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Rivista Internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione Romana
Anno XIII - 2014 - Quaderno N. 12 - Nuova Serie - ISSN 1825-0300
DIRETTORE: Francesco Sini
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IL QUADERNO N. 12 [2014]
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Diritto@Storia n. 12 - Redazione
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Quaderno edito con il contributo di:
Dipartimento di Giurisprudenza
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Reg Trib. di Sassari N. 217 del 3-2-2004
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Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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FRANCESCO SINI
Università di Sassari
Qualificazione/riqualificazione
religiosa del tempo nei
documenti dei sacerdoti in
Roma repubblicana
SOMMARIO: 1. Premessa («Idem nefastos
dies fastosque fecit»: tempo e regalità). – 2. Emersione della
struttura
del
documentaria.
sacerdozio
–
3.
pontificale
Pontefici
e
e
della
sua
tradizione
qualificazione/riqualificazione
religiosa del tempo in età repubblicana. – 4. Determinazione del
“tempo degli dèi” nell’interpretatio dei sacerdoti romani. – 5.
Evidenze testuali dai documenti sacerdotali: decreta pontificum
(alcuni esempi). – 6 Continuità della tradizione documentaria
sacerdotale: da libri e commentarii arcaici agli archivi tardorepubblicani. – 7. Considerazioni conclusive. – Abstract.
1. – Premessa («Idem nefastos dies fastosque fecit»:
tempo e regalità)
Nella
tradizione
documentaria
sacerdotale
la
misurazione del tempo, o per meglio dire – parafrasando il
sottotitolo («Die Geschichte der Repräsentation und
religiösen Qualifikation von Zeit in Rom») del volume che
Jörg Rüpke, quasi vent’anni orsono, ha dedicato al
calendario romano[1] – la qualificazione del tempo dal punto
di vista religioso, si presenta sempre come tipica prerogativa
dei sacerdotes; quindi anzitutto dei reges, a cominciare dallo
stesso fondatore della Urbs Roma, il re Romolo[2]:
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Macrobius Sat. 1.12.3: Non igitur mirum in hac
varietate Romanos quoque olim auctore Romulo
annum suum decem habuisse mensibus ordinatum:
qui annus incipiebat a Martio et conficiebatur diebus
trecentis quattuor, ut sex quidem menses, id est
Aprilis
Iunius
Sextilis
September
November
December, tricenum essent dierum, quattuor vero,
Martius Maius Quintilis October, tricenis et singulis
expedirentur, qui hodieque septimanas habent nonas,
ceteri quintanas[3].
Nella narrazione liviana degli initia urbis[4], il secondo
re di Roma, il sabino Numa Pompilio[5], è rappresentato
come colui che, dopo aver ristrutturato il calendario annuale,
per primo diede forma alla qualificazione dei giorni del mese
dal punto di vista religioso (Idem nefastos dies fastosque
fecit); la cui osservanza, obbligatoria da parte dei cittadini
romani, ascrisse fra gli “officia” dei sacerdotes pontifices[6].
Livius 1.19.6-7: Atque omnium primum ad
cursus lunae in duodecim menses discribit annum;
quem quia tricenos dies singulis mensibus luna non
explet, desuntque *** dies solido anno qui solstitiali
circumagitur
orbe,
intercalariis
mensibus
interponendis ita dispensavit, ut vicesimo anno ad
metam eandem solis unde orsi essent, plenis omnium
annorum spatiis, dies congruerent. Idem nefastos dies
fastosque fecit, quia aliquando nihil cum populo agi
utile futurum erat[7].
2. – Emersione della struttura del sacerdozio
pontificale e della sua tradizione documentaria
La centralità del tempo (o più concretamente dei
giorni e delle stagioni) nelle pratiche cultuali dell’antica
religione romana[8], finalizzate sempre alla conservazione
della pax deorum[9], risulta invero assai evidente da un
altro importante testo di Tito Livio, attinente anch’esso alla
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riforma religiosa di Numa Pompilio[10]: si tratta del
notissimo capitolo 20 del libro primo, che appare ricalcato,
quasi per certo, su un documento di autentica derivazione
sacerdotale, come è stato da altri autorevolmente
dimostrato[11] e come anch’io ho avuto modo di discutere
nel mio libro Documenti sacerdotali di Roma antica[12].
Livius 1.20.5-7: (Numa) Pontificem deinde
Numam Marcium Marci filium ex patribus legit eique
sacra omnia exscripta exsignataque attribuit, quibus
hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent,
atque unde in eos sumptus pecunia erogaretur.
Cetera quoque omnia publica privataque sacra
pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum
plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios
ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur; nec
celestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria
placandosque manes ut idem pontifex edoceret,
quaeque prodigia fulminibus aliove, quo visu missa
susciperentur atque curarentur[13].
Tito Livio trascrive, dunque, l’elenco delle materie di
competenza dei pontefici, quale risultava dagli antichissimi
sacra omnia exscripta exsignataque di Numa Pompilio,
istitutivi del sacerdozio pontificale. Dalla lettura del passo si
ricava quest’ordine di materie: hostiae, dies, templa,
pecunia, cetera sacra, funebria, prodigia. Quanto al rapporto
tra i sacra omnia exscripta exsignataque di Numa Pompilio e
i più antichi libri dei pontefici, non posso che riassumere il
convincimento maturato in un precedente lavoro[14]: nelle
fonti antiche la compilazione dei “primi” libri sacerdotali si
presenta strettamente connessa con l’organizzazione
religiosa voluta dal re Numa Pompilio[15]; anzi, tale
compilazione deve essere considerata, anche materialmente,
opera dello stesso re[16].
La stessa riforma religiosa di Numa Pompilio ha
imposto l’esigenza di testi scritti, senza il cui ausilio doveva
essere quasi impossibile osservare la complessità dei sacra e
delle caerimoniae e la minuziosa regolamentazione dei
sacrifici, testimoniate a proposito della religiosità di
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quell'epoca. Di alcune delle prescrizioni rituali pompiliane
abbiamo notizia nella ‘vita di Numa’ dello storico di lingua
greca Plutarco di Cheronea[17]: esse riguardavano l’obbligo
di sacrificare un numero dispari di vittime agli dèi celesti ed
un numero pari a quelli inferi[18]; il divieto di libare agli dèi
con vino[19]; il divieto di sacrificare senza farina[20]; la
necessità di pregare e adorare la divinità compiendo un giro
su sé stessi[21]. Apprendiamo inoltre, da una testimonianza
dello scrittore cristiano Arnobio, che gli antichi attribuivano a
Numa Pompilio anche la composizione degli indigitamenta
[22]: appellativi rituali delle divinità (nomina deorum et
rationes ipsorum nominum)[23], raccolti in seguito dai
sacerdoti in libris pontificalibus[24].
Alla luce di quanto si è detto, nel passo di Tito Livio
deve considerarsi particolarmente affidabile l’elenco, o per
meglio dire l’ordine-gerarchia, delle materie di competenza
dei pontefici (quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa
sacra fierent, atque unde in eos sumptus pecunia
erogaretur), poiché esso ricalcava l’ordine degli antichissimi
sacra omnia exscripta exsignataque istitutivi del sacerdozio
pontificale[25], ritenuti dalla tradizione annalistica opera
dello stesso re Numa Pompilio. Infine, non va dimenticato
che secondo la tradizione antiquaria (Varrone) questi libri
Numae avevano costituito il nucleo primitivo dei libri
pontificum[26].
Peraltro, le potenzialità classificatorie e sistematiche
insite nel testo liviano non sono sfuggite alla parte più
avvertita della dottrina contemporanea, al cui interno
coesistono però posizioni assai diversificate. Alcuni studiosi
ritengono, infatti, determinante la tripartizione: quibus
hostiis, quibus diebus, ad quae templa (così, ad esempio,
Auguste Bouché-Leclercq: «La meilleure analyse des livres
liturgiques serait donc l’étude complète du culte romain.
Mais notre plan est plus restreint. Oublions pour un moment
la variété des divers actes religieux, consécrations, voeux,
expiations… etc., dont nous aurons occasion de parler au
chapitre suivant, et bornons-nous à remplir avec quelques
rares débris de textes mutilés le cadre indiqué par Tite-Live:
quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra
fierent»[27]). Altri invece, come lo storico della religione
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romana Nicola Turchi, propongono una divisione della
materia in cinque parti[28]. Altri ancora – è il caso del
linguista Emilio Peruzzi – ritengono di poter individuare
anche il contenuto, o almeno l’ordine di disposizione della
materia, dei primitivi libri pontificum, proprio sulla base di
Tito Livio 1.20.5-7, «da cui traspare che la copia consegnata
al pontefice era divisa in sette capitoli»[29].
La tradizione documentaria sacerdotale fa risalire,
dunque, le competenze dei pontefici nella qualificazione
religiosa (e quindi giuridica e politica) del tempo all’epoca
immemorabile dell’origine delle istituzioni religiose romane,
rappresentata appunto dall’età di Numa Pompilio. Tali
competenze si sostanziavano, da un punto di vista tecnico,
nel registrare le lunazioni e nell’ordinare le intercalazioni;
ma in tal modo i pontefici divennero – per usare le parole
del Sabbatucci – «i depositari della sapienza religiosa
romana, della normativa (sacrale e giuridica) che ne
derivava e che permetteva loro di dare un ordine persino al
corso degli eventi. In quest'ultima funzione essi registravano
gli avvenimenti e le magistrature di ciascun anno, e
compilavano il calendario festivo»[30].
3. – Pontefici e qualificazione/riqualificazione
religiosa del tempo in età repubblicana
Nella prospettiva religiosa e giuridica dei pontefici
romani[31], la definizione annuale del calendario[32] non
aveva come scopo principale quello di far conoscere ai
cittadini la successione delle stagioni o l’epoca dell’annuale
ripetersi del loro ciclo. Si trattava piuttosto – come era stato
acutamente osservato dal grande storico francese Auguste
Bouché-Leclercq, nel suo libro Les pontifes de l’ancienne
Rome (Paris 1871) – di “calendarizzare” i doveri religiosi a
cui i cittadini romani dovevano necessariamente attenersi
nei giorni stabiliti: «C’était le tableau des fêtes ordinaires et
extraordinaires, fixes ou mobiles, qui imposaient à l’État et
aux particuliers le chômage exigé par la théologie
pontificale. Le calendrier, ainsi conçu, ne pouvait être réglé
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que par le collège de Pontifes et échappait par sa nature à
tout autre contrôle»[33].
Per tutta l’età repubblicana, la qualificazione religiosa
e civile del ciclo annuale, attraverso la formulazione del
calendario, restò competenza esclusiva del collegio dei
pontefici[34]; per quanto non siano mancati tentativi di
limitare questo potere, a causa delle conseguenze politiche
insite nelle intercalazioni (con le quali si allungava o si
accorciava il corso dell’anno, ma anche la durata in carica
dei magistrati).
Così nel 46 a.C., quando Giulio Cesare, («Conversus
hinc ad ordinandum rei publicae statum, fastos correxit –
come si legge in Svetonio[35] – poiché il calendario era
ormai già da gran tempo talmente scompigliato per colpa dei
pontefici col loro abuso dei giorni intercalari, che né le feste
delle messi coincidevano più con l’estate né quelle della
vendemmia
con
l’autunno»)
volle
procedere
alla
fondamentale riforma del calendario romano[36], operò
avvalendosi della sua qualifica di pontifex maximus,
piuttosto che del suo potere di dictator[37].
Uno dei doveri religiosi osservato maggiormente dal
Popolo Romano era il rispetto del tempo degli dèi, i dies festi
o feriae; per lo ius sacrum (e per lo ius publicum), da tale
scrupolosa osservanza dipendeva la conservazione della pax
deorum[38]. I dies festi erano, come apprendiamo da
Macrobio, interamente dedicati agli dèi (Festi dis dicati
sunt): si trattava, dunque, di giorni in cui i cittadini romani
dovevano praticare la devozione verso le divinità e celebrare
riti e sacrifici in loro onore[39]; giorni inibiti alle altre attività
umane, per essere dedicati all’esclusivo esercizio della
religione:
Macrobius Sat. 1.16.2-3: Numa ut in menses
annum, ita in dies mensem quemque distribuit,
diesque omnes aut festos aut profestos aut intercisos
vocavit. Festi dis dicati sunt, profesti hominibus ob
administrandum rem privatam publicamque concessi,
intercisi deorum hominumque communes sunt. Festis
insunt sacrificia epulae ludi feriae.
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Questo carattere obbligatorio del rispetto delle feriae
aveva senza dubbio anche una fortissima valenza giuridica;
che troviamo sottesa nel linguaggio tecnico-giuridico
utilizzato dal Servius auctus per definire, appunto,
l’obbligatorietà del rispetto delle feriae, nel commento al
verso 268 del primo libro delle Georgiche, in un contesto che
sembra estrapolato, quanto meno, da un trattato di ius
pontificium di eccellente fattura:
Servius auctus in Verg. Georg. 1.268: Sunt
enim aliqua, quae si festis diebus fiant, ferias
polluant: quapropter et pontifices sacrificaturi
praemittere calatores suos solent, ut, sicubi viderint
opifices adsidentes opus suum, prohibeant, ne pro
negotio suo et ipsorum oculos et caerimonias deum
attaminent: feriae enim operae deorum creditae sunt.
Sane feriis terram ferro tangi nefas est, quia feriae
deorum causa instituuntur, festi dies hominum
quoque.
Il commentatore di Virgilio scrive che le feriae sono da
considerarsi a tutti gli effetti come delle operae dovute agli
dèi (Feriae enim operae deorum creditae sunt); e spiega il
nefas che inibisce i lavori agricoli durante le feriae (feriis
terram ferro tangi nefas est), in ragione del fatto che «feriae
deorum causa instituuntur».
Orbene, proprio nel ricorso alla nozione di opera, mi
pare possa cogliersi il preciso senso giuridico degli obblighi
gravanti sugli uomini per il rispetto del tempo delle feriae.
Tuttavia non credo di poter condividere, al riguardo, la tesi
formulata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso
dallo studioso francese Pierre Braun, in un saggio dedicato ai
“Tabous des «feriae»”[40]. Basandosi sul passo appena
discusso, il Braun aveva sostenuto che i divieti imposti nelle
feriae determinerebbero l’instaurarsi di una relazione tra
uomini e divinità del tutto simile «à celle de l’affranchi et de
son patron»:
«Ce caractère obligatoire du respect des feriae
avait une valeur juridique à laquelle les romanistes ne
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se sont guère intéressés; les feriae étaient, en effet,
des operae dues aux dieux: Feriae … operae deorum
creditae sunt, affirme Deutero-Servius. On pourrait
évidemment considérer que operae signifie ici journée
de travail. Mais le texte du commentateur de Virgile
est bien plus précis; il s’agit d’operae au sens
juridique. Nous sommes en présence d’une relation
entre les dieux et l’homme semblable à celle de
l’affranchi et de son patron. Le parallélisme du
concept d’operae dans les deux cas est frappant; le
devoir de l’homme envers les dieux rappelle la notion
de l’obsequium […] L’homme doit se tenir à la
disposition des dieux comme l’affranchi est obligé
d’être au service de son ancien maître. Le pouvoir du
patron sur l’affranchi va jusqu’au droit de vie et de
mort; il est évident que les dieux ont un pourvoir
semblable sur les hommes. Cette soumission se
matérialise
dans
l’officium
qui
signifie
étymologiquement la prestation de services ou
l’exécution d’une tâche. Le terme operae désigne ces
services; mais, alors que l’affranchi est tenu à une
action positive, le devoir de l’homme envers les dieux
est de s’abstenir des activités interdites»[41].
Per quanto – come lo stesso autore non manca di
riconoscere – nel compiere le operae dovute al patrono, il
liberto fosse tenuto ad un operare in positivo; mentre il
dovere dell’uomo verso gli dèi si connotava in senso
essenzialmente negativo: gli era richiesto, infatti, di
astenersi da tutte quelle attività, per le quali la
“sapientia”[42] dei sacerdoti romani prescriveva l’assoluto
divieto.
Su questi divieti, i pontefici avevano elaborato
stringenti
regole
di
comportamento[43],
di
cui
tramandavano la memoria e la dottrina nei libri del collegio;
come attesta ancora una volta Servio Danielino nel suo
commento al verso 270 del primo libro delle Georgiche
virgiliane.
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Servius auctus in Verg. Georg. 1.270: Sed qui
disciplinas pontificum interius agnoverunt, ea die festo
sine piaculo dicunt posse fieri, quae supra terra sunt,
vel quae omissa nocent, vel quae ad honorem deorum
pertinent, et quidquid fieri sine institutione novi operis
potest: ut rivorum inductionem sic accipimus, per
fossam vel pratum purgatum deducere, id est
emittere, quoniam cautum in libris sacris est feriis
denucalibus aquam in pratum ducere nisi legitimam
non licet, ceteris feriis omnes aquas licet deducere.
Ergo hic, ut aliquibus videtur, ‘deducere’ purgare est,
et sordes emittere, quae praecludant aquam, ideo
quia a pontificibus, ut novum fieri non permittitur
feriis, ita vetus purgeri permittitur. Alii hoc secundum
augurale ius dictum tradunt, quod etiam in bello
observetur, ne novum negotium incipiatur. Ergo ‘rivos
deducere’ non est novum negotium, et potest hoc ad
illud referri quique paludis collectum umorem bibula
deducit harena. Sane quae feriae a quo genere
hominum vel quibus diebus observentur, vel quae
festis diebus fieri permissa sint, siquis scire desiderat,
libros pontificales legat[44].
Ma sulla materia permanevano zone d’ombra e molti
erano gli scrupoli religiosi che richiedevano il costante
conforto degli esperti. Vi era, ad esempio, una grande
incertezza sulle opere agricole consentite durante i dies
festi: tema, peraltro, molto battuto dagli scrittori di
agricultura. Ne aveva discusso Catone il Censore
Per ferias potuisse fossas veteres tergeri, viam
publicam muniri, vepres recidi, hortum fodiri, pratum
purgari, virgas vinciri, spinas eruncari, expinsi far,
munditias fieri[45];
poi Virgilio vi aveva dedicato alcuni memorabili versi
Quippe etiam festis quaedam exercere diebus
fas et iura sinunt: rivos deducere nulla
religio vetuit, segeti praetendere saepem,
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insidias avibus moliri, incendere vepres
balantumque gregem fluvio mersere salubri
[46];
infine, ne avrebbe trattato ancora Columella[47]. Senza
tuttavia pervenire ad una identità di vedute; per quanto,
ormai, le prescrizioni pontificali dovessero essere improntate
ad una pratica assai permissiva, almeno fin dall’età di Quinto
Mucio Scevola[48]. Insegnava, infatti, il grande giurista e
pontefice massimo che durante le ferie poteva essere
portato a compimento tutto ciò quod praetermissum
noceret:
Macrobius Sat. 1.16.9-11: Adfirmabant autem
sacerdotes pollui ferias si indictis conceptisque opus
aliquod fieret. Praeterea regem sacrorum flaminesque
non licebat videre feriis opus fiere, et ideo per
praeconem denuntiabant ne quid tale ageretur: et
praecepti neglegens multabatur. Praeter multam vero
adfirmabatur eum qui talibus diebus imprudens aliquid
egisset porco piaculum dare debere. Prudentem
expiare non posse Scaevola pontifex adseverabat, sed
Umbro negat eum pollui qui opus vel ad deos
pentinens sacrorumve causa fecisset, vel aliquid ad
urgentem vitae utilitatem respiciens actitasset.
Scaevola denique consultus, quid feriis agi liceret,
respondit: quod praetermissum noceret. Quapropter,
si bos in specum decidisset eumque pater familias
adhibitis operis liberasset, non est visus ferias
polluisse; nec ille qui trabem tecti fractam fulciendo
ab imminenti vindicavit ruina[49].
Tuttavia, lo stesso Quinto Mucio era piuttosto rigoroso
nell’escludere la possibilità di espiare le violazioni volontarie
del “tempo degli dèi”:
Varro De ling. Lat. 6.30: Contrarii horum
vocantur dies nefasti, per quos dies nefas fari
praetorem ‘do, dico, addico’; itaque non potest agi:
necesse est aliquo <eorum> uti verbo, cum lege
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qui<d> peragitur. Quod si tum imprudens id verbum
emisit ac quem manumisit, ille nihilo minus est liber,
sed vitio, ut magistratus vitio creatus nihilo setius
magistratus. Praetorqui tum fa[c]tus est, si imprudens
fecit, piaculari hostia facta piatur; si prudens dixit,
Quintus Mucius a[b]i[g]ebat eum expiari ut impium
non posse[50].
Riferisce Varrone che il pontefice massimo Quinto
Mucio Scevola, a proposito della violazione da parte del
pretore dei dies nefasti, per quos dies nefas fari praetorem
‘do, dico, addico’, distingueva nettamente la posizione di chi
avesse violato il nefas fari involontariamente (imprudens), il
quale poteva espiare con un sacrificio, da quella di chi a tale
obbligo era venuto meno volontariamente (prudens): in
questo ultimo caso non vi era, invece, possibilità di
espiazione (si prudens dixit, Quintus Mucius aiebat eum
expiari ut impium non posse)[51].
4. – Determinazione del “tempo degli dèi”
nell’interpretatio dei sacerdoti romani
L’interpretatio (dispositiva, precettiva o rispondente)
dei pontefici, e degli altri sacerdoti, risultava massimamente
finalizzata a preservare nel tempo la pax deorum, che si
consolidava soprattutto attraverso il rispetto più rigoroso
delle prescrizioni cultuali previste nei giorni riservati agli dèi.
Era altresì necessaria da parte dei sacerdoti un’intensa
attività cautelare, in rapporto al tempo e alla natura, al fine
di evitare, prevenire o rimuovere, ogni accadimento
suscettibile di innescare il verificarsi del nefas[52] (che
l'opera della natura o l'azione degli uomini tendevano
sempre a provocare), con la sua dirompente turbativa dei
rapporti tra uomini e divinità. Ma la scienza sacerdotale,
proprio mediante la riqualificazione religiosa a favore degli
dèi di quote del tempo profano, che in tal modo diventavano
giorni di ferie e di preghiera per tutta la comunità, si
mostrava quasi sempre in grado di exposcere pacem deum
[53] nella maniera più efficace:
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Livius 3.5.14: Caelum visum est ardere plurimo
igni. Ut Romam reditum est, iustitium remissum est;
caelum visum est ardere plurimo igni, portentaque
alia aut obversata oculis aut vanas exterritis
ostentavere species. His avertendis terroribus in
triduum feriae indictae, per quas omnia delubra
pacem deum exposcentium virorum mulierumque
turba implebantur[54].
