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Noi siamo il centrosinistra doc Parla il ministro Brunetta
IL FOGLIO
DENTRO
L’INFORMAZIONE
Il network d’informazione
delle grandi Radio Regionali.
Redazione e Amministrazione: L.go Corsia Dei Servi 3 - 20122 Milano. Tel 02/771295.1
ANNO XIII NUMERO 202
Quando nell’esecutivo di unità nazionale
si discutono temi sensibili per il Partito
di Dio riprendono gli scontri a Tripoli
Intrigo tra alauiti, sunniti, sciiti
Beirut. L’esercito libanese è intervenuto
in forze a Tripoli, il capoluogo del nord,
per far cessare i sanguinosi scontri degli
ultimi giorni. Miliziani sunniti, fedeli alla
maggioranza di governo e gruppi armati
alauiti, alleati di Hezbollah, hanno provocato 9 morti e 68 feriti in sole 48 ore. Gli
scontri riflettono il braccio di ferro in seno
al neonato governo di unità nazionale. Non
c’è accordo sul disarmo delle milizie sciite
del Partito di Allah e sui rapporti con la Siria. La nuova impennata di violenza settaria a Tripoli segue una scia di sangue, che
negli ultimi due mesi ha già provocato 22
vittime e un centinaio di feriti. La prima linea dei combattimenti corre lungo
la “frontiera” fra il
quartiere di Bab
al-Tebbaneh, roccaforte dei sunniti
e quello di Jabal
Mohsen, abitato in
prevalenza
da
alauiti. Da giovedì
fino all’alba di ieri
i miliziani si sono
battuti a colpi di razzi Rpg e raffiche di mitragliatrice nascondendosi in mezzo alle
case. Fra i morti delle ultime ore si contano anche un bambino di 10 anni e due donne. L’esercito ha imposto il coprifuoco
schierandosi fra le fazioni rivali con i mezzi blindati. I soldati hanno l’ordine di sparare a chiunque giri armato. “Ogni volta
che scoppiano incidenti settari nel nord
del paese vengono utilizzati per esercitare
pressione politica. Le armi servono per ottenere concessioni”, denuncia il ministro
dello Sport, Ahmad Fatfat, esponente di
spicco della maggioranza del governo di
Fouad Siniora. Il nuovo esecutivo di unità
nazionale è sorto l’11 luglio con un sofferto
compromesso sulla spartizione delle poltrone. E’ il risultato degli accordi di Doha
scaturiti dopo la dimostrazione di forza di
Hezbollah, che in maggio aveva conquistato Beirut armi in pugno. Da una parte la
maggioranza filo-occidentale e antisiriana
del giovane sunnita Saad Hariri, che guida
il Movimento del Futuro, i drusi di Walid
Jumblatt e i cristiani del clan Gemayel.
Dall’altra Hezbollah, con gli sciiti di Amal,
i cristiani dell’ex generale Aoun e la piccola compagine di alleati alauiti, che seppur
minoranza hanno i numeri e il potere per
bloccare qualsiasi decisione governativa.
La posta in palio è la stabilità del Libano
sempre a rischio guerra civile.
Non è un caso che i nuovi scontri di Tripoli siano coincisi con lo stallo del governo su alcune questioni cruciali. Secondo
gli accordi di Doha l’esecutivo, per diventare realmente operativo, deve stabilire
entro 30 giorni dalla sua nascita una specie di piano programmatico. Giovedì la
coalizione di unità nazionale ha sospeso
le trattative sull’elemento cruciale dall’ultima guerra con Israele: il disarmo di Hezbollah. E Tripoli si è infiammata. Siniora
e i filo-occidentali puntano ad assorbire
le milizie sciite nelle forze armate annullando di fatto i loro arsenali. Gli Hezbollah e i padrini iraniani non ne vogliono
sentir parlare. Il presidente del Parlamento, Nabih Berri, leader degli sciiti di
Amal, sta cercando di convincere il capo
dei sunniti Hariri e il druso Jumblatt, per
evitare che il governo di unità nazionale
muoia sul nascere.
I rapporti con la Siria
Un altro ostacolo da superare, per la firma del documento programmatico, riguarda i rapporti con la Siria, soprattutto tenendo conto che il ministro degli Esteri è
una delle pedine di Hezbollah nel governo. Per Hariri, che ha avuto il padre ammazzato dai servizi siriani, Damasco è il
nemico numero uno. Gli alauiti di Tripoli
sono un gruppo sciita minoritario, ma conquistarono ampio potere durante l’occupazione siriana del Libano. La stessa famiglia Assad, che governa da sempre in Siria, fa parte della minoranza alauita. Gli
scontri con i sunniti si inseriscono nel conflitto ben più ampio che coinvolge l’intero
medio oriente. Sauditi ed egiziani, con la
benedizione americana, appoggiano la
maggioranza sunnita del governo Siniora
con l’obiettivo di ridimensionare Hezbollah e contenere l’espansionismo iraniano.
Gli alauiti sono utili giannizzeri sciiti per
i ricatti politici del Partito di Allah, con
l’appoggio di Teheran e Damasco.
Poste Italiane Sped. in Abbonamento Postale - DL 353/2003 Conv. L.46/2004 Art. 1, c. 1, DBC MILANO
Caro Walter, l’idea era buona
ma il tuo Pd è una delusione
Per recuperare credibilità (e potere) non basta prendersela col Cav.
I
l segretario del Partito democratico ha
gentilmente replicato ieri nel Foglio a un
mio commento pubblicato da Panorama, del
che lo ringrazio. Mi dicevo stupefatto perché
il progetto incarnato dalla sua leadership è
in disarmo. Invece di riconvocare le primarie dopo la sconfitta elettorale e cercare una
nuova legittimazione popolare per le sue
idee, nel fuoco di un confronto chiaro e stanando i suoi avversari interni, Veltroni ha
scelto tattiche elusive e difensive della vecchia politica d’apparato. Indebolendosi.
Paura di una scissione? Fragilità di quel
corpo politico appena fuso e già sottoposto
allo stress da perdita del governo?
Inquietudine per il plebiscito
nordista-leghista e la variante
spettacolare della conquista
del Campidoglio da parte
di Alemanno? Carattere
personale di Veltroni, ostile agli scontri all’arma bianca? Realistica valutazione del peso specifico di D’Alema e della sua dottrina di restaurazione del potere dei partiti in un quadro di Repubblica parlamentare vecchio stile, insomma il contrario del
progetto bipolarista, della vocazione maggioritaria del Pd, della leadership personale legittimata nelle primarie?
Spiazzamento derivato dallo scarto di Berlusconi, che ha sbaragliato un nuovo agguato
giudiziario nel modo radicale e volitivo che
sappiamo, con il lodo Alfano, mettendo il
suo interlocutore politico e istituzionale dell’opposizione in grave difficoltà con la sua
base elettorale e politica? Le spiegazioni
possibili sono tante, elencarle tutte sarebbe
una lungaggine, ma il risultato non cambia.
Veltroni ha perso parecchio peso nel Pd
e, in rapporto al paese, il Pd va perdendo
ogni giorno il suo tratto di novità e di senso,
il suo crisma battesimale impallidisce: doveva essere una formazione politica originale, un partito democratico in senso americano, nuovo nell’ideologia e nella forma organizzativa, e non più un partito popolar-cattolico o socialista nella tradizione europea.
Doveva esserlo, secondo i piani pubblicamente esposti, ma non lo è diventato e non
lo sta diventando.
I conti elettorali del centrosinistra si possono leggere in un solo modo, se non si abbia
voglia di scherzare o di truffare il prossimo.
L’Unione e il governo Prodi, insieme con l’estrema sinistra radicale e un coacervo di
idee e di abitudini e di pregiudizi antropologici e morali dell’antiberlusconismo militante, sono il mondo che è uscito letteralmente
distrutto dal voto. Invece il progetto veltroniano di Partito democratico, sia per la percentuale raccolta sia per il Parlamento uscito dalle urne, in cui ad esso è consegnato sostanzialmente il monopolio dell’opposizione,
ha tenuto e ha creato le condizioni politiche
di un rilancio e di una strategia di alternativa di lungo periodo, fondata sul governo om-
bra e un rapporto normalmente conflittuale
e competitivo ma non di reciproca delegittimazione e paralisi con la maggioranza.
Quel progetto, nominalmente, era appoggiato, insieme con la leadership di Veltroni,
da una vasta maggioranza interna ai due partiti postdemocristiano e postcomunista che
hanno dato vita all’idea. Nominalmente. In
realtà era legato a un salto di generazione e
di cultura, come aveva scritto in modo preveggente il professor Salvati in queste colonne, la prima volta che fu sistematizzata la
stessa idea di un Partito democratico. Ma il
salto non c’è stato, tutto procede nella continuità e nella melassa burocratica, l’identità del partito sfiorisce, la sua silhouette si accuccia all’ombra di
una ordinaria operazione
di unificazione delle due
formazioni originarie. La
politica del Pd si presenta
già come una qualunque ricerca di ordinarie alleanze
nel panorama politico così
com’è, dal pigro e irrilevante Casini agli extraparlamentari di sinistra fino al populismo giustizialista di un Di Pietro. Niente di
male, tutto legittimo. Ma questo che c’entra
con quella grande idea di partito nuovo che
avrebbe dovuto favorire e col tempo guidare
un mutamento grandioso nella forma dello
stato e nell’assetto stesso della società politica italiana? Che c’entra con il Pd come
agente di grandi riforme istituzionali e costituzionali, come contraente di un patto per
una nuova Repubblica fuori dalla vischiosa
transizione di questi “quindici anni” che
Veltroni non smette mai di mettere sotto accusa come un passato di cui liberarsi? Le
pratiche politiche nel Pd dopo le elezioni
fanno invece prevedere nuove Unioni e nuovi centrosinistra da comporre con il tradizionale metodo del rassemblement antiberlusconiano ingovernabile e di poca coesione
per un serio governo del paese.
A queste contestazioni non faziose, non antipatizzanti, che partono dal riconoscimento
del significato positivo e interessante del progetto che la sua leadership ha incarnato, Veltroni ha risposto esibendo ancora una volta
la sua buona volontà, che nessuno mette in
dubbio; ha rivendicato un cambiamento di tono e di stile che si è segnalato nella presa di
distanza dall’orgia demenziale di sciocchezze realizzata a Piazza Navona; e per l’essenziale ha attribuito la colpa dei disastri all’inclinazione di Berlusconi, di nuovo rivelatosi
“totalmente inaffidabile”, a difendersi dai
magistrati che cercano di stroncare da quindici anni la sua notevole carriera politica o,
per riprendere un fantastico Baget Bozzo sulla Stampa di ieri, il suo potere sovrano di rappresentanza costruito, e non in plastica, nel
vuoto di legittimazione dello stato. A me sembra poco, caro Walter, e te lo dico con la stessa gentilezza sincera da te usata nella tua lettera di ieri.
La Giornata
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In Italia
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Nel mondo
POLEMICA TRA GOVERNO E SINDACATI SU PENSIONI E MANOVRA. Una
norma inserita nel maxiemendamento sulla Finanziaria impedisce ai lavoratori precari la possibilità di ottenere dal magistrato la stabilizzazione del rapporto. “Si tratta
di una misura nata in ambito parlamentare:
non l’ha voluta il governo” hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi. Sull’innalzamento
dell’età pensionabile, il ministro del Welfare Sacconi ha ringraziato ironicamente Enrico Letta e i sindacati “per avere compreso lo spirito dell’iniziativa” contenuta nel
Libro verde, precisando che il tema vi è “solo accennato e in forma dubitativa”. La Cgil
parla di “misura iniqua e inutile”.
AHMADINEJAD MINACCIA: “L’IRAN
HA SEIMILA TURBINE NUCLEARI”. Il
presidente della Repubblica islamica (premiato ieri come “Eroe nazionale del nucleare”) ha detto che le potenze del 5+1 “sono a
conoscenza” del numero di macchinari per
l’arricchimento dell’uranio in possesso di
Teheran, ma questo “non viola gli accordi”.
Le turbine sono raddoppiate in 3 mesi.
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In India almeno 18 morti e decine di feriti
per attacchi dinamitardi ad Ahmedabad. Si
sospettano gli estremisti islamici.
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Obama chiude a Londra il suo tour europeo.
Il candidato democratico alla Casa Bianca
non è preoccupato per il recupero nei sondaggi del rivale repubblicano McCain: “Non
sorprende, sono stato via una settimana”.
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Il Senato americano vara la salva-mutui,
la legge per sostenere il mercato immobiliare. Bush dovrebbe ratificarla a breve.
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Uccisi 4 civili a un checkpoint afghano.
Nella provincia meridionale di Helmand, i
militari inglesi hanno sparato su un’auto
che non si era fermata al posto di blocco.
Sì del Vaticano all’emergenza immigrati,
“ma occorre bilanciare accoglienza e sicurezza”. Nuovi sbarchi di irregolari: 227 a
Lampedusa e 125 in Sardegna.
Casini vuole Mastella per le Europee: “Questo cantiere deve essere apertissimo verso
tutti”, ha detto il leader dell’Udc a Todi.
Un gay è stato risarcito dall’assicurazione
per la morte del compagno francese, deceduto in un incidente al Lido di Venezia. I
due, insieme da quarant’anni, si erano uniti con un Pacs a Parigi. Le Generali hanno
riconosciuto al convivente il danno, nonostante dal punto di vista formale in Italia
non vi fosse tra i due legame di parentela.
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Hamas arresta 120 sostenitori di Fatah a
Gaza, in seguito ad un’esplosione che venerdì aveva causato 6 morti.
Questo numero è stato chiuso in redazione alle 21
OGGI NEL FOGLIO QUOTIDIANO
RELATIVISMO
O METAFISICA?
• HABERMAS VS SCALFARI. Le chio-
se di Benedetto Ippolito alla disputa
su ragione e religione tra il filosofo e
il Fondatore
pagina 2
Fra le macerie del loft
Nel Pd è già battaglia per
le spoglie del modello Roma
Il forestiero Bersani corteggia Zingaretti
e ha scelto Tocci come anti Bettini
Roma. Non è il nord invocato come luogo
della riscossa dai leader del Pd dopo la batosta elettorale, né il sud delle emergenze.
E’ nella capitale il campo di battaglia dei
nuovi assetti del Partito democratico, fra le
macerie del modello romano, le accuse incrociate di Goffredo Bettini a Francesco
Rutelli e di quest’ultimo a Bettini e a Walter Veltroni su chi abbia fatto perdere al
centrosinistra il Campidoglio. “E’ l’horror
vacui”, dicono nel Pd romano, generato dalla caduta di un sistema di potere consolidato in 15 anni e che aveva in Bettini un garante di continuità. Ma il vuoto diventa subito
spazio da riempire, un’opportunità. Va letto
in questo quadro, e nella prospettiva della
lotta per la leadership nazionale, l’improvviso attivismo del forestiero Pierluigi Bersani a Roma. Obiettivi: trasformare l’ex vicesindaco diessino delle giunte Rutelli, Walter Tocci, oggi deputato Pd, in un anti Bettini con l’appoggio promesso da lettiani, dalemiani, rutelliani; e attrarre nella stessa orbita il presidente della provincia di Roma,
Nicola Zingaretti, unico vincitore delle amministrative, staccandolo da Bettini e Veltroni. Missione non da poco: Zingaretti è legato a Bettini da amicizia e gratitudine,
spiegano i veltroniani. Mercoledì Bersani
sarà a Frascati all’assemblea di Red Lazio,
il braccio operativo della fondazione dalemiana ItalianiEuropei. La settimana scorsa
l’ex ministro dello Sviluppo era il padrone
di casa a un dibattito dal titolo inequivocabile: “Roma-Italia si riparte”, ospiti d’onore
per l’appunto Zingaretti e Tocci. “Trecentocinquanta persone che fanno duecento
schede di partecipazione”, spiega l’organizzatore, Stefano Di Traglia, uomo di fiducia
del ministro dell’Economia del governo ombra. Tutto quello che si può contare è prezioso, nel grande gioco dei tesseramenti.
Il modello emiliano e le primarie di ottobre
Il bersaglio della riunione emerge nitido
dalla linea revisionista rispetto al modello
romano. “Negli anni 80 dalle mie parti ci
chiedevamo se il modello emiliano era
esportabile o in crisi, quella riflessione arrivò in molti comuni, ma non a Bologna e si
è visto come è andata”, dice Bersani sul palco. Alemanno come Guazzaloca. Tocci decostruisce in modo più sistematico: “Roma ha
ritrovato un ruolo internazionale, ma è tutto turismo, consumo, l’indice degli investimenti esteri è basso. Le piccole imprese sono cresciute, ma nella maggior parte dei casi sono nate dalle commesse dei grandi ministeri e delle grandi aziende pubbliche e
sono sostenute da settori protetti a differenza di quelle del nord”. A Veltroni Tocci fa
anche critiche politiche: “Il 60 per cento di
voti doveva investirlo nelle riforme difficili,
invece lo ha considerato una rendita e si è
consumato. E’ stato il difetto del modello
Roma. Tesi indicibili prima dello shock Alemanno. Qualcuno aveva osato: l’ex segretario della sezione Ds centrostorico Fabio Nicolucci, oggi uno dei lettiani di Roma. Il dibattito genera nervosismo: l’associazione di
Bettini, Democratici in rete, ha prontamente organizzato nello stesso auditorium un’iniziativa analoga per domani, con i deputati veltroniani Ileana Argentin e Walter Vitali. Zingaretti diplomaticamente andrà anche lì. Le grandi manovre d’autunno per
due posti local ma ambiti in tempi di magra,
segreteria regionale e federazione romana,
consigliano prudenza. Veltroni aveva tentato di blindare alla regione Roberto Morassut. Ma, forti di un’inchiesta di Report sul
patto con i costruttori che metteva in difficoltà proprio Morassut, i non veltroniani
hanno ottenuto il rinvio dell’operazione
chiedendo le primarie a ottobre. Ma chi voterà? I nuovi iscritti con tessera, come vuole D’Alema, o i vecchi elettori delle primarie, come vuole Veltroni? Lo statuto regionale è ancora da completare e il fronte è
aperto. Bersani & C. per quel ruolo corteggiano Tocci. Ai quarantenni di quell’area,
sempre in cerca di spazio, non dispiace: deve formare un nuovo gruppo dirigente, come in passato ha fatto Bettini – dicono – noi
ci scanneremmo. Più che uccidere il padre,
come poteva sembrare dai convegni sulla
questione generazionale, per ora bisogna
trovarne un altro.
Il network d’informazione
delle grandi Radio Regionali.
DOMENICA 27 LUGLIO 2008 - € 1,00
DIRETTORE GIULIANO FERRARA
Libano fragile, morti a nord
Hezbollah riprende
le armi contro il piano
di disarmo del governo
quotidiano
DENTRO
L’INFORMAZIONE
ADDIO CERTEZZE
Farsi mettere incinta da Brad Pitt
è “stressante”. Crollano
i punti fermi femminili
C
i sono punti fermi nella vita di ogni
ragazza, certezze che vanno conservate, cose di basilare saggezza femminile per cui non serve dimostrazione. Ad
DI
ANNALENA
esempio: gli uomini sono abbastanza
stronzi di natura. Una lo sa, o comunque
le viene spiegato molto presto dalla madre oppure lo scopre all’asilo, e vive la
propria vita di conseguenza, con animo
leggero e rassegnato. Ancora: le partite
di calcio sono incomprensibili, l’iPhone
è bellissimo ma non inoltra messaggi e
non manda mms quindi è praticamente
inutilizzabile però a tenerlo in mano in
treno si creano assembramenti di ammiratori, i costumi bianchi in mare diventano trasparenti. Brad Pitt era la certezza numero uno: un figo pazzesco, l’uomo
dei sogni anche erotici, l’indimenticabile fondoschiena di Thelma e Louise, il
colpevole di tutte le successive disgrazie
professionali ed esistenziali di Jennifer
Aniston, il perfetto compagno di Angelina Jolie. Loro due insieme sono una
coppia da brivido e possono permettersi la noia di continue dichiarazioni umanitarie. Perché chissà cosa fanno, poi, a
casa. Invece Brad e Angelina avrebbero
concepito i gemelli in provetta: “Lei ha
voluto l’inseminazione artificiale per
non doversi sottoporre allo stress di rimanere incinta”. Lo stress. Con Brad
Pitt. Tentare di farsi mettere incinta da
Brad Pitt (qualche tentativo andrà a vuoto, a meno che si appartenga alla schiera di quelle per cui basta uno sguardo,
quindi bisognerà provare e riprovare) è
troppo stressante. E mettere appassionatamente incinta Angelina Jolie non è
un privilegio per cui eternamente ringraziare, visto che lui ha accettato di
chiudersi da solo in uno stanzino con
qualche rivista. E’ finito tutto: i due più
sexy della terra inorridiscono all’idea di
accoppiarsi più di una volta a figlio (anzi, a gemelli), tutti gli altri allora possono estinguersi. E’ terribile, ma c’è un lato positivo: se la fidanzata di Brad Pitt,
nonché madre dei suoi figli, si rifiuta di
dargliela, nessun sottouomo in ciabatte
avrà mai più diritto di indignarsi quando la moglie dice di avere mal di testa.
