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Alessandro
Paronuzzi
Come sviluppare una relazione felice
con i nostri animali
Ecoalfabeto
Collana diretta da Marcello Baraghini e Stefano Carnazzi
Coordinatore della collana Edgar Meyer
© 2009 Alessandro Paronuzzi
© 2009 Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri
ISBN 978-88-6222-119-1
www.stampalternativa.it
email: [email protected]
Finito di stampare nel mese di febbraio 2010
presso la tipografia Iacobelli srl – Roma
Disegni e copertina di Liliana Paronuzzi
Questo libro è rilasciato con la licenza Creative Commons “Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5”, consultabile all’indirizzo http://creativecommons.org. Pertanto questo libro è libero, e può essere riprodotto e distribuito, con ogni mezzo fisico, meccanico o elettronico, a condizione che la riproduzione del testo avvenga integralmente e senza modifiche, a fini non commerciali e con attribuzione della paternità dell’opera.
Ecoalfabeto – i libri di Gaia
Per leggere la natura, diffondere nuove idee, spunti inediti e
originali. Spiegare in modo accattivante, convincente. Offrire stimoli per la crescita personale. Trattare i temi della consapevolezza, dell’educazione, della tutela della salute, del
nuovo rapporto con gli animali e l’ambiente.
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CON IL CONTRIBUTO DI
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sono state compensate dal processo
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Il colore del grano
Il sottotitolo “Come sviluppare una relazione felice con
i nostri animali” preannuncia già il contenuto del libro: in queste pagine si parlerà di una relazione con
gli animali, di quel millenario legame di solidarietà
improntato allo scambio reciproco di aiuto; si parlerà
di felicità, cioè di quell’intesa e di quell’armonia con le
creature del mondo che è prima di tutto conoscenza,
rispetto per la loro condizione e comprensione dei loro
bisogni; si parlerà infine di amicizia, di quell’affinità,
cioè, che porta a condividere con questi esseri senzienti tratti di vita e di storia.
Vogliono stare con noi, gli animali, fin dall’inizio del
mondo e, come afferma Manganelli: “Non hanno preteso la parola, sono magari disposti a transigere sull’anima immortale, hanno rinunciato alla patente ed a
un preciso inquadramento sindacale, ma soli nell’universo, vogliono stare accanto a quei tali che vennero
scacciati dal Paradiso terrestre, vogliono giocarci,
starci in grembo, dormire ai piedi del letto. Dobbiamo
credere che l’angelo sulla soglia non se ne sia proprio
accorto? O forse l’invenzione del cane e del gatto accadde nel momento in cui al Creatore stava ormai svaporando l’ira per la famosa mela? Qualcuno ha deciso
o permesso che due angeli di seconda classe restassero
con noi e noi con loro”.
All’incontro con la loro identità e dignità ci guida, zigzagando tra osservazioni di zooantropologia e argomenti di didattica, Paronuzzi, che si fa non solo “cac3
ciatore di immagini”, ma anche e soprattutto premuroso interprete di linguaggi, e sensibile affabulatore.
Con una prosa ora scanzonata e lieve, ora professionale e rigorosa, l’autore snoda qui una serie di conoscenze e riflessioni, sempre attraversate dallo sguardo fiducioso in una nuova pedagogia animalista che consideri l’alterità animale una preziosa e significativa
opportunità di arricchimento culturale e affettivo.
“Siamo cambiati anche noi” afferma “da quando Renard scriveva le sue Storie naturali”. Non è cambiato il
mondo animale, invece, che ci interroga ora più che
mai sul suo e sul nostro destino nell’universo, e il cui
“linguaggio – a detta di Ruozzi – va raccolto e custodito come la preziosissima e sacrale eredità di un universo fisico, etico ed estetico in procinto di scomparire”.
Percorriamo allora la scansione dei capitoli.
“In principio c’era il cane” esordisce Paronuzzi, dedicando a questa insostituibile e ammirata figura – cui
la letteratura ha riservato i ritratti più ardenti – pagine di distesa rappresentazione. La creatura più plasmata dalla frequentazione con l’uomo, è in realtà
quella che ha contribuito più di altre al suo sviluppo
culturale e forse per questo quella che più di altre bestie lo “riflette, lo sdoppia, lo relativizza, lo rinsalda.
Compagno di specie” che, come riferisce Asor Rosa
“porta all’uomo la zona d’ombra in cui non c’è né
umano né animale, bensì le due cose insieme”.
Di diversa modulazione appare lo spazio riservato al
gatto, creatura da sempre intrigante e misteriosa, in
grado di sedurre perfino lo stesso scrittore. Veri e pro4
pri ispiratori di questa parte sono, in realtà, i suoi
coinquilini: marmorei e monumentali felini che stazionano enigmatici agli angoli del soggiorno, e curiosi e impavidi predatori che adunghiano divani, scatolette, palline, passeri veri e immaginari.
Nel capitolo dedicato alla bioetica, non a caso capitolo
cerniera tra le due parti, questo veterinario narratore
entra nel nucleo dell’argomentazione fin dall’inizio
sottesa, quella di una rivoluzione animalista. Sono queste, infatti, le righe con i più dolenti interrogativi, laddove si intravvede e si sottolinea la responsabilità della nostra cultura nei confronti del benessere animale.
E quasi a tacitare emblematicamente il senso di colpa
e il debito di sopraffazione che pesa sull’uomo, l’autore sceglie subito dopo, tra i ritratti animali che la narrativa ci ha regalato, l’immagine amichevole della piccola volpe in Il piccolo principe. Nel dialogo tra questi
due viventi Paronuzzi ripercorre, come in un esame
di coscienza, il processo di domesticazione degli animali da parte dell’uomo, la sofferenza causata a questi
esseri che ora più che mai hanno bisogno della nostra
protezione perché, come dice Giardina “il percorso che
conduce l’uomo all’animale non è a senso unico. Ciò
che diamo, in qualche modo ritorna indietro. È come
se l’animale aggiungesse qualcosa di sé all’uomo”.
A chiudere infine questo percorso c’è la parte dedicata
ai bambini con le loro storie, con la speranza che siano le future generazioni a cambiare prospettiva e atteggiamento verso tutte le creature più deboli e indifese, e in particolare verso il mondo animale.
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Libro di narrativa? Testo di divulgazione scientifica?
Saggio di zooantropologia didattica, questa scrittura
di A. Paronuzzi? Mi sembra soprattutto il libro di un
cuore ‘puro’ ed entusiasta, che vede ancora “il colore
del grano” e invita tutti a scorgerlo tra le erbacce.
Enrica Ricciardi
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Parte Prima
Nuove
“Storie naturali”
Il “Contratto animale”
Balza dal letto di buon mattino e parte soltanto se
ha la mente lucida, il cuore puro e il corpo leggero come un abito estivo. Non porta provviste con
sé. Berrà l’aria fresca, in cammino, e aspirerà i
salubri odori della campagna. Lascia a casa le armi e si accontenta di aprir bene gli occhi. Gli occhi servono da reticelle dove le immagini si imprigionano da sole.
(Jules Renard, Storie naturali)
Chi più legge le Histories naturelles composte da Jules
Renard nella campagna francese (era sindaco di un piccolo paese, Chitry) verso la fine dell’Ottocento? Soprattutto
chi è ancora in grado di viverle? Per poterle quotidianamente sperimentare lo scrittore francese postula tre requisiti: una mente lucida, un cuore puro e un corpo “leggero
come un abito estivo”. Le nostre menti invece sono troppo
spesso confuse, perché sottoposte a un vero e proprio quotidiano bombardamento da parte di stimoli visivi, acustici e
olfattivi che ci stordiscono e ci indirizzano verso facili paradisi artificiali, invogliandoci a ottenere il più possibile nel
minor tempo: tutto e subito è il motto della società consumistica, che seduce soprattutto il giovane suggerendogli
affascinanti ma pericolose scorciatoie, e impedendogli di
maturare nel tempo, passando attraverso quelle tappe di
formazione a volte anche dolorose ma ineludibili e senza le
quali non è possibile diventare un adulto responsabile e capace di reagire agli intoppi che ogni vita propone.
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In queste condizioni diventa difficile anche conservare
quel cuore puro “come ghiaccio in vaso di giada” – così
scriveva il poeta cinese Bao Zhao – capace di individuare
qualche valore non effimero sul quale costruire una morale dove il bene e il male siano valori autentici e non contingenti, e per i quali valga la pena impegnarsi, lottare e
all’occorrenza sacrificarsi. Per quanto riguarda, infine, il
“corpo leggero come un abito estivo”, l’espressione può
essere intesa come una variazione dell’antico motto latino mens sana in corpore sano1: un’affermazione che rivela come fin dall’antichità fosse nota la stretta relazione
esistente tra mente e corpo, e della cui validità ogni giorno le più varie ricerche in campo scientifico continuano a
produrre prova.
Da quando Renard scriveva le sue Storie naturali è passato poco più di un secolo – un arco temporale insignificante in termini geologici – eppure molte cose sembrano
cambiate sul nostro pianeta. Siamo cambiati anche noi, e
probabilmente non nel verso giusto. Abbiamo smarrito la
capacità di stupire davanti agli spettacoli che quotidianamente e a ogni latitudine la natura si ostina a proporre;
abbiamo scelto (sempre che questo verbo conservi il suo
significato) di attraversare le giornate – e dunque la vita
– con un passo troppo sostenuto e che non ci consente
più di sviluppare quella “sospensione dell’incredulità”
che Coleridge ha propugnato come requisito fondamentale dell’autocoscienza e di qualsivoglia fede poetica.
Annota Desmond Morris: “L’inventiva umana è stata come
1
Giovenale, Satire, X, 256.
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una droga di cui non abbiamo verificato gli effetti collaterali.
Abbiamo trascinato i nostri corpi primordiali in un meraviglioso campo giochi futuristico, pieno di occasioni di svago
e di divertimento. Ci siamo lasciati abbagliare da noi stessi
e siamo arrivati, in qualche occasione, a contemplare la
possibilità di non essere animali, dopo tutto, ma dèi. Come
tali, ovviamente, saremmo immuni dai rischi delle leggi naturali, protetti dal nostro stato divino. (…) Come mai siamo arrivati a questo punto? La risposta, a parere mio, è che
tutto questo è incominciato quando abbiamo rotto il Contratto animale: non appena abbiamo cominciato a sopraffare i nostri compagni animali, ci siamo trovati nei guai. Abbiamo creato un mondo sempre più unilaterale, minato alla base da infiniti fattori di instabilità che neppure la nostra
grande ingegnosità è riuscita a controllare. In diecimila anni abbiamo sconvolto l’equilibrio della natura a un punto
tale che ora ci vorrà un mutamento radicale di mentalità
per rimediare al danno”. 2
L’osservazione mi pare particolarmente significativa per
l’argomento sviluppato in questo libro, che mira a sottolineare l’importanza e l’insostituibilità della relazione uomoanimale, fornendo anche alcune indicazioni pratiche per
strutturarla sin dall’inizio in maniera da prevenire quelle
incomprensioni che continuano a verificarsi troppo spesso
e che la rendono problematica.
È tempo dunque di stabilire un nuovo contratto animale.
Un contratto che deve partire dai contenuti di CartaModena2002, un importante documento sottoscritto da numero2
Desmond Morris, Noi e gli animali, Mondadori 1996.
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si enti e associazioni, tra i quali in particolare la SISCA (Società Italiana di Scienze Comportamentali Applicate), la
SIUA (Scuola di Interazione Uomo Animale) e la FNOVI
(Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari Italiani).
Dei diciassette articoli che lo compongono, il secondo è
probabilmente quello più significativo:
“L’interazione uomo-animale presenta importanti valenze
emozionali, cognitive, formative, assistenziali e terapeutiche che vanno promosse, tutelate e valorizzate all’interno
della società. Per portare a eccellenza tali valenze si ritiene indispensabile promuovere un rapporto uomo-animale
che sia equilibrato e consapevole, caratterizzato da reciprocità e corretta espressione etologica nel rispetto delle
specifiche individualità. La relazione deve essere costruita sulla piena conoscenza delle caratteristiche di specie e
di individualità dei soggetti e deve tradursi in un atto di
assunzione di piena responsabilità da parte di chi la promuove”.
Per rendere operante il nuovo contratto animale è tuttavia
necessario, come ha sottolineato Desmond Morris, un mutamento radicale di mentalità; e perché questo possa avvenire viene richiesto di penetrare nella diversità, di decifrare finestre sensoriali che non sono le nostre, di frequentare mondi abitati da creature avvertite come aliene perché non appartengono alla specie umana ma che come noi
sono in grado di provare emozioni, sentimenti, gioie e dolori. Non è fantascienza: è piuttosto quella che mi piace
chiamare dimensione empatica.
