Differenze di genere e genere di emozioni

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Differenze di genere e genere di emozioni
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Differenze di genere e genere di emozioni
Costanza Gasparo
[email protected]
Introduzione
Nella nostra società il sesso è alla base di una specie di codice attraverso cui le stesse
interazioni e strutture sociali vengono elaborate. Questi codici riescono a trasformare
caratteristiche puramente fisiche e biologiche in caratteristiche sociali, sulle quali la società
elabora determinata aspettative socio-culturali. La domanda al centro di questa ricerca
riguarda l’inclusione o meno di emozioni all’interno di queste aspettative socio- culturali,
concentrandoci su un campione di ricerca giovanile 1. Esiste una relazione tra differenza di
sesso ed emozioni tra i giovani? La ricerca di una risposta sembra incontrare non pochi
problemi, vista sia la grande varietà di teorie sulle emozioni e sia la problematicità in materia
di differenze di genere, basate su una serie di credenze integrate che tendono a rafforzare
queste conseguenze sociali. Il lavoro sarà strutturato in quattro parti: nella prima parte
verranno richiamate le definizione delle emozioni, cercando di capire poi che ruolo hanno
nell’agire umano; la seconda parte, invece,
sarà concentrata sull’importanza della
quotidianità a livello emozionale, interrogandosi su quali emozioni vengono provate
maggiormente e in quali contesti; la terza parte, infine, riguarda la rottura di questa
quotidianità e il forte impatto emotivo che ne deriva. Ogni tema verrà esaminato paragonando
gli studenti maschili a quelli femminili, facendo emergere differenze e similitudini in termini
di emozioni.
2. Parlando di emozioni
2.1 Definizione di emozioni
Il tema delle emozioni è un tema che in ambito sociologico è stato affrontato solo abbastanza
recentemente , con la fondazione di una sezione dello studio di queste all’interno della
American Sociological Association, associata con il passare del tempo ad un densa
pubblicazione di articoli e saggi. Alla base di questo crescente interesse vie è l’idea che gli
esseri umani non sono motivati solamente da interessi di natura economica e razionale. In
campo sociologico parlare di emozioni sottintende che queste abbiano una componente
1
Durante la fase sul campo della ricerca sono state svolte interviste a studenti universitari dell’Ateneo Fiorentine. Per
quanto riguarda la fase di analisi, questa è stata svolta con l’ausilio del programma per la ricerca qualitativa Nvivo.
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sociale, cioè che siano influenzate dal contesto entro il quale il soggetto vive la sue esperienza.
Questo emerge soprattutto nella vita di tutti i giorni, quella di cui il soggetto è partecipe: ogni
giorno sviluppiamo relazioni con persone, passiamo da un contesto ad un altro (universitario,
familiare, amicale ecc…) e, quindi, proviamo emozioni. Eppure non esiste una definizione
universale di emozione. Come afferma Thoits:
“ Teoricamente parlando, il numero delle definizioni del concetto di emozione è
quasi pari a quello degli autori che hanno scritto sull’argomento, ma la maggior
parte di esse si riferisce in realtà non tanto all’emozione, quanto alle sue
componenti. Le emozioni implicano: a) la valutazione di uno stimolo o di un
contesto situazionale; b) modificazioni nelle sensazioni fisiologiche o corporee; c)
l’esibizione, libera o inibita, di gesti espressivi, e d) una definizione culturale
applicata alle specifiche costellazioni generate, dalla combinazione di una o più
delle prime tre componenti” 2
Questo è stato riscontrato anche nella fase di analisi delle interviste: in entrambi i casi3 è una
domanda inaspettata, che suscita indecisione e che necessita di qualche secondo di riflessione
prima di essere associata ad una risposta. Anzi, a volte non possono neanche essere definite:
“ le emozioni… solitamente le vivi non le definisci ” (F1, femmina , studentessa di
Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche, 26 anni)
“ so se dico amore la parola non è niente però nel momento in cui lo provi so che tu lo hai provato
e penso che ti posso dire cos'è. non sai definirlo però mi avvicino alla stessa emozione ” ( M3,
maschio, studente Scienze Politiche, 29 anni)
Si tenta allora di ricordare la definizione “da manuale” di emozione, ricorrendo al proprio
bagaglio professionale, cercando di ricordare quello che si è studiato durante gli studi
precedenti. Questo bagaglio è come uno strumento socialmente riconoscibile che ci permette
di rapportarci con la realtà. Ciò è stato riscontrato esclusivamente nel sottocampione
femminile:
“ vedrai sarà tipo, uno stato mentale…bla bla.. boh.. vediamo di non farla da
manuale… ci penso.. …[pausa lunga] … … ma quella non ti piaceva dell’elemento
fondamentale della vita?!? Ora con questa definizione mi hai fatto impiccia…
2
3
(Thoits A. 1995, p. 27)
Il nostro si è composto di 15 studenti dell’Università di Firenze : 8 di sesso maschile e 7 di sesso femminile.
3
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proprio non mi viene!!!!! Passo!!! ” (F9, femmina, studentessa di Sociologia e
Ricerca Sociale, 26 anni)
“ E...sono degli stati mentali e...caratterizzanti, caratterizzanti l'individuo e...in un
certo periodo di tempo, sono dati da interazioni con l'ambiente [ride], con le persone
che si ha intorno, sono dimensioni personali e psicologiche. Va beh questa è la
spiegazione psicologica.” (F3, femmina, studentessa di Psicologia, 24 anni). 4
Gli intervistatori, quindi, ricordano alle studentesse che l’attenzione della nostra ricerca si
pone sulla definizione personale di emozioni. E’ in questo momento che, usando le parole di
Schutz, viene meno la sospensione del dubbio, cioè l’epoché. (Schutz A., 1979). In altri
termini viene aperte la strada al dubbio che le cose possano essere “tipizzate” in modi
differente e che la realtà possa essere diversa da come appare nella nostra mente. Non ci
interessa la definizione da manuale di emozioni, ma come queste vengono definite
personalmente. Le province finite di significato su cui l’intervistato e l’intervistatore pongono
attenzione sono diverse e questo porta ad una incompatibilità e incoerenza delle esperienze.
