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Una riflessione Windhorse sull’esordio della psicosi e sulla sua cura Il programma Windhorse fornisce un trattamento individualmente strutturato a persone con disturbi psicologici. Questo programma innovativo è stato descritto dal suo fondatore, Edward Podvoll, nel suo volume La seduzione della pazzia (1990). Podvoll ha descritto il metodo della ‘terapia compassionevole’, ispirato alla psicologia sia occidentale sia buddista, che implica un team di terapeuti esperti che operano da vicino sul paziente nel suo ambiente domiciliare. Sono tre i principi essenziali del metodo Windhorse: 1. la psicosi è una grave rottura dell’equilibrio del sistema corpo-mente-ambiente; 2. una sostanziale guarigione è una reale possibilità per chiunque è affetto da psicosi, perché l’‘intelligenza intrinseca’ della persona interrompe continuamente la turbolenza psicotica con esperienze momentanee di insight denominate ‘isole di chiarezza’; 3. la guarigione si verifica spontaneamente quando è catalizzata da un legame terapeutico autentico. Un team intensivo ha tre componenti primarie: a) una famiglia terapeutica, con operatori residenti a domicilio; b) l’assistenza-base, una forma specialistica di relazione terapeutica che è fornita da un leader del team e da altri membri terapeuti; c) la psicoterapia intensiva, effettuata da un terapeuta principale tramite sedute di terapia individuale. 2:2005; 99-114 RIASSUNTO NÓOς M.A., Co-Direttore della Windhorse Community, Boulder, Colorado ESORDI PSICOTICI (PARTE II) JEFFREY M. FORTUNA Parole chiave: programma Windhorse, assistenza-base, psicoterapia intensiva, guarigione, psicologia buddista, trattamento domiciliare. SUMMARY The Windhorse program provides individually designed treatment for psychologically disturbed people. This innovative program was described by its founder, Edward M. Podvoll, in his book The Seduction of Madness (1990). Podvoll described the method of ‘compassionate care’, inspired to both western and buddhist psychology, which involves a team of skilled therapists working closely with a disturbed person in his or her own home. There are three essential principles at Windhorse: 1. psychosis is a major disruption in the balance of the body-mind-environment system; 2. significant recovery is a real possibility for anyone with psychosis, because the person’s intrinsic intelligence continually interrupts any psychotic turbulence with momentary experiences of insight called ‘islands of clarity’; 3. recovery can occur naturally when catalyzed by authentic therapeutic friendships. There are three primary components in an intensive team: a) therapeutic household, with live-in housemate(s); b) basic attendance, a specialized form of therapeutic relationship that is provided by a team leader and several team therapists; c) intensive psychotherapy, provided by a principal therapist in individual therapy sessions. Key words: Windhorse program, basic-attendance, intensive psychotherapy, recovery buddhist psychology, home treatment. 99 Indirizzo per la corrispondenza: Jeffrey Fortuna MA, Windhorse Community Services, 1501 Yarmouth Avenue, Boulder, CO 80304 (USA); e-mail: [email protected] NÓOς Questo scritto è dedicato al mio amico e mentore, Edward M. Podvoll, MD: pieno di Vita nella vita, pieno di Vita nella morte 100 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA INTRODUZIONE Gli intenti di questo scritto sono i seguenti: riassumere brevemente la modalità Windhorse per la comprensione e la terapia delle psicosi; focalizzare l’attenzione sullo sviluppo dei primi stadi delle psicosi e sull’intervento rivolto ad essi; esporre un caso clinico in grado di mostrare ‘in azione’ l’approccio Windhorse alle psicosi in esordio. Questa prospettiva è conosciuta sotto il nome Windhorse, e viene praticata internazionalmente in numerosi centri di trattamento, noti nel loro insieme come Progetto Windhorse (The Windhorse Project). Il Progetto Windhorse, avviato originariamente nel 1981 a Boulder in Colorado (negli Stati Uniti), è sorto sia per rispondere ai bisogni dei professionisti della salute mentale interessati ad un approccio autenticamente compassionevole, in grado di includere nell’equazione del recupero la loro esperienza personale, sia per soddisfare le necessità delle persone che desiderano guarire da condizioni estreme di paura e di confusione. Scrivere questo articolo offre a me l’occasione di migliorare la mia comprensione della psicosi e il lavoro con persone estremamente disturbate. Questo processo di costante aggiornamento riaccende l’entusiasmo per la vita clinica, sia mia che dei miei colleghi, rinvigorendo quel percorso di apprendimento che dura per tutta una vita. Il tema dell’evoluzione del terapeuta, e l’incessante rinnovamento dell’empatia in seno al procedere concreto del lavoro clinico, meritano un approfondimento a parte che va al di là dello scopo di questo scritto. Comunque questo aspetto dell’approccio Windhorse, che noi definiamo ‘terapia reciproca’ o ‘mutua guarigione’ (mutual recovery), attraversa per intero questo articolo. Per presentare Windhorse, da più di 22 anni è stato prodotto un abbondante corpus letterario. Esistono studi clinici di notevole rilievo1-4; una Windhorse Guide for Families5; una testimonianza in prima persona6; e libri sulla psicosi che fanno riferimento a Windhorse7. La più esaustiva presentazione di Windhorse è l’ormai classico volume di Podvoll, Recovering sanity: a compassionate approach to understanding and treating psycosis (precedentemente pubblicato con il titolo The seduction of madness)8. Il dott. Podvoll, principale co-fondatore del Progetto Windhorse, attualmente vive e lavora presso la Windhorse Community Services a Boulder, nel Colorado (1). È inoltre disponibile una letteratura di riferimento relativa alla ‘psicoterapia contemplativa’ (contemplative psychotherapy) (2), una tecnica che è il retroterra teorico di Windhorse e che è stata proposta ed elaborata presso la Naropa University9-13. Sono peraltro disponibili numerosi volumi riguardanti la meditazione e la psicologia buddiste, i quali costituiscono un ulteriore sfondo teoretico di Windhorse14-16. 