qui trovate il diario realizzato dai volontari.

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qui trovate il diario realizzato dai volontari.
20 e 21 agosto 2012
Aeroporto di Malpensa.
Un gruppo variegato di persone si ritrova alla spicciolata.
Chi accompagnato dai genitori, chi in viaggio dalla sera prima, chi con un bagaglio essenziale,
chi con una valigia enorme.
Ciascuno con le sue emozioni, i suoi pensieri, dubbi, paure ed entusiasmi.
Negli incontri di preparazione al campo sono emerse le aspettative piu’ disparate, dettate dal
vissuto di ciascuno, dalle differenti eta’ e dai singoli progetti di vita.
Cosi’ come diverse sono le motivazioni alla base della scelta di partire.
Due sole cose ci accomunano, chiare ed esplicite gia’ dallo scambio di email per prepararci al
campo: la curiosita’ e l’entusiasmo di andare.
Il volo e’ lungo: 8 ore per raggiungere Addis Abeba, altre 6 per atterrare a Maputo.
Aereo scomodo, aria condizionata altissima, spazi stretti.
Finalmente Maputo.
E cosa proviamo ora che siamo giunti alla meta?
Non lo sappiamo, siamo troppo stanchi e frastornati per renderci conto di essere a circa 15.000
km da casa, in un ambiente completamente diverso da quello a cui siamo abituati.
Prima notte di condivisione dei nostri spazi in un ostello vicino al centro, spartano ma con tutto il
necessario.
Cena a base di carne alla griglia in abbondanza, che ci sembra ancora piu’ buona dopo una
serie di pasti in aereo, arricchita dal piccantissimo piri piri, di cui non possiamo gia’ piu’ fare a
meno.
Le chiacchiere sono ancora caute, timide, quasi sotto tono.
Non ci conosciamo ancora.
A letto presto, che domani mattina ci si sveglia all’alba per cominciare a percorrere i km che ci
separano da Morrumbala.
Clara
22 Agosto 2012
Sveglia alle 05:00 il sole non é ancora sorto, una leggera nebbia nasconde il panorama dalla
veranda dell ostello di Maputo. Caricati i bagagli sul pulmino e via direzione Mongue nel
distretto di Maxixe. Imboccata la EN1 lasciamo il traffico della capitale per addentrarci nell'
Africa piu vera, il cemento delle strade e dei palazzi lentamente lascia spazio alla rossa terra,
alle palme da cocco e alle capanne di terra e fango nella boscaglia. La giornata di viaggio é
stata abbastanza pesante e per certi aspetti traumatica... ladri di anime gridato da un passante
un po’ sulle sue contro chi stava per fargli una foto... Destino, quello che secondo Americo ha
fatto scontrare frontalmente due mezzi spezzando vite e lasciando feriti in balia del nulla... Il
pranzo in un bar di fronte a un panorama mozzafiato dove abbiamo finito le proviste del piccolo
ristrante... Strada lunga e dritta all'orizzonte quella che abbiamo percorso per otto ore nel
nostro ˝caro˝ furgone. Arrivati finalmente a destinazione ci troviamo davanti a un bellissimo
lodge che dall'alto guarda il mare, l'ospitalità di padre Vittorio e stata molto calorosa. Cala la
notte, dopo un abbondante cena ci fermiamo nel giardino a contemplare il nero cosi intenso del
cielo privo di ogni possibile luce al di fuori delle stelle e della luna. Stanchi dal viaggio andiamo
a letto abbastanza sul presto, giusto in tempo per iniziare la lotta con le zanzare.
Nicholas
Giovedi 23 Agosto da Mongue ad Inhassoro
INHAMBANE MASSINGA MAPINHANE PAMBARRA INHASSORO
All’alba ci presentiamo con le facce ancora stropicciate dal sonno in “refettorio”, dove Padre
Vittorio ci offre il buongiorno col suo vocione e una colazione da apprendisti minatori, con
biscotti italiani e nientemeno che caffe’ di moka...uno spettacolo.
Siamo pronti per il giro della missione, dove vediamo all’opera i ragazzi della scuola di
falegnameria e sentiamo un sottofondo di canti...Sbirciamo dentro le stanze e siamo investiti da
una valanga di tanti occhietti curiosi, ai quali non possiamo non rispondere con il nostro miglior
sorriso...I bimbi della scuola materna della missione stanno iniziando la loro giornata e ci
regalano una delle loro canzoni...Buon lavoro ragazzi!
C’e’ anche la chiesa, che tutto e’ tranne uno di quei “templi” chiusi ai quali siamo abituati...E’
tutta aperta, senza porte ne’ finestre, inondata di luce. Pensata e costruita con i membri di
QUESTA comunita’, che la sentono propria a tutti gli effetti...
Anche se non sono credente, non posso non provare rispetto per cio’ che questi uomini di
chiesa fanno qui, con tenacia e speranza, senza pero’ dimenticare una giusta dose di realismo,
e me ne vado con il sorriso sulle labbra, e le tasche dei bei ricordi un po’ piu’ pesanti...
Ci restringiamo nell’ormai familiare “chapa” e riprendiamo la N1 in direzione Inhassoro, con la
tentazione costante di rubare foto alle persone per strada...Sono davvero stupita da quanto i
mozambicani VIVONO la strada...e’ difficile fare lunghi tratti senza incontrare nessuno...La
strada e’ una fonte continua di impressioni, luci, colori differenti...
Questa strada sempre dritta finalmente ci regala un cambio di orizzonte...Iniziamo a vedere il
mare di fronte a noi, ed in poco tempo arriviamo al Lodge “Estrela do Mar”, progetto frutto della
collaborazione tra CELIM e CARITAS...
Semplicemente strepitoso, e siamo veramente entusiasti di passarci 2
notti...completamenteaffacciato sull’Oceano Indiano che, nel frattempo, comincia a colorarsi
delle luci del tramonto...Per me e’ un’emozione unica, indescrivibile, e mi perdo nei miei
pensieri, mentre gli indomabili “cavalieri” del gruppo affrontano il bagno sfidando le onde...
Scatta il brindisi immediato con cerveja fresca, e dopo doccia rigenerante ci sediamo a tavola
per la cena con tutt’altro tipo di stanchezza rispetto a quella delle tante ore di viaggio...
Decisamente valeva la pena, per arrivare fino a questo angolo di paradiso...
Ilaria
24 agosto 2012
Sveglia alle ore 7.30 per essere pronti per la colazione delle 8.30 Un orario piu’ che ragionevole
visti i giorni precedenti.
Con la colazione ci ha aiutato Sabrina che e’ gia’ in piedi da un’oretta ormai.
Siamo accolti da un profumo di pane caldo e dai colori della marmellata gialla alle arance e del
miele dorato , forse non proprio abbondanti nelle proporzioni ma molto gustosi. E poi c’e’
l’immancabile burro che ammorbidisce tutti i nostri pasti. Dopo aver brevemente preparato il
nostro fagotto con il necessario per raggiungere l’Isola deserta di Santa Caterina, ci raduniamo
per farci accompagnare da Sabrina all’appuntamento con il pescatore che ci traghettera’
sull’altra sponda. Con lo stomaco ancora pieno della colazione ci tuffiamo, uno dopo l’altro,
nell’acqua salata quasi fino alle ginocchia per poi balzare dentro la nostra bella barchetta che,
dopo un breve tentennamento finalmente si mette in moto .
Il nostro pescatore e’ giovane e non sembra mostrare particolare interesse per i suoi ospiti;
naviga spedito verso la destinazione senza perdersi in chiacchere. Chissa’, forse e’ stanco della
nottata di pesca e quindi preferisce osservare il comportamento curioso dei nuovi arrivati che
subito si lanciano in qualche chiacchera per passare il tempo.
Io, come di consueto soprattutto, intrattengo una vivacemente una interessante discussione
prima con solo con Milo e poi con Matteo, Sara e qualche altra orecchia curiosa sulla mia
panca.
Il tema non e’ nuovo e impegnativo, la citta’, il paese che riesce a suscitare tanto benessere da
decidere di restarvi per sempre. La discussione e’ profonda e subito si sposta sulla
cooperazione e sulle sue prospettive per chi ci lavora – o ci vorrebbe lavorare – e per chi ne
“beneficia”.
Mentre chiacchiero animatamente e gesticolo come il mio solito – come se parlando il
messaggio non passasse con sufficiente chiarezza – sono distratta da da una pinna ritta verso
l’alto che spunta coraggiosa dal pelo dell’acqua. Provo ad indicarla anche a Milo e ad altri della
mia fila senza successo dato che quel triangolino all’orizzonte si e’ gia’ nascosto velocemente e
non mi rimane che provare ad immaginare quele fiera splendida si potesse celare dietro le
onde. Probabilmente era un delfino; ho letto sulla guida a fiori rossi di Sebastian che non e’ raro
incontrare dei delfini in questo angolo di mondo – come direbbe la saggia Ilaria.
Ancora siamo li’ a chiaccherare che non ci accorgiamo che la riva verde dell’isola si trova a
pochi metri dalla nostra barca.
E’ davvero meravigliosa. Il verde della natura si allunga quasi fino all’acqua; il bianco candido
della spiaggia piena di conchiglie e qualche corallo ormai sbiadito dal tempo e dal sole. E
l’acqua, limpidissima, da riuscire a vedersi il migliolino anche se sei bagnata fino al petto.~
Per non parlare poi del grigio quasi nero degli scogli duri e frastagliati che prepotenti spuntano
fuori dalla sabbia e rompono l’equilibrio dei colori pastello intorno.
Oltre a rompere i nostri talloni. Appunto per il prossimo viaggio verso il paradiso terrestre:
portare ciabattine rinforzate!
Ringraziamo il nostro pescatore di fiducia e ancora una volta balziamo fuori dalla barca e siamo
, finalmente, nell’Eldorado!
Alcuni di noi trepidano dalla voglia di farsi un bel bagno rinfrescante dopo la traversata sotto il
sole delle dieci. Quindi appena trovato il posto giusto - all’ombra per i viveri ma non troppo per
lasciarci lo spazio per una chiacchera al sole – molliamo armi e bagagli e ci tuffiamo uno dopo
l’altro, in quel tratto di Oceano Indiano.
