Marzo - SALESIANI DON BOSCO
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Marzo - SALESIANI DON BOSCO
Spedizione in abb. postale 45% - art. 2 comma 20B - Legge 662/’96 - D.C./ D.C.I. - Torino - Tassa Pagata / Taxe Perçue • ANNO XXVIII - MENSILE - N° 3 - MARZO 2007 MARIA A U S I L I AT R I C E RIVISTA DEL SANTUARIO BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE - TORINO Per Te la gioia risplende La pagina del Rettore Carissimi amici, fedeli lettrici e lettori, I n questo mese non possiamo non mettere in evidenza uno dei capolavori della pedagogia di Don Bosco, Domenico Savio, un giovane Santo amato e ben voluto fin dalla sua esistenza per la sua bontà, mansuetudine e risoluta lotta contro il male sconfitto, nella quotidianità, da semplici ma efficaci propositi, dalla piena e sincera confidenza con l’amico dell’anima e una grande amicizia con Gesù e Maria. Uno stile di vita preparato gradualmente da una “palestra di vita” semplice ed eccezionale, la sua famiglia e che trova negli ultimi anni la continuità e il pieno compimento nell’Oratorio di Valdocco a Torino. Lo ricordiamo nel 150º anno dalla sua morte avvenuta il 9 marzo 1857. Ma come si conobbero questi due Santi? “Un giorno Don Bosco mentre stava giocando con i suoi monelli di Valdocco, vide venire incontro a sé un prete che lo salutò agitando il cappello. Gli corse incontro e gli gettò le braccia al collo. Era un suo vecchio compagno di seminario, amico per la pelle. – Caro vecchio don Cugliero che piacere rivederti! Cosa sei venuto a fare da queste parti? – Sono venuto a vedere come stai tra questi birbanti. E sono venuto a farti un regalo con i fiocchi. – Che razza di regalo? – 2 Domenico Savio: un piccolo grand Mi hanno detto che insieme ai piccoli barabba nel tuo Oratorio accetti anche dei ragazzi in gamba, che diano speranza di diventare sacerdoti. E allora ho pensato anch’io di mandarti un ragazzo. È di Mondonio. Si chiama Domenico Savio. Non ha molta salute, purtroppo, ma, quanto a bontà, sono pronto a scommettere che non hai mai conosciuto un ragazzo così. Don Bosco sorrise: – Esagerato! Ad ogni modo, per me va bene. Verrò a Castelnuovo con i miei ragazzi in ottobre, per la festa del Rosario. Fammi incontrare questo tuo Domenico e suo padre. 2 ottobre 1854. Nel cortiletto davanti alla casa del fratello di Don Bosco avvenne il primo incontro. Don Bosco ne fu così impressionato che lo narrò nei minimi particolari come se l’a- vesse registrato...”. Allora lo chiamai da parte e messici a ragionare dello studio fatto, del tenore di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza, io con lui. Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva operato in così tenera età. Dopo un ragionamento, alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse queste precise parole: – Ebbene, che gliene pare? Mi condurrà a Torino per studiare? – Eh, mi pare che ci sia buona stoffa. – E a che può servire questa stoffa? – A fare un bell’abito per il Signore. – Dunque io sono la stoffa, ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un bell’abito per il Signo- re...”. Così Don Bosco non esitò a dargli risposta affermativa e il 28 ottobre di quell’anno partì per Valdocco. Fin dai primi istanti, arrivato tra i monelli di Torino, rimase colpito da un cartello posto nell’anticamera di Don Bosco. C’era scritto “DA MIHI ANIMAS COETERA TOLLE”. Superata la prima esitazione Domenico chiese a Don Bosco cosa significassero tali parole. Il grande educatore, allora, l’aiutò a tradurre: “O Signore, dammi le anime e prenditi tutto il resto”. Era il motto che Don Bosco si era scelto per il suo apostolato. Quand’ebbe compreso, Domenico si fece per un istante pensieroso, poi disse: – Ho capito: qui non c’è commercio di denaro ma di anime. Spero che l’anima mia faccia parte di questo commercio.” Cominciò così per Domenico un periodo felicissimo della sua vita e per la vita dell’Oratorio stesso. L’adempimento preciso dei suoi doveri, la gioia, l’impegno con alcuni suoi più cari amici fece del piccolo giovane un grande apostolo tra i compagni. Molti sono gli aneddoti edificanti raccontatici da Don Bosco stesso e che vi invito a leggere perché fanno del bene a giovani e meno giovani. Ora, nell’anniversario della morte di Domenico, vi ripropongo ancora il racconto degli ultimi mesi di vita. Siamo agli inizi del 1857. Domenico si fece più pallido. Le sue forze diminuivano lentamente. Don Bosco ne fu preoccupato. Chiamò dei buoni medici perché lo visitassero. Il professor Vallari, dopo Disegno di Luigi Togliatto e dono una lunga visita disse: – La gracile complessione, l’intelligenza precoce e la continua tensione di spirito, sono come lime che gli rodono insensibilmente la vita. – Cosa posso fare per lui? – Insistette Don Bosco. – Lo rimandi all’aria nativa e gli faccia sospendere per un po’ di tempo gli studi. Quando Domenico seppe la decisione si rassegnò. Ma gli rincresceva moltissimo lasciare gli studi, gli amici, e specialmente Don Bosco. Don Bosco dovette quasi rimproverarlo. – Perché non vuoi andare a godere della compagnia dei tuoi genitori? – Perché vorrei finire la mia vita qui all’Oratorio. – Ma non dire così! Tu adesso vai a casa, ti rimetti in salute e poi torni. – Questo no – sorrise Domenico, scuotendo la testa. – Io me ne vado e non tornerò più. Don Bosco è l’ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso fare ancora per il Signore? – Offrirgli spesso le tue sofferenze. – E che cos’altro ancora? – Offrirgli anche la tua vita. Il saluto più commovente lo diede agli amici della “Compagnia dell’Immacolata”. Poi arrivò il calesse del babbo che doveva condurlo a Mondonio. All’angolo della via agitò ancora la mano a salutare il suo Oratorio, gli amici, il suo Don Bosco che rimase a guardare la carrozza che spariva con un dolore profondo. Era partito il suo alunno migliore, il santino che la Madonna aveva regalato per tre anni al suo Oratorio. Si spense quasi all’improvviso il 9 marzo 1857. Gli era accanto suo papà. Ebbe appena la forza di mormorare: – Addio, papà... il parroco mi diceva... ma io non ricordo... Che bella cosa io vedo mai... Pio XII lo dichiarò santo il 12 giugno 1954. Il primo santo di quindici anni. Ora si venerano le sue spoglie presso il nostro Santuario e la statua nell’urna (a forma di diamante) lo rappresenta proprio negli ultimi istanti in cui lui vede la gloria del Paradiso. È orientato verso l’Eucaristia e verso Maria: i suoi amori. Il suo altare, in questo periodo è ancora in restauro ma presto verranno tolti anche i veli a questa parte importante della Basilica. Venite ed unitevi alle migliaia di giovani e genitori che lo invocano e lo pregano. Ne troverete consolazione e conforto! Don Sergio Pellini Rettore 3 Editoriale Il matrimonio si fonda sulla libertà dei nubendi. Una libertà che investe la totalità della loro persona e che è garanzia della solidità familiare. 4 Mutuo am Sposarsi in Chiesa è come accedere ad un mutuo smisurato, senza interessi e per di più senza obbligo di restituzione. Insomma, è l’affare della vita. Peccato che pochi lo sappiano. Dispiace ancor più vedere che, anche chi lo sa, non ne approfitti. Ma in cosa consiste questo mutuo? In un prestito versato nella moneta più preziosa e ricercata: l’amore. Non un amore passeggero, frivolo, momentaneo, ma un amore semplicemente eterno perché è l’amore stesso di Dio che viene offerto agli sposi. Ma come tutti i prestiti, anche questo richiede delle condizioni senza le quali non è possibile accedere neanche al primo prelievo. Forse sono queste condizioni che spaventano. Eppure sono esigite non tanto per la sicurezza di Colui che emette il prestito quanto per la felicità di chi lo richiede. I requisiti riguardano l’integrità personale degli sposi. Non che siano belli e ricchi, intelligenti, laureati e di successo. Ciò che si richiede è che siano liberi di scegliersi per sempre. La richiesta è semplice eppure, nel contempo, è terribilmente complessa. Liberi significa che nelle profondità del loro animo non sono costretti da nulla nello scegliere quella persona con cui condivideranno tutta la vita. Liberi vuol dire che non ricercano se stessi nell’altro. Liberi equivale ad accettare l’altro per quello che è nella sua totalità presente e futura, anche se ancora ignota. Liberi esprime la volontà di fedeltà sempre e comunque, di dedizione, di ricerca della felicità dell’altro. Liberi esige che si sia slegati da altri affetti, da altri interessi che attraggono maggiormente il cuore. Liberi indica che si pone l’altro al di sopra di sé poiché si è liberi da se stessi per l’altro. Liberi perché anche se non si è ancora nella pienezza di questa libertà, tuttavia, si accetta che essa possa compiersi nel corso dell’esistenza poiché ci si accorge che il fondamento del proprio amore non risiede nella passione ma in Colui che è nell’intimo della sua natura, solo amore e amore eterno. Per questo il “sì” detto davanti a Dio è una scelta per la libertà. È accettare di mettersi in cammino verso questa libertà, in due. Un viaggio nel quale vi saranno giorni di stanchezza e momenti di gioia, ma pur sempre un percorso che si compie in due e nel corso del quale uno si impegna a sorreggere l’altro fino al raggiungimento della meta. È un impegnarsi ore L’amore umano chiamando in causa Dio si consolida e si rafforza perché non conta più sulla sola forza umana. affinché: “io mi realizzi in te, sostenendoti, facendo in modo che tu sia quel che Dio vuole che tu sia”. Queste sono le regole per accedere al prestito. Nulla di complicato, come si vede, eppure regole esigenti per il semplice fatto che sono essenziali e richiedono anzitutto quell’onestà che costituisce il fondamento dell’integrità morale della persona. Onestà verso l’altro e verso se stessi. Questo significa conoscenza di sé e dell’altro e la conoscenza richiede attenzione e introspezione, riflessione e confronto, ascolto e dominio di sé. Superficialità, voglia di divertimento, frivolezza, banalità, non possono rientrare nella ricetta di un matrimonio che voglia portare a maturità gli sposi. Per questo è bene chiedersi: “Cosa mi aspetto da te?” e “Cosa posso darti, per tutta la vita?”. È così difficile rispondere sinceramente a queste due domande? Sì. È molto più difficile di quanto si possa pensare perché sono spietate e taglienti più di un rasoio poiché non lasciano spazio alla menzogna del “ma io credevo che”. Al termine di un cammino di sincerità si scopre la propria fragilità e ci si rende conto che da soli non è possibile dare e ricevere amore per un’intera esistenza. Ci si rende conto che solo fondandosi su Dio e sul suo amore crocifisso si hanno le garanzie sufficienti per vivere insieme. Il resto sarà solo convenienza, moda, perbenismo di facciata ma non amore che conduce allo sviluppo dell’altro e di sé. Al momento della celebrazione del sacramento del matrimonio, gli sposi giurano di donarsi reciprocamente l’uno all’altro per tutta la vita. Questo loro “volersi bene” chiama in causa Dio, e il loro amore, fondandosi su quello di Dio si rafforza e si consolida. In due guardano nella stessa direzione, che è Dio e a Lui chiedono di ravvivare e sostenere il loro amore il quale essendo umano, troppo umano, non è in grado di raggiungere quell’umanità piena a cui devono tendere e a cui aspirano. Vivere il matrimonio con Dio significa vivere la povertà del proprio amore e riconoscere che c’è continuamente bisogno di ricevere da Dio un prestito d’amore, un supplemento di grazia, un mutuo a fondo perduto di tenerezza affinché mutuo sia l’affetto coniugale. Il sacramento del matrimonio ha dato a tutti questa particolare capacità di rinvigorire l’amore naturale, perché le porte della banca di Dio sono aperte sempre e a tutti. Attenzione però a leggere bene quelle semplici istruzioni per accedere al prestito: la mancanza di onestà non giova né sul lavoro, né negli affari, né in amore. Don Giuseppe Pelizza 5 Gesù racconta il Padre D ovremo richiamare parecchie volte questo titolo nella lettura del Vangelo. In questa pagina però ha già uno sviluppo esaustivo. Si tratta infatti di una pagina che vuole aiutarci ad approfondire la nostra fede, perché non sia un semplice credere che nasce dai “segni” (prodigi, miracoli), ma una fede veramente autentica che sia segno di adesione personale e intima alla Parola di Gesù e alla sua persona. L’introduzione Dalla fede suscitata alla fede nella parol Giovanni 2,23-3,36 (2,23-25) è molto importante: Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Gesù però non si fidava di loro, perché li conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse informazioni sull’uomo. Egli infatti sapeva quello che c’era nell’uomo. Il versetto 23 ci informa che cosa è avvenuto in quella Pasqua in cui ha scacciato i venditori dal Lo Spirito di Dio è sommamente libero. Non si riesce a fermarlo. Per questo Gesù lo ha paragonato al vento: imprevedibile, dinamico, forte e indomabile. Tempio e in cui ha compiuto molti prodigi. La frase significativa è che “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che faceva”. La loro fede era fondata in Gesù taumaturgo e basta, e allora non stupisce quanto segue: “Ma Gesù non si fidava di loro perché li conosceva tutti”. Gesù era dotato di quella tipica prerogativa divina, che oramai continueremo a costatare nel Vangelo, che gli faceva conoscere a fondo ogni uomo. Ebbene è questa verità che viene drammatizzata nel dialogo. Gesù e Nicodemo (3,1-15) Tra i farisei c’era un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli andò da Gesù di notte e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro, nessuno infatti può compiere questi segni se Dio non è con lui». Il testo qualifica Nicodemo come “uomo” per dirci che Gesù già lo conosceva a fondo. Poi si aggiunge che era un “fariseo”, cioè un individuo meticoloso osservante della Legge di Dio; e siccome Gesù poi (1,10) lo chiamerà “Maestro” è anche uno che insegna con la parola e la vita come si vive nella pratica quanto Mosé e i profeti hanno detto. Viene pure chiamato capo dei Giudei, forse membro del Sinedrio. È probabile che c’era anche lui quando chiesero a Gesù un segno; ed era certamente uno che credette nei segni che Gesù faceva. Comunque va di notte da Gesù; forse perché secondo i rab- bini è di notte che si può riflettere meglio sulla Legge. Il plurale “sappiamo” dice che parla anche a nome di altri, e forse pensa che da Gesù si potrebbe sapere come preparare meglio il popolo all’attesa messianica mediante l’osservanza della Legge. Per i farisei contavano i meriti. Gesù rispondendo gli parla di un’altra strada: In verità, in verità ti dico: Se uno non nasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio. Il pensiero di Gesù è chiaro: è necessario cambiare radicalmente, rinascere, e questo da Dio. Impossibile dice Nicodemo (v. 4), non posso rientrare nel seno di mia madre e rinascere. E Gesù: «In verità, in verità vi dico: se uno non nasce da acqua e da Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio». Cioè non si può avere la vita eterna, quella che ha il carattere della definitività, se non si cambia radicalmente, se non accogliamo il dono di Dio. Chi è nato solo dalla carne rimane un essere debole, deperibile, mentre chi nasce da Dio vive per sempre della vita di Dio stesso. Senza un intervento di Dio l’uomo non ha accesso alla vita. Lo dice a un fariseo che tutto pensa di ottenere con i propri meriti. Nicodemo non accoglie la parola di Gesù; gli dice: «Come può accadere questo?». E Gesù gli dice: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?». Insegnava la Scrittura, ma non conosceva queste realtà. Bastava ricordare un solo testo che parla del rinnovamento che Dio avrebbe realizzato nell’uomo: Cristo e Nicodemo, Mathias Stomer (1600-1650), Darmstadt, Hessiches Landesmuseum. dai segni a di vita L’uomo da sé non ha accesso alla vita eterna. Questo è un dono che Dio offre a coloro che accolgono il Figlio suo. «Vi laverò con acqua pura e sarete purificati... metterò dentro di voi il mio spirito... cambierò il vostro cuore di pietra in un cuore di carne... e sarete il mio popolo e io il vostro Dio». (Ez 36,15-28). Questo testo non è solo l’annuncio di un cambiamento radicale, equivalente a quella rinascita di cui parla Gesù; qui si parla anche di un cambiamento radicale del popolo, perché sia in pienezza il “popolo di Dio”. Poi Gesù continua, introducendosi di nuovo con la formula solenne: «In verità, in verità ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto (si noti che in greco è un perfetto che dice continuità nel presente), cioè di quello che noi continuiamo a contemplare, ma voi non accogliete la nostra testimonianza» (v. 11). Il “noi” opposto al “voi”, un’espressione che ci richiama quello che si è detto nel Prologo: «È venuto