2:2005; 99-114 NÓOς Windhorse è una teoria che considera le psicosi un processo (process), ed è basata sull’individuo considerato nella sua interezza, su una gestione e su una cura, e offre una prospettiva originale per quegli stadi della psicosi che nel nostro lavoro incontriamo e valutiamo quotidianamente. A quanti devono ristabilirsi da disturbi mentali gravi, noi forniamo un trattamento basato sul rapporto casa/comunità (home/community-based treatment), effettuato perciò entro il setting abituale della persona. Adattamenti del modello originale ad altri settori dell’assistenza domiciliare, in modo da poter prendere in carico persone anziane o persone morenti, si stanno sviluppando velocemente. Il lavoro clinico è effettuato da un team di persone che espleta, nei confronti del paziente e di ogni altro membro, una ‘assistenza di base’ (basic attendance) finalizzata a creare un ambiente accogliente. Ogni paziente continua dunque a vivere nel proprio ambiente familiare invece che in una struttura residenziale di gruppo. Lo schema di ogni programma Windhorse è adattato ai bisogni del singolo paziente, e alle vicende e alle risorse di quest’ultimo. Le caratteristiche del team possono variare da quelle di un semplice staff (in rapporto di stretta consultazione con un operatore più anziano), che lavora con il paziente per diverse ore alla settimana, fino a quelle della cosiddetta ‘famiglia terapeutica’ (therapeutic household), composta da uno o due assistenti domiciliari interni allo staff, da un gruppo che fornisce l’‘assistenza di base’, da uno psicoterapeuta e da uno psichiatra. Una dettagliata struttura concettuale, che coniuga la cosiddetta psicologia contemplativa (contemplative psychology) e le psicologie occidentali, delineata da Podvoll in Recovering sanity, guida il nostro lavoro. In particolare, nel training formativo del personale, e comunque in ogni aspetto del lavoro clinico, privilegiamo i procedimenti di mediazione. Ai fenomeni di miglioramento che si producono nel paziente offriamo una stretta assistenza ricorrendo al rispecchiamento di tali processi all’interno delle riflessioni conoscitive e delle dinamiche relazionali messe in atto dal team. Rinunciamo perciò a perseguire risultati clinici pre-determinati dai membri familiari o da eventuali terapeuti esterni. Noi crediamo che le persone possano evolvere grazie a un processo di guarigione, e che perciò non debbano semplicemente rassegnarsi a gestire una ‘malattia’ la cui durata si estenda per tutta la vita. ‘Processo’ è il termine chiave: esistono sia un processo di insorgenza della psicosi, sia un processo di guarigione, con momenti e con stadi di tipo specifico che possono essere gestiti con attenzione al centro di un mutamento incerto. Durante gli inizi di un processo di questo genere, noi ancora non stabiliamo precise modalità di intervento. Per esempio, al principio della relazione con una persona disturbata evitiamo volutamente di introdurre rigide diagnosi mediche e di formulare predizioni; queste ultime, in particolare, possono diventare profezie che si auto-realizzano proprio perché preannunciate. Ci orientiamo invece sulla base dei vissuti in atto e adottiamo un atteggiamento del tipo ‘attendi e osserva’. Tentiamo più di semplificare che di complicare. Sono tre i ‘termini chiave’ che sintetizzano il nostro approccio, ed è fondamentale esaminarli nel dettaglio: ESORDI PSICOTICI (PARTE II) L’APPROCCIO WINDHORSE 101 NÓOς 102 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA 1. 2. 3. 1. Windhorse; assistenza di base (basic attendance); isole di chiarezza (islands of clarity). L’‘energia Windhorse’ è, per così dire, l’elemento attivo della nostra intrinseca salute mentale e del nostro intelletto. La persona può diventare più consapevole delle proprie potenzialità, e quindi di questo intrinseco elemento attivo, e può inserire questa consapevolezza nella propria esperienza quotidiana. Scrive Podvoll: “Windhorse si riferisce a un cavallo mitologico, celebre in tutta l’Asia centrale, che cavalca nel cielo e che è simbolo dell’energia della persona e del suo impegno a migliorarsi. Windhorse è letteralmente una energia del corpo e della mente, e la medicina tradizionale ritiene che possa essere attinta allo scopo di curare una malattia o di superare una depressione (3)”8. La nostra salute intrinseca persiste all’interno della malattia e del disturbo, e consiste nell’istinto di sopravvivenza che fa da guida alla nostra esistenza. La metafora della forza vitale può essere esemplificata dalla sana radiosità che caratterizza l’immagine di una persona, o dalla tonalità delle parole sincere di chi esprime con intensità le proprie emozioni, o dalla curiosità e dalla genuinità con cui le persone arricchiscono il proprio mondo. Nei modelli medici dell’Asia centrale il sistema ‘mente’ è associato all’elemento ‘vento’, che è interno al corpo. Perciò la malattia mentale è concepita come una coscienza turbolenta che vaga instabilmente nel corpo e che è sperimentata soggettivamente come paura e confusione. In questo genere di medicina tradizionale, la metafora per la guarigione della malattia mentale è che l’elemento ‘vento’ può essere domato alla stregua di un cavallo selvaggio. La metafora del cavallo ha, nel nostro metodo terapeutico, vari significati: utilizzare la nostra forza in modo costante, così da sostenere il paziente quasi fosse un ‘cavallerizzo’ a cui offriamo questa nostra forza (qualcuno di noi ha anche creato lo slogan: ‘dare aiuto con la forza di un cavallo’); domare con dolcezza il cavallo selvaggio della mente, che pensieri compulsivi distolgono dal personale percorso di vita; dirigere i nostri team come una sorta di cavalleria che procede con leggerezza, che cambia direzione con facilità e che agisce con precisione militare. Perciò, nel suo complesso, Windhorse è un modello riferito soprattutto alla salute e non alla sola malattia, e ha lo scopo di infondere speranza e concretezza all’interno della terribile violenza emotiva della psicosi. L’energia che nella persona in psicosi è diventata tumultuosa, noi la consideriamo come energia Windhorse, vale a dire come potenzialmente rivolta alla guarigione. 