L’amico del giaguaro”. E preannunciato da foto e filmati, un uomo degli anni Settanta, un personaggio pronto per Ricominciare. E’ Franco Gasparri, eroe di fotoromanzi, l’Alan Delon italiano, promessa compiuta. Rimase paralizzato da un incidente di moto, e scomparve dal teleschermo. Pensavamo di vederlo entrare sulla sedia a rotelle, e invece non c’era. Franco Gasparri è morto da tempo. E’ entrata poi una sua parte essenziale, la figlia. Siamo lontani dalla realtà. Guardiamo la tv, e il presente è da un’altra parte. Alessandro Schwed IL FOGLIO QUOTIDIANO DOMENICA 27 LUGLIO 2008 “IL PIU’ SON BALLE”, AVEVA RAGIONE ERNESTO ROSSI Ricordate i saccheggi archeologici in Iraq? Tutto falso LE NOTIZIE PARLAVANO DI 170 MILA PEZZI TRAFUGATI. IL WSJ SPIEGA CHE NON ERA VERO. POI DICE CHE UNO DIVENTA SCETTICO Non è che si diventa scettici per posa o per narcisismo, sono in realtà le circostanze, viste semplicemente per quello che sono, che ci obbligano ad assumere un’eL’AEROPLANINO DI CARTA spressione disincantata e stanca e a ripetere il motto che Ernesto Rossi avrebbe voluto incidere su ogni lastra di marmo: “Il più son balle”. La situazione, lo ammetto, non è esaltante. E tanto vale aggiungere che l’opinione antica secondo la quale l’atteggiamento scettico produce atarassia, cioè assenza di turbamento, deve rientrare anch’essa nella categoria “Balle, minchionature e affini”. Eccome se produce turbamento. Ma non è questo il punto che qui ci interessa. Rimarrei alla definizione (sempre che scetticamente si possa ancora usare questa parola) che è richiamata dal filosofo, molto amato da Leonardo Sciascia, Giuseppe Rensi in un libro come “L’orma di Protagora”: “L’essenza dello scetticismo sta semplicemente in questa proposizione: che la ragione umana è impotente a determinare la verità, e incapace di dare una soluzione ai conflitti e alle antinomie che il mondo le presenta o che essa stessa suscita intorno a sé”. Allegria. Ma è la conclusione, l’unica purtroppo, a cui sono pervenuto leggendo un articolo di Melik Kaylan uscito il 15 luglio sul Wall Street Journal e intitolato “So Much for the ‘Looted Sites’”. Kaylan torna su una questione che nel 2003 aveva scandalizzato innanzitutto il mondo museale: a causa della guerra contro Saddam Hussein, i grandi tesori dell’archeologia irachena erano stati saccheggiati e trafugati. Ora però sembra affacciarsi una verità opposta. Scrive Kaylan: “Una recente missione di alcuni autorevoli archeologi inglesi e americani in Iraq ha stabilito che, contrariamente a quanto sembrava, i siti storici più importanti del sud dell’Iraq, non sono stati danneggiati o depredati seriamente dopo l’invasione americana”. Come? Solitamente si leggeva il contrario: quando nel 2003 il museo di Baghdad fu attaccato dai saccheggiatori le notizie parlavano di centosettantamila pezzi trafugati (praticamente l’intera collezione) salvo scoprire più tardi che i reperti più importanti erano stati messi in salvo e che comunque era impossibile offrire una stima certa dei danni (le cifre andavano da tremila a quindicimila oggetti) anche perché nel computo generale bisognava considerare anche i passati furti operati dal regime di Saddam Hussein. Difficile venirne a capo. “Gli eventi sono irrazionali” Altri archeologi, per valutare i danni subiti da diversi siti storici, utilizzano immagini satellitari, ma anche in questo caso molti hanno sollevato dubbi sull’efficacia tecnologica del mezzo per valutare effettivamente i danni subiti. Ora, come si diceva, la novità. Questa missione archeologica guidata da John Curtis, capo del dipartimento mediorientale del British Museum, ha visitato i siti archeologici di Ur, di Eridu, di Warka, di Larsa, dell’antica Ubaid e di Tell el-Lahm e, come si legge in un articolo uscito su Art Newspaper ripre- so da Melik Kaylan, non è stata trovata alcuna traccia di saccheggi posteriori al 2003 e gli unici indizi di violazioni potrebbero risalire addirittura a un periodo precedente. Bene. Ma allora, a che punto siamo? Come la mettiamo con il nostro scetticismo? Interpellato sulla questione, Donny George, ex direttore del museo di Baghdad, rimescola ancora una volta le carte sostenendo che i siti archeologici scelti per l’ispezione non sono rappresentativi in quanto da sempre ben protetti e difficilmente saccheggiabili. Con un po’ di scoramento, a qualcuno verrebbe voglia di dire: “Non si sa più in che cosa credere, signora mia”. Altri, più sarcastici, invece affermerebbero: “Saranno pure scomparsi alcuni (ma quanti? e quando?) grandi reperti, ma quella che sembra essere davvero smarrita è la capacità di giudizio”. A uno scettico tutto questo non importa. Lui sa già che partita si gioca. Diceva Giuseppe Rensi: “Occorre riconoscere che gli eventi sono irrazionali, assurdi, atroci, contraddittori, inconciliabili”. Edoardo Camurri IL FASCINO DEL RELATIVISMO E LA LEGGE NATURALE La controversia tra Habermas e Scalfari non si risolve con un contratto PERCHÉ LO SCONTRO DI CIVILTÀ CHIEDE DI RITORNARE A PENSARE METAFISICAMENTE, SENZA PERDERSI PER VIE SECONDARIE n questi giorni di estate abbiamo potuto leggere sui giornali un confronto filosofico Iveramente interessante. Mi riferisco al testo che il pensatore tedesco Jürgen Habermas ha pubblicato nell’ultimo numero della rivista Reset e alla risposta che su Repubblica è stata data da Eugenio Scalfari. In realtà il confronto tra le prospettive è più apparente che reale, perché entrambi sembrano realmente camminare su un terreno fragile di argilla, destinato a franare presto sotto i loro piedi. Habermas offre da subito un vero e proprio compendio della sua filosofia, un’ultima esposizione delle sue recenti riflessioni su fede e ragione, idee che guidano ormai da anni i suoi interessi culturali. Scalfari, invece, per suo conto, fornisce un’alternativa filosofica, molto più affine però di quanto vorrebbe a quella del suo interlocutore. Sembra, cioè, come diceva Eraclito, che la via che sale sia la stessa che scende, o che, come insegnava Hegel, gli opposti si appartengano reciprocamente. Habermas procede nella sua riflessione riprendendo l’antica nozione di spazio pubblico, già utilizzata nei primi lavori degli anni Sessanta, analizzandola però in relazione alle nuove sfide che sta attraversando il mondo in questo primo scorcio di secolo che si conclude. Inevitabile è per lui pensare la dimensione odierna della società in riferimento a due parametri fondamentali e costitutivi dell’era postsecolare. Da un lato, la questione della globalizzazione e, dall’altra, quella del multiculturalismo. Il complesso periodo storico che stiamo attraversando, tra luci e ombre, gli appare sempre più caratterizzato da conflitti insanabili che derivano da fenomeni sociali di provenienza moderna, i quali hanno assunto una particolare forma radicale di laicismo che vieta l’accesso pubblico della dimensione religiosa alla politica. A questa deriva estrema, Habermas contrappone la sua idea di laicità. Secondo questa prospettiva decisamente più moderata è possibile un certo riconoscimento sul piano comunicativo della presenza pubblica delle opinioni religiose sospinte dalla fede verso una razionalità d’intesa. Per Habermas, cioè, la vera concezione laica, al contrario di quella laicista, nasce dalla fiducia razionale dei non credenti di poter condividere con i credenti un comune incontro razionale, un comune interesse pubblico, pur nelle reciproche e costitutive differenze. Questo cammino comunitario non è altro che ciò che realmente significa, o dovrebbe significare, la convivenza democratica in una società pluralista. La replica molto appassionata del Fondatore E’ interessante notare che la replica molto appassionata di Eugenio Scalfari è apparsa solo pochi giorni dopo l’uscita su Repubblica di una sintesi dello scritto di Habermas. Probabilmente si è trattato solo di un’occasione proficua per comunicare ciò che da anni egli pensa autonomamente su questi ed altri argomenti. Scalfari affronta lo specifico testo di Habermas mostrando uno schietto apprezzamento per il percorso fecondo che ha portato il filosofo tedesco alle sue equilibrate conclusioni. Con una certa arrendevolezza di maniera, egli si mostra riconoscente per i contributi dati dall’autore in passato. Meno per quelli dati nel presente. Ed è facile capire perché. Come tutte le persone, anche i grandi pensatori, nell’ultima fase della loro vita sono spontaneamente portati verso la fede o almeno verso un pensiero più aperto al religioso. Certo, non è detto che questo sia un approdo possibile e necessario per tutti, ma certamente perfettamente legittimo per ciascuno. D’altra parte, Scalfari, al contrario di Habermas, come testimonia anche il suo ultimo recente libro, sembra aver trovato nella religione più dubbi che certezze. All’inizio, egli si palesa in ogni caso d’accordo con Habermas, almeno per quanto riguarda la presunta compatibilità tra le idee religiose e il pluralismo democratico. Non si tratta, cioè, per nessuno dei due di negare la legittima libertà per qualcuno di professare il proprio credo religioso. Semmai è la mancanza di un autentico spirito religioso a rappresentare il vero volto della crisi culturale che si è instaurata oggi nelle nostre società. Ciò che impedisce il maturare autentico di un pluralismo democratico è, invece, costituito per Scalfari, in ultima istanza, dalla chiesa cattolica e dalla sua gerarchia. Tale istituzione, infatti, è in possesso di una pretesa assoluta di verità ritenuta inconciliabi- le col resto. Essa è, per altro, identificata con la funzione autoritaria dei sacerdoti e del Papa, a suo dire, incompatibile con il moderno individualismo egualitario. Se, dunque, il presupposto da accogliere è il pluralismo democratico, allora esso non può avere altra forma se non quella che deriva dai principi moderni che ne stanno a fondamento. E questi sono la libertà di coscienza, la tutela delle minoranze, il rispetto delle alterità e delle differenze e l’eguaglianza. In una parola, si tratta del cosiddetto relativismo culturale. Scalfari sembra, cioè, condividere il percorso culturale che sta all’origine del pensiero di Habermas, quello appunto che fa leva sul principio della convivenza demo- PREGHIERA di Camillo Langone Sarò impazzito ma mi sono arciconvinto che la letteratura, la buona letteratura, sia sempre un’opera di misericordia. Moltissimi libri riguardano il consolare gli afflitti. Alcuni consigliano i dubbiosi, altri insegnano agli ignoranti. “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Laterza) mi sembra l’unico libro che visiti gli infermi. Franco Arminio descrive le sue visite ai paesi morenti della montagna meridionale, vittime del dissanguamento demografico. Non propone terapie né nostalgie, consapevole che i suoi paesi non hanno un grande futuro né un grande passato. Ma nemmeno invoca l’eutanasia. Semplicemente scambia due parole, tiene loro la mano. Il libro è meno triste del prevedibile: come quel certo poeta del Novecento, Arminio estrae allegria dai naufragi. cratica di molte fedi e di molte culture in un orizzonte relativistico, anche se ravvisa tuttavia che esiste una confessione religiosa, quella cattolica, che fa eccezione, perché sorretta da una chiesa istituzionale con pretese di assolutezza. Ed è proprio questa assolutezza e non la religione a essere incompatibile con la democrazia. Sia pure implicitamente, Scalfari auspica addirittura una sicura reazione pubblica della politica al predominio assoluto della fede istituzionale cattolica in nome della democrazia, non trovando, però, in Habermas un alleato sicuro in questa battaglia. In conclusione, dunque, per Scalfari non esiste una reale contraddizione tra fede e ragione, ma soltanto un’incompatibilità tra la pretesa assoluta di verità della chiesa cattolica e il pluralismo democratico che sta a fondamento delle nostre società. Ora, se si confrontano bene le due linee di pensiero, potrebbe accadere di rimanere un po’ insoddisfatti. E potrebbe anche accadere di trovare molte analogie e punti di contatto tra le alternative. In effetti, ciò che accade in questo confronto è quanto avviene troppo spesso in molti dibattiti filosofici addirittura di livello universitario. Si procede nella disputa dando per scontato pacificamente un presupposto che, invece, è proprio quello che dovrebbe essere messo in discussione radicalmente per risolvere la questione. Certamente, lo abbiamo già detto, il multiculturalismo e la globalizzazione propongono uno scenario realistico a tinte fosche e potenzialmente conflittuale del nostro presente. Ciò è, in effetti, sotto gli occhi di tutti. Abbiamo nei territori europei, un tempo soggetti all’esclusivo controllo degli stati nazionali, intere popolazioni che hanno costumi di vita e comportamenti difficilmente compatibili con il livello di civiltà condiviso da chi li ospita. Come immaginare una convivenza possibile? Il cosiddetto conflitto di civiltà, quello di cui ha parlato anni fa Huntington, rappresenta poi uno scenario drammatico purtroppo molto verosimile, spesso sperimentato addirittura dentro le mura domestiche. Ciò ri- PICCOLA POSTA di Adriano Sofri Complice l’insonnia, e la paraipnosi di Radio Radicale, ascolto tutto: verifica dei poteri, elenco dei membri della presidenza, saluti alle delegazioni estere, commemorazione degli scomparsi, canti dei delegati in piedi, obiezioni all’ordine dei lavori. La carne è triste, hélas, e io ho ascoltato tutti i congressi! Sostanza politica non ce n’è tantissima, i congressi sono sempre serviti ad altro, e tanto più in una stagione di smarrimento dell’anima. Dunque, politica a parte, invierò oggi un saluto al delegato di Cosenza. guarda, in effetti, il carattere ritenuto indiscutibile delle nostre democrazie pluraliste, le quali hanno assistito allo scoppiare interno sia delle differenze culturali tradizionali (credenti e non credenti) e sia di quelle più recenti (cristiani e non cristiani), non riuscendo a governare e a gestire in modo soddisfacente i flussi migratori e la mescolanza eterogenea delle società. Come ristabilire una coesione sociale? Io credo, al di là di tutto, che non si possa rispondere a questi difficili interrogativi culturali e politici soltanto proponendo la pluralità dello spazio pubblico, come fanno Scalfari e Habermas, per un motivo tutto sommato semplice: perché esso non garantisce a nessuno né la pace, né l’integrazione democratica. Un’idea etica e universale E’ necessario, al contrario, osservare il fallimento del relativismo e contrastare direttamente il presupposto dogmatico che lo ispira, rintracciando un principio veramente comune che stia più originariamente alla base della vita stessa della democrazia. Si tratta, in definitiva, di riscoprire l’idea etica e universale di convivenza proposta costantemente dal personalismo filosofico cristiano nella sua lunga storia. Secondo questa consolidata visione delle cose, infatti, la persona ha un primato sulla società, non in quanto puro individuo, ma in quanto soggetto appartenente ad una specie la cui natura comunitaria supera in dignità ogni contesto e ogni rapporto contingente, rendendo possibile la genesi di comunità eterogenee e pacifiche. Viene di chiedersi, cioè, se non sia l’assio- Credenti, laici e scettici L’ultimo numero di Reset pubblica un saggio di Jürgen Habermas, “Perché siamo postsecolari?”, di cui Repubblica del 19 luglio ha fornito un’ampia sintesi. Negli ultimi anni gli studi del filosofo tedesco si sono concentrati sul rapporto tra religione e sfera pubblica. Illustre erede della Scuola di Francoforte, è stato protagonista di un celebre dibattito pubblico, il 19 gennaio 2004 a Monaco di Baviera, con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. La discussione partiva