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La dimensione empatica
Non è bello, il mio cavallo. Ha troppi nodi e troppi
incavi, ha le costole piatte, una coda da topo, e gli
incisivi da signora inglese. Ma mi fa tenerezza. Mi
stupisco che rimanga al mio servizio e si lasci,
senza ribellarsi, girare per dritto e per traverso.
Ogni volta che lo attacco, mi aspetto che mi dica
bruscamente: “No”, e se ne vada. Invece, niente.
Abbassa e alza la sua grossa testa come per raddrizzarsi il cappello, e rincula docile fra le stanghe. Del resto non gli misuro né avena né grano.
Lo striglio fin che il pelo luccica come una ciliegia.
Pettino la sua criniera e intreccio la sua coda sottile. Lo accarezzo con la mano e con la voce. Gli lavo gli occhi con la spugna; gli lucido gli zoccoli.
Lo commuovono le mie cure? Non si sa.
(Jules Renard, Storie naturali)
“Non si sa” conclude sconsolato Renard, che dopo aver
prestato le cure quotidiane al suo cavallo pare non essere
in grado di capire o di quantificare il possibile piacere percepito dall’animale: il suo sforzo empatico risulta però evidente.
Renard era cresciuto nella campagna francese insieme con
gli animali: non solo cani e gatti, anche pecore, capre, galline, asini e cavalli, che facevano parte del mondo agricolo;
leggere le sue pagine ci aiuta a comprendere quanto possa
essere importante per un giovane crescere coltivando la
relazione animale; proprio questa convinzione sta alla base
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degli interventi che da diversi anni faccio nelle scuole, e
che suscitano puntualmente l’entusiasmo nelle classi.
In realtà crescere con gli animali aiuta il giovane a coltivare e sviluppare sensi spesso sottovalutati o ignorati (olfatto e tatto) e ad aumentare l’autostima e l’autocontrollo; lo
facilita nella comunicazione con il prossimo e a inserirsi
nella socialità. L’animale inoltre si rivela un fenomenale
strumento cognitivo che può essere utilizzato con profitto
‘trasversalmente’ nelle più diverse discipline scolastiche:
oltre alle scienze, anche nell’apprendimento della grammatica e nella letteratura, nella storia e nella geografia, nel disegno e nella musica.3 Ma forse l’aspetto più interessante è
proprio quello rappresentato dal fatto che l’animale ci aiuta a crescere nella relazione con il prossimo, impegnandoci in uno sforzo empatico che ogni specie, ogni razza, ogni
singolo individuo esige per poter strutturare un rapporto
congruo e reciprocamente soddisfacente.
La dimensione empatica è fondamentale per sviluppare
una relazione felice: ma cosa significa precisamente? Il termine ‘empatia’ proviene dal greco empateia, che originariamente indicava il rapporto emozionale e di partecipazione che poteva instaurarsi tra l’autore-cantore che recitava
o cantava sul palco e il suo pubblico.
Più di due secoli fa l’economista Adam Smith la definiva come “uno scambio di posto, nella fantasia, con chi soffre”: mi
sembra una definizione particolarmente convincente, che
esprime il tentativo sincero di comprendere e di condividere ciò che un essere vivente diverso da noi (uomo o anima3
Per un approfondimento: Animali tra le righe – Percorsi di zooantropologia
didattica di A. Paronuzzi – E. Ricciardi, Carocci 2009.
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le che sia) pensa, percepisce, prova, desidera o teme. Questa
capacità di immedesimazione nel diverso non è peraltro una
prerogativa dell’essere umano. Già mezzo secolo fa, nel 1959,
Russell Churchill pubblicava sul “Phisiological Psicology” un
articolo dal titolo volutamente provocatorio, Reazioni emotive dei ratti al dolore altrui, nel quale comunicava i sorprendenti risultati di un esperimento (crudele come sanno
essere molti degli esperimenti effettuati sugli animali): i ratti rinunciavano a cibarsi, se per ottenere il cibo veniva richiesto loro di premere un tasto che visibilmente provocava una
scarica elettrica nella celletta attigua, dove si trovava un altro ratto. Più recentemente, il primatologo Frans de Waal descrive il caso eclatante di uno scimpanzé, ospite di uno zoo,
che aveva raccolto con delicatezza dal terreno un uccellino
ferito e – salendo sopra un albero – lo aveva lanciato nel cielo, con l’evidente intenzione di fargli riprendere il volo. In
questo caso l’empatia possiede un significato maggiore, perché riguarda una specie diversa (molto diversa: un mammifero si sforza di penetrare nelle necessità di un uccello).
Crescere con un animale ci impegna nello sforzo empatico,
ci impone la necessità di recuperare il significato e l’importanza della comunicazione non-verbale, che lo sviluppo del
linguaggio nella specie umana ha drasticamente soffocato
negli ultimi millenni.
“Buffon ha descritto gli animali per far piacere agli uomini”
annotava Renard, a proposito di un altro scrittore naturalista molto conosciuto ai suoi tempi. “Io vorrei piuttosto essere gradito agli animali. Vorrei, se essi potessero leggere
le mie piccole Storie naturali, che ciò che ho scritto li facesse un poco sorridere”. Ma gli animali non sanno legge16
re... “Buck non sapeva leggere” è proprio l’incipit de Il richiamo della foresta, il celebre romanzo di Jack London,
che ha per protagonista un cane. Gli animali non sanno leggere, non sanno parlare. Se davvero vogliamo essere a loro
graditi dobbiamo dunque saper rinunciare alla parola e recuperare un mondo perduto, fatto di sfumature, di sguardi, di odori e apparenti silenzi.
“Per relazionarsi in modo corretto con il proprio cane occorre conoscere alcuni dei suoi più importanti segnali comunicativi; essi ci forniscono in modo ineguagliabile informazioni precise circa le sue disposizioni e intenzioni” osserva Roberto Marchesini.4 “Siamo così attenti alla comunicazione verbale che nella vita quotidiana ci sfugge che la
nostra fisicità è un vero e proprio racconto per il cane e lui
stesso sta parlando con noi attraverso il suo corpo. Perciò
inconsapevolmente stiamo dialogando ma, proprio per
questa negligenza, difficilmente comunichiamo le cose che
vorremmo e nel modo giusto. Allo stesso tempo, il cane ci
sta trasmettendo un’infinità di informazioni, ma queste parole dette con il corpo ci sfuggono. Tra noi e il cane c’è un
problema di comunicazione e questo è il motivo di gran
parte delle incomprensioni che gravano nella quotidianità”.
Per riscoprire tutta la ricchezza di questo mondo perduto,
per sviluppare la dimensione empatica e sottoscrivere un
contratto animale diverso dai precedenti, per dare – vogliamo dirlo? – un significato più autentico alla parola
‘amore’, il cane ci offre un’occasione di crescita unica, che
sarebbe criminale perdere.
4
R. Marchesini, Bastardo a chi?, Fabbri.
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In principio
c‘era il cane
Perche’é il cane
Oggigiorno i programmi delle scuole, oltre alla
grammatica, l’aritmetica, la geografia e la storia,
tendono a includere anche l’insegnamento di nozioni per la vita quotidiana, come l’educazione
civica, le norme nutrizionali, l’igiene personale,
il comportamento in società e via dicendo. Ma durante le lezioni di scienze naturali gli alunni
hanno maggiori probabilità d’imparare qualcosa
sulle balene, i gufi o le rane che sui cani… Anche
se il giovane cittadino medio non avrà mai occasione di vedere una balena dal vivo, e gufi e rane
li incontrerà solo durante le rare visite allo zoo o
all’acquario. Si presume, insomma, che tutti sappiano già tutto ciò che c’è da sapere sui cani grazie al loro rapporto con uno di questi animali,
proprio o altrui, e che quindi non siano necessari ulteriori insegnamenti. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi, le nostre effettive conoscenze sono assai limitate.
(Stanley Coren, L’intelligenza dei cani)
Entrate in una classe e chiedete agli alunni che cos’è un cane: si scatena il putiferio, ognuno vuole dire la sua, e non
rimane che mettersi alla lavagna per raccogliere le definizioni offerte; dal diffuso desiderio d’intervenire e di fornire
delle risposte, sembra che tutti conoscano piuttosto bene
questo animale. È una domanda trabocchetto, una mente
più arguta lo fa notare: “Un cane non è una cosa!”. La do20
manda da porre è dunque un’altra: “Chi è un cane?”. Parimenti, per estensione: chi è un gatto? Chi è una balena?
Chi è un ciliegio? Bisogna sin da subito evidenziare la peculiarità dell’essere vivente, e da questa considerazione di
partenza intraprendere un sentiero di conoscenza che può
essere portatore di grandi soddisfazioni. Per quale ragione
il cane si distingue da tutti gli altri animali? Per quale ragione il cane – come nessun altro animale domestico – è
riuscito a ritagliarsi un ruolo nella storia dell’umanità che
non può essere in alcun modo sostituito?
Nessun altro mammifero – con l’eccezione dell’homo sapiens – risulta ubiquitario sulla Terra come il cane. Dai
ghiacci artici (i cani ‘primitivi’ del grande Nord, che Jack
London ci ha fatto conoscere e amare con Il richiamo della foresta e Zanna Bianca) ai deserti orientali (i veloci levrieri afghani); dalle Alpi (san Bernardo) alle Ande (gli indispensabili cani da pastore che lo scrittore peruviano Ciro Alègria ha celebrato in un’opera memorabile, ancorché
in Italia poco conosciuta, I cani affamati), i cani hanno saputo conquistare il nostro pianeta; lo hanno fatto seguendo da vicino le impronte lasciate dalla specie umana nel
corso delle sue migrazioni a partire dal continente asiatico
– nel quale è avvenuta la sua domesticazione, circa 15.000
anni fa – e si sono distribuiti nei cinque continenti, condividendo con l’uomo le stesse nicchie ecologiche, così ratificando una vicenda di straordinaria intelligenza evolutiva.
Per poter conseguire questo eccezionale risultato il cane
ha dovuto sapersi adattare a climi e situazioni ambientali
estremamente diversificati; il risultato è che nessun altro
mammifero si propone con una costellazione morfologica
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così ampia: un chihuahua pesa meno di un chilo, mentre
un alano o un san Bernardo possono sfiorare il quintale;
inoltre ogni cane può teoricamente accoppiarsi con un cane di razza diversa, e l’accoppiamento è fertile. L’uomo ha
contribuito in maniera determinante a questo processo di
diversificazione, selezionando le razze secondo le proprie
convenienze. Già Plinio in epoca romana suddivideva i cani in sei categorie: i villatici (cani da guardia), i pastorales pecuarii (da pastore), i venatici (da caccia), i pugnaces (da combattimento); i nares sagaces (da fiuto) e i pedibus celeres (da punta o da ferma).
Le razze ufficialmente riconosciute sono oltre trecento, con
caratteristiche e attitudini che le indirizzano a specifici utilizzi; nel 1987 la Federazione Cinologica Internazionale ha deciso di raggruppare tutte le razze in dieci diverse categorie, alle quali vengono iscritti i cani forniti di un regolare pedigree.
Il secondo fattore che spiega l’indiscutibile popolarità conseguita dalla specie canina è ancora più importante. Nessun altro mammifero che sia stato abituato a convivere con
l’uomo, posto davanti a una scelta (perché i cani possono
operare delle scelte, e questa realtà impone delle importanti conseguenze, soprattutto di ordine etico) preferisce
stabilirsi a fianco dell’essere umano piuttosto che convivere con un suo simile. Si verifica un vero e proprio ‘tropismo’ verso l’uomo in virtù del quale – non a torto – Michelet ha definito il cane “un candidato per l’umanità”. Nessun
altro mammifero manifesta una simile predisposizione all’ascolto, un’attenzione verso l’uomo come il cane; l’intelligenza delle scimmie antropomorfe (attenzione, quando si
parla di intelligenza ci si avventura sempre in un terreno
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minato: perché in realtà le intelligenze sono diverse, e
squisitamente specie-specifiche) può essere considerata
per certi versi superiore a quella del cane: ma le scimmie
antropomorfe non sono così attente verso il comportamento umano, diversamente ci saremmo preoccupati di coltivare una domesticazione che invece non ha avuto luogo.