Le strategie di Anne Hathaway
Poi c’era la certezza numero due, ed è
andata ugualmente distrutta. Una ragazza che dice al fidanzato con cui è in crisi:
prendi un aereo e torna qui perché dobbiamo parlare del nostro futuro, provoca
l’immediato acquisto da parte del fidanzato di un biglietto per la parte opposta
del mondo. Invece pare che sia stata Anne Hathaway (l’attrice del Diavolo veste
Prada), d’accordo con l’Fbi, a far arrestare Raffaello Follieri, il faccendiere che
si spacciava per direttore finanziario del
Vaticano: l’ha fatto tornare di corsa a
New York per parlargli (doveva lasciarlo
prima che le saltasse il contratto con
Lancome) e dopo due giorni l’hanno arrestato (ora l’Fbi ha sequestrato i diari di
Anne, per trovare in mezzo ai cuoricini e
alle lagne su quanto quel Ratzinger facesse lavorare il povero Raffaello, altre
prove di colpevolezza).
La certezza numero tre per fortuna
regge ancora: nessun potere nucleare,
nessun bombardamento intelligente,
nessun posto solitamente riservato agli
uomini, nessuna grandiosa carriera potrà mai modificare le priorità di una
donna: “Adesso non ho tempo, ma non
vedo l’ora di tornare a fare shopping”,
ha detto Condoleezza Rice, ristabilendo
all’istante i fondamentali.
Compagni alle terme
Solo Fausto riesce a unire
il Congresso dei rissosi.
Ma oggi si va alla conta
Bertinotti ammette il fallimento del Prc,
Vendola non sfonda, Ferrero rifiuta
la diarchia. Nella notte si media ancora
Dieci minuti di applausi
Chianciano. E’ il giorno di Fausto Bertinotti, che di fronte alla platea di questo rissoso
VII congresso torna re per una notte e detta la
linea: “Ad aprile abbiamo fallito – dice – sono
state sconfitte tutte le ipotesi di unità a sinistra, adesso ci vogliono altri protagonisti e
un’altra meta” che non sono l’alleanza con Di
Pietro o col Pd. Poi l’appello all’unità: “L’avversario non è tanto Berlusconi quanto le nostre divisioni”. Sull’ex presidente della Camera si riversa tutto l’affetto del partito e non se
l’aspettava nessuno. Non in questa proporzione almeno. Bertinotti
viene interrotto da
ventiquattro applausi. Ha solo venti minuti per concludere e
spesso è costretto a
parlare più forte del
battere scrosciante.
Alla fine saluta rotto
dall’emozione i 650
delegati che gli dedicano una standing
ovation lunga dieci
minuti: “Grazie per
tutti questi anni insieme. Vi voglio beFAUSTO BERTINOTTI
ne”. E’ tornato il subcomandante Fausto.
“Non ha mai smesso di esserlo”, dice con orgoglio Gennaro Migliore. E il giovane colonnello, che di Bertinotti è stato a lungo considerato il delfino, è commosso mentre parla
del vecchio leader che si ritira. Non è il solo.
Qui si piange “perché è bello stare insieme
tra compagni”, come dice il delegato di Vicenza. Per la prima volta nella sua storia il comunismo ha un’aria zuccherina. Ma dura poco.
Lotte intestine anche su “Bella ciao”
La fratellanza finisce nel tardo pomeriggio,
quando si susseguono gli interventi di Paolo
Ferrero e poi del vendoliano Gennaro Migliore. Ferrero non apre spriragli (“dobbiamo
uscire da questo congresso con una forte svolta a sinistra”) anche se poi avverte: “Non dobbiamo scinderci”. Ma sono i delegati a dividersi appena l’ex ministro conclude l’intervento. E’ una manifestazione muscolare d’urla e canti. Quando sale sul palco, Migliore
non riesce nemmeno a parlare per i primi
due lunghissimi minuti, perché i sostenitori
di Ferrero salutano il loro beniamino cantando “Bandiera rossa” e poi “Bella ciao”. C’è
un’aria da rissa (orchestra diretta dal duro
Nunzio D’Erme). Dopo l’imbarazzo, il giovane
Migliore trova le parole giuste: “Compagni,
questa canzone fa parte del nostro patrimonio comune”, come dire: non potete usarla
contro di me. Ci sono due rifondazioni sotto il
tendone del Pala Montepaschi di Chianciano.
E il discorso di Bertinotti, alle 18, sembra già
lontano anni luce. Al momento in cui questo
giornale va in stampa, l’accordo per una gestione unitaria del partito, con Nichi Vendola segretario, sembra tramontare benché il
governatore resti ancora l’unico candidato ufficiale. Il partito potrebbe ritrovare un’unità
formale grazie a una modifica dello statuto e
la reintroduzione della figura del presidente.
Con Vendola segretario affiancato da Ferrero, il Prc resterebbe unito in un clima di guerra. L’alternativa è andare alla conta dei voti,
ma il diplomatico Claudio Grassi azzarda l’ultimo appello: “Nichi, Paolo, parlatevi”.
L’ha detto lei, l’ha
detto ieri la Concita
De Gregorio. L’ha
pure scritto. Non
parlatele, per favore, delle nuove tecnologie. Ci diventa
pazza. Non le sopporta, pensa che rovinino l’esistenza, istupidiscano, rendano
passivi, nevrotici, adrenalinici, disattenti
alle cose che succedono intorno e incapaci di vedere il reale, sommersi, come si è,
da tutto quel virtuale. Dice che è sconsolante. Concita si è convinta, per esempio,
che se la soglia di attenzione media è ormai ridotta a tre minuti, la responsabilità
massima sia della frenesia imposta dalla
vita tecnologica, la quale irrompe in continuazione nella vita vera, in tempo reale,
per cui ti sembra di essere dappertutto
mentre non sei da nessuna parte. Internet,
videofonini, palmari, collegamenti veloci,
telefonini? Che vadano al diavolo, ci sprona orgogliosa Concita. Ed è subito Soru.
ANNO XIII NUMERO 202 - PAG 2
Sacrifici umani
La tv lavora anche da spenta
e macina esistenze dimenticate
che D’Eusanio rimette in onda
E’
una legge, che la tv esista anche da
spenta. Compie l’altra sua azione
quando non viene vista, sotto la nostra
pelle. Allora la rete delle immagini ci inLA FINESTRA DI FRONTE
tesse dentro con le sue sensazioni, che
non sono le nostre. Il trionfatore di un festival canoro, un delitto, un terremoto.
Un’ora dopo, tutto è tralasciato. Ma l’opera prosegue con il fatto che la televisione
innalza e già si prepara a dimenticare.
Servono cambi continui e fa quel bucato
che insapona e non sciacqua. Lascia la
schiuma addosso, finché scivola. Viviamo
nella schiuma di imitatori sostituiti con
monologhisti, di assassini alla gogna
cambiati con nuovi innocenti: l’essenziale televisivo è fare il bucato e ogni giorno procurare panni freschi. Intanto, gli
anni passano, sono decenni, e la tv trita.
Frange nomi, giovinezze, li rende come
carne di hamburger, e rimane un’indistinta polpa. Mercoledì sera c’era l’idea,
interessante, di Raidue: mettere in onda
“Ricominciare”, derivante dal talk quotidiano “Ricomincio da qui”, con Alda
D’Eusanio. Il tema era appunto quello di
illuminare i personaggi dello spettacolo
e della cronaca nera di un tempo lontano, ma non così lontano, perché noi c’eravamo. Gli ex personaggi bypassati dal
tele-flusso, e tornati persone in solitudine. E un mercoledì sera, come se risorgessero dalla cenere, le ombre di quarant’anni fa. Dunque l’attrice Agostina
Belli, fuggita dal mondo del cinema per
salvare la propria vita privata, e poi dimenticata; Marisa del Frate, attrice degli
anni Sessanta (con Bramieri e Pisu) nel
varietà “L’amico del giaguaro”: dimenticata. La soubrette Nadia Cassini, oggetto
di un’invenzione del varietà “Drive In”,
con un nuovo tipo di inquadratura televisiva. Il primo piano posteriore. Quasi che
il fondoschiena femminile si fosse messo
a recitare, però in silenzio. Quel lato della nuova recitazione era di persone che
in seguito hanno sofferto le proprie scelte spensierate, e il recinto dove venivano
condotte a pascolare come se fosse la
prateria. Hanno ingerito la pillola di “sono come tu mi vuoi”, e sono state fisiologicamente dimenticate. In un momento
successivo, la D’Eusanio ci conduce alla
cronaca nera. E’ una sequenza maschile:
Calamandrei, il farmacista di San Casciano Val di Pesa, prosciolto dopo una gogna di quattro anni dall’accusa di essere
il mostro di Firenze, e ora anima in pena.
Nelle ore della sentenza, il giovane figlio
è morto di eroina. E poi Faruk, ora ha
ventanni, da bambino vittima di un feroce rapimento in Sardegna. Gli fu tagliato
un orecchio, l’inquadratura indugia sul
lobo mancante.
Un nuovo girone dantesco
Non sappiamo quanto la divisione tra
donne e uomini, donne per lo spettacolo,
uomini per la cronaca nera, fosse meditata, però si presta a una riflessione: che
sulla scia della televisione sopravvivono,
indistinte, persone-oggetto che la comunicazione ha reso personaggi di un nuovo
girone dantesco. Le vittime della tv. Non
vittime per contentare gli dei in attesa
del crudo pasto, non persone sul punto di
essere uccise. Ma vittime viventi. Da uccidere “solo” in modo spirituale. Immolate
nei quiz, nude come gli antichi schiavi, e
dopo schiave dell’oblio universale. O vittime giudiziarie, nude di fronte al linciaggio. Marisa Del Frate è stata un’attrice, e
fu immune dalla schiavitù dell’esposizione corporale. Fu protagonista di un mondo dove bisognava saper recitare. Non
esibì i glutei come la finestra del mondo,
né le fu chiesta una battuta comica, poi
girarsi per essere fucilati nel fondoschiena dalle telecamere. Naturalmente, Marisa è stata dimenticata. Oggi vive con amabile pacatezza i capelli bianchi, i suoi occhiali. Le mancherà, come a ogni attore,
il palcoscenico, ma dice di avere avuto
una porzione di vita formidabile, e di essere felice. L’altra sera ci ha restituito intatto il suo sorriso sardonico, richiamando alla mente “L’amico del giaguaro” con
l’istantaneità che appartiene alla musica
quando con una nota ci ricorda tutto. Visto il sorriso, rivisto “L’amico del giaguaro”. E preannunciato da foto e filmati, un
uomo degli anni Settanta, un personaggio
pronto per Ricominciare. E’ Franco Gasparri, eroe di fotoromanzi, l’Alan Delon
italiano, promessa compiuta. Rimase paralizzato da un incidente di moto, e scomparve dal teleschermo. Pensavamo di vederlo entrare sulla sedia a rotelle, e invece non c’era. Franco Gasparri è morto da
tempo. E’ entrata poi una sua parte essenziale, la figlia. Siamo lontani dalla
realtà. Guardiamo la tv, e il presente è da
un’altra parte.
Alessandro Schwed
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
“IL PIU’ SON BALLE”, AVEVA RAGIONE ERNESTO ROSSI
Ricordate i saccheggi archeologici in Iraq? Tutto falso
LE NOTIZIE PARLAVANO DI 170 MILA PEZZI TRAFUGATI. IL WSJ SPIEGA CHE NON ERA VERO. POI DICE CHE UNO DIVENTA SCETTICO
Non è che si diventa
scettici per posa o per
narcisismo, sono in
realtà le circostanze, viste semplicemente per
quello che sono, che ci obbligano ad assumere un’eL’AEROPLANINO DI CARTA
spressione disincantata e stanca e a ripetere il motto che Ernesto Rossi avrebbe
voluto incidere su ogni lastra di marmo:
“Il più son balle”. La situazione, lo ammetto, non è esaltante. E tanto vale aggiungere che l’opinione antica secondo la quale
l’atteggiamento scettico produce atarassia,
cioè assenza di turbamento, deve rientrare anch’essa nella categoria “Balle, minchionature e affini”. Eccome se produce
turbamento. Ma non è questo il punto che
qui ci interessa. Rimarrei alla definizione
(sempre che scetticamente si possa ancora
usare questa parola) che è richiamata dal
filosofo, molto amato da Leonardo Sciascia, Giuseppe Rensi in un libro come
“L’orma di Protagora”: “L’essenza dello
scetticismo sta semplicemente in questa
proposizione: che la ragione umana è impotente a determinare la verità, e incapace di dare una soluzione ai conflitti e alle
antinomie che il mondo le presenta o che
essa stessa suscita intorno a sé”. Allegria.
Ma è la conclusione, l’unica purtroppo, a
cui sono pervenuto leggendo un articolo di
Melik Kaylan uscito il 15 luglio sul Wall
Street Journal e intitolato “So Much for
the ‘Looted Sites’”. Kaylan torna su una
questione che nel 2003 aveva scandalizzato innanzitutto il mondo museale: a causa
della guerra contro Saddam Hussein, i
grandi tesori dell’archeologia irachena
erano stati saccheggiati e trafugati. Ora
però sembra affacciarsi una verità opposta. Scrive Kaylan: “Una recente missione
di alcuni autorevoli archeologi inglesi e
americani in Iraq ha stabilito che, contrariamente a quanto sembrava, i siti storici
più importanti del sud dell’Iraq, non sono
stati danneggiati o depredati seriamente
dopo l’invasione americana”. Come? Solitamente si leggeva il contrario: quando nel
2003 il museo di Baghdad fu attaccato dai
saccheggiatori le notizie parlavano di centosettantamila pezzi trafugati (praticamente l’intera collezione) salvo scoprire più
tardi che i reperti più importanti erano
stati messi in salvo e che comunque era
impossibile offrire una stima certa dei
danni (le cifre andavano da tremila a quindicimila oggetti) anche perché nel computo generale bisognava considerare anche i
passati furti operati dal regime di Saddam
Hussein. Difficile venirne a capo.
“Gli eventi sono irrazionali”
Altri archeologi, per valutare i danni subiti da diversi siti storici, utilizzano immagini satellitari, ma anche in questo caso
molti hanno sollevato dubbi sull’efficacia
tecnologica del mezzo per valutare effettivamente i danni subiti. Ora, come si diceva, la novità. Questa missione archeologica guidata da John Curtis, capo del dipartimento mediorientale del British Museum, ha visitato i siti archeologici di Ur,
di Eridu, di Warka, di Larsa, dell’antica
Ubaid e di Tell el-Lahm e, come si legge in
un articolo uscito su Art Newspaper ripre-
so da Melik Kaylan, non è stata trovata alcuna traccia di saccheggi posteriori al 2003
e gli unici indizi di violazioni potrebbero
risalire addirittura a un periodo precedente. Bene. Ma allora, a che punto siamo?
Come la mettiamo con il nostro scetticismo? Interpellato sulla questione, Donny
George, ex direttore del museo di Baghdad, rimescola ancora una volta le carte
sostenendo che i siti archeologici scelti
per l’ispezione non sono rappresentativi
in quanto da sempre ben protetti e difficilmente saccheggiabili. Con un po’ di scoramento, a qualcuno verrebbe voglia di dire:
“Non si sa più in che cosa credere, signora mia”. Altri, più sarcastici, invece affermerebbero: “Saranno pure scomparsi alcuni (ma quanti? e quando?) grandi reperti, ma quella che sembra essere davvero
smarrita è la capacità di giudizio”. A uno
scettico tutto questo non importa. Lui sa
già che partita si gioca. Diceva Giuseppe
Rensi: “Occorre riconoscere che gli eventi sono irrazionali, assurdi, atroci, contraddittori, inconciliabili”.
Edoardo Camurri
IL FASCINO DEL RELATIVISMO E LA LEGGE NATURALE
La controversia tra Habermas e Scalfari non si risolve con un contratto
PERCHÉ LO SCONTRO DI CIVILTÀ CHIEDE DI RITORNARE A PENSARE METAFISICAMENTE, SENZA PERDERSI PER VIE SECONDARIE
n questi giorni di estate abbiamo potuto
leggere sui giornali un confronto filosofico
Iveramente
interessante. Mi riferisco al testo
che il pensatore tedesco Jürgen Habermas
ha pubblicato nell’ultimo numero della rivista Reset e alla risposta che su Repubblica è
stata data da Eugenio Scalfari. In realtà il
confronto tra le prospettive è più apparente
che reale, perché entrambi sembrano realmente camminare su un terreno fragile di argilla, destinato a franare presto sotto i loro
piedi. Habermas offre da subito un vero e
proprio compendio della sua filosofia, un’ultima esposizione delle sue recenti riflessioni su fede e ragione, idee che guidano ormai
da anni i suoi interessi culturali. Scalfari, invece, per suo conto, fornisce un’alternativa filosofica, molto più affine però di quanto vorrebbe a quella del suo interlocutore.
Sembra, cioè, come diceva Eraclito, che la
via che sale sia la stessa che scende, o che,
come insegnava Hegel, gli opposti si appartengano reciprocamente.
Habermas procede nella sua riflessione
riprendendo l’antica nozione di spazio pubblico, già utilizzata nei primi lavori degli anni Sessanta, analizzandola però in relazione alle nuove sfide che sta attraversando il
mondo in questo primo scorcio di secolo
che si conclude. Inevitabile è per lui pensare la dimensione odierna della società in riferimento a due parametri fondamentali e
costitutivi dell’era postsecolare. Da un lato,
la questione della globalizzazione e, dall’altra, quella del multiculturalismo. Il complesso periodo storico che stiamo attraversando, tra luci e ombre, gli appare sempre
più caratterizzato da conflitti insanabili che
derivano da fenomeni sociali di provenienza moderna, i quali hanno assunto una particolare forma radicale di laicismo che vieta l’accesso pubblico della dimensione religiosa alla politica.
A questa deriva estrema, Habermas contrappone la sua idea di laicità. Secondo questa prospettiva decisamente più moderata è
possibile un certo riconoscimento sul piano
comunicativo della presenza pubblica delle
opinioni religiose sospinte dalla fede verso
una razionalità d’intesa. Per Habermas, cioè,
la vera concezione laica, al contrario di quella laicista, nasce dalla fiducia razionale dei
non credenti di poter condividere con i credenti un comune incontro razionale, un comune interesse pubblico, pur nelle reciproche e costitutive differenze.
Questo cammino comunitario non è altro
che ciò che realmente significa, o dovrebbe
significare, la convivenza democratica in una
società pluralista.
La replica molto appassionata del Fondatore
E’ interessante notare che la replica molto appassionata di Eugenio Scalfari è apparsa solo pochi giorni dopo l’uscita su Repubblica di una sintesi dello scritto di Habermas. Probabilmente si è trattato solo di
un’occasione proficua per comunicare ciò
che da anni egli pensa autonomamente su
questi ed altri argomenti.
Scalfari affronta lo specifico testo di Habermas mostrando uno schietto apprezzamento per il percorso fecondo che ha portato il filosofo tedesco alle sue equilibrate conclusioni. Con una certa arrendevolezza di
maniera, egli si mostra riconoscente per i
contributi dati dall’autore in passato. Meno
per quelli dati nel presente. Ed è facile capire perché. Come tutte le persone, anche i
grandi pensatori, nell’ultima fase della loro
vita sono spontaneamente portati verso la fede o almeno verso un pensiero più aperto al
religioso. Certo, non è detto che questo sia un
approdo possibile e necessario per tutti, ma
certamente perfettamente legittimo per ciascuno. D’altra parte, Scalfari, al contrario di
Habermas, come testimonia anche il suo ultimo recente libro, sembra aver trovato nella religione più dubbi che certezze.
