Derlitto al Passo Zovo

Transcript

Derlitto al Passo Zovo
Disponibile anche:
Libro: 13,50 euro
e-book su CD in libreria: 8,49 euro
CONTENUTI SPECIALI
Lo “Spizz”
Il seme
dell’Elleboro
Daniele Visentin
Giallo
Le prime 80 pagine
in fondo all’e-book
“E non puoi negare, a meno che tu ottusamente scelga di non vedere, che uccidere in modo assolutamente arbitrario e casuale sia l'atto che avvicina di più l'uomo
a Dio.”
Un uomo punta la pistola alla tempia
dell'altro, mentre l'eco delle sue parole
riecheggia in un vecchio capannone abbandonato. Un commissario che tenta di
combattere l'avanzare del tempo, un uomo
che barcolla sulla sottile linea che divide
la normalità dalla follia e un giornalista in
cerca della prima vera storia da raccontare, si muovono sullo sfondo di una critica
cinica e dura alla società contemporanea,
che prende forma in un tragico e oscuro
mazzo di fiori.
Graziella Canapei
DELITTO AL
PASSO ZOVO
www.0111edizioni.com
www.0111edizioni.com
www.ilclubdeilettori.com
DELITTO AL PASSO ZOVO
Copyright © 2011
Zerounoundici Edizioni
Graziella Canapei
ISBN: 978-88-6578-064-0
In copertina:
Immagine Shutterstock.com
Ai miei preziosi sostenitori:
Almireno,
Michela e Filippo.
Con affetto.
Parte Prima
1
Spesso, per timore di
essere scherniti,
perdiamo il coraggio di narrare
le cose straordinarie
che ci accadono.
Passo dello Zovo, 22 dicembre 2009
La mano gli era sbucata davanti
all’improvviso fra le foglie bagnate e
ormai marce a causa delle abbondanti
piogge dei mesi di ottobre e novembre. Il guardiacaccia pensò a un pezzo
di manichino; del resto in quella zona,
pur se isolata, non era infrequente che
venissero abbandonati rifiuti di ogni
genere, anche se, a dire il vero, un
manichino non gli era mai capitato di
trovarlo. Con lo scarpone smosse il
fogliame leggermente ricoperto di
brina, scoprendo un braccio nudo,
sporco di terra. Si accovacciò per vedere meglio. Caspita, li fanno che
sembrano veri, borbottò fra sé. Poi
notò alcuni peli, in mezzo ai quali correvano delle formiche e altri minuscoli insetti. «Accidenti – esclamò – ma
questo è un cadavere».
Raccolse un ramo secco da terra e usandolo come ramazza cominciò ad
allontanare quanto copriva il braccio.
Dopo qualche istante si fermò, ansimante. Cosa sto facendo? Pensò. Nei
film americani direbbero che sto inquinando la scena del crimine. Devo
lasciare tutto com’è.
Il guardiacaccia buttò lontano il ramo,
che rotolò sparendo in un piccolo av-
vallamento fra le radici di un albero, e
si guardò intorno.
Gli era venuta una certa paura. Non
era detto che chi aveva commesso
quel crimine non si trovasse ancora lì
vicino. Scrutò a lungo in lontananza,
senza però vedere nessuno. Attorno a
lui c’erano solamente alberi spogli.
Poi udì il verso di un gracchio sulla
cima della collina soprastante. A parte
quell’uccello il bosco pareva completamente deserto, e questa constatazione lo tranquillizzò un poco.
Quel mattino, sia per farsi una passeggiata che per scrupolo, aveva deciso di controllare se fosse vera una segnalazione che aveva avuto da un suo
informatore. Si trattava di un ex cacciatore, di nome Silvio, una specie di
convertito alla non violenza nei confronti di tutte le creature. Lo aveva
chiamato al telefono una sera per avvisarlo che lungo quel sentiero, più o
meno a mezza costa, qualcuno aveva
posizionato dei lacci d’acciaio per catturare i caprioli.
Lui odiava quei sistemi, non tanto
perché fuorilegge ma perché procuravano una morte terribile ai malcapitati
animali.
Si era alzato che era ancora buio e aveva camminato più di un’ora per
raggiungere quel posto senza essere
visto, pensando che, ammesso che i
lacci ci fossero davvero, avrebbe avuto maggiori possibilità di sorprendere
i bracconieri con le mani nel sacco.
Secondo la sua esperienza, tutte le
mattine prima del sorgere del sole,
quei criminali passavano a controllare
le loro odiose trappole.
Sua moglie si era lamentata. Stai a casa, mancano tre giorni a Natale, gli
aveva detto quando la piccola sveglia
sul comodino aveva suonato. Lui era
stato per un attimo incerto, ma poi il
ricordo di una povera capriola trovata
strozzata un mese prima nella sua zona di sorveglianza lo aveva fatto
scendere dal letto. Inoltre, se non avesse fatto quella verifica, il suo informatore avrebbe potuto risentirsi e
non chiamarlo più. L’ultimo buon motivo per alzarsi era stato che niente gli
dava più soddisfazione di beccare in
flagrante un bracconiere e multarlo,
anche se, per come la vedeva lui, la
multa per certi reati era troppo poco;
assolutamente sproporzionata al danno ambientale e alla sofferenza cui erano sottoposti gli animali prima di
morire. Se avesse potuto, per certi reati avrebbe applicato la legge del taglione: occhio per occhio eccetera, ma
non era consentito, così doveva accontentarsi di compilare un verbale.
Lungo il sentiero, in mezzo a una leggera nebbia che saliva dalla valle, non
aveva trovato lacci neanche dopo aver
superato di molto il posto indicatogli.
Decise, ormai che c’era, di salire fino
alla cima della tozza collina. Non si
poteva mai sapere, magari le trappole
erano state spostate più avanti… Pro-
seguendo aveva raggiunto quella radura dove una mano irrigidita dal gelo
gli era apparsa fra le foglie cadute.
Aveva il fiatone, più per l’agitazione
conseguente al macabro ritrovamento
che per la salita a piedi. Dalla bocca
gli uscivano nuvole di vapore. Prese
la radio e chiamò il suo collega di zona. Sapeva che sarebbe stato più sensato chiamare subito i carabinieri o la
polizia, ma voleva condividere prima
con il suo compagno quanto gli era
accaduto. Il suo collega aveva la radio
spenta. Certo, a quell’ora forse ancora
dormiva. A quel punto digitò sul cellulare il 113.
Il piantone della caserma dei carabinieri rispose alla prima telefonata di
quel giorno di dicembre. Fuori aveva
cominciato a nevicare. Prima che il
telefono squillasse aveva trascorso
una decina di minuti a fissare i fiocchi
che cadevano sui lampioni impolverati accanto al cancello d’ingresso. Il
comandante, un mese prima, aveva
dato ordine che qualcuno pulisse ma,
siccome non aveva specificato chi dovesse essere quel qualcuno, nessuno si
sentì in dovere di farlo. Del resto a
nessuno in caserma piaceva fare le pulizie. Adesso la neve avrebbe coperto
la sporcizia e magari poi, sciogliendosi, avrebbe lavato via tutta quella polvere.
La caserma di Valdagno si trovava in
una laterale della strada provinciale
che collega Montecchio Maggiore a
Recoaro, cittadina termale all’estremo
nord della provincia di Vicenza. Si
trattava di un edificio di costruzione
recente, pitturato con un bel colore
rosso mattone, vanto dell’intera vallata dell’Agno.
Pochi mesi prima, davanti alla caserma, era stata posta una lapide in memoria di un giovane carabiniere ucciso verso la fine della guerra. Il carabiniere che guardava la neve, anche lui
giovane, si era commosso nel corso
della cerimonia cui avevano partecipato molti ufficiali in alta uniforme e i
sindaci dei comuni limitrofi con tanto
di fascia tricolore. Quando la banda
aveva intonato l’inno di Mameli, preceduto da alcuni squilli di tromba, si
era sentito un nodo in gola pensando a
quel ragazzo morto sessant’anni prima.
Il telefono lo aveva scosso da quella
specie di rapimento in cui era caduto
fissando la neve che cadeva oltre i vetri. Una voce rauca, agitata, aveva detto di aver trovato un corpo, anzi no,
un braccio, in un bosco verso lo Zovo.
Il tizio al telefono si era presentato
come guardia provinciale, e aveva dato le sue generalità. Un braccio? Aveva chiesto il piantone. Forse c’è
l’intero corpo sotto terra, venite a vedere voi, io non ho toccato nulla, s’era
affrettato a rispondere.
Il giovane carabiniere chiuse la conversazione e chiamò immediatamente
il Capitano. Era ancora presto, ma sa-
peva che il comandante teneva sempre
acceso il suo cellulare per eventuali
emergenze. In realtà accadeva raramente che ci fosse bisogno di chiamarlo fuori dall’orario di servizio. A
lui, da quando era lì alla caserma di
Valdagno, due anni circa, (era arrivato
nello stesso mese del Capitano), non
era mai successo di doverlo disturbare, ma questa pareva proprio una emergenza; anche se era vero che se
qualcuno era realmente morto, nemmeno il Capitano con la miglior buona
volontà avrebbe potuto ridargli la vita…
Sulla strada dello Zovo c’era un leggero strato di neve immacolata. Nessuna automobile era passata di lì, almeno non nell’ultima mezz’ora. Normalmente al mattino, il valico che collega le valli del Leogra e dell’Agno,
era percorso dagli abitanti di Schio
che lavoravano nella cittadina attraversata dal torrente Agno, da cui il
nome Valdagno e, nel senso opposto,
dagli abitanti di Valdagno che invece
lavoravano nell’altra valle, quella di
Schio. Spesso questi automobilisti incrociandosi tutte le mattine alla medesima ora in uno o l’altro dei tornanti,
finivano per conoscersi di vista, e dopo alcune settimane o qualche mese
cominciavano a salutarsi con un cenno della mano o della testa.