In azioni rituali, simili a questa descritta da Tito Livio
nel passo appena citato, si concretizzava la più antica
“teologia” sacerdotale, la quale, già in epoca risalente,
aveva fissato un legame indissolubile tra la vita del popolo
romano e la sua religio[55], al punto da finalizzarne tutta
l'attività al conseguimento (e conservazione) della "pace con
gli dèi": cioè al permanere di una situazione di amicizia nei
rapporti tra uomini e divinità:
«La conception – d’ordre philosophique – du
monde romain est celle d’un ensemble de rapports ou
de forces en équilibre: toute action humaine affecte
par définition cette harmonie naturelle et trouble
l’ordre voulu par les dieux. D’où la nécessité, avant
(ou, au pire, après) toute action, de se concilier
l’accord des dieux témoignant leur adhésion. La paix
universelle est alors sauvegardée. La religion consiste
ainsi à rester en bons rapports avec les dieux, pour
les avoir avec soi»[56].
In tale prospettiva si spiega, tra l’altro, la valenza
religiosa dell'attività "storiografica" del collegio dei pontefici
[57]; ciò era infatti dovuto alla necessità di documentare
fenomeni naturali e avvenimenti umani suscettibili, per il
loro carattere inusuale (o potremo anche dire innaturali), di
turbare la pax deorum[58]. Si trattava, quindi, di conoscere
e memorizzare i rimedi rituali posti in essere per espiare e
da riproporre tutte le volte che fenomeni simili si fossero
manifestati; per evitare il protrarsi nel tempo delle
gravissime conseguenze negative per la vita comunitaria.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Si possono ben comprendere le ragioni profonde
dell’interpretatio
sacerdotale,
che
teorizzava
la
conservazione della pax deorum, in quanto fondamento
teologico di tutti i riti, l’elemento basilare del sistema
giuridico-religioso romano. Nella comunità romana arcaica e
repubblicana, dunque, la sapientia (teologica e giuridica) dei
sacerdoti rivolgeva le sue prime e maggiori cautele alla
definizione del ne-fas; con lo scopo di preservare appunto la
pax deorum, che riposava sulla perfetta conoscenza di tutto
ciò che potesse turbarla; degli atti che mai dovevano essere
compiuti; delle parole che mai dovevano essere pronunciate.
Insomma, proprio nell'antitesi fas / nefas, fondata in
particolar modo sul sentimento che spazio e tempo
appartenessero agli dèi, si manifestava compiutamente la
peculiarità dei rapporti tra uomini e divinità nel sistema
giuridico-religioso romano: in un sistema, cioè, in cui la
distinzione tra "divino" e "umano" rappresentava – per dirla
con l’Orestano – «la più antica concezione romana del
mondo»[59]. Nel dinamismo dei rapporti spazio / tempo /
dèi / uomini, si fondavano – e continuamente si
rigeneravano – sia la cautela definitoria degli spazi terrestri
propria della scienza sacerdotale romana (vedi gli agrorum
genera della disciplina augurale)[60]; sia la propensione
universalistica verso tutti gli dèi della “teologia” pontificale
[61].
5. – Evidenze testuali dai documenti sacerdotali:
decreta pontificum (alcuni esempi)
Conviene a questo punto calarci nel concreto dei
documenti sacerdotali, per cercare ulteriori evidenze testuali
sulla base di frammenti provenienti da tali documenti (o ad
essi a vario titolo riconducibili). Mi limiterò, quindi, a
saggiare le potenzialità di una ricerca su questo tipo di
materiali: segnalando soltanto alcuni, fra i più significativi, di
quelli che potremmo definire fragmenta ad ferias universas
spectantia; con esplicito riferimento alla terminologia
suggestivamente varroniana proposta alla fine degli anni
settanta dell’Ottocento da Paul Preibisch[62].
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Tra i frammenti, che attengono a qualificazioni
temporali di prescrizioni del culto o di cerimonie religiose
operate dal collegio dei pontefici, ho privilegiato gli
interventi autoritativi (decreta e responsa)[63] resi
dall’intero collegio o da singoli sacerdoti, anche perché in
questi casi di citazioni testuali appare meno controversa
l’attribuzione agli archivi sacerdotali[64].
1
[Gellius Noct. Att. 2.28.2-3]
Propterea veteres Romani cum in omnibus aliis
vitae officiis tum in consuetudinis religionibus atque in
dis
immortalibus
animadvertendis
castissimi
cautissimique,
ubi
terram
movisse
senserant
nuntiatumve erat, ferias eius rei causa edicto
imperabant, sed dei nomen, ita uti solet, cui servari
ferias oporteret, statuere et edicere quiescebant, ne
alium pro alio nominando falsa religione populum
alligarent. Eas ferias si quis polluisset piaculoque ob
hanc rem opus esset, hostiam «si deo, si deae»
immolabant, idque ita ex decreto pontificum
observatum esse M. Varro dicit, quoniam et qua vi et
per quem deorum dearumve terra tremaret incertum
esset[65].
Nel testo, Aulo Gellio trascrive un passo delle
Antiquitates rerum divinarum di Varrone [Cardauns, fr. 78],
in cui in grande antiquario citava un decreto dei pontefici:
nel testo varroniano si affrontava, con riguardo al terremoto,
il complesso rapporto tra il verificarsi dell’evento naturale
inusitato e la necessaria riqualificazione del tempo operata
dai sacerdotes mediante ricorso alle feriae. Il grande
antiquario spiegava che i sacerdoti romani, quando avevano
notizia di terremoti, ordinavano le ferie in rapporto a tale
fenomeno, evitando tuttavia di «statuere et edicere», come
il costume religioso avrebbe richiesto, il nome della divinità
a cui le feriae erano dedicate: affinché il popolo non
rischiasse di vincolarsi «alium pro alio nominando falsa
religione», cioè rivolgendosi ad un dio in luogo di un altro
[66].
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
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Poiché era dunque impossibile accertare «per quale
impulso la terra tremasse e per opera di quale dio o dea»,
nel caso qualcuno avesse profanato quelle ferie e per questo
motivo occorresse un'espiazione, i pontefici, con la cautela
propria della loro sapienza, avevano decretato che si
immolasse
la
vittima
sacrificale
con
la
formula
onnicomprensiva «si deo si dea» («al dio se è un dio, alla
dea se è una dea»)[67].
2
[Gellius Noct. Att. 4.6.9-10]
Sed porcam et hostias quasdam ‘praecidaneas’,
sicuti dixi, appellari volgo notum est, ferias
‘praecidaneas’ dici id, opinor, a volgo remotum est.
Propterea verba Atei Capitonis ex quinto librorum,
quos de pontificio iure composuit, scripsi: ‘Tib.
Coruncanio pontifici maximo feriae praecidaneae in
atrum diem inauguratae sunt. Collegium decrevit
non habendum religioni, quin eo die feriae
praecidaneae essent’[68].
Anche il secondo frammento, di cui mi pare
indiscutibile la buona qualità del testo, riferisce di un decreto
dei sacerdotes pontifices. Dopo aver esposto il significato
delle praecidaneae hostiae e della porca praecidanea, Aulo
Gellio, per spiegare che cosa siano le feriae praecidaneae,
ha trascritto un brano del libro V de iure pontificio di Ateio
Capitone[69]. Il giurista augusteo discuteva un caso assai
curioso di feriae praecidaneae, che risaliva all’attività
pontificale
di
Tiberio
Coruncanio[70];
annotando
testualmente un decreto del collegio dei pontefici che aveva
sancito la validità rituale di certe feriae praecidaneae in
atrum diem inauguratae dal pontefice massimo Tiberio
Coruncanio[71].
Le fonti non consentono certezze circa la natura di
queste feriae, per cui la dottrina mostra di avere posizioni
abbastanza diversificate[72]. Non risulta invero facile
individuare la ratio di un simile decreto, poiché è noto che la
scienza pontificale, di norma, considerava i dies atri «neque
proeliares neque puri neque comitiales»[73]. Si potrebbe
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ipotizzare che l’interpretatio pontificum, al fine di
salvaguardare l’operato di Coruncanio, abbia assimilato
questa sua azione agli atti di culto compiuti irritualmente
dall’insciens o dall’imprudens, di cui il diritto pontificale
considerava validi gli effetti anche in presenza di vizi[74].
3
[Gellius Noct. Att. 5.17.2]
‘Urbe’ inquit ‘a Gallis Senonibus recuperata L.
Atilius in senatu verba fecit Q. Sulpicium tribunum
militum ad Alliam adversus Gallos pugnaturum rem
divinam dimicandi gratia postridie Idus fecisse; tum
exercitum populi Romani occidione occisum et post
diem tertium eius diei urbem praeter Capitolium
captam esse; compluresque alii senatores recordari
sese dixerunt, quotiens belli gerendi gratia res divina
postridie Kalendas, Nonas, Idus a magistratu populi
Romani facta esset, eius belli proximo deinceps
proelio rem publicam male gestam esse. Tum senatus
eam rem ad pontificem reiecit, ut ipsi, quod videretur,
statuerent. Pontifices decreverunt ‘nullum his
diebus sacrificium recte futurum’[75].
4
[Macrobius Sat. 1.16.24]
Tunc patres iussisse ut ad collegium pontificum
de
his
religionibus
referretur;
pontificesque
statuisse postridie omnes Kalendas, Nonas, Idus
atros dies habendos, ut hi dies neque proeliares
neque puri neque comitialis essent[76].
Il terzo e il quarto frammento trattano dello stesso
decreto dei pontefici, il cui contenuto è riferito testualmente
sia da Aulo Gellio, sia da Macrobio. Aulo Gellio [Noct. Att.
5.17.1-2] questa volta trascrive un lungo brano del de
verborum significatu di Verrio Flacco: nel quarto libro di
quella sua opera il grande esperto di fasti spiegava che i
giorni successivi alle calende, alle none, alle idi
(erroneamente chiamati «nefasti» nel linguaggio corrente),
erano invece più correttamente qualificati come «atri»; tali
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erano stati dichiarati dal collegio dei pontefici, per
neutralizzare il ripetersi di eventi sfavorevoli alla vita del
popolo romano: «tutte le volte che un magistrato del popolo
romano, in funzione di eventi bellici, aveva fatto il sacrificio
all'indomani delle calende, delle none, delle idi, il
combattimento svoltosi subito dopo in quella guerra s'era
risolto in un danno per la res publica». Investiti dal Senato
perché provvedessero a sanare una simile anomalia nel
rapporto con gli dèi, i pontefici decretarono che in tali giorni
non sarebbe stato più corretto fare sacrifici «nullum his
diebus sacrificium recte futurum»[77].
5
[Plinius Nat. hist. 18.14]
Equidem ipsa etiam verba priscae significationis
admiror; ita enim est in commentariis pontificum:
Augurio canario agendo dies constituantur, priusquam
frumenta vaginis exeant et[78] antequam in vaginas
perveniant[79].
Più problematico si presenta, invece, il passo di Plinio
[80]. Intanto, è di non poco interesse la constatazione che il
testo pliniano costituisce l’unica fonte in cui si parla di
augurium canarium, laddove le altre fonti riferiscono tutte di
un sacrificio[81].
A prima vista può sembrare strano che nei
commentarii pontificum si trovassero delle disposizioni che
riguardavano il tempo dell’augurio canario[82]. Questa
perplessità può superarsi in considerazione del fatto che al
collegio dei pontefici era demandata la sorveglianza e la
direzione complessiva del culto patrio, e che inoltre, nel caso
dell’augurio canario, essi stessi presiedevano la cerimonia
[83]. Si spiega così che questo decreto (o responso) fosse
contenuto nei commentarii dei pontefici[84].
Infine, non mi pare che in questo caso – di fronte ad
una citazione così precisa – sia rilevante discutere
l’eventualità che l’autore non abbia attinto il passo
direttamente dai commentarii, ma si sia servito dell’opera di
qualche scrittore contemporaneo o di poco anteriore[85];
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poiché, qualsiasi ipotesi si preferisca, non viene inficiato il
valore della testimonianza di Plinio.
6. – Continuità della tradizione documentaria
sacerdotale: da libri e commentarii arcaici agli archivi
tardo-repubblicani
A parere del linguista Emilio Peruzzi, «la scoperta dei
libri di Numa (181 a.C.) fornisce la prova documentale che
almeno nella seconda metà del sec. VIII la lingua greca,
assieme alla civiltà che con essa si esprime, era ormai
diventata elemento importante della cultura sabina e
romana»[86]. L'opinione dello studioso (il quale non
tralascia però di avvertire che i grecismi della più antica
terminologia latina non permettono di stabilire «in quale
misura e in che modo la cultura ellenica fosse giunta nel
Lazio romuleo assieme con l'alfabeto»[87]) risulta in certo
modo rafforzata dai più recenti studi sulla civiltà micenea
nell'occidente mediterraneo; sulla base dei quali appare
ormai certo che popolazioni micenee intrattenessero rapporti
commerciali con gli abitanti delle coste italiche e che quindi,
per quanto riguarda l'influenza greca sulla penisola, si debba
risalire ad età più antica di quella romulea[88]. Una simile
prospettiva rivaluta oggettivamente le fonti, la cui credibilità
acquista forte consistenza anche laddove esse segnalano fra
gli accadimenti dell'età di Numa perfino la composizione
scritta dei sacra omnia; ma, a questo proposito, non bisogna
neppure sottovalutare la coerenza della tradizione
annalistica, la quale attribuiva all'opera di Numa, oltre
l'organizzazione religiosa della città, alcune fondamentali
istituzioni economiche e giuridiche della arcaica comunità
romana[89].
Il discorso non può comunque addentrarsi in problemi
del genere, poiché lo scopo del lavoro non è tanto quello di
individuare l'origine della tradizione documentaria dei collegi
sacerdotali romani, quanto piuttosto quello di precisarne i
generi di documenti e le articolazioni sistematiche: non si
tratta quindi di risolvere il quesito del “quando” (per la prima
volta) i sacerdoti abbiano iniziato a redigere i loro
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
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documenti; bensì di precisare, per quanto possibile, in
"quale" fase dell'esperienza giuridico-religiosa dei più antichi
romani l'attività speculativa dei sacerdoti (qualificabile,
insieme, come pensiero politico e giuridico e come ideologia)
abbia acquisito quella struttura (cioè, forma e contenuto)
con la quale si caratterizzò poi in età storica.
G. Dumézil ha affrontato la questione nelle
«Remarques préliminaires» del suo libro Idées romaines:
«Peut-on déterminer – si domandava l'illustre studioso – à
quelle époque la pensée romaine, par la combinaison de
l'héritage indo-européen et des produits de son génie
propre, a pris la forme originale que nous lui connaissons
dès les premiers textes littéraires et qui, jusqu’au temps
d’Auguste, n'a guère varié? En particulier à quelle époque le
droit romain – droit religieux et droit civil et aussi, par les
fétiaux, droit international – qui paraît bien être l’ouvrage le
plus caractéristique de Rome quand on la compare aux
autres sociétés indo-européennes, s'est-il constitué, avec sa
casuistique déliée, ses règles raisonnées, colorant de proche
en proche toute activité publique et privée?»[90]. La
risposta del Dumézil è – detta in sintesi – che tale epoca
vada collocata nella tarda età regia o anche in età
precedente: a questo convincimento egli perviene sulla base
di un’originale interpretazione di due fra le più antiche
iscrizioni latine (quella del cippo arcaico del Foro[91] e la
cosiddetta iscrizione di Duenos[92]), nelle quali crede di
poter identificare testi attinenti a precetti di ius augurale e a
pratiche di ius civile ancora esistenti in età tardorepubblicana[93]. Queste pagine del Dumézil, proprio nella
misura in cui evidenziano come dato ormai acquisito dalla
ricerca «la constatation que des techniques aussi complexes
que l'augurale ius et le ius ciuile étaient constituées dès la
fin des temps royaux, avec la réglementation rigoureuse que
nous leur connaissons au seuil de l'Empire»[94], sono di
notevolissimo interesse per i nostri problemi di datazione
della tradizione documentaria dei collegi sacerdotali romani.
Non bisogna tuttavia dimenticare che perfino fra la
sospettosa dottrina ottocentesca v'erano già alcuni studiosi
che ritenevano le prime compilazioni sacerdotali databili in
età regia: così, ad esempio, il Bouché-Leclercq, pur
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rifiutando la tradizione annalistica a proposito della
legislazione di Numa e dei suoi “libri sacri”, pensava che la
composizione scritta della “loi religieuse” si dovesse
attribuire all'epoca caratterizzata dalla figura di Anco Marcio,
o all'età immediatamente successiva, ma in ogni caso
«longtemps avant que les XII Tables eussent fixé de la
même manière la loi civile»[95].
Significative conferme a queste ipotesi si ricavano
dalla controversa tradizione sulla raccolta di leges regiae
compilata dal pontefice Papirio nei primi anni della libera res
publica[96]: raccolta che sarà detta in seguito dal nome
dell'autore ius Papirianum[97]. Anzi, sulla base della
ricostruzione qui prospettata – senza naturalmente
approfondire il problema della storicità o meno del
personaggio menzionato[98] – quella stessa tradizione
acquista un pregnante significato intrinseco; poiché se si
rammenta quello che secondo alcuni autori antichi pare
essere stato il vero titolo della raccolta (o almeno, la
definizione del suo contenuto), cioè De ritu sacrorum[99], si
possono perfino prospettare le probabili ragioni che
indussero i pontefici a quella compilazione. Si trattava, come
lo stesso titolo sembra suggerire, di dar risposta ad esigenze
di carattere cultuale (ma non per questo esclusivamente
“religiose”) legate forse ad una duplice motivazione: da una
parte vi era la necessità di attribuire diverso fondamento a
ciò che si riteneva opportuno conservare dell'attività
normativa
dei
reges;
dall'altra
stava
invece
la
preoccupazione, certo impellente in quegli anni cruciali, di
ridefinire il ruolo del rex (probabilmente in rapporto a ius
augurale e ius civile), il quale restava pur sempre il più
eminente personaggio dell'ordo sacerdotum, nonostante
ormai i mutamenti politici della città lo avessero relegato
esclusivamente ad sacra[100].
Alla stessa raccolta di tali leges sembra alludere
anche il noto passo di Livio relativo alla riorganizzazione
degli archivi sacerdotali operata dopo l'incendio gallico: in
quella occasione furono reperiti ed esposti in pubblico i
foedera, le XII Tavole e quaedam regiae leges; mentre i documenti
che più strettamente ad sacra pertinebant furono sì raccolti, ma tenuti
segreti negli archivi dei pontefici[101].
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In entrambi gli episodi, insomma, il racconto
annalistico mostra chiaramente di conoscere la precedente
esistenza di materiale documentario riferibile agli archivi
sacerdotali. Tuttavia, l'individuazione/ricostruzione di questi
materiali raccolti in libri e commentarii richiede una
riflessione ulteriore in merito ai possibili modi di
trasmissione dei testi da parte dei sacerdoti. Ciò implica la
necessità di muoversi almeno su due piani: il primo attiene
all'aspetto esteriore dei documenti (alla materia scrittoria ed
alla sua conservazione); mentre il secondo verte su
questioni più sostanziali, come contenuti e forma linguistica.
Sulla prima questione rinvio al mio libro Documenti
sacerdotali di Roma antica, dove ho descritto quali fossero i
materiali scrittorii utilizzabili in età arcaica e quali le
difficoltà nel conservarli, almeno fino alla diffusione della
charta[102].
Nella tradizione documentaria dei collegi sacerdotali,
possono individuarsi due linee di tendenza, in qualche
misura complementari. Da una parte, si riscontra un
formalismo rigoroso (cioè conservazione del testo originario,
o di quello ritenuto tale) per quanto riguarda gli antichissimi
carmina[103], recitati ancora in età imperiale avanzata in
una forma linguistica molto antica, ormai mal compresi dagli
stessi sacerdoti.
Quintilianus Inst. orat. 1.6.39-41: Verba a
vetustate repetita non solum magnos adsertores
habent, sed etiam adferunt orationi maiestatem
aliquam non sine delectatione: nam et auctoritatem
antiquitatis habent, et, quia intermissa sunt, gratiam
novitati similem parant. Sed opus est modo, ut neque
crebra sint haec nec manifesta, quia nihil est odiosius
adfectatione; nec utique ab ultimis et iam oblitteratis
repetita temporibus, qualia sunt «topper» et
«antegerio» et «exanclare» et «prosapia» et Saliorum
carmina vix sacerdotibus suis satis intellecta. Sed illa
mutari vetat religio et consecratis utendum est.
La testimonianza di Quintiliano chiarisce le ragioni di
un simile comportamento da parte dei sacerdoti romani: illa
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mutari vetat religio et consecratis utendum est. Mi pare di
poter condividere, a questo proposito, l’interpretazione del
tradizionalismo rituale della “città antica” prospettata da
Numa Denis Fustel de Coulanges nella seconda metà del XIX
secolo:
«Toutes ces formules et ces pratiques avaient
été léguées par les ancêtres qui en avaient éprouvé
l’efficacité. Il n’y avait pas à innover. On devait se
reposer sur ce que ces ancêtres avaient fait, et la
suprême piété consistait à faire comme eux. Il
importait assez peu que la croyance changeât: elle
pouvait se modifier librement à travers les âges et
prendre mille formes diverses, au gré de la réflexion
des sages ou de l’imagination populaire. Mais il était
de la plus grande importance que les formules ne
tombassent pas en oubli et que les rites ne fussent
pas modifiés»[104].
D'altra parte i sacerdoti, mentre con prassi
documentaria persistente memorizzavano per iscritto atti
significativi del loro operare quotidiano, procedevano nel
contempo all'aggiornamento linguistico dei testi riguardanti
regole rituali e forme di culto. In tal modo si accumularono
negli archivi sacerdotali numerosi documenti – per la
maggior parte costituiti da interventi autoritativi o pareri
interpretativi dei sacerdoti: decreta e responsa[105] – che
attraverso revisioni e sistemazioni periodiche, pervennero
sostanzialmente integri ai sacerdoti-giuristi e agli antiquari
degli ultimi due secoli dell'età repubblicana[106].