Ovviamente per l’intervistato la sua definizione di emozione è coerente e compatibile con lo
stile cognitivo della propria provincia di significato, ma non con quella dell’intervistatore.
Richiamando Garfinkel la definizione di manuale delle emozioni è ciò che viene dato per
scontato e che deve essere svelato (Garfinke H., 1984) Il pensiero di Garkinkel è collegato
senza dubbio a quello di Schutz, in quanto viene “analizzato” primariamente il mondo della
vita quotidiana, considerandolo però l’unico mondo esistente. Garfinkel però, a differenza di
Schutz, con i suoi esperimenti sembra concentrarsi maggiormente sulle pratiche sottese della
vita quotidiana, inquadrata in un determinato frame. La rottura di questi frames provoca delle
determinate reazioni, in cui le emozioni svolgono un ruolo fortissimo. L’intervistata, infatti,
si fa subito sopraffare dal panico e dall’imbarazzo, preferendo passare alla domanda
successiva:
“ Ora con questa definizione mi hai fatto impiccia… proprio non mi viene!!!!!
Passo!!! ” (F9, femmina, studentessa di Sociologia e Ricerca Sociale, 26 anni)
4
Nella nostra ricerca la definizione da “manuale” di emozione viene fornita da una studentessa iscritta al corso di
laurea Servizio Sociale e una di Psicologia. Corsi di laurea noti per avere un numero di iscritti di sesso femminile
maggiore di quello maschile. Sarebbe interessante analizzare se in qualche modo, anche tramite fonti statistiche,
questi due corsi di laurea e il genere presentano qualche relazione che porti alla conferma di quanto supposto prima.
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2.2 Relazione tra emozioni ed agire
Tentando di ricorrere ad un approccio micro, si tenta di avvinarci al campo che riguarda
l’origine delle emozioni. Nelle interviste le emozioni vengono viste sicuramente come una
variabile dipendente, scartando quindi a priori una teoria positivista. Le emozioni non sono
universali e non esistono emozioni fisiologicamente predisposte. Viene posta soprattutto
l’attenzione, per entrambi i sessi, all’importanza dell’interazione sociale. L’ambiente
stimolerebbe un’attivazione fisiologica comune che, a sua volta, viene interpretata sulla base
degli elementi salienti della situazione come una particolare emozione. Le emozioni, quindi,
sono riferite, sia ad una componente fisiologica, sia ad una componente socioculturale
(Thoits, 1995, p.30). Situazioni che sono anche strettamente legate alla personalità dei singoli
individui:
“ Sono delle modalità con cui l'individuo entra nell'interazione con l'ambiente
esterno e con le persone e che sono in grado comunque di influenzare il
comportamento e tutto ” (F3, femmina, studentessa di Psicologia, 24 anni)
“ Código de expresión que origina de..., que origina también del interior de la
neuro... de la estructura neuronal del individuo y de la influencia social que ha
tenido, una manera de relacionarse ” (M1, maschio, Scienze dell’investigazione, 26
anni).
Le emozioni, quindi, nascono e si sviluppano nelle relazioni sociali: esistono in base agli
atto sociali umani. 5 Allo stesso tempo, alle emozioni sono legati i comportamenti individuali:
ci sono delle forme dell’agire che si possono spiegare solo se si sposta l’attenzione sul piano
emozionale. Inoltre, si fa riferimento, sia tra studenti maschi che femmine, anche ad una sfera
soggettiva, in relazione agli stati d’animo:
Per “situazione sociale” si intende «un qualsiasi spazio fisico in cui, non importa dove, una persona che vi entra si
trova esposta all’immediata presenza di una o più persone» , Goffman E. (1988) L'interazione strategica, Il Mulino,
Bologna, p 22
5
5
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Le emozioni sono stati d’animo che possono variare anche nel breve periodo
(F6,
femmina, studentessa dell’Accademia delle Belle Arti, 26 anni)
Cioè le emozioni le definirei come stato d’animo positivo o negativo
(M6,
maschio, studente di Agraria, 23 anni).
Dal punto di vista teorico, è utile richiamare alla mente una distinzione tra termini usati spesso
come sinonimi di emozioni: sensazioni, affetti, stati d’animo e sentimenti. Per sensazioni si
intendono degli stati di pulsazione fisiologica (fame, dolore ecc..) ; gli affetti si riferiscono a
situazioni positive o negative relative ad un oggetto o ad un’idea e sono misurabili
estensivamente; i sentimenti sono collegati ad un contesto sociale, in quanto si sviluppano
tramite una relazione con un oggetto sociale (solitamente una persona o un gruppo); gli stati
d’animo, infine, non sono collegabili ad una situazione particolare, ma sono indicati con una
carattere più persistente. Il comportamento, quindi, può rispecchiare direttamente uno stato
d’animo, ma può essere anche il frutto di un processo artificiale, partendo dal presupposto
che non vi sia una corrispondenza tra “cosa si prova” e cosa si “dovrebbe provare”. Questo
gap può essere ridotto attraverso un lavoro emozionale, che secondo Hochschild si avvale
dei metodi della simulazione superficiale e della simulazione profonda. (Hochschild R.,
1995). È interessante notare la differenze di queste due simulazioni tra studenti di sesso
maschile e quelle di sesso femminile. Nel primo caso sembra quasi esplicito un richiamo allo
simulazione superficiale: l’intervistato si adegua a cosa dovrebbe provare (ciò che si sente
essergli imposto), ma il suo modo di sentire non cambia:
“ allora io generalmente sono una persona abbastanza altruista e soffro nel momento
in cui non mi comporto in modo spontaneo. quando non sto bene, alle volte mi
accorgo di non essere altruista come al solito quindi mi devo comportare per essere
in quel modo ” (M3, maschio, studente di Scienze Politiche, 29 anni).
