Documento programmatico

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Documento programmatico
L'esperienza in Provincia. Cinque anni fa qualche volta mi capitava, prima delle
elezioni, di salire le scale della Provincia. Spesso e volentieri il mio sguardo andava ad
incrociarsi con l’albo dei presidenti. Devo dire che ogni volta mi si stringeva un po’ lo
stomaco a pensare che il mio nome potesse comparire in quell’albo. Devo dire però che
non avrei mai pensato che sarei stato l’ultimo presidente della Provincia. È una cosa che
sinceramente non avevo messo in conto. Sono stati cinque anni nei quali è veramente
successo di tutto: una crisi economica e sociale spaventosa; l’abolizione nei fatti, prima
che per legge, delle Province; una crisi istituzionale di fiducia che conosciamo tutti e
ogni anno una calamità dietro l'altra fino alla grande nevicata, al “terremoto bianco” di
due anni fa. Diciamo che non ci siamo fatti mancare nulla in questi cinque anni. Una
crisi, fra l’altro, vissuta psicologicamente peggio di altri. Mi capita spesso di
confrontarmi con i miei amici e colleghi sulla crisi. Tutti i dati dicono che noi stiamo
meglio. Ma psicologicamente la stiamo vivendo molto peggio che da altre parti d’Italia,
perché non eravamo abituati. Da noi la disoccupazione non esisteva: il 2,7 per cento era
un dato fisiologico, non lavorava chi non voleva lavorare o chi cercava un lavoro
migliore o attinente ai propri studi. Pensare, qualche anno fa, che i nostri figli non
avrebbero trovato lavoro era fantascienza. E invece, purtroppo, oggi è la dura realtà. La
tenuta sociale non è un fatto consolidato, acquisito per sempre, proprio perché la stiamo
vivendo anche peggio di altri. Abbiamo avuto a che fare con bilanci che non
quadravano in nessuna maniera. Nella legislatura scorsa, la Provincia aveva 95 milioni
di entrate. Nell'ultimo bilancio di previsione che abbiamo fatto sono solo 38 milioni. Di
questi, 22 milioni sono costi vivi di personale, 10 milioni sono spese di funzionamento.
Si comprende solo da qui la natura della fase che abbiamo dovuto gestire, difficilissima:
nel mezzo i problemi delle scuole, i problemi delle strade, i problemi che interessano i
cittadini. E’ stata un’esperienza molto tosta ma anche indubbiamente formativa. Che mi
ha portato ad amare ancora di più la nostra terra: una terra straordinaria, dal Catria e
Nerone al San Bartolo, dal Montefeltro alla Valle del Cesano. Una terra splendida,
piena di gente tosta, con potenzialità infinite. Le tante idee si sono scontrate con la dura
realtà dei conti. Nonostante questo abbiamo provato ad andare avanti, abbiamo cercato
sempre la strada dell’innovazione e soprattutto abbiamo cercato di essere vicini,
quotidianamente, a chi soffriva, a chi lavorava, a chi non ce la fa. Ottanta tavoli
anticrisi, con soddisfazioni e delusioni. Quante delusioni quando siamo dovuti andare a
dire agli operai della Morbidelli che quella fabbrica chiudeva. Quante delusioni quando
siamo stati presi in giro dal Cantiere Navale, una delle più grandi imprese del nostro
territorio. Certo, anche qualche soddisfazione quando, nel bene e nel male, la questione
della Berloni si è in parte risolta ed è ripartita. Quando abbiamo contribuito a salvare
aziende importanti come la Tallarini. E’ stato un lavoro molto gratificante: ogni volta
che tornavo a casa, dopo ore e ore estenuanti di trattative per salvare un posto di lavoro,
avevo la sensazione di avere fatto il mio dovere.
Sobrietà e rinnovamento della politica. Abbiamo provato soprattutto a dare il buon
esempio e il nostro contributo al rinnovamento della politica, facendo della sobrietà e
dell’approccio popolare la nostra parola d’ordine. Ancora mi ricordo le battutine di
quando ho rinunciato all’auto blu per scegliere una Multipla a metano per girare la
provincia. Mi dicevano: “Questo fa la propaganda”. Oggi fanno tutti così. Forse, se la
politica si fosse accorta prima che doveva dare un segno di sobrietà, non saremmo nella
situazione nella quale siamo. E la scelta della macchina non è soltanto un risparmio.
Certo c'è anche quello. E abbiamo fatto un conto: in questi cinque anni abbiamo
percorso 300mila chilometri, risparmiando 20mila euro. Ma la sobrietà non è solo
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risparmio. La sobrietà è un modo di porsi alla pari con i cittadini. Non mi ci vedevo ad
arrivare a un picchetto davanti alla fabbrica con l’auto blu e magari il lampeggiante. La
sobrietà è ritrovare un contatto diretto con i cittadini, alla pari. Una delle prime cose che
ho dovuto fare è stato chiudere il “Centro Benessere”. Fa un po’ ridere che in Provincia
ci fosse un luogo dove si facevano i massaggi e il pilates, però era così. Una delle prime
cose che abbiamo chiuso è stata questa: che senso aveva in un momento come questo?
Così come quando abbiamo ridotto i dirigenti, abbiamo risanato Megas.Net e abbiamo
rinunciato ad una parte della nostra indennità per tenere aperto il Centro Antiviolenza
sulle donne. Una struttura che dà un servizio straordinario a decine e decine di donne
che finalmente trovano il coraggio di denunciare il proprio stato, in una società che
purtroppo è ancora violenta nei loro confronti e in una città che ha vissuto, negli ultimi
anni, anche episodi molto traumatici: il caso di Lucia è il più eclatante di tutti e ha
sconvolto la nostra città.
Diciamo questo anche per fare un appello, perché questo Centro potrà continuare a
crescere se avrà il contributo dei cittadini. Noi dobbiamo segnare il livello di civiltà
anche attraverso un servizio come il Centro Antiviolenza.
«La rivoluzione è anche fare il proprio dovere». Come ricorderete, a settembre del
2012 in questa città si è aperto un grande dibattito sulla stampa: “Che cosa farà Ricci?
Dove andrà Ricci? Va a Roma? Rimane in Provincia? Fa come Schettino, abbandona la
nave?”. In quei giorni, quando portavo mia figlia a scuola, incontravo spesso
l’ingegnere Caturani. Il mio grande riferimento personale, ormai pesarese da sempre,
che però ha mantenuto l’accento napoletano delle sue origini. Ogni giorno mi prendeva
sottobraccio e mi diceva: “Matteo, non fare u’ fesso”. Non ho fatto il fesso, ho fatto la
cosa giusta: sono rimasto al mio posto, perché non c’è cosa più rivoluzionaria in Italia
che fare il proprio dovere. L'ex presidente delle Province italiane Giuseppe Castiglione,
invece, che doveva dare l’esempio, è stato il primo a scappare. Il primo che si è
dimesso. E siccome in Italia premiamo i comportamenti virtuosi, oggi fa anche il
sottosegretario all’Agricoltura. Mi hanno detto: “L' Italia va così, non arrabbiarti”. No,
io non mi rassegno, la buona politica non è questa, la buona politica è prendersi le
proprie responsabilità fino all’ultimo giorno e cercare di portarle avanti a testa alta
nonostante le difficoltà nelle quali ci si trova.