Sulla questione, mi pare utile riferire quanto ho già
trattato in un precedente lavoro[107], dove credo di aver
dimostrato la sostanziale continuità della tradizione
documentaria sacerdotale; individuando, anche, alcune
probabili revisioni o sistemazioni dei materiali degli archivi
nel corso della storia di Roma. Le fonti attestano, infatti,
almeno quattro interventi ordinatori, susseguitisi con
sorprendente periodicità: il primo, raffigurato nella forma di
compilazione originaria, è attribuito a Numa Pompilio[108],
del quale la tradizione conosceva gli antichissimi sacra
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omnia exscripta exsignataque istitutivi del sacerdozio
pontificale; il secondo è presentato come opera di Anco
Marcio[109]; il terzo, datato nei primissimi anni della
repubblica, è costituito dalla raccolta di leges regiae[110]
del pontefice Papirio (su questa mia interpretazione dello ius
Papirianum, vedi anche l’adesione di Dieter Nörr)[111];
l’ultimo intervento ordinatorio si deve collocare nel periodo
immediatamente successivo all’incendio gallico[112].
Infine, per completare il quadro delle possibili
modalità di trasmissione dei documenti sacerdotali fino alla
seconda metà del II secolo a.C., occorre menzionare altri
due avvenimenti, che ebbero senza dubbio rilevanti riflessi
sugli archivi dei sacerdoti romani. Certo, un serio problema
di sistemazione degli archivi dovette porsi già all’inizio del
III secolo, dopo che la lex Ogulnia aveva sancito
l’ammissione dei plebei nei principali collegi sacerdotali
[113]. Allo stesso modo, dobbiamo considerare una ulteriore
sistemazione degli archivi (almeno di quello dei pontefici) la
compilazione in forma definitiva degli annales pontificum ad
opera del pontefice massimo P. Mucio Scevola[114], il quale
intorno al 130 a.C. rielaborò quei materiali e compose gli
Annales Maximi[115].
Questi episodi avvalorano la tesi che vuole risalenti
all'età regia i primi nuclei degli archivi dei sacerdoti romani:
i sacerdoti-giuristi e gli antiquari degli ultimi secoli della
repubblica avrebbero attinto a materiali d'archivio di
prim'ordine, proprio perché ancora in quel tempo si
potevano leggere copie fedeli di documenti più antichi. I
frammenti delle loro opere sono da ritenere, dunque, di
rilevante interesse per la soluzione dei problemi relativi a
contenuti e terminologie dei libri e dei commentarii
sacerdotali.
7. – Considerazioni conclusive
Mi preme, a questo punto, formulare alcune
considerazioni conclusive più generali sulla opportunità e
l’urgenza di procedere alla raccolta sistematica di tutte le
evidenze testuali, documenti e formule solenni, riferibili agli
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archivi dei grandi collegi sacerdotali romani. Questa urgenza
risulta particolarmente pressante per quanti, tra storici
dell’antichità, storici della religione romana e giuristi, sono
più interessati alla ricostruzione delle istituzioni giuridiche,
politiche e religiose di Roma arcaica.
I materiali religiosi e giuridici degli archivi sacerdotali
[116] (e quindi il lessico e i concetti elaborati dai sacerdoti)
[117] rappresentano le evidenze più autentiche e le prime
riflessioni sistematiche della più antica giurisprudenza
romana; documenti di straordinaria importanza non solo
perché contengono gli elementi basilari per individuare le
caratteristiche originarie e la dialettica dello sviluppo delle
istituzioni, pubbliche e private; ma soprattutto, perché
costituiscono il nucleo più risalente e affidabile della
storiografica romana.
Vi è però anche un'altra ragione che rende preziosi tali
materiali. A fronte della constatata inadeguatezza delle
moderne categorie giuridiche, per comprendere quel
peculiare rapporto tra religione e diritto, che stava alla base
dell'organizzazione 'politica' romana; i documenti sacerdotali
sono da considerare strumenti indispensabili per la
ridefinizione del «diritto pubblico romano» in chiave non
"statualista"[118].
Peraltro, gli archivi sacerdotali dovevano presentarsi
riordinati in maniera organica già alla fine del III secolo a.C.,
quando il materiale in essi raccolto divenne oggetto di studio
e di sistematizzazione da parte di sacerdoti-giuristi e
antiquari, i quali negli ultimi due secoli della repubblica
ricavarono dai documenti sacerdotali più antichi, o da copie
fedeli di essi, gli elementi indispensabili alla composizione
delle opere sulla religio (id est cultu deorum), sugli iura
(divinum, publicum, privatum) e sulle antiquitates del
Populus Romanus Quirites[119].
Abstract
La qualificazione religiosa del tempo è descritta nei
documenti sacerdotali come prerogativa esclusiva dei
sacerdotes. Numa Pompilio, nel riformare la religione
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tradizionale, ristrutturò il calendario, divise il tempo tra dèi e
uomini, e ascrisse l’osservanza della qualificazione religiosa
(e quindi giuridica e politica) del tempo tra gli “officia” dei
sacerdotes pontifices (Livius 1.20.5-7). La competenza
pontificale di definizione annuale del calendario scandiva i
doveri religiosi a cui i cives dovevano attenersi, poiché da
tale osservanza dipendeva la conservazione della pax
deorum. Tra prescrizioni cultuali, il rispetto delle feriae, i
giorni riservati agli dèi, fu oggetto di costante e accurata
interpretatio dei pontefici (Gellius Noct. Att. 2.28.2-3,
4.6.9-10, 5.17.2; Macrobius Sat. 1.16.24; Plinius Nat. hist.
18.14); come emerge dall’analisi di alcuni frammenti di
decreta pontificum, attinenti a qualificazioni temporali di
prescrizioni del culto o di cerimonie religiose. Si tratta di
documenti di straordinaria importanza, poiché costituiscono
il nucleo risalente e affidabile della storiografica romana e le
evidenze autentiche delle prime riflessioni sistematiche dei
più antichi giuristi (i sacerdoti).
The religious qualification of the time is described in
the sacerdotal documents as a prerogative of the
sacerdotes. Numa Pompilius, reformed the traditional
religion, improving the calendar, parting the time both of
gods and of men and ascribing the observance of religious
qualification (and therefore legal and political) of the time in
the office of the sacerdotes pontifices (Livius 1.20.5-7). The
College of Pontiffs had the power to manage the calendar
defining the cives’ religious duties to preserve the pax
deorum. In religious regulations the respect of the feriae,
the days reserved of the gods, was interpreted and
supervised by the College of Pontiffs (Gellius Noct. Att.
2.28.2-3, 4.6.9-10, 5.17.2; Macrobius Sat. 1.16.24; Plinius
Nat. hist. 18.14); this is showed in the fragments of decreta
pontificum, regarding temporal qualifications of cult
prescription or religious practices. These documents are
extremely important, because they are the original and
reliable nucleus of Roman historiography and the authentic
evidence of the first systematic reflections of the oldest
jurists (the priests).
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[Per la pubblicazione degli articoli della sezione “Tradizione Romana” si è
applicato, in maniera rigorosa, il procedimento di peer review. Ogni articolo è stato valutato
positivamente da due referees, che hanno operato con il sistema del double-blind]
[1] J. RÜPKE, Kalender und Öffentlichkeit. Die Geschichte der
Repräsentation und religiösen Qualifikation von Zeit in Rom
[Religionsgeschichtliche Versuche und Vorarbeiten, 40] (Berlin-New York
1995); su cui vedi la recensione di J.-CL. RICHARD, Du nouveau sur le
calendrier romain, in Revue des Études Latines 74 (1996) 33 ss.; ma
anche la breve nota di R. CHEVALLIER, in Revue belge de Philologie et
d’Histoire 75 (1997) 224-225.
[2] ED. LIENARD, Calendrier de Romulus. Les débuts du calendrier
romain, in L’Antiquité Classique 50 (1981) 469 ss. Più in generale, sulle
fonti vedi A. ROSENBERG, v. Romulus, in Real-Encyclopädie der
classischen Altertumswissenschaft I.A (Stuttgart 1914) 1080 ss.; riguardo
alla tradizione antica e al dibattito storiografico più recente sul “primo” re
di Roma, vedi la sintesi di C. AMPOLO, Introduzione, in Plutarco, Le vite di
Teseo e di Romolo, a cura di C. A. e M. Manfredini (Milano 1988) XXXII
ss. (con ampia bibliografia, LXVIII ss.).
Indispensabile il lavoro di A. MASTROCINQUE, Romolo (la
fondazione di Roma tra storia e leggenda) (Este 1993); da vedere anche
A. CARANDINI, La nascita di Roma. Dèi, Lari, eroi e uomini all’alba di una
civiltà (Torino 1997) 491 ss.; A. FRASCHETTI, Romolo il fondatore (Roma
2000); J. POUCET, Romulus: fondateur et premier roi de Rome. Autopsie
d’une
légende,
in
Folia
Electronica
Classica
2
(2001)
<http://bcs.fltr.ucl.ac.be/FE/02/Romul.html>; A. CARANDINI (a cura di),
La leggenda di Roma I-II (Milano 2006-2010).
[3] Cfr. Macrobius Sat. 1.12.5-38; Plutarchus Numa 18.2. L.
MAGINI, The astronomical foundations of the Romulean calendar and its
relationship with the Numan calendar: an hypothesis, in Automata. Rivista
di natura, scienza, e tecnica del mondo antico III-IV (2008-2009) 37 ss.
[reperibile anche on line, nel sito: http://www.leonardomagini.it/PDF/19%
20-%20AUTOMATA%20III-IV.pdf].
[4] Cfr. F. SINI, Initia Urbis e sistema giuridico-religioso romano
(Ius sacrum e ius publicum tra terminologia e sistematica), in Diritto @
Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione Romana 3
(2004)
<http://www.dirittoestoria.it/3/TradizioneRomana/Sini-InitiaUrbis-2.htm>.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
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[5] Livius 1.19.6-7; Macrobius Sat. 1.13; Dionysius Hal. 2.64-73;
Plutarchus Numa 18-19. Quanto alla dottrina basterà citare le opere,
ormai classiche, di PH.E. HUSCHKE, Das alte römische Jahr und seine
Tage. Eine chronologisch-rechtsgeschichtliche Untersuchung in zwei
Büchern (Breslau 1869, rist. an. Vaduz 1986) 26 ss. («Das Jahr des Numa
Pompilius»); e di W. WARDE FOWLER, The Religious Experience of the
Roman People. From the earliest times to the age of Augustus (London
1911) 92 ss. («The Calendar of Numa») [reperibile on line, nel sito:
http://www.gutenberg.org/files/23349/23349-h/23349-h.htm]; nonché il
lavoro di M. YORK, The Roman Festival Calendar of Numa Pompilius (New
York-Frankfurt 1986); J. RÜPKE, The Roman Calendar from Numa to
Constantine. Time, History and the Fasti (Oxford 2011).
Più in generale sulla figura del sovrano sabino di Roma, cfr. K.
GLASER, v. Numa Pompilius, in Real-Encyclopädie der classischen
Altertumswissenschaft XVII.1 (Stuttgart 1936) 1242 ss.; J. GAGÉ, Apollon
romain. Essai sur le culte d’Apollon et le développement du ritus Graecus
à Rome des origines à Auguste (Paris 1955) 297 ss.; L. FERRERO, Storia
del Pitagorismo nel mondo romano (Torino 1955) 142 ss.; S. ACCAME, I
re di Roma nella leggenda e nella storia (Napoli s.d., ma 1959) 206 ss.;
R.M. OGILVIE, A Commentary on Livy. Books 1-5 (Oxford 1965, Reprinted
1998) 90 ss.; J. POUCET, Recherches sur la légende sabine des origines
de Rome (Louvain-Kinshasa 1967) 138 ss.; L. PICCIRILLI, Introduzione,
in Plutarco, Le vite di Licurgo e di Numa, a cura di M. Manfredini e L. P.
(Milano 1980) XXVII ss.; C. CORBELLINI, v. Numa Pompilio, in
Enciclopedia Virgiliana III [IO-PA] (Roma 1987) 776 ss.; A. STORCHI
MARINO, C. Marcio Censorino, la lotta politica intorno al pontificato e la
tradizione liviana su Numa, in Annali dell’Istituto Orientale di Napoli
(AION) 14 (1992) 103 ss.; EAD., Numa e Pitagora. Sapientia
constituendae civitatis (Napoli 1999); V. BUCHHEIT, Numa-Pythagoras in
der Deutung Ovids, in Hermes 121 (1993) 77 ss.; A. DEREMETZ, La
sagesse de Numa: entre l’oralité et l’écriture, in Uranie 5 (1995) 33 ss.;
T. LABEYE, Les degrés de cohésion de la tradition construite autour du
règne de Numa Pompilius, in Folia Electronica Classica 5 (janvier-juin
2003)
<http://bcs.fltr.ucl.ac.be/FE/05/labeye.html>;
G.
ARICÒ
ANSELMO, Numa Pompilio e la propaganda augustea, in Annali del
Seminario Giuridico dell’Università di Palermo LVII (2014) 27-62.
[6] Più in generale, sulle funzioni del collegio pontificale: A.
BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l’ancienne Rome. Étude historique
sur les institutions religieuses de Rome (Paris 1871, rist. an. New York
1975); ID., v. Pontifices, in Dictionnaire des antiquités grecques et
romaines IV.1 (N-Q) (Paris s.d., ma 1900) 567 ss.; J. MARQUARDT,
Römische Staatsverwaltung III. Das Sacralwesen, zweite Auflage, besorgt
von G. Wissowa (Leipzig 1885, rist. an. New York 1975) 7 ss. [= ID., Le
culte chez les Romains, traduit de l’allemand par M. Brissaud, Tome I
(Paris 1889) 281 ss.]; G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer, 2a
ed. (München 1912, unver. Nachdr. München 1971) 501 ss.; N. TURCHI,
La religione di Roma antica [Istituto di Studi Romani. Storia di Roma
XVIII] (Bologna 1939) 40 ss.; K. LATTE, Römische Religionsgeschichte
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
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(München 1960) 400 ss.; M. LE GLAY, La religion romaine (Paris 1971)
142 ss.; G. DUMÉZIL, La religion romaine archaïque, 2a ed. (Paris 1974)
[ID., La religione romana arcaica, trad. it. di F. Jesi (Milano 1977) 492
ss.]; G.J. SZEMLER, v. Pontifex, in Real-Encyclopädie der classischen
Altertumswissenschaft Supplementband XV (München 1978) 331 ss.; R.
SEGUIN, Remarques sur les origines des pontifes romains: Pontifex
Maximus et Rex Sacrorum, in Hommages à H. Le Bonniec. Res Sacrae,
publ. par D. Porte et J.-P. Néraudau (Bruxelles 1988) 405 ss.; M.T.
BEARD, Priesthood in the Roman Republic (Ithaca-New York 1990) 19 ss.;
J. RÜPKE, Innovationsmechanismen kultischer Religionen. Sakralrecht im
Rom der Republik, in Festschrift für Martin Hengel zum 70. Geburtstag:
Geschichte - Tradition - Reflexion. Band II: Griechische und Römische
Religion, hrsg. von H. Cancik (Tübingen 1996) 265 ss.; F. VAN
HAEPEREN, Le collège pontifical (3ème s. a.C.-4ème s. p.C.). Contribution
à l’étude de la religion publique romaine [Institute Historique Belge de
Rome. Études de Philologie, d’Archéologie et d’Histoire Anciennes, XXXIX]
(Bruxelles-Rome 2002).
Indiscutibile il rilievo di questi sacerdoti nel campo del diritto: già
P. JÖRS, Römische Rechtswissenschaft zur Zeit der Republik, I. Bis auf die
Catonen (Berlin 1888) 15 ss., dedicava ampio spazio all’analisi della
«pontificale Jurisprudenz»; F. SCHULZ, History of Roman Legal Science,
2ª ed. (Oxford 1953) cit. in trad. it. ID., Storia della giurisprudenza
romana, a cura di G. Nocera (Firenze 1968) 19 ss.; G. NOCERA,
Iurisprudentia. Per una storia del pensiero giuridico romano (Roma 1973)
11 ss.; F. WIEACKER, Pontifex iurisconsultus. Zur Hinterlassenschaft der
römischen Pontifikaljurisprudenz, in Hommage à René Dekkers (Bruxelles
1982) 213 ss.; ID., Altrömische Priesterjurisprudenz, in Iuris professio.
Festgabe für Max Kaser zum 80. Geburtstag (Wien-Graz-Köln 1986) 347
ss., in particolare 353: «Die pontifices sind die ersten greifbaren
Fachjuristen der antikokzidentalen Welt, und spezifische Züge ihrer
Expertentechnik haben sich den späteren römischen Juristen und ihren
europäischen Erben bis unsere Zeit aufgeprägt. Eben hierin ist ein auf den
ersten Blick ein unerwartetes unmittelbares Interesse noch der heutigen
Juristen an der Pontifikaljurisprudenz der Römer begründet»; ID.,
Römische Rechtsgeschichte. Quellenkunde, Rechtsbildung, Jurisprudenz
und Rechtsliteratur I (München 1988) 310 ss.; A. SCHIAVONE, Linee di
storia del pensiero giuridico romano (Torino 1994) 4 s.; F. CANCELLI, La
giurisprudenza unica dei pontefici e Gneo Flavio tra fantasie e favole
romane e romanistiche (Roma 1996); S. TONDO, Appunti sulla
giurisprudenza pontificale, in Per la storia del pensiero giuridico romano.
Dall’età dei pontefici alla scuola di Servio. Atti del seminario di S. Marino,
7-9 gennaio 1993, a cura di D. Mantovani (Torino 1996) 1 ss.; C.A.
CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea. I. Dalle origini
all’opera di Labeone (Torino 1997); L. FRANCHINI, Aspetti giuridici del
pontificato romano. L’età di Publio Licinio Crasso (212-183 a.C.) (Napoli
2008).
[7] Divisione del tempo tra dèi e uomini (nefas e fas), insita nel
calendario numano, era stata ben evidenziata già da W. WARDE FOWLER,
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The Religious Exsperience of the Roman People. From the earliest times to
the age of Augustus cit. 97-98: «The legal and political significance of the
calendar consists in the division of the days of the year into two great
groups, dies fasti and nefasti: the former are those on which it is fas, i.e.
religiously permissible, to transact civil business, the latter those on which
it would be nefas to do so, i.e. sacrilege, because they are given over to
the
gods»
[reperibile
on
line,
nel
sito:
http://www.gutenberg.org/files/23349/23349-h/23349-h.htm].
Sull’importante testo liviano, con osservazioni sulle funzioni
religiose, politiche e giuridiche del calendario, vedi B. LIOU-GILLE, Le
calendrier romain: histoire et fonctions (Tite-Live, 1 19, 6-7), in
Euphrosyne 20 (1992) 311 ss. Peraltro, a proposito del passo in
questione, la studiosa francese ritiene che il testo di Tito Livio ingeneri
una qualche confusione sull’essenza dei dies fasti e nefasti, proprio nella
parte conclusiva dell’excursus sul calendario: Idem nefastos dies
fastosque fecit, qui aliquando nihil cum populo agi futurum erat; poiché
l’espressione utilizzata dall’annalista «nihil cum populo agi» è
un’espressione tecnica che si utilizzava sempre a proposito delle
assemblee del popolo, convocate in comizi centuriati o in comizi tributi,
sia per l’elezione dei magistrati, sia per votare delle leggi, mentre i giorni
fasti e nefasti non avevano riguardo che all’attività giudiziaria (320).
[8] Riguardo al calendario festivo della religione romana resta
ancora valido, per molti versi, il lavoro di W. WARDE FOWLER, The Roman
Festivals of the Period of the Republic. An Introduction to the Study of the
Religion of the Romans (1899, qui citato nella ristampa London 1925); ma
sono da vedere anche P. DE FRANCISCI, Primordia civitatis (Roma 1959)
322 ss.; E. VETTER, Zum altrömischen Festkalender, in Rheinisches
Museum für Philologie 103 (1960) 90 ss.; M. LE GLAY, La religion romaine
(Paris 1971) 13 ss.; A. PASTORINO, La religione romana (Milano 1973) 22
ss.; A.J. PFIFFIG, Religio etrusca (Graz 1975) 91 ss.; G. DUMÉZIL, Fêtes
romaines d’été et d’automne, suivi de dix questions romaines (Paris 1975)
ora anche in trad. it.: ID., Feste romane, a cura di M. Del Ninno (Genova
1989); D.P. HARMON, The Public Festival of Rome, in Aufstieg und
Niedergang der römischen Welt II.16.2 (Berlin-New York 1978) 1440 ss.;
H.H. SCULLARD, Festivals and Ceremonies of the Roman Republic
(London 1981) 51 ss.; anche in traduzione tedesca: ID., Römische Feste.
Kalender und Kult, übers. M. Buchholz (Mainz am Rhein 1985) 75 ss.
[9] Sul punto, vedi A. KIRSOPP MICHELS, The Calendar of the
Roman Republic (Princeton 1967) 5: «The pax deorum, the absence of
divine anger, is sought by all the great religious ceremonies of the state
on behalf of the populus Romanus Quiritium, the body of Roman citizens.
All the activities of the state, those which to us seem secular as well as
those which are clearly religious, must be carried out at times which meet
with the approval of the gods, as it is interpreted by the priests, because
the orderly conduct of public affairs is to the Roman both necessary for
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the maintenance of the pax deorum, and also evidence that it has been
maintained. Disorder in the state is evidence that the gods are angry».
[10] Per le fonti vedi Livius 1.19-20; Dionysius Hal. 2.64-73;
Plutarchus Numa 9-14. Fra gli studiosi che si sono occupati delle riforme
religiose attribuite a Numa Pompilio, vedi soprattutto: J.B. CARTER, The
Religion of Numa, and other Essays on the Religion of Ancient Rome
(London 1906) 1 ss.; F. RIBEZZO, Numa Pompilio e la riforma etrusca
della religione primitiva di Roma, in Rendiconti dell'Accademia dei Lincei
Ser. VIII 5 (1950) 553 ss.; P. BOYANCÉ, Fides et le serment, in
Hommages à A. Grenier I, édités par M. Renard (Bruxelles 1962) 329 ss.
[= ID., Etudes sur la Religion Romaine (Roma 1972) 91 ss.]; E.M.
