Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?

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Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
«Abbandonato da Dio o abbandonato nel Padre?»
Dal Vangelo secondo Matteo (27,45-50)
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce:
"Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni
dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto,
la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!". Ma Gesù di
nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Dal Vangelo secondo Marco (15,33-37)
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran
voce: "Eloì, Eloì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo,
alcuni dei presenti dicevano: "Ecco, chiama Elia!". Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una
canna e gli dava da bere, dicendo: "Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere". Ma Gesù, dando un forte
grido, spirò.
Dal Vangelo secondo Luca (23,44-46)
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". Detto questo, spirò.
Dal Vangelo secondo Giovanni (19, 28-30)
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: "Ho sete".
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l'aceto, Gesù disse: "È compiuto!". E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Quando meditiamo sulla Passione di Gesù, siamo soliti soffermarci con stupore di fronte al grido di abbandono
di Gesù nei riguardi di Dio, quasi pensando al silenzio di Dio stesso di fronte alla sofferenza del Figlio e in lui di ogni sofferenza umana. In un certo senso tale interpretazione per quanto vera è però incompleta e pertanto dobbiamo cercare di meditare a fondo su tale mistero anche per poter seguire meglio Gesù nelle vicende della nostra
vita.
Scrutatio
La Crocifissione era considerata la morte più vergognosa che ci potesse essere. Per di più il crocifisso era un
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«maledetto» e doveva stare fuori della città, in un luogo profano. Essendo poi un tempo di festa (Pasqua) egli doveva essere seppellito alla sera, per non rendere impura la Pasqua. Gesù in croce dice alcune cose. Si rivolge alla
Madre affidandole il discepolo amato (e in lui ognuno di noi) (Gv 19,26-27); ha parole di misericordia per il Ladrone
condannato insieme a lui (Lc 23,39); perdona i suoi oppressori e li scusa (Lc 23,34). Tra queste parole una colpisce in maniera in particolare. Gesù sulla Croce si dice abbandonato. La parola di Gesù in Croce è così particolare
che gli evangelisti hanno pensato bene di riportarla in lingua originale quasi volendo far sentire anche a noi la stessa voce di Gesù che pronunciava quella frase. E quando Gesù invoca Dio, viene anche equivocato. Così Marco:
«Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», così Matteo «Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”». Mc
15,34-35 «Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia!”».
Marco riporta «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?» e Matteo «Elì, Elì, lemà sabactàni?» in quanto il primo evangelista
si ricollega al dialetto proprio di Gesù che era un miscuglio di aramaico ed ebraico, mentre Matteo si avvicina di più
alla lingua ebraica.
È questo forse un grido di disperazione? O di angoscia? Gesù, secondo gli evangelisti, si rivolge a Dio, e diversamente dal suo solito nella preghiera, non chiamandolo nemmeno «Papà», «Abbà» ma usa un tono più distaccato, lo chiama «Dio». Questa sua invocazione è mal interpretata dai presenti tra i quali vi erano dei soldati
che non erano ebrei di nascita e che comunque qualche cosa dovevano sapere di lingua e credenze giudaiche. Ed
è proprio qualcuno di loro che prende dell'aceto (Gesù aveva detto poco prima di avere sete) e lo schernisce ancora di più per questa sua invocazione.
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Galati 3,13: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto:
Maledetto chi pende dal legno.» Deuteronomio 21,22-23: «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai
messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso
giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità.»
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Ma come mai pensano che Gesù chiami Elia? Le spiegazioni sono due.
La prima riguarda la consuetudine degli ebrei di invocare il profeta Elia in punto di pericolo e di morte.
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La seconda , invece, si rifà alla missione di Elia che doveva preparare la via al Messia. Abbiamo una
testimonianza indiretta in Mt 17,10-12: «Allora i discepoli gli domandarono: “Perché dunque gli scribi
dicono che prima deve venire Elia?”. Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche
il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro.”». Anche questo ci mostra come il problema era costi3
tuito dalla messianicità di Gesù.