Nuovi assetti. Le Province si trasformeranno e diventeranno enti di secondo livello.
Cioè un ente gestito dai Comuni, con funzioni di area vasta: strade, scuole, eccetera. Ma
senza soldi: questo sarà il problema principale. Cambia tutto, ma cambia tutto
soprattutto per la nostra terra, perché noi siamo una terra di confine, non siamo una
provincia come le altre. E allora, in questi ultimi mesi tante persone - le più varie - mi
hanno chiesto ripetutamente di impegnarmi per la città, candidandomi a sindaco. Uno
dei motivi principali per cui ho accettato questa sfida è proprio questo: la tenuta
economica e sociale del territorio provinciale. Il prossimo sindaco di Pesaro non potrà
avere lo sguardo che non arriva alla Chiusa di Ginestreto. Il prossimo sindaco di Pesaro
dovrà accollarsi le ansie, i problemi, le potenzialità non solo dei pesaresi ma di tutti i
cittadini della provincia, compresi quelli di Frontone e di Carpegna. La prossima
Provincia probabilmente avrà un presidente che sarà un sindaco delle aree interne,
questa è la mia idea. Ma è evidente che il Comune di Pesaro avrà un grande ruolo per
tenere unito il territorio: un ruolo di avanguardia, un ruolo di spinta. O vogliamo tornare
a vecchie contrapposizioni costa-entroterra, vecchi campanilismi fra Pesaro e Fano? Per
questo è importante che il Comune di Pesaro si renda conto, oggi più che mai, di avere
una grande responsabilità provinciale.
La nostra storia. Del resto, questa è anche la nostra storia, questi sono i nostri “musi
neri”. In questo caso il nero non è il colore dell’etnia, il colore della pelle: il nero è il
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carbone che si depositava nei volti dei lavoratori che dal nostro territorio sono partiti per
andare nelle miniere. E’ la storia della mia famiglia, dei miei nonni, ma è la storia di
migliaia di famiglie del nostro territorio. Tante volte mi sono chiesto che cosa avrà
spinto quei giovani ad andare in un posto che non conoscevano. Non sapevano neanche
dov’era il Belgio, non conoscevano la lingua, vivevano nelle baracche. Entravano di
notte e uscivano di notte. E spesso e volentieri non uscivano, come purtroppo la tragedia
di Marcinelle ci ricorda. Che cosa li avrà spinti se non la ricerca comunque di un futuro
migliore, almeno per i propri figli? E che cosa hanno fatto questi lavoratori quando sono
tornati, nei primi anni ’60? Con la macchina, dalle aree interne — nel mio caso da
Miniera di Urbino — raggiungevano la città e con il sacco di cemento costruivano la
loro casa, nei quartieri nuovi che a Pesaro crescevano. Nel mio caso il quartiere è
Muraglia. E via Ferraris è la via nella quale io sono cresciuto. Mio babbo e mio nonno
erano originari di Miniera. Mia zia, al piano di sotto, arrivava da Montecchio. Di fronte,
uno dei miei migliori amici, Simone, veniva da Lunano. E’ la storia della nostra città, la
storia della nostra provincia. Pesaro è stata fatta in gran parte, dagli anni ’60 in poi,
dalle persone che dalle aree interne si sono spostate qua perché nella città si stavano
creando sviluppo e opportunità. Nel dibattito cittadino c’è chi chiama i nostri quartieri
il “contado”. Altro che contado! Qui c’è la nostra storia e anche per questo dobbiamo
caricarcela. Ed è anche per questo motivo che l’anno scorso, osservando i piccoli amici
dei miei figli e vedendo che parlavano l’italiano, a volte il dialetto, meglio di loro;
festeggiavano l’Unità d’Italia più di loro; cantavano l’Inno di Mameli più di loro; mi
sono chiesto: "Ma anche se sono figli di stranieri, perché non devono essere italiani?
Perché non devono essere pesaresi? Sono molto orgoglioso perché insieme al sindaco
siamo stati la prima realtà a dare la cittadinanza onoraria a questi bambini. È un segno
di civiltà ma è anche il segno di chi sa da dove viene e soprattutto sa quali sono le leve
intorno alle quali costruire il proprio futuro.
Integrazione e regole. L’integrazione è molto importante. Ma sono importanti anche le
regole. Ad esempio, non è integrazione continuare a tollerare il fatto che nei nostri
parcheggi ci sia abusivismo che infastidisce le persone e non aiuta quei ragazzi.
L’integrazione non è falso buonismo, l’integrazione è anche rispetto delle regole. Per
questo occorre avere chiaro qual è il modo migliore per stare insieme. Noi pesaresi non
ci accontentiamo mai, giustamente siamo lamentosi e questo ci aiuta a fare sempre
meglio. Però i risultati sono sotto gli occhi di tutti e non solo i sondaggi lo dimostrano.
Lo dimostrano i tanti passi avanti fatti sulla viabilità, sulla mobilità, sui servizi
nonostante tutto, nonostante i tagli, nonostante le difficoltà.
Identità e orgoglio. Qui faccio un po’ il campanilista: guardate come è cambiata Pesaro
negli ultimi dieci anni e rapportatela a Fano. C’è una comunità che non è come quella
dei romagnoli — io dico sempre che i romagnoli sono molto “sburoni”, ogni volta che
parlano di sé sembra che parlino della parte migliore del mondo — ma che in alcune
circostanze dimostra l’orgoglio di essere pesarese. L’abbiamo visto anche nella scorsa
estate, con il Palio dei bracieri: che cos’era se non ritrovare la voglia di stare insieme
dentro la riscoperta di una identità e di un orgoglio pesarese?
'Pesaro prima città delle Marche'. Però dobbiamo fare attenzione. Perchè siamo in
una fase nella quale dobbiamo cambiare tutto e rimettere in discussione anche una parte
della nostra mentalità. La dico così: prima avevamo il lavoro, eravamo ricchi, il
provincialismo poteva essere vissuto come un punto di forza; oggi il lavoro non c’è e
siamo molto meno ricchi. Quindi il provincialismo, se non stiamo attenti, rischia di
diventare una grande palla al piede. Questo è il momento di pensare in grande, di
pensare assetti nuovi, perché c’è la povertà da fronteggiare e c’è il nuovo sviluppo da
creare. Per questo, il primo progetto sul quale intendo chiedere una condivisione è una
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visione che già decine di anni fa prima De Sabbata, poi Stefanini hanno avuto: l’idea
che noi dobbiamo fare di Pesaro la prima città delle Marche. Come? Facendo da subito,
entro il 2014, un’unica unione dei Comuni con i Comuni della Valle del Foglia,
Gabicce e Gradara. Perché un conto è il municipio e l’identità, un conto è la gestione
dei servizi. E lo dobbiamo fare, innanzitutto, perché noi dobbiamo pesare di più e
maggiormente nei confronti della Regione. A maggior ragione adesso che le Province
non ci saranno più o saranno trasformate.