Come direi dalle mie parti sono “vecia” (vecchia) dentro e fuori per bagnarmi i capelli e quindi
mentre vedo le altre coraggiose che vanno giu’ con la testa io mi limito a nuotare a cagnolino
per raggiungerle e commentare insieme il tripudio della natura.
Dopo il primo approccio con l’acqua trasparente, decidiamo di andare alla scoperta dell’Isola,
chi in gruppo, chi in solitaria, ma tutti – credo di poter dire – con estrema curiosita’ e
immaginandosi per un momento di essere Robinson Crusoe alla ricerca del proprio Mercoledi’.
Io approfitto per fare pratica con la mia macchinetta fotografica nuova, per provare l’ormai
celeberrima funzione Macro che riesce a darmi una grande soddisfazione quando vedo che il
fuoco della mia fotografia e’ finalmente rimasto sulla roccia scusa mentre dietro si alternano le
linee lunghe dell’azzurro, del verde acqua del mare insieme al bianco di una secca in
lontananza. Girovagare in lungo e in largo la costa ci ha messo un certo appetito percio’
decidiamo di far ritorno alla base, non prima pero’ di esserci rinfrescati un po’.
E’ormai ora di pranzo e il menu ci propone un bel panino con insalata, pomodoro e frittata.. un
menu vegetariano per la nostra Francesca con uno squisito tonno.. Credo almeno che sia
squisito, dato che non ne sono riuscita ad assaggiare ancora neanche un pezzetto per lasciarlo
alla nostra “vagabonda” vegetariana che altrimenti avrebbe ben poco da gustare in questa terra
di mangiatori di manzi e polli!
Dopo pranzo ognuno si prende il proprio tempo per se’ chi dormendo, chi continuando con le
escursioni. Ma quando la palla colorata di Francesco comincia a volteggiare per la spiaggia,
subito si riattivano le forze e anche Amerigo, si spoglia dalle vesti di serio segretario
dell’UDCM, associazione che andremo a conoscere successivamente, e si unisce ai giocatori
con sorpresa da parte nostra, dato il suo carattere mite che fino ad allora ci aveva mostrato.
Chiaramente siamo molto contenti di questo slancio d’entusiasmo e ci guardiamo con
soddisfazione quando notiamo una buona intesa tra di noi, tra un palleggio e l’altro.
Sono arrivate le 15 ed e’ tempo di ritornare alla Pensao de Estrela do Mar. Dopo le due ore
canoniche che ci servono per fare la doccia, svotare le borse e stendere i costumi.. e altro
ancora siamo pronti per la cena e l’immancabile Amarula digestiva in compagnia di Laura e
Sabrina. Approfittiamo anche per fare qualche domanda sulle condizioni di vita in Mozambico e
sulle differenze tra la formazione dei giovani di questo Paese e l’Italia. La discussione e’
interessante e si protrare fino a tarda notte, che con i ritmi di qui, s’intende mezzanotte. Ormai
stanchi e cotti dal sole, decidiamo di terminare la serata li’. Domani si parte verso Vila de
Gorongosa.
Lavinia
25/08/2012
Ci svegliamo, sotto la zanzariera, a Inhassoro. Usciti dalla zanzariera, lasciamo il lussoso ma
solidale Hotel Estrela do Mar, con il sole infuocato che esce dal mare per andare a comprare la
gazzetta del sabato.
Alcuni di noi vorrebbero forse restare il tempo necessario per fare mente locale e fare un altro
tuffo all’isola di Santa Carolina. Poco importa, si deve ripartire. Prima di ritornare sulla EN1,
l’arteria d’asfalto che collega tutto il paese, correndo lungo la costa oceanica, ci fermiamo al
mercato artigianale. Qui, Sebastian fa il pieno di capulanas, i tessuti che tradizionalmente
vengono utilizzati dalle donne mozambicane, per legarsi stretti i bambini alla schiena.
Francesco compra una barchetta di legno scolpita da un artista di poco piu’ di 10 anni, che
riproduce le imbarcazioni a vela utilizzate dai pescatori nella baia di Bazaruto. Svuotati i
portafogli, ci aspetta un’altra lunga giornata di viaggio, diretti verso Morrumbala.
Intorno alla strada,la vita e’ in fermento. I venditori sostano sul ciglio della carreggiata vendendo
canne di bambu, fieno per cucinare, ratazanas (un incrocio fra marmotte e pantegane
modenesi), appena uccise o gia’affumicate. Accanto a loro camminano studenti in camicia
bianca, donne cariche di secchi d’acqua e uomini in bicicletta, che procedono lentamente sotto
il peso delle pesanti taniche d’acqua che trasportono.
Con un ardito pilota, Nandinho, che non vede l’ora di tornare a casa sua, e Americo, che
sonnecchia sempre nella prima fila di sedili, e un equipaggio di undici italiani doloranti e/o
addormenti, il nostro chapa fila dritto fino a Gorongosa.
Finalmente arriviamo all’hotel Posada Casa Azul, e siamo letteralmente eiettati fuori dalla
compressissima atmosfera del pulmino “Nandinho’one time”, che nessuna ha mai saputo cosa
volesse poi dire.
Sul fare della notte, dopo aver lasciato i bagagli nelle camere ultraspartane della pensione, ci
avviamo al mercato cittadino armati di curiosita’ e macchine fotografiche. La citta’ sembra un
gruppo di case di paglia, fango, pietra e legno asseragliate disordinatamente e tenute insieme
solo da un nome e dalla luce elettrica.
Essendo gli unici “musungu” a circolare per la citta’ a quest’ora, abbiamo l’impressione di
addentrarci in casa altrui. La nostra presenza infatti difficilmente passa inosservata, anche se gli
occhi che ci scrutano spesso tradiscono un sorriso. Insieme all’insicurezza facciamo tutti
esperienza, o almeno chi di noi scopre l’Africa per la prima volta, del fascino di essere immersi
in un’alterita’ totale, che ci mostra l’esistenza di un universo di vita diversissimo da quello da cui
proveniamo.
Con sorpresa anche noi veniamo fotografati da un passanteche gentilmente chiede di scattarci
una foto. Accosentiamo stupiti. Forse voleva imitare i bianchi impiccioni ches’addentrano nella
sua citta’ e fanno foto alla gente, senza che nessuno gli abbia invitati. Presa per il bom bom o
pura curiosita’, a me sembra un giusta forma di reciprocita’.
Resto sorpreso dall’onesta’ dei commercianti che fanno pagare a noi turisti la stessa tariffa
locale che applicano per tutti. Attorno al nostro gruppetto si raduna spesso un capannello di
curiosi, che vogliono scambiare almeno qualche parola in lingua inglese. Un matto del villaggio
che segue la nostra scia, non manca mai. Questa e’ la volta di un tale che vuole vendere un
oggetto dalla misteriosa potenza energetica, tenuto nascosto in un sacchetto nero, che alla fine
apre: si tratta di un semplice pesce, dall’indubitabile potenza olfattiva. Franco tenta di
contrattare per acquistare uno sgabello utilizzato per rompere il duro gusio del cocco, ma la
trattativa fallisce perche’ l’oggetto non e’ in vendita.
Ritornati all’hotel, il gruppo si concede un aperitivo alcolico a base di birra mozambicana
Manica, che aiuta a sciogliere la lingua e stringere rapporti d’amicizia, gia’ consolidati dalla
condivisione dell’ambiente “intimo” del Chapa.
La cena promette gustosi piatti del giorno che non variano molto rispetto alle comida che
abbiamo mangiato finora: riso, manioca, scima (polenta a base di mais), pollo, calamari grigliati
e... passeri. A tavola, Americo e Francesco inscenano una divertente discussione filosofica
sull’estetica dei numeri. Meglio i numeri pari o dispari? Americo sostiene il pari, perche’ ogni
cosa nasce a coppie, mentre Francesco gli ricorda che tre e’ il numero perfetto. Basta pensare
alla Sacra famiglia: Giuseppe, Maria, Gesu’...e “lo Spirito Santo”, precisa Americo. Sono
dunque quattro e non tre, la logica africana segna il punto. Dopo cena, la maggiorparte di noi
vanno a dormire, ma chi per chi rimane in piedi si prepara la sorpresa piu’ eccezzionale del
lungo sabato.
Sbuchiamo sul retro dell’albergo e vi troviamo il propietario portoghese dell’hotel che,
visibilmente alticcio, ci invita a entrare nel capannone antistante e partecipare alla festa del
“laureato”. Senza farcelo ripetere ,entriamo e scopriamo che il “laureato” e’ il figlio del segretario
del FRELIMO, il partito governante di ispirazione socialista, al potere dall’indipendenza del
paese. Questo invito inaspettato ci da l’oppurtinita’ di scoprire un altro volto dell’Africa, quello di
chi ha il potere e il denaro sufficiente per farsi celebrare.
Ci siamo seduti uno dei tavoli degli invitati e abbiamo osservato lo spettacolo. Il laureato, vestito
con un tunica lunga celebrativa in stile statunitense e il copricapo tipico delle laure, ci ha invitato
a servirci dalla tavola imbandita e a prendere parte al grande banchetto notturno, insieme al
sindaco, poliziotti ed altri VIPs di Gorongosa. Mentre foto di propaganda vendono proiettate
sulla parete, il Laureato viene invitato dal DJ a tagliare la pannosa torta di laurea,insieme alla
famiglia al completo. Seguono decine di fotografie mielose e danze romantiche che aprono il
banchetto, nel quale un intero maiale arrostito costituisce la portata principale. Bambini vestiti
elegantemente scorrazzono da una parte all’altra del capannone.A questo punto l’ora e’
davvero tarda e con difficolta’ e il rischio di offendere il Laureato per il nostro prematuro ritiro
dalla festa , gli porgiamo i nostri onori e andiamo a dormire.