HOOKER, The Significance of Numa's Religious Reforms, in Numen 10
(1963) 87 ss.; F. DELLA CORTE, Numa e le streghe, in Maia 26 (1974) 3
ss.; M.A. LEVI, Il re Numa e i «penetralia pontificum», in Rendiconti
dell'Istituto Lombardo 115 (1981, ma pubbl. 1984) 161 ss.; ID., «Fides»,
«Terminus», «familia» e le origini della città, in AA.VV., Religione e città
nel mondo antico (Roma 1984) 361 ss.; J. MARTÍNEZ PINNA, La reforma
de Numa y la formación de Roma, in Gerión 3 (1985) 97 ss.; J. POUCET,
Les origines de Rome. Tradition et histoire (Bruxelles 1985) in part. 194
ss., 219 ss.; L. FASCIONE, Il mondo nuovo. La costituzione romana nella
'Storia di Roma arcaica' di Dionigi d'Alicarnasso I parte (Napoli 1988) 128
ss.; G. CAPDEVILLE, Les institutions religieuses de la Rome primitive
d’après Denys d’Halicarnasse, in Pallas 39 (1993) 153 ss.
[11] E. PERUZZI, Le origini di Roma I. La famiglia (Firenze 1970)
144 s.: «L’importanza di questo argomento e silentio è indubbia: la
principale fonte scritta degli storici di Roma sono gli annales maximi, e,
come è verosimile che dedicassero particolare attenzione a fatti di
significato religioso, così è assolutamente certo che essi erano il
documento più preciso e minuzioso della tradizione pontificale. Ora, il
passo di Liu. 1.20.5 è una scarna notizia, espressa non meno ieiune di
quelle degli annales, che reca un elemento davvero singolare. Trattando
della più antica età regia, non di rado lo storico patavino indica la
parentela dei personaggi, sia pure concisamente, però questo è l’unico
caso in cui egli menziona un individuo con la sua formula onomastica,
quale doveva apparire in registrazioni burocratiche: Numa Marcius Marci
Filius; formula, si noti, dell’età di Numa Pompilio, poiché questo sovrano,
come diceva il sarcofago riportato alla luce nel 181 a.C., si chiamava
ufficialmente Numa Pompilius Pomponi filius rex Romanorum. Ritengo
probabile che la notizia di Livio risalga in ultima analisi agli annales». Cfr.
ID., Le origini di Roma II. Le lettere (Bologna 1973) 156:«Già la formula
onomastica Numa Marcius Marci filius dà l’impressione che questa notizia
risalga agli annales maximi»; 162:«Tutti i precisi particolari di Liu.
1.20.5-7 sul pontefice, che, ripeto, è l’ultimo dei sacerdoti elencati e
tuttavia, unico fra tutti, è perfino rammentato con piena formula
onomastica, denotano che la fonte prima da cui deriva la notizia dello
storico patavino è un testo redatto dai pontefici: verosimilmente (poiché
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si tratta di una notizia storica, non di norme religiose o giuridiche), gli
annales maximi».
[12] F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma Antica 1. Libri e
commentarii (Sassari 1983) 160 s. [il libro, ora, è consultabile anche on
line;
per
il
capitolo
che
qui
interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-IV.htm]. Cfr., inoltre, F. SINI, Sua cuique civitati religio. Religione e
diritto pubblico in Roma antica (Torino 2001) 132 s.; 177 ss.; ID., Люди и
боги в римской религиозно-юридической системе: pax deorum, время
богов, жертвоприношения = Uomini e Dèi nel sistema giuridico-religioso
romano: Pax deorum, tempo degli Dèi, sacrifici (trad. in lingua russa), in
Ius Antiquum-Древнее право 8 ([Moskva] 2001) 8 ss.: in particolare § 4;
ID., Human Being and Gods in the Roman Juridical-religious System: Pax
Deorum, Times of Gods and Sacrifice, translated by Xu Guodong, pubbl.
in cinese nella rivista Roman Law and Modern Civil Law (Università di
Xiamen) 3 (2002) 1 ss. [articolo reperibile on line anche in lingua italiana
nel sito: http://eprints.uniss.it/126/]; ID., Aspetti giuridici e rituali della
religione romana: sacrifici, vittime e interpretazioni dei sacerdoti, in
AA.VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino Imperatore
tra Oriente e Occidente, a cura di F. Sini e P.P. Onida [Collezione «Sistemi
Giuridici del Mediterraneo». Studi e testi, 3] (Torino 2003) 24 ss.; ID., Dai
peregrina sacra alle pravae et externae religiones dei Baccanali: alcune
riflessioni su ‘alieni’ e sistema giuridico-religioso romano, in La condition
des “autres” dans les systèmes juridiques de la Méditerranée [Collection
Systèmes Juridiques de la Méditerranée. Études et documents, 1], sous la
direction de Francesco Castro et Pierangelo Catalano (Paris 2001, pubbl.
2004) 70 s.; ID., Diritto e pax deorum in Roma antica, in Diritto @ Storia.
Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione Romana 5 (2006)
§
4
<http://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/Sini-Diritto-paxdeorum.htm> (vedine traduzione russa: Ф. СИНИ, Право и pax deorum в
древнем Риме, in Ius Antiquum-Древнее право 19 ([Moskva] 2007) 22
ss.
[reperibile
anche
on
line
nel
sito:
http://eprints.uniss.it/8856/1/Sini_F_Diritto_e_pax_deorum.pdf]);
ID.,
Pax deorum e sistema giuridico-religioso romano, in Fides Humanitas Ius.
Studii in onore di Luigi Labruna VII, a cura di C. Cascione-C. Masi Doria
(Napoli 2007) 5178 ss.
[13] Per la critica al testo liviano rinvio al commento di R.M.
OGILVIE, Commentary on Livy. Books 1-5 cit. 101. Le potenzialità
ordinatorie e sistematiche del passo per l’interpretazione dello ius sacrum
e dello ius publicum sono state studiate (ed esposte magistralmente) da
C.M.A. RINOLFI, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, in Diritto @
Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione Romana 4
(2005)
<http://www.dirittoestoria.it/4/Tradizione-Romana/RinolfiPontefici-sacra-ius-sacrum.htm> .
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 36 di 67
[14] F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma antica cit. 160-161
[reperibile
anche
on
line
nel
sito
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-IV.htm].
9-13.
[15] Cfr. Livius 1.20; Dionysius Hal. 2.64-73; Plutarchus Numa
[16] Conforme alla tradizione liviana Plutarchus Numa 22.2: πυρὶ
μὲν οὖν οὐκ ἔδοσαν τὸν νεκρὸν αὐτοῦ κωλύσαντος, ὡς λέγεται, δύο δὲ
ποιησάμενοι λιθίνας σοροὺς ὑπὸ τὸ Ἰάνοκλον ἔθηκαν, τὴν μὲν ἑτέραν
ἔχουσαν τὸ σῶμα, τὴν δὲ ἑτέραν τὰς ἱερὰς βίβλους ἃς ἐγράψατο μὲν αὐτός,
ὥσπερ οἱ τῶν Ἑλλήνων νομοθέται τοὺς κύρβεις.
[17] Plutarchus Numa 14.6-7. Sulle fonti della ‘vita di Numa’, vedi
L. PICCIRILLI, Introduzione, in Plutarco, Le vite di Licurgo e di Numa, a
cura di M. Manfredini e L. Piccirilli cit. XLII ss.
[18] Servius in Verg. Ecl. 5.66: Sane quaeritur, cur duo altaria
Apollini se positurum dicat, cum constet supernos deos impari gaudere
numero, infernos vero pari, ut numero deus impare gaudet, quod etiam
pontificales indicant libri (cfr. anche Servius auctus in Verg. Ecl. 8.75;
Macrobius Sat. 1.13.5).
P. PREIBISCH, Fragmenta librorum pontificiorum (Tilsit 1878) 13
fr. 56. Commenti al testo: A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de
l’ancienne Rome cit. 113; G. ROHDE, Die Kultsatzungen der römischen
Pontifices (Berlin 1936) 37 s.; F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma
antica cit. 109 [il libro, ora, è consultabile anche on line; per il capitolo
che qui interessa nel sito: http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/SiniDocumenti-sacerdotali-Cap-III.htm].
[19] Plinius Nat. hist. 14.88: Romulum lacte, non vino libasse
indicio sunt sacra ab eo instituta, quae hodie custodiunt morem. Numae
regis proxumi lex est: "Vino rogum ne respargito". Quod sanxisse illum
propter inopiam rei nemo dubitet. Eadem lege ex imputata vite libari vina
diis nefas statuit, ratione excogitata ut putare cogerentur alias aratores et
pigri circa, pericula arbusti. M. Varro auctor est Mezentium Etruriae regem
auxilium Rutulis contra Latinos tulisse vini mercede quod tum in Latino
agro fuisset.
Sul divieto, vedi G. PICCALUGA, Numa e il vino, in Studi e
Materiali di Storia delle Religioni 33 (1962) 99 ss.; EAD., Bona Dea. Due
contributi all’interpretazione del suo culto, Ibidem 35 (1964) 195 ss.; G.
DUMÉZIL, Vin et souveraineté, in ID., Fêtes romaines d'été et d'automne,
suivi de Dix questions romaines cit. 87 ss. [= ID., Feste romane cit. 91
ss.]; più in generale, sul vino in età arcaica, vedi L. MINIERI, Vini usus
feminis ignotus, in Labeo 28 (1982) 150 ss.; M. GRAS, Vin et société à
Rome et dans le Latium à l’époque archaïque, in Forme di contatto e
processi di trasformazione nelle società antiche. Atti del convegno di
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Cortona (24-30 Maggio 1981) (Pisa-Roma 1983) 1067 ss.; G. PUCCI, I
consumi alimentari, in A. SCHIAVONE (direz.) Storia di Roma IV. Caratteri
e morfologie (Torino 1989) 372 ss.
[20] Plinius Nat. hist. 18.7: Numa instituit deos fruge colere et
mola salsa supplicare atque, ut auctor est Hemina, far torrere, quoniam
tostum cibo salubrius esset, id uno modo consecutus, statuendo non esse
purum ad rem divinam nisi tostum. Cfr. Servius auctus in Verg. Ecl. 8.82.
D. SABBATUCCI, La religione di Roma antica, dal calendario
festivo all'ordine cosmico (Milano 1988) 61: «All’importanza politicosociale della riunione faceva riscontro l’importanza economico-religiosa
del farro. Importanza economica: il farro è il più antico cereale coltivato
dai Romani, e forse il solo cereale fino al 5° secolo a.C. Importanza
religiosa: la farina di farro mista a sale, la cosiddetta mola salsa, era
indispensabile per l’esecuzione di ogni sacrificio, tanto che immolare
(cospargere di mola salsa la vittima) era diventato sinonimo di sacrificare;
il matrimonio solenne, quello che non ammetteva divorzio ed era
prescritto per alcuni sacerdozi, quello che veniva celebrato dal pontefice
massimo alla presenza di sei testimoni, era chiamato confarreatio da una
focaccia di farro offerta dalla sposa». Sul farro nella religione romana, cfr.
anche A. BRELICH, Tre variazioni romane sul tema delle origini, 2ª ed.
(Roma 1976) 126 ss.
[21] Livius 5.21.16: Convertentem se inter hanc venerationem
traditur memoriae prolapsum cecidisse; idque omen pertinuisse postea
eventu rem coniectantibus visum ad damnationem ipsius Camilli, captae
deinde urbis Romanae, quod post paucos accidit annos, cladem.
Svetonius Vitell. 2: Idem miri in adulando genii, prius C. Caesarem
adorare ut deum instituit, cum reversus ex Syria non aliter adire ausus
esset quam capite velato circumvertensque se, deinde procumbens.
[22] Arnobius Adv. Nat. 2.73.18: Non doctorum in litteris
continetur, Apollinis nomen Pompiliana indigitamenta nescire? Sui nomina
deorum che si invocavano negli indigitamenta, risulta ancora di qualche
profitto il vecchio lavoro di I.A. AMBROSCH, Über die Religionsbücher der
Römer (Bonn 1843); indispensabili, invece, sia il libro di A.
BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l'ancienne Rome cit. 24 ss.; sia il
manuale di J. MARQUARDT, Römische Staatsverwaltung III. Das
Sacralwesen cit. 7 ss. [= ID., Le culte chez les Romains Tome I cit. 10
ss.]; J. BAYET, Les feriae sementivae et les indigitations dans le culte de
Cérès et de Tellus, in Revue d'Histoire des Religions 137 (1950) 172 ss.
[ora in ID., Croyances et rites dans la Rome antique (Paris 1971) 175
ss.]; G.B. PIGHI, La religione romana (Torino 1967) 45 ss.; A.
PASTORINO, La religione romana cit. 199 ss.; G. DUMÉZIL, La religion
romaine archaïque cit. 50 ss. [= ID., La religione romana arcaica cit. 46
ss.]; R. DEL PONTE, La religione dei Romani (Milano 1992) 78 ss.; ID.,
Aspetti del lessico pontificale: gli indigitamenta, in Ius Antiquum-Древнее
право 5 ([Moskva] 1999) 154 ss. [pubblicato anche in Diritto @ Storia 1
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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(2002)
<http://www.dirittoestoria.it/tradizione/R.%20Del%20Ponte%
20-%20Aspetti%20del%20lessico%20pontificale.htm>.
[23] Servius in Verg. Georg. 1.21: Quod autem dicit ‘studium
quibus arva tueri’, nomina haec numinum in indigitamentis inveniuntur, id
est in libris pontificalibus, qui et nomina deorum et rationes ipsorum
nominum continent, quae etiam Varro dicit. Nam, ut supra diximus,
nomina numinum ex officiis constant imposita, verbi causa ut ab
occatione deus Occator dicatur, a sarratione Sarritor, a stercoratione
Sterculinus, a satione Sator. Ho seguito la lezione del testo serviano
offerta da B. CARDAUNS: M. Terentius Varro, Antiquitates rerum
divinarum. Teil I. Die Fragmente (Wiesbaden 1976) 64 fr. 87, il quale ha
ritenuto il passo di Servio un frammento varroniano, tratto dal XIV libro
delle Antiquitates rerum divinarum: «Man darf also Serv. georg. 1, 21 (fr.
87) mit guter Wahrscheinlichkeit auf RD XIV zurückführen und der
Einleitung des Buches zuweisen, in der Varro auf Indigitamenta als
wichtige – doch sicher nicht einzige – Quelle hinweis. Dass auch die bei
Servius folgenden Ausführungen und vor allem die Zwölfgötterreihe den
RD entstammen, ist möglich, aber ungewiss» [Op. cit. II. Kommentar
184]. Vedi anche F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma antica cit. 108
s.
[consultabile
anche
on
line,
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-III.htm].
[24] Sull’archivio dei pontefici, ma senza pretesa di completezza
bibliografica, si vedano: J.-V. LE CLERCQ, Des journaux chez les Romains,
recherches précédées d’un mémoire sur les annales des pontifes, et
suivies de fragments des journaux de l’ancienne Rome (Paris 1838) 127
ss.; I.A. AMBROSCH, Studien und Andeutungen im Gebiet des
altrömischen Bodens und Cultus (Breslau 1839) 159 ss.; ID.,
Observationum de sacris Romanorum libris particula prima (Vratislaviae
1840); ID., Quaestionum pontificalium caput primum (Vratislaviae 1848);
ID., Quaestionum pontificalium caput alterum (Vratislaviae 1850); E.
LUEBBERTUS,
Commentationes
pontificales
(Berolini
1859);
A.
BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l’ancienne Rome cit. 19 ss.; P.
PREIBISCH, Quaestiones de libris pontificiis (Vratislaviae 1874); ID.,
Fragmenta librorum pontificiorum cit.; J. MARQUARDT, Römische
Staatsverwaltung III. Das Sacralwesen cit. 299 ss. [= ID., Le culte chez
les Romains II cit. 358 ss.]; R. PETER, De Romanorum precationum
carminibus, in Commentationes Philologae in honorem Augusti
Reifferscheidii (Vratislaviae 1884) 67 ss.; ID., Quaestionum pontificalium
specimen (Argentorati 1886); W. ROWOLDT, Librorum pontificiorum
Romanorum de caeremoniis sacrificiorum reliquiae (Halis Saxonum 1906);
C.W. WESTRUP, On the Antiquarian-Historiographical Activities of the
Roman Pontifical College (København 1929); lo stesso tema viene poi
ripreso dal Westrup nel quarto volume della sua opera di maggiore
impegno: Introduction to early Roman Law. Comparative sociological
studies IV. Sources and Methods (London-Copenhagen 1950); G. ROHDE,
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Die Kultsatzungen der römischen Pontifices cit. 14 ss.; R. BESNIER, Les
archives privées, publiques et religieuses à Rome au temps des rois, in
Studi in memoria di Emilio Albertario II (Milano 1953) 1 ss.; G.B. PIGHI,
La religione romana cit. 41 ss.; F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma
antica cit. 17 ss. [il libro, ora, è consultabile anche on line; per il capitolo
che qui interessa nel sito: http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/SiniDocumenti-sacerdotali-Cap-I.htm]; J.A. NORTH, The books of the
pontifices, in La mémoire perdue. Recherches sur l’administration
romaine, Avant-propos de C. Moatti (Rome 1998) 45 ss.
[25] E. PERUZZI, Origini di Roma II cit. 155 ss.: «E quindi si
dovrà attribuire a exscripta exsignataque un preciso valore tecnico; e ciò
a tanto maggior ragione in quanto lo stile arido e minuzioso della notizia
liviana esclude che si possa vedere in tale binomio un’espressione
ridondante, come invece presuppongono certe versioni […] È impossibile
dire cosa significhi propriamente exsignatus nel passo liviano (munito di
sigillo impresso con un anello, accompagnato da una formula di
approvazione, da un explicit, ecc.), ma l’espressione exscripta
exsignataque non lascia dubbio che il testo affidato al pontefice era una
copia, integrale o parziale, autenticata dal rex, degli stessi libri latini “iuris
pontificii” che si ritroveranno nel 181 a.C., cioè un esemplare che Numa
aveva debitamente dichiarato conforme all’originale o comunque
pienamente valido» (162-163). Sul rapporto tra i sacra omnia exscripta
exsignataque di Numa Pompilio e i più antichi libri dei pontefici, vedi F.
SINI, Documenti sacerdotali di Roma antica cit. 160 s. [consultabile, ora,
anche on line; per il capitolo che qui interessa nel sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-IV.htm].
[26] Cfr. Varro in Festus De verb. sign. v. opima spolia, p. 204 L.
Quanto al rapporto tra i sacra omnia exscripta exsignataque di Numa
Pompilio e i più antichi libri dei pontefici, vedi anche F. SINI, Documenti
sacerdotali di Roma antica cit. 160 s.: «È noto che nelle fonti la
compilazione dei ‘primi’ libri sacerdotali si presenta strettamente connessa
con l’organizzazione voluta dal re Numa Pompilio; anzi, … tale
compilazione deve essere considerata, anche materialmente, opera dello
stesso re. Del resto appare ben comprensibile l’esigenza di testi scritti che
la riforma religiosa di Numa dovette imporre, se solo si consideri la
complessità dei sacra e delle caerimoniae e la minuziosa
regolamentazione dei sacrifici, testimoniati a proposito della religiosità di
quell’epoca. Che poi questi libri Numae abbiano costituito il nucleo
primitivo dei libri pontificum è sostenuto anche dalla tradizione
antiquaria» [il libro, ora, è consultabile anche on line; per il capitolo che
qui interessa nel sito: http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/SiniDocumenti-sacerdotali-Cap-IV.htm].
Recentissima messa a punto sulla questione: R. LAURENDI, Leges
regiae e ius papirianum. Tradizione e storicità di un corpus normativo
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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[Studia Juridica, LXXXVIII] (Roma 2013) in particolare 123 ss., anche per
ulteriore bibliografia.
60-61.
[27] A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l’ancienne Rome cit.
[28] N. TURCHI, La religione di Roma antica cit. 41: controllo
rituale, responsi sull'attività circa le cose sacre e pubbliche, controllo sul
culto degli dèi patri e sull'accettazione dei culti stranieri, controllo sul
diritto funerario, espiazione e neutralizzazione di fulmini e prodigi funesti.
[29] E. PERUZZI, Origini di Roma II. Le lettere cit. 165 s. La
divisione delle materie prospettata dal Peruzzi è la seguente: A) caelestes
caerimoniae, comprendente i sacra dei collegi sacerdotali maggiori e gli
altri sacra pubblici e privati, divise in cinque capitoli: 1 quibus hostiis, 2
quibus diebus, 3 ad quae templa, 4 unde in eos sumptus pecunia, 5
cetera publica privataque sacra; B) 6 iusta funebria et ad placandos
manes; C) 7 prodigia fulminibus aliove quo visu missa.
[30] D. SABBATUCCI, La religione di Roma antica, dal calendario
festivo all'ordine cosmico cit. 5.
[31] Riguardo alle prerogative giuridiche e religiose di questi
sacerdoti abbiamo – com’è noto – una vastissima bibliografia; mi limito
pertanto a segnalare, senza alcuna pretesa di completezza, qualche titolo
“recente”: J. VERNACCHIA, I pontefici nella storia del processo romano
arcaico, in Ciceroniana 1.2 (1959) 124 ss.; EAD., Il pontificato nell'ambito
della res publica romana, in Studi in onore di Emilio Betti IV (Milano 1962)
425 ss.; EAD., Cogitabant Pontifices, in Sodalitas. Scritti in onore di
Antonio Guarino I (Napoli 1984) 315 ss.; G.J. SZEMLER, The Priests of the
Roman Republic. A Study of Interactions between Priesthoods and
Magistracies (Bruxelles 1972); ID., The Dual Priests of the Republic, in
Rheinisches Museum für Philologie 117 (1975) 72 ss.; ID., v. Pontifex, in
Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft Suppl. XV cit.
331 ss.; H. LE BOURDELLES, Nature profonde du pontificat romain.
Tentative d'une étymologie, in Revue d'Histoire des Religions 189 (1976)
53 ss.; A. PARIENTE, Sobre pontifex, in Durios 6 (1978) 7 ss.; F.
WIEACKER, Altrömische Priesterjurisprudenz cit. 347 ss.
[32] Per un rapido elenco dei calendari superstiti, vedi N. TURCHI,
La religione di Roma antica cit. 320 s.; D. SABBATUCCI, La religione di
Roma antica, dal calendario festivo all'ordine cosmico cit. 8; frammenti
epigrafici in A. DEGRASSI, Inscriptiones Italiae vol. 13: Fasti et elogia
(Roma 1963).
Sull’antico calendario romano: V.L. JOHNSON, The Prehistoric
Roman Calendar, in American Journal of Philology 84 (1963) 28 ss.; A.
