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PAGINE109
Numero
maggio - agosto
2016
Insui shigen
飲水思源
"Gratitudine"
L'altra faccia
della luna
Scritti sul Giappone
periodico
di cultura
giapponese
Izumi Shikibu
Strane parole
Igort
Quaderni Giapponesi
La via del Noh
Nuotare con un
elefante tenendo
in braccio
un gatto
Ritratto all'italiana
Edoardo Chiossone
Zen
"Kyakka o Miyo"
Kyudo
facebook.com/paginezen
www.paginezen.zenworld.eu
Kyudo cenni storici sulla via dell’arco in Giappone
Carlo Broggi
[email protected]
Se desiderate leggere la versione integrale dell'articolo potete trovarla
sul sito di Pagine Zen.
Il tiro con l’arco giapponese è un argomento assai complesso e vasto da trattare,
soprattutto perché questa disciplina in Giappone non ha mai subito interruzioni nella pratica dal neolitico fino ai nostri giorni. Tradizionalmente è possibile suddividere la pratica secondo un criterio culturale (3 categorie) o tecnico (2
categorie). Considerando solo la classificazione tecnica, possiamo dividere
l’arceria giapponese in Busha, il tiro militare e Reisha, il tiro cerimoniale.
Il tiro militare a sua volta viene diviso in Hosha, il tiro a piedi, Kisha, il
tiro a cavallo e Dosha, il tiro del tempio. Il tiro moderno della federazione nasce dalla fusione di Reisha e Busha, favorendo di più il tiro
cerimoniale. La Heki To-ryu attuale invece perpetua lo stile Busha,
in particolare Hosha.
Nella cultura giapponese, l’arco è un’arma sacra. È considerato
un dono che gli Dei fecero agli uomini per aiutarli a procurarsi il sostentamento. La
storia Giapponese parla
dell’uso dell’arco fin dai
tempi più antichi. Fa risalire l’uso di quest’arma
all’epoca dei Kami, che poi
non è altro che la presunta
epoca di inizio dell’attuale
dinastia imperiale.
Le prime chiare evidenze
dell’uso dell’arco in combattimento, risalgono al periodo Kofun. Gli scheletri dei
guerrieri trovati nei tumuli di
questo periodo evidenziano
ferite di freccia. Nella tarda metà del settimo secolo
esisteva una cerimonia di
tiro praticata alla corte
LA VIA DEL NOH
Se desiderate leggere la versione integrale
dell'intervista potete trovarla
sul sito di Pagine Zen.
ALIMENTI E OGGETTISTICA
DAL MONDO
Negozio: Via Canonica 54, Milano tel. 02-33105368
www.kathay.it
imperiale chiamata “jarai”. L’esistenza di questa elaborata cerimonia indica
che già in quest’epoca l’arco era considerato una pratica civilizzata e una
forma di studio culturale. Queste pratiche cerimoniali, tipiche dell’aristocrazie del tempo, furono profondamente influenzate dall’arrivo
della cultura Cinese e del pensiero confuciano.
Nel periodo Kamakura, quando i clan guerrieri presero per la prima volta il controllo del territorio a scapito del governo imperiale, l’arcieria era considerata un requisito essenziale dell’allenamento al combattimento. Pratiche come lo yabusame (il
tiro a bersagli fissi da un cavallo al galoppo), lo inuomono
(il tiro da cavallo contro dei
cani lasciati liberi all’interno
di un recinto) e lo kasagake (il
tiro fatto da cavallo a bersagli
di forma e dimensioni diverse posti a distanze e posizioni differenti) divennero eventi
molto popolari. L’arcieria sia a
piedi che a cavallo, rimase una
fondamentale pratica di allenamento per i guerrieri e fino all’arrivo delle armi da fuoco, l’arco fu tra le
armi più importanti sui campi di battaglia. Documenti del periodo Edo, rivelano
che circa il 60-70% dei morti e feriti nelle battaglie del turbolento passato giapponese, erano
causati dagli arcieri.
La grande frequenza delle guerre di allora e il costante uso di queste armi misero in luce molti arcieri esperti che, a lungo andare, crearono
ognuno la propria ryuha di kyujutsu. Dai documenti arrivati fino a noi gli storici ritengono
che la prima vera scuola di kyujutsu sia stata la Ogasawara – ryu, fondata da Ogasawara
NagakyIo all’inizio del periodo Kamakura. In
alcuni testi viene indicata la scuola Henmi
Pagine Zen e Rossella Marangoni, vicepresidente di Asia Teatro, intervistano Fabio Massimo
Fioravanti, fotografo, autore del
libro “La Via del Noh, Udaka
Michishige: attore e scultore
di maschere”.
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Pagine Zen: In cosa il Noh è assimilabile alla fotografia e, in particolare, al tuo modo di vivere la fotografia? E quanto, dopo questa esperienza, il Noh, con la sua estetica e la sua grande tradizione, è penetrato nella tua sensibilità di fotografo?
Fabio Massimo Fioravanti: Il mio modo di fotografare è stato influenzato molto dal cinema classico giapponese (iKurosawa, Ozu, Ichikawa, Mizoguchi, Oshima) che amo molto e che ho studiato negli anni dell’Università, grazie anche al professor
Mario Verdone. E dato
che questo cinema ha forti debiti con il Noh – penso in particolare al grande regista Ozu ed al suo
Tokyo monogatari, con
le sue rigorose e geometriche inquadrature, vicine visivamente al mondo del Noh – credo che
tutto questo sia passato
nel mio modo di fotografare e comporre lo spazio
dell’inquadratura. Devo
molto anche alla letteratura giapponese, ho letto
Il Maestro Udaka Michishige si
prepara per "Toru" nella stanza
dello specchio - Foto di Fabio
Massimo Fioravanti
e leggo molti autori ed alcuni hanno scritto per il teatro Noh o ne sono stati influenzati […] Trovo nel “rigore” e nella “disciplina” del Noh qualcosa che sento mia, vicino al mio modo di vivere la fotografia come una pratica di vita quotidiana, […] spesso l’unico balsamo alla malinconia della vita. Un altro aspetto del Noh molto vicino alla fotografia è il suo “qui ed ora”, la sua
improvvisazione, il suo essere qualcosa che si da una volta sola e mai si ripete uguale. Gli attori di Noh parlano del loro incontrarsi per uno spettacolo dicendo “Una volta è per sempre”...
P.Z.: L’essere arrivato a dialogare, attraverso le immagini, con Udaka Michishige, uno dei massimi protagonisti del
Noh, cosa ha prodotto e produce nel tuo modo di essere?
F.M.F.: Ho conosciuto il Maestro Udaka Michishige nell’aprile del 2012, in occasione del primo dei tre viaggi in Giappone che
ho fatto specificatamente per produrre il libro La Via del Noh. […] In realtà le prime fotografie le ho scattate esattamente una
settimana dopo, quando il Maestro mi ha dato il primo appuntamento in occasione delle sue prove private di Tomonaga. […]
spessissimo andavo alle sue lezioni di canto e danza o anche alle lezioni di mask carving, infatti il Maestro Udaka è attualmente l’unico maestro di Noh che è anche scultore di maschere. […] Penso di essere stato il primo fotografo non giapponese a poter
seguire così intensamente e continuativamente il lavoro e la vita di un Maestro del Noh. […] Ho potuto capire ed apprezzare
profondamente cosa significhi una vita dedicata all’arte, centrata sull’arte, una vita spesa e vissuta per l’arte, per arrivare a perfezionare il proprio linguaggio artistico: il Noh è sicuramente per il Maestro Udaka Michishige una Via nel senso buddhista del
termine: Udaka Michishige divenne nel 1960 – all’età di soli tredici anni – l’ultimo discepolo, o uchi-deshi, di Kongoh Iwao II,
il che vuol dire che lasciò poco più che bambino la sua casa paterna per vivere con il Maestro ed apprendere l’arte del Noh...
