una donna misteriosa
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Lesley Lokko Una donna misteriosa Traduzione di Roberta Scarabelli Lokko_Una donna misteriosa.indd 3 14/03/13 19.02 Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autrice e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale. ISBN 978-88-04-62847-7 Copyright © Lesley Lokko 2012 First published by Orion Books Ltd, London © 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano Titolo dell’opera originale An Absolute Deception I edizione aprile 2013 Lokko_Una donna misteriosa.indd 4 14/03/13 19.02 Una donna misteriosa A Tash. Mi manchi, ragazza Lokko_Una donna misteriosa.indd 5 14/03/13 19.02 Lokko_Una donna misteriosa.indd 6 14/03/13 19.02 Gli inganni richiedono sempre segretezza, ma non sempre la segretezza ha come scopo l’inganno. Sissela Bok, filosofa svedese Lokko_Una donna misteriosa.indd 7 14/03/13 19.02 Prima parte Lokko_Una donna misteriosa.indd 11 14/03/13 19.02 Lokko_Una donna misteriosa.indd 12 14/03/13 19.02 Prologo Pointe Milou, Saint Barts, Antille francesi, 2006 Viste da una certa distanza, con gli ampi abiti neri sgualciti attorno ai fianchi, le donne del posto avevano il profilo di trampolieri che zampettavano su e giù sulla sabbia bagnata, scalciando nella spuma delle onde che con regolarità si adagiavano sulla battigia. Raccoglievano conchiglie di un rosa perlaceo per infilare le collane che, ogni tanto, i forestieri delle ville sull’isola compravano. In alto rispetto a loro, inosservata, una donna dai capelli argentei, con un portamento aggraziato da ballerina, scendeva con passo incerto lungo il sentiero che conduceva all’oceano, le braccia allargate in un gesto infantile per mantenere l’equilibrio, come se si accingesse a prendere il volo. Il lungo strascico bianco del suo caftano in cotone leggero svolazzava. Qualche ciocca di capelli le cadde sul viso. La donna si fermò per un istante e si voltò per guardare la collina alle sue spalle. Erano quasi le sette del mattino e il sole era sorto da un’ora. Lassù, appollaiati sull’altura che dominava la baia rivolta verso le isole arrotondate color smeraldo di Frégate e Toc Vers, i suoi ospiti cominciavano probabilmente a svegliarsi. In cucina Hélène, ignara di tutto ciò che era successo durante la notte, doveva avere già iniziato a preparare la sontuosa colazione a buffet per cui era rinomata Sheherazade, la sua villa a Saint Barts. Un invito a trascorrere il Natale o ad accogliere il nuovo anno con Anneliese Zander de Saint Phalle era un evento da non perdere. In oltre trent’anni, da quando 13 Lokko_Una donna misteriosa.indd 13 14/03/13 19.02 aveva comprato Sheherazade, non si era persa un solo inverno, nemmeno uno. Fino a quel momento. Chiuse per un attimo gli occhi, poi riprese a camminare con passo deciso. Quando raggiunse la fine del sentiero, i suoi piedi affondarono nella sabbia soffice. Alzò una mano per ripararsi gli occhi e guardò oltre la distesa scintillante dell’oceano. L’aria era calda e mite, non ancora afosa. A Londra, nell’imponente palazzo di St John’s Wood in cui abitava da quasi quarant’anni, doveva essere un altro umido giorno invernale. Riusciva quasi a vedere la signora Betts, la governante, mentre si aggirava nel vasto open space al primo piano, dove lei riceveva gli ospiti e gli amici, per accendere le lampade, sistemare i cuscini, controllare la collezione di orchidee belle e rare nelle fioriere d’argento che le aveva regalato Callan in occasione di un suo compleanno. Una giornata d’inverno uguale a tutte le altre. E invece