KIRSOPP MICHELS, The Calendar of the Roman Republic cit., da vedere
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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con la recensione di J.-CL. RICHARD, Le calendrier préiulien, in Revue des
Études Latines 46 (1968) 54 ss.; CH. GUITTARD, Le calendrier romaine
des origines au milieu du Ve siècle avant J.C., in Bulletin de l'Association
G. Budé 2 (juin 1973) 203 ss.; H. HAUBEN, Some Observations on the
Early Roman Calendar, in Ancient Society 11-12 (1980-1981) 241 ss.;
A.J. HOLLEMAN, Zur Schaltung im vorjulianischen römischen Kalender, in
Rheinisches Museum für Philologie 124 (1981) 55 ss.; P. BRIND'AMOUR,
Le calendrier romain. Recherches chronologiques (Ottawa 1983); W.
BERGMANN, Der römische Kalender: zur sozialen Konstruktion der
Zeitrechnung. Ein Beitrag zur Soziologie der Zeit, in Saeculum 35 (1984)
1 ss.; G. RADKE, Fasti Romani. Betrachtungen zur Frühgeschichte des
römischen Kalenders (Münster 1990); J. RÜPKE, The Roman Calendar
from Numa to Constantine. Time, History and the Fasti cit.
228.
[33] A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l’ancienne Rome cit.
[34] A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l’ancienne Rome cit.
228 ss.; J. MARQUARDT, Römische Staatsverwaltung III. Das
Sacralwesen cit. 281 ss. [= ID., Le culte chez les Romains I cit. 337 ss.];
G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer cit. 432 ss.; N. TURCHI, La
religione di Roma antica cit. 77 ss.; K. LATTE, Römische
Religionsgeschichte cit. 205 s.; G. DUMÉZIL, La religione romana arcaica
cit. 478 ss.; F. VAN HAEPEREN, Le collège pontifical (3ème s. a.C.-4ème
s. p.C.). Contribution à l’étude de la religion publique romaine cit. 216 ss.
[35] Svetonius Div. Iul. 40: Conversus hinc ad ordinandum rei
publicae statum, fastos correxit, iam pridem vitio pontificum per
intercalandi licentiam adeo turbatos, ut neque messium feriae aestate
neque vindemiarum autumno conpeterent; annumque ad cursum solis
accommodavit, ut trecentorum sexaginta quinque dierum esset, et,
intercalario mense sublato, unus dies quarto quoque anno intercalaretur.
Quo autem magis in posterum ex Kalendis Ianuariis novis temporum ratio
congrueret, inter Novembrem et Decembrem mensem interiecit duos
alios: fuitque is annus, quo haec constituebantur, quindecim mensium
cum intercalario, qui ex consuetudine in eum annum inciderat.
[36] La riforma cesariana del calendario romano è ben descritta da M
[37] In tal senso, cfr. B. LIOU-GILLE, Le calendrier romain:
histoire et fonctions (Tite-Live, 1 19, 6-7) cit. 321.
[38] Per la definizione del concetto di pax deorum, vedi H. FUCHS,
Augustinus und der antike Friedengedanke. Untersuchungen zum
neunzehnten Buch der Civitas Dei (Berlin 1926) 186 ss.; ampi riferimenti
alle fonti attestati i comportamenti umani suscettibili di violarla, in P.
VOCI, Diritto sacro romano in età arcaica, in Studia et Documenta
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Historiae et Iuris 19 (1953) 49 ss. [= ID., Scritti di diritto romano I
(Padova 1985) 226 ss.]; a cui sono da aggiungere, M. SORDI, Pax
deorum e libertà religiosa nella storia di Roma, in AA.VV., La pace nel
mondo antico (Milano 1985) 146 ss.; E. MONTANARI, Il concetto
originario di pax e pax deorum, in Concezioni della pace. Seminario 21
aprile 1988 [Da Roma alla Terza Roma, Studi – VI], a cura di P. Catalano
e P. Siniscalco (Roma 2006) 39 ss.; ID., Mito e storia nell'annalistica
romana delle origini (Roma 1990) 85 ss. (Appendice I: «Tempo della città
e pax deorum: l'infissione del clavus annalis»). Vedi, anche F.
SANTANGELO, Pax deorum and Pontiffs, in J.H. RICHARDSON-F.
SANTANGELO (eds.), Priests and State in the Roman World (Stuttgart
2011) 161 ss.
Ho trattato di pax deorum in alcuni dei miei studi, che cito qui di
seguito, anche per i costanti aggiornamenti bibliografici: F. SINI, Bellum
nefandum. Virgilio e il problema del "diritto internazionale antico" (Sassari
1991) 256 ss. (ivi fonti e letteratura precedente) [il libro, ora, è
consultabile anche on line; per il capitolo che qui interessa nel sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Bellum-NefandumCap-V.htm]; ID., La negazione nel linguaggio precettivo dei sacerdoti
romani, in Il Linguaggio dei Giuristi Romani. Atti del Convegno
Internazionale di Studi, Lecce, 5-6 dicembre 1994, a cura di O. Bianco e
S. Tafaro (Galatina 2000) 176 ss.; ID., Sua cuique civitati religio.
Religione e diritto pubblico in Roma antica cit. 167 ss., 262 ss.; ID., Люди
и боги в римской религиозно-юридической системе: pax deorum,
время богов, жертвоприношения = Uomini e Dèi nel sistema giuridicoreligioso romano: Pax deorum, tempo degli Dèi, sacrifici (trad. in lingua
russa), in Ius Antiquum-Древнее право 8 cit. 8 ss.; ID., «Fetiales, quod
fidei publicae inter populos praeerant»: riflessioni su fides e “diritto
internazionale” romano (a proposito di bellum, hostis, pax), in Il ruolo
della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e
contemporanea. Atti del Convegno internazionale di studi in onore di A.
Burdese. (Padova - Venezia - Treviso, 14-15-16 giugno 2001), a cura di L.
Garofalo, III (Padova 2003) 535 ss.; ID., Aspetti giuridici e rituali della
religione romana: sacrifici, vittime e interpretazioni dei sacerdoti, in
AA.VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino Imperatore
tra Oriente e Occidente cit. 19 ss.; ID., Ut iustum conciperetur bellum:
guerra “giusta” e sistema giuridico-religioso romano, in Seminari di storia
e di diritto, III. «Guerra giusta»? La metamorfosi di un concetto antico, a
cura di A. Calore (Milano 2003) 71 ss.; ID., Bellum, fas, nefas: aspetti
religiosi e giuridici della guerra (e della pace) in Roma antica, in Diritto @
Storia 4 (2005) § 9 <http://www.dirittoestoria.it/4/Memorie/Sini-Guerrapace-Roma-antica.htm>; ID., Diritto e pax deorum in Roma antica, in
Diritto @ Storia 5 cit. § 2 <http://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/SiniDiritto-pax-deorum.htm> (vedine traduzione russa: Ф. СИНИ, Право и
pax deorum в древнем Риме, in Ius Antiquum-Древнее право 19 cit. 9
ss.
[reperibile
anche
on
line
nel
sito:
http://eprints.uniss.it/8856/1/Sini_F_Diritto_e_pax_deorum.pdf]);
ID.,
Pax deorum e sistema giuridico-religioso romano, in Fides Humanitas Ius.
Studii in onore di Luigi Labruna VII cit. 5165 ss.; ID., Religione e poteri
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 43 di 67
del popolo in Roma repubblicana, in Diritto @ Storia 6 (2007, ma on line
febbraio
2008)
§
4
<http://www.dirittoestoria.it/6/Tradizioneromana/Sini-Religione-poteri-Popolo-Roma-repubblicana.htm> ; ID., La
règle «iniussu populi voveri non posse»: le peuple et la religion dans la
Rome républicaine, in Diritto @ Storia 9 (2010, ma on line febbraio 2011)
§
3
<http://www.dirittoestoria.it/9/Tradizione-Romana/Sini-Iniussupopuli-voveri-non-posse.htm>.
[39] Quanto alla valenza della ritualità ripetuta, vedi ora le
puntuali osservazioni di L. FRANCHINI, Il diritto casistico: esperienza
romana arcaica e ‘common law’, in Diritto @ Storia 10 (2011-2012)
<http://dirittoestoria.it/10/Tradizione-Romana/Franchini-Esperienzaromana-arcaica-common-law.htm>:
«Sulla
intangibilità
dei
riti
formalizzati da parte della mera prassi, attestata in Gai 4.11, torneremo
fra breve: si rifletta fin d’ora, comunque, sul fatto che, nella concezione
giuridico-religiosa arcaica, gesti ed espressioni che si fossero già rivelati di
per sé efficaci, socialmente e sacralmente rassicuranti, in quanto si
fossero sempre dimostrati idonei a mantenere la pax deorum e a
preservare l’ordine della comunità, dovevano, proprio per questo, essere
costantemente ripetuti come tali, e che ogni modifica o correzione
sarebbe potuta avvenire, ove quei comportamenti sembrassero aver
perduto le loro intrinseche valenze satisfattive, soltanto ad opera dei
sacerdoti» (ivi nt. 30). Nello stesso senso, ID., La desuetudine delle XII
tavole nell'età arcaica (Milano 2005) 15-16, nt. 35.
[40] P. BRAUN, Les tabous des «feriae», in L’Année Sociologique
3e ser. 10 (1959, ma pubbl. 1960) 49 ss.
[41] P. BRAUN, Les tabous des «feriae» cit. 54-55.
[42] L'utilizzazione del termine “sapienza”, seppure non usuale
per i sacerdoti, trova la sua giustificazione nel significato più risalente del
vocabolo latino sapientia, il quale, similmente al verbo sapere, veniva
riferito in origine quasi esclusivamente alla sfera dell'attività pratica ed
era comunque con essa più o meno direttamente collegato; così ancora
per Plauto «sapiens è colui che sa vivere e la sapientia è intesa
essenzialmente come ars vivendi»: G. GARBARINO, Evoluzione semantica
dei termini “sapiens” e “sapientia” nei secoli III e II a.C., in Atti
dell'Accademia delle Scienze di Torino (II. Classe di Scienze Morali,
Storiche e Filologiche) vol. 100 (1965-1966) 254. Una significativa
conferma di questa pregnante accezione originaria, riferita tuttavia a
diverso contesto culturale, nelle pagine introduttive di G. COLLI, La
sapienza greca I (Milano 1977) 15 ss.
Non bisogna del resto dimenticare che a Roma la "sapienza"
sacerdotale aveva anche funzioni tecnico-pratiche, soprattutto per quanto
riguarda le antichissime attività produttive: cfr. E. PAIS, I pontefici,
l'agricoltura e l’“annona”. “Leges regiae” e “leges sumptuariae”, in
Ricerche sulla storia e sul diritto pubblico di Roma I (Roma 1915) 423 ss.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 44 di 67
Più in generale sul rapporto (strettissimo nella religione romana arcaica)
tra feste, stagioni e ciclo produttivo, si veda G. DUMÉZIL, Fêtes romaines
d'été et d'automne, suivie de dix questions romaines cit. [= ID., Feste
romane cit.].
[43] Cfr. F. VAN HAEPEREN, Le collège pontifical (3ème s.
a.C.-4ème s. p.C.). Contribution à l’étude de la religion publique romaine
cit. 226 ss.
[44] Sulle implicazioni di questo passo del Servio Danielino nella
prospettiva di una ricostruzione delle materie raccolte ed elaborate nei
libri pontificum, si vedano, pur nella diversità di valutazioni, G. ROHDE,
Die Kultsatzungen der römischen Pontifices cit. 40 s.; F. SINI, Documenti
sacerdotali di Roma antica cit. 109 s. [il libro, ora, è consultabile anche on
line;
per
il
capitolo
che
qui
interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-III.htm].
[45] Cato De agr. 4.
[46] Vergilius Georg. 1.268-272. Su questi versi, risultano ancora
valide le riflessioni di W. WARDE FOWLER, Roman Essays and
Interpretations (Oxford 1920) 79 ss.
[47] Columella De re rust. 2.21: (Quae per ferias liceat agricolis et
quae non liceat facere) Sed cum tam otuii quam negotii rationem reddere
maiores nostri censuerunt, nos quoque monendos esse agricolas
existimamus, quae feriis facere quaeque non facere debeant. Sunt enim,
ut ait poeta, quae «festis exercere diebus / fas et iura sinunt: rivos
deducere nulla / religio vetuit, segeti praetendere saepem, / insidias
avibus moliri, incendere vepres / balantumque grege fluvio mersere
salubri». Quamquam pontifices negant segetem feriis saepiri debere;
vetant quoque lanarum causa lavari oves nisi propter medicinam.
Vergilius, quos liceat feriis flumine abluere gregem, praecipit et idcirco
adicit «fluvio mersere salubri», id est salutari; sunt enim vitia, quorum
causa pecus utile sit lavare. Feriis autem ritus maiorum etiam illa
permittit: far pinsare, faces incidere, cadelas sebare, vinea conductam
colere, piscinas, lacus, fossas veteres tergere et purgare, prata sicilire,
stercora aequare, foenum in tabulata componere, fructus oliveti
conductos cogere, mala, pira, ficos pandere, caseum facere, arbores
serendi causa collo vel mulo clitellario adferre; sed iuncto advehere non
permittitur nec adportanda serere neque terram aperire neque arborem
conlucare, sed ne sementem quidem administrare, nisi prius catulo
feceris, nec faenum secare aut vincire aut vehere. Ac ne vindemiam
quidem cogi per religiones pontificum feriis licet nec ovis tondere, nisi si
catulo feceris. Defructum quoque facere et vinum defrutare licet. Uvas
itemque olivas conditu legare licet. Pellibus oves vestiri non licet. In horto
quicquid holerum causa facias, omne licet. Feriis publicis hominem
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 45 di 67
mortuum sepeliri non licet. M. Porcius Cato mulis, equis, asinis nullas esse
farias ait, idemque boves permittit coniungere lignorum frumentorum
advehendorum causa. Nos apud pontifices legimus fereis tantum
denicalibus mulos iungere non licere, ceteris licere.
[48] Intorno all’elaborazione teologica e giuridica di questo
sommo giurista dell’età repubblicana, vedi fra gli altri: G. LEPOINTE,
Quintus Mucius Scaevola I. Sa vie et son oeuvre juridique. Ses doctrines
sur le droit pontifical (Paris 1926), a cui rimando per la bibliografia
precedente; F. SCHULZ, Storia della giurisprudenza romana cit. 81 ss.; O.
BEHRENDS, Die Wissenschaftslehre im Zivilrecht des Q. Mucius Scaevola,
in Nachrichten der Akademie der Wissenschaften in Göttingen.
Philologisch-Historische Klasse (Göttingen 1976) 265 ss.; A. SCHIAVONE,
Nascita della giurisprudenza. Cultura aristocratica e pensiero giuridico
nella Roma tardo-repubblicana (Roma-Bari 1976); ID., Giuristi e nobili
nella Roma repubblicana. Il secolo della rivoluzione scientifica nel pensiero
antico (Roma-Bari 1987) 25 ss.; ID., Linee di storia del pensiero giuridico
romano cit. 47 ss.; M. TALAMANCA, Costruzione giuridica e strutture
sociali fino a Quinto Mucio, in Società romana e produzione schiavistica. 3.
Modelli etici, diritto e trasformazioni sociali, a cura di A. Giardina e A.
Schiavone (Roma-Bari 1981) 15 ss.; R.A. BAUMAN, Lawyers in Roman
republican politics. A study of Roman jurists in their political setting, 31682 BC (München 1984) 340 ss.; F. BONA, Cicerone e i “libri iuris civilis” di
Quinto Mucio Scevola, in AA.VV., Questioni di giurisprudenza tardorepubblicana. Atti di un Seminario (Firenze, 27-28 maggio 1983), a cura
di G.G. Archi (Milano 1985) 205 ss.
Per quanto riguarda la teologia muciana, theologia tripertita, che
notoriamente sta alla base del pensiero teologico varroniano, vedi il
saggio di G. LIEBERG, Die Theologia tripertita in Forschung und
Bezeugung, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt I.4 (BerlinNew York 1973) 63 ss. (107 ss. raccolta delle fonti fondamentali sulla
theologia tripertita), a cui rimando per la discussione della bibliografia
anteriore al 1970. Da vedere anche A. SCHIAVONE, Quinto Mucio teologo,
in Labeo 20 (1974) 315 ss. [= ID., Nascita della giurisprudenza. Cultura
aristocratica e pensiero giuridico nella Roma repubblicana cit. 5 ss.]; J.
PÉPIN, Remarques sur les sources de la ‘theologia tripertita’ de Varron, in
Varron. Grammaire antique et stylistique latine. Recueil offert à Jean
Collart pour son soixante-dixième anniversaire par ses collègues, ses
élèves, ses amis (Paris 1978) 127 ss.; G. LIEBERG, Die theologia tripertita
als Formprinzip antiken Denkens, in Rheinisches Museum für Philologie
125 (1982) 25 ss.; A. DIHLE, Die Theologia tripertita bei Augustin, in
Festschrift für Martin Hengel zum 70. Geburtstag: Geschichte - Tradition Reflexion. Band II: Griechische und Römische Religion, hrsg. von H.
Cancik cit. 183 ss.
[49] PH.E. HUSCHKE, Iurisprudentiae Antejustinianae quae
supersunt, editio quinta (Lipsiae 1886) 15 fr. 12; F.P. BREMER,
Iurisprudentiae Antehadrianae quae supersunt. Pars prior: Liberae
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 46 di 67
Reipublicae iuris consulti (Lipsiae 1896, rist. an. Roma 1964), 57 fr. 2. Sul
testo muciano G. LEPOINTE, Quintus Mucius Scaevola cit. 93 s.; G.
ROHDE, Die Kultsatzungen der römischen Pontifices cit. 41; più di
recente, vedi J. SCHEID, Oral tradition and written tradition in the
formation of sacred law in Rome, in Religion and Law in Classical and
Christian Rome [Potsdamer Altertumswissenschaftliche Beiträge – 15]
Clifford Ando, Jörg Rüpke (Eds.) (Stuttgart 2006) 21 e nt. 32.
[50] Ovidius Fast. 1.47-48: Ille nefastus erit per quem tria verba
silentur; / Fastus erit, per quem lege licebit agi. Gai. Inst. 4.29: praeterea
quod nefasto quoque die, id est quod non licebat lege agere, pignus capi
poterat. Cfr. inoltre Festus De verb. sign. 162 L.; Macrobius Sat. 1.16.14;
Isidorus Orig. 6.18.1.
[51]
Sui
termini
prudentia
/
prudens,
sulla
relativa
concettualizzazione religiosa e giuridica, vedi ora F. SANTANGELO,
Divination, Prediction and the End of the Roman Republic (Cambridge
2013) 56 ss., 65 ss. Più in generale, A. SCHIAVONE, Linee di storia del
pensiero giuridico romano cit. 75, sottolinea giustamente che «L’esercizio
del pontificato non fu un’occasione senza conseguenze (come non lo era
stato per Publio, editore degli Annales), ma si accompagnò in Mucio a una
riflessione sul senso e il valore dell’esperienza religiosa in quegli anni
difficili di grandi cambiamenti».
[52] Per un rapido approccio alla nozione di nefas, J. PAOLI, Le
monde juridique du paganisme romain. Introduction à l’étude du domaine
interdit des dieux dans le temps (nefas), in Revue Historique de Droit
Français et Étranger 23 (1945) 1 ss.; H. FUGIER, Recherches sur
l’expression du sacré dans la langue latine (Paris 1963) 127 ss.; P.
CIPRIANO, Fas e nefas (Roma 1978); F. SINI, Bellum nefandum. Virgilio e
il problema del “diritto internazionale antico” cit. 102 ss. [il libro, ora, è
consultabile anche on line; per il capitolo che qui interessa nel sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Bellum-Nefandum-CapII.htm].
[53] R.G. AUSTIN, P. Vergili Maronis Aeneidos liber tertius (Oxford
1962) 109: «votis ... exposcere pacem: this is a religious formula». Cfr.
F. SINI, Bellum nefandum. Virgilio e il problema del "diritto internazionale
antico" cit. 261 s. [il libro, ora, è consultabile anche on line; per il capitolo
che qui interessa nel sito: http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/SiniBellum-Nefandum-Cap-V.htm].
[54] Vedi anche Livius 3.7.6-8: Haud minor Romae fit morbo
strages quam quanta ferro sociorum facta erat. Consul qui unus supererat
moritur; mortui et alii clari viri, M'. Valerius, T. Verginius Rutulus augures,
Ser. Sulpicius curio maximus. Et per ignota capita late vagata est vis
morbi, inopsque senatus auxilii humani ad deos populum ac vota vertit:
iussi cum coniugibus ac liberis supplicatum ire pacemque exposcere
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 47 di 67
deum. Ad id quod sua quemque mala cogebant auctoritate pubblica
evocati omnia delubra implent. Stratae passim matres, crinibus templa
verrentes, veniam irarum caelestium finemque pesti exposcunt. 42.2.3-7:
Cum bellum Macedonicum in expectatione esset, priusquam id
susciperetur, prodigia expiari pacemque deum peti precationibus, qui editi
ex fatalibus libris essent, placuit. Lanuvi classis magnae species in caelo
visa dicebatur, et Priverni lana pulla terra enata, et in Veienti apud
Rementem lapidatum; Pomptinum omne velut nubibus lucustarum
coopertum esse; in Gallico agro, qua induceretur aratrum, sub
existentibus glebis pisces emersisse. Ob haec prodigia libri fatales
inspecti, editumque ab decemviris est, et [ex] quibus diis quibusque
hostiis sacrificaretur, et ut supplicatio prodigiis expiandis fieret. Alteraque,
quae priore anno valetudinis populi causa vota esset, ea uti fieret
feriaeque essent. Ita sacrificatum supplicatumque est, ut decemviri
scriptum ediderant.
Per una rassegna più esaustiva della casistica, vedi Y. BERTHELET,
Le rôle des pontifes dans l’expiation des prodiges à Rome, sous la
République: le cas des "procurations" anonymes, in Cahiers «Mondes
anciens»
2
(2011)
[on
line
15
juillet
2011.
URL:
http://mondesanciens.revues.org/348].
[55] Questo significato di religio è attestato da Cicero De nat.
deor. 2.8: C. Flaminium Coelius religione neglecta cecidisse apud
Transumenum scribit cum magno rei publicae vulnere. Quorum exitio
intellegi potest eorum imperiis rem publicam amplificatam qui religionibus
paruissent. Et si conferre volumus nostra cum externis, ceteris rebus aut
pares aut etiam inferiores reperiemur, religione, id est cultu deorum,
multo superiores.