tra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto». Gesù non prova nulla di ciò che ha detto; Gesù esige la fede nella sua parola, nella sua “testimonianza”. La fede in lui è adesione alla sua persona che rivela il Padre da cui proviene: «Nessuno è salito al cielo se non il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (v. 13). Comunque Gesù è colmo di speranza e sa che un giorno lo accoglieranno; dice infatti: «Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede abbia in lui la vita eterna» (v. 14s). Il dialogo con Nicodemo si è concluso, ma non si può dire che si sia concluso con un rifiuto. Pensiamo che Nicodemo continui a credere che Gesù è stato mandato da Dio e che continui il suo cammino per giungere a un’adesione vera a Gesù, e noi lo ritroveremo quando in una riunione dei dirigenti Giudei difenderà Gesù (7,50) e costateremo che sarà lui con Giuseppe di Arimatea a seppellire Gesù (19, 38ss). Forse come Giuseppe di Arimatea anche lui era un di7 scepolo nascosto di Gesù, per paura dei Giudei. Meditazione dell’evangelista (3,16-21) È una pagina fantastica; di per sé non ci sarebbe bisogno di spiegarla; sarebbe sufficiente che il lettore leggendola si chieda: «Ma da che parte sto?». Comunque anche una piccola riflessione va bene ed è sempre un aiuto. Perciò suddividiamola in due parti e riflettiamo prima sui vv. 16-18: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, l’unico, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato perché non ha creduto nel nome dell’unico Figlio di Dio. Sia il versetto 16 che il 17 iniziano con la parola “Dio” come soggetto. È la prima volta in questo capitolo. Sì, si è parlato indirettamente del “suo regno” (3,3.5) e del “suo spirito” (3, 5.6.8). Qui però è direttamente presentato all’origine del movimento di salvezza a motivo del suo amore insondabile. Al cuore di tutto e specialmente del ruolo del Figlio dell’uomo e del suo cammino verso la croce, si trova Dio che ama il mondo. L’affermazione pone Dio e il suo amore come la realtà fondante, assoluta. Nessuna reciprocità da parte del mondo viene suggerita. L’amore precede tutto e il Dio che ama ha come progetto esclusivamente la salvezza e la vita. Per quanto riguarda il mondo è evidente che esso ha bisogno di salvezza; ciò significa che la sua condizione è minacciata. Già dal Prologo il lettore sa che il mondo fu fatto mediante “Colui che è la Parola” e che il mondo non l’ha conosciuto. Su questo sfondo l’amore di Dio appare quasi raddoppiato di fronte alla situazione di pericolo del mondo. © Elledici / G. Schnoor Nicodemo non rifiuta Gesù. Continua a credere che è stato mandato da Dio. Lo ritroveremo presso la croce quando prenderà con Giuseppe d’Arimatea il corpo di Gesù per seppellirlo. 8 Si noti che nei vv. 16.17 si parla di “donare”; non si usa il verbo “consegnare” che permetterebbe di fare rientrare il tema “morte”; si mette solo in rilievo la finalità del dono: nel v. 16 la vita eterna dei credenti, nel 17 la salvezza del mondo intesa come salvezza definitiva. La finalità dell’agire di Dio è tutta positiva. Al versetto 18 si afferma che la salvezza è possibile solo mediante la fede “nel nome del Figlio unico di Dio” e si accenna alla possibilità del rifiuto. Passiamo alla seconda parte della meditazione in cui si parla dell’uomo di fronte alla Luce. Gesù è la Luce. E il giudizio è questo: la luce (= Gesù) è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano biasimate. Invece chi fa la verità va verso la luce, verso Gesù, perché appaia chiaramente che sono state fatte in Dio. Dal versetto 18 già abbiamo capito che cosa è la vera fede, in opposizione a quella dei molti che credettero in lui vedendo i segni (i prodigi) che faceva (2,23). La vera fede è adesione alla persona di Gesù, accolto come il Figlio unigenito di Dio e come il definitivo Rivelatore di Dio. Avere fede significa accogliere la sua Parola. Ma questo non è di tutti. Gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce; e già si sa che chi opera il male odia la luce (3,20) perché la luce è sempre una forza “giudicante” e a nessuno piace sentirsi rinfacciare le sue opere cattive. Ma non sono tutti così. Tra loro c’è chi permette alla luce di mettere a nudo la sua situazione di peccato, chi si lascia totalmente penetrare dalla luce fino a sperimentare e a desiderare la vita e la salvezza proposte dalla luce. Il testo definisce chi si comporta così con l’espressione: chi fa la Verità. Perché fa la Verità chiunque rinnega la sua situazione di peccato e accoglie la Parola di Gesù, aderendo a lui nella fede. E le opere della fede sono quelle che l’uomo può compiere solo con l’aiuto di Dio, quelle che sono fatte in Dio (3,21). Infatti quanto vi è di buono nell’uomo prima di essere un atto umano è un dono di Dio che tanto ha amato il mondo. Nel territorio della Giudea (3,22-24) Usciamo da Gerusalemme, cambiamo aria non per dire cose nuove, ma per riflettere e approfondire quanto fin qui si è detto. E perciò è logico che si parli ancora di Giovanni Battista. Si racconta che: Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea e là si tratteneva con loro e battezzava (4,2: non era Gesù che battezzava ma i suoi discepoli). Giovanni battezzava a Ennon vicino a Salim e la gente andava a farsi battezzare; Giovanni infatti non era ancor stato gettato in prigione. Qui si parla di un fatto sconosciuto dai Sinottici: c’è stato un periodo di contemporaneità tra l’attività battesimale di Gesù e quella di Giovanni. Agli storici discutere di questo. A noi interessa l’insegnamento dell’evangelista. Dal fatto dei due battesimi nacque una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco sta battezzando e tutti vanno da lui». La discussione sulla “purificazione” è per capire quale battesimo era più efficace, se quel- Chi opera il male non desidera la luce. Preferisce restare nelle tenebre. Ma la luce, che è Gesù, s’impone ad ogni uomo, almeno al termine della vita. lo di Giovanni o quello di Gesù. Per risolvere il problema vanno da Giovanni e gli dicono quello che fa Gesù, concludendo: “Tutti vanno da lui”. Ma la questione della purificazione salta, perché l’ultima frase fa scoppiare di gioia Giovanni. I suoi discepoli si accorgono che non potevano dargli una notizia più bella. Giovanni infatti disse loro: «Nessuno può prendersi qualcosa (un incarico) se non gli è stato dato dal cielo, da Dio. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo, ma sono stato mandato davanti a lui”». È chiaro che parla di Gesù che ora definisce come lo sposo delle nozze messianiche e dice: «Lo sposo è colui a cui appartiene la sposa, ma l’amico dello sposo che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io invece diminuire». Con questa gioia perfetta il quarto evangelista conferisce a Giovanni la statura di un credente. È colui che crede davvero in Gesù, nella sua persona, non nei segni o miracoli che compie. Questa è vera fede. Meditazione dell’evangelista (3,31-36) Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti. Chi è dalla terra, dalla terra è e parla delle cose della terra. Chi invece viene dall’alto è al di sopra di tutti, e dà testimonianza di ciò che ha visto e udito, ma nessuno accoglie la sua testimonianza. Chi però l’accoglie attesta che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha inviato pronunzia le parole di Dio, perché dà lo spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e ha posto tutto nelle sue mani. Perciò chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita ma su di lui rimane l’ira di Dio. L’evangelista senza ripetersi troppo riflette sulla trascendenza di Gesù e, come nella precedente meditazione (3,16-21), ci parla del Padre quale mandante, del Figlio quale inviato e degli uomini in relazione alla missione di Gesù, il Figlio. La frase chiave è: «Dio ama il Figlio e ha posto tutto nelle mani». Il Figlio vi appare rivestito di ogni potere e dotato dalla pienezza dello Spirito. È perciò qua9 lificato per la sua missione messianica. Tanto più che egli, a differenza di coloro che sono dalla terra, viene dal cielo e quale Figlio di Dio è davvero al di sopra di tutti. Venendo dal cielo può davvero dare testimonianza di ciò che ha visto e udito; quale inviato può davvero comunicarci le parole di Dio. Egli infatti quale Figlio unigenito è sempre rivolto verso il Padre ed è l’unico che può raccontarci, rivelare il Padre (1,18). L’evangelista lo contempla in questa sua attività e, osservando gli uomini si accorge che nessuno accoglie la sua testimonianza, ma subito, come ha già fatto in 1,11-12, si corregge e dice: “Chi però l’accoglie dichiara con certezza che Dio è veritiero”. Allora appare chiaro che la fede non è solo adesione e accoglienza di Gesù, l’Inviato, ma è anche riconoscimento dell’amore del Padre, dichiarazione solenne che Dio è veritiero, cioè leale, fedele, perché in Gesù rivela pienamente la sua fedeltà alle promesse e si rivela come “un Dio di vita”: «Chi infatti crede nel Figlio ha la vita eterna», cioè partecipa fin d’ora alla vita divina. Colui invece che rimane nella disubbidienza non vedrà mai la vita perché totalmente separato da Dio. Il Figlio perciò non si presenta soltanto come l’unico e definitivo Rivelatore, ma anche come l’unico Salvatore. PREGHIAMO Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Effondi su di me, o Signore, la pienezza dello Spirito Santo, affinché la mia fede sia sempre una sincera e leale adesione a Te come unico Rivelatore del Padre e unico Salvatore. Signore, donami la grazia di sentire che tu sei l’unico che dà senso alla mia vita e al mio apostolato. Amen! Mario Galizzi 10 Purifi Meditazione V i sono tante espressioni, nel nostro modo di dire, che dovrebbero essere ritoccate. Alcune di esse possono essere state usate anche dai Santi, alcuni persino dalla Sacra Scrittura... ma oggi, con il nostro linguaggio più preciso, o comunque diverso, sarebbe opportuno che venissero formulate in altro modo. Ricordo, per esempio, che già alcuni decenni fa, si desiderava un’espressione migliore di una frase, un tempo classica: “devo salvarmi l’anima”. L’intenzione era ottima: ma ormai si preferiva ricordare: dobbiamo essere noi a salvarci, o dobbiamo lasciarci salvare da Dio? San Paolo ci ha chiarito, specialmente nella Lettera ai Romani, che “non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia” (Rom 9,16). Certo, noi dobbiamo collaborare con Lui, con il desiderio e la preghiera fiduciosa: ma noi da soli “non possiamo fare nulla” (cf Gv 15,5); mentre “possiamo tutto con la forza del Signore” (cf Fil 4,13)! E poi, “devo salvarmi” io, o devono salvarsi tutti gli uomini (cf 1 Tim 2,4)? Un’ultima osservazione: il Padre vuole la salvezza dell’anima soltanto, o quella dell’uomo intero, anima e corpo? La Risurrezione di Cristo e la futura Risurrezione della carne non ci lasciano dubbi in proposito. Un’altra espressione da ritoccare è questa: “Dio ci ha castigato, o ci castiga se...”. Mi ha molto colpito quanto scriveva Giovanni Paolo II, a proposito il lingu dell’inferno: “Non si tratta di un castigo di Dio inflitto dall’esterno, ma della (...) nostra libera scelta” (udienza generale di mercoledì 21 luglio 1999). E se non va considerato castigo di Dio, ma conseguenza delle nostre libere azioni, il male peggiore di tutti, mi sembra logico non considerare castigo di Dio anche le nostre pene terrene, dove le conseguenze umane (proprie o altrui) sono assai più evidenti, e colpiscono santi e peccatori. È proprio quanto c’inseIl linguaggio religioso può risentire più degli influssi culturali che dell’azione dello Spirito, per questo si generano incomprensioni che possono allontanare alcuni dalla fede. ficare uaggio gna Gesù, parlando del crollo della torre di Siloe, e della conseguente morte di diciotto persone: credete per questo che fossero più colpevoli degli altri? No, ma senza la conversione perirete tutti allo stesso modo! (cf Lc 13,4). In altre parole, l’allontanamento di Dio porta agli effetti rovinosi sperimentati dal crollo della torre... Un’altra espressione da purificare: “questa malattia ce l’ha mandata Dio!”. La fede invece ci dà la certezza che Dio non è in alcun modo né direttamente né indirettamente la causa del male; e non permetterebbe neppure un male compiuto da altri, se dallo stesso male non traesse un bene, e un bene assai più gran- de! (cf Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 57 e 58). Pertanto, quando bussa il dolore, uniamoci a Cristo crocifisso: così la nostra sofferenza viene assunta da Lui, per la salvezza del mondo! Ancora: “Era destino che succedesse così?”. Il destino, chi lo può decidere per noi? Solo l’Amore infinito di Dio, che ci ha creati perché vivessimo felici accanto a Lui; e quindi il nostro ultimo destino è il Paradiso! E la sua Provvidenza, passo passo, ci avvicina continuamente a questa meta. Soltanto noi, liberamente, potremmo orientarci ad un destino diverso... “Dio mi sta chiedendo qualcosa che mi costa molto?”. Dio non chiede nulla: ha tutto, e può soltanto dare. Ora mi dà la forza di assomigliare a Lui nella generosità e nella gioia che ne consegue. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). “Dio mi sta usando per disegni d’amore?”. È bello capire che tutto serve al bene, e che do- Purificare onestamente il linguaggio religioso non è solo conveniente, oggi è diventato un’urgenza pastorale perché gli uomini non perdano la fiducia in Dio. vunque Dio ci metta, lo fa per la felicità mia e di tutto il mondo. Ma oggi non mi sembra conveniente il verbo “usare”: un uomo non dev’essere mai “usato”: è sempre un fine, non è mai soltanto un mezzo! E se questo dev’essere chiaro per noi, è certamente chiaro per Dio. Questo non elimina la sua piena libertà: ma se Dio ci vuole in questo modo, non lo fa per “usarci”, ma per valorizzarci, perché possiamo raggiungere meglio la nostra pienezza! Sono molte le altre espressioni che noi, cristiani del nostro tempo, dovremmo purificare. Quelle che ho ricordato ci servono da esempio, così che ricerchiamo un linguaggio più consono alla nostra fede e alla nostra cultura, anche a vantaggio di coloro che potrebbero essere allontanati dal messaggio cristiano per certi modi di dire... Antonio Rudoni 11 La Catechesi di Benedetto XVI I Salmi Salmo 138,13-18.23-24 Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno. Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora. Se Dio sopprimesse i peccatori! Allontanatevi da me, uomini sanguinari. Essi parlano contro di te con inganno: contro di te insorgono con frode. Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici? Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici. Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita. Q uesta parte del Salmo 138, è proposta alla Liturgia dei vespri del mercoledì della IV settimana. Dopo aver contemplato nella prima 12 Scrutami e conosci il parte (cf vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa bellezza e passione punta verso la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cf v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia con il mistero dell’Incarnazione che ha il suo inizio con l’annuncio a Maria e si manifesta con la nascita del Figlio di Dio fattosi uomo, anzi, fattosi Bambino per la nostra salvezza. Dopo aver considerato lo sguardo e la presenza del Creatore che spazia in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il voca- mio cuore bolo ebraico usato è stato inteso da qualche studioso della Bibbia come rimando all’«embrione», descritto in quel termine come una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di Dio (cf v. 16). L’uomo è il prodigio di Dio e Dio lo ama fin dall’inizio, in modo del tutto incondizionato. La creazione stessa è stata fatta per l’uomo affinché l’uomo si senta a casa nel mondo. Dio plasma l’uomo Già circondati dall’amore divino Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra (cf v. 15). C’è innanzitutto il simbolo del vasaio e dello scultore che «forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro, proprio come si diceva nel libro della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo «tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei nervi «intessuti» sullo scheletro osseo. Anche Giobbe rievocava con forza queste e altre immagini per esaltare quel capolavoro che è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte... Ricordati che come argilla mi hai plasmato... Non mi hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11). Estremamente potente è, nel nostro Salmo, l’idea che Dio di quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena. Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro. Ma appare anche la grandezza di questa piccola creatura umana non nata, formata dalle mani di Dio e circondata dal suo amore: un elogio biblico dell’essere umano dal primo momento della sua esistenza. Noi ora vorremmo affidarci alla riflessione che San Gregorio Magno, nelle sue Omelie su Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16). Su quelle parole il Pontefice e Padre della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale. E dice che anche i deboli nella fede e nella vita cristiana fanno parte dell’architettura della Chiesa, vi «vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio e il prossimo e non trascurano di compiere il bene che possono. Anche se non arrivano ancora ai doni spirituali, tanto da aprire l’anima all’azione perfetta e all’ardente contemplazione, tuttavia non si tirano indietro dall’amore di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo. Per cui avviene che anch’essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all’edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo, tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore, nel quale trovano la loro solidità» (2,3,12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81). Il messaggio di San Gregorio diventa una grande consolazione per tutti noi che procediamo spesso con fatica nel cammino della vita spirituale ed ecclesiale. Il Signore ci conosce e ci circonda tutti con il suo amore. Benedetto XVI L’Osservatore Romano, 29-12-2005 13 Si compia in me Annunciazione, Beato Angelico (1434), Museo Diocesano di Cortona. Catechesi mariana 25 marzo: l’annunzio a Maria I l 25 marzo la Chiesa celebra la solennità dell’Annuncio del Signore a Maria. L’Incarnazione del Verbo è l’inizio della sua Pasqua: perciò la festa del 25 marzo, già nel IV-V secolo era considerata «la radice delle feste» (Giovanni Crisostomo), l’inizio dei tempi nuovi, l’inizio della fine: inizio dell’Incarnazione storica del Messia e inizio della deificazione dell’uomo, del rinnovamento del creato. Per gli Ebrei, il Capodanno liturgico è celebrato nel mese di Nisan, durante il quale si fa memoriale della Pasqua (cf Es 12, 2.18; 34,18). Tale data era anche il Capodanno del re e delle feste. 14 Infatti si contava l’inizio del regno del sovrano a partire proprio dal Capodanno festivo. Anche in epoca cristiana l’inizio dell’Anno liturgico nell’alto Medioevo era fissato a marzo, precisamente il 25 marzo, capodanno pure civile, quindi primo mese dell’anno. In seguito l’inizio dell’Anno liturgico si spostò a Natale, poi all’Avvento, mentre l’inizio dell’anno solare fu regolato in corrispondenza con il calendario civile di Roma, dal quale potrebbe derivare la data del Natale cristiano al 25 dicembre, giorno in cui in tutto l’impero romano si celebrava il Natale del dio Sole. Una regina madre L’espressione dei Padri della Chiesa, «radice delle feste», con la quale si denomina il 25 marzo deriva proprio dal Capodanno del re. Il 25 marzo, perciò, sorge nella Chiesa come il Capodanno del Re Salvatore e della Regina Madre. Nella letteratura cristiana, il 25 marzo è indicato come il giorno che comprende tutti i giorni del tempo nuovo: il giorno sommo del tempo della Chiesa. Seguendo l’ipotesi che spiega la festa del Natale fissata al 25 dicembre in dipendenza dal 25 marzo (e non viceversa), gli Antichi e i Padri – fin dal tempo di Tertulliano – credevano che questo giorno, equinozio di primavera, segnasse l’inizio della creazione del mondo e dell’uomo. Perciò era ritenuto come una data simbolica del concepimento del Verbo di Dio: il Signore si sarebbe incarnato e sarebbe anche morto il 25 marzo. La festa tuttavia cadeva in Quaresima, tempo in cui per la Chiesa era vietato celebrare qualsiasi solennità. Per l’Occidente la difficoltà fu affrontata dal concilio di Toledo (656); in Oriente invece il Concilio trullano (692) stabilì che in Quaresima si sarebbe fatta un’eccezione per l’Annunciazione, senza trasferirla, anche se coincide con il Venerdì o il Sabato santo. Questo uso è in vigore ancora oggi tra gli Orientali. Sia in Oriente che in Occidente, la festa dell’Annunciazione è tra le più solenni dell’Anno liturgico; in questo giorno Maria è venerata e ricordata come la Portatrice della Vita Nuova, della Vita pasquale del Signore. Abramo di Efeso in una omelia per il 25 marzo proclama: «Oggi è sciolta l’antica condanna: da quando infatti fu pronunciato in terra quel Gioisci, è cessato quel Partorirai figli nel dolore; per una donna subentrò agli uomini la morte; per una donna ritornò loro la vita». La salvezza prolungata L’Annunciazione non è solo l’inizio della Redenzione: è la chiave di lettura e di comprensione di tutta la vicenda di Cristo che seguirà poi. L’esaltazione del Verbo fattosi Carne e Signore universale non attenua minimamente il suo Mistero di Verbo fattosi Uomo dalla Donna per l’eternità. Il Mistero pasquale si sviluppa e cresce nel segno del- l’Incarnazione storica e gli uomini nell’Emmanuele diventano figli di Dio (Gal 4,4-5). Come evento storico-salvifico la Chiesa celebra l’Annunciazione una volta l’anno, ma lo stesso Mistero si attua ogni giorno e in ogni celebrazione. gia della Parola: il Profeta (o Antico Testamento), l’Evangelo e la lettura dell’Apostolo. La Pentecoste di Maria Luca lascia emergere con sufficiente evidenza l’analogia tra la discesa dello Spirito su Maria all’Annunciazione e sulla Chiesa apostolica a Pentecoste. Del resto l’Annunciazione è giustamente detta «la Pentecoste di Maria» (S. Bulgakov) o la proto-Pentecoste della Chiesa. È l’inizio dell’Oméga, l’inaugurazione della Alleanza Nuova nel Sangue del Dio-Uomo, l’inizio del Giudizio escatologico. Perciò l’Annunciazione è la Parte del Tutto, la radice e l’inizio cronologico e salvifico dell’evento pasquale. Vi è una discreta analogia tra l’Annunciazione a Maria e la Pentecoste della Chiesa apostolica. Basta confronta- re i testi di Luca (1,35.46.49a con 24,49; At 1,8; 2,4.6.7.11). Adombrata dallo Spirito nell’intimo della sua persona, la Figlia di Sion erompe quasi all’esterno, sulle montagne della Giudea per annunziare le grandi opere compiute in lei dall’Onnipotente. Dall’altra parte la Chiesa apostolica di Gerusalemme, corroborata dal vigore dello Spirito (Lc 24,49; At 1,8) – mentre erano radunati all’interno della casa (At 2,2) – lascia il suo ritiro per proclamare pubblicamente le grandi opere del Signore (At 2,4.6.7.11). Una novità radicale L’Annuncio a Maria supera ogni vecchio schema delle annunciazioni dell’Antico Testamento. I temi narrati qui sono completamente nuovi: il concepimento verginale del Figlio di Dio, la compartecipazione della Madre ai Misteri salvifici, la Ma- La gioia dell’Annunciazione L’Annunciazione a Maria è un evento che anticipa la Pasqua. I cieli si aprono affinché lo Spirito della Resurrezione scenda sulla creatura; il medesimo Spirito incarna il Verbo dell’Amore del Padre mediante un’azione creatrice. Il Signore Risorto, annunciato a Maria, è annunciato quotidianamente alla Comunità dei fedeli per il perpetuarsi della Incarnazione sua e ciò avviene in prospettiva storica, come compimento della Profezia, in dimensione sacramentale come attuazione dell’Evangelo «per noi-qui-ora» e nella dimensione escatologica, tempo ecclesiale della crescita di Cristo Capo nel suo Corpo, fino alla Venuta parusiaca del Signore. A questi tre livelli corrispondono infatti le tre letture della Litur- È la stessa SS. Trinità che, desiderosa del bene dell’uomo, invia l’angelo ad annunciare alla Vergine il mistero dell’Incarnazione. A lei, umile, semplice, promessa sposa ad un falegname, preferita ad ogni apparenza vistosa del mondo, è inviato l’angelo Gabriele, che significa fortezza. L’angelo saluta la Vergine con profondo rispetto e con gioia nuova la chiama «piena di grazia», cioè piena di doni, di virtù, di affetti d’amore e di buoni desideri. Le manifesta l’assistenza di Dio dicendole: «Il Signore è con te», e proclama la sua preminenza su tutte le donne a motivo della benedizione del cielo. Il compimento dell’Incarnazione fu motivo di grande gioia: – per il Padre perché ci ha potuto dare il Figlio, che Egli ama più di ogni cosa; – per il Figlio perché si vede fatto uomo tra gli uomini che Egli ama come fratelli; – per lo Spirito Santo perché ha potuto compiere la più grande opera d’amore; – per la SS. Vergine perché si è vista innalzata alla dignità di Madre di Dio. Fu infinita la carità di Dio che, potendo per diritto possedere un corpo immortale e non soggetto alla sofferenza perché non formato per opera d’uomo, lo assunse mortale e sofferente. 15 Annunciazione, Andrea del Sarto (1528), Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze. Maria per prima proclama l’Amen alla gloria di Dio e intona per tutta la Chiesa: «Vieni, Signore Gesù!». 16 trare in comunicazione filiale e nuziale con Dio e con il Verbo; è un’offerta sacrificale, e ogni sacrificio è celebrazione della Pasqua, Ingresso liturgico in Dio Ave o Vergine Santa Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal Cielo per dir «Ave» alla Madre di Dio. Al suo incorporeo saluto vedendoti in Lei fatto uomo, Signore, in estasi stette, acclamando la Madre così: Ave, per Te la gioia risplende; Ave, per Te il dolore s’estingue. Ave, salvezza di Adamo caduto; Ave, riscatto del pianto di Eva. Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto; Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli. Ave, in Te fu elevato il trono del Re; Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene. Ave, o stella che il Sole precorri; Ave, o grembo del Dio che s’incarna. Ave, per Te si rinnova il creato; Ave, per Te il Creatore è bambino. Ave, Sposa non sposata! Ave, o Madre dell’Astro perenne, Ave, o aurora di mistico giorno. Ave, fucine d’errori Tu spegni, Ave, splendendo conduci al Dio vero. Ave, l’odioso tiranno sbalzasti dal trono, Ave, Tu il Cristo ci doni clemente Signore. Ave, sei Tu che riscatti dai riti crudeli, Ave, sei Tu che ci salvi dall’opre di fuoco. Ave, Tu il culto distruggi del fuoco, Ave, Tu estingui la fiamma dei vizi. Ave, Tu guida di scienza ai credenti, Ave, Tu gioia di tutte le genti. Ave, Vergine e Sposa! (Dall’inno Akathistos) Maria attende l’Annunciazione, Anonimo Fiammingo (1438), Museo del Prado, Madrid. ternità divina e perciò Maternità verginale, propria ed esclusiva dei tempi messianici. Anche le Promesse dell’Antico Testamento si compiono in un modo del tutto inatteso, nella novità che è Cristo Signore. Nella radicale novità inaugurata con l’Annunciazione trovano attuazione i tratti originali dei tempi escatologici e apocalittici. Il Fiat della Vergine – che riecheggia quello di Israele alle falde del Sinai (Es 24,3.7), ma mai pienamente compiuto – conclude l’Alleanza escatologica. Ritroviamo qui gli elementi teofanici caratteristici: la manifestazione della Gloria e della Presenza di Dio (Shékinàh), il segno della nube. La presenza dello Spirito, Forza (Dynamis) divina per il concepimento verginale del Figlio di Dio, prelude la gloria del Battesimo del Signore (Lc 3,21-22), della sua gloriosa Trasfigurazione (Lc 9,2935), del Giudizio del mondo (Lc 22,69-70) e della Resurrezione (cf Rm 1,3-4). La Novità del Figlio di Dio che trasforma i modelli preesistenti è unicamente quella della Resurrezione; una novità che passa attraverso la Croce gloriosa, tanto che l’Annunciazione è spiegata anche con la Croce, radice dell’Annuncio del Signore. Il Fiat della Madre di Dio esprime il suo desiderio di en- Padre, crescita dei fedeli del Signore nella Vita Nuova (cf Eb 10,4-10; Sal 39,7-9). Come altrove, Luca, nel riferire l’Annunciazione alla Vergine, va controcorrente rispetto agli slogan del suo tempo, secondo i quali la donna in genere sarebbe caratterizzata per la passività e l’uomo per l’attività. L’autore usa un suo metodo originale: presenta il turbamento sia di Zaccaria che di Maria. Ma Zaccaria è turbato dalla visione dell’angelo (Lc 1,12), Maria «per tali parole rimane molto turbata» (Lc 1,29): il suo turbamento è a causa dell’audizione dell’invito alla gioia messianica e all’elogio insolito. Il sacerdote rimane passivo e quasi paralizzato. La Vergine invece è in situazione attiva: riflette per aderire. Maria accetta di diventare così la Madre di Dio. Questa espressione contiene tutto il mistero dell’economia della salvezza, come dice San Giovanni Damasceno. In Lei noi vediamo realizzato il progetto di Dio: la salvezza e la santificazione espressa dai Padri con la frase: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventi Dio». Maria con il suo «Sì» rende efficace per tutta l’umanità il progetto di misericordia di Dio. Il sì incondizionato e totale della Vergine al sì precedente di Dio costituisce il punto esatto in cui la Redenzione entra nel cuore dell’umanità. Il Verbo non avrebbe mai potuto prendere carne, l’umanità non avrebbe mai potuto essere salvata, se Maria nella sua disponibilità alla volontà di Dio, cioè nelle sua totale purezza, non avesse detto il suo «Fiat» al Creatore. Al Fiat del Creatore risponde il Fiat della creatura: «Eccomi, sono la serva del Signore...» (Lc 1,38). Nell’omelia sull’Annunciazione, Nicola Cabasilas, liturgista bizantino del XIV secolo scrive: «L’Incarnazione fu non soltanto opera del Padre, della sua virtù e del suo Spirito, ma anche l’opera della volontà e della fede della Vergine. Senza il consenso della purissima, senza il concorso della sua fede, quel disegno era altrettanto irrealizzabile che senza l’intervento delle tre Persone divine. Dio la prende per Madre soltanto dopo averla istruita e persuasa, prende carne da lei soltanto dopo che lei vuole prestargliela. Come voleva incarnarsi, così voleva che sua Madre lo generasse liberamente, con pieno consenso». Lorenzo Villar LOIS ROCK - GAIL NEWEY LE PIÙ BELLE PARABOLE DI GESÙ Editrice Elledici, pagine 48, € 6,00 Un libro che aiuta i bambini a comprendere le verità eterne sulla natura umana e il mondo in cui viviamo. Il testo presenta diciotto parabole fra le più conosciute e amate, riscritte appositamente per i bambini. Parole indimenticabili e semplici che aiutano ad avvicinarsi al mistero d’amore di Dio. JOËLLE CHABERT - FRANÇOIS MOURVILLIER PARLARE DI DIO AI BAMBINI DI OGGI Editrice Elledici, 160 pagine, € 10,00 Un libro di facile lettura e consultazione per rispondere con gioia alle domande dei bambini su Dio. Il volume è una miniera di consigli per aiutare i genitori e gli educatori a rispondere alle domande dei figli. In una prima parte si affrontano le grandi questioni religiose che nascono dalla scoperta della vita. Una seconda sezione affronta le questioni che nascono in una società multietnica dall’incontro con i segni delle diverse fedi. ORESTE MENDOLIA GALLINO TI SPIEGO LA MESSA Schede didattiche Editrice Elledici, 16 pagine, € 12,00 Uno splendido strumento per far conoscere, capire e vivere la Messa ai bambini in modo autentico e sereno. Un sussidio agile e originale che grazie agli splendidi disegni, al linguaggio efficace e al formato (29x42) aiuta a scoprire, passo dopo passo, i vari momenti che formano la celebrazione eucaristica. 17 Le dieci vergini 12 Le parabole di Gesù N el capitolo 25, il Vangelo di Matteo ci sono alcune parabole che riguardano gli ultimi tempi, vale a dire i tempi della fine della storia e del susseguente Giudizio di Dio. Contenuto fondamentale di tali insegnamenti è l’incontro definitivo con il Signore, che verrà a giudicarci e ci accoglierà – se il nostro incontro sarà positivo – nel suo Regno di salvezza. La prima parabola (v. 1-13) descrive una festa di nozze dove dieci vergini – che fanno parte della famiglia della sposa – sono in attesa dello sposo che deve venire, per andargli incontro e condurlo alle nozze. E già questo un aspetto molto importante della nostra realtà: la nostra esistenza terrena è come la preparazione a quella «festa di nozze», alla quale siamo chiamati e nella quale si attua lo scopo della nostra esistenza: Dio ci ha creati per farci partecipi della Sua stessa Vita di Amore; la fase terrena del nostro vivere ha proprio lo scopo di prepararci a queste Nozze eterne! Vivere la festa Nella parabola, le dieci vergini che attendono lo sposo portano tutte con sé una lampada accesa, per andare incontro allo sposo e accompagnarlo all’abitazione della sposa. Gesù – nello scegliere questa «attesa dello Sposo» – ha voluto descriverci il motivo per cui ci ha creati e ci ha collocati in questo mondo: la nostra vita non deve chiudersi nei problemi ordinari e spiccioli di u18 na normale preoccupazione dei fatti giornalieri, ma deve aprirsi alla Vita futura (quella, appunto, per cui siamo stati creati) che consiste nel «vivere con Dio una eterna festa di nozze». Di qui la necessità di considerare il termine della nostra esistenza terrena non come una «conclusione», ma come la sua «apertura verso la vera Vita»; e la vera Vita non consiste tanto nel nostro modo di vivere, ma nel nostro partecipare – come abbiamo visto – alla Vita stessa di Dio. Ecco perché Gesù pone, nel cuore di questa parabola, l’attesa dello Sposo! nistrazione» e l’attesa dello Sposo, la speranza che ce Lo fa desiderare, si spegnerebbe o si ridurrebbe a un semplice pro- Attendere nella speranza Ma l’attesa si sta prolungando (difatti, nessuno di noi sa quando verrà lo Sposo a cercarci). Le dieci vergini si assopiscono, e vengono svegliate quando sta arrivando lo Sposo. Bisogna andargli incontro, accoglierlo e accompagnarlo alla festa di nozze! Il fatto delle lampade che vanno nuovamente accese – e quindi della necessità che le vergini abbiano l’olio di scorta – sta a indicare che «dobbiamo sempre essere pronti», perché lo Sposo viene senza preavviso. Se noi sapessimo già in partenza quando sarà il termine della nostra vita, l’attesa dello Sposo verrebbe a collocarsi in una data già definita, e quindi cesserebbe l’ansia dell’attesa: se tutto fosse già predisposto e noi sapessimo da sempre quando avrebbe termine la nostra esistenza, tutto cadrebbe in una specie di «ordinaria ammi- gramma da svolgere con criteri già preordinati. Essere vigilanti Questa attesa fa parte della nostra «educazione alla speranza e alla vigilanza» e si traduce nel desiderio e nell’attesa; un’esistenza già tutta programmata – come abbiamo visto – perderebbe di significato. Saper desiderare, saper attendere, saperci preparare, tenerci pronti: tutto questo fa parte della nostra «educazione all’incontro con Dio, con l’olio per riaccendere la lampada – non tanto quando ci accorgiamo che lo Sposo sta per arrivare, ma sempre –. Questa riserva di olio indica, nella parabola, la necessità di essere sempre vigilanti e quindi con gli occhi e il cuore bene aperti, per non essere colti alla sprovvista. Qui, la riflessione ci orienta sulla necessità di coltivare ogni giorno, nel nostro cuore, il pensiero di Gesù; la necessità di meditare il Vangelo, di «fare nostri» i sentimenti di Gesù, di approfondire tutto il senso della nostra esistenza, così bene illuminato sia dagli insegnamenti e dalle azioni di Gesù (che troviamo nei Vangeli), sia soprattutto dal suo itinerario di amore, così ben descritto dalle otto Beatitudini (all’inizio del cap. 5 di Matteo): se noi con Gesù, con lo Sposo»! Dio ha voluto veramente far consistere la nostra esistenza terrena in un cammino ricco di progetti da fare, di imprevisti da superare, di errori da correggere, di gioie da preparare... Quale stupendo cammino diventa, così, la nostra vita, anche se in mezzo a problemi e fatti dolorosi, che però ci aiutano a orientare i nostri desideri verso un Bene maggiore e senza fine! E qui va approfondito il problema dell’attesa dello Sposo, e della necessità di tenerci pronti non sappiamo vivere le Beatitudini – che sono come otto autoritratti che Gesù fa di Se stesso –, non capiamo né Gesù né il Vangelo, né il senso della Vita per cui siamo stati creati. Aprire la vita a Gesù Quanta gente, oggi, non alimenta la lampada del suo cuore con questo olio di sapienza evangelica, e quindi rimane senza speranza, non sa né attendere né desiderare l’incontro con Ge- sù! Quanti libri dei Vangeli, in molto famiglie, restano chiusi quasi di continuo, perché le persone sono attratte da tutt’altri pensieri e problemi, e non sentono il bisogno di rifarsi a Gesù, di coltivare i sentimenti dell’attesa e del desiderio di incontrarlo! La vita cristiana non dobbiamo ridurla a un elenco di doveri da compiere, di peccati da non commettere, di preghiere da «recitare» (!), ma dobbiamo aprirla su Gesù! In tanto ha senso vivere, in quanto siamo proiettati verso il desiderio di conoscere, amare imitare, attendere e accogliere Gesù, andandogli finalmente incontro! Nella parabola, Gesù accenna al fatto – terribile – della porta che viene chiusa subito dopo l’ingresso dello Sposo. Le vergini stolte, che erano andate a fare rifornimento di olio per la lampada, arrivano e non possono più entrare. Non solo, ma al loro bussare risponde una voce dall’interno: «Non vi conosco! ». Sentirsi «non conosciuti da Gesù» è un fatto spaventoso... Il Signore ci ha creati, ci ha conosciuti e ci ama. Non è tanto Lui che non vuole conoscerci, che non vuole riconoscerci; sono gli incauti, coloro che durante la loro vita non si sono curati di conoscere e di amare Gesù, di avvicinarglisi e di seguirlo: sono i peccatori (speriamo di non esserci noi, tra di essi!) che hanno orientato i loro pensieri, desideri e azioni in tutt’altre direzioni, che quindi sono vissuti «come se Dio non ci fosse», e pertanto si sono volutamente sottratti allo sguardo di Gesù... «Non vi conosco! ». Cerchiamo Gesù, andiamogli incontro ogni giorno, cerchiamo di vivere con Lui una autentica «comunione di amore». E Gesù «ci conoscerà», ed entreremo con Lui alla festa di nozze! Le Nozze Eterne! Don Rodolfo Reviglio 19 18 marzo: SAN CIRILLO DI GERUSALEMME (315-386), vescovo e dottore della Un mese un santo S trano destino quello di Cirillo di Gerusalemme: era un uomo pacifico e suo malgrado venne coinvolto in innumerevoli controversie dottrinali. Era un uomo sincero e cristallino e fu accusato ingiustamente di doppio gioco e di ambiguità. Un vescovo che amava sinceramente la sua comunità e, per motivi dottrinali falsi, venne mandato in esilio ben tre volte. Ma non è finita. Era un uomo di grande e sincera carità verso Ricordati di Dio in ogni tempo gli altri, specialmente i poveri, e fu accusato di dilapidare i beni della Chiesa e di arricchire se stesso. Insomma, lui, Cirillo, uomo mite e tranquillo, dovette vivere in tempi turbolenti per l’ortodossia e la sopravvivenza stessa della Chiesa di Cristo. Ma visse nonostante le molteplici difficoltà, lottò con coraggio, si difese nella verità e nella carità, predicò con successo alla gente ed infine le sue posizioni dottrinali trionfarono nel Concilio del 381. E la Chiesa, anche grazie a lui, superò la tremenda prova, potenzialmente devastante, della perniciosa eresia ariana che prosperò e imperversò per vari decenni. Una figura degna di essere ricordata oggi, anche per farci capire quanto è costato in termini di sacrifici, non solo psicologici ma anche fisici, la difesa dell’ortodossia della fede cristiana e quante lotte non indolori ha richiesto la conquista e la difesa, per esempio, del Credo che noi ripetiamo, magari distrattamente, nella Messa domenicale. Secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli (381). L’imperatore Teodosio troneggia fra Timoteo, patriarca di Alessandria, e Damaso, Papa di Roma, assistiti rispettivamente da Cirillo di Gerusalemme e Gregorio Nazianzeno, oltre a qualche grande vescovo. Ai suoi piedi, la confusione degli eretici. Chiesa di San Sozomeno, Galata (Cipro). Ottimo predicatore, convincente e preparato 20 Cirillo nacque a Gerusalemme (o dintorni) nel 315 da una buona famiglia cristiana praticante. Essendo anche benestante poté assicurare al giovane una eccellente preparazione culturale. Non sembra che sia stato monaco, ma certamente praticò con impegno l’ascesi di tipo monastico. Di una cosa si è certi: Cirillo era diventato un vero esperto della Scrittura: la prova si ha dalle numerose citazioni che egli ne ha fatto nelle sue opere, segnatamente nelle famose Catechesi, per le quali è universalmente famoso e ammirato ancora oggi. Fu ordinato sacerdote nel 345, quindi a 30 anni suonati. Fu proprio in questo periodo che egli pronunciò le famose catechesi che servivano da istruzione per i catecumeni. Istruzioni catechistiche robuste nel contenuto, con ampie e tempo (capita anche oggi). E dobbiamo tutto ad uno dei suoi uditori, che non solo fu contento di ascoltarlo, ma ebbe la felicissima intuizione (da lodare nei secoli) di stenografarle. E così sono giunte a noi. Nel 350 circa, venne ordinato per la sede di Gerusalemme per le mani del vescovo metropolitano Acacio di Cesarea. E da costui arrivò non solo l’unzione episcopale ma anche una pioggia di guai e sofferenze per il buono e mite Cirillo. Chiesa Sulla sua persona, sull’elezione e sulla sua ortodossia ci furono (a torto) dei dubbi per il fatto che era stato eletto e ordinato da un vescovo non in odore di santità, ma addirittura di arianesimo. Se all’inizio Acacio di Cesarea sembrava solo simpatizzante ariano poi lo divenne con convinzione. Dov’era il pericolo di questa eresia, che era stata abbracciata da vescovi, imperatori e altri funzionari statali? Molto semplice: andava alla radice stessa della San Cirillo da Gerusalemme, icona del XVII sec., Chiesa di Sant’Atanasio, Museo di Veliko Tarnovo, Bulgaria. ❖ Diventare cristofori continue citazioni bibliche, semplici nella forma, accessibili a tutti nel linguaggio, appassionate e persuasive nello stile, spiritualmente solide e nutrienti. Non solo un vero pastore ma anche un ottimo maestro di fede. Insomma si faceva capire da tutti quelli che erano interessati a capire: gente semplice senza tanta istruzione che aveva la volontà di imparare e prepararsi al battesimo, mentre quelli con l’istruzione necessaria non ne avevano Quindi con certezza assoluta dobbiamo partecipare del corpo e del sangue di Cristo. Poiché sotto le apparenze del pane ti è dato il corpo e sotto le apparenze del vino il sangue, affinché, partecipando del corpo e del sangue di Cristo, tu divenga un solo corpo e un solo sangue con lui. In tal modo noi diventiamo portatori di Cristo (cristofori), perché nelle nostre membra si diffonde il suo corpo e il suo sangue. E così, secondo l’espressione del beato Pietro, noi diventiamo partecipi della natura divina (2 Pt 1,4). Da Catechesi Mistagogica I, 3 ❖ Cristo, forza dell’anima Sei ora istruito e pienamente convinto che quello che sembra pane non è più pane, quantunque il senso ne percepisca il gusto, ma è il corpo di Cristo; e ciò che sembra vino non è più vino, quantunque così suggerisca il gusto, ma è il sangue di Cristo. Ora tu comprendi le parole che diceva un tempo Davide nei Salmi: “Il pane fortifica il cuore dell’uomo, affinché egli esilari il volto con l’olio”, rafforza il tuo cuore, prendendo questo pane spirituale, e fa che la gioia brilli sul volto della tua anima. Che la tua anima aperta rifletta nella coscienza pura, come in uno specchio, la gloria del Signore e possa salire di gloria in gloria, nel Cristo Gesù, Signore nostro, al quale sia onore, potenza e gloria nei secoli dei secoli. Amen. Da Catechesi Mistagogica I, 9 Costantino il Grande fa bruciare i libri degli eretici ariani al Concilio di Nicea (325). Da un codice dei concili (IX sec.), Biblioteca Capitolare, Vercelli. 21 fede cattolica, cioè a Gesù Cristo. Questi (secondo Ario, il fondatore, e i successori convinti o simpatizzanti tali) non era il Figlio di Dio, la Seconda Persona della Trinità ma era semplicemente un “demiurgo” un “semidio”, uno “simile” al Padre, non certamente “Luce da Luce e della stessa sostanza”, cioè sullo stesso piano. Una eresia, come si vede, micidiale per l’ortodossia: minava alla radice la fede nella Trinità e distruggeva la cristologia: Gesù visto così non poteva essere il Salvatore e Redentore di tutti, perché il suo sacrificio non aveva valore universale non essendo Figlio di Dio. Ario e la sua eresia era già stata condannata nel Concilio di Nicea (325). Qui si affermò solennemente che Gesù Cristo è Figlio di Dio, “della stessa sostanza” del Padre, e si affermò pure che Egli è “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato”. Ma nonostante la sconfitta conciliare l’arianesimo continuò tramite gli appoggi in alto (imperatori e vescovi) fino ai giorni di Cirillo. Fu grazie all’opera appassionata di personaggi co- ❖ In alto i cuori Quindi il sacerdote esclama: “In alto i cuori”. Questo è davvero il momento terribile in cui dobbiamo tenere il cuore elevato a Dio e non rivolto verso la terra, verso gli affari terreni. È come se il sacerdote comandasse di lasciare in quel momento le sollecitudini di questa vita e le preoccupazioni domestiche e di tenere il cuore in alto verso il buon Dio. Quindi voi rispondete: “Sono già rivolti a Dio”, e con le parole che pronunciate, date il vostro assenso a quel comando. Non vi sia nessuno che dica con la bocca “sono già rivolto a Dio” e abbia invece la mente occupata nelle faccende di questa vita. Dobbiamo ricordarci in ogni tempo di Dio. E se questo ci è impossibile per l’umana debolezza, dobbiamo sforzarci di ottenerlo almeno in quel momento. Da Catechesi Mistagogica V, 4 me Atanasio, Ilario, Basilio, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa (per rimanere in Oriente) che venne ristabilita la supremazia dell’ortodossia. Il galletto e la tartaruga simboleggiano la vittoria della luce sulle tenebre e la scenetta costituisce un’allegoria del Concilio di Nicea che condannò l’eresia di Ario. 22 Difensore della divinità di Cristo Quando l’arianesimo di Acacio divenne manifesto, volendosi staccare dal suo controllo, Cirillo riaprì la vecchia questione della supremazia della sede metropolitana (anche perché c’era stato un certo riconoscimento di quella di Gerusalemme e quindi...), rivendicò maggiore autonomia per la sede gerosolimitana, sconfessando nei fatti il primato di Cesarea e quindi di Acacio. Questi allora, come risposta, convocò un sinodo, ma Cirillo non vi partecipò neppure perché la decisione era già precostituita, in quanto la maggioranza era ariana. Fu accusato di insubordinazione, di vendita dei beni della Chiesa per nutrire i poveri in tempo di carestia e di... non sostenere le te- ❖ Efficacia delle preghiere per i defunti Voglio farvene persuasi con un esempio, perché ho sentito molti dire così: Che giova all’anima uscita da questo mondo, con o senza peccati, questo ricordo nelle preghiere? Se un re avesse mandato in esilio degli uomini che l’hanno offeso, e quindi dei parenti loro avessero intrecciato una corona e l’avessero offerta al re a nome dei puniti, forse che il re non sarebbe indotto a perdonare? Allo stesso modo, quando offriamo a Dio preghiere per i defunti, anche se sono peccatori, noi non presentiamo una corona intrecciata dalle nostre mani, ma offriamo il Cristo immolato per i nostri peccati e rendiamo propizio il buon Dio verso di loro e verso di noi. Da Catechesi Mistagogica V, 10 ❖ Tenere a memoria il Credo Cerca di tenere bene a memoria il simbolo della fede (il credo). Esso non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l’unica dottrina della fede. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell’antico quanto nel Nuovo Testamento. San Cirillo di Gerusalemme A lato: San Girolamo appare a San Cirillo di Gerusalemme. Sano di Pietro (1406-1481), Louvre, Parigi. si ariane (o, con parola difficile, di essere un “omo-ousiano”). Risultato già annunciato: la condanna e l’esilio. Ci andrà ben tre volte in circostanze diverse, per cui dei suoi 36 anni di episcopato, ben 16 li passerà in esilio. Fu nel Concilio Ecumenico di Costantinopoli (381) che la professione di fede di Nicea fu ripresa e qui (presente anche il grande Gregorio di Nissa) Cirillo dissipò tutti i dubbi che gli si attribuivano (di simpatie ariane, che, per la verità, non ebbe mai) sottoscrivendo e accettando anche il termine “omo-ousios” cioè “della stessa sostanza”, parola che era considerata la sigla dell’ortodossia e quindi dell’anti arianesimo. Cirillo non era solo intraprendente e brillante nell’educazione religiosa del suo gregge, ma era anche molto sensibile e sollecito verso i poveri. Carità e assistenza ai bisognosi lo accompagnarono sempre. È rimasto famoso un episodio (che fu anche fonte di accu- se per lui) e che, anche se tramandato in modo confuso, ci dà la misura della grandezza morale di Cirillo. Durante una carestia egli vendette, per ricavarne denaro e soccorrere i poveri, alcuni arredi di proprietà della Chiesa. Tra di essi una stoffa preziosa, donata dall’imperatore Costantino ad un vescovo. Questa poi fu rivenduta dal compratore ad un’attrice e riutilizzato come abito di scena. La cosa sembrò scandalosa e naturalmente strumentalizzata dai suoi numerosi avversari ariani. Un simile episodio capitò anche ad Ambrogio da Milano. E questi rispose alle accuse anche stavolta degli ariani che “se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno... Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”. Non ci viene tramandata nessuna reazione di Cirillo alle accuse, ma certamente lo spirito che lo animava era lo stesso: nutrire il corpo di Cristo spiritualmente nella catechesi, e aiutarlo anche nel bisogno fisico. Un comportamento da “buon pastore” e da santo. Mario Scudu Salesiani Don Bosco (SDB) • Casa Madre di Torino-Valdocco www.donbosco-torino.it 23 I peccati contro lo Spirito Santo /1 Celebrazione Impugnare la verità conosciuta /1 IN CHE CONSISTE QUESTO PECCATO Verso il cuore di Gesù Q Alcuni considerano Gesù un grande uomo, il più grande rivoluzionario, per la sua vita e i suoi insegnamenti. Altri, per scusare le loro cattive voglie, lo dipingono come meglio piace ai ricercatori di scandali, sia attraverso la carta stampata, come giornali, romanzi e film. Tutte cose fuori da ogni conferma storica. Anche impugnare la Chiesa e i suoi ministri, che si battono per la Verità, è lo stesso che negare Cristo. Caro amico, non posso disinteressarmi di te, siamo tutti figli dello stesso Padre e tutto ciò che è verità davanti a Lui è già stato scritto in ogni cuore umano. Egli vuole salvare. Cerca dentro di te, senza pregiudizi, e troverai che Dio ti ama. Lo Spirito ti darà la forza di dire: “Ho peccato, perdonami. Hai paura di far conoscere la tua conversione? Non temere. Sii coraggioso: la testimonianza del tuo amore per Gesù, porterà buoni frutti attorno a te. Nulla è impossibile a Dio”. Gesù è sempre all’opera. Infatti ha detto: «Il Figlio dell’uomo dovrà essere innalzato da terra (la uale verità tu vuoi impugnare? Quella scritta, nella tua coscienza dal tuo Creatore? I dieci comandamenti non li potrai cancellare mai. O sono forse gli insegnamenti del Vangelo che ti stanno così stretti tanto da impugnarli? Oppure vuoi proprio rinnegare Gesù Cristo che è la Verità per eccellenza? È scritto nella Bibbia: «Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre» (1 Gv 2,22). Tu vuoi, dunque, contestare soprattutto la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che per noi è morto e il terzo giorno è risorto. Lui solo ha vinto sulla croce il peccato e la morte. Non vi è altra salvezza. Ma tu forse vuoi trattare direttamente con l’Eterno Padre: lui sì che ti capisce e ti perdona, senza intermediari. Ormai il mondo domina la scena umana: è molto più comodo seguirlo. Tutti i mezzi di comunicazione sociale sono diventati i maestri più ascoltati e convincenti. Ma quale salvezza? Solo il Vangelo ti dà via libera affermando: «Chi crede nel Figlio di Dio non è condannato», e soggiunge: «Chi non crede in Gesù Cristo è già condannato» (cf Gv 3,18). Oggi, in questo eterno oggi, che valica ogni tempo e ogni spazio, la Verità, con la “V” maiuscola è assolutamente il Figlio di Dio Padre che si è fatto uomo per la salvezza del mondo. Lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, è lui che ci ha rivelato che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del mondo. Pertanto negare che il Cristo detiene il potere di togliere i peccati del mondo, vuol dire offendere gravemente lo stesso Spirito, garante di questa verità. Un peccato imperdonabile, come affermò il Signore Gesù in risposta ai Farisei, i quali osarono dire che egli cacciava i demoni nel nome di Beelzebul. 24 Negare che Dio libera l’uomo dal male è negare l’amore infinito. Può l’uomo vivere con dignità senza questo amore? croce), perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). L’Amore inchiodato sulla croce, per la sua onnipotenza, vuole attirare tutti al suo cuore. Non c’è scampo che tenga. Infatti in un altro passo si proclama: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». Adamo ed Eva Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita» (Gn 3). Preghiamo con il Salmo 129 Rit.: Gesù, solo tu sei il mio Dio. Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera. Rit. Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore. Rit. Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. Rit. Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe. Rit. Preghiera a Gesù Mi rivolgo a te, mio Signore Gesù, eterno Figlio del Padre, e ti imploro in favore di tutti coloro che nella loro tradizione religiosa negano la tua divinità. Il mio pensiero accorato va a coloro che, in questi ultimi tempi di secolarizzazione, ti negano perché, o non sentono il bisogno di te, o perché a loro non manca nulla per la loro vita, oppure perché sono convinti che l’uomo è solo terra. Inoltre sono molto preoccupato di quei cristiani che credono in te ma rinnegano la tua Chiesa, impugnando i sacramenti di salvezza sgorgati dal tuo cuore. Caro Gesù, che ti sei incarnato nel seno della Vergine Maria, abbiamo tutti bisogno di ricevere una nuova abbondante effusione di Spirito Santo, perché lui confermi in noi e convinca gli increduli che solo tu sei vero Dio e vero uomo, unico nostro Salvatore. Dello Spirito di amore abbiamo assoluto bisogno, noi che sappiamo così poco amare e perdonare e compatire. Purtroppo oggi molti negano queste nostre radici cristiane. Queste radici ci stanno a cuore. E stanno a cuore a tutti, anche a quelli che praticano poco o nulla. Per costoro noi ti supplichiamo. Il nostro grido a te è in favore di quanti ci stanno più a cuore, se ci permetti di dirti le nostre preferenze, sono amici, conoscenti e parenti. O buon Gesù, morto in croce per gli uomini, tu sei l’unico e vero grande amore che ravviva ogni amore umano. Tu sai dare pace, gioia e serenità alle famiglie che confidano in te e sono molto preoccupate per i figli e i nipoti in forte crisi religiosa. Ti chiedono consolazione e un grande interessamento per i loro cari. Grazie, Gesù amabilissimo, perché il tuo amore dona il perdono a quanti si convertono con cuore sincero. Don Timoteo Munari 25 Musica e Fede L a vasta produzione di Pierluigi da Palestrina e di Orlando di Lasso costituisce il fondamento del teatro profano, come si era detto nell’ultima puntata. Tuttavia le loro composizioni continuano ad avere un contenuto e una tonalità essenzialmente sacri, ed oltre alle numerosissime Messe e spartiti liturgici, si hanno centinaia di mottetti e madrigali. Si tratta di due generi musicali sostanzialmente simili, ma con intenti e provenienze diversi. Entrambi sono basati sulla “polifonia”, vale a dire su di un insieme simultaneo di più suoni, o di successioni combinate di suoni, aventi distinta individualità. La storia della musica occidentale, sia sacra che profana, è fondata proprio sulla polifonia, come risultato del processo di combinazioni di Il trionfo del teatro profan o più suoni simultanei. Sulla polifonia quindi si costruirà tutto l’immenso patrimonio melodrammatico mondiale. Il concetto di polifonia si contrappone a quello di monodia, ovvero di una sola voce (anche se con accompagnamento musicale), in quanto questa forma valorizza solo la melodia. Il madrigale Storicamente, dovrebbe essere apparso prima il madrigale. Il termine è di origine incerta: ne è stata suggerita la derivazione da mandriale, in relazione al soggetto pastorale dei primi madrigali, oppure da madrigale, cioè “nella lingua madre”. Sono comunque due forme musicali distinte tra loro sia come epoche di formazione che come obiettivi. Il concerto, Gerrit van Honthorst (1655), Galleria Borghese, Roma. Il madrigale espresse nei suoi stili i più aristocratici ideali del Rinascimento. 26 /2 Nella prima accezione, il madrigale è una delle forme poeticomusicali della cosiddetta “ars nova” italiana; come le altre forme di quella scuola, esso è uno dei primi esempi di musica polifonica profana, e veniva eseguito, come testimoniano le fonti letterarie, in liete riunioni di giovani, nelle case signorili o all’aria aperta. Il madrigale di questa accezione fa la sua prima comparsa ufficiale con Giovanni Boccaccio, nientemeno. Infatti nel Decameron, alla fine di ognuna delle dieci giornate, il giovane di turno canta un madrigale, di soggetto amoroso-pastorale. Siamo nel secolo XIV, e tra le forme dell’ars nova, il madrigale è quella che meglio realizza l’ideale di eletta semplicità propria della borghesia fiorentina. Nella seconda accezione, che si fa risalire al secolo XVI, il termine cominciò ad essere usato intorno al 1530 per indicare componimenti musicali molto simili alla frottola. È molto curioso l’evolversi delle parole e della loro valenza: oggi per frottola si intende un’espressione burlesca e non vera; nel secolo XIV era un componimento popolaresco di vario metro, fatto di pensieri bizzarri, motti sentenziosi, indovinelli che venne a trasformarsi in composizione polifonica vocale e strumentale. Alla frottola si sostituisce il madrigale che acquista una maggiore dignità perché coinvolge più voci, viene osservato con interesse dai Palestrina e contemporanei e poi da essi stessi ottiene piena cittadinanza artistica. Verso la fine del secolo il madrigale incarna più di o- gni altra forma musicale le esigenze di sentimentalità e di espressione degli affetti che caratterizzano il tardo Rinascimento. Oltre al Palestrina, il maggiore autore di madrigali è Claudio Monteverdi (Cremona 1567 - Venezia 1643), che ne scrisse ben otto libri, rimasti celebri nella musica, di vastità sorprendente, straordinari come invenzione musicale, come soggetto, come allegoria. Escludendo il madrigale rappresentativo monteverdiano, che viene a costituire un vero e proprio melodramma, il madrigale espresse nei suoi vari stili i più aristocratici ideali del rinascimento musicale, sia per la raffinatezza dei testi poetici, sia per l’elaborazione della scrittura, sia per l’intimo impegno dell’espressione. Eseguito da pochi solisti che si sedevano attorno a una tavola, ognuno leggendo la propria parte su appositi libretti, il madrigale veniva di norma eseguito per il piacere di chi cantaClaudio Monteverdi compone un lavoro che nel suo insieme lascia senza fiato. La struttura strumentale viene da lui usata per precisi effetti drammatici ed emotivi, in un modo che non si era mai visto prima. va e di pochi eletti ascoltatori. Il carattere elitario del madrigale, soprattutto nella sua estrema fioritura, fu avvertito già dai contemporanei, che lo definirono anche musica riservata. Divenne poi, all’inizio del XVIII secolo, melodramma ad ogni effetto, ad esempio con Il combattimento di Tancredi e Clorinda, uno dei capolavori di Monteverdi, rappresentato in casa del conte Mocenigo a Venezia nel 1624. È la prima volta che, nei madrigali, alla forma rappresentativa si unisce lo stile concitato, traendo la fonte da un episodio della Gerusalemme liberata. Il mottetto Tutta diversa è invece la genesi e l’obiettivo del mottetto, anch’esso forma musicale polifonica, che si sviluppa in un lunghissimo arco di tempo, dal secolo XIII al Novecento addirittura, assumendo via via aspetti diversi. È una delle forme polifoniche più importanti del Medioevo europeo; deriva in linea diretta non dalla frottola, ma dalla clausola, una delle formule conclusive nei canti del repertorio gregoriano. Nella forma polifonica primitiva, le clausole corrispondevano a delle sezioni in cui la voce inferiore intonante il canto si muoveva più agilmente, mentre le voci superiori si conformavano a uno schema ritmico regolare. Esattamente come si sente oggi la cosiddetta seconda voce, in certi canti liturgici, molto semplici, che vengono volentieri eseguiti dai giovani. Fu la scuola di Notre-Dame a divulgare il mottetto. I primi furono creati aggiungendo a una melodia gregoriana preesistente (detta tenor) una o due voci (rispettivamente chiamate motetus e triplum) che eseguivano una sorta di commento al testo del tenor con un testo liturgico diverso e melodie nuove. La base risulta quindi di In Tancredi, Monteverdi, per primo utilizza il tremolo, una veloce ripetizione dello stesso tono e il pizzicato (da pizzicare le corde con le dita) per ottenere effetti speciali nelle scene drammatiche. carattere liturgico, e la tonalità religiosa non abbandonerà mai il mottetto. Accanto però a mottetti dichiaratamente religiosi con testo tratto dall’Ordinarium Missae o dal Magnificat, il secolo XV vede la vasta fioritura di mottetti legati ad occasioni solenni, come la consacrazione di chiese, o ad una religiosità intima e domestica. I mottetti di Orlando di Lasso e del Palestrina segnano i culmini della produzione cinquecentesca del genere, e sono tra le espressioni massime delle personalità dei loro autori. Dal XVII secolo in poi il mottetto si sviluppa secondo due linee divergenti. Da una parte si tende a conservare la tradizione palestriniana di stile severo, che nella scuola bolognese del secolo XVIII troverà il maggiore soste27 François Couperin (1668-1733) elaborò una musica elegante, raffinata e formale e offrì un modello esemplare di barocco francese, definito anche stile galante. Ebbe rapporti epistolari con Bach ma la loro corrispondenza è andata perduta. gno. Fondatore e pilastro di questa scuola musicale fu il francescano conventuale padre Giovanni B. Martini (Bologna 17061784). Mente enciclopedica, versato anche nella fisica e nelle matematiche, fu il maggior teorico musicale europeo della seconda metà del Settecento, ed ebbe come allievi, tra gli altri, Bach e Cherubini, e lo stesso Mozart ebbe da lui lezioni e consigli preziosi. Per padre Martini dunque il mottetto continua la sua funzione tipica di composizione sacra, o quanto meno che ricorda il sacro. La parte invece che non osserva la tradizione elabora nuove forme che calano il tema religioso nel linguaggio musicale del tempo. Nascono così i mottetti del barocco italiano, di cui, oltre a Monteverdi, fu creatore Francesco Cavalli (1602-1676), che divenne il maggiore operista del suo secolo; i mottetti-cantata di Bach, il “gran-mottetto” della scuola di Versailles (con i musicisti A. Charpentier, J.-Ph. Rameau, F. Couperin). Ovviamente in questo solco il mottetto perse il riferimento formale alle sue origini, mantenendo però sempre il carattere di composizione sacra o comunque relativa ad un’azione liturgica o ecclesiale. Anche Giuseppe Verdi, le cui composizioni religiose sono in tutto sei, compose nel 1880 un coro a cinque voci e uno spartito per soprano e archi che possono essere considerati mottetti: un Pater noster e un’Ave Ma- Johan Sebastian Bach (1685-1750) fu allievo del grande padre Giovanni Martini, il maggior teorico musicale europeo del Settecento. ria. Non sono pagine che si possano sentire con facilità. Chi avesse la fortuna di ascoltarli, riconoscerebbe, come in tutti i grandi, brillare un raggio dello Spirito di Dio. La conoscenza di queste pagine favorirà nell’animo umano l’opera del vignaiolo, affinché la vera vite innestata nel cuore dell’uomo possa veramente “portare più frutto” (Gv 15,2). Franco Careglio Prega e fai pregare per i tuoi cari La Basilica di Maria Ausiliatrice accoglie volentieri le vostre intenzioni di preghiera mediante la celebrazione di Sante Messe Santa Messa ordinaria: l’offerta per una singola Messa, per persone vive o defunte e per la famiglia è di € 10,00. Sante Messe Gregoriane: trenta Messe celebrate per trenta giorni di seguito per un defunto di cui si chiede di indicare il nome. L’offerta per ogni singolo defunto è di € 330,00. Le Sante Messe saranno celebrate dai sacerdoti della Basilica di Maria Ausiliatrice. Le intenzioni si intendono per data libera. Per fare la vostra offerta utilizzate l’accluso conto corrente specificando nella causale “Intenzioni Sante Messe”. 28 L’ADMA nel mondo INSERTO ASSOCIAZIONE DI MARIA AUSILIATRICE Maria rinnova la Famiglia Salesiana (Lettera del Rettor Maggiore Don Egidio Viganò del 25 marzo 1978) Carissimi, assistiamo ad un’interessante riscoperta della pietà popolare, come un «luogo teologico-pastorale» di concreta importanza per un rinnovamento realista. In questa riscoperta c’è una speciale considerazione e una rivalutazione pratica e rispettosa del «popolo» al di dentro della comunione ecclesiale, e un discernimento più comprensivo, anche se sanamente critico, del suo «senso religioso». Sono due categorie queste, di «popolo» e di «senso religioso», che debbono avere una risonanza di speciale simpatia nella vocazione salesiana. Orbene, una caratteristica della pietà popolare, comune nelle varie latitudini, è precisamente la devozione mariana; essa dovrà perciò venire studiata e aggiornata anche da noi perché la sappiamo incrementare con acuto discernimento, senz’altro, ma anche con sintonia e creatività pedagogico-pastorale. (3a parte) l’Ausiliatrice; e invece, con il suo materno aiuto noi vedremo crescere gli effetti della rinascita anche «miracolosamente». Tanto più, poi, che Maria è giustamente un particolare modello di docilità al rinnovamento nell’ora della più difficile transizione dall’Antico al Nuovo Testamento: lì Essa dà a tutti la più grande lezione di fedeltà all’essenziale e di totale apertura all’imprevisto dello Spirito Santo. Urge il rilancio mariano C’è poi una ragione dedotta da un aspetto caratteristico della devozione stessa all’Ausiliatrice: si tratta di una dimensione mariana che è, per natura, fatta appunto per i tempi difficili. Don Bosco stesso lo manifestava a Don Cagliero con quella famosa affermazione: «La Ma- C’è poi un motivo assai profondo e intimo che ci deve spingere a un coscienzioso rilancio mariano: è il fatto di considerare la nostra vocazione come un «carisma dello Spirito Santo» di cui Maria è la «sposa» e il «tempio vivo». Ora, noi oggi «stiamo vivendo nella Chiesa un momento privilegiato dello Spirito» con i suoi doni e carismi, e, quindi, un momento particolarmente legato al ruolo speciale di Maria: la sua funzione materna nella vita della Chiesa è un fatto vincolato con ogni «nascita» e «rinascita» nello Spirito. Dunque, così come Don Bosco ha saputo venerare in forma speciale e rendere culto alla Madonna per la «nascita» della Congregazione e della Famiglia salesiana, con non minore amore e iniziativa noi oggi dobbiamo saperla venerare in forma speciale e renderle culto per il rinnovamento, che è una «rinascita», della nostra vocazione oggi. Non ci sarà rifondazione e ripresa per noi senza L’Ausiliatrice, Luigi Zonta, Colle Don Bosco (AT). Un momento speciale 29 donna vuole che noi la onoriamo sotto il titolo di Auxilium Christianorum: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine Santissima ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana». Orbene, noi stiamo vivendo e sperimentando oggi difficoltà veramente gravi e inedite, sia per la fede dei credenti, per la vita della Chiesa e per il ministero dei suoi Pastori, che per le riforme sociali e politiche, per l’educazione integrale dei giovani e per la promozione dei ceti popolari. Se quella dell’Ausiliatrice è una dimensione mariana intonata specificamente alle ore di difficoltà e se Don Bosco e la sua Famiglia sono stati suscitati dallo Spirito come strumenti specializzati ed efficaci per propagarne la devozione nella Chiesa, si dovrà concludere che le attuali difficoltà, tanto complesse e problematiche, della Chiesa e della Società esigono con urgenza da noi un accurato rilancio mariano. Ausiliatrice vertice della devozione Un’altra ragione, più particolarmente specifica per noi, è la correlazione intima che si dà, di fatto, tra il nostro spirito salesiano e la devozione a Maria Ausiliatrice. Don Bosco non è arrivato per caso a tale devozione; né essa dipende da una qualche apparizione locale; essa si presenta piuttosto come la maturazione di tutta una linea spirituale e apostolica che si è andata precisando e sviluppando con gli apporti di determinate congiunture storiche, lette alla luce di un profondo dialogo personale con lo Spirito Santo nel contesto di quei caratteristici tocchi mariani tanto familiari nel divenire quotidiano della vita di Don Bosco. L’Ausiliatrice appare come la cuspide di ciò che Don Bosco sentiva di Maria: avvocata, soccorritrice, madre dei giovani, protettrice del popolo cristiano, vincitrice del demonio, trionfatrice delle eresie, aiuto della Chiesa in difficoltà, baluardo del Papa e dei Pastori insidiati dalle forze del male. Una tale devozione alla Madre di Dio è la concretizzazione pratica di quella santità dell’azione che ha caratterizzato la spiritualità di Don Bosco. Basterebbe ripensare al suo dialogo con il pittore Lorenzone, a cui chiedeva di rappresentare la Madonna al centro di tutto un gigantesco dinamismo ecclesiale, o guardare l’attuale quadro della basilica di Valdocco per scoprire, direi quasi, una connaturalità tra spirito salesiano impastato d’apostolato ecclesiale e devozione a Maria Ausiliatrice. Se, perciò, tutto il movimento conciliare di rinnovamento dei Religiosi porta ad una riattualizza30 zione della loro specifica spiritualità, ciò dovrà significare per noi un forte rilancio della componente mariana del nostro carisma. Per tutte queste ragioni, e non senza uno speciale influsso dello Spirito Santo, l’ultimo Capitolo Generale ci ha richiesto un esplicito impegno di rinnovamento dell’aspetto mariano della nostra vocazione: «Il CG21, in spirito di fedeltà a Don Bosco alla luce del Vaticano II e della Marialis Cultus di Paolo VI, invita tutti i Salesiani a riscoprire e a valorizzare la presenza di Maria nella propria vita e nell’azione educativa tra i giovani». Anche la Superiora Generale delle FMA con tutto il suo Consiglio, in visita fraterna alla nostra assemblea capitolare, ha assunto con entusiasmo e operosità l’impegno suggerito dal Rettor Maggiore di sentirsi privilegiate nelle iniziative di animazione mariana in tutta la Famiglia Salesiana. Dunque: ci sentiamo oggi chiamati insieme con le FMA e con tutti i gruppi della Famiglia Salesiana a creare un clima e a programmare attività concrete per far conoscere e amare la Madonna, soprattutto dalle nuove generazioni di giovani che hanno più che mai fame e sete delle grandi realtà della Pasqua cristiana. Anche per loro, oggi, debbono valere e tradursi nella pratica le parole profetiche della stessa Vergine Maria: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata». (3 continua) TO-VALDOCCO. ADMA Primaria e locali di Torino e dintorni. Gruppo a fine mattinata di domenica 17 dicembre 2006. L’A D M A nel mondo TORINO VALDOCCO. ADMA Primaria e locali di TO-Crocetta e Colle Don Bosco SDB, TOStura, Agnelli, Sassi, S. G. Cafasso FMA con un totale di 59 donne, 26 uomini, 3 FMA e 2 SDB, dalle ore 9,30 alle 11,00 incontro in Sala Don Bosco, seguito dalla foto di gruppo davanti alle camerette e alla statua di Don Bosco; dalle 11,15 alle 12,00 in Chiesa di San Francesco di Sales; dalle 12,15 alle 13,00 al “Self-service della Basilica” con una settantina di commensali ADMA; dopo una pausa, in cortile con un sole quasi tiepido o al calduccio in Sala Don Bosco, appisolati o conversando, oppure in Santuario o in Cappella Pinardi a pregare sino alle 15,00. Poi fino alle 16,20 in Sala Don Bosco. Alle 16,30 in Santuario per la Novena del Santo Natale e l’adorazione e benedizione Eucaristica sino alle 17,15 per tornare tutti alla sala Don Bosco per il brindisi augurale di Natale e Capodanno. Alle 18,00 saluti con rinnovati auguri vicendevoli e ai familiari... tutto meraviglioso! È la prima Giornata di ritiro spirituale e di animazione della devozione di Maria Ausiliatrice durante l’anno 2006-2007. Seguiranno, nell’ordine, gli Esercizi Spirituali di un fine settimana, da venerdì, nel primo pomeriggio, a domenica sera, nella casa di Spiritualità (Avigliana SDB); la V Domenica di Quaresima giornata di ritiro spirituale con gli auguri per la Santa Pasqua; il 24 maggio, solennità di Maria Ausiliatrice occasione in cui le/gli Aspiranti fanno la Promessa ADMA; la Giornata Mariana annuale la I o la II domenica di ottobre estesa a tutta la Famiglia Salesiana quale momento privilegiato di animazione della devozione a Maria Ausiliatrice. Ogni 24 del mese, giorno dedicato a Maria Ausiliatrice, ci si riunisce in Sala Don Bosco dalle 15,30 alle 16,20 per catechesi cristiana, mariana, salesiana e dalle 16,30 alle 17,30 si va nel Santuario di Maria Ausiliatrice per il Santo Rosario e la Santa Messa: ogni mese, anche ad agosto. Non possiamo non accennare al pellegrinaggio, mariano quasi sempre, ogni anno a inizio di giugno per l’ADMA SDB ed FMA organizzato da Suor Laura Rebaudengo, Animatrice spirituale ispettoriale ADMA. TO-VALDOCCO. Presepio in Sala Don Bosco. TO-VALDOCCO. Sala Don Bosco durante l’intervento di Don Sebastiano Viotti. TO-VALDOCCO. Chiesa di San Francesco di Sales: Santa Messa presieduta dal Sig. Direttore Don Giancarlo Isoardi, concelebra Don Viotti, ministrante Giomaria Tesio. TO-VALDOCCO. Chiesa di San Francesco di Sales. Assemblea con la Presidente Giuseppina Chiosso e la Presidente emerita Maria Lucia Caffaro. TO-VALDOCCO. Brindisi finale in Sala Don Bosco. TO-VALDOCCO. I sette membri del Consiglio della Primaria con alcuni Associati. TORINO - Istituto Virginia Agnelli FMA. In cappella, la Sig.ra Teresa Belvisotti guida il Santo Rosario prima della castagnata. TORINO - Istituto Virginia Agnelli FMA. Suor Laura Rebaudengo saluta i partecipanti alla castagnata. 32 Vi partecipano sempre almeno una sessantina di pellegrini. Questo programma è l’applicazione di quanto voluto dal Primo Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice nel centenario della morte di Don Bosco (7-11 luglio 1988), dal quale partì l’idea di chiedere il riconoscimento di appartenenza dell’ADMA alla Famiglia Salesiana, che si ottenne il 5 agosto 1989 e oggi conta almeno 100.000 associate/i nei 5 continenti in prevalenza donne ma non solo; nella Primaria gli uomini sono il 30%. Parleremo in seguito delle tre revisioni del regolamento scritto da Don Bosco stesso quando ha fondato l’ADMA il 18 aprile 1869 con il nome di “Associazione dei divoti di Maria Ausiliatrice”, 10 anni dopo la fondazione della congregazione salesiana (18 dicembre 1859). Riprendendo il discorso della giornata di ritiro, alle 9,30 si inizia con il saluto del Direttore della Comunità Maria Ausiliatrice, Don Giancarlo Isoardi che invita i partecipanti allo “stupore!”, a sapersi stupire! E il Natale ha il MASSIMO CONTENUTO DELLO STUPORE: DIO SI FA UOMO! Grazie Sig. Direttore: ci ritroveremo alla 11,15 per la liturgia eucaristica. Segue la “Preghiera del mattino” nella sua forma più semplice, ma tanto efficace, se pronunciata con calma, che aiuta alla partecipazione della mente alla comprensione e condivisione. Dopo i saluti della Presidente Chiosso Giuseppina, e di Don Viotti, che ringrazia i partecipanti dei vari gruppi ADMA presenti, vengono annunciati i due temi della giornata: il Santo Natale e i “Capitoli Salesiani”: il V ispettoriale quest’anno, che culmina con la riunione dei “Delegati Ispettoriali” dall’11 al 14 marzo 2007 a Muzzano Biellese nella casa salesiana di spiritualità, in preparazione al “Capitolo Generale XXVI” che si terrà a Roma-Casa Generalizia, ma con un inizio nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Valdocco, domenica 24 febbraio 2008 seguito dalla visita ai luoghi salesiani, sorgente di ispirazione e dinamismo, per trasferirsi subito dopo, a Roma, sede del Capitolo Generale. Il tema di questi Capitoli è Da mihi animas, cetera tolle (dammi anime, prendi tutto il resto): bontà e pazienza sempre e in tutto per il profitto delle anime! Abbiamo poi proiettato il filmato “I luoghi e il messaggio di San Francesco di Sales”, che ha fatto da filo conduttore assieme al messaggio dell’Avvento-Natale della nostra giornata di ritiro. Dopo la foto di gruppo e una sosta in cortile, nella chiesa San Francesco di Sales alle 11,15 il Sig. Direttore, Don Giancarlo Isoardi ha presieduto la Santa Messa, con Don Viotti, che concelebrava e Don Angelo Pagliero all’organo per i canti dell’assemblea. Nell’omelia il Sig. Direttore rileva che lo stu- pore genera gioia e la liturgia della III Domenica di Avvento è inno e invito alla gioia: il profeta Sofonia e San Paolo ai Filippesi hanno toccanti messaggi di gioia mentre San Giovanni Battista assicura che “Colui che battezza in Spirito Santo e fuoco è già presente”. Per le 12,15 più di 70 hanno partecipato al pranzo nel Self-service della Basilica in clima fraterno. Per le ore 15,00 la sala Don Bosco era di nuovo gremita: subito si è recitato il Santo Rosario con riflessioni sui misteri gaudiosi, a due cori, con calma per oltre mezz’ora. Sono seguite alcune riflessioni su norme liturgiche con avvisi vari e risposte a domande dell’assemblea. Dopo la partecipazione in Basilica, alla Novena del Santo Natale – segui- CASCAIS (Portogallo). Le tre nuove Associate ADMA. CASCAIS (Portogallo). L’Ispettrice, Suor Conceicão Santos FMA e la Presidente nazionale ADMA durante la Promessa ADMA. ta dall’Adorazione Eucaristica con benedizione – per le 17,30 si è tornati in sala per il brindisi natalizio, preparato e servito dai membri del consiglio della Primaria e alcuni volontari: molto cordiale e fraterno! Alle ore 18,00 la sala era di nuovo in condizioni di ricevere altre attività! È stata una giornata veramente ricca! Un vivissimo ringraziamento a tutto il consiglio della Primaria e a parecchie/i volontarie/i, che hanno preparato la sala, gli addobbi, il necessario per il brindisi e... hanno rimesso ogni cosa al loro posto! Grazie a loro e a tutti i partecipanti! CASTAGNATA. L’ADMA Agnelli FMA, dietro richiesta della Primaria l’ha organizzata sabato 18 novembre u.s. estendendo l’invito alle ADMA locali di Mappano, S. G. Cafasso, e Sassi: oltre 40 i partecipanti. Squisito il trattamento della comunità FMA Agnelli. Ha potuto farci visita e portare un ricordo a ogni partecipante Suor Laura Rebaudengo che sta riprendendosi in salute; le auguriamo che possa riprendere l’attività di animazione ADMA Ispettoriale FMA al più presto con l’entusiasmo e l’efficacia di sempre. Si è iniziato verso le ore 15 in Cappella con una riflessione di Don Viotti, che ha ricordato la tradizione introdotta da Don Bosco quale occasione di suffragio per i defunti e modo di intrattenere in modo sereno i ragazzi. Si è recitato la terza parte del Rosario con brevi riflessioni. È stato molto apprezzato il gesto della Vicaria Ispettoriale FMA Suor Giuseppina Franco di condurci Suor Laura Rebaudengo. La direttrice dell’Agnelli, Suor Giuseppina Molino ci ha fatto gli onori di casa e Suor Maddalena Scarrone animatrice e il consiglio ADMA locale si sono prodigate nei servizi: un vivissimo grazie! CASCAIS (Portogallo). Esternato N. S. del Rosario FMA. Il 24 maggio 2006 l’ADMA locale di Cascais è cresciuta di 3 nuove Associate: Maria, Maria Helena e Maria Helizabeta, rispettivamente di 62, 59 e 39 anni. La celebrazione di “Promessa ADMA” è stata semplice ma molto partecipata da tutta l’assemblea ed ha presieduto la celebrazione la Sig.ra Ispettrice, Suor Maria da C. Santos affiancata dalla presidente nazionale ADMA. Nella visita che Suor Lea ha fatto a Valdocco del settembre 2006, ci ha comunicato che le hanno affidato l’animazione delle ex allieve e lascerà l’incarico dell’ADMA locale e nazionale. Ci spiace perché è stata molto intraprendente e sempre efficace. A lei i più vivi ringraziamenti per il prezioso lavoro svolto. Don Sebastiano Viotti 33 Santuari del Triveneto /14 71 Santuari mariani TRIESTE Santuario Nazionale a Maria Madre e Regina Missionari della Fede Indirizzo: Monte Grisa Tel. 040.22.52.90 Diocesi: Trieste. Calendario: La festa del Santuario si celebra il giorno dell’Ascensione. Note: Il Santuario dà la possibilità di sosta e di ristoro; inoltre, a pochi minuti di automobile, c’è una casa per esercizi spirituali chiamata «Le Beatitudini». Il tempio fu eretto a Trieste a ricordo e richiamo costante della consacrazione della nazione italiana alla Madonna. Le origini del Santuario risalgono ad un voto alla Madonna compiuto dall’arcivescovo di Trieste, monsignor Santin, la sera del 30 aprile 1945, quando la città stava per essere distrutta dalla guerra. La città si salvò dalla rovina e il tem- pio venne innalzato. Nel 1959, Papa Giovanni XXIII volle che il Santuario fosse dedicato a Maria Madre e Regina, come simbolo dell’unione fra i popoli, in particolare fra Occidente e Oriente. Nello stesso anno, da settembre ad aprile, ebbe luogo in tutta Italia il Pellegrinaggio della Madonna di Fatima che portò alla consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria; il pellegrinaggio si concluse a Trieste il 17 settembre dove due giorni dopo, sabato 19, veniva posta, sul Monte Grisa, la prima pietra del grande Tempio. Il Santuario è stato progettato dall’ing. Antonio Guachi: è una grande costruzione che domina tutta la città e il Golfo di Trieste. La chiesa venne consacrata il 22 maggio 1966, giorno dell’Ascensione e vi fu portata in processione la statua della Ma- Panoramica del monte Grisa col Santuario Nazionale dedicato a Maria Madre e Regina. 