Documento programmatico
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Documento programmatico
L'esperienza in Provincia. Cinque anni fa qualche volta mi capitava, prima delle elezioni, di salire le scale della Provincia. Spesso e volentieri il mio sguardo andava ad incrociarsi con l’albo dei presidenti. Devo dire che ogni volta mi si stringeva un po’ lo stomaco a pensare che il mio nome potesse comparire in quell’albo. Devo dire però che non avrei mai pensato che sarei stato l’ultimo presidente della Provincia. È una cosa che sinceramente non avevo messo in conto. Sono stati cinque anni nei quali è veramente successo di tutto: una crisi economica e sociale spaventosa; l’abolizione nei fatti, prima che per legge, delle Province; una crisi istituzionale di fiducia che conosciamo tutti e ogni anno una calamità dietro l'altra fino alla grande nevicata, al “terremoto bianco” di due anni fa. Diciamo che non ci siamo fatti mancare nulla in questi cinque anni. Una crisi, fra l’altro, vissuta psicologicamente peggio di altri. Mi capita spesso di confrontarmi con i miei amici e colleghi sulla crisi. Tutti i dati dicono che noi stiamo meglio. Ma psicologicamente la stiamo vivendo molto peggio che da altre parti d’Italia, perché non eravamo abituati. Da noi la disoccupazione non esisteva: il 2,7 per cento era un dato fisiologico, non lavorava chi non voleva lavorare o chi cercava un lavoro migliore o attinente ai propri studi. Pensare, qualche anno fa, che i nostri figli non avrebbero trovato lavoro era fantascienza. E invece, purtroppo, oggi è la dura realtà. La tenuta sociale non è un fatto consolidato, acquisito per sempre, proprio perché la stiamo vivendo anche peggio di altri. Abbiamo avuto a che fare con bilanci che non quadravano in nessuna maniera. Nella legislatura scorsa, la Provincia aveva 95 milioni di entrate. Nell'ultimo bilancio di previsione che abbiamo fatto sono solo 38 milioni. Di questi, 22 milioni sono costi vivi di personale, 10 milioni sono spese di funzionamento. Si comprende solo da qui la natura della fase che abbiamo dovuto gestire, difficilissima: nel mezzo i problemi delle scuole, i problemi delle strade, i problemi che interessano i cittadini. E’ stata un’esperienza molto tosta ma anche indubbiamente formativa. Che mi ha portato ad amare ancora di più la nostra terra: una terra straordinaria, dal Catria e Nerone al San Bartolo, dal Montefeltro alla Valle del Cesano. Una terra splendida, piena di gente tosta, con potenzialità infinite. Le tante idee si sono scontrate con la dura realtà dei conti. Nonostante questo abbiamo provato ad andare avanti, abbiamo cercato sempre la strada dell’innovazione e soprattutto abbiamo cercato di essere vicini, quotidianamente, a chi soffriva, a chi lavorava, a chi non ce la fa. Ottanta tavoli anticrisi, con soddisfazioni e delusioni. Quante delusioni quando siamo dovuti andare a dire agli operai della Morbidelli che quella fabbrica chiudeva. Quante delusioni quando siamo stati presi in giro dal Cantiere Navale, una delle più grandi imprese del nostro territorio. Certo, anche qualche soddisfazione quando, nel bene e nel male, la questione della Berloni si è in parte risolta ed è ripartita. Quando abbiamo contribuito a salvare aziende importanti come la Tallarini. E’ stato un lavoro molto gratificante: ogni volta che tornavo a casa, dopo ore e ore estenuanti di trattative per salvare un posto di lavoro, avevo la sensazione di avere fatto il mio dovere. Sobrietà e rinnovamento della politica. Abbiamo provato soprattutto a dare il buon esempio e il nostro contributo al rinnovamento della politica, facendo della sobrietà e dell’approccio popolare la nostra parola d’ordine. Ancora mi ricordo le battutine di quando ho rinunciato all’auto blu per scegliere una Multipla a metano per girare la provincia. Mi dicevano: “Questo fa la propaganda”. Oggi fanno tutti così. Forse, se la politica si fosse accorta prima che doveva dare un segno di sobrietà, non saremmo nella situazione nella quale siamo. E la scelta della macchina non è soltanto un risparmio. Certo c'è anche quello. E abbiamo fatto un conto: in questi cinque anni abbiamo percorso 300mila chilometri, risparmiando 20mila euro. Ma la sobrietà non è solo 1 risparmio. La sobrietà è un modo di porsi alla pari con i cittadini. Non mi ci vedevo ad arrivare a un picchetto davanti alla fabbrica con l’auto blu e magari il lampeggiante. La sobrietà è ritrovare un contatto diretto con i cittadini, alla pari. Una delle prime cose che ho dovuto fare è stato chiudere il “Centro Benessere”. Fa un po’ ridere che in Provincia ci fosse un luogo dove si facevano i massaggi e il pilates, però era così. Una delle prime cose che abbiamo chiuso è stata questa: che senso aveva in un momento come questo? Così come quando abbiamo ridotto i dirigenti, abbiamo risanato Megas.Net e abbiamo rinunciato ad una parte della nostra indennità per tenere aperto il Centro Antiviolenza sulle donne. Una struttura che dà un servizio straordinario a decine e decine di donne che finalmente trovano il coraggio di denunciare il proprio stato, in una società che purtroppo è ancora violenta nei loro confronti e in una città che ha vissuto, negli ultimi anni, anche episodi molto traumatici: il caso di Lucia è il più eclatante di tutti e ha sconvolto la nostra città. Diciamo questo anche per fare un appello, perché questo Centro potrà continuare a crescere se avrà il contributo dei cittadini. Noi dobbiamo segnare il livello di civiltà anche attraverso un servizio come il Centro Antiviolenza. «La rivoluzione è anche fare il proprio dovere». Come ricorderete, a settembre del 2012 in questa città si è aperto un grande dibattito sulla stampa: “Che cosa farà Ricci? Dove andrà Ricci? Va a Roma? Rimane in Provincia? Fa come Schettino, abbandona la nave?”