di giuseppe ferrandino
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di giuseppe ferrandino
LIBRO IN ASSAGGIO SPADA DI GIUSEPPE FERRANDINO CAPITOLO 1 Appena giunto a Parigi chiesi del signor d’Artagnan. L’indirizzo che mio zio mi aveva segnato sulla manica interna della camicia di batista diceva via de Lepis, sopra un negozio di tappezzerie, e io già alla stazione di posta, appena dentro la porta Saint Antoine, presi a raccogliere qualche informazione non tanto sul modo per giungere a quella via, quanto sulla zona della città in cui essa si trovava. Non potevo difatti nascondere a me stesso, nonostante tutta la mia faccia tosta di italiano, una certa inquietudine di fronte a quella distesa di case da cui salivano, come fumo da comignoli, odori immondi, mai annusati, e nell’ombra dei cui portoni ceffi osservavano me e i compagni, come briganti o, peggio, come gente d’esperienza che osserva gli ultimi pecorari giunti da chissà quali ridicole lande, fin lì, nel cuore del mondo. Un frate che aveva fatto il viaggio con me pretese di darmi la benedizione. Io non gliel’avevo chiesta ma egli sembrò non accorgersi del muso storto e mi somministrò il Te Deum. D’altronde, non si limitò alla mia modesta persona, ma volle dare parole di conforto anche agli altri viaggiatori. I quali, però, si sottoposero alla prova con molta più buona grazia di me. Persino la signora Jeannot si inginocchiò. E io, che in principio avevo pensato che il frate volesse limitarsi a benedire me perché ero il più giovane e per questo avevo fatto il riottoso, ora mi sentii imbarazzato. Mi chiesi cosa ne pensava la signora Jearmot. Ma lei aiutata dal marito già si rialzava. Di me era ormai dimentica. Il nostro viaggio era finito. Mi chiesi che fare. Presi a ripassarmi qualche frase adatta. Ma di fronte a quegli occhi grigi e infiniti, di fronte a quei capelli più morbidi del più morbido cirro, di fronte a quel seno che di notte nella penombra della luna avevo spiato a palpitare secondo il ritmo sconnesso della carrozza e l’ordine maestoso di intimi sospiri, dinanzi al più bel viso che Iddio si sia degnato di deporre su questa Terra, ogni frase mi sembrava inutile. Il marito aveva già preso il pesante bagaglio e si avviava verso una carrozza appena sopraggiunta. Immaginai fosse la carrozza inviata dal figlio dei Jeannot: dai dialoghi ascoltati tra i coniugi, il frate e il signor Levine, il quinto viaggiatore, un borghese venuto a Parigi per farsi pubblicare un libro sull’immortalità della conoscenza, avevo infatti appreso quasi tutto sulla famiglia della signora. La signora e il marito scambiavano le ultime battute con il frate e il filosofo. «Oh, oh» diceva il signor Jeannot. «Signor Levine, siamo certi che vi farete una posizione come filosofo. Speriamo che non sia sotto i ponti del Grand Palais.» Il signor Jeannot come noi era la prima volta che vedeva Parigi ma avendone avuto notizie da suo figlio amava gettare accenni a posti o anche fatti del gran mondo, con l’indifferenza di chi non ha conosciuto altro. «Andiamo, Michel?» chiese con la sua voce dolce la signora Jeannot. Il signor Levine si chinò a baciarle la mano. «Grazie, signora» fece Levine «per la vostra presenza in un viaggio che altrimenti non avrebbe avuto storia.» «Vi farete di certo una posizione, signor Levine. Siete già entrati nei panni del parigino.» Io aspettavo che si voltasse verso di me. Tra noi, a parte quando le avevo raccolto una scarpa toltasi durante il sonno e ruzzolata dal mio lato in uno scossone, non c’era stata la minima battuta. «Addio anche a voi, signor Bornardone. Spero che Parigi vi porti