Trasporti e sanità. Devo dire che in questi anni con la Regione ci sono stati luci e
ombre: luci nel rapporto sulle infrastrutture, nella gestione della crisi, sull’aiuto del
patto di stabilità, sulle politiche sociali. Ombre, invece, su trasporti e la sanità. Non
possiamo che essere delusi su questi due punti: molto delusi. Sui trasporti perché si
continua a considerare Pesaro una città che non ha bisogno del trasporto pubblico.
Abbiamo un quarto dei chilometri che ha Ancona nel trasporto pubblico, la metà degli
altri capoluoghi di provincia. Nonostante che abbiamo una delle pochissime società in
Italia sane, come Adriabus. Che non ha debiti e che ogni anno cerca di investire in
termini di innovazione. Quindi bisogna cambiare registro. E anche sulla sanità, bisogna
che ci diciamo la verità. I risultati negli ultimi dieci anni sono stati deludenti. Abbiamo
un buon ospedale che si regge sulla professionalità e la passione di medici ed operatori.
Ma i numeri parlano chiaro: sta continuando ad aumentare la mobilità passiva, il che
vuol dire che i marchigiani continuano a pagare altre Regioni per curarsi. E questo
ovviamente vale soprattutto per la parte nord della regione, quindi per la nostra
provincia. Abbiamo delle specialità ma molte di queste, per tante settimane all’anno,
sono chiuse. Le liste d’attesa non sono diminuite. Se si vuole ridurre la mobilità ed
avere meno costi non si può tagliare il budget a Marche Nord. E’ stata fatta l’azienda
Ospedali Riuniti, che è una grande riforma. Ma sappiamo che se non c’è il nuovo
ospedale, allora è una riforma monca. Sull’ospedale noi abbiamo fatto tutto: studi,
delibere comunali, delibere provinciali: si fa o non si fa questo ospedale? O vogliamo
continuare a prendere in giro i pesaresi? Noi non siamo più disposti. Abbiamo avuto
tanta pazienza, grande responsabilità, però vogliamo sapere come stanno le cose. Così
come vogliamo dire agli amministratori fanesi, che si distinguono molto più per la
furbizia che per le capacità, che se intendono fare una campagna elettorale pensando di
tornare indietro rispetto a questa scelta strategica, noi l’ospedale lo facciamo
ugualmente. Lo facciamo a Muraglia, perché costa meno e c'è’ un’area pubblica.
Bisogna cambiare: o c’è un salto di qualità o dobbiamo prendere iniziative anche
eclatanti, perché dentro l’ospedale c’è un clima pessimo. Se chi ci lavora continuamente
non ha la soddisfazione e gli elementi necessari per andare avanti, non ci sono le
condizioni necessari per operare bene. Abbiamo bisogno di passare, finalmente, dalle
parole ai fatti.
Meno burocrazia, più servizi. La prima città delle Marche si fa anche per sbloccare
risorse. Sappiamo quanto il patto di stabilità sia un vincolo per fare lavori. Facendo
l’unione dei Comuni, immediatamente il Comune di Pesaro avrebbe sbloccato nove
milioni di euro per fare lavori di manutenzione nelle strade, nelle scuole. Ed essere
prima città delle Marche significa semplificare, risparmiare. Se abbiamo fatto un unico
comando dei vigili urbani, possiamo fare anche un unico ufficio urbanistico, un unico
ufficio dei lavori pubblici, un’unica ragioneria, un unico centro operativo. Meno
dirigenti, meno burocrazia, più servizi: questa è la nostra parola d’ordine, se vogliamo
realizzare le cose.
Cambiare la pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione, così come è
concepita, alla luce della crisi, non ha più senso. Non abbiamo un soldo per coprire una
buca nelle strade e tenere aperto un asilo e alla fine dell’anno dobbiamo dare anche il
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premio ai nostri dirigenti. Per fare cosa? Per tagliare? Non ha senso. O quei dirigenti
tornano ad essere, com’era originariamente nella “legge Bassanini”, un incarico a tempo
determinato che viene valutato sui progetti - e che quindi collega davvero i premi ai
risultati - o il meccanismo non regge. Perché anche nel pubblico, come nel privato, è
troppa la differenza tra chi prende troppo poco e chi prende troppo. Dobbiamo
assolutamente rivedere questo tipo di organizzazione. Se non ci sono risultati bisogna
rivedere il meccanismo, perché è una questione incomprensibile dal punto di vista del
cittadino.
La riforma delle società di servizi. Ma semplificare e risparmiare deve riguardare
anche le società, che sono troppe. Noi abbiamo Marche Multiservizi che gestisce servizi
pubblici locali: acqua, gas e rifiuti. Ha una dimensione provinciale e noi speriamo che
possa avere una dimensione regionale. Poi c'è l’Aspes. Se gestisce, fra l’altro anche
bene, i cimiteri, gli impianti sportivi, le farmacie, il verde, perché non può gestire anche
i parcheggi? Perché non può gestire anche l’innovazione? Perché non può gestire anche
l’organizzazione di convention o di manifestazioni turistiche? La mia idea è un’unica
società di servizi, che dia servizi a tutti i comuni del bacino pesarese. Voglio essere
molto chiaro: se qualcuno che mi sostiene è in attesa di posti, cambi candidato. I posti
saranno meno: ci saranno meno presidenti, meno consigli di amministrazione, meno
revisori dei conti. E questa volta faremo fare un’esperienza anche a qualche giovane,
che almeno se la possa giocare, invece di mettere sempre gli stessi. Forse è ora.
La sindrome del rospo smeraldino. Semplificare significa combattere la sindrome —
la chiamo così — del ‘rospo smeraldino’. E racconto una storia realmente accaduta,
anche se sembra una barzelletta. Qualche mese fa mi chiama urgentemente un
geometra, dicendo: “Ho bisogno di venire da te con un imprenditore che seguo.
Abbiamo un problema enorme”. Si presentano tutt’e due, un po’ trafelati, e mi spiegano
la questione. L'imprenditore ha già un camping e vuole realizzare un nuovo camping per
i camper. Io dico: “Benissimo, puntiamo sul turismo, siamo presi d’assalto dagli
olandesi e dai camperisti. Qual è il problema? Urbanistico, di permessi?”. Replicano:
“No, no, urbanisticamente è tutto a posto”. Insisto: "Qual è il problema allora?". Un po’
imbarazzati osservano: “Il problema è il rospo smeraldino. Nel luogo dell’intervento c’è
un fosso dove vive questo rospo. E gli uffici provinciali da sei mesi tengono bloccata la
pratica per un parere. Abbiamo saltato una stagione, se ce la tenete ferma un altro po’
saltiamo anche la prossima. Non è molto, ma sono cinque posti di lavoro”. Lì per lì
rimango incredulo. Prendo il telefono, chiamo i miei uffici, faccio quattro urla e il
problema del rospo smeraldino è risolto. Nel senso che è ancora vivo e vegeto, hanno
semplicemente spostato il fosso un po’ più in là. Ma quanti rospi smeraldini ci sono in
questo momento in Italia? Quante opportunità di lavoro stiamo perdendo? Quanti
investimenti non si concretizzano per meccanismi inutili, assurdi, che fanno passare la
voglia di investire a chi vuole farlo? So bene che questa è una questione nazionale e
regionale. Sono molto ambientalista ma alcune cose non hanno più senso. Come la
procedura di Via, la procedura di Vas. Ma è possibile che da una buona idea alla sua
realizzazione devono passare anni, quando il mondo va a 100 all’ora e noi andiamo a
10? Noi dobbiamo fare la nostra parte: negli uffici urbanistici, nello sportello unico.
