una donna misteriosa

Transcript

una donna misteriosa
Lesley Lokko
Una donna misteriosa
Traduzione di Roberta Scarabelli
Lokko_Una donna misteriosa.indd 3
14/03/13 19.02
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni
dell’autrice e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi
analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.
ISBN 978-88-04-62847-7
Copyright © Lesley Lokko 2012
First published by Orion Books Ltd, London
© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Titolo dell’opera originale
An Absolute Deception
I edizione aprile 2013
Lokko_Una donna misteriosa.indd 4
14/03/13 19.02
Una donna misteriosa
A Tash. Mi manchi, ragazza
Lokko_Una donna misteriosa.indd 5
14/03/13 19.02
Lokko_Una donna misteriosa.indd 6
14/03/13 19.02
Gli inganni richiedono sempre segretezza, ma non sempre
la segretezza ha come scopo l’inganno.
Sissela Bok, filosofa svedese
Lokko_Una donna misteriosa.indd 7
14/03/13 19.02
Prima parte
Lokko_Una donna misteriosa.indd 11
14/03/13 19.02
Lokko_Una donna misteriosa.indd 12
14/03/13 19.02
Prologo
Pointe Milou, Saint Barts, Antille francesi, 2006
Viste da una certa distanza, con gli ampi abiti neri sgualciti
attorno ai fianchi, le donne del posto avevano il profilo di
trampolieri che zampettavano su e giù sulla sabbia bagnata,
scalciando nella spuma delle onde che con regolarità si adagiavano sulla battigia. Raccoglievano conchiglie di un rosa
perlaceo per infilare le collane che, ogni tanto, i forestieri delle
ville sull’isola compravano. In alto rispetto a loro, inosservata,
una donna dai capelli argentei, con un portamento aggraziato
da ballerina, scendeva con passo incerto lungo il sentiero che
conduceva all’oceano, le braccia allargate in un gesto infantile
per mantenere l’equilibrio, come se si accingesse a prendere il
volo. Il lungo strascico bianco del suo caftano in cotone leggero
svolazzava. Qualche ciocca di capelli le cadde sul viso.
La donna si fermò per un istante e si voltò per guardare la
collina alle sue spalle. Erano quasi le sette del mattino e il sole
era sorto da un’ora. Lassù, appollaiati sull’altura che dominava la baia rivolta verso le isole arrotondate color smeraldo di
Frégate e Toc Vers, i suoi ospiti cominciavano probabilmente
a svegliarsi. In cucina Hélène, ignara di tutto ciò che era successo durante la notte, doveva avere già iniziato a preparare la
sontuosa colazione a buffet per cui era rinomata Sheherazade,
la sua villa a Saint Barts. Un invito a trascorrere il Natale o ad
accogliere il nuovo anno con Anneliese Zander de Saint Phalle
era un evento da non perdere. In oltre trent’anni, da quando
13
Lokko_Una donna misteriosa.indd 13
14/03/13 19.02
aveva comprato Sheherazade, non si era persa un solo inverno,
nemmeno uno. Fino a quel momento. Chiuse per un attimo gli
occhi, poi riprese a camminare con passo deciso.
Quando raggiunse la fine del sentiero, i suoi piedi affondarono nella sabbia soffice. Alzò una mano per ripararsi gli occhi e
guardò oltre la distesa scintillante dell’oceano. L’aria era calda
e mite, non ancora afosa. A Londra, nell’imponente palazzo di
St John’s Wood in cui abitava da quasi quarant’anni, doveva
essere un altro umido giorno invernale. Riusciva quasi a vedere
la signora Betts, la governante, mentre si aggirava nel vasto
open space al primo piano, dove lei riceveva gli ospiti e gli
amici, per accendere le lampade, sistemare i cuscini, controllare
la collezione di orchidee belle e rare nelle fioriere d’argento che
le aveva regalato Callan in occasione di un suo compleanno.
Una giornata d’inverno uguale a tutte le altre. E invece quella
era completamente diversa.