. In quei giorni, quando portavo mia figlia a scuola, incontravo spesso l’ingegnere Caturani. Il mio grande riferimento personale, ormai pesarese da sempre, che però ha mantenuto l’accento napoletano delle sue origini. Ogni giorno mi prendeva sottobraccio e mi diceva: “Matteo, non fare u’ fesso”. Non ho fatto il fesso, ho fatto la cosa giusta: sono rimasto al mio posto, perché non c’è cosa più rivoluzionaria in Italia che fare il proprio dovere. L'ex presidente delle Province italiane Giuseppe Castiglione, invece, che doveva dare l’esempio, è stato il primo a scappare. Il primo che si è dimesso. E siccome in Italia premiamo i comportamenti virtuosi, oggi fa anche il sottosegretario all’Agricoltura. Mi hanno detto: “L' Italia va così, non arrabbiarti”. No, io non mi rassegno, la buona politica non è questa, la buona politica è prendersi le proprie responsabilità fino all’ultimo giorno e cercare di portarle avanti a testa alta nonostante le difficoltà nelle quali ci si trova. Nuovi assetti. Le Province si trasformeranno e diventeranno enti di secondo livello. Cioè un ente gestito dai Comuni, con funzioni di area vasta: strade, scuole, eccetera. Ma senza soldi: questo sarà il problema principale. Cambia tutto, ma cambia tutto soprattutto per la nostra terra, perché noi siamo una terra di confine, non siamo una provincia come le altre. E allora, in questi ultimi mesi tante persone - le più varie - mi hanno chiesto ripetutamente di impegnarmi per la città, candidandomi a sindaco. Uno dei motivi principali per cui ho accettato questa sfida è proprio questo: la tenuta economica e sociale del territorio provinciale. Il prossimo sindaco di Pesaro non potrà avere lo sguardo che non arriva alla Chiusa di Ginestreto. Il prossimo sindaco di Pesaro dovrà accollarsi le ansie, i problemi, le potenzialità non solo dei pesaresi ma di tutti i cittadini della provincia, compresi quelli di Frontone e di Carpegna. La prossima Provincia probabilmente avrà un presidente che sarà un sindaco delle aree interne, questa è la mia idea. Ma è evidente che il Comune di Pesaro avrà un grande ruolo per tenere unito il territorio: un ruolo di avanguardia, un ruolo di spinta. O vogliamo tornare a vecchie contrapposizioni costa-entroterra, vecchi campanilismi fra Pesaro e Fano? Per questo è importante che il Comune di Pesaro si renda conto, oggi più che mai, di avere una grande responsabilità provinciale. La nostra storia. Del resto, questa è anche la nostra storia, questi sono i nostri “musi neri”. In questo caso il nero non è il colore dell’etnia, il colore della pelle: il nero è il 2 carbone che si depositava nei volti dei lavoratori che dal nostro territorio sono partiti per andare nelle miniere. E’ la storia della mia famiglia, dei miei nonni, ma è la storia di migliaia di famiglie del nostro territorio. Tante volte mi sono chiesto che cosa avrà spinto quei giovani ad andare in un posto che non conoscevano. Non sapevano neanche dov’era il Belgio, non conoscevano la lingua, vivevano nelle baracche. Entravano di notte e uscivano di notte. E spesso e volentieri non uscivano, come purtroppo la tragedia di Marcinelle ci ricorda. Che cosa li avrà spinti se non la ricerca comunque di un futuro migliore, almeno per i propri figli? E che cosa hanno fatto questi lavoratori quando sono tornati, nei primi anni ’60? Con la macchina, dalle aree interne — nel mio caso da Miniera di Urbino — raggiungevano la città e con il sacco di cemento costruivano la loro casa, nei quartieri nuovi che a Pesaro crescevano. Nel mio caso il quartiere è Muraglia. E via Ferraris è la via nella quale io sono cresciuto. Mio babbo e mio nonno erano originari di Miniera. Mia zia, al piano di sotto, arrivava da Montecchio. Di fronte, uno dei miei migliori amici, Simone, veniva da Lunano. E’ la storia della nostra città, la storia della nostra provincia. Pesaro è stata fatta in gran parte, dagli anni ’60 in poi, dalle persone che dalle aree interne si sono spostate qua perché nella città si stavano creando sviluppo e opportunità. Nel dibattito cittadino c’è chi chiama i nostri quartieri il “contado”. Altro che contado! Qui c’è la nostra storia e anche per questo dobbiamo caricarcela. Ed è anche per questo motivo che l’anno scorso, osservando i piccoli amici dei miei figli e vedendo che parlavano l’italiano, a volte il dialetto, meglio di loro; festeggiavano l’Unità d’Italia più di loro; cantavano l’Inno di Mameli più di loro; mi sono chiesto: "Ma anche se sono figli di stranieri, perché non devono essere italiani? Perché non devono essere pesaresi? Sono molto orgoglioso perché insieme al sindaco siamo stati la prima realtà a dare la cittadinanza onoraria a questi bambini. È un segno di civiltà ma è anche il segno di chi sa da dove viene e soprattutto sa quali sono le leve intorno alle quali costruire il proprio futuro. Integrazione e regole. L’integrazione è molto importante. Ma sono importanti anche le regole. Ad esempio, non è integrazione continuare a tollerare il fatto che nei nostri parcheggi ci sia abusivismo che infastidisce le persone e non aiuta quei ragazzi. L’integrazione non è falso buonismo, l’integrazione è anche rispetto delle regole. Per questo occorre avere chiaro qual è il modo migliore per stare insieme. Noi pesaresi non ci accontentiamo mai, giustamente siamo lamentosi e questo ci aiuta a fare sempre meglio. Però i risultati sono sotto gli occhi di tutti e non solo i sondaggi lo dimostrano. Lo dimostrano i tanti passi avanti fatti sulla viabilità, sulla mobilità, sui servizi nonostante tutto, nonostante i tagli, nonostante le difficoltà. Identità e orgoglio. Qui faccio un po’ il campanilista: guardate come è cambiata Pesaro negli ultimi dieci anni e rapportatela a Fano. C’è una comunità che non è come quella dei romagnoli — io dico sempre che i romagnoli sono molto “sburoni”, ogni volta che parlano di sé sembra che parlino della parte migliore del mondo — ma che in alcune circostanze dimostra l’orgoglio di essere pesarese. L’abbiamo visto anche nella scorsa estate, con il Palio dei bracieri: che cos’era se non ritrovare la voglia di stare insieme dentro la riscoperta di una identità e di un orgoglio pesarese? 'Pesaro prima città delle Marche'. Però dobbiamo fare attenzione. Perchè siamo in una fase nella quale dobbiamo cambiare tutto e rimettere in discussione anche una parte della nostra mentalità. La dico così: prima avevamo il lavoro, eravamo ricchi, il provincialismo poteva essere vissuto come un punto di forza; oggi il lavoro non c’è e siamo molto meno ricchi. Quindi il provincialismo, se non stiamo attenti, rischia di diventare una grande palla al piede. Questo è il momento di pensare in grande, di pensare assetti nuovi, perché c’è la povertà da fronteggiare e c’è il nuovo sviluppo da creare. Per questo, il primo progetto sul quale intendo chiedere una condivisione è una 3 visione che già decine di anni fa prima De Sabbata, poi Stefanini hanno avuto: l’idea che noi dobbiamo fare di Pesaro la prima città delle Marche. Come? Facendo da subito, entro il 2014, un’unica unione dei Comuni con i Comuni della Valle del Foglia, Gabicce e Gradara. Perché un conto è il municipio e l’identità, un conto è la gestione dei servizi. E lo dobbiamo fare, innanzitutto, perché noi dobbiamo pesare di più e maggiormente nei confronti della Regione. A maggior ragione adesso che le Province non ci saranno più o saranno trasformate. Trasporti e sanità. Devo dire che in questi anni con la Regione ci sono stati luci e ombre: luci nel rapporto sulle infrastrutture, nella gestione della crisi, sull’aiuto del patto di stabilità, sulle politiche sociali. Ombre, invece, su trasporti e la