del del - Tasca d`Almerita
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& SOCIETA’ SPETTACOLI CULTURA RISTORANTE APERTI TUTTI I GIORNI Via Sammartino, 121 (Pa) - Tel. 091.7542967 www.ristoranteluciecalici.com PALERMO SPORT SABATO 14 SETTEMBRE 2013 SLOW PIZZA APERTI TUTTI I GIORNI Via Sammartino, 121 (Pa) - Tel. 091.7542967 www.ristoranteluciecalici.com ■ XI Dalle taverne di borgata alle enoteche di moda ecco come l’evoluzione del concetto del bere ha portato l’Isola all’avanguardia nella produzione Ieri e oggi IL RITO La vendemmia era identificata in passato con una Sicilia contadina immutabile ELEONORA LOMBARDO (segue dalla prima di cronaca) a agosto a oggi sono già stati vendemmiati Pinot Grigio, Sauvignon blanc, Pinot nero, Moscato e si andrà avanti fino a ottobre con le vendemmie del Nero D’Avola e del Nerello Cappuccio e Mascalese. Le previsioni di quest’anno sono buone, ha piovuto e si può bene sperare in un’ottima annata. E chissà per quanti “Un’ottima annata” sarebbe rimasto solo il titolo di un divertente film del 2006 se non fosse che frequentare le vendemmie è diventato come andare alle corse dei cavalli ad Ascot e occuparsi di vino, assaggiarlo, riconoscerne le caratteristiche e sfoggiarne sapienza nelle cene con amici è diventata una componente essenziale del carattere del siciliano, smanioso di vantarsi del suo. Da bevitori di taverne a degustatori in enoteca, i siciliani si sono evoluti di pari passo con l’evolversi della produzione regionale. Fino a trenta anni fa di vendemmia se ne occupavano solo i contadini, con rituali, canti, tradizioni, folklore e scaramanzia; il vino si beveva in campagna sotto il pergolato o nel bicchiere di vetro pesante travasato dalla brocca della taverna, nessuno maneggiava bottiglie di vetro preoccupandosi della natura del tappo, della provenienza del sughero, niente calici, baloon e preferenze su fermo o mosso. Fino ieri il vocabolario si estendeva da “quartino” a “mezzo litro”, oggi si degusta e si parla di uve tardive, di barrique, di tannini lasciando cadere di tanto in tanto nella conversazione un “sa di tappo”. Dalla taverna all’enoteca, dal paniere alimentare a momento di elevazione meditativa all’ora dell’aperitivo, così il vino in trenta anni ha conquistato la Sicilia D L’anno di svolta è il 1984 quando Giacomo Tachis crea un prodotto d’eccellenza e i siciliani. Questa inversione di tendenza, la spiega con un’efficace associazione di immagini Leonardo Agueci, ex presidente dell’Irv (Istituto regionale della vigna e del vino) e attuale presidente di Pro.Vi. Di Sicilia, un’associazione di 84 cantine rappresentative dell’intero territorio siciliano, che dice: «In un’etichetta della Corvo degli anni Ottanta troveremmo scritto nel logo sulla provenienza “Casteldaccia-Italia”, oggi “Sicilia” viene prima di qualunque altra cosa». Il marchio Sicilia sul vino era un deprezzamento, oggi è un brand che tutto il mondo ricerca. Fino agli anni Ottanta il vino siciliano era sinonimo di vino pesante, venduto in massa ai francesi come vino da taglio, consumato sfuso per sostentare il pasto del contadino, bevuto nelle taverne insieme all’uovo sodo per dimenticare le fatiche del giorno. Vittime fortunate della cultura araba che non preve- IL “TOCCO” Ladelnuova era vino Così la vendemmia è diventata un brand siciliano de per religione il consumo di alcol, i siciliani si sono storicamente contraddistinti come ottimi viticoltori, sagaci produttori di uva da tavola con pochissima raffinatezza delle tecniche dell’enologia. Per lungo tempo custodi gelosi di un sapere che stazionava sul consolidato e senza alcuna spinta innovativa. Vini di gradazione pesante, dai quali si estraevano i tannini direttamente dalle bucce senza che queste si facessero fermentare. Tempi in cui Grillo, Inzolia, Cataratto e Nero d’Avola erano buoni per sfumare l’arrosto, piuttosto che per essere serviti nelle cene e nei pranzi, come vini ricercati, profumati e in grado di restituire tutta quella complessità che si ritrova in ogni tratto della nostra cultura. A fare da spartiacque fra il mondo dell’uva ignorante a quella colta, un anno preciso: il 1984. 1984 vuol dire percezione in Sicilia di quel ribollire economico che stava interessando tutta la nazione: il vino passa da prodotto sfuso per la cucina a esperienza di gusto e di scelta alimentare. 1984 vuol dire, come spiega Daniele Cernilli, giornalista eno-gastronomico fra i più autorevoli d’Italia, «l’uscita del Duca Enrico dalle cantine di Salaparuta. Un Nero D’Avola in purezza, ottenuto perché finalmente si era ac- quisita una specifica cultura dell’uvaggio». 