All’inizio, egli si palesa in ogni caso d’accordo con Habermas, almeno per quanto riguarda la presunta compatibilità tra le idee
religiose e il pluralismo democratico. Non si
tratta, cioè, per nessuno dei due di negare la
legittima libertà per qualcuno di professare
il proprio credo religioso. Semmai è la mancanza di un autentico spirito religioso a rappresentare il vero volto della crisi culturale
che si è instaurata oggi nelle nostre società.
Ciò che impedisce il maturare autentico di
un pluralismo democratico è, invece, costituito per Scalfari, in ultima istanza, dalla
chiesa cattolica e dalla sua gerarchia. Tale
istituzione, infatti, è in possesso di una pretesa assoluta di verità ritenuta inconciliabi-
le col resto. Essa è, per altro, identificata con
la funzione autoritaria dei sacerdoti e del
Papa, a suo dire, incompatibile con il moderno individualismo egualitario.
Se, dunque, il presupposto da accogliere è
il pluralismo democratico, allora esso non
può avere altra forma se non quella che deriva dai principi moderni che ne stanno a
fondamento. E questi sono la libertà di coscienza, la tutela delle minoranze, il rispetto
delle alterità e delle differenze e l’eguaglianza. In una parola, si tratta del cosiddetto relativismo culturale.
Scalfari sembra, cioè, condividere il percorso culturale che sta all’origine del pensiero di Habermas, quello appunto che fa
leva sul principio della convivenza demo-
PREGHIERA
di Camillo Langone
Sarò impazzito ma mi sono arciconvinto che la letteratura, la buona letteratura,
sia sempre un’opera di misericordia. Moltissimi libri riguardano il consolare gli afflitti. Alcuni consigliano i dubbiosi, altri
insegnano agli ignoranti. “Vento forte tra
Lacedonia e Candela” (Laterza) mi sembra l’unico libro che visiti gli infermi.
Franco Arminio descrive le sue visite ai
paesi morenti della montagna meridionale, vittime del dissanguamento demografico. Non propone terapie né nostalgie, consapevole che i suoi paesi non hanno un
grande futuro né un grande passato. Ma
nemmeno invoca l’eutanasia.
Semplicemente scambia due parole,
tiene loro la mano. Il libro è meno triste
del prevedibile: come quel certo poeta del
Novecento, Arminio estrae allegria dai
naufragi.
cratica di molte fedi e di molte culture in un
orizzonte relativistico, anche se ravvisa tuttavia che esiste una confessione religiosa,
quella cattolica, che fa eccezione, perché
sorretta da una chiesa istituzionale con pretese di assolutezza. Ed è proprio questa assolutezza e non la religione a essere incompatibile con la democrazia. Sia pure implicitamente, Scalfari auspica addirittura una
sicura reazione pubblica della politica al
predominio assoluto della fede istituzionale cattolica in nome della democrazia, non
trovando, però, in Habermas un alleato sicuro in questa battaglia.
In conclusione, dunque, per Scalfari non
esiste una reale contraddizione tra fede e ragione, ma soltanto un’incompatibilità tra la
pretesa assoluta di verità della chiesa cattolica e il pluralismo democratico che sta a
fondamento delle nostre società.
Ora, se si confrontano bene le due linee di
pensiero, potrebbe accadere di rimanere un
po’ insoddisfatti. E potrebbe anche accadere
di trovare molte analogie e punti di contatto
tra le alternative. In effetti, ciò che accade in
questo confronto è quanto avviene troppo
spesso in molti dibattiti filosofici addirittura
di livello universitario. Si procede nella disputa dando per scontato pacificamente un
presupposto che, invece, è proprio quello
che dovrebbe essere messo in discussione
radicalmente per risolvere la questione.
Certamente, lo abbiamo già detto, il multiculturalismo e la globalizzazione propongono uno scenario realistico a tinte fosche
e potenzialmente conflittuale del nostro
presente. Ciò è, in effetti, sotto gli occhi di
tutti. Abbiamo nei territori europei, un tempo soggetti all’esclusivo controllo degli stati nazionali, intere popolazioni che hanno
costumi di vita e comportamenti difficilmente compatibili con il livello di civiltà
condiviso da chi li ospita.
Come immaginare una convivenza possibile? Il cosiddetto conflitto di civiltà, quello
di cui ha parlato anni fa Huntington, rappresenta poi uno scenario drammatico purtroppo molto verosimile, spesso sperimentato addirittura dentro le mura domestiche. Ciò ri-
PICCOLA POSTA
di Adriano Sofri
Complice l’insonnia, e la paraipnosi di Radio Radicale,
ascolto tutto: verifica dei poteri,
elenco dei membri della presidenza, saluti alle delegazioni estere, commemorazione degli scomparsi, canti dei delegati in piedi, obiezioni all’ordine dei lavori. La carne è triste, hélas, e io ho
ascoltato tutti i congressi! Sostanza politica non ce n’è tantissima, i congressi sono sempre serviti ad altro, e tanto più in
una stagione di smarrimento dell’anima.
Dunque, politica a parte, invierò oggi un
saluto al delegato di Cosenza.
guarda, in effetti, il carattere ritenuto indiscutibile delle nostre democrazie pluraliste,
le quali hanno assistito allo scoppiare interno sia delle differenze culturali tradizionali
(credenti e non credenti) e sia di quelle più
recenti (cristiani e non cristiani), non riuscendo a governare e a gestire in modo soddisfacente i flussi migratori e la mescolanza
eterogenea delle società.
Come ristabilire una coesione sociale?
Io credo, al di là di tutto, che non si possa rispondere a questi difficili interrogativi
culturali e politici soltanto proponendo la
pluralità dello spazio pubblico, come fanno
Scalfari e Habermas, per un motivo tutto
sommato semplice: perché esso non garantisce a nessuno né la pace, né l’integrazione
democratica.
Un’idea etica e universale
E’ necessario, al contrario, osservare il fallimento del relativismo e contrastare direttamente il presupposto dogmatico che lo
ispira, rintracciando un principio veramente comune che stia più originariamente alla
base della vita stessa della democrazia.
Si tratta, in definitiva, di riscoprire l’idea
etica e universale di convivenza proposta
costantemente dal personalismo filosofico
cristiano nella sua lunga storia. Secondo
questa consolidata visione delle cose, infatti, la persona ha un primato sulla società,
non in quanto puro individuo, ma in quanto soggetto appartenente ad una specie la
cui natura comunitaria supera in dignità
ogni contesto e ogni rapporto contingente,
rendendo possibile la genesi di comunità
eterogenee e pacifiche.
Viene di chiedersi, cioè, se non sia l’assio-
Credenti, laici e scettici
L’ultimo numero di Reset pubblica un saggio di Jürgen Habermas, “Perché siamo postsecolari?”, di cui Repubblica del 19 luglio ha fornito un’ampia sintesi. Negli ultimi anni gli
studi del filosofo tedesco si sono concentrati sul rapporto tra religione e sfera pubblica. Illustre erede della Scuola di Francoforte, è stato protagonista di un celebre dibattito pubblico, il 19 gennaio 2004 a Monaco di Baviera, con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. La discussione partiva dalla tesi di un altro pensatore tedesco, Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui “lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire”. Habermas e Ratzinger si chiedevano quale ruolo potesse giocare la religione ed entrambi, in modo diverso, proponevano una rinnovata alleanza tra fede e ragione. Habermas, in seguito, ha
criticato il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI (12 settembre 2006) per la sua “piega sorprendentemente antimoderna”, in quanto il Papa respingerebbe gli argomenti della ragione secolare moderna. In questo ultimo saggio Habermas propone una terza via tra laicismo
e fondamentalismo nel nome di un reciproco “apprendimento” tra laici e credenti.
Mercoledì 23 luglio, sempre su Repubblica, Eugenio Scalfari ha osservato che le “ottime intenzioni e belle parole” di Habermas sulle religioni non fanno i conti con il “deposito di assolutismo” e la “credenza di superiorità” che le contraddistingue, “quella cattolica in particolare”. Mentre la gerarchia ecclesiastica è impegnata in una battaglia a tutto campo contro il relativismo e le sue conseguenze, non si può “rafforzare la democrazia”
con i “valori cattolici” perché così si riaprirebbe un varco agli atei devoti. “Da qualche
tempo mi par di vedere Habermas un po’ appannato”, conclude perfido Scalfari.
Benedetto Ippolito insegna Storia della filosofia medioevale all’Università di Roma Tre.
Ha scritto: “Analogia dell’essere. La metafisica di Suárez tra onto-teologia medioevale e
filosofia moderna” (Franco Angeli, 2005).
matico principio contrattualista che entrambi presuppongono a collocarli in una posizione particolarmente scomoda per risolvere le
sfide della modernità.
La posizione sostenuta da Habermas e da
Scalfari assume, in effetti, in modo dogmatico e poco critico una definizione della democrazia individualista, relativista e secolarizzata. E’ lecito domandarsi, però, come e
quale sia la soluzione vera che possa risolvere secondo loro la conflittualità effettiva
esistente tra gli individui, nonché la deriva
cronica che traduce le tensioni sociali che
ci sono in conflitti permanenti tra gruppi
identitari.
Per me è chiaro soltanto che attraverso la
via da loro descritta ciò non è possibile.
La democrazia pluralista può realizzarsi,
invece, solo abbandonando il presupposto
relativista e smaccatamente monadologico,
offerto nel presente da quel paradigma, riconoscendo l’unità originariamente comune
dell’esistenza umana, in cui tutte le differenze culturali e tutte le ulteriori specificazioni
religiose possano trovare organicamente il
loro nesso e la loro unità. Fare questo significa, con Grozio e Suárez, ripartire dalla legge naturale, così fieramente abbandonata
dagli apologeti dell’illuminismo e così tenacemente difesa nel Medioevo.
La grandezza culturale dell’occidente,
d’altra parte, è stata sempre quella di riuscire a pensare in termini metafisici e universali lo spazio pubblico, al di là dei perenni conflitti che hanno attraversato il divenire della
propria storia, facendo leva continuamente
sull’idea fondamentale di persona umana,
diffusa dal cristianesimo sia nella cultura
laica e sia in quella religiosa.
La dimensione della fede e quella della
ragione sono pensate, cioè, nell’ottica della
legge naturale non come identità ideologiche
esclusive e contrapposte, ma come manifestazioni diverse della vita umana nella sua
unica dimensione naturale, esistente a livello costitutivo prima di tutto, e valida dappertutto e in ogni tempo.
E’ la persona umana stessa nella sua immutabilità, infatti, ad offrirsi nei diversi comportamenti sociali. La storia e la misurazione politica degli interessi non è altro che la
fenomenologia temporale dell’eterna verità
dell’uomo in quanto tale, costituita dalle sue
leggi e dalle sue prerogative.
I comportamenti politici, in ultima istanza, appartengono ad un comune orizzonte
etico universale, il quale è valido cioè per
ogni persona in ogni contesto e in qualsiasi
situazione.
Oggi, in definitiva, soltanto recuperando
politicamente e giuridicamente questo spazio autentico di universalità etica e naturale
dell’uomo si potrà disporre di una risorsa filosofica veramente sufficiente per costruire
una civiltà della vita in cui culture e confessioni religiose diverse possano vivere in pace e in concordia, senza smarrire o dissipare
le proprie autentiche identità d’origine. A
poco vale, infatti, la retorica della sacralità
delle differenze, se poi si abbandonano le diverse identità a laceranti guerre intestine e
non convenzionali. A poco vale la retorica
della libertà se non si è in grado di dare un
fondamento antropologico alla libertà di tutti e alla religiosità di ciascuno.
Il nome di questo presupposto umano, in
fondo, non è molto diverso dalla nozione
classica di “bene comune”, impensabile dentro il relativismo politico di Habermas e di
Scalfari, anche se affermato sempre nella
dottrina sociale della chiesa.
Tommaso d’Aquino, ad esempio, considera la democrazia una conseguenza della legge naturale, visibile nelle tavole della Legge
di Mosé. Si tratta di un esempio di ciò che
per il teologo scolastico esprime una serie di
massime etiche valide potenzialmente per
tutti, perché corrispondenti ad un’idea universale di razionalità etico-politica che sta al
fondo dei precetti evangelici. Il bene comune, anticipava già Isidoro di Siviglia, vale ex
multis, cioè per tutti, sia per chi vive già in
occidente e sia per chi vi arriva, sia per chi
crede e sia per chi non crede, sia per i laici e
sia per i cattolici, sia per i cristiani e sia per
i musulmani e gli ebrei.
Il bene comune è, in conclusione, il vero
fondamento etico da cui partire per guardare con ottimismo il futuro della globalizzazione, pensando allo sviluppo di una democrazia pluralista planetaria, in un quadro sociale gestito e realizzato dall’occidente non soltanto attraverso una serie contingente di accordi contrattuali.
Benedetto Ippolito
La Wikipedina
Perché non è l’incubo di Babele
ma è ridicolo trasportare
su carta l’enciclopedia virtuale
uante voci avrà la Garzantina? Circa
Q
cinquantamila? Cinquantamila voci
avrà l’edizione tedesca in volume dell’enciclopedia Wikipedia. Cinquantamila voci soSTRAVAGANZE
no tante. Cinquantamila voci sono niente.
Mi venisse in mente di cercare Anastasio
sulla Garzantina troverei tre voci, una di
quattro righe per quattro pontefici con quel
nome. Una di tre righe per due imperatori
bizantini e una di cinque righe per Anastasio Bibliotecario, (810 ca-878 circa), antipapa, sospeso a divinis e reintegrato come bibliotecario della Santa Sede. Sul vecchio,
ma prezioso dizionario ecclesiastico della
Vallardi (quindicimila articoli nell’edizione
rivista del 1929) dedicate ai quattro pontefici troverei due colonne e mezzo; dedicata
ad Anastasio bibliotecario mezza colonna
fitta. Se volessi saperne di più sul vecchio
prelato potrei consultare il “Nuovo dizionario istorico” pubblicato dai Remondini a
Bassano nel 1796: quasi una colonna intera
di dati e aneddoti. Attendibili? Chi può dirlo. Ogni enciclopedia è fallibile: anche
quando protesta fedeltà e pretende fiducia.
So di un erudito che avendo trovato un errore marchiano sull’Enciclopedia italiana
dedicò un po’ del suo tempo a rintracciarne
l’origine. Di dizionario in enciclopedia, di
enciclopedia in dizionario risalì all’Enciclopedie di Diderot e D’Alambert e lì si fermò,
solo perché non sapeva dove sbattere ancora la testa. Per poco attendibili che possano
essere, spesso per trovare alcune voci bisogna rifarsi a vecchie e vecchissime enciclopedie. Per ragioni difficili da determinare,
che spesso non hanno a che fare con il vero
merito, la memoria di alcuni uomini o di alcuni avvenimenti dura nei secoli, la memoria di altri non dura. In questa selezione le
enciclopedie hanno la loro parte.
A ogni nuova edizione di enciclopedia alcune voci scompaiono per lasciare il posto
ad altre. A determinare le uscite e le entrate sono fattori e criteri disparati, tutti rispettabili, tutti opinabili. Il motivo più comprensibile è la necessità di non aumentare a dismisura il volume di un’opera. Quando e
perché uscì dai dizionari Anastasio eremita del Monte Sinai autore nel sesto secolo di
scritti di teologia abbastanza importanti da
essere pubblicati ancora nel secolo decimosettimo? Aveva ancora l’onore di una mezza
colonna nel dizionario settecentesco dei
Remondini, non c’è già più nell’edizione del
1929 del dizionario ecclesiastico, in cui compare invece la voce fresca Concordato.
Questo avvicendamento non c’è più, potrebbe non esserci più, mano a mano che
procede la realizzazione di quell’incubo, di
quella metafora che è la biblioteca di Babele, la biblioteca che a mia conoscenza solo
Luis Borges ha avuto la sventura di visitare
e che contiene tutte le possibili combinazioni di tutte le parole scritte con tutte le possibili combinazioni dei 25 segni dell’alfabeto. Il germe della biblioteca in fieri si chiama Wikipedia e in più rispetto alla favolosa
e labirintica biblioteca borgesiana ha la caratteristica di essere un ipertesto infinito,
che può essere percorso all’infinito senza
consumare le suole e la vita nei corridoi incongrui e sulle scale vertiginose della biblioteca di Babele, di essere un labirinto
nel quale ci si potrebbe perdere se per uscire non bastasse premere un tasto.
Non ho verificato e mi impedisco di farlo
Non ho verificato, e mi impedisco di farlo, se in Wikipedia si trova una voce dedicata ad Anastasio sinaita. Se qualcuno non
l’ha già scritta, qualcuno un giorno la scriverà, forse io. Perché un Anastasio qualunque, seppellito da secoli nella voce di una
vecchia enciclopedia torni a vivere e a lottare con noi basterà la volontà, il ricordo, la
pietà, l’eccentricità, la stupidità di uno, di
pochi. Non servirà alcun consenso plebiscitario. Il vero merito, incalcolabile, di Wikipedia, della rete, sta tutto nel dare le stesse
opportunità alle stravaganze individuali e
ai tic di massa. Il contrario di ciò che si propone l’edizione, come si dice?, cartacea di
Wikipedia, che a giorni apparirà al prezzo
di euro 19,90 nelle librerie tedesche. Le giustificazioni dell’impresa si potrebbero prendere per buone, senza contare che non riusciamo a non augurare buona sorte a qualsiasi impresa editoriale. Intanto un euro a
copia andrebbe per l’uso del nome a Wikipedia istituzione nonprofit che ne farebbe
di sicuro buon uso. Poi potrebbero usufruirne coloro che non vogliono cedere alla tirannia del computer e della rete. Potrebbe
anche tornare comodo anche a chi non ha
voglia di accendere la macchina ogni volta
che lo colga l’uzzolo di verificare un dato, di
controllare un nome, per rinfrescarsi la memoria in vista di una partita di trivial pursuit. Cinquantamila voci in sé sono tante,
ma non sono che una scelta nel numero totale. Quale comitato scientifico ha determinato le inclusioni, le esclusioni? Nessuno, a
decidere è l’indice di gradimento. Il criterio
della selezione in sé suona molto democratico. Nella Wikipedina di carta ci saranno le
voci più visitate. Il che significa che Anastasio eremita non ci sarà. A meno che qualcuno non gli abbia organizzato un fan club.
Sandro Fusina
ANNO XIII NUMERO 202 - PAG 3
EDITORIALI
Un Sacconi pieno di buoni propositi
Il suo Libro verde è un bell’esempio di responsabilità solidale. Da applicare
I
l ministro Sacconi ha approfittato del
riaccorpamento nel suo dicastero di
tutte le attività sociali, assistenziali e sanitarie, per proporre una visione integrata e complessiva del “benessere” nella società moderna. Si tratta dell’estensione dal terreno del mercato del lavoro
a quello dell’insieme dei problemi sociali della logica che già si era espressa
nella legge Biagi: passare gradualmente
dal risarcimento del danno sociale, disoccupazione, disabilità, solitudine eccetera, alla rimozione delle sue cause attraverso un sistema di interventi che facciano leva su una integrazione tra stato e
mercato, in una logica di sussidiarietà
che parte dalla famiglia per arrivare, attraverso i corpi intermedi sociali e amministrativi, a una regia nazionale.
Il Libro verde appena pubblicato
esprime e articola questi principi, ma
contiene anche una serie nutrita di quesiti aperti, sui quali chiede un confronto
a tutto campo. L’analisi critica del sistema attuale, dei suoi costi eccessivi, delle
sue sperequazioni e dei suoi sprechi, lo
porta a delineare un meccanismo nuovo,
basato sulla responsabilizzazione a tutti
i livelli, dall’individuo alle istituzioni, in
modo da garantire una sostenibilità finanziaria di un sistema di welfare che
non rinunci all’universalità, rafforzan-
dola con criteri d’intervento selettivi e
personalizzati. Lo sforzo centrale, naturalmente, è indirizzato all’aumento dell’occupazione, alla sua stabilità e alla
sua sicurezza. Tuttavia non è tralasciato
il tema della povertà assoluta, che giustamante viene separato da quello delle
retribuzioni minime, visto che è stata
proprio questa impropria connessione a
rendere difficile affrontarlo nella sua
specificità. Anziani non autosufficienti,
famiglie monoreddito con figli disabili,
persone affette da malattie croniche o
tossicodipendenti e sole, come altre simili condizioni non possono aspettare
l’aumento generalizzato delle pensioni o
delle retribuzioni minime per ottenere
un aiuto. La logica del documento è
quella di superare il sistema di accumulo di tutele a poche aree di supergarantiti, per promuovere invece una diffusione di opportunità, legate alla responsabilità, alle aree sociali più esposte al rischio di esclusione, a cominciare dai giovani, dalle donne, dagli ultracinquantenni. E’ un buon punto di partenza per
affrontare i temi politici all’ordine del
giorno, dal federalismo fiscale, che ha il
proprio baricentro sulle prestazioni social-assistenziali, alla riforma dei contratti. Si vedrà nei prossimi giorni se sarà
la base di un dialogo o della solita rissa.