(continua alla pagina seguente)
Maestro Genshiro Inagaki (1911-1995), capo scuola Heki To-ryu.
Ritratto all’Italiana
Edoardo Chiossone ed il
Risorgimento giapponese
Pier Giorgio Girasole
[email protected]
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trovarla sul sito di Pagine Zen.
Centocinquant’anni fa, sul finire della primavera una nave italiana, la
pirocorvetta Magenta, attracca al porto di Yokohama aprendo le porte
di un mondo nuovo: il Giappone.
Quel lontano Paese, che neppure Marco Polo aveva potuto esplorare,
ma solo farvi un cenno nel Milione col nome di Cipangu, stava cercando allora uno spazio nella scena internazionale. E lo stesso obbiettivo
era proprio del neonato Regno d’Italia che, uscito dalla fase risorgimentale, cercava la tanto inneggiata unità nazionale. Siamo infatti nel 1866. A
Torino come ad Edo le innumerevoli fazioni politiche, come le insurrezioni,
sono la problematica più grande a cui far fronte per creare due Stati moderni. Infatti il Paese del Sol Levante è nella fase finale, o bakumatsu, della cosiddetta
pax Tokugawa (detta anche bakufu) ovvero trecento anni di armonia politica e sociale, sotto il discreto controllo dello shogunato. Ma soprattutto trecento anni di isolamento.
Dopo che nel 1853 il commodoro Perry aveva di fatto costretto il Giappone ad
aprire le sue frontiere per favorire gli scambi internazionali, il governo dello shogun aveva dovuto fronteggiare diverse fazioni, alcune favorevoli ed altre contrarie
alla cooperazione con l’estero o alla cosiddetta politica del libero scambio.
Alla fine, dopo una scontro in seno al Paese chiamato guerra Boshin, le prime
avranno la meglio. Il Giappone quindi nel 1869 si occidentalizzerà, ma ripristinando il potere nelle mani dell’Imperatore, togliendolo così de facto allo shogun. Quello che era stato un simbolo per anni, assume su di sé sia il potere
spirituale che quello reale, consegnando il Giappone ad una nuova era: l’epoca Meiji (o della politica illuminata).
[…] La Magenta, il cui nome voleva essere un omaggio alla omonima battaglia vinta dai Savoia nel 1859, varata nello stesso anno, approda in Giappone
quando il Paese era ancora in un clima di transizione. Infatti la restaurazione
Meiji e la seguente occidentalizzazione si devono ancora concretizzare.
I componenti principali di questa missione sono lo zoologo Filippo De Filippi
Ritratto fotografico di Edoardo Chiossone,
e l’antropologo Enrico Giglioli. Di fatto si tratta più che di una missione a sco1880 circa.
po economico o politico, di una spedizione di ricerca scientifica.
[…] Alcuni anni dopo la Magenta, siamo nel 1870, un altro Italiano approderà sempre in terra nipponica, ma questa volta il suo obbiettivo sarà primariamente artistico. Tuttavia si dovrebbe dire “anche o soprattutto politico”, perché da questo dipenderà il futuro del Giappone, non soltanto nei confronti dei suoi cittadini, ma anche sullo scenario internazionale. Un nome che per i suoi meriti avrà un’eco che si diffonderà sino alla sua natia Italia e che
ancora oggi suona familiare a chi si occupi di Giappone. Si tratta dell’incisore genovese Edoardo Chiossone.
Conosciuto in Patria principalmente per il Museo di Arte Orientale di Genova a lui dedicato, Chiossone rappresenta un esempio eccellente di oyatoi gaikokujin, vale a dire uno dei celebri inviati stranieri a cui il Giappone, alle soglie
dell’occidentalizzazione, offriva lavoro, al fine di importare i saperi del loro Paese di origine. Il contributo dell’incisore, se dapprima fu prettamente artistico, considerato il patrimonio italiano che già
飲水思源 "gratitudine"
(continua alla pagina seguente)
In cinese pinyin: yǐ nshuǐ sī yuán
In giapponese: insui shigen
Letteralmente significa "bere acqua, pensare alla sorgente"
Sinteticamente significa "Gratitudine"
P.Z.: Sono trascorsi circa due anni dalla pubblicazione del tuo libro; puoi guardare il tuo lavoro da una certa distanza...
F.M.F.: Non considero concluso il mio lavoro sul Noh, bensì un work in progress. Infatti il prossimo agosto tornerò a Kyoto in
occasione del Gala per i trenta anni di attività dell’International Noh Institute che il Maestro Udaka Michishige ha fondato e
dirige... […] fotografare i Noh all’aperto – i Tachigi Noh – che si tengono in alcuni dei luoghi più misteriosi ed affascinanti del
Giappone, templi shintoisti o buddhisti, piccoli e grandi villaggi, sparsi per tutto il Paese come Miwa, Nara, Miyajima, Kurokawa... Tra l’altro i Tachigi Noh sono la forma più tradizionale e rituale del Noh, non spettacoli ma a volte puro rito...
Museo d’arte orientale
di venezia
Conferenze - eventi
visite guidate anche per
non vedenti e ipovedenti
www.polomuseale.venezia.beniculturali.it
Info: Museo d’Arte Orientale a Ca’ Pesaro
Santa Croce 2076 Venezia – tel. 041 5241173
P.Z.: Essere ad una rappresentazione di Noh, in fondo alla sala, fra gli altri
fotografi autorizzati e... sognare di essere nel backstage... per te il sogno si è
avverato!
F.M.F.: Si, è stato un desiderio fortissimo sin da quando ho visto la prima rappresentazione di Noh (tra l’altro proprio a Miwa, all’aperto nello spazio antistante il Padiglione centrale del Tempio). Ricordo bene come cercavo più che di fotografare la
performance di vedere quel che accadeva dietro le quinte. […] Ricordo che scattai una foto in cui si intravede, tra le pieghe della Agemaku, un occhio dello shite
(della maschera che indossava) in attesa
dell’apertura della tenda e dell’entrata in
scena. Il Maestro Udaka sapeva bene che
il primo sito in italiano
(continua alla pagina seguente)
dedicato alle arti performative asiatiche
www.asiateatro.it
L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA
Scritti sul Giappone
di Claude Lévi-Strauss
Izumi Shikibu Frammenti di una vita di passione e di poesia
Rossella Marangoni
Anna Lisa Somma
www.bibliotecagiapponese.it
Per definizione, l’antropologo è il cultore della «scienza dell’uomo, considerato sia come soggetto o individuo, sia in aggregati, comunità, situazioni» (Enciclopedia Treccani); L’altra faccia della luna. Scritti sul
ZEN express
Giappone (trad. di Silvano Facioni, Bompiani, 2015) di Claude LéviStrauss (1908-2009) ci offre l’opportunità di apprezzare da vicino il
senso più pieno della missione dello studioso di questa disciplina, illuil nuovo Ramen Restaurant a Milano
strato da una delle sue colonne portanti. L’opera raccoglie la trascrizione di un’intervista e otto saggi realizzati fra il 1979 e il 2001, andando
a arricchire significativamente un panorama italiano in cui, purtroppo, i
lavori antropologici dedicati alla nazione asiatica (soprattutto se realizzati da autori nipponici) sono ancora in numero limitato.
Le riflessioni di Lévi-Strauss contenute in queste pagine prendono di
frequente (ma non unicamente) l’abbrivo dai cinque soggiorni in Giappone compiuti nell’arco di undici anni (1977-1988) e, sebbene si focalizzino soprattutto su temi connessi a mitologia, etnografia, spiritualità e arte, affrontano un vasto e variegato insieme di argomenti. Pur
non possedendo una specifica preparazione da yamatologo, lo studioso spazia tra i diversi ambiti della civiltà giapponese e instaura spesso
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un dialogo col versante europeo, evitando però azzardate acrobazie del
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pensiero; inoltre, non ricorre a alcuna opposizione manichea che contrapponga antinomicamente l’Oriente e l’Occidente intesi alla stregua di concetti assoluti e assolutizzanti.
