Difendere lo status quo è la sola soluzione
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Difendere lo status quo è la sola soluzione
Shalom.it Difendere lo status quo è la sola soluzione Contributed by Ugo Volli Friday, 21 November 2014 Israele non si fida a cedere il controllo di Giudea e Samaria a un'Autorità Palestinese che vede dominata da spinte estremiste, e non abbandonerà il Golan ai jihadisti. di Ugo Volli Inevitabilmente l'analisi politica del Medio Oriente è segnata dal succedersi di eventi tumultuosi e confusi, o almeno non facilmente leggibili dall'esterno. Si pensi solo quest'anno al fallimento della trattative fra Israele e Autorità Palestinese dovuta alla pretesa di quest'ultima di avere le sue pretese soddisfatte in partenza, senza concedere nulla in cambio; alla costituzione del governo unitario fra Fatah e Hamas; al tentativo di colpo di stato di Hamas; al rapimento dei tre ragazzi israeliani connesso come si è capito poi al progetto di uno scontro generalizzato con Israele, una nuova “intifada” in cui rientrava anche il tentativo di golpe; alla guerra provocata da Hamas e perduta poi rovinosamente; alla decisione di Abbas di abbandonare la linea “americana” delle trattative per rivolgersi all'Onu, con il contemporaneo rafforzamento dell'alleanza con Hamas. Ampliando un po' lo sguardo, si pensi alla rottura del fronte sunnita fra paesi che appoggiano più o meno apertamente il terrorismo (Turchia, Qatar) e paesi che lo combattono; al crollo del potere statale in Libia, Yemen ma anche Iraq e Siria, al sorgere di un Califfato o Stato Islamico (ISIS) nel centro del loro territorio, al nuovo interventismo (timido e di malavoglia) degli Usa in questi territori, alla resistenza curda, premessa di un nuovo stato autonomo, alla persistenza del progetto iraniano di egemonia regionale e di armamento atomico, rispetto a cui l'Occidente oscilla fra una debole resistenza e la tentazione di un'alleanza. Ancora più lontano, gli islamisti sono all'offensiva in Africa sub-sahariana, stanno riuscendo a respingere l'intervento occidentale in Afghanistan, insidiano le province cinesi dell'Asia Centrale. E' una situazione estremamente dinamica, instabile e imprevedibile, il cui dato centrale è l'attacco di forze islamiste (Isis, Fratellanza Musulmana, Turchia, Qatar, Iran, Hamas, Hezbollah), cui rispondono più che i paesi occidentali, forze locali (Egitto, Arabia Saudita, Israele). Naturalmente questo non vuol dire che gli appartenenti dei due schieramenti siano alleati, anzi vi è spesso una concorrenza fra di loro che sfocia in aperta ostilità. In Medio Oriente non vale la regola per cui il “nemico del mio nemico è mio amico” o che l' "amico del mio amico è mio amico”. Turchia e Iran appoggiano entrambi Hamas, per esempio, e sono violentemente antisraeliani; ma in Siria l'Iran appoggia Assad e la Turchia vuole rovesciarlo; di conseguenza l'Iran è (abbastanza) nemico dello Stato Islamico (Isis), che è (abbastanza) nemico di Assad, mentre la Turchia è (abbastanza) suo amico, anche se gli Stati Uniti cercano di coinvolgerla nello schieramento che lo combatte. L'ambiguità è insomma la regola. E però la divisione fondamentale corre fra coloro che tengono a mantenere la situazione sotto controllo, che magari sono islamisti a casa loro ma non vogliono “esportare la rivoluzione”, come dei trozkisti musulmani, e quelli che invece ritengono che il loro interesse consista nel sovvertire gli equilibri attuali, in genere per costruire una superpotenza islamica di livello mondiale, naturalmente ciascuno pensando che debba essere sotto il suo controllo, il che genera la concorrenza. Per farlo si tratta innanzitutto di unificare il mondo arabo, islamizzandolo integralmente e quindi eliminando gli elementi di modernità e poi di riaffermare il proprio potere all'esterno, innanzitutto nei confini dove vi sono popolazioni miste, come i Balcani, il Caucaso, l'Africa sub-sahariana, l'Europa - grazie alla dissennata politica di aiuto all'immigrazione praticata dall'Unione e dai singoli stati - e innanzitutto Israele, la cui esistenza è vista come “umiliazione” del potere arabo (la parola è di Kerry). E' uno schieramento cui si sono alleati e che in qualche modo hanno anche promosso l'amministrazione Obama e in parte l'Unione Europea, cercando di sostituire i vecchi dittatori più o meno laici (per quanto si può esserlo nel mondo islamico) con la Fratellanza Musulmana e assumendo la Turchia di Erdogan come modello di “democrazia islamica”. Questo schieramento è accaduto