Calciò via i sandali, lasciando affondare le piante nude dei
piedi nella sabbia pallida e serica. Quelle calzature: facevano
parte della sua collezione primavera-estate 2005, basse, con un
sottilissimo tacco di legno e una semplice tomaia a T in pelle che
spariva nella suola. Abbassò lo sguardo sull’etichetta. “AdSP.”
“Anneliese de Saint Phalle.” Una striscetta di lino color cioccolato
con una scritta bianca. Un carattere grafico molto lineare, tranne
la “d”, che era in un corsivo graziato. Un dettaglio elegante, pensato da Bruno nel 1967, l’anno in cui avevano lanciato insieme il
loro marchio. Era un omaggio all’infallibile senso dello stile del
suo socio, e non lo avevano mai cambiato. AdSP. Era il marchio
di fabbrica di Anneliese, la sua firma, il suo segno distintivo.
Ogni tanto modificava i colori – grigio su bianco, blu navy su
verde acido, prugna su beige – però mai la grafica di base. Non
ce n’era bisogno. “Parti con i dettagli giusti e il resto verrà da
sé.” Non si ricordava più dove l’aveva sentito dire la prima
volta, ma aveva seguito con successo quella semplice filosofia
in quasi tutto ciò che aveva fatto. Le aveva fruttato schiere di
ammiratrici eleganti, donne estremamente sicure di sé, ricche
e indipendenti, che seguivano il suo lavoro con la devozione
delle fan scalmanate. La sua clientela.
Ogni anno, in occasione delle nuove collezioni, il suo showroom
di Londra era prenotato con mesi di anticipo. Le presentazioni
14
Lokko_Una donna misteriosa.indd 14
14/03/13 19.02
private, fissate quasi un anno prima, erano ambite come i suoi
inviti a Saint Barts. E la sua nuova linea, A2, l’incursione tanto
attesa nel mercato di massa, aveva avuto più successo di quanto
tutti si aspettassero. Per un fuggevole istante, sulla sua bocca
apparve un sorriso.
Arrivò in riva all’oceano. L’acqua si increspava e sciabordava intorno alle dita nude dei piedi, attirandola con il suo
indolente umidore. Nonostante la fitta di dolore che le serrava
il cuore, Anneliese si voltò per guardare la costa bordata di
verde, immersa in tanta bellezza: le magnifiche e gigantesche
palme “Cocco di Mare” che ondeggiavano gentilmente; il cielo
azzurro scintillante, ancora segnato dalla notte; il bianco squarcio
orizzontale di cemento che era il tetto di Sheherazade, annidata
con discrezione tra gli alberi. Impossibile pensare che, appena
qualche ora prima, lei era seduta alla toeletta a spazzolarsi il bel
caschetto di capelli color argento – un altro tratto caratteristico
al pari dei vestiti eleganti e poco appariscenti –, preparandosi
all’ennesimo cenone di Capodanno, dal sicuro successo, nella
sua villa sull’isola.
L’acqua le arrivava ormai alle ginocchia. Abbassò lo sguardo
e vide il tessuto del suo caftano fluttuarle intorno in grandi
mulinelli a spirale. La sabbia era morbida e pulita, impalpabile come l’acqua, come l’aria. Avanzò ancora, fino al petto,
poi si immerse. Si lasciò andare in quella pallida trasparenza
turchese, che non richiedeva sforzi, non opponeva resistenza.
Galleggiò, rivolgendo al cielo gli occhi pieni della luce del sole
danzante. Un mare iridescente. In fondo alla spiaggia, lontano
dall’immacolata striscia di sabbia bianca riservata ai facoltosi
turisti che svernavano lì, le donne del posto raccoglievano le
ultime conchiglie prima di riprendere il sentiero che portava al
piccolo villaggio dove viveva la maggior parte di loro. Erano
le lavoranti dell’isola: le domestiche e le cuoche che, insieme
ai giardinieri e agli autisti, avevano il compito di assicurare la
perfetta gestione delle ville in cui amavano rifugiarsi le persone
ricche e famose come lei.