Dopo aver gia’ visto scene di morte e di poverta’ totale, quest’ostentazione di ricchezza
dovrebbe dare il voltastomaco. In parte e’ cosi’, ma comunque ci restera’ impressa anche
l’accoglienza senza precendenti di chi ha accolto stranieri sconosciuti come se fossero amici.
Francesco
26/08/12
Villa di Gorongosa e visita al parco nazionale
Siamo ancora in Hotel, e ci siamo appena svegliati, io per lo meno mi sono svegliato molto
presto.
Osservando fuori dalla finestra della camera dei ragazzi, si riesce a intravedere il sole, velato da
una coltre di nebbia e nuvole. Il momento giusto per fare una foto e immortalare questo
paesaggio che fa da cornice all'inizio di questa giornata.
Terminata la colazione, a base di caffè solubile e cucchiaiate di nutella sul pane, abbiamo
cominciato a caricare gli zaini nel baule del nostro Chapa (pulmino testato e comprovato per
questo tipo di viaggo, bé c’é anche di meglio)... definirlo baule è tanto, comunque un pò lì e un
pó nel posto in fondo, siamo riusciti a caricare tutto.
Dopo aver caricato le nostre valige nel porta pacchi, di un colore abbastanza appariscente,
azzurrino pastello, siamo partiti.
Il freddo ci ha accompagnati per la prima parte della mattinata, lasciando alle spalle il mercato
di Villa Gorongosa, ci avviamo verso il parco nazionale di Gorongosa.
Abbiamo cominciato con il fare il giro all'interno del parco con una Jeep 4 per 4.
Siamo riusciti a vedere molte antilopi e facoceri,e non tantissimi machachi.
Per nostro dispiacere non siamo riusciti a vedere gli elefanti e gli ippopotami.
Il parco é veramente immenso, ettari ed ettari di terreno, piante fantastiche e rigogliose, peccato
che ci fosse stato appena un incendio a rovinare il tutto.
Finita la gita ci siamo riusciti a permettere un pranzo molto veloce e poi siamo ripartiti per
Lodge Mpingwe, e li dopo una tirata immensa di viaggio siamo arrivati a destinazione stremati e
cotti a puntino.
Sebastian
M’pengue 27 Agosto 2012
Sveglia ore 7.30, colazione, carico bagagli sul pulmino con metodo consolidato nella tappe
precedenti dove non abbiamo sostato a lungo, un percorso che ho affrontato distrattamente,
impaziente di arrivare alla prossima destinazione: Morrumbala, “casa” nostra per i prossimi dieci
giorni.
Il viaggio, l’ultimo col nostro pulmino, passa velocemente. Ci fermiamo a Zero e da là
ripartiamo. Percorrendo l’ultimo tratto di strada sterrata fantastico su cosa ci aspetta: spero di
instaurare relazioni con le persone che incontreró, in un clima di scambio e condivisione e di
conoscere, seppure in modo parziale, questo territorio e le sue dinamiche.
Destinazione raggiunta prima di pranzo. Dopo aver scaricato i bagagli a casa, appartamento al
secondo piano sopra alla fermata dei pulmini e poco distante dal pozzo, ci rechiamo alla sede
dell'UDCM. Le Mama hanno preparato per noi vermicelli al pomodoro, gallina in umido e
insalatina di cipolla.
Il pomeriggio lo passiamo in giro: terra rossa intorno, che si appiccica ai piedi, un vento forte
diffonde profumi di cibo intensi, musica a palla da fonti inprecisate, donne che pompano
instancabilmente acqua dal pozzo...
Ecco che all’improvviso i sensi si risvegliano, ascolto con attenzione, osservo curiosa luoghi e
volti che sembrano familiari ed evocano in me ricordi nitidi di esperienze passate.
Per me il viaggio inizia adesso...
Francesca
28 e 29 agosto 2012
Primo giorno all’UDCM.
Anche i ragazzi mozambicani, coi quali condivideremo questi giorni, sono arrivati.
Vengono da quattro diversi distretti, non si conoscono ancora, come noi sono un po’ sperduti e
in attesa di capire come si svolgeranno le nostre giornate.
Qualche gioco per rompere il ghiaccio e poi via alle presentazioni.
18 persone diverse, con storie, vite ed esperienze completamente diverse.
Quasi tutti loro lavorano i campi, si alzano all’alba e vanno a dormire non appena fa buio, la loro
giornata e’ scandita dai doveri lavorativi e dagli impegni scolastici, gli uomini vivono con le loro
famiglie, le donne hanno quasi tutte dei figli, vivono da sole, chi vedove e chi divorziate, e si
prendono cura della famiglia, aiutate, a volte, da sorelle o famiglie allargate.
Le differenze nei nostri stili di vita sono subito evidenti, dettate sia dalle diverse eta’ che dalle
esperienze che abbiamo vissuto.
Gli uomini mozambicani sono chiacchieroni, parlano senza difficolta’, raccontano di se’ senza
particolare imbarazzo o timore; le ragazze, invece, sono timide e riservate, timorose di esporsi,
parlano con un filo di voce, spesso lasciano che siano i ragazzi a rispondere per loro.
Alexi e Sandra vivono in citta’, sono coinvolti in varie attivita’ teatrali e associative, hanno le idee
chiare e Sandra non ha paura di dire la sua opinione, anche in modo piuttosto duro e diretto.
Fatima, Maria e Amelia bisbigliano, temono di poter dire qualunque cosa.
Fanita a 33 anni ha gia’ sei figli, il piu’ grande ha quindici anni, il piu’ piccolo ha appena sei mesi
ed e’ insieme a lei, e’ vedova e la famiglia conta solo sulle sue forze. Ha iniziato parlando solo
nella lingua del suo distretto, diversissima dal portoghese, incomprensibile per noi, pian piano
pero’ ha acquisito sicurezza e, oltre ad alzare il tono di voce, ha cominciato a parlare in
portoghese.
Armando e’ un membro attivo di una delle mille chiese esistenti in questo paese, di cui suo
padre e’ il pastore. Ogni tanto cerca di insegnarci una lode a dio, senza riscuotere molto
seguito.
Paito ha sempre qualcosa da chiedere, soprattutto legato alla scansione degli orari di vita di
ciascuno di noi, fa il tecnico e ripara oggetti elettronici.
Samuel e’ una persona a modo, gentile, sempre cortese, sempre pronto a tradurre in
portoghese quello che le ragazze dicono nella loro lingua natia.
Le domande sono tante, la discussione si allarga a macchia d’olio, i racconti della nostra
quotidianita’ si susseguono aprendo parentesi sempre piu’ ampie, portandoci ad accennare a
religione, tradizioni, abitudini familiari, differenze anche dei contesti in cui viviamo.
Le conversazioni occupano la prima parte della mattina, ad un certo punto vengono interrotte
per fare posto ai laboratori di artigianato e Francisco e Isabella, i nostri insegnanti, ci aspettano
pronti per iniziare a lavorare, divisi in due gruppi misti.
Lui, che ci insegna a lavorare le foglie di palma, e’ un ometto piccolo, nerboruto, veloce nei
movimenti e nella parlantina.
Sguardo attento e vivace, sempre direzionato alle nostre mani, per verificare che si stiano
muovendo in maniera corretta ed efficace.
Parla in continuazione, con una voce stridula e dal tono alto, noi non ne capiamo nemmeno una
sillaba.
E’ partito in quarta, prima lezione, gia’ pronti per fare cappelli e borsellini.
Ma davanti alla nostra imbranitudine e’ capitolato anche lui: due ore per riuscire a capire come
realizzare il primo nodo!
Affranti e sconfitti siamo tornati a casa con le pive nel sacco.
Alla seconda lezione ci aspettava con un nuovo oggetto da realizzare: una scopa. Niente nodi,
niente tagli di dettaglio, decisamente piu’ alla nostra portata.
Lei, Isabella, che ci insegna a lavorare l’argilla, e’ una donnona di una certa eta’, col volto
segnato dalle rughe, la schiena curva per i troppi figli e secchi d’acqua che ha trasportato, molto
lenta nei movimenti.
Parla una lingua per noi incomprensibile, ma la usa poco, non le serve usare le parole, ci parla
con lo sguardo e con la sua risata, ci mostra cosa dobbiamo fare facendolo lei per prima.
Ogni tanto alza lo sguardo dal vaso che sta facendo, guarda i nostri lavori e ride, ride di gusto,
vedendo i buchi che facciamo nel fondo o i bordi merlettati che danno un tocco di originalita’ alle
nostre opere.
A quel punto interviene, correggendo i nostri errori, facendoci rivedere cosa dobbiamo fare con
enorme pazienza e un bel sorriso sdentato.
I nostri modi goffi incuriosiscono tutti i bambini del circondario, che ci stanno sempre intorno,
osservando ogni nostro movimento con attenzione e ilarita’.
I nostri amici mozambicani, a differenza di noi, vanno avanti spediti, imparando le nuove
tecniche con molta piu’ rapidita’ rispetto a noi.
Con discrezione, ci danno una mano: Fanita mostrandoci piu’ volte cosa dobbiamo fare, come
compiere il movimento corretto, come tagliare con precisione; Samuel traducendo le poche
parole di Isabella, per permetterci di capire meglio, oppure ponendo a lei le nostre domande;
Alexi mostrandoci come usare la zappa, con un movimento deciso, per fare meno fatica.
Siamo solo all’inizio, riusciremo a portare a casa un bel cappello di paglia come ricordo?
Clara
30/08/2012
Questa mattina e’ un giorno speciale, mi dicono che c’e’ qualcuno che compie gli anni, e che
bisogna festeggiare. Ah, gia’ ma sono io! Oggi e’ il mio 23º compleanno, chi l’avrebbe mai detto
che l’avrei passato a Morrumbala?
Il giorno comincia con una sontuosa colazione con cafe’, marmellate e banane e tanti auguri.
Poi la delegazione italiana si reca in processione all’UDCM per le consuete attivita’ del giorno,
svolte insieme agli amici mozambicani. Oggi il tema di discussione e’ prevalentemente la
religione, un argamento eccitante che provoca concitati dibattiti. Mentre gli italiani sono quasi
tutti non credenti oppure non praticanti, tutti i mozambicani professano l’appartenenza a una
Chiesa religiosa cristiana, anche se i modi di pregare non sono gli stessi per tutti. Alla vita
religiosa pero’ si accompagna la credenza nei poteri dei curandeiros, i medici tradizionali.