dalla tesi di un altro pensatore tedesco, Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui “lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire”. Habermas e Ratzinger si chiedevano quale ruolo potesse giocare la religione ed entrambi, in modo diverso, proponevano una rinnovata alleanza tra fede e ragione. Habermas, in seguito, ha criticato il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI (12 settembre 2006) per la sua “piega sorprendentemente antimoderna”, in quanto il Papa respingerebbe gli argomenti della ragione secolare moderna. In questo ultimo saggio Habermas propone una terza via tra laicismo e fondamentalismo nel nome di un reciproco “apprendimento” tra laici e credenti. Mercoledì 23 luglio, sempre su Repubblica, Eugenio Scalfari ha osservato che le “ottime intenzioni e belle parole” di Habermas sulle religioni non fanno i conti con il “deposito di assolutismo” e la “credenza di superiorità” che le contraddistingue, “quella cattolica in particolare”. Mentre la gerarchia ecclesiastica è impegnata in una battaglia a tutto campo contro il relativismo e le sue conseguenze, non si può “rafforzare la democrazia” con i “valori cattolici” perché così si riaprirebbe un varco agli atei devoti. “Da qualche tempo mi par di vedere Habermas un po’ appannato”, conclude perfido Scalfari. Benedetto Ippolito insegna Storia della filosofia medioevale all’Università di Roma Tre. Ha scritto: “Analogia dell’essere. La metafisica di Suárez tra onto-teologia medioevale e filosofia moderna” (Franco Angeli, 2005). matico principio contrattualista che entrambi presuppongono a collocarli in una posizione particolarmente scomoda per risolvere le sfide della modernità. La posizione sostenuta da Habermas e da Scalfari assume, in effetti, in modo dogmatico e poco critico una definizione della democrazia individualista, relativista e secolarizzata. E’ lecito domandarsi, però, come e quale sia la soluzione vera che possa risolvere secondo loro la conflittualità effettiva esistente tra gli individui, nonché la deriva cronica che traduce le tensioni sociali che ci sono in conflitti permanenti tra gruppi identitari. Per me è chiaro soltanto che attraverso la via da loro descritta ciò non è possibile. La democrazia pluralista può realizzarsi, invece, solo abbandonando il presupposto relativista e smaccatamente monadologico, offerto nel presente da quel paradigma, riconoscendo l’unità originariamente comune dell’esistenza umana, in cui tutte le differenze culturali e tutte le ulteriori specificazioni religiose possano trovare organicamente il loro nesso e la loro unità. Fare questo significa, con Grozio e Suárez, ripartire dalla legge naturale, così fieramente abbandonata dagli apologeti dell’illuminismo e così tenacemente difesa nel Medioevo. La grandezza culturale dell’occidente, d’altra parte, è stata sempre quella di riuscire a pensare in termini metafisici e universali lo spazio pubblico, al di là dei perenni conflitti che hanno attraversato il divenire della propria storia, facendo leva continuamente sull’idea fondamentale di persona umana, diffusa dal cristianesimo sia nella cultura laica e sia in quella religiosa. La dimensione della fede e quella della ragione sono pensate, cioè, nell’ottica della legge naturale non come identità ideologiche esclusive e contrapposte, ma come manifestazioni diverse della vita umana nella sua unica dimensione naturale, esistente a livello costitutivo prima di tutto, e valida dappertutto e in ogni tempo. E’ la persona umana stessa nella sua immutabilità, infatti, ad offrirsi nei diversi comportamenti sociali. La storia e la misurazione politica degli interessi non è altro che la fenomenologia temporale dell’eterna verità dell’uomo in quanto tale, costituita dalle sue leggi e dalle sue prerogative. I comportamenti politici, in ultima istanza, appartengono ad un comune orizzonte etico universale, il quale è valido cioè per ogni persona in ogni contesto e in qualsiasi situazione. Oggi, in definitiva, soltanto recuperando politicamente e giuridicamente questo spazio autentico di universalità etica e naturale dell’uomo si potrà disporre di una risorsa filosofica veramente sufficiente per costruire una civiltà della vita in cui culture e confessioni religiose diverse possano vivere in pace e in concordia, senza smarrire o dissipare le proprie autentiche identità d’origine. A poco vale, infatti, la retorica della sacralità delle differenze, se poi si abbandonano le diverse identità a laceranti guerre intestine e non convenzionali. A poco vale la retorica della libertà se non si è in grado di dare un fondamento antropologico alla libertà di tutti e alla religiosità di ciascuno. Il nome di questo presupposto umano, in fondo, non è molto diverso dalla nozione classica di “bene comune”, impensabile dentro il relativismo politico di Habermas e di Scalfari, anche se affermato sempre nella dottrina sociale della chiesa. Tommaso d’Aquino, ad esempio, considera la democrazia una conseguenza della legge naturale, visibile nelle tavole della Legge di Mosé. Si tratta di un esempio di ciò che per il teologo scolastico esprime una serie di massime etiche valide potenzialmente per tutti, perché corrispondenti ad un’idea universale di razionalità etico-politica che sta al fondo dei precetti evangelici. Il bene comune, anticipava già Isidoro di Siviglia, vale ex multis, cioè per tutti, sia per chi vive già in occidente e sia per chi vi arriva, sia per chi crede e sia per chi non crede, sia per i laici e sia per i cattolici, sia per i cristiani e sia per i musulmani e gli ebrei. Il bene comune è, in conclusione, il vero fondamento etico da cui partire per guardare con ottimismo il futuro della globalizzazione, pensando allo sviluppo di una democrazia pluralista planetaria, in un quadro sociale gestito e realizzato dall’occidente non soltanto attraverso una serie contingente di accordi contrattuali. Benedetto Ippolito La Wikipedina Perché non è l’incubo di Babele ma è ridicolo trasportare su carta l’enciclopedia virtuale uante voci avrà la Garzantina? Circa Q cinquantamila? Cinquantamila voci avrà l’edizione tedesca in volume dell’enciclopedia Wikipedia. Cinquantamila voci soSTRAVAGANZE no tante. Cinquantamila voci sono niente. Mi venisse in mente di cercare Anastasio sulla Garzantina troverei tre voci, una di quattro righe per quattro pontefici con quel nome. Una di tre righe per due imperatori bizantini e una di cinque righe per Anastasio Bibliotecario, (810 ca-878 circa), antipapa, sospeso a divinis e reintegrato come bibliotecario della Santa Sede. Sul vecchio, ma prezioso dizionario ecclesiastico della Vallardi (quindicimila articoli nell’edizione rivista del 1929) dedicate ai quattro pontefici troverei due colonne e mezzo; dedicata ad Anastasio bibliotecario mezza colonna fitta. Se volessi saperne di più sul vecchio prelato potrei consultare il “Nuovo dizionario istorico” pubblicato dai Remondini a Bassano nel 1796: quasi una colonna intera di dati e aneddoti. Attendibili? Chi può dirlo. Ogni enciclopedia è fallibile: anche quando protesta fedeltà e pretende fiducia. So di un erudito che avendo trovato un errore marchiano sull’Enciclopedia italiana dedicò un po’ del suo tempo a rintracciarne l’origine. Di dizionario in enciclopedia, di enciclopedia in dizionario risalì all’Enciclopedie di Diderot e D’Alambert e lì si fermò, solo perché non sapeva dove sbattere ancora la testa. Per poco attendibili che possano essere, spesso per trovare alcune voci bisogna rifarsi a vecchie e vecchissime enciclopedie. Per ragioni difficili da determinare, che spesso non hanno a che fare con il vero merito, la memoria di alcuni uomini o di alcuni avvenimenti dura nei secoli, la memoria di altri non dura. In questa selezione le enciclopedie hanno la loro parte. A ogni nuova edizione di enciclopedia alcune voci scompaiono per lasciare il posto ad altre. A determinare le uscite e le entrate sono fattori e criteri disparati, tutti rispettabili, tutti opinabili. Il motivo più comprensibile è la necessità di non aumentare a dismisura il volume di un’opera. Quando e perché uscì dai dizionari Anastasio eremita del Monte Sinai autore nel sesto secolo di scritti di teologia abbastanza importanti da essere pubblicati ancora nel secolo decimosettimo? Aveva ancora l’onore di una mezza colonna nel dizionario settecentesco dei Remondini, non c’è già più nell’edizione del 1929 del dizionario ecclesiastico, in cui compare invece la voce fresca Concordato. Questo avvicendamento non c’è più, potrebbe non esserci più, mano a mano che procede la realizzazione di quell’incubo, di quella metafora che è la biblioteca di Babele, la biblioteca che a mia conoscenza solo Luis Borges ha avuto la sventura di visitare e che contiene tutte le possibili combinazioni di tutte le parole scritte con tutte le possibili combinazioni dei 25 segni dell’alfabeto. Il germe della biblioteca in fieri si chiama Wikipedia e in più rispetto alla favolosa e labirintica biblioteca borgesiana ha la caratteristica di essere un ipertesto infinito, che può essere percorso all’infinito senza consumare le suole e la vita nei corridoi incongrui e sulle scale vertiginose della biblioteca di Babele, di essere un labirinto nel quale ci si potrebbe perdere se per uscire non bastasse premere un tasto. Non ho verificato e mi impedisco di farlo Non ho verificato, e mi impedisco di farlo, se in Wikipedia si trova una voce dedicata ad Anastasio sinaita. Se qualcuno non l’ha già scritta, qualcuno un giorno la scriverà, forse io. Perché un Anastasio qualunque, seppellito da secoli nella voce di una vecchia enciclopedia torni a vivere e a lottare con noi basterà la volontà, il ricordo, la pietà, l’eccentricità, la stupidità di uno, di pochi. Non servirà alcun consenso plebiscitario. Il vero merito, incalcolabile, di Wikipedia, della rete, sta tutto nel dare le stesse opportunità alle stravaganze individuali e ai tic di massa. Il contrario di ciò che si propone l’edizione, come si dice?, cartacea di Wikipedia, che a giorni apparirà al prezzo di euro 19,90 nelle librerie tedesche. Le giustificazioni dell’impresa si potrebbero prendere per buone, senza contare che non riusciamo a non augurare buona sorte a qualsiasi impresa editoriale. Intanto un euro a copia andrebbe per l’uso del nome a Wikipedia istituzione nonprofit che ne farebbe di sicuro buon uso. Poi potrebbero usufruirne coloro che non vogliono cedere alla tirannia del computer e della rete. Potrebbe anche tornare comodo anche a chi non ha voglia di accendere la macchina ogni volta che lo colga l’uzzolo di verificare un dato, di controllare un nome, per rinfrescarsi la memoria in vista di una partita di trivial pursuit. Cinquantamila voci in sé sono tante, ma non sono che una scelta nel numero totale. Quale comitato scientifico ha determinato le inclusioni, le esclusioni? Nessuno, a decidere è l’indice di gradimento. Il criterio della selezione in sé suona molto democratico. Nella Wikipedina di carta ci saranno le voci più visitate. Il che significa che Anastasio eremita non ci sarà. A meno che qualcuno non gli abbia organizzato un fan club. Sandro Fusina ANNO XIII NUMERO 202 - PAG 3 EDITORIALI Un Sacconi pieno di buoni propositi Il suo Libro verde è un bell’esempio di responsabilità solidale. Da applicare I l ministro Sacconi ha approfittato del riaccorpamento nel suo dicastero di tutte le attività sociali, assistenziali e sanitarie, per proporre una visione integrata e complessiva del “benessere” nella società moderna. Si tratta dell’estensione dal terreno del mercato del lavoro a quello dell’insieme dei problemi sociali della logica che già si era espressa nella legge Biagi: passare gradualmente dal risarcimento del danno sociale, disoccupazione, disabilità, solitudine eccetera, alla rimozione delle sue cause attraverso un sistema di interventi che facciano leva su una integrazione tra stato e mercato, in una logica di sussidiarietà che parte dalla famiglia per arrivare, attraverso i corpi intermedi sociali e amministrativi, a una regia nazionale. Il Libro verde appena pubblicato esprime e articola questi principi, ma contiene anche una serie nutrita di quesiti aperti, sui quali chiede un confronto a tutto campo. L’analisi critica del sistema attuale, dei suoi costi eccessivi, delle sue sperequazioni e dei suoi sprechi, lo porta a delineare un meccanismo nuovo, basato sulla responsabilizzazione a tutti i livelli, dall’individuo alle istituzioni, in modo da garantire una sostenibilità finanziaria di un sistema di welfare che non rinunci all’universalità, rafforzan- dola con criteri d’intervento selettivi e personalizzati. Lo sforzo centrale, naturalmente, è indirizzato all’aumento dell’occupazione, alla sua stabilità e alla sua sicurezza. Tuttavia non è tralasciato il tema della povertà assoluta, che giustamante viene separato da quello delle retribuzioni minime, visto che è stata proprio questa impropria connessione a rendere difficile affrontarlo nella sua specificità. Anziani non autosufficienti, famiglie monoreddito con figli disabili, persone affette da malattie croniche o tossicodipendenti e sole, come altre simili condizioni non possono aspettare l’aumento generalizzato delle pensioni o delle retribuzioni minime per ottenere un aiuto. La logica del documento è quella di superare il sistema di accumulo di tutele a poche aree di supergarantiti, per promuovere invece una diffusione di opportunità, legate alla responsabilità, alle aree sociali più esposte al rischio di esclusione, a cominciare dai giovani, dalle donne, dagli ultracinquantenni. E’ un buon punto di partenza per affrontare i temi politici all’ordine del giorno, dal federalismo fiscale, che ha il proprio baricentro sulle prestazioni social-assistenziali, alla riforma dei contratti. Si vedrà nei prossimi giorni se sarà la base di un dialogo o della solita rissa. Scherzi da petrolio Se il prezzo del barile scende, gli extraprofitti calano. E la Robin Tax? L a rapida discesa del prezzo del petrolio di questi ultimi giorni a 123 dollari il barile forse non durerà, ma è la dimostrazione del fatto che l’ipotesi che il greggio debba assestarsi oltre i 150 dollari non è affatto scontata. Quindi non è certo che possano durare a lungo i superprofitti dei petrolieri, ottenuti lucrando sulla differenza fra basso prezzo di acquisto delle scorte e alto prezzo di vendita. C’è già qualcuno che ha perso denaro per colpa dei contratti a termine sul petrolio, come il gruppo americano Sem, in rosso di 2,5 miliardi per operazioni finanziarie sbagliate. La situazione del mercato può invertirsi e imprese che hanno pagato caro il greggio necessario per le loro lavorazioni potrebbero dover vendere il prodotto raffinato a un prezzo in calo. Inoltre, quando il prezzo scende, i margini unitari (calcolati in percentuale sulla merce lavorata e commercializzata) si riducono. Così la materia imponibile della Robin Hood Tax, ideata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, può assottigliarsi rispetto alle previsioni contenute nel decreto della manovra finanziaria. Lo hanno puntualmente rilevato i tecnici della commissione Bilancio del Senato, mettendo in dubbio il gettito di tale prelievo, e quindi la copertura delle spese e il contenimento del deficit a cui esso è destinato. I minori utili unitari possono inoltre spingere le compagnie petrolifere a trasferire sugli acquirenti (consumatori finali e imprese), il tributo addizionale che devono pagare, con il rischio di stimolare l’inflazione. La traslazione nei prezzi finali dell’imposta sui profitti è un fenomeno discutibile, ma dimostrare che non avvenga è molto difficile. Le imprese petrolifere, infatti, grazie alla scarsa concorrenza nel settore, possono