2. Assistenza di base (basic attendance). È il nucleo della nostra attività di cura, finalizzata a ri-orientare l’attività mentale, vale a dire a ri-orientare l’energia Windhorse, volendo seguire la metafora appena accennata. La basic attendance è ‘basic’ perché affronta l’aspetto più centrale: creare sincronia tra corpo, mente e ambiente ricorrendo, in rapporto alle ordinarie attività di vita, a una focalizzazione dell’attenzione e a un miglioramento delle percezioni. Inoltre la basic attendance è ‘attendance’ perché l’intento del terapeuta e della sua formazione professionale è di offrire un servizio compassionevole prendendosi cura, durante il processo terapeutico, dei 2:2005; 99-114 NÓOς ESORDI PSICOTICI (PARTE II) bisogni del paziente. Noi concepiamo la psicosi come una radicale rottura dell’omeostasi del sistema corpo-mente-ambiente (body-mind-environment system), una rottura che isola la persona dai punti di riferimento della vita ordinaria. L’attento lavoro della basic attendance riconduce ‘a casa’, vale a dire al corpo e all’ambiente, la mente sia del paziente che del terapeuta. 3. Isole di chiarezza (islands of clarity). Interrompono continuamente la turbolenza psicotica poiché consistono in momentanee esperienze di insight che inducono l’individuo a un più diretto contatto con il corpo e con l’ambiente. Queste esperienze equivalgono a una riappropriazione della sensorialità, come nel caso del risveglio da un sogno. La persona avverte la ricomparsa della fiducia in sé e del contatto con gli altri, due marker cruciali dell’energia Windhorse. Questi fragili momenti sono ‘isole di chiarezza’ che devono essere riconosciute e protette in quanto semi del miglioramento. Sebbene le isole di chiarezza insorgano spontaneamente, possono essere amplificate e stabilizzate ad opera della basic attendance. Riassumendo: l’energia Windhorse è metafora della stabilizzante esperienza della ‘presenza personale’ (personal presence); la basic attendance, o assistenza di base, è lo svolgimento della relazione di cura; le islands of clarity, o isole di chiarezza, sono spontanee chiarificazioni che si inseriscono nella confusione psicotica. Considerati insieme, questi tre aspetti compongono il percorso Windhorse dello sviluppo di entrambi, paziente e terapeuta. CASO CLINICO Il libro Recovering sanity di Podvoll è basato sulla presentazione di quattro casi clinici, da lui attinti da resoconti letterari autobiografici. La sua approfondita interpretazione del materiale (la realizzazione del libro lo ha impegnato per dieci anni) focalizza l’attenzione sulla dimensione personale della malattia mentale e sulle principali attività psichiche che la determinano e che la fanno espandere. I quattro casi vengono esposti in forma di storie esemplificative e avvincenti. In effetti, lungo questa scia, il lavoro con una persona psicotica può essere preso in esame come una sorta di ‘parabola’, una vera e propria narrazione ricca di significati nascosti. Questo assunto discende da uno degli aspetti cruciali dell’approccio Windhorse: “Occorre rendersi conto nel modo più diretto, attraverso l’intima relazione con la persona afflitta da psicosi, della lotta immane che si svolge all’interno dell’agitazione psicotica”8. Perciò il vero interrogativo è il seguente: come imparare dal rapporto terapeutico? Il resoconto clinico che segue sarà presentato secondo questo punto di vista. Per proteggere la privacy del protagonista ho fatto ricorso a un nome immaginario. Fase iniziale Ho incontrato Luigi per la prima volta nel dicembre 2002. Si è presentato volontariamente a Boulder, accompagnato dai genitori, per un colloquio ini103 104 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA NÓOς ziale (mutual interview). Questo genere di colloquio, basato su una reciproca comunicazione, esplora l’eventuale sussistenza di una concreta disponibilità al rapporto interpersonale, essendo questo il requisito necessario a tollerare il percorso del lavoro clinico. Da questo punto di vista, Luigi dimostra qualità idonee per un candidato Windhorse: parla in modo articolato della propria esperienza, sebbene con modalità bizzarre, e appare interessato al dialogo interpersonale; ha propensioni personali nelle aree della musica e delle arti creative; manifesta curiosità riguardo al significato spirituale del proprio percorso; è disponibile a trascorrere dei periodi di tempo, durante il giorno, nel setting di quella che noi consideriamo una ‘comunità aperta’, organizzata a domicilio del paziente mediante l’intervento di un team di operatori. Luigi, per altro verso, ritiene di essere perfettamente sano e ritiene che il suo principale problema sia il fatto che gli ‘adulti’ (genitori e psichiatri) lo fraintendono e che gli impediscono ciò che lui desidera. Ad ogni modo, con noi i suoi genitori sono aperti e disponibili, e inoltre hanno risorse economiche sufficienti per sostenere il trattamento. Si è creata quindi una condizione di affiatamento sufficiente a procedere. Questo interesse reciproco a lavorare insieme, che riteniamo necessario per iniziare, è uno dei significati della metafora indicata dal termine ‘energia Windhorse’. Luigi, quando si presenta a Windhorse, è un ragazzo che a vent’anni si trova di fronte a un bivio: o accetta una lunga degenza presso un ospedale psichiatrico, oppure sceglie l’intervento di una ‘comunità aperta’ (o domiciliare) Windhorse, lavorando con un team di persone. A questo proposito, la sua pressoché unica richiesta, e quindi in pratica il solo obiettivo che può accettare per il percorso Windhorse, è quello di ridurre il dosaggio dei farmaci, che lui in effetti assume con profonda avversione. Soffre di psicosi all’incirca da 2-3 anni, essendogli stato diagnosticato un disturbo schizoaffettivo una diagnosi che in generale, a nostro giudizio, corrisponde alla fase iniziale di disturbi psicotici destinati poi a perdurare per tutta la vita. Presenterò adesso Luigi seguendo il metodo della ‘descrizione corpo-linguaggio-mente’ (body-speech-mind description), che è la modalità in base a cui nella psicoterapia contemplativa in generale, e in quella Windhorse in particolare, è usuale condurre la supervisione clinica17. Si tratta di una precisa modalità finalizzata a descrivere dettagliatamente la persona nella sua interezza, ponendo l’accento appunto sulla descrizione piuttosto che sulla teoria e sulla diagnosi. Questo approccio facilita l’empatia dell’ascoltatore verso il paziente e riduce la tendenza dei professionisti a focalizzarsi soltanto sui problemi emergenti, sulla diagnosi e su interventi standardizzati. L’intento è di far sì che nell’ambito della