All’ora di pranzo, festeggiamento collettivo. Fatma ha compiuto i suoi vent’anni proprio ieri,
quindi viene festeggiata insieme a me. Per entrambi, si intonano i canti di buon
compleanno/parabens para voçe’! Avviene poi lo scambio dei regali, un libro illustrato per me e
una capulana per Fatma, avvolta in un cartellone disegnato dagli italiani.
Nel pomeriggio, dopo i giochi e i laboratori, per la prima volta i gruppi italiani e mozambicani si
mescolano per visitare insieme il mercato di Morrumbala. Anche il Francisco Franco, il maestro
del palmito, e’ dei nostri. Nel corso del nostro passeio, sono i mozambicani a scattare le foto per
la citta’. Questo scambio di prospettiva ci puo’ dare la possibilita’ di vedere il mondo coi loro
occhi.
Al mercato, mentre io bevo il mio primo (e ultimo!) sorso di cabanga, bevanda alcolica di miglio
fermentato e zucchero, c’e’ un momento di tensione. La folla, sorpresa dall’arrivo di tanti
brancos in quella parte del mercato, comincia e vociare e a farsi opprimente. Anche i
mozambicani si preoccupano e cosi’ ce ne andiamo in fretta.
Per chiudere la giornata in bellezza, ci spostiamo in un luogo tranquillo per farci una birra
fresca. Nella sala VIPS del bar Paraiso si unisce a noi anche Zambo, l’ex-presidente
dell’UDCM, che ha partecipato al viaggio Maputo-Morrumbala l’anno passato. A questo punto
pero’ la stanchezza e’ tanta per tutti e giunge il momento di ritirarci a casa.
A fine giornata la stanchezza e’ tanta gli italiani si consolano con una prelibata cenetta
preparata dallo chef Arnao, che si chiude in bellezza con un insospettata torta di compleanno.
Francesco
Morrumbala, 31 Agosto 2012
Una giornata particolare..particolare perché? Beh..sono successe molte cose degne di nota ma
iniziamo dal principio.
Come al solito sono tra i primi a svegliarmi, oggi toccherà a Clara e Nico (che sono di turno)
sopportarmi mentre mi aggiro per casa come un fantasma.
Primo evento importante: Ilaria ottiene da un uomo del posto, al quale aveva consegnato una
busta per conto di un suo amico che ha partecipato al viaggio 2011, una gallina.
Secondo evento importante: la gallina ha fatto una brutta fine nelle prime ore della mattina e
diventerà la nostra cena.
Dopo questo tragico epilogo, ci dirigiamo all’UDCM. Questa mattina toccherà al gruppo
Mozambicano proporre un argomento ma prima di tutto facciamo un gioco! Oggi Clara ha
proposto il gioco dei “ragni”. Consiste nel formare dei cerchi umani da 4 e tentare di mangiare i
componenti degli altri gruppi “inglobandoli” all’interno del proprio cerchio. Risultato: qualcuno si
é fatto prendere dalla foga del momento e il gioco é diventato un pó violento, quindi si é deciso
di smettere.
Terzo evento importante
Il tema sul quale discutere questa giornata é: Come vedi il tuo futuro?
Eh...bella domanda...come si fa a rispondergli? Tutti noi siamo consapevoli della situazione nel
quale viviamo. Il lavoro é poco e quello che c’é non basta per farsi una famiglia. Soprattutto,
come si fa a spiegare a Sandra(30 anni o forse di piú, vedova e con 2 figli), a Fanita(33 anni
anche lei con dei figli e vedova) o ad Amelia(età imprecisata ma molto giovane, con figli, senza
un uomo e probabile vittima di un abuso) che con tutto quello che ho e che só non sono in
grado di vedere un futuro floreo? Non me la sono sentita di lamentarmi di come andava la
situazione in Italia e quindi ho optato per la solita risposta evasivo/comica, quel tanto che basta
per stemperare la tensione ed evitare che mi facessero altre domande.
I ragazzi mozambicani sembrano essere abbastanza fiduciosi. Alexi dice che vuole continuare
gli studi e diventare un ingegnere; Samuel parla di ampliare il suo campo e magari comprare
qualche animale; Armando vuole continuare la strada del padre e diventare pastore(quello di
anime non quello di pecore) mentre Paito sembra confuso, prima dice che vuole diventare un
tecnico elettronico, poi parla di lavorare alla radio poi addirittura di andare a fare il giornalista in
Russia!
Sí, anche noi ci siamo chiesti ˝Ma perché proprio in Russia˝? Non c’é un motivo preciso.
Le ragazze invece sembrano accettare passive il loro destino. Gli uomini mozambicani, dice
Sandra, vogliono una moglie giovane e possibilmente senza figli e Alexi spiega che il motivo é
che si vuole una compagna ˝vergine di esperienze˝con la quale crescere insieme.
Perché é un motivo degno di nota? Perché si é avuta l’occasione di parlare di argomenti
scabrosi come il divorzio, l’abuso sulle donne, di anticoncezionali e di come si pone la religione
nei confronti di tali argomenti. A quanto pare il divorzio quí si svolge tutto in famiglia. Le
famiglie dei due coniugi tentano di salvare il matrimonio e se questo non é possibile allora il
matrimonio si considera sciolto. Teoricamente il marito dovrebbe corrispondere alla moglie e al
figlio quelli che noi chiamiamo ˝alimenti˝ ma a quanto pare nella pratica questo succede di
rado..
Dopo la discussione, ci siamo divisi in gruppi per i 2 laboratori.
Quarto evento importante: per prendere il pallone da volley l’obiettivo della fotocamera ha preso
una botta a terra e ora non si chiude piú, questo significa che termina quí l’esperimento che
porto avanti dal primo giorno di viaggio, ˝guardare attraverso gli occhi dei mozambicani˝.
Nel pomeriggio il caldo insopportabile e l’incapacità di intrecciare i fili di paglia ci rende nervosi,
cosí io e Nicholas gettiamo la spugna demoralizzati e ci dirigiamo verso casa. Cambio di
programma. Con Silvia e Ilaria ci dirigiamo verso il ˝mercato 17˝, io sono in cerca di un artigiano
che mi venda dei bei bracciali e Nico cerca la capulana che ha comprato Lavinia il giorno prima.
Io son tornato a mani vuote e Nico ha trovato la capulana, oggi non é proprio giornata..
Quinto evento importante: abbiamo mangiato la gallina e abbiamo fatto anche la scarpetta! Che
insensibili..
Dopo cena i ragazzi hanno colorato tutti insieme il cartellone fatto da Francesca che
presenteremo il giorno dopo a Domingo, un villaggetto dove si trova la scuola nel quale verrà
creato il nostro frutteto.
Domani é un altro giorno..Ma va?
Matteo
Sabato 1 sett.
Stamattina appuntamento alle 8,30 per l’intero gruppo,noi ed i ragazzi mozambicani.
Il camion dell’UDCM ci porta alla scuola di Domingo.
Si esce dalla citta’ lungo la strada sterrata e polverosa che attraversa il mercato n.17 e poi
verso la campagna,puntando in lontananza un alto e solitario spuntone roccioso.
Dopo una decina di km,passando per piccoli villaggi,capanne e banchetti con poche cose in
vendita,si arriva in un largo spiazzo con due grandi costruzioni bianche :e’la scuola di Domingo.
E’nuova,inaugurata nel 2011,grazie all’intervento di Pro.Svil.Cgil costruita in solida muratura. La
precedente scuola del 1991,era fatta con una semplice struttura in legno,paglia ed impasto di
terra che, ad ogni stagione di piogge, era in gran parte da rifare.
Il camion che ci trasporta parcheggia sotto l’ombra del grande albero e dall’aula n.2 arriva forte
un coro di benvenuto.
Un centinaio di bambini,insegnanti ed il direttore ci accolgono.
Oggi e’ festa per loro.
Si posa la “prima pietra”per un ulteriore edificio che allarghera’la scuola con ulteriori 3
aule,dando maggior spazio e funzionalita’ a questa scuola “modello” che concentra 1.026 alunni
in 5 grandi aule su ben 4 turni giornalieri!
Dopo il saluto festoso dei bambini,il benvenuto del direttore.
Poi,la mano passa all’autorita’ simbolica del territorio: il Regulo. Un capo riconosciuto dalle genti
dei villaggi,che affianca e rassicura ogni scelta importante.
Il Regulo predispone ed inizia il rito di propiziazione. Inginocchiato di fronte ad una tovaglia
bianca stesa in terra,comincia ad offrire ai simbolici protettori,i migliori prodotti di questa
terra:riso ben cotto,farina di manioca,pollo grigliato,accompagnati da vino,birra,coca,liquore ed
infine sigaretta e tabacco accesi sulla brace.
Il rito e’ ripetuto dall’anziana donna che accompagna il Regulo. Ora,si puo’ procedere alla posa
della prima pietra.
Prima pero’ ci si raduna tutti nella grande aula. I bambini ripetono un bel canto di saluto e Milo,a
nome del gruppo,presenta cio’ che portiamo,oltre al nostro saluto e soddisfazione.
Srotoliamo e consegnamo un poster,disegnato ieri sera,che simbolicamente rappresenta una
banconota,una moneta immaginaria Italia-Mozambico.
E’ la prima consegna (ma altre ne seguiranno) di due pacchetti di sottoscrizioni in
denaro,effettuate da Cgil Modena e dal gruppo di Francesca di Bologna,per piantare 50 alberi
da frutto in questa scuola e poi in altre scuole della Zambesia,proseguendo col progetto “un
albero da frutto per ogni alunno”.
Mentre alcuni operai preparano i picchetti, traciano con la calce bianca (o farina) e si tendono i
fili per i limiti della costruzione, inzia la festa.
Il cortile si riempie sempre piu’. Famiglie, genitori degli alunni, si uniscono al ritmo delle musiche
trasmesse da un improbabile impianto stereo. Con i ritmi iniziano le danze e in tanti ballano.