ritardare il trasferimento sul consumo del calo del greggio, mentre anticipano con rialzi del prezzo finale l’aumento del costo della materia prima. Non sarà agevole distinguere le conseguenze di queste normali prassi non concorrenziali dalle eventuali maggiorazioni del prezzo causate dalla Robin Tax. L’ipotesi della discesa del petrolio può dare respiro all’economia, ma può anche togliere la punta alle frecce di Robin Hood. Giù le mani da Ryanair Se si può dileggiare l’inno di Mameli si può pure deridere Bossi L a pubblicità della compagnia low cost irlandese Ryanair, che raffigurava il ministro delle Riforme col dito medio alzato e gli imputava la difesa di un’Alitalia data per spacciata, ha fatto infuriare gli esponenti della Lega, cui sono andati in soccorso gli alleati di centrodestra. La pubblicità di Ryanair, si dice, è “offensiva e volgare”, e su questo è difficile obiettare. Ma lo scopo della pubblicità è suscitare scalpore e a quanto pare in questo, come peraltro in altri casi, quella di Ryanair ha conseguito l’obiettivo. D’altra parte se si ritiene di poter sbeffeggiare l’inno nazionale, bisogna pure concedere ad altri la libertà di sberleffo portata all’estremo. Comunque nessuno nega ai leghisti il diritto di lamentarsi e di protestare. Persino di pretendere delle scuse formali che con ogni probabilità non otterranno. Tutt’altro sapore, invece, hanno le minacce più o meno larvate di Roberto Castelli, che chiede agli aeroporti italiani di verificare non meglio precisate “compatibilità” di Ryanair. Non si può nemmeno far aleggiare il sospetto che una irritazione per un’espressione pubblicitaria orienti atti amministrativi in senso discriminatorio. Se si sorpassa questo limite, si scivola dalla carenza di senso dell’umorismo (e dell’autoironia che non è proprio una specialità dei leghisti, ma nemmeno in generale degli uomini politici italiani) a un inaccettabile uso del potere. Le campagne pubblicitarie irriverenti della compagnia irlandese, oltretutto, non sono affatto specificamente rivolte contro i governanti italiani, anche se la questione Alitalia (che peraltro non sembra figurare al primo posto tra le priorità leghiste) ha forse attirato a sé un sovrappiù di acrimonia particolare. Si può apprezzare o meno quel tipo di comunicazione e addirittura offendersi o scandalizzarsi, sebbene sia difficile pensare a un Umberto Bossi dallo stomaco tanto delicato. Quel che non si può fare è ledere la libertà di parola e di espressione, della quale peraltro il leader leghista fa un uso assai poco misurato. IL FOGLIO QUOTIDIANO DOMENICA 27 LUGLIO 2008 • John Bolton dice che “il collasso intellettuale dell’Amministrazione Bush non danneggia il candidato repubblicano” Dietro le quinte del tour di Obama nasce la dottrina McCain Washington. La settimana del candidato repubblicano alla Casa Bianca, John McCain, aveva tutti i requisiti per essere un pantano. McCain, invece, ha colto l’occasione per riordinare le idee e fare qualche incontro interessante, non senza lanciare frecciate transatlantiche all’avversario Barack Obama, impegnato a pasteggiare con tarallucci e vino alle tavole dell’Europa che conta. Il veterano potrebbe addirittura avere mosso i primi passi verso l’elaborazione della “dottrina McCain” in politica estera. Venerdì, parlando ai veterani ispanici di Denver, McCain ha parlato di “audacia della disperazione” a proposito della politica di ritiro delle truppe dall’Iraq nel giro di 16 mesi proposta da Obama. Il bisticcio, stavolta riuscito, con il titolo del libro di Obama “L’audacia della speranza”, introduceva l’ennesimo attacco alla politica anti-surge sbandierata e votata in Senato dall’avversario, che non ha perso poi occasione di sfruttare i benefici dell’invio di truppe in Iraq quando l’efficacia dell’operazione è diventata una vulgata. Solo allora Obama si è fatto avanti e ha potuto ragionevolmente dire: “Andiamocene dall’Iraq”. Il terzo attore sulla scena è George W. Bush, con l’omonima dottrina, che prevede (dal vangelo secondo Norman Podhoretz) l’idea della guerra morale, permanente e, se necessario, preventiva contro il terrorismo e il cosiddetto “asse del male”. Il fatto è che l’Ammi- nistrazione Bush ha preso una piega leggermente diversa in materia di politica estera, e due episodi esemplificano la svolta. Primo, la distensione dei rapporti con il regime della Corea del nord e il suo processo di esclusione dalla lista degli stati canaglia, attraverso la mediazione della Cina, unico interlocutore capace di mediare tra Washington e Pyongyang. Secondo, l’apertura diplomatica con l’Iran, mossa sostenuta da Obama, avversata da McCain e anticipata proprio da Bush, che ha inviato il numero tre della diplomazia americana, William Burns, ai negoziati di Ginevra. Inoltre, Bush ha pronunciato per primo la parola magica “timetable” per indicare l’ingresso del fattore tempo nello spettro dei criteri con cui regolare gli sforzi bellici in Iraq. Obama è arrivato dopo. Il percorso che porta Bush a convergere con il programma obamiano in materia di politica estera mette McCain in una situazione complicata e forse non sfavorevole. Un’indicazione viene dall’incontro tra il candidato repubblicano e il Dalai Lama ad Aspen, episodio di basso profilo dal punto di vista mediatico ma politicamente significativo. McCain ha definito il Dalai Lama un “eroe” e ha fatto un appello ai leader cinesi ad “avviare negoziati per riparare ai torti subiti dal popolo tibetano”. Un segnale piuttosto chiaro per chi ha sempre sostenuto una politica intransigente nei confronti della Corea del nord e non ha nascosto una certa diffidenza verso il negoziatore cinese. McCain, dunque, sembra pronto per sorpassare a destra la nuova dottrina Bush, coniando una personale alchimia che equilibra in modo inedito le correnti interne al conservatorismo. John Bolton, ex ambasciatore dell’Amministrazione Bush presso le Nazioni Unite, critico verso la svolta realista del presidente, ha dichiarato che “il collasso intellettuale dell’Amministrazione Bush non danneggia McCain”, proprio per sottolineare la sostanziale estraneità del candidato repubblicano alle recenti aperture. D’altra parte, il veterano dell’Arizona non sembra proporre una linea totalmente intransigente. In un’intervista alla Cnn rilasciata venerdì, McCain ha detto che la proposta di ritirare le truppe dall’Iraq in 16 mesi è uno schema “abbastanza buono”, ma ha sottolineato la necessità di valutare le condizioni sul campo; anche McCain dunque aspira al ritiro, ma pretende certe condizioni. Analogamente, i suoi consiglieri assicurano che il candidato non ha nulla contro il dialogo con Teheran e Pyongyang, semplicemente devono esserci delle precondizioni. Così McCain propone un’alternativa alla dottrina Bush 2001 e a quella 2008, dimostrando di essere, come ha detto il segretario di stato della prima presidenza Bush, Lawrence Eagleburger, “un uomo che non si può manipolare”. • L’Italia frena su Doha, ma il sottosegretario Urso ci dice: “Abbiamo ottenuto garanzie da Mandelson”. Il Cav. telefona a Sarko Wto possibilista, l’accordo sul commercio non è più impensabile Ginevra. “Negli ultimi sette anni non siamo mai stati così vicini a un accordo”, ha detto ieri Peter Mandelson, il commissario europeo al Commercio, fiducioso sull’esito dei negoziati in corso in Svizzera alla Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Il vertice ministeriale del Doha Round, il ciclo di trattative iniziato in Qatar nel 2001, era (ed è) a forte rischio fallimento, ma per la prima volta incomincia a prevalere l’ottimismo sulla possibilità di raggiungere un equilibrio tra le esigenze delle parti. La proposta di compromesso presentata dal direttore della Wto, Pascal Lamy, scontenta tutti, ma è considerata una base da cui partire. I paesi poveri sono insoddisfatti delle riduzioni del protezionismo agricolo che l’Unione europea e Stati Uniti sono disposti a concedere, mentre il blocco dei paesi più ricchi ritiene ancora insufficienti le aperture di quelli in via di sviluppo, guidati da India e Brasile, sui prodotti industriali (il cosiddetto segmento Nama, Non agricoltural market acces). Per questo ieri, mentre i ministri si prendevano una pausa, a Ginevra si è aperto un tavolo tecnico sul settore dei servizi, che interessa molto a Gran Bretagna e Germania. Concessioni sui servizi potrebbero compensare le rigidità nel Nama, ma è ancora presto per dirlo. Intanto, i paesi dell’Unione europea hanno iniziato ieri a discutere un documento presentato da Mandelson che riassume la sua strategia. Il sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso, negoziatore italiano alla Wto, è insoddisfatto per le scarse contropartite che l’Unione riceverebbe in cambio della riduzione delle proprie barriere sul settore agricolo (del 54 o del 60 per cento, a seconda del metodo di calcolo), anche se proteggono soprattutto i paesi dell’Euopa del Nord. Ma rivendica un doppio successo di- plomatico: “Abbiamo avuto la garanzia da Mandelson che la tutela delle indicazioni geografiche, decisive per proteggere i prodotti pregiati dell’agroalimentare italiano, sarà considerata dall’Unione europea una priorità nei negoziati”. Sull’altro fronte importante per l’Italia, quello del registro dei “prodotti tropicali” che potranno entrare in Europa senza alcuna tariffa, Urso ha ottenuto dalla commissaria europea all’Agricoltura Mariann Fischer Boel la promessa “che tutti i prodotti mediterranei non verranno considerati tropicali”, e quindi resteranno protetti (con grande soddisfazione dei contadini italiani, minore per i consumatori che continueranno a pagare prezzi più alti di quelli internazionali). Il premier Silvio Berlusconi ha telefonato ieri al presidente francese Nicolas Sarkozy per formare un fronte diplomatico e salvare il negoziato, ma anche tutelare i rispettivi interessi nazionali che, in questa fase, sono simili. Già oggi ricominciano gli incontri tra i 35 ministri riuniti a Ginevra (i membri della Wto sono 152, ma questo è un vertice ristretto ai principali), e forse mercoledì ci sarà l’esito finale. Il vertice è una maratona, fatta di riunioni notturne, concessioni strappate dopo dodici ore di discussioni, tensioni e costante rischio fallimento. Fino a giovedì il ministro del Commercio indiano, l’abilissimo Kamal Nath, sembrava pronto a far saltare il tavolo: “Non baratto la sussistenza di milioni di poveri con i benefici per alcune industrie europee non competitive”. Dopo che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, molto interessato al successo del vertice, ha ricordato in una telefonata al premier indiano Manmohan Singh la posta in gioco negli accordi sul nucleare civile tra i due paesi, il ministro Nath è diventato improvvisamente più collaborativo. • Jared Cohen, giovane inviato del dipartimento di stato, racconta in un libro le nuove generazioni arabe e le alternative al jihad Ecco che cosa si scopre nei rave dopo il tramonto in Siria e Iran Washington. Jared Cohen è il più giovane dell’ufficio strategico del dipartimento di stato americano. Ha 26 anni e si occupa dei suoi coetanei in giro per il mondo. In giro per il medio oriente soprattutto. Ufficialmente il suo lavoro si chiama “controterrorismo”, di fatto è una perenne inchiesta sui giovani, in particolare su quelli che potrebbero invertire i destini di alcuni regimi. Cohen ha scritto un libro dopo aver trascorso più di un anno in Siria, Libano, Iran e dintorni: si intitola “Children of Jihad: a Young American’s Travels among the Youth of The Middle East” ed è un ritratto in controtendenza sui sogni dei ragazzi mediorientali. “In Iran ho visto party clandestini – racconta al Foglio – dove i ragazzi preparavano i cocktail nelle vasche da bagno. Ho chiacchierato con membri di Hezbollah seduti in un McDonald di Beirut. Sono andato a rave gay ed etero in Siria, e ho visto appuntamenti combinati attraverso il web. Mi sono imbattuto in una cultura giovanile che era molto simile alla mia e ho scoperto che i giovani mediorientali mi assomigliavano quasi di più dei miei coetanei americani”. Circa il 60 per cento della popolazione della regione ha meno di trent’anni. “Tutto quello che in occidente sappiamo sui giovani che vivono in medio oriente è come entrano a far parte di gruppi militanti, ma questo fa passare lo ste- reotipo che siano tutti una potenziale minaccia, un mucchio di militanti mascherati e armati che gridano ‘Allah Akhbar’”. Secondo Cohen, invece, che li ha conosciuti da vicino, questi ragazzi sono una potenziale opportunità. “Tutti i giovani del mondo condividono dei valori. Nessuno nasce volendo essere un terrorista. Come tutti, anche questi ragazzi desiderano rendere orgogliosi i propri genitori, vogliono combinare qualcosa nelle loro vite, magari sposarsi e nel frattempo fare un po’ di soldi”. Ma la loro realtà è più difficile. “Molti non arrivano a realizzare nessuno di questi desideri – dice Cohen – e sfortunatamente non scarseggiano i gruppi estremisti pronti a dar loro un capro espiatorio o una via di fuga, molto più favorevole a un’ideologia radicale che non all’occidente. I giovani reclutati dai gruppi armati non sono miliziani, ma piuttosto anime spezzate con giocattoli pericolosi. Preferirebbero avere in mano una penna, ma cosa ne guadagnerebbero? Né status né soldi né dignità né appartenenza”. Uno strumento efficace, secondo Cohen, per contrastare la radicalizzazione è Internet. “Le statistiche sull’uso della tecnologia non considerano mai che un ragazzo arriva a camminare anche dieci chilometri al giorno soltanto per raggiungere un Internet cafè”. Non è vero, dice, che gli abitanti del medio oriente non amano la democrazia: “Basta guardare quello che i ragazzi fanno con un computer: i giovani chattano, vogliono votare on line”. In un capitolo del suo libro, Cohen racconta dell’Iran e della sua prima uscita dopo il tramonto con i ragazzi del posto, con alcol a fiumi come nei festini delle confraternite americane. “Penso che i giovani iraniani rappresentino la vera opposizione perché hanno portato molti cambiamenti sociali attraverso un’azione di massa nata senza alcun tipo di decisione organizzata. Il problema principale – spiega Cohen – è che questa ‘opposizione di fatto’ in Iran non sa di esistere. Credo fortemente che se i giovani iraniani avessero una vaga idea dei cambiamenti che sono stati in grado di portare al paese, sarebbero più inclini a fare resistenza politica. E’ che al momento non sentono di avere un difensore nell’establishment”. L’importante adesso è agire prima che sia troppo tardi. “Non è una questione di guadagnarsi i cuori e le menti, ma di offrire alternative. Se i giovani non hanno opportunità di studiare o divertirsi, cercheranno altrove la loro realizzazione”. Secondo Cohen, tutto l’occidente deve fare la sua parte: “Ora abbiamo una possibilità di entrare nello spazio che si è creato fra la rete comunicativa dei giovani e quella degli adulti, e influenzare questi ragazzi che sono alla ricerca di qualcosa cui aggrapparsi”. • A 1020 anni dalla cristianizzazione dell’Ucraina, i festeggiamenti sono l’occasione per mettere in piazza le divisioni fra le chiese A Kiev l’anniversario della conversione non pacifica gli ortodossi Roma. Sono passati 1020 anni dalla conversione al cristianesimo dell’Ucraina e Kiev accoglie per i festeggiamenti le gerarchie del mondo ortodosso: si presenteranno i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, ma soprattutto quelli di Costantinopoli e Mosca, la seconda e la terza Roma della cristianità. Bartolomeo I e Alessio II sono i veri protagonisti delle celebrazioni. Ma l’appuntamento, che avrebbe voluto offrire un’immagine dell’ortodossia unita e sulla via della riconciliazione, si sta rivelando