Sul passo, vedi fra gli altri C. BAILEY, Phases in the religion of
ancient Rome (Berkeley 1932, rist. Westport, Conn. 1972) 274 s.; R.
TURCAN, Religion romaine. 2. Le culte (Leiden-New York-København-Köln
1988) 5 s.: «C'est à la piété collective et institutionnelle, aux religiones de
la cité que les Romains attribuaient le succès de leur politique et leur
hégémonie universelle. [...] A cet égard, les Romains pouvaient à bon
droit se targuer de l'emporter sur tous peuples religione, id est cultu
deorum».
Nello stesso senso, anche altri testi ciceroniani. Cicero De nat.
deor. 1.117: religionem, quae deorum cultu pio continetur. De leg. 1.60:
cum [animus] suis omnisque natura coniunctos suos duxerit cultumque
deorum et puram religionem susceperit. De leg. 2.30: Quod sequitur vero,
non solum ad religionem pertinet, sed etiam ad civitatis statum, ut sine
iis, qui sacris publice praesint, religioni privatae satis facere non possint;
continet enim rem publicam consilio et auctoritate optimatium semper
populum indigere. Discriptioque sacerdotum nullum iustae religionis genus
praetermittit. Nam sunt ad placandos deos alii constituti, qui sacris
praesint sollemnibus, ad interpretanda alii praedicta vatium neque
multorum, ne esset infinitum, neque ut ea ipsa, quae suscepta publice
essent, quisquam extra collegium nosset. De har. resp. 18: Ego vero
primum habeo auctores ac magistros religionum colendarum maiores
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 48 di 67
nostros, quorum mihi tanta fuisse sapientia videtur ut satis superque
prudentes sint qui illorum prudentiam non dicam adsequi, sed quanta
fuerit perspicere possint; qui statas sollemnisque caerimonias pontificatu,
rerum bene gerendarum auctoritates augurio, fatorum veteres
praedictiones Apollinis vatum libris, portentorum expiationes Etruscorum
disciplina contineri putaverunt.
Una diversa definizione di religio è data da Servius in Verg. Aen.
8.349: RELIGIO id est metus, ab eo quod mentem religet dicta religio.
Sull’uso del termine nelle opere di Virgilio, vedi E. MONTANARI, v. Religio,
in Enciclopedia Virgiliana IV (Roma 1988) 423 ss.
Più in generale, sul significato di religio vedi M. KOBBERT, v.
Religio, in Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft I.A.1
(Stuttgart 1914) 565 ss.; C. KOCH, Religio. Studien zu Kult und Religion
der Römer (Nürnberg 1960); H. FUGIER, Recherches sur l'expression du
sacré dans la langue latine cit. 172 ss.; É. BENVENISTE, Le vocabulaire
des institutions indo-européennes 2. Pouvoir, droit, religion (Paris 1969)
265 ss.; H. WAGENVOORT, Wesenszüge altrömischer Religion, in Aufstieg
und Niedergang der römischen Welt I.2 (Berlin-New York 1972) 348 ss.
[ripubblicato col titolo Characteristic Traits of Ancient Roman Religion, in
ID., Pietas. Selected studies in Roman Religion (Leiden 1980) 223 ss.]; G.
LIEBERG, Considerazioni sull'etimologia e sul significato di Religio, in
Rivista di Filologia e di Istruzione Classica 102 (1974) 34 ss.; R. MUTH,
Von Wesen römischer religio, in Aufstieg und Niedergang der römischen
Welt II.16.1 (Berlin-New York 1978) 290 ss.; R. SCHILLING, L'originalité
du vocabulaire religieux latin, in ID., Rites, cultes, dieux de Rome (Paris
1979) 30 ss.; B. LINKE, Religio und res publica. Religiöser Glaube und
gesellschaftliches Handeln im republikanischer Rom, in Mos maiorum.
Untersuchungen zu den Formen des Identitätsstiftung und Stabilisierung
in der römischer Republik, B. Linke-M. Stemmler (hrsg.) (Stuttgart 2000)
269 ss.; J.E. VAAHNTERA, Roman Religion and the Polybian politeia, in
The Roman Middle Republic. Politics, Religion und Historiography c. 400133 B.C., Chr. Bruun (ed.) (Rome 2000) 251 ss.; S. RANDAZZO,
Collegium pontificum decrevit. Note in margine a CIL. X.8259, in Labeo 50
(2004) 135 ss.
Per l’antitesi religio/superstitio, vedi il lavoro ormai classico di
W.F. OTTO, Religio und Superstitio, in Archiv für Religionswissenschaft 14
(1911) 406 ss.; e il più recente saggio di M. SACHOT, Religio/superstitio.
Histoire d’une subversion et d’un retournement, in Revue de l’Histoire des
Religions 208 (1991) 355 ss.; cfr. anche S. CALDERONE, Superstitio, in
Aufstieg und Niedergang der römischen Welt I.2 (Berlin-New York 1972)
377 ss.; D. GRODZYNSKI, Superstitio, in Revue des Études Anciennes 76
(1974) 36 ss.; L.F. JANSSEN, Die Bedeutungsentwicklung von
superstitio/superstes, in Mnemosyne 28 (1975) 135 ss.; W. BELARDI,
Superstitio (Roma 1976); più di recente vi ha dedicato alcune belle pagine
F. SANTANGELO, Divination, Prediction and the End of the Roman
Republic cit. 38 ss.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 49 di 67
[56] M. HUMBERT, Droit et religion dans la Rome antique, in
Mélanges Felix Wubbe: offerts par ses collègues et ses amis à l'occasion
de son soixante-dixième anniversaire (Fribourg 1993) 195.
[57] Su tale attività e sull'influenza di essa per il formarsi della
tradizione annalistica, vedi B.W. FRIER, ‘Libri Annales pontificum
Maximorum’: the origins of the Annalistic Tradition [Papers and
Monographs of the American Academy in Rome, vol. XXVII] (Rome 1979;
reprinted, with a new introduction, Ann Arbor, Mich. 1999).
[58] Cfr., giusto a titolo d'esempio: Livius 2.36.1; 3.5.14; 3.10.6;
4.9.3; 4.12.6; 4.21.5; 4.30.7; 5.13.4; 6.20.16; 7.2.2; 7.3.3; 7.27.1;
7.28.7; 8.6.9; 8.9.6-12; 8.25.1; 10.47.6; 21.46.1-3; 21.63.13; 22.3.11;
22.9.7; 22.36.6; 23.31.15; 23.36.10; 23.39.5; 24.10.6; 24.44.8-9;
25.7.7-9; 25.16.1; 25.17.3; 26.23.3-6; 26.45.9; 27.4.11; 27.11.1;
28.27.16; 30.2.9-13; 30.38.8. Sul nutrito elenco di prodigi presenti
nell'opera liviana, certo improntati - direttamente o indirettamente - agli
Annales Maximi, v. E. DE SAINT-DENIS, Les énumerations de prodiges
dans l'oeuvre de Tite-Live, in Revue de Philologie 16 (1942) 126 ss.; J.PH.
PACKARD, Official notices in Livy's fourth decade: style and treatment
(Ann Arbor 1970) 125 ss.; E. RAWSON, Prodigy list and the use of
Annales Maximi, in The Classical Quarterly 21 (1971) 158 ss.; B.
MACBAIN, Prodigy and expiation: a study in religion and politics in
Republican Rome (Bruxelles 1982) 82 ss. [Appendix A: index of
prodigies]; da ultimo Y. BERTHELET, Le rôle des pontifes dans l’expiation
des prodiges à Rome, sous la République: le cas des "procurations"
anonymes
cit.
[on
line
15
juillet
2011.
URL:
http://mondesanciens.revues.org/348].
[59] R. ORESTANO, Dal ius al fas. Rapporto tra diritto divino e
umano in Roma dall'età primitiva all'età classica, in Bullettino dell'Istituto
di Diritto Romano 46 (1939) 201.
[60] Varro De ling. Lat. 5.33: Ut nostri augures pubblici dixerunt,
agrorum sunt genera quinque: Romanus, Gabinus, peregrinus, hosticus,
incertus. Romanus dictus unde Roma ab Rom<ul>o; Gabinus ab oppido
Gabis; peregrinus ager pacatus, qui extra Romanum et Gabinum, quod
uno modo in his servantur auspicia; dictus peregrinus a pergendo, id est a
progrediendo: eo [quod] enim ex agro Romano primum progrediebantur.
Quocirca Gabinus quoque peregrinus, sed quod auspicia habet singularia,
ab reliquo discretus; hosticus dictus ab hostibus; incertus is, qui de his
quattuor qui sit ignoratur.
A. BRAUSE, Librorum de disciplina augurali ante Augusti mortem
scriptorum reliquiae (Pars I) (Lipsiae 1875) 42 fr. XXVII; P. REGELL,
Fragmenta auguralia (Hirschberg 1882) 19; J. RÜPKE, Domi Militiae. Die
religiöse Konstruktion des Krieges in Rom (Stuttgart 1990) 31 s.
La divisione dello spazio in cinque agrorum genera rappresenta un
mirabile esempio della semplicità, dell’efficacia interpretativa e delle
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 50 di 67
potenzialità universalistiche della disciplina augurale: in merito a questa
divisione elaborata dal collegio degli auguri e, più in generale, sul valore
giuridico dell’ager, vedi P. CATALANO, Aspetti spaziali del sistema
giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia,
in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.16.1 (Berlin-New York
1978) 492 ss.
Pur salvaguardando la centralità dell’ager romanus (anche verso
gli dèi), la classificazione dei genera agrorum mostra una fortissima
propensione teologica e giuridica ad instaurare rapporti – tanto reali
quanto potenziali – con la molteplicità degli spazi terrestri; con gli
homines che hanno relazioni a vario titolo con questi spazi; con gli
innumerevoli dèi che quegli spazi (e quanti li abitano) presiedono e
tutelano: cfr. F. SINI, Diritto e pax Deorum in Roma antica, in Diritto @
Storia
5
cit.,
in
particolare
§
5
<http://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/Sini-Diritto-pax-deorum.htm> .
[61] F. SINI, Impero Romano e religioni straniere: riflessioni in
tema di universalismo e “tolleranza” nella religione politeista romana, in
Sandalion. Quaderni di cultura classica, cristiana e medievale 21-22
(1998-1999, ma pubbl. 2001) 57 ss.; ID., Sua cuique civitati religio.
Religione e diritto pubblico in Roma antica cit. 44 ss.; ID., Dai documenti
dei sacerdoti romani: dinamiche dell’universalismo nella religione e del
diritto pubblico di Roma, in Diritto @ Storia 2 (Marzo 2003), in particolare
§§
3-4
<http://www.dirittoestoria.it/tradizione2/Sini-DaiDocumenti.htm>; ID., Dai peregrina sacra alle pravae et externae
religiones dei Baccanali: alcune riflessioni su ‘alieni’ e sistema giuridicoreligioso romano, in La Condition des “autres” dans les systèmes
juridiques de la Méditerranée, sous la direction de F. Castro et P. Catalano
cit. 59 ss.
[62] P. PREIBISCH, Quaestiones de libris pontificiis cit., affrontò
nella sua dissertazione dottorale la questione relativa ai documenti
contenuti negli archivi dei pontefici, assumendo una posizione di netto
rifiuto della distinzione, per così dire tradizionale, che si era soliti fare tra
libri e commentarii: «Omnes isti tituli – scriveva il Preibisch – ut libri
pontificii vel pontificales vel pontificum, ius pontificium, commentarii
pontificum, commentarii sacrorum, similes promiscue usurpari videntur,
nempe ita ut quae sub eis nominibus traduntur, excerpta sint ex
pontificum decretis, quae et ipsa passim nominantur. Imprimis moneo,
discrimen inter libros et commentarios non eo modo statuendum esse, ut
adhuc mos erat» (op. cit. 5).
Coerente con il suo convincimento negativo sulla possibilità di
distinzione tra libri e commentarii sacerdotali, il giovane studioso tedesco,
nei Fragmenta librorum pontificiorum cit. 1, aveva preferito attenersi ad
un criterio di sistemazione basato sull’accorpamento per materia dei
singoli passi raccolti. Il criterio seguito dal Preibisch nell’ordinare i
frammenti dei libri pontificii viene così descritto: «... in disponendis
fragmentis librorum pontificiorum, quatenus non verba singularia sunt,
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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secutum me esse eum ordinem, qui antiquitatibus divinis a M. Terentio
Varrone conscriptis suberat secundum Augustinum de civ. dei VI, 3. Varro
in illis libris secundum testem, quem modo dixi, primum egit de
hominibus, tum de locis, deinde de temporibus, denique de sacrorum
ratione». Quindi sulla base di questa quadripartizione, il Preibisch ordina i
frammenti raccolti come segue: in primo luogo compaiono quei frammenti
che riguardano de sacerdotibus (fr. 1-25), ripartiti a loro volta in: de
flamine Diali deque flaminica (fr. 1-14B); de pontificibus deque virginibus
Vestae (fr. 15-19); de fetialibus (fr. 20A-24); de augure (fr. 25). Vengono
poi trattati i fragmenta ad loca sacra spectantia (fr. 26-30). La terza parte
raccoglie i frammenti de temporibus (fr. 31-37B) ed è a sua volta
suddivisa in: fragmenta ad ferias universas spectantia (fr. 31-31A);
fragmenta ad ferias privatas spectantia (fr. 32A-35); fragmenta ad ferias
publicas pertinentia (fr. 36-37B). Infine i frammenti riguardanti de
sacrorum ratione (fr. 36-38). Lo stesso schema viene riproposto dal
Preibisch per la sistemazione dei singularia verba pontificalia (op. cit. 15
ss.).
[63] La distinzione tra i decreta e i responsa sacerdotali non
risulta sufficientemente chiara in dottrina: vedi, per tutti, P. JÖRS,
Römische Rechtswissenschaft zur Zeit der Republik cit. 29 ss.; E. DE
RUGGIERO, v. Decretum, in Dizionario Epigrafico di Antichità Romane II.2
(Roma 1910) 1497 ss.; G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer cit.
541 s., 527 ss., 551; F. SCHULZ, Storia della giurisprudenza romana cit.
37 ss.; G.J. SZEMLER, Religio, Priesthoods and Magistracies in the Roman
Republic, in Numen 18.2 (Aug., 1971) 103 ss.; G. MANCUSO, Studi sul
decretum nell’esperienza giuridica romana, in Annali del Seminario
Giuridico dell’Università di Palermo 40 (1988) 78 ss.; vedi anche L.L.
COHEE, Responsa and decreta of Roman priesthoods during the Republic,
Dissertation University of Colorado (Boulder 1994).
Per quanto riguarda i responsa, non è neppure certo se, e in che
misura, essi vincolassero il magistrato, il senato o il privato che li avevano
richiesti; tuttavia il prestigio dei sacerdoti era tale da far sì che raramente
venissero disattesi. Cfr. Cic. De har. res. 6.12: Quae tanta religio est qua
non in nostris dubitationibus atque in maximis superstitionibus unius P.
Servili ac M. Luculli responso ac verbo liberemur? De sacris publicis, de
ludis maximis, de deorum penatium Vestaeque matris caerimoniis, de illo
ipso sacrificio quod fit pro salute populi Romani, quod post Romam
conditam huius unius casti tutoris religionum scelere violatum est quod
tres pontifices statuissent, id semper populo Romano, semper senatui,
semper ipsis dis immortalibus satis sanctum, satis augustum, satis
religiosum esse visum est.
[64] Una visione generale di sintesi, con spunti assai interessanti,
si legge nel lavoro di M. ALBANA, I luoghi della memoria a Roma in età
repubblicana: templi e archivi, in Annali della Facoltà di Scienze della
Formazione 3 (2004) 9 ss. [consultabile anche on line, in formato pdf, nel
sito: http://ojs.unict.it/ojs/index.php/annali-sdf/article/view/78].
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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[65] G. ROHDE, Die Kultsatzungen der römischen Pontifices cit.
47; B. CARDAUNS, M. Terentius Varro. Antiquitates Rerum Divinarum I
cit. 53 fr. 78.
[66] J. CHAMPEAUX, "Alium pro alio nominando", ou quand les
Romains ne nommaient pas leurs dieux, in Revue des Études Latines
LXXXVIII (2010) 72 ss. L’importanza del nome della divinità nei riti della
religione politeista romana, con riferimento anche a questo frammento, è
ben compresa da C.M.A. RINOLFI, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius
sacrum cit. 110 nt. 256 [dell’estratto a stampa]; reperibile on line
<http://www.dirittoestoria.it/4/Tradizione-Romana/Rinolfi-Pontefici-sacraius-sacrum.htm>.
[67] Cfr. F. VAN HAEPEREN, Le collège pontifical (3ème s.
a.C.-4ème s. p.C.). Contribution à l’étude de la religion publique romaine
cit. 240.
[68] P. PREIBISCH, Fragmenta librorum pontificiorum cit. 8 fr. 33;
F.P. BREMER, Iurisprudentiae Antehadrianae quae supersunt II cit. 272 fr.
1; PH.E. HUSCHKE-E. SECKEL-B. KÜBLER, Iurisprudentiae Anteiustinianae
reliquias, Editione sexta aucta et emendata, Volumen prius, Reprint der
Originalausgabe (6. Aufl.) von 1908 (Leipzig 1988) I 64 fr. 8; W.
STRZELECKI, C. Atei Capitonis fragmenta (Lipsiae 1967) 8 fr. 10; F. SINI,
A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo
a.C. (Torino 1995) 88 fr. 2 [il libro, ora, è consultabile anche on line; per
il
cap.
che
qui
interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Ricerche-giuristi-III-secoloII-Cap-2.htm].
[69] Sulla figura e sull’opera del giurista C. Ateio Capitone, da
vedere P. JÖRS, v. C. Ateius Capito, in Real-Encyclopädie der classischen
Altertumswissenschaft II (Stuttgart 1896) 1904 ss.; M. SCHANZ-C.
HOSIUS, Geschichte der römischen Literatur II, 4ª ed. (München 1935,
rist. 1967) 384 s.; W. KUNKEL, Herkunft und soziale Stellung der
römischen Juristen, 2a ed. (Graz-Wien-Köln 1967) 114 s.; R.A. BAUMAN,
Lawyers and politics in the early Roman Empire. A study of relations
between the Roman jurists and the emperors from Augustus to Hadrian
(München 1989) 25 ss.
Per la ricostruzione completa dei frammenti del grande
giureconsulto augusteo, vedi ora il fondamentale lavoro di W.
STRZELECKI, C. Atei Capitonis fragmenta cit. VII ss., 3 ss. O. LENEL,
Palingenesia iuris civilis I (Lipsiae 1889) coll. 105 s., attribuisce a
Capitone cinque frammenti, nel seguente ordine: D. 8.2.13.1 (= Proculus,
Libro secundo epistularum); D. 23.2.29 (= Ulpianus, Libro tertio ad legem
Iuliam et Papiam); D. 24.3.44 pr. (= Paulus, Libro quinto quaestionum),
dove legge Capito in luogo del Cato dei mss.; Festus De verb. sign., v.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Reus, p. 336 L.; Gell. Noct. Att. 10.20.2. La ragione del criterio restrittivo
è spiegata dallo studioso in una breve nota (col. 105 n. 1).
[70] Pomponius D. 1.2.2.38: Post hos fuit Tíberius Coruncanius,
ut dixi, qui primus profiteri coepit: cuius tamen scriptum nullum exstat,
sed responsa complura et memorabilia eius fuerunt.
Sulla figura del grande giurista plebeo, e sui frammenti a lui
attribuiti, mi permetto di rinviare a F. SINI, A quibus iura civibus
praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo a.C. cit. 81 ss. (ivi
bibliografia precedente) [il libro, ora, è consultabile anche on line; per il
cap.
che
qui
interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Ricerche-giuristi-III-secoloII-Cap-2.htm].
[71] Più di recente, la questione, e le relative fonti, sono state
riesaminate nel bel lavoro di F. VAN HAEPEREN, Le collège pontifical
(3ème s. a.C.-4ème s. p.C.). Contribution à l’étude de la religion publique
romaine cit. 232 ss., alla quale rinvio anche per l’aggiornamento
bibliografico.
[72] Così G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer cit. 438 s.,
pensava a delle «Vorfeiern» che precedevano le feriae publicae («es
dürfte nicht allzu gewagt sein, diese Vorfeiern unter den überlieferten
Terminus feriae praecidaneae zu stellen»); nello stesso senso M.
KRETZER, De Romanorum vocabulis pontificalibus cit. 64 («Quo fit, ut
dies pridie ferias publicas, qui partim feriati erant, feriae praecidaneae
appellarentur»). Invece, per A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de
l’ancienne Rome cit. 127; ID., v. Inauguratio, in Dictionnaire des
Antiquités Grecque et Romaines III (Paris 1898) 440 e nt. 1, tali feriae
sarebbero da considerare piuttosto atti di culto privati; allo stesso modo,
implicitamente, si orientava già P. PREIBISCH, Fragmenta librorum
pontificiorum cit. 8. In altro senso vedi però P. CATALANO, Contributi allo
studio del diritto augurale (Torino 1960) 57 s., 332 s., 352 s., il quale,
accettando l'opinione espressa dal Valeton, ha sostenuto che «le feriae
praecidaneae erano un sacrificio annuo a Cerere, compiuto ante fruges
novas captas, piaculi gratia; si identificherebbero cioè con la praecidanea
porca, che è uno dei sacra popularia» (352).
Cfr. K. LATTE, Römische Religionsgeschichte cit. 69 ss., 102; F.
D’IPPOLITO, Sul pontificato massimo di Tiberio Coruncanio, in Labeo 23
(1977) 129; ID., I giuristi e la città. Ricerche sulla giurisprudenza romana
della repubblica (Napoli 1978, ma pubbl. 1979) 42 ss.; J. LINDERSKI, The
Augural Law, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II. Principat
XVI.3 (Berlin-New York 1986) 2222 [l’articolo, ora, può essere consultato
anche
on
line,
in
formato
pdf,
nel
sito:
http://www.academia.edu/6696039/J._Linderski_The_Augural_Law._ANRW_
F. SINI, A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III
secolo a.C. cit. 92 ss. [libro consultabile anche on line; per il cap. che qui
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 54 di 67
interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/SiniRicerche-giuristi-III-secolo-II-Cap-2.htm].
