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■ XI
Dalle taverne di borgata
alle enoteche di moda
ecco come l’evoluzione
del concetto del bere
ha portato l’Isola
all’avanguardia
nella produzione
Ieri e oggi
IL RITO
La vendemmia era
identificata in
passato con una
Sicilia contadina
immutabile
ELEONORA LOMBARDO
(segue dalla prima di cronaca)
a agosto a oggi sono
già stati vendemmiati
Pinot Grigio, Sauvignon blanc, Pinot nero, Moscato e si andrà
avanti fino a ottobre con le vendemmie del Nero D’Avola e del Nerello Cappuccio e Mascalese. Le
previsioni di quest’anno sono buone, ha piovuto e si può bene sperare in un’ottima annata. E chissà per
quanti “Un’ottima annata” sarebbe rimasto solo il titolo di un divertente film del 2006 se non fosse che
frequentare le vendemmie è diventato come andare alle corse dei cavalli ad Ascot e occuparsi di vino,
assaggiarlo, riconoscerne le caratteristiche e sfoggiarne sapienza
nelle cene con amici è diventata
una componente essenziale del carattere del siciliano, smanioso di
vantarsi del suo. Da bevitori di taverne a degustatori in enoteca, i siciliani si sono evoluti di pari passo
con l’evolversi della produzione regionale.
Fino a trenta anni fa di vendemmia se ne occupavano solo i contadini, con rituali, canti, tradizioni,
folklore e scaramanzia; il vino si beveva in campagna sotto il pergolato
o nel bicchiere di vetro pesante travasato dalla brocca della taverna,
nessuno maneggiava bottiglie di
vetro preoccupandosi della natura
del tappo, della provenienza del sughero, niente calici, baloon e preferenze su fermo o mosso. Fino ieri il
vocabolario si estendeva da “quartino” a “mezzo litro”, oggi si degusta e si parla di uve tardive, di barrique, di tannini lasciando cadere di
tanto in tanto nella conversazione
un “sa di tappo”. Dalla taverna all’enoteca, dal paniere alimentare a
momento di elevazione meditativa
all’ora dell’aperitivo, così il vino in
trenta anni ha conquistato la Sicilia
D
L’anno di svolta
è il 1984 quando
Giacomo Tachis
crea un prodotto
d’eccellenza
e i siciliani.
Questa inversione di tendenza,
la spiega con un’efficace associazione di immagini Leonardo Agueci, ex presidente dell’Irv (Istituto regionale della vigna e del vino) e attuale presidente di Pro.Vi. Di Sicilia,
un’associazione di 84 cantine rappresentative dell’intero territorio
siciliano, che dice: «In un’etichetta
della Corvo degli anni Ottanta troveremmo scritto nel logo sulla provenienza “Casteldaccia-Italia”, oggi “Sicilia” viene prima di qualunque altra cosa». Il marchio Sicilia sul
vino era un deprezzamento, oggi è
un brand che tutto il mondo ricerca.
Fino agli anni Ottanta il vino siciliano era sinonimo di vino pesante,
venduto in massa ai francesi come
vino da taglio, consumato sfuso per
sostentare il pasto del contadino,
bevuto nelle taverne insieme all’uovo sodo per dimenticare le fatiche del giorno. Vittime fortunate
della cultura araba che non preve-
IL “TOCCO”
Ladelnuova era
vino
Così la vendemmia è diventata un brand siciliano
de per religione il consumo di alcol,
i siciliani si sono storicamente contraddistinti come ottimi viticoltori,
sagaci produttori di uva da tavola
con pochissima raffinatezza delle
tecniche dell’enologia. Per lungo
tempo custodi gelosi di un sapere
che stazionava sul consolidato e
senza alcuna spinta innovativa. Vini di gradazione pesante, dai quali
si estraevano i tannini direttamente dalle bucce senza che queste si
facessero fermentare. Tempi in cui
Grillo, Inzolia, Cataratto e Nero
d’Avola erano buoni per sfumare
l’arrosto, piuttosto che per essere
serviti nelle cene e nei pranzi, come
vini ricercati, profumati e in grado
di restituire tutta quella complessità che si ritrova in ogni tratto della nostra cultura.
A fare da spartiacque fra il mondo dell’uva ignorante a quella colta,
un anno preciso: il 1984.
1984 vuol dire percezione in Sicilia di quel ribollire economico che
stava interessando tutta la nazione:
il vino passa da prodotto sfuso per
la cucina a esperienza di gusto e di
scelta alimentare. 1984 vuol dire,
come spiega Daniele Cernilli, giornalista eno-gastronomico fra i più
autorevoli d’Italia, «l’uscita del Duca Enrico dalle cantine di Salaparuta. Un Nero D’Avola in purezza, ottenuto perché finalmente si era ac-
quisita una specifica cultura dell’uvaggio».
1984 vuole dire soprattutto un
nome e cognome: Giacomo Tachis,
l’enologo che sta al rinascimento
dell’enologia italiana come Brunelleschi a quello dell’architettura,
l’inventore del Sassicaia, il vino italiano più prestigioso nel mondo.