Nel secondo caso, riferito al campione femminile, sembra invece prevalere la simulazione
profonda: la distanza tra ciò che si prova e ciò che dovrebbe provare si riduce. La cultura,
quindi, non influenza solo ciò che dovremmo sentire, ma anche perfino quello che
effettivamente sentiamo:
“ E quindi cerco di nascondere, faccio un sorriso e via, e poi la cosa particolare è
che mettendo in atto, provando a mettere in atto un determinato tipo di
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comportamento quello magari influisce anche sull'umore e quindi...magari quella
cosa che ti rendeva triste sparisce perché te in quel momento stai attuando un
comportamento che è l'opposto di quello che stai provando e quindi..magari va ad
influire sulle emozioni ”
Allo stesso tempo, però, queste strategie messe in atto per riconciliare la propria ideologia
(l’Io di Mead) con la situazione che si presenta (il Me di Mead), sembra non essere una
strategia di genere 6, perlomeno per quanto riguarda gli studenti universitari nella routine
quotidiana. Provando a richiamarsi a Mead, possiamo dire che l’Io ideale che cerchiano di
imporre (il provare una certa emozione) non è in contrasto con un Me ideale (il dover provare
un’emozione) riferito al genere.
3. Emozioni nella quotidianità
3.1 Importanza della quotidianità
Nel corso della storia l’espressione «vita quotidiana» ha assunto più di una connotazione,
arrivando fino a caratterizzare le scienze sociali del Novecento. Da una connotazione negativa
ottocentesca, che rimandava il “quotidiano” a qualcosa di banale e privo di significato, si
comincia a sottolineare l’importanza della routine giornaliera nella storia stessa. L’attenzione
quindi si sposta sul mangiare, sul vestire, sul lavorare e sul morire 7. Quindi, usando un
aforisma marxiano “Gli uomini fanno la loro storia, ma non sanno di farla” . La vita di tutti i
giorni, quindi arriva diventa ciò su cui dobbiamo porre la nostra attenzione ed proprio questa,
infatti, a diventare oggetto di riflessione per le scienze sociali. Parlando di ciò non possiamo
non riferirci ad Elias, il quale avanza una critica ai sociologi della vita quotidiana, che hanno
cercato di spiegare questo settore della vita con significati in contraddizione tra di loro.
Concentrandosi su alcuni aspetti micro della vita sociale, infatti, loro stessi hanno contribuito
6
Per la definizione di strategia di genere vedi Hochschild A.R. [1995] “Ideologia e controllo delle emozioni: prospettive
e indicazioni per la ricerca futura” pp. 173
7
Per approfondimenti sul tema si veda Elias N. (2009) La civiltà delle buone maniere e Sorcinelli P. (2002) Il
quotidiano e i sentimenti.
7
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ad una specie di segregazione del campo di indagine della sociologia stessa. Per il sociologo
tedesco, invece, la sociologia stessa non può essere che una scienza della vita quotidiana
(Perulli A., 2004).
3.2 Studenti emotivi
Analizzare la vita sociale (e quindi quotidiana) vuole dire avere anche a che fare con le
emozioni, come afferma Hochschild:
“ Se, come ha suggerito George Homan, dovessimo riportare l’uomo nella
sociologia, faremmo meglio a portarvi anche le emozioni ” 8
Nelle interviste appare evidente che la vita da studente può essere considerata come uno
scrigno ricco di informazioni dal punto di vista sociologico: egli, come di ogni altro
individuo 9, durante la giornata interpreta ruoli diversi in contesti diversi (con le rispettive
regole). Tutto questo ha ovviamente conseguenze notevoli anche dal punto di vista
emozionale.
Come spazi emozionali cui gli studenti sembrano associare maggiori emozioni emergono
soprattutto quello familiare e quello emozionale. La famiglia è quasi sempre vista come un
“porto sicuro”, come fonte di tranquillità e serenità. La famiglia, richiamando quanto detto
precedentemente sulle accezioni del termine emozione, sembra essere motivo di affetto:
“ Ma.. è se penso alla mia famiglia, mi fa venire in mente il calore, il se.. mmm..
vabbè anche l’affetto, l’amore, il dedicarsi, tutti quanti si prendono cura di tutti in
qualche odo, l’affiatamento, come cavolo posso dirlo.. [tra sé e sé]… ci devo
pensare [pausa lunga] ” (F9, femmina, studentessa di Servizio Sociale, 26 anni).
8
Hochschild A.R. [1995], Ideologia e controllo delle emozioni: prospettive e indicazioni per la ricerca futura, in G.
Turnaturi (a cura di) La sociologia delle emozioni, Anabasi, Milano, p 155
9
Come insolito approfondimento sul tema si consiglia la visione del cartone animato di Docter.P e Del Carmen R.