Lo sguardo attento e vigile di Lévi-Strauss – prima ancora di voler cogliere – intende infatti accogliere analogie, differenze e
nessi fra una cultura e l’altra in un orizzonte critico sempre aperto, disponibile a lasciarsi fecon- (continua alla pagina seguente)
RYUKISHIN
RIA-JU vs HIRIA-JU:
quelli del mondo reale e quelli non
Nel N. 106 di Pagine Zen abbiamo ampiamente parlato del termine bocchi ぼっち e di alcune sue
espressioni derivate. Oggi ne conosceremo altre, sempre nate come internet-slang (netto surangu ネットスラング) che ci aiuteranno a completare il quadro di quello che
potremmo definire un ‘ranking sociale’: sono sostanzialmente termini usati nel linguaggio giovanile per categorizzare le persone secondo lo stile di vita e le attitudini relazionali.
Non a caso queste parole appaiano più frequentemente sui social network proprio ad Aprile, mese che coincide
con l’inizio delle scuole e l’ingresso di tanti giovani nel mondo del lavoro; periodo di cambiamenti in cui le relazioni
sociali, l’identità di gruppo, la predisposizione del singolo soggetto alla socializzazione o la condizione di solitudine dei “bocchi” assumono particolare importanza.
Dal punto di vista morfologico sono tutte parole composte (fukugōgo 複合語) che, come vedremo, mantengono la
seconda parte jū 充 invariabile: 充 jū è l’abbreviazione di 充実 jūjitsu che significa “pieno, ricco, colmo, sostanzioso, completo”.
Partiamo dalla più diffusa e rappresentativa: リア充 ria-jū. È formata da リア ria (abbreviazione di リアル riaru, dall’inglese “real”) e 充 jū: significa essere una persona dalla “vita reale ricca, piena” dal punto di vista sociale
(avere ad es. tanti amici e conoscenti coi quali ci si incontra realmente), lavorativo e amoroso. I luoghi in cui si ritrovano sono chiamati ria-jū machi (città ria-jū) o ria-jū supotto (ria-jū “spot”); a Tōkyō po- (continua alla pagina seguente)
Matteo Rizzi
Igort: il Giappone a matita
Igor Tuveri e i suoi Quaderni Giapponesi
Pier Giorgio Girasole
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sul sito di Pagine Zen.
Sui social network, si sa, le notizie spesso scorrono e si diffondono rapidamente,
senza un ordine preciso. Ed è proprio partendo dalla rete che Igor Tuveri, in arte
Igort, che inizialmente aveva in programma un lavoro sull’esteta russo padre Florenskij, decide di “lasciare che si crei”, prima virtualmente e poi realmente, la sua ultima opera: Quaderni
Giapponesi, un volume illustrato a colori di 180 pagine, edito da Cocoino Press nel 2015.
Come ci confida nel suo incontro torinese, avvenuto il
10 Marzo scorso presso il Circolo dei Lettori del capoluogo piemontese, Igort, mentre lavorava all’opera su
Florenskij, aveva deciso di pubblicare su Facebook alcuni suoi disegni che raccontavano le sue esperienze in Giappone. Questo suggeritogli dal fatto che
il maestro russo si era occupato principalmente di antinomia, ovvero di opposizioni, che anche Igort
aveva provato nei suoi soggiorni e periodi di lavoro in Giappone, luogo antinomico per eccellenza
rispetto all’Occidente ed al suo sistema di pensiero.
“Change” di Paola Billi
Un viaggio sensoriale nel cuore del Sol Levante che ricorda molto i fotogrammi di Wim Wenders
Paola Bilii e Nicola Piccioli
nel suo capolavoro Tokyo-ga, ma anche la semplicità dei tratti, unita alla profondità dei contenuti,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
della matita di Jiro Taniguchi, grande mangaka che compare tra i “protagonisti” del lavoro.
una a Firenze (FeiMo). l’altra a Milano,
Presso la Fondazione PIME.
Arrivato alla Kodansha a Tokyo nel 1991, Igort lavorerà in terra nipponica per moltissimi anni e
www.feimo.org
[email protected]
dai suoi incontri trarrà numerosi insegnamenti ed impressioni che
(continua alla pagina seguente)
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Calligrafia di Bruno Riva in scrittura zhuan.
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“Poetessa dell’amore venuta dal cielo, tutta la sua vita è stata consacrata all’amore e alla poesia. Scriveva per amore o amava
per la poesia? Nel suo spirito queste due cose non erano che una…
[…] A leggere questa poesia nuova e vivente che segue i moti interiori, non si sente da nessuna parte, né dai sentimenti che
esprime né dalle parole con cui si esprime che la poetessa si chiude nell’imitazione. In questo è riuscita con forza a rinnovare il
tanka… […] Rari sono i poeti che hanno cantato i loro sentimenti reali nel modo in cui lei lo ha fatto. Perché, superando il linguaggio ordinario, Izumi Shikibu era veramente entrata nel mondo della poesia.”
Così la più grande poetessa giapponese del XX secolo, Yosano Akiko (1878-1942), nella prefazione alla sua biografia di Izumi Shikibu, Denki onnashijin Izumi Shikibu (sulla rivista Josei, gennaio-marzo 1928), introduce quella che
considerava, da grande studiosa e filologa della letteratura classica giapponese quale era, un modello ispiratore e
una sorta di antenata spirituale cui identificarsi e a cui guardare costantemente. Per Akiko, Izumi è una donna “liberata”, una donna emancipata attraverso l’amore e la passione e capace di esprimere questa passione con uno
stile nuovo e anticipatore della sensibilità delle donne del XX secolo.
Come già per Ono no
Komachi, al vertice della
poesia del X secolo, per
Izumi Shikibu, la voce
poetica più illustre del
suo secolo, gli studiosi hanno profuso definizioni a volte anche
fantasiose (tra le altre,
l’immancabile “femme
fatale”).
Forse una delle più efficaci, però, è quella
che dobbiamo a un’altra poetessa, Amy Lowell (1874-1925): “La
vita fu impotente a maturare una personalità così
complessa, né poté dominarla. Izumi non suggerisce alcuna idea di
rassegnazione. Ella visse
Moronobu (-1694), Izumi Shikibu al Kitano Tenmangu.
con intensità e noi la vediamo indomita, come un genio costretto a seguire i suoi istinti”. E così Marcello Muccioli: “La sua poesia è restata ineguagliata per freschezza,
potenza di afflato e libertà di espressione.”1
Ma chi era Izumi Shikibu? Come nel caso di altre donne letterate di periodo Heian, di quella che fu la poetessa più celebre
della sua epoca non conosciamo il nome, né ci sono note con sicurezza le date di nascita e di morte. Izumi è la provincia
di cui fu governatore il primo marito, shikibu è un appellativo legato al rango di corte.