A tutte quelle persone era venuto almeno una volta il pensiero
dell’assurdità di quello spostarsi da
una valle all’altra. Non sarebbe stato
meglio per gli abitanti di Valdagno e
di Schio lavorare ognuno nella propria
valle? Ci sarebbe stato meno traffico,
meno inquinamento dovuto allo scarico delle automobili, meno costi…
Comunque, negli ultimi anni, il traffico lungo quella strada tortuosa era parecchio diminuito, esattamente da
quando era stato aperto un tunnel che
collegava le due cittadine.
Nelle due valli ne parlavano da alcuni
decenni. Nessuno aveva capito bene
se a farlo sarebbe stata la Regione
Veneto, una ditta privata, una società
per azioni, i due comuni interessati, o
tutti questi soggetti messi insieme;
comunque fosse ad un certo punto era
stato chiaro, sia ai valdagnesi che agli
scledensi, che c’era la ferma intenzione – non si sapeva da parte di chi – di
realizzare un traforo per collegare rapidamente i paesi delle due vallate. A
questa presa di coscienza dei cittadini
era però seguito il nulla. Poi, ad un
certo punto, quando ormai nessuno
più ci credeva, erano iniziati i lavori.
La montagna era stata scavata – qualcuno disse deflorata – e una comoda
strada aveva cominciato a collegare
Schio a Valdagno in meno di dieci
minuti; una distanza che invece per il
passo dello Zovo richiedeva almeno
una
mezz’oretta,
soprattutto
d’inverno.
Quel mattino, a motivo della neve,
nessuno si era ancora avventurato su
quella strada. Evidentemente i lavoratori avevano preferito il tunnel che,
pur avendo il difetto di essere a pagamento, consentiva di raggiungere in
sicurezza il posto di lavoro.
Il guardiacaccia aveva dato appuntamento ai carabinieri all’unico bar che
stava sul passo, non era possibile che
si sbagliassero. Mentre camminava
infreddolito si pregustava il sapore di
un buon caffè corretto grappa, ma ebbe la delusione di trovare il bar chiuso
per riposo settimanale.
Per una ventina di minuti era rimasto
là, nel bosco, accanto a quel braccio
che con un dito sembrava indicare il
cielo. Non avrebbe voluto lasciare
quel luogo, per un motivo piuttosto
stupido in fondo. Semplicemente si
era ricordato di un film che aveva visto molto tempo prima, lui era ancora
studente, dove ad un certo punto un
tizio che aveva trovato un cadavere si
allontanava per chiamare la polizia e
al suo ritorno il corpo era scomparso,
tanto che poi i poliziotti l’avevano
preso per matto e quasi lo arrestavano.
Prima, quando aveva chiamato, aveva
lasciato il suo numero di cellulare al
carabiniere che gli aveva risposto, il
quale dopo un poco l’aveva contattato
invitandolo a spostarsi dal bosco, a
mettersi in bella vista, così da poter
essere facilmente individuato dalla
volante che sarebbe arrivata appena
possibile. Come avrebbero potuto vederlo se lui se ne stava fra gli alberi?
O trovarlo con le poche indicazioni
che poteva dargli? Aveva allora pensato che il luogo più adatto per
l’appuntamento, perché sulla strada,
era il passo dello Zovo. Così, un po’ a
malincuore, si era incamminato con la
neve che aveva cominciato a cadere.
Fatti pochi passi tornò indietro. E se
poi non fosse più riuscito a individuare il luogo a motivo della neve? Quindi aveva preso un grosso ramo caduto
e ci aveva messo sopra il suo kway
rosso, quello che usava per ripararsi
dalla pioggia quando non era in servizio e che per qualche motivo era nella
sua tasca dei pantaloni, così ben impacchettato che subito neanche aveva
capito cosa fosse. Doveva essere stata
sua moglie a infilarglielo, quando si
era alzata per andare in bagno, perché
nella medesima tasca trovò anche una
barretta di cioccolato al latte, il suo
preferito.
Prima di allontanarsi aveva osservato
di nuovo a lungo quella mano nuda. Si
ricordò di una poesia che cominciava
con “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano…”. Ecco, quella mano
tendeva verso i rami di un grosso carpine spoglio. Certo non era proprio la
mano di un bambino, ma era comunque una mano giovane, da ragazzo. E
poi, ecco cosa gli ricordava quella posa delle dita, la mano di Dio nella volta della cappella Sistina, così almeno
l’aveva vista nei libri e in televisione.
Sulla mano che usciva dal fogliame
fradicio avevano cominciato a posarsi
i primi fiocchi di neve. Provò una
specie di pena per quell’estremità del
corpo che pareva spuntare dalla terra
come un germoglio di asparago selvatico, e quasi ebbe voglia di coprirla, di
modo che non si bagnasse e non sentisse freddo. Si rese conto di non essere perfettamente in sé. Anche quando
trovava degli animali morti provava
una sensazione simile. Si ficcò tutta la
tavoletta di cioccolato in bocca e si
avviò a passi svelti verso il posto dove
l’avrebbero raggiunto i carabinieri.
2
Quando il Capitano dei carabinieri
della stazione di Valdagno arrivò al
passo Zovo erano le sette e trenta. Il
comandante era stato molto sorpreso,
quasi incredulo, quando il giovane carabiniere di guardia l’aveva chiamato
per dirgli che un guardiacaccia aveva
trovato un cadavere in un bosco della
zona. In quella valle, da quando c’era
lui, non si era mai verificato nulla di
simile. La delinquenza non era molta
e si limitava a qualche furto nelle abitazioni e nei negozi. Poi c’erano le
beghe fra vicini per le solite questioni
dei confini delle proprietà, e le denun-
ce per rumori molesti, soprattutto di
chi abitava in prossimità di un paio di
locali che chiudevano tardi la sera. In
tre o quattro occasioni aveva pizzicato
piccoli spacciatori, niente di più.
Un cadavere in un bosco era una cosa
eccezionale. L’unico che aveva visto
in quei due anni era quello di una anziana che si era impiccata a un ciliegio con una tenda da sole. Se non si
fosse trattato di una tragedia la scena
avrebbe potuto anche essere comica:
in mezzo agli alberi di un frutteto, a
motivo dei colori sgargianti della tenda, il corpo della donna sembrava uno
spaventapasseri.
Mentre saliva in auto verso il passo, a
fianco del Brigadiere che guidava, il
Capitano pensava alla segnalazione
ricevuta il giorno prima. In caserma,
verso sera, era venuta una coppia; i
due, entrambi sulla cinquantina, avevano riferito che il loro figlio, uno
studente di sedici anni di nome Sebastiano Boldrini, non era tornato a casa
la sera precedente. Era la prima volta
che il ragazzo non tornava a dormire.
Loro si erano accorti della sua assenza
solo il mattino successivo quando,
verso le dieci, la madre era entrata
nella sua camera e aveva trovato il letto intatto. Il figlio aveva detto che sarebbe rincasato più tardi del solito, e
loro si erano coricati tranquilli verso
le ventitre. Il giorno prima, al mattino
era stato a scuola e nel pomeriggio si
era fermato a una festicciola in classe,
quasi una tradizione prima delle vacanze natalizie. Il ragazzo frequentava
l’Istituto Tecnico locale. Gli amici,
contattati dai genitori, avevano asserito di non averlo visto e i compagni di
classe più due insegnanti avevano
spiegato che il giovane se n’era andato via un po’ prima che la festa terminasse dicendo che non stava molto
bene. Da quel momento nessuno aveva sue notizie.
Con i genitori accanto, che col passare
delle ore da preoccupati erano diven-
tati disperati, il capitano aveva telefonato al vicino ospedale. Era venuto
per caso un ragazzo, un metro e ottanta, piuttosto magro, con i capelli castani? Qualcuno lo aveva visto? Al
pronto soccorso, il pomeriggio della
scomparsa, avevano avuto cinque richieste di intervento: un incidente
d’auto (una coppia di cui lei con il
colpo di frusta), un taglio con sega
circolare a una mano, una lipotimia,
una bambina con febbre alta, una
scheggia in un occhio, ma nessun ragazzo che corrispondesse alla descrizione, e così nemmeno la notte seguente.
Poi lui aveva rivolto le solite domande
ai genitori: aveva litigato in casa? Poteva essersi allontanato volontariamente? Aveva una ragazza? Lo avevano chiamato al cellulare? Sì, avevano tentato almeno una decina di volte
fino a quando il figlio più giovane, un
bambino di dieci anni, si era accorto
che il cellulare del fratello era vicino
al letto sotto carica, spento.
Quando l’avevano chiamato il suo
pensiero era andato immediatamente
al ragazzo scomparso. Sperava di sbagliarsi ma per esperienza sapeva che
quasi sempre due più due fa quattro.
Chi lo avrebbe detto ai genitori?
Il carabiniere aveva prestato servizio
per quasi dieci anni in un grosso comune vicino a Milano, ed era capitato
in quella valle che non riusciva ad
amare a causa di suo figlio di otto anni.
Il piccolo soffriva di un’infinità di allergie, sembrava intollerante al mondo
intero. Uno specialista, il quinto che
assieme alla moglie aveva interpellato, gli aveva suggerito di cambiare
ambiente. Secondo lui, un clima diverso, in una zona collinare, avrebbe
giovato al bambino. Così aveva chiesto il trasferimento, ed era capitato in
quella valle che a lui sembrava dimenticata da Dio. In realtà avrebbe dovuto
essere aggregato alla stazione di Recoaro ma alla fine, chissà per quale
motivo, lo avevano dirottato più in
giù, a Valdagno. Per il figlio, Recoaro
sarebbe stato meglio, più vicino alle
montagne, meno graminacee, clima
più fresco, ma la famiglia si era dovuta accontentare di quel comune dieci
chilometri più a sud.