Il cane è costantemente proteso verso l’uomo: lo guarda,
l’osserva, lo decifra, l’intuisce, a volte addirittura è in grado di prevedere il suo comportamento e dunque di anticiparlo. La punizione più grande e più efficace che si possa
mettere in atto verso un cane, qualsiasi sia stato il comportamento che intendiamo correggere, è ignorarlo. Il cane è
l’animale antropotropico per eccellenza: un neologismo
che sta a evidenziare una vera e propria propensione per
l’umano che non ha eguali nel mondo animale; in questa disposizione è facile individuare la più autentica chiave del
suo successo e della sua insostituibilità. Per vivere al meglio questa biologica disponibilità è tuttavia necessario conoscere le regole più elementari che governano la ‘società’
canina, riuscire quanto meno a percepire il loro mondo, penetrare nelle loro motivazioni e sintonizzarle sulle nostre
frequenze, operando un reciproco avvicinamento. Perché
la felicità di un cane è anche la nostra. E viceversa.
Un batuffolo morbido e tondo
Probabilmente il cane era già domestico quando
gli uomini cominciarono a vivere sulle palafitte,
oppure lo è diventato nel corso di quel periodo. Si
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può immaginare che un giorno una donna, o una
bambina che voleva ‘giocare alla bambola’, abbia
raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno alla famiglia umana. Forse quel cagnolino era l’unico sopravvissuto di una cucciolata caduta vittima di una tigre. Il cucciolo piangeva, ma nessuno si occupava di lui, poiché evidentemente la gente a quel tempo aveva ancora i nervi d’acciaio. Ma, mentre gli uomini erano occupati a cacciare nelle foreste e le donne erano intente
alla pesca, una bimbetta seguì quel lamento e trovò in una grotta il cucciolo, che le venne incontro
senza timore sulle zampette ancora incerte e cominciò a leccarle e a succhiarle le mani protese.
Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima
età della pietra, l’impulso a prenderlo in braccio,
a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con sé, non altrimenti di quanto accade alla
bimba dei giorni nostri. Gli impulsi materni da
cui nascono tali gesti sono infatti antichi come il
mondo. E così la bimba dell’età della pietra, imitando all’inizio come per gioco ciò che ha visto fare alle donne adulte, gli ha dato da mangiare,
l’avidità con cui la bestiola si è gettata sul cibo che
le veniva offerto l’ha resa felice, come sono felici le
nostre mogli e madri quando gli ospiti mostrano
di gradire il loro cibo.
(Konrad Lorenz, E l’uomo incontrò il cane)
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Konrad Lorenz ha ricevuto nel 1973 il premio Nobel per
l’etologia e deve essere considerato il precursore di una disciplina – l’etologia, vale a dire lo studio del comportamento animale – che con il passare degli anni va rivelando sempre più la sua enorme portata. Tra le numerose opere di
Lorenz, E l’uomo incontrò il cane rimane una delle più
significative, indipendentemente dal fatto che l’ipotesi di
partenza – l’origine del cane domestico dallo sciacallo – sia
stata successivamente smentita, e ripudiata anche dallo
stesso autore. L’episodio citato in epigrafe è suggestivo, e
ha il merito di porre una domanda che – per l’importanza
delle conseguenze derivate nella storia della civiltà – non
può essere elusa: com’è avvenuta la domesticazione del cane? E, non meno rilevante, a quando risale?
Per parlare dell’origine del cane è necessario agganciarsi, sia
pur brevemente, a quella dell’uomo. Oggi si ritiene che l’homo sapiens sia fondamentalmente il risultato di un fenomeno biologico particolare che prende il nome di ‘neotenia’, un
termine che per la sua importanza anche riguardo la domesticazione deve essere compreso nella pienezza del significato, e che etimologicamente sta a intendere un ‘prolungamento della gioventù’, o tendenza a conservare anche nell’età adulta alcune caratteristiche fisiche proprie dell’embrione o del neonato. Tra tutti gli animali presenti sulla faccia della Terra l’uomo è quello più spiccatamente neotenico;
nel feto di un qualsiasi mammifero la testa è sempre molto
sviluppata rispetto al resto del corpo, una sproporzione evidente che è destinata a ridimensionarsi drasticamente nel
corso dello sviluppo. Tuttavia nel caso dell’uomo la riduzione di questo rapporto è minore: anche da adulti la nostra te25
sta conserva dimensioni piuttosto ragguardevoli (consentendo così, tra l’altro, la presenza di un cervello particolarmente sviluppato). Altre caratteristiche neoteniche proprie
dell’essere umano sono il corpo glabro (perdita dei peli), la
pelle sottile, denti di piccole dimensioni. In altre parole anche da adulti rimaniamo sempre un po’ bambini; questo fenomeno sottintende da parte nostra una sensibilità del tutto particolare ai ‘richiami neotenici’ così scopertamente presenti in tutti i cuccioli. Per queste ragioni un cucciolo si trasforma in un richiamo ‘irresistibile’. Nella stragrande maggioranza delle persone questo “batuffolo morbido e tondo”
scatena una vera e propria necessità a prendersene cura (è
la ‘motivazione epimeletica’, che sta alla base dell’adozione
intraspecifica e soprattutto interspecifica) almeno sino a
quando le sue forme neoteniche esercitano quell’effetto
‘emozionale’ che madre natura ha stabilito come meccanismo utile alla sopravvivenza della specie e dell’individuo.
“Felicità è un cucciolo caldo” esclama Charlie Brown,
stringendo tra le sue braccia Snoopy. Adottare un cane –
soprattutto se ancora giovane, in crescita, più che mai bisognoso delle nostre attenzioni – è in effetti una tentazione costante; e quando l’occasione si presenta, nella maggior parte dei casi il cucciolo arriva nelle nostre case. Si instaura allora una vera e propria ‘relazione di cura’ nella
quale vengono coinvolti tutti i componenti del nucleo familiare: relazione che può essere motivo di arricchimento su
vari fronti (emozionale, cognitivo, sociale) ma che nello
stesso tempo non è scevra di pericoli. “Certamente i cani
amano la nostra compagnia; certo si sentono rassicurati
quando riescono a conquistare una posizione ben definita
26
nella gerarchia sociale umana; senza dubbio hanno modo
di rendere servizio all’uomo in virtù della loro prestanza fisica e delle loro abitudini o manie” osserva criticamente Stephen Budiansky. “Ma noi umani abbiamo il pessimo difetto –
un egocentrismo sconfinato – di credere che tutte le cose
utili i cani le facciano soltanto per noi”. Vogliamo provare ad
aiutare il nostro amico a realizzarsi soprattutto come cane?
La sola strada percorribile è quella dell’empatia.
Senza cane niente uomo
Il cane è per l’uomo l’animale utile per eccellenza.
Grazie al cane siamo usciti dallo stato selvatico, ci
siamo affacciati agli albori della civiltà.
Il cacciatore dei primordi, affamato e ignudo, ebbe accanto a sé il cane, le sue cacce divennero facili e abbondanti. Grazie al cane trovò il tempo di
pensare.
Grazie al cane divenimmo pastori. Un uomo con
tre cani cura cento pecore, senza non ne cura tre.
Pastore, uomo placido, certo di potersi ogni giorno nutrire di latte e di formaggi. Il pastore ha famiglia, conosce la paternità: canis familiaris.
Senza pastorizia, niente vestiti. Solo il pastore si
veste di lana e ai piedi lega le ciocie. Senza abiti,
niente pudori, niente virtù. Senza abiti, nemmeno il piacere di mettersi nudi.
Mentre il cane cura il gregge, il pastore fissa il cielo: astrologia, sorella maggiore dell’astronomia.
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L’ozio del pastore gli consente di guardare, riflettere, intuire. Il pastore disegna. Giotto fu pastore.
Disegnare è scrivere. L’ozio consente la preghiera,
la contemplazione, la santità, la saggezza.
Grazie al cane diventammo agricoltori. Il cane veglia fuori dalla capanna, sorveglia il terreno coltivo. Senza cane perpetuo allarme, perpetua lotta
con le belve, coi nemici. Il cane abbaia, il cane avverte, l’agricoltore dorme. Senza cane niente sonno e solo chi dorme placidamente può nel sogno
conoscere mondi ultraterreni donde, al mattino,
portare in terra intuizioni celesti.
Senza cane, niente granai pieni, e niente scambi.
Chi vive giorno per giorno non ha nulla da barattare. Il cane difende la proprietà, apre i mercati,
salva il gruzzolo, consente l’eredità di padre in figlio, induce ai viaggi e alle navigazioni per barattare sempre più lontano.
Senza cane niente casa, senza casa niente architettura e niente amore. La casa, luogo d’amore,
consente di chiudere la porta. Senza amore niente poesia, niente arti, musica, niente uva: senza
vino niente danza.
Grazie al cane diventammo artisti, diventammo avventurieri: ogni nostra avventura di pace o di guerra ebbe accanto il cane. Fra i primi astronauti v’è
anche un cagnolino. E anche fra gli entronauti: il
mistico san Rocco è protetto dal suo cane.
Senza cane niente uomo.
(Piero Scanziani, Il cane utile)
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Questo brano di Piero Scanziani esprime tutto il debito che
l’uomo mantiene nei confronti del cane, il primo animale a
essere stato addomesticato. Sino a poco tempo fa si faceva
risalire l’evento a 12.000-15.000 anni avanti Cristo; ma le
più recenti indagini condotte sul DNA mitocondriale hanno chiarito come il fenomeno della domesticazione del cane con ogni probabilità sia molto più remoto. Un ipotetico
albero genealogico canino basato sulle similitudini del
DNA lascia ritenere che i cani si siano separati da un comune progenitore dell’attuale lupo più di 100.000 anni fa.
La suggestiva visione di Scanziani tuttavia non è ancora
una visione zoo-antropologica; il primo aggettivo che egli
abbina al cane è infatti utile e sottintende un rapporto
d’impiego: cane da guardia, cane da caccia, cane da compagnia; è un animale che fornisce una prestazione, né più
né meno come gli altri animali da reddito.
Una relazione autentica ed equilibrata attribuisce invece a
entrambi i protagonisti i predicati della soggettività, della
alterità e della specificità che stanno alla base di una visione zooantropologica; ognuno – uomo e animale – portatore di diritti, di requisiti filologici (vale a dire: propri della
specie) e ontologici (propri del singolo individuo).
Ma è stato davvero l’uomo ad addomesticare il cane, o piuttosto non rischia di essere più vicina alla realtà l’affermazione contraria: che cioè sia stato il cane ad addomesticare l’uomo? Che sia stato proprio lui ad avvicinarsi alla nostra specie, con l’intento di condividere uno stile di vita
che si sarebbe rivelato vantaggioso per entrambi? La domanda è meno provocatoria di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Ancora ai giorni nostri in molti villaggi
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dell’America del Sud, dell’Africa e dell’Asia esistono consistenti gruppi di cani randagi ‘spazzini’ che si intrufolano arditamente nelle abitazioni, riuscendo a nutrirsi degli avanzi di cibo, e a farsi generalmente accettare dalla popolazione locale, senza tuttavia stabilire un rapporto di autentica
domesticazione. I soggetti più socievoli finiscono con l’avere un trattamento privilegiato e a farsi accogliere nel gruppo familiare, in un rapporto simbiotico. Comunque siano
andati i fatti, il cane deve essere considerato l’animale domestico per antonomasia; c’è lui, e poi – a debita distanza
– seguono, sono seguiti tutti gli altri animali.
Sotto la pelle del cane vive ancora il lupo, così come sotto
quella dell’uomo respira la scimmia (Desmond Morris s’è divertito a definire in maniera provocatoria l’homo sapiens
come la scimmia nuda) anche se è inesatto affermare che
l’uomo discende dalla scimmia, e che il cane discende dall’attuale lupo; piuttosto, l’uomo e lo scimpanzé (la scimmia
più ‘vicina’ alla nostra specie) hanno un progenitore comune, così come un progenitore comune esiste sicuramente
per il cane e il lupo: sono prossimità filogenetiche che devono essere tenute presenti in entrambi i casi, per meglio
comprendere sia le differenze che alcuni meccanismi comportamentali tuttora condivisi tra queste specie animali.
Scegliere un cucciolo
No, non potevamo prendere un levriero, aveva bisogno di fare troppo esercizio. Il carlino fiutava
troppo rumorosamente e anche i boxer e i pechi30
nesi. Il bassotto soffriva di problemi di schiena.
Come Bert il san Bernardo, anche il cane da caccia irlandese era troppo grande per il nostro appartamento, mentre il volpino, per quanto allegro
e grazioso, era così piccolo che l’avremmo pestato.
No, non era davvero giusto tenere un terranova
palmato in città, visto che era nato per nuotare e
da noi non sarebbe nemmeno entrato nella vasca.