sanità. Non possiamo che essere delusi su questi due punti: molto delusi. Sui trasporti perché si continua a considerare Pesaro una città che non ha bisogno del trasporto pubblico. Abbiamo un quarto dei chilometri che ha Ancona nel trasporto pubblico, la metà degli altri capoluoghi di provincia. Nonostante che abbiamo una delle pochissime società in Italia sane, come Adriabus. Che non ha debiti e che ogni anno cerca di investire in termini di innovazione. Quindi bisogna cambiare registro. E anche sulla sanità, bisogna che ci diciamo la verità. I risultati negli ultimi dieci anni sono stati deludenti. Abbiamo un buon ospedale che si regge sulla professionalità e la passione di medici ed operatori. Ma i numeri parlano chiaro: sta continuando ad aumentare la mobilità passiva, il che vuol dire che i marchigiani continuano a pagare altre Regioni per curarsi. E questo ovviamente vale soprattutto per la parte nord della regione, quindi per la nostra provincia. Abbiamo delle specialità ma molte di queste, per tante settimane all’anno, sono chiuse. Le liste d’attesa non sono diminuite. Se si vuole ridurre la mobilità ed avere meno costi non si può tagliare il budget a Marche Nord. E’ stata fatta l’azienda Ospedali Riuniti, che è una grande riforma. Ma sappiamo che se non c’è il nuovo ospedale, allora è una riforma monca. Sull’ospedale noi abbiamo fatto tutto: studi, delibere comunali, delibere provinciali: si fa o non si fa questo ospedale? O vogliamo continuare a prendere in giro i pesaresi? Noi non siamo più disposti. Abbiamo avuto tanta pazienza, grande responsabilità, però vogliamo sapere come stanno le cose. Così come vogliamo dire agli amministratori fanesi, che si distinguono molto più per la furbizia che per le capacità, che se intendono fare una campagna elettorale pensando di tornare indietro rispetto a questa scelta strategica, noi l’ospedale lo facciamo ugualmente. Lo facciamo a Muraglia, perché costa meno e c'è’ un’area pubblica. Bisogna cambiare: o c’è un salto di qualità o dobbiamo prendere iniziative anche eclatanti, perché dentro l’ospedale c’è un clima pessimo. Se chi ci lavora continuamente non ha la soddisfazione e gli elementi necessari per andare avanti, non ci sono le condizioni necessari per operare bene. Abbiamo bisogno di passare, finalmente, dalle parole ai fatti. Meno burocrazia, più servizi. La prima città delle Marche si fa anche per sbloccare risorse. Sappiamo quanto il patto di stabilità sia un vincolo per fare lavori. Facendo l’unione dei Comuni, immediatamente il Comune di Pesaro avrebbe sbloccato nove milioni di euro per fare lavori di manutenzione nelle strade, nelle scuole. Ed essere prima città delle Marche significa semplificare, risparmiare. Se abbiamo fatto un unico comando dei vigili urbani, possiamo fare anche un unico ufficio urbanistico, un unico ufficio dei lavori pubblici, un’unica ragioneria, un unico centro operativo. Meno dirigenti, meno burocrazia, più servizi: questa è la nostra parola d’ordine, se vogliamo realizzare le cose. Cambiare la pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione, così come è concepita, alla luce della crisi, non ha più senso. Non abbiamo un soldo per coprire una buca nelle strade e tenere aperto un asilo e alla fine dell’anno dobbiamo dare anche il 4 premio ai nostri dirigenti. Per fare cosa? Per tagliare? Non ha senso. O quei dirigenti tornano ad essere, com’era originariamente nella “legge Bassanini”, un incarico a tempo determinato che viene valutato sui progetti - e che quindi collega davvero i premi ai risultati - o il meccanismo non regge. Perché anche nel pubblico, come nel privato, è troppa la differenza tra chi prende troppo poco e chi prende troppo. Dobbiamo assolutamente rivedere questo tipo di organizzazione. Se non ci sono risultati bisogna rivedere il meccanismo, perché è una questione incomprensibile dal punto di vista del cittadino. La riforma delle società di servizi. Ma semplificare e risparmiare deve riguardare anche le società, che sono troppe. Noi abbiamo Marche Multiservizi che gestisce servizi pubblici locali: acqua, gas e rifiuti. Ha una dimensione provinciale e noi speriamo che possa avere una dimensione regionale. Poi c'è l’Aspes. Se gestisce, fra l’altro anche bene, i cimiteri, gli impianti sportivi, le farmacie, il verde, perché non può gestire anche i parcheggi? Perché non può gestire anche l’innovazione? Perché non può gestire anche l’organizzazione di convention o di manifestazioni turistiche? La mia idea è un’unica società di servizi, che dia servizi a tutti i comuni del bacino pesarese. Voglio essere molto chiaro: se qualcuno che mi sostiene è in attesa di posti, cambi candidato. I posti saranno meno: ci saranno meno presidenti, meno consigli di amministrazione, meno revisori dei conti. E questa volta faremo fare un’esperienza anche a qualche giovane, che almeno se la possa giocare, invece di mettere sempre gli stessi. Forse è ora. La sindrome del rospo smeraldino. Semplificare significa combattere la sindrome — la chiamo così — del ‘rospo smeraldino’. E racconto una storia realmente accaduta, anche se sembra una barzelletta. Qualche mese fa mi chiama urgentemente un geometra, dicendo: “Ho bisogno di venire da te con un imprenditore che seguo. Abbiamo un problema enorme”. Si presentano tutt’e due, un po’ trafelati, e mi spiegano la questione. L'imprenditore ha già un camping e vuole realizzare un nuovo camping per i camper. Io dico: “Benissimo, puntiamo sul turismo, siamo presi d’assalto dagli olandesi e dai camperisti. Qual è il problema? Urbanistico, di permessi?”. Replicano: “No, no, urbanisticamente è tutto a posto”. Insisto: "Qual è il problema allora?". Un po’ imbarazzati osservano: “Il problema è il rospo smeraldino. Nel luogo dell’intervento c’è un fosso dove vive questo rospo. E gli uffici provinciali da sei mesi tengono bloccata la pratica per un parere. Abbiamo saltato una stagione, se ce la tenete ferma un altro po’ saltiamo anche la prossima. Non è molto, ma sono cinque posti di lavoro”. Lì per lì rimango incredulo. Prendo il telefono, chiamo i miei uffici, faccio quattro urla e il problema del rospo smeraldino è risolto. Nel senso che è ancora vivo e vegeto, hanno semplicemente spostato il fosso un po’ più in là. Ma quanti rospi smeraldini ci sono in questo momento in Italia? Quante opportunità di lavoro stiamo perdendo? Quanti investimenti non si concretizzano per meccanismi inutili, assurdi, che fanno passare la voglia di investire a chi vuole farlo? So bene che questa è una questione nazionale e regionale. Sono molto ambientalista ma alcune cose non hanno più senso. Come la procedura di Via, la procedura di Vas. Ma è possibile che da una buona idea alla sua realizzazione devono passare