A
Valdagno
aveva
cercato
un’abitazione in periferia e dopo vari
tentennamenti di sua moglie, erano
andati in affitto in una casa un po’
vecchiotta verso una frazione di nome
Castelvecchio.
In quella valle si sentiva come in fondo a un imbuto. A volte, quando saliva a Recoaro, gli pareva di essere incastrato fra i monti, oltre i quali c’era
il Trentino.
Il figlio aveva avuto un sorprendente
miglioramento, e di questo era naturalmente molto felice, ma restava il
fatto che lui, professionalmente parlando, era più soddisfatto in quella
stazione lombarda dove stava prima.
In quei paesi succedeva di tutto, al
contrario di lì…
A Milano era rimasto coinvolto anche
in un conflitto a fuoco; classica rapina
in banca cui erano seguite delle rivoltellate. Lui, ferito a una gamba, steso
a terra a fianco dell’auto dei rapinatori, aveva esploso alcuni colpi che avevano colpito, per fortuna non gravemente, i due balordi mezzo drogati
autori della rapina che continuavano a
sparare alla cieca. Con un elicottero
era stato portato in ospedale dove gli
avevano estratto un proiettile che, però, nella sua corsa, gli aveva spezzato
la tibia. Per alcuni mesi aveva zoppicato, ma poi la gamba era guarita. Solo un duro callo osseo che poteva sentire facendo scorrere un dito sulla
gamba gli ricordava quell’episodio; di
solito accadeva quando faceva il bagno e stava completamente immerso
nella vasca un poco arrugginita vicino
alla piletta di scarico.
Intanto erano giunti al Passo dello
Zovo. Il Capitano notò sotto una tettoia un uomo dalla corporatura robusta
che indossava la divisa delle guardie
provinciali. Era evidente che cercava
di ripararsi dalla neve che in quel
momento cadeva fitta.
Prima di scendere dall’auto il Capitano indossò il berretto. Di solito se poteva restava senza, ma in quel frangente il copricapo aveva una indubbia
utilità: almeno non si sarebbe bagnato
i capelli!
L’uomo lasciò il suo riparo di fortuna
sotto la tettoia e si avvicinò alla volante.
«Buongiorno, insomma si fa per dire»
disse cercando di scherzare.
«È lei che ha chiamato?»
«Sì».
«Sono il capitano Lorenzo Guidi» disse tendendogli una mano attraverso il
finestrino.
«Piacere, mi chiamo Bruno Righi».
«Dove si trova il corpo?»
«A una quindicina di minuti da qui».
«Possiamo andare in macchina?»
«In macchina? È impossibile, è proprio in mezzo al bosco» rispose pensando: ma che cazzo di domanda mi
fa, non vede dove siamo?
«Allora lasciamo qui la macchina e la
seguiamo» ordinò.
Il brigadiere si girò nel piccolo piazzale e parcheggiò di modo da poter
ripartire senza ulteriori manovre. Con
la neve che continua a cadere è stata
una buona idea, pensò il guardiacaccia. Gli venne in mente una barzelletta
sui carabinieri, ma allontanò quel pensiero, c’era poco da ridere in quel
momento…
I tre uomini si incamminarono. Il Capitano Guidi osservò meglio il guardacaccia. Notò che aveva gli occhi
chiarissimi, origini cimbriche pensò,
come molti in quelle zone, quasi tutti
anzi. Aveva qualche chilo di troppo
intorno alla vita, però doveva essere
forte come un toro.
«Lei che ci faceva qui?» gli domandò.
«Facevo il mio lavoro».
«Così presto e con la neve?» lo incalzò.
«Controllavo che non ci fossero lacci
d’acciaio».
«Di che lacci parla?»
«Li mettono i bracconieri, per catturare i caprioli».
«Ah, è vero» fece il carabiniere, ma
era chiaro che non sapeva di cosa si
trattasse.
«E ne ha trovati?»
«No, ma forse sono più su, verso la
cima del colle. Poi ho trovato quella
mano, e ho lasciato perdere tutto il resto».
«Già, immagino».
«All’inizio pensavo si trattasse di un
manichino» spiegò.
Il brigadiere che camminava dietro ai
due intervenne: «Un manichino nel
bosco?»
«Non sia così sorpreso, ho trovato abbandonati nei boschi oggetti di ogni
genere. Sarebbe più comodo portarli
alla discarica invece per qualche stupido motivo a volte li abbandonano in
zone disabitate».
«Davvero? Non pensavo fosse così»
disse stupito.
Camminavano da una decina di minuti quando si udì uno scricchiolio seguito da un rumore secco. Il ramo di
un albero si era spezzato.
«Sono le robinie» spiegò il guardiacaccia, «hanno rami fragili, basta un
po’ di neve e di vento per romperle,
vengono dall’America, non è stata una
buona idea portarle in questo continente».
«Manca molto?» domandò il Capitano, per nulla interessato a quanto gli
stava dicendo Bruno Righi.
«No, solo cinque minuti».
«Lei era venuto qui in seguito a qualche segnalazione?»
«No, è stata una mia idea» mentì,
pensando che se avesse detto la verità
certamente il carabiniere avrebbe vo-
luto sapere il nome del suo informatore.
«Glielo chiedo perché, a volte, succede che chi ha commesso il crimine fa
in modo che poi qualcun altro trovi il
cadavere».
«Ah!»
Bruno pensò al suo cacciatore pentito.
No, non era certo il tipo che fa fuori
qualcuno. Un giorno gli aveva raccontato che quando in casa ronzava un
moscone, lui apriva la finestra e lo faceva uscire sventolando uno strofinaccio. E poi, comunque, non poteva
rivelare il nome dei suoi informatori,
nemmeno ai carabinieri. Se fosse corsa la voce che lui spifferava in giro le
confidenze che riceveva e i loro nomi,
nessuno si sarebbe più fidato a raccontargli nemmeno che una vacca aveva cacato in mezzo alla strada.
Fra la neve intravide una macchia rossa.
«Siamo arrivati» disse, soddisfatto fra
sé per l’idea che aveva avuto di appendere il suo kway.
«È suo quell’impermeabile?» chiese il
Capitano.
«Sì, l’ho messo per individuare il posto, pensando alla neve».
I due carabinieri videro il braccio rivolto verso il cielo prima che il guardiacaccia glielo indicasse.
«Uhm, naturalmente con la neve addio impronte, ammesso che ci fossero» mormorò meditabondo Lorenzo
Guidi.
«Cerchiamo di tirarlo fuori?» chiese il
Brigadiere.
«No, facciamo fare questo lavoro a
chi è pagato per farlo».
Detto questo chiamò la caserma, per
dare disposizioni in merito.
3
Giulio Quadri si trovava nel Belize
quando la suoneria del cellulare gli
segnalò che aveva ricevuto un sms da
un numero sconosciuto. Lesse: “Avrei
veramente bisogno della tua collaborazione per un caso difficile. Ti chiamerò stasera, Lorenzo Guidi”. E questo chi è, si chiese per alcuni secondi,
fissando il display. Poi, con gli occhi
della mente, vide davanti a sé un
bambino con le orecchie a sventola,
che teneva sempre un berretto in testa,
di lana o di cotone, a seconda della
stagione. Avevano fatto le scuole elementari assieme, e poi si erano ri-
trovati alle superiori, ma Lorenzo, ad
un certo punto, aveva mollato tutto
per diventare carabiniere. Lui lo aveva
anche canzonato, perché aveva parlato
di una specie di vocazione. Da alcuni
amici qualche anno dopo aveva saputo che si trovava nel milanese, e poi
più nulla. Cosa poteva mai volere da
lui, professore universitario? Rilesse il
messaggio. Un caso difficile, diceva… di che cosa poteva trattarsi? E
poi come aveva fatto ad avere il suo
numero? Per l’ultima domanda si diede subito una risposta; non doveva essere stato difficile, la segreteria
dell’Università aveva il suo numero
per eventuali necessità, e se un carabiniere l’avesse chiesto, le gentili applicate dell’ufficio dei professori glielo avrebbero dato, sicure di fare per il
meglio. Del resto, come rifiutare una
richiesta così semplice a chi ha una
striscia rossa sui pantaloni? Comunque bastava aspettare e la sua curiosità
sarebbe stata appagata. Speriamo che
tenga conto del fuso orario, pensò
prima di rimettere il cellulare nel taschino dello zainetto.
Era arrivato da pochi giorni. Aveva
scelto quel periodo dell’anno per evitare le piogge insistenti del mese di
ottobre. Già a novembre il clima, per i
suoi gusti, era buono, ma dicembre
era speciale. Sapeva queste cose perché aveva visitato parecchie volte
quel piccolo paese, l’ultima era stata
l’anno precedente.
Preferiva comunque il clima più arido
del Messico. Soprattutto gli piaceva la
penisola dello Yucatan, e sarebbe andato direttamente là se non fosse stato
molto motivato. Nel Belize aveva fatto un ritrovamento, o meglio un acquisto, veramente interessante. Si trattava di una tavoletta di pietra con un
rilievo molto simile a quello ritrovato
in un famoso sito archeologico messicano. I glifi incisi narravano delle
cinque Ere cosmiche, corrispondenti
ad altrettante civiltà, e c’erano riferi-
menti al lungo computo, al termine
del quale un immane sconvolgimento
ambientale avrebbe posto fine all’Età
dell’Oro governata dal dio Quetzalcoatl.