Anche i nostri Francesco, Sebastian, Lavinia, Silvia, Nicolas danno il meglio delle loro capacita’.
Franco
02/09/2012
Mi alzo come tutte le mattine alla stessa ora, alle 6.30.
Un po’ ancora sonnecchiando, vedo girare per casa Francesca che è in piedi per lo meno dalle
5 per la sua sosta notturna in bagno. Forse sapere che di notte le fiere feroci sono rintanate
nelle loro camere a sognare chissà quale esotica avventura, le permette di rilassarsi e accedere
al tanto agognato bagno in beata solitudine.
E’ la dura legge della convivenza, l’intimità cede il passo alla condivisione più totale.
La colazione segue come sempre le buone abitudini prese in questi giorni.
Andare a prendere l’acqua al vicino pozzo con Arnao; preparare il caffè - rigorosamente arrivato
dall’Italia nelle nostre valige e in quelle di coloro che ci hanno preceduto – ; mettere sù la
tovaglia con il pane caldo, acquistato per noi dal mite Arnao, con il miele della “cooperativa de
apicultores Cizenda Tae” insieme a biscotti al cioccolato per coccolarci un po’ e al latte a lunga
conservazione. Per chi desidera una colazione a base di vitamine e minerali invece, sul tavolo
può trovare il succo di frutta all’ananas (aromatizzato alla pera, inspiegabile ma ottima alchimia)
e delle babanine piccole e dolcissime come solo in Africa si possono trovare, nonché ricche
mele provenienti dal Sud Africa, come ci ha sapientemente spiegato Milo.
Oggi abbiamo un po’ più di tempo a disposizione per la colazione dato che il nostro
appuntamento è per le 10 sotto casa con i ragazzi mozambicani. Per questo, i soliti ultimi della
colazione, oggi hanno tutta la nostra invidia che non riusciamo a dormire oltre le 6.30 neanche
quando ne avremmo la possibilità.
Dopo un’oretta e mezza dal risveglio, i due di turno sparecchiano e rimettono a posto le
leccornie della colazione, mentre la porta del bagno si apre e si chiude continuamente per
permetterci di prepararci alla gita di oggi.
Sono le 10 e la truppa è tutto sommato pronta per uscire con gli scatoloni pieni di coca-cole e
viveri per la giornata.
Sono arrivati anche i nostri amici mozambicani sul “carro” (un furgoncino con cassone scoperto)
dove sono state posizionate due robuste panche di legno, una di spalle all’altra, e dove alcuni
ragazzi già hanno preso posto. Lo spazio a sedere ovviamente non basta per tutti e 20 i
partecipanti alla gita, anche compresi i 4 nello scompartimento al coperto, vicino al guidatore, e
dunque i restanti si siedono per terra sul metallo del furgone.
E’, come sempre, una bella giornata di sole pieno e caldo. Il percorso fino al fiume …. ( Chire?)
dura una oretta, forse due. E’ difficile stabilirlo dopo che il mio orologio si è frantumato durante
una partitella a pallavolo nei giorni precedenti e dunque ormai non mi impegno neanche più a
contare i tic tac delle lancette ma cerco di orientarmi con il muovere del sole. Ma non assicuro il
risultato..
Durante il tragitto incontriamo diverse case dove le famiglie numerose dei mozambicani vivono
in assoluta tranquillità, minimamente distratte dei nostri sguardi osservatori. Cerchiamo di
carpire le realtà che si aprono ai nostri occhi, sperando di cogliere anche i particolari che fin’ora
ci sono sfuggiti. Le case fatte di terra e fango con i loro tetti di paglia così caratteristici, le
abbiamo viste tante volte lungo il percorso da Maputo a Morrumbala. Ma stavolta siamo lontani
dalla strada N1, la principale del paese, che ci aveva condotto da Sud a Nord, e che ci aveva
nascosto le parti più interne e genuine. Ora siamo in una zona più interna e attraversiamo gli
agglomerati di case su una strada sterrata e polverosa. Queste case sono anch’esse di fango e
terra sembrano per lo più sostenute anche da pali di legno. Una caratteristiche che non avevo
ancora notato delle case scorte nei giorni precedenti. Come le altre, hanno ampi cortili in cui le
mamme e le figlie preparano i pasti nei bracieri di ferro posizionati sopra carboni di legno. Qui e
lì, si scorgono alcuni animali domestici, per lo più galline che presumibilmente verranno
cucinate insieme alla manioca e ai fagiolini verdi.
Incontriamo anche dei bei manghi dalla chioma larga abbastanza per farci stare un gruppetto di
persone, uomini e donne, intenti in lavori manuali, forse intrecci, (non ho fatto in tempo a
mettere a fuoco, ahimè).
Per passare il tempo, prendo il mio lettore MP3 e mi metto ad ascoltare la musica di autori
italiani, insieme a Clara. Ma quando è la volta di Jovanotti, non c’è vento polveroso o buca
massacrante per i nostri mollicci sederi a forma di sedia che possa trattenere il canto liberatorio
di una canzone d’amore come Amami Ancora.. e dunque ci lanciamo in una smielata
interpretazione rivolta al pubblico non pagante dei nostri amici mozambicani che ci guardano,
dobbiamo ammetterlo, tra lo stupito e il curioso, non potendo capire neanche una parola del
nostro discorso.
Sono certa che se avessero conosciuto l’idioma avrebbero apprezzato anche loro questa
poesia in musica, ma, ahimè, la barriera linguistica in questo caso ha fatto sentire i suoi effetti e
nel breve lasso di tempo di una canzone da 3 minuti al massimo non ci è stato possibile
coinvolgerli come avremmo voluto. Sarà per un’altra canzone magari.
Gli altri componenti del gruppo, sono intenti a discutere di non riesco a capire quale argomento,
ma vedo dei volti sorridenti e la cosa mi fa piacere. Dopo tutto è domenica ed è una giornata di
svago un po’ diversa da quella che ci siamo raccontati nella settimana passata. Molti italiani
passano la domenica in casa o in città, i più dormendo un po’ più del solito dopo la birra con gli
amici del sabato sera precedente finito in tarda nottata, intorno alle due o le tre del mattino. Ai
ragazzi mozambicani, invece, capita un po’ più spesso di raggiungere, magari in bicicletta con
gli amici, la campagna rupestre, con il fiume che bagna la terra e qualche casa circolare poco
più là.
Oggi è una domenica diversa per tutti però, perché siamo venti persone di due nazionalità che
stanno imparando a conoscersi, sia con i laboratori organizzati durante la settimana, sia con le
gite fuori porta nel week-end. Chiacchierare del più e del meno mangiando un panino con
frittata e pomodori mentre beviamo una coca-cola bollente, ci permette di confrontarci sulle
nostre vite di tutti i giorni e di ascoltare ognuno le abitudini dell’altro. I nostri, sono dei mondi
abbastanza distanti, per abitudini e comportamenti, ma ciò che oggi ci unisce è la
consapevolezza di avere una splendida opportunità di conoscere una realtà diversa, di renderla
in qualche modo più vicina, anche se solo attraverso un parlare tra amici.
Dopo una breve presentazione del sito dove le associazioni intendono introdurre la trazione
animale nel lavoro delle campagne circostanti, ci dirigiamo a visitare il fiume.
Camminando incontriamo nuovamente un gruppo di case e l’attenzione mia e di Francesca è
attirata da una strana casetta in paglia, posizionata su quattro pali a circa un metro e mezzo dal
suolo. La struttura ha quattro fessure quadrate nella sezione frontale, abbastanza grandi da
farci entrare una mano al massimo. Incuriosite, chiediamo al padrone di casa a cosa serve e lui
gentilmente ci risponde che si tratta di una serie di nidi per allevare piccioni. Sospetto vivamente
che il “passerigno” della canzone che ci hanno insegnato i mozambicani, finisca nel piatto di
questa famiglia nel giro di poco tempo. Chiediamo di poter fare una foto e un sorriso sdentato ci
annuisce.
Il fiume è vorticoso ma scorre tutto sommato lentamente e ci permette di fare delle belle
fotografie della natura circostante. Fanita, la più grande delle donne mozambicane, ci racconta
che i fiumi possono essere molto pericolosi in Mozambico a causa della presenza di coccodrilli
nell’acqua. Non è raro che questi rettili attacchino i bambini che giocano sulla sponda dei fiumi,
perciò sembra preoccupata quando ci vede sostare senza timore vicino all’acqua. Mentre
scattiamo le foto lei si allontana dalla riva con il suo bambino di 6 mesi, Rosario, che porta
sempre con sé nella capulana colorata. Ormai è diventato la nostra mascotte.. Piange
raramente ed ha una indole calma Rosario e i suoi occhi nerissimi contornati dal visetto
paffutello non potevano che conquistarci tutti, inevitabilmente.
Il sole ormai comincia a calare ed è giunto il tempo di riprendere la strada del ritorno. Per il
tramonto faremo in tempo a tornare a casa, ma bisogna mettersi in viaggio subito, perché è
prevista una sosta particolare.
Un baobab enorme, ci aspetta lungo la strada sterrata e quando arriviamo già un gruppetto
incuriosito di persone si è radunato intorno al camioncino. Alto e largo, questo albero
meraviglioso si allarga maestoso con la sua chioma fino a sopra alcune case tonde circostanti.
Uno di noi, il più atletico diciamo, pensa bene di provare a scalarlo ma la superficie del Baobab
è liscia, a differenza di altri alberi, e non si lascia violare facilmente. L’impresa non riesce nello
suo scopo originario, ma fa guadagnare il bel appellativo di “homme ragna” (uomo-ragno) al suo
autore, da parte di un gruppetto dei ragazzi mozambicani, che da oggi in poi, avranno un
argomento in più di cui sorridere quando torneremo in Italia.
Siamo a casa e stanchi dalla giornata, cerchiamo per quanto possibile di preparare la cena nel
più breve tempo possibile e di andare al letto. Domani, lunedì, si riprendono i laboratori e una
nuova sveglia delle 6.30 ci aspetta. Buona notte!