anni, quando il mondo va a 100 all’ora e noi andiamo a 10? Noi dobbiamo fare la nostra parte: negli uffici urbanistici, nello sportello unico. Tutto ciò che si può fare per semplificare radicalmente, ridurre i tempi, va fatto. Non possiamo avere un atteggiamento conservatore, non ce lo permette la fase che stiamo attraversando. Innovazione. Semplificare significa innovare. Anche qui c'è una storia significativa da raccontare. Durante il ‘nevone’ è stato un disastro: una vera tragedia. Ma nel mezzo è successa una cosa carina: in tre ore il sindaco di Pesaro ha ricevuto quasi 3mila richieste di amicizia su facebook. Erano gli studenti, che volevano sapere se il giorno dopo la 5 scuola era aperta. Detta così fa ridere. Ma come funzionava prima dell'era digitale? Se andava bene, avevamo la notizia al tg3 della sera. O magari ci saremmo svegliati un po’ prima, alle 7. Poi di corsa al telefono a chiamare a scuola, con le linee ovviamente occupate perché tutti facevano la stessa cosa nello stesso momento. Ora, dentro uno smartphone, c’è la possibilità di mettere la stragrande maggioranza dei servizi pubblici amministrativi. Quante file potremmo risparmiare? Quanto tempo potremmo risparmiare? Quanta carta potremmo risparmiare? Cogliamo la rivoluzione digitale e cominciamo a pensare al nuovo Comune come a un Comune 3.0: un Comune aperto 24 ore su 24. Significa che in ogni momento della giornata bisogna avere la possibilità di fare una pratica almeno online. Avere qualcuno che risponde, a cui poter mandare un documento. Fare in modo che la rivoluzione digitale cambi la pubblica amministrazione è una cosa fondamentale, così come ripensare le nostre città, con il concetto di smartcity. Significa applicare la tecnologia a tutti gli ambiti vitali della città. Fare in modo di accrescere ulteriormente la mobilità alternativa, utilizzando le auto elettriche, la centraline, i sistemi di car pooling e car sharing. Ma significa anche costruire un pezzo nuovo di economia locale. Una delle aziende che ho conosciuto ultimamente prima era un’impresa di comunicazione. Adesso fanno le cover personalizzate. È diventato il loro business principale. Sono nate in questi ultimi anni decine e decine di piccole imprese del digitale che lavorano in tutto il mondo. E allora noi dobbiamo far crescere questo distretto. Non solo perché abbiamo grandi aziende ma perchè può modernizzare complessivamente tutto il sistema del nostro territorio. Per fare questo, dobbiamo però assolutamente scommettere sul sostegno alle start up, alle nuove esperienze di coworking. Sono forme di lavoro nuove, nelle quali dobbiamo credere. In Europa funzionano, possono funzionare anche da noi. Ci sono esperienze positive, soprattutto nell'accesso ai fondi europei. La sindrome del 'non si può fare'. Va sconfitta anche un’altra sindrome: quella del “non si può fare”. Il riferimento è al film 'Frankenstein junior'. Quando a un certo punto Frankenstein comincia ad animarsi, significa che la cosa 'si può fare'. Forse questo è il problema principale delle pubbliche amministrazioni: se uno ha una buona idea, la prima risposta che spesso riceve è: “Non si può fare”. Perché non si può fare? E’ capitato anche a me. Voglio riformare gli uffici turistici e dico: “Gli uffici turistici devono diventate luoghi nei quali si trova il meglio della nostra terra: gastronomia, artigianato, eccetera.”. La prima risposta è stata: “Non si può fare”. Alla fine in via Rossini l’abbiamo fatto. Così come quando ci siamo posti il problema di come investire meglio le risorse per la formazione. Diciamoci la verità: a volte la formazione è servita più ai formatori che ai formati. Da questo punto di vista bisogna cambiare. Allora ci siamo inventati una cosa, dai bonus fiscali per le ristrutturazioni. Ci siamo chiesti: “Ma quante persone sanno che ci sono i bonus fiscali per le ristrutturazioni edilizie? Quante persone sanno quanto la propria abitazione consuma energeticamente?”. Di qui l'idea, messa a punto con l’istituto di bioarchitettura: 100 famiglie pesaresi mettono a disposizione la loro casa; 20 disoccupati si formano direttamente, nelle case dei pesaresi, insieme a formatori esperti attraverso il check-up gratuito energetico dell' abitazione. Ovvero: si stima quanto consuma il tetto, quanta energia si spreca dagli infissi, dai muri. Si valuta l’impianto elettrico, si considerano gli elettrodomestici eccetera. Alla fine, la famiglia avrà a disposizione il check-up energetico dell'abitazione e potrà decidere di usufruire del bonus fiscale per ristrutturare, se ne ha la possibilità. Magari chiamerà proprio quelle aziende elettriche, termoidrauliche, nell’edilizia che assumeranno e faranno fare esperienza di lavoro a quei venti disoccupati. Quando l’ho proposto, mi hanno risposto: “Non si può fare, perché non abbiamo mai fatto la formazione nelle case”. Invece ora si fa, è uscito il bando. Spesso basta un po’ 6 d’ingegno. Abbiamo bisogno di far diventare il Comune il primo luogo nel quale i cittadini vanno se hanno una buona idea. La risposta non può essere: “Non si può fare”. La risposta deve essere: “Vediamo come si può fare, vediamo qual è la strada da trovare”. Ripensare l'economia. Noi saremo e rimarremo una città fortemente legata alla manifattura. E’ la nostra storia, fatta da grandi imprenditori. Persone che hanno portato il nome di Pesaro in giro per il mondo e che hanno dato lavoro a migliaia di persone. Però la manifattura va riformata. Intanto puntando molto più di quello che abbiamo fatto in passato sull’export. Chi è che regge in questo momento? Chi, in tempi non sospetti, ha capito che doveva andare a conquistare nuovi mercati. Chi oggi lavora in gran parte con il mercato italiano è a terra ed è costretto a licenziare. Non sempre siamo stati in grado di guardare all'estero, anche perché siamo fatti di piccole imprese. Sono state tante le iniziative della Camera di commercio, della Regione ma non abbiamo ottenuto ancora i risultati che servono per reggere. Così come, sul mobile in particolar modo, abbiamo ottenuto gli incentivi nelle ristrutturazioni. Per noi è sicuramente una boccata d’ossigeno. Ma serve un nuovo approccio anche rispetto ai meccanismi di produzione. Se la Nutella e la Coca-Cola hanno investito sui nomi personali, nei loro prodotti, è solo un’operazione di marketing? O forse dietro c’è un cambiamento sociologico dei consumatori, sempre più attenti al prodotto personalizzato? Il cambiamento nei meccanismi di produzione può riguardare anche il tessile, il mobile, l’arredamento. È il momento di ripensare anche i nostri processi produttivi, sapendo che ci saranno sempre più consumatori che vorranno l’armadio personalizzato, il comodino personalizzato, il design personalizzato. E’ per questo che insieme al Cosmob abbiamo lanciato l'idea di aprire a Pesaro il primo laboratorio 'fablab' delle Marche. C'è una grande evoluzione sulle stampanti tridimensionali. Non è fantascienza, è realtà. Già molti prodotti si possono fare con questa nuova tecnologia. Noi dobbiamo sviluppare nuove azioni nel settore. Che non sostituisce la produzione classica ma può diventare un valore aggiunto della produzione classica. E, di conseguenza, nell’innovazione dei nostri prodotti. Turismo e dintorni. Non possiamo più considerare il turismo un’attività marginale. Diciamoci la verità: per noi il turismo è sempre stato così. Avevamo altro. Meno gente c'era a Pesaro, meglio era. È stata purtroppo la mentalità di tanti. Oggi sappiamo che invece nel turismo abbiamo potenzialità. Si possono creare posti di lavoro, finalmente c’è una strategia comune che mette insieme pubblico e privato. Pensiamo alle opportunità che abbiamo. Le vediamo quotidianamente, anche destagionalizzando gli eventi nel turismo familiare, nel turismo sportivo. Che potenzialità ha il parco San Bartolo, uno dei posti più belli del mondo? Quante potenzialità abbiamo rispetto alla cultura, al Rof, alla Mostra del Cinema, alle nuove esperienze che ci sono state Popsophia, Angolo della Poesia - alle tante altre iniziative che possono crescere e portare valore economico? Dobbiamo crederci, però, tenendo conto che la promozione compete alla Regione. Fino a qualche anno fa, nelle fiere ogni Comune si presentava con il proprio volantino. Un approccio ormai superato, inutile, che non ha più senso. Cambiare mentalità significa anche avere chiaro quali sono gli strumenti. Ognuno di noi può diventare, con le nuove tecnologie, promotore del suo territorio, rilanciare un 'tweet' di un turista soddisfatto delle nostre terre, colpito dal Rof, meravigliato dal tramonto al porto. Ognuno di noi, se ci crediamo e cambiamo mentalità, può diventare promotore della nostra terra. Ma occorre un lavoro pubblico-privato nuovo, da sviluppare con determinazione. Così come c’è una tendenza nuova sull’agricoltura da cogliere. L’unico segno “più” che abbiamo sull’occupazione è sul turismo, sui servizi e sull’agricoltura. C’è un ritorno alla terra: quante persone, anche giovani, hanno ricominciato a fare 7 l’orto? C'è chi coltiva di nuovo i pomodori nel terrazzo, come facevano i nostri nonni. Oggi c'è interesse diffuso verso i prodotti dei territori. Una cultura nuova, una mentalità nuova e un ritorno sano. Dimostrato, tra l'altro, dalle presenze di centinaia e centinaia di studenti all’Agrario, con iscrizioni sempre in aumento. Che testimoniano un dato: da un settore che negli ultimi decenni abbiamo considerato marginale, si può costruire un pezzo di economia nuova. Nuova edilizia. Dentro lo sviluppo, sappiamo benissimo quanto conta l’edilizia. Però dobbiamo essere anche molto chiari. L’edilizia che c’è stata prima della crisi, fino al 2008, non esisterà più. Non possiamo più continuare a consumare nuovo territorio. Su questo c’è una sensibilità diffusa. Abbiamo bisogno invece di concentrarci nelle trasformazioni urbane. E nel considerare gli edifici non solo luoghi dei servizi, del lavoro, della residenza. Se vogliamo cambiare mentalità, gli edifici vanno considerati nodi della nuova rete energetica che andiamo a costruire. Per cui l’efficienza energetica, la presenza di energie rinnovabili devono diventare sempre più la regola, non l’eccezione. Per perseguire un nuovo modello di sviluppo e costruire un’edilizia sostenibile differente. Trasformazione urbana. Mettiamo in moto processi di trasformazione urbana, partendo dal progetto per costruire un nuovo centro. Prendiamo l’ex Bramante: continueremo a chiedere di valorizzare l’edificio. Perchè è una grande opportunità per questa città. Significa ripensare tutto il percorso da Rocca Costanza al porto di Pesaro. Rocca Costanza ce la vogliamo riprendere: è un insulto all’intelligenza pensare che lì dentro ci vada l’archivio. Per questo troveremo quattro capannoni sfitti. Rocca Costanza, piuttosto, diventi sede di attività culturali. Rivedere l’ex Bramante significa rivedere piazza Aldo Moro, il collegamento tra il centro e viale della Repubblica, già in ristrutturazione. Vuol dire, ancora, prevedere lì un luogo dei parcheggi, lasciando perdere il parcheggio sotto viale Trieste. Perché abbiamo già il parcheggio del “Curvone” da far funzionare. Valorizzare l'ex Bramante è una grande occasione di trasformazione urbana. Facciamo un patto: il valore in più che si dà a quel bene si mette a disposizione della città. Per completare i lavori del vecchio Palas, o per contribuire a risolvere la questione dell’ex Amga. Valorizzare quel bene ci consente di mettere in moto un pezzo di edilizia. Così come il San Benedetto: l’Asur, con la Regione, ha fatto una stima che era già esagerata quando l’edilizia tirava. Adesso è il doppio rispetto al valore di mercato. Bisogna rifare la stima. Trasformiamo quel bene, fondamentale per la città, piuttosto che consumare nuovo territorio. Mettiamo in moto un po’ di economia, un po’ di lavoro sano. Ma c'è ancora altro. C’è la questione del San Domenico legata, purtroppo, alle vicende di difficoltà nelle quali si trovano le fondazioni. C’è la questione di Palazzo Ricci, che è una grande opportunità per il Conservatorio. E l’area dell’ospedale. Se si fa l’ospedale nuovo, nella parte più nuova del vecchio nosocomio si potrebbero mettere tutti gli uffici che l’Asur ha in giro per la città. Via Nanterre, via XI Febbraio, eccetera. Nella parte più vecchia invece, con la stessa volumetria, si potrebbe creare un grande progetto di trasformazione urbana. Orientando lì l’edilizia dei prossimi dieci anni. Capitolo ex carcere minorile: si stanno facendo i lavori, rimane la parte su piazzale I Maggio. La nostra idea è valorizzarla con un bando. Per realizzare bed and breakfast, dare la possibilità a qualche giovane coppia di avere la propria abitazione ed affittare delle camere. Una struttura che a Pesaro in centro non c’è se non in piccolissime dimensioni. In più, una struttura legata a cibo e cultura che andrebbe a completare quella zona e, in generale, a valorizzare ulteriormente quella parte di città. Nuova Questura e sicurezza. Prima nella caserma c’erano 1.500 persone. Adesso ce ne sono 600: possibile che servano tutti gli spazi come prima? Siamo orgogliosi della storia della caserma. Per tanti anni ha dato un bel pezzo di economia ai ristoranti del 8 nostro territorio e non solo. Oggi il 28° Reggimento svolge una funzione fondamentale nelle azioni di pace nel mondo, occupandosi di comunicazione e di informazione. Il punto però è un altro: siamo in un momento di spending review, la Questura di Pesaro oggi è