Era tornato in Belize sperando di trovare altri oggetti collegati a quella tavoletta che, contravvenendo alle leggi
di quel paese, aveva trafugato in Italia. In realtà era stato semplicissimo;
l’aveva semplicemente tenuta nel bagaglio a mano, bene avvolta in una
carta da regalo, accanto alla macchina
fotografica. All’imbarco una signora
che come lui stava tornando a casa, gli
pareva di ricordare che fosse di Roma,
gli disse che avrebbero controllato valigie e passeggeri, e quella prospettiva
gli aveva procurato un violento batticuore, ma poi era stato fortunato perché, aperti tre o quattro borsoni, gli
addetti, annoiati, avevano fatto passare tutti senza ulteriori controlli.
Nel suo studio di Padova aveva esaminato il manufatto con un’attenzione
certosina, ed era arrivato alla conclusione che dovevano esserci almeno
due tavolette. Quella, secondo lui, era
la prima pagina di una specie di libro
di pietra. Così, appena gli era stato
possibile, era salito su un aereo diretto
a Belmopan.
Aveva cercato subito di mettersi in
contatto con il filibustiere da cui aveva comperato la tavoletta, uno che di
professione vendeva reperti maya ai
turisti ma, per il momento, non era
riuscito a rintracciarlo. Giulio aveva
deciso di fermarsi in quel posto qualche altro giorno, poi sarebbe andato in
Messico. Nel suo portafogli teneva già
un biglietto per il Chiapas. Gli interessava in particolare visitare il sito
archeologico di Palenque. C’era già
stato tre anni prima ma aveva una voglia matta di tornarci. Anche lui, come
altri appassionati di archeologia maya,
era rimasto affascinato dall’enorme
pietra tombale conosciuta come “Lastra di Palenque”, e voleva rivisitare
con calma il luogo dove era stata rinvenuta nel 1952. Che fortuna aveva
avuto Alberto Ruz Lhuillier quando
l’aveva scoperta! Giulio si era oltremodo appassionato alle varie interpretazioni della lastra, che nel corso dei
decenni erano state date da studiosi di
tutto il mondo. Lui in particolare era
affascinato dalla teoria chiamata
“dell’astronauta”, per la quale l’uomo
scolpito sull’imponente pietra starebbe pilotando, con mani e piedi, una
sorta di razzo o capsula spaziale.
Il sarcofago di pietra rossa era stato
rinvenuto quasi per caso all’interno di
una piramide coperta completamente
dalla vegetazione. Dentro c’era lo
scheletro di un uomo alto un metro e
settantatre centimetri, un gigante presso i maya, che di solito non superavano il metro e cinquanta. Il volto era
ricoperto da una magnifica maschera
di giada. La cosa interessante, era che
l’uomo non pareva essere un indios,
in quanto non aveva la testa allungata.
I maya, infatti, usavano allungarsi artificialmente la testa, ponendo e
schiacciando il cranio dei neonati fra
due assi, di modo da fargli assumere
una forma considerata esteticamente
migliore, in quanto simile a quella degli dei. Una storia eccitante!
Giulio, come molti altri, si era scervellato guardando una foto che riproduceva il rilievo impresso sulla lastra.
Nel corso dell’ultimo anno aveva poi
letto tutto quello che aveva trovato su
quel singolare sarcofago. Conosceva
la teoria di Adrian Gilbert e Maurice
Cotterl per i quali sulla pietra sarebbe
raffigurata la dea Chalchjuthlique assieme ad altri dei dai nomi altrettanto
impronunciabili. Per quei due studiosi
i segni rappresenterebbero il Popul
Vuh, un libro di importanza capitale
scritto in lingua maya ma con caratteri
latini nel XVI secolo e che fornisce
molte informazioni sulla religione e la
mitologia di quel popolo.
Sapeva di altre teorie, definite minori,
ma neanche le prendeva in considerazione. Sulla base dei suoi ragionamenti, supportati dalle conoscenze acquisite all’Università e dai suoi studi personali, l’unica spiegazione plausibile
era quella di un contatto extraterrestre.
Di questa convinzione non aveva mai
parlato ai suoi colleghi e men che meno ai suoi studenti, per una specie di
pudore, temendo di essere deriso se
non direttamente (nessuno studente
del suo corso l’avrebbe fatto), ma alle
spalle, che per lui sarebbe stato anche
peggio. Era vero che non era il primo
a dare interpretazioni ufologiche del
rilievo, ma era stato uno di quelli che
a quell’ipotesi aveva sorriso.
Questo però era accaduto anni prima.
Ora era convinto che il personaggio
raffigurato sul coperchio tombale fosse un astronauta preistorico. Del resto
la storia e la mitologia di quasi tutti i
popoli precolombiani erano costellate
dalla presenza di viaggiatori stranieri,
alcuni provvisti di “tappeti viaggianti”.
La tavoletta, che ora si trovava nella
cassaforte di casa sua, doveva essere
correlata in qualche modo alla lastra
di Palenque, e più precisamente alla
visita sulla terra di esseri intelligenti,
fatta migliaia di anni prima. In che cosa consistesse il nesso non lo sapeva,
ma sperava di scoprirlo.
Camminava ai margini di una strada
piena di buche che molti anni prima
qualche volonteroso aveva tentato di
asfaltare. Del catrame rimanevano pochi blocchi, sollevati qua e là. Meglio
sarebbe che li togliessero, almeno sarebbe una normale sterrata, pensava
mentre le rare auto gli passavano accanto quasi sino a sfiorarlo, strombazzando. Non era ancora riuscito a capire il motivo di quei colpi di clacson,
ma probabilmente c’erano più spiegazioni. I colpi potevano voler dire: fatti
da parte che altrimenti ti tiro sotto;
ciao gringo (per quella gente tutti gli
stranieri erano gringos, cioè americani); ma che aspetto strano che hai, e
forse anche altre cose che nemmeno
immaginava.
Per quello che concerneva il suo aspetto, sì, si rendeva conto che per
quelle latitudini i suoi capelli rossi risultavano oltremodo strani. Già in occidente, dove i colori per così dire
“nordici” non erano poi così infrequenti, avere i capelli pel di carota costituiva comunque un particolare di
non poco conto, figuriamoci lì dove
tutti avevano capelli e carnagione scuri.
Si era incamminato che il sole era già
alto e ora grondava di sudore.
L’ombra dei rari alberi che fiancheggiavano la strada gli era di poco sollievo. Avrebbe dovuto fermarsi a riposare ma aveva un appuntamento a
cui non voleva arrivare in ritardo. Alla
fine era riuscito a trovare il tizio che
l’anno prima gli aveva venduto la tavoletta. Lo aveva sentito al telefono e,
dopo un’infinita serie di giri di parole,
con tono volutamente misterioso, così
almeno a lui era sembrato, gli aveva
rivelato che esistevano altre due tavolette in qualche modo legate a quella
che già possedeva. Giulio non sapeva
se credergli o no, anche perché l’anno
precedente il tipo gli aveva giurato ripetutamente, almeno una decina di
volte, che la tavoletta era un pezzo
singolo, unico. Ora questo voltagabbana lo lasciava perplesso. Era chiaro
che l’uomo era un mentitore incallito,
come tutti i ladri di reperti archeologici del resto; il problema era capire se
aveva mentito quando gli aveva dato
la tavoletta, l’anno prima, o se invece
gli stava mentendo adesso. Giulio, pur
essendo convinto dell’esistenza di altre tavolette collegate a quella che
possedeva, era propenso a credere che
gli stesse mentendo in quel momento.
Come deludere un europeo, disposto
fra l’altro a pagare bene, dicendogli
che non aveva nulla di interessante da
offrirgli? L’uomo, tale Carlos e qualcos’altro, sapeva che lui non era uno
sprovveduto e che, con ogni probabilità, avrebbe saputo distinguere un reperto falso da uno autentico, ma Giulio sapeva anche che non bisognava
sottovalutare i falsari, che nelle riproduzioni erano divenuti bravissimi. A
volte anche a lui risultava difficile distinguere un pezzo originale da uno
falso, costruito magari in un laboratorio improvvisato dietro casa. Carlos
inoltre, consapevole che era caduto in
palese contraddizione con quanto giurato dodici mesi prima, gli aveva tirato fuori una storiella divertente che
poteva essere così sintetizzata: non
aveva potuto dirgli la verità, la volta
precedente, per una serie di ragioni
astrologiche. Che cazzate, aveva pensato l’archeologo.
Fintanto che pensava a queste cose, a
pochi passi dal ciglio stradale polveroso, vide un albero di mango. Senza
smettere di camminare si chinò a rac-
cogliere un frutto caduto che pulì
sommariamente strofinandolo contro i
pantaloni. Con i denti incise la buccia
e poi la strattonò via. Così, caldo, non
era propriamente una specialità ma gli
calmò la sete crescente. L’acqua
l’aveva già finita da un pezzo e quel
mango gli parve quasi provvidenziale.
Individuò in lontananza il luogo dove
era stato fissato l’incontro. Erano alcune rovine di nessun interesse archeologico, poco più che quattro sassi in
croce. Intravide anche Carlos. Almeno
doveva trattarsi di lui, considerato che
quello non era assolutamente un luogo
né per turisti né per contadini. Man
mano che si avvicinava vide che
l’uomo era seduto su di una pietra.
Era proprio Carlos.
Si era lasciato crescere i baffi oltre la
linea del mento in un modo che a Giulio parve ridicolo. Baffi alla messicana, pensò sorridendo.
Quando Giulio fu a pochi passi si alzò
con aria riverente.
«Señor Julio, come sta?»
«Bene, e lei?»
«Ringraziando la Vergine Maria sto
bene. La vedo sudata, si sieda qui
all’ombra» disse indicandogli un sasso vicino a quello su cui stava seduto
fino a un attimo prima.
Giulio accettò volentieri l’invito. Era
stanchissimo. Negli ultimi mesi non
aveva fatto nessuna attività fisica e si
sentiva le gambe di piombo.
Intanto Carlos aveva infilato una mano sotto il suo gilet di tela logora e
aveva tirato fuori una minuscola bottiglia.