fortuna.» Io pensavo confusamente di dover dire qualcosa ma sentivo il tepore della sua mano e dopo una manciata di secondi, quando finalmente stavo ricordando di dovermi chinare a baciarle la mano, lei già la ritirava e trottava verso la carrozza. © MONDOLIBRI - PIVA: 12853650153 PAG. 2 «Addio ragazzo» salutò il signor Jeannot. «Non date confidenza agli estranei e non frequentate troppo via Magisse che ve lo farebbero cascare in un pezzo solo.» Io naturalmente arrossii e lui aggiunse: «E poi se proprio volete diventare uomo d’azione buttate lo sciabolone del nonno e compratevi una spada vera». E prima che avessi il tempo di obiettare, tutto fiero e diritto seguì sua moglie che già saliva in vettura e dopo pochi la carrozza partiva. Una spada vera! La mia spada era di puro acciaio di Pomigliano ma purtroppo quella battuta me l’ero proprio cercata perché, quando in viaggio era stato il mio turno di spiegare perché mi recassi a Parigi, avevo risposto: «Per fare l’uomo d’azione». Al che persino il frate aveva riso. E la signora per non imbarazzarmi aveva subito sviato l’attenzione su un casolare, che sotto il riflesso del sole sembrava preda di un incendio. «Lasciate perdere» disse il signor Levine che con il bagaglio in mano già si avviava verso il suo destino. «È il polso che conta, non la lama. Se vi occorresse aiuto il mio indirizzo lo sapete.» E sparì. Ormai rimasto solo mi voltai per prendere il mio fagotto avviarmi a mia volta. L’avevo lasciato a una delle travi della staccionata. Ma non c’era. Mi guardai attorno. Evidentemente il cocchiere o uno degli inservienti lo aveva portato dentro confondendolo con una delle borse del servizio di posta. Il cocchiere aveva ora finito di sistemare i cavalli e seduto sotto il pergolato si mesceva il primo e meritato bicchiere dì vino. Mi ci avvicinai tranquillamente e quale non fu la mia sorpresa quando né lui né i due ragazzotti che egli svogliatamente si alzò per chiamare mostrarono la minima idea sul destino del mio bagaglio. «Ma non è possibile!» urlai. «Era lì, appeso al palo corto quella staccionata! Qualcuno deve averlo preso!» «Ah, non io» disse il cocchiere mescendosi da bere. «Né tampoco io» scimmiottò uno dei ragazzotti facendosi forte dell’atteggiamento del padrone. «Siete sicuro di avere davvero un bagaglio?» chiese l’altro. «Ma scherzate?» «No, chiedevo. Qui non ci sono ladri.» «Il mio fagotto era là! Appeso a quella trave!» «Se volete vado a chiamarvi padrona Rosine e lei manderà a chiamare qualche gendarme... Ma qui non ci sono mai stati furti, non è vero, Léonard?» Il cocchiere posò il bicchiere come colto da un pensiero improvviso. «Secondo me se l’è rubato quel monaco.» «Il frate francescano?» «Sì.» «Lo avete visto prendere il mio fagotto?» «Io non ho visto niente.» «E allora perché accusate lui?» chiesi fremendo. Se davvero era il monaco il colpevole forse rincorrendolo avrei potuto ritrovano prima che si dileguasse. «Perché aveva l’accento della Turenna. Nella Turenna sono ladri.» «Ah, sì! È vero!» sottolineò il primo ragazzotto. «Ma l’avete visto prendere il mio fagotto?» «Ma il fagotto non era vicino a voi?» «Per salutare gli altri passeggeri mi sono distratto e...» «Capito, ragazzi? Si distrae e poi pretende aiuto da chi lavora.» Con la pianta del piede gli diedi un calcio su un fianco facendolo ruzzolare assieme alla sedia. I ragazzotti restarono immobili senza sapere che fare. Pur non avendo messo mano alla spada, a questo punto, dalla mia faccia doveva essere abbastanza chiaro ciò di cui ero capace. Volli dare un calcio anche a loro, specie al primo che mi aveva particolarmente irritato, ma