(2015) “Inside Out”
8
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“Mhhhh... con la mia famiglia.... affetto... ” 10 (M2, maschio, studente di Economia e
Commercio, 24 anni)
Questa tendenza a mostrar affetto nei confronti della famiglia sembra accumunare il gruppo
maschile a quello femminile. Una possibile spiegazione potrebbe essere collegata
al
cambiamento che lo stesso concetto di famiglia ha assunto negli ultimi anni. Rimanendo pur
sempre un agente di socializzazione primaria in grado di svilupparne le identità dei
componenti, con il tempo è venuta a basarsi su relazioni sempre meno formali e legami meno
forti . Nel parlare del rapporto con la propria famiglia è importante notare come un riferimento
esplicito ad un membro di questa unità sociale viene fatto in riferimento a persone dello stesso
sesso:
“ con la mia famiglia di origine ho un rapporto stupendo […] quindi questa cosa ha fatto sì che io e
mia madre instaurassimo questo rapporto un po’ più stretto. Con mio padre non tanto, insomma, si
parliamo, ma parliamo molto più raramente non ci sono discorsi molto frequenti, ma quando
parliamo andiamo abbastanza d’accordo ” (F1, femmina, studentessa di Biotecnologie Mediche e
Farmaceutiche, 25 anni)
“c’ho qualche amico che ha un po’ di paura del futuro che sta un po’ in limbo, che deve fare delle
scelte, quindi forse si anche un po’ la paura di quello che ci aspetta dopo.. però pensavo a mia
mamma, che lei comunque è un carico vivente di emozioni[sorridendo] ” (F9, femmina, studentessa
di Servizio Sociale, 26 annni)
“ La persona con la quale mi confido in assoluto è mio fratello […] Si lui sa come sono e mi fa
liberare, mi fa sentire me stesso. L’ultima che mi è successa è che appena sono risalito a Settembre
stavo male e non riuscivo a dare l’esame e ho chiamato lui disperato, piangendo e lui mi disse : non
ti preoccupare, stai tranquillo che l’esame andrà bene. Cioè quando parlo con lui mi capisce, dopo
tre parole che gli dico già ha capito come sto e quindi capisce come tranquillizzarmi ” ( M6, maschio,
studente della Scuola di Agraria, 22 anni).
Prendendo la casa come luogo di socializzazione, sembra che questa riesca ancora a riprodurre
inconsciamente differenze di genere in base al sesso. Differenze di genere, che sembrano
essere confermate inconsciamente proprio dall’uguaglianza all’interno del gruppo dello stesso
10
Riguardo alle emozioni provate maggiormente in famiglia
9
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sesso 11. A tale proposito è utile richiamare quanto affermato da Prandini, riguardo al saggio
di Goffman “ Il rapporto tra i sessi” :
“Goffman è molto cauto (e forse perciò non piacque alle femministe!”). Troppo sociologo per
dimenticare che le differenze, prima sessuali e poi di genere, si riproducono mediante la
complementarietà e la reciprocità, laddove un genere prende senso proprio nel porsi in relazione
all’altro” 12
Altro spazio emozionale di forte rilievo sembra essere quello amicale. Pensando al contesto
amicale vengono quasi sempre in mente emozioni positivi: gioia e tranquillità. È con gli amici,
inoltre, che si riesce ad essere sé stessi e non si ha paura di essere giudicati:
“con
gli amici è un essere me stessa in un modo pieno, essere a mio agio, essere me stessa nel
senso... esprimermi in diversi modi e in diverse eccezioni...” ( F2, femmina, studentessa di Scienze
Politiche, 22 anni)
“c'è un altro amico nostro che ora è andato a torino, pippo si chiama filippo...lui è
un altro testa calda che non con...molto agonistico quindi noi ogni tanto ci
prendevamo sempre cioè proprio a botte proprio quindi è una cosa che mi
caratterizza questa rabbia agonistica del gioco anche nelle cose stupide eh nel gioco
a carte...poi ovviamente dipende dal contesto però se siamo tra amici coeè che c'è
un po' di...me lo posso permettere” (M5, maschio, studente di Servizio Sociale, 23
anni)
In questo contesto in termini Goffmaniani non c’è bisogno di indossare una maschera per
nascondere le nostre emozioni e allo stesso tempo, parlando invece in termini Elisiani, non
c’è bisogno di auto-controllarci. Quando gli intervistati sono con gli amici pare quasi che ci
si possa concentrare solo sull’Io, o meglio, sappiamo che è presente sempre un Me a cui
dobbiamo rendere conto, ma questo rapporto non è fonte di contrasto. Riferendosi a Garfinkel,
Riguardo a questo sarebbe stato interessante avere maggiori informazioni riguardo l’infanzia e l’inizio del
processo di socializzazione, analizzando non solo l’individuo in relazione ai genitori, ma anche coppie di
fratelli e sorelle.
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12
Goffman E. (2009), Il rapporto tra i sessi, Prandini P. (a cura di), Armando, Milano, p 11
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infine, possiamo dire che il contesto amicale descritto dal secondo stralcio di intervista è
perfettamente indicabile con il concetto di indicalità : il significato delle pratiche, verbali e
non, è strettamente legato al rapporto tra account e contesto. L’affermazione contiene
qualcosa in più rispetto al significato letterale perché è dovuto ad una particolare
comprensione (Garfinkel H. 1984): sapere che si tratta di un contesto amicale-sportivo e che
i vari account sono legati da un legame particolare è utile per interpretare queste “botte” come
qualcosa di non violento.
Si fa accenno agli amici in generale, senza specificare il sesso. Probabilmente perché i contesti
di socializzazione odierni non si basano più sulla divisione stessa dei sessi (scuola in primis)
come fino a non troppo tempo fa.
Prendendo come esempio la pratica scolastica
dell’allineamento degli studenti in due file separate in base al sesso è possibile notate come
questa stessa pratica possa essere considerata come un risultato dell’influenza delle norme e
convenzioni sociali, ma anche allo stesso tempo anche come consolidamento e alimentazione
di queste. Dalle differenze di sesso si finisce per parlare di un vero e proprio genderismo
13
istituzionale (Goffman E, 2009).