Se alla difficoltà della lingua aggiungiamo l'inconveniente della respirazione di Gesù nel parlare non sarà difficile spiegare l'equivoco sia esso voluto o meno. Quindi Gesù si dice abbandonato da Dio! Ma è così? Il fatto stesso
che questo grido, che pone difficoltà, sia stato riportato dagli evangelisti, depone a favore della su autenticità, rivelando l’intima sofferenza del Salvatore. «Gesù nella sua Passione è consapevole di realizzare ciò che il Padre,
mediante lo Spirito Santo, aveva ispirato attraverso un testo (il Salmo 22) che doveva illuminare il Calvario. Appropriandosi di questo testo, Gesù mostra che la sua prima preoccupazione è l’obbedienza al Padre. Così
l’abbandono non è un semplice incidente dovuto alle circostanze della prova, ma appartiene al sacrificio com’è sta4
to voluto dal Padre.» Ma Gesù è sempre stato figlio di Dio, Figlio dall'eternità e Figlio nel tempo umano, dopo essersi incarnato e fatto uomo. Ora in quanto «Verbo» e «Figlio» di Dio, non poteva mai separarsi da Dio, perché la
Trinità sta sempre insieme. Come uomo, però, egli ha sperimentato nella sua umanità tutta la conseguenza del
peccato, che rimane la causa principale della morte di Gesù. Ora il peccato è lontananza da Dio, rottura con Dio.
Gesù, pur non essendo «peccatore», è l’Agnello che porta il peccato del mondo e come tale sente fino in fondo
che cosa è il peccato.
Il grido di Gesù, perciò, va letto alla luce della Bibbia. Esso è l'inizio di un salmo, il salmo 22 che sembra descrivere tutto il dolore della Passione, ma soprattutto la speranza nella salvezza da parte di Dio. Di fronte al «perché» ci si può, allora, porre in molteplici modi, ben sapendo che in fondo esso è «il grido caratteristico della sofferenza umana». «Gesù stesso formula il “perché?” e lo grida, al momento della propria sofferenza. Per capire questo atteggiamento, dobbiamo tenere presente la natura singolare, eccezionale, della prova di Cristo. Egli soffre nella Passione in nome di tutti. La sua sofferenza ha un carattere universale: nella sua offerta viene rivolta al Padre
l’offerta di tutta l’umanità.» Il grido che Gesù rivolge al Padre, il suo «perché», è quello, a differenza di tutti gli altri
uomini, di un innocente. Eppure il Padre sembra assente, lascia il Figlio in balìa dei carnefici e, di fronte ai suoi
nemici, sembra un gesto che sconfessa le parole e il comportamento filiale di Gesù.
Tutto questo «è dovuto alla missione redentrice che fa portare a Cristo il peso dei peccati dell’umanità. Nel
peccato l’uomo si allontana da Dio e ne prova le conseguenze effettive. Il peccatore perde il sentimento della vicinanza amorosa di Dio e dell’intesa amichevole con lui che procura la pace dell’anima. Nell’opera redentrice Gesù
assume le conseguenze del peccato senza però entrare in uno stato peccaminoso.» L’abbandono del Padre, allora, non è dovuto ad una «solitudine» esistenziale, ma è espressione della solidarietà che il Verbo Incarnato ha avuto con l’intera umanità peccatrice.
In realtà, come già si diceva, le parole che Gesù usa sono quelle proprie del Salmo 22 che cominciano con
quella invocazione. Ogni buon Israelita conosceva a memoria quasi tutta la Bibbia e così si capisce come mai
quando pregava fosse normale pregare con le parole della Bibbia stessa.
Salmo 22: «“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza”: sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo. Eppure tu abiti la
santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e
furono salvati, sperando in te non rimasero delusi. Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del
mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: “Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico”. Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto
di mia madre. Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce. Come acqua sono versato, sono slogate
tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere. È arido come un coccio il
mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto. Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie
ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. Ma tu, Si2
Vedi anche Malachia 3,23-24: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché
converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con l o sterminio.»
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Comunque al tempo di Gesù erano tanti che si proclamavano Messia e grande era l’aspettativa. Inconsciamente forse il popolo sapeva che quello era il tempo in cui Dio lo avrebbe salvato, solo non ha riconosciuto il vero Messia che ha rivelato chi è
davvero Dio e liberava il popolo non da un potere terreno, ma dal peccato. Gli Atti degli Apostoli così scrivono 5,36-37:
«Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso,
e quanti s'erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del
censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch'egli perì e quanti s'erano lasciati persuadere da lui furono dispersi.»