«Tenga, le darà un poca di energia!»
«Cos’è?»
«È un distillato di frutta tropicale, lo
fa mio fratello, di nascosto naturalmente».
«No, grazie, con questo caldo mi pare
che sia meglio evitare gli alcoolici».
«Cosa dice? Non lo sa che sono anzi
consigliabili?» insistette.
«Sì, forse ha ragione, ma preferisco
non bere adesso».
Carlos strizzò un occhio.
«Non avrà mica paura che voglia farla
ubriacare? Siamo amici, no?»
Giulio non si sarebbe mai nemmeno
sognato di considerare Carlos un amico e pensò che, naturalmente, era tutta
una sceneggiata. In quello l’uomo che
gli stava seduto al fianco era uno specialista.
«Allora andiamo al dunque» continuò
quando gli fu chiaro che l’archeologo
non avrebbe dato seguito ai suoi convenevoli, «è sicuro che le interessano
anche le altre due tavolette?»
Giulio si asciugò il sudore con un fazzoletto di tela già fradicio, prima di
rispondere.
«Mi interessano solo se sono autentiche».
Gli occhi scuri di Carlos parvero allargarsi per lo stupore e il disappunto.
«Tutto quello che le offrirò è assolutamente autentico, guardi glielo giuro
con una mano sul cuore» disse mettendosi le dita dalle unghie sporche
sul petto coperto oltre che dal gilet da
una camicia azzurra di cotone cui
mancavano due bottoni. Poi, con le
stesse dita, visto che c’era, approfittò
per grattarsi il torace e le ascelle.
Teneva ancora l’aria imbronciata
quando Giulio gli rivolse nuovamente
la parola.
«Ha già le tavolette? Posso vederle?»
Il tizio si alzò e sparì per pochi secondi dietro il cumulo di pietre da dove
tornò con un oggetto quadrato avvolto
in un pezzo di tessuto che sembrava
essere stato un maglione per bambino.
«Eccone
una»
disse
con
un’espressione fiera sul volto.
Se non fosse stato per la stanchezza
che sentiva e per l’autentico interesse
per quel reperto, l’archeologo avrebbe
riso per quella pantomima da persona
onesta.
Carlos gli allungò il fagotto. Giulio
provò una leggera emozione, quasi
una vibrazione al contatto con il tessuto. Con attenzione lo aprì. Vide una
pietra sottile incisa finemente, a prima
vista uguale in tutto e per tutto a quella che possedeva.
Si trattava però solo di una impressione. Appena cominciò a decifrare i glifi capì che era tutt’altro. Poteva proprio essere la seconda pagina, se così
si poteva chiamare, di un libro di pietra.
«Señor, non vuole sapere perché le ho
dovuto mentire lo scorso anno?»
«Magari un’altra volta, grazie Carlos.
Piuttosto avevi parlato di due tavolette».
«È vero, ma la terza non ce l’ho. Però
so dove trovarla».
«Uhm, fra un anno?»
Da sotto i baffi da messicano uscì il
suono di una risata trattenuta. I denti
non erano visibili, per cui Giulio immaginò il sorriso dell’uomo.
«Non lo so, señor. L’attuale proprietario forse non è interessato a vendere,
pare ci tenga molto… bisognerà cercare di convincerlo, e questo le costerà un poco più del solito».
«Per questo oggetto quanto vuoi?»
Carlos esitò, come se non ci avesse
ancora pensato, ma Giulio era sicuro
che non doveva essere così. Il mercante stava ancora giocando a creare
la giusta suspense.
Dopo alcuni minuti di silenzio durante
i quali l’archeologo aveva continuato
a esaminare la tavoletta, disse una cifra.
Giulio si fermò. «È una bella somma»
fece guardandolo dritto in faccia.
«Sì, però il pezzo vale molto di più.
Giusto ieri un altro professore proveniente dagli Stati Uniti mi ha offerto
una cifra più alta, ma io avevo già dato parola a lei e ho rifiutato».
Giulio rise, non credeva assolutamente a una cosa del genere. Se qualcuno
gli avesse offerto anche un solo dollaro di più di quello che pensava gli avrebbe dato lui, in quel momento Car-
los non sarebbe stato lì, in barba alle
promesse e agli accordi presi. L’uomo
era un mercante e forse anche un ladro che vendeva al migliore offerente.
«Va bene, Carlos, non ho voglia di
mercanteggiare. Vieni domani al mio
albergo e ti darò il denaro che chiedi».
«Non hai i soldi con te?» Carlos gli
diede improvvisamente del tu.
«Non sono mica pazzo a girare con
una cifra simile in tasca».
«Hai ragione, ti ucciderebbero per
molto meno. D’accordo, verrò domani. E adesso come ritornerai indietro?»
«A piedi, almeno che tu non abbia
qualche altro mezzo da suggerirmi».
«Se vuoi ti accompagno, ho una moto».
«Non ti sapevo così attrezzato» ammise, davvero stupito.
«Mi sottovaluta señor».
Carlos recuperò una motoretta scassata nascosta fra le rovine, completamente invisibile da dove si trovavano.
Il tragitto del ritorno Giulio lo ricordò
come il viaggio più disagevole di tutta
la sua vita; fortunatamente la tavoletta, ben avvolta nel vecchio maglioncino, non subì alcun danno.
4
Il cellulare squillò mentre Giulio se ne
stava sdraiato sul divanetto della sua
stanza d’albergo. Si era steso lì per
pigrizia. Se si fosse coricato sul letto,
certo più confortevole, si sarebbe sentito in dovere di togliere le scarpe, e
non ne aveva alcuna voglia. Si sentiva
ancora tutto indolenzito a causa del
terribile viaggio in moto. Carlos non
aveva nemmeno tentato di evitare le
buche, cosa del resto piuttosto difficile, e quando le ruote sottili del trabiccolo vi finivano dentro, entrambi ricevevano delle autentiche legnate sul
fondo schiena.
Preso dai suoi affari, si era completamente scordato che l’ex compagno di
studi l’avrebbe chiamato. Quando era
in viaggio spesso gli accadeva di estraniarsi da tutto il resto. Vivi nel
presente, gli aveva detto anni prima
una specie di santone che aveva frequentato. Lui aveva seguito quel suggerimento quasi senza fatica. Gli veniva abbastanza naturale concentrarsi
su quello che stava facendo. Questa
attitudine aveva dato i suoi frutti, negli anni. Si era laureato presto e con
ottimi voti; aveva ottenuto una cattedra di discreto prestigio, e ora stava
facendo delle interessantissime scoperte che, oltre a dargli una personale
gratificazione, probabilmente lo avrebbero fatto conoscere nel suo ambiente di studi. A volte immaginava il
suo nome accanto a quelli di famosi
archeologi quali i gemelli Alfredo e
Angelo Castiglioni, Zahi Hawass e,
nei momenti di maggior delirio, Heinrich Schliemann.
Senza alzarsi prese il cellulare posto
sul tavolino accanto al divano.
«Pronto».
«Pronto, sono Lorenzo Guidi».
«Che sorpresa! È un bel po’ che non
ci sentiamo».
«Sì, e sono anche imbarazzato per averti chiamato solo ora, dopo tanti anni».
«Non preoccuparti, del resto anch’io
non ti ho mai telefonato. Mi fa molto
piacere sentire un vecchio compagno
di scuola. Come stai?»
«Sto bene grazie, e tu?»
«Non c’è male. In questo momento
sono nel Belize per alcune mie ricerche e fra pochi giorni andrò in Messico».
«Ah! Ti invidio, qui fa un freddo cane. Hai ricevuto il mio messaggio?»
«Sì, mi hai incuriosito».
«Ecco vedi, mi sono ricordato di te
nel corso di un’indagine che sto compiendo e che per la verità non sta an-
dando tanto bene. Ho pensato che forse tu potevi aiutarmi».
«Volentieri, ma di che cosa si tratta?»
«Poco tempo fa è stato trovato il cadavere di un ragazzo scomparso. Il
corpo era stato seppellito alla meglio
in un bosco su di una collina. Beh, per
farla breve, al povero giovane era stato aperto il torace e tolto il cuore, una
cosa orribile…».
Ci furono alcuni secondi di silenzio.
«Come posso aiutarti?»
«Ci arrivo subito; durante la rimozione del corpo gli addetti hanno trovato
sotto terra anche la carcassa di un gallo e un oggettino, una specie di spilla,
che secondo il parere del mio Brigadiere, che è un appassionato di cose
sudamericane, sarebbe di fattura maya. Ho cominciato a seguire la pista
delle sette sataniche perché tempo addietro avevo avuto una segnalazione;
una contadina che si era recata prestissimo nel bosco in cerca di funghi,
ha riferito di aver visto un gruppetto
di persone in mezzo agli alberi in un
posto molto suggestivo, occupate, secondo quanto aveva potuto vedere, ad
ammazzare una bestia, forse un piccolo maiale. Il luogo è molto particolare.
Ci sono grandi alberi piantati in cerchio. Probabilmente qualcuno aveva
progettato di costruirci in mezzo un
roccolo, uno di quei rustici per la cattura degli uccelli. Lì intorno ce ne sono alcuni… Poi per qualche motivo
non è stato fatto nulla, così sono rimasti solo gli alberi in cerchio, a delimitare uno spazio vuoto».
Il Capitano si schiarì la voce prima di
proseguire.
«Da questa pista delle sette però non è
sortito nulla, così pensavo di capire,
col tuo aiuto, che collegamento può
esserci fra l’oggetto trovato e
l’omicidio, ammesso che ci sia un collegamento…».
«Beh, dovrei vedere quella spilla. Non
per dubitare del tuo Brigadiere, ma
ormai fanno della bigiotteria, chia-
miamola etnica, che imita molto bene
i monili maya».