ricordai che dovevo correre a ritrovare il maledettissimo monaco. © MONDOLIBRI - PIVA: 12853650153 PAG. 3 Mi slanciai fuori, ma appena uscito dalla stazione le mille diramazioni della città mi si aprirono davanti come a ridere di tutte le ambizioni e non solo di quella di catturare un ladro. Dietro le vesti colorate di due domestiche negre mi parve di scorgere un saio in passo accelerato. Era ad almeno un quarto di lega ma mi slanciai all’inseguimento. Per fortuna c’erano solo venditori, i passanti erano pochi e, a sentire le mie urla, si scansavano subito guardando nella direzione delle mie minacce, di modo che in poche falcate avevo già superato tutto il mercato ed ero giunto al luogo dove mi sembrava di aver avvistato il frate. «Un frate» strillai a degli operai. «Un frate francescano! Era qui! Era qui!» Pur caotico, accecato dall’ira e dall’ansia per i miei beni, dovetti essere chiaro perché uno di quelli smise di martellare per chiedermi con sicurezza: «Alto, con la barba e gli occhi gonfi?» «È lui!» Era sorprendente che un qualunque operaio occupato verosimilmente nelle sue pratiche rivelasse un tale spirito di osservazione e per di più si esprimesse con il tono di uno sbirro, ma non ebbi tempo di pensarci. «Che vi ha rubato?» «Cosa stramalediz...» Stavo per mandarlo alla malora. Ma mi resi conto che così facendo avrei solo perso più tempo. «Il fagotto con i miei beni!» risposi velocemente. «In che direzione è andato?» «È entrato lì.» «In quel portone nero?» «Sì.» Senza perder tempo a ringraziare mi avventai sul portone tempestandolo di calci finché non mi si venne ad aprire. «Dov’è quel miserabile?» urlai. Il giovane monaco che aveva socchiuso l’uscio mormorò intimorito: «Ma con chi ce l’avete?». «Ah! Ma bene! È un convento! Quel farabutto è un vero monaco! Tanto peggio per voi! Tiratemi fuori quella carogna! Faccio un massacro!» «Oh, madonnina!» E il giovane monaco, con le mani giunte per implorare sia me che il cielo, indietreggiava cercando probabilmente qualcuno a cui chiedere aiuto. La cosa mi rese del tutto pazzo di rabbia. E sguainando la spada lo spinsi dilato. «Mi si fa anche resistenza! È tutta una congrega criminale, questo posto?» E continuando a urlare minacce attraversai il lungo androne buio, fino al chiostro che scorgevo alla fine. Potrà sorprendere il mio atteggiamento quasi dissennato. In fondo ho poc’anzi detto di non avere alcuna prova contro il frate. Ma un accidenti di un accidenti! Durante la corsa avevo avuto tempo di riflettere. Avevo ricordato i vari accenni del frate per invogliarmi più di una volta, per vie subdole, a rivelare con chi avessi appuntamento. Era infatti rimasto sbalordito dalle mie affermazioni sulla vita che volevo fare e dalla mia sicurezza sulle conoscenze che avevo. Ma più di tutto lo aveva colpito il fatto che venissi da Civitavecchia, dato che il barco da Napoli mi aveva lì lasciato. Avevo colto uno sguardo sospettosissimo. E avevo anche ricordato come, verso il secondo giorno, in una stazione di posta a Lione aveva origliato mentre mi confidavo con il signor Levine riguardo la lettera per d’Artagnan. Inoltre nel momento in cui, inebetito dal contatto con la mano della signora Jeannot, avevo perso la sorveglianza del mio fagotto (l’unico momento da venticinque giorni) la sola persona che avevo alle spalle era proprio lo stramaledettissimo frate. Era lui il ladro. Per ragioni misteriose aveva sospetti su di me e mi aveva portato via i bagagli per ridurmi sul lastrico e incapace di farmi soldato e combattere i maligni piani che di certo covava. La mia risolutezza lo spaventava e per gelosia aveva