Lavinia
Morrumbala, 3 Settembre 2012
Lunedì è il primo giorno della settimana anche a Morrumbala: è faticoso uscire dal letto oggi,
vado verso l'UDCM con gli occhi ancora stropicciati.
Il nostro gruppo decide l'argomento da affrontare nella discussione di oggi.
Dopo un lungo confronto, malgrado le riserve di alcuni, proponiamo al gruppo un'attività
espressiva: rappresentare graficamente il mondo, partendo dal presupposto che non esiste una
maniera giusta nè sbagliata per farlo e che ognuno è libero di interpretare a piacere la
consegna.
Hanno inizio i lavori.
Dopo dieci minuti ogni partecipante presenta in plenaria il proprio elaborato, incollandolo al
muro e spiegandone contenuti: simboli, legami, relazioni.
Sorpresa!!Le rappresentazioni sono molteplici, personalissime.
Mi colpiscono, tra gli altri, i simboli inseriti da Fatima: la bandiera del Mozambico, il telefono con
ripetitore incorporato - fondamentali per relazionarsi ed essere in contatto col mondo- ci spiega.
Anche Maria disegna la bandiera, il sole, la propria casa col tetto di paglia, un albero di mango
e un gioco.
Samuel inserisce un nuovo elemento: un bambino (probabilmente se stesso da piccolo) che
trasporta la "fiaccola dell'unità".
Le tavole sono semoplici, caratterizzate da elementi ben distribuiti nello spazio, in maniera
equilibrata. Emergono chiaramente gli elementi fondamentali in"questo Mondo": gli affetti, i
valori della casa e della famiglia, l'attaccamento alla patria, il legame con la terra, una visione
legata alla concretezza della propria esistenza nel luogo d'origine.
Tra noi italiani prevale la scelta di rappresentare il Mondo dal punto di vista geografico, facendo
attenzione a non dimenticare nessuna tra le terre emerse, nè i due Poli, alcuni aggiungono
simboli di legami affettivi, rotte dei viaggi, collocandoli in modo realistico sulla mappa.
Le interpretazioni sono molto diverse fra loro ma, come premesso, nessuna giusta e nessuna
sbagliata.
Ho ritenuto questa attività molto interessante: la libera espressione attraverso il disegno ha
dato voce anche a chi, fino ad ora, aveva condiviso i propri pensieri raramente, con fatica.
Continuiamo con le attività artigianali.
Tornati a casa ci riuniamo intorno al tavolo per riflettere su questa esperienza: i pareri sono
discordanti, appare netta la differenza Noi/Loro. Noi che rapprasentiamo il mondo così come ce
lo insegnano a scuola, con l'Italia piccola piccola ma al centro della mappa, Loro che invece
rappresentano cià che esperiscono quotidianamente, che conoscono, curano, amano.
E per quale ragione? Forse non conoscono la geografia? Non conoscono Paesi al di là del
proprio distretto, non hanno occasione di viaggiare, non hanno legami con altre parti del
mondo....?
O magari hanno disegnato il proprio mondo, fatto di abitudini e relazioni, privilegiando la
dimensione individuale e di comunità.
E noi? Conosciamo bene la geografia? O magari abbiamo un pò paura di metterci in gioco e di
uscire dalle cornici di cui siamo parte, che orientano il nostro modo di interpretare la realtà,
scegliendo quindi una rappresentazione formale, canonica.
Non sto a giudicare...mi fermo a riflettere, cerco di veder le cose da un'altra prospettiva
accorgendomi delle differenze, che senza dubbio ci sono ma rappresentano una ricchezza,
un'opportunità.
Faccio tesoro dell'esperienza.
Francesca
Morrumbala, 4 Settembre 2012
Notte insonne..colpa del Malarone? Boh, forse é la consapevolezza che il viaggio é quasi giunto
al termine.
I raggi del sole poco a poco illuminano la stanza creando un gioco di luci ed obre con le tende
rosse sventolanti. Ragazzi..il sole é stupendo! Una enorme palla dorata sovrasta il cielo di
Morrumbala e la strada principale inizia a brulicare di persone come tante formichine.
Ore 6.00, il negozio dei cinesi attacca la solita musica commerciale a palla.
Dopo la colazione ci dirigiamo come di consueto all’UDCM(naturalmente in ritardo).
Il tema del giorno scelto dai mozambicani é: Che mezzi di trasporto utilizzate?
Francamente non l’ho trovato molto interessante ma almeno la discussione é stata vivace. Il
gruppo mozambicano é rimasto molto colpito dall’utilizzo di due mezzi in particolare, cioé la
metropolitana e il tram, molto probabilmente perché non ne avevano mai sentito parlare prima.
Conclusosi lo scambio, Milo ci ha consegnato un bigliettino con il nome di un componente del
gruppo mozambicano.
E mó che ci faccio co ‘sto bigliettino?
Il foglio indica il destinatario del nostro regalo, naturalmente fatto con le nostre
manine...poracci..
Franco ha pensato di fare un omino con il paracadute e la Fra gli ha dato una mano, Lavinia ha
pensato ad un orologio per Paito (data la sua ossessione per gli orari), Francesco addirittura ha
pensato ad un vecchio dio pagano con tanto di fallo eretto “simbolo propiziatorio di un buon
raccolto“. Io ho fatto una colomba della pace in terracotta, cosa vuoi regalare ad un ragazzo la
cui aspirazione é diventare pastore di una chiesa evangelica? Forse un libro su Saramago.
Una volta concluse le nostre sculture e aver sistemato i vasi da vendere domani, siamo
finalmente pronti per la prima cottura.
Isabella coordina i lavori. Prima di tutto si scava una buca non troppo profonda e sul fondo
vengono adagiati dei pezzi di legno, su questi vengono adagiati i vasi e i piatti asciutti coperti
poi da uno strato di paglia. Ultimo step consiste nel bruciare la paglia e far cuocere il tutto per
ben 2 ore. Nico, Lavinia e Sebastian si sono trovati mentre toglievano i cocci dal forno e li
portavano in magazzino. Bellissimi..quei vasi dal color grigio topo sono diventati rossi.
Ilaria mi ha regalato una delle sue stupende magliette “made in jail“, ho apprezzato molto.
Riusciremo a vendere qualche vaso domani? Mah...speriamo di sí.
Matteo
Martedi 5 settembre
...E giunse il giorno in cui i nostri eroi andarono ai mercati a raccogliere i frutti del loro sudore!
Arriviamo all’UDCM verso le 8.30 e visioniamo i primi manufatti pronti per essere
venduti...Qualche coccio un po’ bruciacchiato (secondo noi, scopriremo poi che in realta’ e’
perche’ non si sono cotti del tutto!), ma riconoscibili e gli scopetti, cappelli e borsette un piccolo
capolavoro (con falsa modestia parlando...).
Facciamo un gioco per “caricare” il gruppo a puntino e, prima di partire, ci sediamo tutti insieme
intorno al tavolo per fare una valutazione di com’e’ andata in questi giorni, iniziando dai
“professori”... Francisco e Isabel hanno imparato la loro arte da bambini, rispettivamente dal
padre e dalla madre. Si dichiarano entrambi soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto e,
sinceramente, mi sento subito in dovere di ringraziarli di cuore per la pazienza che hanno avuto
con soggetti che, come me, hanno una manualita’ ed una costanza pari allo zero!
Parliamo delle difficolta’ che abbiamo incontrato nei due tipi di lavoro e siamo concordi sulla
maggiore complessita’ del laboratorio di cesteria...che personalmente ho trovato paragonabile
ad un lavoro da amanuensi!
Ma veniamo ai soldoni...a quanto possiamo vendere le nostre creazioni? Arriveremo alla quota
necessaria per un intero “pomar escolar”? I professori ci dicono che normalmente i prezzi a
prodotto si aggirano dai 5 ai 25 meticais...cooosa??? Ore ed ore di durissimo lavoro per una
cifra cosi bassa?? Mmm...e vabbe’, intanto raccogliamo quanto riusciamo...Non c’e’ tempo da
perdere...ci dividiamo i prodotti e via, partiamo alla volta dei mercati cittadini!
Quando arrivo con i miei compagni al “mercato 17” suscitiamo subito la curiosita’ di un
gruppetto di persone, che iniziano a valutare i prodotti e ci guardano con un po’ di diffidenza
(dei “brancos” che vendono cose al mercato? Mmm...) ma per fortuna Sandra prende in mano
la situazione ed inizia a spiegare perchè siamo li...Eddai, comprate, e’ per il “pomaro escolar”!
Non sapremo mai se sia stato per le capacita’ di imbonitrice di Sandra o per la quantomeno
discreta qualita’ delle produzioni, ma in mezzora vendiamo tutti gli scopetti e buona parte delle
ceramiche...Evviva!
Torniamo alla base verso le 11 con un rimasuglio di 3 vasetti, ma siamo certi che entro la nostra
partenza venderemo tutto...siamo fiduciosi.
L’altro gruppo torna verso mezzogiorno e, udite udite, hanno venduto addirittura sulla
fiducia...cose che devono ancora essere prodotte! Quei “krumiri” hanno fatto il porta a porta e
venduto ai negozi, ed hanno pure “gonfiato” i prezzi! Beh, dai, essendo per una buona causa
l’etica per stavolta possiamo lasciarla da parte...
Prima del pranzo ci prendiamo mezzora per fare una valutazione di com’e’ andata...Abbiamo
guadagnato in tutto quasi 300 meticais, con variazioni di prezzo notevoli a seconda dei clienti...I
ragazzi ci dicono che dipende dalla zona del mercato: a quello piu’ centrale sono riusciti a
vendere “meglio”, e anche l’idea di vendere ai negozi si e’ rivelata vincente per il nostro
obiettivo.
Domani ci sara’ la cottura degli altri prodotti e sono certa che andranno a ruba...ci abbiamo
messo troppo impegno perche’ finiscano svenduti! Finiamo la discussione dicendo che come
prima esperienza, anche se con evidenti differenze tra i due gruppi, e’ stata comunque positiva,
e ci prendiamo un po’ di relax con un altro gioco simpatico proposto dall’inesauribile Clara, che
finisce tra le risate generali.