L'organizzazione diversa in base al sesso in un ambito porta ad un trattamento differenziale
in base al sesso proprio in quell'ambito. Questo è testimoniato anche cercando di “ragionare
al contrario”: un esempio curioso, in cui l’assenza di una divisione dei sessi in un contesto
sociale è sufficiente per non poter parlare di divisione di genere 14 riguarda l’ambito abitativo
dei ragazzi fuori sede. Solo in due interviste si accenna a coinquilini misti, a cui è associata
comunque un'emozione positiva, uno stato d’amino piacevole:
“Però tendenzialmente, cioè..accade davvero di rado e niente...poi magari, va beh
le persone con cui mi lascio più andare magari e...adesso che sono fortunata perché
ho tutti e due i miei migliori amici in casa” (F3, femmina, studentessa di Psicologia,
24 anni).
13
«Se vi è qualcosa, ciò che si ha qui è un genderismo istituzionale, una proprietà comportamentale di un
organizzazione e non di una persona. Il comportamento della messa in fila potrebbe essere considerato come relativo a
un individuo, ma come tale smette di essere specifico sotto il profilo del genere, essendo come qualcosa in cui sono
coinvolte entrambi le classi». Goffman E. (2009) Il rapporto tra i sessi, Prandini P. (a cura di), Armando, Milano, p 30
11
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“no...ho avuto un primo coinquilino che è stato il primo quando sono venuto qui a firenze
quindi... sicché anche per lui era la prima esperienza fuori quindi s'è legato un rapporto
fraterno perché ci siamo dati una mano insieme...alle prime esperienze quindi abbiamo
convissuto soltanto un anno perché poi lui è sceso per motivi familiari ma comunque ci
sentiamo ancora quindi è rimasto un rapporto..è stato un anno veramente bello...e con gli
altri invece sono ormai altri tre anni che stiamo praticamente insieme ed è un rapporto..
litighiamo fratello e sorella si...condividiamo le cose e alcune volte usciamo insieme...una
piccola famiglia allargata” (M5, maschio, studente di Servizio Sociale, 23 anni).
La condivisone di una stessa situazione (essere lontani da casa) sembra rafforzare i legami tra
i membri (Goffman, 1988) più di quanto possa indebolirlo la differenza tra i sessi.
3.2 Ansia del futuro
Come accennato precedentemente, non possiamo non collocare la vita quotidiana in uno
spazio relazionale ( in cui ogni individuo è collegato ad altri da rapporti sociali), ma allo
stesso tempo occorre porre anche l’attenzione sul valore aggiunto da studiosi come Schutz e
Mead nell’aver sottolineato il ruolo centrare della soggettività nella spiegazione delle azioni
sociali, che non rendono né le azioni meccaniche né l’individuo determinato socialmente.
Questo ha dei risvolti anche dal punto di vista temporale: soggettivamente e temporalmente
parlando l’individuo è collocabile in quello che Schutz definisce tempo interno o dureé, cioè
la sensazione di percepire la vita che scorre legato ai ricordi e alle esperienza. Oggettivamente
parlando, invece, si può parlare di un tempo cosmico, un tempo misurabile e uguale per tutti.
È proprio nella simultaneità del processo in corso del comunicare (e quindi del relazionarsi)
che si stabilisce una connessione tra il tempo interiore e quello cosmico, una connessione tra
Io e Lui, che porta alla “creazione” di un tempo sociale, e quindi di un Noi (Schutz A. 1979).
Analizzando le interviste è possibile dire che questo processo sembra emergere soprattutto in
relazione al futuro, associato nella maggior parte dei casi a emozioni negative: paura e ansia.
Pensando al futuro infatti gli intervistati esprimono subito la proprio preoccupazione
personale dell’Io relativo alla propria situazione, che però sembra acquistare significato (e
allo stesso tempo “essere rassicurato”) solo se relazionato al ad un Noi. Questo vale per
entrambi i sessi, senza nessuna differenza. Questo Noi non è tanto identificabile in rapporto
al sesso e alla differenze di genere, ma piuttosto nel concetto di generazione: la paura e l’ansia
12
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sono quelle di tutti i giovani di questo periodo e riguardano un futuro incerto a causa di un
presente caratterizzato dalla crisi economica 15. Nel pensare al futuro, in pratica, il Me dello
studente e il Me della studentessa sembrano essere unite dall’ansia e dalla preoccupazione
nella fusione di un Sé incerto.
“ La paura, sono un po’ spaventata dal futuro […] Sì lavorativo, ma anche abitativo, non
so se voglio rimanere qui all’azienda agricola dei miei, ma anche sentimentale ho paura
che non…che avrò patimenti…cose così. Ma penso che tutti c’abbiano queste ansi ” (F6,
femmina, studentessa dell’Accademia delle Belle Arti, 26 anni).
“mia se penso al mio futuro la vedo nera nel senso che ho paura tra virgolette paura della società,
del contesto in cui viviamo, la paura di non essere compreso” (M6, maschio, studente di Agraria, 23
anni).
Allo stesso tempo però, quest’ansia per il futuro sempre avere un’accezione sia negativa (vedi
sopra) sia positiva, collegata alla fiducia. Fiducia che sembra richiamare il concetto di agency,
di fiducia nelle proprie capacità, nei propri sforzi, nella convinzione che sono proprio questi
che potranno fare la differenza. Nonostante il mondo lavorativo sia uno degli ambiti sociali
dove a una differenza di sesso sembra essere collegata una differenza di genere, ciò non
sembra essere presente nelle interviste, mettendo di nuovo in primo piano una relazione non
tra l ‘individuo maschile e quello femminile, ma tra l’individuo e gli altri individui della sua
generazione:
“È un po’ d’ansia comunque si, ce l’ho si… direi quindi l’ansia, è però…. Però in realtà non vedo
l’ora di fare tante cose, quindi comunque sono molto… si dai è un ansia positiva!! Cioè c’ho un
sacco di sogni quindi comunque… lo vedo come molti come un punto interrogativo, però io mi
voglio dare da fare, voglio fare quello che dico io ..e i miei sogni si realizzeranno! quindi si dai un
ansia positiva! Voglia di fare tante cose...!!” (F9, femmina, studentessa di Servizio Sociale, 26 anni)
“quella paura di non riuscire a far capire agli altri chi sei realmente però allo stesso tempo vedo tanta
positività perché per quello che io studio penso che ci sia un futuro, al di fuori delle paure, abbastanza
positivo” (M6, maschio, studente di Agraria, 23 anni).