1984 vuole dire soprattutto un nome e cognome: Giacomo Tachis, l’enologo che sta al rinascimento dell’enologia italiana come Brunelleschi a quello dell’architettura, l’inventore del Sassicaia, il vino italiano più prestigioso nel mondo. Tachis sbarca in Sicilia e immediatamente si accorge che «troppo spesso i siciliani scambiano le vecchie abitudini per tradizione». «Tachis viene chiamato in Sicilia, approfittando di un vuoto di potere venutosi a creare nelle cantine Salaparuta, allora di proprietà delle Regione - racconta Cernilli - a lui il compito di creare le condizioni per far venire fuori il Duca Enrico». La Sicilia si apre all’innovazione dell’enologia, si comprende che meno si fa e meglio si fa, che la coltivazione a spalliera può sostituire la tradizionale ad alberello e si offre la ricchezza del territorio isolano ai vitigni non autoctoni, ai “colleghi” francesi, come il merlot, il cabernet, lo chardonnay e si comincia a lavorare alla costruzione di blend, all’insieme armonico di vitigni diversi. Per una volta si mette da parte l’autoctona presunzione a favore dell’apertura. «Si capisce che il vino non è un prodotto naturale, ma un fatto di cultura enologica, geografi- Il film Memorie dell’ex analfabeta Panahi Nejad al festival dei diari “CHIMENTO Castrenze, nudo e crudo” è il film di Nosrat Panah Nejad, il regista iraniano custode della memoria palermitano, che oggi e domani si proietta al festival dei diari di S. Stefano in Pieve, vinto l’anno scorso da Chimento. Girato tra Palermo e Alia e liberamente tratto dal diario Odissea della mia vita di Chimento, il video film racconta la conquista tardiva della scrittura da parte del protagonista. La lettura del diario che scandisce il percorso filmico è dell’attore-drammaturgo palermitano scomparso, Franco Scaldati. ca e agraria», dice Salvatore Geraci patron della Azienda agricola Palari, produttrice del Faro Palari un vino che in un ventennio ha portato alla gloria un vigneto antico, il Faro, per anni considerato negletto. Continua Geraci: «Nell’ultimo trentennio si è ribaltato quel che valeva per i francesi che con vini d’argento riuscivano a fare vini d’oro, noi abbiamo capito che con uve d’oro potevamo puntare all’eccellenza. Quando si dà qualità, il mondo l’accoglie. In Sicilia questo è avvenuto grazie al pionierismo e al coraggio di imprenditori privati». Diego Planeta, i Tasca D’Almerita, Giacomo Rallo, Diego Cusumano, i Miceli sono stati i paladini di una rivoluzione gentile che ha trasformato la cultura del vino in tutta l’isola, nutrendosi di quella ricchezza data dalla varietà climatica, dalla presenza del mare e non ultima dalla riscoperta dei vigneti sulle pendici di un vulcano, l’Etna al quale tutti guardano come bacino di nuove e interessanti possibilità. Oggi la cartina geografica della Sicilia restituisce una mappa del vino che rende onore alle parole di Tachis che ci ha sempre visto come una regione con potenzialità continentali. Con Tachis a partire dalla metà degni anni Ottanta si ricomincia a rivalutare tutto quello che si stava Il vino si beveva nelle “mescite” che godevano di cattiva fama, poi l’avvento delle enoteche LE DEGUSTAZIONI Oggi quasi tutte le iniziative sono accompagnate da degustazioni di vino distruggendo, a ripristinare le vecchie vasche di cemento che per assecondare mode scriteriate venivano distrutte per essere sostituite da enormi vasche d’acciaio. Con il tempo sono arrivati i “colonizzatori” del nord, Zonin fra tutti, a interessarsi ai nostri vigneti e a cavarne subito prodotti che hanno risvegliato l’interesse della ristorazione e dei palati più esigenti. «Non sono colonizzatori, sono valorizzatori. Ricordiamoci che sono gli inglesi che hanno fatto il Marsala, noi abbiamo provato a rovi- La raccolta dell’uva è uscita dai bozzetti veristi diventando un evento mondano notturno narlo», dice ironicamente Agueci, che aggiunge: «La forza del nostro vino e la sua sana diffusione modaiola sta nel fatto che abbiamo vigneti antichissimi in mano alla più giovane forza imprenditoriale d’Italia e nella quale spicca una forte presenza femminile». Un’imprenditoria giovane innestata su radici antiche che lavora sulla forza della memoria, ma capace di scatti di immaginazione e senza la retorica che maschera ignoranza e immobilismo per sincerità e tradizione. «I risultati che più mi intrigano sono quelli delle vigne coltivate in altitudine, imparando a disciplinare l’escursione termica», dice Geraci. Si è ingentilito il vino e si sono ingentiliti i bevitori: che il vino siciliano sia allora da traino per comprendere che non siamo una regione piatta e scoprire che per ambire all’altezza non bisogna accontentarsi di essere alticci. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Palermo