«Uhm, capisco. Quando torni in Italia?»
«Fra una settimana».
«Allora ti richiamo fra una decina di
giorni, e ci mettiamo d’accordo per
vederci».
«Volentieri! Mi farebbe molto piacere
incontrarti, e poi questa storia è così
intrigante…»
«Senti, vorrei chiederti una cosa». Il
Capitano esitò. «È vero che i maya
facevano sacrifici umani?»
«Sì, è assolutamente provato. Sinceramente, però, mi sembra inverosimile
che ai nostri giorni, in Italia, ci sia
qualcuno che emuli quei riti propiziatori».
«Anche a me sembra incredibile…
però non ho altri indizi, perciò sono
costretto a seguire quella pista, con il
tuo aiuto, naturalmente».
«Va bene, allora ci sentiamo quando
torno. Ciao Lorenzo, mi ha fatto davvero molto piacere averti parlato».
«Anche a me, grazie fin d’ora, ciao».
La comunicazione fu chiusa contemporaneamente.
Il capitano Guidi si trovava nel suo
studio. Sorrise soddisfatto all’idea che
il suo ex compagno di scuola lo avrebbe aiutato in quel caso che non lo
faceva dormire la notte.
Rivedeva il volto dei genitori dello
sfortunato studente, quando gli aveva
comunicato che il loro figlio era stato
trovato morto. La madre era caduta a
terra colta da un malore, e il padre aveva cominciato a singhiozzare così
convulsamente che pareva soffocasse.
Avrebbe proprio voluto consegnare
alla giustizia il criminale o, più probabilmente, i criminali, che avevano
commesso quell’orribile delitto. Lui
aveva visto il cadavere all’obitorio,
una cosa raccapricciante. Nella ferita,
che andava dal torace all’addome, erano entrati terra, foglie e insetti.
Come era possibile fare simili cose?
Era evidente che si trattava di un delitto premeditato. Il ragazzo, in qualche modo, era stato attirato in quella
zona. Secondo il medico legale era
stato ucciso altrove e portato là,
dov’era stato trovato, successivamente. La mano che stava sotto terra faceva il pugno, come se il giovane avesse
voluto stringere qualcosa, forse la
spilla. Poi magari gli era scivolata fra
le dita ed era andata a finire fra le foglie… Sentiva che dietro a
quell’oggetto si nascondeva qualcosa,
ed era sollevato al pensiero che di lì a
pochi giorni un vero esperto l’avrebbe
esaminato. Ma, forse, ho letto troppi
libri gialli, pensò.
Giulio, nel suo minuscolo salottino in
albergo, era perplesso. Che storia,
pensava mentre si prendeva una bibita
dalla celletta del frigorifero.
Fu grazie a quel pensiero che dimenticò il dolore alle natiche che, anche se
poco nobile, lo infastidiva parecchio.
5
Il Capitano Guidi era tornato più volte
nel bosco dove era stato rinvenuto il
corpo dello sventurato studente. Un
giorno era salito fino alla cima della
collina soprastante, chiamata Spigolo
Grosso; poi era sceso, scoprendo che
si poteva arrivare giù, in valle, per un
sentiero poco frequentato che passava
per la contrada Lure.
Riteneva comunque poco probabile
che gli assassini avessero usato quel
sentiero per portare il cadavere nel
bosco. Troppa strada. Il morto pesava
un’ottantina di chili perché, nonostante fosse magro, era piuttosto alto. Secondo lui era dal Passo dello Zovo
che qualcuno era partito in cerca di un
luogo dove abbandonare il corpo. Il
posto scelto non era niente male. Se
non fosse passato quel guardiacaccia,
avrebbero potuto passare dei mesi
prima che venisse trovato. Magari un
giorno un taglialegna sarebbe inciampato in quella mano, ma chissà quando…
Nel corso di quelle uscite sullo Zovo
aveva parlato con tutti quelli che incontrava. Si trattava perlopiù di boscaioli e cacciatori. I primi non erano
chiacchieroni e mentre lui gli rivolgeva delle domande continuavano il loro
lavoro rispondendo a monosillabi. A
un tizio aveva dovuto chiedere di spegnere almeno la motosega perché, in
mezzo al rumore e al fumo puzzolente
della miscela di benzina e olio, non
riusciva a capire nulla. Poi aveva notato che, se prima domandava spiegazioni sul lavoro che stavano facendo, i
taglialegna si dimostravano più propensi a parlare di altri argomenti. A
un vecchio, cappello di feltro in testa
e guanti di tessuto per riparare le mani, aveva chiesto con che criterio sceglieva gli alberi da abbattere, e questi
si era dimostrato contento di spiegargli il suo metodo. Si trattava di tener
conto che, primo: si tagliano gli alberi
più grandi in quanto da questi si ricava più legname; secondo: quelli che
rimangono devono essere preferibilmente diritti; terzo: tutti gli alberi per
crescere bene hanno bisogno del sole,
quindi dal taglio del bosco deve conseguire un beneficio in questo senso
alle piante che rimangono. Quando il
Capitano era poi passato a domande
relative al ritrovamento del cadavere
di cui tutti, anche il vecchio, erano a
conoscenza, questi era stato disponibile a raccontare quanto sapeva e a dare
la sua opinione. Due o tre volte gli era
capitato di vedere da lontano un gruppetto di persone, secondo lui ubriache
o drogate, che girava in cerchio nella
zona dei roccoli. Lui quel giorno si
era attardato nel bosco perché voleva
coprire con un nylon una catasta di
tronchi; il tempo era cupo e il meteo
locale prevedeva nevicate fino a quote
collinari. Senza farsi vedere aveva osservato quei balordi, tutti vestiti di nero, girare attorno ai carpini. La sua idea era che il ragazzo stesse con quella brutta compagnia di drogati, e che
questi l’avessero fatto fuori in seguito
a qualche disaccordo. I drogati uccidono anche per motivi banali, gli aveva detto. Il Capitano aveva annuito.
Nessuno più di lui lo sapeva. Quante
volte aveva constatato che sotto
l’influsso delle droghe venivano
commessi delitti di ogni genere. Ma in
quell’indagine era diverso. C’erano il
gallo sventrato e la spilla. Di questo
però il boscaiolo non sapeva nulla.
Quei dettagli li conoscevano poche
persone cui aveva dato ordine di tacere. Aveva mostrato la spilla solamente
ai coniugi Boldrini per sapere se
l’oggetto fosse appartenuto a Seba-
stiano. I due avevano scrollato la testa
dicendo che non l’avevano mai visto.
Non aveva reso pubblici quei particolari per impedire, per quanto possibile, che la gente delle contrade vicine
si spaventasse e, soprattutto, per il timore che qualcuno cominciasse ad
ammazzare e gettare galli nel bosco
per il solo piacere di intorbidire le indagini in corso.
Il mondo era pieno di idioti, questo
era certo.
I cacciatori invece erano più inclini a
parlare, ma per ottenere le informazioni bisognava adottare una speciale
tattica: prima chiedere se avevano fatto una buona caccia, poi di che razza
era il loro cane e, solo dopo aver ascoltato le prodezze dell’amico a
quattro zampe, si poteva passare ad
altri argomenti.
Un pomeriggio il Capitano aveva incontrato nuovamente il guardiacaccia.
Si erano stretti calorosamente la mano
con quel sentimento di complicità che
nasce fra persone che hanno condiviso
un fatto eccezionale. Quel mattino che
tutti e due ricordavano benissimo, la
neve cadeva ed erano infreddoliti, ognuno aveva visto riflessa sul volto
dell’altro l’espressione del proprio,
come in uno specchio.
Bruno Righi gli aveva chiesto a che
punto erano le indagini. Lui era stato
evasivo, non perché non si fidasse di
quell’uomo, ma proprio perché non
aveva ancora scoperto niente di importante e provava un misto di vergogna e imbarazzo. E i lacci dei bracconieri? Gli aveva domandato per cambiare argomento. No, niente lacci. Del
resto dopo quello che è successo nessuno sarebbe così stupido da metterli,
col rischio di venir scoperto dai carabinieri che ispezionano i boschi in
cerca dell’assassino, troppo rischioso,
gli aveva risposto. Si erano lasciati
dopo aver bevuto un caffè nel bar sul
passo.
Il Capitano Guidi andò per la seconda
volta all’abitazione del ragazzo assassinato. La famiglia viveva in una zona
silenziosa vicina all’ospedale vecchio;
case modeste dipinte di giallo, costruite intorno agli anni quaranta durante il
boom economico e inserite nel progetto della città sociale voluta dal Conte
Gaetano Marzotto, indiscusso benefattore della cittadina. Negli appartamenti, tutti uguali, alloggiavano perlopiù
dipendenti o ex dipendenti della fabbrica di manifattura lane.
La prima volta che si era recato in
quella casa il carabiniere aveva avuto
il tristissimo compito di riferire ai coniugi che il figlio era morto. Si era
fatto accompagnare da uno psicologo
che esercitava presso il locale centro
di igiene mentale, suo amico, pensando che avrebbe potuto risultare utile la
presenza di una persona abituata a
trattare con chi è in stato di forte
stress emotivo. Si era rivelata una
buona idea. Il suo amico aveva usato
delle bellissime parole per cercare di
confortare i genitori, frasi che a lui
non sarebbero mai venute in mente.
Poi aveva somministrato alla madre,
che aveva avuto un breve svenimento,
una ventina di gocce di un calmante e,
di comune accordo col marito, l’aveva
portata con l’auto al vicino ospedale,
dove il medico del pronto soccorso
aveva constatato che le si era alzata di
molto la pressione sanguigna. La signora era una ipotesa ma, in quel
frangente di dolore, i valori pressori
erano schizzati.
Quando era tornato in caserma Lorenzo Guidi si sentiva uno straccio.