E certo, questo piccolo cucciolo di rottweiler ora
sembrava adorabile, ma non lo sarebbe stato più
tanto una volta che fosse cresciuto fino a un metro
e avesse preso a sbavare su una catena, con i denti stretti sulla mia gola.
(Judith Summers, La mia vita con George)
Si decide dunque di vivere con un cane. Attenzione: vivere con un cane, non ‘avere un cane’: la scelta del verbo è
importante, se intendiamo stabilire con l’animale una relazione che sia collaborativa e non di possesso.
Un cane, siamo d’accordo: ma quale cane? E prima ancora: è proprio assodato che siamo tutti d’accordo – che l’intero nucleo familiare è stato consultato sull’argomento, e
che non vi sono sacche di resistenza che potrebbero in
qualche misura intervenire ostacolando il nostro progetto
di convivenza? Un cane deve essere accolto e inserito nel
nucleo familiare con un entusiasmo condiviso non solo da
madre, padre e figli: ma anche dai nonni, se ci sono, dagli
zii – da tutte le persone che sono destinate ad avere un
rapporto continuativo e comunque non occasionale con il
nuovo arrivato. Entrambi i coniugi (i genitori, se ci sono
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dei figli) in particolare devono essere persuasi che il cane
in arrivo sarà fonte di arricchimento del loro rapporto, e
non piuttosto motivo di conflittualità, causa di dissapori. Il
presupposto in realtà è meno scontato di quanto potrebbe
apparire, e troppe volte questo fattore viene sottovalutato:
non è infrequente, purtroppo, che un animale dopo pochi
mesi venga portato in un canile o peggio ancora abbandonato perché la sua gestione si è rivelata fonte di quotidiani
disaccordi; anche i figli, di qualsiasi età, dovrebbero essere
favorevolmente attratti dalla prospettiva di una convivenza con l’animale; un cane non deve essere imposto a un
bambino che ne abbia timore, e soprattutto non deve essere introdotto per risolvere problematiche in atto, senza un
preliminare percorso di preparazione all’evento.
È necessario ripetere la domanda: quale cane? Un cucciolo o un adulto? Maschio o femmina? Un cane d’allevamento, di razza? Quale razza, tra le oltre trecento che popolano la terra? Di taglia piccola o grande? A pelo corto o a pelo lungo? O forse è preferibile adottarlo in un canile? Un
cane adulto, con il carattere già formato, potrebbe adattarsi con difficoltà al nuovo ambiente… Sicuramente, un cane sano: ma quali garanzie possono essere fornite?
Alla domanda posta nella classe: “Qualcuno di voi desidera
un cane?” si sollevano sempre diverse braccia, e l’entusiasmo è palpabile. “D’accordo!” si prosegue approfondendo
l’argomento: “Ma quale cane vi piacerebbe accogliere in casa?”. Le risposte molte volte sono fonte di preoccupazione:
perché, se venissero realizzati i desideri manifestati, l’aula
rapidamente si popolerebbe di pit bull, dobermann, rottweiler, labrador (Io e Marley), san Bernardo (Beethoven),
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dalmata (La carica dei 101), border collie (Infostrada),
cocker spaniel (Lilli e il vagabondo) e naturalmente pastori tedeschi (Rex, il cane poliziotto).
I risultati sono per certi versi scoraggianti, perché le scelte sono troppo spesso frutto di condizionamenti subiti dai
media, mentre la conoscenza delle specificità proprie di
ogni singola razza è praticamente nulla. A prevalere è chiaramente l’immagine di un cane-icona, scolpito in maniera
sempre molto suggestiva e prepotentemente suggerito in
virtù della sua bellezza (criterio estetico). Nessuno o quasi, nella classe, che inizialmente opti per un meticcio (bastardo è solo una parolaccia che provvederemo a rivalutare): a questo punto la mission del docente e del veterinario risulta focalizzata a dovere. Il compito è quello di formare il giovane, impartendo le conoscenze fondamentali
relative ai fattori più importanti che possono condizionare
il rapporto con l’animale e che dovrebbero essere tenuti in
considerazione nel momento della scelta del cucciolo.
Il fattore ambientale, per esempio: la famiglia nella quale
entrerà il nuovo componente è inserita in un contesto
metropolitano, o comunque cittadino – o piuttosto ci troviamo a confrontarci con una realtà di campagna? Sono
due situazioni di partenza radicalmente diverse, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di offrire al cane
la soddisfazione quotidiana delle sue esigenze, effettuando quelle passeggiate in nostra compagnia che sole possono dare una risposta ai più elementari appetiti fisiologici e cognitivi. Anche in una grande città è possibile garantire uno stile di vita soddisfacente per un cane; tuttavia è
indubbio che l’impegno richiesto sarà maggiore, e mag33
giori saranno le difficoltà che potremo incontrare, perché
purtroppo i regolamenti comunali con i loro frequenti divieti il più delle volte non facilitano questa convivenza.
Un altro fattore da tenere presente è quello economico: significa acquisire la consapevolezza che mantenere un cane
comporta un impegno di spesa che non deve essere sottovalutato; e che – per esempio – i fabbisogni alimentari di un
cane di taglia grande sono di gran lunga superiori a quelli
di un cane di taglia piccola: esigenze che possono incidere
in maniera sensibile sui costi di mantenimento. Realizzare
anche che un cane deve essere iscritto all’anagrafe canina,
preferibilmente coperto da un’assicurazione per i danni
verso terzi che potrebbe procurare, essere vaccinato ogni
anno e portato regolarmente dal veterinario di fiducia per
i trattamenti sanitari necessari.
Un altro da prendere in debita considerazione è il fattore
sociale: significa valutare lo specifico contesto nel quale il
cane verrà inserito, prestando attenzione sia alla composizione del nucleo familiare (presenza di bambini molto
piccoli, di persone anziane o di disabili, di soggetti allergici o fobici) che ai rapporti di vicinato, e facendo attenzione alle disposizioni previste da eventuali regolamenti
condominiali; rispettare infine le regole del ‘vivere comune’ in città, che prevedono tra l’altro l’obbligo di custodia,
quello di circolare nelle strade tenendo il cane al guinzaglio (e in alcuni casi anche con la museruola), e quello
molte volte disatteso di raccogliere le deiezioni dal suolo
pubblico.
Il fattore culturale, infine, è probabilmente il più importante tra tutti: comporta l’attribuzione al cane di un ruolo e di
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uno statuto specifici; e la consapevolezza che l’animale entra definitivamente nelle nostre vite con un’autonomia oggettiva che gli riconosce dei diritti e che di riflesso ci impone dei doveri. Scegliere un cane dunque essendo a conoscenza delle sue motivazioni principali, alcune delle quali
sono comuni alla specie, altre proprie della razza, altre infine specifiche dell’individuo.
Una parola magica: socializzazione
Malgrado Howdy non potesse calpestare le strade
di New York, secondo i libri e gli articoli scaricati
da Internet avrebbe dovuto conoscere la gente in
strada, udire i rumori, vedere le auto, le biciclette, i passeggini, gli ombrelli, i rollerblade e le autopompe dei vigili del fuoco. Tale socializzazione
veniva ottenuta infilando il cucciolo in un’imbracatura simile a un marsupio, fatta apposta per i
cani, e poi passeggiando su e giù per Columbus
Avenue con la testa di Howdy sotto il mento e le
sue zampe grosse e pelose ciondolanti in ogni direzione. Tale compito spettava spesso a George.
Lui durante il giorno stava a casa, pertanto era la
soluzione più sensata, ma Polly gli era comunque
grata perché suo fratello lo faceva sempre volentieri e con grande diligenza. Howdy, di conseguenza, era un cane estremamente amichevole ed
equilibrato, non si lasciava intimorire da nessuno, persona o animale che fosse, di qualsiasi ta35
glia, forma, età o temperamento; e non perdeva la
calma all’avvicinarsi di sirene urlanti, marmitte
rombanti, radio, elicotteri, bande musicali, manifestazioni politiche, gemelli strillanti o assordanti
martelli pneumatici. Polly era fiera del suo cucciolo, e nel modo protettivo e adorante che aveva
assunto fin dall’infanzia era fiera di suo fratello
quasi fosse un cucciolo anche lui.
(Cathleen Stine, Cani a New York)
Nel brano compare una parola ‘magica’: socializzazione.
Quanti hanno a cuore i cani e desiderano passare la vita in
loro compagnia non hanno alternative: devono farla propria, comprenderne il significato, metabolizzarlo sino a capire che la sola chiave capace di penetrare nell’animo del
cane è proprio questa. “Un cane solo è un cane morto”, nota laconicamente Paul Auster in Timbuctù, e la sua socialità è un bisogno primario che va coltivato e soddisfatto.
Innanzitutto il cucciolo dovrebbe rimanere con la madre
almeno fino al sessantesimo giorno di età, perché solo la
madre è in grado di insegnargli a essere un cane e a convivere felicemente con i suoi simili. Nei primi mesi di vita –
è il periodo della socializzazione primaria intraspecifica, che va dalla terza all’ottava settimana – mamma cagna
gli trasmette l’insegnamento fondamentale dell’inibizione
del morso (padroneggiare la stretta mandibolare nel gioco
con i fratelli) e quella ‘gerarchizzazione alimentare’ in base
alla quale si instaura nel gruppo una precisa gerarchia da
rispettare quando ci si avvicina al cibo: insegnamento che
rappresenta la forma basilare di sottomissione e che ci per36
metterà di instaurare con lui un rapporto sereno. Più tardi, tra la quinta e la settima settimana la mamma impartisce ai suoi cuccioli delle lezioni pratiche su minaccia, conciliazione e sottomissione; durante questo periodo è peraltro molto importante manipolare il cucciolo dolcemente alcuni minuti al giorno, in maniera che si abitui al contatto con
l’essere umano, sì da divenire consapevole che l’uomo può
essere un compagno con il quale giocare e collaborare, senza tuttavia ancora separarlo dai fratelli, suoi simili.
Dall’ottava settimana e fino alla dodicesima il cucciolo entra
nel fondamentale periodo della socializzazione secondaria
interspecifica. Può essere allontanato dalla madre per apprendere a convivere con il mondo esterno, sviluppando una
sua mappa cognitiva (nello spazio) e costruendosi specifici
riferimenti cognitivi, per qualsiasi situazione nuova nella quale si viene a trovare. Gli stimoli che il cucciolo deve ricevere
in questo periodo dovrebbero essere i più diversi possibili, in
considerazione dell’oggettiva difficoltà che hanno i cani a
operare delle generalizzazioni. Perché da adulto il cane sappia comportarsi in maniera per noi soddisfacente è fondamentale che in questo periodo egli scopra quanto complessa
è in realtà la società degli uomini. Bisogna dargli dunque la
possibilità di interagire con esseri umani sia maschi che femmine; con bambini, adulti e anziani; con uomini dal volto mascherato e indecifrabile, perché scendono dalle loro rombanti moto con il casco, e altri che nelle giornate nuvolose hanno la bizzarra abitudine di muoversi stringendo un minaccioso bastone, capace improvvisamente di aprirsi; con il postino
che lancia il giornale nel nostro giardino, con il vicino di casa
che tiene sempre ad alto volume il suo hi-fi dal quale fuorie37
scono rumori poco gradevoli; con i gatti, che si avvicinano allo stesso tempo curiosi e diffidenti, lanciando segnali apparentemente contraddittori e che devono essere decodificati
(il linguaggio del gatto è diverso da quello del cane: è come
imparare una lingua straniera); con cani di altre razze ed
età, che intendono entrare in relazione con il cucciolo, e magari possono trasmettergli qualche pericolosa malattia: già,
perché a complicare la situazione bisogna tenere presente
che in questo periodo vengono meno gli anticorpi materni, e
il cucciolo non è ancora efficacemente protetto dalle vaccinazioni alle quali si sta sottoponendo. Sarebbe tuttavia un
grave errore impedire o limitare la socializzazione per una
ancorché comprensibile preoccupazione sanitaria; sono purtroppo molti i cani che da adulti manifestano problemi comportamentali (soprattutto ansie e fobie) proprio perché da
cuccioli non sono stati adeguatamente socializzati.
Comunicazione verbale e non verbale
Montmorency non manca di coraggio; tuttavia
c’era nell’aspetto di quel gatto qualcosa che avrebbe potuto rendere titubante il cane più temerario.
Si fermò di botto e guardò a sua volta il gattone.
Nessuno dei due parlò; ma è facile capire che il loro muto linguaggio si svolse come segue:
IL GATTO: Posso fare qualcosa per lei?
MONTMORENCY: No, grazie.
IL GATTO: Non faccia complimenti, sa, se le occorre qualcosa.