in due edifici della Provincia, ci paga la metà dell’affitto che ci dovrebbe dare. Non possiamo certo sfrattare la Questura. Allora abbiamo fatto un ragionamento: la nuova Questura da sola non si riesce a fare perché costa troppo. Pertanto il ministero dell’Interno può utilizzare l’affitto che versa alla Provincia per fare un mutuo e ristrutturare gli spazi della caserma. Che sono dello Stato. Così facciamo la Questura nuova che aspettiamo da anni, liberiamo due beni e magari incassiamo qualcosa di più da mettere nella manutenzione di scuole e strade. Ne guadagniamo in sicurezza, il tutto in un’operazione statale. Non è più accettabile che due ministeri non collaborino, scaricando sugli enti locali i loro problemi. Su questo non molliamo, perché è una questione di buon senso che si può fare. E lo facciamo anche come riconoscimento alle forze dell’ordine. Lasciatemelo dire: in questi anni, nel mio ruolo istituzionale ho potuto apprezzare le loro grandi capacità. Lavorano sotto organico, con un impegno straordinario. Il buon funzionamento delle forze dell’ordine ci garantisce di poter continuare a vivere con più sicurezza possibile. Considerando che la criminalità e i furti sono in aumento. Per noi il valore della legalità è una cosa fondamentale. In tutte le classifiche siamo ancora tra le province più sicure. Rimini non è molto lontana da noi ed è una delle province più insicure d'Italia. Però la criminalità organizzata non ha più confini. E territori che, come il nostro, avevano sempre avuto la capacità di espellere tentativi di criminalità organizzata, oggi non sono più tranquilli. Quindi bisogna tenere alta la bandiera della legalità. La cui cultura va coltivata attraverso i nostri giovani. C’è un’immagine bellissima, creata dagli studenti della Scuola d’Arte. Risale a qualche anno fa, quando abbiamo intitolato il Campus scolastico a Peppino Impastato. I ragazzi hanno costruito una porta molto bassa ma larga e una porta molto alta ma stretta. La porta molto bassa e larga è la porta dell’illegalità: ci si entra benissimo, ma per entrare bisogna strisciare. La porta della legalità è stretta: ci si entra uno alla volta ma ci si entra a testa alta e con la schiena dritta. Non c’è immagine migliore da diffondere per tenere alto il valore della legalità nel nostro territorio. Sostenere la voglia d'impresa. A Pesaro ogni tanto nasce una gelateria. Dietro la storia di chi apre una gelateria, la storia di chi prova in generale ad aprire un’attività, spesso e volentieri c’è quella di un’altra impresa che è andata male ma ci riprova. O addirittura di un lavoratore dipendente che ha perso il lavoro. E magari ha la possibilità, grazie a qualcuno che gli ha dato un aiuto, di provare ad aprire un’attività. Nonostante tutto, in questa terra, abbiamo mantenuto una grande capacità di intraprendenza imprenditoriale. C'è gente che vuol fare impresa. E’ un grande valore. Ma va accompagnato, sostenuto. E allora lanciamo una proposta: per tre anni tagliamo le tasse comunali alle nuove imprese che nascono. Dobbiamo farlo soprattutto in alcune parti della città, a iniziare dal centro storico. Rilancio del centro storico e commercio. Basta con altre nuove grandi aree commerciali. Non ne abbiamo bisogno. Quando, nei primi anni ’90, si è iniziato a discutere del tema della grande distribuzione, il ragionamento era semplice: la grande distribuzione serve perché va a vantaggio del consumatore, abbassa i prezzi. Oggi però abbiamo decine di possibilità per fare spesa a buon mercato. Il tema è, invece, rilanciare i centri storici. Rilanciare il piccolo commercio è un grande problema ed anche una questione culturale. Non vogliamo una città nella quale i nostri anziani vanno sempre più a cercare il caldo d’inverno e il fresco d’estate nei supermercati. Vogliamo una città nella quale i nostri anziani e i nostri giovani si incontrano nelle piazze, nei cortili, in biblioteca. E allora, nel centro storico soprattutto dobbiamo incentivare la nascita di 9 nuove imprese. Cambiando un po’ di mentalità: il centro storico deve essere un po’ più vivace, dobbiamo mettere da parte un po’ di tranquillità. Perchè non si possono avere entrambe le cose. Il Mercato delle Erbe non potrebbe diventare, nel weekend, un locale gestito dai giovani della nostra città? Non toglierebbe clienti agli altri commercianti, ma porterebbe gente per gli altri commercianti. E consideriamo i commercianti come lavoratori. Ogni negozio che chiude è un posto di lavoro che si perde. Anche gli ambulanti sono lavoratori. Sul mercato qualche problema da risolvere c’è: evitiamo conflittualità, cerchiamo un accordo, cerchiamo di andare avanti in quella direzione. Io sono contrario allo spostamento in centro del mercato. Proviamo a sistemarlo lì dov’è, proviamo ad andare incontro alle esigenze degli ambulanti. Cerchiamo di trovare una soluzione. Giovani. E’ evidente che la prima nostra preoccupazione per loro è il lavoro. Però se hanno qualche posto in più dove incontrarsi e divertirsi non fa mica male. Allora qualcosa è cambiato, soprattutto d’estate. Pensiamo a Sottomonte, dove c’è la splendida pista ciclabile, come anche a un luogo estivo, dove si possono fare manifestazioni durante tutta l’estate. E’ il momento di pensare come incentivare nuovi locali d’inverno, luoghi dove far nascere nuovi locali. Anche per evitare di mettere i ragazzi dentro le macchine per andare in Romagna, magari rischiando la vita. Per questo dobbiamo rinunciare ad un po’ di tranquillità: proprio per dare più tranquillità e meno preoccupazioni a un genitore che di notte aspetta i figli a casa. Infrastrutture. Stiamo risolvendo il problema nord-sud. Per la terza corsia dell’autostrada i lavori si sono conclusi un anno prima: per come vanno in Italia le cose è già un bel risultato. Ma soprattutto, sono tante le opere accessorie portate a casa. Il casello a sud di Santa Veneranda, unidirezionale, farà diminuire notevolmente il traffico sulla Nazionale, su Muraglia e dalle colline. Ci consentirà un migliore raccordo tra la parte nord e sud della provincia e della regione. Così come la "bretella dei fratelli Gamba", la strada che a Villa Ceccolini farà da ponte nuovo sul Foglia, verso la Pica. Collegandosi con una strada a quattro corsie all’attuale casello, diventerà l’opera più importante dal punto di vista provinciale. Per chi proviene dalla Montelabbatese, da Urbino, dal Montefeltro non ci sarà più motivo per attraversare Pesaro, per raggiungere il casello. O magari non ci sarà più neanche motivo per andare a prenderlo a Cattolica, passando per Pozzo Alto, Tavullia, San Giovanni in Marignano. Sono opere che cambieranno radicalmente la mobilità del nostro territorio. Così come la circonvallazione di Santa