Definendo l’ansia fondamentale come “paura di vivere”, lo stesso Schutz afferma «Ma la stessa ansia fondamentale è
meramente un correlato della nostra esistenza come esseri umani nell’ambito della realtà preminente della vita
quotidiana e , pertanto, le speranze e i timori e le loro correlative soddisfazioni e disillusioni sono radicate nel mondo
dell’attività lavorativa e possibili solo entro di esso». Schutz A. (1979), Saggi sociologici, A. Izzo (a cura di), UTET,
Torino, pp 181-232
15
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4. Rottura della quotidianità: emozioni forti
4.1 Momenti particolari
Fino ad ora abbiamo concentrato la nostra attenzione sulle azioni che l’individuo svolge ogni
giorno, provando continuamente emozioni, sia nel bene che nel male. Cercando invece di
spostarci verso una prospettiva macro è utile ricordare che ogni unità nazionale o sociale non
solo si distingue dagli altri dal proprio sistema organizzativo e produttivo, ma anche da una
cultura emozionale (Turnaturi G.). In questo intreccio quotidiano l’individuo costruisce la
propria identità attingendo non solo al proprio bagaglio esperienziale, ma anche ad un insieme
di pratiche, credenze
che vanno a caratterizzare il senso comune, che viene però
continuamente alimentato da proprio queste azioni individuali. A riguardo Turnaturi sembra
allontanarsi ulteriormente da una possibile determinismo sociale introducendo il concetto di
“enciclopedia pubblica”, richiamando sia l’insieme di conoscenze e saperi che caratterizzano
una cultura, ma allo stesso tempo anche le competenze che un individuo deve possedere per
farne parte. Come dimostrato nei paragradi precedenti, questo avviene anche parlando di
emozioni, ma soprattutto avviene anche parlando della relazione tra emozione e genere.
Attingendo a questa enciclopedia pubblica condivisa quindi noi entriamo in contatto con
espressioni del tipo “ stai piangendo come una femminuccia” e “ comportati da vero uomo!”.
In campo emozionale questa specie di senso comune è il prodotto di un’associazione di
determinate emozioni in base alle differenze di sesso, producendo vere e proprie differenze
di genere o addirittura un vero e proprio genderismo individuale 16 . Per il sesso maschile
determinate emozioni (tristezza o anche rabbia e frustrazione) non possono essere “tradotte”
in determinate azioni (il piangere), perché questo andrebbe contro le norme sociali. Ecco che
ritorna la differenza tra cosa “si sente” e cosa “si dovrebbe sentire” che spinge l’individuo
ad intraprendere un lavoro emozionale (Hochschild R. 1995). Questo, stranamente, sembra
non essere confermato nella nostra ricerca. Concentrandosi a momenti particolari della vita
che si sono caratterizzati da una particolare emozione molti studenti (sia maschi che femmine)
fanno accenno alla tristezza in riferimento a eventi personali, dovuta alla perdita di persone
care:
16
Cfr p. 10
14
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“ovviamente
nel
momento
dove
sono
stata
più
emotivamente coinvolta è stata ovviamente la…la perdita, secondo me più che la perdita, la, la
malattia perché ehmmm mmm a 13 anni mi si è sparata in faccia una realtà totalmente diversa ” (F4,
femmina, studentessa del Dams , 18 anni).
“ehm...guarda l'ultimo più recente che mi ha dato emozione particolare è stata la morte dei
miei nonni...morti vicini nell'arco di un mese e quello è stato un duro colpo perchè
comunque avevo un bel rapporto quindi tristezza o comunque ansia paure […]mm ok...e
fenomeni un po' più..perchè questo è abbastanza personale . […] ad esempio ehm..(pausa)
un'altra emozione forte magari stando all'università è quando sono arrivato qua a Firenze
perchè mi ricordo che era [..] di venire di andarmene però in macchina ho pianto tutto il
tempo perchè no..avevo paura alla fine perchè poi ti ritrovi perchè i miei hanno fatto...mo
so' stronzi...mi hanno preso casa bruttissima” (M5, maschio, studente di Servizio Sociale,
24 anni).
Come fa notare Thoits queste credenze sulla relazione tra genere ed emozioni non sono state
verificate in modo sistemico. Si prende come punto di riferimento la posizione sociale, in cui
si tende a dirigere i sentimenti negativi verso i livelli inferiori della gerarchia dello status
sociale (Thoits A.1995) . Ancora una volta il significato che viene attribuito al sesso è un
intreccio tra dimensione fisica e sociale. Nel caso nella nostra ricerca probabilmente, però, è
importante considerare il contesto in cui si è svolta la ricerca, cioè universitario e giovanile.
La classe di età degli intervistati (18-30) potrebbe essere considerata quasi come una classe
intermediaria tra l’infanzia- adolescenza, dove sembrano essere presenti differenze di genere,
ma non parlando di emozioni e l’età adulta, dove a differenze di sesso sembrano essere
associate delle vere e proprie differenze di genere (soprattutto nella divisione tra ambito
lavorativo e domestico) correlate ad emozioni particolari. 17 Tenendo lo sguardo fisso sul
contesto giovanile, possiamo quasi dire che il cambiamento dei ruoli sociali può portare a
nuove forme culturali di emozioni.