Scherzi da petrolio
Se il prezzo del barile scende, gli extraprofitti calano. E la Robin Tax?
L
a rapida discesa del prezzo del petrolio di questi ultimi giorni a 123
dollari il barile forse non durerà, ma è
la dimostrazione del fatto che l’ipotesi
che il greggio debba assestarsi oltre i
150 dollari non è affatto scontata. Quindi non è certo che possano durare a
lungo i superprofitti dei petrolieri, ottenuti lucrando sulla differenza fra
basso prezzo di acquisto delle scorte e
alto prezzo di vendita. C’è già qualcuno
che ha perso denaro per colpa dei contratti a termine sul petrolio, come il
gruppo americano Sem, in rosso di 2,5
miliardi per operazioni finanziarie
sbagliate. La situazione del mercato
può invertirsi e imprese che hanno pagato caro il greggio necessario per le
loro lavorazioni potrebbero dover vendere il prodotto raffinato a un prezzo
in calo. Inoltre, quando il prezzo scende, i margini unitari (calcolati in percentuale sulla merce lavorata e commercializzata) si riducono. Così la materia imponibile della Robin Hood
Tax, ideata dal ministro dell’Economia
Giulio Tremonti, può assottigliarsi rispetto alle previsioni contenute nel decreto della manovra finanziaria. Lo
hanno puntualmente rilevato i tecnici
della commissione Bilancio del Senato, mettendo in dubbio il gettito di tale
prelievo, e quindi la copertura delle
spese e il contenimento del deficit a
cui esso è destinato.
I minori utili unitari possono inoltre
spingere le compagnie petrolifere a
trasferire sugli acquirenti (consumatori finali e imprese), il tributo addizionale che devono pagare, con il rischio
di stimolare l’inflazione. La traslazione
nei prezzi finali dell’imposta sui profitti è un fenomeno discutibile, ma dimostrare che non avvenga è molto difficile. Le imprese petrolifere, infatti,
grazie alla scarsa concorrenza nel settore, possono ritardare il trasferimento sul consumo del calo del greggio,
mentre anticipano con rialzi del prezzo finale l’aumento del costo della materia prima. Non sarà agevole distinguere le conseguenze di queste normali prassi non concorrenziali dalle eventuali maggiorazioni del prezzo causate
dalla Robin Tax. L’ipotesi della discesa del petrolio può dare respiro all’economia, ma può anche togliere la
punta alle frecce di Robin Hood.
Giù le mani da Ryanair
Se si può dileggiare l’inno di Mameli si può pure deridere Bossi
L
a pubblicità della compagnia low
cost irlandese Ryanair, che raffigurava il ministro delle Riforme col dito
medio alzato e gli imputava la difesa di
un’Alitalia data per spacciata, ha fatto
infuriare gli esponenti della Lega, cui
sono andati in soccorso gli alleati di
centrodestra. La pubblicità di Ryanair,
si dice, è “offensiva e volgare”, e su
questo è difficile obiettare. Ma lo scopo della pubblicità è suscitare scalpore e a quanto pare in questo, come peraltro in altri casi, quella di Ryanair ha
conseguito l’obiettivo. D’altra parte se
si ritiene di poter sbeffeggiare l’inno
nazionale, bisogna pure concedere ad
altri la libertà di sberleffo portata all’estremo. Comunque nessuno nega ai
leghisti il diritto di lamentarsi e di protestare. Persino di pretendere delle
scuse formali che con ogni probabilità
non otterranno.
Tutt’altro sapore, invece, hanno le
minacce più o meno larvate di Roberto Castelli, che chiede agli aeroporti
italiani di verificare non meglio precisate “compatibilità” di Ryanair. Non si
può nemmeno far aleggiare il sospetto
che una irritazione per un’espressione
pubblicitaria orienti atti amministrativi in senso discriminatorio. Se si sorpassa questo limite, si scivola dalla carenza di senso dell’umorismo (e dell’autoironia che non è proprio una
specialità dei leghisti, ma nemmeno in
generale degli uomini politici italiani)
a un inaccettabile uso del potere. Le
campagne pubblicitarie irriverenti
della compagnia irlandese, oltretutto,
non sono affatto specificamente rivolte contro i governanti italiani, anche
se la questione Alitalia (che peraltro
non sembra figurare al primo posto tra
le priorità leghiste) ha forse attirato a
sé un sovrappiù di acrimonia particolare. Si può apprezzare o meno quel tipo di comunicazione e addirittura offendersi o scandalizzarsi, sebbene sia
difficile pensare a un Umberto Bossi
dallo stomaco tanto delicato. Quel che
non si può fare è ledere la libertà di
parola e di espressione, della quale
peraltro il leader leghista fa un uso assai poco misurato.
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
• John Bolton dice che “il collasso intellettuale dell’Amministrazione Bush non danneggia il candidato repubblicano”
Dietro le quinte del tour di Obama nasce la dottrina McCain
Washington. La settimana del candidato repubblicano alla Casa Bianca, John McCain, aveva tutti i requisiti per essere un pantano. McCain, invece, ha colto l’occasione per
riordinare le idee e fare qualche incontro interessante, non
senza lanciare frecciate transatlantiche all’avversario Barack Obama, impegnato a pasteggiare con tarallucci e vino
alle tavole dell’Europa che conta. Il veterano potrebbe addirittura avere mosso i primi passi verso l’elaborazione della “dottrina McCain” in politica estera. Venerdì, parlando
ai veterani ispanici di Denver, McCain ha parlato di “audacia della disperazione” a proposito della politica di ritiro delle truppe dall’Iraq nel giro di 16 mesi proposta da
Obama. Il bisticcio, stavolta riuscito, con il titolo del libro
di Obama “L’audacia della speranza”, introduceva l’ennesimo attacco alla politica anti-surge sbandierata e votata in
Senato dall’avversario, che non ha perso poi occasione di
sfruttare i benefici dell’invio di truppe in Iraq quando l’efficacia dell’operazione è diventata una vulgata. Solo allora
Obama si è fatto avanti e ha potuto ragionevolmente dire:
“Andiamocene dall’Iraq”. Il terzo attore sulla scena è George W. Bush, con l’omonima dottrina, che prevede (dal vangelo secondo Norman Podhoretz) l’idea della guerra morale, permanente e, se necessario, preventiva contro il terrorismo e il cosiddetto “asse del male”. Il fatto è che l’Ammi-
nistrazione Bush ha preso una piega leggermente diversa
in materia di politica estera, e due episodi esemplificano
la svolta. Primo, la distensione dei rapporti con il regime
della Corea del nord e il suo processo di esclusione dalla
lista degli stati canaglia, attraverso la mediazione della Cina, unico interlocutore capace di mediare tra Washington
e Pyongyang. Secondo, l’apertura diplomatica con l’Iran,
mossa sostenuta da Obama, avversata da McCain e anticipata proprio da Bush, che ha inviato il numero tre della diplomazia americana, William Burns, ai negoziati di Ginevra. Inoltre, Bush ha pronunciato per primo la parola magica “timetable” per indicare l’ingresso del fattore tempo
nello spettro dei criteri con cui regolare gli sforzi bellici in
Iraq. Obama è arrivato dopo. Il percorso che porta Bush a
convergere con il programma obamiano in materia di politica estera mette McCain in una situazione complicata e
forse non sfavorevole. Un’indicazione viene dall’incontro
tra il candidato repubblicano e il Dalai Lama ad Aspen,
episodio di basso profilo dal punto di vista mediatico ma
politicamente significativo. McCain ha definito il Dalai Lama un “eroe” e ha fatto un appello ai leader cinesi ad “avviare negoziati per riparare ai torti subiti dal popolo tibetano”. Un segnale piuttosto chiaro per chi ha sempre sostenuto una politica intransigente nei confronti della Corea
del nord e non ha nascosto una certa diffidenza verso il negoziatore cinese. McCain, dunque, sembra pronto per sorpassare a destra la nuova dottrina Bush, coniando una personale alchimia che equilibra in modo inedito le correnti
interne al conservatorismo. John Bolton, ex ambasciatore
dell’Amministrazione Bush presso le Nazioni Unite, critico verso la svolta realista del presidente, ha dichiarato che
“il collasso intellettuale dell’Amministrazione Bush non
danneggia McCain”, proprio per sottolineare la sostanziale estraneità del candidato repubblicano alle recenti aperture. D’altra parte, il veterano dell’Arizona non sembra proporre una linea totalmente intransigente. In un’intervista
alla Cnn rilasciata venerdì, McCain ha detto che la proposta di ritirare le truppe dall’Iraq in 16 mesi è uno schema
“abbastanza buono”, ma ha sottolineato la necessità di valutare le condizioni sul campo; anche McCain dunque aspira al ritiro, ma pretende certe condizioni. Analogamente, i
suoi consiglieri assicurano che il candidato non ha nulla
contro il dialogo con Teheran e Pyongyang, semplicemente
devono esserci delle precondizioni. Così McCain propone
un’alternativa alla dottrina Bush 2001 e a quella 2008, dimostrando di essere, come ha detto il segretario di stato
della prima presidenza Bush, Lawrence Eagleburger, “un
uomo che non si può manipolare”.
• L’Italia frena su Doha, ma il sottosegretario Urso ci dice: “Abbiamo ottenuto garanzie da Mandelson”. Il Cav. telefona a Sarko
Wto possibilista, l’accordo sul commercio non è più impensabile
Ginevra. “Negli ultimi sette anni non siamo mai stati così vicini a un accordo”, ha
detto ieri Peter Mandelson, il commissario
europeo al Commercio, fiducioso sull’esito
dei negoziati in corso in Svizzera alla Wto,
l’Organizzazione mondiale del commercio. Il
vertice ministeriale del Doha Round, il ciclo
di trattative iniziato in Qatar nel 2001, era
(ed è) a forte rischio fallimento, ma per la
prima volta incomincia a prevalere l’ottimismo sulla possibilità di raggiungere un equilibrio tra le esigenze delle parti. La proposta
di compromesso presentata dal direttore
della Wto, Pascal Lamy, scontenta tutti, ma è
considerata una base da cui partire. I paesi
poveri sono insoddisfatti delle riduzioni del
protezionismo agricolo che l’Unione europea e Stati Uniti sono disposti a concedere,
mentre il blocco dei paesi più ricchi ritiene
ancora insufficienti le aperture di quelli in
via di sviluppo, guidati da India e Brasile,
sui prodotti industriali (il cosiddetto segmento Nama, Non agricoltural market acces). Per questo ieri, mentre i ministri si
prendevano una pausa, a Ginevra si è aperto un tavolo tecnico sul settore dei servizi,
che interessa molto a Gran Bretagna e Germania. Concessioni sui servizi potrebbero
compensare le rigidità nel Nama, ma è ancora presto per dirlo. Intanto, i paesi dell’Unione europea hanno iniziato ieri a discutere un documento presentato da Mandelson
che riassume la sua strategia.
Il sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso, negoziatore italiano alla
Wto, è insoddisfatto per le scarse contropartite che l’Unione riceverebbe in cambio della riduzione delle proprie barriere sul settore agricolo (del 54 o del 60 per cento, a seconda del metodo di calcolo), anche se proteggono soprattutto i paesi dell’Euopa del
Nord. Ma rivendica un doppio successo di-
plomatico: “Abbiamo avuto la garanzia da
Mandelson che la tutela delle indicazioni
geografiche, decisive per proteggere i prodotti pregiati dell’agroalimentare italiano,
sarà considerata dall’Unione europea una
priorità nei negoziati”. Sull’altro fronte importante per l’Italia, quello del registro dei
“prodotti tropicali” che potranno entrare in
Europa senza alcuna tariffa, Urso ha ottenuto dalla commissaria europea all’Agricoltura Mariann Fischer Boel la promessa “che
tutti i prodotti mediterranei non verranno
considerati tropicali”, e quindi resteranno
protetti (con grande soddisfazione dei contadini italiani, minore per i consumatori che
continueranno a pagare prezzi più alti di
quelli internazionali). Il premier Silvio Berlusconi ha telefonato ieri al presidente francese Nicolas Sarkozy per formare un fronte
diplomatico e salvare il negoziato, ma anche
tutelare i rispettivi interessi nazionali che,
in questa fase, sono simili. Già oggi ricominciano gli incontri tra i 35 ministri riuniti a
Ginevra (i membri della Wto sono 152, ma
questo è un vertice ristretto ai principali), e
forse mercoledì ci sarà l’esito finale.
Il vertice è una maratona, fatta di riunioni notturne, concessioni strappate dopo dodici ore di discussioni, tensioni e costante rischio fallimento. Fino a giovedì il ministro
del Commercio indiano, l’abilissimo Kamal
Nath, sembrava pronto a far saltare il tavolo: “Non baratto la sussistenza di milioni di
poveri con i benefici per alcune industrie
europee non competitive”. Dopo che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush,
molto interessato al successo del vertice, ha
ricordato in una telefonata al premier indiano Manmohan Singh la posta in gioco negli accordi sul nucleare civile tra i due paesi, il ministro Nath è diventato improvvisamente più collaborativo.
• Jared Cohen, giovane inviato del dipartimento di stato, racconta in un libro le nuove generazioni arabe e le alternative al jihad
Ecco che cosa si scopre nei rave dopo il tramonto in Siria e Iran
Washington. Jared Cohen è il più giovane dell’ufficio
strategico del dipartimento di stato americano. Ha 26 anni
e si occupa dei suoi coetanei in giro per il mondo. In giro
per il medio oriente soprattutto. Ufficialmente il suo lavoro si chiama “controterrorismo”, di fatto è una perenne inchiesta sui giovani, in particolare su quelli che potrebbero
invertire i destini di alcuni regimi. Cohen ha scritto un libro dopo aver trascorso più di un anno in Siria, Libano,
Iran e dintorni: si intitola “Children of Jihad: a Young American’s Travels among the Youth of The Middle East” ed è
un ritratto in controtendenza sui sogni dei ragazzi mediorientali. “In Iran ho visto party clandestini – racconta al
Foglio – dove i ragazzi preparavano i cocktail nelle vasche
da bagno. Ho chiacchierato con membri di Hezbollah seduti in un McDonald di Beirut. Sono andato a rave gay ed
etero in Siria, e ho visto appuntamenti combinati attraverso il web. Mi sono imbattuto in una cultura giovanile che
era molto simile alla mia e ho scoperto che i giovani mediorientali mi assomigliavano quasi di più dei miei coetanei americani”.
Circa il 60 per cento della popolazione della regione ha
meno di trent’anni. “Tutto quello che in occidente sappiamo sui giovani che vivono in medio oriente è come entrano
a far parte di gruppi militanti, ma questo fa passare lo ste-
reotipo che siano tutti una potenziale minaccia, un mucchio
di militanti mascherati e armati che gridano ‘Allah Akhbar’”. Secondo Cohen, invece, che li ha conosciuti da vicino, questi ragazzi sono una potenziale opportunità. “Tutti i
giovani del mondo condividono dei valori. Nessuno nasce
volendo essere un terrorista. Come tutti, anche questi ragazzi desiderano rendere orgogliosi i propri genitori, vogliono combinare qualcosa nelle loro vite, magari sposarsi
e nel frattempo fare un po’ di soldi”. Ma la loro realtà è più
difficile. “Molti non arrivano a realizzare nessuno di questi
desideri – dice Cohen – e sfortunatamente non scarseggiano i gruppi estremisti pronti a dar loro un capro espiatorio
o una via di fuga, molto più favorevole a un’ideologia radicale che non all’occidente. I giovani reclutati dai gruppi armati non sono miliziani, ma piuttosto anime spezzate con
giocattoli pericolosi. Preferirebbero avere in mano una
penna, ma cosa ne guadagnerebbero? Né status né soldi né
dignità né appartenenza”.
Uno strumento efficace, secondo Cohen, per contrastare
la radicalizzazione è Internet. “Le statistiche sull’uso della
tecnologia non considerano mai che un ragazzo arriva a
camminare anche dieci chilometri al giorno soltanto per
raggiungere un Internet cafè”. Non è vero, dice, che gli abitanti del medio oriente non amano la democrazia: “Basta
guardare quello che i ragazzi fanno con un computer: i giovani chattano, vogliono votare on line”.
In un capitolo del suo libro, Cohen racconta dell’Iran e
della sua prima uscita dopo il tramonto con i ragazzi del
posto, con alcol a fiumi come nei festini delle confraternite americane. “Penso che i giovani iraniani rappresentino
la vera opposizione perché hanno portato molti cambiamenti sociali attraverso un’azione di massa nata senza alcun tipo di decisione organizzata. Il problema principale
– spiega Cohen – è che questa ‘opposizione di fatto’ in Iran
non sa di esistere. Credo fortemente che se i giovani iraniani avessero una vaga idea dei cambiamenti che sono
stati in grado di portare al paese, sarebbero più inclini a
fare resistenza politica. E’ che al momento non sentono di
avere un difensore nell’establishment”. L’importante adesso è agire prima che sia troppo tardi. “Non è una questione di guadagnarsi i cuori e le menti, ma di offrire alternative. Se i giovani non hanno opportunità di studiare o divertirsi, cercheranno altrove la loro realizzazione”. Secondo Cohen, tutto l’occidente deve fare la sua parte: “Ora
abbiamo una possibilità di entrare nello spazio che si è
creato fra la rete comunicativa dei giovani e quella degli
adulti, e influenzare questi ragazzi che sono alla ricerca di
qualcosa cui aggrapparsi”.
• A 1020 anni dalla cristianizzazione dell’Ucraina, i festeggiamenti sono l’occasione per mettere in piazza le divisioni fra le chiese
A Kiev l’anniversario della conversione non pacifica gli ortodossi
Roma. Sono passati 1020 anni dalla conversione al cristianesimo dell’Ucraina e
Kiev accoglie per i festeggiamenti le gerarchie del mondo ortodosso: si presenteranno
i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, ma soprattutto quelli di Costantinopoli e Mosca, la seconda e la terza
Roma della cristianità. Bartolomeo I e Alessio II sono i veri protagonisti delle celebrazioni. Ma l’appuntamento, che avrebbe voluto offrire un’immagine dell’ortodossia
unita e sulla via della riconciliazione, si sta
rivelando l’ennesima occasione per rimettere in piazza antiche e nuove tensioni tra
le diverse chiese. E dire che l’anniversario
celebra il battesimo di Vladimir di Kiev,
principe del Rus’ di Kiev, avvenuto nel 988,
cui si fa risalire l’inizio della diffusione del
cristianesimo ortodosso in tutte le Russie.
Secondo la leggenda Vladimir era allora alla ricerca della “vera” religione per il suo
he cosa hanno in comune le Olimpiadi
e san Paolo? Molto, secondo don AlesC
sio Albertini, che a questo originale connubio ha dedicato un libro: “Storie a cinque cerchi”. Sono 14 ritratti, tanti quanti
sono i giorni dei Giochi di Pechino, dall’8
al 24 agosto. Ogni capitolo è dedicato a un
campione olimpico la cui esperienza viene
“riletta” attraverso gli insegnamenti di san
Paolo. Fa eccezione il primo sulla Madonna di Torreciudad, in Spagna, dove ogni
anno viene celebrata la Giornata mariana
dello sport. Nel libro di don Alessio ci sono leggende come Nadia Comaneci a Carl
Lewis e nomi meno noti, e poi le vittorie e
le sconfitte, il tutto raccontato prendendo
come esempio san Paolo.
E’ una lezione di sport e di vita quella
che don Alessio Albertini vuole trasmettere attraverso il suo lavoro. Lui l’argomento lo conosce benissimo. Sacerdote
della diocesi di Milano dal 1992 è collaboratore sia della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) sia dell’Ufficio nazionale
per la pastorale del tempo libero, turismo
popolo. Si erano presentati da lui esponenti dell’islam giunti dalla Bulgaria, ebrei e
messi del Papa provenienti dalla Germania,
ma il principe era rimasto dubbioso davanti alle fedi proposte. La scelta della religione per sé e per il popolo ucraino avvenne
invece quando gli ambasciatori del principe russo fecero ritorno alla corte dopo aver
visitato Bisanzio. Davanti al loro sovrano, si
legge ne “Il racconto dei tempi passati”, la
cronaca delle origini della fede nelle Rus’,
gli ambasciatori di Vladimir dissero: “E dai
Greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio, e non sapevamo se
in cielo ci trovavamo oppure in terra: non
v’è sulla terra uno spettacolo di tale bellezza, e non riusciamo a descriverlo; solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste, e che il rito loro è migliore di quello di
tutti i paesi. Ancora non possiamo dimenticare quella bellezza, ogni uomo che gusta il
LIBRI
Alessio Albertini
STORIE A CINQUE CERCHI
Edizioni San Paolo, pp. 95, euro 8,50
e sport della Conferenza episcopale italiana (Cei). Nell’oratorio di san Gregorio
Barbarigo, a Milano, insegna i valori del
Vangelo e quelli dello sport. Per don Alessio lo sport è anche un affare di famiglia.