Anneliese avvertiva gli strattoni forti e insistenti della corrente vorticare sotto la superficie. Nel giro di qualche minuto lei
avrebbe superato il primo banco di sabbia, oltre il quale l’acqua
scorreva blu e profonda. Al di là dell’affioramento roccioso che
15
Lokko_Una donna misteriosa.indd 15
14/03/13 19.02
segnava l’estremità del promontorio, l’oceano diventava scuro.
Qualcosa si impadronì di Anneliese, una forza liquida improvvisa che catturò l’orlo del caftano trascinandola verso il basso.
Non si dibatté; si lasciò andare e fu sommersa, mentre l’acqua le
riempiva gli occhi e il naso, le scorreva sulle orecchie. Qualche
secondo, poi fu sospinta verso l’alto, libera. Inspirò una boccata
d’aria, ma, prima di riuscire a buttarla fuori tutta, la corrente
la riafferrò. Giù, giù... una spinta laterale... ancora su e poi,
altrettanto rapidamente, giù di nuovo. Una mano gigantesca
che spingeva e tirava, strattonava e avvolgeva, sbatacchiandola
avanti e indietro come un giocattolo... una bambola di pezza nel
suo bianco vestito fradicio. Per un attimo riemerse ondeggiando
in superficie, poi la corrente la afferrò di nuovo, questa volta
con maggiore violenza. Colse un ultimo lampo dell’isola e del
suo folto scenario di alberi lussureggianti prima che l’acqua si
chiudesse sopra di lei. Successe tutto così in fretta che non ebbe
quasi il tempo di pensare. Ormai non era più possibile cambiare
idea. Per la seconda volta in vita sua, era troppo tardi. Le parole
riaffiorarono nella sua mente attraverso le nebbie del tempo e
della memoria. Ondeku lyuulukwa. “Mi mancherai.” La lingua
che non aveva mai dimenticato.
16
Lokko_Una donna misteriosa.indd 16
14/03/13 19.02
1
HANNELORE
Bodenhausen, Okahau, Africa del Sud-Ovest, 1948
«Hannelore! Hannelore!» Il grido fu ripetuto dai figli dei domestici, vestiti di stracci e dalla pancia gonfia che vivevano nella
fila di baracche al margine della fattoria, vicino alla pozza artificiale dove a volte gli animali andavano ad abbeverarsi. Sulle
loro labbra il nome prendeva un’altra consonante: “Hannahlorah! Hannah-lorah!”. Sembrava che la stessero canzonando.
“Hannah-lorah! Hannah-lorah!” Hannelore si tappò le orecchie
con le mani per non sentire. Era Ella, la sua bambinaia, che la
chiamava. «Hannelore! Vieni! Insomma... dove sei? La mamma
ti sta cercando.»
“No, non è vero” pensò Hannelore ribellandosi. “Sei tu che
mi stai cercando.” Si sdraiò sulla terra liscia e si mise a fissare il
soffitto. Le piaceva il disegno a ragnatela che formavano le travi
aprendosi a ventaglio dal centro a punta. Cominciò a contarle.
Una, due, tre, quattro...
«Hannelore! Cosa fai lì?» La porta di legno si spalancò di
scatto. Ella era in piedi sulla soglia, il corpo formoso e morbido
che si stagliava in controluce. Teneva le mani sui fianchi mentre
osservava la piccola che le era stata affidata. «Sei davvero una
bambina cattiva... Ti sarai sporcata il vestito e adesso tua mamma
si arrabbierà con me. Perché fai così?»