Veneranda. All’altezza del lavatoio ci sarà la circonvallazione che si collegherà direttamente al casello. Che verrà realizzato più o meno all’altezza dell’attuale campo sportivo di Santa Veneranda. L’Interquartieri di Muraglia ci porterà fino all’attuale ospedale. Infine, il raddoppio dell’Interquartieri. Con queste opere, per un valore di 90 milioni di euro, avremo risolto per gran parte i problemi di viabilità della città. Passi avanti importanti sono stati fatti anche sul treno. Con Italo e Freccia Rossa miglioriamo ulteriormente il collegamento verso Milano. Rimane il nodo storico, andare a ovest. La Fano-Grosseto è un nostro problema. Il completamento della Strada dei due Mari non è un problema di Mercatello, è un problema della nostra economia. È un modo per andare a Roma in poche ore, è un modo per andare a Firenze in poche ore. Non possiamo mollare. Siamo in una fase in cui l’opera può ripartire con un meccanismo di partnership pubblico-privata. Noi pesaresi dobbiamo essere i primi ad andare a dormire di nuovo con le tende nella galleria della Guinza, se serve, se vogliamo avere la mentalità giusta. Così come dobbiamo avere il secondo stralcio del porto, perché anche quello è attraversamento est-ovest, rappresenta la porta est della nostra città. E non rinunciamo all’arretramento della Statale, all’arretramento della ferrovia. So bene che forse non lo vedranno neanche i miei figli. 10 Ma è una cosa da programmare, perché prima o poi il potenziamento della ferrovia Bologna-Bari si porrà. E da Pesaro in giù, verso sud, la ferrovia è in riva al mare. Per cui lì non sarà possibile fare nessun potenziamento. Nel corridoio dove era previsto l’arretramento dell’autostrada, ora libero, urbanisticamente va dunque inserito l’arretramento della ferrovia e della statale. E ancora sulla statale: non pensi l’Anas che noi continuiamo a mettere a posto l’Ardizio come abbiamo fatto, per tenere in sicurezza la strada statale e la ferrovia statale. O il problema dell’Ardizio se lo pongono loro o ci cambiano la strada, arretrano la statale. Delle due l’una. Capitolo Fiera: la sua destinazione migliore è quella di una struttura che abbia un’unica gestione rispetto ai grandi impianti sportivi. A iniziare dal Palasport, perché consentirebbe di valorizzare e offrire la città per qualsiasi tipo di manifestazione: culturale, sportiva, musicale. Legando magari l'innovazione all'aspetto fieristico. Un esempio potrebbe essere proprio il laboratorio 'Fablab' con il Cosmob. Una città che conti di più. Abbiamo bisogno di una città nazionale, una città che conti, che abbia visibilità, che abbia relazioni. Altrimenti le cose non si realizzano. E serve anche una città che programmi. Appena diventato presidente, mi viene a trovare il presidente della provincia di Rastatt, gemellata con Pesaro e Urbino. Mi dice: “Quando vieni da noi in Germania?”. Rispondo: “Presto”. Era ottobre. “Presto quando?”. “In primavera”. “Ma primavera quando?”. Io rispondo sempre più imbarazzato: “Aprile”. Apre l’agenda: “Che giorno?”. “Come che giorno?”. Per noi, ad ottobre pensare di programmare una cosa per aprile è fantascienza. Ma loro sono tedeschi, l’Europa funziona così. O ritroviamo la capacità di programmare o tutte le opportunità dei prossimi fondi europei andranno perdute. Siamo alla vigilia della programmazione dei fondi europei 2014-2020: dobbiamo avere idee chiare, strategie chiare, capire dove andare a parare, mettere insieme i territori, mettere insieme pubblico-privato per programmare, perché non possiamo lamentarci sempre dell’Europa. Se l'Italia non coglie le opportunità dell’Europa, allora prima di tutto dobbiamo migliorare noi stessi. Oltre il Pil. Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di andare a Washington e a un certo punto mi trovo al cimitero di Arlington, dove sono sepolti tanti morti delle guerre americane, insieme ai più importanti uomini di Stato. Tutti vanno verso la tomba di John Kennedy, riconoscibile dalla torcia sempre accesa. Io vado invece verso quella del fratello Bob, che non riesco subito a trovare. Quando la vedo, rimango meravigliato: è coperta dalle foglie, non solo non è in evidenza ma non è neanche tenuta benissimo. Chiedo al custode: “Come mai questo trattamento?”. Lui mi risponde in maniera molto semplice: “Uno è stato ammazzato dopo che è diventato presidente, l’altro è stato ammazzato prima di diventare presidente”. Ma cosa sarebbe stato il mondo se Bob Kennedy non fosse stato ucciso? Una delle sue cose più rivoluzionarie fu proprio una critica al Pil. C’è un grande discorso nel quale Bob Kennedy, nel 1968, afferma che il Prodotto interno lordo è importante ma misura tutto tranne ciò per cui vale la pena vivere una vita: non misura l’inquinamento, non misura le disuguaglianze, non misura la violenza, non misura la salute, non misura l’attaccamento alle istituzioni. Non tutto dunque è Pil. Noi abbiamo un’idea di sviluppo differente. E il nostro obiettivo è diventare sempre più una delle città in Italia nelle quali si vive meglio. Per cui il nostro sviluppo lo misuriamo e lo misureremo diversamente. Ci sono state banalizzazioni sul tema, ma Pesaro e Urbino sta portando avanti con l’Istat un esperimento d'avanguardia notevole, che apre nuove prospettive. Nuove povertà. Quanto vale - come ci ha testimoniato un grande pesarese, don Gaudiano - il vivere sociale, l’attenzione agli ultimi, in termini di tenuta di una 11 comunità? Quanto vale la straordinaria rete di servizi sociali pubblici e privati per la nostra città? Quanto vale per noi riuscire a dare un po’ di sollievo a una famiglia che ha un figlio portatore di handicap? Quanto varrà per noi dare un po’ di sollievo a una famiglia curando una persona a casa piuttosto che in ospedale, attraverso una nuova organizzazione socio-sanitaria dei servizi? E quanto vale riprendere una politica nuova sulla casa? Ci sono nuovi emarginati. C’è un campo enorme sul quale lavorare, che riguarda l’housing sociale e una nuova stagione di case popolari. Come affrontiamo le nuove povertà? Tra le tante famiglie che ho visitato ce n’è una particolare, Casa Mariolina, che accoglie i senzatetto. Spesso e volentieri sono pesaresi, cittadini che si vergognano. Come si riesce a dare una risposta a questi nuovi bisogni, se non diamo il giusto valore alle cose, se non le misuriamo come si fa con il resto? Don Gaudiano ci ha insegnato a guardare ai problemi con gli occhi degli ultimi. Solo così una comunità è più unita, civile, e giusta. E se vogliamo un nuovo modello di sviluppo, lo stesso vale per la misurazione dei nostri servizi educativi, della nostra formazione, della nostra università. Bicipolitana e ambiente. Dieci anni fa ero stato a Berlino con la mia fidanzata, attualmente mia moglie. Di ritorno a Pesaro, vado a un incontro in Comune e mi accorgo che la cartina della metro mi era rimasta nel cappotto. La tiro fuori e spiego al sindaco: "Dobbiamo fare lo stesso a Pesaro". Lui mi guarda e mi dice: “Tu sei matto. La metropolitana a Pesaro?”. Rispondo: “No, la bicipolitana. Ogni anno inauguriamo una tratta, con un colore diverso. Nel giro di dieci anni avremo la nostra bicipolitana". Ora abbiamo 70 chilometri di piste ciclabili, grazie alla determinazione degli amministratori, e dei tanti che si sono impegnati. In termini di Pil, quanto ha prodotto quell’investimento? Sono nati negozi di biciclette, ci sono i bar lungo le ciclabili, le attività. In termini di benessere per le nostre famiglie e di ridotto inquinamento, quanto vale la bicipolitana? Quanto vale in termini di salute? Per noi molto, nella nostra idea di sviluppo. Così come vale la raccolta differenziata, che è un dovere, non un’opzione. Lo ha capito anche De Magistris, il sindaco di Napoli, qualche anno fa. Appena eletto voleva spedire un po’ di rifiuti campani a Pesaro. Abbiamo detto no, perché quella non è solidarietà. Se per noi è un dovere fare la raccolta differenziata, aprire le discariche, deve essere un dovere anche per gli altri. Quanto vale investire nei parchi come il Miralfiore? O completare le ciclabili anche a Villa Fastiggi, a Villa Ceccolini, a Borgo Santa Maria? Crediamo che in termini di benessere, tutto questo valga tantissimo. E aggiungo: va risolta velocemente la vicenda dell’ex Amga. Il sindaco sta facendo un ulteriore tentativo attraverso il Poru. Se non ce la fa, siamo disponibili a mettere a disposizione un pezzo del nostro patrimonio per risolvere il problema. Se non ce la facciamo neanche così bisognerà ottenere altre risorse, ma il problema va in ogni caso risolto. Perché, al di là del clima elettorale, c’è tanta gente preoccupata, c’è una situazione ambientale che non possiamo tollerare. Il tema va affrontato con grande determinazione. Cultura. A proposito di benessere ecosostenibile, quanto vale la nostra cultura? Per noi è civiltà ed economia. Quanto vale il Rof, il Conservatorio, essere con orgoglio la città di Rossini? Puntiamo ad ottenere il riconoscimento di “Città della musica”. E ancora: quanto vale avere la Mostra del Cinema, nuove manifestazioni come il “Fuori Festival”? Quanto vale avere la Biblioteca Oliveriana, un patrimonio inestimabile che richiede una strategia nuova? Quanto vale la San Giovanni? La biblioteca è il luogo delle relazioni, dove le persone si incontrano oltre che per studiare e trovare cultura. Anche lì dobbiamo fare un passo in più e innovare. Quanto valgono i nostri teatri? Più forza per la città. Gli obiettivi si raggiungeranno se partiremo da due punti. Primo: ridurre il più possibile il costo dell’organizzazione pubblica. Più riduciamo il costo 12 dell’organizzazione pubblica, più risorse avremo per i servizi. Secondo: andare a prendere i soldi dove ci sono. A Roma, in Europa, in Regione. Per fare questo dobbiamo essere più ambiziosi, contare di più, avere la forza e la capacità relazionale per ottenere i risultati. Infine, dobbiamo anche sconfiggere anche la sindrome del "chi te l’ha fatto fare”. Chi fa volontariato, che sia sociale, culturale, sportivo, si sente spesso dire: “Quanto ci hai guadagnato?”. Se risponde: “Niente, anzi spesso e volentieri ci ho rimesso di mio”, la replica dell'interlocutore è:“Ma chi te l’ha fatto fare?”. Come se non si faccia più niente per niente. Il valore del volontariato nella nostra città, invece, è diffusissimo. È una ricchezza straordinaria: il volontariato sociale, il volontariato nei quartieri, il volontariato nello sport. Quanto valgono queste cose nel nostro concetto di sviluppo? Il nuovo modello di sviluppo significa interpretare diversamente il diritto alla ricerca della felicità. So bene che la ricerca della felicità è un percorso individuale, legato agli affetti, alla salute, alla spiritualità. Ma c'è una sfera pubblica della felicità? Io penso sia il bene comune. In questo ritrovo anche la mia formazione e le mie origini. Sono cresciuto con i miei nonni e con i volontari delle Feste dell'Unità. Loro mi hanno detto che noi siamo quelli che stanno bene quando gli altri stanno meglio. Per cui la nostra ricerca della felicità è individuale ma non egoistica. C'è anche il tentativo di ridare forza e dignità alla buona politica, vissuta come servizio. E' per questo che ho accettato la richiesta di chi mi vuole candidato a sindaco. Chi sta troppo a Roma, o solo a Roma, perde il contatto con la realtà. Quel poco di visibilità che mi sono creato, e soprattutto le relazioni che ho instaurato, le voglio mettere a disposizione dei pesaresi. Fare il sindaco è la cosa più bella che possa fare una persona che crede nella buona politica. È il contatto quotidiano con le persone, è la concretezza nel fare corrispondere tutti i giorni le parole ai fatti, è sentire respirare la propria città. Il programma sarà un percorso partecipativo: le persone mi diranno la loro, i problemi che ci sono, l'ascolto sarà fondamentale. Ho provato a indicare una direzione di marcia, frutto dell'analisi della fase storica che stiamo vivendo. Mi rivolgo a tutta la città: sono con orgoglio uomo di sinistra, ma questo è il momento di chiamare tutti coloro che hanno buone idee, passione e amore per Pesaro. Quello che conta è il futuro della città e non solo quello di un singolo partito. Il mio progetto avrà un taglio fortemente civico. Mi confronterò con tutti e mi rivolgerò a tutti. Perché un buon sindaco rappresenta tutti, anche chi non lo vota. Un bel po'. Ho pensato molto a come riassumere in un concetto l'energia e la determinazione per uscire da questo momento difficile, con una comunità più forte ed unita. Ho pensato alle caratteristiche della nostra gente, alla ‘tigna’, alla voglia di fare e di non mollare, alla cultura della solidarietà che abbiamo. Ma ho pensato anche alla giusta e sana ambizione che dobbiamo avere, perché può essere la parte migliore del Paese. È il momento di rilanciare e pensare in grande. Ho scelto #unbelpo', perché non è solo un modo di dire pesarese in senso rafforzativo, è anche ambizione popolare, di chi sa che l'umiltà, la semplicità e l'unità sono caratteristiche che se combinate al coraggio, alla determinazione e alla creatività, possono restituire la speranza. Un buon sindaco deve fare cose concrete quotidiane ma avere anche la forza di creare un contesto positivo, che ci faccia uscire dalla fase di depressione. Un contesto nel quale ogni pesarese possa dare il meglio di sé. Adesso sta a noi. C'è un pezzo di futuro da costruire insieme. Per farcela, occorre impegnarsi un bel po'. Viva Pesaro e auguri a tutti noi. 13