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MONTMORENCY (cominciando a retrocedere): Oh,
no... proprio davvero... non si disturbi. Io... temo
d’aver commesso un errore... credevo di conoscerla. Mi dispiace d’averla incomodata.
IL GATTO: Non c’è di che... il piacere è tutto mio.
È proprio sicuro che io non possa esserle utile in
qualcosa?
MONTMORENCY (continuando a retrocedere): Sicurissimo, grazie... troppo gentile... Buon giorno.
IL GATTO: Arrivederla.
Dopo di che, il gatto si alzò e riprese a trotterellare, mentre Montmorency, incastrando nell’apposita scanalatura quella che persiste a considerare la
propria coda, ritornava verso di noi, si metteva
nella retroguardia e cercava di non dare nell’occhio.
(Jerome K. Jerome,
Tre uomini in barca per non parlar del cane)
Cani e gatti non parlano, perlomeno nel senso più stretto
che siamo soliti attribuire al verbo parlare; la parola pare
essere una prerogativa dell’essere umano e in effetti l’uomo potrebbe essere definito come l’animale parlante per
antonomasia. Anche il cane in realtà comunica attraverso
vocalizzi che riesce a modulare in maniera raffinata per
esprimere stati d’animo diversi; e a nessun altro animale
l’uomo ha assegnato così tanti verbi per contrassegnare
queste distinte espressioni vocali. Il cane abbaia per comunicare semplicemente la sua presenza e attirare la nostra attenzione; nelle situazioni di possibile pericolo rin39
ghia preannunciando una possibile aggressione; uggiola
invece festoso e scodinzolante per invitare al gioco; latra
per lamentare un disagio sia dello spirito (la solitudine e la
noia, per esempio) che del corpo (un cane tenuto alla catena) e infine, nelle notti di luna piena, ulula in memoria
delle sue più ancestrali origini, invocando i perduti compagni di branco.
Tuttavia oltre alla comunicazione verbale esiste un universo
relazionale parallelo e troppe volte sottovalutato o ignorato,
che è rappresentato dalla comunicazione non-verbale, della
quale gli animali in genere – e quelli domestici in modo particolare – sono abituali fruitori. Convivere con il cane e il
gatto significa anche avere la possibilità di praticare nel
quotidiano l’etologia domestica, riguadagnando almeno in
parte il possesso di potenzialità comunicative ancora latenti e altrimenti destinate a essere irrimediabilmente perdute.
Il cane (anche il gatto) comunica per esempio con lo
sguardo; il modo di guardare di un cane è sempre ricco di
significati. Se evita di guardarci, significa che non siamo
riusciti a stabilire con lui un rapporto di collaborazione;
ugualmente, bisogna evitare di fissare direttamente e a
lungo un cane sconosciuto negli occhi, perché questo atteggiamento potrebbe essere interpretato come una provocazione. I canali della comunicazione non-verbale sono
veramente numerosi. Le orecchie e la coda costituiscono
modalità espressive fondamentali: è noto come lo scodinzolìo esprima felicità, mentre una coda tra le zampe è sintomo di preoccupazione o di paura. Le orecchie ben erette
depongono per una condizione di attenzione; se sono retratte, per una di ansia o di aggressività. Con queste pre40
messe diventa evidente come l’amputazione della coda e
delle orecchie, per inveterata tradizione praticata in numerose razze, sia una pratica barbara e ingiustificabile, che limita in maniera drastica le abituali e più elementari modalità espressive del cane. Anche il senso del tatto ha molta
importanza. La sensibilità tattile è rappresentata dalle sensazioni di contatto (o di pressione) che nascono sul tartufo,
sul pelo, sulla cute, sulle mucose dei polpastrelli. I cani vivono costantemente sul suolo, e con il suolo hanno un contatto diretto, che può influire sul loro stato d’animo. Ogni giorno, in ogni occasione, il cane utilizza la comunicazione tattile per trasmettere emozioni, sentimenti. Con il muso può
esprimere dominanza o sottomissione, può intraprendere il
corteggiamento o manifestare un’intenzione di gioco; il giovane che si relaziona con il suo cane impara a decifrare correttamente queste modalità comportamentali, ricevendo dal
suo animale una vera e propria educazione sensoriale. La carezza rientra a pieno titolo nell’universo della comunicazione tattile del cane: per il reciproco beneficio che se ne ricava, va appresa, sviluppata e realizzata nella maniera più funzionale; questo significa che ‘imparare’ ad accarezzare l’animale può rappresentare un momento di crescita emozionale da non sottovalutare, un vero e proprio percorso formativo di ‘conoscenza somestesica’, che ci permette di individuare le zone del corpo dove la carezza è particolarmente gradita (dietro le orecchie, per esempio) e altre invece che è
meglio evitare, perché in quella zona del corpo ci sono troppe terminazioni nervose sensibili. Abbracciare un cane per
manifestargli il nostro affetto è peraltro un comportamento
sempre sbagliato; l’animale può tollerare questo nostro slan41
cio, ma non arriva a comprenderlo per quello che vorrebbe
essere. I cani non hanno braccia e l’abbraccio non è contemplato nel loro etogramma.
La comunicazione olfattiva, infine, è forse quella predominante. Tra tutti i sensi l’olfatto nel cane è quello maggiormente sviluppato, se si pensa che i recettori olfattivi nell’uomo sono ‘solo’ cinque milioni, mentre nel cane sono più
di 220 milioni. Quando si conduce il cane a fare la sua passeggiata, non dovremmo mai dimenticare che il suo mondo
è sensibilmente diverso dal nostro; e imparare a rispettare
la sua esigenza di esplorare e ‘conoscere’ il quartiere attraverso gli odori con i tempi che gli sono propri (“Odora gli
escrementi, e ti sentirai un dio”, annota Bruce Fogle).
Cani buoni e cattivi
– Non è un pit bull.
– Però lo sembra...
– Non è un pit bull, è un american stafford. Sembra un pit bull ma non lo è. È buonissimo, è il cane più buono del mondo.
– Sarà... a me però sembra un pit bull. Tienilo legato, per favore.
Tutte le volte è così. Quando lo porto fuori, per la
strada, la gente tira via i bambini e prende in
braccio i cani. Mi guardano male mentre passo,
tipo “ecco questo con il cane cattivo”, ma non dicono niente, perché se lo dicessero, se mi insultassero per esempio, potrei spiegarglielo che più che
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un cane questo è una salsiccia con le gambe, che
con quella bocca non ha mai fatto nient’altro che
ingoiare con una voracità disgustosa due scatolette di Dog al giorno, di quelle da offerta speciale
mille lire. E che quel ghigno feroce che gli vedono
sul muso è soltanto un sorriso beota, come lo può
avere solo chi dorme ventitré ore su ventiquattro
e per il resto o mangia, o caga, o piscia.
(Carlo Lucarelli, Un giorno dopo l’altro)
Diciamolo subito: non esistono cani cattivi. Un pit bull, se
potesse parlare, con ogni probabilità si esprimerebbe con
le parole di Jessica Rabbit: “Non sono cattivo – è che mi dipingono così!”. Né esistono “razze potenzialmente pericolose”, secondo una formula diffusa da recenti normative; se
proprio vogliamo raccontarla giusta, tutti i cani sono potenzialmente pericolosi. Potenzialmente è un avverbio
che basta da solo a ridicolizzare una formulazione che in
realtà non ha mai convinto l’etologo. Esistono invece cani
che mordono: il morso si configura sicuramente in un modulo comportamentale innato, che appartiene all’etogramma del cane. Migliaia di anni dopo un processo di domesticazione che forse non è ancora ultimato, il cane rimane un
predatore; e un predatore deve soddisfare l’esigenza primaria di inseguire delle prede, raggiungerle, abbatterle,
mangiarsele. È un istinto che deve in qualche maniera essere soddisfatto; l’attività ludica – il gioco – è il più delle
volte l’unica maniera con la quale siamo in grado di calmierare la sua tendenza predatoria. Un cane che da cucciolo
ha potuto vivere assieme alla madre per almeno sessanta
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giorni, di regola è stato da questa educato e ha appreso
l’inibizione del morso: quanto cioè può stringere mordendo senza produrre ferite e dolore.
La famigerata black list che in Italia è rimasta in vigore per
alcuni anni e che metteva all’indice diverse razze di cani, è
stata finalmente abolita dall’ultima ordinanza “concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani”, in vigore dal 3 marzo 2009. Questa nuova ordinanza, rivoluzionaria rispetto alla visione precedente, responsabilizza in maniera definitiva i proprietari degli animali e considera un cane pericoloso solo ‘a posteriori’ – dopo cioè
un’aggressione – e comunque sempre in base alla gravità
delle lesioni riportate. In questi casi sono previsti specifici
interventi terapeutici comportamentali, effettuati da veterinari esperti nella materia, indirizzati tanto all’animale che
– soprattutto – al contesto familiare coinvolto.
È altrettanto vero che c’è morso e morso, e che la taglia
dell’animale è un fattore (non l’unico) che incide notevolmente sulle conseguenze del morso. Se un pastore tedesco ha una presa pari a novanta chili, quella di un rottweiler vale centocinquanta, e il famigerato pit bull può stringere per trecento. Uno yorkshire può essere il più aggressivo dei cani, ma il suo morso – a meno che non raggiunga una carotide o un’arteria femorale – difficilmente può
rivelarsi letale. In realtà il morso è quasi sempre una reazione appropriata nei confronti di un errato comportamento umano; ma poiché la tendenza a mordere che un
cane può manifestare è da considerare la causa principale degli abbandoni e delle rinunce, diventa fondamentale
instaurare sin dall’inizio una relazione osservando alcune
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regole elementari utili a prevenire questo comportamento indesiderato.
È necessario innanzitutto che il cane nel nucleo familiare
abbia ben definita la sua posizione, vale a dire che sia stata instaurata una chiara gerarchia e individuata con chiarezza la figura del capo-branco. In mancanza di questa
definizione il cane si sentirà investito di un ruolo – quello appunto di capo-branco – che lo responsabilizza nella
gestione delle più elementari situazioni quotidiane
(quando mangiare, dove riposare, quando uscire ecc…) e
lo autorizza a intervenire anche mordendo per dirimere
ogni conflittualità. La figura del capo-branco deve essere
per il cane autorevole e ‘interessante’ – vale a dire propositiva – mentre purtroppo il più delle volte l’educazione
del cane viene impostata solo con divieti e proibizioni.
Ogni cane ha bisogno di affetto, indubbiamente, ma più
ancora forse di esercizio (fisico e mentale) e di disciplina,
vale a dire di ricevere istruzioni impartite con coerenza e
non soggette ai nostri sbalzi umorali; solo in questa maniera potremo essere accreditati e riconosciuti come leader attendibili.
Per prevenire i fenomeni di aggressività sociale chi vive
con un cane deve anche conoscere le principali motivazioni del suo animale, intendendo con questo termine una naturale disposizione di orientamento comportamentale, volto a selezionare nel mondo che ci circonda stimoli che risultano essere più interessanti di altri. Ogni cane possiede
per esempio una motivazione esplorativa piuttosto elevata, che può essere soddisfatta durante la passeggiata
quotidiana, prevalentemente incentrata nel suo senso ol45
fattivo. Anche la motivazione ludica (inclinazione al gioco) fa parte del suo etogramma, sempre spiccata in tutti i
cuccioli e persistente in molti soggetti adulti di alcune razze; bisogna imparare a giocare con il cane nella maniera
più corretta, proponendo giochi diversificati e facendo attenzione a conservare nel gioco il nostro ruolo di capobranco. La motivazione territoriale intesa come tendenza alla difesa del proprio territorio può variare da soggetto a soggetto e in alcune razze può essere più marcata; va tenuto presente che un cane con una elevata motivazione territoriale sarà naturalmente incline ad aggredire estranei che possono invadere il ‘suo’ territorio. In molti cani è importante la motivazione epimeletica, vale a
dire l’inclinazione a prendersi cura di un altro soggetto,
anche di specie diversa dalla propria, che si manifesta
con la necessità di aiutare e accudire chi ci sta vicino; alcune razze – labrador, golden retriever – vengono selezionate e preferite proprio in virtù di questa particolare predisposizione collaborativa. Da considerare infine anche la
motivazione sillegica, che fa riferimento alla tendenza
alla raccolta (nel senso di ‘mettere insieme’) di oggetti e
di animali, e che è particolarmente presente in razze originariamente utilizzate nella pastorizia; il border collie è
in assoluto la razza di cani nella quale tale motivazione è
più forte.