Tutto ciò che si può fare per semplificare radicalmente, ridurre i tempi, va fatto. Non
possiamo avere un atteggiamento conservatore, non ce lo permette la fase che stiamo
attraversando.
Innovazione. Semplificare significa innovare. Anche qui c'è una storia significativa da
raccontare. Durante il ‘nevone’ è stato un disastro: una vera tragedia. Ma nel mezzo è
successa una cosa carina: in tre ore il sindaco di Pesaro ha ricevuto quasi 3mila richieste
di amicizia su facebook. Erano gli studenti, che volevano sapere se il giorno dopo la
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scuola era aperta. Detta così fa ridere. Ma come funzionava prima dell'era digitale? Se
andava bene, avevamo la notizia al tg3 della sera. O magari ci saremmo svegliati un po’
prima, alle 7. Poi di corsa al telefono a chiamare a scuola, con le linee ovviamente
occupate perché tutti facevano la stessa cosa nello stesso momento. Ora, dentro uno
smartphone, c’è la possibilità di mettere la stragrande maggioranza dei servizi pubblici
amministrativi. Quante file potremmo risparmiare? Quanto tempo potremmo
risparmiare? Quanta carta potremmo risparmiare? Cogliamo la rivoluzione digitale e
cominciamo a pensare al nuovo Comune come a un Comune 3.0: un Comune aperto 24
ore su 24. Significa che in ogni momento della giornata bisogna avere la possibilità di
fare una pratica almeno online. Avere qualcuno che risponde, a cui poter mandare un
documento. Fare in modo che la rivoluzione digitale cambi la pubblica amministrazione
è una cosa fondamentale, così come ripensare le nostre città, con il concetto di smartcity. Significa applicare la tecnologia a tutti gli ambiti vitali della città. Fare in modo di
accrescere ulteriormente la mobilità alternativa, utilizzando le auto elettriche, la
centraline, i sistemi di car pooling e car sharing. Ma significa anche costruire un pezzo
nuovo di economia locale. Una delle aziende che ho conosciuto ultimamente prima era
un’impresa di comunicazione. Adesso fanno le cover personalizzate. È diventato il loro
business principale. Sono nate in questi ultimi anni decine e decine di piccole imprese
del digitale che lavorano in tutto il mondo. E allora noi dobbiamo far crescere questo
distretto. Non solo perché abbiamo grandi aziende ma perchè può modernizzare
complessivamente tutto il sistema del nostro territorio. Per fare questo, dobbiamo però
assolutamente scommettere sul sostegno alle start up, alle nuove esperienze di
coworking. Sono forme di lavoro nuove, nelle quali dobbiamo credere. In Europa
funzionano, possono funzionare anche da noi. Ci sono esperienze positive, soprattutto
nell'accesso ai fondi europei.
La sindrome del 'non si può fare'. Va sconfitta anche un’altra sindrome: quella del
“non si può fare”. Il riferimento è al film 'Frankenstein junior'. Quando a un certo punto
Frankenstein comincia ad animarsi, significa che la cosa 'si può fare'. Forse questo è il
problema principale delle pubbliche amministrazioni: se uno ha una buona idea, la
prima risposta che spesso riceve è: “Non si può fare”. Perché non si può fare? E’
capitato anche a me. Voglio riformare gli uffici turistici e dico: “Gli uffici turistici
devono diventate luoghi nei quali si trova il meglio della nostra terra: gastronomia,
artigianato, eccetera.”. La prima risposta è stata: “Non si può fare”. Alla fine in via
Rossini l’abbiamo fatto. Così come quando ci siamo posti il problema di come investire
meglio le risorse per la formazione. Diciamoci la verità: a volte la formazione è servita
più ai formatori che ai formati. Da questo punto di vista bisogna cambiare. Allora ci
siamo inventati una cosa, dai bonus fiscali per le ristrutturazioni. Ci siamo chiesti: “Ma
quante persone sanno che ci sono i bonus fiscali per le ristrutturazioni edilizie? Quante
persone sanno quanto la propria abitazione consuma energeticamente?”. Di qui l'idea,
messa a punto con l’istituto di bioarchitettura: 100 famiglie pesaresi mettono a
disposizione la loro casa; 20 disoccupati si formano direttamente, nelle case dei
pesaresi, insieme a formatori esperti attraverso il check-up gratuito energetico dell'
abitazione. Ovvero: si stima quanto consuma il tetto, quanta energia si spreca dagli
infissi, dai muri. Si valuta l’impianto elettrico, si considerano gli elettrodomestici
eccetera. Alla fine, la famiglia avrà a disposizione il check-up energetico dell'abitazione
e potrà decidere di usufruire del bonus fiscale per ristrutturare, se ne ha la possibilità.
Magari chiamerà proprio quelle aziende elettriche, termoidrauliche, nell’edilizia che
assumeranno e faranno fare esperienza di lavoro a quei venti disoccupati. Quando l’ho
proposto, mi hanno risposto: “Non si può fare, perché non abbiamo mai fatto la
formazione nelle case”. Invece ora si fa, è uscito il bando. Spesso basta un po’
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d’ingegno. Abbiamo bisogno di far diventare il Comune il primo luogo nel quale i
cittadini vanno se hanno una buona idea. La risposta non può essere: “Non si può fare”.
La risposta deve essere: “Vediamo come si può fare, vediamo qual è la strada da
trovare”.
Ripensare l'economia. Noi saremo e rimarremo una città fortemente legata alla
manifattura. E’ la nostra storia, fatta da grandi imprenditori. Persone che hanno portato
il nome di Pesaro in giro per il mondo e che hanno dato lavoro a migliaia di persone.
Però la manifattura va riformata. Intanto puntando molto più di quello che abbiamo
fatto in passato sull’export. Chi è che regge in questo momento? Chi, in tempi non
sospetti, ha capito che doveva andare a conquistare nuovi mercati. Chi oggi lavora in
gran parte con il mercato italiano è a terra ed è costretto a licenziare. Non sempre siamo
stati in grado di guardare all'estero, anche perché siamo fatti di piccole imprese. Sono
state tante le iniziative della Camera di commercio, della Regione ma non abbiamo
ottenuto ancora i risultati che servono per reggere. Così come, sul mobile in particolar
modo, abbiamo ottenuto gli incentivi nelle ristrutturazioni. Per noi è sicuramente una
boccata d’ossigeno. Ma serve un nuovo approccio anche rispetto ai meccanismi di
produzione. Se la Nutella e la Coca-Cola hanno investito sui nomi personali, nei loro
prodotti, è solo un’operazione di marketing? O forse dietro c’è un cambiamento
sociologico dei consumatori, sempre più attenti al prodotto personalizzato? Il
cambiamento nei meccanismi di produzione può riguardare anche il tessile, il mobile,
l’arredamento. È il momento di ripensare anche i nostri processi produttivi, sapendo che
ci saranno sempre più consumatori che vorranno l’armadio personalizzato, il comodino
personalizzato, il design personalizzato. E’ per questo che insieme al Cosmob abbiamo
lanciato l'idea di aprire a Pesaro il primo laboratorio 'fablab' delle Marche. C'è una
grande evoluzione sulle stampanti tridimensionali. Non è fantascienza, è realtà. Già
molti prodotti si possono fare con questa nuova tecnologia. Noi dobbiamo sviluppare
nuove azioni nel settore. Che non sostituisce la produzione classica ma può diventare un
valore aggiunto della produzione classica. E, di conseguenza, nell’innovazione dei
nostri prodotti.
Turismo e dintorni. Non possiamo più considerare il turismo un’attività marginale.
Diciamoci la verità: per noi il turismo è sempre stato così. Avevamo altro. Meno gente
c'era a Pesaro, meglio era. È stata purtroppo la mentalità di tanti. Oggi sappiamo che
invece nel turismo abbiamo potenzialità. Si possono creare posti di lavoro, finalmente
c’è una strategia comune che mette insieme pubblico e privato. Pensiamo alle
opportunità che abbiamo. Le vediamo quotidianamente, anche destagionalizzando gli
eventi nel turismo familiare, nel turismo sportivo. Che potenzialità ha il parco San
Bartolo, uno dei posti più belli del mondo? Quante potenzialità abbiamo rispetto alla
cultura, al Rof, alla Mostra del Cinema, alle nuove esperienze che ci sono state Popsophia, Angolo della Poesia - alle tante altre iniziative che possono crescere e
portare valore economico? Dobbiamo crederci, però, tenendo conto che la promozione
compete alla Regione. Fino a qualche anno fa, nelle fiere ogni Comune si presentava
con il proprio volantino. Un approccio ormai superato, inutile, che non ha più senso.
Cambiare mentalità significa anche avere chiaro quali sono gli strumenti. Ognuno di noi
può diventare, con le nuove tecnologie, promotore del suo territorio, rilanciare un 'tweet'
di un turista soddisfatto delle nostre terre, colpito dal Rof, meravigliato dal tramonto al
porto. Ognuno di noi, se ci crediamo e cambiamo mentalità, può diventare promotore
della nostra terra. Ma occorre un lavoro pubblico-privato nuovo, da sviluppare con
determinazione. Così come c’è una tendenza nuova sull’agricoltura da cogliere. L’unico
segno “più” che abbiamo sull’occupazione è sul turismo, sui servizi e sull’agricoltura.
C’è un ritorno alla terra: quante persone, anche giovani, hanno ricominciato a fare
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l’orto? C'è chi coltiva di nuovo i pomodori nel terrazzo, come facevano i nostri nonni.
Oggi c'è interesse diffuso verso i prodotti dei territori. Una cultura nuova, una mentalità
nuova e un ritorno sano. Dimostrato, tra l'altro, dalle presenze di centinaia e centinaia di
studenti all’Agrario, con iscrizioni sempre in aumento. Che testimoniano un dato: da un
settore che negli ultimi decenni abbiamo considerato marginale, si può costruire un
pezzo di economia nuova.
Nuova edilizia. Dentro lo sviluppo, sappiamo benissimo quanto conta l’edilizia. Però
dobbiamo essere anche molto chiari. L’edilizia che c’è stata prima della crisi, fino al
2008, non esisterà più. Non possiamo più continuare a consumare nuovo territorio. Su
questo c’è una sensibilità diffusa. Abbiamo bisogno invece di concentrarci nelle
trasformazioni urbane. E nel considerare gli edifici non solo luoghi dei servizi, del
lavoro, della residenza. Se vogliamo cambiare mentalità, gli edifici vanno considerati
nodi della nuova rete energetica che andiamo a costruire. Per cui l’efficienza energetica,
la presenza di energie rinnovabili devono diventare sempre più la regola, non
l’eccezione. Per perseguire un nuovo modello di sviluppo e costruire un’edilizia
sostenibile differente.
Trasformazione urbana. Mettiamo in moto processi di trasformazione urbana,
partendo dal progetto per costruire un nuovo centro. Prendiamo l’ex Bramante:
continueremo a chiedere di valorizzare l’edificio. Perchè è una grande opportunità per
questa città. Significa ripensare tutto il percorso da Rocca Costanza al porto di Pesaro.
Rocca Costanza ce la vogliamo riprendere: è un insulto all’intelligenza pensare che lì
dentro ci vada l’archivio. Per questo troveremo quattro capannoni sfitti. Rocca
Costanza, piuttosto, diventi sede di attività culturali. Rivedere l’ex Bramante significa
rivedere piazza Aldo Moro, il collegamento tra il centro e viale della Repubblica, già in
ristrutturazione. Vuol dire, ancora, prevedere lì un luogo dei parcheggi, lasciando
perdere il parcheggio sotto viale Trieste. Perché abbiamo già il parcheggio del
“Curvone” da far funzionare. Valorizzare l'ex Bramante è una grande occasione di
trasformazione urbana. Facciamo un patto: il valore in più che si dà a quel bene si mette
a disposizione della città. Per completare i lavori del vecchio Palas, o per contribuire a
risolvere la questione dell’ex Amga. Valorizzare quel bene ci consente di mettere in
moto un pezzo di edilizia. Così come il San Benedetto: l’Asur, con la Regione, ha fatto
una stima che era già esagerata quando l’edilizia tirava. Adesso è il doppio rispetto al
valore di mercato. Bisogna rifare la stima. Trasformiamo quel bene, fondamentale per la
città, piuttosto che consumare nuovo territorio. Mettiamo in moto un po’ di economia,
un po’ di lavoro sano. Ma c'è ancora altro. C’è la questione del San Domenico legata,
purtroppo, alle vicende di difficoltà nelle quali si trovano le fondazioni. C’è la questione
di Palazzo Ricci, che è una grande opportunità per il Conservatorio. E l’area
dell’ospedale. Se si fa l’ospedale nuovo, nella parte più nuova del vecchio nosocomio si
potrebbero mettere tutti gli uffici che l’Asur ha in giro per la città. Via Nanterre, via XI
Febbraio, eccetera. Nella parte più vecchia invece, con la stessa volumetria, si potrebbe
creare un grande progetto di trasformazione urbana. Orientando lì l’edilizia dei prossimi
dieci anni. Capitolo ex carcere minorile: si stanno facendo i lavori, rimane la parte su
piazzale I Maggio. La nostra idea è valorizzarla con un bando. Per realizzare bed and
breakfast, dare la possibilità a qualche giovane coppia di avere la propria abitazione ed
affittare delle camere. Una struttura che a Pesaro in centro non c’è se non in
piccolissime dimensioni. In più, una struttura legata a cibo e cultura che andrebbe a
completare quella zona e, in generale, a valorizzare ulteriormente quella parte di città.
Nuova Questura e sicurezza. Prima nella caserma c’erano 1.500 persone. Adesso ce
ne sono 600: possibile che servano tutti gli spazi come prima? Siamo orgogliosi della
storia della caserma. Per tanti anni ha dato un bel pezzo di economia ai ristoranti del
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nostro territorio e non solo. Oggi il 28° Reggimento svolge una funzione fondamentale
nelle azioni di pace nel mondo, occupandosi di comunicazione e di informazione. Il
punto però è un altro: siamo in un momento di spending review, la Questura di Pesaro
oggi è in due edifici della Provincia, ci paga la metà dell’affitto che ci dovrebbe dare.