l’ennesima occasione per rimettere in piazza antiche e nuove tensioni tra le diverse chiese. E dire che l’anniversario celebra il battesimo di Vladimir di Kiev, principe del Rus’ di Kiev, avvenuto nel 988, cui si fa risalire l’inizio della diffusione del cristianesimo ortodosso in tutte le Russie. Secondo la leggenda Vladimir era allora alla ricerca della “vera” religione per il suo he cosa hanno in comune le Olimpiadi e san Paolo? Molto, secondo don AlesC sio Albertini, che a questo originale connubio ha dedicato un libro: “Storie a cinque cerchi”. Sono 14 ritratti, tanti quanti sono i giorni dei Giochi di Pechino, dall’8 al 24 agosto. Ogni capitolo è dedicato a un campione olimpico la cui esperienza viene “riletta” attraverso gli insegnamenti di san Paolo. Fa eccezione il primo sulla Madonna di Torreciudad, in Spagna, dove ogni anno viene celebrata la Giornata mariana dello sport. Nel libro di don Alessio ci sono leggende come Nadia Comaneci a Carl Lewis e nomi meno noti, e poi le vittorie e le sconfitte, il tutto raccontato prendendo come esempio san Paolo. E’ una lezione di sport e di vita quella che don Alessio Albertini vuole trasmettere attraverso il suo lavoro. Lui l’argomento lo conosce benissimo. Sacerdote della diocesi di Milano dal 1992 è collaboratore sia della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) sia dell’Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo popolo. Si erano presentati da lui esponenti dell’islam giunti dalla Bulgaria, ebrei e messi del Papa provenienti dalla Germania, ma il principe era rimasto dubbioso davanti alle fedi proposte. La scelta della religione per sé e per il popolo ucraino avvenne invece quando gli ambasciatori del principe russo fecero ritorno alla corte dopo aver visitato Bisanzio. Davanti al loro sovrano, si legge ne “Il racconto dei tempi passati”, la cronaca delle origini della fede nelle Rus’, gli ambasciatori di Vladimir dissero: “E dai Greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio, e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra: non v’è sulla terra uno spettacolo di tale bellezza, e non riusciamo a descriverlo; solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste, e che il rito loro è migliore di quello di tutti i paesi. Ancora non possiamo dimenticare quella bellezza, ogni uomo che gusta il LIBRI Alessio Albertini STORIE A CINQUE CERCHI Edizioni San Paolo, pp. 95, euro 8,50 e sport della Conferenza episcopale italiana (Cei). Nell’oratorio di san Gregorio Barbarigo, a Milano, insegna i valori del Vangelo e quelli dello sport. Per don Alessio lo sport è anche un affare di famiglia. Suo fratello è Demetrio Albertini, vicepresidente della Figc ed ex giocatore e colonna storica del Milan. A don Alessio non è sfuggita la concomitanza – in un solo anno – di due eventi storici: le prime Olimpiadi nel paese più popolato del mondo e il bimillenario della nascita di san Paolo. Sono questi i due dolce, poi non accetta l’amaro, così anche noi non saremo più pagani”. Secondo la leggenda, fu quindi la bellezza della liturgia bizantina celebrata nella Basilica di Santa Sofia a conquistare al cristianesimo il principe, il popolo ucraino e quindi le Rus’ sino ad arrivare a Mosca, elevata a Patriarcato da Costantinopoli nel XVI secolo. A 1020 anni dalla conversione di Vladimir lo scenario che offre oggi il mondo ortodosso è molto diverso. Le celebrazioni di Kiev del 26 e 27 luglio riflettono le incomprensioni di oggi più che “lo spettacolo di tale bellezza” raccontato dai messi del principe. In Ucraina, la caduta dell’Urss ha portato al paradosso di tre chiese ortodosse nello stesso paese: quella ucraina legata al patriarcato di Mosca, quella del patriarcato di Kiev, guidata dal metropolita Filaret, e quella indipendente autocefala, segnata da nazionalismo e politicizzazione. eventi del 2008: i Giochi di Pechino e l’Anno paolino. Ma don Alessio non si è fermato soltanto ai numeri, al 2008. Se un libro sulle Olimpiadi deve essere dedicato a un apostolo, quello non poteva che essere san Paolo, l’“atleta di Cristo” come lo definì Giovanni Paolo II nel Giubileo degli sportivi celebrato il 29 ottobre del 2000. Ecco che qualcosa in comune c’è tra le Olimpiadi e san Paolo. Così come c’è qualcosa che lega i campioni raccontati da don Alessio. Ciascuno di loro incarna un momento della vita, che è fatta di vittorie e sconfitte. Ci sono anche storie come quella di John Stephen Akhwari, maratoneta della Tanzania sconosciuto fino alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Lì il mondo lo sconoscerà perché, nonostante la gamba sanguinante, portò a termine la 42 chilometri. Al giornalista che gli chiese il perché Akhwari rispose: “Il mio paese non mi ha mandato a ottomila chilometri di distanza per iniziare la corsa; il mio paese mi ha mandato qui per finire la corsa”. Don Alessio scrive è “il miglior ultimo posto”. Separate e contrapposte si scambiano accuse reciproche, trascinando nello scontro le chiese sorelle e soprattutto Mosca e Costantinopoli, impegnate da tempo nel contendersi il primato nell’ortodossia. Più si è avvicinata la data dei festeggiamenti per la cristianizzazione dell’Ucraina, più la polemica ha coinvolto tutto il mondo ortodosso e riproposto gli attriti e le diffidenze tra la seconda e la terza Roma. Tant’è che la notizia della partecipazione di Bartolomeo I alle celebrazioni – invitato da Yushchenko a presiedere le festività – è stata accolta da Mosca senza aperte polemiche, ma nel contempo ha spinto la chiesa ucraina legata ad Alessio II a convocare una riunione straordinaria del Sinodo dei vescovi per invitare il patriarca di Costantinopoli a evitare “qualsiasi interferenza negli affari interni della nostra chiesa”. IL FOGLIO quotidiano ORGANO DELLA CONVENZIONE PER LA GIUSTIZIA Direttore Responsabile: Giuliano Ferrara Vicedirettore Esecutivo: Ubaldo Casotto Vicedirettore: Daniele Bellasio Redazione: Annalena Benini, Maurizio Crippa, Francesco Cundari, Stefano Di Michele, Marco Ferrante, Alessandro Giuli, Giulio Meotti, Paola Peduzzi, Marianna Rizzini, Christian Rocca, Nicoletta Tiliacos, Vincino. Giuseppe Sottile (responsabile dell’inserto del sabato) Editore: Il Foglio Quotidiano società cooperativa Largo Corsia dei Servi 3 - 20122 Milano Tel. 02.771295.1 - Fax 02.781378 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 Presidente: Giuseppe Spinelli Direttore Generale: Michele Buracchio Redazione Roma: Lungotevere Raffaello Sanzio 8/c 00153 Roma - Tel. 06.589090.1 - Fax 06.58335499 Registrazione Tribunale di Milano n. 611 del 7/12/1995 Telestampa Centro Italia srl - Loc. Colle Marcangeli - Oricola (Aq) STEM Editoriale spa - Via Brescia, 22 - Cernusco sul Naviglio (Mi) S.T.S. spa V Strada 35 - Loc. Piano D’Arci - Catania Centro Stampa L’Unione Sarda - Via Omodeo - Elmas (Ca) Distribuzione: Società Europea di Edizioni Spa Via G. Negri 4, 20123 Milano Tel. 02/85661 Pubblicità: P.R.S. Stampa Srl Via B. 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I credenti vogliono che nulla sia fatto sul corpo malato dopo l’intervento dilatorio della scienza; i laici vogliono che il corpo malato sia lasciato tornare a com’era prima di quell’intervento. Prenderei di mia volontà un farmaco che mi mantenesse in vita ma mi facesse dormire per ventitré ore, cinquantanove minuti e cinquanta secondi al giorno? Senza sogni o altra attività elettrica? Non si tratta dunque, credo, di sostare nel tragico accettandolo, come scrive Berardinelli. La morte sospesa al tempo stesso perpetua il lutto e ne rimanda il perfezionamento, la La sindrome da eterni figli di un Dio minore degli ex Pci frena il Pd e accelera la deriva tedesca Al direttore - La vita è ripetizione solo se è anche varietà. Ogni giorno dormo, mi sveglio, mi procuro da vivere, leggo, parlo con qualcuno, provando affetti. Così, ripetendomi, mi trasformo, mi eludo negli altri, devio, riemergo a me stesso. Solo nella ripetizione c’è trasfigurazione. Le arti insegnano. Se invece sedici anni fa mi è capitato di finire in coma – o stato vegetativo: ma non sappiamo abbastanza delle piante, e forse le offendiamo –, la mia vita non è più anche varietà, è solo ripetizione: nutrimento endogastrico, respirazione artificiale. E’ inutile per te chiedermi se mi va di continuare. Non do segni esteriori di accorgermi della tua presenza. (Immagina ora una persona che tempo fa ti abbia detto di amarti e poi non ne abbia mai dato i segni esteriori. Tu dubiti che essa ti ami, la accusi e glielo rinfacci, dài ultimatum. La lasci). Se muori, o te ne vai, resto come sono. Se mi chiedi “Novità?”, non ti rispondo “Nessuna”. Alfonso Berardinelli ha scritto che questa è la perfetta situazione tragica, che non c’è giustizia e piena moralità né nel lasciare le cose come stanno, né nel praticare (lasciare che si pratichi da sé) l’eutanasia. Neppure il testamento biologico è la soluzione, in quanto ciò che voglio oggi non è per forza valido domani. Una delle due opzioni può essere più utile dell’altra, ma non più giusta. Tuttavia, non decidere nulla, dibattersi nell’indecidibilità del tragico perfetto significa pur sempre far vincere una delle due opzioni: in questo caso, quella di continuare la ripetizione senza varietà. Ma nessuno, che sia in vita, ripete senza varietà. Il più nudo asceta sa bene che, non mutando l’ordine dei fattori, il risultato cambia. Prima di decidere (o credere di decidere) se mantenere o dismettere la vita, devo capire cosa la vita sia. Se ritengo che la vita sia traspirare e mandare in circolo sangue e linfa, sta bene: ma eviterò per la vita di svellere un ce- catarsi. E affidarsi – come fanno i credenti – alla volontà di Dio di dare o togliere la vita vuol dire in questi casi sostituire all’impatto con un pirata della strada, o con uno spigolo appuntito, l’eventualità di un black out elettrico che blocchi i macchinari. Vuol dire deliberare – senza un minimo di giustificazione etica – di sostituire sessant’anni di immobilità ospedaliera eterodiretta a pochi istanti di agonia inconsapevole. Mentre il tragico non è l’accettazione dell’impossibilità della scelta giusta, quanto la situazione che prelude a una scelta più utile dell’altra, e il tempo necessario alla valutazione – intensamente sentimentale – di questa maggiore utilità morale. Alcesti muore al posto del marito Admeto perché questi è uomo e re, e nella situazione data egli vale socialmente più di lei. Sceglie il male minore. Non esiste giustizia senza utilità, né morale senza scopo, oltre che senza – diceva Nietzsche – una sua genealogia. I corpi in con- dizione di morte sospesa non scelgono, non hanno volontà, sono l’oggetto di un potere assoluto, infinitamente sudditi. Quando qualcuno muore, anche alla concreta presenza del cadavere, si dice che “è scomparso”, che “non c’è più”. Davanti a un corpo in morte sospesa occorrerebbe chiedersi cosa c’è ancora. Forse il tavolo da lavoro per gli strumenti che ne attivano alcune funzioni. Invocare per quel corpo l’ultima, più compiuta e non revocabile volontà espressa quando era ancora una persona – col testamento biologico – significa lasciarlo andare, a ricongiungersi con quella volontà, con quella sua varia vita. Significa consentire la scelta tragica, non rimandarne la fatalità. Paolo Febbraro Ieri per errore l’intervista a Paolo Ricca era firmata “Cristina Uguccione” invece di “Cristina Uguccioni”. Ci scusiamo. È IN EDICOLA IL NUMERO 70 JUNIO VALERIO BORGHESE RITRATTO DI UN EROE SCOMODO TRE GRANDI CUOCHI PER UN PICNIC EXTRAVAGANTE SEYCHELLES PARLA IL PRESIDENTE DEL PARADISO TERRESTRE Al direttore - Una medesima soluzione tecnica non produce le stesse conseguenze se impatta su sistemi diversi. Il collegio uninominale a doppio turno che ha esiti ottimi in Francia dal ’58, da sette anni prima della elezione diretta del presidente, non li aveva nella III Repubblica. Le tanto celebrate norme costituzionali tedesche, che rafforzano il cancelliere dando solo a lui l’esclusiva del rapporto fiduciario e che aprono allo scioglimento anticipato su sua proposta sono simili a quelle vigenti nella disastrata IV Repubblica. Per questo dobbiamo ripartire dalla politica e dalla storia. Con la cesura dei primi anni 90 anche in Italia ci si è resi conto che sia le ragioni dell’efficienza sia quelle della democrazia militavano verso forme di scelta diretta degli esecutivi. Nello stato sociale, dove le finalità delle istituzioni pubbliche sono più ampie, il governo viene ad assumere un rilievo prima sconosciuto. Negli esecutivi si condensano molte decisioni dettagliate e rapide, che le assemblee possono controllare e rettificare, ma non far partire e implementare. I sistemi che continuano a escludere gli elettori dalla scelta del governo, cadono vittime di dinamiche oligarchiche e di impotenza. Dopo il passaggio della Francia alla V Repubblica solo l’Italia tra le grandi democrazie restava in tali condizioni. Sul piano del governo locale nel ’93, è stato delineato un equilibrio tra l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo con annesso premio di maggioranza e il mantenimento di uno sventagliamento di liste. Si trattava della forma di governo pensata dalla sinistra democratica francese a fine anni 50 (Duverger e Vedel), con la scelta congiunta del vero leader del governo assieme alla sua maggioranza. L’avevano ipotizzata in tandem al collegio uninominale, ma la logica è simile ed è analoga a quella verso cui si muove la Francia dopo la riforma del quinquennato. A un equilibrio del genere si è arrivati più tardi anche per le Regioni. Nel ’95 si passò al premio di maggioranza senza elezione diretta, convinti che ciò potesse bastare, ma l’instabilità dimostrò che il tessuto partitico aveva anche su quel livello bisogno della stampella costituita di essa e del meccanismo del simul stabunt simul cadent, come avvenne dal ’99. Il passaggio su scala nazionale segna un salto di qualità e non solo per ragioni oggettive. A livello periferico varie alternanze erano già state sperimentate nella Prima Repubblica, sia pure con tempi morti di crisi e senza una necessaria coerenza tra voti e responsabilità. Invece sul piano nazionale quando le forze di centrosinistra perdono le elezioni si manifesta una sorta di sindrome dell’alternanza impossibile, vedendosi nelle parti dell’ex Pci. Allora soprattutto esponenti che hanno quella storia immaginano di poter restaurare una logica di alleanze post-elettorali con protesi centriste che consentano di attrarre spezzoni di elettorato ritenute non conquistabili. E’ forse la sindrome degli eterni “figli di un Dio minore” che finisce per negare le ragioni della costruzione del Pd e che mi sembra, almeno a prima vista, e spero di sbagliarmi, ma sin qui non sono stato rassicurato a sufficienza che non è così, la suggestione più forte che sta dietro la proposta del sistema tedesco. Un conto è immaginare fisologicamente di aver degli alleati minori con chiare scelte preelettorali programmatiche e con la coincidenza tra vertice del partito di maggioranza e guida del governo, un altro riservare al proprio partito il ruolo di azionista di maggioranza in coalizioni postelettorali con la dissociazione di premiership e laedership. L’anomalia da cui si voleva uscire vedendo nel Pd il compimento dell’Ulivo. Spesso anche esponenti provenienti dalla tradizione dc si adeguano, credo solo per inerzia col passato, a queste posizioni, riproponendo scelte che potevano essere logicamente sostenute prima della nascita del Pd, quando vi era il Ppi unitario come terza forza o quando vi era la Margherita che aspirava a coprire l’elettorato di centro. Oggi, invece, riproporre quello schema significherebbe paradossalmente negare il proprio contributo al successo del Pd come partito a vocazione maggioritaria. L’insistenza su formule maggioritarie come quella francese o con effetti maggioritari come quella spagnola segnala invece che si crede ancora fermamente a quella scommessa, anche dopo una sconfitta. Puntando all’esodo dell’alternanza con un nuovo grande partito e non rimpiangendo le cipolle d’Egitto. Stefano Ceccanti Alta Società Annoiate turiste al Café Flore. Stormi di bellissime fanciulle al Blue bar di viale Ceccarini. Riccione c’est encore Riccione. INNAMORATO FISSO DI MAURIZIO MILANI Swan Group w w w. m o n s i e u r. i t MONSIEUR: DAL 1920 OGNI MESE IL BELLO, IL BUONO, IL MEGLIO DELLA VITA Le ho detto a una ragazza che eravamo andati già due volte a mangiare la pizza insieme: “Fammi vedere il pube”. Lei: “No!”