Lavorare quotidianamente sulle naturali motivazioni del
nostro cane, avendo cura di disciplinarle in maniera adeguata e sempre collegandole allo specifico contesto emozionale del quale ogni cane è munito (gioia, stupore, paura
o sicurezza sono stati d’animo diversi che concorrono a
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strutturare ogni forma di educazione) è il solo modo per
configurare una relazione soddisfacente e duratura. Anche
perché, come dice Daniel Pennac nelle parole conclusive
del suo romanzo Abbaiare stanca – la cui lettura pare particolarmente indicata per essere discussa e commentata a
scuola – “un cane è per sempre”. O almeno così dovrebbe
essere.
47
Per ultimo
venne il gatto
Il piu’ selvaggio di tutti gli animali
Il Cane era selvaggio, il Cavallo era selvaggio, la
Mucca era selvaggia e la Pecora era selvaggia, e il
Maiale era selvaggio – più selvaggi di quanto si
possa immaginare – ed essi se ne andavano negli
Umidi Boschi Selvaggi, tutti soli. Ma il più selvaggio di tutti gli animali era il Gatto. Egli se ne andava da solo, e tutti i luoghi erano uguali per lui.
(Rudyard Kipling, Storie proprio così)
L’amicizia con il gatto è più recente rispetto a quella che
l’uomo ha stipulato con il cane. Nella complessa storia della domesticazione il gatto risulta tra le ultime specie animali addomesticate e la divertente novella di Rudyard Kipling “Il gatto che se ne andava da solo” riesce a mettere
bene in evidenza questo aspetto. Lo scrittore immagina
che il gatto sia stato l’ultimo degli animali domestici a essersi accostato all’uomo, conservando comunque una sua
spiccata autonomia. Probabilmente questa è proprio la verità, poiché la fortuna di questo animale – e anche quella
dell’uomo – deve avere avuto inizio con la cosiddetta rivoluzione agricola (periodo Neolitico: circa 8000-5000 a.C.).
Una fantasiosa leggenda ipotizza che il gatto sia originato
da una carezza che Noè aveva fatto alla leonessa addormentatasi sull’arca, in occasione del diluvio universale; in
realtà, il progenitore del felino che tutti conosciamo va
considerato il gatto libico (Felis lybica), un animale un
tempo molto diffuso nel continente asiatico e africano, di
pelame giallo-fulvo e di dimensioni ragguardevoli. Diventa50
to da poco agricoltore, lungo la fertile pianura del fiume
Nilo, l’uomo aveva imparato a fare provviste per il futuro,
accumulando i cereali coltivati in solidi granai, che tuttavia risultavano esposti ai quotidiani saccheggi dei roditori,
che con le loro incursioni notturne provocavano perdite
ingenti. Un’autentica ‘macchina da guerra’ come il gatto –
fenomenale cacciatore – deve essere stata prontamente
apprezzata dall’uomo dell’antico Egitto; e il gatto considerato come l’efficace soluzione di un problema altrimenti irrisolvibile. Diventato in breve un animale sacro (lo rappresentava la dea Bastet), la sua uccisione era punita con la
pena di morte a mezzo lapidazione; e la sua perdita era
considerata un vero e proprio lutto familiare. Il corpo dell’animale veniva imbalsamato, avvolto in bende di tela intrecciate di diversi colori, il musetto ricoperto da una maschera di legno scolpito. A Beni Hasan e a Bubastis gli archeologi hanno individuato dei cimiteri felini con migliaia
di esemplari imbalsamati; in alcuni casi venivano imbalsamati anche dei topi, che dovevano servire come promessa
di cibo per l’aldilà!
La fortuna del gatto si è però bruscamente eclissata con
l’avvento dei nuovi padroni del Mediterraneo, i Romani,
che nelle abitazioni gli hanno preferito il cane (e il furetto,
come cacciatore di topi). Con il Cristianesimo impostosi
nel IV secolo d.C. come nuova religione, il gatto da semidio
viene degradato a misero proscritto, se non addirittura
considerato un sinistro emissario del Diavolo. I cosiddetti
secoli bui del Medioevo sono costellati di roghi che assieme alle streghe fanno ardere i gatti; in occasione della festa di san Giovanni (il 24 giugno) trionfano le superstizio51
ni, e i poveri felini – soprattutto se neri – sono spesso le vittime designate.
Per la riabilitazione del gatto bisognerà attendere l’avvento del Rinascimento, quando Leonardo da Vinci giungerà
ad affermare che “il più piccolo felino è un capolavoro”. Il
gatto può riconquistare il perduto ruolo di compagno delle
nostre vite; e con il suo fascino entrare in modo particolare nelle grazie degli artisti. Numerosi sono i poeti che, sedotti dai misteri felini, gli hanno dedicato versi suggestivi:
Pablo Neruda, Umberto Saba, Charles Baudelaire e Thomas Eliot sono solo alcuni tra i più celebrati autori, e la
proposta delle loro poesie può essere una maniera accattivante per introdurre l’argomento nella classe.
Gatto, mistero senza fine
I misteri non mancano. I gatti, con i loro occhi lucenti e il passo felpato, si sono sempre sottratti a
spiegazioni definitive. Nel corso di migliaia di
anni di storia comune, il gatto è stato per gli esseri umani fonte di stupore e turbamento, di venerazione e superstizione.
(Stephen Budiansky, Il carattere del gatto)
Ma quali origini ha questo così celebrato potere seduttivo?
Per tentare di decifrarlo dobbiamo avvicinarci – in punta di
piedi – al mondo dei sensi del gatto, così diverso dal nostro.
Cominciamo dall’occhio, nel quale i cinesi – secondo un noto proverbio – sanno leggere l’ora. Da sempre le pupille del
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felino sono state oggetto di dotti commentari; a colpire è il
loro insolito colore ambrato e la forma – così perfettamente rotonda – che richiama l’immagine del sole. Pur non distinguendo i colori come noi (i gatti hanno essenzialmente
una visione bicromatica) gli occhi contengono uno speciale meccanismo di conservazione delle stimolazioni luminose, chiamato tapetum lucidum, che riflette la luce non assorbita dalla retina e che aiuta migliorandola di molto la visione notturna. Il campo visivo binoculare da 90 a 130 gradi è superiore a quello dei cani (circa 60 gradi) e consente
di svolgere al meglio l’attività di appostamento e balzo sulla ignara preda. Il grado di dilatazione delle pupille dipende non solo dall’intensità della luce, ma anche dall’umore;
durante il giorno la dilatazione pupillare esprime infatti
paura o ansietà (non dobbiamo pertanto avvicinarci per
accarezzarlo), mentre durante la notte permette al felino
di muoversi con destrezza, utilizzando al meglio la condizione di penombra.
Dopo l’occhio, un altro ‘mistero’: quello delle fusa, tuttora al
centro di diverse speculazioni, mai del tutto convincenti.
Nel regno animale solo i felini hanno a disposizione questo
particolare strumento di comunicazione, così gradito alle
nostre orecchie; originano da impulsi nervosi particolarmente regolari, che dal sistema nervoso centrale pervengono al diaframma e alle corde vocali. Il micio comincia a fare
le fusa sin dalla nascita, al momento della suzione, e mamma gatta gli fa pronta eco, tranquillizzandolo immediatamente. In seguito, da adulto, il gatto ricorrerà alle fusa anche durante il corteggiamento, per i saluti amichevoli o come segno di conciliazione per farsi accettare da un esem53
plare dominante; anche in punto di morte alcuni gatti fanno le fusa: un’uscita di scena decisamente commovente,
forse il loro modo di esprimere un ultimo ‘grazie’ alla vita!
Un altro mistero può essere ricondotto alla presunta superiore capacità di sopravvivenza di questa specie animale; un noto proverbio sostiene che i gatti posseggono nove vite (quanti saranno mai i proverbi che hanno come
protagonista il gatto? Una possibile consegna per la classe che unisce il divertimento all’apprendimento, quella di
ricercarli e commentarli) e in un certo senso è vero. Nonostante uno “stile di vita” tendenzialmente spericolato,
il nostro felino domestico supera le prove che s’ingegna
ad affrontare con invidiabile disinvoltura; e la sua agilità
non può essere messa in discussione. Esemplare a riguardo è la capacità di atterraggio. La colonna vertebrale del
gatto è particolarmente elastica; i cuscinetti carnosi presenti sotto le zampe al momento dell’urto con il terreno
funzionano da veri e propri airbag. Durante la caduta sono sufficienti sessanta centimetri per poter effettuare
una completa rotazione del corpo, arcuare la schiena per
assorbire l’urto, e atterrare al suolo generalmente senza
conseguenze. Un gatto siamese di nome Cognac, a Long
Island (Stati Uniti) è precipitato da un aeroplano leggero
da un’altezza di 335 metri dal suolo, sopravvivendo miracolosamente!
Ancora una domanda per la classe: come si chiamano i baffi del gatto? Vibrisse, naturalmente… Utilizzati come integrazione delle capacità visive, i baffi del gatto sono in grado di percepire gli ostacoli che si trovano nelle immediate
vicinanze con grande precisione, e di ricreare una ‘mappa’
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cerebrale capace di riprodurre perfettamente la collocazione del corpo. Qualche volta il gatto si diverte a camuffarsi
da sommergibile ed esplorare il territorio con la presunzione di passare inosservato: in occasioni come queste le vibrisse diventano il suo curioso periscopio.
Misteriosa per noi può anche apparire la comunicazione feromonale, così importante nel gatto. I feromoni sono delle
sostanze chimiche prodotte da alcune ghiandole capaci di
indurre delle reazioni particolari nel comportamento animale. Esistono dei feromoni ‘di appagamento’ che vengono
rilasciati quando il gatto è soddisfatto, a suo agio (spesso
assieme alle fusa) e dei feromoni di timore o di allarme,
prodotti in situazioni di disagio o di avvertito pericolo (nell’ambulatorio del veterinario, per esempio!). Il gatto che si
muove nell’appartamento ama strusciarsi contro i mobili,
proprio per rilasciare questi odori familiari su ciò che lo
circonda, ricavandone una sensazione di maggiore sicurezza e tranquillità. Quando il gatto annusa i feromoni utilizza
un organo particolare, l’organo vomero-nasale che si trova
sul palato, sollevando in maniera evidente il labbro superiore e aprendo leggermente la bocca: le sue reazioni comportamentali saranno diverse, a seconda degli odori percepiti. Da qualche anno sono disponibili nei negozi per animali dei feromoni sintetici in forma di diffusori o di spray
per ambienti che possono essere utilizzati nella prevenzione di alcuni disturbi del comportamento o per favorire l’inserimento dell’animale in ambienti sconosciuti (il gatto è
un animale molto abitudinario!).
I misteri dell’universo felino si concludono felicemente nella coda, la parte del corpo che forse meglio di ogni altra rie55
sce a esprimere l’umore del felino, e che può essere considerata emblematica della comunicazione non verbale. Per
andare d’accordo con il gatto di casa, diventa fondamentale intenderne il linguaggio corporale: “Sono proprio felice!”
proclama una coda ben diritta, slanciata a candela. “C’è
forse qualcosa di interessante da guardare?”, chiede invece
la coda leggermente piegata, a punto interrogativo. “Fuori
dal mio territorio!” esclama quella incurvata, davanti a un
intruso; e “Ho paura!”, si lamenta la coda bassa, con il pelo
diritto, quasi nascosta sotto il corpo rannicchiato.
Gatto, mistero senza fine!
I verbi del gatto
Appostarsi e balzare (cioè cacciare)
Dormire, evacuare, fare le fusa.
Graffiare (ahinoi), inventare giochi.
Lappare, miagolare, nascondersi.
Oziare, prendere qualche mosca.
Rubare e squagliarsela.
Toelettarsi (molto, molto importante!).
Usmare, vagabondare e zampare.
(Alessandro Paronuzzi, Afusorismi)
“Chi di voi vive con un gatto in casa?”. La domanda nella
classe provoca il sollevamento di un numero di braccia che
si fatica a contare e tra queste il più delle volte si inserisce
anche quella dell’insegnante. L’impressione che si ricava da
questa entusiastica reazione è che il gatto almeno per
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quanto riguarda i grandi numeri sia riuscito a scalzare il cane; la spiegazione di questo sorpasso è in realtà abbastanza semplice. Il gatto rispetto al cane è un animale meno impegnativo; non vi è infatti l’obbligo della passeggiata quotidiana, è molto più ‘maneggevole’ quando si viaggia, e può
essere lasciato solo nell’appartamento durante la giornata
senza avvertire un fastidioso senso di colpa.