Non possiamo certo sfrattare la Questura. Allora abbiamo fatto un ragionamento: la
nuova Questura da sola non si riesce a fare perché costa troppo. Pertanto il ministero
dell’Interno può utilizzare l’affitto che versa alla Provincia per fare un mutuo e
ristrutturare gli spazi della caserma. Che sono dello Stato. Così facciamo la Questura
nuova che aspettiamo da anni, liberiamo due beni e magari incassiamo qualcosa di più
da mettere nella manutenzione di scuole e strade. Ne guadagniamo in sicurezza, il tutto
in un’operazione statale. Non è più accettabile che due ministeri non collaborino,
scaricando sugli enti locali i loro problemi. Su questo non molliamo, perché è una
questione di buon senso che si può fare. E lo facciamo anche come riconoscimento alle
forze dell’ordine. Lasciatemelo dire: in questi anni, nel mio ruolo istituzionale ho potuto
apprezzare le loro grandi capacità. Lavorano sotto organico, con un impegno
straordinario. Il buon funzionamento delle forze dell’ordine ci garantisce di poter
continuare a vivere con più sicurezza possibile. Considerando che la criminalità e i furti
sono in aumento. Per noi il valore della legalità è una cosa fondamentale. In tutte le
classifiche siamo ancora tra le province più sicure. Rimini non è molto lontana da noi ed
è una delle province più insicure d'Italia. Però la criminalità organizzata non ha più
confini. E territori che, come il nostro, avevano sempre avuto la capacità di espellere
tentativi di criminalità organizzata, oggi non sono più tranquilli. Quindi bisogna tenere
alta la bandiera della legalità. La cui cultura va coltivata attraverso i nostri giovani. C’è
un’immagine bellissima, creata dagli studenti della Scuola d’Arte. Risale a qualche
anno fa, quando abbiamo intitolato il Campus scolastico a Peppino Impastato. I ragazzi
hanno costruito una porta molto bassa ma larga e una porta molto alta ma stretta. La
porta molto bassa e larga è la porta dell’illegalità: ci si entra benissimo, ma per entrare
bisogna strisciare. La porta della legalità è stretta: ci si entra uno alla volta ma ci si entra
a testa alta e con la schiena dritta. Non c’è immagine migliore da diffondere per tenere
alto il valore della legalità nel nostro territorio.
Sostenere la voglia d'impresa. A Pesaro ogni tanto nasce una gelateria. Dietro la storia
di chi apre una gelateria, la storia di chi prova in generale ad aprire un’attività, spesso e
volentieri c’è quella di un’altra impresa che è andata male ma ci riprova. O addirittura
di un lavoratore dipendente che ha perso il lavoro. E magari ha la possibilità, grazie a
qualcuno che gli ha dato un aiuto, di provare ad aprire un’attività. Nonostante tutto, in
questa terra, abbiamo mantenuto una grande capacità di intraprendenza imprenditoriale.
C'è gente che vuol fare impresa. E’ un grande valore. Ma va accompagnato, sostenuto.
E allora lanciamo una proposta: per tre anni tagliamo le tasse comunali alle nuove
imprese che nascono. Dobbiamo farlo soprattutto in alcune parti della città, a iniziare
dal centro storico.
Rilancio del centro storico e commercio. Basta con altre nuove grandi aree
commerciali. Non ne abbiamo bisogno. Quando, nei primi anni ’90, si è iniziato a
discutere del tema della grande distribuzione, il ragionamento era semplice: la grande
distribuzione serve perché va a vantaggio del consumatore, abbassa i prezzi. Oggi però
abbiamo decine di possibilità per fare spesa a buon mercato. Il tema è, invece, rilanciare
i centri storici. Rilanciare il piccolo commercio è un grande problema ed anche una
questione culturale. Non vogliamo una città nella quale i nostri anziani vanno sempre
più a cercare il caldo d’inverno e il fresco d’estate nei supermercati. Vogliamo una città
nella quale i nostri anziani e i nostri giovani si incontrano nelle piazze, nei cortili, in
biblioteca. E allora, nel centro storico soprattutto dobbiamo incentivare la nascita di
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nuove imprese. Cambiando un po’ di mentalità: il centro storico deve essere un po’ più
vivace, dobbiamo mettere da parte un po’ di tranquillità. Perchè non si possono avere
entrambe le cose. Il Mercato delle Erbe non potrebbe diventare, nel weekend, un locale
gestito dai giovani della nostra città? Non toglierebbe clienti agli altri commercianti, ma
porterebbe gente per gli altri commercianti. E consideriamo i commercianti come
lavoratori. Ogni negozio che chiude è un posto di lavoro che si perde. Anche gli
ambulanti sono lavoratori. Sul mercato qualche problema da risolvere c’è: evitiamo
conflittualità, cerchiamo un accordo, cerchiamo di andare avanti in quella direzione. Io
sono contrario allo spostamento in centro del mercato. Proviamo a sistemarlo lì dov’è,
proviamo ad andare incontro alle esigenze degli ambulanti. Cerchiamo di trovare una
soluzione.
Giovani. E’ evidente che la prima nostra preoccupazione per loro è il lavoro. Però se
hanno qualche posto in più dove incontrarsi e divertirsi non fa mica male. Allora
qualcosa è cambiato, soprattutto d’estate. Pensiamo a Sottomonte, dove c’è la splendida
pista ciclabile, come anche a un luogo estivo, dove si possono fare manifestazioni
durante tutta l’estate. E’ il momento di pensare come incentivare nuovi locali d’inverno,
luoghi dove far nascere nuovi locali. Anche per evitare di mettere i ragazzi dentro le
macchine per andare in Romagna, magari rischiando la vita. Per questo dobbiamo
rinunciare ad un po’ di tranquillità: proprio per dare più tranquillità e meno
preoccupazioni a un genitore che di notte aspetta i figli a casa.
Infrastrutture. Stiamo risolvendo il problema nord-sud. Per la terza corsia
dell’autostrada i lavori si sono conclusi un anno prima: per come vanno in Italia le cose
è già un bel risultato. Ma soprattutto, sono tante le opere accessorie portate a casa. Il
casello a sud di Santa Veneranda, unidirezionale, farà diminuire notevolmente il traffico
sulla Nazionale, su Muraglia e dalle colline. Ci consentirà un migliore raccordo tra la
parte nord e sud della provincia e della regione. Così come la "bretella dei fratelli
Gamba", la strada che a Villa Ceccolini farà da ponte nuovo sul Foglia, verso la Pica.
Collegandosi con una strada a quattro corsie all’attuale casello, diventerà l’opera più
importante dal punto di vista provinciale. Per chi proviene dalla Montelabbatese, da
Urbino, dal Montefeltro non ci sarà più motivo per attraversare Pesaro, per raggiungere
il casello. O magari non ci sarà più neanche motivo per andare a prenderlo a Cattolica,
passando per Pozzo Alto, Tavullia, San Giovanni in Marignano. Sono opere che
cambieranno radicalmente la mobilità del nostro territorio. Così come la
circonvallazione di Santa Veneranda. All’altezza del lavatoio ci sarà la circonvallazione
che si collegherà direttamente al casello. Che verrà realizzato più o meno all’altezza
dell’attuale campo sportivo di Santa Veneranda. L’Interquartieri di Muraglia ci porterà
fino all’attuale ospedale. Infine, il raddoppio dell’Interquartieri. Con queste opere, per
un valore di 90 milioni di euro, avremo risolto per gran parte i problemi di viabilità
della città. Passi avanti importanti sono stati fatti anche sul treno. Con Italo e Freccia
Rossa miglioriamo ulteriormente il collegamento verso Milano.
