Marzo - SALESIANI DON BOSCO

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Marzo - SALESIANI DON BOSCO
Spedizione in abb. postale 45% - art. 2 comma 20B - Legge 662/’96 - D.C./ D.C.I. - Torino - Tassa Pagata / Taxe Perçue
• ANNO XXVIII - MENSILE - N° 3 - MARZO 2007
MARIA
A U S I L I AT R I C E
RIVISTA DEL SANTUARIO BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE - TORINO
Per Te
la gioia risplende
La pagina
del Rettore
Carissimi amici, fedeli lettrici e
lettori,
I
n questo mese non possiamo
non mettere in evidenza
uno dei capolavori della pedagogia di Don Bosco, Domenico Savio, un giovane Santo amato e ben voluto fin dalla sua
esistenza per la sua bontà, mansuetudine e risoluta lotta contro
il male sconfitto, nella quotidianità, da semplici ma efficaci propositi, dalla piena e sincera confidenza con l’amico dell’anima e
una grande amicizia con Gesù e
Maria. Uno stile di vita preparato gradualmente da una “palestra di vita” semplice ed eccezionale, la sua famiglia e che trova negli ultimi anni la continuità
e il pieno compimento nell’Oratorio di Valdocco a Torino. Lo
ricordiamo nel 150º anno dalla
sua morte avvenuta il 9 marzo
1857. Ma come si conobbero
questi due Santi?
“Un giorno Don Bosco mentre stava giocando con i suoi monelli di Valdocco, vide venire incontro a sé un prete che lo salutò
agitando il cappello. Gli corse
incontro e gli gettò le braccia al
collo. Era un suo vecchio compagno di seminario, amico per
la pelle. – Caro vecchio don Cugliero che piacere rivederti! Cosa sei venuto a fare da queste
parti? – Sono venuto a vedere
come stai tra questi birbanti. E sono venuto a farti un regalo con i
fiocchi. – Che razza di regalo? –
2
Domenico Savio:
un piccolo grand
Mi hanno detto che
insieme ai piccoli
barabba nel tuo
Oratorio accetti
anche dei ragazzi in gamba,
che diano speranza di diventare sacerdoti.
E allora ho pensato anch’io di
mandarti un ragazzo. È di Mondonio. Si chiama Domenico Savio. Non ha molta salute, purtroppo, ma, quanto a bontà, sono pronto a scommettere che non hai mai conosciuto un ragazzo così. Don Bosco sorrise: – Esagerato! Ad ogni
modo, per me va bene. Verrò a
Castelnuovo con i miei ragazzi in
ottobre, per la festa del Rosario.
Fammi incontrare questo tuo Domenico e suo padre.
2 ottobre 1854. Nel cortiletto davanti alla casa del fratello
di Don Bosco avvenne il primo
incontro. Don Bosco ne fu così
impressionato che lo narrò nei
minimi particolari come se l’a-
vesse registrato...”.
Allora lo chiamai
da parte e messici a ragionare
dello studio fatto, del tenore di
vita fino allora
praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza, io con
lui. Conobbi in
quel giovane un animo tutto secondo lo
spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia
divina aveva operato in così tenera età. Dopo un ragionamento, alquanto prolungato, prima
che io chiamassi il padre, mi
disse queste precise parole: –
Ebbene, che gliene pare? Mi
condurrà a Torino per studiare?
– Eh, mi pare che ci sia buona
stoffa. – E a che può servire questa stoffa? – A fare un bell’abito per il Signore. – Dunque io
sono la stoffa, ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e
farà un bell’abito per il Signo-
re...”. Così Don Bosco non esitò a dargli risposta affermativa e il 28 ottobre di quell’anno
partì per Valdocco. Fin dai primi istanti, arrivato tra i monelli di Torino, rimase colpito da un
cartello posto nell’anticamera
di Don Bosco. C’era scritto “DA
MIHI ANIMAS COETERA TOLLE”.
Superata la prima esitazione Domenico chiese a Don Bosco cosa significassero tali parole. Il
grande educatore, allora, l’aiutò
a tradurre: “O Signore, dammi
le anime e prenditi tutto il resto”.
Era il motto che Don Bosco si
era scelto per il suo apostolato.
Quand’ebbe compreso, Domenico si fece per un istante pensieroso, poi disse: – Ho capito:
qui non c’è commercio di denaro ma di anime. Spero che l’anima mia faccia parte di questo
commercio.”
Cominciò così per Domenico
un periodo felicissimo della sua
vita e per la vita dell’Oratorio
stesso. L’adempimento preciso
dei suoi doveri, la gioia, l’impegno con alcuni suoi più cari amici
fece del piccolo giovane un grande apostolo tra i compagni.
Molti sono gli aneddoti edificanti raccontatici da Don Bosco
stesso e che vi invito a leggere
perché fanno del bene a giovani
e meno giovani.
Ora, nell’anniversario della
morte di Domenico, vi ripropongo ancora il racconto degli
ultimi mesi di vita. Siamo agli inizi del 1857. Domenico si fece
più pallido. Le sue forze diminuivano lentamente. Don Bosco
ne fu preoccupato. Chiamò dei
buoni medici perché lo visitassero. Il professor Vallari, dopo
Disegno di Luigi Togliatto
e dono
una lunga visita
disse: – La gracile complessione, l’intelligenza precoce e la
continua tensione di spirito, sono come lime
che gli rodono
insensibilmente
la vita. – Cosa
posso fare per
lui? – Insistette
Don Bosco. –
Lo rimandi all’aria nativa e gli
faccia sospendere per un po’ di
tempo gli studi.
Quando Domenico seppe la
decisione si rassegnò. Ma gli
rincresceva moltissimo lasciare
gli studi, gli amici, e specialmente Don Bosco. Don Bosco
dovette quasi rimproverarlo. –
Perché non vuoi andare a godere della compagnia dei tuoi genitori? – Perché vorrei finire la
mia vita qui all’Oratorio. – Ma
non dire così! Tu adesso vai a
casa, ti rimetti in salute e poi torni. – Questo no – sorrise Domenico, scuotendo la testa. – Io me
ne vado e non tornerò più. Don
Bosco è l’ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso fare ancora per il Signore? –
Offrirgli spesso le tue sofferenze. – E che cos’altro ancora? –
Offrirgli anche la tua vita.
Il saluto più commovente lo
diede agli amici della “Compagnia dell’Immacolata”. Poi arrivò il calesse del babbo che doveva condurlo a Mondonio. All’angolo della via agitò ancora
la mano a salutare il suo Oratorio, gli amici, il suo Don Bosco
che rimase a guardare la carrozza che spariva con un dolore
profondo. Era partito il suo alunno migliore, il santino che la
Madonna aveva regalato per tre
anni al suo Oratorio.
Si spense quasi all’improvviso il 9 marzo 1857. Gli era accanto suo papà. Ebbe appena la
forza di mormorare: – Addio,
papà... il parroco mi diceva... ma
io non ricordo... Che bella cosa
io vedo mai...
Pio XII lo dichiarò santo il 12
giugno 1954. Il primo santo di
quindici anni.
Ora si venerano le sue spoglie
presso il nostro Santuario e la statua nell’urna (a forma di diamante) lo rappresenta proprio negli ultimi istanti in cui lui vede la
gloria del Paradiso. È orientato
verso l’Eucaristia e verso Maria:
i suoi amori. Il suo altare, in questo periodo è ancora in restauro
ma presto verranno tolti anche i
veli a questa parte importante della Basilica. Venite ed unitevi alle
migliaia di giovani e genitori che
lo invocano e lo pregano. Ne troverete consolazione e conforto!
Don Sergio Pellini
Rettore
3
Editoriale
Il matrimonio
si fonda sulla libertà
dei nubendi. Una libertà
che investe la totalità
della loro persona
e che è garanzia
della solidità familiare.
4
Mutuo am
Sposarsi in Chiesa è come accedere ad un mutuo
smisurato, senza interessi e per di più senza obbligo
di restituzione. Insomma, è l’affare della vita. Peccato
che pochi lo sappiano. Dispiace ancor più vedere che,
anche chi lo sa, non ne approfitti. Ma in cosa consiste questo mutuo? In un prestito versato nella moneta più preziosa e ricercata: l’amore. Non un amore passeggero, frivolo, momentaneo, ma un amore semplicemente eterno perché è l’amore stesso di Dio che viene offerto agli sposi.
Ma come tutti i prestiti, anche questo richiede delle condizioni senza le quali non è possibile accedere
neanche al primo prelievo. Forse sono queste condizioni che spaventano. Eppure sono esigite non tanto
per la sicurezza di Colui che emette il prestito quanto per la felicità di chi lo richiede.
I requisiti riguardano l’integrità personale degli sposi. Non che
siano belli e ricchi, intelligenti, laureati e di successo. Ciò che si richiede è che siano liberi di scegliersi per sempre. La richiesta è
semplice eppure, nel contempo, è terribilmente complessa.
Liberi significa che nelle profondità del loro animo non sono costretti da nulla nello scegliere quella persona con cui condivideranno tutta la vita.
Liberi vuol dire che non ricercano se stessi nell’altro. Liberi
equivale ad accettare l’altro per quello che è nella sua totalità presente e futura, anche se ancora ignota. Liberi esprime la volontà di
fedeltà sempre e comunque, di dedizione, di ricerca della felicità dell’altro. Liberi esige che si sia slegati da altri affetti, da altri interessi che attraggono maggiormente il cuore. Liberi indica che si pone
l’altro al di sopra di sé poiché si è liberi da se stessi per l’altro.
Liberi perché anche se non si è ancora nella pienezza di questa
libertà, tuttavia, si accetta che essa possa compiersi nel corso dell’esistenza poiché ci si accorge che il fondamento del proprio amore non risiede nella passione ma in Colui che è nell’intimo della sua
natura, solo amore e amore eterno. Per questo il “sì” detto davanti a Dio è una scelta per la libertà. È accettare di mettersi in cammino verso questa libertà, in due. Un viaggio nel quale vi saranno
giorni di stanchezza e momenti di gioia, ma pur sempre un percorso che si compie in due e nel corso del quale uno si impegna a sorreggere l’altro fino al raggiungimento della meta. È un impegnarsi
ore
L’amore umano
chiamando in causa Dio
si consolida e si rafforza
perché non conta più
sulla sola forza umana.
affinché: “io mi realizzi in te, sostenendoti, facendo in modo che tu
sia quel che Dio vuole che tu sia”.
Queste sono le regole per accedere al prestito. Nulla di complicato, come si vede, eppure regole esigenti per il semplice fatto che
sono essenziali e richiedono anzitutto quell’onestà che costituisce il
fondamento dell’integrità morale della persona. Onestà verso l’altro e verso se stessi. Questo significa conoscenza di sé e dell’altro e
la conoscenza richiede attenzione e introspezione, riflessione e confronto, ascolto e dominio di sé. Superficialità, voglia di divertimento, frivolezza, banalità, non possono rientrare nella ricetta di un matrimonio che voglia portare a maturità gli sposi. Per questo è bene
chiedersi: “Cosa mi aspetto da te?” e “Cosa posso darti, per tutta
la vita?”. È così difficile rispondere sinceramente a queste due domande? Sì. È molto più difficile di quanto si possa pensare perché
sono spietate e taglienti più di un rasoio poiché non lasciano spazio alla menzogna del “ma io credevo che”. Al termine di un cammino di sincerità si scopre la propria fragilità e ci si rende conto che
da soli non è possibile dare e ricevere amore per un’intera esistenza. Ci si rende conto che solo fondandosi su Dio e sul suo amore crocifisso si hanno le garanzie sufficienti per vivere insieme. Il resto sarà
solo convenienza, moda, perbenismo di facciata ma non amore che
conduce allo sviluppo dell’altro e di sé.
Al momento della celebrazione del sacramento del matrimonio,
gli sposi giurano di donarsi reciprocamente l’uno all’altro per tutta la vita. Questo loro “volersi bene” chiama in causa Dio, e il loro amore, fondandosi su quello di Dio si rafforza e si consolida. In
due guardano nella stessa direzione, che è Dio e a Lui chiedono di
ravvivare e sostenere il loro amore il quale essendo umano, troppo
umano, non è in grado di raggiungere quell’umanità piena a cui devono tendere e a cui aspirano.
Vivere il matrimonio con Dio significa vivere la povertà del
proprio amore e riconoscere che c’è continuamente bisogno di ricevere da Dio un prestito d’amore, un supplemento di grazia, un
mutuo a fondo perduto di tenerezza affinché mutuo sia l’affetto
coniugale.
Il sacramento del matrimonio
ha dato a tutti questa particolare
capacità di rinvigorire l’amore naturale, perché le porte della banca di Dio sono aperte sempre e a
tutti. Attenzione però a leggere bene quelle semplici istruzioni per
accedere al prestito: la mancanza
di onestà non giova né sul lavoro,
né negli affari, né in amore.
Don Giuseppe Pelizza
5
Gesù
racconta il Padre
D
ovremo richiamare parecchie volte questo titolo
nella lettura del Vangelo.
In questa pagina però ha già
uno sviluppo esaustivo. Si tratta
infatti di una pagina che vuole
aiutarci ad approfondire la nostra fede, perché non sia un
semplice credere che nasce dai
“segni” (prodigi, miracoli), ma
una fede veramente autentica che
sia segno di adesione personale
e intima alla Parola di Gesù e alla sua persona. L’introduzione
Dalla fede suscitata
alla fede nella parol
Giovanni 2,23-3,36
(2,23-25) è molto importante:
Mentre era a Gerusalemme per
la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.
Gesù però non si fidava di loro,
perché li conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli
desse informazioni sull’uomo.
Egli infatti sapeva quello che c’era nell’uomo.
Il versetto 23 ci informa che
cosa è avvenuto in quella Pasqua
in cui ha scacciato i venditori dal
Lo Spirito di Dio è sommamente libero. Non si riesce a fermarlo. Per questo
Gesù lo ha paragonato al vento: imprevedibile, dinamico, forte e indomabile.
Tempio e in cui ha compiuto
molti prodigi. La frase significativa è che “molti credettero nel
suo nome vedendo i segni che
faceva”. La loro fede era fondata in Gesù taumaturgo e basta, e
allora non stupisce quanto segue:
“Ma Gesù non si fidava di loro
perché li conosceva tutti”. Gesù
era dotato di quella tipica prerogativa divina, che oramai continueremo a costatare nel Vangelo, che gli faceva conoscere a
fondo ogni uomo. Ebbene è questa verità che viene drammatizzata nel dialogo.
Gesù e Nicodemo (3,1-15)
Tra i farisei c’era un uomo
chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli andò da Gesù di notte e gli disse: «Rabbì,
sappiamo che sei venuto da Dio
come maestro, nessuno infatti
può compiere questi segni se Dio
non è con lui».
Il testo qualifica Nicodemo
come “uomo” per dirci che Gesù già lo conosceva a fondo. Poi
si aggiunge che era un “fariseo”,
cioè un individuo meticoloso osservante della Legge di Dio; e
siccome Gesù poi (1,10) lo chiamerà “Maestro” è anche uno che
insegna con la parola e la vita
come si vive nella pratica quanto Mosé e i profeti hanno detto.
Viene pure chiamato capo dei
Giudei, forse membro del Sinedrio. È probabile che c’era anche
lui quando chiesero a Gesù un
segno; ed era certamente uno che
credette nei segni che Gesù faceva. Comunque va di notte da
Gesù; forse perché secondo i rab-
bini è di notte che si può riflettere meglio sulla Legge. Il plurale “sappiamo” dice che parla
anche a nome di altri, e forse
pensa che da Gesù si potrebbe
sapere come preparare meglio il
popolo all’attesa messianica mediante l’osservanza della Legge.
Per i farisei contavano i meriti.
Gesù rispondendo gli parla di
un’altra strada: In verità, in verità ti dico: Se uno non nasce
dall’alto non può entrare nel regno di Dio.
Il pensiero di Gesù è chiaro:
è necessario cambiare radicalmente, rinascere, e questo da Dio.
Impossibile dice Nicodemo (v.
4), non posso rientrare nel seno
di mia madre e rinascere. E Gesù: «In verità, in verità vi dico:
se uno non nasce da acqua e da
Spirito Santo non può entrare
nel regno di Dio».
Cioè non si può avere la vita eterna, quella che ha il carattere della definitività, se non si
cambia radicalmente, se non accogliamo il dono di Dio. Chi è
nato solo dalla carne rimane un
essere debole, deperibile, mentre chi nasce da Dio vive per
sempre della vita di Dio stesso.
Senza un intervento di Dio l’uomo non ha accesso alla vita. Lo
dice a un fariseo che tutto pensa di ottenere con i propri meriti. Nicodemo non accoglie la
parola di Gesù; gli dice: «Come
può accadere questo?». E Gesù
gli dice: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?».
Insegnava la Scrittura, ma non
conosceva queste realtà. Bastava ricordare un solo testo che
parla del rinnovamento che Dio
avrebbe realizzato nell’uomo:
Cristo e Nicodemo, Mathias Stomer (1600-1650), Darmstadt, Hessiches Landesmuseum.
dai segni
a di vita
L’uomo da sé non ha accesso alla vita eterna. Questo è un dono che Dio offre a coloro che accolgono il Figlio suo.
«Vi laverò con acqua pura e sarete purificati... metterò dentro
di voi il mio spirito... cambierò
il vostro cuore di pietra in un
cuore di carne... e sarete il mio
popolo e io il vostro Dio». (Ez
36,15-28). Questo testo non è
solo l’annuncio di un cambiamento radicale, equivalente a
quella rinascita di cui parla Gesù; qui si parla anche di un cambiamento radicale del popolo,
perché sia in pienezza il “popolo di Dio”. Poi Gesù continua,
introducendosi di nuovo con la
formula solenne: «In verità, in
verità ti dico: noi parliamo di
ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto (si
noti che in greco è un perfetto
che dice continuità nel presente), cioè di quello che noi continuiamo a contemplare, ma voi
non accogliete la nostra testimonianza» (v. 11). Il “noi” opposto al “voi”, un’espressione
che ci richiama quello che si è
detto nel Prologo: «È venuto tra
i suoi ma i suoi non l’hanno accolto».
Gesù non prova nulla di ciò
che ha detto; Gesù esige la fede nella sua parola, nella sua
“testimonianza”. La fede in lui
è adesione alla sua persona che
rivela il Padre da cui proviene:
«Nessuno è salito al cielo se non
il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (v. 13). Comunque
Gesù è colmo di speranza e sa
che un giorno lo accoglieranno;
dice infatti: «Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il
Figlio dell’uomo, perché chiunque crede abbia in lui la vita eterna» (v. 14s).
Il dialogo con Nicodemo si è
concluso, ma non si può dire che
si sia concluso con un rifiuto.
Pensiamo che Nicodemo continui a credere che Gesù è stato
mandato da Dio e che continui il
suo cammino per giungere a
un’adesione vera a Gesù, e noi lo
ritroveremo quando in una riunione dei dirigenti Giudei difenderà Gesù (7,50) e costateremo
che sarà lui con Giuseppe di Arimatea a seppellire Gesù (19,
38ss). Forse come Giuseppe di
Arimatea anche lui era un di7
scepolo nascosto di Gesù, per
paura dei Giudei.
Meditazione dell’evangelista
(3,16-21)
È una pagina fantastica; di per
sé non ci sarebbe bisogno di spiegarla; sarebbe sufficiente che il
lettore leggendola si chieda: «Ma
da che parte sto?». Comunque
anche una piccola riflessione va
bene ed è sempre un aiuto. Perciò suddividiamola in due parti
e riflettiamo prima sui vv. 16-18:
Dio ha tanto amato il mondo da
dare il suo Figlio, l’unico, perché chiunque crede in lui non
muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel
mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede
in lui non è condannato, ma chi
non crede è già stato condannato perché non ha creduto nel nome dell’unico Figlio di Dio.
Sia il versetto 16 che il 17 iniziano con la parola “Dio” come
soggetto. È la prima volta in questo capitolo. Sì, si è parlato
indirettamente del “suo regno”
(3,3.5) e del “suo spirito” (3,
5.6.8). Qui però è direttamente
presentato all’origine del movimento di salvezza a motivo del
suo amore insondabile. Al cuore
di tutto e specialmente del ruolo
del Figlio dell’uomo e del suo
cammino verso la croce, si trova
Dio che ama il mondo. L’affermazione pone Dio e il suo amore come la realtà fondante, assoluta. Nessuna reciprocità da parte del mondo viene suggerita. L’amore precede tutto e il Dio che
ama ha come progetto esclusivamente la salvezza e la vita.
Per quanto riguarda il mondo
è evidente che esso ha bisogno di
salvezza; ciò significa che la sua
condizione è minacciata. Già dal
Prologo il lettore sa che il mondo fu fatto mediante “Colui che
è la Parola” e che il mondo non
l’ha conosciuto. Su questo sfondo l’amore di Dio appare quasi
raddoppiato di fronte alla situazione di pericolo del mondo.
© Elledici / G. Schnoor
Nicodemo non rifiuta Gesù. Continua a credere che è stato mandato da Dio.
Lo ritroveremo presso la croce quando prenderà con Giuseppe d’Arimatea il
corpo di Gesù per seppellirlo.
8
Si noti che nei vv. 16.17 si parla di “donare”; non si usa il verbo “consegnare” che permetterebbe di fare rientrare il tema
“morte”; si mette solo in rilievo
la finalità del dono: nel v. 16 la
vita eterna dei credenti, nel 17 la
salvezza del mondo intesa come
salvezza definitiva. La finalità
dell’agire di Dio è tutta positiva.
Al versetto 18 si afferma che la
salvezza è possibile solo mediante la fede “nel nome del Figlio unico di Dio” e si accenna
alla possibilità del rifiuto.
Passiamo alla seconda parte
della meditazione in cui si parla
dell’uomo di fronte alla Luce.
Gesù è la Luce.
E il giudizio è questo: la luce (= Gesù) è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché
le loro opere erano malvagie.
Chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce perché
le sue opere non vengano biasimate. Invece chi fa la verità va
verso la luce, verso Gesù, perché appaia chiaramente che sono state fatte in Dio.
Dal versetto 18 già abbiamo
capito che cosa è la vera fede, in
opposizione a quella dei molti
che credettero in lui vedendo i
segni (i prodigi) che faceva
(2,23). La vera fede è adesione
alla persona di Gesù, accolto come il Figlio unigenito di Dio e
come il definitivo Rivelatore di
Dio. Avere fede significa accogliere la sua Parola. Ma questo
non è di tutti.
Gli uomini hanno amato più
le tenebre che la luce; e già si sa
che chi opera il male odia la luce (3,20) perché la luce è sempre una forza “giudicante” e a
nessuno piace sentirsi rinfacciare le sue opere cattive. Ma non
sono tutti così. Tra loro c’è chi
permette alla luce di mettere a
nudo la sua situazione di peccato, chi si lascia totalmente penetrare dalla luce fino a sperimentare e a desiderare la vita e la
salvezza proposte dalla luce. Il testo definisce chi si comporta così con l’espressione: chi fa la Verità. Perché fa la Verità chiunque
rinnega la sua situazione di peccato e accoglie la Parola di Gesù, aderendo a lui nella fede. E
le opere della fede sono quelle
che l’uomo può compiere solo
con l’aiuto di Dio, quelle che sono fatte in Dio (3,21). Infatti
quanto vi è di buono nell’uomo
prima di essere un atto umano è
un dono di Dio che tanto ha amato il mondo.
Nel territorio della Giudea
(3,22-24)
Usciamo da Gerusalemme,
cambiamo aria non per dire cose nuove, ma per riflettere e approfondire quanto fin qui si è detto. E perciò è logico che si parli ancora di Giovanni Battista. Si
racconta che: Gesù andò con i
suoi discepoli nella regione della Giudea e là si tratteneva con
loro e battezzava (4,2: non era
Gesù che battezzava ma i suoi
discepoli). Giovanni battezzava
a Ennon vicino a Salim e la gente andava a farsi battezzare; Giovanni infatti non era ancor stato gettato in prigione.
Qui si parla di un fatto sconosciuto dai Sinottici: c’è stato
un periodo di contemporaneità
tra l’attività battesimale di Gesù
e quella di Giovanni. Agli storici discutere di questo. A noi interessa l’insegnamento dell’evangelista. Dal fatto dei due battesimi nacque una discussione
tra i discepoli di Giovanni e un
Giudeo riguardo alla purificazione rituale. Andarono perciò
da Giovanni e gli dissero: «Colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco sta battezzando e tutti vanno da lui».
La discussione sulla “purificazione” è per capire quale battesimo era più efficace, se quel-
Chi opera il male non desidera la luce. Preferisce restare nelle tenebre. Ma la
luce, che è Gesù, s’impone ad ogni uomo, almeno al termine della vita.
lo di Giovanni o quello di Gesù.
Per risolvere il problema vanno
da Giovanni e gli dicono quello
che fa Gesù, concludendo: “Tutti vanno da lui”. Ma la questione della purificazione salta, perché l’ultima frase fa scoppiare di
gioia Giovanni. I suoi discepoli
si accorgono che non potevano
dargli una notizia più bella. Giovanni infatti disse loro: «Nessuno può prendersi qualcosa (un
incarico) se non gli è stato dato
dal cielo, da Dio. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto:
“Non sono io il Cristo, ma sono
stato mandato davanti a lui”».
È chiaro che parla di Gesù che
ora definisce come lo sposo delle nozze messianiche e dice: «Lo
sposo è colui a cui appartiene la
sposa, ma l’amico dello sposo
che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io invece
diminuire».
Con questa gioia perfetta il
quarto evangelista conferisce a
Giovanni la statura di un credente. È colui che crede davvero in Gesù, nella sua persona,
non nei segni o miracoli che compie. Questa è vera fede.
Meditazione dell’evangelista
(3,31-36)
Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti. Chi è dalla terra,
dalla terra è e parla delle cose
della terra. Chi invece viene dall’alto è al di sopra di tutti, e dà
testimonianza di ciò che ha visto
e udito, ma nessuno accoglie la
sua testimonianza. Chi però l’accoglie attesta che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha inviato pronunzia le parole di Dio,
perché dà lo spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e ha posto tutto nelle sue mani. Perciò
chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non ubbidisce al Figlio
non vedrà la vita ma su di lui rimane l’ira di Dio.
L’evangelista senza ripetersi
troppo riflette sulla trascendenza
di Gesù e, come nella precedente meditazione (3,16-21), ci parla del Padre quale mandante, del
Figlio quale inviato e degli uomini in relazione alla missione di
Gesù, il Figlio.
La frase chiave è: «Dio ama il
Figlio e ha posto tutto nelle mani». Il Figlio vi appare rivestito
di ogni potere e dotato dalla pienezza dello Spirito. È perciò qua9
lificato per la sua missione messianica. Tanto più che egli, a differenza di coloro che sono dalla
terra, viene dal cielo e quale Figlio di Dio è davvero al di sopra
di tutti. Venendo dal cielo può
davvero dare testimonianza di
ciò che ha visto e udito; quale inviato può davvero comunicarci
le parole di Dio. Egli infatti quale Figlio unigenito è sempre rivolto verso il Padre ed è l’unico
che può raccontarci, rivelare il
Padre (1,18).
L’evangelista lo contempla in
questa sua attività e, osservando
gli uomini si accorge che nessuno accoglie la sua testimonianza, ma subito, come ha già fatto
in 1,11-12, si corregge e dice: “Chi
però l’accoglie dichiara con certezza che Dio è veritiero”. Allora appare chiaro che la fede non
è solo adesione e accoglienza di
Gesù, l’Inviato, ma è anche riconoscimento dell’amore del Padre, dichiarazione solenne che
Dio è veritiero, cioè leale, fedele, perché in Gesù rivela pienamente la sua fedeltà alle promesse
e si rivela come “un Dio di vita”:
«Chi infatti crede nel Figlio ha la
vita eterna», cioè partecipa fin
d’ora alla vita divina. Colui invece che rimane nella disubbidienza non vedrà mai la vita perché totalmente separato da Dio.
Il Figlio perciò non si presenta
soltanto come l’unico e definitivo Rivelatore, ma anche come
l’unico Salvatore.
PREGHIAMO
Signore, da chi andremo? Tu
solo hai parole di vita eterna.
Effondi su di me, o Signore, la
pienezza dello Spirito Santo, affinché la mia fede sia sempre una sincera e leale adesione a Te
come unico Rivelatore del Padre
e unico Salvatore. Signore, donami la grazia di sentire che tu
sei l’unico che dà senso alla mia
vita e al mio apostolato. Amen!
Mario Galizzi
10
Purifi
Meditazione
V
i sono tante espressioni,
nel nostro modo di dire,
che dovrebbero essere ritoccate. Alcune di esse possono
essere state usate anche dai Santi, alcuni persino dalla Sacra
Scrittura... ma oggi, con il nostro linguaggio più preciso, o comunque diverso, sarebbe opportuno che venissero formulate in
altro modo.
Ricordo, per esempio, che già
alcuni decenni fa, si desiderava
un’espressione migliore di una
frase, un tempo classica: “devo
salvarmi l’anima”. L’intenzione
era ottima: ma ormai si preferiva ricordare: dobbiamo essere
noi a salvarci, o dobbiamo lasciarci salvare da Dio? San Paolo ci ha chiarito, specialmente
nella Lettera ai Romani, che “non
dipende dalla volontà né dagli
sforzi dell’uomo, ma da Dio che
usa misericordia” (Rom 9,16).
Certo, noi dobbiamo collaborare con Lui, con il desiderio e
la preghiera fiduciosa: ma noi da
soli “non possiamo fare nulla”
(cf Gv 15,5); mentre “possiamo
tutto con la forza del Signore”
(cf Fil 4,13)!
E poi, “devo salvarmi” io, o
devono salvarsi tutti gli uomini
(cf 1 Tim 2,4)?
Un’ultima osservazione: il Padre vuole la salvezza dell’anima
soltanto, o quella dell’uomo intero, anima e corpo? La Risurrezione di Cristo e la futura Risurrezione della carne non ci lasciano dubbi in proposito.
Un’altra espressione da ritoccare è questa: “Dio ci ha castigato, o ci castiga se...”. Mi ha
molto colpito quanto scriveva
Giovanni Paolo II, a proposito
il lingu
dell’inferno: “Non si tratta di un
castigo di Dio inflitto dall’esterno, ma della (...) nostra libera scelta” (udienza generale
di mercoledì 21 luglio 1999). E
se non va considerato castigo di
Dio, ma conseguenza delle nostre libere azioni, il male peggiore di tutti, mi sembra logico
non considerare castigo di Dio
anche le nostre pene terrene, dove le conseguenze umane (proprie o altrui) sono assai più evidenti, e colpiscono santi e peccatori. È proprio quanto c’inseIl linguaggio religioso può risentire
più degli influssi culturali che dell’azione dello Spirito, per questo si generano incomprensioni che possono
allontanare alcuni dalla fede.
ficare
uaggio
gna Gesù, parlando del crollo
della torre di Siloe, e della conseguente morte di diciotto persone: credete per questo che fossero più colpevoli degli altri?
No, ma senza la conversione perirete tutti allo stesso modo! (cf
Lc 13,4). In altre parole, l’allontanamento di Dio porta agli effetti rovinosi sperimentati dal
crollo della torre...
Un’altra espressione da purificare: “questa malattia ce l’ha
mandata Dio!”. La fede invece ci
dà la certezza che Dio non è in
alcun modo né direttamente né
indirettamente la causa del male; e non permetterebbe neppure un male compiuto da altri, se
dallo stesso male non traesse un
bene, e un bene assai più gran-
de! (cf Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, nn.
57 e 58). Pertanto, quando bussa il dolore, uniamoci a Cristo
crocifisso: così la nostra sofferenza viene assunta da Lui, per
la salvezza del mondo!
Ancora: “Era destino che succedesse così?”. Il destino, chi lo
può decidere per noi? Solo l’Amore infinito di Dio, che ci ha
creati perché vivessimo felici accanto a Lui; e quindi il nostro
ultimo destino è il Paradiso! E la
sua Provvidenza, passo passo, ci
avvicina continuamente a questa meta. Soltanto noi, liberamente, potremmo orientarci ad
un destino diverso...
“Dio mi sta chiedendo qualcosa che mi costa molto?”. Dio
non chiede nulla: ha tutto, e può
soltanto dare. Ora mi dà la forza di assomigliare a Lui nella generosità e nella gioia che ne consegue. “C’è più gioia nel dare
che nel ricevere” (At 20,35).
“Dio mi sta usando per disegni d’amore?”. È bello capire
che tutto serve al bene, e che do-
Purificare onestamente il linguaggio
religioso non è solo conveniente, oggi è diventato un’urgenza pastorale
perché gli uomini non perdano la fiducia in Dio.
vunque Dio ci metta, lo fa per la
felicità mia e di tutto il mondo.
Ma oggi non mi sembra conveniente il verbo “usare”: un uomo
non dev’essere mai “usato”: è
sempre un fine, non è mai soltanto un mezzo! E se questo
dev’essere chiaro per noi, è certamente chiaro per Dio. Questo
non elimina la sua piena libertà:
ma se Dio ci vuole in questo modo, non lo fa per “usarci”, ma
per valorizzarci, perché possiamo raggiungere meglio la nostra
pienezza!
Sono molte le altre espressioni che noi, cristiani del nostro
tempo, dovremmo purificare.
Quelle che ho ricordato ci servono da esempio, così che ricerchiamo un linguaggio più consono alla nostra fede e alla nostra
cultura, anche a vantaggio di coloro che potrebbero essere allontanati dal messaggio cristiano
per certi modi di dire...
Antonio Rudoni
11
La Catechesi di Benedetto XVI
I Salmi
Salmo 138,13-18.23-24
Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci
fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel
segreto, intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto
i tuoi occhi e tutto era scritto
nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora
non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i tuoi
pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto
sono più della sabbia, se li
credo finiti, con te sono ancora.
Se Dio sopprimesse i peccatori!
Allontanatevi da me, uomini
sanguinari. Essi parlano contro di te con inganno: contro
di te insorgono con frode.
Non odio, forse, Signore, quelli
che ti odiano e non detesto i
tuoi nemici? Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici.
Scrutami, Dio, e conosci il mio
cuore, provami e conosci i
miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.
Q
uesta parte del Salmo 138,
è proposta alla Liturgia
dei vespri del mercoledì
della IV settimana. Dopo aver contemplato nella prima
12
Scrutami e conosci il
parte (cf vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore
dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa
bellezza e passione punta verso
la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cf
v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia
con il mistero dell’Incarnazione
che ha il suo inizio con l’annuncio a Maria e si manifesta con la
nascita del Figlio di Dio fattosi
uomo, anzi, fattosi Bambino per
la nostra salvezza.
Dopo aver considerato lo
sguardo e la presenza del Creatore che spazia in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si
rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e
completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il voca-
mio cuore
bolo ebraico usato è stato inteso
da qualche studioso della Bibbia
come rimando all’«embrione»,
descritto in quel termine come
una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già
lo sguardo benevolo e amoroso
degli occhi di Dio (cf v. 16).
L’uomo è il prodigio di Dio e Dio lo ama fin dall’inizio, in modo del tutto incondizionato. La creazione stessa è stata fatta per l’uomo affinché l’uomo si senta a casa nel mondo.
Dio plasma l’uomo
Già circondati
dall’amore divino
Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche
immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è
comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra
(cf v. 15).
C’è innanzitutto il simbolo
del vasaio e dello scultore che
«forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro,
proprio come si diceva nel libro
della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò
l’uomo con polvere del suolo»
(Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo
«tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei
nervi «intessuti» sullo scheletro
osseo. Anche Giobbe rievocava
con forza queste e altre immagini
per esaltare quel capolavoro che
è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le
tue mani mi hanno plasmato e mi
hanno fatto integro in ogni parte... Ricordati che come argilla
mi hai plasmato... Non mi hai
colato forse come latte e fatto
accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito,
d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11).
Estremamente potente è, nel
nostro Salmo, l’idea che Dio di
quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel
libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena.
Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia
solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro. Ma appare anche la grandezza di questa piccola creatura umana non
nata, formata dalle mani di Dio
e circondata dal suo amore: un elogio biblico dell’essere umano
dal primo momento della sua esistenza.
Noi ora vorremmo affidarci
alla riflessione che San Gregorio
Magno, nelle sue Omelie su
Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi
hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16). Su
quelle parole il Pontefice e Padre
della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità
cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale.
E dice che anche i deboli nella fede e nella vita cristiana fanno parte dell’architettura della
Chiesa, vi «vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e
piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio
e il prossimo e non trascurano di
compiere il bene che possono.
Anche se non arrivano ancora ai
doni spirituali, tanto da aprire l’anima all’azione perfetta e all’ardente contemplazione, tuttavia
non si tirano indietro dall’amore
di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo. Per cui avviene che anch’essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante,
all’edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli
e completo disprezzo del mondo,
tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore, nel
quale trovano la loro solidità»
(2,3,12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81).
Il messaggio di San Gregorio
diventa una grande consolazione
per tutti noi che procediamo spesso con fatica nel cammino della
vita spirituale ed ecclesiale. Il
Signore ci conosce e ci circonda
tutti con il suo amore.
Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 29-12-2005
13
Si compia in me
Annunciazione, Beato Angelico (1434), Museo Diocesano di Cortona.
Catechesi mariana
25 marzo:
l’annunzio a Maria
I
l 25 marzo la Chiesa celebra
la solennità dell’Annuncio
del Signore a Maria. L’Incarnazione del Verbo è l’inizio
della sua Pasqua: perciò la festa
del 25 marzo, già nel IV-V secolo
era considerata «la radice delle
feste» (Giovanni Crisostomo),
l’inizio dei tempi nuovi, l’inizio
della fine: inizio dell’Incarnazione storica del Messia e inizio
della deificazione dell’uomo, del
rinnovamento del creato.
Per gli Ebrei, il Capodanno liturgico è celebrato nel mese di
Nisan, durante il quale si fa memoriale della Pasqua (cf Es 12,
2.18; 34,18). Tale data era anche
il Capodanno del re e delle feste.
14
Infatti si contava l’inizio del regno del sovrano a partire proprio
dal Capodanno festivo. Anche in
epoca cristiana l’inizio dell’Anno liturgico nell’alto Medioevo
era fissato a marzo, precisamente il 25 marzo, capodanno pure civile, quindi primo mese dell’anno. In seguito l’inizio dell’Anno
liturgico si spostò a Natale, poi all’Avvento, mentre l’inizio dell’anno solare fu regolato in corrispondenza con il calendario civile di Roma, dal quale potrebbe
derivare la data del Natale cristiano al 25 dicembre, giorno in
cui in tutto l’impero romano si
celebrava il Natale del dio Sole.
Una regina madre
L’espressione dei Padri della
Chiesa, «radice delle feste», con
la quale si denomina il 25 marzo deriva proprio dal Capodanno del re. Il 25 marzo, perciò,
sorge nella Chiesa come il Capodanno del Re Salvatore e della Regina Madre.
Nella letteratura cristiana, il
25 marzo è indicato come il giorno che comprende tutti i giorni
del tempo nuovo: il giorno sommo del tempo della Chiesa. Seguendo l’ipotesi che spiega la festa del Natale fissata al 25 dicembre in dipendenza dal 25
marzo (e non viceversa), gli Antichi e i Padri – fin dal tempo di
Tertulliano – credevano che questo giorno, equinozio di primavera, segnasse l’inizio della creazione del mondo e dell’uomo.
Perciò era ritenuto come una data simbolica del concepimento
del Verbo di Dio: il Signore si
sarebbe incarnato e sarebbe anche morto il 25 marzo.
La festa tuttavia cadeva in
Quaresima, tempo in cui per la
Chiesa era vietato celebrare
qualsiasi solennità. Per l’Occidente la difficoltà fu affrontata
dal concilio di Toledo (656); in
Oriente invece il Concilio trullano (692) stabilì che in Quaresima si sarebbe fatta un’eccezione per l’Annunciazione, senza trasferirla, anche se coincide
con il Venerdì o il Sabato santo. Questo uso è in vigore ancora
oggi tra gli Orientali. Sia in Oriente che in Occidente, la festa
dell’Annunciazione è tra le più
solenni dell’Anno liturgico; in
questo giorno Maria è venerata
e ricordata come la Portatrice
della Vita Nuova, della Vita pasquale del Signore. Abramo di
Efeso in una omelia per il 25
marzo proclama: «Oggi è sciolta l’antica condanna: da quando
infatti fu pronunciato in terra
quel Gioisci, è cessato quel Partorirai figli nel dolore; per una
donna subentrò agli uomini la
morte; per una donna ritornò loro la vita».
La salvezza prolungata
L’Annunciazione non è solo
l’inizio della Redenzione: è la
chiave di lettura e di comprensione di tutta la vicenda di Cristo che seguirà poi. L’esaltazione del Verbo fattosi Carne e Signore universale non attenua minimamente il suo Mistero di Verbo fattosi Uomo dalla Donna per
l’eternità. Il Mistero pasquale si
sviluppa e cresce nel segno del-
l’Incarnazione storica e gli uomini nell’Emmanuele diventano
figli di Dio (Gal 4,4-5).
Come evento storico-salvifico la Chiesa celebra l’Annunciazione una volta l’anno, ma
lo stesso Mistero si attua ogni
giorno e in ogni celebrazione.
gia della Parola: il Profeta (o
Antico Testamento), l’Evangelo e la lettura dell’Apostolo.
La Pentecoste di Maria
Luca lascia emergere con sufficiente evidenza l’analogia
tra la discesa dello Spirito su
Maria all’Annunciazione e
sulla Chiesa apostolica a Pentecoste. Del resto l’Annunciazione è giustamente detta
«la Pentecoste di Maria» (S.
Bulgakov) o la proto-Pentecoste della Chiesa. È l’inizio
dell’Oméga, l’inaugurazione
della Alleanza Nuova nel Sangue del Dio-Uomo, l’inizio
del Giudizio escatologico.
Perciò l’Annunciazione è la
Parte del Tutto, la radice e l’inizio cronologico e salvifico
dell’evento pasquale.
Vi è una discreta analogia
tra l’Annunciazione a Maria
e la Pentecoste della Chiesa
apostolica. Basta confronta-
re i testi di Luca (1,35.46.49a
con 24,49; At 1,8; 2,4.6.7.11).
Adombrata dallo Spirito nell’intimo della sua persona, la Figlia di Sion erompe quasi all’esterno, sulle montagne della Giudea per annunziare le grandi opere compiute in lei dall’Onnipotente. Dall’altra parte la Chiesa apostolica di Gerusalemme,
corroborata dal vigore dello Spirito (Lc 24,49; At 1,8) – mentre
erano radunati all’interno della
casa (At 2,2) – lascia il suo ritiro per proclamare pubblicamente le grandi opere del Signore
(At 2,4.6.7.11).
Una novità radicale
L’Annuncio a Maria supera
ogni vecchio schema delle annunciazioni dell’Antico Testamento. I temi narrati qui sono
completamente nuovi: il concepimento verginale del Figlio di
Dio, la compartecipazione della
Madre ai Misteri salvifici, la Ma-
La gioia dell’Annunciazione
L’Annunciazione a Maria è un evento che anticipa la Pasqua. I cieli si aprono affinché lo Spirito della Resurrezione scenda sulla creatura; il
medesimo Spirito incarna il Verbo
dell’Amore del Padre mediante un’azione creatrice.
Il Signore Risorto, annunciato
a Maria, è annunciato quotidianamente alla Comunità dei fedeli per il perpetuarsi della Incarnazione sua e ciò avviene in
prospettiva storica, come compimento della Profezia, in dimensione sacramentale come
attuazione dell’Evangelo «per
noi-qui-ora» e nella dimensione escatologica, tempo ecclesiale della crescita di Cristo Capo nel suo Corpo, fino alla Venuta parusiaca del Signore. A
questi tre livelli corrispondono
infatti le tre letture della Litur-
È la stessa SS. Trinità che, desiderosa del bene dell’uomo, invia l’angelo ad annunciare alla Vergine il mistero dell’Incarnazione. A lei, umile, semplice, promessa sposa ad un falegname, preferita ad ogni apparenza vistosa del mondo, è inviato
l’angelo Gabriele, che significa fortezza.
L’angelo saluta la Vergine con profondo rispetto e con gioia nuova la chiama «piena di grazia», cioè piena di doni, di virtù, di
affetti d’amore e di buoni desideri. Le manifesta l’assistenza di
Dio dicendole: «Il Signore è con te», e proclama la sua preminenza su tutte le donne a motivo della benedizione del cielo.
Il compimento dell’Incarnazione fu motivo di grande gioia:
– per il Padre perché ci ha potuto dare il Figlio, che Egli ama
più di ogni cosa;
– per il Figlio perché si vede fatto uomo tra gli uomini che
Egli ama come fratelli;
– per lo Spirito Santo perché ha potuto compiere la più grande opera d’amore;
– per la SS. Vergine perché si è vista innalzata alla dignità di
Madre di Dio.
Fu infinita la carità di Dio che, potendo per diritto possedere
un corpo immortale e non soggetto alla sofferenza perché non
formato per opera d’uomo, lo assunse mortale e sofferente.
15
Annunciazione, Andrea del Sarto (1528), Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze.
Maria per prima proclama l’Amen alla gloria di Dio e intona per tutta la Chiesa: «Vieni, Signore Gesù!».
16
trare in comunicazione filiale e
nuziale con Dio e con il Verbo;
è un’offerta sacrificale, e ogni
sacrificio è celebrazione della
Pasqua, Ingresso liturgico in Dio
Ave o Vergine Santa
Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal Cielo
per dir «Ave» alla Madre di Dio.
Al suo incorporeo saluto vedendoti in Lei fatto uomo, Signore,
in estasi stette, acclamando la Madre così:
Ave, per Te la gioia risplende;
Ave, per Te il dolore s’estingue.
Ave, salvezza di Adamo caduto;
Ave, riscatto del pianto di Eva.
Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto;
Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.
Ave, in Te fu elevato il trono del Re;
Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene.
Ave, o stella che il Sole precorri;
Ave, o grembo del Dio che s’incarna.
Ave, per Te si rinnova il creato;
Ave, per Te il Creatore è bambino.
Ave, Sposa non sposata!
Ave, o Madre dell’Astro perenne,
Ave, o aurora di mistico giorno.
Ave, fucine d’errori Tu spegni,
Ave, splendendo conduci al Dio vero.
Ave, l’odioso tiranno sbalzasti dal trono,
Ave, Tu il Cristo ci doni clemente Signore.
Ave, sei Tu che riscatti dai riti crudeli,
Ave, sei Tu che ci salvi dall’opre di fuoco.
Ave, Tu il culto distruggi del fuoco,
Ave, Tu estingui la fiamma dei vizi.
Ave, Tu guida di scienza ai credenti,
Ave, Tu gioia di tutte le genti.
Ave, Vergine e Sposa!
(Dall’inno Akathistos)
Maria attende l’Annunciazione, Anonimo Fiammingo (1438), Museo del Prado, Madrid.
ternità divina e perciò Maternità
verginale, propria ed esclusiva
dei tempi messianici. Anche le
Promesse dell’Antico Testamento si compiono in un modo del
tutto inatteso, nella novità che è
Cristo Signore.
Nella radicale novità inaugurata con l’Annunciazione trovano attuazione i tratti originali
dei tempi escatologici e apocalittici. Il Fiat della Vergine – che
riecheggia quello di Israele alle
falde del Sinai (Es 24,3.7), ma
mai pienamente compiuto – conclude l’Alleanza escatologica.
Ritroviamo qui gli elementi teofanici caratteristici: la manifestazione della Gloria e della Presenza di Dio (Shékinàh), il segno
della nube. La presenza dello
Spirito, Forza (Dynamis) divina per il concepimento verginale del Figlio di Dio, prelude la
gloria del Battesimo del Signore (Lc 3,21-22), della sua gloriosa Trasfigurazione (Lc 9,2935), del Giudizio del mondo (Lc
22,69-70) e della Resurrezione
(cf Rm 1,3-4).
La Novità del Figlio di Dio
che trasforma i modelli preesistenti è unicamente quella della Resurrezione; una novità che
passa attraverso la Croce gloriosa, tanto che l’Annunciazione è spiegata anche con la Croce, radice dell’Annuncio del Signore. Il Fiat della Madre di Dio
esprime il suo desiderio di en-
Padre, crescita dei fedeli del Signore nella Vita Nuova (cf Eb
10,4-10; Sal 39,7-9).
Come altrove, Luca, nel riferire l’Annunciazione alla Vergine, va controcorrente rispetto agli slogan del suo tempo,
secondo i quali la donna in genere sarebbe caratterizzata per
la passività e l’uomo per l’attività. L’autore usa un suo metodo originale: presenta il turbamento sia di Zaccaria che di
Maria. Ma Zaccaria è turbato
dalla visione dell’angelo (Lc
1,12), Maria «per tali parole rimane molto turbata» (Lc 1,29):
il suo turbamento è a causa dell’audizione dell’invito alla gioia
messianica e all’elogio insolito.
Il sacerdote rimane passivo e
quasi paralizzato. La Vergine
invece è in situazione attiva: riflette per aderire.
Maria accetta di diventare così la Madre di Dio. Questa espressione contiene tutto il mistero dell’economia della salvezza, come dice San Giovanni
Damasceno.
In Lei noi vediamo realizzato il progetto di Dio: la salvezza e la santificazione espressa
dai Padri con la frase: «Dio si è
fatto uomo, perché l’uomo diventi Dio».
Maria con il suo «Sì» rende
efficace per tutta l’umanità il progetto di misericordia di Dio. Il sì
incondizionato e totale della Vergine al sì precedente di Dio costituisce il punto esatto in cui la
Redenzione entra nel cuore dell’umanità.
Il Verbo non avrebbe mai potuto prendere carne, l’umanità
non avrebbe mai potuto essere
salvata, se Maria nella sua disponibilità alla volontà di Dio,
cioè nelle sua totale purezza, non
avesse detto il suo «Fiat» al
Creatore. Al Fiat del Creatore
risponde il Fiat della creatura:
«Eccomi, sono la serva del Signore...» (Lc 1,38).
Nell’omelia sull’Annunciazione, Nicola Cabasilas, liturgista bizantino del XIV secolo
scrive: «L’Incarnazione fu non
soltanto opera del Padre, della
sua virtù e del suo Spirito, ma
anche l’opera della volontà e
della fede della Vergine. Senza
il consenso della purissima, senza il concorso della sua fede,
quel disegno era altrettanto irrealizzabile che senza l’intervento delle tre Persone divine.
Dio la prende per Madre soltanto dopo averla istruita e persuasa, prende carne da lei soltanto dopo che lei vuole prestargliela. Come voleva incarnarsi, così voleva che sua Madre lo generasse liberamente,
con pieno consenso».
Lorenzo Villar
LOIS ROCK - GAIL NEWEY
LE PIÙ BELLE
PARABOLE DI GESÙ
Editrice Elledici, pagine 48, € 6,00
Un libro che aiuta i bambini a comprendere le verità eterne sulla natura
umana e il mondo in cui viviamo. Il testo presenta diciotto parabole fra le più
conosciute e amate, riscritte appositamente per i bambini. Parole indimenticabili e
semplici che aiutano ad avvicinarsi al mistero d’amore di Dio.
JOËLLE CHABERT - FRANÇOIS MOURVILLIER
PARLARE DI DIO
AI BAMBINI DI OGGI
Editrice Elledici, 160 pagine, € 10,00
Un libro di facile lettura e consultazione
per rispondere con gioia alle domande
dei bambini su Dio. Il volume è una miniera di consigli per aiutare i genitori e
gli educatori a rispondere alle domande dei figli.
In una prima parte si affrontano le
grandi questioni religiose che nascono dalla scoperta della vita. Una
seconda sezione affronta le questioni che nascono in una società
multietnica dall’incontro con i segni
delle diverse fedi.
ORESTE MENDOLIA GALLINO
TI SPIEGO LA MESSA
Schede didattiche
Editrice Elledici, 16 pagine, € 12,00
Uno splendido strumento per far conoscere, capire e vivere la Messa ai bambini in modo autentico e sereno. Un
sussidio agile e originale che grazie agli splendidi disegni, al linguaggio efficace e al formato (29x42) aiuta a
scoprire, passo dopo passo, i vari
momenti che formano la celebrazione eucaristica.
17
Le dieci vergini
12
Le parabole di Gesù
N
el capitolo 25, il Vangelo
di Matteo ci sono alcune parabole che riguardano gli ultimi tempi, vale a dire i tempi della fine della storia
e del susseguente Giudizio di
Dio. Contenuto fondamentale di
tali insegnamenti è l’incontro definitivo con il Signore, che verrà
a giudicarci e ci accoglierà – se
il nostro incontro sarà positivo –
nel suo Regno di salvezza.
La prima parabola (v. 1-13)
descrive una festa di nozze dove dieci vergini – che fanno parte della famiglia della sposa –
sono in attesa dello sposo che
deve venire, per andargli incontro e condurlo alle nozze. E già
questo un aspetto molto importante della nostra realtà: la nostra esistenza terrena è come la
preparazione a quella «festa di
nozze», alla quale siamo chiamati e nella quale si attua lo scopo della nostra esistenza: Dio ci
ha creati per farci partecipi della Sua stessa Vita di Amore; la fase terrena del nostro vivere ha
proprio lo scopo di prepararci a
queste Nozze eterne!
Vivere la festa
Nella parabola, le dieci vergini
che attendono lo sposo portano
tutte con sé una lampada accesa,
per andare incontro allo sposo e
accompagnarlo all’abitazione
della sposa. Gesù – nello scegliere questa «attesa dello Sposo» – ha voluto descriverci il motivo per cui ci ha creati e ci ha
collocati in questo mondo: la nostra vita non deve chiudersi nei
problemi ordinari e spiccioli di u18
na normale preoccupazione dei
fatti giornalieri, ma deve aprirsi
alla Vita futura (quella, appunto,
per cui siamo stati creati) che
consiste nel «vivere con Dio una eterna festa di nozze». Di qui
la necessità di considerare il termine della nostra esistenza terrena non come una «conclusione», ma come la sua «apertura
verso la vera Vita»; e la vera Vita non consiste tanto nel nostro
modo di vivere, ma nel nostro
partecipare – come abbiamo visto – alla Vita stessa di Dio. Ecco perché Gesù pone, nel cuore
di questa parabola, l’attesa dello Sposo!
nistrazione» e l’attesa dello Sposo, la speranza che ce Lo fa desiderare, si spegnerebbe o si ridurrebbe a un semplice pro-
Attendere nella speranza
Ma l’attesa si sta prolungando (difatti, nessuno di noi sa
quando verrà lo Sposo a cercarci). Le dieci vergini si assopiscono, e vengono svegliate quando sta arrivando lo Sposo. Bisogna andargli incontro, accoglierlo
e accompagnarlo alla festa di
nozze! Il fatto delle lampade che
vanno nuovamente accese – e
quindi della necessità che le vergini abbiano l’olio di scorta – sta
a indicare che «dobbiamo sempre essere pronti», perché lo Sposo viene senza preavviso. Se noi
sapessimo già in partenza quando sarà il termine della nostra vita, l’attesa dello Sposo verrebbe
a collocarsi in una data già definita, e quindi cesserebbe l’ansia
dell’attesa: se tutto fosse già predisposto e noi sapessimo da sempre quando avrebbe termine la
nostra esistenza, tutto cadrebbe in
una specie di «ordinaria ammi-
gramma da svolgere con criteri
già preordinati.
Essere vigilanti
Questa attesa fa parte della
nostra «educazione alla speranza e alla vigilanza» e si traduce
nel desiderio e nell’attesa; un’esistenza già tutta programmata –
come abbiamo visto – perderebbe di significato. Saper desiderare, saper attendere, saperci
preparare, tenerci pronti: tutto
questo fa parte della nostra «educazione all’incontro con Dio,
con l’olio per riaccendere la lampada – non tanto quando ci accorgiamo che lo Sposo sta per
arrivare, ma sempre –. Questa riserva di olio indica, nella parabola, la necessità di essere sempre vigilanti e quindi con gli occhi e il cuore bene aperti, per non
essere colti alla sprovvista. Qui,
la riflessione ci orienta sulla necessità di coltivare ogni giorno,
nel nostro cuore, il pensiero di
Gesù; la necessità di meditare il
Vangelo, di «fare nostri» i sentimenti di Gesù, di approfondire
tutto il senso della nostra esistenza, così bene illuminato sia
dagli insegnamenti e dalle azioni di Gesù (che troviamo nei Vangeli), sia soprattutto dal suo itinerario di amore, così ben descritto dalle otto Beatitudini
(all’inizio del cap. 5 di
Matteo): se noi
con Gesù, con lo Sposo»! Dio
ha voluto veramente far consistere la nostra esistenza terrena
in un cammino ricco di progetti
da fare, di imprevisti da superare, di errori da correggere, di
gioie da preparare...
Quale stupendo cammino diventa, così, la nostra vita, anche
se in mezzo a problemi e fatti
dolorosi, che però ci aiutano a
orientare i nostri desideri verso
un Bene maggiore e senza fine!
E qui va approfondito il problema dell’attesa dello Sposo, e
della necessità di tenerci pronti
non sappiamo vivere le Beatitudini – che sono come otto autoritratti che Gesù fa di Se stesso
–, non capiamo né Gesù né il
Vangelo, né il senso della Vita
per cui siamo stati creati.
Aprire la vita a Gesù
Quanta gente, oggi, non alimenta la lampada del suo cuore
con questo olio di sapienza evangelica, e quindi rimane senza speranza, non sa né attendere
né desiderare l’incontro con Ge-
sù! Quanti libri dei Vangeli, in
molto famiglie, restano chiusi
quasi di continuo, perché le persone sono attratte da tutt’altri
pensieri e problemi, e non sentono il bisogno di rifarsi a Gesù,
di coltivare i sentimenti dell’attesa e del desiderio di incontrarlo! La vita cristiana non dobbiamo ridurla a un elenco di doveri da compiere, di peccati da non
commettere, di preghiere da «recitare» (!), ma dobbiamo aprirla su Gesù! In tanto ha senso vivere, in quanto siamo proiettati
verso il desiderio di conoscere,
amare imitare, attendere e accogliere Gesù, andandogli finalmente incontro!
Nella parabola, Gesù accenna
al fatto – terribile – della porta
che viene chiusa subito dopo l’ingresso dello Sposo. Le vergini
stolte, che erano andate a fare
rifornimento di olio per la lampada, arrivano e non possono più
entrare. Non solo, ma al loro bussare risponde una voce dall’interno: «Non vi conosco! ». Sentirsi «non conosciuti da Gesù» è
un fatto spaventoso...
Il Signore ci ha creati, ci ha
conosciuti e ci ama. Non è tanto Lui che non vuole conoscerci, che non vuole riconoscerci;
sono gli incauti, coloro che durante la loro vita non si sono curati di conoscere e di amare Gesù, di avvicinarglisi e di seguirlo: sono i peccatori (speriamo di
non esserci noi, tra di essi!) che
hanno orientato i loro pensieri,
desideri e azioni in tutt’altre direzioni, che quindi sono vissuti
«come se Dio non ci fosse», e
pertanto si sono volutamente sottratti allo sguardo di Gesù...
«Non vi conosco! ». Cerchiamo Gesù, andiamogli incontro
ogni giorno, cerchiamo di vivere con Lui una autentica «comunione di amore». E Gesù «ci
conoscerà», ed entreremo con
Lui alla festa di nozze! Le Nozze Eterne!
Don Rodolfo Reviglio
19
18 marzo: SAN CIRILLO DI GERUSALEMME (315-386), vescovo e dottore della
Un mese un santo
S
trano destino quello di Cirillo di Gerusalemme: era
un uomo pacifico e suo
malgrado venne coinvolto in innumerevoli controversie dottrinali. Era un uomo sincero e cristallino e fu accusato ingiustamente di doppio gioco e di ambiguità. Un vescovo che amava
sinceramente la sua comunità e,
per motivi dottrinali falsi, venne
mandato in esilio ben tre volte.
Ma non è finita. Era un uomo
di grande e sincera carità verso
Ricordati di Dio
in ogni tempo
gli altri, specialmente i poveri, e
fu accusato di dilapidare i beni
della Chiesa e di arricchire se
stesso. Insomma, lui, Cirillo, uomo mite e tranquillo, dovette vivere in tempi turbolenti per l’ortodossia e la sopravvivenza stessa della Chiesa di Cristo.
Ma visse nonostante le molteplici difficoltà, lottò con coraggio, si difese nella verità e
nella carità, predicò con successo alla gente ed infine le sue posizioni dottrinali trionfarono nel
Concilio del 381. E la Chiesa,
anche grazie a lui, superò la tremenda prova, potenzialmente devastante, della perniciosa eresia
ariana che prosperò e imperversò per vari decenni.
Una figura degna di essere ricordata oggi, anche per farci capire quanto è costato in termini
di sacrifici, non solo psicologici
ma anche fisici, la difesa dell’ortodossia della fede cristiana
e quante lotte non indolori ha richiesto la conquista e la difesa,
per esempio, del Credo che noi
ripetiamo, magari distrattamente, nella Messa domenicale.
Secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli (381). L’imperatore Teodosio troneggia fra Timoteo, patriarca di Alessandria, e Damaso, Papa di Roma, assistiti rispettivamente da Cirillo di Gerusalemme e Gregorio Nazianzeno, oltre a
qualche grande vescovo. Ai suoi piedi, la confusione degli eretici.
Chiesa di San Sozomeno, Galata (Cipro).
Ottimo predicatore,
convincente e preparato
20
Cirillo nacque a Gerusalemme
(o dintorni) nel 315 da una buona famiglia cristiana praticante.
Essendo anche benestante poté
assicurare al giovane una eccellente preparazione culturale. Non
sembra che sia stato monaco, ma
certamente praticò con impegno
l’ascesi di tipo monastico. Di una cosa si è certi: Cirillo era diventato un vero esperto della
Scrittura: la prova si ha dalle numerose citazioni che egli ne ha
fatto nelle sue opere, segnatamente nelle famose Catechesi,
per le quali è universalmente famoso e ammirato ancora oggi.
Fu ordinato sacerdote nel 345,
quindi a 30 anni suonati. Fu proprio in questo periodo che egli
pronunciò le famose catechesi
che servivano da istruzione per
i catecumeni.
Istruzioni catechistiche robuste nel contenuto, con ampie e
tempo (capita anche oggi). E dobbiamo tutto ad uno dei suoi uditori, che non solo fu contento di
ascoltarlo, ma ebbe la felicissima intuizione (da lodare nei secoli) di stenografarle. E così sono giunte a noi.
Nel 350 circa, venne ordinato per la sede di Gerusalemme
per le mani del vescovo metropolitano Acacio di Cesarea. E da
costui arrivò non solo l’unzione
episcopale ma anche una pioggia
di guai e sofferenze per il buono
e mite Cirillo.
Chiesa
Sulla sua persona, sull’elezione e sulla sua ortodossia ci
furono (a torto) dei dubbi per il
fatto che era stato eletto e ordinato da un vescovo non in odore di santità, ma addirittura di arianesimo. Se all’inizio Acacio
di Cesarea sembrava solo simpatizzante ariano poi lo divenne
con convinzione.
Dov’era il pericolo di questa
eresia, che era stata abbracciata
da vescovi, imperatori e altri funzionari statali? Molto semplice:
andava alla radice stessa della
San Cirillo da Gerusalemme, icona del XVII sec., Chiesa di Sant’Atanasio, Museo di Veliko Tarnovo, Bulgaria.
❖ Diventare cristofori
continue citazioni bibliche, semplici nella forma, accessibili a
tutti nel linguaggio, appassionate e persuasive nello stile, spiritualmente solide e nutrienti.
Non solo un vero pastore ma
anche un ottimo maestro di fede.
Insomma si faceva capire da tutti quelli che erano interessati a capire: gente semplice senza tanta
istruzione che aveva la volontà di
imparare e prepararsi al battesimo, mentre quelli con l’istruzione necessaria non ne avevano
Quindi con certezza assoluta dobbiamo partecipare del corpo e del sangue di Cristo. Poiché sotto le apparenze del pane ti è dato il corpo e
sotto le apparenze del vino il sangue, affinché, partecipando del corpo e del sangue di Cristo, tu divenga un solo corpo e un solo sangue
con lui. In tal modo noi diventiamo portatori di Cristo (cristofori), perché nelle nostre membra si diffonde il suo corpo e il suo sangue. E così, secondo l’espressione del beato Pietro, noi diventiamo partecipi della natura divina (2 Pt 1,4).
Da Catechesi Mistagogica I, 3
❖ Cristo, forza dell’anima
Sei ora istruito e pienamente convinto che quello che sembra pane non
è più pane, quantunque il senso ne percepisca il gusto, ma è il corpo
di Cristo; e ciò che sembra vino non è più vino, quantunque così suggerisca il gusto, ma è il sangue di Cristo.
Ora tu comprendi le parole che diceva un tempo Davide nei Salmi: “Il
pane fortifica il cuore dell’uomo, affinché egli esilari il volto con l’olio”, rafforza il tuo cuore, prendendo
questo pane spirituale, e
fa che la gioia brilli sul volto della tua anima. Che la
tua anima aperta rifletta
nella coscienza pura, come in uno specchio, la gloria del Signore e possa salire di gloria in gloria, nel
Cristo Gesù, Signore nostro, al quale sia onore, potenza e gloria nei secoli dei
secoli. Amen.
Da Catechesi Mistagogica I, 9
Costantino il Grande
fa bruciare i libri
degli eretici ariani
al Concilio di Nicea (325).
Da un codice dei concili (IX sec.), Biblioteca Capitolare, Vercelli.
21
fede cattolica, cioè a Gesù Cristo. Questi (secondo Ario, il fondatore, e i successori convinti o
simpatizzanti tali) non era il Figlio di Dio, la Seconda Persona
della Trinità ma era semplicemente un “demiurgo” un “semidio”, uno “simile” al Padre, non
certamente “Luce da Luce e della stessa sostanza”, cioè sullo
stesso piano.
Una eresia, come si vede, micidiale per l’ortodossia: minava
alla radice la fede nella Trinità e
distruggeva la cristologia: Gesù
visto così non poteva essere il
Salvatore e Redentore di tutti,
perché il suo sacrificio non aveva valore universale non essendo Figlio di Dio. Ario e la sua eresia era già stata condannata nel
Concilio di Nicea (325). Qui si
affermò solennemente che Gesù Cristo è Figlio di Dio, “della stessa sostanza” del Padre,
e si affermò pure che Egli è
“Dio da Dio, Luce da Luce, Dio
vero da Dio vero, generato non
creato”.
Ma nonostante la sconfitta
conciliare l’arianesimo continuò
tramite gli appoggi in alto (imperatori e vescovi) fino ai giorni di Cirillo. Fu grazie all’opera
appassionata di personaggi co-
❖ In alto i cuori
Quindi il sacerdote esclama: “In
alto i cuori”.
Questo è davvero il momento terribile in cui dobbiamo tenere il cuore elevato a Dio e non rivolto verso
la terra, verso gli affari terreni. È
come se il sacerdote comandasse
di lasciare in quel momento le sollecitudini di questa vita e le preoccupazioni domestiche e di tenere il
cuore in alto verso il buon Dio.
Quindi voi rispondete: “Sono già rivolti a Dio”, e con le parole che
pronunciate, date il vostro assenso a quel comando. Non vi sia nessuno che dica con la bocca “sono
già rivolto a Dio” e abbia invece la
mente occupata nelle faccende di
questa vita. Dobbiamo ricordarci
in ogni tempo di Dio.
E se questo ci è impossibile per
l’umana debolezza, dobbiamo sforzarci di ottenerlo almeno in quel
momento.
Da Catechesi Mistagogica V, 4
me Atanasio, Ilario, Basilio, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di
Nissa (per rimanere in Oriente)
che venne ristabilita la supremazia dell’ortodossia.
Il galletto e la tartaruga simboleggiano la vittoria della luce sulle tenebre e
la scenetta costituisce un’allegoria del Concilio di Nicea che condannò
l’eresia di Ario.
22
Difensore
della divinità di Cristo
Quando l’arianesimo di Acacio divenne manifesto, volendosi staccare dal suo controllo,
Cirillo riaprì la vecchia questione della supremazia della sede
metropolitana (anche perché c’era stato un certo riconoscimento di quella di Gerusalemme e
quindi...), rivendicò maggiore
autonomia per la sede gerosolimitana, sconfessando nei fatti il
primato di Cesarea e quindi di Acacio. Questi allora, come risposta, convocò un sinodo, ma
Cirillo non vi partecipò neppure perché la decisione era già
precostituita, in quanto la maggioranza era ariana. Fu accusato di insubordinazione, di vendita dei beni della Chiesa per
nutrire i poveri in tempo di carestia e di... non sostenere le te-
❖ Efficacia
delle preghiere per i defunti
Voglio farvene persuasi con un esempio, perché ho sentito molti dire così: Che giova all’anima uscita da questo mondo, con o senza peccati,
questo ricordo nelle preghiere? Se un re avesse mandato in esilio degli uomini che l’hanno offeso, e quindi dei parenti loro avessero intrecciato una corona e l’avessero offerta al re a nome dei puniti, forse che
il re non sarebbe indotto a perdonare? Allo stesso modo, quando offriamo
a Dio preghiere per i defunti, anche se sono peccatori, noi non presentiamo una corona intrecciata dalle nostre mani, ma offriamo il Cristo immolato per i nostri peccati e rendiamo propizio il buon Dio verso di loro
e verso di noi.
Da Catechesi Mistagogica V, 10
❖ Tenere a memoria il Credo
Cerca di tenere bene a memoria il simbolo della fede (il credo). Esso
non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta
dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l’unica dottrina della fede. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che
si trova tanto nell’antico quanto nel Nuovo Testamento.
San Cirillo di Gerusalemme
A lato: San Girolamo appare a San Cirillo di Gerusalemme.
Sano di Pietro (1406-1481), Louvre, Parigi.
si ariane (o, con parola difficile,
di essere un “omo-ousiano”).
Risultato già annunciato: la
condanna e l’esilio. Ci andrà ben
tre volte in circostanze diverse,
per cui dei suoi 36 anni di episcopato, ben 16 li passerà in esilio.
Fu nel Concilio Ecumenico di
Costantinopoli (381) che la professione di fede di Nicea fu ripresa e qui (presente anche il
grande Gregorio di Nissa) Cirillo dissipò tutti i dubbi che gli si
attribuivano (di simpatie ariane,
che, per la verità, non ebbe mai)
sottoscrivendo e accettando anche il termine “omo-ousios” cioè
“della stessa sostanza”, parola
che era considerata la sigla dell’ortodossia e quindi dell’anti arianesimo.
Cirillo non era solo intraprendente e brillante nell’educazione religiosa del suo gregge,
ma era anche molto sensibile e
sollecito verso i poveri. Carità e
assistenza ai bisognosi lo accompagnarono sempre.
È rimasto famoso un episodio (che fu anche fonte di accu-
se per lui) e che, anche se tramandato in modo confuso, ci dà
la misura della grandezza morale di Cirillo. Durante una carestia
egli vendette, per ricavarne denaro e soccorrere i poveri, alcuni arredi di proprietà della Chiesa. Tra di essi una stoffa preziosa, donata dall’imperatore Costantino ad un vescovo. Questa
poi fu rivenduta dal compratore
ad un’attrice e riutilizzato come
abito di scena. La cosa sembrò
scandalosa e naturalmente strumentalizzata dai suoi numerosi
avversari ariani.
Un simile episodio capitò anche ad Ambrogio da Milano. E
questi rispose alle accuse anche stavolta degli ariani che “se
la Chiesa ha dell’oro non è per
custodirlo, ma per donarlo a chi
ne ha bisogno... Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”. Non
ci viene tramandata nessuna reazione di Cirillo alle accuse, ma
certamente lo spirito che lo animava era lo stesso: nutrire il
corpo di Cristo spiritualmente
nella catechesi, e aiutarlo anche nel bisogno fisico. Un comportamento da “buon pastore” e
da santo.
Mario Scudu
Salesiani Don Bosco (SDB) • Casa Madre di Torino-Valdocco
www.donbosco-torino.it
23
I peccati contro
lo Spirito Santo
/1
Celebrazione
Impugnare
la verità conosciuta
/1
IN CHE CONSISTE QUESTO PECCATO
Verso il cuore di Gesù
Q
Alcuni considerano Gesù un grande uomo, il più
grande rivoluzionario, per la sua vita e i suoi insegnamenti. Altri, per scusare le loro cattive voglie,
lo dipingono come meglio piace ai ricercatori di
scandali, sia attraverso la carta stampata, come giornali, romanzi e film. Tutte cose fuori da ogni conferma storica.
Anche impugnare la Chiesa e i suoi ministri,
che si battono per la Verità, è lo stesso che negare
Cristo.
Caro amico, non posso disinteressarmi di te, siamo tutti figli dello stesso Padre e tutto ciò che è verità davanti a Lui è già stato scritto in ogni cuore
umano. Egli vuole salvare. Cerca dentro di te, senza pregiudizi, e troverai che Dio ti ama. Lo Spirito ti darà la forza di dire: “Ho peccato, perdonami.
Hai paura di far conoscere la tua conversione? Non
temere. Sii coraggioso: la testimonianza del tuo amore per Gesù, porterà buoni frutti attorno a te.
Nulla è impossibile a Dio”.
Gesù è sempre all’opera. Infatti ha detto: «Il Figlio dell’uomo dovrà essere innalzato da terra (la
uale verità tu vuoi impugnare? Quella scritta, nella tua coscienza dal tuo Creatore?
I dieci comandamenti non li potrai cancellare mai. O sono forse gli insegnamenti del
Vangelo che ti stanno così stretti tanto da impugnarli? Oppure vuoi proprio rinnegare Gesù Cristo
che è la Verità per eccellenza?
È scritto nella Bibbia: «Chi è il menzognero se
non colui che nega che Gesù è il Cristo? Chiunque
nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre»
(1 Gv 2,22).
Tu vuoi, dunque, contestare soprattutto la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che per
noi è morto e il terzo giorno è risorto. Lui solo ha
vinto sulla croce il peccato e la morte. Non vi è altra salvezza. Ma tu forse vuoi trattare direttamente con l’Eterno Padre: lui sì che ti capisce e ti perdona, senza intermediari.
Ormai il mondo domina la scena umana: è molto più comodo seguirlo. Tutti i mezzi di comunicazione sociale sono diventati i maestri più ascoltati e convincenti. Ma quale salvezza? Solo il
Vangelo ti dà via libera affermando: «Chi crede nel
Figlio di Dio non è condannato», e soggiunge:
«Chi non crede in Gesù Cristo è già condannato»
(cf Gv 3,18).
Oggi, in questo eterno oggi, che valica ogni tempo e ogni spazio, la Verità, con la “V” maiuscola è
assolutamente il Figlio di Dio Padre che si è fatto
uomo per la salvezza del mondo. Lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, è lui che ci
ha rivelato che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del
mondo.
Pertanto negare che il Cristo detiene il potere di
togliere i peccati del mondo, vuol dire offendere gravemente lo stesso Spirito, garante di questa verità.
Un peccato imperdonabile, come affermò il Signore
Gesù in risposta ai Farisei, i quali osarono dire che
egli cacciava i demoni nel nome di Beelzebul.
24
Negare che Dio libera l’uomo dal male è negare l’amore
infinito. Può l’uomo vivere con dignità senza questo amore?
croce), perché chiunque crede in lui abbia la vita
eterna» (Gv 3,14-15). L’Amore inchiodato sulla croce, per la sua onnipotenza, vuole attirare tutti al
suo cuore. Non c’è scampo che tenga. Infatti in un
altro passo si proclama: «Volgeranno lo sguardo a
colui che hanno trafitto».
Adamo ed Eva
Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino
noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che
sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti
morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste
come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la
donna vide che l’albero era buono da mangiare,
gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne
mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due
e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie
di fico e se ne fecero cinture.
Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e
non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi
e viva sempre!”. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del
giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della
vita» (Gn 3).
Preghiamo con il Salmo 129
Rit.: Gesù, solo tu sei il mio Dio.
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.
Rit.
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.
Rit.
Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.
L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.
Rit.
Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.
Rit.
Preghiera a Gesù
Mi rivolgo a te, mio Signore Gesù, eterno Figlio
del Padre, e ti imploro in favore di tutti coloro che
nella loro tradizione religiosa negano la tua divinità.
Il mio pensiero accorato va a coloro che, in questi
ultimi tempi di secolarizzazione, ti negano perché,
o non sentono il bisogno di te, o perché a loro non
manca nulla per la loro vita, oppure perché sono convinti che l’uomo è solo terra. Inoltre sono molto
preoccupato di quei cristiani che credono in te ma
rinnegano la tua Chiesa, impugnando i sacramenti
di salvezza sgorgati dal tuo cuore.
Caro Gesù, che ti sei incarnato nel seno della Vergine Maria, abbiamo tutti bisogno di ricevere una
nuova abbondante effusione di Spirito Santo, perché lui confermi in noi e convinca gli increduli che
solo tu sei vero Dio e vero uomo, unico nostro Salvatore. Dello Spirito di amore abbiamo assoluto
bisogno, noi che sappiamo così poco amare e perdonare e compatire.
Purtroppo oggi molti negano queste nostre radici
cristiane. Queste radici ci stanno a cuore. E stanno
a cuore a tutti, anche a quelli che praticano poco o
nulla. Per costoro noi ti supplichiamo. Il nostro grido a te è in favore di quanti ci stanno più a cuore,
se ci permetti di dirti le nostre preferenze, sono amici, conoscenti e parenti.
O buon Gesù, morto in croce per gli uomini, tu
sei l’unico e vero grande amore che ravviva ogni
amore umano. Tu sai dare pace, gioia e serenità alle famiglie che confidano in te e sono molto preoccupate per i figli e i nipoti in forte crisi religiosa.
Ti chiedono consolazione e un grande interessamento per i loro cari.
Grazie, Gesù amabilissimo, perché il tuo amore dona il perdono a quanti si convertono con cuore sincero.
Don Timoteo Munari
25
Musica e Fede
L
a vasta produzione di Pierluigi da Palestrina e di
Orlando di Lasso costituisce il fondamento del teatro
profano, come si era detto nell’ultima puntata. Tuttavia le loro composizioni continuano ad
avere un contenuto e una tonalità
essenzialmente sacri, ed oltre alle numerosissime Messe e spartiti liturgici, si hanno centinaia
di mottetti e madrigali. Si tratta
di due generi musicali sostanzialmente simili, ma con intenti
e provenienze diversi. Entrambi
sono basati sulla “polifonia”, vale a dire su di un insieme simultaneo di più suoni, o di successioni combinate di suoni, aventi
distinta individualità. La storia
della musica occidentale, sia sacra che profana, è fondata proprio
sulla polifonia, come risultato
del processo di combinazioni di
Il trionfo
del teatro profan o
più suoni simultanei. Sulla polifonia quindi si costruirà tutto
l’immenso patrimonio melodrammatico mondiale. Il concetto di polifonia si contrappone
a quello di monodia, ovvero di una sola voce (anche se con accompagnamento musicale), in
quanto questa forma valorizza
solo la melodia.
Il madrigale
Storicamente, dovrebbe essere apparso prima il madrigale. Il
termine è di origine incerta: ne è
stata suggerita la derivazione da
mandriale, in relazione al soggetto pastorale dei primi madrigali, oppure da madrigale, cioè
“nella lingua madre”. Sono comunque due forme musicali distinte tra loro sia come epoche di
formazione che come obiettivi.
Il concerto, Gerrit van Honthorst (1655), Galleria Borghese, Roma.
Il madrigale espresse nei suoi stili i più aristocratici ideali del Rinascimento.
26
/2
Nella prima accezione, il madrigale è una delle forme poeticomusicali della cosiddetta “ars nova” italiana; come le altre forme
di quella scuola, esso è uno dei
primi esempi di musica polifonica profana, e veniva eseguito,
come testimoniano le fonti letterarie, in liete riunioni di giovani, nelle case signorili o all’aria aperta. Il madrigale di questa
accezione fa la sua prima comparsa ufficiale con Giovanni
Boccaccio, nientemeno. Infatti
nel Decameron, alla fine di ognuna delle dieci giornate, il giovane di turno canta un madrigale, di soggetto amoroso-pastorale. Siamo nel secolo XIV, e tra le
forme dell’ars nova, il madrigale è quella che meglio realizza l’ideale di eletta semplicità propria
della borghesia fiorentina.
Nella seconda accezione, che
si fa risalire al secolo XVI, il termine cominciò ad essere usato
intorno al 1530 per indicare componimenti musicali molto simili alla frottola. È molto curioso
l’evolversi delle parole e della
loro valenza: oggi per frottola si
intende un’espressione burlesca
e non vera; nel secolo XIV era un
componimento popolaresco di
vario metro, fatto di pensieri bizzarri, motti sentenziosi, indovinelli che venne a trasformarsi in
composizione polifonica vocale
e strumentale. Alla frottola si sostituisce il madrigale che acquista una maggiore dignità perché
coinvolge più voci, viene osservato con interesse dai Palestrina
e contemporanei e poi da essi
stessi ottiene piena cittadinanza
artistica. Verso la fine del secolo il madrigale incarna più di o-
gni altra forma musicale le esigenze di sentimentalità e di espressione degli affetti che caratterizzano il tardo Rinascimento. Oltre al Palestrina, il maggiore autore di madrigali è Claudio Monteverdi (Cremona 1567
- Venezia 1643), che ne scrisse
ben otto libri, rimasti celebri nella musica, di vastità sorprendente, straordinari come invenzione
musicale, come soggetto, come
allegoria.
Escludendo il madrigale rappresentativo monteverdiano, che
viene a costituire un vero e proprio melodramma, il madrigale espresse nei suoi vari stili i più aristocratici ideali del rinascimento
musicale, sia per la raffinatezza
dei testi poetici, sia per l’elaborazione della scrittura, sia per
l’intimo impegno dell’espressione. Eseguito da pochi solisti
che si sedevano attorno a una tavola, ognuno leggendo la propria parte su appositi libretti, il
madrigale veniva di norma eseguito per il piacere di chi cantaClaudio Monteverdi compone un lavoro che nel suo insieme lascia senza fiato. La struttura strumentale viene da lui usata per precisi effetti drammatici ed emotivi, in un modo che
non si era mai visto prima.
va e di pochi eletti ascoltatori. Il
carattere elitario del madrigale,
soprattutto nella sua estrema fioritura, fu avvertito già dai contemporanei, che lo definirono anche musica riservata. Divenne
poi, all’inizio del XVIII secolo,
melodramma ad ogni effetto, ad
esempio con Il combattimento
di Tancredi e Clorinda, uno dei
capolavori di Monteverdi, rappresentato in casa del conte Mocenigo a Venezia nel 1624. È la
prima volta che, nei madrigali, alla forma rappresentativa si unisce lo stile concitato, traendo la
fonte da un episodio della Gerusalemme liberata.
Il mottetto
Tutta diversa è invece la genesi
e l’obiettivo del mottetto, anch’esso forma musicale polifonica, che si sviluppa in un lunghissimo arco di tempo, dal secolo XIII al Novecento addirittura, assumendo via via aspetti
diversi. È una delle forme polifoniche più importanti del Medioevo europeo; deriva in linea
diretta non dalla frottola, ma dalla clausola, una delle formule
conclusive nei canti del repertorio gregoriano. Nella forma polifonica primitiva, le clausole corrispondevano a delle sezioni in
cui la voce inferiore intonante il
canto si muoveva più agilmente,
mentre le voci superiori si conformavano a uno schema ritmico regolare. Esattamente come si sente oggi la cosiddetta seconda voce, in certi canti liturgici, molto
semplici, che vengono volentieri eseguiti dai giovani. Fu la scuola di Notre-Dame a divulgare il
mottetto. I primi furono creati aggiungendo a una melodia gregoriana preesistente (detta tenor) una o due voci (rispettivamente
chiamate motetus e triplum) che
eseguivano una sorta di commento al testo del tenor con un testo liturgico diverso e melodie
nuove. La base risulta quindi di
In Tancredi, Monteverdi, per primo
utilizza il tremolo, una veloce ripetizione dello stesso tono e il pizzicato
(da pizzicare le corde con le dita) per
ottenere effetti speciali nelle scene
drammatiche.
carattere liturgico, e la tonalità
religiosa non abbandonerà mai il
mottetto. Accanto però a mottetti dichiaratamente religiosi con
testo tratto dall’Ordinarium Missae o dal Magnificat, il secolo
XV vede la vasta fioritura di mottetti legati ad occasioni solenni,
come la consacrazione di chiese, o ad una religiosità intima e
domestica. I mottetti di Orlando
di Lasso e del Palestrina segnano i culmini della produzione cinquecentesca del genere, e sono
tra le espressioni massime delle
personalità dei loro autori. Dal
XVII secolo in poi il mottetto si
sviluppa secondo due linee divergenti. Da una parte si tende a
conservare la tradizione palestriniana di stile severo, che nella
scuola bolognese del secolo XVIII troverà il maggiore soste27
François Couperin (1668-1733) elaborò una musica elegante, raffinata
e formale e offrì un modello esemplare di barocco francese, definito
anche stile galante. Ebbe rapporti epistolari con Bach ma la loro corrispondenza è andata perduta.
gno. Fondatore e pilastro di questa scuola musicale fu il francescano conventuale padre Giovanni B. Martini (Bologna 17061784). Mente enciclopedica, versato anche nella fisica e nelle matematiche, fu il maggior teorico
musicale europeo della seconda
metà del Settecento, ed ebbe come allievi, tra gli altri, Bach e
Cherubini, e lo stesso Mozart ebbe da lui lezioni e consigli preziosi. Per padre Martini dunque
il mottetto continua la sua funzione tipica di composizione sacra, o quanto meno che ricorda il
sacro. La parte invece che non
osserva la tradizione elabora nuove forme che calano il tema religioso nel linguaggio musicale del
tempo. Nascono così i mottetti
del barocco italiano, di cui, oltre
a Monteverdi, fu creatore Francesco Cavalli (1602-1676), che
divenne il maggiore operista del
suo secolo; i mottetti-cantata di
Bach, il “gran-mottetto” della
scuola di Versailles (con i musicisti A. Charpentier, J.-Ph. Rameau, F. Couperin). Ovviamente in questo solco il mottetto perse il riferimento formale alle sue
origini, mantenendo però sempre il carattere di composizione
sacra o comunque relativa ad
un’azione liturgica o ecclesiale.
Anche Giuseppe Verdi, le cui
composizioni religiose sono in
tutto sei, compose nel 1880 un
coro a cinque voci e uno spartito per soprano e archi che possono essere considerati mottetti:
un Pater noster e un’Ave Ma-
Johan Sebastian Bach (1685-1750) fu
allievo del grande padre Giovanni
Martini, il maggior teorico musicale
europeo del Settecento.
ria. Non sono pagine che si possano sentire con facilità. Chi avesse la fortuna di ascoltarli, riconoscerebbe, come in tutti i
grandi, brillare un raggio dello
Spirito di Dio. La conoscenza di
queste pagine favorirà nell’animo umano l’opera del vignaiolo,
affinché la vera vite innestata nel
cuore dell’uomo possa veramente
“portare più frutto” (Gv 15,2).
Franco Careglio
Prega e fai pregare per i tuoi cari
La Basilica di Maria Ausiliatrice accoglie volentieri le vostre intenzioni di preghiera
mediante la celebrazione di Sante Messe
Santa Messa ordinaria: l’offerta per una singola Messa, per persone vive o defunte e per
la famiglia è di € 10,00.
Sante Messe Gregoriane: trenta Messe celebrate per trenta giorni di
seguito per un defunto di cui si chiede di indicare il nome.
L’offerta per ogni singolo defunto è di € 330,00.
Le Sante Messe saranno celebrate dai sacerdoti
della Basilica di Maria Ausiliatrice.
Le intenzioni si intendono per data libera.
Per fare la vostra offerta utilizzate l’accluso conto corrente specificando
nella causale “Intenzioni Sante Messe”.
28
L’ADMA nel mondo
INSERTO
ASSOCIAZIONE DI MARIA AUSILIATRICE
Maria rinnova la Famiglia Salesiana
(Lettera del Rettor Maggiore Don Egidio Viganò del 25 marzo 1978)
Carissimi,
assistiamo ad un’interessante riscoperta della pietà
popolare, come un «luogo teologico-pastorale» di
concreta importanza per un rinnovamento realista.
In questa riscoperta c’è una speciale considerazione e una rivalutazione pratica e rispettosa del «popolo» al di dentro della comunione ecclesiale, e un
discernimento più comprensivo, anche se sanamente critico, del suo «senso religioso».
Sono due categorie queste, di «popolo» e di «senso religioso», che debbono avere una risonanza di
speciale simpatia nella vocazione salesiana.
Orbene, una caratteristica della pietà popolare,
comune nelle varie latitudini, è precisamente la devozione mariana; essa dovrà perciò venire studiata e aggiornata anche da noi perché la sappiamo incrementare con acuto discernimento, senz’altro, ma anche con sintonia e creatività pedagogico-pastorale.
(3a parte)
l’Ausiliatrice; e invece, con il suo materno aiuto noi
vedremo crescere gli effetti della rinascita anche «miracolosamente».
Tanto più, poi, che Maria è giustamente un particolare modello di docilità al rinnovamento nell’ora
della più difficile transizione dall’Antico al Nuovo
Testamento: lì Essa dà a tutti la più grande lezione
di fedeltà all’essenziale e di totale apertura all’imprevisto dello Spirito Santo.
Urge il rilancio mariano
C’è poi una ragione dedotta da un aspetto caratteristico della devozione stessa all’Ausiliatrice:
si tratta di una dimensione mariana che è, per natura, fatta appunto per i tempi difficili.
Don Bosco stesso lo manifestava a Don Cagliero con quella famosa affermazione: «La Ma-
C’è poi un motivo assai profondo e intimo che
ci deve spingere a un coscienzioso rilancio mariano: è il fatto di considerare la nostra vocazione come un «carisma dello Spirito Santo» di cui Maria
è la «sposa» e il «tempio vivo».
Ora, noi oggi «stiamo vivendo nella Chiesa un
momento privilegiato dello Spirito» con i suoi doni e carismi, e, quindi, un momento particolarmente
legato al ruolo speciale di Maria: la sua funzione
materna nella vita della Chiesa è un fatto vincolato con ogni «nascita» e «rinascita» nello Spirito.
Dunque, così come Don Bosco ha saputo venerare in forma speciale e rendere culto alla Madonna
per la «nascita» della Congregazione e della Famiglia
salesiana, con non minore amore e iniziativa noi oggi dobbiamo saperla venerare in forma speciale e
renderle culto per il rinnovamento, che è una «rinascita», della nostra vocazione oggi.
Non ci sarà rifondazione e ripresa per noi senza
L’Ausiliatrice, Luigi Zonta, Colle Don Bosco (AT).
Un momento speciale
29
donna vuole che noi la onoriamo sotto il titolo di
Auxilium Christianorum: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine Santissima ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana».
Orbene, noi stiamo vivendo e sperimentando
oggi difficoltà veramente gravi e inedite, sia per la
fede dei credenti, per la vita della Chiesa e per il
ministero dei suoi Pastori, che per le riforme sociali
e politiche, per l’educazione integrale dei giovani
e per la promozione dei ceti popolari.
Se quella dell’Ausiliatrice è una dimensione mariana intonata specificamente alle ore di difficoltà
e se Don Bosco e la sua Famiglia sono stati suscitati dallo Spirito come strumenti specializzati ed
efficaci per propagarne la devozione nella Chiesa,
si dovrà concludere che le attuali difficoltà, tanto
complesse e problematiche, della Chiesa e della
Società esigono con urgenza da noi un accurato rilancio mariano.
Ausiliatrice vertice della devozione
Un’altra ragione, più particolarmente specifica
per noi, è la correlazione intima che si dà, di fatto,
tra il nostro spirito salesiano e la devozione a Maria Ausiliatrice.
Don Bosco non è arrivato per caso a tale devozione; né essa dipende da una qualche apparizione
locale; essa si presenta piuttosto come la maturazione di tutta una linea spirituale e apostolica che
si è andata precisando e sviluppando con gli apporti
di determinate congiunture storiche, lette alla luce
di un profondo dialogo personale con lo Spirito
Santo nel contesto di quei caratteristici tocchi mariani tanto familiari nel divenire quotidiano della vita di Don Bosco.
L’Ausiliatrice appare come la cuspide di ciò che
Don Bosco sentiva di Maria: avvocata, soccorritrice, madre dei giovani, protettrice del popolo cristiano, vincitrice del demonio, trionfatrice delle eresie, aiuto della Chiesa in difficoltà, baluardo del
Papa e dei Pastori insidiati dalle forze del male.
Una tale devozione alla Madre di Dio è la concretizzazione pratica di quella santità dell’azione che
ha caratterizzato la spiritualità di Don Bosco. Basterebbe ripensare al suo dialogo con il pittore Lorenzone, a cui chiedeva di rappresentare la Madonna al centro di tutto un gigantesco dinamismo
ecclesiale, o guardare l’attuale quadro della basilica di Valdocco per scoprire, direi quasi, una connaturalità tra spirito salesiano impastato d’apostolato ecclesiale e devozione a Maria Ausiliatrice.
Se, perciò, tutto il movimento conciliare di rinnovamento dei Religiosi porta ad una riattualizza30
zione della loro specifica spiritualità, ciò dovrà significare per noi un forte rilancio della componente mariana del nostro carisma.
Per tutte queste ragioni, e non senza uno speciale
influsso dello Spirito Santo, l’ultimo Capitolo Generale ci ha richiesto un esplicito impegno di rinnovamento dell’aspetto mariano della nostra vocazione: «Il CG21, in spirito di fedeltà a Don Bosco
alla luce del Vaticano II e della Marialis Cultus di
Paolo VI, invita tutti i Salesiani a riscoprire e a valorizzare la presenza di Maria nella propria vita e
nell’azione educativa tra i giovani».
Anche la Superiora Generale delle FMA con tutto il suo Consiglio, in visita fraterna alla nostra assemblea capitolare, ha assunto con entusiasmo e operosità l’impegno suggerito dal Rettor Maggiore
di sentirsi privilegiate nelle iniziative di animazione mariana in tutta la Famiglia Salesiana.
Dunque: ci sentiamo oggi chiamati insieme con
le FMA e con tutti i gruppi della Famiglia Salesiana a creare un clima e a programmare attività concrete per far conoscere e amare la Madonna, soprattutto dalle nuove generazioni di giovani che
hanno più che mai fame e sete delle grandi realtà
della Pasqua cristiana.
Anche per loro, oggi, debbono valere e tradursi
nella pratica le parole profetiche della stessa Vergine Maria: «Tutte le generazioni mi chiameranno
beata».
(3 continua)
TO-VALDOCCO. ADMA Primaria e locali di Torino e dintorni. Gruppo a fine mattinata di domenica 17 dicembre
2006.
L’A D M A nel mondo
TORINO VALDOCCO. ADMA Primaria e locali di TO-Crocetta e Colle Don Bosco SDB, TOStura, Agnelli, Sassi, S. G. Cafasso FMA con un totale di 59 donne, 26 uomini, 3 FMA e 2 SDB, dalle ore 9,30 alle 11,00 incontro in Sala Don Bosco,
seguito dalla foto di gruppo davanti alle camerette
e alla statua di Don Bosco; dalle 11,15 alle 12,00 in
Chiesa di San Francesco di Sales; dalle 12,15 alle
13,00 al “Self-service della Basilica” con una settantina di commensali ADMA; dopo una pausa, in
cortile con un sole quasi tiepido o al calduccio in
Sala Don Bosco, appisolati o conversando, oppure
in Santuario o in Cappella Pinardi a pregare sino
alle 15,00. Poi fino alle 16,20 in Sala Don Bosco.
Alle 16,30 in Santuario per la Novena del Santo
Natale e l’adorazione e benedizione Eucaristica sino alle 17,15 per tornare tutti alla sala Don Bosco
per il brindisi augurale di Natale e Capodanno.
Alle 18,00 saluti con rinnovati auguri vicendevoli e ai familiari... tutto meraviglioso!
È la prima Giornata di ritiro spirituale e di animazione della devozione di Maria Ausiliatrice durante l’anno 2006-2007. Seguiranno, nell’ordine, gli
Esercizi Spirituali di un fine settimana, da venerdì,
nel primo pomeriggio, a domenica sera, nella casa
di Spiritualità (Avigliana SDB); la V Domenica di
Quaresima giornata di ritiro spirituale con gli auguri
per la Santa Pasqua; il 24 maggio, solennità di Maria Ausiliatrice occasione in cui le/gli Aspiranti fanno la Promessa ADMA; la Giornata Mariana annuale la I o la II domenica di ottobre estesa a tutta
la Famiglia Salesiana quale
momento privilegiato di animazione della devozione a
Maria Ausiliatrice.
Ogni 24 del mese, giorno
dedicato a Maria Ausiliatrice,
ci si riunisce in Sala Don Bosco dalle 15,30 alle 16,20 per
catechesi cristiana, mariana,
salesiana e dalle 16,30 alle
17,30 si va nel Santuario di
Maria Ausiliatrice per il Santo Rosario e la Santa Messa:
ogni mese, anche ad agosto.
Non possiamo non accennare al pellegrinaggio,
mariano quasi sempre, ogni
anno a inizio di giugno per
l’ADMA SDB ed FMA organizzato da Suor Laura Rebaudengo, Animatrice spirituale ispettoriale ADMA.
TO-VALDOCCO. Presepio in Sala Don Bosco.
TO-VALDOCCO. Sala Don Bosco durante l’intervento di
Don Sebastiano Viotti.
TO-VALDOCCO. Chiesa di San Francesco di Sales: Santa Messa presieduta dal Sig. Direttore Don Giancarlo
Isoardi, concelebra Don Viotti, ministrante Giomaria Tesio.
TO-VALDOCCO. Chiesa di San Francesco di Sales. Assemblea con la Presidente Giuseppina Chiosso e la Presidente emerita Maria Lucia Caffaro.
TO-VALDOCCO. Brindisi finale in Sala Don Bosco.
TO-VALDOCCO. I sette membri del Consiglio della Primaria con alcuni Associati.
TORINO - Istituto Virginia Agnelli FMA. In cappella, la
Sig.ra Teresa Belvisotti guida il Santo Rosario prima della castagnata.
TORINO - Istituto Virginia Agnelli FMA. Suor Laura Rebaudengo saluta i partecipanti alla castagnata.
32
Vi partecipano sempre almeno una sessantina di
pellegrini.
Questo programma è l’applicazione di quanto
voluto dal Primo Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice nel centenario della morte di Don
Bosco (7-11 luglio 1988), dal quale partì l’idea di
chiedere il riconoscimento di appartenenza dell’ADMA alla Famiglia Salesiana, che si ottenne il
5 agosto 1989 e oggi conta almeno 100.000 associate/i nei 5 continenti in prevalenza donne ma non
solo; nella Primaria gli uomini sono il 30%.
Parleremo in seguito delle tre revisioni del regolamento scritto da Don Bosco stesso quando ha
fondato l’ADMA il 18 aprile 1869 con il nome di
“Associazione dei divoti di Maria Ausiliatrice”, 10
anni dopo la fondazione della congregazione salesiana (18 dicembre 1859).
Riprendendo il discorso della giornata di ritiro,
alle 9,30 si inizia con il saluto del Direttore della
Comunità Maria Ausiliatrice, Don Giancarlo Isoardi
che invita i partecipanti allo “stupore!”, a sapersi
stupire! E il Natale ha il MASSIMO CONTENUTO DELLO STUPORE: DIO SI FA UOMO!
Grazie Sig. Direttore: ci ritroveremo alla 11,15 per
la liturgia eucaristica.
Segue la “Preghiera del mattino” nella sua forma più semplice, ma tanto efficace, se pronunciata
con calma, che aiuta alla partecipazione della mente alla comprensione e condivisione.
Dopo i saluti della Presidente Chiosso Giuseppina, e di Don Viotti, che ringrazia i partecipanti dei
vari gruppi ADMA presenti, vengono annunciati i
due temi della giornata: il Santo Natale e i “Capitoli Salesiani”: il V ispettoriale quest’anno, che culmina con la riunione dei “Delegati Ispettoriali”
dall’11 al 14 marzo 2007 a Muzzano Biellese nella
casa salesiana di spiritualità, in preparazione al “Capitolo Generale XXVI” che si terrà a Roma-Casa
Generalizia, ma con un inizio nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Valdocco, domenica 24 febbraio
2008 seguito dalla visita ai luoghi salesiani, sorgente di ispirazione e dinamismo, per trasferirsi subito dopo, a Roma, sede del Capitolo Generale.
Il tema di questi Capitoli è Da mihi animas,
cetera tolle (dammi anime, prendi tutto il resto):
bontà e pazienza sempre e in tutto per il profitto
delle anime!
Abbiamo poi proiettato il filmato “I luoghi e il
messaggio di San Francesco di Sales”, che ha fatto da filo conduttore assieme al messaggio dell’Avvento-Natale della nostra giornata di ritiro.
Dopo la foto di gruppo e una sosta in cortile, nella chiesa San Francesco di Sales alle 11,15 il Sig. Direttore, Don Giancarlo Isoardi ha presieduto la Santa Messa, con Don Viotti, che concelebrava e Don
Angelo Pagliero all’organo per i canti dell’assemblea.
Nell’omelia il Sig. Direttore rileva che lo stu-
pore genera gioia e la liturgia della III Domenica
di Avvento è inno e invito alla gioia: il profeta
Sofonia e San Paolo ai Filippesi hanno toccanti
messaggi di gioia mentre San Giovanni Battista assicura che “Colui che battezza in Spirito Santo e
fuoco è già presente”.
Per le 12,15 più di 70 hanno partecipato al pranzo nel Self-service della Basilica in clima fraterno.
Per le ore 15,00 la sala Don Bosco era di nuovo
gremita: subito si è recitato
il Santo Rosario con riflessioni sui misteri gaudiosi, a due cori, con calma per oltre mezz’ora. Sono seguite alcune riflessioni su norme liturgiche
con avvisi vari e risposte
a domande dell’assemblea.
Dopo la partecipazione
in Basilica, alla Novena
del Santo Natale – segui-
CASCAIS (Portogallo). Le tre nuove Associate ADMA.
CASCAIS (Portogallo). L’Ispettrice, Suor Conceicão Santos FMA e la Presidente nazionale ADMA durante la Promessa ADMA.
ta dall’Adorazione Eucaristica con benedizione –
per le 17,30 si è tornati in sala per il brindisi natalizio, preparato e servito dai membri del consiglio
della Primaria e alcuni volontari: molto cordiale e
fraterno! Alle ore 18,00 la sala era di nuovo in condizioni di ricevere altre attività! È stata una giornata veramente ricca!
Un vivissimo ringraziamento a tutto il consiglio
della Primaria e a parecchie/i volontarie/i, che hanno preparato la sala, gli addobbi, il necessario per
il brindisi e... hanno rimesso ogni cosa al loro posto! Grazie a loro e a tutti i partecipanti!
CASTAGNATA. L’ADMA Agnelli FMA, dietro richiesta della Primaria l’ha organizzata sabato
18 novembre u.s. estendendo l’invito alle ADMA
locali di Mappano, S. G. Cafasso, e Sassi: oltre 40
i partecipanti. Squisito il trattamento della comunità FMA Agnelli.
Ha potuto farci visita e portare un ricordo a ogni partecipante Suor Laura Rebaudengo che sta riprendendosi in salute; le auguriamo che possa riprendere l’attività di animazione ADMA Ispettoriale
FMA al più presto con l’entusiasmo e l’efficacia di
sempre.
Si è iniziato verso le ore 15 in Cappella con una riflessione di Don Viotti, che ha ricordato la tradizione introdotta da Don Bosco quale occasione
di suffragio per i defunti e modo di intrattenere in
modo sereno i ragazzi.
Si è recitato la terza parte del Rosario con brevi riflessioni.
È stato molto apprezzato il gesto della Vicaria
Ispettoriale FMA Suor Giuseppina Franco di condurci Suor Laura Rebaudengo.
La direttrice dell’Agnelli, Suor Giuseppina Molino ci ha fatto gli onori di casa e Suor Maddalena
Scarrone animatrice e il consiglio ADMA locale si
sono prodigate nei servizi: un vivissimo grazie!
CASCAIS (Portogallo). Esternato N. S. del
Rosario FMA. Il 24 maggio 2006 l’ADMA locale di Cascais è cresciuta di 3 nuove Associate: Maria, Maria Helena e Maria Helizabeta, rispettivamente di 62, 59 e 39 anni.
La celebrazione di “Promessa ADMA” è stata
semplice ma molto partecipata da tutta l’assemblea
ed ha presieduto la celebrazione la Sig.ra Ispettrice, Suor Maria da C. Santos affiancata dalla presidente nazionale ADMA. Nella visita che Suor Lea
ha fatto a Valdocco del settembre 2006, ci ha comunicato che le hanno affidato l’animazione delle
ex allieve e lascerà l’incarico dell’ADMA locale e
nazionale. Ci spiace perché è stata molto intraprendente e sempre efficace. A lei i più vivi ringraziamenti per il prezioso lavoro svolto.
Don Sebastiano Viotti
33
Santuari
del Triveneto
/14
71
Santuari mariani
TRIESTE
Santuario Nazionale
a Maria Madre e Regina
Missionari della Fede
Indirizzo: Monte Grisa
Tel. 040.22.52.90
Diocesi: Trieste.
Calendario: La festa del Santuario si celebra il giorno dell’Ascensione.
Note: Il Santuario dà la possibilità di
sosta e di ristoro; inoltre, a pochi minuti
di automobile, c’è una casa per esercizi spirituali chiamata «Le Beatitudini».
Il tempio fu eretto a Trieste a
ricordo e richiamo costante della consacrazione della nazione italiana alla Madonna. Le origini
del Santuario risalgono ad un voto alla Madonna compiuto dall’arcivescovo di Trieste, monsignor Santin, la sera del 30 aprile 1945, quando la città stava per
essere distrutta dalla guerra. La
città si salvò dalla rovina e il tem-
pio venne innalzato. Nel 1959,
Papa Giovanni XXIII volle che
il Santuario fosse dedicato a Maria Madre e Regina, come simbolo dell’unione fra i popoli, in
particolare fra Occidente e Oriente. Nello stesso anno, da settembre ad aprile, ebbe luogo in
tutta Italia il Pellegrinaggio della Madonna di Fatima che portò
alla consacrazione dell’Italia al
Cuore Immacolato di Maria; il
pellegrinaggio si concluse a Trieste il 17 settembre dove due giorni dopo, sabato 19, veniva posta,
sul Monte Grisa, la prima pietra
del grande Tempio.
Il Santuario è stato progettato dall’ing. Antonio Guachi: è una grande costruzione che domina tutta la città e il Golfo di
Trieste. La chiesa venne consacrata il 22 maggio 1966, giorno
dell’Ascensione e vi fu portata in
processione la statua della Ma-
Panoramica del monte Grisa col Santuario Nazionale dedicato a Maria Madre e Regina.
34
Interno del Santuario Nazionale dedicato a Maria Madre e Regina.
donna, che era stata offerta personalmente dal vescovo di Fatima. Il complesso comprende due
chiese sovrapposte, con enormi
strutture in cemento armato, pavimentazioni in marmo, grandi
inventriate, poderosi pilastri a
clessidra e lunghe travate orizzontali, con alte luminose pareti traforate e fianchi inclinati lavorati a cassettoni.
Nella chiesa superiore si trovano l’altare maggiore e il coro, l’altare della Madonna e del
Santissimo, un originale crocifisso in legno di Mascherini.
Nella chiesa inferiore l’altare
principale è dedicato ai «Caduti senza croce», l’altare con Gesù Risorto e i Santi patroni delle chiese istriane, l’altare con
San Vito e San Modesto, patroni di Fiume e San Gerolamo e
San Simone, patroni di Zara e
della Dalmazia, di San Cirillo e
Metodio, apostoli dei popoli
orientali.
UDINE
Santuario
Madonna delle Grazie
Servi di Maria
Indirizzo: Piazza 1° maggio 24.
Tel. 0432.50.17.39
Diocesi: Udine
Calendario: Festa particolare il quarto sabato e la domenica di ottobre, con il ricordo del voto cittadino alla Madonna
delle Grazie. Inoltre si festeggia l’8 settembre, la natività di Maria Vergine, e
tutte le giornate mariane. Per i religiosi che custodiscono il Santuario vi è una celebrazione importante nel giorno
dell’Addolorata.
Note: Numerose le Sante Messe celebrate sia nei giorni feriali sia in quelli festivi. Nel Santuario, si conservano le reliquie del beato Bonaventura da Forlì,
morto nel convento dei Servi di Maria
nel 1491 e alcuni cimeli per la penitenza, attribuiti alla beata Elena Valentinis.
Per mostre, rassegne e conferenze viene messo a disposizione l’ex refettorio
del convento, sito nel chiostro.
Durante il governo del patriarca Bertrando (1334-1350) esisteva un ospizio con relativa
cappella, dedicata ai santi Gervasio e Protasio. Nel 1347 venne restaurato e affidato ai monaci di San Pietro Celestino. Nel
1478 la chiesa è consegnata ai
Servi di Maria con l’intento di ristrutturarla e dedicarla alla Vergine come protezione contro le
incursioni dei Turchi. L’8 settembre 1479 viene posta la sacra icona, dono di Maometto II
sultano di Costantinopoli ad un
cavaliere veneziano, Giovanni
Emo. La costruzione della nuova chiesa inizia nel 1495 e termina nel 1520, con il contributo
del Comune di Udine. Nel 1746
i frati richiedono al Comune di
costruire una nuova cappella alla Madonna.
Il Santuario odierno è stato
restaurato nel corso del secolo
XVIII con il completamento del
pronao sul finire del secolo scorso. Dal 1808 fino al 1923 il Santuario è stato curato da sacerdoti diocesani, poi è passato ai Servi di Maria.
L’edificio, terminato nel 1520,
è in stile romanico, con soffitto
a cassettoni e con facciata adorna di rosone. Nel XVIII secolo fu prolungata ed innalzata
la navata, ristrutturato il presbiterio e l’abside; più tardi venne
aggiunto il pronao neoclassico di
Valentino Presani, poggiato su
quattro grandi colonne. All’interno del Santuario si trova la
cappella della Vergine, a pianta
quadrata, sormontata da una cupola e variamente decorata. L’altare di Giorgio Massari è un capolavoro di ordine corinzio al
Santuario della Madonna delle Grazie di Udine. In alto: l’icona venerata dal 1479 all’interno del Santuario.
centro della cui pala di marmo
si trova la tavola della Madonna del XIV secolo. L’immagine
di stile bizantineggiante raffigura la beata Vergine Maria e il
Bimbo nell’atto di prendere il
latte. Possiamo ammirare: nell’abside il coro ligneo del 1692,
la pala del Monteverde raffigurante la Vergine in trono con il
Bambino e i Santi Gervasio, Protasio, Sebastiano e Rocco, commissionata nel 1522 e un organo Malvestito, ben il quarto nel
tempio. Nella navata ci sono sei
altari, compreso quello della
Madonna. Troviamo nelle pareti, sopra gli altari, quattro tele
di Domenico Tintoretto (15621635), che rappresentano rispettivamente l’Assunzione della Vergine, la Natività di Gesù,
la Natività di Maria e il Martirio di Sant’Ursula. Le sculture
risalgono al secolo scorso, come
gli affreschi del soffitto di Bianchini.
Coronano la cappella della
Madonna due tele di Giuseppe
Dizioni (1768) raffiguranti Ester
e Giuditta che lodano la Vergine.
Da ricordare i particolari e antichi ex voto; inoltre, a destra della chiesa, troviamo l’entrata all’antico monastero.
Cristina Siccardi
35
Marzo 1484 - Santa Maria delle Grazie - Piove di Sacco (PD)
Calendario mariano
Chiostro del Santuario di Piove di
Sacco.
F
uori del centro storico della cittadina di Piove di Sacco, alla fine del viale alberato che fiancheggia il Fiumicello, sorge il Santuario della
Madonna delle Grazie, dalle origini molto antiche. L’iscrizione di una lapide, ormai distrutta, ma riportata nel libro “Inscriptiones Agri Patavini ”,1 ci
informa che una piccola chiesa,
con annesso Convento di Francescani, è costruita, con le elemosine dei fedeli, tra gli anni
1484 e 1489, su di una precedente e più antica Cappelletta.
In quegli anni era capitato un
fatto prodigioso, non documentato, ma riferito da diversi illustri scrittori del 1500, tra i quali
il Padre Francesco Gonzaga e lo
storico Alessandro Morosini.
Due fratelli di nome Sanguinazzi, alla morte dei propri ge36
Fermatevi !
nitori, decidono di dividersi la
consistente eredità ricevuta. Procedono di comune accordo fino
al momento di definire a chi assegnare un quadro della Madonna con il Bambino, di particolare bellezza, al quale sono entrambi affezionati. Dalle parole
passano presto alle offese e giungono al punto di sfidarsi a duello per decidere a chi tocchi.
Stanno per iniziare il duello,
quando un bambino di un anno,
in braccio alla mamma, tra la meraviglia di tutti, grida: «Fermatevi, ve lo comanda Maria Vergine! Deponete le armi e portate questa Immagine alla Cappella poco lontana dove sono i
frati di San Francesco, perché
venga esposta alla venerazione
dei fedeli». Colpiti da tanto prodigio, i due fratelli pongono fine alla lite e trasportano l’Immagine della Madonna nel luo-
go indicato. La devozione dei fedeli per la Madonna prodigiosa
cresce, giungono offerte, per cui
viene deciso di costruire una
chiesa sul terreno donato dagli
stessi fratelli rappacificati.
Il Santuario
Sorge così il Santuario di
Santa Maria delle Grazie che,
tra le tante opere d’arte, conserva gelosamente il bel quadro della Madonna con il Bambino, attribuito alla mano del pittore veneziano Giovanni Bellini e datato
intorno al 1478. È un dipinto su
tavola di cm 82҂62, definitivamente restaurato nel 1943 dall’Istituto Centrale di Roma. La
Madonna, avvolta in un manto
verde-azzurro, stringe con delicato movimento delle mani il
Bambino in piedi, in posizione
frontale ed in atteggiamento be-
All’epoca del prodigioso intervento della Madonna per fermare il duello dei fratelli Sanguinazzi, il Santuario era una semplice cappella officiata dai frati di San
Francesco.
La preziosa tela attribuita a Giovanni Bellini (1430-1516) riproducente le dolci
fattezze della Vergine con Bambino.
nedicente. Sullo sfondo inondato di luce mattutina, un paesaggio tipico della campagna veneta, con campi coltivati, un limpido ruscello e colline degradanti.
Il quadro è racchiuso in una grande pala marmorea; due angeli
reggono la preziosa corona d’oro donata il 1° giugno del 1947
come riconoscenza a Maria per
aver preservato la Città dalla distruzione della seconda guerra
mondiale.
Sulla parete destra della navata centrale sono stati riuniti diversi dipinti, ricuperati negli ultimi restauri, che hanno un grande valore storico. Tra di essi vi
è la Scena del duello, che si ritiene sia stata eseguita in età contemporanea o di poco posterio-
re all’avvenimento. Esso rappresenta i due fratelli Sanguinazzi fra un gruppo di persone,
in atto di iniziare il duello decisivo per il possesso del quadro
della Madonna. A lato, un gruppo di donne assiste con evidente timore e tra di esse, la mamma con il braccio il bambino che
ordina ai contendenti di deporre
le armi.
La festa del Voto
Un altro evento prodigioso,
attribuito alla Madonna delle
Grazie, è narrato in due di questi dipinti ed è la liberazione della Città dalla terribile peste del
1631 che imperversa, portando
morte ovunque, tra le popola-
zioni dell’Europa, ricordata anche da Alessandro Manzoni ne
I Promessi Sposi.
La prima tela rappresenta
l’Istituzione della Festa del Voto: il Consiglio della Comunità,
per impetrare dalla Madonna la
liberazione dalla peste, delibera
il 27 aprile 1631, di recarsi al
completo, Podestà Sindaco in testa, ogni anno il 6 maggio, in
processione al Santuario della
Madonna delle Grazie. I notabili della Comunità sono raffigurati
con caratteri nettamente distinti
nei tratti del volto; di grande effetto sono il drappo, a disegni
geometrici, che copre il tavolo,
ed i fiori posti sotto l’immagine
della Madonna, eseguiti con squisita delicatezza.
La seconda tela documenta la
Prima Processione del Voto: il
popolo, il clero, le autorità civili sono raffigurate in devoto corteo verso il Santuario, riprodotto
nella sua originaria struttura; sul
lato opposto si intravede l’antica
costruzione di Padova. Il dipinto è di grande interesse per il suo
carattere storico, circa il Voto fatto dalla Città di Piove, ma anche
per la panoramica che presenta
riguardante gli usi e i costumi
della popolazione nella prima
metà del secolo XVII, e gli elementi architettonici del tempo.
Il 6 maggio 1985, a conclusione del quinto centenario di fondazione del Santuario, una solenne processione, presieduta dal
Patriarca di Venezia, Cardinale
Marco Cè, ha riportato la pregevole tavola della Madonna del
Bellini, restaurata dopo gli sfregi subiti nel tentativo di furto avvenuto anni prima, e ricollocata
nel maestoso artistico altare.
Don Mario Morra
1
PAOLO TIETO, Santuario Madonna delle Grazie di Piove di Sacco (PD), Grafiche Erredici, Padova, 1971.
PIETRO M. CANDEO, I Santuari Mariani della Diocesi di Padova, Lito-Tip.
Bertato, Villa del Conte (PD), 1986.
37
Centro
di documentazione
VIII Mostra dei Pr
e della Devozione
mariana
C
on il 31 gennaio, Festa di
San Giovanni Bosco, si
è definitivamente chiusa
la Mostra allestita per il Natale
2006. Dobbiamo ringraziare il
Signore che ci ha accompagnato
anche con un tempo freddo, ma
asciutto. Veramente molti i visitatori; ne abbiamo contati oltre
11 mila, di tutte le età, e tutti entusiasti sia per gli incantevoli Presepi, sia per la documentazione
sui Santuari Mariani d’Italia.
Abbiamo potuto toccare con
mano quanto interesse susciti ancora nei bambini, nei ragazzi,
giovani, e nelle persone adulte,
il racconto della Natività di Gesù nel Presepio, creato con tanto amore ed inventiva. E si voleva cancellare il Presepio e così distruggere una nota caratteristica della nostra vita cristiana!
Numerose sono state le classi
scolastiche che hanno visitato la
Mostra, e non sono mancati gli
alunni di religione non cristiana:
Folgaria (Trento), il Santuario della Madonna Patrona degli sciatori d’Italia, si
trova a 1240 metri d’altezza.
tutti sono rimasti incantati e bene impressionati.
Commovente è stato poi ammirare giovani Papà e Mamme,
anziani Nonni e Nonne accompagnare i propri figli e nipotini,
Il Santuario della Madonna del Ghisallo, protettrice dei ciclisti.
38
stupirsi e gioire con loro, rispondere ai loro interrogativi interessati sulla vita di Maria, di Giuseppe e del Bambino Gesù. I gruppi scolastici che hanno visitato la
Mostra sono stati 11, per complessivi 506 alunni, ed hanno dimostrato tutti grande interesse e
conoscenza della vita di Gesù e del Natale, segno che
gli Insegnanti hanno presentato loro con efficacia il
racconto evangelico. Siamo
lieti di aver contribuito con
la nostra iniziativa al felice
risveglio dell’amore per il
Presepio nelle famiglie e nei
giovani.
Anche la sezione della
Mostra riguardante la Devozione popolare mariana nei principali Santuari d’Italia, ha riscosso interesse tra i visitatori, soprattutto adulti. Abbiamo
potuto illustrare con visio-
esepi
popolare
ni antiche, immaginette ed oggetti vari, circa 600 Santuari mariani d’Italia, divisi per regione,
corredati singolarmente da una
breve didascalia sulla rispettiva
origine e storia. Dei Santuari
maggiormente rinomati, dei Templi Votivi Internazionali e Nazionali, e delle Madonne Patrone di categorie di persone particolari (Carabinieri, Aeronautici,
Sciatori, Nautici, Motociclisti,
Ciclisti, Lavoratori, utenti della
Strada...) abbiamo presentato
un’illustrazione particolare.
Tra gli oggetti devozionali curiosi possiamo ricordare: antichi
calamai da tavolo e penne, scodelle e tazze in ceramica decorata con la Madonna di Oropa, la
Consolata, la Madonna delle Grazie di Faenza; un’ocarina in terracotta decorata con la Madonna
di Picciano (MT), e soprattutto
il modellino del Carro d’epoca,
con assali in legno, trainato da
buoi, che ha trasportato il Pilone,
con l’Immagine miracolosa della Madonna di Vicoforte, dalla
Città di Benevagienna al Santuario della Gorra (CN), nel 1818.
L’interesse dei visitatori ha ricompensato ampiamente il lavoro profuso per allestire questa
sezione della Mostra, per la ricerca del materiale e delle notizie storiche dei singoli Santuari.
Don Mario Morra
Santa Maria delle Vertighe, Patrona
dell’Autostrada del Sole a Monte San
Savino (Arezzo).
Interno del Santuario della Madonna
del Prodigio a Garzola (CO), Tempio
Sacrario degli sport nautici.
Madre della Divina Provvidenza di
Lora (Como).
Immagine della Madonna del Lavoro di Nuova Olonio (Sondrio).
Madonna della Creta e delle Grazie
di Castellazzo Bormida, Patrona dei
Centauri.
39
La santità è gioia
Santi di ieri e di oggi
S
ulla collina rivestita di vigneti, boschi e campi di
meliga, tra Castelnuovo
d’Asti e i Becchi, c’è un borgo:
casolari sparsi, una chiesetta con
il campanile simile a un dito puntato al cielo. Il borgo si chiama
Murialdo. A fianco della strada
c’è un caseggiato antico dai muri che odorano di tempi lontani,
di lavoro e di fatiche. Davanti, lo
sguardo spazia lontano verso le
Alpi, verso il cielo.
In quel caseggiato di Murialdo, trascorse dieci anni della sua
breve esistenza, Domenico Savio. Era nato il 2 aprile 1842 a Riva di Chieri, dove il papà Carlo
con la mamma Brigida si era trasferito per guadagnarsi il pane
con la piccola officina di fabbro.
Ma quando il bimbo non contava ancora due anni, tornarono a
Murialdo.
Il cuore a Uno solo
Domenico è un marmocchio
di pochi anni e già si ritira nella
sua stanzetta a pregare. Il papà lavora da mane a sera. Domenico
l’attende alla sera per dirgli: «Sei
stanco, papà?». «Io sono buono
a poco, ma prego il buon Dio per
te». La mamma lo porta a Messa tutte le domeniche, frugolo di
cinque anni. Gli altri suoi coetanei fanno schiamazzi, aspettando il prete. Domenico si inginocchia e prega. Un giorno viene un tale a pranzo, a casa sua,
e si mette a mangiare senza neppure dire una breve preghiera.
Domenico si rifiuta di venire a
mangiare perché, dice: «Non posso mangiare con uno che divora
tutto come le bestie». Ci vuole
40
A 150 anni dalla morte di
San Domenico Savio (9 marzo 1857)
del coraggio a comportarsi così.
Dentro la sua anima candida
di fanciullo, ha Gesù che lo istruisce e lo affascina. Domenico lo ascolta. A sette anni, è ammesso alla prima Comunione.
Tocca il cielo con un dito: quel
giorno prova una gioia immensa nel suo cuore. In questa occasione scrive quattro propositi,
sono quattro rampe per salire sulle vette di Dio, come un rocciatore di sesto grado:
1) Mi confesserò e comunicherò
molto sovente.
2) Voglio santificare le feste.
3) I miei amici saranno Gesù e
Maria.
4) La morte ma non peccati.
Si è soliti, parlando di lui, sottolineare il quarto proposito, ma
il più importante, penso, sia il
terzo: Gesù è l’amico per eccellenza, l’amico che gli riscalda il
cuore, che lo innamora, lo spinge al sacrificio, fino alla morte se
Lui lo vuole. È come dire: “quanto ho di più caro al mondo è Gesù”, come i mistici, i martiri che
cadono sotto il piombo per non
tradire il divino Maestro. Il suo
cuore, Domenico, lo dona a Gesù solo e per sempre.
Cresce, Domenico e vuole imparare. Va a scuola a costo di
molta fatica: 15 chilometri circa, ogni giorno, solo, per strade
insicure: «Non hai paura?», gli
domandano. «Macché paura – risponde – io non sono solo, ho
l’Angelo custode che mi accompagna in tutti i passi!».
I compagni lo chiamano a tuffarsi nelle onde di un torrente.
Lui capisce che la cosa sa di volgare e si impenna: «Non è una
buona cosa!». Volta loro le spalle e se ne va per la sua strada. Ha
solo dieci anni, ma ha la stoffa
del capo.
Una mattina d’inverno, a scuola, mentre si attende il maestro, i
compagni riempiono la stufa di
sassi e di neve. Al maestro, irato, i compagni dicono: «È stato
Domenico!». Lui non si scolpa,
non protesta e il maestro lo castiga severamente, mentre gli altri sghignazzano. Ma all’indomani, la verità si viene a sapere.
«Perché – gli domanda il maestro – non mi hai detto che eri
innocente? Io ti avrei subito creduto!». «Quel tale – risponde Domenico – già colpevole di altre
gravi mancanze sarebbe stato espulso dalla scuola. Io pensavo di
Veduta di Mondonio, il paese dove Domenico Savio si spense all’età di
quindici anni.
lontà di Dio che ci facciamo santi. Dio ci prepara un grande premio». Domenico si reca a parlare a Don Bosco a quattr’occhi:
«Come devo fare?». E Don Bosco gli insegna il segreto: «Servi il Signore nella gioia».
Da quel giorno, Domenico diventa l’intimo di Gesù. Ogni otto giorni la confessione, tutti i
giorni la Comunione eucaristica come fondamento della
sua gioia. Con questa gioia
nel cuore, si butta nel gioco
a conquistare amici a Gesù,
nella scuola per essere il primo,
non per emergere, ma per aiutare gli altri e dar lode al Signore.
Va a scuola in città e impara il
latino e i classici, ma quando
sulla via c’è un tale che bestemmia, lui lo invita dolcemente
a cambiar discorso e a correggersi. Passa Gesù eucaristico,
portato da un sacerdote ai malati: Domenico si inginocchia nel
fango della strada e fa inginocchiare un ufficiale impettito nella sua divisa sabauda, stendendogli il fazzoletto per terra. Due
compagni fanno a sassate fino a
spaccarsi la testa: lui fa da paciere, rischiando di aver la testa
rotta al loro posto.
Nelle vacanze a Mondonio, si
fa catechista e animatore di giochi. Autorevole per bontà e letizia, tutti lo ascoltano e ne sono
essere perdonato. E poi, pensavo
a Gesù, anche Lui calunniato e
colpito ingiustamente».
Qui siamo molto in alto: altroché i vari Enrico, Derossi, Precossi e Garrone del libro Cuore
di De Amicis: quelli sono macchiette, Domenico è un gigante
di ragazzo, per merito di Gesù.
Alla scuola di Don Bosco
Quella mattina, il maestro di
Mondonio, Don Cugliero, si asciugò una lacrima sul ciglio. Poi
ne parlò con il suo amico Don
Bosco. Il 2 ottobre 1854, Don
Bosco, con la banda dei suoi ragazzi, si trovava sull’aia della
sua casetta ai Becchi a festeggiare la Madonna del Rosario.
Papà Carlo accompagnò Domenico da Don Bosco che lo trovò
subito intelligente, carico di doti, con la stoffa del vero campione. E se lo portò a Torino.
Nell’ufficio di Don Bosco, c’è
una scritta: “Dammi le anime,
prenditi il resto, o Signore”. Domenico legge, non capisce perché la scritta è in latino, se la fa
spiegare e poi commenta:«Qui
si fa commercio non di denaro,
ma di anime». Qualche giorno
dopo, Don Bosco spiega: «È vo-
Quando Don Bosco lo trovò, Domenico aveva già passato sette ore in estasi,
davanti al Tabernacolo.
«Guardate il Crocifisso e ripetete...».
41
Don Bosco è la guida in tutto, ma
qualche volta è Domenico che guida Don Bosco.
interiormente cambiati. Tornato
all’Oratorio, sente che gli brucia
dentro una passione: essere sempre più simile a Gesù Crocifisso.
Tra le lenzuola del suo letto, nasconde sassolini per dormirci sopra e fare penitenza per la conversione dei ragazzi lontani da
Dio. Una mattina di gennaio, Don
Bosco, lo trova intirizzito con una coperta sola. «Gesù, gli risponde, Domenico, era più povero di me nella capanna e sulla croce».
L’8 dicembre 1854, Papa Pio
IX aveva proclamato Maria Immacolata nella sua concezione.
Domenico vuole fare qualcosa
per la Madonna. Prega e si consiglia con Don Bosco. Poi raduna i suoi amici migliori: «Uniamoci, fondiamo una compagnia
allo scopo di aiutare Don Bosco
a salvare molte anime». La Confessione e la Comunione frequente, possibilmente quotidiana, la preghiera, l’istruzione religiosa, l’impegno tenace a portare Dio ai compagni più difficili, sono i cardini di questa speciale squadra apostolica: la Compagnia dell’Immacolata.
Don Bosco è la guida in tutto, ma qualche volta è Domenico che guida Don Bosco in straordinarie opere di bene, come quel
giorno che lo accompagna su una soffitta dove una povera vecchietta sta morendo abbandonata da tutti. E Gesù gli parla al
cuore, come quella mattina in cui
Domenico si ferma in estasi lunghe ore davanti al Tabernacolo
senza accorgersi del tempo che
passa, fino a quando Don Bosco
lo scuote: davvero è un tutt’uno
con Gesù, come i mistici.
Promosso sul campo
All’inizio del 1857, Domenico si è fatto fragile fragile. Rien-
Domenico Savio con la sua ferma volontà e il suo cuore totalmente donato a
Gesù è un modello di santità per i giovani di tutti i tempi.
42
tra nella sua casetta a Mondonio.
Sa che Gesù lo chiama all’incontro definitivo con Lui. Si prepara festante come chi va a un
convito di nozze. È letteralmente
dissanguato dal medico che, secondo la medicina del tempo,
gli pratica diversi salassi. Si
preoccupa solo di confessarsi e
di ricevere Gesù, il viatico per
la vita eterna. Il papà gli legge
la preghiera della buona morte.
Alla fine della preghiera, Domenico si fa vivace: ha la voce
da trionfatore: «Addio, caro
papà... oh che bella cosa io vedo mai!». Era il 9 marzo del
1857.
È la Madonna che viene a
prenderlo per introdurlo nella vita che non muore. Lo dirà lui
stesso, in sogno a Don Bosco:
«È stata Maria Santissima la mia
più grande consolazione in vita
e in morte. Lo dica ai suoi figli
che la amino e non dimentichino mai di pregarla».
Così era Domenico, un ragazzo di 15 anni, colmo di amore, intelligente, limpido e forte.
Un vero eroe della vita. La sua
fama di santità dilagò in tutta la
Chiesa e nel mondo intero. Vennero i miracoli a confermare la
sua santità e il 12 giugno 1954,
in San Pietro a Roma, il Santo
Padre Pio XII lo proclamò santo davanti a migliaia di ragazzi
e di giovani. Poi il grande Pontefice si inginocchiò davanti a
quel ragazzo per rendergli onore e venerazione e invocare la
sua intercessione presso Dio per
tutta la Chiesa.
Domenico Savio, un capitano di 15 anni, trascinatore di altri ragazzi a Cristo, su tutte le
strade della terra, promosso sul
capo di battaglia, il campo più
sublime e radioso, quello della
santità.
Solo Gesù sa formare ragazzi così nella Chiesa Cattolica:
Domenico, un vero atleta, un signore, un principe di Dio.
Paolo Risso
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notizie
notizie ee avvenimenti
avvenimenti
A cura di Mario Scudu
Perché andare in chiesa?
– Non guidare l’automobile, è causa del
20% degli incidenti fatali.
– Non stare in casa, il 17% di tutti gli incidenti
avviene proprio fra le mura domestiche.
– Non camminare per strada, il 14% degli
incidenti capita proprio ai pedoni.
– Non viaggiare né in aereo, né in treno, né
sulla nave, perché il 16% degli incidenti
mortali colpisce questo tipo di viaggiatori.
– Soltanto lo 0,01% di tutti gli incidenti
avviene in chiesa durante una celebrazione,
ed in genere, questo capita per malattie già
riscontrate precedentemente.
– Per cui, il luogo più sicuro è la chiesa. È
anche dimostrato che la lettura della Bibbia
provoca una percentuale bassissima di
incidenti.
– Di conseguenza: andate in chiesa!
Potrebbe salvarvi la vita!
Laureati con valigia in mano
on è più di cartone, ma i soldi
N
scarseggiano lo stesso. Sono i nuovi
emigranti italiani, non più incolti come una
volta. Partono ogni anno in 3.300, curriculum
da intellettuali in prevalenza maschi, vanno
a cercare fortuna
o più
prosaicamente
lavoro in centri di
ricerca, università
o multinazionali
straniere: negli
Stati Uniti
soprattutto, a
Londra, in Svizzera,
ma anche in
Argentina e in
Brasile. Sono i
cosiddetti “cervelli
in fuga” che non
44
trovano spazi adeguati a casa loro. Secondo
il rapporto CARITAS/MIGRANTES in cinque anni
sono cresciuti del 53,2 %: se sono loro il
termometro con cui si misura la febbre alla
ricerca italiana, forse vale la pena di
preoccuparsi un po’.
E.Chi. Da Famiglia Cristiana, 2006, n. 42
Tanti, quanti le stelle della
nostra galassia
100 miliardi: i neuroni che formano il
cervello umano, come le stelle della Via
Lattea.
100 mila miliardi: le connessioni tra i
neuroni.
1.350 grammi: il peso medio del cervello
umano.
15 miliardi: i neuroni del telencefalo, la
parte più evoluta del cervello.
20 metri quadrati: la superficie della
neocorteccia.
400 chilometri orari: la velocità degli
impulsi elettrici nel midollo spinale.
31 le coppie di nervi che si diramano dal
midollo spinale, per metà sensori, per metà
motori.
ONU: dalla parte delle vittime
Un auspicio perché il nuovo Consiglio dei
diritti umani dell’ONU costituisca «uno spazio
realmente aperto alla voce delle vittime di
violazioni dei diritti della persona, a quella
delle più povere e delle più vulnerabili» è
stato espresso da una coalizione di organismi
cristiani in occasione della prima sessione del
consiglio tenuta a Ginevra. Consiglio
ecumenico delle chiese (Cec), Federazione
luterana mondiale, Pax Christi internazionale,
Domenicani per la Giustizia e la Pace e
Franciscan International hanno assicurato il
loro appoggio al nuovo «Consiglio dei diritti
umani», un’istituzione percepita come
Il Palazzo delle Nazioni Unite.
«strumento internazionale essenziale per il
progresso della giustizia e della dignità
umana». «Per le chiese – si legge nella nota
diffusa dal Cec – è ovvio da tempo che la
pace, lo sviluppo e i diritti della persona sono
le basi inseparabili del miglioramento della
dignità di ciascuno, e del benessere delle
società nelle quali viviamo», augurando che
questo consiglio – dopo la controversa
commissione dei diritti umani – possa
segnare l’inizio di «un’era nuova nella
promozione e nella tutela dei diritti della
persona». «Siano le persone e non la politica»
a essere «il motore di questo Consiglio dei
diritti umani» aggiungono gli organismi
cristiani che concludendo ricordano «il
rispetto della dignità umana inerente a tutti»
quale scopo principale della nuova
istituzione dell’ONU.
Misna
ricerca – diversamente dalla precedente
che esaminava la situazione idrica Paese per
Paese – ha analizzato le condizioni dei
grandi bacini idrici del mondo. Il che ha
permesso di evidenziare che alcuni – come il
Fiume Giallo in Cina – sono sfruttati a tal
punto da non poter sopportare il benché
minimo aumento di pressione demografica o
di attività umana. Eppure, dice lo stesso
rapporto, basterebbe che in agricoltura – la
vera «spugna» fra le attività umane – ci si
spostasse dal modello di irrigazione
tradizionale a quello fondato sull’utilizzo
dell’acqua piovana. Il che peraltro, dicono
gli esperti, avrebbe il non irrilevante effetto
collaterale di triplicare la produzione
agricola in regioni come l’Africa
subsahariana e l’Asia
sudorientale, dove vivono
È l’acqua,
800 milioni di persone a
non il petrolio,
rischio malnutrizione.
la risorsa principale
I passi concreti per un
dell’Iraq.
più efficiente uso
(Lino Cardarelli, numero due
agricolo dell’acqua
del Program Management
piovana? Molto semplici,
Office in Iraq).
stando al rapporto, forse
troppo: «In linea di massima
basterebbe che quando cade la pioggia la
si raccogliesse anziché lasciarla fluire via».
Da Specchio, 2006
Non sprecate l’acqua!
È accaduto vent’anni prima del previsto.
Già oggi (e non nel 2025, come ipotizzato in
uno studio sullo stato idrico del pianeta di 5
anni fa) un terzo dell’umanità non ha acqua
sufficiente per i bisogni primari. Lo sancisce
un rapporto da poco redatto
dall’International Water Management
Institute di Colombo, Sri Lanka. L’anticipo nei
tempi di un così poco lusinghiero traguardo
è figlio di un diverso metodo d’analisi. La
45
Filatelia mariana
A cura del Gruppo di Filatelia Religiosa
“Don Pietro Ceresa”
Filatelia religiosa
N
el corso dell’anno 2006, le Amministrazioni
postali dell’Area Italiana hanno emesso pregevoli francobolli a tematica mariana.
Le Poste dell’Italia hanno emesso il 1º aprile un
francobollo dedicato a “Maria Santissima Incaldana” icona conservata nel Santuario di Mondragone, del valore di € 0,45. L’immagine dell’icona è
di una singolare bellezza, riconosciuta dagli esperti come una tra le più belle di stile bizantino del tipo Galactotrofousa (nutrice). Lo schema è quello
della Madre che regge il Bambino sul braccio sinistro, mentre con la mano destra gli porge il seno.
Il 20 aprile un francobollo dedicato a Gentile da
Fabriano, in occasione della Mostra di Fabriano, con
la riproduzione del dipinto della “Madonna dell’umiltà”, conservato nel Museo Nazionale di San
Matteo di Pisa, del valore di € 2,80.
Le Poste del Vaticano hanno emesso il 16 marzo, per ricordare il V centenario della morte di Andrea Mantegna un foglietto e 3 francobolli del valore di € 2,80, 0,60, 0,85 e 1,00, che riproducono
la Pala d’Altare della “Madonna col Bambino in trono ed Angeli”, conservata nella Basilica di San Zeno di Verona.
Le Poste di San Marino infine hanno ricordato
filatelicamente il 5 aprile, tra altri famosi pittori,
anche Gentile da Fabriano con l’emissione di un
francobollo da € 0,60 riproducente “L’incoronazione della Vergine” del 1420 circa, conservato nel
The J. Paul Getty Museum di Los Angeles e un intero postale (cartolina pre-affrancata) da € 0,62
con la riproduzione, nella cartolina, la pala intitolata “Madonna con il Bambino, i Santi Niccolò e
Caterina e un donatore” e nell’affrancatura il particolare della Madonna, il Bambino e l’albero degli angioletti.
Angelo Siro
Si sta completando l’ultimo lotto di
lavori per il restauro della nostra
Basilica.
Le foto testimoniano l’avanzamento dei lavori e la loro urgente
necessità.
Foto galleria del restauro, sul sito www.donbosco-torino.it
Per le tue offerte a favore del Santuario di Maria Ausiliatrice di Torino:
1) Con Bonifico bancario: Direzione Generale Opere Don Bosco - Basilica Maria Ausiliatrice
Banca Popolare di Sondrio - Agenzia 2 - Roma - c/c n. 000008000/27 - ABI 05696 - CAB 03202
2) Con Conto Corrente Postale: Ccp n. 214106
Direzione Opere Don Bosco - Via Maria Ausiliatrice 32 - 10152 Torino
Specificando nella causale: “Restauro Basilica”
47
AVVISO PER IL PORTALETTERE
In caso di MANCATO RECAPITO inviare a:
TORINO CMP NORD per la restituzione al mittente - C.M.S. Via Maria Ausiliatrice, 32 - 10152 Torino
il quale si impegna a pagare la relativa tassa.
MENSILE - ANNO XXVIII - N° 3 - MARZO 2007
Abbonamento annuo: € 12,00
• Amico € 15,00
• Sostenitore € 20,00
• Europa € 13,00
• Extraeuropei € 17,00
• Un numero € 1,20
Spediz. in abbon. postale - Pubbl. inf. 45%
SOMMARIO ➡
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Direttore: Giuseppe Pelizza – Vice Direttore e Archivio Rivista: Mario Scudu
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gina del Rettore - S
P
amore
4 Mutuo
Editoriale - G
P
segni alla Parola - Gesù rac6 Dai
G
conta il Padre - M
Purificare il linguaggio
10 Meditazione - A R
e conosci il mio cuore
12 Scrutami
I Salmi - B
XVI
in me - Catechesi ma14 Sirianacompia
-L
V
dieci vergini
18 LeLe Parabole
R
-R
San Cirillo di Gerusalemme
20 Un mese un santo - M S
peccati contro lo Spirito Santo
24 ICelebrazione
M
-T
trionfo del teatro profano
26 IlMusica
e Fede - F
C
ERGIO
IUSEPPE
FOTO DI COPERTINA:
«La Virtù dell’Altissimo
adombrò e rese Madre
la Vergine ignara di nozze:
quel seno, fecondo dall’alto,
divenne qual campo ubertoso
per tutti,
che vogliono coglier salvezza».
(Inno Akathistos, IV)
Annunciazione, Amedeo Albini - Madonna dei
Laghi Avigliana.
ELLINI
ELIZZA
ARIO
ALIZZI
NTONIO
UDONI
ENEDETTO
ORENZO
/12
ILLAR
ODOLFO
EVIGLIO
ARIO
Altre foto:
Teofilo Molaro - Archivio Rivista - Archivio Dimensioni
Nuove - Centro Documentazione Mariana - Redazione ADMA - Guerrino Pera - Andreas Lothar – Mario
Notario – Giuseppe Moscardini.
CUDU
/5
IMOTEO
RANCO
UNARI
rinnova la Famiglia Sale29 Maria
siana - L’Adma nel mondo - S EBA
STIANO
VIOTTI
del Triveneto - Santua34 riSantuari
S
mariani - C
Fermatevi!
36 Calendario mariano - M M
Mostra di presepi e devozio38 VIII
ne popolare - Centro di Docu/14
/71
RISTINA
ICCARDI
ARIO
ORRA
mentazione Mariana - M. MORRA
è gioia: San D. Savio
40 LaSantisantità
R
di ieri e di oggi - P
Notizie e avvenimenti
44 M S
mariana
46 Filatelia
S
Filatelia religiosa - A
la Basilica di Don Bosco
47 Aiuta
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