quella era completamente diversa. Calciò via i sandali, lasciando affondare le piante nude dei piedi nella sabbia pallida e serica. Quelle calzature: facevano parte della sua collezione primavera-estate 2005, basse, con un sottilissimo tacco di legno e una semplice tomaia a T in pelle che spariva nella suola. Abbassò lo sguardo sull’etichetta. “AdSP.” “Anneliese de Saint Phalle.” Una striscetta di lino color cioccolato con una scritta bianca. Un carattere grafico molto lineare, tranne la “d”, che era in un corsivo graziato. Un dettaglio elegante, pensato da Bruno nel 1967, l’anno in cui avevano lanciato insieme il loro marchio. Era un omaggio all’infallibile senso dello stile del suo socio, e non lo avevano mai cambiato. AdSP. Era il marchio di fabbrica di Anneliese, la sua firma, il suo segno distintivo. Ogni tanto modificava i colori – grigio su bianco, blu navy su verde acido, prugna su beige – però mai la grafica di base. Non ce n’era bisogno. “Parti con i dettagli giusti e il resto verrà da sé.” Non si ricordava più dove l’aveva sentito dire la prima volta, ma aveva seguito con successo quella semplice filosofia in quasi tutto ciò che aveva fatto. Le aveva fruttato schiere di ammiratrici eleganti, donne estremamente sicure di sé, ricche e indipendenti, che seguivano il suo lavoro con la devozione delle fan scalmanate. La sua clientela. Ogni anno, in occasione delle nuove collezioni, il suo showroom di Londra era prenotato con mesi di anticipo. Le presentazioni 14 Lokko_Una donna misteriosa.indd 14 14/03/13 19.02 private, fissate quasi un anno prima, erano ambite come i suoi inviti a Saint Barts. E la sua nuova linea, A2, l’incursione tanto attesa nel mercato di massa, aveva avuto più successo di quanto tutti si aspettassero. Per un fuggevole istante, sulla sua bocca apparve un sorriso. Arrivò in riva all’oceano. L’acqua si increspava e sciabordava intorno alle dita nude dei piedi, attirandola con il suo indolente umidore. Nonostante la fitta di dolore che le serrava il cuore, Anneliese si voltò per guardare la costa bordata di verde, immersa in tanta bellezza: le magnifiche e gigantesche palme “Cocco di Mare” che ondeggiavano gentilmente; il cielo azzurro scintillante, ancora segnato dalla notte; il bianco squarcio orizzontale di cemento che era il tetto di Sheherazade, annidata con discrezione tra gli alberi. Impossibile pensare che, appena qualche ora prima, lei era seduta alla toeletta a spazzolarsi il bel caschetto di capelli color argento – un altro tratto caratteristico al pari dei vestiti eleganti e poco appariscenti –, preparandosi all’ennesimo cenone di Capodanno, dal sicuro successo, nella sua villa sull’isola. L’acqua le arrivava ormai alle ginocchia. Abbassò lo sguardo e vide il tessuto del suo caftano fluttuarle intorno in grandi mulinelli a spirale. La sabbia era morbida e pulita, impalpabile come l’acqua, come l’aria. Avanzò ancora, fino al petto, poi si immerse. Si lasciò andare in quella pallida trasparenza turchese, che non richiedeva sforzi, non opponeva resistenza. Galleggiò, rivolgendo al cielo gli occhi pieni della luce del sole danzante. Un mare iridescente. In fondo alla spiaggia, lontano dall’immacolata striscia di sabbia bianca riservata ai facoltosi turisti che svernavano lì, le donne del posto raccoglievano le ultime conchiglie prima di riprendere il sentiero che portava al piccolo villaggio dove viveva la maggior parte di loro. Erano le lavoranti dell’isola: le domestiche e le cuoche che, insieme ai giardinieri e agli autisti, avevano il compito di assicurare la