Tachis sbarca in Sicilia e immediatamente si accorge che «troppo
spesso i siciliani scambiano le vecchie abitudini per tradizione».
«Tachis viene chiamato in Sicilia, approfittando di un vuoto di potere venutosi a creare nelle cantine
Salaparuta, allora di proprietà delle Regione - racconta Cernilli - a lui
il compito di creare le condizioni
per far venire fuori il Duca Enrico».
La Sicilia si apre all’innovazione
dell’enologia, si comprende che
meno si fa e meglio si fa, che la coltivazione a spalliera può sostituire
la tradizionale ad alberello e si offre
la ricchezza del territorio isolano ai
vitigni non autoctoni, ai “colleghi”
francesi, come il merlot, il cabernet,
lo chardonnay e si comincia a lavorare alla costruzione di blend, all’insieme armonico di vitigni diversi. Per una volta si mette da parte
l’autoctona presunzione a favore
dell’apertura. «Si capisce che il vino
non è un prodotto naturale, ma un
fatto di cultura enologica, geografi-
Il film
Memorie dell’ex analfabeta
Panahi Nejad al festival dei diari
“CHIMENTO Castrenze, nudo e crudo” è il film di Nosrat Panah Nejad, il regista iraniano custode della memoria palermitano, che oggi e domani si proietta al festival dei diari di S.
Stefano in Pieve, vinto l’anno scorso da Chimento.
Girato tra Palermo e Alia e liberamente tratto dal diario
Odissea della mia vita di Chimento, il video film racconta la
conquista tardiva della scrittura da parte del protagonista. La
lettura del diario che scandisce il percorso filmico è dell’attore-drammaturgo palermitano scomparso, Franco Scaldati.
ca e agraria», dice Salvatore Geraci
patron della Azienda agricola Palari, produttrice del Faro Palari un vino che in un ventennio ha portato
alla gloria un vigneto antico, il Faro,
per anni considerato negletto.
Continua Geraci: «Nell’ultimo
trentennio si è ribaltato quel che valeva per i francesi che con vini d’argento riuscivano a fare vini d’oro,
noi abbiamo capito che con uve
d’oro potevamo puntare all’eccellenza. Quando si dà qualità, il mondo l’accoglie. In Sicilia questo è avvenuto grazie al pionierismo e al
coraggio di imprenditori privati».
Diego Planeta, i Tasca D’Almerita,
Giacomo Rallo, Diego Cusumano, i
Miceli sono stati i paladini di una rivoluzione gentile che ha trasformato la cultura del vino in tutta l’isola,
nutrendosi di quella ricchezza data
dalla varietà climatica, dalla presenza del mare e non ultima dalla
riscoperta dei vigneti sulle pendici
di un vulcano, l’Etna al quale tutti
guardano come bacino di nuove e
interessanti possibilità. Oggi la cartina geografica della Sicilia restituisce una mappa del vino che rende
onore alle parole di Tachis che ci ha
sempre visto come una regione con
potenzialità continentali.
Con Tachis a partire dalla metà
degni anni Ottanta si ricomincia a
rivalutare tutto quello che si stava
Il vino si beveva nelle
“mescite” che
godevano di cattiva
fama, poi l’avvento
delle enoteche
LE DEGUSTAZIONI
Oggi quasi tutte le
iniziative sono
accompagnate da
degustazioni di vino
distruggendo, a ripristinare le vecchie vasche di cemento che per assecondare mode scriteriate venivano distrutte per essere sostituite da
enormi vasche d’acciaio. Con il
tempo sono arrivati i “colonizzatori” del nord, Zonin fra tutti, a interessarsi ai nostri vigneti e a cavarne
subito prodotti che hanno risvegliato l’interesse della ristorazione
e dei palati più esigenti.
«Non sono colonizzatori, sono
valorizzatori. Ricordiamoci che sono gli inglesi che hanno fatto il Marsala, noi abbiamo provato a rovi-
La raccolta dell’uva
è uscita dai bozzetti
veristi diventando
un evento mondano
notturno
narlo», dice ironicamente Agueci,
che aggiunge: «La forza del nostro
vino e la sua sana diffusione modaiola sta nel fatto che abbiamo vigneti antichissimi in mano alla più
giovane forza imprenditoriale d’Italia e nella quale spicca una forte
presenza femminile». Un’imprenditoria giovane innestata su radici
antiche che lavora sulla forza della
memoria, ma capace di scatti di immaginazione e senza la retorica che
maschera ignoranza e immobilismo per sincerità e tradizione.
«I risultati che più mi intrigano
sono quelli delle vigne coltivate in
altitudine, imparando a disciplinare l’escursione termica», dice Geraci.
Si è ingentilito il vino e si sono ingentiliti i bevitori: che il vino siciliano sia allora da traino per comprendere che non siamo una regione piatta e scoprire che per ambire
all’altezza non bisogna accontentarsi di essere alticci.
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Repubblica Palermo