donne chiesa mondo - L`Osservatore Romano
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donne chiesa mondo Sua madre confrontava tutte queste cose nel suo cuore L’OSSERVATORE ROMANO giugno 2015 numero 36 Donne e vecchiaia Nel corso dell’ultimo secolo la durata della vita si è talmente allungata da arrivare quasi a raddoppiare quello che era il dato medio all’inizio dell’Ottocento, almeno per quanto riguarda i paesi cosiddetti avanzati. E in questa gara a chi vive più a lungo le donne mantengono ovunque il primato, anche se sono quelle che si curano di meno; quando poi prendono medicine, si tratta di farmaci testati solo sugli uomini. Qualcuno dice che è perché non lavorano, ma si tratta di una ipotesi facilmente smentita dalla realtà: le donne lavorano in media molto più degli uomini perché aggiungono ai ruoli familiari quelli professionali. La risposta vera sta forse nella maggiore capacità delle donne di affrontare la vecchiaia: non avendo puntato tutto sulla realizzazione nel lavoro — come fanno gli uomini, che entrano spesso in depressione quando vanno in pensione — accettano più facilmente una fase della vita in cui la realizzazione di sé è limitata ai rapporti personali, alle soddisfazioni affettive e all’esercizio della solidarietà. Proprio per questo — da quando è quasi scomparsa la mortalità per parto, che ha segnato per secoli il loro destino — le donne anziane si sono moltiplicate, assumendo anche ruoli nuovi ed esplorando spesso impensate possibilità. Che non sono solo fare ginnastica o curarsi di più di se stesse, come suggeriscono i media, ma anche, forse soprattutto, approfondire la loro vita spirituale. Quell’aspetto che era forzatamente trascurato negli anni del doppio se non triplo impegno lavorativo, nel tempo della vecchiaia è finalmente accessibile anche a loro. È come se l’allungamento della vita offrisse a molte donne la possibilità non solo di aiutare gli altri, allargando il raggio degli affetti e dei legami, ma anche di approfondire il senso della loro vita, del loro impegno religioso, con letture e incontri, con pellegrinaggi e ritiri spirituali, trovando in questa dimensione un nutrimento dell’anima di tipo nuovo. I primi a beneficiare di questo impegno sono i familiari, accompagnati nella preghiera con maggiore attenzione, ma anche tutte le persone che appartengono al loro gruppo sociale, che ne riconoscono la capacità rinnovata di aiuto e di ascolto. Se ci guardiamo intorno, vediamo che le donne anziane tengono in piedi il mondo: non solo come nonne che aiutano spesso in maniera insostituibile ad allevare i nipoti, ma anche come assistenti dei poveri e dei più anziani, come aiuto dei parroci nella vita di parrocchia, dove spesso impegnano il loro tempo improvvisamente libero. Ma anche, e non secondariamente, nella preghiera: le anziane sono capaci di sostenere per questa via la vita delle persone care, che spesso non ne sono neppure consapevoli. Ed è risaputo, come conferma suor Emidia, intervistata in prima pagina, che le donne sanno sopportare meglio la sofferenza fisica, e trasformare anche le crescenti sofferenze in nuove opportunità per lo spirito. La vecchiaia femminile quindi è potenzialmente carica di doni, tanto che gli uomini dovrebbero imparare da questo modello, come fa Simeone nel prendere in braccio il piccolo Gesù, rivelando una tenerezza materna. (lucetta scaraffia) Due famose pittrici alle prese con la vecchiaia al femminile: Frida Kahlo, «Ritratto di Donna Rosita Morillo» (1944, sopra) e Tamara de Lempicka, «La nonna» (1953, accanto). di MARIA BARBAGALLO utti conosciamo esempi eloquenti di anziani con una sorprendente giovinezza e vigoria dello spirito. Per chi li avvicina, essi sono di stimolo con le loro parole e di conforto con l’esempio. Possa la società valorizzare appieno gli anziani, che in alcune regioni del mondo — penso in particolare all’Africa — sono stimati giustamente come “biblioteche viventi” di saggezza, custodi di un patrimonio inestimabile di testimonianze umane e spirituali». Così scriveva nella Lettera agli anziani Giovanni Paolo II, e così riteniamo anche noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere con persone anziane o molto anziane, capaci di insegnare ancora come vivere, come affrontare gli anni della decadenza fisica e psichica, come assumere l’attesa dell’ultimo passaggio, quello nella vita eterna. Suor Emidia è nata 95 anni fa. Nel 2004 ha avuto un grave ictus, è rimasta colpita nelle gambe e costretta sulla sedia a rotelle. La mente, per fortuna, è rimasta lucida. Qualche anno prima di ammalarsi, era ancora responsabile di una comunità e una scuola: con un po’ di ironia, a una consorella che le insinuava che era ormai troppo vecchia per fare la superiora aveva risposto che Papa Wojtyła e Carlo Azeglio Ciampi avevano la sua stessa età: uno dirigeva la Chiesa, l’altro l’Italia. Non credo ci sia stato orgoglio nella risposta di Emidia, era invece la dimostrazione che per lei la vecchiaia era una stagione della vita da vivere serenamente come se niente fosse. Era stata professoressa per molti anni, missionaria in Africa, segretaria generale, responsabile di un centro di spiritualità e tante altre cose: per questo le ho chiesto come ha vissuto questo cammino verso la vecchiaia, e come è coinciso con la malattia. «Non ho mai avuto la sensazione di diventare vecchia» ha risposto e riferendosi alla malattia ha aggiunto: «Tutto è stato un dono del Signore che è venuto improvvisamente; sentivo che veniva qualcosa di nuovo, avvertivo che la memoria non era più la stessa. Ma non sentivo fastidio, perché io ho donato tutto a Gesù per questo momento storico per la Chiesa, ma è un passaggio che sentivo venire lentamente». Poi suor Emidia ha raccontato di quel giorno quando è arrivato l’ictus: «Era il 31 maggio 2005, stavamo pregando il Vespro, avevo preparato tutto, ma durante le preghiere finali, a un tratto, non potevo più parlare, la bocca non si apriva più... la preghiera l’ha portata avanti un’altra suora. Ho sentito un primo impatto, ma non mi sentivo vecchia, non pensavo alla vecchiaia; pensavo piuttosto che Dio aveva bisogno di me, voleva da me qualche altra cosa. Infatti qualche tempo prima, la madre generale era stata in Africa e venendo a trovarci nella nostra comunità, ci aveva comunicato che avrebbe voluto aprire la Cappella dell’Adorazione quotidiana. Ho sentito come una voce: “Ti voglio là”, e quando abbiamo finito la nostra riunione mi sono avvicinata alla madre generale e le ho detto: “Desidero essere presente nella Cappella dell’Adorazione”. Ho passato tre mesi all’ospedale per la mia situazione e poi sono stata trasferita a Codogno dove donne chiesa mondo «T Biblioteca vivente Intervista con suor Emidia Bergamaschini, missionaria nata nel 1920 ho iniziato la mia presenza quotidiana nella Cappella dell’Adorazione». Ho chiesto a suor Emidia come mai si sente dire tra la gente che la vecchiaia è un peso. «La vecchiaia è un grande valore — sì, qualcuno pensa che è uno scarto — ed è un dono prezioso; ci fa stare uniti al Signore, fa crescere l’amore con Dio e fa pensare tanto a quello che succede nel mondo; se molti sapessero cosa significa stare su una sedia a rotelle; solo il Signore sa i benefici che in questo stato si portano alla Chiesa e alle persone. Poi, l’adorazione: è un bene prezioso, stare con Gesù ore e ore, ascoltare la sua voce, chiedere a lui quello che altri vengono a chiedere». Nella Cappella dell’Adorazione entrano ed escono molte persone, a volte solo per un momento e per chiedere a suor Emidia di pregare per una intenzione specifica. Sono persone che si fanno mediatrici di altre che non hanno il coraggio di chiedere. Suor Emidia legge molto: libri, articoli, riviste, non solamente cose religiose, anche articoli culturali e storici. Ma ciò che la occupa completamente è la lettura dell’Osservatore Romano che riceve con devozione, come fosse lo stesso Papa che glielo manda. «Leggendo l’O sservatore, sto nel cuore della Chiesa, ora faccio un po’ più fatica e per me è un sacrificio leggere poco, qualche mese fa leggevo tanto, anche i paragrafi più piccoli. Ma mi tengo informata e vivo con la Chiesa, le sue speranze e le sue angosce». Cosa ha imparato in questi ultimi anni? «Ho dato un senso alle piccole cose che prima mi sembravano inutili; ho capito che non vale la pena fare questioni: vivo quello che il Signore vuole, lui se ne serve per un bene maggiore. Oggi il Signore vuole questo. Mi ricordo come desideravo andare in Africa, anche quella chiamata è stata improvvisa. Ma adesso il presente è questo». Suor Emidia è persona di grandi e profonde relazioni umane. Ha sempre avuto ottimi rapporti con tutti, e spesso non è capita. È proverbiale il numero di biglietti d’auguri che spedisce a Pasqua e a Natale, per onomastici e compleanni, per ricorrenze matrimoniali, battesimi, condoglianze e lauree: non dimentica nessuno. «I miei rapporti sono con le persone che si incontrano e con quelle che sono lontane; molte persone mi vengono a trovare, anche ex alunne di trenta e quarant’anni fa, sono nonne e bisnonne: vengono per salutarmi, ma soprattutto per chiedermi preghiera, per raccontarmi i loro problemi». A questo punto suor Emidia mi racconta tante storie di ex-alunne, romanzi che potrebbero essere sceneggiati come fiction tv. Storie drammatiche che le sono rimaste nel cuore. Per quelle persone Emidia continua a pregare, giorno e notte; sì, perché la notte quando si sveglia — e si sveglia spesso — prega intensamente per le intenzioni che le sono state raccomandate. La memoria di suor Emidia non è più molto fresca, ma solo l’anno scorso ci ha scritto i suoi ricordi come segretaria generale della congregazione: il periodo del concilio Vaticano II, il rinnovamento della vita religiosa, l’aggiornamento delle costituzioni, le celebrazioni della congregazione, e lo ha fatto con dettagli molto precisi. Quando non era sicura di qualcosa, Suor Emidia Bergamaschini è nata il 3 dicembre 1920 in un piccolo villaggio che a quel tempo si chiamava San Bernardino ma che ora è unito alla città di Crema (lo chiamavano “cremino”). È entrata nell’Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù di Francesca Cabrini nel 1939. Laureatasi in lettere classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore — padre Agostino Gemelli è stato suo professore — è stata docente e preside nelle scuole superiori. Inviata in Africa, si è occupata della scuola della missione. Tornata in Italia dopo sei anni, è stata segretaria generale della congregazione a Roma. Nel 2005, colpita da vari problemi di salute, è stata inviata a Codogno presso la casa delle Suore anziane. È impegnata nella Cappella dell’Adorazione dove trascorre varie ore del mattino e del pomeriggio. scriveva all’archivio generale di Roma per chiarimenti. Sì, anche lei è una “biblioteca vivente”, i giovani preti le vengono a chiedere di tradurre gli articoli in latino, le suore più giovani le domandano notizie del passato della congregazione, le persone che l’hanno conosciuta le chiedono di scrivere questa o quella lettera. Oltre alle preghiere, molte persone vanno da lei per un po’ di conforto: non si può dire quante lacrime ha asciugato suor Emidia! Quando legge una lettera e le raccontano cose tristi, rimane fortemente turbata, e prega. I parenti le portano a conoscere i pronipotini ai quali lei spiega il valore dei sacramenti, dello studio, dell’importanza di imparare le lingue. Quando si ammala gravemente una suora o sta per morire, Emidia cerca di starle vicino, la tiene per mano, deve accompagnarla ad andare incontro allo Sposo. Alle ragazze del servizio fa una sorta di catechesi, dà da leggere libri e giornali: quando ha finito di leggere l’O sservatore, lo passa al marito di una delle ragazze. Adesso suor Emidia parla con difficoltà, la malattia le dà sempre più fastidio, ma il suo sguardo è sereno e, anche se qualche volta si avverte in modo molto chiaro il disappunto su quello su cui non è d’accordo, è sempre molto presente. Vuole sapere cosa accade nella congregazione, quante novizie ci sono, quanti cardinali ha fatto il Papa, come si è risolta quella tale questione e quando ci saranno le votazioni. Suor Emidia è anche una grande e buon’amica. A volte vengono dall’estero persone — sia religiosi sia laici — che l’hanno conosciuta molti anni fa. Nel rivederla scoppiano a piangere ricordando il momento dell’incontro avuto con lei. Ricordano soprattutto lo stile dell’accoglienza, la sua straordinaria gentilezza, il suo farsi in quattro per soddisfare i loro bisogni. Tanto per ricordare un caso, voglio raccontare quello che fece Emidia nel Duemila, quando la casa di Roma dove lei era responsabile si riempì di giovani per la giornata mondiale della gioventù. Erano giovani polacchi, dormivano con il sacco a pelo nei vari spazi ricavati per loro. Una giovane coppia appena sposata si era timidamente avvicinata a lei e aveva chiesto se per loro poteva esserci un piccolo spazio per stare da soli; era il loro viaggio di nozze e avevano scelto l’occasione della gmg per non avere spese. Suor Emidia preparò una cameretta con il letto matrimoniale, i fiori, dei dolci, un biglietto di auguri e tante altre piccole attenzioni. Naturalmente i ragazzi ne furono felici. La sua giovinezza di spirito è sempre più vigorosa anche se non la può manifestare come prima. Così dice ancora Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani: «Quanti trovano comprensione e conforto in persone anziane, sole o ammalate, ma capaci di infondere coraggio mediante il consiglio amorevole, la silenziosa preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente abbandono! Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza». È l’identikit di suor Emidia, una suora missionaria. In ogni circostanza della vita. donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo Lin Delija, «Donne in preghiera» (1968-1975) Anna non è menzionata neppure una volta nei vangeli canonici Ne parla molto però il Protovangelo di Giacomo l’apostolo più volte citato come “fratello” di Gesù Il saggio La terza età «Per la società — diceva Simone de Beauvoir — la vecchiaia appare come una sorta di segreto vergognoso, di cui non sta bene parlare». Per rompere quel silenzio nel 1970 scrisse La terza età, in cui la vecchiaia è esaminata con profondità e meticolosità in tutti i suoi aspetti (storici, medici, filosofici, sociologici) in un compendio che è ormai diventato un classico. Come molti classici, dopo quasi cinquant’anni, è da rileggere per scoprire con qualche amarezza che, come diceva la scrittrice francese, ancora oggi «la condizione dei vecchi è scandalosa». Anche oggi «essi non hanno le stesse esigenze e gli stessi diritti degli altri membri della collettività: a loro si rifiuta anche il minimo necessario». Ma oggi l’autrice — che nell’altro suo famoso libro Il secondo sesso aveva attaccato con una veemenza inusuale per l’epoca (il libro uscì in Francia nel 1949) i ruoli che il pensiero maschile aveva attribuito alle donne — sarebbe consolata nel constatare la nuova dignità che le donne hanno saputo dare alla vecchiaia. (@ritannarmeni) Sant’Anna trinitaria di Masaccio e Masolino La nonna di Gesù Storia di un culto antico di LUCETTA SCARAFFIA arte sacra non ha mai dato spazio alle donne anziane: Maria e le sante sono sempre giovanissime, o ritratte in un’immobile bellezza regale senza età. Solo la raffigurazione di Anna, madre di Maria, fa eccezione a questa regola, e anche questa non sempre: Leonardo, ad esempio, nella meravigliosa opera conservata al Louvre in cui ritrae Anna con la Vergine e il Bambino, la dipinge giovane e bellissima come la figlia. Ma la sua resta una delle poche eccezioni. Nella serie imponente di opere nelle quali Anna è raffigurata, la troviamo nettamente differenziata dalla figlia, giovane o giovanissima, sia per i tratti del volto che per i colori e la foggia dei vestiti, la statura e vari altri segni, che ci permettono di ricostruire, attraverso il suo esempio, l’immagine della donna anziana nella società e nella tradizione cristiana per un lunghissimo L’ Hans Baldung (1511) arco di tempo. Più raramente il suo volto è solcato da rughe, per dare maggiore verosimiglianza alla sua età: la donna vecchia era percepita come figura inquietante, invidiosa delle donne giovani e belle, che potevano ancora generare. Non per nulla, per alcuni secoli, ogni donna anziana era considerata potenzialmente una strega. Il numero delle opere dedicate rivela l’importanza della madre di Maria: la nonna di Gesù è oggetto di un culto antico e fiorente, anche se non è menzionata neppure una volta nei vangeli canonici. Ne parla molto, però, il Protovangelo di Giacomo, cioè il testo attribuito all’apostolo che è stato citato più volte come “fratello” di Gesù e quindi considerato suo parente stretto, che poteva essere al corrente delle storie di famiglia. Ad Anna, nata in una famiglia della tribù di Giuda — anch’essa quindi di stirpe reale come Giuseppe — era anche attribuita una sorella, poi madre di Elisabetta, che partorisce a sua volta Giovanni Battista. Il suo matrimonio con Gioacchino è segnato da vent’anni di sterilità, per la quale l’uomo viene schernito al tempio. In risposta alle preghiere di Anna, arriva una gravidanza insperata: nasce Maria, che viene donata al tempio all’età di tre anni. Ma la storia di Anna non finisce qui: morto Gioacchino, sarebbe andata in sposa successivamente ai suoi due cognati, dai quali avrebbe avuto altre due figlie, tutte di nome Maria, a loro volta madri di figli maschi che sarebbero diventati apostoli di Gesù. Questa storia viene ripresa — e resa celebre — dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine, nella Vita della Vergine. Non ci dobbiamo stupire, allora, che questa improvvisa e insperata fertilità di Anna l’abbia fatta diventare la protettrice delle donne sterili e delle partorienti. Meno evidente invece appare la sua carriera come santa dei minatori — veste nella quale la conobbe Lutero, figlio di un minatore, e in gioventù a lei devotissimo — che alcuni interpretano come «colei che conserva nelle viscere un gioiello». Altri invece preferiscono attribuire questa qualifica all’assonanza del suo nome con quello della dea celtica della montagna, Ana. Su queste notizie, per un certo verso anche inquietanti, si costruisce il culto alla nonna di Gesù, confermato poi dalle visioni di santa Coletta — all’inizio irritata dalla complessa vita matrimoniale di Anna, poi sua grande sostenitrice — in base alle quali si costruisce anche un nuovo modello iconografico, quello della Santa parentela. A parte questo testo, la storia di Anna è soprattutto una storia di immagini, che sono particolarmente eloquenti e aprono scenari insospettati. Anna viene ritratta da sola molto raramente, di solito è con la Vergine e il nipotino, ma in molti casi, specialmente nel nord dell’Europa, accanto a lei si accalcano i numerosi discendenti che, uniti ai mariti e alle sorelle, possono far arrivare i personaggi ritratti addirittura a 29. Ma il numero a lei più spesso collegato è il 3: anche se, nella sua prima immagine, un affresco a Santa Maria Antiqua, accanto a lei sono dipinte altre due madri, Maria ed Elisabetta, il trio più diffuso è quello con la figlia e il nipotino, tanto che queste opere vengono abitualmente chiamate Sant’Anna trinitaria. Questo trio può essere raffigurato in orizzontale, ma più spesso è su scala verticale, e Anna lo domina, per statura e imponenza protettiva. In una società patriarcale questa immagine, dalla quale sono espunti sia Gioacchino che Giuseppe, offre un esempio di potere matriarcale. È evidente — e lo si deduce già dal nome — che le tre figure sembrano riproporre, in dimensione umana e femminile, la Trinità. In alcune opere, come la Sant’Anna trinitaria di Masaccio e Masolino conservata agli Uffizi, questa somiglianza con il modello trinitario è evidente, e sicuramente ricercata dall’artista stesso, e del resto ci sono almeno due chiese — una a Firenze e una a Como — nelle quali alla trinità “femminile” viene affiancata quella “maschile”, con il Padre che tiene sulle ginocchia il Figlio crocifisso mentre su di loro vola la colomba che raffigura lo Spirito santo. La parentela umana, corporea, di Gesù, costituisce una trinità femminile e umana che si affianca a quella divina, sottolineando una volta di più il contributo femminile all’Incarnazione. La Santa parentela, invece, che offre l’occasione di raffigurare tante persone di età diverse e che allude chiaramente all’importanza della famiglia e del lignaggio, con il suo ricondurre anche l’adesione degli apostoli principali a un legame di famiglia si distacca vistosamente dall’universalità del messaggio di Gesù. Anna può anche essere inquietante: nella xilografia di Hans Baldung del 1511, in cui, seduta accanto alla Vergine, tiene tra le mani l’organo sessuale del Bambino, il suo volto non è certo benevolo. E capiamo allora perché pare così allarmato Giuseppe, che controlla la scena dall’alto di un muretto. Forse si tratta solo di una delle tante opere in cui la sessualità di Gesù Bambino viene esibita per rafforzare il dogma dell’Incarnazione, ma uno storico del Rinascimento, Jean Wirth, sospetta invece che quest’opera riveli come Anna, in quanto donna anziana, fosse considerata una strega. E vede in questo la prova di quanto fossero considerate inquietanti e sospette queste donne, che del resto — data la brevità della vita umana, e soprattutto di quella femminile, decimata dai parti — non dovevano essere numerose. Dopo la spaccatura di Lutero, sulle immagini di Anna pesarono molto le critiche dei protestanti, così che dopo Trento vediamo che la sua raffigurazione subisce un profondo restyling: scompare definitivamente come soggetto la Santa parentela (di impianto decisamente matriarcale), che viene sostituita dalla Sacra famiglia, dove un posto importante occupa Giuseppe. Anna può essere aggiunta, ma la presenza di Giuseppe diventa obbligatoria — talvolta ricompare perfino Gioacchino — e la figura della nonna, dipinta ormai decisamente come anziana, diventa marginale. Oppure può avere ancora un posto per sé, accanto alla figlia, mentre le insegna a leggere. Quest’ultimo tipo di raffigurazione — anche se si può considerare una diminuzione rispetto al ruolo dominante di protettrice che svolgeva prima — ha co- munque avuto un riflesso sociale positivo nel favorire l’alfabetizzazione delle donne, e più in generale la loro dimestichezza con il mondo della lettura. Anna viene così privata del suo potere — sia positivo che negativo — ma Con Maria e Gesù ella forma la trinità “femminile” E ciò sottolinea ancora una volta il contributo delle donne all’Incarnazione acquista il ruolo di educatrice, di colei che trasmette la tradizione della fede, che sarà poi proposto a tutte le donne nell’Ottocento. Ed è l’ennesima prova che i simboli femminili, nella tradizione cattolica, sono sempre stati molto importanti e ricchi di significato. E MAŁGORZATA Mentre i governi europei discutono l’agenda sull’emigrazione, la Fondazione Estera — creata in Polonia da Miriam Shaded, figlia di una polacca e di un pastore presbiteriano siriano — mantiene i contatti con gruppi di cristiani a Damasco, Homs e Aleppo, dove si vanno intensificando gli attacchi dei jihadisti dell’Is. La fondazione ha raccolto i mezzi necessari per ospitare in Polonia 300 famiglie cristiane cattoliche, ortodosse e protestanti, per un totale di 1500 persone, di cui metà bambini e, molti, orfani. Tuttavia per farli venire in Polonia occorrono i visti, difficili da ottenere anche perché l’ambasciata a Damasco è chiusa. Sostenuta dal settimanale «Tygodnik Powszechny» di Cracovia, suor Małgorzata Chmielewska, fondatrice della comunità Pane della vita (che «donne chiesa mondo» ha intervistato lo scorso gennaio), ha diffuso una lettera aperta al governo e al primo ministro Ewa Kopacz, chiedendo di accelerare le pratiche amministrative al fine di concedere ai siriani i documenti necessari per il viaggio. «Fra un anno — scrive suor Małgorzata — potrebbe essere troppo tardi. Noi polacchi, così duramente provati durante la seconda guerra mondiale e nel periodo comunista, abbiamo una straordinaria tradizione di proteste contro le ingiustizie». LE D ONNE DEL NEPAL Con i mariti che lavorano all’estero — gran parte degli oltre 2,2 milioni di nepalesi oltremare sono uomini le cui entrate rappresentano oltre il venti per cento del prodotto interno lordo — sono migliaia le donne nepalesi che stanno affrontando da sole l’emergenza del terremoto, sommerse dai debiti, senza casa né aiuti. La situazione è particolarmente difficile nel villaggio di Thailchok a Sindhupalchok, uno dei distretti più colpiti con 2500 morti e oltre il novanta per cento delle case distrutte. Prive di qualsiasi supporto psicologico o morale, esposte ad abusi e malattie, sole a occuparsi, nella tragedia, di figli e familiari anziani, le donne dei lavoratori migranti sono ulteriormente svantaggiate. Ad esempio, all’ora di pranzo in un campo di fortuna a Kathmandu, i sopravvissuti, in fila per avere gratuitamente cibo, rispettano un preciso ordine: prima gli uomini, poi i bambini, infine le donne. È la cultura del Paese. In un comunicato della ong locale Women’s Rehabilitation Centre si legge: «Le donne mangiano alla fine, di solito gli avanzi degli uomini e dei bambini. C’è discriminazione, anche in tempi di crisi». Ulteriori difficoltà le donne incontrano nel trasporto dei generi di soccorso, come i sacchi di riso mandati dalle agenzie umanitarie. Vivono una sfida dietro l’altra, ma non vogliono che i mariti rientrino in Nepal per aiutarle, altrimenti la famiglia perderebbe l’unica fonte di reddito. INGEBORG, D OTTORATA A 102 ANNI È probabilmente la più anziana dottorata della storia: a 102 anni, infatti, la neonatologa tedesca Ingeborg Syllm-Rapoport ha ricevuto il PhD dall’università di Amburgo settantasette anni dopo aver finito la sua tesi di dottorato sulla difteria. Essendo infatti figlia di una ebrea — la madre era la celebre pianista Maria Syllm — nel 1938 non poté sostenere l’esame orale a causa del regime nazista. Ingeborg Syllm-Rapoport fuggì poco dopo dalla Germania, riparando negli Stati Uniti dove non fu affatto facile affermarsi professionalmente senza il documento che provasse i suoi studi. Ma la voglia e la forza di lottare non hanno mai abbandonato questa donna, che non solo scelse poi di tornare in patria — dove è diventata una stimata docente di neonatologia — ma decise che non avrebbe rinunciato a ciò che ingiustamente le era stato tolto. «È una questione di principio» ha commentato ora finalmente soddisfatta, «non una questione personale». di GIULIANO ZANCHI uando ai resoconti sociologici sull’habitat ecclesiale si obietta che per avere una visione reale di una parrocchia bisogna osservarla dal di dentro, lo si può fare per una reazione apologetica e istinto difensivo. Eppure si dice una cosa vera. Le contabilità scientifiche dell’umano fanno il loro mestiere. Proiettano sui fenomeni lo sguardo dei loro criteri disciplinari. Come tutti i punti di vista selettivi sono costrette ad astrarre, generalizzare, catalogare. Producono naturalmente risultati utili. In qualche caso persino necessari. Nondimeno non è il loro metodo che può circoscrivere l’essenziale. Perché esso resta accessibile soltanto guardando le cose con la perspicacia dello sguardo partecipe e può essere restituito soltanto nella forma del racconto che testimonia. Q Guidata da un senso giansenista della disciplina e formatasi alla luce di una severa cultura tridentina Angelina era l’anima della liturgia quotidiana women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women MIRIAM Un decisivo sostegno Donne anziane raccontano il loro contributo alla comunità parrocchiale di appartenenza Va perciò imboccato l’indispensabile sentiero del racconto quando si vuole entrare con qualche verosimiglianza in quella parte di Chiesa abitata da donne anziane, dalla loro placida presenza, segnata, in quanto donne e in quanto anziane, da un duplice stigma di minorità e soggezione. La convenzione letteraria, quella delle sociologie come quella delle antropologie, ha assestato la sua rappresentazione nel ritratto oleografico che anche la cinematografia continua a perpetuare con più o meno involontarie derive caricaturali: la donna anziana col velo nero, preferibilmente del sud, preferibilmente illetterata, avvolta nella nube del dialetto, scontato soprammobile del rito religioso, compulsiva consumatrice dei più arcaici prodotti del sacro. Insomma materia base della documentaristica etnologica che si esercita sui costumi di un’antica civiltà rurale con lo stesso sguardo alieno e compiaciuto con cui un etologo si occuperebbe dei riti di corteggiamento di una curiosa specie animale. Per uscire da queste sabbie mobili della non conoscenza bisogna invece raccontare storie di persone vive, che si incontrano nella complessa alchimia della vita reale delle nostre comunità, esperienze uniche e irripetibili, vite straordinarie, insospettabilmente avvincenti. Mi piacerebbe per esempio che il lettore avesse conosciuto Angelina, morta pochi mesi fa all’età di 96 anni, donna di raro temperamento e con una voce subissante. Ho conosciuto Angelina facendo il parroco in una piccolissima comunità ai lembi estremi della diocesi di Bergamo. Appartiene a quella generazione di donne che hanno tirato su i figli nel primo dopoguerra, quasi con niente, guidate da un senso quasi giansenista della disciplina che si respira ancora da queste parti, formate nella loro infanzia e nella loro giovinezza da una cultura tridentina indubbia- mente severa, ma che ha modellato in loro una identità. Questa solida formattazione dottrinale, che noi saremmo tentati di giudicare con profondo senso critico, sta proprio alla base della loro capacità di comprendere e accompagnare con cordiale disponibilità le transizioni del concilio Vaticano II e la riforma liturgica, con molto più senso ecclesiale di generazioni più recenti, rimaste più sguarnite di una reale formazione credente. Ho conosciuto Angelina appena diventato parroco. Assieme a molte altre come lei, era l’anima delle liturgie quotidiane, semplici eucaristie fatte di niente, nelle quali la prevalente presenza di donne anziane garantiva a tutta la comunità impegnata altrove il carisma dell’ascolto. In una comunità deve sempre esserci qualcuno che resta in ascolto del Signore che parla. Chi le immagina come passive e ignare ascoltatrici di ogni razza di predica si sbaglia di grosso. Comprendono con materno silenzio l’annaspare dell’omileta inesperto o inabile. Ma sanno perfettamente che la parola deve mirare più in alto. E quando la sentono, lo capiscono. Sono anche donne assai preoccupate della frenesia e della libertà con cui le loro figlie affrontano la vita, ma non rimpiangono affatto il tempo in cui è toccato a loro essere giovani, raccontando con perfetta coscienza critica i tempi in cui venivano mortificate in pubblico dal parroco per essere state a ballare o per una manica appena troppo corta. Gabriella ha 83 anni, ma ne dimostra almeno dieci di meno. Siamo in una parrocchia periferica della città. Con lei scambio due parole sull’articolo che devo scrivere. Quando le dico che voglio scrivere il suo nome, ride di gusto. Poi scambia con me qualche idea. Ci tiene soprattutto a dirmi che le donne anziane, detto senza retorica, sono portatrici di una saggezza attinta dalla lunga obbedienza riservata alla vita, che non va intesa come passività agli eventi, ma come co- scienti risposte alla realtà. Gabriella è stata insegnante per molto tempo. In comunità è ministro straordinario dell’eucaristia, fa parte del gruppo dei lettori, ma soprattutto si prende cura di un percorso di formazione per altri anziani della comunità che si trova- Gabriella ha 83 anni Ministro straordinario dell’eucaristia fa parte del gruppo dei lettori e cura un percorso di formazione per suoi coetanei no per la catechesi comunitaria. Non si finisce mai di imparare. Parla di questo suo impegno con la passione di chi ha piena coscienza di esercitare un ministero prezioso all’interno della comunità. Ricorda i tempi della riforma conciliare, quando l’impazienza di molti preti era portata ad archiviare disinvoltamente anche molte cose essenziali, come l’esercizio della catechesi, che allora si chiamava dottrina. A quel tempo, come è stata preziosa la coscienza di molte donne che hanno chiesto novità e autonomia, è servita anche la prudenza di molte altre che hanno aiutato a conservare quello che bisognava conservare. Gabriella mi butta lì alla fine una cosa che può sorprendere. Dice che sarebbe utile anche sentire quello che hanno da dire le donne anziane che negli ultimi decenni si sono allontanate dalla Chiesa. Forse, dice lei, perché non hanno trovato un loro posto, non sono state sentite come una risorsa. Flora ha quasi 78 anni. Vive in una media parrocchia vicino al lago d’Iseo. La sua è la storia di una donna semplice, senza partico- lari studi alle spalle, ma con l’acuminato senso critico della gente di paese, una intelligenza istintiva che progredisce anche senza particolari strumenti intellettuali. Come tante altre donne della sua generazione, è cresciuta tra le fila di Azione cattolica, di cui per diversi anni è stata presidente locale, un’appartenenza che ha tirato fuori nel migliore dei modi la sua passione e la sua attitudine per un cosciente sguardo sul mondo, sulla realtà, sui problemi della gente. I suoi figli hanno appreso da lei questa sorta di passione civile ispirata da una spiccata coscienza ecclesiale. Hanno tutti mantenuto un forte legame con la comunità e si sono tutti buttati in attività sociali. Flora si è fatta una cultura attraverso la sua formazione cristiana. Per molte è stato così. Hanno la quinta elementare ma hanno imparato la disciplina di uno studio dalla necessità di acquisire strumenti di formazione spirituale. Lungo la sua vita ha visto passare un sacco di preti e si è misurata con una infinità di varianti pastorali. Ha attraversato tutto con medesima disponibilità e rispetto, non Per anni presidente dell’Azione cattolica locale Flora vive in una parrocchia vicino al lago d’Iseo Sin da giovane è stata animata da passione civile ispirata dalla forte coscienza cristiana senza la capacità di vedere oltre le mode del momento, padrona di un attento senso critico, di una distaccata prudenza, sempre espressa con un garbo, una gentilezza e un sorriso che potrebbe fare di lei un personaggio femminile di Jane Austin. In questo momento il suo carisma personale si spende nel servizio alla cura pastorale dei malati. Angelina, Gabriella, Flora, non sono brillanti eccezioni. Fanno parte, al contrario, di una schiera di donne che l’età non ha affatto sottratto a un ruolo di decisivo sostegno di una comunità. Non sono certamente quel detrito di una morta tradizione che il luogo comune vorrebbe vedere in loro. Quando si attenuerà l’ipnosi collettiva per l’effimero ideale di una perenne giovinezza il peso della loro presenza sarà più facile da riconoscere. Intanto voglio solo aggiungere che tutte loro, Angelina, Gabriella, Flora, e tutte le altre, non servono il Vangelo solo perché esercitano un servizio o un ministero nella Chiesa. Hanno servito il Vangelo anzitutto vivendo da donne, amando qualcuno, lavorando sodo, mettendo al mondo dei figli, prestando la propria carne al rinnovarsi dell’enigma umano. Hanno servito la Chiesa dando alla loro vita la forma del Vangelo. Hanno messo a disposizione il loro corpo e la loro vita per permettere al Vangelo di prendere forma nella storia. Hanno onorato il ministero fondamentale del battezzato. Il ministero di fondo della Chiesa, senza il quale la via evangelica resta invisibile e il tempo del Regno indesiderabile. Mensile dell’Osservatore Romano giugno 2015 numero 36 A cura di LUCETTA SCARAFFIA (coordinatrice) e GIULIA GALEOTTI Redazione: RITANNA ARMENI, CATHERINE AUBIN, RITA MBOSHU KONGO, SILVINA PÉREZ (www.osservatoreromano.va, per abbonamenti: [email protected]) Innocente Salvini, «Mia madre accanto al fuoco» (1925) Il romanzo Suor Giovanna della Croce «Non aveva specchio per vedere il suo viso, ma sapeva che i solchi del tempo vi erano impressi profondamente: erano corti, sotto le bende, i suoi capelli, ma lei sapeva che erano tutti bianchi. Adesso certe fatiche, certe astinenze, la trovavano debole e scoraggiata. Adesso nella preghiera, non trovava che dolcezza molle e quieta, mai più entusiasmo. Si sentiva ed era vecchia». Così Matilde Serao in Suor Giovanna della Croce descrive la «sepolta viva» che per una improrogabile legge dello Stato è costretta a lasciare insieme alle sue consorelle il convento in cui aveva vissuto fino ad allora. Tristezza, terrore, incertezza: sono questi i sentimenti che si impadroniscono della vecchia suora costretta a tornare nel mondo che ha lasciato. Povertà, privazioni, umiliazioni sarà quello che vi troverà. Matilde Serao con Suor Giovanna ha scritto uno dei suoi romanzi più belli ed emozionanti malgrado le critiche che lo accolsero quando iniziò a pubblicarlo a puntate nel 1901 su un quotidiano napoletano. Nella edizione della Bur il saggio introduttivo di Henry James ne conferma un valore che per anni non le è stato riconosciuto. (@ritannarmeni) Il film Ombre bianche Uomo contro natura. E, soprattutto, donna contro natura. È una lotta impari quella raccontata dalla pellicola di Nicholas Ray e ambientata al Polo Nord, Ombre bianche (1959). Una lotta in cui si inseriscono, con esiti disastrosi, la civiltà e le leggi occidentali. In un universo selvaggio e quasi disabitato, il cacciatore Inuk (Anthony Quinn) sceglie Asiak come compagna di vita e, con generosità, prende a vivere con loro anche sua madre, «una vecchia inutile». Pauti, senza forze e senza denti — la figlia deve masticare per lei ogni boccone —, è solo un peso e quando Asiak sta per partorire, il suo destino diventa inesorabile: come è usanza della sua gente, viene abbandonata tra i ghiacci. Nel libro da cui è tratto il film – Il Paese delle ombre lunghe di Hans Ruesch – l’episodio ha una conclusione diversa. Asiak e il marito, che non hanno mai conosciuto un neonato, alla vista del loro bimbo senza denti restano atterriti e pensano di ucciderlo. La vecchia Pauti, allora, ricorre a uno stratagemma che la renda nuovamente utile: promette alla coppia che in poche stagioni, con l’aiuto delle Potenze delle Nevi, lei lo avrebbe guarito. E così salva la vita al nipote e allunga la propria. Poi, tutto va come deve. Nel bene e nel male: spuntano i denti e Pauti diventa preda degli orsi. Tutto secondo una logica abominevole (ma, a ben vedere, non del tutto superata) per i lettori di altre latitudini e altri tempi. (@silviagusmano) donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne Il quarto voto Carola Susani racconta la santa del mese, Paola Frassinetti aola Frassinetti nacque il 3 marzo 1809, a Genova, nel quartiere di Portoria. Come scrive Rosa Rosetto, Portoria era quasi campagna allora, con villette e case contadine. Suo padre, Giovanni Battista, aveva un negozio di stoffe. Sua madre, Angela Viale, aveva messo al mondo dieci figli. Di questi ne erano sopravvissuti cinque. Alla morte della mamma, Paola — unica femmina tra quattro fratelli — aveva nove anni. Di sicuro è stata proprio Angela a fare della religiosità l’aria della casa, il pane quotidiano dei suoi figli. Giuseppe, Francesco e Paola che erano più grandi raccolsero il testimone direttamente da lei, gli altri dai fratelli: i quattro maschi furono sacerdoti e Paola fondò una congregazione. Finché Angela era viva, Paola stava con lei, l’aiutava, cuciva, lavorava a maglia; si dilettava già in piccole tenzoni con se stessa, come vincere la paura del buio o almeno attraversarlo senza che nessuno si accorgesse di quanto per lei era duro. I progetti di un’educazione fuori casa non si concretizzarono, e Paola ebbe come insegnanti madre, padre e fratelli, fu capace di concentrarsi tanto da imparare il più possibile da ognuno. Era ostinata, quando le toccava un lavoro nuovo pensava: «Chi ha fatto questo lavoro aveva due mani, due occhi come me». Alla morte di Angela, la zia Anna, che abitava in casa con loro, la manda a controllare la donna che deve vestire la salma: per Paola, come per tanti scrittori dell’O ttocento, stare davanti al corpo morto di una persona amata è un’esperienza sconvolgente e atroce. Paola impegna un’intera vita per capovolgerla, perché la morte non vinca. A nove anni accudisce il padre e i fratelli. Comincia il suo ciclo di capovolgimenti, del suo destino fa una scelta: si sveglia prima di tutti e sveglia i fratelli, ma per essere sicura di riuscirci dorme vestita, con il bustino stretto. Del sacrificio, fa la sua forza; della sua fragilità, uno slancio. Paola desidera farsi suora, e la tensione con il padre che non le accorda il permesso dura a lungo, fra irrigidimenti e concessioni. Quando suo fratello Giuseppe prende la cura di San Pietro di Quinto al P Invecchiare bene Quell’abbraccio quasi materno Una versione più ampia di questo articolo esce su «La Rivista del Clero italiano». di LUCIANO MANICARDI l Nunc dimittis è il breve inno che la Chiesa fa pregare a compieta, alla fine del giorno, come ultime parole di fede prima di entrare in quel sonno che è simbolo della morte. È anche il canto della sera della vita, pronunciato da un Simeone ormai prossimo alla morte, ed è per noi memoria dell’«ora della nostra morte», come recita l’Ave Maria. Si tratta dunque di un atto, pregare il Nunc dimittis, che rientra nell’ormai scomparsa arte di prepararsi a morire. E prepararsi, se mai ci si può preparare a quell’evento della morte che sempre ci contraddice e sorprende, nella fede. La grandezza di Simeone è nella sua umiltà. Nella semplicità dei suoi occhi che vedono la salvezza nella carne di un neonato, di una nuova vita da poco sbocciata, nella tenerezza del suo abbraccio al piccolo, nella disponibilità a fare spazio ad altri, nella prontezza a farsi da parte, a cedere il passo, a lasciare il posto, a diminuire perché altri cresca. Contento che altri cresca. Proprio come Giovanni Battista: «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Giovanni, 3, 30). Nessuna traccia di quella gelosia spesso tipica degli anziani nei confronti di chi viene dopo di loro, nessun sospetto e diffidenza, nessuna invidia, ma la gratitudine, la gioia serena e pacata. Simeone è invecchiato bene. «C’era un uomo a Gerusalemme di nome Simeone». Così inizia il nostro breve racconto. Anzi, il testo inizia con quell’«ed ecco» che nel terzo vangelo introduce spesso una rivelazione, esprimendo l’invito a fare attenzione, a guardare con attenzione per vedere nell’opacità del quotidiano lo straordinario di Dio. Ovvero, per fare ciò che sa fare Simeone, il quale riconosce nel bambino il messia di Israele, la salvezza di Dio. «C’era un uomo a Gerusalemme». Chi era quest’uomo? Il suo nome, Simeone, rinvia all’ascolto, shamà in ebraico. E l’ascolto di cui Simeone si è mostrato capace per tutta la vita è stato senz’altro anzitutto l’ascolto delle Scritture. Le profezie di Isaia echeggiano nelle parole dell’anziano: «Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Isaia, 52, 10); «Si rivelerà la gloria del Signore e ogni carne la vedrà» (Isaia, 40, 5); «Io ti renderò luce delle genti perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Isaia, 49, 6). Questi, ma anche diversi altri testi veterotestamentari stanno dietro le parole di Simeone e dicono di una fede forgiata negli anni sulle Scritture fino a scolpire nel cuore di Simeone una speranza salda, una fede solida. Che non si lascia mettere in scacco nemmeno dalla morte. L’ascolto delle Scritture poi per Simeone è stato ascolto che ha creato un ponte con la vita, con la sua vita, è stato un ascolto che gli ha consentito di sentire la promessa profetica delle Scritture, la promessa di Dio come rivolta a sé: lui stesso vedrà la salvezza di Dio. Isaia diceva che ogni carne vedrà la salvezza di Dio, ma perché la veda ogni carne, la deve vedere quella carne che io stesso sono. E Simeone vede, vede perché ha ascoltato. Simeone ascolta, ma ascolta con fiducia, egli crede che ciò che la Scrittura dice è parola di Dio rivolta a sé: egli crede alla promessa di Dio. Ecco l’ascolto efficace: l’ascolto che crede. E suscitando fede, crea un corpo e una mente aperti, accoglienti, ospitali. Ciò che ha consentito a Simeone di invecchiare bene è stato anzitutto l’ascolto, la capacità di fare spazio alla parola e alla presenza di un Altro, ma anche di altri. Tanto che alla fine della vita egli riesce ad accogliere anche fisicamente, nelle sue braccia, il bambino in cui riconosce la salvezza di Dio. La capacità di ascolto si manifesta in capacità di accoglienza. E così è l’intero suo corpo che viene scolpito dall’ascolto e diviene non geloso, non timoroso, non angosciato, non ripiegato su di sé, ma accogliente, capace di ospitalità. Non sulla difensiva, ma aperto all’altro. Di Simeone si sottolineano gli occhi e le braccia: i suoi occhi anziani sono ancora capaci dello stupore di chi guardando vede nell’altro non un rivale, non una minaccia, non uno che prende il suo posto e gli toglie spazio e libertà, non un nemico, ma un sacramento della salvezza. Noi siamo salvati attraverso gli altri, grazie agli altri. Spesso gli altri sono per noi motivo di lamento e di stanchezza e di frustrazione, ma in verità, la salvezza ci raggiunge attraverso gli altri. Noi vediamo la salvezza grazie agli altri. Il suo sguardo di anziano non è sospettoso, diffidente, pauroso, ma tenero. Ha saputo sviluppare quella dote di tenerezza che è così preziosa e rara. Soprattutto nei maschi. E questo si manifesta anche in quell’abbraccio quasi materno con cui egli accoglie il bambino, quasi cullandolo, con dolcezza. Il corpo di Simeone non è rigido, chiuso, respingente, ma luminoso, caldo, accogliente. Cercando di immaginare Simeone vien da pensare alla figura del kalógheros della tradizione orientale, l’anziano “bello”, scavato e plasmato da una vita di obbedienza, di fede. Un corpo che è Vangelo, che è narrazione evangelica. Non è un evangelizzatore, ma un uomo divenuto Vangelo. Un po’ come Francesco di Assisi, di cui si dice che era non tamquam orans, sed oratio factus («non come uno che prega, ma divenuto preghiera»). I Nel 1849 i repubblicani sono colpitissimi dall’enorme generosità di Paola e delle sue suore Al punto da far loro il saluto militare mare, chiede al padre di mandargli Paola come aiuto. Lei ha ventidue anni, una vita interiore vivacissima e ora scopre tutt’insieme lo slancio attivo — che sarà per lei sempre verso l’educazione — e l’amicizia: dev’essere stata un’euforia. Sono le ragazze a cercarla, figlie di contadini e marinai. Marianna Danero, che sarà sua amica e consorella, dice che a incontrarla provò un «contento che non si può spiegare». Insieme passeggiavano fra ulivi e vigne. Un gruppo di ragazze povere si raccoglie attorno a Paola e attraverso successi e fallimenti, rinunce e ricostruzioni, con l’aiuto di don Giuseppe e di don Luigi Sturla mette su un istituto per l’educazione delle ragazze povere. Erano senza soldi, in molte, Paola compresa, fragili fisicamente e, a parte Paola, senza formazione. Era il 1834, presero in affitto “la casina”, padre Bresciani pagò l’affitto. Nel 1835, don Luca Passi — promotore dell’Opera di santa Dorotea e san Raffaele, che aveva per scopo l’educazione dei ragazzi e delle ragazze — coinvolse Paola, e così le sorelle insieme ai voti di povertà, castità e obbedienza, fecero voto anche di sostenere l’Opera di santa Dorotea. Dopo il colera, la crisi di sfiducia delle compagne e del paese, il padre che davanti all’istituto cacciava le ragazze gridando «Paolina è pazza», la pace rinnovata e approfondita con lui, il rifiorire dell’opera, nel 1841 Paola parte per Roma. All’inizio — sono in tre, lei e due compagne — alloggiano in un locale piccolo e sporco sopra le scuderie dei principi Torlonia. La povertà, l’incertezza della sussistenza sono vissute da Paola come uno sprone, una provocazione a immaginare. Nel 1842 fonda la prima scuola a Santa Maria Maggiore, poi ne nascono in altre parrocchie e a Macerata. Ha il sostegno di Gregorio XVI, il sostegno e l’amicizia di Pio IX . Prende in carico il conservatorio a Sant’Onofrio al Gianicolo. Nel 1849, a conclusione della breve vita della Repubblica romana, mentre il Papa è fuggito a Gaeta, le truppe francesi e i volontari della Repubblica si scontrano a Roma. Uno dei campi di battaglia è proprio lì, vicino a Sant’Onofrio. I repubblicani malconci e assetati chiedono aiuto, le suore prendono l’acqua dal pozzo per loro, nutrono i combattenti, curano i feriti. I repubblicani riconoscono a Paola e alle sue suore un’ampiezza, una generosità che non avevano previsto, così le rispettano in modo anche po’ teatrale: fanno loro il saluto militare. Mentre Paola era ancora in vita, ci fu la fondazione di case di Santa Dorotea in Brasile e in Portogallo. Nel 1876 venne colpita da una paralisi. Ci mise un mese per riprendersi e, recuperate in parte le capacità motorie, ricominciò a darsi da fare, spendendosi senza tregua, e di se stessa diceva: «Io sono il Giona dell’istituto». Morì nel 1882, e nel 1984 è stata canonizzata da Giovanni Paolo II. Carola Susani è nata nel 1965 in Veneto e a quattro anni si è trasferita con la famiglia in Sicilia. Ora vive a Roma. Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo Il libro di Teresa (Giunti). Ha scritto per adulti e per ragazzi, romanzi e raccolte di racconti. Fra gli altri: L’infanzia è un terremoto (Laterza 2008), a metà tra autobiografia e reportage narrativo, il romanzo Eravamo bambini abbastanza (Minimum Fax 2012), il libro per ragazzi Susan la Piratessa (Laterza 2014). È redattrice di «Nuovi argomenti». Andrea Mantegna, «Incontro» (1465-1474, Camera degli Sposi, Mantova, particolare) In famiglia non si getta mai la spugna È NOTTE E ALLORA SCRIVO: i nostri quattro bambini si sono appena addormentati nei loro letti; le magliette con le macchie di sugo, cioccolato e fango riposano invece in candeggina. Mio marito, dopo averli fatti capitolare con minacce, promesse e l’ennesima lettura dell’Isola del Tesoro, corregge i compiti dei suoi studenti, su una sedia che scricchiola ogni volta che cerca una posizione più comoda. Ma non c’è niente di comodo in famiglia: né sedie, né letti, né relazioni. La famiglia piacevole, pacifica e armoniosa è una trovata pubblicitaria, un’etichetta devota o una sovrastruttura ideologica, cavalcata da quei suoi detrattori, che la dipingono come un rifugio meschino e claustrofobico. Eppure, la famiglia è un ambiente ampio e convulso, che richiede risorse ed energia, che abbisogna di passione e pazienza: che richiama una vita a dispiegarsi con pienezza. In famiglia, la parola “distacco” è bandita, i legami sono ravvicinati: si è tutti coinvolti in un groviglio di relazioni, a cui è impossibile sottrarsi e che bisogna, volenti o nolenti, affrontare. Se gli amici li scegliamo, se i nemici ce li facciamo, i cosiddetti parenti li troviamo già fatti: se tra conoscenti esiste un limite, definibile come “rispetto” o forse “sana ipocrisia”, in casa le distanze si accorciano e gli spazi si sovrappongono. La famiglia diviene il ring dove le libertà dei suoi membri si incontrano e si scontrano, più o meno sportivamente. Il match è infinito e il kappaò è un lusso che nessuno può concedersi: in famiglia le si prende e le si dà, ma non si getta mai la spugna. Eppure, proprio questo pomeriggio, mentre aspettavo nel corridoio della Asl mio figlio Thomas che faceva logopedia, ho sentito una madre convenire con un’altra su come la vita familiare fosse noiosa, ripetitiva, limitata e frustrante. Ecco, io allora mi sono guardata e mi sono vergognata della macchia di crema di riso in evidenza sulla manica donne chiesa mondo giugno 2015 poesia imparata la mattina stessa all’asilo. Miriam, infine, ha stabilito che quest’estate saremmo andati in Grecia, a vedere la porta dei leoni di Micene e io, nonostante il pensiero di quattro bambini sotto il sole a picco d’agosto, ho detto «perché no?». Eppure, il pensiero dominante imporrebbe, per un’estate che si rispetti, spiaggia e ombrellone con contorno di madri snelle, padri possibilmente tatuati, figlie ballerine di baby-dance e figli campioncini di calcetto. Ma al “godimento convenzionale”, la famiglia è in grado di opporre un “godimento libero”, dando prova, in un inaspettato ribaltamento di prospettiva, della sua intrinseca natura anarchica, irriducibile a ogni irreggimentazione sociale. È solo nell’ambito di quell’ambiente domestico, foriero di comprensione e umorismo, infatti, che Thomas, vestito da Zorro, mangia i calamari, con i guanti di raso nero o che Miriam interpreta appassionatamente in salotto Lucy In The Sky With Diamonds, incurante dell’ennesima boy-band alla moda, di cui parlano le sue amiche a ricreazione. Nel mondo esterno si va in divisa, anche se fatta di giacca e cravatta, si intona tutti la stessa canzone, perché è lì, più che in famiglia, che vige una rigida disciplina e un’altrettanto rigida routine, imparagonabili con Elena Buia Rutt, classe 1971, vive a Roma. Collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Ha scritto saggi su Pier Vittorio Tondelli e Flannery O’Connor e tradotto opere inedite di Mary Oliver, Flannery O’Connor e Rowan Williams. La sua prima raccolta di poesie Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea 2012) è entrata nella terzina finale del premio Fogazzaro. È in uscita a giugno Il mio cuore è un asino, secondo volume di poesie, per la casa editrice Nottetempo. l’autrice di ELENA BUIA RUTT della mia maglietta, dei gioielli che non ho più tempo (e forse neanche più voglia) di mettere, delle scarpe da ginnastica dalla tela ormai logora, del cellulare con il display appannato dalle ditate dei miei figli. Ma dopo quell’iniziale stordimento, un rombo sordo, procedendo dalle viscere, ha iniziato a suonare le trombe della controffensiva. E allora avrei voluto chiedere a quelle madri annoiate e disincantate, che cosa hanno provato, ad esempio, quando hanno sentito per la prima volta nel ventre un battito d’ali di farfalla, a chi hanno tenuto stretta la mano mentre i loro figli nascevano, a quale santo si sono raccomandate quando, giovani e inesperte, sono arrivate a casa dall’ospedale con la carrozzina ultimo modello e un bebè urlante che da lì in poi avrebbe preteso molto, se non tutto. Vorrei sapere poi della loro preoccupazione per il primo vaccino, della trepidazione per la recita di Natale a scuola, della loro rabbia per l’imperitura serie di liti sul come vestirsi, cosa mangiare e quando spegnere, a sera, la televisione o il computer. E poi ho alzato, o dovuto alzare, gli occhi su Miriam, che mi balbettava la lezione di storia sugli Achei, mentre Angelica non mollava la presa del mio collo, cercando di ottenere almeno un giro di «sedia sediola» sulle ginocchia. Il tutto nel corridoio grigio e sporco di una Asl, dove un’ora di attesa in quelle condizioni corrisponde alla tredicesima fatica di Ercole, tanto per rimanere in ambito greco. Ma le fatiche di Ercole sono tutto fuorché noia: sono avventure. Sono limitazioni e prove che l’eroe della storia deve superare e vincere, con il corpo e con la mente, e il vero eroe, anche se a volte essere semidio non guasterebbe, non è onnipotente, altrimenti la storia si concluderebbe sul nascere. L’eroe autentico è umile: è un comune mortale, che accetta di immergersi completamente nella verità dell’esperienza, mettendosene al servizio. La vita familiare è proprio ciò che ci inserisce quotidianamente in situazioni inaspettate, imprevedibili: come per i protagonisti di un romanzo, il non averne il controllo è il prerequisito fondamentale del potervi prendere parte. E così, nonostante il mio smartphone mi tentasse all’oblio dell’isolamento, non gli ho ceduto, e la partenza degli Achei per Troia è diventata l’occasione per discutere di un padre che sacrifica la figlia per propiziare i venti, di una donna che scappa per amore, del valore della bellezza interiore ed esteriore. Miriam, che ha nove anni, ha mostrato idee molto chiare sull’importanza che il cuore, più che la chioma bionda, debba essere «al posto giusto», mentre Angelica, pur capendo i termini della tenzone, non ha mollato la posizione di predominio in braccio a me e ha rincarato la dose, iniziando a recitare una l’indipendenza vissuta in casa. La famiglia è l’alveo che protegge la libertà personale dall’aggressiva standardizzazione (scambiata per stimolante dinamismo) che ringhia nel mondo esterno. Le pareti domestiche, inoltre, racchiudono una quotidianità ricca di affettività e rimandi spirituali, dove, nonostante la fatica e la ripetitività, l’opacità dei giorni si apre a una bellezza inspiegabile e improvvisa, a una dimensione vitale e sorgiva dell’esistenza. Per quel che mi riguarda, ho iniziato a scrivere poesie perché spinta da questa eccedenza di vita, da una meraviglia inaspettata e radiante che non poteva essere penetrata dal pensiero logico, ma solamente balbettata, rappresentata e contemplata dal verso lirico. La vita familiare, sommersa nella nostra società da una retorica sentimentale e da stereotipi commerciali, si è rivelata essere una palestra dello spirito, un modo per intuire la trascendenza che irrompe nella realtà di tutti i giorni. La morte di un pesce rosso, poiché seguita dallo sgomento dei bambini, richiede risorse per rispondere a domande fondamentali di senso; le vasche, in una piscina di periferia, si attraversano solo con l’incoraggiamento dello sguardo della propria madre, in trepidazione dietro al vetro; la lotta quotidiana non concede tregua alla stanchezza dei genitori, che combattono come leoni per ciò che di più caro hanno al mondo. E di queste cose ho scritto. Le prove concrete, che l’esperienza della famiglia comporta, stimolano la creatività e affinano una vita dello spirito che intraprende con Dio un dialogo personale, dalle modalità non convenzionali. Si tratta per lo più di una conversazione costante, non codificata, che avviene in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento: che nasce dall’urgenza di chiedere aiuto e dall’impellenza di rendere grazie. Là dove c’è tanto amore, complesso, aggrovigliato, straripante, si invoca la protezione di Dio, a lui si chiede consiglio; come pure a lui si rende grazie quando si è “ordinariamente” inondati da una bellezza per cui un cuore solo non sembra bastare. Così, quando siamo tutti a tavola e penso che, per l’incidente che mio marito ha avuto mesi fa, avremmo potuto non essere mai più seduti insieme, ringrazio Dio, come pure quando, esausta, vedo Emily spalancarsi in un sorriso furbetto appena la sollevo dalla carrozzina dove si disperava. Insomma, la famiglia è un’esperienza che va vissuta fino in fondo e senza compromessi perché diventi una reale opportunità di crescita e maturazione e perché il nostro amore imperfetto, recalcitrante, contraddittorio si corrobori, si fortifichi e infine si dispieghi nell’imprevedibile e sorprendente avventura della vita. Il pesce rosso e i due leoni IL PESCE ROSSO Tutti fanno cose. E al termine del giorno suggellano la pagina con la parola fine. Io invece passo il tempo sotto al tavolo raccogliendo i tappi dei pennarelli caduti ai miei bambini. E ancora e ancora. Ma oggi pomeriggio seppelliremo il pesce rosso nel vaso del rosmarino sul balcone. Io e voi insieme per la prima volta — per mano — nel gravido ventre della morte. ATTRAVERSARE L’ATTESA Non è questione di tecnica ma una vaga intuizione di gioia il vostro attraversare sorridendo la linea retta di quest’acqua increspata appena dal tran-tran di piccoli nuotatori che — al contrario di voi — faticano ciechi verso un bordo qualunque. E io — schiacciata al vetro di questa piscina di periferia dove i suoni rimbombano e il vapore confonde — capisco che esser madre significa questo: guardare voi che guardate me dai blocchi di partenza di un altro mondo: un attimo prima che vi tuffiate scomposti e trionfanti per attraversare l’attesa. I DUE LEONI Due vecchi leoni abbandonati al primo sole di marzo nella savana posticcia dello zoo di Roma. Io e te staremmo bene finalmente distesi uno accanto all’altro incuranti dell’adrenalina sbruffona della gente che ci fischia e batte i pugni sul vetro del recinto reclamando una posa adeguata per i suoi scatti da cellulari ultimo modello. Eppure un ruggito tremendo e improvviso potrebbe ghermirli fin nel parcheggio all’uscita restituendo loro anche solo per un attimo un cuore selvaggio che lotta con gli artigli e con i denti per ciò che di più caro hanno al mondo.