Rimane il nodo storico, andare a ovest. La Fano-Grosseto è un nostro problema. Il
completamento della Strada dei due Mari non è un problema di Mercatello, è un
problema della nostra economia. È un modo per andare a Roma in poche ore, è un modo
per andare a Firenze in poche ore. Non possiamo mollare. Siamo in una fase in cui
l’opera può ripartire con un meccanismo di partnership pubblico-privata. Noi pesaresi
dobbiamo essere i primi ad andare a dormire di nuovo con le tende nella galleria della
Guinza, se serve, se vogliamo avere la mentalità giusta. Così come dobbiamo avere il
secondo stralcio del porto, perché anche quello è attraversamento est-ovest, rappresenta
la porta est della nostra città. E non rinunciamo all’arretramento della Statale,
all’arretramento della ferrovia. So bene che forse non lo vedranno neanche i miei figli.
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Ma è una cosa da programmare, perché prima o poi il potenziamento della ferrovia
Bologna-Bari si porrà. E da Pesaro in giù, verso sud, la ferrovia è in riva al mare. Per
cui lì non sarà possibile fare nessun potenziamento. Nel corridoio dove era previsto
l’arretramento dell’autostrada, ora libero, urbanisticamente va dunque inserito
l’arretramento della ferrovia e della statale. E ancora sulla statale: non pensi l’Anas che
noi continuiamo a mettere a posto l’Ardizio come abbiamo fatto, per tenere in sicurezza
la strada statale e la ferrovia statale. O il problema dell’Ardizio se lo pongono loro o ci
cambiano la strada, arretrano la statale. Delle due l’una.
Capitolo Fiera: la sua destinazione migliore è quella di una struttura che abbia un’unica
gestione rispetto ai grandi impianti sportivi. A iniziare dal Palasport, perché
consentirebbe di valorizzare e offrire la città per qualsiasi tipo di manifestazione:
culturale, sportiva, musicale. Legando magari l'innovazione all'aspetto fieristico. Un
esempio potrebbe essere proprio il laboratorio 'Fablab' con il Cosmob.
Una città che conti di più. Abbiamo bisogno di una città nazionale, una città che
conti, che abbia visibilità, che abbia relazioni. Altrimenti le cose non si realizzano. E
serve anche una città che programmi. Appena diventato presidente, mi viene a trovare il
presidente della provincia di Rastatt, gemellata con Pesaro e Urbino. Mi dice: “Quando
vieni da noi in Germania?”. Rispondo: “Presto”. Era ottobre. “Presto quando?”. “In
primavera”. “Ma primavera quando?”. Io rispondo sempre più imbarazzato: “Aprile”.
Apre l’agenda: “Che giorno?”. “Come che giorno?”. Per noi, ad ottobre pensare di
programmare una cosa per aprile è fantascienza. Ma loro sono tedeschi, l’Europa
funziona così. O ritroviamo la capacità di programmare o tutte le opportunità dei
prossimi fondi europei andranno perdute. Siamo alla vigilia della programmazione dei
fondi europei 2014-2020: dobbiamo avere idee chiare, strategie chiare, capire dove
andare a parare, mettere insieme i territori, mettere insieme pubblico-privato per
programmare, perché non possiamo lamentarci sempre dell’Europa. Se l'Italia non
coglie le opportunità dell’Europa, allora prima di tutto dobbiamo migliorare noi stessi.
Oltre il Pil. Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di andare a Washington e a un certo
punto mi trovo al cimitero di Arlington, dove sono sepolti tanti morti delle guerre
americane, insieme ai più importanti uomini di Stato. Tutti vanno verso la tomba di
John Kennedy, riconoscibile dalla torcia sempre accesa. Io vado invece verso quella del
fratello Bob, che non riesco subito a trovare. Quando la vedo, rimango meravigliato: è
coperta dalle foglie, non solo non è in evidenza ma non è neanche tenuta benissimo.
Chiedo al custode: “Come mai questo trattamento?”. Lui mi risponde in maniera molto
semplice: “Uno è stato ammazzato dopo che è diventato presidente, l’altro è stato
ammazzato prima di diventare presidente”. Ma cosa sarebbe stato il mondo se Bob
Kennedy non fosse stato ucciso? Una delle sue cose più rivoluzionarie fu proprio una
critica al Pil. C’è un grande discorso nel quale Bob Kennedy, nel 1968, afferma che il
Prodotto interno lordo è importante ma misura tutto tranne ciò per cui vale la pena
vivere una vita: non misura l’inquinamento, non misura le disuguaglianze, non misura
la violenza, non misura la salute, non misura l’attaccamento alle istituzioni. Non tutto
dunque è Pil. Noi abbiamo un’idea di sviluppo differente. E il nostro obiettivo è
diventare sempre più una delle città in Italia nelle quali si vive meglio. Per cui il nostro
sviluppo lo misuriamo e lo misureremo diversamente. Ci sono state banalizzazioni sul
tema, ma Pesaro e Urbino sta portando avanti con l’Istat un esperimento d'avanguardia
notevole, che apre nuove prospettive.
Nuove povertà. Quanto vale - come ci ha testimoniato un grande pesarese, don
Gaudiano - il vivere sociale, l’attenzione agli ultimi, in termini di tenuta di una
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comunità? Quanto vale la straordinaria rete di servizi sociali pubblici e privati per la
nostra città? Quanto vale per noi riuscire a dare un po’ di sollievo a una famiglia che ha
un figlio portatore di handicap? Quanto varrà per noi dare un po’ di sollievo a una
famiglia curando una persona a casa piuttosto che in ospedale, attraverso una nuova
organizzazione socio-sanitaria dei servizi? E quanto vale riprendere una politica nuova
sulla casa? Ci sono nuovi emarginati. C’è un campo enorme sul quale lavorare, che
riguarda l’housing sociale e una nuova stagione di case popolari. Come affrontiamo le
nuove povertà? Tra le tante famiglie che ho visitato ce n’è una particolare, Casa
Mariolina, che accoglie i senzatetto. Spesso e volentieri sono pesaresi, cittadini che si
vergognano. Come si riesce a dare una risposta a questi nuovi bisogni, se non diamo il
giusto valore alle cose, se non le misuriamo come si fa con il resto? Don Gaudiano ci ha
insegnato a guardare ai problemi con gli occhi degli ultimi. Solo così una comunità è
più unita, civile, e giusta. E se vogliamo un nuovo modello di sviluppo, lo stesso vale
per la misurazione dei nostri servizi educativi, della nostra formazione, della nostra
università.