. L’ho lasciata. Dopo un mese mi telefona: “Forse ho deciso di farti vedere il pube, ma non il mio, quello della mia collega”. Io: “Non mi interessa più né il tuo né quello della tua collega”. Butto giù il telefono! Dopo un’ora richiamo io: “Scusa! La tua amica è quella alta castana magra?”. Lei: “Sì”. Io: “Ok, fammi pensare”. E’ passato un anno, non ho più richiamato, forse oggi mi faccio sentire. Non per il pube, ma per chiedere se mi trova un posto di lavoro. Tutte e due le amiche sono dirigenti Michelin. ANNO XIII NUMERO 202 - PAG I IL FOGLIO QUOTIDIANO DOMENICA 27 LUGLIO 2008 “NOI SIAMO IL CENTROSINISTRA DOC” Brunetta presenta la sua rivoluzione pubblica. Il ’29? Se c’è stato, sta finendo Roma. “Io sono un socialista, non dimenticatelo: il mio obiettivo è aumentare l’offerta di beni e servizi pubblici, non ridurla”. Renato Brunetta, il ministro più popolare del governo (“sono la Lorella Cuccarini del governo, il più amato dagli italiani”), incontra il Foglio seduto a un lungo tavolo, in una stanza del dipartimento della Funzione pubblica. Davanti a lui ci sono due iPhone, che restano silenziosi, e quattro penne. In quella stanza discute con Pietro Ichino, il giuslavorista del Partito democratico che per primo ha iniziato la battaglia culturale contro i fannulloni nella pubblica amministrazione. “Una volta il test della follia per un ministro era la volontà di provare a riformare le ferrovie o le poste, oggi è la riforma della pubblica amministrazione”, spiega un Brunetta entusiasta, che domanda ai suoi collaboratori grafici, tabelle, e sommerge i visitatori con decine di slide per illustrare, anche a chi non si addentra tra articoli, commi e tecnicalità, qual è la sua idea di rivoluzione. In tre parole: lavorare, lavorare, lavorare. “Mi do un anno: se a maggio 2009 mi accorgo che l’encefalogramma della pubblica amministrazione è ancora piatto, allora mi dimetto. Se invece si vedranno i primi risul- “Mi do un anno: se a maggio 2009 l’encefalogramma della pubblica amministrazione è ancora piatto, mi dimetto” tati della mia rivoluzione, allora sarà il momento di cominciare a lavorare di fino, comparto per comparto, e di realizzare un progetto a cui tengo molto, una grande scuola per la pubblica amministrazione che sia un hub al centro di reti tra pubblico, privato, istituzioni italiane e straniere, un catalizzatore del cambiamento”. L’idea del ministro, che ha anche un lato lib, ma in questa fase privilegia quello lab, è che la priorità non sia una riforma sistemica con tagli draconiani nell’apparato statale, ma riportare le componenti del sistema pubblico a fare il loro mestiere: “In queste condizioni è un miracolo che qualcosa funzioni, bisogna che la politica torni a comportarsi come un datore di lavoro, i dirigenti a dirigere. Il mercato e gli utenti devono poter far sentire la loro voce. I sindacati devono tornare a fare i sindacati, invece che cercare di avere un ruolo da cogestori alla jugoslava”. In passato ci hanno provato in tanti a riformare il più rigido segmento del mercato del lavoro italiano, quello pubblico. Ma le difficoltà dei suoi predecessori non preoccupano troppo il ministro, che è convinto di avere dalla sua, oltre alla forza dell’entusiasmo, anche la macroeconomia: “Siamo nello slot temporale buono, perché l’ingresso nell’euro ci ha privato dello strumento della svalutazione competitiva che drogava la crescita, ora siamo costretti a cambiare. Oggi la gente si incazza più di prima perché è diventato palese che le imprese e le famiglie muoiono se non possono contare su una pubblica amministrazione efficiente”. Fenomenologia del fannullonismo I dipendenti pubblici vengono catalogati dal ministro in precise categorie: le vittime, “tre milioni di persone perbene vilipese e violentate ogni giorno dai fancazzisti, tre milioni di lavoratori che fanno funzionare la macchina dello stato, ma si trovano i salari depressi perché le risorse vengono sprecate da quelli che lavorano poco o male”. Poi ci sono le diverse tipologie di fannullone. C’è quello ideologico, che, orgoglioso, teorizza il fannullonismo come stile di vita. Poi c’è il “radical chic”, che non lavora per una forma di snobismo intellettuale. Il peggiore è forse il “radicalradical, che vede nella pubblica amministrazione il luogo ideale per coltivare il proprio odio verso il mercato e la società”, è il tipo di fannullone che ciclicamente finisce per essere sedotto dalle sirene della violenza antistato, in stile anni Settanta. La categoria prevalente è però quella dei “fannulloni opportunisti”, che non si preoccupano di teorizzare il dolce far niente, ma semplicemente si adeguano al malcostume generale. Sono tanti (e troppi), ma sono anche quelli più facili da recuperare: “L’effetto Brunetta si sente già, a maggio abbiamo registrato un calo del dieci per cento dell’assenteismo, a giugno del 20. E molte delle riforme non sono ancora entrate in vigore. E’ bastato l’annuncio. Ma soprattutto ora c’è la sanzione sociale, lo stigma sugli assenteisti che non osano più raccontare al bar che si sono dati malati per portare in vacanza il figlio, capiscono che il clima è cambiato”, rivendica il ministro. Dentro il decreto legge che ha anticipato a luglio i provvedimenti più politici della manovra Finanziaria 2009 e ha fissato i parametri della politica economica per il triennio, Brunetta ha inserito gli “antibiotici” contro la malattia del fannullonismo. Il bastone entra in vigore subito, per le “vitamine” della carota (cioè premi e incentivi, semplificazione burocratica per i piccoli comuni), bisogna attendere l’autunno, perché non avevano il carattere di urgenza richiesto per includerle nel decreto legge. A settembre è slittato anche il progetto di offrire la possibilità alle università pubbliche di diventare fondazioni capaci di attrarre finanziamenti privati, “un’idea di Nicola Rossi, che io ho re- Prossime novità. “Da gennaio il cittadino potrà rivalersi contro la pubblica amministrazione con la class action” cuperato e adattato, che può cambiare la faccia dell’università italiana. Con il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stiamo valutando la possibilità di estenderla a tutti gli enti di ricerca”. I sindacati che protestano sotto le sue finestre lo chiamano “decreto Brunetta”, e il ministro non rinnega affatto il suo contributo, anche se riconosce che “il merito è in gran parte di Giulio Tremonti e del direttore del Tesoro Vittorio Grilli, che da anni riflettono sulla riforma della procedura per l’approvazione della finanziaria”. Con questo decreto, spiega il ministro, “si lancia un segnale forte ai mercati, dimostriamo che siamo in grado di fare tutto subito, non sarà più possibile l’assalto alla diligenza perché la tradizionale Finanziaria d’autunno diventa soltanto una tabella di bilancio”. Reti amiche e un grande bypass Di alcune misure presenti nel decreto, come la stretta su consulenze e assenze (visita fiscale tutti i giorni, domenica inclusa, e a tutte le ore) o la riduzione dell’uso della carta negli uffici, si è già molto discusso. Brunetta ci tiene a spiegare altre due novità: la class action e il progetto reti amiche. “Dal primo gennaio 2009, il cittadino consumatore, che finora non aveva voce, potrà rivalersi contro la pubblica amministrazione, con l’assistenza delle associazioni dei consumatori. In tempi brevissimi un giudice amministrativo verificherà se l’unità amministrativa contro la quale agisce il cittadino ha rispettato gli standard di qualità da essa stessa stabiliti. Se così non è stato, o si ripristina il diritto violato, o si caccia via il dirigente. E’ un correttivo indispensabile in un mercato dove manca il piede invisibile che ne calcia fuori gli elementi inefficienti”, spiega Brunetta, che accanto all’azione dal basso, contro gli assenteisti, crede molto al principio che “se educhi i vertici poi l’intendenza segue”. L’altro provvedimento preferito del ministro è quello delle “reti amiche”, che non costa un euro allo stato ma può migliorare la qualità di alcuni servizi: “Sarà un grande bypass nel sistema. Oggi la pubblica amministrazione è monopolista del contatto con l’utente, io voglio aggiungere nuovi punti di contatto, dove poter richiedere gli stessi servizi che fino ad ora solo l’impiegato statale poteva offrire”. In concreto: vado al supermercato e prenoto anche una visita all’ospedale, dal tabaccaio e richiedo un certificato, all’Aci e sbrigo altre pratiche amministrative. Per i commercianti “l’incentivo è che entrano più persone nei loro negozi, idem per i centri commerciali, mentre altri soggetti come l’Aci han- no tutto l’interesse a offrire una gamma più completa di servizi”. E il datore di lavoro, cioè Brunetta, avrà un termine di paragone per misurare l’efficienza dei suoi dipendenti, che si troveranno in concorrenza con lo zelo “Per uscire dalla crisi serve più politica, cioè più Europa, più globalizzazione e la fine dei protezionismi” dei tabaccai. E’ ancora presto per dirlo, ma se certe mansioni vengono esternalizzate (o quantomeno condivise con soggetti non statali), poi si potranno tagliare alcuni posti di lavoro, con risparmi per lo stato che non implicano alcun taglio all’offerta di servizi. Questo per il lato laburista del ministro, il suo coté da direttore e fondatore della rivista “Labour – Reviews of labour economics and industrial relations”. Per non lasciare dubbi chiarisce: “Il berlusconismo è il centrosinistra doc, noi riproponiamo la formula che ha portato al boom economico dell’Italia”. “Più servizi per tornare a crescere” Ma gli elettori del centrodestra si aspettavano (e continuano ad aspettarsi) anche la riduzione delle tasse, paradigma essenziale del berlusconismo, magari finanziata proprio dai recuperi di efficienza dovuti alla cura Brunetta. Il Dpef scritto dal governo, invece, prevede la pressione fiscale invariata nei prossimi tre anni. “Le cifre del documento sono calcolate sul livello attuale di crescita, intorno al mezzo punto di pil – precisa il ministro – è chiaro che se si ha più crescita si possono tagliare le tasse. Io miglioro i servizi, così da stimolare la ripresa. Il mio obiettivo è trasformare la pubblica amministrazione dalla palla al piede che è stata finora in un fattore di sviluppo. Oggi l’inefficienza del settore pubblico ci costa tra il 30 e il 40 per cento della differenza di crescita che c’è tra noi e gli altri pae- si europei. Bisogna anche considerare che i miei risultati produrranno l’effetto equivalente di una riduzione della pressione fiscale, perché le tasse non sono alte o basse in astratto, ma in proporzione alla qualità del servizio che si ottiene in cambio”. In ogni caso, spiega, “quello che è immorale non è la quantità di spesa pubblica, ma l’inefficienza, un abominio che viene pagato dai più deboli che non possono comprarsi nel mercato parallelo privato servizi che la pubblica amministrazione non offre. Chi ha i soldi non ha problemi, paga per avere gli arbitrati, la sanità privata, la scuola privata”. Nel rapporto tra spesa (quindi tasse) e servizi offerti, Brunetta preferisce agire sui secondi, forte anche del sostegno trasversale che la sua linea gli ha fruttato in questi primi mesi: “La Confindustria è con me, le piccole imprese mi amano, opero con il totale consenso del presidente Berlusconi, dall’opposizione nessuno ha contestato il contenuto delle mie decisioni, solo i sindacati sono un po’ nervosi”. Un capitale di consenso che Brunetta potrebbe cercare di far fruttare per guadagnare peso negli equilibri interni alla compagine governativa. Ma il ministro dal doppio iPhone si schermisce: “Faccio solo la mia parte”. Il dialogo con Tremonti Non c’è nessuna rivalità con l’apocalittico (e altrettanto popolare) Giulio “Robin Hood” Tremonti. Brunetta è assai meno ventinovista del ministro dell’Economia (“non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo”, ha detto nei giorni scorsi il professore di Pavia in un colloquio con il Foglio) e crede che un’inversione di tendenza nella congiuntura internazionale sia possibile “già dall’autunno, io sono ottimista”. Non è solo sulla diagnosi che i due ministri sono diversi. Come Tremonti, anche Brunetta pensa che la soluzione alla crisi attuale sia nell’avere “più politica”, un’espressione che nel lessico tremontiano significa ruolo attivo dello stato, salvataggio pubblico per le banche in crisi, protezionismo quando necessario per difendersi dall’invasione delle merci a basso costo, primato della politica sull’economia, abbandono dell’illusione che il mercato si regoli da sé. La “più politica” anticrisi di Brunetta, invece, consiste nell’avere “più globalizzazione, più Europa, perché solo un’Europa più aperta che abbandona ogni protezionismo può contare di più nei nuovi equilibri mondiali. E’ la condizione per avere insieme soft power e hard power, marte e venere”. Anche la crisi energetica, con la crescita del prezzo del petrolio che innesca l’inflazione nei paesi compratori, non si risolve con la lotta alla speculazione e alla finanza derivata di stampo tremontista, dice Brunetta, “ma con 50 centrali nucleari, da cominciare a costruire subito, e con un cambio di approccio al mercato dell’energia, l’Europa deve diventare un compratore unico, per avere più potere di mercato”. Sull’economia internazionale riemerge il lato liberal di Brunetta, che sulle questioni interne viene invece offuscato dall’anima laburista. Anche la corsa dei prezzi delle materie prime, secondo il Brunetta lib, si può risolvere abbattendo le barriere che proteggono l’agricoltura europea e americana, “evviva la globalizzazione. E anche, John Maynard Keynes, che resta il mio punto di riferimento intellettuale, sarebbe d’accordo con me”. Il pessimismo? “Lo skipper muove il timone anche quando non c’è vento: non serve, ma è meglio che aspettare senza far nulla” Alla domanda se alla crescita economica e alle aspettative dei consumatori giovino più le dichiarazioni di un ministro ottimista o quelle di uno pessimista, Brunetta dà una risposta zen: “Lo skipper continua a muovere il timone anche quando non c’è vento. Forse serve a poco, ma è meglio che aspettare senza fare nulla”. ANNO XIII NUMERO 202 - PAG II IL FOGLIO QUOTIDIANO DOMENICA 27 LUGLIO 2008 GUIDA LANGONE PER CHIESE E MESSE Chiese spesso vuote nei centri storici, cappella dell’ospedale strapiena a Bagno a Ripoli (Fi) a cura di Camillo Langone incensolo acetato, è capace di alleviare ansia e depressione. Sarà questo che ci aiuta a sopportare il via vai di turisti con lo zainetto in spalla, analfabeti che non sanno leggere i cartelli con cui i monaci cercano, invano, di fermare le visite durante le celebrazioni. “Lo zelo per la tua casa mi divora” (Salmi 68, 10) Ambizione La presente Guida delle Messe recensisce la componente umana della divina liturgia: il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato. Come ha scritto Joseph Ratzinger: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia”. La Guida delle Messe vuole stimolare sacerdoti e