Suo fratello è Demetrio Albertini, vicepresidente della Figc ed ex giocatore e colonna storica del Milan.
A don Alessio non è sfuggita la concomitanza – in un solo anno – di due eventi
storici: le prime Olimpiadi nel paese più
popolato del mondo e il bimillenario della
nascita di san Paolo. Sono questi i due
dolce, poi non accetta l’amaro, così anche
noi non saremo più pagani”. Secondo la leggenda, fu quindi la bellezza della liturgia bizantina celebrata nella Basilica di Santa Sofia a conquistare al cristianesimo il principe, il popolo ucraino e quindi le Rus’ sino
ad arrivare a Mosca, elevata a Patriarcato
da Costantinopoli nel XVI secolo.
A 1020 anni dalla conversione di Vladimir lo scenario che offre oggi il mondo ortodosso è molto diverso. Le celebrazioni di
Kiev del 26 e 27 luglio riflettono le incomprensioni di oggi più che “lo spettacolo di
tale bellezza” raccontato dai messi del principe. In Ucraina, la caduta dell’Urss ha portato al paradosso di tre chiese ortodosse
nello stesso paese: quella ucraina legata al
patriarcato di Mosca, quella del patriarcato
di Kiev, guidata dal metropolita Filaret, e
quella indipendente autocefala, segnata da
nazionalismo e politicizzazione.
eventi del 2008: i Giochi di Pechino e l’Anno paolino. Ma don Alessio non si è fermato soltanto ai numeri, al 2008. Se un libro
sulle Olimpiadi deve essere dedicato a un
apostolo, quello non poteva che essere san
Paolo, l’“atleta di Cristo” come lo definì
Giovanni Paolo II nel Giubileo degli sportivi celebrato il 29 ottobre del 2000.
Ecco che qualcosa in comune c’è tra le
Olimpiadi e san Paolo. Così come c’è qualcosa che lega i campioni raccontati da don
Alessio. Ciascuno di loro incarna un momento della vita, che è fatta di vittorie e
sconfitte. Ci sono anche storie come quella
di John Stephen Akhwari, maratoneta della Tanzania sconosciuto fino alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Lì il mondo lo sconoscerà perché, nonostante la
gamba sanguinante, portò a termine la 42
chilometri. Al giornalista che gli chiese il
perché Akhwari rispose: “Il mio paese non
mi ha mandato a ottomila chilometri di distanza per iniziare la corsa; il mio paese mi
ha mandato qui per finire la corsa”. Don
Alessio scrive è “il miglior ultimo posto”.
Separate e contrapposte si scambiano accuse reciproche, trascinando nello scontro
le chiese sorelle e soprattutto Mosca e Costantinopoli, impegnate da tempo nel contendersi il primato nell’ortodossia.
Più si è avvicinata la data dei festeggiamenti per la cristianizzazione dell’Ucraina, più la polemica ha coinvolto tutto il
mondo ortodosso e riproposto gli attriti e
le diffidenze tra la seconda e la terza Roma. Tant’è che la notizia della partecipazione di Bartolomeo I alle celebrazioni –
invitato da Yushchenko a presiedere le festività – è stata accolta da Mosca senza
aperte polemiche, ma nel contempo ha
spinto la chiesa ucraina legata ad Alessio
II a convocare una riunione straordinaria
del Sinodo dei vescovi per invitare il patriarca di Costantinopoli a evitare “qualsiasi interferenza negli affari interni della
nostra chiesa”.
IL FOGLIO
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ANNO XIII NUMERO 202 - PAG 4
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
Il poeta Paolo Febbraro prova a risolvere il dilemma irrisolvibile di Berardinelli
Al direttore
spo di lattuga. Sul corpo delle persone in situazione di morte artificialmente sospesa (credo, dal
punto di vista della medicina e della filosofia che
ci si possa accordare su questa formula, peraltro
non innocente), non c’è una battaglia fra laici
razionalisti o individualisti e cattolici dirigisti.
C’è una lotta fra i pensieri di due fazioni che, entrambe, non vogliono sia fatto nulla a riguardo.
I credenti vogliono che nulla sia fatto sul corpo
malato dopo l’intervento dilatorio della scienza;
i laici vogliono che il corpo malato sia lasciato
tornare a com’era prima di quell’intervento.
Prenderei di mia volontà un farmaco che mi
mantenesse in vita ma mi facesse dormire per
ventitré ore, cinquantanove minuti e cinquanta
secondi al giorno? Senza sogni o altra attività
elettrica? Non si tratta dunque, credo, di sostare nel tragico accettandolo, come scrive Berardinelli. La morte sospesa al tempo stesso perpetua il lutto e ne rimanda il perfezionamento, la
La sindrome da eterni figli
di un Dio minore degli ex Pci frena
il Pd e accelera la deriva tedesca
Al direttore - La vita è ripetizione solo se è anche varietà. Ogni giorno dormo, mi sveglio, mi
procuro da vivere, leggo, parlo con qualcuno,
provando affetti. Così, ripetendomi, mi trasformo, mi eludo negli altri, devio, riemergo a me
stesso. Solo nella ripetizione c’è trasfigurazione.
Le arti insegnano. Se invece sedici anni fa mi è
capitato di finire in coma – o stato vegetativo:
ma non sappiamo abbastanza delle piante, e
forse le offendiamo –, la mia vita non è più anche varietà, è solo ripetizione: nutrimento endogastrico, respirazione artificiale. E’ inutile per
te chiedermi se mi va di continuare. Non do segni esteriori di accorgermi della tua presenza.
(Immagina ora una persona che tempo fa ti abbia detto di amarti e poi non ne abbia mai dato i segni esteriori. Tu dubiti che essa ti ami, la
accusi e glielo rinfacci, dài ultimatum. La lasci).
Se muori, o te ne vai, resto come sono. Se mi
chiedi “Novità?”, non ti rispondo “Nessuna”.
Alfonso Berardinelli ha scritto che questa è la
perfetta situazione tragica, che non c’è giustizia
e piena moralità né nel lasciare le cose come
stanno, né nel praticare (lasciare che si pratichi
da sé) l’eutanasia. Neppure il testamento biologico è la soluzione, in quanto ciò che voglio oggi non è per forza valido domani. Una delle due
opzioni può essere più utile dell’altra, ma non
più giusta. Tuttavia, non decidere nulla, dibattersi nell’indecidibilità del tragico perfetto significa pur sempre far vincere una delle due opzioni: in questo caso, quella di continuare la ripetizione senza varietà. Ma nessuno, che sia in vita, ripete senza varietà. Il più nudo asceta sa bene che, non mutando l’ordine dei fattori, il risultato cambia. Prima di decidere (o credere di decidere) se mantenere o dismettere la vita, devo
capire cosa la vita sia. Se ritengo che la vita sia
traspirare e mandare in circolo sangue e linfa,
sta bene: ma eviterò per la vita di svellere un ce-
catarsi. E affidarsi – come fanno i credenti – alla volontà di Dio di dare o togliere la vita vuol
dire in questi casi sostituire all’impatto con un
pirata della strada, o con uno spigolo appuntito, l’eventualità di un black out elettrico che
blocchi i macchinari. Vuol dire deliberare – senza un minimo di giustificazione etica – di sostituire sessant’anni di immobilità ospedaliera eterodiretta a pochi istanti di agonia inconsapevole. Mentre il tragico non è l’accettazione dell’impossibilità della scelta giusta, quanto la situazione che prelude a una scelta più utile dell’altra,
e il tempo necessario alla valutazione – intensamente sentimentale – di questa maggiore utilità
morale. Alcesti muore al posto del marito Admeto perché questi è uomo e re, e nella situazione
data egli vale socialmente più di lei. Sceglie il
male minore. Non esiste giustizia senza utilità,
né morale senza scopo, oltre che senza – diceva
Nietzsche – una sua genealogia. I corpi in con-
dizione di morte sospesa non scelgono, non hanno volontà, sono l’oggetto di un potere assoluto,
infinitamente sudditi. Quando qualcuno muore, anche alla concreta presenza del cadavere, si
dice che “è scomparso”, che “non c’è più”. Davanti a un corpo in morte sospesa occorrerebbe
chiedersi cosa c’è ancora. Forse il tavolo da lavoro per gli strumenti che ne attivano alcune
funzioni. Invocare per quel corpo l’ultima, più
compiuta e non revocabile volontà espressa
quando era ancora una persona – col testamento biologico – significa lasciarlo andare, a ricongiungersi con quella volontà, con quella sua varia vita. Significa consentire la scelta tragica,
non rimandarne la fatalità.
Paolo Febbraro
Ieri per errore l’intervista a Paolo Ricca era
firmata “Cristina Uguccione” invece
di “Cristina Uguccioni”. Ci scusiamo.
È IN EDICOLA IL NUMERO 70
JUNIO VALERIO BORGHESE RITRATTO DI UN EROE SCOMODO
TRE GRANDI CUOCHI PER UN PICNIC EXTRAVAGANTE
SEYCHELLES PARLA IL PRESIDENTE DEL PARADISO TERRESTRE
Al direttore - Una medesima soluzione
tecnica non produce le stesse conseguenze
se impatta su sistemi diversi. Il collegio uninominale a doppio turno che ha esiti ottimi
in Francia dal ’58, da sette anni prima della
elezione diretta del presidente, non li aveva nella III Repubblica. Le tanto celebrate
norme costituzionali tedesche, che rafforzano il cancelliere dando solo a lui l’esclusiva
del rapporto fiduciario e che aprono allo
scioglimento anticipato su sua proposta sono simili a quelle vigenti nella disastrata IV
Repubblica. Per questo dobbiamo ripartire
dalla politica e dalla storia. Con la cesura
dei primi anni 90 anche in Italia ci si è resi
conto che sia le ragioni dell’efficienza sia
quelle della democrazia militavano verso
forme di scelta diretta degli esecutivi. Nello stato sociale, dove le finalità delle istituzioni pubbliche sono più ampie, il governo
viene ad assumere un rilievo prima sconosciuto. Negli esecutivi si condensano molte
decisioni dettagliate e rapide, che le assemblee possono controllare e rettificare, ma
non far partire e implementare. I sistemi
che continuano a escludere gli elettori dalla scelta del governo, cadono vittime di dinamiche oligarchiche e di impotenza. Dopo
il passaggio della Francia alla V Repubblica solo l’Italia tra le grandi democrazie restava in tali condizioni. Sul piano del governo locale nel ’93, è stato delineato un equilibrio tra l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo con annesso premio di maggioranza e il mantenimento di uno sventagliamento di liste. Si trattava della forma di governo pensata dalla sinistra democratica
francese a fine anni 50 (Duverger e Vedel),
con la scelta congiunta del vero leader del
governo assieme alla sua maggioranza. L’avevano ipotizzata in tandem al collegio uninominale, ma la logica è simile ed è analoga a quella verso cui si muove la Francia
dopo la riforma del quinquennato. A un
equilibrio del genere si è arrivati più tardi
anche per le Regioni. Nel ’95 si passò al premio di maggioranza senza elezione diretta,
convinti che ciò potesse bastare, ma l’instabilità dimostrò che il tessuto partitico aveva anche su quel livello bisogno della stampella costituita di essa e del meccanismo
del simul stabunt simul cadent, come avvenne dal ’99. Il passaggio su scala nazionale segna un salto di qualità e non solo per ragioni oggettive. A livello periferico varie alternanze erano già state sperimentate nella
Prima Repubblica, sia pure con tempi morti di crisi e senza una necessaria coerenza
tra voti e responsabilità. Invece sul piano
nazionale quando le forze di centrosinistra
perdono le elezioni si manifesta una sorta
di sindrome dell’alternanza impossibile, vedendosi nelle parti dell’ex Pci. Allora soprattutto esponenti che hanno quella storia
immaginano di poter restaurare una logica
di alleanze post-elettorali con protesi centriste che consentano di attrarre spezzoni di
elettorato ritenute non conquistabili. E’ forse la sindrome degli eterni “figli di un Dio
minore” che finisce per negare le ragioni
della costruzione del Pd e che mi sembra,
almeno a prima vista, e spero di sbagliarmi,
ma sin qui non sono stato rassicurato a sufficienza che non è così, la suggestione più
forte che sta dietro la proposta del sistema
tedesco. Un conto è immaginare fisologicamente di aver degli alleati minori con chiare scelte preelettorali programmatiche e
con la coincidenza tra vertice del partito di
maggioranza e guida del governo, un altro
riservare al proprio partito il ruolo di azionista di maggioranza in coalizioni postelettorali con la dissociazione di premiership e
laedership. L’anomalia da cui si voleva uscire vedendo nel Pd il compimento dell’Ulivo. Spesso anche esponenti provenienti dalla tradizione dc si adeguano, credo solo per
inerzia col passato, a queste posizioni, riproponendo scelte che potevano essere logicamente sostenute prima della nascita del
Pd, quando vi era il Ppi unitario come terza
forza o quando vi era la Margherita che
aspirava a coprire l’elettorato di centro. Oggi, invece, riproporre quello schema significherebbe paradossalmente negare il proprio contributo al successo del Pd come
partito a vocazione maggioritaria. L’insistenza su formule maggioritarie come quella francese o con effetti maggioritari come
quella spagnola segnala invece che si crede
ancora fermamente a quella scommessa,
anche dopo una sconfitta. Puntando all’esodo dell’alternanza con un nuovo grande partito e non rimpiangendo le cipolle d’Egitto.
Stefano Ceccanti
Alta Società
Annoiate turiste al Café Flore. Stormi
di bellissime fanciulle al Blue bar
di viale Ceccarini. Riccione c’est
encore Riccione.
INNAMORATO FISSO
DI MAURIZIO MILANI
Swan
Group
w w w. m o n s i e u r. i t
MONSIEUR: DAL 1920 OGNI MESE IL BELLO, IL BUONO, IL MEGLIO DELLA VITA
Le ho detto a una ragazza che eravamo andati
già due volte a mangiare
la pizza insieme: “Fammi vedere il pube”. Lei:
“No!”. L’ho lasciata. Dopo un mese mi telefona:
“Forse ho deciso di farti
vedere il pube, ma non il
mio, quello della mia collega”. Io: “Non mi
interessa più né il tuo né quello della tua
collega”. Butto giù il telefono! Dopo un’ora
richiamo io: “Scusa! La tua amica è quella
alta castana magra?”. Lei: “Sì”. Io: “Ok,
fammi pensare”. E’ passato un anno, non
ho più richiamato, forse oggi mi faccio sentire. Non per il pube, ma per chiedere se
mi trova un posto di lavoro. Tutte e due le
amiche sono dirigenti Michelin.
ANNO XIII NUMERO 202 - PAG I
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
“NOI SIAMO IL CENTROSINISTRA DOC”
Brunetta presenta la sua rivoluzione pubblica. Il ’29? Se c’è stato, sta finendo
Roma. “Io sono un socialista, non
dimenticatelo: il mio obiettivo è aumentare l’offerta di beni e servizi
pubblici, non ridurla”. Renato Brunetta, il ministro più popolare del governo (“sono la Lorella Cuccarini del
governo, il più amato dagli italiani”),
incontra il Foglio seduto a un lungo
tavolo, in una stanza del dipartimento della Funzione pubblica. Davanti a
lui ci sono due iPhone, che restano silenziosi, e quattro penne. In quella
stanza discute con Pietro Ichino, il
giuslavorista del Partito democratico
che per primo ha iniziato la battaglia
culturale contro i fannulloni nella
pubblica amministrazione. “Una volta il test della follia per un ministro
era la volontà di provare a riformare
le ferrovie o le poste, oggi è la riforma
della pubblica amministrazione”,
spiega un Brunetta entusiasta, che domanda ai suoi collaboratori grafici,
tabelle, e sommerge i visitatori con
decine di slide per illustrare, anche a
chi non si addentra tra articoli, commi e tecnicalità, qual è la sua idea di
rivoluzione. In tre parole: lavorare, lavorare, lavorare. “Mi do un anno: se a
maggio 2009 mi accorgo che l’encefalogramma della pubblica amministrazione è ancora piatto, allora mi dimetto. Se invece si vedranno i primi risul-
“Mi do un anno: se a maggio
2009 l’encefalogramma della
pubblica amministrazione è
ancora piatto, mi dimetto”
tati della mia rivoluzione, allora sarà
il momento di cominciare a lavorare
di fino, comparto per comparto, e di
realizzare un progetto a cui tengo
molto, una grande scuola per la pubblica amministrazione che sia un hub
al centro di reti tra pubblico, privato,
istituzioni italiane e straniere, un catalizzatore del cambiamento”.
L’idea del ministro, che ha anche
un lato lib, ma in questa fase privilegia quello lab, è che la priorità non
sia una riforma sistemica con tagli
draconiani nell’apparato statale, ma
riportare le componenti del sistema
pubblico a fare il loro mestiere: “In
queste condizioni è un miracolo che
qualcosa funzioni, bisogna che la politica torni a comportarsi come un datore di lavoro, i dirigenti a dirigere. Il
mercato e gli utenti devono poter far
sentire la loro voce. I sindacati devono tornare a fare i sindacati, invece
che cercare di avere un ruolo da cogestori alla jugoslava”.
In passato ci hanno provato in tanti a riformare il più rigido segmento
del mercato del lavoro italiano, quello pubblico. Ma le difficoltà dei suoi
predecessori non preoccupano troppo il ministro, che è convinto di avere
dalla sua, oltre alla forza dell’entusiasmo, anche la macroeconomia: “Siamo nello slot temporale buono, perché l’ingresso nell’euro ci ha privato
dello strumento della svalutazione
competitiva che drogava la crescita,
ora siamo costretti a cambiare. Oggi
la gente si incazza più di prima perché è diventato palese che le imprese
e le famiglie muoiono se non possono
contare su una pubblica amministrazione efficiente”.
Fenomenologia del fannullonismo
I dipendenti pubblici vengono catalogati dal ministro in precise categorie: le vittime, “tre milioni di persone
perbene vilipese e violentate ogni
giorno dai fancazzisti, tre milioni di
lavoratori che fanno funzionare la
macchina dello stato, ma si trovano i
salari depressi perché le risorse vengono sprecate da quelli che lavorano
poco o male”. Poi ci sono le diverse tipologie di fannullone. C’è quello
ideologico, che, orgoglioso, teorizza il
fannullonismo come stile di vita. Poi
c’è il “radical chic”, che non lavora
per una forma di snobismo intellettuale. Il peggiore è forse il “radicalradical, che vede nella pubblica amministrazione il luogo ideale per coltivare il proprio odio verso il mercato
e la società”, è il tipo di fannullone
che ciclicamente finisce per essere
sedotto dalle sirene della violenza antistato, in stile anni Settanta. La categoria prevalente è però quella dei
“fannulloni opportunisti”, che non si
preoccupano di teorizzare il dolce far
niente, ma semplicemente si adeguano al malcostume generale. Sono tanti (e troppi), ma sono anche quelli più
facili da recuperare: “L’effetto Brunetta si sente già, a maggio abbiamo
registrato un calo del dieci per cento
dell’assenteismo, a giugno del 20. E
molte delle riforme non sono ancora
entrate in vigore. E’ bastato l’annuncio. Ma soprattutto ora c’è la sanzione
sociale, lo stigma sugli assenteisti che
non osano più raccontare al bar che
si sono dati malati per portare in vacanza il figlio, capiscono che il clima
è cambiato”, rivendica il ministro.
Dentro il decreto legge che ha anticipato a luglio i provvedimenti più
politici della manovra Finanziaria
2009 e ha fissato i parametri della politica economica per il triennio, Brunetta ha inserito gli “antibiotici” contro la malattia del fannullonismo. Il
bastone entra in vigore subito, per le
“vitamine” della carota (cioè premi e
incentivi, semplificazione burocratica per i piccoli comuni), bisogna attendere l’autunno, perché non avevano il carattere di urgenza richiesto
per includerle nel decreto legge. A
settembre è slittato anche il progetto
di offrire la possibilità alle università
pubbliche di diventare fondazioni capaci di attrarre finanziamenti privati,
“un’idea di Nicola Rossi, che io ho re-
Prossime novità. “Da gennaio
il cittadino potrà rivalersi contro
la pubblica amministrazione con
la class action”
cuperato e adattato, che può cambiare la faccia dell’università italiana.