perfetta gestione delle ville in cui amavano rifugiarsi le persone ricche e famose come lei. Anneliese avvertiva gli strattoni forti e insistenti della corrente vorticare sotto la superficie. Nel giro di qualche minuto lei avrebbe superato il primo banco di sabbia, oltre il quale l’acqua scorreva blu e profonda. Al di là dell’affioramento roccioso che 15 Lokko_Una donna misteriosa.indd 15 14/03/13 19.02 segnava l’estremità del promontorio, l’oceano diventava scuro. Qualcosa si impadronì di Anneliese, una forza liquida improvvisa che catturò l’orlo del caftano trascinandola verso il basso. Non si dibatté; si lasciò andare e fu sommersa, mentre l’acqua le riempiva gli occhi e il naso, le scorreva sulle orecchie. Qualche secondo, poi fu sospinta verso l’alto, libera. Inspirò una boccata d’aria, ma, prima di riuscire a buttarla fuori tutta, la corrente la riafferrò. Giù, giù... una spinta laterale... ancora su e poi, altrettanto rapidamente, giù di nuovo. Una mano gigantesca che spingeva e tirava, strattonava e avvolgeva, sbatacchiandola avanti e indietro come un giocattolo... una bambola di pezza nel suo bianco vestito fradicio. Per un attimo riemerse ondeggiando in superficie, poi la corrente la afferrò di nuovo, questa volta con maggiore violenza. Colse un ultimo lampo dell’isola e del suo folto scenario di alberi lussureggianti prima che l’acqua si chiudesse sopra di lei. Successe tutto così in fretta che non ebbe quasi il tempo di pensare. Ormai non era più possibile cambiare idea. Per la seconda volta in vita sua, era troppo tardi. Le parole riaffiorarono nella sua mente attraverso le nebbie del tempo e della memoria. Ondeku lyuulukwa. “Mi mancherai.” La lingua che non aveva mai dimenticato. 16 Lokko_Una donna misteriosa.indd 16 14/03/13 19.02 1 HANNELORE Bodenhausen, Okahau, Africa del Sud-Ovest, 1948 «Hannelore! Hannelore!» Il grido fu ripetuto dai figli dei domestici, vestiti di stracci e dalla pancia gonfia che vivevano nella fila di baracche al margine della fattoria, vicino alla pozza artificiale dove a volte gli animali andavano ad abbeverarsi. Sulle loro labbra il nome prendeva un’altra consonante: “Hannahlorah! Hannah-lorah!”. Sembrava che la stessero canzonando. “Hannah-lorah! Hannah-lorah!” Hannelore si tappò le orecchie con le mani per non sentire. Era Ella, la sua bambinaia, che la chiamava. «Hannelore! Vieni! Insomma... dove sei? La mamma ti sta cercando.» “No, non è vero” pensò Hannelore ribellandosi. “Sei tu che mi stai cercando.” Si sdraiò sulla terra liscia e si mise a fissare il soffitto. Le piaceva il disegno a ragnatela che formavano le travi aprendosi a ventaglio dal centro a punta. Cominciò a contarle. Una, due, tre, quattro... «Hannelore! Cosa fai lì?» La porta di legno si spalancò di scatto. Ella era in piedi sulla soglia, il corpo formoso e morbido che si stagliava in controluce. Teneva le mani sui fianchi mentre osservava la piccola che le era stata affidata. «Sei davvero una bambina cattiva... Ti sarai sporcata il vestito e adesso tua mamma si arrabbierà con me. Perché fai così?» «Perché fai così! Perché fai così!» Fuori dalla porta, i bambini ripresero allegramente il rimbrotto. Loro non parlavano quella lingua, ma ripetevano semplicemente il suono delle parole, 17 Lokko_Una donna misteriosa.indd 17 14/03/13 19.02 facendolo rotolare in bocca senza capirne il significato. Fra di loro e con Hannelore parlavano in oshiwambo, l’idioma locale, che Ella non conosceva. Lei parlava solo afrikaans, che Hildebrand, la madre di Hannelore, detestava. “Das ist keine Sprache” diceva