Sembra però che dobbiamo mettere tra parentesi quanto affermato in questo paragrafo se ci
concentriamo su una determinata emozione: l’imbarazzo. Da un lato, infatti, gli intervistati
di entrambi i sessi sembrano connotare positivamente l’imbarazzo del primo appuntamento
in ambito amoroso, facendo venire meno molte regole sociali in materia; dall’altro lato però
17
Per un approfondimento si vede Hochschild R. (1995), Ideologia e controllo delle emozioni: prospettive e indicazioni
per la ricerca futura, in G. Turnaturi (a cura di) La sociologia delle emozioni, Anabasi, Milano, pp 166-188
15
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gli intervistati di sesso maschile si mostrano sempre più restii a raccontare eventi imbarazzanti
che li riguardano in prima persona:
“certe volte un po' di imbarazzo ci sta bene. Non in un contesto di lavoro ecco.. in un contesto serio.
In un contesto amichevole, o...ma anche tipo amoroso, no? È anche carino, no vedere che un'altra
persona è imbarazzo? […] Perché una persona, boh, intanto magari traspare il fatto che è agitata a
stare con te perché gli interessa, non lo so” (F3, femmina, studentessa di Psicologia, 23 anni)
“l'imbarazzo tra virgolette positivo, quello tenero, se vogliamo romantico nel senso che
nell'approccio amoroso per esempio spesso ci sono dei momenti iniziali dove ti imbarazzi, che ti
metti a nudo tra virgolette all'altra persona in modo onesto anche se è una persona che
inevitabilmente temi il giudizio comunque a quale speri di fare colpo, a quale speri ci sia un giudizio
positivo c'è un imbarazzo se vogliamo” (M3, maschio, studente di Scienze Politiche, 29 anni).
““Ahmmmm... non sempre. però qualche volta... tu capisci che è.... che tu sei proprio nel
posto sbagliato. anzi tu sei nel posto giusto al momento sbagliato […] ora per il momento
non mi viene niente in mente, ma qualche volta... sono sicuro che mi sono ritrovato” (M2,
maschio, studente di Economia e Commercio, 24 anni)
L’imbarazzo comunque, tranne che nel contesto amoroso, sembra avere una connotazione
negativa. La differenziazione sociale produce quindi, da un lato omologazione all’interno di
ogni gruppo e cerchia sociale, ma dall’altro consente un continuo passaggio da un universo
fatto di valori, comportamenti ed emozioni , all’altro. Ma questi stessi universi di valori e
comportamenti si nutrono di modelli che si impongono come validi e che vengono ritrovati
in quella che prima abbiamo definito enciclopedia pubblica (Turnaturi G. 2013). Cambiare
la concezione dell’ imbarazzo e soprattutto distruggere il legame tra imbarazzo e
comportamento in base al sesso sembra essere più difficile che nel caso di altre emozioni.
La situazione infatti sembra cambiare solo apparentemente, passando al sottocampione
femminile. La maggior parte delle intervistate, infatti, a primo impatto affermano di non
imbarazzarsi, ma solo successivamente in realtà si scopre che questa emozione viene provata
frequentemente e che nella maggior parte delle volte viene mascherata :
“Rari, non, non sono una che mi faccio sgamare sempre” (F4, femmina, studentessa del Dams, 18
anni)
16
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“poi trovo sempre una via di fuga, trovo sempre il modo per far ridere anche la persona che con
cui l’ho fatta […] La gestisco.. La gestiscobene!!” (F9, femmina, studentessa di Servizio Sociale,
26 anni).
In questo caso il rapporto tra l’Io e il Me appare molto contorto e conflittuale durante la
costruzione del Sé: l’attenzione viene subito rivolta sull’Io, che appare molto forte, ma allo
stesso tempo, inevitabilmente, le intervistate devono fare i conti con il Me, che sembra
imporsi ancora in maniera più forte. Nella maggior parte dei casi il Me riesce quasi ad imporsi
sull’Io, ma il processo non finisce con l’affermazione di un Sé che viene accettato, ma che
anzi, deve essere mascherato. È utile fare notare come, in questo gruppo di intervistati di sesso
femminile, il Me sia rafforzato da una serie di convenzioni sociali , ma che allo stesso tempo
rendono ancora più forte la resistenza dell’Io (e quindi del mascheramento del Sé) fino a fare
diventare questa strategia di mascheramento una vera e propria strategia di genere.
4.2 Emozioni e società
Nel corso del Novecento, richiamando quanto detto prima, l’attenzione rivolta verso la “vita
quotidiana” cresce sempre di più, definendo la routine come quello che diamo per scontato,
quello che abbiamo sotto gli occhi, senza che neanche ce ne accorgiamo. Allo stesso tempo,
però, le trasformazioni più recenti rendono il quotidiano meno scontato. Si tratta di
cambiamenti che corrispondono a processi di lungo periodo e stanno rendendo
l’addomesticamento sempre più precario (Jedlowsky P.2005). La rottura della quotidianità,
comporta sempre un forte carico emotivo. Ciò che non appartiene alla quotidianità ci turba
così tanto proprio perché non siamo abituati, perché rompe gli schemi fissi su cui basiamo la
nostra routine. Lofland con la teoria dell’ esperienza del lutto collega la formazione
dell’esperienza emozionale a quattro fattori: 1) rilevanza del significato attribuito a
determinate situazioni 2) componente demografica (es tasso di mortalità 3) la repressione o
libertà dello sfogo dei sentimenti 4) isolamento fisico e temporale dell’individuo dagli altri.