(continua alla pagina seguente)
Nuotare con un elefante
tenendo in braccio un gatto
(Neko o daite zō to oyogu, 2009) Ogawa Yōko
Traduzione dal giapponese
di Laura Testaverde,
Il Saggiatore, Milano, 2015
Anna Specchio
[email protected]
Ogawa Yōko è stata definita l’inventrice della “scrittura-coltello”, uno stile narrativo in grado di fare emergere strato dopo strato il carattere maligno nascosto nel
lato oscuro di ognuno di noi. Invece sembra trovare ora una nuova inclinazione
nella sua produzione più matura, dove emergono sentimenti positivi e i protagonisti sono più “buoni”. In Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto
lo stile è più morbido, meno affilato, certamente distante da quello a cui ci hanno
abituato L’anulare (Adelphi, 2007) o Una perfetta stanza di ospedale (Adelphi,
2009). Pubblicato in Giappone nel 2009, dopo più di un anno di attenta documentazione da parte della scrittrice, questo romanzo racconta in terza persona la
leggenda del bambino prodigio soprannominato Little Alechin. Little Alechin è orfano, vive con i nonni e il fratello minore e ha
solo due amici immaginari: l’elefantessa Indira e Mummia. Le sue giornate trascorrono
tra la scuola e la casa dei nonni finché non incontra il Maestro, un grassone che abita in un autobus fuori servizio e decide di trasmettergli tutto il suo sapere sul gioco degli
scacchi. Dopo alcune timide mosse, Little Alechin comincia a muovere i suoi pezzi con
destrezza, e lo fa da un’insolita posizione: accucciato sotto la scacchiera, mentre abbraccia un gatto di nome Pedone! Il Maestro nota subito il suo talento straordinario
e gli propone di unirsi a un prestigioso circolo. Si tratta tuttavia di un club con regole
molto rigide: sarà davvero il posto giusto per lui, abituato a giocare sotto la scacchiera?
Eppure, un piccolo spazio adatto a lui c’è: nel sottomarino chiamato “Illusione”, all’interno di un fantoccio che ha le fattezze dello scacchista russo Aleksandr Alechin. Al circolo incontra una ragazza che ribattezza “Mummia”, in onore della sua amica immaginaria, e apprende nuove tecniche e stili di gioco. Ma
(continua alla pagina seguente)
ALIMENTI E OGGETTISTICA
DAL MONDO
Izumi Shikibu
seguito
Figlia di Ōe Koretoki Masamune, governatore della provincia di Echizen e discendente di una famiglia di letterati sinologi, Izumi
nacque forse attorno al 976 e trascorse l’infanzia presso la corte di Shōshi, prima consorte dell’imperatore Reizei (950-1011). Sposò
un amico del padre, Tachibana Michisada, governatore di Izumi. Dal matrimonio nacque una figlia, conosciuta con il nome di Koshikibu (morta di parto nel 1025), anch’essa poetessa di valore. Ma il matrimonio con Michisada fu di breve durata a causa di una
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relazione sentimentale che Izumi intrattenne con un principe imperiale, Tametaka (977-1002), figlio dell’imperatore Reizei. Questa relazione suscitò un certo scandalo a corte sia a causa della differenza di rango fra i due personaggi coinvolti, sia a causa della
prematura scomparsa del principe (all’età di 26 anni, nel 1002) dovuta, si disse, alle continue visite notturne del principe alla poetessa duritratto all'italiana seguito
rante un’epidemia che stava devastando la capitale. È un fatto che, neppure terminato il periodo di lutto per la morte di Tametaka, Izumi
accettò la corte serrata del fratello di questi, Atsumichi (981-1007), più giovane di lei di qualche anno. La loro appassionata storia d’amore
ai tempi affascinava i giapponesi e non solo, divenne
è raccontata nell’Izumi Shikibu nikki, il diario poetico scritto in terza persona che copre il periodo fra il 1003 e il 1004 e che comprende i waka
infine politico. Ma per comprendere meglio l’operato
che la coppia si scambiò. Il diario si interrompe quando la dama fu portata dal principe nella sua residenza, provocando un grande scandi Chiossone è necessario dapprima conoscere alcuni
dalo e spingendo la prima moglie di Atsumichi ad abbandonare il proprio padiglione per rifugiarsi a casa della sorella.
tratti della sua vita.
"Kyakka o Miyo"
Nato nel 1833 ad Arenzano, conseguito il diploma pres- Sappiamo poi che Atsumichi morì a 27 anni e che in seguito Izumi divenne dama di compagnia dell’imperatrice Akiko (988-1074),
so l’Accademia di Belle Arti di Genova, si fa inviare dalla figlia di Fujiwara no Michinaga (966-1028) e moglie dell’imperatore Ichijō (980-1011), entrando a far parte di quel ristretto circolo di
All’entrata dei monasteri zen c’è
donne di genio che si radunava attorno alla consorte imperiale e che annoveBanca d’Italia presso la società tedesca Dondorf, al fine
una tavoletta di legno con scritto:
rava Murasaki Shikibu e Ise no Tayū. Mentre era a servizio a corte, Izumi codi apprendere la realizzazione di banconote e titoli.
“Kyakka o miyo”, guarda sotto i
nobbe e sposò Fujiwara no Yasumasa (Hōshō, 958-1036), un uomo più anziaProprio in Germania nel 1870 viene notato da una comtuoi piedi, perché lì è il centro delno di lei e di riconosciuto valore guerriero.
missione di tecnici giapponesi inviati a reclutare tala nostra vita. Ovunque noi ci tro[…] Non si conoscono né il luogo né la data della morte di Izumi, ma un piccolenti da poter mettere al servizio del nuovo Giappone.
viamo siamo sempre al centro di noi
lo tempio di scuola Shingon, a Kyōto, il Jōshin’in, è legato alla sua memoria e la
All’incisore genovese viene commissionata la realizzastessi, dobbiamo solo riconoscerricorda con celebrazioni e rappresentazioni nō il 21 marzo di ogni anno, annizione del disegno per le banconote da cinque e dieci
lo. Quando prendiamo posto dentro
versario presunto della sua morte.
di noi creiamo lo spazio compasyen. Chiossone accetta di buon grado l’invito da parte
Secondo varie leggende che si diffusero tempo dopo la sua morte, Izumi si sasionevole che permette di superare
di quello che è ancora un Paese lontano, appena citato
rebbe ritirata in un monastero per dedicarsi allo studio della legge buddhista,
i dolori, la solitudine, la vergogna,
dalle cronache del tempo.
ma non si hanno prove di questo suo ingresso nella vita religiosa.
il desiderio, i rimpianti, le frustraPer questo lavoro ritrae la mitica Imperatrice Jingu, scelCome afferma Claire Dodane,2 la sua vita tumultuosa e il tono appassionato dei
zioni, diventiamo intimi e felici con
ta come figura da coniare. Ciò avviene in accordo con la
suoi versi le valsero, nel corso del tempo, una cattiva reputazione, tant’è che
noi stessi. Impariamo ad accettare
tendenza tutta europea del tempo di attingere al passaspesso, nei racconti “per diletto” di periodo medievale (otogizōshi) è definita yūjō,
la verità con cuore saggio e intellito mitologico di un Paese per affermare la propria iden“prostituta”.3 Si tratta, evidentemente, di affabulazioni tardive che, però, tendono
gente.
tità nazionale, così come avvenne con le opere di Waad assimilare le poetesse e, in particolare, dei veri talenti poetici del waka classigner in Germania e con le rime di Mameli in Italia. Nel
Tratto da MINDFUL ZEN 2.0
co come Ono no Komachi e Izumi Shikibu, alle cortigiane. […] Del resto, come
realizzare quest’opera Chiossone trasforma l’ImperaLA VIA DELLA FELICITà
sottolinea Jacqueline Pigeot,4 la capacità di comporre versi di qualità, e segnatrice in una bellezza dal volto chiaramente occidentale.
del Maestro Tetsugen Serra
tamente poesie d’amore, richiama, nella concezione giapponese, la seduzione
Questo perché il modello non era disponibile ed aveva
Cairo Editore.