Adesso, a distanza di un mese, stava
tornando in quella casa non proprio a
cuor leggero, ma con una discreta
tranquillità. Gli dispiaceva moltissimo
però pensare che, sicuramente, i familiari della vittima gli avrebbero fatto
delle domande a cui, purtroppo, non
sarebbe stato in grado di rispondere.
Gli aprì il padre. Lo guardò al di sopra
degli occhiali, posizionati bassi, quasi
sulla punta del naso.
«Buongiorno Maresciallo Guidi, ci
sono novità?»
Alfredo Boldrini chiamava Lorenzo
Guidi Maresciallo, anziché Capitano.
All’Ufficiale questo errore seccava un
po’, ma ritenne di non dire niente anche perché era probabile che l’uomo
credesse che il grado di Maresciallo
fosse superiore a qualunque altro e
che volesse in quel modo omaggiarlo.
«No, mi dispiace, non ci sono ancora
novità. Sono tornato perché vorrei dare un’altra occhiata alla camera di suo
figlio, ma farò in fretta».
«Non si preoccupi. Entri pure e si
prenda tutto il tempo che le serve. Io
intanto le preparerò un caffè».
«Sua moglie è in casa?»
«No, è ad Asiago da sua sorella. Non
vuole più stare qui… dice che non
sopporta di vedere le cose che appar-
tenevano a Sebastiano. Spero che le
passerà».
«Vive da solo?»
«No, l’altro figlio è rimasto qui. Adesso è a scuola».
L’uomo aveva sospirato prima di aggiungere: «Ogni sera mia moglie ci
chiama e io ogni volta cerco di convincerla a tornare a casa con noi».
«Mi dispiace».
«Anche a me. Inoltre la prossima settimana devo tornare al lavoro. Ho finito tutte le ferie che avevo e lunedì
devo riprendere. Lo sa anche lei, non
si può vivere senza lavorare».
«Già, sono in pochi a poterselo permettere, son cose da ricchi...»
Alfredo Boldrini accompagnò il Capitano nella camera del figlio e lo lasciò
da solo.
Il Capitano si guardò attorno. La stanza era una normale cameretta con una
finestra che dava su un piccolo cortile
ghiaioso. Nessun manifesto alle pareti. Tutto bene in ordine. Guardò con
cura sotto il letto del giovane, nel nascondiglio classico di quell’età, cioè
fra il materasso e la rete, ma non trovò
nulla. Ispezionò bene i cassetti sperando di trovare un diario o delle lettere, ma le uniche cose che trovò furono un pacco di spartiti musicali e un
clarinetto chiuso in una custodia rigida di plastica. Aveva già rovistato in
quella stanza, senza trovare nulla di
interessante, la prima volta che era
stato lì mentre il suo amico psicologo
si occupava dei genitori sotto shock,
ma sperava di trovare qualche utile
indizio per le sue indagini, magari
sfuggitogli. Nella stanza c’erano due
mensole piene di libri, ma nessuno
che parlasse di sette sataniche o di
storie maya.
Vide una grossa conchiglia, probabile
souvenir di una vacanza al mare, e
una di quelle sfere di vetro che capovolte creano l’effetto della neve che
cade. Guardò meglio anche fra gli abiti del ragazzo senza trovare nulla, a
parte due calzini sporchi di terra dimenticati in fondo a un cassetto, assieme alla biancheria pulita. Sorrise
pensando che anche suo figlio ogni
tanto riponeva le cose nel posto sbagliato. Certo, Sebastiano aveva sedici
anni e suo figlio solo otto, ma gli uomini non imparano, così diceva paziente sua moglie. Lasciò le calze sulla sedia accanto al letto e uscì.
Nello stretto corridoio gli giunse il
profumo del caffè. Alfredo Boldrini
aveva messo sul tavolo della cucina
due tazzine color cioccolato che al carabiniere parvero molto natalizie. Si
ricordò che dove era vissuto da bambino, era consuetudine la notte di Natale bere una cioccolata calda dopo
aver assistito alla messa. Le tazzine
gli sembrarono identiche a quelle che
usava la signora che gestiva il bar
parrocchiale accanto alla chiesa. Lorenzo pensò che la famiglia doveva
avere un reddito molto modesto. Non
gli risultava che la signora lavorasse e
col solo stipendio di un semplice impiegato alla Marzotto la famiglia non
poteva certo fare follie. Quasi tutto
quello che vedeva era di seconda mano, roba da centro dell’usato, anche
quelle tazzine. Il caffè comunque era
buonissimo, come piaceva a lui, bollente e nero.
«Ha trovato qualcosa di utile?» chiese
Alfredo Boldrini con una certa ansia
nella voce.
«No, purtroppo. Non sa se suo figlio
tenesse un diario?»
«Non lo so, ma non credo. Non gli
piaceva scrivere. L’unica cosa che gli
interessava davvero era la musica. A
scuola se la cavava, ma considerava lo
studio come una medicina cattiva che
è necessario prendere. A lezione di
musica invece andava volentieri».
«Che lei sappia in quell’ambiente aveva degli amici?»
«Sì, un coetaneo che studia percussioni, la batteria insomma».
«Si ricorda come si chiama?»
«Mi pare Andrea, però non ricordo il
cognome».
«Mi informerò alla segreteria della
scuola».
«Ha parlato con i compagni di classe
dell’Istituto Tecnico?»
«Sì, l’ho fatto subito, anche perché era
l’ultimo posto dove è stato visto».
«Che ha saputo?»
«Che era un ragazzo tranquillo, amico
di tutti e di nessuno e che amava stare
per conto suo».
«È vero, Sebastiano era così, un poco
tiepido con le persone».
Il carabiniere notò che pronunciando
il nome del figlio gli occhi del signor
Boldrini si erano fatti lucidi.
«Adesso devo proprio andare, grazie
per il caffè».
«Torni, se ha bisogno ancora».
L’uomo accompagnò il Capitano verso l’uscita.
«C’è una cosa che le vorrei chiedere...» Alfredo esitò.
«Dica pure».
«Non mi è facile domandarlo, ma volevo sapere se è stato trovato il cuore
di mio figlio».
«No, il terreno è stato ispezionato ma
il cuore non c’era. A volte in questi
omicidi rituali l’organo strappato viene conservato. Sono addolorato di dirle queste cose. Adesso devo andare.
Spero che sua moglie torni presto».
«Lo spero anch’io. Buongiorno, e
grazie per quello che sta facendo».
Il portoncino si chiuse con un colpo
secco alle spalle di Lorenzo Guidi.
6
Giulio stava esaminando la tavoletta
appena comperata. Finalmente il prezioso manufatto era suo! Carlos se
n’era appena andato soddisfatto, con
in tasca il gruzzoletto di denaro che
gli aveva dato. Questa volta aveva accettato l’euro con tranquillità, anzi era
stato quasi più contento della volta
precedente quando Giulio l’aveva pagato con dollari americani. Aveva
contato tre volte il denaro, facendo
scivolare le banconote sul tavolino di
vetro davanti al televisore. Era rimasto incerto solo con la banconota da
duecento euro. Una banconota gialla?
Non l’ho mai vista prima! Aveva det-
to. Poi l’aveva guardata contro la luce
della lampadina e si era tranquillizzato vedendo i numeri rifrangenti, così li
aveva chiamati.
Anche Giulio era contento. Aveva
speso una bella somma ma era convinto che ne fosse valsa la pena. Prese
ad esaminare le file di glifi. La lettura,
dall’alto in basso, non era per nulla
semplice. Il problema principale,
quello che dovevano affrontare sempre i decifratori della scrittura maya,
era che ogni parola poteva essere
scritta in modi diversi senza che questo ne alterasse il significato. A volte
era usato il sistema fonetico, altre
quello pittografico, e altre ancora
l’autore poteva aver deciso di usare un
linguaggio misto. Questa scelta ricordava molto da vicino i rebus, dove un
elemento pittografico poteva sostituire
una sillaba. Un bel rompicapo.
Anche questa pietra narrava del viaggio di un uomo, ma c’erano anche dei
riferimenti a un serpente piumato che
volava in cielo, certamente si trattava
di Quetzalcoatl.
La storia di quel sovrano tolteco
l’aveva sempre affascinato. In realtà il
re si chiamava Ce-Acati che significava Uno-Canna, dal nome dell’anno
di nascita, cambiatogli quando divenne re alla morte del padre. Quetzalcoatl era un uomo pio e giusto, ma di
grande bruttezza. Di animo compassionevole, aveva tentato di abolire i
sacrifici umani per sostituirli con offerte di incenso, fiori, farfalle e pane
di mais, ma in questo modo si fece
numerosi nemici, soprattutto fra i crudeli capi guerrieri. Questi cercarono in
tutte le occasioni di far cadere in peccato il loro re che, se fosse diventato
impuro, avrebbe potuto essere destituito in quanto indegno. Un giorno gli
offrirono uno specchio e il re, colpito
dalla propria bruttezza, accettò di bere
una bevanda alcoolica per scacciare la
sgradevole impressione. Continuò a
bere fino a quando, ubriaco, scordò
ogni dignità e sprofondò in una triste
dissolutezza. Il giorno successivo,
gravato dalla vergogna, lasciò il regno
dirigendosi verso est, lungo la strada
di Tlapollan. Il racconto delle vicende
di questo sfortunato re continuava dicendo che prima di andarsene Quetzalcoatl avrebbe promesso di ritornare per restaurare un regno tolteco giusto e non violento. Un’altra leggenda
riferiva che il cuore del re avrebbe
raggiunto il pianeta Venere, la luminosa stella del mattino, nell’anno
Uno-Canna. Queste predizioni del ritorno avrebbero non poco aiutato Cortez nella sua conquista del continente
sudamericano. Quando l’azteco Montezuma lo vide, immaginò che la vecchia profezia si traducesse in realtà.