4 Galot J., Cristo abbandonato sulla Croce. Il grido di Cristo crocifisso, in La Civiltà Cattolica 1999 II, 5.
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gnore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto. Scampami dalla spada, dalle unghie del cane la mia vita.
salvami dalla bocca del leone e dalle corna dei bufali. Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo
all’assemblea. Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al
suo grido d’aiuto, lo ha esaudito. Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: “Viva il loro cuore per sempre”.
Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli. Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto
terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà
diranno: “Ecco l’opera del Signore!”».
Come si vede il Salmo 22 non è un grido di disperazione, ma tutt'altro! È l'affermazione del giusto che sa che
nonostante tutto Dio non lo abbandona, ma gli riserva una vittoria e una vita nuova. In Gesù questo si manifesterà
con la gloria della Risurrezione. Tale sua continua comunione con il Padre che non è mai stata interrotta, viene sottolineata da Luca: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Questo grido esprime un atto di fiducia, la speranza del soccorso divino. «Nelle stesse mani del Padre, Cristo è certo di ricevere il potere glorioso che
gli permetterà di guidare dall’alto la crescita del suo regno sulla terra. Lo spogliamento dell’abbandono è destinato
a procurare in sovrabbondanza all’umanità la ricchezza divina.». Il grido dell’abbandono va messo in relazione con
l’ultimo vero grido di Cristo, riportato da Luca, mentre sembra che gli altri evangelisti parlino di un forte grido emesso prima di spirare e che in Giovanni è un consegnare se stesso tra le braccia e l'amore del Padre.
L'amicizia e la comunione con Dio è sempre fonte di gioia e Gesù, in quanto Figlio di Dio, nella sua umanità
viveva nella felicità più piena che non ha mai perso. Nella sua vita terrena, però, Gesù aveva rinunciato allo splendore della sua gloria per essere in tutto simile all'uomo e questo si vede anche nella Passione, sebbene interiormente vivesse sempre nella gioia propria di Figlio di Dio. Così quella felicità, che era nella sua anima, non produceva i suoi effetti nella sensibilità e nella carne, anzi acuiva ancor di più le sue sofferenze. Capita anche a noi,
spesso, pur in momenti di difficoltà di essere contenti interiormente, anche se esternamente non manifestiamo tale
gioia, anzi forse stiamo passando un periodo brutto.
I segni che accompagnano la morte di Gesù
Alla morte seguono eventi straordinari: terremoti, il sole che si oscura, ecc… Questi segni vanno capiti come
tante «apocalissi» ovvero eventi e segni che rivelano o manifestano qualcosa di grande che sta accadendo. Già i
profeti parlavano di segni sconvolgenti a proposito di Dio, in particolare al giorno in cui Egli avrebbe realizzato con
potenza le sue promesse, avrebbe giudicato il mondo e avrebbe salvato l'uomo. Sono questi i segni che avrebbero
accompagnato il «giorno del Signore» grande e terribile, anche se il lettore della Bibbia si sarebbe aspettato uno
stravolgimento universale e non la morte di uno considerato «malfattore». Li ritroveremo anche nel Libro
dell’Apocalisse che è il libro che «rivela» il giudizio di Dio alla fine del mondo. Ecco i segni che ci sono quando Gesù muore:
a) Il Sole si oscura
Gioele 3,3-4: «Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Amos 8,9-10: «In quel giorno oracolo del Signore Dio - farò tramontare il sole a mezzodì e oscurerò la terra in pieno giorno! Cambierò le vostre
feste in lutto e tutti i vostri canti in lamento: farò vestire ad ogni fianco il sacco, renderò calva ogni testa: ne farò
come un lutto per un figlio unico e la sua fine sarà come un giorno d’amarezza.
b) Il terremoto.
Giudici 5,4: «Signore, quando uscivi dal Seir, quando avanzavi dalla steppa di Edom, la terra tremò, i cieli si
scossero, le nubi si sciolsero in acqua.»; 2Samuele 22,8: «Si scosse la terra e sobbalzò; tremarono le fondamenta
del cielo; si scossero, perché egli si era irritato.»; Isaia 24,18.20: «Chi fugge al grido di terrore cadrà nella fossa,
chi risale dalla fossa sarà preso nel laccio. Le cateratte dall’alto si aprono e si scuotono le fondamenta della terra.