comunità a risollevare il culto divino, affiancando il Papa nella sua azione. L’obiettivo è la celebrazione di messe più belle e coinvolgenti per avere chiese più affollate e una società più cristiana. Niente di meno. * * * FORMIA (Gaeta) Sant’Erasmo Clero secolare Ascensione, domenica 4 maggio 2008 ore 18 “Qualcosa che né guerre né fascismi e neppure repubbliche potranno mai togliere a Formia: la sua costa lunata, con da una parte la chiara Gaeta sul promontorio, dall’altra il colle detto Monte Giano, e poco più indietro l’aereo Castellonorato”. Citiamo Tommaso Landolfi (“Se non la realtà”, 1960) per dire che a Formia il panorama si presenta più divino della liturgia, che almeno per quanto riguarda la chiesa di Sant’Erasmo, ex sede episcopale, ex abbazia benedettina, oggi è quasi muta, spoglia, coperta da uno strato di polvere non solo metaforico: teste canute (i giovani saranno al mare?), candele vintage (Enel), sito Internet non aggiornato (c’era scritto 18,30 e invece la messa comincia alle 18). Forse è anche colpa della nostra accidia: alle 10,30 ci sarà stato quanto meno più entusiasmo. ALASSIO (Albenga) Sant’Anna Domenica 8 giugno 2008, ore 8 Chiesa della Carità Domenica 15 giugno 2008, ore 9 Clero secolare Chiese diverse con diversi celebranti ma stesse dolci anomalie: la breve durata della funzione (40 minuti a Sant’Anna compresi i lunghi avvisi, ancora meno alla Carità), le croci di grandi dimensioni (a Sant’Anna sull’altare, alla Carità di fianco) e soprattutto gli altari preconciliari, coi preti che perciò tendono a dare le spalle ai fedeli per buona parte della messa. Viene subito in mente la tradizionale spilorceria ligure, che all’indomani del Vaticano II potrebbe aver consigliato di lasciar perdere costosi adeguamenti. Oppure siamo i soliti malpensanti e l’integrità degli spazi è dovuta invece al misticismo di qualche sant’uomo, magari di quel monsignor Piazza che resse la diocesi di Albenga per venticinque anni dopo essere stato consacrato dal cardinale Siri, che Dio l’abbia in gloria. Piuttosto insolito, per l’ora, anche l’affollamento: in entrambe le chiese molte persone devono restare in piedi. Anche i problemi sono paralleli: le numerose sedie, le candele finte, i fiori spesso finti anch’essi, tremende luci colorate. Due sole piccole differenze: a Sant’Anna c’è un fungo riscaldante (riporlo in attesa dell’inverno no?), alla Carità tocca vedere dei cani, però silenti. * * * LECCO (Milano) San Nicolò Clero secolare Domenica 1° giugno 2008, ore 18 “Non fare cose grandi ma fare anche le cose piccole, della quotidianità, in modo grande”. E’ una frase estrapolata dalla predica, più coinvolgente della media. Le sedute non saranno esteticamente il massimo ma sono occupate tutte e una chiesa piena è sempre bella. Il portalumini non sarà un oggetto d’arte ma sopra ci sono tanti lumini rossi accesi, poetica, incoraggiante visione. Bernardino Luini, “Sposalizio della Vergine”, Beata Vergine dei Miracoli, Saronno Un medio organo elettrico è sempre meglio di una media chitarra. Da una media liturgia della diocesi di Milano stilla sempre una goccia di splendore in più, potenza del rito ambrosiano, rispetto a una media liturgia di qualunque altra diocesi italiana, grande o piccola, settentrionale o meridionale. E poi nella chiesa principale di “quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno” tra le ragazze c’è senz’altro una Lucia. * * * SARONNO Beata Vergine dei Miracoli Domenica 1° giugno 2008, ore 11,30 Clero secolare la scena, non deve meritare battute simili a quella con cui Dino Risi fulminò un immodesto: “Quando vado al cinema e vedo un film di Nanni Moretti penso: Spostati, Nanni, e lasciami vedere il film”. Per il resto poco da dire, tutto nella media, salvo la meraviglia della cera ardente (lumi e lumini) che in una chiesa fredda come questa, panettone di cemento postbellico, non ci aspettavamo. * * * UDINE Madonna delle Grazie Servi di Maria Domenica 15 giugno 2008, ore 11 “Continuo a pensare che sia molto più bella la messa in latino di quella in italiano, continuo a pensare che il gregoriano sia molto più bello delle chitarre” ha detto il caro Marco Travaglio. Noi, molto meno rigoristi di lui, riteniamo che anche la messa in italiano abbia il suo perché. Sulle chitarre però siamo assolutamente d’accordo. Nel santuario della Beata Vergine dei Miracoli, magnifico tempio i cui affreschi commossero Piovene, Testori, perfino Stendhal, il canto viene accompagnato da chitarra e organo elettrico. E quel bellissimo organo a canne? Viene usato solo quando non ci sono le chitarre, ci viene riferito: gli strumenti sono incompatibili e si produrrebbe soltanto una gran confusione. Qual è il problema? Basterebbe abolire le corde e puntare tutto sulle canne. Benedetto, che non è il Santo Padre ma una nostra quinta colonna, ci fa notare inoltre: 1) la moltitudine di sedie; 2) i lumini elettrici; 3) le confessioni durante la funzione (mentre pare ovvio che non si debba partecipare ai sacramenti, necessitanti ognuno della massima concentrazione, in modalità multitasking). * * * TRIESTE San Pio X Fraternità San Carlo Ascensione, domenica 4 maggio 2008 ore 11,30 Si dice che le prediche di San Pio X siano monotone, specie se confrontate con quelle esuberanti di San Giusto, ma a noi la monotonia non dispiace. Predicatori troppo estroversi tendono a prendere il sopravvento sulla parola di Dio, l’unica che ci interessi in una chiesa (per la parola umana i pulpiti non mancano). Come dice monsignor Ravasi “bisogna trovare una parola diafana, rispetto al messaggio originale, che lasci filtrare la luce”. L’uomo di Dio non deve coprire Dio, non deve ingombrare Santuario tappezzato di ex voto in cui il celebrante predica contro i miracoli. Per quanto ci riguarda la recensione potrebbe finire qui. Ma bisogna superare lo scoramento e, per chiedere la correzione del servita luteranoide (la minimizzazione del soprannaturale è tratto peculiare del protestantesimo), inserire almeno un virgolettato. Eccolo: “So addirittura che ancora oggi ci si riunisce, anche in chiese non lontano da qui, per chiedere le guarigioni. Ma io sono scettico e non credo sia salutare questo genere di credenze e di attività”. Bene, il servita è uno scettico, noi invece stiamo cercando l’indirizzo delle “chiese non lontano da qui”, così la prossima volta ci andiamo. “Mi fanno pena quei cristiani che sorridono quando sentono parlare di eventi soprannaturali. Mi viene voglia di dir loro: sì, anche ora ci sono miracoli; noi stessi ne faremmo se avessimo fede!” scrive nel “Cammino” san Josemaría Escrivá. Per noi la pena è doppia perché la basilica è affollatissima, quindi il danno è enorme. Il risultato di simili prediche lo abbiamo davanti agli occhi: alla consacrazione si inginocchiano in pochissimi, giusto le suore presenti e qualche ottantenne. Tutti gli altri probabilmente considerano la transustanziazione “una credenza non salutare”. * * * BAGNO A RIPOLI (Firenze) Cappella dell’Ospedale Santa Maria Annunziata Clero secolare Pentecoste, domenica 11 maggio 2008 ore 17 Gli atei maligni, secondo i quali le chiese sono vuote, spesso non sanno nemmeno che cosa sia una chiesa. Chiesa non è soltanto la cattedrale, i cui banchi sono raramente affollati, è vero, ma per due motivi estranei al presunto calo della pratica religiosa: 1) il centro storico si è svuotato dei residenti; 2) l’edificio è nato già sovradi- * * * mensionato, per ragioni simboliche, municipali, politiche, come spiega l’urbanista Marco Romano in “La città come opera d’arte”. Chiesa può essere anche la cappella di un ospedale fuori mano che all’esterno non sembra certo contenere gremiti luoghi di culto. E invece i fedeli vengono anche da fuori, dalla vicina frazione di Antella, per partecipare alla messa delle 17, ben più sentita di tante messe celebrate in chiese vere e proprie. Sarà la consapevolezza del dolore e della morte a pochi passi, a suggerire l’abbandono di ogni superbia per inginocchiarsi compatti alla consacrazione. Una piacevole sorpresa: la comunione è nelle due specie, con l’ostia intinta nel vino. Per una ragazza celiaca c’è un’ostia speciale, senza glutine. * * * TODI (Orvieto) Santuario dell’Amore Misericordioso Clero secolare Domenica 1° giugno 2008, ore 18,30 nomi adespoti, senza santi e senza onomastico. Avranno solo compleanni e ogni festa sarà un anno biologico di meno, non un anno cristiano di più. Chissà se il prete prima della cerimonia ha provato a far ragionare i genitori. Forse sì, visto che celebra con un certo polso e quando entra un bimbo con un gran palloncino azzurro lo blocca senza esitazioni: “Non siamo alla fiera, porta il palloncino in sacrestia”. Evidentemente è stato inutile, gli oltre cento presenti sono in maggioranza proto-umani: pochissimi si inginocchiano alla consacrazione, quasi nessuno canta (abbandonando il prete alle sue stonature), tutti applaudono dopo i battesimi (e vabbe’) e al termine della messa (e vabbe’ un corno). Candele da trenta centesimi con cassa sorvegliata da telecamera. Grande porta bronzea, opera recente (2004) dello scultore Pietro Annibali: molto cattolica, cioè con molte figure. * * * FARFA (Poggio Mirteto) Abbazia di Farfa Benedettini Domenica 6 aprile 2008, ore 11 Un santuario umbro fa immaginare chissà quali vette spirituali ma Collevalenza non è Santa Maria degli Angeli, basta far caso all’architettura. In questa chiesa in stile autogrill (ma almeno c’è il campanile), situata a pochi chilometri dalla Todi di frate Iacopone, la messa è complessivamente nella media. Sopra la media il coro di voci bianche (vari canti del Gen Rosso a cominciare da “Pane del cielo”) e l’atteggiamento devoto dei numerosi fedeli. Sotto la media l’arredamento liturgico: particolarmente grave in un santuario l’assenza di candele votive e la modestissima evidenza del crocefisso. Monsignor Guido Marini, maestro della liturgia pontificia, ha detto: “La posizione della croce al centro dell’altare indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l’orientamento esatto che tutta l’assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi”. A Collevalenza ci vuole vista d’aquila per accorgersi del crocefissetto, laterale e non centrale. “Figlio bianco e biondo, / figlio volto iocondo, / figlio, per che t’ha ’l mondo, / figlio, così sprezzato?” * * * JESI Duomo Clero secolare Domenica 22 giugno 2008, ore 11,30 Tre secoli dopo il battesimo di Giovanni Battista Pergolesi, nel Duomo di Jesi vengono rigenerati nello Spirito cinque bambini: Gioia, Luigi, Vanessa, Chiara, Tommaso. Due su cinque sono Le chiese benedettine non sono tutte uguali, alcune sono tenute male, altre bene: la basilica dell’abbazia di Farfa è tenuta benissimo. Non una sedia offende le navate dove pregò il beato Ildefonso Schuster, in seguito ispira- I simboli Le candele , da una a cinque, sono la valutazione dell’arredamento della chiesa (soprattutto sedute e candelieri). I messali , sempre da uno a cinque, rappresentano invece la valutazione della messa. Il giudizio non è riferito al complesso della liturgia di una chiesa ma alla singola messa celebrata nella data e all’ora specificate (le messe cambiano molto a seconda dell’orario). to arcivescovo di Milano. Bellissimi i candelieri di ferro battuto, foggiati ad alberello, sui quali si appoggiano i lumini. I numerosi altari laterali sono tutti forniti di santini, contenuti in cestini appositi. In un cappella c’è il librone dove i visitatori possono scrivere le preghiere che poi saranno lette e fatte proprie dai monaci. Anche le messe benedettine non sono tutte uguali: qui la messa è cantata, i coristi indossano una tunica azzurra, i canti sono gregoriani o comunque molto classici, l’organo a canne compie il suo dovere. Il rito è lento, solenne, con grande uso di incenso. A proposito: i ricercatori della John Hopkins di Baltimora e della Hebrew University di Gerusalemme hanno appena scoperto che l’incenso, grazie a una sostanza psicoattiva chiamata TERAMO Duomo Clero secolare Domenica 15 giugno 2008, ore 10,30 Molto impegno e molti problemi, uno dei quali irrisolvibile, nell’appena restaurato Duomo di Teramo. E’ irrisolvibile lo spazio complicato e dispersivo, con pavimenti a diverse altezze, frutto di aggiunte e modifiche operate nel corso dei secoli. Dalla parte più bassa della navata l’altare si vede poco ma per fortuna, udite udite, viene usato il pulpito. Non è altissimo e si trova nel presbiterio ma è pur sempre un pulpito, con la sua brava scaletta percorsa prima dalle lettrici (qui impera la ginecocrazia) e poi dal sacerdote per la predica. Parlare da posizione sopraelevata aiuta a mantenere desta l’attenzione dei fedeli che tendono invece ad abbioccarsi quando entra in azione il coro, invisibile ma assordante. Raffaele Bonanni, capo della Cisl e cattolico praticante, ha rilasciato un’intervista in cui dichiara di preferire, in contrapposizione al gregoriano, la “messa con chitarra” perché “ogni istante del rito deve coinvolgerti completamente”. E bravo Bonanni! Siccome è di Chieti gli sarà facile venire a Teramo per verificare quanto poco possa coinvolgere una “messa con chitarra” (a tratti compare anche l’organo ma i canti restano appunto “da chitarra”). Pur se eseguita da un coro volenteroso e ben preparato. Evidentemente il non-coinvolgimento, ad esempio i fedeli muti, dipende da altri fattori. Candeliere elettrico giustamente disertato. * * * CAGLIARI Nostra Signora di Bonaria Frati mercedari Domenica 18 maggio 2008, ore 19 Al National Shrine di Washington, il tempio nazionale del cattolicesimo statunitense (Papa Benedetto vi ha recentemente detto messa) candele votive di cera ardono in ognuna delle numerose cappelle. “Accendere candele votive è una venerabile usanza nei Santuari” si trova scritto. “Ogni fiammella accesa rappresenta la fede dei fedeli e delle loro ferventi preghiere affidate all’amorevole intercessione della Vergine Maria”. A Washington, nel tempio moderno di una metropoli che guida il mondo grazie alla tecnologia, il simbolo della preghiera è la cera, mentre a Cagliari, in un santuario settecentesco, ci si affida al filamento reso incandescente dalla corrente elettrica. Di freddezza in freddezza, la quasi totalità dei presenti non si inginocchia alla consacrazione. Niente canti, predica breve. ANNO XIII NUMERO 202 - PAG III IL FOGLIO QUOTIDIANO DOMENICA 27 LUGLIO 2008 NICHI E IL SUO NICHINISMO Poeta, politico, gay, comunista e cattolico. Un casino? No, Vendola “C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una fata un po’ tocca che ARCHIVIO DAL FOGLIO DI SABATO raccontava la storia bi2 LUGLIO 2005 slacca di una bambina che sta sulla rocca e che ripete la mia filastrocca nata un po’ allocca e cresciuta barocca…”. Nichi Vendola Quella volta che trenta gatti gli invasero la casa corse a chiudersi in camera e disse a Franco Giordano: “Abbaia, fai bau bau” S ono un fifone nato”, ripete Nichi. “Da bambino ero buono e pieno di paure: pauroso di tutto”. E dunque bene si capisce il parapiglia, quella notte di vent’anni fa, in quella casa a pianterreno, zona Talenti, periferia est della capitale. Qui vivevano insieme Vendola, appunto, e Franco Giordano, attuale capogruppo di Rifondazione comunista a Montecitorio. Anni un po’ scombinati, senza capo né coda, dell’antica Fgci che si preparava a uscire di scena. Nichi e Franco si conoscono da una vita, nati persino lo stesso giorno, il 26 agosto. Franco un anno prima. Quando a 18 anni Giordano era segretario della Fgci di Bari, Vendola guidava i giovani comunisti (quelli che c’erano) nella natia Terlizzi. La casa di Talenti, poi, era una casa che funzionava con i suoi ritmi e i suoi tempi, mica roba di ordinario accasamento. “Una specie di comunità – ricorda Giordano – non sapevi chi veniva la sera, te ne accorgevi solo la mattina dopo”. E qui si verifica il fatto che bene racconta delle paure vendoliane. Sera d’estate. Giordano dorme nella sua stanza con la porta finestra aperta. Nell’altra, Vendola legge. Di colpo, nel cuore della notte, il futuro capogruppo si sveglia con una strana sensazione. “Intorno e sopra al mio letto, in tutta la camera, c’erano forse trenta gatti. Comincio a urlare: Nichi! Nichi!”