supervisione la persona venga descritta ai partecipanti come una presenza palpabile. Riteniamo che sia molto importante, fin dall’inizio, accostarsi alla persona senza pregiudizi, e non solo all’interno della supervisione effettuata dal team ma anche nel concreto svolgersi della relazione terapeutica. In particolare, già all’interno della relazione terapeutica è secondo noi fondamentale consentire al paziente di presentarsi in prima persona, dando a lui fin dal principio una piena libertà di comunicazione piuttosto che far abortire le possibilità emergenti. A questo scopo, nel nostro metodo è essenziale che l’operato- 2:2005; 99-114 NÓOς – CORPO (Body). Luigi è un ragazzo di 21 anni. Mi ha detto di essere alto 1 metro e 80. È magro e ha tratti adolescenziali nel modo di presentarsi, nelle sembianze e nei movimenti. Ha gesti ‘elastici’, quasi fosse stato troppo ‘massaggiato’; dà l’impressione di muovere le articolazioni con estrema facilità. In parte, questo sembra accadere perché lui si è identificato con il ruolo di musicista: lui è ‘dentro’ la musica, e quindi ascolta musica, canta, addirittura ‘pensa in musica’, e appunto per questo motivo il suo corpo ha sempre la sensazione di essere intonato a un ritmo o a una melodia. Ha due occhi blu scuro che muove moltissimo e che ben esprimono la sua energia, irrequieta e sempre in movimento, quasi volteggiante. Ha i capelli color castano scuro, spesso spettinati. Dal suo punto di vista, proprio questo loro scompiglio è uno stile. Io non l’ho mai visto indossare qualcosa di solo vagamente elegante, e tanto meno l’ho mai visto con i capelli in ordine. Di solito dà l’impressione di aver spettinato i capelli dormendo, o di aver calzato troppo un cappello, o di aver appoggiato la testa su qualcosa… di molto disordinato. Riferisce di aver avuto talvolta l’idea di acconciare i capelli secondo lo stile dei musicisti di reggae, lo stile ‘rasta’ che a mio parere è fondato proprio sul disordine. Ha un volto allungato; il collo è carnoso, forse a causa della terapia con Clorazil. Sempre il volto ha un aspetto piacevole, pur se ha segni di acne abbastanza marcati. Luigi è un ragazzo attraente, di aspetto giovanile. L’abbigliamento ricorda lo stile hippy. Oggi, per esempio, indossava un cappello senza falda, lavorato a maglia con i colori dell’arcobaleno, abbassato fino a ricoprire la fronte. Aveva i capelli scompigliati e un paio di jeans con molti strappi e con disegni. In effetti, Luigi sembra usare gli oggetti, pantaloni compresi, in maniera creativa. Per esempio lui stesso ha scritto “One Love” sulla parte posteriore dei pantaloni, e le parole “fire, water, earth” (fuoco, acqua, terra) in corrispondenza delle gambe, utilizzando in entrambi i casi un pennarello nero; ha poi aggiunto sulla parte anteriore disegni di tipo astratto. Sempre oggi, indossava calze corte e scarpe da escursionismo, una camicia larga e un ampio maglione militare di colore blu scuro. Infine, quasi si trattasse di una componente dell’aspetto e del comportamento, bisogna aggiungere che possiede una chitarra e che la suona spesso; bisognerebbe dire non solo che è lui a possedere una chitarra, ma anche che è lei a ‘possedere’ lui. ESORDI PSICOTICI (PARTE II) re mantenga adeguata la propria presenza ponendo attenzione, dentro di sé, a sincronizzare corpo, mente e ambiente, preservando e incrementando, in questo modo, un vissuto personale di unitarietà e di contatto. Ciò d’altronde consente a chiunque di ‘porsi in armonia’ (o di ‘risuonare’) con l’altra persona e con le dinamiche della situazione immediata, ottenendo una sorta di informazione su come reagire al paziente con la risposta ‘giusta’ al momento ‘giusto’. Secondo quanto io stesso spiego ai tirocinanti di Windhorse: “Una volta raggiunto l’atteggiamento di ‘contatto’, allora diventa fondamentale il calcolo dei tempi (timing)”. La descrizione che segue è la parziale trascrizione di una supervisione riguardante Luigi. 105 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA NÓOς – LINGUAGGIO (Speech). La musica costituisce la sua principale modalità espressiva. La voce è piacevole e delicata; ha davvero la peculiarità di essere canora, al punto da far sembrare che Luigi, anche se sta parlando, è come se in realtà un po’ cantasse. Lui inoltre inventa parole, spesso nel mezzo di una frase composta di parole usuali. Una delle sue espressioni preferite è ‘Haj’, che nel linguaggio comune, come è noto, indica affermatività o assenso, ma che per lui sembra assumere significati nuovi e personali. Io penso che per lui, nel pantheon di spiriti di cui a volte parla, questa parola sia anche il nome di Dio. Certo, a Luigi piace parlare, ma la parola non sembra essere la sua principale modalità di espressione. Lui predilige suonare, e lo farebbe in ogni momento, cantando, inventando canzoni, ascoltando brani musicali o ascoltando Jamie (il capo squadra) mentre, a sua volta, suona. Per Luigi, questa è davvero la via di interscambio prediletta. Inoltre, lui spesso disegna. Ha anche un quaderno in cui annota appunti. In Luigi in effetti si affaccia costantemente questa sorta di capacità creativa. Tale qualità è però a senso unico, tanto è vero che di fronte a lui mi sento come se facessi parte di un uditorio: la mia relazione con Luigi mi ha reso evidente quanto egli sia ‘autocentrato’. Ha un grado elevato di autocompiacimento; la sua massima aspirazione è diventare un musicista di fama. Da questo punto di vista, la sua vita emotiva è orientata quasi ostinatamente verso la positività. Si tratta di un atteggiamento correlato alla sua percezione del ruolo svolto in famiglia: infondere sempre ‘luce positiva’ ed ‘energia di amore’ – è lui a dirlo. Altrimenti, come è sempre lui a dire, la sua famiglia cade in balìa della collera per la maggior parte del tempo. Questa è la sua visione delle cose e perciò lui sente che apportare felicità ai propri familiari è una sua responsabilità. Ho però condiviso con lui anche momenti in cui si verificano vere e proprie soluzioni di continuo, interruzioni di questa creatività tutta ‘al positivo’; a quel punto emergono oscure sensazioni che non hanno realmente un nome. La mia impressione è che questi stati d’animo siano connessi con un vissuto di intrappolamento, di tetra claustrofobia, quasi lui si sentisse ‘sepolto vivo’. Solo una volta mi ha parlato