qualche anno fa, sotto lo slogan di “primavera islamica”; ora è chiaro che le potenze occidentali se ne sono in parte pentite e per esempio hanno smesso di cercare di far cadere Assad. Ma alcuni elementi restano in piedi, come l'ostilità al regime militare egiziano leader dei paesi che difendono lo status quo e colpevole di aver rovesciato la Fratellanza Musulmana che guidava invece l'Egitto nel fronte “trotzkista”. O come il persistente tentativo di stringere un'alleanza strategica con l'Iran, nonostante la sua volontà chiara di non rinunciare all'armamento nucleare e alla continuazione della sua azione sovversiva e bellicista non solo contro Israele ma anche nella Penisola Araba (Yemen e Bahrein) e altrove. Lo stesso schema spiega la situazione di Israele. Il quale vuole preservare lo status quo per la semplice ragione che non vede alternative pacifiche. Israele non si fida a cedere il controllo di Giudea e Samaria ad un'Autorità Palestinese che vede dominata da spinte estremiste, aperta ai terroristi di Hamas, tentata essa stessa di riprendere a organizzare direttamente l'attività terrorista come fece Arafat dopo il 2000, comunque intenta a spargere odio e violenza contro Israele al suo interno e all'esterno. In particolare in questo momento di turbolenza estrema Israele sa di non poter cedere né il Golan, né la Valle del Giordano, né le alture che sovrastano il centro del Paese, perché se lo facesse si ritroverebbe i problemi di Gaza “moltiplicati per venti volte”, come ha detto il ministro della Difesa Ya'alon. Peraltro Israele non intende rioccupare Gaza neppure per eliminare Hamas, come ha dimostrato fermando l'operazione di questa estate, come era successo con quella del 2009. Ritiene che nonostante la macchina da guerra e il terrorismo di Hamas sia preferibile cercare di neutralizzare la sua minaccia bloccandolo dal di fuori che occupando un territorio in cui gli abitanti ostili sono un milione e mezzo e i terroristi decine di migliaia, ben armati e preparati. E tanto meno ritiene http://www.shalom.it/J Powered by Joomla! Generated: 16 March, 2017, 08:54 Shalom.it opportuno eliminare l'Autorità Palestinese e rioccupare la Giudea e la Samaria; tanto che il governo israeliano si oppone alla costruzione di nuovi insediamenti oltre alla linea verde, pur difendendo la “crescita naturale” di quelli che ci sono. Perfino per quanto riguarda il Monte del Tempio, le tombe dei patriarchi a Hebron e altri luoghi sensibili la politica israeliana è di difendere lo status quo. Chi si oppone a questa linea sono Hamas, Fatah e naturalmente il governo dell'Autorità Palestinese che compongono assieme, alleati all'amministrazione americana, ai paesi europei, al Vaticano, ai pacifisti e progressisti di tutto il mondo, che vorrebbero forzare Israele a cedere tutta la Giudea e Samaria, che giudicano, senza alcuna base giuridica già attribuiti ai palestinesi (inutile dire qui che gli accordi di Oslo firmati da entrambe le parti non contengono questa attribuzione e che non vi sono strumenti giuridici internazionali che definiscano un “territorio palestinese”, per la buona ragione che un'entità palestinese prima di Oslo non c'è mai stata). E' una politica avventurista e insensata, che porterebbe al rischio concreto e attuale della distruzione di Israele. Per citare solo i fatti più evidenti, i “confini del '67” (in realtà linee armistiziali del '49) non sono militarmente difendibili, esporrebbero Gerusalemme, Tel Aviv, l'aeroporto internazionale e tutto il centro del paese agli stessi problemi che oggi ha Sderot; la ricollocazione del mezzo milione e passa di abitanti al di là della linea verde, il 10% della popolazione sarebbe economicamente insopportabile; le forze terroriste vedrebbero il ritiro come una vittoria strategica e attaccherebbero immediatamente dalle nuove posizioni, come hanno fatto da Gaza e dal Libano. La soluzione dei due stati forse potrebbe essere possibile in futuro, se il Medio Oriente e l'Autorità Palestinese (inclusa la sua società civile) cambiassero profondamente. Ma non potrà essere mai disegnata sulle linee del '49, senza condannare Israele alla distruzione. L'Europa e l'amministrazione Obama sono anche in questo caso alleati ai “rivoluzionari islamici” senza occuparsi delle conseguenze delle loro scelte. Ma Israele, per fortuna, non ha la minima vocazione al suicidio. E continuerà nella sola politica saggia in questo momento, la difesa dello status quo. UGO VOLLI http://www.shalom.it/J Powered by Joomla! Generated: 16 March, 2017, 08:54