sempre, e la sua bella bocca dipinta di rosso si incurvava sdegnosa verso il basso. “Quella non è una lingua. È un morbo.” La usava di malavoglia con Ella – non aveva scelta –, ma in famiglia, fra loro tre, parlavano solo Hochdeutsch, il tedesco nobile. La lingua di Schiller e di Heine, non quel tedesco platte, imbastardito e dal suono volgare dei loro vicini. Su quel punto entrambi i genitori di Hannelore si trovavano d’accordo. Non ci sarebbero stati cedimenti, nessun ammorbidimento delle regole. Bisognava conservare un certo livello, soprattutto in quell’angolo d’Africa sperduto e dimenticato da Dio che, almeno per Ludwig von Riedesal, sarebbe stato per sempre tedesco. Non sudafricano, assolutamente no, qualunque cosa avesse deciso la Società delle Nazioni tanti anni prima. Avere perso la Prima guerra mondiale era già stato un boccone abbastanza amaro, aver dovuto rinunciare anche alle preziose colonie africane era stato quasi insopportabile. Non appena la Società delle Nazioni aveva dichiarato la fine del dominio tedesco, quei bastardi del Sud si erano riversati in massa, portando con sé la loro terribile lingua, l’afrikaans, che avevano imposto ovunque. Be’, diceva decisa Hildebrand von Riedesal, i sudafricani potevano fare quello che volevano con i cartelli stradali, ma non avrebbero avuto certo il diritto di imporle la lingua con cui parlare a casa propria, nella sua fattoria, sulla sua terra. Una lingua, cominciava già a capire a cinque anni la piccola Hannelore, era più che un semplice insieme di suoni. D’un tratto fu sollevata bruscamente in piedi. In effetti aveva il vestito decisamente sporco: sulla schiena era striato di terra rossa fino all’orlo. La mano di Ella calò su di lei per scuotere via la polvere, senza risparmiare, mentre lo faceva, le gambe nude e il sedere di Hannelore. Gli altri bambini, sulla soglia a occhi sgranati, la guardavano ridendo. Con le guance in fiamme, Hannelore fu trascinata fuori e su per il pendio erboso che portava al retro della casa padronale. Detestava fare figure del genere, specialmente di fronte a loro. 18 Lokko_Una donna misteriosa.indd 18 14/03/13 19.02 Più tardi, quello stesso pomeriggio, quando il sole in giardino aveva bruciato l’erba già secca fino a farla diventare friabile, Hannelore si sedette in bagno in una pozza di tiepida acqua marrone a osservare le mosche che ronzavano verso la morte contro i vetri della finestra. La casa era immersa nel silenzio. Da qualche parte giungeva il debole suono del piano, catturato dalla brezza. Era sua madre che, come tutti i pomeriggi di ogni giorno dell’anno, eseguiva qualche brano. Mozart, Bach e, il preferito del padre di Hannelore, Beethoven. Tedeschi, per lo più, con l’aggiunta occasionale di qualche austriaco. In effetti, come piaceva sottolineare a Ludwig, gli austriaci in realtà erano tedeschi. Un paio di volte all’anno, quando arrivavano ospiti alla fattoria e le stanze venivano abbellite da lunghe candele che lasciavano colare sul pavimento spessi nastri cremosi di cera, lei suonava per gli altri, seduta in quel suo modo maestosamente eretto, le dita che scivolavano sicure sui tasti. Quelle erano serate da ricordare e conservare nella memoria. Tutta la casa veniva pulita da cima a fondo, dentro e fuori: spazzata, lucidata, spolverata e poi di nuovo spazzata. Si bollivano le lenzuola per poi stenderle fuori ad asciugare, dove sventolavano agitate dal vento; la cucina e la sala da pranzo erano impregnate del profumo delle pagnotte di Schwarzbrot appena sfornato. Se era estate e si avvicinava il