«Perché fai così! Perché fai così!» Fuori dalla porta, i bambini
ripresero allegramente il rimbrotto. Loro non parlavano quella
lingua, ma ripetevano semplicemente il suono delle parole,
17
Lokko_Una donna misteriosa.indd 17
14/03/13 19.02
facendolo rotolare in bocca senza capirne il significato. Fra di
loro e con Hannelore parlavano in oshiwambo, l’idioma locale,
che Ella non conosceva. Lei parlava solo afrikaans, che Hildebrand, la madre di Hannelore, detestava. “Das ist keine Sprache”
diceva sempre, e la sua bella bocca dipinta di rosso si incurvava
sdegnosa verso il basso. “Quella non è una lingua. È un morbo.” La usava di malavoglia con Ella – non aveva scelta –, ma
in famiglia, fra loro tre, parlavano solo Hochdeutsch, il tedesco
nobile. La lingua di Schiller e di Heine, non quel tedesco platte,
imbastardito e dal suono volgare dei loro vicini. Su quel punto
entrambi i genitori di Hannelore si trovavano d’accordo. Non ci
sarebbero stati cedimenti, nessun ammorbidimento delle regole.
Bisognava conservare un certo livello, soprattutto in quell’angolo d’Africa sperduto e dimenticato da Dio che, almeno per
Ludwig von Riedesal, sarebbe stato per sempre tedesco. Non
sudafricano, assolutamente no, qualunque cosa avesse deciso
la Società delle Nazioni tanti anni prima. Avere perso la Prima
guerra mondiale era già stato un boccone abbastanza amaro,
aver dovuto rinunciare anche alle preziose colonie africane era
stato quasi insopportabile. Non appena la Società delle Nazioni
aveva dichiarato la fine del dominio tedesco, quei bastardi del
Sud si erano riversati in massa, portando con sé la loro terribile
lingua, l’afrikaans, che avevano imposto ovunque. Be’, diceva
decisa Hildebrand von Riedesal, i sudafricani potevano fare
quello che volevano con i cartelli stradali, ma non avrebbero
avuto certo il diritto di imporle la lingua con cui parlare a casa
propria, nella sua fattoria, sulla sua terra. Una lingua, cominciava
già a capire a cinque anni la piccola Hannelore, era più che un
semplice insieme di suoni.
D’un tratto fu sollevata bruscamente in piedi. In effetti aveva
il vestito decisamente sporco: sulla schiena era striato di terra
rossa fino all’orlo. La mano di Ella calò su di lei per scuotere
via la polvere, senza risparmiare, mentre lo faceva, le gambe
nude e il sedere di Hannelore. Gli altri bambini, sulla soglia a
occhi sgranati, la guardavano ridendo. Con le guance in fiamme, Hannelore fu trascinata fuori e su per il pendio erboso che
portava al retro della casa padronale. Detestava fare figure del
genere, specialmente di fronte a loro.
18
Lokko_Una donna misteriosa.indd 18
14/03/13 19.02
Più tardi, quello stesso pomeriggio, quando il sole in giardino
aveva bruciato l’erba già secca fino a farla diventare friabile,
Hannelore si sedette in bagno in una pozza di tiepida acqua
marrone a osservare le mosche che ronzavano verso la morte
contro i vetri della finestra. La casa era immersa nel silenzio.
Da qualche parte giungeva il debole suono del piano, catturato
dalla brezza. Era sua madre che, come tutti i pomeriggi di ogni
giorno dell’anno, eseguiva qualche brano. Mozart, Bach e, il
preferito del padre di Hannelore, Beethoven. Tedeschi, per lo
più, con l’aggiunta occasionale di qualche austriaco. In effetti,
come piaceva sottolineare a Ludwig, gli austriaci in realtà erano
tedeschi. Un paio di volte all’anno, quando arrivavano ospiti
alla fattoria e le stanze venivano abbellite da lunghe candele che
lasciavano colare sul pavimento spessi nastri cremosi di cera, lei
suonava per gli altri, seduta in quel suo modo maestosamente
eretto, le dita che scivolavano sicure sui tasti. Quelle erano
serate da ricordare e conservare nella memoria. Tutta la casa
veniva pulita da cima a fondo, dentro e fuori: spazzata, lucidata, spolverata e poi di nuovo spazzata. Si bollivano le lenzuola
per poi stenderle fuori ad asciugare, dove sventolavano agitate
dal vento; la cucina e la sala da pranzo erano impregnate del
profumo delle pagnotte di Schwarzbrot appena sfornato. Se era
estate e si avvicinava il Natale, si aggiungevano anche piatti di
biscotti di pan di zenzero e tortine rotonde che si scioglievano
in bocca. Il Natale a Okahau era molto diverso da quelli a casa
di cui aveva sentito parlare i suoi genitori.