Certo, barcollerà la terra come un ubriaco, vacillerà come una tenda; peserà su di essa la sua iniquità, cadrà e non
si rialzerà.» Più esplicito Zaccaria 14,4: «In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta
di fronte a Gerusalemme verso oriente, e il monte degli Ulivi si fenderà in due, da oriente a occidente, formando
una valle molto profonda; una metà del monte si ritirerà verso settentrione e l’altra verso mezzogiorno.»
c) Il velo del Tempio.
Al tempo di Gesù non esisteva più l’Arca dell’Alleanza, per cui il sancta sanctorum non era che una stanza
vuota, sebbene accessibile una volta l’anno da un sacerdote. Il luogo più sacro di Gerusalemme era perciò «vuoto». Lo squarciamento del velo mostra a tutti che vi è adesso una «nuova» Alleanza perché quella antica non c’è
più lasciando il posto a quella fatta da Cristo. Gesù muore di Pasqua. Questa era figura della salvezza che Egli ci
dona con il suo sacrificio, così completa e realizza quello che nella Pasqua antica era raffigurato.
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Domande per il deserto personale
Nella mia vita di fede mi sono trovato spesso a meditare sulla vita di Gesù e spesso la sua figura mi è stata
presentata sotto una luce di gioia e simpatia, forse perché nella Chiesa si ha paura di annunciare Gesù «Crocifisso
per noi» onde evitare che questo messaggio così scomodo allontani le persone. La Pasqua però è occasione per
me per riflettere sul mistero di amore di Dio che si rivela proprio nella sofferenza e nella Croce di Gesù: l'amore di
una persona si vede quando uno è disposto a tanto per l'altro, anche a perdonarlo nonostante il rifiuto.
Cresco nella mia fede cominciando a pensare che la Croce (ovvero la contraddizione, la difficoltà, il
dubbio, i perché, il non capire sempre) fa parte del mio cammino cristiano?
Come Gesù in Croce, quando mi sento abbandonato, penso che Dio se ne stia ben lontano dai miei
problemi oppure ho il coraggio di rivolgermi a lui consapevole che, anche dopo il mio peccato, i miei
sbagli possono essere occasione di avvicinamento a lui?
Il grido di abbandono di Gesù mi dice anche una cosa fondamentale per la mia fede ovvero che la
qualità del mio «credere» in Dio non dipende da «quanto» io lo senta nella mia vita. Il sentimento (ovvero il sentirsi bene quando prego oppure il sentire la presenza di Dio) per quanto sia una cosa bella,
non è essenziale alla fede che è un atto di fiducia, di abbandono e di amore nei riguardi di Dio. Quante
volte le persone che ci amano ci di mostrano il loro bene, pur nella fatica, nel sacrificio, nelle difficoltà?
Non sentire consolazioni o benessere quando si segue Dio non è mancanza di fede, ma, al contrario,
occasione che ci mostra se amiamo davvero il Signore e se siamo fedeli a lui. Coloro che non hanno
fede possono vedere tale situazione come questa barzelletta: «Un giorno un prete va in udienza dal
Papa. Gli si avvicina piangendo e inginocchiatosi innanzi gli disse: "Santo Padre Santo Padre che cosa devo fare, non credo più in Dio Santo Padre...!!" Il Papa lo guardò intensamente negli occhi e gli rispose: "Fai finta.."». In realtà qui si confonde l'amore con il sentimento, un po' come accade in tante
coppie che si lasciano perché non sono cresciute nell'amore vicendevole, uscendo dal proprio egoismo, e sono rimaste al solo sentimento: e come se si dicessero: «fintanto sto bene con te, stiamo insieme!» Ma questo non è amore, fare spazio all'altro, fedeltà e fiducia.
Il grido di abbandono di Gesù mostra fino a che punto Lui, innocente, ha voluto sentire su di sé gli effetti del peccato. In realtà quando pecchiamo siamo noi ad abbandonare Dio e ad allontanarci da lui.
Effettivamente, però, chi vive nel peccato, anche se non vede con gli occhi del corpo gli effetti, è davvero in una situazione di grande solitudine. Penso, talvolta, che il mio sentirmi abbandonato da Dio o
senza di lui dipenda effettivamente dal fatto che vivo nei peccati (forse non uccido né rubo, ma posso
dire di vivere in amicizia vera con Dio?) da quando non mi faccio una buona confessione?