Natale, si aggiungevano anche piatti di biscotti di pan di zenzero e tortine rotonde che si scioglievano in bocca. Il Natale a Okahau era molto diverso da quelli a casa di cui aveva sentito parlare i suoi genitori. Casa. Hannelore si interrogava spesso su quella parola. Sembrava che “casa” non fosse dove stavano loro, bensì in qualche mitico, magico posto al di là del mare, oltre il vasto continente dell’Africa, oltre i deserti, le giungle, i fiumi. Da qualche parte nella Foresta Nera, vicino alla città di Lörrach nel Baden- Württemberg, si trovava la dimora atavica dei Riedesal zu Lörrach, per usare il loro nome aristocratico completo. Hannelore l’aveva vista solo in fotografia. Circa un anno prima, sua madre era partita dalla fattoria per andare in nave in Europa a partorire il fratellino che Hannelore aspettava da mesi. Se n’era andata con il papà un giovedì pomeriggio, lasciando la figlia in lacrime insieme a Ella. I suoi genitori avrebbero impiegato quasi un intero giorno per raggiungere in macchina Swakopmund, sulla 19 Lokko_Una donna misteriosa.indd 19 14/03/13 19.02 costa, da dove partivano le navi per il Vecchio Continente. Due settimane di navigazione intorno alla protuberanza dell’Africa occidentale, poi su a nord verso le Canarie, il Portogallo, la Spagna, la Francia, costeggiando il canale della Manica fino ad Amburgo. Hannelore e il papà avevano tracciato insieme la rotta sul grande mappamondo della biblioteca. Da Amburgo sarebbe iniziato il lungo viaggio in treno attraverso la Germania fino a Lörrach. Dopo la nascita del bambino, la mamma avrebbe aspettato altri due mesi prima di affrontare il viaggio a ritroso per tornare a Okahau. Non appena se n’era andata, Hannelore aveva iniziato il conto alla rovescia dei giorni che mancavano alla partenza in nave, dei giorni di viaggio e di quelli che dovevano trascorrere prima del suo ritorno, con una gioia nervosa che a volte la faceva stare male. Era tutto pronto per accogliere il fratellino da cui sembrava dipendere la felicità del papà. Hannelore era troppo piccola per capire perché un figlio maschio fosse così importante, ma qualunque cosa rendesse felice il papà, rendeva felice anche lei. Ma il ritorno della mamma non era stato come lei aveva immaginato. Era arrivata da sola. Il bambino era morto, nelle prime ore di una di quelle notti nere come l’inchiostro al largo delle coste del Senegal, dove il vento cala fino a diventare un sussurro e le stelle sono così luminose che si sarebbe potuto leggere un libro grazie al loro chiarore... o almeno così Hannelore aveva sentito dire alla mamma, un giorno, mentre parlava con suo padre. Di punto in bianco se n’era uscita con quella frase: “Die Sterne... so hell, Ludi, so hell. Du kannst es dir gar nicht vorstellen. Nie. Warum sind Sie so hell?”. “Perché le stelle sono così luminose?” Una strana domanda. La mamma faceva spesso domande del genere, si rendeva conto Hannelore, domande che non richiedevano una risposta. Il papà si limitava ad accarezzarle i capelli o la mano, prima di uscire dalla stanza. Non chiamavano mai il bambino con il nome che avevano scelto tutti insieme prima che la mamma partisse. Sebastian Christian von Riedesal zu Lörrach. Era semplicemente “lui”. “Lui è morto.” “Lui piangeva.” Lui. Lui. Lui. Sebastian Christian. Come i bambini della fattoria, anche lei si faceva rotolare in bocca le parole con amore, come fossero biglie. Ma solo fra sé, mai con la mamma. E di sicuro mai con il papà. 20 Lokko_Una donna misteriosa.indd 20 14/03/13 19.02 Bodenhausen era la loro vasta e