Poiche’ nella vita e’ bello avere delle conferme, a pranzo troviamo il riso bianco, i fagioli e la
verza in insalata...ormai non possiamo piu’ farne senza.
Nel pomeriggio iniziamo il momento di discussione quotidiano, con l’argomento scelto da noi: le
tradizioni. Partiamo dalla nascita e, mentre gli amici mozambicani rimangono perplessi quando
diciamo loro che la “tecnologia medica” ci permette di conoscere il sesso del nascituro mesi
prima (potendo cosi deciderne il nome), noi rimaniamo altrettanto sorpresi scoprendo che al
neonato viene dato il nome dopo almeno una settimana, scelto di solito dalla famiglia del padre
e che quando arriva a casa dall’ospedale c’e’ una “formazione” specifica per dormire: il bimbo
vicino alla parete, la mamma in mezzo e il padre vicino alla porta, che la madre non puo’
chiudere (pare porti male). Il parto in casa e’ ancora diffuso (dipende dalla distanza
dall’ospedale) e spesso il “curandero” va a casa del neonato ad effettuare un rito
beneaugurante per una buona crescita, che viene propiziata anche dal taglio dei capelli dopo
circa un mese. Questo insieme di tradizioni viene appreso in famiglia, o durante “riti
d’iniziazione” .
Chiediamo dell’aborto, con l’idea che i ragazzi possano essere sfuggenti in merito; in realta’ ne
parlano molto tranquillamente, spiegandoci che in Mozambico secondo loro e’ illegale, ma
pagando si trovano medici e/o infermieri che “possono aiutare” in merito, naturalmente di
nascosto; insomma, capiamo che si fa ma non si dice.
I ragazzi ci riservano l’ultima sorpresa della giornata dicendoci che mentre l’albinismo non viene
percepito come un problema “e’ una malattia”, partorire un figlio mulatto significa
automaticamente che la madre e’ stata con un bianco, perche’ da genitori neri non puo’ nascere
un figlio di colore diverso.
Cerchiamo di spiegare che puo’ dipendere dal fatto di avere nell’albero genealogico avi bianchi
o mulatti, ma cogliamo una certa perplessita’ nell’accettare la nostra spiegazione, e salutiamo i
ragazzi mentre ancora stanno discutendo tra di loro della cosa...Che dire...Vederli confrontarsi
anche animatamente da’ soddisfazione...La discussione e’ l’anima della conoscenza!
Ilaria
6 settembre
Arriviamo all'UDCM carichi delle magliette della marcia per la sovranità alimentare...se ne
avessimo data una a tutti quelli che lungo il tragitto da casa ci hanno chiesto una “camiseta”,
saremmo arrivati anche senza quelle che già abbiamo addosso!
Ma prima di tutto dobbiamo accendere il fuoco per cuocere gli altri cocci, con la supervisione
della paziente Isabèl.
Andiamo all'ormai familiare “centro congressi” (la capanna in mezzo all'UDCM, il luogo fulcro
delle nostre discussioni) e Milo spiega il senso della marcia, che si svolge in questi mesi in
diversi Paesi in giro per il mondo.
Almirante dà la sua versione di differenza tra sovranità e sicurezza alimentare: la sovranità c'è
quando c'è la possibilità di scegliere cosa coltivare e cosa mangiare, ben diversa dalla sola
sicurezza, dove non c'è scelta....si coltiva e mangia ciò che c'è.
Affrontiamo il problema della mancanza di un mercato regolamentato in maniera equa: spesso i
contadini si trovano a vendere i loro prodotti a prezzi irrisori, per poi doverli ricomprare qualche
tempo dopo a 10 volte tanto il loro valore iniziale. Proprio per protestare contro questa
situazione, a nel 2010 a Maputo è scesa in piazza la società civile; manifestazione duramente
repressa dalla polizia.
La politica dell'UDCM è quella di sensibilizzare i contadini attraverso l'Unao Nacional per
arrivare a scardinare questo sistema, ottenendo più regole, e facendo pressione sul governo
per gli investimenti reali sullo sviluppo delle tecniche agricole, ancora troppo residuale. Sono
necessarie infrastrutture e formazione specie su giovani e donne; i mozambicani devono essere
resi consapevolmente protagonisti del cambiamento.
Capiamo che c'è ancora tanta, tanta strada da fare e che, per alcune cose, la situazione nel
nostro così “civile e sviluppato” Paese, non è poi così diversa... Anche noi, già da consumatori,
dovremmo essere più responsabili ed acquisire una volta per tutte l'idea di uno sfruttamento più
sostenibile delle risorse, non continuando ad illuderci che siano infinite...In Mozambico e in
Italia,come nel resto del mondo, è necessario un cambiamento anche di “forma mentis”, ed i
tempi non saranno certo immediati...
Finiamo quindi la discussione con molte domande, ma è ora di tirar via dal fuoco i nostri cocci,
che poi dovranno essere venduti! Stavolta sono venuti molto bene, e la soddisfazione è visibile
sulle facce di tutti noi. Ne scegliamo un pezzo, come ricordo, e poi via...alcuni di noi partono per
il mercato, mentre alcuni rimangono a finire i regali da scambiarci stasera per la festa di
commiato.
Dopo pranzo (oggi cabrito a “pacco di spaghetti” gusto fumé), facciamo un'ultima attività, dove
ognuno di noi disegna le cose che ci hanno colpito e abbiamo ritenuto più importanti di questi
10 giorni...faccio almeno una foto per ognuno, siamo bellissimi tutti concentrati a spiegare e con
la maglietta della marcia addosso!
Torniamo a casa presto, perché tra 2 ore inizia la festa, ma nessuno di noi ha in realtà voglia di
preparare la valigia, e finisce in relax, merenda e cazzeggio...
Arriviamo verso le 18 all'UDCM e l'atmosfera è già calda...un sacco di gente che sta ballando
sulla musica delle “quirimbas” e credo ci siano anche tutti i bambini che abitano nel raggio di 50
km....che casino! Non possiamo non lanciarci subito anche noi nelle danze, e andiamo ad
allungare il “trenino” con gran divertimento dei bambini.
Milo prepara il pc con le foto delle nostre attività di questi 10 giorni da far scorrere, e subito si fa
una folla da “prima proiezione” di un film attesissimo...
Arriva in un attimo il momento della cena, e decidiamo di scambiarci i regali...siamo stati
veramente creativi ed originali, un applauso a tutti! E menzione speciale per la povera Clara
che, dopo aver scoperto in questi giorni di essere allergica alle pagliuzze, ha ricevuto in regalo
da Armando...una splendida borsa di paglia!!
Come dessert gli amici mozambicani iniziano a cantare...è la “nostra” canzone, che abbiamo
imparato anche noi italiani in questi giorni, e il battito delle mani di tutti fa letteralmente tremare
il tetto in metallo della struttura! E via cantando, tra canzoni di chiesa dei ragazzi mozambicani
ed un' intramontabile “Bella Ciao” nostra, passando per “Azzurro” e “Bandiera
rossa”...decisamente un repertorio variegato!
Ci salutiamo tra abbracci ed auguri di “muita felicidade”, con la giusta dose di allegria e tristezza
che si confà ad un commiato in grande stile....è stato davvero bello conoscere i ragazzi e
condividere con loro questi 10 giorni...E guardandoci negli occhi gli uni con gli altri, ho la
certezza che nessuno di noi dimenticherà questa esperienza....
Ilaria
Morrumbala venerdi 7 settembre
Ore 8,30 : il pulmino ci aspetta,si carica e sempre più stretti si parte da Morrumbala.
Questo pulmino mi piace meno degli altri perchè ci porta via da Morrumbala.
Ci saluta il silenzioso,discreto,prezioso ed onnipresente Arnaud ( non so se così si scrive).
Ciao,anzi mi piacerebbe poter dire,arrivederci Morrumbala che ci hai piegati - seppur in pochi
giorni- a ritmi e toni molto diversi.
Ognuno ,ne sono certo,mentre si va,sta lentamente realizzando -tra uno scossone con
soprassalto e l'altro- che lasciamo alle spalle
il nucleo duro e centrale del nostro viaggio di conoscenza.
Qui,in questi giorni,abbiamo visto e conosciuto molto meglio persone,gesti,modi di vedere e
pensare,abitudini ,emozioni,tradizioni,sogni o aspettative.
E sentito quanto difficile sia provare a commisurare le nostre con le loro!
Per questo,in questo tragitto di stamattina siamo tutti un pò più silenziosi.
Credo che all'improvviso,ci stiamo rendendo conto che i prossimi giorni - che saranno belli ed
altrettanto pieni- saranno però giorni di "avvicinamento"
a casa. E così si può cominciare a tracciare,favoriti dal ritmo del pulmino,un primo "bilancio" di
questa esperienza : ognuno sente che salutando Morrumbala ed il gruppo degli amici di
UDCM,abbiamo messo in tasca il pezzo più solido e significativo.
A dire il vero,siamo più stretti anche perchè abbiamo caricato con noi pure Sandra ed Alexi .
Vengono insieme a noi perchè sono di Namacurra e quindi il passaggio è d'obbligo
ma,sopratutto, ci alleggerisce gli spigoli del distacco.
Oggi,7 settembre,è festa Nazionale in Mozambico.
Richiama il valore della liberazione dall'occupazione coloniale e qualcuno di noi -pochi per via
dell'età - ne rivede i ricordi distanti di gioventù,perchè le manifestazioni contro i residui fascismi
europei di Portogallo e Spagna se li ricorda...e la memoria per quelle sigle , il FRELIMO,e quei
nomi mitici,Samora Machel...
Lungo il percorso,attraversando villaggi,vediamo perciò alcune "manifestazioni" di celebrazione
con bandiere e l'accenno di balli e danze.
Il percorso che ci allontana da Morrumbala,ci mostra però anche un sempre più visibile
cambiamento del paesaggio.
Facile da riassumere,ma pieno di una realtà carica di conseguenze sulla vita delle popolazioni
che ci vivono.