[73] Cfr. Macrobius Sat. 1.16.24.
[74] Cfr. la formula solenne del ver sacrum in Liv. 22.10.6: si atro
die faxit inscens, probe factum esto; ma anche Varro De ling. Lat. 6.30:
Quod si tum imprudens id verbum emisit ac quem manumisit, ille nihilo
minus est liber, sed vitio, ut magistratus vitio creatus nihilo setius
magistratus. Praetor qui tum fatus est, si imprudens fecit, piaculari hostia
facta piatur; si prudens dixit, Quintus Mucius a[b]i[g]ebat eum expiari ut
impius non posse.
Sul punto, vedi brevi considerazioni in G. ROHDE, Die
Kultsatzungen der römischen Pontifices cit. 128 s. e in F. SINI, A quibus
iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo a.C. cit.
93 s. [il libro, ora, è consultabile anche on line; per il cap. che qui
interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/SiniRicerche-giuristi-III-secolo-II-Cap-2.htm].
[75] P. PREIBISCH, Fragmenta librorum pontificiorum cit. 8 fr.
37.A; G. ROHDE, Die Kultsatzungen der römischen Pontifices cit. 128.
37.B.
[76] P. PREIBISCH, Fragmenta librorum pontificiorum cit. 8 fr.
[77] Sui due testi, cfr. il commento di F. VAN HAEPEREN, Le
collège pontifical (3ème s. a.C.-4ème s. p.C.). Contribution à l’étude de la
religion publique romaine cit. 234 ss.
[78] Correggeva et in nec già K.L. URLICHS, Chrestomantia
Pliniana (Berlin 1857): cfr. H. LE BONNIEC, Pline l’Ancien, Histoire
naturelle, livre XVIII (Paris 1972) 63. Peraltro la correzione di Urlichs
appare generalmente seguita dagli studiosi: L. DELATTE, Recherches sur
quelques fêtes mobiles du calendrier romain. IV. Augurium canarium, in
L’antiquité classique 6 (1937) 93; P. CATALANO, Contributi allo studio del
diritto augurale cit. 346; ma su questo punto mi pare esauriente
l’argomentazione svolta da J. BAYET, Les “Feriae sementivae” et les
indigitations dans le culte de Cérès et de Tellus cit. 186 nt. 2.
[79] Il testo è quello dell’edizione curata da H. LE BONNIEC, Pline
l’Ancien, Histoire naturelle, livre XVIII cit.
P. PREIBISCH, Fragmenta librorum pontificiorum cit. 8 fr. 34; G.
ROHDE, Die Kultsatzungen der römischen Pontifices cit. 26; F. SINI,
Documenti sacerdotali di Roma antica cit. 104 e ntt. 78-79 [il libro, ora, è
consultabile anche on line; per il capitolo che qui interessa nel sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-III.htm].
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 55 di 67
[80] Su Plinio e sulle sue fonti resta ancora fondamentale l’opera
di F. MÜNZER, Beiträge zur Quellenkritik der Naturgeschichte des Plinius
(Berlin 1897), la quale rende pressoché superfluo il ricorso agli studiosi
anteriori; utile risulta anche la consultazione dell’articolo di W. KROLL, v.
Plinius
der
Ältere,
in
Real-Encyclopädie
der
classischen
Altertumswissenschaft XXI.1 (Stuttgart 1951) 425 ss. Linguaggio, stile e
grammatica sono analizzati da A. ÖNNERFORS, Pliniana. In Plinii maioris
Naturalem historiam studia grammatica semantica critica (Upsaliae
1956); per quanto riguarda la religione, si veda TH. KÖVES-ZULAUF,
Reden und Schweigen. Römische Religion bei Plinius Maior (München
1972). Per maggiori approfondimenti è da consultare la rassegna di KL.
SALLMANN, Plinius der Ältere 1938-1970, in Lustrum. Internationale
Forschungsberichte der klassischen Altertums 18 (1975) 5-300:
esposizione della letteratura sul XVIII libro della Naturalis Historia, 214
ss.; ma anche il volumetto di H. LE BONNIEC, Bibliographie de l’histoire
naturelle de Pline l’Ancien (Paris 1946).
[81] Così, Festus De verb. sign., p. 358 L.: Rutilae canes, id est
non procul a rubro colore, immolantur, ut ait Ateius Capito, canario
sacrificio pro frugibus deprecandae saevitiae causa sideris caniculae;
Paulus Fest. epit., p. 39 L.: Catularia porta Romae dicta est, quia non
longe ab ea ad placandum caniculae sidus frugibus inimicum rufae canes
immolabantur, ut fruges flavescentes ad maturitatem perducerentur;
Servius auctus in Verg. Georg. 4.424: Sirius stella in ore canis. Hac
oriente maximi calores et ex his graves morbi: ideoque Romae omnibus
annis sacrum canarium fit per publicos sacerdotes. Cfr. P. CATALANO,
Contributi allo studio del diritto augurale cit. 346.
Per quanto riguarda invece l’utilizzazione rituale del cane, vedi
M.A. MARCOS CASQUERO, El perro y la religión romana, in Durios 5
(1977) 25 ss.; F. BLAIVE, Le rituel romain des Robigalia et le sacrifice du
chien dans le monde indoeuropéen, in Latomus 54 (1995) 279 ss.; A.
GIANFERRARI, Robigalia: un appuntamento per la salvezza del raccolto, in
Agricoltura e commerci nell’Italia antica, a cura di L. Quilici, S. Quilici Gigli
(Roma 1995) 127 ss.; J. DE GROSSI MAZZARIN, L’uso dei cani nel mondo
antico nei riti di fondazione, purificazione e passaggio, in Uomini, piante e
animali nella dimensione del sacro. Seminario di Studi di Bioarcheologia
(28-29 giugno 2002), a cura di F. D’Andria, J. De Grossi Mazzorin e G.
Fiorentino (Bari 2008) 71 ss. [articolo consultabile anche on line, in
formato
pdf,
nel
sito:
https://www.unisalento.it/c/document_library/get_file?
folderId=958293&name=DLFE-15208.pdf].
[82] Sull’augurio canario, da vedere G. WISSOWA, Religion und
Kultus der Römer cit. 196; L. DELATTE, Recherches sur quelques fêtes
mobiles du calendrier romain. IV. Augurium canarium cit. 93 ss.; K.
LATTE, Römische Religionsgeschichte cit. 68; P. CATALANO, Contributi
allo studio del diritto augurale cit. 346 ss.; G. DUMÉZIL, La religion
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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romaine archaïque cit. 585 [= ID., La religione romana arcaica cit. 508];
ID., Idées romaines cit. 98; J. LINDERSKI, The Augural Law cit. 2222 [on
line,
in
formato
pdf:
http://www.academia.edu/6696039/J._Linderski_The_Augural_Law._ANRW_
infine, F. VAN HAEPEREN, Le collège pontifical (3ème s. a.C.-4ème s.
p.C.). Contribution à l’étude de la religion publique romaine cit. 270 ss.
[83] P. CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale cit.
350, ha sostenuto che, a proposito dell’augurio canario, si possa parlare
di «una festa mobile che durava più giorni: il tempo degli atti che la
costituivano era determinato dai pontefici e dalla inaugurazione degli
auguri»; quanto poi al sacrificio, cioè alla determinazione di chi fosse
competente a compierlo, egli rifiuta la tesi che esso fosse compiuto dagli
auguri, poiché è da ritenere, piuttosto, «che si trattasse di una cerimonia
complessa, cui partecipavano diversi sacerdoti» (351).
[84] Il fatto che in Plinio l’augurium canarium sia messo in
relazione con i commentarii pontificum ha indotto qualche studioso a
ritenere che il sacrificio delle cagne rosse fosse compiuto dai pontefici:
questa soluzione è proposta, ad esempio, dal WISSOWA, Religion und
Kultus der Römer cit. 524 nt. 3; ma, contro, vedi le argomentazioni di P.
CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale cit. 351.
[85] In tal senso si pronuncia G. ROHDE, Die Kultsatzungen der
Römischen Pontifices cit. 26: «Dass Plinius die priesterlichen
Aufzeichnungen selbst eingesehen habe, ist nicht anzunehmen. Doch lässt
sich nicht mit Sicherheit sagen, welchem der im Quellenverzeichnis zu
Buch XVIII genannten Schriftsteller er diese wörtliche Anführung aus den
Commentarii pontificum verdankt, ob dem Masurius Sabinus, dem Verrius
Flaccus, dem Varro oder dem Ateius Capito». H. LE BONNIEC, Pline
l’Ancien, Histoire naturelle, livre XVIII cit. Introduction, 17, ritiene
probabile che in questo caso si tratti di Verrio Flacco: «Sans doute faut-il
attribuer à Verrius l’étymologie de adoria qui concorde avec celle donnée
par l’abrégé de Paulus; c’est probablement à lui qu’est empruntée la
citation des commentarii pontificum (§ 14) relative à l’Augurium
canarium»; tale opinione è peraltro ampiamente condivisa nella dottrina:
cfr. op. loc. cit. nt. 3.
[86] E. PERUZZI, Origini di Roma II. Le lettere cit. 143.
[87] E. PERUZZI, op. loc. cit. in nt. precedente.
[88] In occasione del bimillenario virgiliano, fu organizzata a
Roma una grande mostra dedicata a “Enea e il Lazio” (Campidoglio, 22
settembre - 31 dicembre 1981); in una sezione della mostra furono
raccolte le evidenze archeologiche relative ai rapporti tra il Lazio arcaico e
popolazioni micenee: cfr. il catalogo Enea nel Lazio. Archeologia e mito:
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
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bimillenario Virgiliano (Roma 1981) 85 ss. Risultano invero probanti anche
le caute conclusioni di R. P[ERONI], Contatti tra il Lazio e il mondo
miceneo, in Enea nel Lazio cit. 88: «Con tutto questo però, pur
progredendo sensibilmente verso un più approfondito inquadramento
storico degli eventi che ci interessano, non si è fatto un solo passo avanti
verso una loro specifica interpretazione: il sorgere di una aristocrazia
gentilizia, i suoi rapporti col mondo egeo, l'intervenire di un momento
critico seguito da una ristrutturazione delle comunità, la comparsa di
nuove concezioni religiose e rituali introdotte dall'importazione di arredi di
culto di fabbricazione orientale, questa sequenza, di fatti (o piuttosto di
ipotesi di fatti) può, certo, leggersi come la risultante dell'arrivo di genti
forestiere sulle coste del Lazio verso il XII secolo, ma non costituisce
affatto la prova archeologica, potendosi altrettanto legittimamente
scorgere in essa il riflesso di semplici contatti, di traffici più o meno
diretti, di influenze culturali più o meno mediate». Riguardo ai materiali
micenei d'importazione, vedi inoltre F. BIANCOFIORE-O. TOTI, Monte
Rovello. Testimonianze dei Micenei nel Lazio (Roma 1973); L. VAGNETTI,
Mycenaean Imports in Central Italy, appendice a E. PERUZZI, Mycenaeans
in Early Latium (Roma 1980) 151 ss.
In diversa prospettiva si muove E. Peruzzi nel lavoro appena
citato, che ha costituito sintesi e rielaborazione di ricerche parziali
dedicate in precedenza agli stessi argomenti. Analizzando gli aspetti
relativi all'influenza linguistica e religiosa, lo studioso riteneva che la
presenza dei Micenei nel Lazio risultasse attestata «più che da modeste
tracce archeologiche, da sicuri grecismi di età micenea nella lingua di
Roma, che danno conferma a ciò che le fonti ricordano degli arcadi
insediati nel Palatino»: E. PERUZZI, Aspetti culturali del Lazio primitivo
(Firenze 1978) 7 (ivi a pag. 5 altra bibliografia dell'autore). Cfr., per
interesse a questa prospettiva di ricerca, S. TONDO, Profilo di storia
costituzionale romana I (Milano 1981) 39 ss.
[89] Per Dionigi d'Alicarnasso (2.74.2-4) Numa Pompilio
intraprese, fra l'altro, un'opera di vasto riordinamento amministrativo al
fine di stabilire i limiti della proprietà fondiaria; la sua azione avrebbe
interessato sia gli agri privati sia l'ager publicus (cfr. Plutarchus Numa
16.3 ss.). Questa limitatio, accompagnata ad una ripartizione del territorio
romano in distretti chiamati pagi ed amministrati da sovrintendenti ed
ispettori (Dionysius Hal. 2.76.1-2; Plutarchus Numa 16.6), si presentava
significativamente connessa con l'istituzione del culto del dio Terminus:
sul quale vedi, soprattutto, G. PICCALUGA, Terminus. I segni di confine
nella religione romana (Roma 1974); cfr. G. DUMÉZIL, La religion romaine
archaïque cit. 210 ss. [= ID., La religione romana arcaica cit. 185 ss.].
Quindi, saldamente tutelata nell'arcaico sistema giuridico-religioso: v'era,
infatti, una lex, non a caso attribuita anch'essa a Numa dalla tradizione,
che comminava la sacertà a chiunque violasse i segni dei confini (Paulus
Fest. epit., p. 505 L.: Termino sacra faciebant, quod in eius tutela fines
agrorum esse putabant. Denique Numa Pompilius statuit, eum, qui
terminum exarasset, et ipsum et boves sacros esse).
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
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L'insieme dei provvedimenti legati alla citata limitatio sono parsi a
taluni studiosi un anacronismo mirante a retrodatare all'età regia quei
problemi agrari tipici della società romana a partire dalla metà del II
secolo a.C.: così, ad esempio, F. DELLA CORTE, Numa e le streghe cit. 16
ss.; altri invece parlano addirittura di “catasto pompiliano”, la cui
compilazione sarebbe pienamente credibile, soprattutto per analogia con il
catasto della Pilo micenea: E. PERUZZI, Origini di Roma II. Le lettere cit.
152 s.
Sull'istituzione ed organizzazione dei collegia artificum, attribuita
sempre dalla tradizione alla legislazione numana (Plinius Nat. hist. 34.1;
Plutarchus Numa 17.3), si riscontra nella dottrina un orientamento
negativo pressoché uniforme: vedi, per tutti, L. CLERICI, Economia e
finanza dei Romani (Bologna 1943) 101 ss.; F.M. DE ROBERTIS, Storia
delle corporazioni e dei regimi associativi nel mondo romano I (Bari s. d.,
ma 1972) 35 ss.; A. STORCHI MARINO, La tradizione plutarchea sui
collegia opificum di Numa (Plut. Numa 17), in Annali dell'Istituto Italiano
per gli Studi Storici III (1971/1972, ma pubbl. 1975) 1 ss.; J.-CL.
RICHARD, Sur les prétendues corporations numaïques: à propos de
Plutarque, Num. 17, 3, in Klio 60 (1978) 422 ss.; F. DE MARTINO, Storia
economica di Roma antica I (Firenze 1979) 7; E. GABBA, The collegia of
Numa: problems of method and political ideas, in The Journal of Roman
Studies 74 (1984) 81 ss. [ora in ID., Roma arcaica: storia e storiografia
(Roma 2000) 217 ss.].
[90] G. DUMÉZIL, Idées romaines (Paris 1969) 11.
[91] L'illustre studioso francese riconferma, ancora una volta, la
sua nota interpretazione dell'arcaico testo epigrafico nel lavoro dedicato
all'analisi comparativa del matrimonio nell'area culturale indoeuropea: G.
DUMÉZIL, Mariages indo-européens, suivi de quinze questions romaines
(Paris 1979) 259 ss.
[92] Quanto alla data dell'iscrizione, gli studiosi paiono in generale
concordi nell'attribuirla al VII secolo a.C. o all'inizio del VI: cfr. G.
COLONNA, Duenos, in Studi etruschi 47 (1979) 163 ss. (ivi 164 nt. 7
ampia rassegna della bibliografia essenziale sulle diverse ipotesi
interpretative).
Revisioni critiche: A.E. GORDON, Notes on the Duenos Vase
Inscription in Berlin, in California Studies in Classical Antiquities 8 (1975)
53 ss.; A.L. PROSDOCIMI, Studi sul latino arcaico. Note epigrafiche
sull'iscrizione di Dueno, in Studi etruschi 47 (1979) 173 ss.
[93] I frammenti dell’iscrizione del Lapis Niger conterrebbero,
secondo il DUMÉZIL, una prescrizione della disciplina augurale (cfr. anche
Cicero De div. 2.77: Huic simile est, quod nos augures praecipimus, ne
iuge(s) auspicium obveniat, ut iumenta iubeant diiungere) in base alla
quale gli auguri, mentre si recavano all’auguraculum posto sul
Campidoglio, davano disposizione ai calatores di precederli ordinando che
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Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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si staccassero i buoi aggiogati, affinché non si verificasse appunto un iuge
(s) auspicium (sul quale vedi la definizione di Paulus Fest. epit., p. 92 L.:
Iuges auspicium est, cum iunctum iumentum stercus fecit): cfr. Idées
romaines cit. 11 ss.; La religione romana arcaica cit. 88 ss. Per quanto
riguarda invece l’iscrizione di Duenos, lo studioso francese sostiene che
«Le vase du Quirinal est donc un objet que remet au mari le tuteur, ou le
porte-parole des tuteurs de la jeune fine, soit lors du mariage, soit dès les
fiançailles, et l'inscription qu'il porte ne fait que noter un engagement
verbal accompagnant le "don" de la jeune fille»: Idées romaines cit. 20;
cfr. per ulteriore conferma della tesi in questione, Mariages indoeuropéens cit. 95 ss.
[94] G. DUMÉZIL, Idées romaines cit. 25.
40.
[95] A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l'ancienne Rome cit.
[96] Principali fonti: Dionysius Hal. 3.36.4; Pomponius in D.
1.2.2.2; D. 1.2.2.36.
[97] Così Pomponius D. 1.2.2.2: Et ita leges quasdam et ipse
curiatas ad populum tulit: tulerunt et sequentes reges. Quae omnes
conscriptae exstant in libro Sexti Papirii, qui fuit illis temporibus, quibus
Superbus Demarati Corinthii filius, ex principalibus viris. Is liber, ut
diximus, appellatur ius civile Papirianum, non quia Papirius de suo
quicquam ibi adiecit, sed quod leges sine ordine latas in unum composuit;
cfr. Macrobius Sat. 3.11.5; Paulus D. 50.16.144.
Sullo ius Papirianum la mole della bibliografia è veramente
notevole, conviene pertanto limitare le citazioni ai lavori di questi ultimi
decenni (per la dottrina più risalente, vedi M. SCHANZ-C. HOSIUS,
Geschichte der römischen Literatur I cit. 35 s.), quasi tutti invero assai
critici nei confronti della tradizione tramandataci dallo storico
d'Alicarnasso: S. DI PAOLA, Dalla "lex Papiria" al "ius Papirianum", in
Studi in onore di Siro Solazzi (Napoli 1948) 631 ss.; C.W. WESTRUP,
Introduction to Early Roman Law IV.1 cit. 57 ss.; L. WENGER, Die Quellen
des römischen Rechts cit. 356 ss.; E. GABBA, Studi su Dionigi
d'Alicarnasso, I. La costituzione di Romolo, in Athenaeum 38 n. s. (1960)
201 ss.; ID., Considerazioni sulla tradizione letteraria sulle origini della
Repubblica, in Les origines de la République romaine [Entretiens sur
l'antiquité class., XIII] (Vandoeuvres-Genève 1966) 161; M. BRETONE, v.
Ius Papirianum, in Novissimo Digesto Italiano IX (Torino 1963) 386 ss.
Fra i pochissimi studiosi favorevoli alla tradizione: R. PARIBENI, Storia di
Roma. Le origini e il periodo regio (Bologna 1954) 13 s.; E.M. HOOKER,
The Significante of Numa's Religious Reforms cit. supra in nt. 10; ma
soprattutto S. TONDO, Leges regiae e paricidas (Firenze 1973) 35 ss., il
quale, superate dopo attento riesame dell'intera tradizione sullo ius
Papirianum sia le apparenti contraddizioni delle fonti, sia le contrarie
obiezioni della dottrina, ritiene «d’avere a sufficienza dimostrato che le
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fonti convergono tutte a rinsaldare la tradizione del ius Papirianum, quale
esposta da Dion. Hal. 3, 36, 4» (55); cfr. anche ID., Profilo di storia
costituzionale romana cit. 272 ss. Da ultima, R. LAURENDI, Leges regiae e
ius papirianum. Tradizione e storicità di un corpus normativo cit. 171 ss.,
con rinvio anche alla ulteriore bibliografia ivi discussa dalla studiosa.
[98] Le stesse fonti sono discordi sul prenome di questo Papirio
(Gaius per Dionysius Hal. 3.36.4; Sextus in un passo del giurista
Pomponio, D. 1.2.2.2; Publius in altro passo del medesimo giurista, D.
1.2.2.36): sul problema vedi A. STEINWENTER, v. Papirius, in RealEncyclopädie der classischen Altertumswissenschaft XVIII (Stuttgart
1949) 1006. Una diversa soluzione è proposta da S. TONDO, Leges regiae
e paricidas cit. 52 ss., il quale tenta di conciliare Dionigi e Pomponio
ipotizzando che si trattasse di due casi distinti, cioè di due Papirii (Sesto e
Gaio) autori entrambi, in tempi diversi, di una raccolta di leges regiae.
[99] Sul significato di ritus vedi Festus De verb. sign., p. 364 L.:
Ritus est nos comprobatus in administrandis sacrificiis (in questo senso si
orienta, anche parte della dottrina: cfr. M. PIANTELLI, Una ricerca su
"ritus" in epoca arcaica, in Studi in onore di Giuseppe Grosso VI (Torino
1974) 234 ss., in part. 289 ss., per il quale il termine ritus «appare
specialmente connesso con l'esecuzione dei sacra e delle cerimonie
cultuali in genere»). Si precisa così assai meglio quale dovesse essere la
materia della raccolta, il cui titolo è indicato espressamente come De ritu
sacrorum da Macrobius Sat. 3.11.5, e da Servius auctus in Verg. Aen.
12.836 (Quod ait “morem ritusque sacrorum adiciam” ipso titulo legis
Papiriae usus est, quam sciebat de ritu sacrorum publicatam): materia
che si accorda perfettamente con il contenuto attribuito alle leges Numae
da Dionysius Hal. 3.36.4. Sulla identificazione della lex Papiria citata da
Servio danielino con lo ius Papirianum si era già espresso a suo tempo P.