. Che si affaccia sulla porta, vede l’amico con gli occhi sbarrati e la folla di felini e rientra di corsa, chiudendosi dentro a chiave per maggior sicurezza. L’unico conforto che Giordano ebbe, nel momento del panico, fu Nichi che dietro la porta sbarrata consigliava: “Franco, abbaia! Franco, abbaia!”. E Franco, fissando i mici, abbaiava: “Bau! Bau!”. I quali mici, fissando Franco, per niente spaventati e piuttosto perplessi, non mostravano intenzione di voler abbandonare il campo. Se ne uscirono con comodo, a loro piacere e a insindacabile convenienza. Franco corse verso la porta: “Nichi, se ne sono andati!”. Ma Nichi, rivoluzionario però prudente, non si decideva ad aprire. “Restò chiuso a chiave per ore, per paura che qualche gatto passasse di là”, rievoca Giordano. * * * Ma Nichi è pure coraggioso. Come quella volta, ed è un quarto di secolo fa, che dal palco del congresso della Fgci annunciò pubblicamente: “Compagni, sono omosessuale!”. Stupore prima, ovazione poi, da parte delle giovani avanguardie rivoluzionarie. “E in sala c’è anche il mio fidanzato!”. Ohhh, e nuova ovazione. Nichi scende in trionfo dal palco, e la prima persona che incontra lì sotto è proprio il suo amico Franco Giordano. Corre ad abbracciarlo, lo stringe forte, lo bacia (sulle guance). I fotografi sono scatenati. In mezzo al parapiglia, Franco sorride e si macera nel dubbio: “Oddio, adesso che penseranno, che sono io il La prima volta che entrò alle Botteghe Oscure e “mi sembrò di entrare in un Conclave, mi fece più impressione di San Pietro” fidanzato di Nichi? Mica per pregiudizio, ovviamente, ma la mia storia è un’altra”. Fu comunque infine compiutamente accertato che il compagno Giordano di Vendola era amico, amico intimo, ma certo non fidanzato. Non erano tempi, anche a sinistra, in cui dichiararsi omosessuale. Non erano, i comunisti, meno bacchettoni dei democristiani. Non avevano, molti, forse meno pregiudizi dei fascisti. Ha ricordato Vendola, nel bel libro intervista con Cosimo Rossi, “Nikita”, che “dentro Botteghe Oscure, tolta la palese intolleranza di Giancarlo Pajetta, non ho in- crociato che curiosità o grande affetto e grande solidarietà”, ma è pur vero che molto scompiglio sollevò nel partito un’incauta intervista del giovane figiciotto, che segnalava la possibile valenza rivoluzionaria del, diciamolo come si dice, pompino. Alessandro Natta, allora segretario del Pci, quasi rischiò un mancamento. Pietro Folena e il solito Giordano parecchio ci misero a “calmare le acque”, mentre in pieno Comitato politico nazionale Marisa Rodano intimò ai possibili omosessuali vaganti nel suo orizzonte: “Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla”. O quella volta a Mosca, quando sempre Folena e Giordano erano pronti a denunciare al mondo che le autorità sovietiche avevano “fermato il compagno Vendola in quanto omosessuale”, e invece Vendola, ricorda qualcuno sorridendo, era forse solo stato preso da momentanea passione “per un compagno olandese della delegazione”. Ma pure, a Nichi piace più dire che è omosessuale piuttosto che gay, “non amo dare un’immagine variopinta, pirotecnica. Dichiararsi non è pettegolezzo, è carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza”. Senza esagerare. Gli chiesero: se dovesse rinascere, rinascerebbe Pasolini? E lui, saggiamente: “No, perché non vorrei morire ammazzato al lido di Ostia”. Ha scritto Francesco Merlo: “Vendola è il primo masaniello delicato e persino un poco effeminato della storia d’Italia… Persino la sua omosessualità è rassicurante perché mai scandalosa né provocatoria, non è un luogo di vizio e di morbosità ma di dolcezze romantiche e di solidarietà leale”. messo piede a San Pietro”, e “vidi da vicino non una nomenclatura, ma un conclave”. E i riti, i movimenti, la scenografia possono raccontare tanto una cosa quanto l’altra: “Vedevo la solennità dell’incedere di Nilde Iotti, le irritazioni di Luciano Lama, il silenzio pensoso di Paolo Bufalini, l’iracondia ballerina di Alessandro Natta, la riflessività petrosa e scavata di Pietro Ingrao, l’intelligenza scattante di Gerardo Chiaromonte… Un monastero in cui scorreva il sangue, non per una battuta a Porta a porta, scrivendo un libro intero che era la risposta a un altro libro intero; in cui un libro di storia del paesaggio agrario era un momento della durissima lotta politica”. Così era, così doveva restare. “Nel partito sono stato trasgressivo e dissidente, volevo cambiare tutto, ma senza ucciderlo”. * * * Prima delle Federazione giovanile comunista, Nichi aveva frequentato la parrocchia. Ha raccontato a Cosimo Rossi: “Sono stato nella Chiesa, nell’Azione cattolica, ho fatto il chierichetto. Ma l’associazionismo cattolico era trop- niente. E infatti Nichi, nella sua camera di Terlizzi – dove da presidente della Puglia torna la sera a dormire, e a volte mamma Tonia fa trovare i cavatelli con i ceci, con “piccole olive salate, che spezzano il dolce del cece” – c’è il ritratto di Giuseppe Di Vittorio, e infatti era dai tempi di Di Vittorio che qualcuno non parlava più di braccianti, mentre Nichi e il Nichinismo si nutrono emotivamente di ciò che di quel mondo resta, e dei personaggi che quel mondo ha generato. “Il comunismo io l’ho incontrato, e avevo i calzoni corti, tra i braccianti e i vecchi compagni di Terlizzi”. E quindi è tutto un popolarsi del sindacalista Ciccillo, di “Marietta ‘dalle pezze vecchie’ che fu una vera e propria pasionaria e capopopolo, di Fabiola, “che mi dava sempre un goccio di Martini”, e di don Peppino Matteucci, “che era stato garibaldino alla fine dell’Ottocento. Poi era diventato prete. Infine, si era spretato per fuggire con donna Teresa”, e del carrettiere “che si fermava con mio padre e mio zio: erano comunisti, gente semplice”. Quelli che lo conoscono, dicono che Nichi ha la lacrima facile, il ciglio bagnato, il singhiozzo poco trattenuto. “Si * * * “L’omosessualità è un pezzo del mio scisma dalle due chiese. E’ stato il mio scisma dalla chiesa comunista e dalla chiesa cattolica. Perché le due chiese hanno avuto in comune il registro della doppia verità… La doppiezza è stata per me un muro di gomma. Un luogo proibito. Per ragioni che non so spiegare e che, forse, hanno bisogno di essere spiegate dal mio psicanalista o dal mio psichiatra. Non so” (Vendola in “Nikita”, intervista a Cosimo Rossi). Raramente riesce a trattenere una citazione dell’Ecclesiaste, “fuggi amore mio come la gazzella sul monte degli aromi”. In un’intervista ha quasi elevato a preghiera: “Il fascino e la follia della croce, cioè la verità del mistero dell’incarnazione, il figlio del Dio vivente, la sua sofferenza, la regalità capovolta, un re con una corona che è fatta di spine, un trono che è un legno incrociato, un trionfo che è un’agonia, una morte: trovo che tutto questo parli all’uomo moderno, che lo turbi, lo pro- * * * vochi”. Forse il Nichinismo avrebbe preso corpo persino senza il comunismo, persino con maschia eterosessualità, persino senza il poetare. Ma non senza don Tonino Bello. Fu del vescovo di Molfetta che Vendola si fece discepolo, che seguì nella Sarajevo sventrata dalla guerra. Lo costrinse a vincere molte sue paure. Sulla sua tomba è andato appena eletto governatore della Puglia. E quando parla di Bello, sempre Nichi si commuove. “Evocava magie celesti. Non so come facesse”. E in uno scritto indirizzato al vescovo scomparso: “In tutta sincerità, non ho ancora fatto pace con la tua morte”. Il Nichinismo ha memoria. Fa storia con le sue piccole memorie. Vendola era un bambino solitario, ha raccontato a Rossi, “soprattutto perché avevo maturato un forte senso di diversità dai miei coetanei per un fatto: non sopporto che torturino le lucertole. Ho un trauma assoluto quando vedo… che dico quando vedo, quando immagino che possano mettere una miccetta in bocca a una lucertola per farla esplodere”. E quella ferocia che spinge Nichi sul balcone, fa la sua tenda da indiano di Terlizzi con gli asciugamani del bagno. Questa faccenda degli animali Vendola racconta che se l’è portata dentro per tutta la vita. A tre anni, una notte lo portarono di corsa a Bari: vedeva tutte le cose intorno che si animavano e prendevano forme di animali. Poi successe di nuovo, tanti anni dopo, mentre attraversava in macchina un bosco: “Improvvisamente i colori intorno a me sono come sfumati, si sono ovattati completamente i rumori, e ho sentito la voce di mio padre di quarant’anni prima che diceva: Nikita, Nikita, Nikita… Stai tranquillo, Nikita, è papà. Le ombre di quelle foglie si sono animate esattamente come quando avevo tre anni: tutto ha cominciato ad animarsi, a prendere forma di animali…”. * * * * * * E qui entrano in campo le componenti essenziali di quello che possiamo chiamare il Nichinismo, quella strana creatura che ha conquistato il levante, un po’ Nichi e un po’ comunismo, un po’ visione bracciantile e un po’ orecchino, un po’ prete e un po’ gay, un po’ lacrime e un po’ versi alati, la grande famiglia e pure il fidanzato. I più vendoliani, i cultori più entusiasti, dicono che lì in terra di Bari il centrodestra cominciò a perdere e il Nichinismo cominciò ad affermarsi quando il corteo del Gay Pride attraversò i vicoli della città vecchia nel 2001, con Nichi alla testa, e le vecchie popolane lanciavano petali di fiori dalle finestre “come quando passa il Santo”, e invece passavano checche e froci e transessuali, profano tanto e sacro forse niente, pur se nell’epica del Nichinismo quel profano quasi sacro si fa. E figurarsi che Fini aveva invitato i baresi a sbarrare le porte, e qualche anno dopo il cauto e garbato Alfredo Mantovano addirittura gridava nei comizi che le mamme di Puglia dovevano scegliere se volevano un figlio come Fitto o un figlio come Vendola, e forse diceva tra un democristiano e un comunista, e magari pensava tra un figo eterosessuale e un ricchione con l’orecchino. Perché era il senso, l’ovvio, quasi il naturale e certo l’opportuno politicamente. E in fondo, pur se espresso con toni più politicamente corretti, questo rimuginavano dentro di loro alcuni del centrosinistra quando Vendola vinse le primarie. Per poi, come annotò Francesco Merlo su Repubblica, scoprire che “gli apparati del centrosinistra sono molto più indietro delle mamme pugliesi”. Nichi le due chiese, di cui pure lamenta la doppiezza, le ha frequentate entrambe, entrambe amate, e poi entrambe cercate (o ricercate) quando sembravano sfuggire. Quando era ancora bambino da scuola elementare, Pietro Ingrao andò a comiziare a Terlizzi, e lì passò la mano sul capo del giovane Nikita: “Preparati a diventare un buon comunista”. E come una chiesa, così simile alla Chiesa di cui parleremo più avanti, Vendola vedeva e oggi rammenta il Pci. Tutto dall’altra parte si rimanda, e lì si specchiava. Entra per la prima volta a Botteghe Oscure, “persino con più trepidazione della prima volta che ho pensato nulla. Siamo stati proprio scemi, perché il nostro ragazzo soffriva e aveva bisogno del nostro affetto”. E Nichi racconta che lui la famiglia l’ha sempre vissuta come un romanzo di Marquez o di Isabel Allende, come una grande epopea, “come una storia di storie, di voci. E la parola è sempre stato il tema fondamentale della mia educazione… Mio padre, ad esempio, ci ha sempre impedito di imparare il dialetto. Mio padre e mia madre parlavano in dialetto di nascosto dai figli”. E così, “sulla sfondo della mia infanzia c’è un mondo un po’ deamicisiano: una vita domestica abbastanza giocosa, abbastanza timorosa delle cose di strada, delle villanie”, c’è appunto il babbo comunista fervente e pure fervente religioso della Madonna di Sovereto. Nichi Vendola durante la conferenza dei presidenti delle Regioni (foto G. Muir/Ansa) po segnato dal machismo sportivo per me. Non mi piaceva quasi nulla: il ping pong, il calcio, il calcetto… Della vita associativa cattolica proprio non mi piaceva lo spirito di competizione che c’era, mi pareva che fosse sempre una gara”. Componente essenziale del Nichinismo è in ogni modo il rito, la cerimonia, certe movenze che all’infinito si ripetono, come certi personaggi dell’immaginario che lo sostiene. “Mi piaceva fare il chierichetto, questo sì. Servire la messa era una cosa che mi dava una discreta soddisfazione. Era quella fase della mia giovane esistenza in cui pensavo di poter ispirare la vita a san Domenico Savio”. Questo san Domenico è morto giovanetto, e la mirabile santità della sua esistenza ispirava Nichi, e magari più lo ispirava la sottile seduzione del suo sguardo. “Forse ero un po’ innamorato, non lo so. Mi piaceva l’immagine di quel giovane santo di cui oggi non ricordo più niente se non quel volto efebico a cui volevo ispirarmi”. Dice persino Nichi: “Sono un estremista religioso, prima che un estremista politico”. Perché poi “c’è un problema di identità culturale: il mio ambiente che è un ambiente cattolico, una culla cattolica. Diciamo che è proprio un indicatore di un alfabeto sociale”. * * * Se sul telefonino Vendola ha la solita e abusata e noiosa icona del Che, ogni estimatore del Nichinismo sa che il barbuto comandante non serve a commuove davvero – garantisce Peppino Caldarola, deputato diessino di Bari – è uomo di forti commozioni. E insieme una versione abbastanza originale del populismo, con una capacità di dialogo senza precedenti”. Il Nichinismo richiede la memoria di queste facce, di piccoli eventi che ricompongono un mondo. E insieme, lo stesso Nichinismo è luogo dove il culto della famiglia è massimo, dove l’aggrovigliarsi e l’attorcigliarsi di nonni e zii, fratelli e cugini, nipoti e amici pare infinito, quaranta o cinquanta persone che vanno in vacanza, e affittano quattro o cinque appartamenti, “e il rito delle tombolate durava mezzo anno”. E infatti della famiglia Vendola parla quasi più che del comunismo. Persino quando confessò la sua omosessualità – e aveva pure portato qualche fidanzatina a casa, “il mio immaginario era costruito sul maschile, ma la mia curiosità innata mi portava a tuffarmi sul maschile” – persino allora dalla famiglia poteva venire il peggio, “è stata il terminale degli uomori fobici del tessuto comunitario”, ma poi anche il meglio (o qualcosa di meglio): “Ma è stata – come dire? – articolata nel suo sforzo. Il luogo più protettivo resta quello materno, che è quello più predisposto, anche per ragioni sacrificali, alla comprensione. Non fu una storia facile. Fu una storia molto complessa”. E la mamma di Nichi, del Nichinismo vera e propria icona, ora racconta tranquillamente ai giornali: “Noi non abbiamo mai fatto domande, non abbiamo mai Fu deputato per la prima volta nel ’92, l’onorevole Vendola. Il Nichinismo era molto là da venire. E i compagni di Rifondazione ricordano ancora la battuta che fece Lucio Magri: “Dopo la prima grande unificazione, quando gli operai di Torino hanno eletto loro deputato il meridionale Antonio Gramsci, ora siamo alla seconda grande unificazione, con i braccianti meridionali che eleggono loro rappresentante in Parlamento un omosessuale”. Ora, tanti anni dopo, il diessino Caldarola, che pure sulla sua candidatura non pochi dubbi aveva, scrive: “Magia di un nome. Se dici ‘Nichi’ in Puglia, tutti sanno di chi parli. La magia di un nome o di un soprannome fa storia a sé. Nessuno avrebbe scommesso una lira su Doroteo Arango Arambula