34 Interno del Santuario Nazionale dedicato a Maria Madre e Regina. donna, che era stata offerta personalmente dal vescovo di Fatima. Il complesso comprende due chiese sovrapposte, con enormi strutture in cemento armato, pavimentazioni in marmo, grandi inventriate, poderosi pilastri a clessidra e lunghe travate orizzontali, con alte luminose pareti traforate e fianchi inclinati lavorati a cassettoni. Nella chiesa superiore si trovano l’altare maggiore e il coro, l’altare della Madonna e del Santissimo, un originale crocifisso in legno di Mascherini. Nella chiesa inferiore l’altare principale è dedicato ai «Caduti senza croce», l’altare con Gesù Risorto e i Santi patroni delle chiese istriane, l’altare con San Vito e San Modesto, patroni di Fiume e San Gerolamo e San Simone, patroni di Zara e della Dalmazia, di San Cirillo e Metodio, apostoli dei popoli orientali. UDINE Santuario Madonna delle Grazie Servi di Maria Indirizzo: Piazza 1° maggio 24. Tel. 0432.50.17.39 Diocesi: Udine Calendario: Festa particolare il quarto sabato e la domenica di ottobre, con il ricordo del voto cittadino alla Madonna delle Grazie. Inoltre si festeggia l’8 settembre, la natività di Maria Vergine, e tutte le giornate mariane. Per i religiosi che custodiscono il Santuario vi è una celebrazione importante nel giorno dell’Addolorata. Note: Numerose le Sante Messe celebrate sia nei giorni feriali sia in quelli festivi. Nel Santuario, si conservano le reliquie del beato Bonaventura da Forlì, morto nel convento dei Servi di Maria nel 1491 e alcuni cimeli per la penitenza, attribuiti alla beata Elena Valentinis. Per mostre, rassegne e conferenze viene messo a disposizione l’ex refettorio del convento, sito nel chiostro. Durante il governo del patriarca Bertrando (1334-1350) esisteva un ospizio con relativa cappella, dedicata ai santi Gervasio e Protasio. Nel 1347 venne restaurato e affidato ai monaci di San Pietro Celestino. Nel 1478 la chiesa è consegnata ai Servi di Maria con l’intento di ristrutturarla e dedicarla alla Vergine come protezione contro le incursioni dei Turchi. L’8 settembre 1479 viene posta la sacra icona, dono di Maometto II sultano di Costantinopoli ad un cavaliere veneziano, Giovanni Emo. La costruzione della nuova chiesa inizia nel 1495 e termina nel 1520, con il contributo del Comune di Udine. Nel 1746 i frati richiedono al Comune di costruire una nuova cappella alla Madonna. Il Santuario odierno è stato restaurato nel corso del secolo XVIII con il completamento del pronao sul finire del secolo scorso. Dal 1808 fino al 1923 il Santuario è stato curato da sacerdoti diocesani, poi è passato ai Servi di Maria. L’edificio, terminato nel 1520, è in stile romanico, con soffitto a cassettoni e con facciata adorna di rosone. Nel XVIII secolo fu prolungata ed innalzata la navata, ristrutturato il presbiterio e l’abside; più tardi venne aggiunto il pronao neoclassico di Valentino Presani, poggiato su quattro grandi colonne. All’interno del Santuario si trova la cappella della Vergine, a pianta quadrata, sormontata da una cupola e variamente decorata. L’altare di Giorgio Massari è un capolavoro di ordine corinzio al Santuario della Madonna delle Grazie di Udine. In alto: l’icona venerata dal 1479 all’interno del Santuario. centro della cui pala di marmo si trova la tavola della Madonna del XIV secolo. L’immagine di stile bizantineggiante raffigura la beata Vergine Maria e il Bimbo nell’atto di prendere il latte. Possiamo ammirare: nell’abside il coro ligneo del 1692, la pala del Monteverde raffigurante la Vergine in trono con il Bambino e i Santi Gervasio, Protasio, Sebastiano e Rocco, commissionata nel 1522 e un organo Malvestito, ben il quarto nel tempio. Nella navata ci sono sei altari, compreso quello della Madonna. Troviamo nelle pareti, sopra gli altari, quattro tele di Domenico Tintoretto (15621635), che rappresentano rispettivamente l’Assunzione della Vergine, la Natività di Gesù, la Natività di Maria e il Martirio di Sant’Ursula. Le sculture risalgono al secolo scorso, come gli affreschi del soffitto di Bianchini. Coronano la cappella della Madonna due tele di Giuseppe Dizioni (1768) raffiguranti Ester e Giuditta che lodano la Vergine. Da ricordare i particolari e antichi ex voto; inoltre, a destra della chiesa, troviamo l’entrata all’antico monastero. Cristina Siccardi 35 Marzo 1484 - Santa Maria delle Grazie - Piove di Sacco (PD) Calendario mariano Chiostro del Santuario di Piove di Sacco. F uori del centro storico della cittadina di Piove di Sacco, alla fine del viale alberato che fiancheggia il Fiumicello, sorge il Santuario della Madonna delle Grazie, dalle origini molto antiche. L’iscrizione di una lapide, ormai distrutta, ma riportata nel libro “Inscriptiones Agri Patavini ”,1 ci informa che una piccola chiesa, con annesso Convento di Francescani, è costruita, con le elemosine dei fedeli, tra gli anni 1484 e 1489, su di una precedente e più antica Cappelletta. In quegli anni era capitato un fatto prodigioso, non documentato, ma riferito da diversi illustri scrittori del 1500, tra i quali il Padre Francesco Gonzaga e lo storico Alessandro Morosini. Due fratelli di nome Sanguinazzi, alla morte dei propri ge36 Fermatevi ! nitori, decidono di dividersi la consistente eredità ricevuta. Procedono di comune accordo fino al momento di definire a chi assegnare un quadro della Madonna con il Bambino, di particolare bellezza, al quale sono entrambi affezionati. Dalle parole passano presto alle offese e giungono al punto di sfidarsi a duello per decidere a chi tocchi. Stanno per iniziare il duello, quando un bambino di un anno, in braccio alla mamma, tra la meraviglia di tutti, grida: «Fermatevi, ve lo comanda Maria Vergine! Deponete le armi e portate questa Immagine alla Cappella poco lontana dove sono i frati di San Francesco, perché venga esposta alla venerazione dei fedeli». Colpiti da tanto prodigio, i due fratelli pongono fine alla lite e trasportano l’Immagine della Madonna nel luo- go indicato. La devozione dei fedeli per la Madonna prodigiosa cresce, giungono offerte, per cui viene deciso di costruire una chiesa sul terreno donato dagli stessi fratelli rappacificati. Il Santuario Sorge così il Santuario di Santa Maria delle Grazie che, tra le tante opere d’arte, conserva gelosamente il bel quadro della Madonna con il Bambino, attribuito alla mano del pittore veneziano Giovanni Bellini e datato intorno al 1478. È un dipinto su tavola di cm 82҂62, definitivamente restaurato nel 1943 dall’Istituto Centrale di Roma. La Madonna, avvolta in un manto verde-azzurro, stringe con delicato movimento delle mani il Bambino in piedi, in posizione frontale ed in atteggiamento be- All’epoca del prodigioso intervento della Madonna per fermare il duello dei fratelli Sanguinazzi, il Santuario era una semplice cappella officiata dai frati di San Francesco. La preziosa tela attribuita a Giovanni Bellini (1430-1516) riproducente le dolci fattezze della Vergine con Bambino. nedicente. Sullo sfondo inondato di luce mattutina, un paesaggio tipico della campagna veneta, con campi coltivati, un limpido ruscello e colline degradanti. Il quadro è racchiuso in una grande pala marmorea; due angeli reggono la preziosa corona d’oro donata il 1° giugno del 1947 come riconoscenza a Maria per aver preservato la Città dalla distruzione della seconda guerra mondiale. Sulla parete destra della navata centrale sono stati riuniti diversi dipinti, ricuperati negli ultimi restauri, che hanno un grande valore storico. Tra di essi vi è la Scena del duello, che si ritiene sia stata eseguita in età contemporanea o di poco posterio- re all’avvenimento. Esso rappresenta i due fratelli Sanguinazzi fra un gruppo di persone, in atto di iniziare il duello decisivo per il possesso del quadro della Madonna. A lato, un gruppo di donne assiste con evidente timore e tra di esse, la mamma con il braccio il bambino che ordina ai contendenti di deporre le armi. La festa del Voto Un altro evento prodigioso, attribuito alla Madonna delle Grazie, è narrato in due di questi dipinti ed è la liberazione della Città dalla terribile peste del 1631 che imperversa, portando morte ovunque, tra le popola- zioni dell’Europa, ricordata anche da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. La prima tela rappresenta l’Istituzione della Festa del Voto: il Consiglio della Comunità, per impetrare dalla Madonna la liberazione dalla peste, delibera il 27 aprile 1631, di recarsi al completo, Podestà Sindaco in testa, ogni anno il 6 maggio, in processione al Santuario della Madonna delle Grazie. I notabili della Comunità sono raffigurati con caratteri nettamente distinti nei tratti del volto; di grande effetto sono il drappo, a disegni geometrici, che copre il tavolo, ed i fiori posti sotto l’immagine della Madonna, eseguiti con squisita delicatezza. La seconda tela documenta la Prima Processione del Voto: il popolo, il clero, le autorità civili sono raffigurate in devoto corteo verso il Santuario, riprodotto nella sua originaria struttura; sul lato opposto si intravede l’antica costruzione di Padova. Il dipinto è di grande interesse per il suo carattere storico, circa il Voto fatto dalla Città di Piove, ma anche per la panoramica che presenta riguardante gli usi e i costumi della popolazione nella prima metà del secolo XVII, e gli elementi architettonici del tempo. Il 6 maggio 1985, a conclusione del quinto centenario di fondazione del Santuario, una solenne processione, presieduta dal Patriarca di Venezia, Cardinale Marco Cè, ha riportato la pregevole tavola della Madonna del Bellini, restaurata dopo gli sfregi subiti nel tentativo di furto avvenuto anni prima, e ricollocata nel maestoso artistico altare. Don Mario Morra 1 PAOLO TIETO, Santuario Madonna delle Grazie di Piove di Sacco (PD), Grafiche Erredici, Padova, 1971. PIETRO M. CANDEO, I Santuari Mariani della Diocesi di Padova, Lito-Tip. Bertato, Villa del Conte (PD), 1986. 37 Centro di documentazione VIII Mostra dei Pr e della Devozione mariana C on il 31 gennaio, Festa di San Giovanni Bosco, si è definitivamente chiusa la Mostra allestita per il Natale 2006. Dobbiamo ringraziare il Signore che ci ha accompagnato anche con un tempo freddo, ma asciutto. Veramente molti i visitatori; ne abbiamo contati oltre 11 mila, di tutte le età, e tutti entusiasti sia per gli incantevoli Presepi, sia per la documentazione sui Santuari Mariani d’Italia. Abbiamo potuto toccare con mano quanto interesse susciti ancora nei bambini, nei ragazzi, giovani, e nelle persone adulte, il racconto della Natività di Gesù nel Presepio, creato con tanto amore ed inventiva. E si voleva cancellare il Presepio e così distruggere una nota caratteristica della nostra vita cristiana! Numerose sono state le classi scolastiche che hanno visitato la Mostra, e non sono mancati gli alunni di religione non cristiana: Folgaria (Trento), il Santuario della Madonna Patrona degli sciatori d’Italia, si trova a 1240 metri d’altezza. tutti sono rimasti incantati e bene impressionati. Commovente è stato poi ammirare giovani Papà e Mamme, anziani Nonni e Nonne accompagnare i propri figli e nipotini, Il Santuario della Madonna del Ghisallo, protettrice dei ciclisti. 38 stupirsi e gioire con loro, rispondere ai loro interrogativi interessati sulla vita di Maria, di Giuseppe e del Bambino Gesù. I gruppi scolastici che hanno visitato la Mostra sono stati 11, per complessivi 506 alunni, ed hanno dimostrato tutti grande interesse e conoscenza della vita di Gesù e del Natale, segno che gli Insegnanti hanno presentato loro con efficacia il racconto evangelico. Siamo lieti di aver contribuito con la nostra iniziativa al felice risveglio dell’amore per il Presepio nelle famiglie e nei giovani. Anche la sezione della Mostra riguardante la Devozione popolare mariana nei principali Santuari d’Italia, ha riscosso interesse tra i visitatori, soprattutto adulti. Abbiamo potuto illustrare con visio- esepi popolare ni antiche, immaginette ed oggetti vari, circa 600 Santuari mariani d’Italia, divisi per regione, corredati singolarmente da una breve didascalia sulla rispettiva origine e storia. Dei Santuari maggiormente rinomati, dei Templi Votivi Internazionali e Nazionali, e delle Madonne Patrone di categorie di persone particolari (Carabinieri, Aeronautici, Sciatori, Nautici, Motociclisti, Ciclisti, Lavoratori, utenti della Strada...) abbiamo presentato un’illustrazione particolare. Tra gli oggetti devozionali curiosi possiamo ricordare: antichi calamai da tavolo e penne, scodelle e tazze in ceramica decorata con la Madonna di Oropa, la Consolata, la Madonna delle Grazie di Faenza; un’ocarina in terracotta decorata con la Madonna di Picciano (MT), e soprattutto il modellino del Carro d’epoca, con assali in legno, trainato da buoi, che ha trasportato il Pilone, con l’Immagine miracolosa della Madonna di Vicoforte, dalla Città di Benevagienna al Santuario della Gorra (CN), nel 1818. L’interesse dei visitatori ha ricompensato ampiamente il lavoro profuso per allestire questa sezione della Mostra, per la ricerca del materiale e delle notizie storiche dei singoli Santuari. Don Mario Morra Santa Maria delle Vertighe, Patrona dell’Autostrada del Sole a Monte San Savino (Arezzo). Interno del Santuario della Madonna del Prodigio a Garzola (CO), Tempio Sacrario degli sport nautici. Madre della Divina Provvidenza di Lora (Como). Immagine della Madonna del Lavoro di Nuova Olonio (Sondrio). Madonna della Creta e delle Grazie di Castellazzo Bormida, Patrona dei Centauri. 39 La santità è gioia Santi di ieri e di oggi S ulla collina rivestita di vigneti, boschi e campi di meliga, tra Castelnuovo d’Asti e i Becchi, c’è un borgo: casolari sparsi, una chiesetta con il campanile simile a un dito puntato al cielo. Il borgo si chiama Murialdo. A fianco della strada c’è un caseggiato antico dai muri che odorano di tempi lontani, di lavoro e di fatiche. Davanti, lo sguardo spazia lontano verso le Alpi, verso il cielo. In quel caseggiato di Murialdo, trascorse dieci anni della sua breve esistenza, Domenico Savio. Era nato il 2 aprile 1842 a Riva di Chieri, dove il papà Carlo con la mamma Brigida si era trasferito per guadagnarsi il pane con la piccola officina di fabbro. Ma quando il bimbo non contava ancora due anni, tornarono a Murialdo. Il cuore a Uno solo Domenico è un marmocchio di pochi anni e già si ritira nella sua stanzetta a pregare. Il papà lavora da mane a sera. Domenico l’attende alla sera per dirgli: «Sei stanco, papà?». «Io sono buono a poco, ma prego il buon Dio per te». La mamma lo porta a Messa tutte le domeniche, frugolo di cinque anni. Gli altri suoi coetanei fanno schiamazzi, aspettando il prete. Domenico si inginocchia e prega. Un giorno viene un tale a pranzo, a casa sua, e si mette a mangiare senza neppure dire una breve preghiera. Domenico si rifiuta di venire a mangiare perché, dice: «Non posso mangiare con uno che divora tutto come le bestie». Ci vuole 40 A 150 anni dalla morte di San Domenico Savio (9 marzo 1857) del coraggio a comportarsi così. Dentro la sua anima candida di fanciullo, ha Gesù che lo istruisce e lo affascina. Domenico lo ascolta. A sette anni, è ammesso alla prima Comunione. Tocca il cielo con un dito: quel giorno prova una gioia immensa nel suo cuore. In questa occasione scrive quattro propositi, sono quattro rampe per salire sulle vette di Dio, come un rocciatore di sesto grado: 1) Mi confesserò e comunicherò molto sovente. 2) Voglio santificare le feste. 3) I miei amici saranno Gesù e Maria. 4) La morte ma non peccati. Si è soliti, parlando di lui, sottolineare il quarto proposito, ma il più importante, penso, sia il terzo: Gesù è l’amico per eccellenza, l’amico che gli riscalda il cuore, che lo innamora, lo spinge al sacrificio, fino alla morte se Lui lo vuole. È come dire: “quanto ho di più caro al mondo è Gesù”, come i mistici, i martiri che cadono sotto il piombo per non tradire il divino Maestro. Il suo cuore, Domenico, lo dona a Gesù solo e per sempre. Cresce, Domenico e vuole imparare. Va a scuola a costo di molta fatica: 15 chilometri circa, ogni giorno, solo, per strade insicure: «Non hai paura?», gli domandano. «Macché paura – risponde – io non sono solo, ho l’Angelo custode che mi accompagna in tutti i passi!». I compagni lo chiamano a tuffarsi nelle onde di un torrente. Lui capisce che la cosa sa di volgare e si impenna: «Non è una buona cosa!». Volta loro le spalle e se ne va per la sua strada. Ha solo dieci anni, ma ha la stoffa del capo. Una mattina d’inverno, a scuola, mentre si attende il maestro, i compagni riempiono la stufa di sassi e di neve. Al maestro, irato, i compagni dicono: «È stato Domenico!». Lui non si scolpa, non protesta e il maestro lo castiga severamente, mentre gli altri sghignazzano. Ma all’indomani, la verità si viene a sapere. «Perché – gli domanda il maestro – non mi hai detto che eri innocente? Io ti avrei subito creduto!». «Quel tale – risponde Domenico – già colpevole di altre gravi mancanze sarebbe stato espulso dalla scuola. Io pensavo di Veduta di Mondonio, il paese dove Domenico Savio si spense all’età di quindici anni. lontà di Dio che ci facciamo santi. Dio ci prepara un grande premio». Domenico si reca a parlare a Don Bosco a quattr’occhi: «Come devo fare?». E Don Bosco gli insegna il segreto: «Servi il Signore nella gioia». Da quel giorno, Domenico diventa l’intimo di Gesù. Ogni otto giorni la confessione, tutti i giorni la Comunione eucaristica come fondamento della sua gioia. Con questa gioia nel cuore, si butta nel gioco a conquistare amici a Gesù, nella scuola per essere il primo, non per emergere, ma per aiutare gli altri e dar lode al Signore. Va a scuola in città e impara il latino e i classici, ma quando sulla via c’è un tale che bestemmia, lui lo invita dolcemente a cambiar discorso e a correggersi. Passa Gesù eucaristico, portato da un sacerdote ai malati: Domenico si inginocchia nel fango della strada e fa inginocchiare un ufficiale impettito nella sua divisa sabauda, stendendogli il fazzoletto per terra. Due compagni fanno a sassate fino a spaccarsi la testa: lui fa da paciere, rischiando di aver la testa rotta al loro posto. Nelle vacanze a Mondonio, si fa catechista e animatore di giochi. Autorevole per bontà e letizia, tutti lo ascoltano e ne sono essere perdonato. E poi, pensavo a Gesù, anche Lui calunniato e colpito ingiustamente». Qui siamo molto in alto: altroché i vari Enrico, Derossi, Precossi e Garrone del libro Cuore di De Amicis: quelli sono macchiette, Domenico è un gigante di ragazzo, per merito di Gesù. Alla scuola di Don Bosco Quella mattina, il maestro di Mondonio, Don Cugliero, si asciugò una lacrima sul ciglio. Poi ne parlò con il suo amico Don Bosco. Il 2 ottobre 1854, Don Bosco, con la banda dei suoi ragazzi, si trovava sull’aia della sua casetta ai Becchi a festeggiare la Madonna del Rosario. Papà Carlo accompagnò Domenico da Don Bosco che lo trovò subito intelligente, carico di doti, con la stoffa del vero campione. E se lo portò a Torino. Nell’ufficio di Don Bosco, c’è una scritta: “Dammi le anime, prenditi il resto, o Signore”. Domenico legge, non capisce perché la scritta è in latino, se la fa spiegare e poi commenta:«Qui si fa commercio non di denaro, ma di anime». Qualche giorno dopo, Don Bosco spiega: «È vo- Quando Don Bosco lo trovò, Domenico aveva già passato sette ore in estasi, davanti al Tabernacolo. «Guardate il Crocifisso e ripetete...». 41 Don Bosco è la guida in tutto, ma qualche volta è Domenico che guida Don Bosco. interiormente cambiati. Tornato all’Oratorio, sente che gli brucia dentro una passione: essere sempre più simile a Gesù Crocifisso. Tra le lenzuola del suo letto, nasconde sassolini per dormirci sopra e fare penitenza per la conversione dei ragazzi lontani da Dio. Una mattina di gennaio, Don Bosco, lo trova intirizzito con una coperta sola. «Gesù, gli risponde, Domenico, era più povero di me nella capanna e sulla croce». L’8 dicembre 1854, Papa Pio IX aveva proclamato Maria Immacolata nella sua concezione. Domenico vuole fare qualcosa per la Madonna. Prega e si consiglia con Don Bosco. Poi raduna i suoi amici migliori: «Uniamoci, fondiamo una compagnia allo scopo di aiutare Don Bosco a salvare molte anime». La Confessione e la Comunione frequente, possibilmente quotidiana, la preghiera, l’istruzione religiosa, l’impegno tenace a portare Dio ai compagni più difficili, sono i cardini di questa speciale squadra apostolica: la Compagnia dell’Immacolata. Don Bosco è la guida in tutto, ma qualche volta è Domenico che guida Don Bosco in straordinarie opere di bene, come quel giorno che lo accompagna su una soffitta dove una povera vecchietta sta morendo abbandonata da tutti. E Gesù gli parla al cuore, come quella mattina in cui Domenico si ferma in estasi lunghe ore davanti al Tabernacolo senza accorgersi del tempo che passa, fino a quando Don Bosco lo scuote: davvero è un tutt’uno con Gesù, come i mistici. Promosso sul campo All’inizio del 1857, Domenico si è fatto fragile fragile. Rien- Domenico Savio con la sua ferma volontà e il suo cuore totalmente donato a Gesù è un modello di santità per i giovani di tutti i tempi. 42 tra nella sua casetta a Mondonio. Sa che Gesù lo chiama all’incontro definitivo con Lui. Si prepara festante come chi va a un convito di nozze. È letteralmente dissanguato dal medico che, secondo la medicina del tempo, gli pratica diversi salassi. Si preoccupa solo di confessarsi e di ricevere Gesù, il viatico per la vita eterna. Il papà gli legge la preghiera della buona morte. Alla fine della preghiera, Domenico si fa vivace: ha la voce da trionfatore: «Addio, caro papà... oh che bella cosa io vedo mai!». Era il 9 marzo del 1857. È la Madonna che viene a prenderlo per introdurlo nella vita che non muore. Lo dirà lui stesso, in sogno a Don Bosco: «È stata Maria Santissima la mia più grande consolazione in vita e in morte. Lo dica ai suoi figli che la amino e non dimentichino mai di pregarla». Così era Domenico, un ragazzo di 15 anni, colmo di amore, intelligente, limpido e forte. Un vero eroe della vita. La sua fama di santità dilagò in tutta la Chiesa e nel mondo intero. Vennero i miracoli a confermare la sua santità e il 12 giugno 1954, in San Pietro a Roma, il Santo Padre Pio XII lo proclamò santo davanti a migliaia di ragazzi e di giovani. Poi il grande Pontefice si inginocchiò davanti a quel ragazzo per rendergli onore e venerazione e invocare la sua intercessione presso Dio per tutta la Chiesa. Domenico Savio, un capitano di 15 anni, trascinatore di altri ragazzi a Cristo, su tutte le strade della terra, promosso sul capo di battaglia, il campo più sublime e radioso, quello della santità. Solo Gesù sa formare ragazzi così nella Chiesa Cattolica: Domenico, un vero atleta, un signore, un principe di Dio. Paolo Risso nuove dimensioni Il regalo giusto Dimensioni Nuove la rivista cristiana dei giovani e per chi vive con i giovani Ogni mese: cultura, orientamento, formazione, attualità, inchieste, spiritualità Richiesta copia saggio: Inviate una copia saggio al seguente indirizzo: cognome e nome via e numero CAP località GARANZIA DI RISERVATEZZA. L’Editrice Elledici garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dai clienti e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione. Le informazioni custodite nell’archivio elettronico verranno utilizzate al solo scopo di promuovere le iniziative dell’Elledici. Se desidera ricevere materiale informativo, riguardanti le nostre iniziative editoriali, la invitiamo a barrare l’apposita casella. Acconsento al trattamento dei miei dati per l’invio di notizie riguardanti nuove proposte editoriali. Ai sensi della Legge 675/96. 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SPEDIRE IN BUSTA CHIUSA O FAX A: DIMENSIONI NUOVE - Corso Francia, 214 - 10098 Cascine Vica - Rivoli (TO) Fax 011.95.74.048 Se preferisci, puoi richiedere la copia-saggio all’indirizzo e-mail: [email protected] notizie notizie ee avvenimenti avvenimenti A cura di Mario Scudu Perché andare in chiesa? – Non guidare l’automobile, è causa del 20% degli incidenti fatali. – Non stare in casa, il 17% di tutti gli incidenti avviene proprio fra le mura domestiche. – Non camminare per strada, il 14% degli incidenti capita proprio ai pedoni. – Non viaggiare né in aereo, né in treno, né sulla nave, perché il 16% degli incidenti mortali colpisce questo tipo di viaggiatori. – Soltanto lo 0,01% di tutti gli incidenti avviene in chiesa durante una celebrazione, ed in genere, questo capita per malattie già riscontrate precedentemente. – Per cui, il luogo più sicuro è la chiesa. È anche dimostrato che la lettura della Bibbia provoca una percentuale bassissima di incidenti. – Di conseguenza: andate in chiesa! Potrebbe salvarvi la vita! Laureati con valigia in mano on è più di cartone, ma i soldi N scarseggiano lo stesso. Sono i nuovi emigranti italiani, non più incolti come una volta. Partono ogni anno in 3.300, curriculum da intellettuali in prevalenza maschi, vanno a cercare fortuna o più prosaicamente lavoro in centri di ricerca, università o multinazionali straniere: negli Stati Uniti soprattutto, a Londra, in Svizzera, ma anche in Argentina e in Brasile. Sono i cosiddetti “cervelli in fuga” che non 44 trovano spazi adeguati a casa loro. Secondo il rapporto CARITAS/MIGRANTES in cinque anni sono cresciuti del 53,2 %: se sono loro il termometro con cui si misura la febbre alla ricerca italiana, forse vale la pena di preoccuparsi un po’. E.Chi. Da Famiglia Cristiana, 2006, n. 42 Tanti, quanti le stelle della nostra galassia 100 miliardi: i neuroni che formano il cervello umano, come le stelle della Via Lattea. 100 mila miliardi: le connessioni tra i neuroni. 1.350 grammi: il peso medio del cervello umano. 15 miliardi: i neuroni del telencefalo, la parte più evoluta del cervello. 20 metri quadrati: la superficie della neocorteccia. 400 chilometri orari: la velocità degli impulsi elettrici nel midollo spinale. 31 le coppie di nervi che si diramano dal midollo spinale, per metà sensori, per metà motori. ONU: dalla parte delle vittime Un auspicio perché il nuovo Consiglio dei diritti umani dell’ONU costituisca «uno spazio realmente aperto alla voce delle vittime di violazioni dei diritti della persona, a quella delle più povere e delle più vulnerabili» è stato espresso da una coalizione di organismi cristiani in occasione della prima sessione del consiglio tenuta a Ginevra. Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), Federazione luterana mondiale, Pax Christi internazionale, Domenicani per la Giustizia e la Pace e Franciscan International hanno assicurato il loro appoggio al nuovo «Consiglio dei diritti umani», un’istituzione percepita come Il Palazzo delle Nazioni Unite. «strumento internazionale essenziale per il progresso della giustizia e della dignità umana». «Per le chiese – si legge nella nota diffusa dal Cec – è ovvio da tempo che la pace, lo sviluppo e i diritti della persona sono le basi inseparabili del miglioramento della dignità di ciascuno, e del benessere delle società nelle quali viviamo», augurando che questo consiglio – dopo la controversa commissione dei diritti umani – possa segnare l’inizio di «un’era nuova nella promozione e nella tutela dei diritti della persona». «Siano le persone e non la politica» a essere «il motore di questo Consiglio dei diritti umani» aggiungono gli organismi cristiani che concludendo ricordano «il rispetto della dignità umana inerente a tutti» quale scopo principale della nuova istituzione dell’ONU. Misna ricerca – diversamente dalla precedente che esaminava la situazione idrica Paese per Paese – ha analizzato le condizioni dei grandi bacini idrici del mondo. Il che ha permesso di evidenziare che alcuni – come il Fiume Giallo in Cina – sono sfruttati a tal punto da non poter sopportare il benché minimo aumento di pressione demografica o di attività umana. Eppure, dice lo stesso rapporto, basterebbe che in agricoltura – la vera «spugna» fra le attività umane – ci si spostasse dal modello di irrigazione tradizionale a quello fondato sull’utilizzo dell’acqua piovana. Il che peraltro, dicono gli esperti, avrebbe il non irrilevante effetto collaterale di triplicare la produzione agricola in regioni come l’Africa subsahariana e l’Asia sudorientale, dove vivono È l’acqua, 800 milioni di persone a non il petrolio, rischio malnutrizione. la risorsa principale I passi concreti per un dell’Iraq. più efficiente uso (Lino Cardarelli, numero due agricolo dell’acqua del Program Management piovana? Molto semplici, Office in Iraq). stando al rapporto, forse troppo: «In linea di massima basterebbe che quando cade la pioggia la si raccogliesse anziché lasciarla fluire via». Da Specchio, 2006 Non sprecate l’acqua! È accaduto vent’anni prima del previsto. Già oggi (e non nel 2025, come ipotizzato in uno studio sullo stato idrico del pianeta di 5 anni fa) un terzo dell’umanità non ha acqua sufficiente per i bisogni primari. Lo sancisce un rapporto da poco redatto dall’International Water Management Institute di Colombo, Sri Lanka. L’anticipo nei tempi di un così poco lusinghiero traguardo è figlio di un diverso metodo d’analisi. La 45 Filatelia mariana A cura del Gruppo di Filatelia Religiosa “Don Pietro Ceresa” Filatelia religiosa N el corso dell’anno 2006, le Amministrazioni postali dell’Area Italiana hanno emesso pregevoli francobolli a tematica mariana. Le Poste dell’Italia hanno emesso il 1º aprile un francobollo dedicato a “Maria Santissima Incaldana” icona conservata nel Santuario di Mondragone, del valore di € 0,45. L’immagine dell’icona è di una singolare bellezza, riconosciuta dagli esperti come una tra le più belle di stile bizantino del tipo Galactotrofousa (nutrice). Lo schema è quello della Madre che regge il Bambino sul braccio sinistro, mentre con la mano destra gli porge il seno. Il 20 aprile un francobollo dedicato a Gentile da Fabriano, in occasione della Mostra di Fabriano, con la riproduzione del dipinto della “Madonna dell’umiltà”, conservato nel Museo Nazionale di San Matteo di Pisa, del valore di € 2,80. Le Poste del Vaticano hanno emesso il 16 marzo, per ricordare il V centenario della morte di Andrea Mantegna un foglietto e 3 francobolli del valore di € 2,80, 0,60, 0,85 e 1,00, che riproducono la Pala d’Altare della “Madonna col Bambino in trono ed Angeli”, conservata nella Basilica di San Zeno di Verona. Le Poste di San Marino infine hanno ricordato filatelicamente il 5 aprile, tra altri famosi pittori, anche Gentile da Fabriano con l’emissione di un francobollo da € 0,60 riproducente “L’incoronazione della Vergine” del 1420 circa, conservato nel The J. Paul Getty Museum di Los Angeles e un intero postale (cartolina pre-affrancata) da € 0,62 con la riproduzione, nella cartolina, la pala intitolata “Madonna con il Bambino, i Santi Niccolò e Caterina e un donatore” e nell’affrancatura il particolare della Madonna, il Bambino e l’albero degli angioletti. Angelo Siro Si sta completando l’ultimo lotto di lavori per il restauro della nostra Basilica. Le foto testimoniano l’avanzamento dei lavori e la loro urgente necessità. Foto galleria del restauro, sul sito www.donbosco-torino.it Per le tue offerte a favore del Santuario di Maria Ausiliatrice di Torino: 1) Con Bonifico bancario: Direzione Generale Opere Don Bosco - Basilica Maria Ausiliatrice Banca Popolare di Sondrio - Agenzia 2 - Roma - c/c n. 000008000/27 - ABI 05696 - CAB 03202 2) Con Conto Corrente Postale: Ccp n. 214106 Direzione Opere Don Bosco - Via Maria Ausiliatrice 32 - 10152 Torino Specificando nella causale: “Restauro Basilica” 47 AVVISO PER IL PORTALETTERE In caso di MANCATO RECAPITO inviare a: TORINO CMP NORD per la restituzione al mittente - C.M.S. Via Maria Ausiliatrice, 32 - 10152 Torino il quale si impegna a pagare la relativa tassa. MENSILE - ANNO XXVIII - N° 3 - MARZO 2007 Abbonamento annuo: € 12,00 • Amico € 15,00 • Sostenitore € 20,00 • Europa € 13,00 • Extraeuropei € 17,00 • Un numero € 1,20 Spediz. in abbon. postale - Pubbl. inf. 45% SOMMARIO ➡ ➲ Direttore: Giuseppe Pelizza – Vice Direttore e Archivio Rivista: Mario Scudu Diffusione e amministrazione: Teofilo Molaro – Direttore responsabile: Sergio Giordani Registrazione al Tribunale di Torino n. 2954 del 21-4-1980 Stampa: Scuola Grafica Salesiana - Torino – Grafica e impaginazione: S.G.S.-TO - Giuseppe Ricci Corrispondenza: Rivista Maria Ausiliatrice, Via Maria Ausiliatrice 32 - 10152 Torino Telefoni: centralino 011.52.24.222 - rivista 011.52.24.203 - Fax 011.52.24.677 Abbonamento: ccp n. 21059100 intestato a Sant. M. Ausiliatrice, Via M. Ausiliatrice 32 - 10152 Torino E-mail: [email protected] - Sito Internet: www.donbosco-torino.it piccolo grande dono - La pa2 Un gina del Rettore - S P amore 4 Mutuo Editoriale - G P segni alla Parola - Gesù rac6 Dai G conta il Padre - M Purificare il linguaggio 10 Meditazione - A R e conosci il mio cuore 12 Scrutami I Salmi - B XVI in me - Catechesi ma14 Sirianacompia -L V dieci vergini 18 LeLe Parabole R -R San Cirillo di Gerusalemme 20 Un mese un santo - M S peccati contro lo Spirito Santo 24 ICelebrazione M -T trionfo del teatro profano 26 IlMusica e Fede - F C ERGIO IUSEPPE FOTO DI COPERTINA: «La Virtù dell’Altissimo adombrò e rese Madre la Vergine ignara di nozze: quel seno, fecondo dall’alto, divenne qual campo ubertoso per tutti, che vogliono coglier salvezza». (Inno Akathistos, IV) Annunciazione, Amedeo Albini - Madonna dei Laghi Avigliana. ELLINI ELIZZA ARIO ALIZZI NTONIO UDONI ENEDETTO ORENZO /12 ILLAR ODOLFO EVIGLIO ARIO Altre foto: Teofilo Molaro - Archivio Rivista - Archivio Dimensioni Nuove - Centro Documentazione Mariana - Redazione ADMA - Guerrino Pera - Andreas Lothar – Mario Notario – Giuseppe Moscardini. CUDU /5 IMOTEO RANCO UNARI rinnova la Famiglia Sale29 Maria siana - L’Adma nel mondo - S EBA STIANO VIOTTI del Triveneto - Santua34 riSantuari S mariani - C Fermatevi! 36 Calendario mariano - M M Mostra di presepi e devozio38 VIII ne popolare - Centro di Docu/14 /71 RISTINA ICCARDI ARIO ORRA mentazione Mariana - M. MORRA è gioia: San D. Savio 40 LaSantisantità R di ieri e di oggi - P Notizie e avvenimenti 44 M S mariana 46 Filatelia S Filatelia religiosa - A la Basilica di Don Bosco 47 Aiuta Immagini del restauro AOLO ARIO ISSO CUDU NGELO IRO AREGLIO ✃ Se non siete ancora abbonati a questa rivista e desiderate riceverla in saggio gratuito per tre mesi o se siete già abbonati e desiderate farla conoscere a qualche persona di vostra conoscenza, ritagliate questo tagliando e spedite in busta affrancata con € 0,60 al seguente indirizzo: Rivista Maria Ausiliatrice - Via Maria Ausiliatrice, 32 - 10152 Torino ❖ Favorite inviare in saggio gratuito per tre mesi la Rivista “Maria Ausiliatrice”, al seguente indirizzo: COGNOME E NOME __________________________________________________________________________________ VIA ___________________________________________________________________________ N. _____________ CAP ______________ CITTÀ ______________________________________________________ PROV. __________ Ringrazio. 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