erotica. La cortigiana ideale è colei che combina queste due qualità e, all’inverdovuto agire spinto dalla sola immaginazione. L’esito è
so, coloro che si distinguono nella composizione di poesie d’amore si vedocomunque positivo e l’incisore viene chiamato a lavorano promosse al rango di cortigiane, per il meglio (il prestigio di figure mitiche) e
re presso la Zecca Nazionale di Tokyo. Qui il suo lavoro
per il peggio. E in effetti, conclude la Pigeot, quando i costumi sessuali saranno
continua per circa dieci anni quando, nel 1887, gli viene
regolamentati (con l’arrivo al potere della classe dei bushi), la leggenda “morarichiesta un’opera eccezionale: il ritratto dell’Imperatore.
lizzerà” sia il destino di Komachi (attribuendole una vecchiaia miserabile), sia
Il sovrano, superato ormai il vecchio sistema Tokugawa, poco dopo l’arrivo della Magenta, era diventaquello di Izumi Shikibu, trasformandola in penitente. Così si troverà annullato il
to il nuovo simbolo dello Stato in quella che viene definita restaurazione Meiji, nome quest’ultimo non solo
dell’imperatore ma per estensione, di quest’epoca, segnata dall’occidentalizzazione del Giappone. Il proble- fascino inquietante di queste donne, “dalla bellezza e dalla parola troppo eccezionali per essere oneste”.
ma per i burocrati imperiali era cercare di trasformare quello che era un simbolo lontano dalla vita politica
del Paese in uno tangibile e visibile. La stessa problematica che ebbe casa Savoia dopo l’unificazione. Fatto il […] Izumi si allontana dall’accademismo e dagli stereotipi delle poesia del suo
tempo ed è forse anche per questo che la sua grandezza verrà riconosciuta nel
Giappone, si potrebbe dire, bisognava fare non tanto i Giapponesi, quanto l’Imperatore.
Alcuni anni prima, vale a dire nel 1877, erano stati Giappone moderno.
realizzati due ritratti fotografici del sovrano in abi- Ecco cosa scrive il critico Katō Shūichi: “Non ci sono qui né utamakura, né fiori di
ti tradizionali ed occidentali ma le pose, ancora un ciliegio, né foglie d’acero, né sentimenti vaghi, né descrizioni di scenari usuali.
po’ maldestre e goffe, correvano il rischio di sortire Al posto degli stereotipi prediletti da Fujiwara no Kintō, un’ansia di sensazioni
che dimostra in modo lampante la personalità del poeta e che rompe la barriel’effetto opposto a quello desiderato.
ra del tempo. […] Se si vuole trovare originalità nei waka scritti dopo l’epoca del
[…] Fino all’era Meiji la corte viveva nascosta da
Kokinshū, bisogna ricercarla nelle composizioni femminili e nessuna poetessa si
paraventi, nei suoi giardini di peonie e ortensie a
Kyoto, mentre a viaggiare per il Paese erano essen- erge più in alto di Izumi Shikibu: tuttavia la corte heian, in particolare nel campo della poesia, non apprezzava l’originalità,
zialmente i samurai. Con la restaurazione tuttavia ma la tradizione. Alla fin fine, nel codificato mondo del waka erano gli uomini, e non le donne, gli arbitri finali di ciò che aveva effettivamente valore, e non per nulla manca una singola antologia imperiale composta da una donna, e non compare
si voleva veicolare l’idea di Stato forte, attraverso
un’immagine del sovrano come padre della Patria. nome di donna tra la schiera di autori che scrissero dei trattati teorici sul waka.
E questo fu il compito di Chiossone. L’incisore che, […] Con il passare dei secoli, con il diffondersi del mito del personaggio (da cortigiana a donna di profondi sentimenti resin dal suo arrivo a Tokyo, desiderava ritrarre il so- ligiosi) e con il modificarsi del gusto, il giudizio anche critico su Izumi si è andato precisando verso un pieno riconoscimento del
vrano, si mise all’opera consegnando alla Storia un suo grande talento poetico, un talento poetico lontano dal vuoto accademismo che, salvo rare eccezioni, caratterizzò la poesia
ritratto formidabile: il ritratto del nuovo Giappone. dell’XI secolo. Del resto, già nel Shinsen daijinmei jiten (Dizionario biografico, a cura di Shimonaka Yasaburō), pubblicato nel 1938,
Nell’opera il sovrano siede su una poltrona imbot- si poteva leggere: “Le sue poesie sono appassionate e libere, esplodono con brillantezza; la ricchezza della sua immaginazione è come un destriero celeste che percortita con la schiena ritta, ma non appoggiata allo
re il vuoto e la sua libertà di espressione è rara. Deve essere considerata la prima poschienale, per dimostrare come fosse sì avvezzo
A N T I Q U ARI AT O G I A PP O N ESE
agli agi di corte, ma possedesse anche forte volon- etessa del nostro paese.”
LUCA PIATTI
tà. Con la mano sinistra, quella del sostegno, imLa bibliografia di questo articolo è pubblicata nella versione online di Pagine Zen n. 109
SPADE GIAPPONESI
pugna l’elsa della spada con sicurezza mentre la
Note
1 Marcello Muccioli, La letteratura giapponese. La letteratura coreana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 116
destra, quella del comando, è chiusa in un pugno
2 Si veda Claire Dodane, Yosano Akiko. Poète de la passion et figure de proue du féminisme japonais, Paris,
appoggiato su un tavolino. Le mani poi sono coPublications orientalistes de France, 2000, p. 70.
perte da morbidi guanti bianchi, ad indicare la de- 3 Si veda il saggio di Kubota Yoko “L’Izumi Shikibu: storia della passione tra un monaco e una yūjō” in Il Giappone,
www.kottoya.eu
terminatezza nel difendere e la fermezza nel govol. 29 (1989), pp. 5-49.
[email protected]
4
Jacqueline
Pigeot,
Femmes
galantes,
femmes
artistes
dans
le
Japon
ancien,
Paris,
Gallimard,
2003,
pp.
145-146.
vernare, senza mai perdere la purezza regale. Sul
Edoardo Chiossone, ritratto Imperatore Meiji, 1883.
petto, ampio e gonfio, luccicano diverse medaglie;
kyudo seguito
il busto del sovrano diviene così roccioso ed imponente, simboleggiando l’unità dell’intera nazione. Il volto
infine trasmette tranquillità unita a determinazione, sfoggiando una pettinatura ed un taglio di baffi che accen- come la più antica, ma recenti ricerche hanno rivelato che in realtà la scuola Henmi deriva della scuola Heki, mentre per la
tuano l’intensità dello sguardo, severo ma giusto, come quello di un padre.
scuola Ogasawara, la datazione è certa. La seconda e più importante scuola nacque nella seconda metà del periodo MuIl ritratto fu un successo. Venne diffuso in tutto il Paese e trattato come una vera e propria icona. Chiossoromachi ad opera di Heki Danjo Masatsugu, fondatore della Heki-ryu, che iniziò la propria kyujutsu ryuha a cavallo tra il
ne, l’incisore italiano dall’animo buono e simile a quello giapponese, come ci viene tramandato, aveva crea- 15esimo e il 16esimo secolo. La Heki-ryu elaborò una tecnica di tiro militare estremamente efficace, basata sulla precisioto quello che sarebbe stato il simbolo indiscusso dell’identità nazionale nipponica per decenni. La sua opera ne e sulla potenza di penetrazione. Fino alla reportò dei miglioramenti alla reale figura dell’Imperatore, per esprimere al meglio quei sentimenti nazionastaurazione Meiji, questa fu in assoluto la scuoli che tanto accendevano l’Italia e la Genova della gioventù dell’incisore. Infatti, se si paragona la posa e l’ela di kyujutsu più praticata in Giappone. Anche
spressione del sovrano nipponico così come il suo taglio di baffi, non può non venire in mente la figura di
se l’esistenza di Heki Danjo non è del tutto certa
Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia, definito anch’egli dal suo popolo padre della Patria.