Gesù con le parole grida il suo abbandono a Dio, ma in realtà non sta che confessando la sua speranza nell'aiuto di Dio che sa che certamente lo salverà. Nei momenti di difficoltà prego come Gesù, affidandomi come Lui al Padre nella consapevolezza che questi conosce meglio di me i tempi e i modi
per agire e salvarmi in maniera meravigliosa, come ha fatto con Gesù quando, tre giorni dopo, lo ha
esaltato nella luce della risurrezione?
Quali sensazioni ho provato nel pregare il Salmo 22? Mi sono ritrovato in qualche frase?
Ci sono stati momenti nella mia vita in cui mi sentivo abbandonato da Dio oppure l'ho abbandonato
mentre poi l'ho ritrovato con gioia? Cosa ho sperimentato?
Ringrazio Dio per quei momenti che non mi sono sentito solo.
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Così ci dice Benedetto XVI: 8 Febbraio 2012
Cari fratelli e sorelle, oggi vorrei riflettere con voi sulla preghiera di Gesù nell’imminenza della morte, soffermandomi su quanto ci riferiscono san Marco e san Matteo. I due Evangelisti riportano la preghiera di Gesù morente non soltanto nella lingua greca, in cui è scritto il loro racconto, ma, per l'importanza di quelle parole, anche in
una mescolanza di ebraico ed aramaico. In questo modo essi hanno tramandato non solo il contenuto, ma persino
il suono che tale preghiera ha avuto sulle labbra di Gesù: ascoltiamo realmente le parole di Gesù come erano. Nel
contempo, essi ci hanno descritto l’atteggiamento dei presenti alla crocifissione, che non compresero – o non vollero comprendere – questa preghiera. Scrive san Marco, come abbiamo ascoltato: «Quando fu mezzogiorno, si fece
buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che
significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (15,34). Nella struttura del racconto, la preghiera, il grido di Gesù si alza al culmine delle tre ore di tenebre che, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, calarono su
tutta la terra. Queste tre ore di oscurità sono, a loro volta, la continuazione di un precedente lasso di tempo, pure di
tre ore, iniziato con la crocifissione di Gesù. L'Evangelista Marco, infatti, ci informa che: «Erano le nove del mattino
quando lo crocifissero» (cfr 15,25). Dall'insieme delle indicazioni orarie del racconto, le sei ore di Gesù sulla croce
sono articolate in due parti cronologicamente equivalenti. Nelle prime tre ore, dalle nove fino a mezzogiorno, si collocano le derisioni di diversi gruppi di persone, che mostrano il loro scetticismo, affermano di non credere. Scrive
san Marco: «Quelli che passavano di là lo insultavano» (15,29); «così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra
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loro si facevano beffe di lui» (15,31); «e anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (15,32). Nelle
tre ore seguenti, da mezzogiorno «fino alle tre del pomeriggio», l’Evangelista parla soltanto delle tenebre discese
su tutta la terra; il buio occupa da solo tutta la scena senza alcun riferimento a movimenti di personaggi o a parole.
Quando Gesù si avvicina sempre più alla morte, c’è solo l'oscurità che cala «su tutta la terra». Anche il cosmo
prende parte a questo evento: il buio avvolge persone e cose, ma pure in questo momento di tenebre Dio è presente, non abbandona. Nella tradizione biblica, il buio ha un significato ambivalente: è segno della presenza e
dell’azione del male, ma anche di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra.
Nel Libro dell'Esodo, ad esempio, leggiamo: «Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una
densa nube”» (19,9); e ancora: «Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio» (20,21). E nei discorsi del Deuteronomio, Mosè racconta: «Il monte ardeva, con il fuoco che si innalzava fino alla sommità del cielo, fra tenebre, nuvole e oscurità» (4,11); voi «udiste la voce in mezzo alle tenebre,
mentre il monte era tutto in fiamme» (5,23). Nella scena della crocifissione di Gesù le tenebre avvolgono la terra e
sono tenebre di morte in cui il Figlio di Dio si immerge per portare la vita, con il suo atto di amore. Tornando alla
narrazione di san Marco, davanti agli insulti delle diverse categorie di persone, davanti al buio che cala su tutto, nel
momento in cui è di fronte alla morte, Gesù con il grido della sua preghiera mostra che, assieme al peso della sofferenza e della morte in cui sembra ci sia abbandono, l’assenza di Dio, Egli ha la piena certezza della vicinanza del
Padre, che approva questo atto supremo di amore, di dono totale di Sé, nonostante non si oda, come in altri momenti, la voce dall’alto. Leggendo i Vangeli, ci si accorge che in altri passaggi importanti della sua esistenza terrena Gesù aveva visto associarsi ai segni della presenza del Padre e dell’approvazione al suo cammino di amore,
anche la voce chiarificatrice di Dio. Così, nella vicenda che segue il battesimo al Giordano, allo squarciarsi dei cieli,
si era udita la parola del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11). Nella
trasfigurazione, poi, al segno della nube si era affiancata la parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!»