immensa fattoria, che si estendeva dalla cima delle basse colline da un lato dell’orizzonte fino alle colline dall’altro. Pioveva forse un paio di volte all’anno, temporali che arrivavano dal nulla: lingue argentee e saettanti di lampi seguiti da un tuonare basso e minaccioso che precedeva la pioggia. C’era un’unica strada che portava alla fattoria, una cicatrice rossastra nel paesaggio che diventava di un nero uniforme appena prima del bivio per quella successiva, a una ventina di chilometri di distanza. Il governo l’aveva fatta asfaltare, anche se nessuno sapeva bene perché. La terra era immobile e silenziosa; gli animali la abitavano come se fossero dentro una casa. Non sapevi mai quando una piccola tana sotterranea si sarebbe aperta davanti a te per lasciar sgusciare fuori una di quelle lente e velenose vipere delle rocce che strisciavano sull’erba quasi fosse acqua. Né quando uno spasmo nell’erba dell’elefante rivelava la presenza di un’antilope. O di un cudù, una cervicapra, un impala, una gazzella. Hannelore conosceva il nome di tutti i mammiferi, gli insetti, i rettili e gli uccelli che si trovavano in quel luogo, grazie agli insegnamenti del papà. Il grande mondo all’aria aperta era il suo regno. Gli edifici colonici erano ben divisi in una serie di zone dove abitavano le varie persone che lavoravano nella fattoria. Prima di tutto, ovviamente, c’era la bella villa padronale, riservata alla famiglia. Costruita con una pietra chiara estratta da una cava sulla collina, aveva una larga veranda che correva lungo tutta la facciata nord e proteggeva le stanze dal cocente sole africano. Un progetto ingegnoso copiato dagli inglesi, le aveva spiegato il papà. Le aveva mostrato come il sole si muovesse intorno alla Terra nelle diverse stagioni, e come ciò che adesso era in ombra lì – indicando con un dito il punto sul mappamondo dove si trovavano loro – sarebbe stato in pieno sole in un’altra stagione. Lei annuiva energicamente, anche se non riusciva a capire bene come ciò potesse accadere. La casa aveva due ali: una riservata alla famiglia, l’altra agli ospiti. Non che ne avessero molti, beninteso: l’Africa del Sud-Ovest era lontanissima da tutti i loro cari. Malgrado ciò, la mamma teneva tutta la casa immacolata. Oltre a Ella, che poteva entrarci solo durante il giorno, c’erano Helga che lavava i pavimenti due volte alla settimana, Gertrude che 21 Lokko_Una donna misteriosa.indd 21 14/03/13 19.02 cucinava quasi tutti i piatti, Nadine che la aiutava a preparare i cibi e rigovernava, e Bettina che faceva il bucato. Avevano tutte un nome tedesco, quello che la mamma aveva assegnato loro. Avevano però anche altri nomi, nella loro lingua, che significavano cose come “Dio ha fatto un buon lavoro”, oppure “Nata con la luna crescente” o persino “Colei che porterà la pioggia”. A Hannelore quei nomi piacevano molto più di quelli tedeschi. La casa era sempre piena di gente, almeno durante il giorno. C’erano più servitori che padroni, aveva sentito dire a Ella una volta, e non stava scherzando. Le cinque domestiche erano tutte quante mulatte. Vivevano insieme ai parenti in una schiera di casette bianche poco distanti dalla villa, nascoste alla vista da una fila di magnifici eucalipti che sussurravano dolcemente al vento. Ancora più lontano, in un profondo avvallamento nel paesaggio e invisibili dalla villa, c’era un gruppo di piccole capanne fatte di un impasto di letame e mattoni dove abitavano i lavoranti di colore della fattoria. Hannelore non conosceva i nomi di tutti. Peter, Toivo, Samuel, Muyanga... Montavano