apertamente di questi vissuti, con la fronte corrugata e con un sentimento che evocava, si potrebbe dire, la condizione di un fragile fiore danneggiato, di un’anima ferita a cui altri hanno inflitto del male. Secondo Luigi, io sono troppo interessato a queste sue sensazioni ‘scure’, mentre lui afferma invece di non esserlo. A me appare evidente quanto lui in realtà fugga da esse. – MENTE (Mind). La sua mente ha una spiccata capacità di sospendere l’attenzione. Una delle parole a cui Luigi ricorre più frequentemente è trance, e solitamente afferma che gli piace ‘essere in trance’. Quando pronuncia questa parola mi accorgo di assumere un atteggiamento prevenuto. In effetti, quando parla di questioni spirituali o metafisiche – e ciò accade spesso – Luigi manifesta una estrema ingenuità. Ha letto molto su simili argomenti, ma in realtà inventa una grande quantità di cose, e di queste è però del tutto sicuro. Riferisce spesso esperienze spirituali e 106 2:2005; 99-114 NÓOς ESORDI PSICOTICI (PARTE II) parla del suo ‘percorso’, del suo ‘sentiero rivelato’, con temi quali ‘l’interdipendenza fra noi tutti’, ‘il sentiero dell’amore’ o ‘giungere in prossimità di Dio’. In questi casi tende a proseguire a lungo, rivelandosi sempre più sdolcinato ed eccessivamente astratto. Riesco a tollerarlo a mala pena anche se dal suo punto di vista in quei momenti stiamo condividendo ciò che per lui è più prezioso. Quando era più giovane ha studiato pianoforte. Ha poi imparato a suonare la chitarra, e tempo addietro ha anche impartito lezioni a pagamento. Che dire poi delle sue relazioni interpersonali? Il padre è un manager d’azienda, la madre è casalinga. I suoi genitori, in fondo, vorrebbero che il figlio andasse via da casa, che diventasse indipendente. Ma lui vive nel seminterrato e lì conduce un’esistenza da musicista ‘sregolato’, fuma marijuana e non svolge, dal punto di vista dei genitori, nessun compito utile. Loro non sono però sicuri di essere pronti a dirgli: “devi uscire dal nido”. Di conseguenza, Luigi recepisce un messaggio ambivalente, del tipo: non puoi più restare a casa ma il futuro non ha contorni definiti. Occorre poi dire, in conclusione, che la sua vena poetica traspare dai versi delle canzoni, poiché è lui ad inventarle improvvisando. Scrive anche poesie e ho la sensazione che abbia del talento. Devo aggiungere che nel nostro approccio è fondamentale anche un’accurata indagine anamnestica. Tuttavia, in riferimento a Luigi, considerati gli scopi del presente scritto, mi limito a riferire che il suo primo episodio psicotico si è verificato all’età di 20 anni, e che da allora lui è andato incontro a svariati ricoveri in ambiente ospedaliero, non sempre volontari. Il lavoro clinico Durante i sei mesi successivi Luigi è stato seguito da un team Windhorse. Io ho svolto il ruolo di psicoterapeuta e ho incontrato il ragazzo per due volte alla settimana nel setting del mio studio, effettuando sedute di psicoterapia individuale della durata di un’ora ciascuna. Il mio diretto collaboratore era un esperto leader che si occupava di organizzare le attività e gli orari dei membri del team. Di fatto, questa attività direttivo-organizzativa l’abbiamo svolta insieme, e questa modalità di co-direzione è una delle caratteristiche del modello Windhorse. Tre consulenti hanno provveduto all’assistenza di base (basic attendance); un ulteriore membro del team – un ragazzo addestrato in psicoterapia contemplativa presso la Naropa University – ha invece lavorato in ‘semi-residenzialità’, cioè in pratica coabitando con Luigi (presso la residenza di quest’ultimo) per molte ore al giorno tutti i giorni. Questi quattro membri del personale hanno svolto il ruolo di un vero e proprio ‘gruppo dei pari’, essendo stati scelti perché molto vicini a Luigi quanto all’età, al temperamento e agli interessi. Inoltre io e Luigi abbiamo incontrato insieme lo psichiatra del team due volte al mese, per monitorare il dosaggio dei farmaci e per controllare le condizioni generali di salute. Uno dei principali traguardi di Luigi era ridur107 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA NÓOς re, se non eliminare, gli psicofarmaci che stava assumendo, e che non gradiva per due motivi, vale a dire per la sedazione eccessiva e per l’inibizione della creatività. Concordammo di perseguire questo obiettivo, ma solo nella misura in cui lui si fosse dimostrato ogni volta in grado di proseguire il percorso terapeutico. Ben presto ci accorgemmo di quanto erano disorganizzati lo stile di vita di Luigi, il suo assetto cognitivo e i suoi pattern comunicativi, e perciò cominciammo delicatamente ad introdurre un po’ di ordine e di prevedibilità nei suoi ritmi quotidiani: riposo, sonno, pasti, restare da solo, vivere insieme agli altri. Complessivamente è stato questo il graduale processo attraverso il quale Luigi e il team hanno intrapreso una conoscenza reciproca. Verso il termine di questa prima fase di sei mesi abbiamo però scoperto che Luigi, di nascosto, utilizzava marijuana e altre droghe, che in base alla nostra esperienza minano l’andamento del processo di guarigione. Il trattamento integrato per persone con cosiddetta ‘doppia diagnosi’ costituisce una tra le più grandi sfide per le moderne prassi riabilitative psicosociali. Questa è una evenienza molto importante nel lavoro con persone alle prime fasi di una psicosi, poiché statisticamente più del 50% di esse ha una comorbilità con l’abuso di sostanze. Luigi è una persona indipendente, e ha idee ‘forti’ sia su che cosa fare, sia su quando farlo. In questa prima fase noi ci siamo limitati a fornire un contesto stimolante con reali opportunità di crescere e di imparare, o di poter semplicemente trascorrere momenti partecipativi insieme ai membri del team. Un aspetto è però di fondamentale importanza. Nel corso dei mesi io sono diventato sempre più insistente con Luigi affinché fronteggiasse la sua dipendenza dalle droghe. Lui si è opposto ai miei sforzi in ogni occasione, sostenendo che gli allucinogeni sono sostanze sacre che Dio ha creato per il miglioramento spirituale, e che perciò sono parte integrante di un percorso interiore. Da parte mia, ho sottolineato che il suo utilizzo di sostanze risultava associato a ciascun ricovero, e che ogni ricovero era durato più a lungo di quelli precedenti. Ho inoltre suggerito che la strada