se non avesse deciso di chiamarsi Pancho Villa”. E nientemeno il Secolo d’Italia, recensendo un suo libro di poesie, gli attribuisce “il leopardiano pensiero poetante”. Ma Caldarola ha ragione: il nome è (quasi) tutto. Senza nome non avremmo oggi il Nichinismo che sale dalla Puglia. E senza Nichi, forse Fitto ce l’avrebbe fatta (e sarebbe ancora il figliolo ideale per le mamme pugliesi). * * * Componente essenziale del Nichinismo è la religiosità. Non i passaggi in chiesa e la pratica da chierichetto. C’è che come niente, Nichi prende a parlare della croce, di Dio, della fede. Persino al congresso del partito, per quasi un’ora e mezzo, “ho potuto parlare del Dio che danza la vita e che è il Dio dei miei pensieri notturni”. E’ un altro confine che il Nichinismo ha spostato in avanti, questo della religione. Non che altri politici (di questi tempi, poi) mostrino un certo ritegno ad affrontare l’argomento, ma è una questione di accenti e di aggettivi che rendono il discorso di Vendola, del comunista Vendola, dell’omosessuale Vendola, diverso. Un fervore a volte predicatorio, intenso spesso. Gli amici dicono che è la sua anima di poeta, i dubbiosi che pure ci sono nella sinistra che lo circonda, preferiscono non approfondire. Fino a poco tempo fa, ancora sognava di studiare teologia, adesso ha preso a tuffarsi persino nelle pagine di don Giussani. Ha esagerato (ma senza ammettere di aver esagerato): “La miglior lettura per un comunista è la Bibbia”. Quando rilasciò un’intervista sulla rivoluzionarietà del pompino e la Rodano disse: “Se questi s’avvicinano ai miei nipotini…” * * * C’è un prima e un dopo. C’è Nichi Vendola e poi il Nichinismo. Quando guarda fuori dalla finestra del suo ufficio di governatore, sul lungomare Nazario Sauro, a volte ripensa alla casa romana, a Campo de’ Fiori, e un lungo giro che lo ha riportato a Terlizzi, a casa. E il governare non è sempre reso più facile dal poetare, e le durezze della quotidiana amministrazione in due mesi qualche segno hanno lasciato. Qualche antica amicizia che forse si è persa, rotture politiche, tensioni con i partiti. Ambizioni umane, troppo umane. Come gli assessorati. E la polemica sui centri per gli immigrati. E adesso la nomina di un no global alla guida dell’acquedotto pugliese, “mi considero soprattutto un militante dell’acqua”. * * * Se sopravviverà al sogno che ora deve farsi realtà, ai giorni straordinari in cui pure “lu Santu Lazzaru” si spendeva per Nichi in campagna elettorale, a quando l’orecchino fu da altri messo al lobo in segno di solidarietà (mentre prudentemente Casini mandava in dono un paio di gemelli a forma di falce e martello), e su Internet il nuovo governatore diventava “Niki Trek, The First Generation”, ecco, allora si vedrà se il Nichinismo ha un futuro. Ha preso la comunione da Ruini, ha salutato il Papa, “uno dei teologi più acuti, più raffinati e dal pensiero più potente”, poi del Papa si è lamentato per la sua posizione sulle unioni gay, “parole che ricordavano i canonisti seicenteschi ‘turpe at iniqua luxuria’. Che peccato”. Ma tutto questo, in fondo, poco importa. Mantenere il sogno, questo è il difficile. Se sarà solo governatorato quotidiano, vita breve avrà il Nichinismo. * * * Dicono quelli che lo incontrano a Bari, che a volte Nichi dà l’impressione di voler essere come altrove. Dicono che è un po’ affaticato: per la prima volta forse costretto a non valicare “un limite di imponderabile anarchia nei miei sentimenti e nel mio modo di relazionarmi”. Il Nichinismo, ovviamente, non può fa- Dice Caldarola: “Nichi piace moltissimo alle donne pugliesi. Se lo mangiano con gli occhi. E poi mormorano: peccato…” re a meno di Nichi. E i nichinisti sono ancora su un terreno indefinito. Tutto può essere sorpresa, come quando con Giordano andò a salutare dei partigiani, e mentre stringevano la mano a un anziano, questa rimase nelle loro, di mani. “Restituiscila!”, urlava Nichi a Franco fissando l’arto artificiale. Ma mica l’imbarazzo si supera così facilmente. Ogni sorpresa è possibile, quindi. Come questa. Dice Caldarola: “Forse non gli fa piacere se lo dico, ma Nichi piace moltissimo alle donne pugliesi. Se lo mangiano con gli occhi. E poi mormorano: peccato…”. (SDM) ANNO XIII NUMERO 202 - PAG IV IL FOGLIO QUOTIDIANO DOMENICA 27 LUGLIO 2008 ICH BIN ALLA BERLINA Weeklypedia, atto secondo. Intercettando il caso Tavaroli su Wikipedia si scoprono alcune curiose coincidenze Il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, a Berlino (foto Reuters) di Luca Sofri Ted Neeley (Ranger, Texas, 20 settembre 1943) è un attore, cantante, batterista e compositore statunitense. E’ divenuto famoso per aver interpretato Gesù Cristo nel film Jesus Christ Superstar, trasposizione cinematografica del musical di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber. Dotato di una voce alta e graffiante ha dato in quest’ultimo un’ottima interpretazione di un Cristo piccolo, umano, considerato da molti “finito” ed insignificante, come una rockstar non più amata. Non avevo mai visto Jesus Christ Superstar. E sono quelle cose che se non le vedi allora, dopo ti sembrano un po’ ridicole Non avevo mai visto Jesus Christ Superstar. E sono quelle cose che se non le vedi allora, dopo ti sembrano per forza un po’ ridicole. E però certe canzoni, e l’idea dell’allestimento, e le scene, insomma mentirei se vi dicessi che sono restato sveglio fino alla fine, ma capite che era una sera d’estate, la notte prima avevo dormito male in traghetto, cioè non è colpa del povero Gesù, che già gliene capitano parecchie. Comunque sapevo come andava a finire, direte voi. Mia moglie invece ne è una grande fan da quando aveva tredici anni, e si è un po’ risentita. Voleva raccontarmi delle cose di Ted Neeley, ma forse a quel punto dormivo già. Leggo su Wikipedia che nella versione broadwayana del musical lui voleva fare Giuda, ma la parte fu data a Ben Vereen, e allora ripiegò su Gesù. Un uovo alla coque è un uovo cotto nel suo guscio in acqua portata ad ebollizione, per la durata di tre minuti. Questo tipo di cottura permette di solidificarsi al bianco lasciando liquido il rosso. Quando ho letto che il direttore del Foglio sanciva la sua distanza dagli animali dicendosi capace di cuocere “un uovo alla cocque”, ho voluto controllare. In quanto umano, conosco la mia capacità di errore. Ma in effetti, si scrive coque, senza l’acquosa ci in mezzo. La differenza tra il direttore e il leone da lui citato è comunque confermata: il leone infatti non lo sa fare, ma non avrebbe mai sbagliato a scriverlo. Giuseppe D’Avanzo (Napoli, 10 dicembre 1953) è un giornalista italiano, che attualmente scrive sul quotidiano La Repubblica. Laureato in filosofia e giornalista professionista, dopo aver lavorato al Corriere della Sera, nel 2000 è approdato a La Repubblica. Ha curato con il giornalista Carlo Bonini, suo de- cennale collaboratore, i principali scoop investigativi nei quali la cronaca nera s’è incrociata con la politica, soprattutto estera e militare. Nel casino del caso Tavaroli di questi giorni, le due cose più leggibili sono state quelle personali: la lettera incazzatissima di Fassino a Repubblica che usava il verbo “sputtanare”, e il tentativo di giustificarsi di Peppe D’Avanzo con l’argomento “guarda che è capitato anche a me”. D’Avanzo raccontava di come una calunnia sul suo ricever soldi da De Gennaro sia arrivata fino a un’interrogazione parlamentare da parte di Francesco Cossiga e su Wikipedia. La formula che si trova oggi sulla pagina di Wikipedia dedicata a D’Avanzo è questa: “Spesso, le inchieste del team Bonini-D’Avanzo hanno fatto discutere. Probabilmente per reazione a tale ricca messe informativa, s’è più volte affacciata l’ipotesi che D’Avanzo e Bonini abbiano fonti direttamente nel mondo degli agenti segreti. Tale ‘fisiologico’ precipitato delle rivalità tra testate ha registrato un’impennata dopo la scoperta (nel caso Telecom-Sismi) che il giornalista Renato Farina era a ‘libro paga’ del Sismi: Francesco Cossiga ha presentato un’interrogazione parlamentare in cui si chiede se D’Avanzo e Bonini siano con l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro in rapporto di giornalista-fonte, o se invece dal secondo ai primi vi sia stato passaggio di danaro”. La cosa strana è che il passaggio fu inserito già praticamente identico da chi creò per la prima volta questa pagina, l’11 giugno 2007 (i successivi aggiornamenti e modifiche di Wikipedia sono consultabili da tutti). Se non mi sfugge qualcosa, quindi, ciò che dice Wikipedia non è in sé calunnioso – benché non mi sfugga il potere di una balla anche se riportata avvisando che forse è una balla –, riportando come fatto l’interrogazione parlamentare di un senatore della Repubblica: chi si occupa di Wikipedia definisce “non enciclopedico” il tipo di informazione vera ma di dubbia rilevanza o senso nell’ambito trattato. Si può discutere se la scelta di riportare quel fatto sia quindi stata opportuna o no: ma di certo non se si usano gli argomenti esposti da Repubblica in questi giorni sulla necessità di raccontare tutto e non nascondere niente: allora lo è senz’altro, no? Tant’è vero che da allora né D’Avanzo né nessun altro ha ritenuto di intervenire per chiedere la rimozione o la modifica del passaggio (avrebbe potuto farlo anche personalmente in pochi secondi). Ma ho voluto capire se era vero – come ha raccontato D’Avanzo – che la storia fosse stata messa su Wikipedia da un computer del Senato. E anche questo è facile da ricostruire. La voce “Giuseppe D’Avanzo” di Wikipedia è stata creata come dicevo l’11 giugno del 2007. E l’indirizzo IP del computer che l’ha creata è in effetti registrato al Senato della Repubblica. Perché qualcuno dentro il Senato dovrebbe non solo mettere in rete un’affermazione che accusa un giornalista, ma addirittura creare una pagina di Wikipedia dedicata a quel giornalista in generale? Probabilmente la seconda cosa è legata alla prima: lo stesso indirizzo IP ha pochi minuti dopo creato anche la voce “Carlo Bonini”, che è ancora più parca: sette righe di cui quattro dedicate alle “critiche sulle fonti” di Bonini, in questo caso assai più pretestuosamente che in quello di D’Avanzo. Certo, si scopre anche che i computer legati allo stesso indirizzo (e quindi sempre all’in- terno del Senato) sono intervenuti negli ultimi tre anni su una massa notevole di voci, con più di seicento inserimenti. Solo alcuni esempi: Tagliacozzo, Big bang, Total, villa Adriana, Stefano Passigli, pallamano, Francesco Cossiga, esogeno, Bettino Craxi, Fratelli Wachowski, Lio, Il nome della rosa, Eugenio Scalfari, Jaco Pastorius, Enrico Deaglio, Punjab, solecismo, Giulia Steigerwalt, Arte cinese. Peaches Honeyblossom Michelle Charlotte Angel Vanessa Geldof (16 marzo 1989) è una “socialite” britannica e occasionale conduttrice televisiva. Peaches Geldof è nata a Londra nel 1989, seconda figlia di Bob Geldof e Paula Yates. E’ la nipote di Hughie Green. Le sue sorelle sono Fifi Trixibelle Geldof (1983) e Pixie Geldof (1990): ha anche una sorellastra più giovane, Heavenly Hiraani Tiger Lily L’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, in Parlamento (foto Reuters) Hutchence (1996). E’ cresciuta a Chelsea, e attualmente vive a Islington. Un “socialite” è una persona nota per far parte di una società e alla moda che partecipa regolarmente ad attività mondane e passa molto tempo divertendo e divertendosi: ma anche offrendo parte del suo tempo e impegno ad attività benefiche o filantropiche. Di solito i “socialites” possiedono una ricchezza considerevole, ereditata o guadagnata, che permette loro un’assidua frequentazione di occasioni di questo genere. Molte delle voci che consulto si trovano nella versione anglo-americana di Wikipedia, assai più ricca di quella italiana (eccetto che per le voci più specificamente nazionali). Nel caso di Peaches Geldof mi trovavo in difficoltà a tradurre qui il suo titolo di “socialite” e ho tratto da Wikipedia anche quella definizione. Peaches Geldof è spesso sulla stampa pettegola e non, in Inghilterra: questa settimana si è scritto di una sua overdose, e la notizia è arrivata anche sui quotidiani italiani. Poi un suo portavoce ha spiegato che era solo svenuta per aver respirato i vapori della tintura bionda che usa frequentemente, ma sinceramente non saprei a chi credere. La ragazza è una passione dei tabloid, per la famiglia da cui viene e le scemenze che va facendo in giro, ma ha una storia molto incasinata. E’ la figlia di Bob Geldof, quello dei Boomtown Rats e del Live Aid: quello nominato dalla regina sir Bob Geldof, anche se da irlandese non potrebbe farsi chiamare “sir”. La moglie di Geldof, Paula Yates, era una nota giornalista televisiva. Lo lasciò nel 1995 per Michael Hutchence, il cantante degli australiani INXS, e andò a vivere con lui e con le tre bambine avute con Geldof. Nacque un’altra bambina, figlia di Hutchence. Ma lui dopo due anni morì strangolato in circostanze mai chiarite con certezza: l’autopsia sancì il suicidio, ma si parlò di autostrangolamento a fini autoerotici e di altre cose torbide. Paula Yates, già vittima di crisi depressive e di pesanti aggressioni da parte dei media e del pubblico britannico (un altro scandalo fu la rivelazione che il suo vero padre era il presentatore di quiz televisivi Hughie Green e non Jesse Yates, conduttore di programmi religiosi), fu trovata morta per un’overdose di eroina, a casa sua, nel 2000. Aveva quarant’anni. Bob Geldof ottenne la custodia delle sue figlie e anche di Tiger Lily, ovvero la figlia orfana di Hutchence e della sua ex moglie. “Ich bin ein Berliner” è la celebre frase pronunciata dal presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy durante il proprio discorso tenuto a Ru- dolph Wilde Platz, difronte al Rathaus Schöneberg il 26 giugno 1963 mentre era in visita ufficiale alla città di Berlino ovest. La frase tradotta in lingua italiana significa: io sono un berlinese. La frase fu pronunciata con l’intento di comunicare alla città e alla Germania stessa, seppur entrambe divise, una sorta di vicinanza e amicizia degli Stati Uniti dopo il sostegno dato dall’Unione Sovietica alla Germania est nella costruzione del Muro di Berlino come barriera che impedisse gli spostamenti dal blocco orientale socialista all’occidente libero. Il discorso è considerato uno dei migliori di Ken- Dopo il discorso berlinese di Obama, tutti a ricordarsi di quella volta di John Kennedy. “Io sono una ciambella”? E’ una balla nedy, e un momento celebre della Guerra fredda. Fu un grande incoraggiamento morale per gli abitanti di Berlino ovest, che vivevano in una enclave all’interno della Germania est da cui temevano una invasione. Parlando dal balcone del Rathaus Schöneberg (Municipio del quartiere di Schöneberg, allora sede dell’amministrazione comunale dell’intera Berlino ovest), Kennedy disse: “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!’”. Dopo il discorso berlinese di Obama, tutti a ricordarsi di quella volta di John Kennedy. E qualcuno ha ritirato fuori la vecchia leggenda da salotto per cui la frase kennedyana sarebbe stata in realtà una gaffe di cattivo uso della lingua, significando in realtà “Io sono una ciambella”. In effetti la cosa fa ridere, e a raccontarla si fa sempre bella figura: ma è una balla. Solo in alcune altre parti della Germania “berliner” è il nome di una specie di krapfen: non a Berlino dove nessuno equivocò. Nemmeno Wikipedia sa risalire alle origini della leggenda, ma racconta di come sia avallata anche in “Gioco a Berlino” di Len Deighton. Altre voci che ho cercato questa settimana: Oak Fund Hayley Legg Antropolatrico Torregaveta Fist jab Dorina Bianchi Tongue in cheek Hello Spank Knol Erpetologo Len Deighton