Bicipolitana e ambiente. Dieci anni fa ero stato a Berlino con la mia fidanzata,
attualmente mia moglie. Di ritorno a Pesaro, vado a un incontro in Comune e mi
accorgo che la cartina della metro mi era rimasta nel cappotto. La tiro fuori e spiego al
sindaco: "Dobbiamo fare lo stesso a Pesaro". Lui mi guarda e mi dice: “Tu sei matto.
La metropolitana a Pesaro?”. Rispondo: “No, la bicipolitana. Ogni anno inauguriamo
una tratta, con un colore diverso. Nel giro di dieci anni avremo la nostra bicipolitana".
Ora abbiamo 70 chilometri di piste ciclabili, grazie alla determinazione degli
amministratori, e dei tanti che si sono impegnati. In termini di Pil, quanto ha prodotto
quell’investimento? Sono nati negozi di biciclette, ci sono i bar lungo le ciclabili, le
attività. In termini di benessere per le nostre famiglie e di ridotto inquinamento, quanto
vale la bicipolitana?
Quanto vale in termini di salute? Per noi molto, nella nostra idea di sviluppo. Così come
vale la raccolta differenziata, che è un dovere, non un’opzione. Lo ha capito anche De
Magistris, il sindaco di Napoli, qualche anno fa. Appena eletto voleva spedire un po’ di
rifiuti campani a Pesaro. Abbiamo detto no, perché quella non è solidarietà. Se per noi è
un dovere fare la raccolta differenziata, aprire le discariche, deve essere un dovere
anche per gli altri. Quanto vale investire nei parchi come il Miralfiore? O completare le
ciclabili anche a Villa Fastiggi, a Villa Ceccolini, a Borgo Santa Maria? Crediamo che
in termini di benessere, tutto questo valga tantissimo. E aggiungo: va risolta
velocemente la vicenda dell’ex Amga. Il sindaco sta facendo un ulteriore tentativo
attraverso il Poru. Se non ce la fa, siamo disponibili a mettere a disposizione un pezzo
del nostro patrimonio per risolvere il problema. Se non ce la facciamo neanche così
bisognerà ottenere altre risorse, ma il problema va in ogni caso risolto. Perché, al di là
del clima elettorale, c’è tanta gente preoccupata, c’è una situazione ambientale che non
possiamo tollerare. Il tema va affrontato con grande determinazione.
Cultura. A proposito di benessere ecosostenibile, quanto vale la nostra cultura? Per noi
è civiltà ed economia. Quanto vale il Rof, il Conservatorio, essere con orgoglio la città
di Rossini? Puntiamo ad ottenere il riconoscimento di “Città della musica”. E ancora:
quanto vale avere la Mostra del Cinema, nuove manifestazioni come il “Fuori Festival”?
Quanto vale avere la Biblioteca Oliveriana, un patrimonio inestimabile che richiede una
strategia nuova? Quanto vale la San Giovanni? La biblioteca è il luogo delle relazioni,
dove le persone si incontrano oltre che per studiare e trovare cultura. Anche lì dobbiamo
fare un passo in più e innovare. Quanto valgono i nostri teatri?
Più forza per la città. Gli obiettivi si raggiungeranno se partiremo da due punti. Primo:
ridurre il più possibile il costo dell’organizzazione pubblica. Più riduciamo il costo
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dell’organizzazione pubblica, più risorse avremo per i servizi. Secondo: andare a
prendere i soldi dove ci sono. A Roma, in Europa, in Regione. Per fare questo
dobbiamo essere più ambiziosi, contare di più, avere la forza e la capacità relazionale
per ottenere i risultati. Infine, dobbiamo anche sconfiggere anche la sindrome del "chi te
l’ha fatto fare”. Chi fa volontariato, che sia sociale, culturale, sportivo, si sente spesso
dire: “Quanto ci hai guadagnato?”. Se risponde: “Niente, anzi spesso e volentieri ci ho
rimesso di mio”, la replica dell'interlocutore è:“Ma chi te l’ha fatto fare?”. Come se non
si faccia più niente per niente. Il valore del volontariato nella nostra città, invece, è
diffusissimo. È una ricchezza straordinaria: il volontariato sociale, il volontariato nei
quartieri, il volontariato nello sport. Quanto valgono queste cose nel nostro concetto di
sviluppo? Il nuovo modello di sviluppo significa interpretare diversamente il diritto alla
ricerca della felicità. So bene che la ricerca della felicità è un percorso individuale,
legato agli affetti, alla salute, alla spiritualità. Ma c'è una sfera pubblica della felicità? Io
penso sia il bene comune. In questo ritrovo anche la mia formazione e le mie origini.
Sono cresciuto con i miei nonni e con i volontari delle Feste dell'Unità. Loro mi hanno
detto che noi siamo quelli che stanno bene quando gli altri stanno meglio. Per cui la
nostra ricerca della felicità è individuale ma non egoistica. C'è anche il tentativo di
ridare forza e dignità alla buona politica, vissuta come servizio. E' per questo che ho
accettato la richiesta di chi mi vuole candidato a sindaco. Chi sta troppo a Roma, o solo
a Roma, perde il contatto con la realtà. Quel poco di visibilità che mi sono creato, e
soprattutto le relazioni che ho instaurato, le voglio mettere a disposizione dei pesaresi.
Fare il sindaco è la cosa più bella che possa fare una persona che crede nella buona
politica. È il contatto quotidiano con le persone, è la concretezza nel fare corrispondere
tutti i giorni le parole ai fatti, è sentire respirare la propria città. Il programma sarà un
percorso partecipativo: le persone mi diranno la loro, i problemi che ci sono, l'ascolto
sarà fondamentale. Ho provato a indicare una direzione di marcia, frutto dell'analisi
della fase storica che stiamo vivendo. Mi rivolgo a tutta la città: sono con orgoglio
uomo di sinistra, ma questo è il momento di chiamare tutti coloro che hanno buone idee,
passione e amore per Pesaro. Quello che conta è il futuro della città e non solo quello di
un singolo partito. Il mio progetto avrà un taglio fortemente civico. Mi confronterò con
tutti e mi rivolgerò a tutti. Perché un buon sindaco rappresenta tutti, anche chi non lo
vota.
Un bel po'. Ho pensato molto a come riassumere in un concetto l'energia e la
determinazione per uscire da questo momento difficile, con una comunità più forte ed
unita. Ho pensato alle caratteristiche della nostra gente, alla ‘tigna’, alla voglia di fare e
di non mollare, alla cultura della solidarietà che abbiamo. Ma ho pensato anche alla
giusta e sana ambizione che dobbiamo avere, perché può essere la parte migliore del
Paese. È il momento di rilanciare e pensare in grande. Ho scelto #unbelpo', perché non è
solo un modo di dire pesarese in senso rafforzativo, è anche ambizione popolare, di chi
sa che l'umiltà, la semplicità e l'unità sono caratteristiche che se combinate al coraggio,
alla determinazione e alla creatività, possono restituire la speranza. Un buon sindaco
deve fare cose concrete quotidiane ma avere anche la forza di creare un contesto
positivo, che ci faccia uscire dalla fase di depressione. Un contesto nel quale ogni
pesarese possa dare il meglio di sé. Adesso sta a noi. C'è un pezzo di futuro da costruire
insieme. Per farcela, occorre impegnarsi un bel po'. Viva Pesaro e auguri a tutti noi.
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