Casa. Hannelore si interrogava spesso su quella parola. Sembrava che “casa” non fosse dove stavano loro, bensì in qualche
mitico, magico posto al di là del mare, oltre il vasto continente
dell’Africa, oltre i deserti, le giungle, i fiumi. Da qualche parte nella Foresta Nera, vicino alla città di Lörrach nel Baden-­
Württemberg, si trovava la dimora atavica dei Riedesal zu
Lörrach, per usare il loro nome aristocratico completo. Hannelore
l’aveva vista solo in fotografia. Circa un anno prima, sua madre
era partita dalla fattoria per andare in nave in Europa a partorire
il fratellino che Hannelore aspettava da mesi. Se n’era andata
con il papà un giovedì pomeriggio, lasciando la figlia in lacrime
insieme a Ella. I suoi genitori avrebbero impiegato quasi un
intero giorno per raggiungere in macchina Swakopmund, sulla
19
Lokko_Una donna misteriosa.indd 19
14/03/13 19.02
costa, da dove partivano le navi per il Vecchio Continente. Due
settimane di navigazione intorno alla protuberanza dell’Africa
occidentale, poi su a nord verso le Canarie, il Portogallo, la
Spagna, la Francia, costeggiando il canale della Manica fino
ad Amburgo. Hannelore e il papà avevano tracciato insieme la
rotta sul grande mappamondo della biblioteca. Da Amburgo
sarebbe iniziato il lungo viaggio in treno attraverso la Germania
fino a Lörrach. Dopo la nascita del bambino, la mamma avrebbe
aspettato altri due mesi prima di affrontare il viaggio a ritroso
per tornare a Okahau.
Non appena se n’era andata, Hannelore aveva iniziato il conto
alla rovescia dei giorni che mancavano alla partenza in nave,
dei giorni di viaggio e di quelli che dovevano trascorrere prima
del suo ritorno, con una gioia nervosa che a volte la faceva stare
male. Era tutto pronto per accogliere il fratellino da cui sembrava dipendere la felicità del papà. Hannelore era troppo piccola
per capire perché un figlio maschio fosse così importante, ma
qualunque cosa rendesse felice il papà, rendeva felice anche lei.
Ma il ritorno della mamma non era stato come lei aveva
immaginato. Era arrivata da sola. Il bambino era morto, nelle
prime ore di una di quelle notti nere come l’inchiostro al largo
delle coste del Senegal, dove il vento cala fino a diventare un
sussurro e le stelle sono così luminose che si sarebbe potuto
leggere un libro grazie al loro chiarore... o almeno così Hannelore aveva sentito dire alla mamma, un giorno, mentre parlava
con suo padre. Di punto in bianco se n’era uscita con quella
frase: “Die Sterne... so hell, Ludi, so hell. Du kannst es dir gar nicht
vorstellen. Nie. Warum sind Sie so hell?”. “Perché le stelle sono
così luminose?” Una strana domanda. La mamma faceva spesso
domande del genere, si rendeva conto Hannelore, domande
che non richiedevano una risposta. Il papà si limitava ad accarezzarle i capelli o la mano, prima di uscire dalla stanza. Non
chiamavano mai il bambino con il nome che avevano scelto
tutti insieme prima che la mamma partisse. Sebastian Christian
von Riedesal zu Lörrach. Era semplicemente “lui”. “Lui è morto.” “Lui piangeva.” Lui. Lui. Lui. Sebastian Christian. Come
i bambini della fattoria, anche lei si faceva rotolare in bocca le
parole con amore, come fossero biglie. Ma solo fra sé, mai con
la mamma. E di sicuro mai con il papà.