Con il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stiamo valutando la
possibilità di estenderla a tutti gli enti di ricerca”.
I sindacati che protestano sotto le
sue finestre lo chiamano “decreto
Brunetta”, e il ministro non rinnega
affatto il suo contributo, anche se riconosce che “il merito è in gran parte
di Giulio Tremonti e del direttore del
Tesoro Vittorio Grilli, che da anni riflettono sulla riforma della procedura per l’approvazione della finanziaria”. Con questo decreto, spiega il ministro, “si lancia un segnale forte ai
mercati, dimostriamo che siamo in
grado di fare tutto subito, non sarà
più possibile l’assalto alla diligenza
perché la tradizionale Finanziaria
d’autunno diventa soltanto una tabella di bilancio”.
Reti amiche e un grande bypass
Di alcune misure presenti nel decreto, come la stretta su consulenze e
assenze (visita fiscale tutti i giorni, domenica inclusa, e a tutte le ore) o la
riduzione dell’uso della carta negli
uffici, si è già molto discusso. Brunetta ci tiene a spiegare altre due novità:
la class action e il progetto reti amiche. “Dal primo gennaio 2009, il cittadino consumatore, che finora non
aveva voce, potrà rivalersi contro la
pubblica amministrazione, con l’assistenza delle associazioni dei consumatori. In tempi brevissimi un giudice amministrativo verificherà se l’unità amministrativa contro la quale
agisce il cittadino ha rispettato gli
standard di qualità da essa stessa stabiliti. Se così non è stato, o si ripristina il diritto violato, o si caccia via il
dirigente. E’ un correttivo indispensabile in un mercato dove manca il piede invisibile che ne calcia fuori gli
elementi inefficienti”, spiega Brunetta, che accanto all’azione dal basso,
contro gli assenteisti, crede molto al
principio che “se educhi i vertici poi
l’intendenza segue”. L’altro provvedimento preferito del ministro è quello
delle “reti amiche”, che non costa un
euro allo stato ma può migliorare la
qualità di alcuni servizi: “Sarà un
grande bypass nel sistema. Oggi la
pubblica amministrazione è monopolista del contatto con l’utente, io voglio aggiungere nuovi punti di contatto, dove poter richiedere gli stessi servizi che fino ad ora solo l’impiegato
statale poteva offrire”. In concreto:
vado al supermercato e prenoto anche una visita all’ospedale, dal tabaccaio e richiedo un certificato, all’Aci
e sbrigo altre pratiche amministrative. Per i commercianti “l’incentivo è
che entrano più persone nei loro negozi, idem per i centri commerciali,
mentre altri soggetti come l’Aci han-
no tutto l’interesse a offrire una gamma più completa di servizi”. E il datore di lavoro, cioè Brunetta, avrà un
termine di paragone per misurare
l’efficienza dei suoi dipendenti, che si
troveranno in concorrenza con lo zelo
“Per uscire dalla crisi serve più
politica, cioè più Europa, più
globalizzazione e la fine dei
protezionismi”
dei tabaccai. E’ ancora presto per dirlo, ma se certe mansioni vengono
esternalizzate (o quantomeno condivise con soggetti non statali), poi si potranno tagliare alcuni posti di lavoro,
con risparmi per lo stato che non implicano alcun taglio all’offerta di servizi. Questo per il lato laburista del
ministro, il suo coté da direttore e
fondatore della rivista “Labour – Reviews of labour economics and industrial relations”. Per non lasciare
dubbi chiarisce: “Il berlusconismo è
il centrosinistra doc, noi riproponiamo la formula che ha portato al boom
economico dell’Italia”.
“Più servizi per tornare a crescere”
Ma gli elettori del centrodestra si
aspettavano (e continuano ad aspettarsi) anche la riduzione delle tasse,
paradigma essenziale del berlusconismo, magari finanziata proprio dai recuperi di efficienza dovuti alla cura
Brunetta. Il Dpef scritto dal governo,
invece, prevede la pressione fiscale
invariata nei prossimi tre anni. “Le
cifre del documento sono calcolate
sul livello attuale di crescita, intorno
al mezzo punto di pil – precisa il ministro – è chiaro che se si ha più crescita si possono tagliare le tasse. Io
miglioro i servizi, così da stimolare la
ripresa. Il mio obiettivo è trasformare
la pubblica amministrazione dalla
palla al piede che è stata finora in un
fattore di sviluppo. Oggi l’inefficienza
del settore pubblico ci costa tra il 30
e il 40 per cento della differenza di
crescita che c’è tra noi e gli altri pae-
si europei. Bisogna anche considerare che i miei risultati produrranno
l’effetto equivalente di una riduzione
della pressione fiscale, perché le tasse non sono alte o basse in astratto,
ma in proporzione alla qualità del
servizio che si ottiene in cambio”. In
ogni caso, spiega, “quello che è immorale non è la quantità di spesa pubblica, ma l’inefficienza, un abominio che
viene pagato dai più deboli che non
possono comprarsi nel mercato parallelo privato servizi che la pubblica
amministrazione non offre. Chi ha i
soldi non ha problemi, paga per avere gli arbitrati, la sanità privata, la
scuola privata”. Nel rapporto tra spesa (quindi tasse) e servizi offerti, Brunetta preferisce agire sui secondi, forte anche del sostegno trasversale che
la sua linea gli ha fruttato in questi
primi mesi: “La Confindustria è con
me, le piccole imprese mi amano,
opero con il totale consenso del presidente Berlusconi, dall’opposizione
nessuno ha contestato il contenuto
delle mie decisioni, solo i sindacati
sono un po’ nervosi”. Un capitale di
consenso che Brunetta potrebbe cercare di far fruttare per guadagnare
peso negli equilibri interni alla compagine governativa. Ma il ministro dal
doppio iPhone si schermisce: “Faccio
solo la mia parte”.
Il dialogo con Tremonti
Non c’è nessuna rivalità con l’apocalittico (e altrettanto popolare) Giulio “Robin Hood” Tremonti. Brunetta
è assai meno ventinovista del ministro
dell’Economia (“non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo”, ha detto nei giorni scorsi il professore di Pavia in un colloquio con il Foglio) e crede che un’inversione di tendenza nella congiuntura internazionale sia possibile “già dall’autunno, io sono ottimista”. Non è solo sulla diagnosi che i
due ministri sono diversi. Come Tremonti, anche Brunetta pensa che la
soluzione alla crisi attuale sia nell’avere “più politica”, un’espressione
che nel lessico tremontiano significa
ruolo attivo dello stato, salvataggio
pubblico per le banche in crisi, protezionismo quando necessario per difendersi dall’invasione delle merci a
basso costo, primato della politica sull’economia, abbandono dell’illusione
che il mercato si regoli da sé. La “più
politica” anticrisi di Brunetta, invece,
consiste nell’avere “più globalizzazione, più Europa, perché solo un’Europa più aperta che abbandona ogni
protezionismo può contare di più nei
nuovi equilibri mondiali. E’ la condizione per avere insieme soft power e
hard power, marte e venere”. Anche
la crisi energetica, con la crescita del
prezzo del petrolio che innesca l’inflazione nei paesi compratori, non si risolve con la lotta alla speculazione e
alla finanza derivata di stampo tremontista, dice Brunetta, “ma con 50
centrali nucleari, da cominciare a costruire subito, e con un cambio di approccio al mercato dell’energia, l’Europa deve diventare un compratore
unico, per avere più potere di mercato”. Sull’economia internazionale riemerge il lato liberal di Brunetta, che
sulle questioni interne viene invece
offuscato dall’anima laburista. Anche
la corsa dei prezzi delle materie prime, secondo il Brunetta lib, si può risolvere abbattendo le barriere che
proteggono l’agricoltura europea e
americana, “evviva la globalizzazione.
E anche, John Maynard Keynes, che
resta il mio punto di riferimento intellettuale, sarebbe d’accordo con me”.
Il pessimismo? “Lo skipper
muove il timone anche quando non
c’è vento: non serve, ma è meglio
che aspettare senza far nulla”
Alla domanda se alla crescita economica e alle aspettative dei consumatori giovino più le dichiarazioni di un
ministro ottimista o quelle di uno pessimista, Brunetta dà una risposta zen:
“Lo skipper continua a muovere il timone anche quando non c’è vento.
Forse serve a poco, ma è meglio che
aspettare senza fare nulla”.
ANNO XIII NUMERO 202 - PAG II
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
GUIDA LANGONE PER CHIESE E MESSE
Chiese spesso vuote nei centri storici, cappella dell’ospedale strapiena a Bagno a Ripoli (Fi)
a cura di
Camillo Langone
incensolo acetato, è capace di alleviare
ansia e depressione. Sarà questo che ci
aiuta a sopportare il via vai di turisti
con lo zainetto in spalla, analfabeti che
non sanno leggere i cartelli con cui i
monaci cercano, invano, di fermare le
visite durante le celebrazioni.
“Lo zelo per la tua casa mi divora” (Salmi 68, 10)
Ambizione
La presente Guida delle Messe recensisce la componente umana della
divina liturgia: il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia
anche in caso di prete indegno o di
canti strazianti) ma il suo potenziale di
conversione cambia di volta in volta e
di norma è sottoutilizzato. Come ha
scritto Joseph Ratzinger: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte
dal crollo della liturgia”. La Guida delle Messe vuole stimolare sacerdoti e
comunità a risollevare il culto divino,
affiancando il Papa nella sua azione.
L’obiettivo è la celebrazione di messe
più belle e coinvolgenti per avere
chiese più affollate e una società più
cristiana. Niente di meno.
* * *
FORMIA (Gaeta)
Sant’Erasmo
Clero secolare
Ascensione, domenica 4 maggio 2008
ore 18
“Qualcosa che né guerre né fascismi
e neppure repubbliche potranno mai
togliere a Formia: la sua costa lunata,
con da una parte la chiara Gaeta sul
promontorio, dall’altra il colle detto
Monte Giano, e poco più indietro l’aereo Castellonorato”. Citiamo Tommaso
Landolfi (“Se non la realtà”, 1960) per
dire che a Formia il panorama si presenta più divino della liturgia, che almeno per quanto riguarda la chiesa di
Sant’Erasmo, ex sede episcopale, ex abbazia benedettina, oggi è quasi muta,
spoglia, coperta da uno strato di polvere non solo metaforico: teste canute (i
giovani saranno al mare?), candele vintage (Enel), sito Internet non aggiornato (c’era scritto 18,30 e invece la messa
comincia alle 18). Forse è anche colpa
della nostra accidia: alle 10,30 ci sarà
stato quanto meno più entusiasmo.
ALASSIO (Albenga)
Sant’Anna
Domenica 8 giugno 2008, ore 8
Chiesa della Carità
Domenica 15 giugno 2008, ore 9
Clero secolare
Chiese diverse con diversi celebranti ma stesse dolci anomalie: la breve
durata della funzione (40 minuti a
Sant’Anna compresi i lunghi avvisi, ancora meno alla Carità), le croci di grandi dimensioni (a Sant’Anna sull’altare,
alla Carità di fianco) e soprattutto gli altari preconciliari, coi preti che perciò
tendono a dare le spalle ai fedeli per
buona parte della messa. Viene subito
in mente la tradizionale spilorceria ligure, che all’indomani del Vaticano II
potrebbe aver consigliato di lasciar
perdere costosi adeguamenti. Oppure
siamo i soliti malpensanti e l’integrità
degli spazi è dovuta invece al misticismo di qualche sant’uomo, magari di
quel monsignor Piazza che resse la diocesi di Albenga per venticinque anni
dopo essere stato consacrato dal cardinale Siri, che Dio l’abbia in gloria. Piuttosto insolito, per l’ora, anche l’affollamento: in entrambe le chiese molte
persone devono restare in piedi. Anche
i problemi sono paralleli: le numerose
sedie, le candele finte, i fiori spesso finti anch’essi, tremende luci colorate.
Due sole piccole differenze: a Sant’Anna c’è un fungo riscaldante (riporlo in
attesa dell’inverno no?), alla Carità tocca vedere dei cani, però silenti.
* * *
LECCO (Milano)
San Nicolò
Clero secolare
Domenica 1° giugno 2008, ore 18
“Non fare cose grandi ma fare anche
le cose piccole, della quotidianità, in
modo grande”. E’ una frase estrapolata
dalla predica, più coinvolgente della
media. Le sedute non saranno esteticamente il massimo ma sono occupate
tutte e una chiesa piena è sempre bella. Il portalumini non sarà un oggetto
d’arte ma sopra ci sono tanti lumini rossi accesi, poetica, incoraggiante visione.
Bernardino Luini, “Sposalizio della Vergine”, Beata Vergine dei Miracoli, Saronno
Un medio organo elettrico è sempre
meglio di una media chitarra. Da una
media liturgia della diocesi di Milano
stilla sempre una goccia di splendore
in più, potenza del rito ambrosiano, rispetto a una media liturgia di qualunque altra diocesi italiana, grande o piccola, settentrionale o meridionale. E
poi nella chiesa principale di “quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno” tra le ragazze c’è senz’altro
una Lucia.
* * *
SARONNO
Beata Vergine dei Miracoli
Domenica 1° giugno 2008, ore 11,30
Clero secolare
la scena, non deve meritare battute simili a quella con cui Dino Risi fulminò
un immodesto: “Quando vado al cinema e vedo un film di Nanni Moretti
penso: Spostati, Nanni, e lasciami vedere il film”. Per il resto poco da dire,
tutto nella media, salvo la meraviglia
della cera ardente (lumi e lumini) che
in una chiesa fredda come questa, panettone di cemento postbellico, non ci
aspettavamo.
* * *
UDINE
Madonna delle Grazie
Servi di Maria
Domenica 15 giugno 2008, ore 11
“Continuo a pensare che sia molto
più bella la messa in latino di quella in
italiano, continuo a pensare che il gregoriano sia molto più bello delle chitarre” ha detto il caro Marco Travaglio.
Noi, molto meno rigoristi di lui, riteniamo che anche la messa in italiano
abbia il suo perché. Sulle chitarre però
siamo assolutamente d’accordo. Nel
santuario della Beata Vergine dei Miracoli, magnifico tempio i cui affreschi
commossero Piovene, Testori, perfino
Stendhal, il canto viene accompagnato
da chitarra e organo elettrico. E quel
bellissimo organo a canne? Viene usato solo quando non ci sono le chitarre,
ci viene riferito: gli strumenti sono incompatibili e si produrrebbe soltanto
una gran confusione. Qual è il problema? Basterebbe abolire le corde e puntare tutto sulle canne. Benedetto, che
non è il Santo Padre ma una nostra
quinta colonna, ci fa notare inoltre: 1) la
moltitudine di sedie; 2) i lumini elettrici; 3) le confessioni durante la funzione
(mentre pare ovvio che non si debba
partecipare ai sacramenti, necessitanti
ognuno della massima concentrazione,
in modalità multitasking).
* * *
TRIESTE
San Pio X
Fraternità San Carlo
Ascensione, domenica 4 maggio 2008
ore 11,30
Si dice che le prediche di San Pio X
siano monotone, specie se confrontate
con quelle esuberanti di San Giusto,
ma a noi la monotonia non dispiace.
Predicatori troppo estroversi tendono a
prendere il sopravvento sulla parola di
Dio, l’unica che ci interessi in una chiesa (per la parola umana i pulpiti non
mancano). Come dice monsignor Ravasi “bisogna trovare una parola diafana,
rispetto al messaggio originale, che lasci filtrare la luce”. L’uomo di Dio non
deve coprire Dio, non deve ingombrare
Santuario tappezzato di ex voto in
cui il celebrante predica contro i miracoli. Per quanto ci riguarda la recensione potrebbe finire qui. Ma bisogna
superare lo scoramento e, per chiedere
la correzione del servita luteranoide (la
minimizzazione del soprannaturale è
tratto peculiare del protestantesimo),
inserire almeno un virgolettato. Eccolo:
“So addirittura che ancora oggi ci si
riunisce, anche in chiese non lontano
da qui, per chiedere le guarigioni. Ma
io sono scettico e non credo sia salutare questo genere di credenze e di attività”. Bene, il servita è uno scettico, noi
invece stiamo cercando l’indirizzo delle “chiese non lontano da qui”, così la
prossima volta ci andiamo. “Mi fanno
pena quei cristiani che sorridono quando sentono parlare di eventi soprannaturali. Mi viene voglia di dir loro: sì, anche ora ci sono miracoli; noi stessi ne
faremmo se avessimo fede!” scrive nel
“Cammino” san Josemaría Escrivá. Per
noi la pena è doppia perché la basilica
è affollatissima, quindi il danno è enorme. Il risultato di simili prediche lo abbiamo davanti agli occhi: alla consacrazione si inginocchiano in pochissimi, giusto le suore presenti e qualche
ottantenne. Tutti gli altri probabilmente considerano la transustanziazione
“una credenza non salutare”.
* * *
BAGNO A RIPOLI (Firenze)
Cappella dell’Ospedale
Santa Maria Annunziata
Clero secolare
Pentecoste, domenica 11 maggio 2008
ore 17
Gli atei maligni, secondo i quali le
chiese sono vuote, spesso non sanno
nemmeno che cosa sia una chiesa.
Chiesa non è soltanto la cattedrale, i
cui banchi sono raramente affollati, è
vero, ma per due motivi estranei al
presunto calo della pratica religiosa: 1)
il centro storico si è svuotato dei residenti; 2) l’edificio è nato già sovradi-
* * *
mensionato, per ragioni simboliche,
municipali, politiche, come spiega l’urbanista Marco Romano in “La città come opera d’arte”. Chiesa può essere
anche la cappella di un ospedale fuori
mano che all’esterno non sembra certo
contenere gremiti luoghi di culto. E invece i fedeli vengono anche da fuori,
dalla vicina frazione di Antella, per
partecipare alla messa delle 17, ben
più sentita di tante messe celebrate in
chiese vere e proprie. Sarà la consapevolezza del dolore e della morte a pochi passi, a suggerire l’abbandono di
ogni superbia per inginocchiarsi compatti alla consacrazione. Una piacevole sorpresa: la comunione è nelle due
specie, con l’ostia intinta nel vino. Per
una ragazza celiaca c’è un’ostia speciale, senza glutine.
* * *
TODI (Orvieto)
Santuario dell’Amore Misericordioso
Clero secolare
Domenica 1° giugno 2008, ore 18,30
nomi adespoti, senza santi e senza onomastico. Avranno solo compleanni e
ogni festa sarà un anno biologico di
meno, non un anno cristiano di più.
Chissà se il prete prima della cerimonia ha provato a far ragionare i genitori. Forse sì, visto che celebra con un
certo polso e quando entra un bimbo
con un gran palloncino azzurro lo blocca senza esitazioni: “Non siamo alla
fiera, porta il palloncino in sacrestia”.
Evidentemente è stato inutile, gli oltre
cento presenti sono in maggioranza
proto-umani: pochissimi si inginocchiano alla consacrazione, quasi nessuno canta (abbandonando il prete alle sue stonature), tutti applaudono dopo i battesimi (e vabbe’) e al termine
della messa (e vabbe’ un corno). Candele da trenta centesimi con cassa sorvegliata da telecamera. Grande porta
bronzea, opera recente (2004) dello
scultore Pietro Annibali: molto cattolica, cioè con molte figure.
* * *
FARFA (Poggio Mirteto)
Abbazia di Farfa
Benedettini
Domenica 6 aprile 2008, ore 11
Un santuario umbro fa immaginare
chissà quali vette spirituali ma Collevalenza non è Santa Maria degli Angeli, basta far caso all’architettura. In
questa chiesa in stile autogrill (ma almeno c’è il campanile), situata a pochi
chilometri dalla Todi di frate Iacopone,
la messa è complessivamente nella media. Sopra la media il coro di voci bianche (vari canti del Gen Rosso a cominciare da “Pane del cielo”) e l’atteggiamento devoto dei numerosi fedeli. Sotto la media l’arredamento liturgico:
particolarmente grave in un santuario
l’assenza di candele votive e la modestissima evidenza del crocefisso. Monsignor Guido Marini, maestro della liturgia pontificia, ha detto: “La posizione della croce al centro dell’altare indica la centralità del crocifisso nella
celebrazione eucaristica e l’orientamento esatto che tutta l’assemblea è
chiamata ad avere durante la liturgia:
non ci si guarda, ma si guarda a Colui
che è nato, morto e risorto per noi”. A
Collevalenza ci vuole vista d’aquila per
accorgersi del crocefissetto, laterale e
non centrale. “Figlio bianco e biondo, /
figlio volto iocondo, / figlio, per che t’ha
’l mondo, / figlio, così sprezzato?”