delle droghe gli stava inducendo più una disintegrazione della mente che un’evoluzione spirituale. D’altronde Luigi fino a quel momento non aveva coscienza dell’andamento del proprio disturbo, anche perché in pratica non ammetteva di averlo. Ad ogni modo, rifiutò di accogliere il messaggio offerto da me e dal team. Ben presto il nostro percorso è giunto di fronte ad una impasse. Infatti, al termine dei sei mesi Luigi ha deciso di interrompere il trattamento, contro il nostro parere e contro quello dei genitori. Fase di passaggio Nei tre mesi successivi ho mantenuto un contatto telefonico con Luigi e con i suoi genitori. Lui trascorreva il suo tempo a casa oppure viaggiava da solo, di solito in autobus o in autostop, e comunque mai con una meta precisa. Sviluppò un sempre maggiore ritiro autistico, era in preda a stati di agitazione psicomotoria e si comportava aggressivamente verso i genitori, con minacce 108 2:2005; 99-114 Il padre e il figlio risiedevano in un motel, e in quel frangente io e il mio collega (il leader del team) abbiamo tentato di ristabilire la relazione con Luigi. La prima volta che lo incontrammo fu guardingo e distante. Disse in modo vago: ‘Le cose a volte sono difficili’. Sembrava che stesse lottando nei confronti della sua stessa calma. La conversazione era intervallata da pause di disagio e lui rispondeva alle domande solo dopo un lungo silenzio. Eludeva il contatto tra sguardi. Organizzammo nuovamente un team. Già dopo quattro giorni Luigi traslocò in una spaziosa casa in affitto dove era assistito da due operatori domiciliari, uno dei quali era il medesimo ragazzo che aveva coabitato con lui nella fase precedente del trattamento. Ho incontrato Luigi due volte a settimana per la psicoterapia, effettuandola però a casa sua, poiché lui usciva di rado. Il leader del team aveva pianificato per ogni settimana tre turni di assistenza di base (basic attendance), ai quali partecipava egli stesso insieme a due operatori. Luigi trascorreva le sue giornate a letto, e lì si limitava ad eseguire piccoli dipinti con tocco leggero; parlava in termini vaghi di ‘dolore estremo’ e di ‘paura’, e queste, aggiungeva, erano ‘le forze in gioco’. Occasionalmente fissava il mio sguardo come se volesse raggiungermi da una vasta distanza. Affermava di volersi suicidare per porre fine al suo dolore. Per noi era un Luigi diverso da quello conosciuto nella prima fase. La sua apparentemente illimitata creatività giovanile aveva lasciato il posto a un malumore capriccioso e solitario. Eravamo in ansia, incapaci di aiutarlo. Poi un giorno, improvvisamente, afferrò il proprio zaino e andò via. Fece ritorno dopo cinque giorni, durante i quali avevamo aiutato i genitori a tollerare l’angoscia per la sua assenza senza intervenire. Durante la sua breve fuga Luigi aveva scritto alcune poesie. Ecco qualche stralcio: ‘Se noi ascoltiamo e impariamo a conoscere / il nostro istinto / cercheremo il momento / la famiglia / guarirà guarirà”. O ancora: “Se tu avessi un momento per ogni memoria / potresti riunire lo zaffiro e la perplessità / o perfino immaginare il sogno che stai sognando”. Infine: “L’unico occhio vede te (…) / E un occhio guarda controluce / Un fuoco ricco cadere duramente / Su questo sentiero in rovina / E l’unico occhio vede te / un fuoco ricco cadere / sul sentiero in rovina”. Fu allora che la situazione psicopatologica di Luigi precipitò ulteriormente, per cui decidemmo di procedere a un ricovero in ambiente ospedaliero, soprattutto a causa della presenza di una ideazione suicidaria. Durante il ricovero abbiamo mantenuto a rotazione un rapporto con Luigi, sia tramite NÓOς Ultima fase ESORDI PSICOTICI (PARTE II) sia verbali che fisiche. Alla fine, quando era ormai giunto alle soglie di un nuovo episodio psicotico, i genitori lo obbligarono a scegliere: se ne sarebbe dovuto andare da casa ma senza il loro sostegno, oppure avrebbe dovuto riallacciare i contatti con Windhorse. Luigi accettò la seconda opzione, tuttavia con molta aggressività e costringendo il padre ad accompagnarlo a Boulder. Durante il viaggio, assunse un atteggiamento molto provocatorio nei confronti del padre, di modo che il viaggio stesso fu molto difficile e ricco di peripezie. 109 NÓOς visite in ospedale, sia mediante telefonate e lettere. In queste fasi, secondo noi, è fondamentale mantenere un rapporto che trasmetta stabilità e calma. Se mantenute a lungo termine, queste attitudini vengono gradualmente interiorizzate dal paziente. UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA DISCUSSIONE L’attitudine terapeutica Il resoconto appena esposto lascia trasparire non solo, o non tanto, le modalità tecnico-operative del nostro modello, quanto l’atteggiamento di fondo che informa queste ultime, e che secondo noi ne determina la reale efficacia. Riguardo più in particolare agli esordi psicotici, occorre ricordare che la paura è la reazione più comune, sia nelle persone circostanti, sia – non bisogna dimenticarlo – nel soggetto coinvolto. Questo processo è descritto nel dettaglio da Podvoll sotto il nome di nascita della ‘mentalità da manicomio’, in quanto la paura fa emergere, sia negli operatori che nel paziente, un immediato bisogno di controllo8. Il nucleo dell’approccio Windhorse è resistere a questa tendenza che altrimenti induce ad esercitare un eccessivo controllo a causa della paura. Ci limitiamo, invece, ad ‘essere presenti’ e ad ‘esserecon’. E questo non è un vero e proprio contesto teorico di riferimento, quanto piuttosto una modalità di avvicinamento basata sulla relazione. In effetti, nonostante esistano numerose teorie riguardanti la natura del processo psicotico, noi, piuttosto che non tenerne conto, le consideriamo soltanto come trama di riferimento, sottolineando, più che i loro contenuti, l’impegno ad applicarle in forma elastica privilegiando sempre un reciproco e intenso scambio comunicativo con il paziente. Attribuiamo quindi massima attenzione sia all’esperienza immediata dell’incontro, sia alla necessità che nel corso dell’incontro ogni decisione venga assunta insieme al paziente. Perciò nella formazione Windhorse utilizziamo tecniche auto-introspettive di base, affinché l’operatore, applicandole, sia sempre in grado di mantenersi disponibile e calmo di fronte alle violente emozioni suscitate dall’incontro diretto con lo stato mentale