20
Lokko_Una donna misteriosa.indd 20
14/03/13 19.02
Bodenhausen era la loro vasta e immensa fattoria, che si
estendeva dalla cima delle basse colline da un lato dell’orizzonte fino alle colline dall’altro. Pioveva forse un paio di volte
all’anno, temporali che arrivavano dal nulla: lingue argentee e
saettanti di lampi seguiti da un tuonare basso e minaccioso che
precedeva la pioggia. C’era un’unica strada che portava alla
fattoria, una cicatrice rossastra nel paesaggio che diventava di
un nero uniforme appena prima del bivio per quella successiva,
a una ventina di chilometri di distanza. Il governo l’aveva fatta
asfaltare, anche se nessuno sapeva bene perché. La terra era
immobile e silenziosa; gli animali la abitavano come se fossero
dentro una casa. Non sapevi mai quando una piccola tana sotterranea si sarebbe aperta davanti a te per lasciar sgusciare fuori
una di quelle lente e velenose vipere delle rocce che strisciavano
sull’erba quasi fosse acqua. Né quando uno spasmo nell’erba
dell’elefante rivelava la presenza di un’antilope. O di un cudù,
una cervicapra, un impala, una gazzella. Hannelore conosceva
il nome di tutti i mammiferi, gli insetti, i rettili e gli uccelli che
si trovavano in quel luogo, grazie agli insegnamenti del papà.
Il grande mondo all’aria aperta era il suo regno.
Gli edifici colonici erano ben divisi in una serie di zone dove
abitavano le varie persone che lavoravano nella fattoria. Prima
di tutto, ovviamente, c’era la bella villa padronale, riservata alla
famiglia. Costruita con una pietra chiara estratta da una cava
sulla collina, aveva una larga veranda che correva lungo tutta
la facciata nord e proteggeva le stanze dal cocente sole africano.
Un progetto ingegnoso copiato dagli inglesi, le aveva spiegato
il papà. Le aveva mostrato come il sole si muovesse intorno
alla Terra nelle diverse stagioni, e come ciò che adesso era in
ombra lì – indicando con un dito il punto sul mappamondo
dove si trovavano loro – sarebbe stato in pieno sole in un’altra
stagione. Lei annuiva energicamente, anche se non riusciva a
capire bene come ciò potesse accadere. La casa aveva due ali:
una riservata alla famiglia, l’altra agli ospiti. Non che ne avessero molti, beninteso: l’Africa del Sud-Ovest era lontanissima
da tutti i loro cari.
Malgrado ciò, la mamma teneva tutta la casa immacolata. Oltre
a Ella, che poteva entrarci solo durante il giorno, c’erano Helga
che lavava i pavimenti due volte alla settimana, Gertrude che
21
Lokko_Una donna misteriosa.indd 21
14/03/13 19.02
cucinava quasi tutti i piatti, Nadine che la aiutava a preparare i
cibi e rigovernava, e Bettina che faceva il bucato. Avevano tutte
un nome tedesco, quello che la mamma aveva assegnato loro.
Avevano però anche altri nomi, nella loro lingua, che significavano cose come “Dio ha fatto un buon lavoro”, oppure “Nata
con la luna crescente” o persino “Colei che porterà la pioggia”.
A Hannelore quei nomi piacevano molto più di quelli tedeschi.
La casa era sempre piena di gente, almeno durante il giorno.
C’erano più servitori che padroni, aveva sentito dire a Ella una
volta, e non stava scherzando. Le cinque domestiche erano tutte
quante mulatte. Vivevano insieme ai parenti in una schiera di
casette bianche poco distanti dalla villa, nascoste alla vista da
una fila di magnifici eucalipti che sussurravano dolcemente al
vento.
Ancora più lontano, in un profondo avvallamento nel paesaggio e invisibili dalla villa, c’era un gruppo di piccole capanne
fatte di un impasto di letame e mattoni dove abitavano i lavoranti di colore della fattoria. Hannelore non conosceva i nomi di
tutti. Peter, Toivo, Samuel, Muyanga... Montavano i cavalli delle
scuderie dietro la fattoria e, ogni tanto, guidavano il camion di
suo padre. Le loro mogli erano donne timide dalla pelle scura,
che le sorridevano distrattamente quando le incontrava. Erano
contente di sentire che lei parlava l’oshiwambo, ma non si sarebbero mai sognate di rivolgerle la parola, non più di quanto
lo facessero con sua madre. I loro figli erano diversi. Sfacciati e
sicuri di loro stessi in modo insolente, la prendevano in giro per
i suoi capelli, i vestiti, la pelle bianco latte, gli occhi azzurri, le
labbra rosa. Per loro era solo un’altra bambina. Mwane, il figlio
del capo mandriano, era il suo migliore amico. Aveva un anno
e mezzo più di Hannelore e, dietro insistenza della mamma,
aveva cominciato a prendere lezioni insieme a lei per imparare
a leggere, scrivere, compitare. Era intelligente, aveva notato la
mamma, e possedeva una curiosità istintiva che la sorprendeva.
Parlava già un tedesco impeccabile, proprio come Hannelore.
Il maestro, Herr Brandt, veniva tre volte alla settimana e, dopo
un’iniziale esitazione, si era rassegnato a insegnare a entrambi.
Le nuvole di polvere che la sua vecchia auto sollevava mentre
risaliva sobbalzando la collina rimanevano sospese nell’aria per
molto tempo dopo che lui se n’era andato.
22
Lokko_Una donna misteriosa.indd 22
14/03/13 19.02
Ed eccola lì, a cinque anni, castellana e principessa di un regno
che si estendeva a perdita d’occhio, ma che era disabitato come
lei si immaginava fosse la luna. Aveva pochi compagni di giochi:
una manciata di bambini insolenti; un ragazzino più grande di
un anno e mezzo, il suo unico amico; una madre che di sera si
addormentava piangendo e un padre quasi sempre assente. Era
tutto lì, il mondo che conosceva. Non c’era nient’altro.
Scivolò ancora più giù nell’acqua del suo bagnetto che si stava
raffreddando, disgustata e al tempo stesso affascinata dalla vista
del proprio corpo rosa perlaceo sotto la superficie, così diverso
come colore, tonicità e sensazione al tatto da quasi tutti quelli che
la circondavano. La pelle di Mwane era una liscia pellicola nera
che splendeva lucente al sole. La sua, invece, diventava rossa e a
chiazze, imperlata di sudore che le causava un’eruzione cutanea,
la quale a sua volta le faceva venire vesciche che sanguinavano
e producevano pus. Mwane apparteneva a quel posto. Ogni cosa
in lui si fondeva senza soluzione di continuità nell’ambiente
che lo circondava: la sua lingua, il cibo che mangiava, gli abiti
che indossava, il modo in cui camminava e parlava. Invece lei
no. Tutto in lei era straniero, alieno a quella terra. Si immerse
nell’acqua ormai sporca, crogiolandosi. Aveva sempre avuto
una strana predilezione per l’acqua, la conseguenza, diceva la
mamma, di vivere in quella terra dove non ce n’era. Ai piedi
della collina, vicino alla pozza artificiale, c’era un fiumiciattolo stagionale. Dopo uno dei rarissimi temporali, scorreva per
qualche centinaio di metri, poi veniva assorbito dal terreno e si
prosciugava. Per il resto dell’anno era un grigio letto pietroso
e screpolato, in cui sfrecciavano le lucertole. Uno dei quadri
in sala da pranzo rappresentava una scena invernale dello
Schauinsland, un monte vicino a Lörrach. Hannelore si fermava
sempre a osservare quel paesaggio imbiancato... “acqua gelata”
diceva la mamma. Rami di faggio carichi di neve si piegavano
sotto il peso. Una terra fredda e silenziosa, sepolta sotto acquadiventata-ghiaccio. Fingeva di provare un brivido di fronte a
quella scena. Brrr.
23
Lokko_Una donna misteriosa.indd 23
14/03/13 19.02