La savana confusa ed estesa comincia a cambiare ; il paesaggio diventa più verde.
Si comincia a veder passare un territorio con più acqua : pozze fangose,stagni ( diremmo
noi),piccoli canali,pozzi più frequenti passando per i villaggi.
E sopratutto,una novità "strutturale" : passano sempre più pezzi di terreno,prima più piccoli poi
un pò più estesi,di terreni coltivati con ortaggi,pianticelle di manioca e così via.
I mercatini che passano lungo la strada,sono già un pò più ricchi e forniti.
Le capanne ed i cortiletti in terra battuta,paiono un pò più accoglienti ed ordinati,meno poveri.
Cresce il numero delle capanne con le tipiche pareti di foglie intrecciate e tenute dalla creta,che
si trasformano con le pareti in mattoni (sempre fatti col fango cotto).
Verso mezzogiorno si arriva a Namacurra.
Appoggiati i bagagli nelle stanze del lodge,si va subito alla sede dell'UDCN,la sede distrettuale
dell'Unione dei coltivatori di Namacurra.
L'accoglienza è festosa e dai volti sorridenti delle donne e degli uomini che ci stringono ed
accompagnano,sembra proprio sentita e sincera.
Ci saluta il Presidente seguendo quella simpatica formalità scritta nella "scaletta" che consulta e
segue rigorosamente.
C'è la preghiera per ringraziare il Signore che ha ben assistito il nostro viaggio di trasferimento ;
le reciproche presentazioni e l'illustrazione del programma della giornata : visita alla scuola e
poi assistere alla rappresentazione teatrale nel cortile.
La presentazione è interessante.
La vice Presidente è una donna ,così anche il "tesoriere" e quasi la metà del Consiglio. Se ho
contato bene,sono dodici uomini ed undici donne.
Nella lista dei candidati esposta alla sede di Morrumbala,le donne invece erano quattro.
E' così che ci vengono presentati - anche nei loro incarichi "ufficiali"- Sandra ed Alexi.
Si va alla scuola,oggi chiusa per via della Festa Nazionale. Il Direttore è in ritardo per una
riunione distrettuale e così si passa al pranzo.
Buono,accogliente sui tappeti di foglie intrecciate,in un clima davvero disteso ed amichevole.
Arriva la Direttrice della scuola ,insieme al rappresentante scolastico distrettuale e così ci
predisponiamo per la consegna simbolica del contributo per insediare,anche in questa scuola, il
"frutteto" sostenuto dal nostro utile e bellissimo progetto.
Alla fine,seduti intorno al cortile e sotto l'ombra dell'enorme manghita,vediamo una strabiliante
rappresentazione teatrale che recita le sofferenze e l'emarginazione della malattia non curata,le
inutili litanie del curandero,i vantaggi delle cure mediche e sopratutto delle prevenzioni.
Alexi,lo scopriamo essere la figura centrale di questo giovane gruppo che,ci viene
raccontato,esegue tantissime rappresentazioni ( in media due settimanali) in lungo e in largo
per il territorio del distretto, proponendosi ai soci dell'Unione ma a tutti quelli che vogliono
fermarsi e seguire lo spettacolo davvero istruttivo.
Franco
8 settembre 2012 - Zalala Beach
La sveglia suona presto alla pensione di Namacurra, i volti un po’ intorpiditi; per tutta la notte si
sono susseguiti continui rumori a disturbare il nostro sonno. Il bar di fronte ha “pompato”
musica a tutto volume fino a tardi, ululati, schiamazzi e porte che sbattevano… negli occhi di
tutti noi si legge il desiderio di un po’ di tranquillità, per fortuna oggi si va al mare!
La partenza avviene con il solito ritardo, caricati i bagagli sullo chapa si parte destinazione
Zalala Beach. L’autista ha promesso che in 40 minuti ci avrebbe portato a destinazione, ma la
strada dissestata e i pedoni che la occupano hanno impedito che ciò avvenisse rendendoci un
po’ più irrequieti e il nostro fisico è ormai provato dai sobbalzi e dalle botte ricevute ad ogni
buca. Dopo almeno un’ora e mezza di “tortura” eccoci a destinazione il Lodge ci accoglie, non
siamo più abituati a certi lussi, giusto il tempo per appoggiare i bagagli e via in spiaggia.
Attraversata la breve fascia alberata che ci divide dal mare finalmente vediamo le bianche onde,
il vento è molto forte, la spiaggia immensa… il bagnasciuga pare quasi un campo da calcio!
Assicuriamo magliette e zaini ad un ramo in modo da non farli volare via ed eccoci pronti per un
altro bagno nell’Oceano. Questa volta è molto più mosso e torbido ma ciò non ha fermato la
nostra voglia di bagnarci, le onde ci hanno cullato donandoci un po’ di meritato relax e
tranquillità dopo i giorni di lavoro!
14:30 appuntamento al ristorante per una super scorpacciata di pesce, il menù prevede un tris
di Camarão in umido, fritti e alla crema di cocco, come piatto forte invece due pesci pedra alla
griglia, il tutto annaffiato da vino bianco aimè non locale. Il pasto buono ed abbondante
necessita di una bella passeggiata per essere smaltito e quindi eccoci di nuovo in spiaggia chi a
fotografare, chi a raccogliere semi e chi invece si prende un attimo per se e i suoi pensieri.
Si torna al Lodge quando il sole è ormai sceso da un po’, la luce è poca e ad istinto ci infiliamo
tra gli alberi sperando di imboccare la strada giusta… poco sopra i tetti delle nostre camere il
cielo è illuminato dalle fiamme di un incendio scoppiato a poca distanza, un denso fumo si alza
dalla boscaglia. Rapida doccia, anche qui fatta con i secchi, ed eccoci già pronti per tornare a
tavola… non si può dire che questa non sia stata una giornata di puro relax 
Serata passata a guardare le stelle sulla spiaggia. La completa mancanza di illuminazione ci ha
regalato uno spettacolo straordinario, una pioggia di stelle cadenti saluta la nostra ultima notte
in Zambezia, domani si torna a Maputo e il cielo non sarà così bello quanto qua!
Nicholas
9 settembre: Zalala – Quelimane – Maputo
9/09/12
Da Zalala a Quelimane
Mattina, ci siamo svegliati di buona ora per fare colazione, tra chi metteva a posto le ultime cose
in valigia e chi l'aveva già preparata e pronta da caricare sul nostro pulmino.
Aspettandolo, con il nostro autista in ritardo, prendendoci un pò di tempo guardando l'alba sulla
spiaggia di Zalala con quell'infinito oceano e il suo affascinante bagascuga, per chi ancora una
volta a veva voglia di perdersi in una passeggiata catturando quel magnifico paesaggio
vegetale, e per chi non si era svegliato del tutto e per pigrizzia aveva voglia di rilassarsi ancora,
facendo un pisolino sulla sedia.
Il tragitto di Zalala a Quelimane è stato molto pesante.
Comincianodo a caricare sil nostro Chiapa con le valige sul suo porta pacchi minuscolo ed
entrando in quello che rispettivamente sembrava un forno a micro onde che un pulmino,
visto che era sprovisto di finestrini posteriori, nella parte lateral destra componeva una sola e
immensa lente di ingrandimento sigillata, "emeticamente" alla lamiera della cerrozeria.
Ma li nostro avventuroso viaggio doveva ancora cominciare, perchè a parte il caldo soffocante
che veniva alleviato soltanto con un piccolo spiraglio del finestino di sinistra, ci aspettava un
percorso più che accidentatro, con delle piccole...no ma che dico delle vere e proprie voraggini
nell'asfalto.
Le buche ci facevano sobbalzare su e giù come vere palline da flipper, dentro il nostro
compattissimo mezzo ditrasprto, se non che a migliorare la situazione a una certo punto ci
accorgiamo che uno dei bagaglio sta per scivolare dall'imbragatura sul porta pacchi.
Certo se l'imbragatura è un cordone spesso due dita e tenere il tutto, bisogna stare proprio
tranquilli di tutto dopo!!
Chiedendo, un pò allarmati, all'autista di fermarci per non rischiare di perdere tutte le valige,
sostiamo per una piccola sgranchita alle gambe.
Arrivando a Quelimane notiamo subito la differenza nel cambiamento delle manto stradale, Ho
non si sobbalza più!!!Che bello.
Il tempo di mette via le cose nel ufficio dell'ISCOS e via a piedi verso l'hotel (di sta mega lusso)
per prenotare il pranzo.
Lì comincio a notare la differenza in tutti, dopo essere stato a Murrumbala per più di una
serttimana avendo visto, udito e respirato a fondo tutto ciò che pi poteva recepire, ho notato la
forte e stridente differenza.
Quelimane è una città messa molto bene e anche tenuta molto meglio, nonostante a che quì cè
poverta e forse più desolazione.
Sorgente sul fiume, la città nasconde fascino e contraddizioni.
Con i suoi quartieri Mussulmani e palazzi alti alle ville in stile semi imperiale, ma la cosa che mi
cattura di più sono i continui cartelloni pubblicitari, che tal volta ricoprono un intero edificio.
Con il panorama in bella vista, in prospettiva a volo d'uccello e i copri sedia, come accade nei
matrimoni o solo nei più grandi Hotel di lusso, i cui eravano momentaneamente a pranzare, un
senso sraneamento mi distacca dalla realtà momentanea... "Ma dove siamo capitati" mi chiedo
a me stesso, ma poi vengo subito ricapultato dai miei dubbi al tavolo con un profumo di pesce e
pollo con patate lesse...Mmm che buono!!!!
La giornata si conclude con qualche chiacchiera in torno al tavolo e avviandoci verso il pulmino
che poi ci dirigerà verso l'areoporto, così salutando anche questo posto e città, salutiamo anche
Silvia che lei rimmarra lì fino a Dicembre.
Con unltimi saluti e sorrisi ci portiamo a casa nuovi posti, rapiti con uno scatto di macchima
fotografica e nel ricordo di questo viaggio indimenticabile.
BY
Sebastian
10 settembre Maputo – Addis Ababa - Milano