psicotico. Questo atteggiamento lo denominiamo ‘risonanza simpatetica’, fonte a sua volta di ‘intuizioni simpatetiche’, vale a dire di atti spontanei che consistono in una comprensione intuitiva della situazione complessiva e del modo di agire all’interno di essa. Questa, bisogna ripeterlo, non è tanto una teoria di riferimento, quanto una modalità per assumere un atteggiamento di base considerandolo di per sé terapeutico. A Windhorse la pratica clinica interpersonale è dunque interamente fondata su una precisa attitudine interiore del terapeuta e degli operatori, conseguenza di un loro permanente training personale. Il primo tempo delle psicosi Edward Podvoll, nel suo Recovering sanity, espone un modello della psicosi che non è tanto un sistema teorico, quanto una descrizione delle prime fasi 110 2:2005; 99-114 NÓOς ESORDI PSICOTICI (PARTE II) evolutive del disturbo. “In sintesi”, egli scrive, “si tratta di un modello a tre stadi: il ‘cocktail’ è la miscela delle cause e delle condizioni necessarie perché si produca lo ‘squilibrio’, che consiste in un riassetto fra corpo, neurotrasmettitori e mente. Lo squilibrio produce a sua volta una ‘ferita’, e dà quindi accesso al ‘secondo stato’ della funzionalità mentale (incluse le microoperazioni), il quale si differenzia in molteplici ‘zone di consapevolezza’, una delle quali è la ‘coscienza maniacale’”8. Ciò che qui Podvoll denomina ‘cocktail’ è il primo stadio della psicosi, perché è l’amalgama dei fattori causali. La ‘ferita’ che il ‘cocktail’ produce innesca poi il ‘secondo stato’, che però, per quanto costituito da sintomi ancora minimali, è già successivo e più grossolano. Sempre secondo Podvoll, questa seconda fase comprende le ‘microoperazioni’, che in pratica consistono in una vertiginosa accelerazione di ogni processo, normale o patologico, sia che si tratti di pensieri o di sensazioni somatiche, sia invece di movimenti corporei o di emozioni. Ma il ‘cocktail’, ripeto, è il momento causale. Nel dettaglio, il ‘cocktail’ è un insieme dei seguenti fattori: a) una situazione critica, b) un’intenzione, c) lo sforzo, d) una sostanza, e) la disattenzione. Di solito questi ingredienti concorrono tutti, in varia misura, alla formazione di una psicosi. Nell’approccio Windhorse la loro conoscenza è considerata fondamentale per comprendere il processo di inizio della psicosi e per valutare se una determinata persona è realmente a rischio di psicosi. Occorre perciò esaminarli nel dettaglio. a. LA SITUAZIONE CRITICA. Si tratta di un evento provvisto di un oggettivo impatto critico, per esempio una delusione amorosa, l’avvicinarsi della laurea, l’inizio di un lavoro o la sua perdita, il confronto con una malattia, e via dicendo. Qualunque essa sia, la situazione critica è recepita con modalità soggettive tali da generare un vissuto di ‘perdita di fondamento’, di ‘vuoto’, di ‘demolizione dell’esistenza’. Tuttavia, mano a mano che l’esperienza critica giunge al culmine, viene immessa in un processo mentale che può essere definito ‘spirale di trasformazione psicotica’: in pratica, viene ‘commutata’ in una sorta di nuova passione o di nuovo interesse, o comunque nella percezione di un’atmosfera nuova e sorprendente, di natura tendenzialmente ‘infinita’. L’intero processo, dalla crisi alla sua commutazione, può verificarsi nell’arco di mesi, o viceversa nell’arco di poche ore. b. L’INTENZIONE. La perdita di fondamento diventa un’occasione per la ‘commutazione’ soltanto perché, in determinate persone, una preesistente fragilità del Sé alimenta da tempo la speranza o la convinzione che possa avvenire una trasformazione improvvisa. L’‘intenzione’ di trasformarsi è quindi un fattore motivante assai prima che insorga la situazione critica, e affonda le sue radici in una specifica fragilità individuale. c. LO SFORZO. Affinché l’intenzione possa diventare realtà, occorre, oltre all’azione catalizzatrice della situazione critica, un esasperato sforzo personale, del tutto istintivo, rivolto a ‘manipolare’ e ad ‘alterare’ il corpo e la mente. Ricordo pazienti che prima dell’esordio hanno lottato contro il sonno e la fame, altri che si sono sottoposti ad estenuanti camminate, altri ancora che sono ricorsi a letture incessanti o a preghiere, o anche a viag- 111 112 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA NÓOς gi. Si tratta di sforzi istintivi e inconsapevoli rivolti non solo a fuggire da vissuti depressivi o di vuoto interiore, ma ancor più a ‘forzare un risultato’, a far sprigionare un qualche evento trasformativo considerato come ‘speciale’ e ‘risolutore’. d. LA SOSTANZA. Di solito la persona ricerca, sempre istintivamente, una sostanza capace di alimentare lo slancio dell’imminente trasformazione: preferibilmente un eccitante, un ‘acceleratore’, e si tratta spesso dell’alcool o della marijuana, ma anche della caffeina e della nicotina. A volte anche il digiuno produce un simile effetto di eccitamento. e. LA DISATTENZIONE. Si è disattenti quando si perde il contatto diretto con i fenomeni che hanno luogo all’interno e all’esterno di sé. La disattenzione è il frutto di distorsioni della capacità attentiva, e la persona si provoca da sé queste distorsioni, inconsapevolmente ma attivamente. La disattenzione assume varie forme: ‘vuoto mentale’, ottundimento, intensa focalizzazione su alcune sensazioni a discapito di altre (iterazione di movimenti, ascolto compulsivo di brani musicali, e via dicendo). Questo fenomeno, nella sostanza, corrisponde al cosiddetto ‘autismo psicotico’. A questo punto, non è difficile riconoscere la presenza di ciascuno di questi fattori nel caso clinico di Luigi: per lui la situazione critica è stata lo sgretolarsi di circostanze esterne, in quanto, prima dell’esordio psicotico, egli ha incontrato difficoltà e delusioni in ogni settore, dalle amicizie ai rapporti sentimentali, compreso il settore degli studi; l’intenzione è consistita in una preesistente e profonda ambizione di raggiungere una dimensione di libertà dai vincoli; lo sforzo è consistito in viaggi ripetuti, nel ricorso a stati di trance attraverso la musica, nell’alterazione del ciclo sonno-veglia, in esercizi di meditazione auto-inventati; la sostanza è stata una combinazione di alcool e marijuana, con conseguente accelerazione del pensiero e con stati di obnubilamento; questi ultimi fenomeni, a loro volta, hanno alimentato la disattenzione, il cui sviluppo sembra però essere stato reso possibile soprattutto dal rivolgersi a teorie spiritualistiche. Il modello medico classico considera la persona che sviluppa una psicosi come vittima indifesa, impigliata in un incrocio trasversale di forze patologiche (vulnerabilità genetica ed endofenotipica; situazioni familiari e ambientali), e non piuttosto come un soggetto che partecipa attivamente all’insorgenza del disturbo. Noi invece concepiamo la persona come un agente che crea attivamente le cause e le condizioni che conducono allo sviluppo della psicosi. Ne deriva anche, ovviamente, che solo la persona può essere l’agente che promuove attivamente la propria guarigione. Naturalmente, anche la famiglia è un elemento cruciale nella fase del recupero, tuttavia non tanto perché abbia ‘responsabilità’ o ‘colpe’. D’altronde, i dilemmi sollevati dall’esordio psicotico sono i più classici. Il paziente è una ‘vittima’ priva di responsabilità quanto alla sua malattia, e perciò dovremmo offrirgli solo comprensione e terapie? Oppure il suo è il comportamento problematico di un adolescente, di un giovane ribelle, di modo che è lui a dover essere considerato il principale responsabile della patologia? Nell’approccio Windhorse accettiamo una tale ambiguità sapendo che entrambi gli aspetti 2:2005; 99-114 Qualunque sia la fase di sviluppo al momento in cui si manifesta la psicosi, quella fase rappresenta il contesto critico del disturbo. La sindrome schizofrenica ha spesso inizio in età adolescenziale. L’adolescenza, come è noto, si configura come un periodo di cambiamento talvolta turbolento, una fase di transizione dall’infanzia all’età adulta. È quindi fondamentale porre attenzione ai casi in cui la trasformazione adolescenziale assume una qualità negativa. Da questo punto di vista, molti micro-segnali, pur se devono essere considerati comunque aspecifici, sono già un fondamentale campanello di allarme che deve consigliare il ricorso non ad approcci teorico-clinici molto strutturati, bensì flessibili e basati sul sostegno e sull’ascolto (5). Infatti, un atteggiamento di questo genere sembra poter garantire una posizione di osservazione e di attesa, ma anche di calma e di affidabilità, che di per sé già produce un effetto terapeutico. Riteniamo inoltre che questo stesso approccio sia il migliore anche di fronte alle riacutizzazioni di psicosi stabilizzate, poiché in occasione di ogni crisi si ha comunque un ritorno ai primi stadi del disturbo, un vero ‘ritorno agli inizi’. In questa prospettiva, la tecnica dell’assistenza di base (basic attendance) si configura come una sorta di ‘intervento non interventista’, o meglio come un intervento che utilizza, al di là della modalità impiegata – psicofarmaci, psicoterapia, e via dicendo – un atteggiamento e un contesto interumani che interagiscono con il paziente sulla base di intuizioni flessibili e affidabili. NÓOς CONCLUSIONI ESORDI PSICOTICI (PARTE II) del dilemma possono essere veri in momenti diversi. Per noi il fattore cruciale è la creazione, costantemente flessibile, di un contesto umano in grado di offrire risposte intuitive basate su un atteggiamento affidabile e calmo11. Traduzione dall’inglese: Dott. Marco Alessandrini (versione iniziale: D.ssa Federica Cerasa) Note (1) (N.d.C.) Il dott. Podvoll, a cui l’autore si riferisce ripetutamente, è deceduto improvvisamente negli ultimi giorni del 2003. (2) Il termine ‘psicoterapia contemplativa’ (contemplative psychotherapy) si riferisce a una particolare qualità di trattamento che risulta dall’abbinare l’abituale prassi interpersonale della psicoterapia con l’esercizio di chi lavora su di sé tramite tecniche di meditazione. Ne risulta il tentativo, da parte del terapeuta, di applicare alla situazione clinica l’esercizio meditativo della consapevolezza del Sé. In particolare, tra i primi psicologi occidentali ad aver parlato del collegamento fra la riflessione personale e quella interpersonale deve essere annoverato William James. Egli scrive: “La facoltà di riportare continuamente sul suo oggetto l’attenzione che divaga è la radice stessa del giudizio, del carattere e della volontà. Nessuno è compos sui se ne è privo. L’educazione che riuscisse a migliorarla sarebbe un’educazione par excellence. Ma è più facile definire questo ideale che dare una direttiva pratica che consenta di attuarlo’18. Commenta Podvoll: “L’abbinamento di questi due generi di approccio rivela il ruolo centrale svolto dai processi dell’Io nel costituirsi delle nevrosi e delle psicosi. Questo concetto di Io, così diverso dalla nozione di ‘Io’ (Ego) che domina nella psicologia convenzionale, ha contri113 NÓOς 114 UNA RIFLESSIONE WINDHORSE SULL’ESORDIO DELLA PSICOSI E SULLA SUA CURA J. M. FORTUNA buito alla scoperta di molte efficaci tecniche di cura. Sebbene questi tentativi clinici siano peculiari della psicologia buddhista, si sono sviluppati anche in altre tradizioni contemplative, sia religiose (cristiana, giudaica, indù), sia secolari”19. (3) (N.d.C.) Il termine Windhorse è l’insieme dei due termini wind, ‘vento’, e horse, ‘cavallo’. (4) (N.d.C.) Il termine speech può essere tradotto anche con ‘eloquio’. (5) Un punto di riferimento, da questo punto di vista, è l’atteggiamento proposto da Harold Searles20. Egli è stato il primo terapeuta personale, e anche il docente, di Edward Podvoll, cofondatore di Windhorse. Bibliografia 1. Podvoll E. The History of sanity in contemplative psychotherapy. Naropa Institute Journal of Psychology 1983; vol. II (ora in: Podvoll 2003). 2. Podvoll E. Protecting recovery from psychosis in home environments. Naropa Institute Journal of Psychology 1985; vol. III. 3. Fortuna J. Therapeutic households. Journal of Contemplative Psychotherapy 1987; vol. IV. Ora in: Barker P, Stevenson C, eds. The construction of power and authority in psychiatry. Oxford: Butterworth-Heinemann; 2000. 4. Fortuna J. The Windhorse Program for recovery. In: Warner R, ed. Alternatives to the hospital for acute psychiatric treatment. Washington, DC: American Psychiatric Press; 1995. 5. Packard C. Windhorse Guide for Families. In: www.WindhorseAssociates.org 6. Stark D. Sanity Recovered. In: Newton NA, Sprengle K, eds. Psychosocial interventions in the home: Housecalls. 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