i cavalli delle scuderie dietro la fattoria e, ogni tanto, guidavano il camion di suo padre. Le loro mogli erano donne timide dalla pelle scura, che le sorridevano distrattamente quando le incontrava. Erano contente di sentire che lei parlava l’oshiwambo, ma non si sarebbero mai sognate di rivolgerle la parola, non più di quanto lo facessero con sua madre. I loro figli erano diversi. Sfacciati e sicuri di loro stessi in modo insolente, la prendevano in giro per i suoi capelli, i vestiti, la pelle bianco latte, gli occhi azzurri, le labbra rosa. Per loro era solo un’altra bambina. Mwane, il figlio del capo mandriano, era il suo migliore amico. Aveva un anno e mezzo più di Hannelore e, dietro insistenza della mamma, aveva cominciato a prendere lezioni insieme a lei per imparare a leggere, scrivere, compitare. Era intelligente, aveva notato la mamma, e possedeva una curiosità istintiva che la sorprendeva. Parlava già un tedesco impeccabile, proprio come Hannelore. Il maestro, Herr Brandt, veniva tre volte alla settimana e, dopo un’iniziale esitazione, si era rassegnato a insegnare a entrambi. Le nuvole di polvere che la sua vecchia auto sollevava mentre risaliva sobbalzando la collina rimanevano sospese nell’aria per molto tempo dopo che lui se n’era andato. 22 Lokko_Una donna misteriosa.indd 22 14/03/13 19.02 Ed eccola lì, a cinque anni, castellana e principessa di un regno che si estendeva a perdita d’occhio, ma che era disabitato come lei si immaginava fosse la luna. Aveva pochi compagni di giochi: una manciata di bambini insolenti; un ragazzino più grande di un anno e mezzo, il suo unico amico; una madre che di sera si addormentava piangendo e un padre quasi sempre assente. Era tutto lì, il mondo che conosceva. Non c’era nient’altro. Scivolò ancora più giù nell’acqua del suo bagnetto che si stava raffreddando, disgustata e al tempo stesso affascinata dalla vista del proprio corpo rosa perlaceo sotto la superficie, così diverso come colore, tonicità e sensazione al tatto da quasi tutti quelli che la circondavano. La pelle di Mwane era una liscia pellicola nera che splendeva lucente al sole. La sua, invece, diventava rossa e a chiazze, imperlata di sudore che le causava un’eruzione cutanea, la quale a sua volta le faceva venire vesciche che sanguinavano e producevano pus. Mwane apparteneva a quel posto. Ogni cosa in lui si fondeva senza soluzione di continuità nell’ambiente che lo circondava: la sua lingua, il cibo che mangiava, gli abiti che indossava, il modo in cui camminava e parlava. Invece lei no. Tutto in lei era straniero, alieno a quella terra. Si immerse nell’acqua ormai sporca, crogiolandosi. Aveva sempre avuto una strana predilezione per l’acqua, la conseguenza, diceva la mamma, di vivere in quella terra dove non ce n’era. Ai piedi della collina, vicino alla pozza artificiale, c’era un fiumiciattolo stagionale. Dopo uno dei rarissimi temporali, scorreva per qualche centinaio di metri, poi veniva assorbito dal terreno e si prosciugava. Per il resto dell’anno era un grigio letto pietroso e screpolato, in cui sfrecciavano le lucertole. Uno dei quadri in sala da pranzo rappresentava una scena invernale dello Schauinsland, un monte vicino a Lörrach. Hannelore si fermava sempre a osservare quel paesaggio imbiancato... “acqua gelata” diceva la mamma. Rami di faggio carichi di neve si piegavano sotto il peso. Una terra fredda e silenziosa, sepolta sotto acquadiventata-ghiaccio. Fingeva di provare un brivido di fronte a quella scena. Brrr. 23 Lokko_Una donna misteriosa.indd 23 14/03/13 19.02