(recenti studi ritengono che il vero fondatore delIl lavoro di Chiossone fu infine ricompensato con quello che oggi si può ammirare al museo di Arte Orientale a lui
la Heki ryu sia stato Yoshida Shigekata che per
dedicato nella natia Genova. Colui che portò l’Arte italiana nella Corte del Crisantemo fu anche colui che consegnò eccessiva modestia fondò la scuola con un alall’Italia i tesori di quel Paese lontano. Paese che ancora oggi accoglie le sue spoglie nel cimitero degli stranieri di
tro nome), Heki Danjo Masatsugu è considerato
Aoyama, a Tokyo. Ironia della sorte, a pochi chilometri dal quartiere più interculturale della capitale giapponese.
il responsabile del rilancio del kyujutsu. Si ritiene
Centocinquant’anni fa, forse, i giapponesi cui capitò di vedere la Magenta attraccare a Yokohama non avrebbero
che visse durante il periodo Muromachi, e fondò
immaginato che da quel momento il futuro del loro Paese sarebbe dipeso in buona parte dalle mani di un artista
la sua scuola dopo la guerra Onin. A partire dalitaliano, che consegnò alla Storia del Giappone un Imperatore con fattezze quasi occidentali. Anzi, risorgimentali.
la fondazione della sua scuola, 9 diversi stili (ha)
vennero sviluppati nel secolo successivo da
la via del noh seguito
vari allievi. Ognuno di questi stili si specializzò in un tipo di tiro. Esempio, lo stile Sekka
avevo questo grande desiderio e speranza, sapeva che volevo riuscire ad ottenere i permessi
sviluppo soprattutto il tiro a lunga distanza,
per fotografare nel backstage e magari anche nella stanza dello specchio, che è il luogo più
mentre lo stile Insai, lo stile più praticato in
segreto ed intimo del teatro Noh, e sicuramente il luogo più affascinante per un fotografo.
Yabusame, il tiro a bersagli fissi da un cavallo al galoppo.
tutto il periodo Edo, si specializzò nel tiro da battaglia.
[…] Poi questa mia speranza è andata oltre ogni mia aspettativa, perchè il Maestro Udaka
L’abolizione del sistema feudale e la creazione di un esercito nazionale di coscritti, rese inutile l’esercizio delle tecmi ha concesso non solo di fotografare il backstage, ma anche di entrare nella stanza delniche di combattimento. L’abolizione delle classi sociali (samurai, contadini, artigiani e mercanti) fece rapidamente
lo specchio, la Kagami-no-ma! Ricordo bene il momento in cui feci chiedere dalla mia cara
trasformare l’arcieria militare dei samurai in una forma di sport o ricreazione per la gente comune.
amica Monique Arnaud (shite e shihan di Noh ed allieva del Maestro) cosa avrei potuNonostante però il declino del kyujutsu nel periodo Meiji, un certo numero di praticanti si prodigò per mantenere
to fotografare e cosa no, ed il Maestro rispose: “Massimo può fotografare tutto quello che
viva la tradizione ereditata dai samurai. Questa tradizione ebbe una rinascita nel periodo della guerra Sino-Giappovuole!”. Ricordo una grande emozione, un grande onore ed una ineffabile dirompente gioia.
nese e Russo-Giapponese. Il nuovo nazionalismo del governo usò l’antica educazione marziale dei bushi per ri-eduP.Z.: Non formulerò la prossima domanda; dirò solo “stanza dello specchio”!
care la nazione.
F.M.F.: Non dimenticherò mai l’emozionata trepidazione nell’entrare nella grande Kagami-no-ma al National Noh Theatre di
Con l’occupazione alleata del dopoguerra, tutte le vecchie diTokyo. Ricordo bene il Maestro davanti allo specchio, gli assistenti che lo aiutano con gli ultimi ritocchi al vestito e alla maschescipline legate al Budo, vennero ridisegnate come attività sporra – quante mani operose e sapienti intorno all’attore! – e che poi discretamente si allontanano, lo lasciano solo, il passare daltive o ricreative. Il kyudo, che da tempo aveva perso la sua funle parole al silenzio, la penombra, i musicisti seduti in terra prima dell’entrata in scena, gli assistenti che si fanno sempre più di
zione bellica, fu tra le prime discipline a ricevere, già nel 1946,
lato, la tensione e la concentrazione dello shite in attesa dietro la tenda, e poi l’al’autorizzazione alla pratica. Nel 1949 venne creata al Nippon
nel dojo di Casorate Sempione,
pertura della Agemaku, la lama di fulgida luce che filtra dal teatro e che colpisce
in via dei Cacciatori all’interno del
Kyudo Federation che nel 1957 cambiò nome in All Nippon
lo shite, lo shite che inizia a cantare e lentamente – solenne – entra sullo Hashicentro sportivo. Gli allenamenti
Kyudo Federation e divenne ufficialmente una fondazione che
gakari, la tenda che si richiude, che taglia via la luce, ed il ritornare del buio!
collettivi sono sabato pomeriggio
esiste sotto questa forma ancora oggi. Nei decenni successivi il
Ho subito pensato che il tutto avesse il ritmo, il respiro e lo spirito del sogno, dei
e domenica mattina. Il resto della
kyudo vede una diffusione mondiale e il nascere di molte federasogni che a volte e con fortuna ricordiamo quando ci svegliamo all’alba. Non
settimana è possibile praticare a
zioni nazionali, fra le quali anche quella italiana ed europea. Nel
dimenticherò mai l’attesa, l’emozione, la trepidazione, la tensione di scattare, di
propria discrezione in accordo con
2006 è nata la International Kyudo Federatio (IKYF) con l’intento
l’istruttore. Info: Tel. 0331.773023
rendere in qualche modo tutto quel rituale così intenso e così breve. La paura di
di promuovere globalmente il Kyudo sempre però sotto l’egida e la
[email protected]
sbagliare, la paura di disturbare, la paura di non avere il giusto rispetto per un rito così antico, la paura di essere un intruso!
guida costante della federazione giapponese.
P.Z.: La “trasgressione” e il “coraggio” di un Maestro consentono, a chi sta all’esterno, di entrare un po’ di più nella
Sua Arte e di comprenderla meglio.
strane parole seguito
F.M.F.: Il Maestro Udaka Michishige si trova ad un punto della sua carriera e della sua vita in cui si può – per così dire – permettere cose o azioni che attremmo dire che Shibuya, Roppongi o Shinjuku siano ria-jū machi, ma i termini in se stessi non si
tori più giovani o di altro rango non possono fare. Inoltre, come dicevo prima, lui è anche una persona molto attenta alla evoluzione del Noh, al suo posriferiscono ad una particolare località.
sibile rinnovamento. Queste caratteristiche lo portano ad una apertura mentale inusuale. Devo riconoscere che la possibilità di vederlo spesso provare in
Inizialmente la parola è stata coniata per differenziarsi da tutte quelle persone che
studio e scambiare due parole nelle pause, mi ha aiutato molto a capire meglio il Noh, a capire il grande lavoro, la fatica, la detrascorrono la maggior parte del tempo in casa divertendosi on-line e socializzanInternational Okinawan Goju-Ryu
dizione assoluta e il grande studio che ci sono dietro la naturalezza e facilità della sua recitazione sul palco...
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do virtualmente, i cosiddetti hiria-jū 非リア充 (hiria 非リア significa “non-reale”).
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zen
Il Kenzan Dojo pratica
Kyudo della Heki To-ryu
Rossella Marangoni (Asia Teatro): Quali sono state le strategie che hai messo in campo - se ve ne sono state - per
mantenere una giusta distanza di rispetto che non alterasse la ritualità dei gesti del maestro e per garantire, al tempo stesso, uno sguardo intimo all’obbiettivo della tua macchina fotografica?