Tutto concordava, lo straniero portava
la barba come Quetzalcoatl, giungeva
da est ed era arrivato nell’anno UnoCanna. Così, anziché cercare di fermarlo, Montezuma si affrettò a fargli
delle offerte. Fra questi doni c’era la
sontuosa acconciatura di piume di uccello, il quetzal, che stando alla tradizione era appartenuta al re stesso.
Cosa c’entrasse quanto scritto sulle
pietre incise che aveva comperato con
la storia del re tolteco e con quanto
raffigurato sulla lastra di Palenque
l’archeologo ancora non lo sapeva, ma
ci ragionava di continuo, tanto da perderci il sonno.
Giulio non era andato in Messico come aveva programmato. Alla fine aveva preferito rimanere in Belize e si
era fatto rimborsare il biglietto aereo.
Gli era parso poco sicuro muoversi
portandosi dietro quel manufatto, e
non voleva rischiare di essere pizzicato in aeroporto.
Aveva passato i giorni prima del rientro studiando e bighellonando per le
strade la sera, quando il caldo diminuiva.
Mancava un giorno al rientro in Italia.
Giulio aveva deciso di mettere la tavoletta nella valigia che avrebbe im-
barcato. Sicuramente sarebbe stato in
ansia fino a quando, a Venezia, non
avesse visto uscire il suo bagaglio dal
nastro trasportatore, ma sarebbe stato
uno stress minore rispetto a quello che
avrebbe provato se l’avesse tenuta nel
bagaglio a mano, col rischio di
un’ispezione e di un sequestro; senza
contare che rischiava una condanna
per aver cercato di trafugare un reperto antico. L’eventualità che la valigia
venisse smarrita era piuttosto remota e
con questo pensiero cercava di tranquillizzarsi.
S’era posto, a volte, il problema che
tutti gli archeologi prima o poi devono
affrontare, cioè se fosse sbagliato
comperare oggetti antichi e poi portarseli a casa. Da un punto di vista legale non c’era dubbio che trafugare
reperti archeologici fosse un illecito,
ma la sua coscienza era di tutt’altro
avviso. In Belize, nessuno si sarebbe
mai reso conto del pregio di quella
piccola lastra. Se l’avesse consegnata
a qualche museo probabilmente il direttore l’avrebbe venduta invece di
esporla e, nell’ipotesi che invece fosse
arrivata nelle bacheche in bella vista,
chi ne avrebbe capito il valore? A vederla sarebbero stati solo pochi turisti
distratti. Con lui, invece, il reperto era
al sicuro, non in terra maya ma al sicuro. Una volta che avesse decifrato
completamente i glifi e chiarito quello
che a lui sembrava un mistero, avrebbe potuto anche cederla ai musei di
quel paese.
Il volo era partito in perfetto orario.
Splendeva il sole e in cielo galleggiavano delle nuvole bianche. Giulio aveva un leggero mal di testa dovuto
alla tensione e al cibo piccante mangiato la sera precedente. Chiese alla
hostess un antidolorifico e la ragazza
gli portò dell’aspirina e un bicchiere
d’acqua. Avrebbe preferito qualcosa
che non gli bruciasse lo stomaco. Ora
aveva un problema: tenere il mal di
testa o prendere l’aspirina col rischio
però che gli venisse il mal di stomaco? Dopo alcuni minuti, durante i
quali aveva osservato la bianca compressa nel blister, decise di tenersi il
mal di testa. Avvolse l’aspirina in un
fazzolettino di carta e la mise nel taschino della giacca, pensando che avrebbe sempre potuto prenderla più
tardi, nel caso il dolore non fosse cessato. Bevve invece un sorso d’acqua e
cercò di dormire.
Lo svegliò la hostess col vassoio del
pranzo. Aprì i vari contenitori di plastica e mangiò la macedonia di frutta
e il dolce. Il mal di testa gli era quasi
scomparso. Tirò fuori un block notes
e a memoria cominciò a segnarsi
quanto già aveva decifrato della seconda tavoletta. Prima però scrisse sul
foglio a quadretti quanto ricordava
della tavoletta che teneva a casa sua e
che ora chiamava “la prima”.
I glifi narravano di un uomo che aveva compiuto un viaggio in un luogo
lontano. Sembrava che l’uomo fosse
stato costretto a fare quel viaggio. Lui
non sarebbe voluto partire ma aveva
dovuto farlo, per qualche motivo non
chiarito. Era entrato in uno strano oggetto di luccicante metallo dove gli
era parso di soffocare; allora qualcuno
gli aveva infilato qualcosa nel naso, e
poi si era sentito meglio. Questo era,
più o meno, quanto scritto nella “prima”. L’incisione del secondo manufatto, quello che stava nella stiva
dell’aereo assieme alla sua biancheria,
parlava di quanto visto nel luogo
dov’era arrivato: una città bianca avvolta in una luce azzurra. Non c’era il
sole, ma quella luce che rischiarava
tutto. L’uomo sembrava essere già
stato lì, molto tempo prima, e qualcuno lo stava aspettando. Poi c’era
l’incontro con una persona anziana.
Giulio non ne era certo, ma pareva si
trattasse di un parente dell’uomo, forse il padre. Probabilmente era andato,
anzi tornato, per vedere il padre. La
piccola pietra riportava anche altre i-
scrizioni che riguardavano il re Quetzalcoatl, a cui aveva dato solamente
un’occhiata e che avrebbe esaminato
una volta a casa.
Chiuse il block notes e dormì di nuovo. Si svegliò che l’aereo stava atterrando a Venezia.
Ogni volta che era in zona, il guardiacaccia rifaceva il percorso fino al luogo dove aveva trovato il corpo dello
studente. Qualcosa lo attirava in quel
bosco. Quasi sempre si chinava a toccare le foglie in mezzo alle quali era
stato nascosto il cadavere. Una volta
aveva accarezzato il suolo nel punto
dove aveva visto la mano indicare il
cielo.
Non riusciva a scordare la sensazione
di sbigottimento che aveva provato
quando aveva compreso che quello
che vedeva non era il braccio di un
manichino.
Una mattina gelida di fine gennaio incontrò lungo il sentiero che scendeva
alla contrada Lure, Silvio, l’uomo che
gli aveva segnalato la presenza delle
trappole per i caprioli, i famigerati
lacci d’acciaio.
Lo vide da lontano, chino, mentre si
allacciava uno scarpone. Non l’aveva
più visto né sentito dopo la telefonata
di dicembre. Lo chiamò a voce alta.
L’uomo parve spaventato, tanto che
inciampò.
«Ah, è lei» disse, appena Bruno gli fu
vicino.
«Da quando mi dai del lei?»
«Scusa, ero sovrappensiero».
«Ti ho spaventato?»
«No, figurati, è che non ti avevo sentito arrivare. Come mai da queste parti?»
«È una domanda che dovrei farti io,
non credi?»
«Hai ragione, tu ci vieni per lavoro…
Io invece devo perdere peso e il medico mi ha consigliato di muovermi, così faccio qualche passeggiata nei boschi. Non mi va di respirare i gas di
scarico delle automobili, camminando
lungo le strade» spiegò.
Il guardiacaccia vide per terra, accanto a Silvio, un fazzoletto di carta.
«Butti anche tu in giro i fazzoletti?»
chiese con tono aggressivo.
«No, deve essermi caduto quando mi
sono allacciato le scarpe» si giustificò,
raccogliendolo. Poi continuò: «Ho
sentito che è qui che è stato trovato il
ragazzo morto».
«Sì, l’ho scoperto io per caso. Ero venuto dopo la tua segnalazione e ho visto una mano uscire tra le foglie».
«Deve essere stato terribile».
«Sì, ci penso ancora».
Poi Bruno cambiò discorso.
«Allora adesso solo passeggiate nei
boschi…».
«Infatti, beh adesso devo andare, buon
lavoro».
«Ah, i lacci poi non c’erano...».
«Magari li hanno lasciati qualche
giorno e poi, dopo il casino del morto,
hanno tolto tutto».
«Deve essere stato così. Ci vediamo».
Il tizio diede le spalle al guardiacaccia
e nel giro di pochi minuti scomparve
dietro un crinale sassoso.
Bruno stava per andarsene quando vide, nella debole luce di quella giornata invernale, qualcosa luccicare per
terra. Pensò si trattasse di un pezzetto
di carta stagnola, di quelle usate per
incartare il cioccolato. Le sue tasche
erano spesso costellate di minuscoli
frammenti color argento, in quanto
sua moglie aveva il pensiero gentile di
fargli scivolare nel giubbotto qualche
deliziosa tavoletta di cioccolato.
Aveva già fatto una decina di passi
quando decise di tornare indietro a
controllare. Toccò la terra e raccolse
qualcosa con la punta delle dita. Non
si trattava di carta stagnola, ma di un
piccolo oggetto metallico. Lo pose nel
palmo della mano per osservarlo meglio: era un cosino rotondo con al centro una pietra color verde bottiglia. La
parte luccicante doveva essere
d’argento, in quanto alla pietra non se
ne intendeva, ma gli ricordava quella
che aveva sua moglie in un bracciale
comperato da un venditore indiano al
mercato settimanale. La pietra aveva
una forma simile alla testa di un gatto.
Il guardiacaccia avrebbe voluto chiamare quel tale, Silvio, per chiedergli
se fosse roba sua; l’oggetto poteva essergli caduto assieme al fazzoletto di
carta. Si guardò attorno, ma l’uomo
era già scomparso. Allora mise
l’oggetto in una bustina di plastica che
teneva sempre con sé e che in quel
momento conteneva due bottoni da
camicia.
Quando si incamminò non vide che,
accovacciato dietro a un bianco masso
ricoperto da miriadi di nummuliti,
qualcuno lo stava osservando.
FINE ANTEPRIMA...
CONTINUA