(Mc 9,7). Invece, all’avvicinarsi della morte del Crocifisso, scende il silenzio, non si ode alcuna voce, ma lo sguardo
di amore del Padre rimane fisso sul dono di amore del Figlio. Ma che significato ha la preghiera di Gesù, quel grido
che lancia al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», il dubbio della sua missione, della presenza
del Padre? In questa preghiera non c’è forse la consapevolezza proprio di essere stato abbandonato? Le parole
che Gesù rivolge al Padre sono l’inizio del Salmo 22, in cui il Salmista manifesta a Dio la tensione tra il sentirsi lasciato solo e la consapevolezza certa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il Salmista prega: «Mio Dio,
grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi
d’Israele» (vv. 3-4). Il Salmista parla di «grido» per esprimere tutta la sofferenza della sua preghiera davanti a Dio
apparentemente assente: nel momento di angoscia la preghiera diventa un grido.
E questo avviene anche nel nostro rapporto con il Signore: davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore,
non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche
se apparentemente tace. Ripetendo dalla croce proprio le parole iniziali del Salmo, “Elì, Elì, lemà sabactàni?” –
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46), gridando le parole del Salmo, Gesù prega nel momento dell’ultimo rifiuto degli uomini, nel momento dell’abbandono; prega, però, con il Salmo, nella consapevolezza
della presenza di Dio Padre anche in quest’ora in cui sente il dramma umano della morte. Ma in noi emerge una
domanda: come è possibile che un Dio così potente non intervenga per sottrarre il suo Figlio a questa prova terribile? E’ importante comprendere che la preghiera di Gesù non è il grido di chi va incontro con disperazione alla morte, e neppure è il grido di chi sa di essere abbandonato. Gesù in quel momento fa suo l’intero Salmo 22, il Salmo
del popolo di Israele che soffre, e in questo modo prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio
stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione: «il grido nell'estremo tormento è al contempo certezza della risposta divina, certezza della salvezza – non soltanto per Gesù stesso, ma per “molti” » (Gesù di
Nazaret II, 239-240). In questa preghiera di Gesù sono racchiusi l’estrema fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio,
anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo così: «Nell’amore redentore che sempre lo univa al
Padre, Gesù ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”» (n. 603). Il suo è un soffrire in comunione con
noi e per noi, che deriva dall’amore e già porta in sé la redenzione, la vittoria dell’amore.
Le persone presenti sotto la croce di Gesù non riescono a capire e pensano che il suo grido sia una supplica
rivolta ad Elia. In una scena concitata, essi cercano di dissetarlo per prolungarne la vita e verificare se veramente
Elia venga in suo soccorso, ma un forte urlo pone termine alla vita terrena di Gesù e al loro desiderio. Nel momento estremo, Gesù lascia che il suo cuore esprima il dolore, ma lascia emergere, allo stesso tempo, il senso della
presenza del Padre e il consenso al suo disegno di salvezza dell’umanità. Anche noi ci troviamo sempre e nuovamente di fronte all’«oggi» della sofferenza, del silenzio di Dio - lo esprimiamo tante volte nella nostra preghiera ma ci troviamo anche di fronte all’«oggi» della Risurrezione, della risposta di Dio che ha preso su di Sé le nostre
sofferenze, per portarle insieme con noi e darci la ferma speranza che saranno vinte (cfr Lett. enc. Spe salvi, 3540). Cari amici, nella preghiera portiamo a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta. Il grido di Gesù ci ricorda come nella preghiera dobbiamo superare le barriere del nostro «io» e dei nostri
problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri. La preghiera di Gesù morente sulla Croce ci insegni a
pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili,
che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto; portiamo tutto questo al cuore di Dio, perché anch’essi
possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai. Grazie.
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