voluto rovinarmi. E ancora meno ebbi dubbi quando, attraversato il portico, irruppi tra i filari di viti del chiostro e vidi il mio uomo a colloquio con © MONDOLIBRI - PIVA: 12853650153 PAG. 4 un frate anziano. I due, a sentire i miei passi in corsa e soprattutto le invocazioni del giovane monaco che mi inseguiva dappresso, si voltarono sorpresi. Era un chiostro ben curato. Le viti erano potate a mestiere e l’uva sulle pertiche era matura. Tutto intorno le pareti e gli archi delle gallerie erano bianchi di intonaco fresco e dalle finestrelle delle celle pendevano coperte di lana colorata a rinfrescarsi nella brezza tranquilla di settembre. Da un angolo dell’orto si intravedevano le figure di tre o quattro monaci che rotolavano una botte preparandola alla vendemmia. Da una porta giungeva il suono ritmato di qualche metallo messo ad affilare e un gruppo di galline si faceva strada tra i fori di una siepe di biancospini. Notai questi dettagli mentre ancora correvo, in un solo colpo d’occhio (quel colpo d’occhio per cui il signor Aramis avrebbe in futuro, complimentandomi, suscitato l’arguta invidia del suo amico). Notai e registrai e continuai a correre. Il mio monaco e il suo collega anziano, prima di avvistarmi, stavano parlando nel modo più pacifico di questo mondo, proprio come si presuppone debbano parlare due monaci. E tutto, dico tutto, nel convento dava l’assoluta certezza di laboriosità e innocenza. Chiunque, dopo pochi passi in mezzo a quel regno di preghiera e quiete, si sarebbe bloccato e, vergognoso anche del meno colpevole pensiero, si sarebbe chinato chiedendo perdono per la semplice formulazione del sospetto. Non io. Ero cresciuto alla scuola di mio zio. E a quattro anni distinguevo un tordo maschio dalla femmina, a sette potevo sparare a un bersaglio oltre tre siepi d’alberi e a quattordici ero esperto di strategia. Nel momento in cui il mio monaco incontrò il mio sguardo, mi riconobbe, sbiancò e si lanciò verso le arcate di fondo, mentre il suo compagno, dopo aver fissato me e il giovane frate che mi inseguiva e quello che era stato mio compagno di viaggio, strinse gli occhi come chi sta intensamente riflettendo, così compresi che non solo il frate che avevo inseguito era senza ombra di dubbio il mio ladro, ma che tutto il convento era la base di una organizzata e spietata banda criminale. Sono certo che una simile conclusione scatenerà risa di incredulità o di beffa; né sono in grado di spiegare il perché, con un semplice incrocio di sguardi col mio compagno di viaggio e soprattutto con l’altro monaco, quello anziano, compresi quel che ho testé detto. Ma codesta cosa era la verità, come i fatti subito seguenti ampiamente e tristemente dimostrarono. Devo ripetere che mentre facevo le precedenti riflessioni non era passata più di una manciata di secondi e quando giunsi a pochi passi dalla coppia di malfattori, quali ormai per me erano, il ladro aveva appena cominciato a fare i primi passi di fuga. Ma il compare anziano, con una sicurezza e una scandalizzata supponenza che avrebbero fatto dubitare chiunque tranne me, alzò una mano. «Uomo! Sapete di esservi condannato alla corda?» tuonò. Alzai la spada ai cielo intenzionato a stordirlo con l’eisa al volo prima di raggiungere e accoppare il ladro ma quando mancava non più di mezzo passo una radice di vite, che nell’orgasmo della faccenda era sfuggita al mio occhio, mi si parò davanti a un piede e un secondo dopo, sbattuta la fronte sul gradino di pietra, mi ritrovai irrimediabilmente svenuto. © 2007 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. © MONDOLIBRI - PIVA: 12853650153 PAG. 5