Dato che questi fattori variano da cultura a cultura probabilmente varierà anche l’esperienza
provata del lutto (ad esempio, più sarà alto il tasso di mortalità infantile , probabilmente più
sarà basso il carico emozionale collegato alla morte di un bambino). (Thoits A. 1995). Questo
sembra essere confermato anche dalle analisi delle nostre interviste. Sia nel sottogruppo
maschile che in quello femminile nella maggior parte dei casi si accenna alla strage dei 13
Novembre a Parigi come l’evento che ha provocato particolari emozioni. Si tratta sempre di
emozioni negative: rabbia e paura in primis:
17
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“Poi, va beh perché sono vicinissimi come eventi. Lo so che non è giusto, però prima li
vedevi come lontani e adesso che si stanno iniziando ad avvicinare li temi ovviamente di
più. Poi, va beh, se hai dei legami affettivi li temi anche di più. Quindi tanta tanta paura.”
( F3, femmina, studentessa di Psicologia, 23 anni) ”
“ Mi fa rabbia vedere persone che muoiono senza sapere il perché, senza aver fatto
del male ma semplicemente perché in quel momento sei lì, in un posto sbagliato, in
un momento sbagliato e muori. Allo stesso tempo io penso che siamo impotenti e,
a prescindere da tutto, dobbiamo subire questi eventi. E’ proprio il contesto, la
società che è così” (M6, maschio, studente di Agraria, 22 anni).
Questa paura e questa rabbia sembra essere rinforzata anche dalla presenza di legami. In più
di un’intervista, infatti, si esprime la rabbia e la paura nei confronti di tale evento fornendo
come spiegazione la presenza di una persona cara in quel contesto. Come ricorda
Sant’Ambrogio le emozioni hanno un’oggettività indipendente dalla loro verità.
(Sant’Ambrogio A. 2013). Il credere che le persone care agli intervistati si trovassero in una
situazione di pericolo ha portato a provare paura, indipendentemente se lo fossero o no
veramente. Il fatto che si sia verificato in entrambi i sessi può essere ricondotto al concetto
di Mead di conflitto e integrazione (Mead G. 1996), identificando il conflitto tra i generi
presenti nella nostra società come conflitto tra gruppi diversi dove ci sia ostilità nei confronti
dell’altro. Questo conflitto però (il conflitto tra società diverse),
è collegato però a
un’organizzazione sociale più ampia. Determinate emozioni e specifici comportamenti sono
comuni a tutti gli individui, in quanto facenti parti di una comunità sociale più ampia, in cui
le differenze di genere viene messa da parte in nome di una cooperazione sociale. 18
5. Conclusioni
Concludiamo questo lavoro riproponendoci la domanda iniziale della ricerca: vi è una
relazione tra emozioni e differenze di genere? Tutto sommato sembra che, almeno in ambito
giovanile e universitario, nella maggior parte dei casi non vi sia una relazione. Interessante è
il modo però in cui queste credenze tradizionali che sono alla base del nostro ordinamento
18
A riguardo sarebbe interessante riproporre la stessa domanda agli intervistati riguardo però a eventi sociali collegati
strettamente ad una differenza sessuale, come ad esempio gli eventi che si sono verificati a Colonia nella notte del 31
dicembre 2015.
18
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sociale si stiano “distruggendo” in ambito giovanile.
Nella prima parte del lavoro, non sono presenti distinzioni riguardo alla definizione di genere.
Una differenze si nota nello svolgimento del lavoro emozionale per tradurre un determinato
stato d’animo in comportamento, ma non nel comportamento stesso. Nella seconda parte,
invece, è emersa l’importanza della relazione con gli amici, fonte di gioia e allegria sia per
studenti che per studentesse. Affetto e amore, sembrano piuttosto essere associati alla
famiglia. Parlando degli amici, ci siamo focalizzati sulla rilevanza che ha il rapporto con i
coinquilini in termini di emozioni. In questo caso, l’assenza di norme sociali sulla divisione
dei sessi in ambito abitativo non sembra comportare l’assenza di emozioni positive e
differenze emozionali in base al genere. Ponendo un’attenzione su l’imbarazzo, però,
abbiamo anche potuto notare come questo senso comune sia il prodotto della società, ma di
come sia difficile distruggere, in quanto riprodotto e alimentato ogni giorno nella vita
quotidiana dall’individuo stesso. Pensando al futuro, la differenza di genere viene messa in
secondo piano, lasciando spazio all’idea di generazione: sono gli individui della nostra
generazione ad essere accumunati dal provare ansia. L’ultima parte, concentrata sulla rottura
della quotidianità, ha portato a conclusioni che da un lato confutano le credenze che hanno
portato alla creazioni di stereotipi sulle emozioni in base al sesso (soprattutto per quanto
riguarda emozioni provate in situazioni personali e particolari), ma dall’altra le rafforzano
(emozioni come l’imbarazzo). In rapporto ai grandi eventi, infine, sembra riemergere il
concetto di generazione, visto come elemento di unione nei confronti di una realtà a cui non
siamo abituati.
Bibliografia
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la ricerca futura, in G. Turnaturi (a cura di) La sociologia delle emozioni, Anabasi, Milano,
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19
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- Jedlowski (2005) Come viviamo? La sociologia della vita quotidiana e l’importanza delle
cose banali, in Nuova informazione bibliografica N. 4, pp 749-757
- Mead G. (1966) Mente, sé e società, Giunti, Firenze, pp 263-306
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- Perulli A. [2004] Vita quotidiana e sociologia figurazionale: suggestioni da Norbert Elias,
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M. Cerulo e F. Crespi (a cura di) Emozioni e ragione nelle pratiche sociali, Orthotes, Salerno
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- Turnaturi G. (2013), È la vergogna un comune sentire?, in M. Cerulo e F. Crespi (a cura di)
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Filmografia
- Docter.P e Del Carmen R. (2015) “Inside Out”, Pixar Animation Studios, USA