F.M.F.: Ho avuto nella mia vita professionale la fortunata opportunità di fotografare alcuni grandi artisti al lavoro nei loro studi: pittori, scultori, scrittori. Il segreto è quello di sparire, di far dimenticare la propria presenza al soggetto che stai riprendendo.
E questo avviene solo dopo una conoscenza reciproca, dopo che il tuo soggetto si fida di te […] Poi si ci sono anche particolari
tecniche (usare macchine silenziose, visivamente discrete, muoversi il meno possibile) ma sono secondarie...
Esiste un’altra parola meno diffusa, ria-shū リア終 che tradotta suonerebbe un po’
drasticamente “fine della vita reale”... usiamola per i soggetti irrecuperabili!
Una figura curiosa è quella del キョロ充 Kyoro-jū : è una persona che nonostante
si ritenga ria-jū, mancando di una reale buona capacità di relazioni interpersonali
di fatto non lo è. Ha dei compagni ma temendo fortemente di rimanere escluso dal
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gruppo o preoccupato dal fatto che altre persone lo possano deridere vedendolo
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solo, mostra il tipico atteggiamento di guardarsi costantemente attorno alla ricerca dei suoi conoscenti ria-jū ai quali aggregarsi ad ogni costo (kyoro-kyoro è l’onoR.M.: Fotografare il maestro mentre prova e fotografare il maestro sul palcoscenico: un approccio diverso?
matopea che indica proprio il guardarsi continuamente attorno). Dai contesti in cui
F.M.F.: Durante la rappresentazione di un Noh si è obbligati a stare in una posizione fissa in fondo al teatro. Non ci si può
appare capiamo che in molti casi il termine ha valenza negativa ed è utilizzato per schermuovere. Si deve stare molto attenti a non fare rumore, […] La distanza dal palco, che varia secondo la grandezza del teatro, obbliga a lunghezze focanire più o meno pesantemente chi ha questi tratti. La fantasia dei giovani giapponesi ha
li spinte che schiacciano la prospettiva ottica. Il National Noh Theatre di Tokyo è per esempio molto più grande del Teatro Kongoh di Kyoto e gli obbiettivi
partorito per lui una serie di sinonimi: 似非リア充 ese ria-jū (pseudo ria-jū), 偽リア充
usati sono ancora più estremi. Inoltre i teatri di Noh non sono molto luminosi, […] Tutto un altro discorso quando si fotografano in studio le prove. Innise ria-jū (finto ria-jū), 自称リア充 jishō ria-jū (sedicente ria-jū), プチリア充 puchi ria-jū
nanzitutto spesso il Maestro prova da solo e quindi il rapporto è molto più “intimo”. Non ero obbligato ad una posizione fissa ed anzi ero libero di cerca(piccolo ria-jū).
re prospettive inusuali muovendomi intorno e vicino a lui. Non si può salire sul palcoscenico vero (butai) ma si può salire sulla pedana della sala di prova,
Peggio del kyoro-jū è il キョロぼっち Kyoroe quindi le riprese sono molto più libere e fotograficamente più interessanti. […] mi trovavo anche a meno di 50/60 centimetri dall’attore: lo potevo sentire
bocchi: si guarda continuamente attorno ma
nella sua fatica!...
non avendo nessun amico rimane solo.
R.M.: Fotografare le maschere e renderne la complessità è un’impresa sempre ardua. Come ci sei riuscito? Qual è il tuo rapporto con la
Torniamo ora alla già citata categoria genera“nohmen” e quale il sentimento che ti ha mosso durante la realizzazione delle immagini?
le degli hiria-jū, perché al suo interno possiaOrigami Creations
F.M.F.: Di grande rispetto! Verso la fine del secondo viaggio (dicembre 2012), poco prima di tornare in Italia, il Maestro mi ha chiesto di fotografare le sue
Milano
mo incontrare nuove specifiche definizioni.
maschere per un libro che stava facendo. […] Fotografare le maschere di Noh è tecnicamente complesso, perchè non si può toccare la maschera, sia per
オタ充
Ota-jū
:
persona
che
si
sente
appaElena Debiasio
motivi tecnici (si può rovinare la vernice o la particolare finitura), sia soprattutto rituali. La maschera viene toccata solo dallo shite. E così il lavoro di ripregato vivendo pienamente da otaku. “Ota” è
[email protected]
sa è sempre stato fatto insieme ed in collaborazione con il Maestro. Era lui che muoveva la maschera. […] Ho avuto modo di capire bene e studiare quanto
una abbreviazione del conosciutissimo tertel. 380 4337516
una maschera realmente cambia espressione a secondo di come la luce incide sulla sua superficie! La maschera diventa una cosa viva, capace di “sorridemine otaku, le persone che hanno un particore” o di “annuvolarsi”, di esprimere tristezza, rabbia o gioia: la maschera è davvero viva!
lare campo di interesse al quale si dedicano
[…] pensando di poter avere nella mia collezione una maschera di Noh ho chiesto al Maestro se potevo comprarla. Lui mi rispose: si va bene ma poi tu
completamente, quasi in maniera maniacale. Solitamente si usa in riferimento ad interessi
cosa fai con la maschera? La porto in Italia con me, rispondo. E allora lui disse no, non è possibile, perchè se la porti in Italia con te la maschera non può più recitare
quali anime, manga, giochi, modellismo, videogame, cosplay, idol, ecc.
e se la maschera non recita, la maschera muore! La maschera muore! Se capisci quando una maschera muore, capisci anche il mistero del Noh.
ネト充 Neto-jū : persona che ha una vita sociale esclusivamente nella virtuale rete internet. Neto è una variazione della parola ネット netto, per esteso intā netto (internet).
igort: il giappone a matita seguito
エア充 Ea-jū : un giovane che vive felicemente immerso in un proprio mondo irreale, ad
ci comunica attraverso le profumate e ruvide pagine del suo lavoro.
es. avendo un amore immaginario (personaggi di manga e anime o idol irranggiungibili)
La prima grande scoperta, ci racconta l’autore, è la concezione di fumetto in Giappone. Il primo lavoro che gli viene commissionato è infatti un racconto
ed interagendo con amici di fantasia. La parola エア ea dall’inglese “air” deriva da “airbreve. Ma se in Europa ciò significa un’opera di due o tre pagine, in Giappone questo equivale a circa ventisei. I titoli devono essere corti, con poche sillaguitar”, una chitarra immaginaria che (non) si imbraccia e (non) si suona! Esistono vari
be, d’impatto. Nomi come Akira, Gon, colpiscono l’attenzione del popolo col mercato editoriale più grande del mondo. E questi titoli vengono affiancati da
termini sempre formati allo stesso modo come ea-yūjin (amico immaginario), ea-kareshi
Amore e Yuri, due lavori di Igort per Kodansha.
(fidanzato immaginario), ea-kanojo (fidanzata immaginaria), ecc.