KRÜGER, Geschichte der Quellen und Literatur des römischen Rechts 2a
ediz. (Leipzig 1912) 4 nt. 8; ma vedi soprattutto le argomentazioni del
TONDO, Leges regiae e paricidas cit. 47 s. Recentissima messa a punto
della questione in R. LAURENDI, Leges regiae e ius papirianum. Tradizione
e storicità di un corpus normativo cit. 181 ss.
[100] Sulle implicazioni storiche e giuridiche del passaggio dal
regnum alla res publica, vedi per tutti: A. MOMIGLIANO, Le origini della
Repubblica romana, in Rivista storica italiana 81 (1969) 5 ss.; F. DE
MARTINO, Storia della costituzione romana I, seconda edizione (Napoli
1972) 215 ss. (ivi ampio esame della tradizione e delle diverse ipotesi
moderne); ID., Intorno all'origine della repubblica romana e delle
magistrature, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt I.1 (BerlinNew York 1972) 217 ss. Per una visione d'insieme risultano molto utili sia
il lavoro di G. POMA, Gli studi recenti sull'origine della repubblica romana.
Tendenze e prospettive della ricerca 1963-1973 (Bologna 1974), sia
quello di J.-CL. RICHARD, Les origines de la plèbe romaine. Essai sur la
formation du dualisme patricio-plébéien [Bibliothèque des Écoles
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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Françaises d'Athènes et de Rome, CCXXXII] (Rome 1978) 433 ss. Da
ultima, fra gli altri, vedi A. MURONI, Sull’origine della libertas in Roma
antica: storiografia annalistica ed elaborazioni giurisprudenziali, in Diritto
@ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione Romana
11 (2013) <http://www.dirittoestoria.it/11/tradizione/Muroni-Originelibertas-Roma-antica.htm>.
[101] Livius 6.1.9-10: Hi ex interregno cum extemplo
magistratum inissent, nulla de re prius quam de religionibus senatum
consuluere. In primis foedera ac leges – erant autem eae duodecim
tabulae et quaedam regiae leges – conquiri, quae comparerent, iusserunt;
alia ex eis edita etiam in volgus: quae autem ad sacra pertinebant a
pontificibus maxime ut religione obstrinctos haberent multitudinis animos
suppressa.
[102] F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma antica cit. 156 ss.
[il libro, ora, è consultabile anche on line; per il capitolo che qui interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documentisacerdotali-Cap-IV.htm].
[103] Significato del termine e antichità del genere letterario, per
tutti, vedi A. ROSTAGNI, Storia della letteratura latina I, 3a ed. (Torino
1964) 41. Provengono da archivi di sacerdoti romani sia il carmen saliare:
per i frammenti C.M. ZANDER, Carminis saliaris reliquiae (Lundae 1888);
B. MAURENBRECHER, Carminum Saliarium reliquiae, in Jahrbücher für
classische Philologie Suppl. XXI (1894) 315 ss.; W. MOREL, Fragmenta
poetarum latinorum epicorum et liricorum praeter Ennium et Lucilium 2a
ed. (Stutgardiae 1927, rist. 1963) 1 ss.; sia il carmen arvale: M.
NACINOVICH, Carmen arvale 2 voll. (Roma 1933-1934); E. NORDEN, Aus
altrömischen Priesterbüchern (Lund-Leipzig 1939) 99 ss.; G. RADKE,
Archaisches Latein (Darmstadt 1981) 100 ss.; I. PALADINO, Fratres
Arvales. Storia di un collegio sacerdotale romano (Roma 1988) 195 ss.; J.
SCHEID, Romulus et ses frères. Le collège des frères arvales, modèle du
culte public dans la Rome des Empereurs (Rome 1990) 644 ss.
Le fonti attestano antiche formule di preghiera documentate negli
archivi sacerdotali: ad esempio, il Tevere era invocato con epiteti divini
già in età molto risalente, sia nelle preghiere degli auguri (Cicero De nat.
deor. 3.52: in augurum precatione Tiberinum, Spinonem, Anemonem,
Nodinum, alia propinquorum fluminum nomina videmus; Servius auctus in
Verg. Aen. 8.95: quia Tiberim libri augurum colubrum loquuntur,
tamquam flexuosum; cfr. Servius auctus in Verg. Aen. 8.330); sia negli
indigitamenta dei pontefici: Servius in Verg. Aen. 8.72: sic enim invocatur
in precibus “adesto, Tiberine, cum tuis undis”.
Stessa provenienza anche degli altri carmina di cui le fonti hanno
conservato i testi: Inauguratio (Livius 1.18.6 ss.); foedus (Livius 1.24.3
ss.); indictio belli (Livius 1.32.11-13); deditio (Livius 1.38.2); devotio
(Livius 8.9.16); evocatio (Macrobius Sat. 3.9.7). F.A. BRAUSE, Librorum
de disciplina augurali ante Augusti mortem scriptorum reliquiae cit. 17
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
Pagina 62 di 67
ss.;
R.
PETER,
De
Romanorum
precationum
carminibus,
in
Commentationes Philologae in honorem Augusti Reifferscheidii cit. 67 ss.;
C.M. ZANDER, Versus Italici antiqui (Lundae 1890); C. THULIN, Italische
sakrale Poesia und Prosa. Eine metrische Untersuchung (Berlin 1906); G.
APPEL, De Romanorum precationibus [Religionsgeschichte Versuche und
Vorarbeiten, 7.1] (Gissae 1909, rist. an. New York 1975); G.B. PIGHI, La
poesia religiosa romana, testi e frammenti per la prima volta raccolti e
tradotti da G.B. P. (Bologna 1958).
[104] N.D. FUSTEL DE COULANGES, La cité antique. Étude sur le
culte, le droit, les institutions de la Grèce et de Rome, 1864, per la
citazione ho seguito il testo della riedizione a cura di F. Hartog (Paris
1984) 197 = ID., La città antica, trad. it. di G. Perrotta (1924): rist. con
nota introduttiva di G. Pugliese Carratelli (Firenze 1972) 202.
Nell’opera del grande storico e comparatista «si percepisce oggi il
caratteristico inizio di quella che è la caratteristica storiografia francese
del mondo antico nei suoi elementi distintivi dalla storiografia tedesca del
mondo antico»: A. MOMIGLIANO, La città antica di Fustel de Coulanges,
in Rivista Storica Italiana 82 (1970) 81 [= ID., Quinto contributo alla
storia degli studi classici e del mondo antico I (Roma 1975) 159]. Per la
sua influenza sulla scienza romanistica francese, vedi J. GAUDEMET,
Tendances et méthodes en droit romain, in Revue Philosophique 145
(1955) 151: «On sait les excès de la thèse de Fustel. Mais ce n’est pas ici
en cause. C’est l’esprit qui l’anime, le refus d’isoler le droit des autres
manifestations d’une civilisation. Par de voies différentes, l’historien Fustel
rejoignait le juriste Jhering. Pour l’un comme pour l’autre, le droit romain
n’était pas un amas de règles désuètes, mais le témoin d’une civilisation»;
ma anche A. FERNÁNDEZ-BARREIRO, Los estudios de derecho romano en
Francia después del código de Napoleón (Roma-Madrid 1970) 54, il quale
ha sottolineato che la «Cité antique estaba destinada a influir
poderosamente en la concepción sociológica de la Historia del Derecho».
Per gli studi sulla religione romana, si veda invece ciò che scriveva, alla
fine degli anni Ottanta del XIX secolo, M. BRISSAUD, Préface in J.
MARQUARDT, Le culte chez les Romains I cit. XXXIV: «M. Fustel de
Coulanges, dans son bel ouvrage sur la Cité antique, publié en 1864,
montra avec une réelle supériorité l’extrême importance qu’avait eu le
culte domestique dans l’antiquité. Il eut le rare mérite de mettre en relief,
mieux qu’on ne l’avait fait jusque-là, certaines idées d’un intérêt capital
sur les religions anciennes. Cette pénétrante étude sur la place
qu’occupait la religion dans le monde antique ne pouvait manquer de
susciter des travaux d’une nature plus spéciale sur la mythologie
romaine».
Ma non mancarono riserve e critiche: H. D’ARBOIS DE
JUBAINVILLE, Réponse à M. Fustel de Coulanges, in ID., Recherches sur
l’origine de la propriété foncière, et des Noms de lieux habités en France
(Paris 1890) XXIII-XXXI, in part. XXVIII: «La cité antique n’est pas
exclusivement une institution religieuse: c’est la conquête à main armée
et ce n’est pas la religion qui est l’origine de la propriété foncière indoeuropéenne. Si le père, le mari, le frère ont une situation si exclusivement
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dominante dans la famille antique, ils ne le doivent pas seulement à une
conception religieuse; leur rôle sacerdotal n’est que l’accessoire de leur
supériorité guerrière sur l’enfant, la femme et la soeur. […] M. Fustel de
Coulanges, en écrivant la Cité antique, a cru faire toujours oeuvre
d’historien; il a fait oeuvre de philosophe quand il s’est lancé dans des
hypothèses préhistoriques qu’aucun texte ne justifie. Aucun document
historique par exemple n’établit qu’il ait existé dans le monde indoeuropéen un temps où la famille ne vivait pas dans la société politique; il
n’y a pas de preuve que le mot indo-européen “père” soit plus ancien que
le mot indo-européen “roi”».
In altra prospettiva, vedi C. AMPOLO, Le origini di Roma e la «Cité
antique», in Mélanges de l'École Française de Rome 92 (1980) 567 ss.; C.
WARNKE,
Antike
Religion
und
antike
Gesellschaft:
wissenschaftshistorische Bemerkungen zu Fustel de Coulanges “La cité
antique”, in Klio 68 (1986) 287 ss.
[105] Esempi di decreta e responsa sacerdotali: Cicero De div.
2.35; in Vat. 20; De domo 39-40; Festus De verb. sign., p. 152 L.; ma
soprattutto Tito Livio, il quale riporta decreta e responsa, sia degli auguri:
Livius 4.31.4; 8.15.6; 23.31.13; 41.18.8; sia dei pontefici: Livius
5.23.8-10; 5.25.7; 27.37.4; 27.37.7; 31.9.8; 32.1.9; 34.45.8; 39.22.4;
40.45.2; sia dei decemviri sacris faciundis: Livius 22.1.16-19; 38.44.7;
41.21.10-11; sia infine dei feziali: Livius 31.8.2-3; 36.3.7-12.
[106] Per conferma della permanenza negli archivi di documenti
redatti in forma linguistica molto antica, cfr. Cicero De re publ. 1.63;
Varro De ling. Lat. 5.21; 7.51; Festus De verb. sign. v. Paludati, p. 298
L.; Quintilianus Inst. orat. 8.2.12; Servius auctus in Verg. Aen. 8.95.
[107] F. SINI, Documenti sacerdotali di Roma antica cit. 163 ss.
[il libro, ora, è consultabile anche on line; per il capitolo che qui interessa
nel
sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documentisacerdotali-Cap-IV.htm].
[108] Livius 1.20.1-7: Tum sacerdotibus creandis animum adiecit,
quamquam ipse plurima sacra obibat, ea maxime quae nunc ad Dialem
flaminem pertinent. […] Pontificem deinde Numam Marcium, Marci filium,
ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque attribuit,
quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent atque unde in
eos sumptus pecunia erogaretur. Cetera quoque omnia publica privataque
sacra pontificis scitis subiecit, ut esset, quo consultum plebes veniret, ne
quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo
turbaretur; nec caelestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria
placandosque manes ut idem pontifex edoceret, quaeque prodigia
fulminibus aliove quo visu missa susciperentur atque curarentur.
[109] Livius 1.32.1-2: Mortuo Tullo res, ut institutum iam inde ab
initio erat, ad patres redierat, hique interregem nominaverant. Quo
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comitia habente Ancum Marcium regem populus creavit; patres fuere
auctores. Numae Pompili regis nepos, filia ortus, Ancus Marcius erat. Qui
ut regnare coepit et avitae gloriae memor et quia proximum regnum,
cetera egregium, ab una parte haud satis prosperum fuerat, aut neglectis
religionibus aut prave cultis, longe antiquissimum ratus sacra publica ut
ab Numa instituta erant, facere, omnia ea ex commentariis regis
pontificem in album relata proponere in publico iubet. Inde et civibus otii
cupidis et finitimis civitatibus facta spes in avi mores atque instituta
regem abiturum. Per la critica al testo liviano, rinvio al commento di R.M.
OGILVIE, Commentary on Livy. Books 1-5 cit. 126 s.
[110] Pomponius D. 1.2.2.2: Et ita leges quasdam et ipse curiatas
ad populum tulit: tulerunt et sequentes reges. Quae omnes conscriptae
exstant in libro Sexti Papirii, qui fuit illis temporibus, quibus Superbus
Demarati Corinthii filius, ex principalibus viris. Is liber, ut diximus,
appellatur ius civile Papirianum, non quia Papirius de suo quicquam ibi
adiecit, sed quod leges sine ordine latas in unum composuit. Cfr.
Macrobius Sat. 3.11.5; Paulus D. 50.16.144.
[111] D. NÖRR, Aspekte des römischen
Bronzetafel von Alcántara (München 1989) 28 nt. 5.
Völkerrecht.
Die
[112] Livius 6.1.9-10: Hi ex interregno cum extemplo
magistratum inissent, nulla de re prius quam de religionibus senatum
consuluere. In primis foedera ac leges erant autem eae duodecim tabulae
et quaedam regiae leges conquiri, quae comparerent, iusserunt. Alia ex
eis edita etiam in volgus; quae autem ad sacra pertinebant, a pontificibus
maxime, ut religione obstrictos haberent multitudinis animos suppressa.
Per critica e commento del testo liviano, vedi S. OAKLEY, A commentary
on Liv. Books VI-X, 1. Introduction and Book VI (Oxford 1997) 393 ss.
[113] Livius 10.6.3-6: Tamen, ne undique tranquillae res essent,
certamen iniectum inter primores civitatis, patricios plebeiosque, ab
tribunis plebis Q. et Cn. Ogulniis, qui undique criminandorum patrum
apud plebem occasionibus quaesitis, postquam alia frustra temptata
erant, eam actionem susceperunt qua non infimam plebem accederent,
sed ipsa capita plebis, consulares triumphalesque plebeios, quorum
honoribus nihil praeter sacerdotia, quae nondum promisqua erant,
deesset. Rogationem ergo promulgarunt, ut, cum quattuor augures,
quattuor pontifices ea tempestate essent placeretque augeri sacerdotum
numerum, quattuor pontifices, quinque augures de plebe omnes
adlegerentur. 10.9.1-2: Vocare tribus extemplo populus iubebat,
apparebatque accipi legem; ille tamen dies intercessione est sublatus;
postero die deterritis tribunis ingenti consensu accepta est. Pontifices
creantur suasor legis P. Decius Mus, P. Sempronius Sophus, C. Marcius
Rutilus, M. Livius Denter; quinque augures item de plebe: C. Genucius, P.
Aelius Paetus, M. Minucius Faesus, C. Marcius, T. Publilius. Ita octo
pontificum, novem augurum numerus factus.
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Su questo plebiscito cfr., fra gli altri, G. ROTONDI, Leges publicae
populi Romani (Milano 1912, rist. Hildeshem-Zürich-New York 1990) 236;
G. NICCOLINI, I fasti dei tribuni della plebe (Milano 1934) 77; K.J.
HÖKELKAMP, Die Plebiscitum Ogulnium de sacerdotibus. Überlegungen zu
Authentizität und Interpretation der livianischen Überlieferung, in
Rheinisches Museum 131 (1988) 51 ss.
[114] Il riferimento a P. Mucio Scevola si legge in Cicero De orat.
2.52: Erat enim historia nihil aliud nisi annalium confectio; cuius rei
memoriaeque publicae retinendae causa ab initio rerum Romanarum
usque ad P. Mucium pontificem maximum res omnis singulorum annorum
mandabat litteris pontifex maximus efferebatque in album et proponebat
tabulam domi, potestas ut esset populo cognoscendi: ei qui etiam nunc
annales maximi nominantur. Cfr. Servius auctus in Verg. Aen. 1.373: Ita
autem annales conficiebantur: tabulam dealbatam quotannis pontifex
maximus habuit, in qua praescriptis consulum nominibus et aliorum
magistratuum digna memoratu notare consueverat domi militiaeque terra
marique gesta per singulos dies. Cuius diligentiae annuos commentarios
in octaginta libros veteres retulerunt, eosque a pontificibus maximis a
quibus fiebant annales maximos appellarunt.
Sull’attività di giurista e di uomo politico del grande pontefice,
vedi fra gli altri: E.S. GRUEN, The Political Allegiance of the P. Mucius
Scaevola, in Athenaeum 43 (1965) 321 ss.; G. GROSSO, P. Mucio Scevola
tra politica e diritto, in Archivio Giuridico 175 (1968) 204 ss.; R. SEGUIN,
Sacerdoces et magistratures chez les Mucii Scaevolae, in Revue des
Études Anciennes 72 (1970) 90 ss.; F. WIEACKER, Die römischen Juristen
in der politischen Gesellschaft des zweiten vorchristlichen Jahrhunderts, in
Sein und Werden im Recht. Festg. von Lübtow (Berlin 1970) 183 ss., 204
ss.; ID., Römische Rechtsgeschichte. Quellenkunde, Rechtsbildung,
Jurisprudenz und Rechtsliteratur cit. 547 ss.; O. BEHRENDS, Tiberius
Gracchus und die Juristen seiner Zeit - die römische Iurisprudenz
gegenüber der Staatskrise des Jahres 133 v. Chr., in Das Profil des
Juristen in der europäischen Tradition. Symposion Wieacker, hrsg. von K.
Luig und D. Liebs (Ebelsbach am Main 1980) 25 ss., 51 ss.; A. GUARINO,
La coerenza di Publio Mucio (Napoli 1981); M. BRETONE, Tecniche e
ideologie dei giuristi romani, 2a ed. (Napoli 1982) 255 ss.; R.A. BAUMAN,
Lawyers in Roman republican politics: a study of the Roman jurists in
their political setting, 316-82 BC cit. 230 ss.; A. SCHIAVONE, Giuristi e
nobili nella repubblica romana cit. 3 ss.; ID., Linee di storia del pensiero
giuridico romano cit. 41 ss.
[115] Per i frammenti superstiti, J.-V. LE CLERCQ, Des journaux
chez les Romains cit. 344 ss.; H. PETER, Historicorum Romanorum
reliquiae, 2a ed., 1 (Stutgardiae 1914, editio stereotypa 1967) 3 s. Le più
recenti raccolte di frammenti sono opera di B.W. FRIER, Libri Annales
pontificum Maximorum. The Origins of the Annalistic Tradition cit. e di M.
CHASSIGNET, L’annalistique romaine, 1. Les annales des pontifes et
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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l’annalistique ancienne (fragments). Texte établi et traduit par M. Ch.
(Paris 1996).
Vedi, ora, le interessanti riflessioni di C. BELTRÃO DA ROSA,
Religion, writing and systematization: reflections on the Annales Maximi,
in
Tempo
vol.
19
no.
35
(July/Dec.
2013)<
http://www.scielo.br/scielo.php?pid=S141377042013000200013&script=sci_arttext&tlng=en>.
[116] Sulle altre principali compilazioni sacerdotali (auguri, feziali)
e sul valore storico-giuridico dei dati provenienti da tali documenti, vedi
M. VOIGT, De fetialibus populi Romani quaestionis specimen (Lipsiae
1852); F.A. BRAUSE, Librorum de disciplina augurali ante Augusti mortem
scriptorum reliquiae cit.; P. REGELL, De augurum publicorum libris
(Vratislaviae 1878); ID., Fragmenta auguralia cit.; ID., Commentarii in
librorum auguralium fragmenta specimen (Hirschberg 1893); E. NORDEN,
Aus altrömischen Priesterbüchern cit.; F. SINI, Documenti sacerdotali di
Roma antica cit. 17 ss. [libro consultabile on line nel sito:
http://www.dirittoestoria.it/dirittoromano/Sini-Documenti-sacerdotaliCap-I.htm]; J. LINDERSKI, The Augural Law cit. 2241 ss. [articolo
consultabile
anche
on
line,
in
formato
pdf,
nel
sito:
http://www.academia.edu/6696039/J._Linderski_The_Augural_Law._ANRW_
L. DAL RI, Ius Fetiale. As origens do direito internacional no universalismo
romano (Ijuí 2011).
[117] F. SINI, Documenti sacerdotali e lessico politico-religioso di
Roma arcaica, in Atti del Convegno sulla lessicografia politica e giuridica
nel campo delle scienze dell'antichità (Torino, 28-29 aprile 1978), a cura
di I. Lana - N. Marinone (Torino 1980) 127 ss.; ma più in generale cfr. C.
NICOLET, Lexicographie politique et histoire romaine: problèmes de
méthode et directions de recherches ibid. 19 ss.
[118] Per una penetrante critica all'interpretazione "statualista''
del sistema giuridico-religioso romano, vedi P. CATALANO, Populus
Romanus Quirites (Torino [1970] 1974) 41 ss. (con ampia analisi [52 ss.]
dei motivi di opposizione nei confronti della «Staatslehre» mommseniana,
presenti nella coeva cultura giuspubblicistica italiana); ID., La divisione
del potere in Roma (a proposito di Polibio e di Catone), in Studi in onore
di Giuseppe Grosso VI cit. 673 ss.; J. BLEICKEN, Lex publica. Gesetze und
Recht in der römischen Republik (Berlin-New York 1975) 16 ss. («Kritik
der Staatsrechtslehre von Th. Mommsen»). Tutta questa problematica è
stata riaffrontata, con importanti contributi critici e metodologici, da G.
LOBRANO, Note su «diritto romano» e «scienze di diritto pubblico» nel
XIX secolo, in Index 7 (1977, ma pubbl. 1979) 66; ID., Il potere dei
tribuni della plebe (Milano 1982) 6 ss.; ID., Diritto pubblico romano e
costituzionalismi moderni [Pubblicazioni del Seminario di Diritto Romano
dell’Università di Sassari, 5] (Sassari 1990) 81 ss.; ID., Res publica res
populi. La legge e le limitazioni del potere [Pubblicazioni del Seminario di
Diritto Romano dell’Università di Sassari, 10] (Torino [1994] 1996) 42 ss.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm
Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana
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[119] Sul valore da attribuire a questa espressione, «certo
antichissima, che indica l’insieme dei cittadini romani», trovo del tutto
convincenti le tesi di P. CATALANO: Populus Romanus Quirites cit. in
particolare 97 ss.
http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm