donne chiesa mondo - L`Osservatore Romano

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donne chiesa mondo - L`Osservatore Romano
donne chiesa mondo
Sua madre confrontava
tutte queste cose nel suo cuore
L’OSSERVATORE ROMANO giugno 2015 numero 36
Donne e vecchiaia
Nel corso dell’ultimo secolo la durata della vita si è talmente
allungata da arrivare quasi a raddoppiare quello che era il
dato medio all’inizio dell’Ottocento, almeno per quanto
riguarda i paesi cosiddetti avanzati. E in questa gara a chi
vive più a lungo le donne mantengono ovunque il primato,
anche se sono quelle che si curano di meno; quando poi
prendono medicine, si tratta di farmaci testati solo sugli
uomini. Qualcuno dice che è perché non lavorano, ma si
tratta di una ipotesi facilmente smentita dalla realtà: le donne
lavorano in media molto più degli uomini perché
aggiungono ai ruoli familiari quelli professionali. La risposta
vera sta forse nella maggiore capacità delle donne di
affrontare la vecchiaia: non avendo puntato tutto sulla
realizzazione nel lavoro — come fanno gli uomini, che
entrano spesso in depressione quando vanno in pensione —
accettano più facilmente una fase della vita in cui la
realizzazione di sé è limitata ai rapporti personali, alle
soddisfazioni affettive e all’esercizio della solidarietà. Proprio
per questo — da quando è quasi scomparsa la mortalità per
parto, che ha segnato per secoli il loro destino — le donne
anziane si sono moltiplicate, assumendo anche ruoli nuovi ed
esplorando spesso impensate possibilità. Che non sono solo
fare ginnastica o curarsi di più di se stesse, come
suggeriscono i media, ma anche, forse soprattutto,
approfondire la loro vita spirituale. Quell’aspetto che era
forzatamente trascurato negli anni del doppio se non triplo
impegno lavorativo, nel tempo della vecchiaia è finalmente
accessibile anche a loro. È come se l’allungamento della vita
offrisse a molte donne la possibilità non solo di aiutare gli
altri, allargando il raggio degli affetti e dei legami, ma anche
di approfondire il senso della loro vita, del loro impegno
religioso, con letture e incontri, con pellegrinaggi e ritiri
spirituali, trovando in questa dimensione un nutrimento
dell’anima di tipo nuovo. I primi a beneficiare di questo
impegno sono i familiari, accompagnati nella preghiera con
maggiore attenzione, ma anche tutte le persone che
appartengono al loro gruppo sociale, che ne riconoscono la
capacità rinnovata di aiuto e di ascolto. Se ci guardiamo
intorno, vediamo che le donne anziane tengono in piedi il
mondo: non solo come nonne che aiutano spesso in maniera
insostituibile ad allevare i nipoti, ma anche come assistenti
dei poveri e dei più anziani, come aiuto dei parroci nella vita
di parrocchia, dove spesso impegnano il loro tempo
improvvisamente libero. Ma anche, e non secondariamente,
nella preghiera: le anziane sono capaci di sostenere per
questa via la vita delle persone care, che spesso non ne sono
neppure consapevoli. Ed è risaputo, come conferma suor
Emidia, intervistata in prima pagina, che le donne sanno
sopportare meglio la sofferenza fisica, e trasformare anche le
crescenti sofferenze in nuove opportunità per lo spirito. La
vecchiaia femminile quindi è potenzialmente carica di doni,
tanto che gli uomini dovrebbero imparare da questo modello,
come fa Simeone nel prendere in braccio il piccolo Gesù,
rivelando una tenerezza materna. (lucetta scaraffia)
Due famose pittrici alle prese
con la vecchiaia al femminile:
Frida Kahlo, «Ritratto di Donna Rosita
Morillo» (1944, sopra) e Tamara de Lempicka,
«La nonna» (1953, accanto).
di MARIA BARBAGALLO
utti conosciamo esempi
eloquenti di anziani con
una sorprendente giovinezza e vigoria dello
spirito. Per chi li avvicina, essi sono di stimolo con le loro parole e
di conforto con l’esempio. Possa la società
valorizzare appieno gli anziani, che in alcune regioni del mondo — penso in particolare all’Africa — sono stimati giustamente come “biblioteche viventi” di saggezza, custodi di un patrimonio inestimabile di testimonianze umane e spirituali». Così scriveva nella Lettera agli anziani Giovanni Paolo
II, e così riteniamo anche noi che abbiamo
avuto la fortuna di vivere con persone anziane o molto anziane, capaci di insegnare
ancora come vivere, come affrontare gli anni della decadenza fisica e psichica, come
assumere l’attesa dell’ultimo passaggio,
quello nella vita eterna.
Suor Emidia è nata 95 anni fa. Nel
2004 ha avuto un grave ictus, è rimasta
colpita nelle gambe e costretta sulla sedia
a rotelle. La mente, per fortuna, è rimasta
lucida. Qualche anno prima di ammalarsi,
era ancora responsabile di una comunità e
una scuola: con un po’ di ironia, a una
consorella che le insinuava che era ormai
troppo vecchia per fare la superiora aveva
risposto che Papa Wojtyła e Carlo Azeglio
Ciampi avevano la sua stessa età: uno dirigeva la Chiesa, l’altro l’Italia.
Non credo ci sia stato orgoglio nella risposta di Emidia, era invece la dimostrazione che per lei la vecchiaia era una stagione della vita da vivere serenamente come se niente fosse. Era stata professoressa
per molti anni, missionaria in Africa, segretaria generale, responsabile di un centro di spiritualità e tante altre cose: per
questo le ho chiesto come ha vissuto questo cammino verso la vecchiaia, e come è
coinciso con la malattia. «Non ho mai
avuto la sensazione di diventare vecchia»
ha risposto e riferendosi alla malattia ha
aggiunto: «Tutto è stato un dono del Signore che è venuto improvvisamente; sentivo che veniva qualcosa di nuovo, avvertivo che la memoria non era più la stessa.
Ma non sentivo fastidio, perché io ho donato tutto a Gesù per questo momento
storico per la Chiesa, ma è un passaggio
che sentivo venire lentamente».
Poi suor Emidia ha raccontato di quel
giorno quando è arrivato l’ictus: «Era il 31
maggio 2005, stavamo pregando il Vespro,
avevo preparato tutto, ma durante le preghiere finali, a un tratto, non potevo più
parlare, la bocca non si apriva più... la
preghiera l’ha portata avanti un’altra suora. Ho sentito un primo impatto, ma non
mi sentivo vecchia, non pensavo alla vecchiaia; pensavo piuttosto che Dio aveva
bisogno di me, voleva da me qualche altra
cosa. Infatti qualche tempo prima, la madre generale era stata in Africa e venendo
a trovarci nella nostra comunità, ci aveva
comunicato che avrebbe voluto aprire la
Cappella dell’Adorazione quotidiana. Ho
sentito come una voce: “Ti voglio là”, e
quando abbiamo finito la nostra riunione
mi sono avvicinata alla madre generale e
le ho detto: “Desidero essere presente nella Cappella dell’Adorazione”. Ho passato
tre mesi all’ospedale per la mia situazione
e poi sono stata trasferita a Codogno dove
donne chiesa mondo
«T
Biblioteca vivente
Intervista con suor Emidia Bergamaschini, missionaria nata nel 1920
ho iniziato la mia presenza quotidiana
nella Cappella dell’Adorazione».
Ho chiesto a suor Emidia come mai si
sente dire tra la gente che la vecchiaia è
un peso. «La vecchiaia è un grande valore
— sì, qualcuno pensa che è uno scarto —
ed è un dono prezioso; ci fa stare uniti al
Signore, fa crescere l’amore con Dio e fa
pensare tanto a quello che succede nel
mondo; se molti sapessero cosa significa
stare su una sedia a rotelle; solo il Signore
sa i benefici che in questo stato si portano
alla Chiesa e alle persone. Poi, l’adorazione: è un bene prezioso, stare con Gesù ore
e ore, ascoltare la sua voce, chiedere a lui
quello che altri vengono a chiedere». Nella Cappella dell’Adorazione entrano ed
escono molte persone, a volte solo per un
momento e per chiedere a suor Emidia di
pregare per una intenzione specifica. Sono
persone che si fanno mediatrici di altre
che non hanno il coraggio di chiedere.
Suor Emidia legge molto: libri, articoli,
riviste, non solamente cose religiose, anche
articoli culturali e storici. Ma ciò che la
occupa completamente è la lettura
dell’Osservatore Romano che riceve con
devozione, come fosse lo stesso Papa che
glielo manda. «Leggendo l’O sservatore,
sto nel cuore della Chiesa, ora faccio un
po’ più fatica e per me è un sacrificio leggere poco, qualche mese fa leggevo tanto,
anche i paragrafi più piccoli. Ma mi tengo
informata e vivo con la Chiesa, le sue speranze e le sue angosce».
Cosa ha imparato in questi ultimi anni?
«Ho dato un senso alle piccole cose che
prima mi sembravano inutili; ho capito
che non vale la pena fare questioni: vivo
quello che il Signore vuole, lui se ne serve
per un bene maggiore. Oggi il Signore
vuole questo. Mi ricordo come desideravo
andare in Africa, anche quella chiamata è
stata improvvisa. Ma adesso il presente è
questo».
Suor Emidia è persona di grandi e profonde relazioni umane. Ha sempre avuto
ottimi rapporti con tutti, e spesso non è
capita. È proverbiale il numero di biglietti
d’auguri che spedisce a Pasqua e a Natale,
per onomastici e compleanni, per ricorrenze matrimoniali, battesimi, condoglianze e
lauree: non dimentica nessuno. «I miei
rapporti sono con le persone che si incontrano e con quelle che sono lontane; molte
persone mi vengono a trovare, anche ex
alunne di trenta e quarant’anni fa, sono
nonne e bisnonne: vengono per salutarmi,
ma soprattutto per chiedermi preghiera,
per raccontarmi i loro problemi».
A questo punto suor Emidia mi racconta tante storie di ex-alunne, romanzi che
potrebbero essere sceneggiati come fiction
tv. Storie drammatiche che le sono rimaste
nel cuore. Per quelle persone Emidia continua a pregare, giorno e notte; sì, perché
la notte quando si sveglia — e si sveglia
spesso — prega intensamente per le intenzioni che le sono state raccomandate.
La memoria di suor Emidia non è più
molto fresca, ma solo l’anno scorso ci ha
scritto i suoi ricordi come segretaria generale della congregazione: il periodo del
concilio Vaticano II, il rinnovamento della
vita religiosa, l’aggiornamento delle costituzioni, le celebrazioni della congregazione, e lo ha fatto con dettagli molto precisi. Quando non era sicura di qualcosa,
Suor Emidia Bergamaschini è nata il 3
dicembre 1920 in un piccolo villaggio
che a quel tempo si chiamava San
Bernardino ma che ora è unito alla
città di Crema (lo chiamavano
“cremino”). È entrata nell’Istituto delle
Missionarie del Sacro Cuore di Gesù di
Francesca Cabrini nel 1939. Laureatasi
in lettere classiche all’Università
Cattolica del Sacro Cuore — padre
Agostino Gemelli è stato suo professore
— è stata docente e preside nelle scuole
superiori. Inviata in Africa, si è
occupata della scuola della missione.
Tornata in Italia dopo sei anni, è stata
segretaria generale della congregazione
a Roma. Nel 2005, colpita da vari
problemi di salute, è stata inviata a
Codogno presso la casa delle Suore
anziane. È impegnata nella Cappella
dell’Adorazione dove trascorre varie ore
del mattino e del pomeriggio.
scriveva all’archivio generale di Roma per
chiarimenti.
Sì, anche lei è una “biblioteca vivente”,
i giovani preti le vengono a chiedere di
tradurre gli articoli in latino, le suore più
giovani le domandano notizie del passato
della congregazione, le persone che l’hanno conosciuta le chiedono di scrivere questa o quella lettera. Oltre alle preghiere,
molte persone vanno da lei per un po’ di
conforto: non si può dire quante lacrime
ha asciugato suor Emidia! Quando legge
una lettera e le raccontano cose tristi, rimane fortemente turbata, e prega. I parenti le portano a conoscere i pronipotini ai
quali lei spiega il valore dei sacramenti,
dello studio, dell’importanza di imparare
le lingue.
Quando si ammala gravemente una
suora o sta per morire, Emidia cerca di
starle vicino, la tiene per mano, deve accompagnarla ad andare incontro allo Sposo. Alle ragazze del servizio fa una sorta
di catechesi, dà da leggere libri e giornali:
quando ha finito di leggere l’O sservatore,
lo passa al marito di una delle ragazze.
Adesso suor Emidia parla con difficoltà,
la malattia le dà sempre più fastidio, ma il
suo sguardo è sereno e, anche se qualche
volta si avverte in modo molto chiaro il
disappunto su quello su cui non è d’accordo, è sempre molto presente. Vuole sapere
cosa accade nella congregazione, quante
novizie ci sono, quanti cardinali ha fatto il
Papa, come si è risolta quella tale questione e quando ci saranno le votazioni.
Suor Emidia è anche una grande e
buon’amica. A volte vengono dall’estero
persone — sia religiosi sia laici — che
l’hanno conosciuta molti anni fa. Nel rivederla scoppiano a piangere ricordando il
momento dell’incontro avuto con lei. Ricordano soprattutto lo stile dell’accoglienza, la sua straordinaria gentilezza, il suo
farsi in quattro per soddisfare i loro
bisogni.
Tanto per ricordare un caso, voglio raccontare quello che fece Emidia nel Duemila, quando la casa di Roma dove lei era
responsabile si riempì di giovani per la
giornata mondiale della gioventù. Erano
giovani polacchi, dormivano con il sacco a
pelo nei vari spazi ricavati per loro. Una
giovane coppia appena sposata si era timidamente avvicinata a lei e aveva chiesto se
per loro poteva esserci un piccolo spazio
per stare da soli; era il loro viaggio di
nozze e avevano scelto l’occasione della
gmg per non avere spese. Suor Emidia
preparò una cameretta con il letto matrimoniale, i fiori, dei dolci, un biglietto di
auguri e tante altre piccole attenzioni. Naturalmente i ragazzi ne furono felici.
La sua giovinezza di spirito è sempre
più vigorosa anche se non la può manifestare come prima. Così dice ancora Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani:
«Quanti trovano comprensione e conforto
in persone anziane, sole o ammalate, ma
capaci di infondere coraggio mediante il
consiglio amorevole, la silenziosa preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente abbandono! Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono
le capacità operative, questi nostri fratelli
e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza». È
l’identikit di suor Emidia, una suora missionaria. In ogni circostanza della vita.
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Lin Delija, «Donne in preghiera»
(1968-1975)
Anna non è menzionata
neppure una volta nei vangeli canonici
Ne parla molto però
il Protovangelo di Giacomo
l’apostolo più volte citato
come “fratello” di Gesù
Il saggio
La terza età
«Per la società — diceva Simone de
Beauvoir — la vecchiaia appare come una
sorta di segreto vergognoso, di cui non sta
bene parlare». Per rompere quel silenzio
nel 1970 scrisse La terza età, in cui la
vecchiaia è esaminata con profondità e
meticolosità in tutti i suoi aspetti (storici,
medici, filosofici, sociologici) in un
compendio che è ormai diventato un
classico. Come molti classici, dopo quasi
cinquant’anni, è da rileggere per scoprire
con qualche amarezza che, come diceva la
scrittrice francese, ancora oggi «la
condizione dei vecchi è scandalosa».
Anche oggi «essi non hanno le stesse
esigenze e gli stessi diritti degli altri
membri della collettività: a loro si rifiuta
anche il minimo necessario». Ma oggi
l’autrice — che nell’altro suo famoso libro
Il secondo sesso aveva attaccato con una
veemenza inusuale per l’epoca (il libro
uscì in Francia nel 1949) i ruoli che il
pensiero maschile aveva attribuito alle
donne — sarebbe consolata nel constatare
la nuova dignità che le donne hanno
saputo dare alla vecchiaia.
(@ritannarmeni)
Sant’Anna trinitaria
di Masaccio e Masolino
La nonna di Gesù
Storia di un culto antico
di LUCETTA SCARAFFIA
arte sacra non ha mai
dato spazio alle donne
anziane: Maria e le sante sono sempre giovanissime, o ritratte in un’immobile bellezza regale senza età. Solo
la raffigurazione di Anna, madre di
Maria, fa eccezione a questa regola, e
anche questa non sempre: Leonardo,
ad esempio, nella meravigliosa opera
conservata al Louvre in cui ritrae Anna
con la Vergine e il Bambino, la dipinge
giovane e bellissima come la figlia. Ma
la sua resta una delle poche eccezioni.
Nella serie imponente di opere nelle
quali Anna è raffigurata, la troviamo
nettamente differenziata dalla figlia,
giovane o giovanissima, sia per i tratti
del volto che per i colori e la foggia
dei vestiti, la statura e vari altri segni,
che ci permettono di ricostruire, attraverso il suo esempio, l’immagine della
donna anziana nella società e nella tradizione cristiana per un lunghissimo
L’
Hans Baldung (1511)
arco di tempo. Più raramente il suo
volto è solcato da rughe, per dare
maggiore verosimiglianza alla sua età:
la donna vecchia era percepita come figura inquietante, invidiosa delle donne
giovani e belle, che potevano ancora
generare. Non per nulla, per alcuni secoli, ogni donna anziana era considerata potenzialmente una strega.
Il numero delle opere dedicate rivela
l’importanza della madre di Maria: la
nonna di Gesù è oggetto di un culto
antico e fiorente, anche se non è menzionata neppure una volta nei vangeli
canonici. Ne parla molto, però, il Protovangelo di Giacomo, cioè il testo attribuito all’apostolo che è stato citato più
volte come “fratello” di Gesù e quindi
considerato suo parente stretto, che
poteva essere al corrente delle storie di
famiglia. Ad Anna, nata in una famiglia della tribù di Giuda — anch’essa
quindi di stirpe reale come Giuseppe —
era anche attribuita una sorella, poi
madre di Elisabetta, che partorisce a
sua volta Giovanni Battista. Il suo matrimonio con Gioacchino è segnato da vent’anni di sterilità,
per la quale l’uomo viene
schernito al tempio. In risposta alle preghiere di
Anna, arriva una gravidanza insperata: nasce Maria, che viene
donata
al
tempio
all’età di tre anni. Ma
la storia di Anna non
finisce qui: morto
Gioacchino, sarebbe
andata in sposa successivamente ai suoi
due cognati, dai quali
avrebbe avuto altre
due figlie, tutte di
nome Maria, a loro
volta madri di figli
maschi che sarebbero
diventati apostoli di
Gesù. Questa storia
viene ripresa — e resa
celebre — dalla Legenda aurea di Jacopo
da Varagine, nella Vita della Vergine.
Non ci dobbiamo
stupire, allora, che
questa improvvisa e
insperata fertilità di
Anna l’abbia fatta diventare la protettrice
delle donne sterili e
delle partorienti. Meno evidente invece
appare la sua carriera
come santa dei minatori — veste nella
quale la conobbe Lutero, figlio di un
minatore, e in gioventù a lei devotissimo — che alcuni interpretano come
«colei che conserva nelle viscere un
gioiello». Altri invece preferiscono attribuire questa qualifica all’assonanza
del suo nome con quello della dea celtica della montagna, Ana.
Su queste notizie, per un certo verso
anche inquietanti, si costruisce il culto
alla nonna di Gesù, confermato poi
dalle visioni di santa Coletta — all’inizio irritata dalla complessa vita matrimoniale di Anna, poi sua grande sostenitrice — in base alle quali si costruisce
anche un nuovo modello iconografico,
quello della Santa parentela.
A parte questo testo, la storia di Anna è soprattutto una storia di immagini, che sono particolarmente eloquenti
e aprono scenari insospettati. Anna
viene ritratta da sola molto raramente,
di solito è con la Vergine e il nipotino,
ma in molti casi, specialmente nel nord
dell’Europa, accanto a lei si accalcano i
numerosi discendenti che, uniti ai mariti e alle sorelle, possono far arrivare i
personaggi ritratti addirittura a 29.
Ma il numero a lei più spesso collegato è il 3: anche se, nella sua prima
immagine, un affresco a Santa Maria
Antiqua, accanto a lei sono dipinte altre due madri, Maria ed Elisabetta, il
trio più diffuso è quello con la figlia e
il nipotino, tanto che queste opere
vengono
abitualmente
chiamate
Sant’Anna trinitaria. Questo trio può
essere raffigurato in orizzontale, ma
più spesso è su scala verticale, e Anna
lo domina, per statura e imponenza
protettiva. In una società patriarcale
questa immagine, dalla quale sono
espunti sia Gioacchino che Giuseppe,
offre un esempio di potere matriarcale.
È evidente — e lo si deduce già dal nome — che le tre figure sembrano riproporre, in dimensione umana e femminile, la Trinità. In alcune opere, come
la Sant’Anna trinitaria di Masaccio e
Masolino conservata agli Uffizi, questa
somiglianza con il modello trinitario è
evidente, e sicuramente ricercata
dall’artista stesso, e del resto ci sono
almeno due chiese — una a Firenze e
una a Como — nelle quali alla trinità
“femminile” viene affiancata quella
“maschile”, con il Padre che tiene sulle
ginocchia il Figlio crocifisso mentre su
di loro vola la colomba che raffigura lo
Spirito santo. La parentela umana, corporea, di Gesù, costituisce una trinità
femminile e umana che si affianca a
quella divina, sottolineando una volta
di più il contributo femminile all’Incarnazione.
La Santa parentela, invece, che offre
l’occasione di raffigurare tante persone
di età diverse e che allude chiaramente
all’importanza della famiglia e del lignaggio, con il suo ricondurre anche
l’adesione degli apostoli principali a
un legame di famiglia si distacca vistosamente dall’universalità del messaggio
di Gesù.
Anna può anche essere inquietante:
nella xilografia di Hans Baldung del
1511, in cui, seduta accanto alla Vergine, tiene tra le mani l’organo sessuale
del Bambino, il suo volto non è certo
benevolo. E capiamo allora perché pare così allarmato Giuseppe, che controlla la scena dall’alto di un muretto.
Forse si tratta solo di una delle tante
opere in cui la sessualità di Gesù Bambino viene esibita per rafforzare il dogma dell’Incarnazione, ma uno storico
del Rinascimento, Jean Wirth, sospetta
invece che quest’opera riveli come Anna, in quanto donna anziana, fosse
considerata una strega. E vede in questo la prova di quanto fossero considerate inquietanti e sospette queste donne, che del resto — data la brevità della
vita umana, e soprattutto di quella
femminile, decimata dai parti — non
dovevano essere numerose.
Dopo la spaccatura di Lutero, sulle
immagini di Anna pesarono molto le
critiche dei protestanti, così che dopo
Trento vediamo che la sua raffigurazione subisce un profondo restyling:
scompare definitivamente come soggetto la Santa parentela (di impianto decisamente matriarcale), che
viene sostituita dalla Sacra famiglia, dove un posto importante occupa Giuseppe. Anna può essere aggiunta, ma la
presenza di Giuseppe diventa obbligatoria — talvolta ricompare
perfino
Gioacchino — e la figura della nonna,
dipinta ormai decisamente come anziana, diventa marginale. Oppure può avere ancora un posto
per sé, accanto alla
figlia, mentre le insegna a leggere.
Quest’ultimo tipo di
raffigurazione — anche se si può considerare una diminuzione rispetto al
ruolo dominante di
protettrice che svolgeva prima — ha co-
munque avuto un riflesso sociale positivo nel favorire l’alfabetizzazione delle
donne, e più in generale la loro dimestichezza con il mondo della lettura.
Anna viene così privata del suo potere — sia positivo che negativo — ma
Con Maria e Gesù
ella forma la trinità “femminile”
E ciò sottolinea ancora una volta
il contributo delle donne
all’Incarnazione
acquista il ruolo di educatrice, di colei
che trasmette la tradizione della fede,
che sarà poi proposto a tutte le donne
nell’Ottocento. Ed è l’ennesima prova
che i simboli femminili, nella tradizione cattolica, sono sempre stati molto
importanti e ricchi di significato.
E
MAŁGORZATA
Mentre i governi europei discutono l’agenda
sull’emigrazione, la Fondazione Estera — creata in
Polonia da Miriam Shaded, figlia di una polacca e di un
pastore presbiteriano siriano — mantiene i contatti con
gruppi di cristiani a Damasco, Homs e Aleppo, dove si
vanno intensificando gli attacchi dei jihadisti dell’Is. La
fondazione ha raccolto i mezzi necessari per ospitare in
Polonia 300 famiglie cristiane cattoliche, ortodosse e
protestanti, per un totale di 1500 persone, di cui metà
bambini e, molti, orfani. Tuttavia per farli venire in
Polonia occorrono i visti, difficili da ottenere anche
perché l’ambasciata a Damasco è chiusa. Sostenuta dal
settimanale «Tygodnik Powszechny» di Cracovia, suor
Małgorzata Chmielewska, fondatrice della comunità Pane
della vita (che «donne chiesa mondo» ha intervistato lo
scorso gennaio), ha diffuso una lettera aperta al governo
e al primo ministro Ewa Kopacz, chiedendo di accelerare
le pratiche amministrative al fine di concedere ai siriani i
documenti necessari per il viaggio. «Fra un anno — scrive
suor Małgorzata — potrebbe essere troppo tardi. Noi
polacchi, così duramente provati durante la seconda
guerra mondiale e nel periodo comunista, abbiamo una
straordinaria tradizione di proteste contro le ingiustizie».
LE
D ONNE DEL
NEPAL
Con i mariti che lavorano all’estero — gran parte degli
oltre 2,2 milioni di nepalesi oltremare sono uomini le
cui entrate rappresentano oltre il venti per cento del
prodotto interno lordo — sono migliaia le donne nepalesi
che stanno affrontando da sole l’emergenza del
terremoto, sommerse dai debiti, senza casa né aiuti. La
situazione è particolarmente difficile nel villaggio di
Thailchok a Sindhupalchok, uno dei distretti più colpiti
con 2500 morti e oltre il novanta per
cento delle case distrutte. Prive di qualsiasi supporto
psicologico o morale, esposte ad abusi e malattie, sole a
occuparsi, nella tragedia, di figli e familiari anziani, le
donne dei lavoratori migranti sono ulteriormente
svantaggiate. Ad esempio, all’ora di pranzo in un campo
di fortuna a Kathmandu, i sopravvissuti, in fila per
avere gratuitamente cibo, rispettano un preciso ordine:
prima gli uomini, poi i bambini, infine le donne. È la
cultura del Paese. In un comunicato della ong locale
Women’s Rehabilitation Centre si legge: «Le donne
mangiano alla fine, di solito gli avanzi degli uomini
e dei bambini. C’è discriminazione, anche in tempi di
crisi». Ulteriori difficoltà le donne incontrano nel
trasporto dei generi di soccorso, come i sacchi di riso
mandati dalle agenzie umanitarie. Vivono una sfida
dietro l’altra, ma non vogliono che i mariti rientrino in
Nepal per aiutarle, altrimenti la famiglia perderebbe
l’unica fonte di reddito.
INGEBORG,
D OTTORATA A
102
ANNI
È probabilmente la più anziana dottorata della storia: a
102 anni, infatti, la neonatologa tedesca Ingeborg
Syllm-Rapoport ha ricevuto il PhD dall’università di
Amburgo settantasette anni dopo aver finito la sua tesi di
dottorato sulla difteria. Essendo infatti figlia di una
ebrea — la madre era la celebre pianista Maria Syllm —
nel 1938 non poté sostenere l’esame orale a causa del
regime nazista. Ingeborg Syllm-Rapoport fuggì poco
dopo dalla Germania, riparando negli Stati Uniti dove
non fu affatto facile affermarsi professionalmente
senza il documento che provasse i suoi studi. Ma la
voglia e la forza di lottare non hanno mai abbandonato
questa donna, che non solo scelse poi di tornare in
patria — dove è diventata una stimata docente di
neonatologia — ma decise che non avrebbe rinunciato a
ciò che ingiustamente le era stato tolto. «È una
questione di principio» ha commentato ora finalmente
soddisfatta, «non una questione personale».
di GIULIANO ZANCHI
uando ai resoconti sociologici
sull’habitat ecclesiale si obietta che
per avere una visione reale di una
parrocchia bisogna osservarla dal
di dentro, lo si può fare per una reazione
apologetica e istinto difensivo. Eppure si dice
una cosa vera. Le contabilità scientifiche
dell’umano fanno il loro mestiere. Proiettano
sui fenomeni lo sguardo dei loro criteri disciplinari. Come tutti i punti di vista selettivi
sono costrette ad astrarre, generalizzare, catalogare. Producono naturalmente risultati utili. In qualche caso persino necessari. Nondimeno non è il loro metodo che può circoscrivere l’essenziale. Perché esso resta accessibile
soltanto guardando le cose con la perspicacia
dello sguardo partecipe e può essere restituito soltanto nella forma del racconto che testimonia.
Q
Guidata da un senso giansenista
della disciplina
e formatasi alla luce
di una severa cultura tridentina
Angelina era l’anima
della liturgia quotidiana
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MIRIAM
Un decisivo sostegno
Donne anziane raccontano il loro contributo alla comunità parrocchiale di appartenenza
Va perciò imboccato l’indispensabile sentiero del racconto quando si vuole entrare
con qualche verosimiglianza in quella parte
di Chiesa abitata da donne anziane, dalla loro placida presenza, segnata, in quanto donne e in quanto anziane, da un duplice stigma
di minorità e soggezione. La convenzione
letteraria, quella delle sociologie come quella
delle antropologie, ha assestato la sua rappresentazione nel ritratto oleografico che anche la cinematografia continua a perpetuare
con più o meno involontarie derive caricaturali: la donna anziana col velo nero, preferibilmente del sud, preferibilmente illetterata,
avvolta nella nube del dialetto, scontato soprammobile del rito religioso, compulsiva
consumatrice dei più arcaici prodotti del sacro. Insomma materia base della documentaristica etnologica che si esercita sui costumi
di un’antica civiltà rurale con lo stesso sguardo alieno e compiaciuto con cui un etologo
si occuperebbe dei riti di corteggiamento di
una curiosa specie animale.
Per uscire da queste sabbie mobili della
non conoscenza bisogna invece raccontare
storie di persone vive, che si incontrano nella
complessa alchimia della vita reale delle nostre comunità, esperienze uniche e irripetibili,
vite straordinarie, insospettabilmente avvincenti.
Mi piacerebbe per esempio che il lettore
avesse conosciuto Angelina, morta pochi mesi fa all’età di 96 anni, donna di raro temperamento e con una voce subissante. Ho conosciuto Angelina facendo il parroco in una
piccolissima comunità ai lembi estremi della
diocesi di Bergamo. Appartiene a quella generazione di donne che hanno tirato su i figli
nel primo dopoguerra, quasi con niente, guidate da un senso quasi giansenista della disciplina che si respira ancora da queste parti,
formate nella loro infanzia e nella loro giovinezza da una cultura tridentina indubbia-
mente severa, ma che ha modellato in loro
una identità. Questa solida formattazione
dottrinale, che noi saremmo tentati di giudicare con profondo senso critico, sta proprio
alla base della loro capacità di comprendere
e accompagnare con cordiale disponibilità le
transizioni del concilio Vaticano II e la riforma liturgica, con molto più senso ecclesiale
di generazioni più recenti, rimaste più sguarnite di una reale formazione credente.
Ho conosciuto Angelina appena diventato
parroco. Assieme a molte altre come lei, era
l’anima delle liturgie quotidiane, semplici eucaristie fatte di niente, nelle quali la prevalente presenza di donne anziane garantiva a
tutta la comunità impegnata altrove il carisma dell’ascolto. In una comunità deve sempre esserci qualcuno che resta in ascolto del
Signore che parla. Chi le immagina come
passive e ignare ascoltatrici di ogni razza di
predica si sbaglia di grosso. Comprendono
con materno silenzio l’annaspare dell’omileta
inesperto o inabile. Ma sanno perfettamente
che la parola deve mirare più in alto. E
quando la sentono, lo capiscono.
Sono anche donne assai preoccupate della
frenesia e della libertà con cui le loro figlie
affrontano la vita, ma non rimpiangono affatto il tempo in cui è toccato a loro essere giovani, raccontando con perfetta coscienza critica i tempi in cui venivano mortificate in
pubblico dal parroco per essere state a ballare o per una manica appena troppo corta.
Gabriella ha 83 anni, ma ne dimostra almeno dieci di meno. Siamo in una parrocchia periferica della città. Con lei scambio
due parole sull’articolo che devo scrivere.
Quando le dico che voglio scrivere il suo nome, ride di gusto. Poi scambia con me qualche idea. Ci tiene soprattutto a dirmi che le
donne anziane, detto senza retorica, sono
portatrici di una saggezza attinta dalla lunga
obbedienza riservata alla vita, che non va intesa come passività agli eventi, ma come co-
scienti risposte alla realtà. Gabriella è stata
insegnante per molto tempo. In comunità è
ministro straordinario dell’eucaristia, fa parte
del gruppo dei lettori, ma soprattutto si
prende cura di un percorso di formazione
per altri anziani della comunità che si trova-
Gabriella ha 83 anni
Ministro straordinario dell’eucaristia
fa parte del gruppo dei lettori
e cura un percorso di formazione
per suoi coetanei
no per la catechesi comunitaria. Non si finisce mai di imparare.
Parla di questo suo impegno con la passione di chi ha piena coscienza di esercitare un
ministero prezioso all’interno della comunità.
Ricorda i tempi della riforma conciliare,
quando l’impazienza di molti preti era portata ad archiviare disinvoltamente anche molte
cose essenziali, come l’esercizio della catechesi, che allora si chiamava dottrina.
A quel tempo, come è stata preziosa la coscienza di molte donne che hanno chiesto
novità e autonomia, è servita anche la prudenza di molte altre che hanno aiutato a
conservare quello che bisognava conservare.
Gabriella mi butta lì alla fine una cosa che
può sorprendere. Dice che sarebbe utile anche sentire quello che hanno da dire le donne anziane che negli ultimi decenni si sono
allontanate dalla Chiesa. Forse, dice lei, perché non hanno trovato un loro posto, non
sono state sentite come una risorsa.
Flora ha quasi 78 anni. Vive in una media
parrocchia vicino al lago d’Iseo. La sua è la
storia di una donna semplice, senza partico-
lari studi alle spalle, ma con l’acuminato senso critico della gente di paese, una intelligenza istintiva che progredisce anche senza particolari strumenti intellettuali. Come tante altre donne della sua generazione, è cresciuta
tra le fila di Azione cattolica, di cui per diversi anni è stata presidente locale, un’appartenenza che ha tirato fuori nel migliore dei
modi la sua passione e la sua attitudine per
un cosciente sguardo sul mondo, sulla realtà,
sui problemi della gente. I suoi figli hanno
appreso da lei questa sorta di passione civile
ispirata da una spiccata coscienza ecclesiale.
Hanno tutti mantenuto un forte legame con
la comunità e si sono tutti buttati in attività
sociali.
Flora si è fatta una cultura attraverso la
sua formazione cristiana. Per molte è stato
così. Hanno la quinta elementare ma hanno
imparato la disciplina di uno studio dalla necessità di acquisire strumenti di formazione
spirituale. Lungo la sua vita ha visto passare
un sacco di preti e si è misurata con una infinità di varianti pastorali. Ha attraversato tutto con medesima disponibilità e rispetto, non
Per anni
presidente dell’Azione cattolica locale
Flora vive in una parrocchia vicino
al lago d’Iseo
Sin da giovane è stata animata
da passione civile
ispirata dalla forte coscienza cristiana
senza la capacità di vedere oltre le mode del
momento, padrona di un attento senso critico, di una distaccata prudenza, sempre
espressa con un garbo, una gentilezza e un
sorriso che potrebbe fare di lei un personaggio femminile di Jane Austin. In questo momento il suo carisma personale si spende nel
servizio alla cura pastorale dei malati.
Angelina, Gabriella, Flora, non sono brillanti eccezioni. Fanno parte, al contrario, di
una schiera di donne che l’età non ha affatto
sottratto a un ruolo di decisivo sostegno di
una comunità. Non sono certamente quel detrito di una morta tradizione che il luogo comune vorrebbe vedere in loro. Quando si attenuerà l’ipnosi collettiva per l’effimero ideale di una perenne giovinezza il peso della loro presenza sarà più facile da riconoscere. Intanto voglio solo aggiungere che tutte loro,
Angelina, Gabriella, Flora, e tutte le altre,
non servono il Vangelo solo perché esercitano un servizio o un ministero nella Chiesa.
Hanno servito il Vangelo anzitutto vivendo
da donne, amando qualcuno, lavorando sodo, mettendo al mondo dei figli, prestando
la propria carne al rinnovarsi dell’enigma
umano. Hanno servito la Chiesa dando alla
loro vita la forma del Vangelo. Hanno messo
a disposizione il loro corpo e la loro vita per
permettere al Vangelo di prendere forma nella storia. Hanno onorato il ministero fondamentale del battezzato. Il ministero di fondo
della Chiesa, senza il quale la via evangelica
resta invisibile e il tempo del Regno indesiderabile.
Mensile dell’Osservatore Romano
giugno 2015 numero 36
A cura di LUCETTA SCARAFFIA (coordinatrice) e GIULIA GALEOTTI
Redazione: RITANNA ARMENI, CATHERINE AUBIN, RITA MBOSHU KONGO, SILVINA PÉREZ
(www.osservatoreromano.va, per abbonamenti: [email protected])
Innocente Salvini, «Mia madre
accanto al fuoco» (1925)
Il romanzo
Suor Giovanna
della Croce
«Non aveva specchio per vedere il suo
viso, ma sapeva che i solchi del tempo vi
erano impressi profondamente: erano
corti, sotto le bende, i suoi capelli, ma lei
sapeva che erano tutti bianchi. Adesso
certe fatiche, certe astinenze, la trovavano
debole e scoraggiata. Adesso nella
preghiera, non trovava che dolcezza molle
e quieta, mai più entusiasmo. Si sentiva
ed era vecchia». Così Matilde Serao in
Suor Giovanna della Croce descrive la
«sepolta viva» che per una improrogabile
legge dello Stato è costretta a lasciare
insieme alle sue consorelle il convento in
cui aveva vissuto fino ad allora. Tristezza,
terrore, incertezza: sono questi i
sentimenti che si impadroniscono della
vecchia suora costretta a tornare nel
mondo che ha lasciato. Povertà,
privazioni, umiliazioni sarà quello che vi
troverà. Matilde Serao con Suor Giovanna
ha scritto uno dei suoi romanzi più belli
ed emozionanti malgrado le critiche che
lo accolsero quando iniziò a pubblicarlo a
puntate nel 1901 su un quotidiano
napoletano. Nella edizione della Bur il
saggio introduttivo di Henry James ne
conferma un valore che per anni non le è
stato riconosciuto. (@ritannarmeni)
Il film
Ombre bianche
Uomo contro natura. E, soprattutto,
donna contro natura. È una lotta impari
quella raccontata dalla pellicola di
Nicholas Ray e ambientata al Polo Nord,
Ombre bianche (1959). Una lotta in cui si
inseriscono, con esiti disastrosi, la civiltà e
le leggi occidentali. In un universo
selvaggio e quasi disabitato, il cacciatore
Inuk (Anthony Quinn) sceglie Asiak come
compagna di vita e, con generosità,
prende a vivere con loro anche sua madre,
«una vecchia inutile». Pauti, senza forze e
senza denti — la
figlia deve
masticare per lei
ogni boccone —, è
solo un peso e
quando Asiak sta
per partorire, il suo
destino diventa
inesorabile: come è
usanza della sua
gente, viene
abbandonata tra i
ghiacci. Nel libro
da cui è tratto il
film – Il Paese delle
ombre lunghe di
Hans Ruesch –
l’episodio ha una conclusione diversa.
Asiak e il marito, che non hanno mai
conosciuto un neonato, alla vista del loro
bimbo senza denti restano atterriti e
pensano di ucciderlo. La vecchia Pauti,
allora, ricorre a uno stratagemma che la
renda nuovamente utile: promette alla
coppia che in poche stagioni, con l’aiuto
delle Potenze delle Nevi, lei lo avrebbe
guarito. E così salva la vita al nipote e
allunga la propria. Poi, tutto va come
deve. Nel bene e nel male: spuntano i
denti e Pauti diventa preda degli orsi.
Tutto secondo una logica abominevole
(ma, a ben vedere, non del tutto superata)
per i lettori di altre latitudini e altri tempi.
(@silviagusmano)
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Il quarto voto
Carola Susani racconta la santa del mese, Paola Frassinetti
aola Frassinetti nacque il 3 marzo 1809, a Genova, nel quartiere di Portoria. Come scrive Rosa Rosetto, Portoria era quasi
campagna allora, con villette e
case contadine. Suo padre, Giovanni Battista, aveva un negozio di stoffe. Sua madre, Angela Viale, aveva messo al mondo
dieci figli. Di questi ne erano sopravvissuti
cinque.
Alla morte della mamma, Paola — unica
femmina tra quattro fratelli — aveva nove
anni. Di sicuro è stata proprio Angela a
fare della religiosità l’aria della casa, il pane quotidiano dei suoi figli. Giuseppe,
Francesco e Paola che erano più grandi
raccolsero il testimone direttamente da lei,
gli altri dai fratelli: i quattro maschi furono sacerdoti e Paola fondò una congregazione.
Finché Angela era viva, Paola stava con
lei, l’aiutava, cuciva, lavorava a maglia; si
dilettava già in piccole tenzoni con se
stessa, come vincere la paura del buio o
almeno attraversarlo senza che nessuno si
accorgesse di quanto per lei era duro. I
progetti di un’educazione fuori casa non si
concretizzarono, e Paola ebbe come insegnanti madre, padre e fratelli, fu capace di
concentrarsi tanto da imparare il più possibile da ognuno. Era ostinata, quando le
toccava un lavoro nuovo pensava: «Chi ha
fatto questo lavoro aveva due mani, due
occhi come me».
Alla morte di Angela, la zia Anna, che
abitava in casa con loro, la manda a controllare la donna che deve vestire la salma:
per Paola, come per tanti scrittori dell’O ttocento, stare davanti al corpo morto di
una persona amata è un’esperienza sconvolgente e atroce. Paola impegna un’intera
vita per capovolgerla, perché la morte non
vinca. A nove anni accudisce il padre e i
fratelli. Comincia il suo ciclo di capovolgimenti, del suo destino fa una scelta: si
sveglia prima di tutti e sveglia i fratelli,
ma per essere sicura di riuscirci dorme vestita, con il bustino stretto. Del sacrificio,
fa la sua forza; della sua fragilità, uno
slancio.
Paola desidera farsi suora, e la tensione
con il padre che non le accorda il permesso dura a lungo, fra irrigidimenti e concessioni. Quando suo fratello Giuseppe
prende la cura di San Pietro di Quinto al
P
Invecchiare bene
Quell’abbraccio
quasi materno
Una versione più ampia di questo articolo esce su «La Rivista del
Clero italiano».
di LUCIANO MANICARDI
l Nunc dimittis è il breve inno che la Chiesa fa pregare a
compieta, alla fine del giorno, come ultime parole di fede
prima di entrare in quel sonno che è simbolo della morte.
È anche il canto della sera della vita, pronunciato da un
Simeone ormai prossimo alla morte, ed è per noi memoria dell’«ora della nostra morte», come recita l’Ave Maria. Si
tratta dunque di un atto, pregare il Nunc dimittis, che rientra
nell’ormai scomparsa arte di prepararsi a morire. E prepararsi, se
mai ci si può preparare a quell’evento della morte che sempre ci
contraddice e sorprende, nella fede.
La grandezza di Simeone è nella sua umiltà. Nella semplicità
dei suoi occhi che vedono la salvezza nella carne di un neonato,
di una nuova vita da poco sbocciata, nella tenerezza del suo abbraccio al piccolo, nella disponibilità a fare spazio ad altri, nella
prontezza a farsi da parte, a cedere il passo, a lasciare il posto, a
diminuire perché altri cresca. Contento che altri cresca. Proprio
come Giovanni Battista: «Lo sposo è colui al quale appartiene la
sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta
di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui
deve crescere; io, invece, diminuire» (Giovanni, 3, 30).
Nessuna traccia di quella gelosia spesso tipica degli anziani nei
confronti di chi viene dopo di loro, nessun sospetto e diffidenza,
nessuna invidia, ma la gratitudine, la gioia serena e pacata. Simeone è invecchiato bene.
«C’era un uomo a Gerusalemme di nome Simeone». Così inizia il nostro breve racconto. Anzi, il testo inizia con quell’«ed ecco» che nel terzo vangelo introduce spesso una rivelazione,
esprimendo l’invito a fare attenzione, a guardare con attenzione
per vedere nell’opacità del quotidiano lo straordinario di Dio.
Ovvero, per fare ciò che sa fare Simeone, il quale riconosce nel
bambino il messia di Israele, la salvezza di Dio. «C’era un uomo
a Gerusalemme». Chi era quest’uomo? Il suo nome, Simeone,
rinvia all’ascolto, shamà in ebraico. E l’ascolto di cui Simeone si
è mostrato capace per tutta la vita è stato senz’altro anzitutto
l’ascolto delle Scritture. Le profezie di Isaia echeggiano nelle parole dell’anziano: «Tutti i confini della terra vedranno la salvezza
del nostro Dio» (Isaia, 52, 10); «Si rivelerà la gloria del Signore
e ogni carne la vedrà» (Isaia, 40, 5); «Io ti renderò luce delle
genti perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Isaia, 49, 6). Questi, ma anche diversi altri testi veterotestamentari stanno dietro le parole di Simeone e dicono di una fede
forgiata negli anni sulle Scritture fino a scolpire nel cuore di Simeone una speranza salda, una fede solida. Che non si lascia
mettere in scacco nemmeno dalla morte.
L’ascolto delle Scritture poi per Simeone è stato ascolto che ha
creato un ponte con la vita, con la sua vita, è stato un ascolto
che gli ha consentito di sentire la promessa profetica delle Scritture, la promessa di Dio come rivolta a sé: lui stesso vedrà la salvezza di Dio. Isaia diceva che ogni carne vedrà la salvezza di
Dio, ma perché la veda ogni carne, la deve vedere quella carne
che io stesso sono. E Simeone vede, vede perché ha ascoltato. Simeone ascolta, ma ascolta con fiducia, egli crede che ciò che la
Scrittura dice è parola di Dio rivolta a sé: egli crede alla promessa di Dio. Ecco l’ascolto efficace: l’ascolto che crede. E suscitando fede, crea un corpo e una mente aperti, accoglienti, ospitali.
Ciò che ha consentito a Simeone di invecchiare bene è stato anzitutto l’ascolto, la capacità di fare spazio alla parola e alla presenza di un Altro, ma anche di altri. Tanto che alla fine della vita
egli riesce ad accogliere anche fisicamente, nelle sue braccia, il
bambino in cui riconosce la salvezza di Dio. La capacità di
ascolto si manifesta in capacità di accoglienza. E così è l’intero
suo corpo che viene scolpito dall’ascolto e diviene non geloso,
non timoroso, non angosciato, non ripiegato su di sé, ma accogliente, capace di ospitalità. Non sulla difensiva, ma aperto
all’altro.
Di Simeone si sottolineano gli occhi e le braccia: i suoi occhi
anziani sono ancora capaci dello stupore di chi guardando vede
nell’altro non un rivale, non una minaccia, non uno che prende il
suo posto e gli toglie spazio e libertà, non un nemico, ma un sacramento della salvezza. Noi siamo salvati attraverso gli altri,
grazie agli altri. Spesso gli altri sono per noi motivo di lamento e
di stanchezza e di frustrazione, ma in verità, la salvezza ci raggiunge attraverso gli altri. Noi vediamo la salvezza grazie agli altri. Il suo sguardo di anziano non è sospettoso, diffidente, pauroso, ma tenero. Ha saputo sviluppare quella dote di tenerezza
che è così preziosa e rara. Soprattutto nei maschi. E questo si
manifesta anche in quell’abbraccio quasi materno con cui egli accoglie il bambino, quasi cullandolo, con dolcezza.
Il corpo di Simeone non è rigido, chiuso, respingente, ma luminoso, caldo, accogliente. Cercando di immaginare Simeone
vien da pensare alla figura del kalógheros della tradizione orientale, l’anziano “bello”, scavato e plasmato da una vita di obbedienza, di fede. Un corpo che è Vangelo, che è narrazione evangelica. Non è un evangelizzatore, ma un uomo divenuto Vangelo.
Un po’ come Francesco di Assisi, di cui si dice che era non tamquam orans, sed oratio factus («non come uno che prega, ma divenuto preghiera»).
I
Nel 1849 i repubblicani
sono colpitissimi dall’enorme generosità
di Paola e delle sue suore
Al punto da far loro il saluto militare
mare, chiede al padre di mandargli Paola
come aiuto. Lei ha ventidue anni, una vita
interiore vivacissima e ora scopre tutt’insieme lo slancio attivo — che sarà per lei
sempre verso l’educazione — e l’amicizia:
dev’essere stata un’euforia.
Sono le ragazze a cercarla, figlie di contadini e marinai. Marianna Danero, che
sarà sua amica e consorella, dice che a incontrarla provò un «contento che non si
può spiegare». Insieme passeggiavano fra
ulivi e vigne. Un gruppo di ragazze povere si raccoglie attorno a Paola e attraverso
successi e fallimenti, rinunce e ricostruzioni, con l’aiuto di don Giuseppe e di don
Luigi Sturla mette su un istituto per l’educazione delle ragazze povere.
Erano senza soldi, in molte, Paola compresa, fragili fisicamente e, a parte Paola,
senza formazione. Era il 1834, presero in
affitto “la casina”, padre Bresciani pagò
l’affitto. Nel 1835, don Luca Passi — promotore dell’Opera di santa Dorotea e san
Raffaele, che aveva per scopo l’educazione
dei ragazzi e delle ragazze — coinvolse
Paola, e così le sorelle insieme ai voti di
povertà, castità e obbedienza, fecero voto
anche di sostenere l’Opera di santa Dorotea. Dopo il colera, la crisi di sfiducia delle compagne e del paese, il padre che davanti all’istituto cacciava le ragazze gridando «Paolina è pazza», la pace rinnovata e approfondita con lui, il rifiorire
dell’opera, nel 1841 Paola parte per Roma.
All’inizio — sono in tre, lei e due compagne — alloggiano in un locale piccolo e
sporco sopra le scuderie dei principi Torlonia. La povertà, l’incertezza della sussistenza sono vissute da Paola come uno
sprone, una provocazione a immaginare.
Nel 1842 fonda la prima scuola a Santa
Maria Maggiore, poi ne nascono in altre
parrocchie e a Macerata. Ha il sostegno di
Gregorio XVI, il sostegno e l’amicizia di
Pio IX . Prende in carico il conservatorio a
Sant’Onofrio al Gianicolo.
Nel 1849, a conclusione della breve vita
della Repubblica romana, mentre il Papa è
fuggito a Gaeta, le truppe francesi e i volontari della Repubblica si scontrano a
Roma. Uno dei campi di battaglia è proprio lì, vicino a Sant’Onofrio. I repubblicani malconci e assetati chiedono aiuto, le
suore prendono l’acqua dal pozzo per loro, nutrono i combattenti, curano i feriti. I
repubblicani riconoscono a Paola e alle
sue suore un’ampiezza, una generosità che
non avevano previsto, così le rispettano in
modo anche po’ teatrale: fanno loro il saluto militare.
Mentre Paola era ancora in vita, ci fu la
fondazione di case di Santa Dorotea in
Brasile e in Portogallo. Nel 1876 venne
colpita da una paralisi. Ci mise un mese
per riprendersi e, recuperate in parte le capacità motorie, ricominciò a darsi da fare,
spendendosi senza tregua, e di se stessa
diceva: «Io sono il Giona dell’istituto».
Morì nel 1882, e nel 1984 è stata canonizzata da Giovanni Paolo II.
Carola Susani è
nata nel 1965 in
Veneto e a quattro
anni si è trasferita
con la famiglia in
Sicilia. Ora vive a
Roma. Nel 1995 è
uscito il suo primo
romanzo Il libro di
Teresa (Giunti). Ha
scritto per adulti e
per ragazzi,
romanzi e raccolte
di racconti. Fra gli
altri: L’infanzia è un
terremoto (Laterza
2008), a metà tra
autobiografia e
reportage narrativo,
il romanzo Eravamo
bambini abbastanza
(Minimum Fax
2012), il libro per
ragazzi Susan la
Piratessa (Laterza
2014). È redattrice
di «Nuovi
argomenti».
Andrea Mantegna, «Incontro»
(1465-1474, Camera degli Sposi,
Mantova, particolare)
In famiglia
non si getta mai la spugna
È
NOTTE E ALLORA SCRIVO:
i nostri
quattro bambini si sono appena
addormentati nei loro letti; le
magliette con le macchie di sugo,
cioccolato e fango riposano
invece in candeggina. Mio marito,
dopo averli fatti capitolare con
minacce, promesse e l’ennesima
lettura dell’Isola del Tesoro,
corregge i compiti dei suoi
studenti, su una sedia che
scricchiola ogni volta che cerca
una posizione più comoda. Ma
non c’è niente di comodo in
famiglia: né sedie, né letti, né relazioni. La
famiglia piacevole, pacifica e armoniosa è una
trovata pubblicitaria, un’etichetta devota o
una sovrastruttura ideologica, cavalcata da
quei suoi detrattori, che la dipingono come
un rifugio meschino e claustrofobico. Eppure,
la famiglia è un ambiente ampio e convulso,
che richiede risorse ed energia, che abbisogna
di passione e pazienza: che richiama una vita
a dispiegarsi con pienezza. In famiglia, la
parola “distacco” è bandita, i legami sono
ravvicinati: si è tutti coinvolti in un groviglio
di relazioni, a cui è impossibile sottrarsi e che
bisogna, volenti o nolenti, affrontare. Se gli
amici li scegliamo, se i nemici ce li facciamo, i
cosiddetti parenti li troviamo già fatti: se tra
conoscenti esiste un limite, definibile come
“rispetto” o forse “sana ipocrisia”, in casa le
distanze si accorciano e gli spazi si
sovrappongono. La famiglia diviene il ring
dove le libertà dei suoi membri si incontrano
e si scontrano, più o meno sportivamente. Il
match è infinito e il kappaò è un lusso che
nessuno può concedersi: in famiglia le si
prende e le si dà, ma non si getta mai la
spugna. Eppure, proprio questo pomeriggio,
mentre aspettavo nel corridoio della Asl mio
figlio Thomas che faceva logopedia, ho
sentito una madre convenire con un’altra su
come la vita familiare fosse noiosa, ripetitiva,
limitata e frustrante. Ecco, io allora mi sono
guardata e mi sono vergognata della macchia
di crema di riso in evidenza sulla manica
donne chiesa mondo
giugno 2015
poesia imparata la mattina stessa all’asilo.
Miriam, infine, ha stabilito che quest’estate
saremmo andati in Grecia, a vedere la porta
dei leoni di Micene e io, nonostante il
pensiero di quattro bambini sotto il sole a
picco d’agosto, ho detto «perché no?».
Eppure, il pensiero dominante imporrebbe,
per un’estate che si rispetti, spiaggia e
ombrellone con contorno di madri snelle,
padri possibilmente tatuati, figlie ballerine di
baby-dance e figli campioncini di calcetto.
Ma al “godimento convenzionale”, la famiglia
è in grado di opporre un “godimento libero”,
dando prova, in un inaspettato ribaltamento
di prospettiva, della sua intrinseca natura
anarchica, irriducibile a ogni
irreggimentazione sociale. È solo nell’ambito
di quell’ambiente domestico, foriero di
comprensione e umorismo, infatti, che
Thomas, vestito da Zorro, mangia i calamari,
con i guanti di raso nero o che Miriam
interpreta appassionatamente in salotto Lucy
In The Sky With Diamonds, incurante
dell’ennesima boy-band alla moda, di cui
parlano le sue amiche a ricreazione. Nel
mondo esterno si va in divisa, anche se fatta
di giacca e cravatta, si intona tutti la stessa
canzone, perché è lì, più che in famiglia, che
vige una rigida disciplina e un’altrettanto
rigida routine, imparagonabili con
Elena Buia Rutt, classe 1971,
vive a Roma. Collabora alle
pagine culturali di quotidiani e
riviste. Ha scritto saggi su
Pier Vittorio Tondelli e Flannery O’Connor e tradotto opere
inedite di Mary Oliver, Flannery O’Connor e Rowan Williams. La sua prima raccolta
di poesie Ti stringo la mano
mentre dormi (Fuorilinea
2012) è entrata nella terzina
finale del premio Fogazzaro. È
in uscita a giugno Il mio cuore è un asino, secondo volume
di poesie, per la casa editrice
Nottetempo.
l’autrice
di ELENA BUIA RUTT
della mia maglietta, dei gioielli che non ho
più tempo (e forse neanche più voglia) di
mettere, delle scarpe da ginnastica dalla tela
ormai logora, del cellulare con il display
appannato dalle ditate dei miei figli. Ma
dopo quell’iniziale stordimento, un rombo
sordo, procedendo dalle viscere, ha iniziato a
suonare le trombe della controffensiva. E
allora avrei voluto chiedere a quelle madri
annoiate e disincantate, che cosa hanno
provato, ad esempio, quando hanno sentito
per la prima volta nel ventre un battito d’ali
di farfalla, a chi hanno tenuto stretta la mano
mentre i loro figli nascevano, a quale santo si
sono raccomandate quando, giovani e
inesperte, sono arrivate a casa dall’ospedale
con la carrozzina ultimo modello e un bebè
urlante che da lì in poi avrebbe preteso
molto, se non tutto. Vorrei sapere poi della
loro preoccupazione per il primo vaccino,
della trepidazione per la recita di Natale a
scuola, della loro rabbia per l’imperitura serie
di liti sul come vestirsi, cosa mangiare e
quando spegnere, a sera, la televisione o il
computer. E poi ho alzato, o dovuto alzare,
gli occhi su Miriam, che mi balbettava la
lezione di storia sugli Achei, mentre Angelica
non mollava la presa del mio collo, cercando
di ottenere almeno un giro di «sedia sediola»
sulle ginocchia. Il tutto nel corridoio grigio e
sporco di una Asl, dove un’ora di attesa in
quelle condizioni corrisponde alla tredicesima
fatica di Ercole, tanto per rimanere in ambito
greco. Ma le fatiche di Ercole sono tutto
fuorché noia: sono avventure. Sono
limitazioni e prove che l’eroe della storia deve
superare e vincere, con il corpo e con la
mente, e il vero eroe, anche se a volte essere
semidio non guasterebbe, non è onnipotente,
altrimenti la storia si concluderebbe sul
nascere. L’eroe autentico è umile: è un
comune mortale, che accetta di immergersi
completamente nella verità dell’esperienza,
mettendosene al servizio. La vita familiare è
proprio ciò che ci inserisce quotidianamente
in situazioni inaspettate, imprevedibili: come
per i protagonisti di un romanzo, il non
averne il controllo è il prerequisito
fondamentale del potervi prendere parte. E
così, nonostante il mio smartphone mi
tentasse all’oblio dell’isolamento, non gli ho
ceduto, e la partenza degli Achei per Troia è
diventata l’occasione per discutere di un
padre che sacrifica la figlia per propiziare i
venti, di una donna che scappa per amore,
del valore della bellezza interiore ed esteriore.
Miriam, che ha nove anni, ha mostrato idee
molto chiare sull’importanza che il cuore, più
che la chioma bionda, debba essere «al posto
giusto», mentre Angelica, pur capendo i
termini della tenzone, non ha mollato la
posizione di predominio in braccio a me e ha
rincarato la dose, iniziando a recitare una
l’indipendenza vissuta in casa. La famiglia è
l’alveo che protegge la libertà personale
dall’aggressiva standardizzazione (scambiata
per stimolante dinamismo) che ringhia nel
mondo esterno. Le pareti domestiche, inoltre,
racchiudono una quotidianità ricca di
affettività e rimandi spirituali, dove,
nonostante la fatica e la ripetitività, l’opacità
dei giorni si apre a una bellezza inspiegabile e
improvvisa, a una dimensione vitale e sorgiva
dell’esistenza. Per quel che mi riguarda, ho
iniziato a scrivere poesie perché spinta da
questa eccedenza di vita, da una meraviglia
inaspettata e radiante che non poteva essere
penetrata dal pensiero logico, ma solamente
balbettata, rappresentata e contemplata dal
verso lirico. La vita familiare, sommersa nella
nostra società da una retorica sentimentale e
da stereotipi commerciali, si è rivelata essere
una palestra dello spirito, un modo per
intuire la trascendenza che irrompe nella
realtà di tutti i giorni. La morte di un pesce
rosso, poiché seguita dallo sgomento dei
bambini, richiede risorse per rispondere a
domande fondamentali di senso; le vasche, in
una piscina di periferia, si attraversano solo
con l’incoraggiamento dello sguardo della
propria madre, in trepidazione dietro al vetro;
la lotta quotidiana non concede tregua alla
stanchezza dei genitori, che combattono come
leoni per ciò che di più caro hanno al mondo.
E di queste cose ho scritto. Le prove concrete,
che l’esperienza della famiglia comporta,
stimolano la creatività e affinano una vita
dello spirito che intraprende con Dio un
dialogo personale, dalle modalità non
convenzionali. Si tratta per lo più di una
conversazione costante, non codificata, che
avviene in qualsiasi luogo e in qualsiasi
momento: che nasce dall’urgenza di chiedere
aiuto e dall’impellenza di rendere grazie. Là
dove c’è tanto amore, complesso,
aggrovigliato, straripante, si invoca la
protezione di Dio, a lui si chiede consiglio;
come pure a lui si rende grazie quando si è
“ordinariamente” inondati da una bellezza per
cui un cuore solo non sembra bastare. Così,
quando siamo tutti a tavola e penso che, per
l’incidente che mio marito ha avuto mesi fa,
avremmo potuto non essere mai più seduti
insieme, ringrazio Dio, come pure quando,
esausta, vedo Emily spalancarsi in un sorriso
furbetto appena la sollevo dalla carrozzina
dove si disperava. Insomma, la famiglia è
un’esperienza che va vissuta fino in fondo e
senza compromessi perché diventi una reale
opportunità di crescita e maturazione e
perché il nostro amore imperfetto,
recalcitrante, contraddittorio si corrobori, si
fortifichi e infine si dispieghi
nell’imprevedibile e sorprendente avventura
della vita.
Il pesce rosso e i due leoni
IL PESCE ROSSO
Tutti fanno cose.
E al termine del giorno
suggellano
la pagina
con la parola fine.
Io invece passo il tempo
sotto al tavolo
raccogliendo i tappi dei pennarelli
caduti
ai miei bambini.
E ancora
e ancora.
Ma oggi pomeriggio
seppelliremo il pesce rosso
nel vaso del rosmarino
sul balcone.
Io e voi
insieme
per la prima volta
— per mano —
nel gravido ventre
della morte.
ATTRAVERSARE L’ATTESA
Non è questione di tecnica
ma una vaga intuizione di gioia
il vostro attraversare sorridendo
la linea retta di quest’acqua
increspata appena
dal tran-tran
di piccoli nuotatori
che — al contrario di voi —
faticano ciechi
verso un bordo qualunque.
E io — schiacciata al vetro
di questa piscina di periferia
dove i suoni rimbombano
e il vapore confonde —
capisco che esser madre
significa questo:
guardare voi che guardate me
dai blocchi di partenza
di un altro mondo:
un attimo prima che
vi tuffiate
scomposti e trionfanti
per attraversare l’attesa.
I DUE LEONI
Due vecchi leoni
abbandonati
al primo sole di marzo
nella savana posticcia
dello zoo di Roma.
Io e te
staremmo bene
finalmente distesi
uno accanto all’altro
incuranti
dell’adrenalina sbruffona
della gente
che ci fischia
e batte i pugni
sul vetro del recinto
reclamando
una posa adeguata
per i suoi scatti
da cellulari
ultimo modello.
Eppure
un ruggito
tremendo e improvviso
potrebbe ghermirli
fin nel parcheggio all’uscita
restituendo loro
anche solo per un attimo
un cuore selvaggio
che lotta
con gli artigli e con i denti
per ciò che
di più caro
hanno al mondo.