Nel 1996 la seconda grande scoperta giapponese: Igort viene accolto dagli editor all’hotel Fairmont di Tokyo. Gli vengono richieste circa 16 tavole al giorソロ充 Soro-jū : giovani che vivono positivamente la condizione di solitudine che gli conno per portare avanti la storia del suo fumetto Yuri, che stava riscuotendo un buon successo tra i lettori. Inizialmente rifiuta, non crede sia umanamente possisente di agire in modo individuale senza seguire il gruppo e ai quali fondamentalmenbile. Poi, tornato in camera, prova. E ci riesce! Da qui la sua rinascita. Sente di essere entrato in una nuova dimensione professionale ed umana. “I giapponesi crete non importa di essere circondati da amici. ソロ“soro” deriva dall’italiano “solo” ma se
dono che ciò avvenga a sessant’anni”, ci racconta sorridendo, “a me è capitato prima... con la pratica della via del guerriero... bisogna misurarsi sul campo!”
vogliamo dargli una simpatica connotazione possiamo considerare anche il significato
del termine musicale “solo / assolo”. È un solista fuori dal coro, un lupo solitario per scell'altra faccia della luna seguito
ta: se decide di andare al karaoke ci va da solo perché non ama cantare le canzoni scelte
dare da nuovi stimoli e acquisizioni. Nel far ciò, il francese sembra quasi mediare attitudini di pensiero fra loro lontane: se per lo spirito occidentale, «invedai suoi compagni, se ha voglia di fare un viaggio parte da solo per vedere ciò che vuole
stigatore per sua natura, non c’è domanda a cui non si possa o debba trovare risposta [poiché] lo spirito scientifico è embrionalmente presente», secondo
e quando vuole senza rendere conto a nessuno. Bocchi-jū ぼっち充 è spesso usato come
il buddhismo «[n]essuna domanda avrebbe risposta, perché ognuna di esse suscita altre domande: niente possiede una natura propria, le cosiddette realtà
sinonimo. La differenza riguarda essenzialmente il numero di amici: i soro-jū ne hanno,
del mondo sono transitorie, si succedono e si confondono senza che si possa catturarle nelle maglie di una definizione» (p. 144). Nelle vesti di antropolomentre i bocchi-jū non ne hanno nemmeno uno e per loro la solitudine è una scelta obbligata.
go e strutturalista, Lévi-Strauss cerca, appunto, le strutture profonde del pensiero e delle culture umane, ma, al tempo stesso, si fa portavoce di una visione
Ed ora giocate con queste strane parole e buona ‘etichettatura’ di amici e conoscenti!
mobile, per certi versi addirittura militante, non timorosa di conoscere la contaminazione, né, tantomeno, di misurarsi col dubbio o con l’ignoto. A questo
proposito, l’intellettuale non si vergogna a rivelare la sorpresa (trasformatasi persino in shock) provata talvolta dinanzi ai sostanziosi mutamenti del paesaggio giapnuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto seguito
ponese; similmente, non nasconde le sue perplessità circa l’«estrema brutalità nei confronti dell’ambiente naturale» (p. 184) o la caccia alle balene.
allo stesso tempo viene a conoscenza di altre verità sul mondo degli scacchi… Quanto è profondo il
Forte è la tentazione di mettere a paragone L’altra faccia della luna col classico per eccellenza della saggistica francese dedicata al Giappone. Se nel caso
mare degli scacchi? E che cosa significa risalire in superficie? Quello di Little Alechin è prima di tutto
di Roland Barthes il Paese del Sol Levante è, letteralmente, un “impero dei seun percorso interiore, attraverso il quale apprende una cosa molto importante: diventare grandi è una tragedia!
gni” da decifrare – di cui peraltro il filosofo fornisce una seducente quanto perNel libro si possono cogliere i fondamenti del racconto e della fiaba, e anche gli spazi ricordano luoghi fantastici intessuti di mistesonale lettura –, per Lévi-Strauss si potrebbe forse parlare di “impero delle rero
piuttosto che località realmente esistenti. La storia di Little Alechin è narrata in maniera lineare secondo le fasi che il protagonilazioni”, che vanno individuate e analizzate nei loro elementi costitutivi e nelle
sta deve affrontare per giungere alla fine della sua avventura: la separazione, l’iniziazione, la missione e il ritorno. Tutti i personagloro dinamiche; in quest’ultima prospettiva Sengai e Montaigne, Erodoto e gli
gi sono ben caratterizzati e ricoprono un ruolo preciso. E come spesso accade nei racconti di Ogawa, il protagonista stesso è una
anonimi compositori di canti sacri di Iheya-iima non solo convivono nel meProponiamo eventi ed attività ricreative e
figura emblematica: Little Alechin nasce con le labbra serrate e a undici anni smette di crescere, come fosse una creatura apparteformative
per
il
privato
e
per
l’azienda,
studesimo quadro, ma, anzi, si integrano senza conflitti né forzature epistemolodiate con la cura meticolosa che è peculianente a un altro mondo. Inoltre, fra le note positive di questo avvincente racconto, si possono citare i molti punti in comune con i
giche. A differenza del semiologo – che sembra quasi contemplare ammaliato
re dell’arte giapponese, per godere non
primi lavori di Ogawa Yōko: la sensazione di sospensione, l’assenza di margini tra reale e fantastico, spazi claustrofobici, deforl’esotica alterità dispiegata sotto il suo sguardo catalogatore –, in virtù del suo
solo i contenuti, ma l’atmosfera, la suggemazioni fisiche e altro. A ogni modo, come lascia bene intendere il titolo a dir poco stravagante, si tratta di una storia insolita e
stione, le emozioni che nutrono lo spirito. approccio comparatista Lévi-Strauss scava, indaga, medita la natura stessa
originale, capace catturare l’attenzione anche del lettore meno esperto in materia di scacchi. In un certo senso, ricorda un altro rowww.oltrelospazio.it
della molteplicità, allontanandosi tanto da una posizione antinomica (il Giapmanzo di successo di Ogawa, La formula del professore, in cui la scrittrice parla della matematica mettendola al centro della repone come totalmente altro) quanto, viceversa, assimilativa (il Giappone come
lazione fra un professore, il suo giovane allievo e la madre di quest’ultimo. Ma, a differenza di Rūto, il protagonista de La formula
dimensione contigua, dunque riconducibile, riducibile e addomesticabile a parametri e valori già familiari).
del professore, Little Alechin non resta tutto il tempo nella stessa casa a ricoprire il ruolo dell’allievo perenne. Diventa autonomo
Questa complessa e affascinante materia viene offerta al lettore in una prosa erudita e chiara, capace di cogliere gli snodi fone intraprende un vero e proprio viaggio, che esplora tra l’altro diversi stili di
damentali del discorso e, al contempo, di trasmettere il duraturo amore dell’antropologo per il Giappone. Esso scaturì originagioco: il fantoccio, il gioco d’azzardo, gli scacchi umani, le partite per corririamente da una tavola di Hiroshige ricevuta in dono da bambino che lo lasciò ammaliato e «sconvolto dalla prima emozione
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spondenza e la scacchiera più piccola del mondo. Ogni partita può cambiaestetica» della sua vita (p. 6). Da allora, Lévi-Strauss collezionò per anni oggetti e libri nipponici con tale trasporto che, ormai
Libri antichi e da collezione
re di registro a seconda dei suoi giocatori, può trasformarsi in poesia o in un
maturo, confessò: «tutta la mia infanzia e parte dell’adolescenza sono trascorse con il cuore e con il pensiero, se non di più, sia
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suono volgare. E grazie alla potenza espressiva di Ogawa Yōko, che dirige
in Giappone, sia in Francia» (p. 7). E ancora: «[n]essun’altra influenza, oltre a quella rappresentata dalla civiltà giapponese, ha
Ceramiche - Incisioni - Dipinti
le sue pedine in un concerto di suoni eterogenei, la scacchiera diventa uno
così precocemente contribuito alla mia formazione intellettuale e morale» (p 5). I saggi di recente pubblicati, quindi, non ci forLuca Piatti - [email protected]
specchio dell’animo umano.
niscono soltanto preziosi spunti speculativi o utili indicazioni metodologiche; in
primo luogo, ci spingono a interrogare la realtà circostante senza mai stancarci,
a sperimentare un felice, sottilmente infantile stupore dinanzi all’inatteso.
La I.O.G.K.F. Italia condotta da Sensei
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Paese la Scuola del Maestro Morio
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nella sua forma originale l’Arte del Goju-Ryu Karate-Dō
come intangibile tesoro culturale, efficace Arte Marziale
e pratica di formazione ed equilibrio psicofisico.
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