* * *
JESI
Duomo
Clero secolare
Domenica 22 giugno 2008, ore 11,30
Tre secoli dopo il battesimo di Giovanni Battista Pergolesi, nel Duomo di
Jesi vengono rigenerati nello Spirito
cinque bambini: Gioia, Luigi, Vanessa,
Chiara, Tommaso. Due su cinque sono
Le chiese benedettine non sono tutte uguali, alcune sono tenute male, altre bene: la basilica dell’abbazia di
Farfa è tenuta benissimo. Non una sedia offende le navate dove pregò il beato Ildefonso Schuster, in seguito ispira-
I simboli
Le candele , da una a cinque, sono
la valutazione dell’arredamento della
chiesa (soprattutto sedute e candelieri). I messali , sempre da uno a cinque, rappresentano invece la valutazione della messa. Il giudizio non è riferito al complesso della liturgia di
una chiesa ma alla singola messa celebrata nella data e all’ora specificate
(le messe cambiano molto a seconda
dell’orario).
to arcivescovo di Milano. Bellissimi i
candelieri di ferro battuto, foggiati ad
alberello, sui quali si appoggiano i lumini. I numerosi altari laterali sono tutti forniti di santini, contenuti in cestini
appositi. In un cappella c’è il librone
dove i visitatori possono scrivere le preghiere che poi saranno lette e fatte proprie dai monaci. Anche le messe benedettine non sono tutte uguali: qui la
messa è cantata, i coristi indossano una
tunica azzurra, i canti sono gregoriani o
comunque molto classici, l’organo a
canne compie il suo dovere. Il rito è
lento, solenne, con grande uso di incenso. A proposito: i ricercatori della
John Hopkins di Baltimora e della Hebrew University di Gerusalemme hanno appena scoperto che l’incenso, grazie a una sostanza psicoattiva chiamata
TERAMO
Duomo
Clero secolare
Domenica 15 giugno 2008, ore 10,30
Molto impegno e molti problemi,
uno dei quali irrisolvibile, nell’appena
restaurato Duomo di Teramo. E’ irrisolvibile lo spazio complicato e dispersivo, con pavimenti a diverse altezze, frutto di aggiunte e modifiche
operate nel corso dei secoli. Dalla parte più bassa della navata l’altare si vede poco ma per fortuna, udite udite,
viene usato il pulpito. Non è altissimo
e si trova nel presbiterio ma è pur
sempre un pulpito, con la sua brava
scaletta percorsa prima dalle lettrici
(qui impera la ginecocrazia) e poi dal
sacerdote per la predica. Parlare da
posizione sopraelevata aiuta a mantenere desta l’attenzione dei fedeli che
tendono invece ad abbioccarsi quando
entra in azione il coro, invisibile ma
assordante. Raffaele Bonanni, capo
della Cisl e cattolico praticante, ha rilasciato un’intervista in cui dichiara di
preferire, in contrapposizione al gregoriano, la “messa con chitarra” perché “ogni istante del rito deve coinvolgerti completamente”. E bravo Bonanni! Siccome è di Chieti gli sarà facile
venire a Teramo per verificare quanto
poco possa coinvolgere una “messa
con chitarra” (a tratti compare anche
l’organo ma i canti restano appunto
“da chitarra”). Pur se eseguita da un
coro volenteroso e ben preparato. Evidentemente il non-coinvolgimento, ad
esempio i fedeli muti, dipende da altri
fattori. Candeliere elettrico giustamente disertato.
* * *
CAGLIARI
Nostra Signora di Bonaria
Frati mercedari
Domenica 18 maggio 2008, ore 19
Al National Shrine di Washington, il
tempio nazionale del cattolicesimo statunitense (Papa Benedetto vi ha recentemente detto messa) candele votive di
cera ardono in ognuna delle numerose
cappelle. “Accendere candele votive è
una venerabile usanza nei Santuari” si
trova scritto. “Ogni fiammella accesa
rappresenta la fede dei fedeli e delle
loro ferventi preghiere affidate all’amorevole intercessione della Vergine
Maria”. A Washington, nel tempio moderno di una metropoli che guida il
mondo grazie alla tecnologia, il simbolo della preghiera è la cera, mentre a
Cagliari, in un santuario settecentesco,
ci si affida al filamento reso incandescente dalla corrente elettrica. Di freddezza in freddezza, la quasi totalità dei
presenti non si inginocchia alla consacrazione. Niente canti, predica breve.
ANNO XIII NUMERO 202 - PAG III
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
NICHI E IL SUO NICHINISMO
Poeta, politico, gay, comunista e cattolico. Un casino? No, Vendola
“C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una
gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una
fata un po’
tocca
che
ARCHIVIO
DAL FOGLIO DI SABATO raccontava
la storia bi2 LUGLIO 2005
slacca di una
bambina che sta sulla rocca e che ripete la mia filastrocca nata un po’ allocca e cresciuta barocca…”.
Nichi Vendola
Quella volta che trenta gatti gli
invasero la casa corse a chiudersi
in camera e disse a Franco
Giordano: “Abbaia, fai bau bau”
S
ono un fifone nato”, ripete Nichi.
“Da bambino ero buono e pieno di
paure: pauroso di tutto”. E dunque bene si capisce il parapiglia, quella notte
di vent’anni fa, in quella casa a pianterreno, zona Talenti, periferia est della capitale. Qui vivevano insieme Vendola, appunto, e Franco Giordano, attuale capogruppo di Rifondazione comunista a Montecitorio. Anni un po’
scombinati, senza capo né coda, dell’antica Fgci che si preparava a uscire
di scena. Nichi e Franco si conoscono
da una vita, nati persino lo stesso giorno, il 26 agosto. Franco un anno prima.
Quando a 18 anni Giordano era segretario della Fgci di Bari, Vendola guidava i giovani comunisti (quelli che c’erano) nella natia Terlizzi. La casa di Talenti, poi, era una casa che funzionava
con i suoi ritmi e i suoi tempi, mica roba di ordinario accasamento. “Una
specie di comunità – ricorda Giordano
– non sapevi chi veniva la sera, te ne
accorgevi solo la mattina dopo”. E qui
si verifica il fatto che bene racconta
delle paure vendoliane. Sera d’estate.
Giordano dorme nella sua stanza con
la porta finestra aperta. Nell’altra,
Vendola legge. Di colpo, nel cuore della notte, il futuro capogruppo si sveglia
con una strana sensazione. “Intorno e
sopra al mio letto, in tutta la camera,
c’erano forse trenta gatti. Comincio a
urlare: Nichi! Nichi!”. Che si affaccia
sulla porta, vede l’amico con gli occhi
sbarrati e la folla di felini e rientra di
corsa, chiudendosi dentro a chiave per
maggior sicurezza. L’unico conforto che
Giordano ebbe, nel momento del panico, fu Nichi che dietro la porta sbarrata consigliava: “Franco, abbaia! Franco, abbaia!”. E Franco, fissando i mici,
abbaiava: “Bau! Bau!”. I quali mici, fissando Franco, per niente spaventati e
piuttosto perplessi, non mostravano intenzione di voler abbandonare il campo. Se ne uscirono con comodo, a loro
piacere e a insindacabile convenienza.
Franco corse verso la porta: “Nichi, se
ne sono andati!”. Ma Nichi, rivoluzionario però prudente, non si decideva
ad aprire. “Restò chiuso a chiave per
ore, per paura che qualche gatto passasse di là”, rievoca Giordano.
* * *
Ma Nichi è pure coraggioso. Come
quella volta, ed è un quarto di secolo
fa, che dal palco del congresso della
Fgci annunciò pubblicamente: “Compagni, sono omosessuale!”. Stupore prima, ovazione poi, da parte delle giovani avanguardie rivoluzionarie. “E in sala c’è anche il mio fidanzato!”. Ohhh, e
nuova ovazione. Nichi scende in
trionfo dal palco, e la prima persona
che incontra lì sotto è proprio il suo
amico Franco Giordano. Corre ad abbracciarlo, lo stringe forte, lo bacia
(sulle guance). I fotografi sono scatenati. In mezzo al parapiglia, Franco sorride e si macera nel dubbio: “Oddio,
adesso che penseranno, che sono io il
La prima volta che entrò alle
Botteghe Oscure e “mi sembrò di
entrare in un Conclave, mi fece
più impressione di San Pietro”
fidanzato di Nichi? Mica per pregiudizio, ovviamente, ma la mia storia è
un’altra”. Fu comunque infine compiutamente accertato che il compagno
Giordano di Vendola era amico, amico
intimo, ma certo non fidanzato. Non
erano tempi, anche a sinistra, in cui dichiararsi omosessuale. Non erano, i comunisti, meno bacchettoni dei democristiani. Non avevano, molti, forse meno pregiudizi dei fascisti. Ha ricordato
Vendola, nel bel libro intervista con
Cosimo Rossi, “Nikita”, che “dentro
Botteghe Oscure, tolta la palese intolleranza di Giancarlo Pajetta, non ho in-
crociato che curiosità o grande affetto
e grande solidarietà”, ma è pur vero
che molto scompiglio sollevò nel partito un’incauta intervista del giovane figiciotto, che segnalava la possibile valenza rivoluzionaria del, diciamolo come si dice, pompino. Alessandro Natta,
allora segretario del Pci, quasi rischiò
un mancamento. Pietro Folena e il solito Giordano parecchio ci misero a
“calmare le acque”, mentre in pieno
Comitato politico nazionale Marisa Rodano intimò ai possibili omosessuali
vaganti nel suo orizzonte: “Se uno di
questi mettesse le mani su uno dei
miei nipotini gli darei subito una sberla”. O quella volta a Mosca, quando
sempre Folena e Giordano erano pronti a denunciare al mondo che le autorità sovietiche avevano “fermato il
compagno Vendola in quanto omosessuale”, e invece Vendola, ricorda qualcuno sorridendo, era forse solo stato
preso da momentanea passione “per
un compagno olandese della delegazione”. Ma pure, a Nichi piace più dire
che è omosessuale piuttosto che gay,
“non amo dare un’immagine variopinta, pirotecnica. Dichiararsi non è pettegolezzo, è carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza”.
Senza esagerare. Gli chiesero: se dovesse rinascere, rinascerebbe Pasolini? E lui, saggiamente: “No, perché
non vorrei morire ammazzato al lido di
Ostia”. Ha scritto Francesco Merlo:
“Vendola è il primo masaniello delicato e persino un poco effeminato della
storia d’Italia… Persino la sua omosessualità è rassicurante perché mai scandalosa né provocatoria, non è un luogo
di vizio e di morbosità ma di dolcezze
romantiche e di solidarietà leale”.
messo piede a San Pietro”, e “vidi da
vicino non una nomenclatura, ma un
conclave”. E i riti, i movimenti, la scenografia possono raccontare tanto una
cosa quanto l’altra: “Vedevo la solennità dell’incedere di Nilde Iotti, le irritazioni di Luciano Lama, il silenzio
pensoso di Paolo Bufalini, l’iracondia
ballerina di Alessandro Natta, la riflessività petrosa e scavata di Pietro Ingrao, l’intelligenza scattante di Gerardo Chiaromonte… Un monastero in cui
scorreva il sangue, non per una battuta
a Porta a porta, scrivendo un libro intero che era la risposta a un altro libro
intero; in cui un libro di storia del paesaggio agrario era un momento della
durissima lotta politica”. Così era, così
doveva restare. “Nel partito sono stato
trasgressivo e dissidente, volevo cambiare tutto, ma senza ucciderlo”.
* * *
Prima delle Federazione giovanile
comunista, Nichi aveva frequentato la
parrocchia. Ha raccontato a Cosimo
Rossi: “Sono stato nella Chiesa, nell’Azione cattolica, ho fatto il chierichetto.
Ma l’associazionismo cattolico era trop-
niente. E infatti Nichi, nella sua camera di Terlizzi – dove da presidente della Puglia torna la sera a dormire, e a
volte mamma Tonia fa trovare i cavatelli con i ceci, con “piccole olive salate, che spezzano il dolce del cece” – c’è
il ritratto di Giuseppe Di Vittorio, e infatti era dai tempi di Di Vittorio che
qualcuno non parlava più di braccianti, mentre Nichi e il Nichinismo si nutrono emotivamente di ciò che di quel
mondo resta, e dei personaggi che quel
mondo ha generato. “Il comunismo io
l’ho incontrato, e avevo i calzoni corti,
tra i braccianti e i vecchi compagni di
Terlizzi”. E quindi è tutto un popolarsi
del sindacalista Ciccillo, di “Marietta
‘dalle pezze vecchie’ che fu una vera e
propria pasionaria e capopopolo, di
Fabiola, “che mi dava sempre un goccio di Martini”, e di don Peppino Matteucci, “che era stato garibaldino alla
fine dell’Ottocento. Poi era diventato
prete. Infine, si era spretato per fuggire con donna Teresa”, e del carrettiere
“che si fermava con mio padre e mio
zio: erano comunisti, gente semplice”.
Quelli che lo conoscono, dicono che Nichi ha la lacrima facile, il ciglio bagnato, il singhiozzo poco trattenuto. “Si
* * *
“L’omosessualità è un pezzo del mio
scisma dalle due chiese. E’ stato il mio
scisma dalla chiesa comunista e dalla
chiesa cattolica. Perché le due chiese
hanno avuto in comune il registro della doppia verità… La doppiezza è stata
per me un muro di gomma. Un luogo
proibito. Per ragioni che non so spiegare e che, forse, hanno bisogno di essere spiegate dal mio psicanalista o dal
mio psichiatra. Non so” (Vendola in
“Nikita”, intervista a Cosimo Rossi).
Raramente riesce a trattenere una citazione dell’Ecclesiaste, “fuggi amore
mio come la gazzella sul monte degli
aromi”. In un’intervista ha quasi elevato a preghiera: “Il fascino e la follia
della croce, cioè la verità del mistero
dell’incarnazione, il figlio del Dio vivente, la sua sofferenza, la regalità capovolta, un re con una corona che è fatta di spine, un trono che è un legno incrociato, un trionfo che è un’agonia,
una morte: trovo che tutto questo parli
all’uomo moderno, che lo turbi, lo pro-
* * *
vochi”. Forse il Nichinismo avrebbe
preso corpo persino senza il comunismo, persino con maschia eterosessualità, persino senza il poetare. Ma non
senza don Tonino Bello. Fu del vescovo di Molfetta che Vendola si fece discepolo, che seguì nella Sarajevo sventrata dalla guerra. Lo costrinse a vincere molte sue paure. Sulla sua tomba
è andato appena eletto governatore
della Puglia. E quando parla di Bello,
sempre Nichi si commuove. “Evocava
magie celesti. Non so come facesse”. E
in uno scritto indirizzato al vescovo
scomparso: “In tutta sincerità, non ho
ancora fatto pace con la tua morte”.
Il Nichinismo ha memoria. Fa storia
con le sue piccole memorie. Vendola
era un bambino solitario, ha raccontato a Rossi, “soprattutto perché avevo
maturato un forte senso di diversità
dai miei coetanei per un fatto: non sopporto che torturino le lucertole. Ho un
trauma assoluto quando vedo… che dico quando vedo, quando immagino che
possano mettere una miccetta in bocca
a una lucertola per farla esplodere”. E
quella ferocia che spinge Nichi sul balcone, fa la sua tenda da indiano di Terlizzi con gli asciugamani del bagno.
Questa faccenda degli animali Vendola racconta che se l’è portata dentro
per tutta la vita. A tre anni, una notte lo
portarono di corsa a Bari: vedeva tutte
le cose intorno che si animavano e
prendevano forme di animali. Poi successe di nuovo, tanti anni dopo, mentre
attraversava in macchina un bosco:
“Improvvisamente i colori intorno a
me sono come sfumati, si sono ovattati
completamente i rumori, e ho sentito
la voce di mio padre di quarant’anni
prima che diceva: Nikita, Nikita, Nikita… Stai tranquillo, Nikita, è papà. Le
ombre di quelle foglie si sono animate
esattamente come quando avevo tre
anni: tutto ha cominciato ad animarsi,
a prendere forma di animali…”.
* * *
* * *
E qui entrano in campo le componenti essenziali di quello che possiamo
chiamare il Nichinismo, quella strana
creatura che ha conquistato il levante,
un po’ Nichi e un po’ comunismo, un
po’ visione bracciantile e un po’ orecchino, un po’ prete e un po’ gay, un po’
lacrime e un po’ versi alati, la grande
famiglia e pure il fidanzato. I più vendoliani, i cultori più entusiasti, dicono
che lì in terra di Bari il centrodestra
cominciò a perdere e il Nichinismo cominciò ad affermarsi quando il corteo
del Gay Pride attraversò i vicoli della
città vecchia nel 2001, con Nichi alla testa, e le vecchie popolane lanciavano
petali di fiori dalle finestre “come
quando passa il Santo”, e invece passavano checche e froci e transessuali,
profano tanto e sacro forse niente, pur
se nell’epica del Nichinismo quel profano quasi sacro si fa. E figurarsi che
Fini aveva invitato i baresi a sbarrare
le porte, e qualche anno dopo il cauto
e garbato Alfredo Mantovano addirittura gridava nei comizi che le mamme
di Puglia dovevano scegliere se volevano un figlio come Fitto o un figlio come
Vendola, e forse diceva tra un democristiano e un comunista, e magari pensava tra un figo eterosessuale e un ricchione con l’orecchino. Perché era il
senso, l’ovvio, quasi il naturale e certo
l’opportuno politicamente. E in fondo,
pur se espresso con toni più politicamente corretti, questo rimuginavano
dentro di loro alcuni del centrosinistra
quando Vendola vinse le primarie. Per
poi, come annotò Francesco Merlo su
Repubblica, scoprire che “gli apparati
del centrosinistra sono molto più indietro delle mamme pugliesi”. Nichi le
due chiese, di cui pure lamenta la doppiezza, le ha frequentate entrambe, entrambe amate, e poi entrambe cercate
(o ricercate) quando sembravano sfuggire. Quando era ancora bambino da
scuola elementare, Pietro Ingrao andò
a comiziare a Terlizzi, e lì passò la mano sul capo del giovane Nikita: “Preparati a diventare un buon comunista”.
E come una chiesa, così simile alla
Chiesa di cui parleremo più avanti,
Vendola vedeva e oggi rammenta il Pci.
Tutto dall’altra parte si rimanda, e lì si
specchiava. Entra per la prima volta a
Botteghe Oscure, “persino con più trepidazione della prima volta che ho
pensato nulla. Siamo stati proprio scemi, perché il nostro ragazzo soffriva e
aveva bisogno del nostro affetto”. E Nichi racconta che lui la famiglia l’ha
sempre vissuta come un romanzo di
Marquez o di Isabel Allende, come una
grande epopea, “come una storia di
storie, di voci. E la parola è sempre stato il tema fondamentale della mia educazione… Mio padre, ad esempio, ci ha
sempre impedito di imparare il dialetto. Mio padre e mia madre parlavano
in dialetto di nascosto dai figli”. E così,
“sulla sfondo della mia infanzia c’è un
mondo un po’ deamicisiano: una vita
domestica abbastanza giocosa, abbastanza timorosa delle cose di strada,
delle villanie”, c’è appunto il babbo comunista fervente e pure fervente religioso della Madonna di Sovereto.
Nichi Vendola durante la conferenza dei presidenti delle Regioni (foto G. Muir/Ansa)
po segnato dal machismo sportivo per
me. Non mi piaceva quasi nulla: il ping
pong, il calcio, il calcetto… Della vita
associativa cattolica proprio non mi
piaceva lo spirito di competizione che
c’era, mi pareva che fosse sempre una
gara”. Componente essenziale del Nichinismo è in ogni modo il rito, la cerimonia, certe movenze che all’infinito si
ripetono, come certi personaggi dell’immaginario che lo sostiene. “Mi piaceva fare il chierichetto, questo sì. Servire la messa era una cosa che mi dava
una discreta soddisfazione. Era quella
fase della mia giovane esistenza in cui
pensavo di poter ispirare la vita a san
Domenico Savio”. Questo san Domenico è morto giovanetto, e la mirabile santità della sua esistenza ispirava Nichi,
e magari più lo ispirava la sottile seduzione del suo sguardo. “Forse ero un
po’ innamorato, non lo so. Mi piaceva
l’immagine di quel giovane santo di cui
oggi non ricordo più niente se non quel
volto efebico a cui volevo ispirarmi”.
Dice persino Nichi: “Sono un estremista religioso, prima che un estremista
politico”. Perché poi “c’è un problema
di identità culturale: il mio ambiente
che è un ambiente cattolico, una culla
cattolica. Diciamo che è proprio un indicatore di un alfabeto sociale”.
* * *
Se sul telefonino Vendola ha la solita e abusata e noiosa icona del Che,
ogni estimatore del Nichinismo sa che
il barbuto comandante non serve a
commuove davvero – garantisce Peppino Caldarola, deputato diessino di Bari – è uomo di forti commozioni. E insieme una versione abbastanza originale del populismo, con una capacità
di dialogo senza precedenti”. Il Nichinismo richiede la memoria di queste
facce, di piccoli eventi che ricompongono un mondo. E insieme, lo stesso
Nichinismo è luogo dove il culto della
famiglia è massimo, dove l’aggrovigliarsi e l’attorcigliarsi di nonni e zii,
fratelli e cugini, nipoti e amici pare infinito, quaranta o cinquanta persone
che vanno in vacanza, e affittano quattro o cinque appartamenti, “e il rito
delle tombolate durava mezzo anno”. E
infatti della famiglia Vendola parla
quasi più che del comunismo. Persino
quando confessò la sua omosessualità
– e aveva pure portato qualche fidanzatina a casa, “il mio immaginario era
costruito sul maschile, ma la mia curiosità innata mi portava a tuffarmi sul
maschile” – persino allora dalla famiglia poteva venire il peggio, “è stata il
terminale degli uomori fobici del tessuto comunitario”, ma poi anche il meglio (o qualcosa di meglio): “Ma è stata
– come dire? – articolata nel suo sforzo.
Il luogo più protettivo resta quello materno, che è quello più predisposto, anche per ragioni sacrificali, alla comprensione. Non fu una storia facile. Fu
una storia molto complessa”. E la
mamma di Nichi, del Nichinismo vera
e propria icona, ora racconta tranquillamente ai giornali: “Noi non abbiamo
mai fatto domande, non abbiamo mai
Fu deputato per la prima volta nel
’92, l’onorevole Vendola. Il Nichinismo
era molto là da venire. E i compagni di
Rifondazione ricordano ancora la battuta che fece Lucio Magri: “Dopo la prima grande unificazione, quando gli
operai di Torino hanno eletto loro deputato il meridionale Antonio Gramsci,
ora siamo alla seconda grande unificazione, con i braccianti meridionali che
eleggono loro rappresentante in Parlamento un omosessuale”. Ora, tanti anni dopo, il diessino Caldarola, che pure sulla sua candidatura non pochi
dubbi aveva, scrive: “Magia di un nome. Se dici ‘Nichi’ in Puglia, tutti sanno di chi parli. La magia di un nome o
di un soprannome fa storia a sé. Nessuno avrebbe scommesso una lira su
Doroteo Arango Arambula se non avesse deciso di chiamarsi Pancho Villa”. E
nientemeno il Secolo d’Italia, recensendo un suo libro di poesie, gli attribuisce “il leopardiano pensiero poetante”. Ma Caldarola ha ragione: il nome è (quasi) tutto. Senza nome non
avremmo oggi il Nichinismo che sale
dalla Puglia. E senza Nichi, forse Fitto
ce l’avrebbe fatta (e sarebbe ancora il
figliolo ideale per le mamme pugliesi).
* * *
Componente essenziale del Nichinismo è la religiosità. Non i passaggi in
chiesa e la pratica da chierichetto. C’è
che come niente, Nichi prende a parlare della croce, di Dio, della fede. Persino al congresso del partito, per quasi
un’ora e mezzo, “ho potuto parlare del
Dio che danza la vita e che è il Dio dei
miei pensieri notturni”. E’ un altro
confine che il Nichinismo ha spostato
in avanti, questo della religione. Non
che altri politici (di questi tempi, poi)
mostrino un certo ritegno ad affrontare l’argomento, ma è una questione di
accenti e di aggettivi che rendono il discorso di Vendola, del comunista Vendola, dell’omosessuale Vendola, diverso. Un fervore a volte predicatorio, intenso spesso. Gli amici dicono che è la
sua anima di poeta, i dubbiosi che pure ci sono nella sinistra che lo circonda, preferiscono non approfondire. Fino a poco tempo fa, ancora sognava di
studiare teologia, adesso ha preso a
tuffarsi persino nelle pagine di don
Giussani. Ha esagerato (ma senza ammettere di aver esagerato): “La miglior
lettura per un comunista è la Bibbia”.
Quando rilasciò un’intervista
sulla rivoluzionarietà del pompino
e la Rodano disse: “Se questi
s’avvicinano ai miei nipotini…”
* * *
C’è un prima e un dopo. C’è Nichi
Vendola e poi il Nichinismo. Quando
guarda fuori dalla finestra del suo ufficio di governatore, sul lungomare Nazario Sauro, a volte ripensa alla casa
romana, a Campo de’ Fiori, e un lungo
giro che lo ha riportato a Terlizzi, a casa. E il governare non è sempre reso
più facile dal poetare, e le durezze della quotidiana amministrazione in due
mesi qualche segno hanno lasciato.
Qualche antica amicizia che forse si è
persa, rotture politiche, tensioni con i
partiti. Ambizioni umane, troppo umane. Come gli assessorati. E la polemica
sui centri per gli immigrati. E adesso la
nomina di un no global alla guida dell’acquedotto pugliese, “mi considero
soprattutto un militante dell’acqua”.
* * *
Se sopravviverà al sogno che ora deve farsi realtà, ai giorni straordinari in
cui pure “lu Santu Lazzaru” si spendeva per Nichi in campagna elettorale, a
quando l’orecchino fu da altri messo al
lobo in segno di solidarietà (mentre
prudentemente Casini mandava in dono un paio di gemelli a forma di falce e
martello), e su Internet il nuovo governatore diventava “Niki Trek, The First
Generation”, ecco, allora si vedrà se il
Nichinismo ha un futuro. Ha preso la
comunione da Ruini, ha salutato il Papa, “uno dei teologi più acuti, più raffinati e dal pensiero più potente”, poi
del Papa si è lamentato per la sua posizione sulle unioni gay, “parole che ricordavano i canonisti seicenteschi ‘turpe at iniqua luxuria’. Che peccato”. Ma
tutto questo, in fondo, poco importa.
Mantenere il sogno, questo è il difficile. Se sarà solo governatorato quotidiano, vita breve avrà il Nichinismo.
* * *
Dicono quelli che lo incontrano a Bari, che a volte Nichi dà l’impressione di
voler essere come altrove. Dicono che è
un po’ affaticato: per la prima volta forse costretto a non valicare “un limite di
imponderabile anarchia nei miei sentimenti e nel mio modo di relazionarmi”.
Il Nichinismo, ovviamente, non può fa-
Dice Caldarola: “Nichi piace
moltissimo alle donne pugliesi. Se
lo mangiano con gli occhi. E poi
mormorano: peccato…”
re a meno di Nichi. E i nichinisti sono
ancora su un terreno indefinito. Tutto
può essere sorpresa, come quando con
Giordano andò a salutare dei partigiani,
e mentre stringevano la mano a un anziano, questa rimase nelle loro, di mani.
“Restituiscila!”, urlava Nichi a Franco
fissando l’arto artificiale. Ma mica l’imbarazzo si supera così facilmente. Ogni
sorpresa è possibile, quindi. Come questa. Dice Caldarola: “Forse non gli fa
piacere se lo dico, ma Nichi piace moltissimo alle donne pugliesi. Se lo mangiano con gli occhi. E poi mormorano:
peccato…”. (SDM)
ANNO XIII NUMERO 202 - PAG IV
IL FOGLIO QUOTIDIANO
DOMENICA 27 LUGLIO 2008
ICH BIN ALLA BERLINA
Weeklypedia, atto secondo. Intercettando il caso Tavaroli su Wikipedia si scoprono alcune curiose coincidenze
Il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, a Berlino (foto Reuters)
di
Luca Sofri
Ted Neeley (Ranger, Texas, 20 settembre 1943) è un attore, cantante, batterista e compositore statunitense. E’ divenuto famoso per aver interpretato Gesù
Cristo nel film Jesus Christ Superstar,
trasposizione cinematografica del musical di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber.
Dotato di una voce alta e graffiante ha
dato in quest’ultimo un’ottima interpretazione di un Cristo piccolo, umano, considerato da molti “finito” ed insignificante, come una rockstar non più amata.
Non avevo mai visto Jesus
Christ Superstar. E sono quelle
cose che se non le vedi allora,
dopo ti sembrano un po’ ridicole
Non avevo mai visto Jesus Christ
Superstar. E sono quelle cose che se
non le vedi allora, dopo ti sembrano
per forza un po’ ridicole. E però certe
canzoni, e l’idea dell’allestimento, e
le scene, insomma mentirei se vi dicessi che sono restato sveglio fino alla fine, ma capite che era una sera
d’estate, la notte prima avevo dormito male in traghetto, cioè non è colpa
del povero Gesù, che già gliene capitano parecchie. Comunque sapevo come andava a finire, direte voi.
Mia moglie invece ne è una grande
fan da quando aveva tredici anni, e si
è un po’ risentita. Voleva raccontarmi
delle cose di Ted Neeley, ma forse a
quel punto dormivo già. Leggo su
Wikipedia che nella versione
broadwayana del musical lui voleva
fare Giuda, ma la parte fu data a Ben
Vereen, e allora ripiegò su Gesù.
Un uovo alla coque è un uovo cotto
nel suo guscio in acqua portata ad ebollizione, per la durata di tre minuti. Questo tipo di cottura permette di solidificarsi al bianco lasciando liquido il rosso.
Quando ho letto che il direttore del
Foglio sanciva la sua distanza dagli
animali dicendosi capace di cuocere
“un uovo alla cocque”, ho voluto controllare. In quanto umano, conosco la
mia capacità di errore. Ma in effetti,
si scrive coque, senza l’acquosa ci in
mezzo. La differenza tra il direttore e
il leone da lui citato è comunque confermata: il leone infatti non lo sa fare,
ma non avrebbe mai sbagliato a scriverlo.
Giuseppe D’Avanzo (Napoli, 10 dicembre 1953) è un giornalista italiano,
che attualmente scrive sul quotidiano
La Repubblica. Laureato in filosofia e
giornalista professionista, dopo aver lavorato al Corriere della Sera, nel 2000 è
approdato a La Repubblica. Ha curato
con il giornalista Carlo Bonini, suo de-
cennale collaboratore, i principali scoop
investigativi nei quali la cronaca nera s’è
incrociata con la politica, soprattutto
estera e militare.
Nel casino del caso Tavaroli di
questi giorni, le due cose più leggibili sono state quelle personali: la lettera incazzatissima di Fassino a Repubblica che usava il verbo “sputtanare”,
e il tentativo di giustificarsi di Peppe
D’Avanzo con l’argomento “guarda
che è capitato anche a me”. D’Avanzo
raccontava di come una calunnia sul
suo ricever soldi da De Gennaro sia
arrivata fino a un’interrogazione parlamentare da parte di Francesco Cossiga e su Wikipedia. La formula che si
trova oggi sulla pagina di Wikipedia
dedicata a D’Avanzo è questa:
“Spesso, le inchieste del team Bonini-D’Avanzo hanno fatto discutere.
Probabilmente per reazione a tale
ricca messe informativa, s’è più volte
affacciata l’ipotesi che D’Avanzo e Bonini abbiano fonti direttamente nel
mondo degli agenti segreti. Tale ‘fisiologico’ precipitato delle rivalità tra testate ha registrato un’impennata dopo
la scoperta (nel caso Telecom-Sismi)
che il giornalista Renato Farina era a
‘libro paga’ del Sismi: Francesco Cossiga ha presentato un’interrogazione
parlamentare in cui si chiede se D’Avanzo e Bonini siano con l’ex capo
della polizia Gianni De Gennaro in
rapporto di giornalista-fonte, o se invece dal secondo ai primi vi sia stato
passaggio di danaro”.
La cosa strana è che il passaggio fu
inserito già praticamente identico da
chi creò per la prima volta questa pagina, l’11 giugno 2007 (i successivi aggiornamenti e modifiche di Wikipedia
sono consultabili da tutti). Se non mi
sfugge qualcosa, quindi, ciò che dice
Wikipedia non è in sé calunnioso –
benché non mi sfugga il potere di una
balla anche se riportata avvisando
che forse è una balla –, riportando come fatto l’interrogazione parlamentare di un senatore della Repubblica:
chi si occupa di Wikipedia definisce
“non enciclopedico” il tipo di informazione vera ma di dubbia rilevanza
o senso nell’ambito trattato. Si può discutere se la scelta di riportare quel
fatto sia quindi stata opportuna o no:
ma di certo non se si usano gli argomenti esposti da Repubblica in questi giorni sulla necessità di raccontare tutto e non nascondere niente: allora lo è senz’altro, no? Tant’è vero
che da allora né D’Avanzo né nessun
altro ha ritenuto di intervenire per
chiedere la rimozione o la modifica
del passaggio (avrebbe potuto farlo
anche personalmente in pochi secondi).
Ma ho voluto capire se era vero –
come ha raccontato D’Avanzo – che la
storia fosse stata messa su Wikipedia
da un computer del Senato. E anche
questo è facile da ricostruire. La voce
“Giuseppe D’Avanzo” di Wikipedia è
stata creata come dicevo l’11 giugno
del 2007. E l’indirizzo IP del computer
che l’ha creata è in effetti registrato
al Senato della Repubblica. Perché
qualcuno dentro il Senato dovrebbe
non solo mettere in rete un’affermazione che accusa un giornalista, ma
addirittura creare una pagina di
Wikipedia dedicata a quel giornalista
in generale? Probabilmente la seconda cosa è legata alla prima: lo stesso
indirizzo IP ha pochi minuti dopo
creato anche la voce “Carlo Bonini”,
che è ancora più parca: sette righe di
cui quattro dedicate alle “critiche
sulle fonti” di Bonini, in questo caso
assai più pretestuosamente che in
quello di D’Avanzo. Certo, si scopre
anche che i computer legati allo stesso indirizzo (e quindi sempre all’in-
terno del Senato) sono intervenuti negli ultimi tre anni su una massa notevole di voci, con più di seicento inserimenti. Solo alcuni esempi: Tagliacozzo, Big bang, Total, villa Adriana,
Stefano Passigli, pallamano, Francesco Cossiga, esogeno, Bettino Craxi,
Fratelli Wachowski, Lio, Il nome della rosa, Eugenio Scalfari, Jaco Pastorius, Enrico Deaglio, Punjab, solecismo, Giulia Steigerwalt, Arte cinese.
Peaches Honeyblossom Michelle Charlotte Angel Vanessa Geldof (16 marzo
1989) è una “socialite” britannica e occasionale conduttrice televisiva. Peaches
Geldof è nata a Londra nel 1989, seconda figlia di Bob Geldof e Paula Yates. E’
la nipote di Hughie Green. Le sue sorelle
sono Fifi Trixibelle Geldof (1983) e Pixie
Geldof (1990): ha anche una sorellastra
più giovane, Heavenly Hiraani Tiger Lily
L’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, in Parlamento (foto Reuters)
Hutchence (1996). E’ cresciuta a Chelsea, e attualmente vive a Islington.
Un “socialite” è una persona nota
per far parte di una società e alla moda
che partecipa regolarmente ad attività
mondane e passa molto tempo divertendo e divertendosi: ma anche offrendo
parte del suo tempo e impegno ad attività benefiche o filantropiche. Di solito i
“socialites” possiedono una ricchezza
considerevole, ereditata o guadagnata,
che permette loro un’assidua frequentazione di occasioni di questo genere.
Molte delle voci che consulto si trovano nella versione anglo-americana
di Wikipedia, assai più ricca di quella italiana (eccetto che per le voci più
specificamente nazionali). Nel caso di
Peaches Geldof mi trovavo in difficoltà a tradurre qui il suo titolo di
“socialite” e ho tratto da Wikipedia
anche quella definizione.
Peaches Geldof è spesso sulla stampa pettegola e non, in Inghilterra:
questa settimana si è scritto di una
sua overdose, e la notizia è arrivata
anche sui quotidiani italiani. Poi un
suo portavoce ha spiegato che era solo svenuta per aver respirato i vapori
della tintura bionda che usa frequentemente, ma sinceramente non saprei
a chi credere. La ragazza è una passione dei tabloid, per la famiglia da
cui viene e le scemenze che va facendo in giro, ma ha una storia molto incasinata. E’ la figlia di Bob Geldof,
quello dei Boomtown Rats e del Live
Aid: quello nominato dalla regina sir
Bob Geldof, anche se da irlandese
non potrebbe farsi chiamare “sir”. La
moglie di Geldof, Paula Yates, era una
nota giornalista televisiva. Lo lasciò
nel 1995 per Michael Hutchence, il
cantante degli australiani INXS, e
andò a vivere con lui e con le tre bambine avute con Geldof. Nacque un’altra bambina, figlia di Hutchence. Ma
lui dopo due anni morì strangolato in
circostanze mai chiarite con certezza:
l’autopsia sancì il suicidio, ma si
parlò di autostrangolamento a fini autoerotici e di altre cose torbide. Paula Yates, già vittima di crisi depressive e di pesanti aggressioni da parte
dei media e del pubblico britannico
(un altro scandalo fu la rivelazione
che il suo vero padre era il presentatore di quiz televisivi Hughie Green e
non Jesse Yates, conduttore di programmi religiosi), fu trovata morta
per un’overdose di eroina, a casa sua,
nel 2000. Aveva quarant’anni. Bob
Geldof ottenne la custodia delle sue
figlie e anche di Tiger Lily, ovvero la
figlia orfana di Hutchence e della sua
ex moglie.
“Ich bin ein Berliner” è la celebre
frase pronunciata dal presidente degli
Stati Uniti d’America John F. Kennedy
durante il proprio discorso tenuto a Ru-
dolph Wilde Platz, difronte al Rathaus
Schöneberg il 26 giugno 1963 mentre era
in visita ufficiale alla città di Berlino
ovest. La frase tradotta in lingua italiana significa: io sono un berlinese. La frase fu pronunciata con l’intento di comunicare alla città e alla Germania stessa,
seppur entrambe divise, una sorta di vicinanza e amicizia degli Stati Uniti dopo il sostegno dato dall’Unione Sovietica
alla Germania est nella costruzione del
Muro di Berlino come barriera che impedisse gli spostamenti dal blocco orientale socialista all’occidente libero. Il discorso è considerato uno dei migliori di Ken-
Dopo il discorso berlinese di
Obama, tutti a ricordarsi di quella
volta di John Kennedy. “Io sono una
ciambella”? E’ una balla
nedy, e un momento celebre della Guerra fredda. Fu un grande incoraggiamento morale per gli abitanti di Berlino ovest, che vivevano in una enclave all’interno della Germania est da cui temevano
una invasione. Parlando dal balcone del
Rathaus Schöneberg (Municipio del
quartiere di Schöneberg, allora sede dell’amministrazione comunale dell’intera
Berlino ovest), Kennedy disse: “Duemila
anni fa l’orgoglio più grande era poter
dire civis romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque
essi vivano, sono cittadini di Berlino, e
quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!’”.
Dopo il discorso berlinese di Obama, tutti a ricordarsi di quella volta
di John Kennedy. E qualcuno ha ritirato fuori la vecchia leggenda da salotto per cui la frase kennedyana sarebbe stata in realtà una gaffe di cattivo uso della lingua, significando in
realtà “Io sono una ciambella”. In effetti la cosa fa ridere, e a raccontarla
si fa sempre bella figura: ma è una
balla. Solo in alcune altre parti della
Germania “berliner” è il nome di
una specie di krapfen: non a Berlino
dove nessuno equivocò. Nemmeno
Wikipedia sa risalire alle origini della leggenda, ma racconta di come sia
avallata anche in “Gioco a Berlino”
di Len Deighton.
Altre voci che ho cercato questa settimana:
Oak Fund
Hayley Legg
Antropolatrico
Torregaveta
Fist jab
Dorina Bianchi
Tongue in cheek
Hello Spank
Knol
Erpetologo
Len Deighton