In un’ottica etologica il gatto è anche un animale che si
presta molto bene a essere osservato, nel tentativo di carpire la sua filosofia di vita. L’osservazione di un animale è
uno strumento fondamentale per decodificare il linguaggio
non verbale e penetrare l’alterità, cominciando così a immedesimarsi in chi è diverso da noi e strutturare quel sentimento di empatia che ci consentirà di condividere il dolore del prossimo. Un gioco produttivo che può essere stimolato nella classe per verificare le capacità di osservazione del comportamento animale è quello di chiedere agli
studenti di elencare i ‘verbi’ del gatto; i risultati dell’indagine sono spesso sorprendenti (e divertenti).
Il primo verbo di competenza felina è sicuramente dormire. Se il cane consuma – similmente all’uomo – circa
un terzo della sua vita nel sonno (otto ore al giorno in
media) il gatto dedica a questa impegnativa attività quasi il doppio del tempo, raggiungendo anche le quattordici ore di quotidiana pennichella; è un sonno diverso dal
nostro, più superficiale, pronto a essere interrotto al minimo rumore sospetto, e comunque capace di compiere
una selezione tra un enorme numero di rumori trascurabili, per individuare quelli più significativi. “I gatti possono sembrare profondamente addormentati quando è in
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funzione l’aspirapolvere o la lavatrice” ha osservato acutamente Joan Hendricks “ma si rianimano immediatamente al rumore di una scatoletta che viene aperta in cucina!”.
Il secondo verbo del gatto è riflessivo: leccarsi, a conferma che è veritiera la fama di essere un animale particolarmente pulito e sempre attento alla propria igiene. Si ritiene che un gatto trascorra circa un terzo della sua giornata a leccarsi e a lisciarsi il pelo, ispezionando accuratamente ogni centimetro del suo mantello. Questa toeletta
quotidiana mantiene il mantello soffice e pulito; se si osserva con attenzione il gatto, si scopre che questa attività possiede i requisiti di un vero rito, vale a dire che rispetta rigorosamente sequenze obbligate. Ogni volta infatti il gatto provvede a pulire prima le zampe anteriori,
poi la testa, le spalle, i fianchi, le zampe posteriori e per
ultima la coda: non solo una forma di quotidiana ginnastica, ma anche una maniera per assumere la vitamina D,
che viene prodotta sul pelo grazie all’attività promossa
dai raggi del sole. Un gatto che non si lecca induce il sospetto che possa essere ammalato, consigliando l’opportunità di una visita veterinaria.
Il terzo verbo individuato tra le quotidiane attività feline
suscita immancabilmente nella classe qualche ilarità, ciò
non di meno non può essere taciuto: fare i bisogni.
L’americano Edward Lowe nel 1947 ha pensato di utilizzare dell’argilla granulata per assorbire le deiezioni dei
gatti, che negli anni del dopoguerra avevano cominciato a
popolare gli appartamenti delle nostre città; un’invenzione semplice ma quanto mai utile, che ha permesso al suo
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inventore di morire multimiliardario nel 1995! La gestione corretta della lettiera igienica è fondamentale, e troppe volte la sua importanza viene sottovalutata. La lettiera
va collocata in una zona tranquilla, riservata, dove il nostro gatto possa ritirarsi in solitudine, e comunque sufficientemente distante dalla ciotola del cibo. Soprattutto
va cambiata con frequenza, perché se il gatto non la trova di suo gradimento può decidere di sporcare da qualche
altra parte. Un gatto è felice quando la lettiera corrisponde alle sue esigenze; e trascurare questo aspetto può provocare problemi di convivenza dalle conseguenze anche
fatali.
Il quarto verbo quale potrebbe essere? Sicuramente arrampicarsi. A differenza del cane, il gatto predilige la dimensione verticale e ha bisogno di un ambiente domestico
multiforme, dove poter dare sfogo alla sua motivazione
esplorativa e predatoria. Quando non dorme o non si lecca,
il gatto diventa una specie di Indiana Jones domestico, che
si inventa nascondigli, trabocchetti e situazioni di scacco
capaci di impegnare la sua spiccata intelligenza euristica,
che lo fa apprendere per tentativi ed errori.
Il quinto verbo… ma quanti mai possono essere i verbi del
gatto? A ben vedere l’elencazione può continuare pressoché all’infinito; il gatto si allunga, si apposta, gioca (soprattutto a nascondino); caccia, soffia. Dimena la coda, mangia
(come e cosa mangia il gatto?), beve (quando e come?), si
struscia, sbadiglia, sogna, insegue. E poi ancora: precipita,
cattura, ruba, si annoia, si accoppia, morde (ahinoi), annusa (cosa sarà mai il flehmen?), scruta nel buio, miagola. E
infine nuovamente e soprattutto dorme.
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Cane e gatto: due mondi complementari
Il gatto è più vicino all’uomo poiché può dormire
sul letto del suo padrone, cosa che il cane può fare raramente. Inoltre, il primo serve a proteggere
l’interno della dimora del signore e ha maggiore
libertà rispetto al cane, potendosi spostare in essa
ai vari piani, mentre quest’ultimo deve restare
fuori della porta, oppure nei campi se ce n’è bisogno. Pertanto il gatto è più nobile del cane.
(da La fonte di tutte le scienze del filosofo
Sydrach, citato da Lawrence Bobis in L’elogio del gatto)
“È più intelligente il cane o il gatto?”. La domanda, intenzionalmente provocatoria, suscita nella classe le risposte
più contrastanti: “Il cane perché obbedisce, mentre il gatto fa sempre quello che vuole”. “Il gatto, perché fa quello
che vuole, mentre il cane deve obbedire”. “Il cane, perché
è il migliore amico dell’uomo”. “Il gatto, perché è più furbo
del cane”. Qualcuno, prudentemente non si sbilancia: “Sono intelligenti in maniera uguale…”.
Innanzitutto bisognerebbe intendersi sul concetto di intelligenza, tentando di darne una definizione. Un gioco ‘intelligente’ per la classe è proprio quello di stimolare gli alunni a ‘costruire’ delle definizioni intorno a concetti che non
sono facilmente inquadrabili neppure per il mondo degli
adulti; e gli animali costituiscono un focus motivazionale di
rara efficacia, e possono essere utilizzati anche nella strutturazione del pensiero logico. In realtà, l’intelligenza è un
concetto astratto difficile da definire, ancor di più nel mon60
do animale, anche perché esistono diversi tipi di intelligenza. Operare delle generalizzazioni significa banalizzare dei
processi mentali che tra le specie animali sono altamente
diversificati. Howard Gardner ha individuato ben sette tipi
diversi di intelligenza: linguistica, logico-matematica, musicale, spaziale, corporeo-cinestesica, sociale o interpersonale e quella intrapersonale. Ogni singola specie animale
ha sviluppato un particolare tipo di intelligenza, in funzione di specifici adattamenti all’ambiente; se l’homo sapiens
eccelle nell’intelligenza linguistica, i piccioni viaggiatori gli
sono nettamente superiori in quella spaziale…
Per quanto riguarda il gatto, sono stati effettuati dei test di
settore, individuando quattro campi generali: la capacità
visiva, l’abilità uditiva, il comportamento sociale e il comportamento tra le mura domestiche. La conclusione alla
quale si è pervenuti è che l’intelligenza del gatto è di tipo
somestesico-euristico, a differenza di quella del cane che è
piuttosto di tipo sociale-collaborativo. In altre parole, il cane ha bisogno di relazionarsi con qualcuno per collaborare
nella soluzione delle problematiche che si possono presentare, in un gioco di squadra dove i ruoli devono essere ben
definiti: è il remoto retaggio dello ‘spirito del branco’ proprio del lupo, che agisce sempre in un team dove ciascuno
è chiamato a interpretare compiti specifici, nel rispetto di
una gerarchia stabilita. Il gatto invece ragiona e opera da
solo, impegnandosi in ‘giochi’ di tipo per così dire enigmistico (problem solving), e ricorrendo a scorciatoie di pensiero che la nostra mente solitamente non riesce a immaginare. Risponde al vero che il gatto tra le mura domestiche – a differenza del cane – sa per così dire ‘sbrigarsela da
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solo’; tuttavia è importante, proprio per soddisfare le sue
esigenze cognitive, mettergli a disposizione degli ambienti
sufficientemente interessanti, e che possano stimolare la
sua innata curiosità e la sua natura di predatore. Se non ci
sono dei topi da catturare (la cattura è solo l’evento conclusivo di un’attività complessa, che prevede l’osservazione, l’attesa, il rapido inseguimento e il balzo) bisognerà fornire alla nostra tigre d’appartamento delle valide soluzioni
alternative: dal classico ma sempre apprezzato gomitolo di
lana, al surrogato offerto da un topolino meccanico o di peluche; e poi mettergli a disposizione complicate prospettive labirintiche da perlustrare e ‘risolvere’ (i gatti amano
terribilmente giocare a nascondino) e almeno un graffiatoio verticale sul quale poter impunemente sfoderare e consumare gli artigli; lasciare sempre aperto e disponibile il
trasportino, con il quale entrare in un rapporto di affettuosa confidenza; e rendere infine gradevole la lettiera igienica, quotidiano e imprescindibile punto di riferimento. Dopo averlo inserito in un ambiente arricchito di un numero
adeguato di stimoli, potremmo metterci in discreta osservazione, per scoprire che il gatto è – tra i dormiglioni professionisti – sicuramente il più indaffarato!
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Elementi
di bioetica animale
La promessa dell’umanita’à
Tra le creature della sua razza, Guarda-La-Luna
era quasi un gigante, alto forse un metro e mezzo,
e, sebbene assai denutrito, pesava più di cinquanta chili. Il suo corpo peloso e muscoloso era una
via di mezzo tra la scimmia e l’uomo, ma la testa
si avvicinava molto di più a quella dell’uomo che
a quella della scimmia. La fronte era bassa, con
sporgenze ossee sopra le orbite, eppure egli possedeva inequivocabilmente nei propri geni la promessa dell’umanità. Mentre contemplava, fuori
della caverna, il mondo ostile del pleistocene,
v’era già qualcosa nel suo sguardo che trascendeva le capacità di qualsiasi scimmia. In quegli occhi scuri, profondamente infossati, si celava una
nascente consapevolezza... i primi barlumi di
un’intelligenza cui ancora per poco non sarebbe
stato possibile estrinsecarsi, e che presto si sarebbe potuta estinguere per sempre.
(Arthur C. Clarke, 2001 Odissea nello spazio)
2001 Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick
tratto dall’omonimo libro di Arthur C. Clarke, risale al 1968;
quarant’anni dopo la pellicola conserva tutta la spettacolarità e la provocatoria capacità di suscitare interrogativi che
avevano attratto e sconcertato gli spettatori al momento della sua distribuzione nelle sale cinematografiche.
Nella lunga, indimenticabile sequenza iniziale, un gruppo di
uomini-scimmia viene a contatto con un misterioso monoli64
te nero. È un momento/evento archetipale, che la scienza
considera possibile. “Mi piace pensare che il corso della
storia dipenda da qualche piccolo avvenimento che si verifica di tanto in tanto” scrive Jean Luis Arsuaga (A cena
con Neanderthal). “Esistono nella storia, a mio avviso, dei
crocevia in grado di determinare il futuro. Se si sceglie una
strada, si arriverà a una destinazione molto diversa da
quella che si sarebbe raggiunta imboccando in quel punto
preciso l’altro cammino. Il sentiero che non si percorre si
trasforma automaticamente in qualcosa di futuribile, ossia
un ex futuro, su cui si potrà soltanto fantasticare, perché
non si sa mai con certezza dove avrebbe portato”. Gli uomini-scimmia in effetti esitano lungamente, prima di avvicinarsi al gigantesco monolite comparso nella notte; di decidere infine di toccarlo, e poco dopo di scoprire la possibilità di utilizzare un osso come strumento di difesa e di attacco nei confronti degli altri animali. È l’inizio della storia
dell’umanità, il passaggio dall’australopiteco all’homo abilis (circa 2.700.000 anni fa).
La sequenza offre al docente la possibilità di intraprendere con gli studenti un discorso complesso ma particolarmente fecondo intorno al rapporto uomo-animale. Le domande che possono essere proposte alla classe, terminata
la visione del prologo del film, sono infatti molteplici:
I protagonisti della sequenza sono uomini o sono scimmie?
Quale o quali sono le differenze qualitative che distinguono l’uomo dalla scimmia?
Quando e in quali circostanze può essere avvenuta questa
separazione?
Cosa rappresenta il monolite nero?
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Qual è il significato attribuito all’osso impugnato dall’uomo-scimmia?
L’uomo del terzo millennio è sostanzialmente diverso dal
suo più lontano progenitore?
Che rapporto ci può essere tra la teoria evoluzionistica di
Darwin e l’ipotesi creazionistica della Bibbia?
L’uomo è un animale?
In caso di risposta negativa: cosa distingue l’uomo dagli
animali?
In caso di risposta affermativa: cosa distingue l’uomo dagli
altri animali?
Esiste una morale in tutta questa storia?
Infine e soprattutto, cos’è la morale?
Le orme dell’amore
Al mattino, quando ci accingiamo a intraprendere una giornata ricca di impegni e non ne abbiamo voglia, ricordiamo che è nostro preciso dovere
concorrere al benessere generale. Osserviamo le
piante, i passerotti, le formiche, i ragni, le api:
tutti hanno un compito, tutti danno forma alla
natura con il loro lavoro.
(Marco Aurelio, Ricordi)
Può essere interessante un rapido excursus storico finalizzato a evidenziare come nel passato sia stato considerato il rapporto dell’uomo con gli animali, caratterizzato nei
secoli da una sostanziale discontinuità, e dunque permeato da luci e ombre.
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La millenaria civiltà egiziana ebbe un grande rispetto per
gli animali, spesso deificati (si pensi a Bastet, la dea-gatto):
“Non ho commesso iniquità contro gli uomini, non ho maltrattato le bestie, non ho privato il bestiame minuto della
sua erba”, troviamo significativamente scritto nella formula funeraria del Libro dei morti. Successivamente anche i
filosofi greci (VI sec. a.C.) – soprattutto i presocratici – riconoscendo una comune origine a tutti gli organismi viventi hanno raccomandato un comportamento mirato a evitare qualsiasi forma di iniqua sopraffazione. Teofrasto – considerato per certi versi il padre della moderna ecologia per
l’attenzione riservata all’ambiente e alla natura – dedicò
agli animali un’opera, purtroppo andata perduta, intitolata
molto significativamente Della pietà; Platone ripudiava i
sacrifici di sangue e propugnava un’alimentazione vegetariana; Democrito, osservando l’abilità degli uccelli nel costruire i loro nidi, attribuiva agli animali facoltà intellettive.
Alla visione presocratica, peraltro, si contrapponeva quella della scuola stoica – della quale Crisippo fu uno dei principali esponenti –, che inquadrava gli animali domestici in
un’ottica decisamente utilitaristica. Visione che è stata in
buona parte ereditata dalla cultura latina: “Il maiale che
cosa ha di per sé, se non il godimento che può offrire?” ha
lasciato scritto Cicerone nel De natura deorum. “La natura in realtà non ha prodotto nulla di più fecondo di questo
animale, in vista del nutrimento degli uomini”.
Con il crollo dell’Impero romano e l’avvento del Medioevo
in Europa per lunghi secoli s’impone una concezione dell’universo spiccatamente antropocentrica, che solamente
Copernico e Galileo arriveranno a infrangere, sostenendo
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la centralità del Sole nella circolazione planetaria. Durante
questi lunghi secoli solo all’uomo viene riconosciuta una
natura divina, mentre l’animale è pura bestialità, nei confronti del quale tutto diventa lecito: il concilio di Braga del
567 giunge a minacciare d’anatema chi si fosse astenuto
dal mangiare le carni, donate all’uomo da Dio per nutrirsi;
e alle presunte streghe bruciate sui roghi spesso faranno
compagnia i gatti neri, considerati perversi emissari del demonio. Bisognerà attendere il Rinascimento, per ritrovare
nuovi appassionati sostenitori della causa animale: Erasmo
da Rotterdam, Tommaso Moro e il grande Leonardo da Vinci sono alcune delle più autorevoli voci che interrompono
un silenzio durato troppi secoli, e che intervengono con
decisione a sostegno della causa animalista. Nel Seicento
ecco però imporsi sulla scena il razionalista Cartesio (René Descartes) che elaborerà la sua teoria degli animali-automi: una visione rigorosamente meccanicistica che giunge
a negare ogni sensibilità nelle specie viventi diverse dall’uomo, che priva gli animali di qualsiasi autonomia e dunque di ogni pur minimo diritto. Nonostante gli accalorati
interventi successivi di studiosi e letterati autorevoli quali
Jean Jacques Rousseau e Voltaire, che contrastavano la nefasta tesi cartesiana, bisognerà in realtà attendere l’Ottocento, per vedere enunciate con Jeremy Bentham (17481832) le prime illuminate posizioni a favore degli animali,
secondo l’ottica della sofferenza: “Il problema non è: possono ragionare. E neppure: possono parlare. Ma: possono
soffrire?”.
È nell’Ottocento che cominciano a diffondersi in Europa le
prime associazioni protezionistiche (in Italia, la benemeri68
ta ENPA è stata costituita da Giuseppe Garibaldi!); a essere pubblicamente denunciati i maltrattamenti e le crudeltà; a punire chi commette atti di brutalità sulle bestie – anche se il criterio antropocentrico è quello che complessivamente continua a prevalere, ritenendo che l’animale possa
essere tranquillamente utilizzato nella medicina sperimentale per conseguire opinabili progressi.
Solo nella seconda metà del Novecento si fa strada un vero e proprio “pensiero animalista”, a opera soprattutto dei
filosofi Tom Regan (statunitense, 1938) e di Peter Singer
(australiano, 1946), che con tesi diverse argomentano
l’esigenza di riconoscere dei diritti anche al mondo animale. I tempi sono maturi per cominciare a parlare di bioetica, e perché anche i vari Paesi comincino finalmente a legiferare sulla materia.
La vera bonta’ dell’uomo
La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non
rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale
dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in
profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo
rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli
animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano
tutti gli altri.
(Milan Kundera,
L’insostenibile leggerezza dell’essere)
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Risulta ancora valida la classica definizione di bioetica proposta da K. Danner Clouser, secondo il quale va intesa come “lo studio sistematico della condotta umana nell’area
delle scienze della vita e della salute, in quanto la condotta umana sia esaminata alla luce di valori e di princìpi morali”. Anche se alcune problematiche tipiche della bioetica
preesistevano alla sua definizione, indubbiamente questa
disciplina si è imposta ultimamente all’attenzione dei media, a seguito dello sviluppo accelerato delle scienze e
delle tecnologie biomediche, che negli ultimi decenni
hanno sollevato problematiche complesse che oltrepassano l’ambito del mero sapere scientifico per investire quello della responsabilità morale. Si pensi, per esempio, agli
interrogativi di legittimità che possono conseguire ai trapianti d’organo, al prolungamento artificiale delle funzioni vitali, al concepimento in vitro e più recentemente alla
clonazione. Accanto alla bioetica medica, che si occupa
in maniera privilegiata di problematiche specificatamente umane, emerge la necessità di prendere in uguale considerazione quei valori connessi alla ‘manipolazione’ della
terra – inquinamento ed effetto serra, in primo luogo –
che sono il baricentro della bioetica ambientale; infine,
di definire i confini etici correlati ai rapporti dell’uomo
con le altre specie viventi, inseriti in un orizzonte che sia
il più ampio possibile: e questo è il campo d’azione della
bioetica animale.
“Si avvertono nuove esigenze: informare i giovani affinché
possano comprendere il mondo naturale e il proprio rapporto con esso; insegnare ai bambini nelle scuole il modo
in cui la società alla quale appartengono tratta gli animali;
70
fornire alla nostra gioventù le opportunità che promuovano il rispetto per ogni singola vita e l’empatia verso gli animali con i quali dividiamo il pianeta” annota la primatologa
Jane Goodall, fondatrice del programma “Root & Schoots”,
che richiede a gruppi di giovani di partecipare a progetti
che giovino all’ambiente, agli animali e alle comunità di esseri umani che vivono nelle stesse aree. E prosegue: “Se i
bambini verranno a conoscenza della terribile crudeltà insita nel commercio degli animali da compagnia, capiranno
perché è un errore comprare un animale esotico. Se entreranno in contatto con ciò che spesso accade dietro le quinte di zoo che all’apparenza sembrano di buona qualità,
guarderanno questi animali con occhi diversi, faranno domande su problemi di cui prima non erano consapevoli. Se
la conoscenza degli animali porta al rispetto e all’interesse
per il loro benessere, può essere vero anche il contrario.
Un bambino che venga obbligato a dissezionare una creatura che prima era viva, la volta successiva lo farà molto
più facilmente. Esistono altri modi di apprendere il rispetto per le diverse forme viventi, di osservare con stupore il
loro funzionamento e la loro diversità: modi che non distruggono la vita”.
La scuola ha il compito fondamentale di incoraggiare i giovani a pensare in maniera autonoma, evitando le facili suggestioni delle mode imperanti, e a mettere in discussione
lo status quo. Il mondo animale è un mondo che suscita innumerevoli domande, destando stupore, meraviglia, emozione e più in generale sentimenti di partecipazione: è fondamentale incoraggiare i giovani a scoprire come vivono gli
animali – soprattutto quelle specie che condividono il no71
stro habitat – suscitando in continuazione quegli interrogativi di legittimità che emergono quotidianamente dai nostri
rapporti con loro.
Le cinque liberta’
Purtroppo, non ci insegnavano queste cose a scuola, ai miei tempi; allora si scambiavano uova di
uccelli con francobolli vecchi; allora si uccidevano gli uccellini con fucili grossi come noi; ed ora
chi se ne sente il coraggio si faccia avanti a negare la dottrina del peccato originale. Eravamo crudeli con gli animali, come sono tutti i selvaggi. E
tento ora come meglio posso di espiare i delitti di
cui allora mi resi colpevole. Ma una cattiva azione non perisce mai; e ricordo macchie di sangue
su dita infantili, che arrugginirono in macchie di
vergogna nei ricordi d’infanzia dell’uomo. A mia
vergogna debbo confessare che ho ucciso tanti uccellini, e tanti altri ne ho tenuti in prigione: sono
dolente di dover anche confessare di aver ucciso
uno scoiattolo, di averne perfidamente saccheggiato la casa, e di aver imprigionato i suoi piccoli in una gabbia come quella che ci sta dinanzi.
(Axel Munthe, Vagabondaggio)
Tutti gli animali protagonisti di una qualsivoglia relazione
con l’uomo in effetti dovrebbero essere considerati sotto
l’aspetto etico. Rileva Barbara De Mori:
72
“Di fatto, quale che sia la posizione che decidiamo di assumere in merito alla questione della liceità dell’impiego animale, sembra importante far riferimento a quella che è la
condizione reale e attuale, in particolare nei Paesi industrializzati, in cui diverse categorie di animali impiegati
dall’uomo conducono la propria esistenza, ed esaminare la
questione del benessere dalla prospettiva di un impegno in
vista del miglioramento delle loro condizioni di vita. In
questa direzione, la questione del benessere si pone per
tutti gli animali coinvolti nel rapporto con l’uomo, secondo
modalità specifiche che, tuttavia, non riguardano solo gli
animali da reddito o da sperimentazione. Se, ad esempio,
in prima battuta, pare che l’animale da compagnia, o d’affezione, sia escluso da considerazioni relative al benessere,
in quanto viene percepito al centro delle nostre attenzioni
e del nostro affetto, basta pensare al problema del randagismo e degli abbandoni, o al diffondersi di mode relative
all’incerto accadimento di animali esotici, o allo sfruttamento degli animali destinati alla ‘produzione’ di pets da
compagnia, per comprendere come un impegno per il miglioramento del benessere si ponga anche per questa categoria di animali” (Che cos’è la bioetica animale).
Solo da alcuni anni a questa parte il benessere degli animali viene posto nella giusta considerazione, e un buon punto
di partenza per la sua valutazione è tuttora costituito dalla
verifica delle cinque fondamentali libertà individuate nel
“Brambell Report” (1965) in Inghilterra, vale a dire:
libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione;
libertà di avere un ambiente fisico adeguato;
libertà dalle ingiurie e dalle malattie;
73
libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali
specie-specifiche normali;
libertà dallo stress e dalla paura.
È difficile richiedere che queste libertà vengano soddisfatte nell’animale, se non riescono prima a trovare il loro
adempimento nella crescita dell’individuo. Un lavoro che
può essere intrapreso nella classe è quello di operare un
confronto tra una situazione di crescita dell’adolescente e
quella di un animale domestico (cane o gatto), per verificare in quale misura le cinque libertà vengono soddisfatte.
Naturalmente, questo genere di verifica sottintende la necessità di un approfondimento delle esigenze individuali, e
una disamina delle priorità. In una società opulenta quale
la nostra, il soddisfacimento dei bisogni primari (mangiare,
bere, dormire) troppo spesso viene dato per scontato, dimenticando che nel terzo mondo la fame e la sete costituiscono la prima causa d’insorgenza di gravi malattie e di decesso. L’animale domestico, nella sua quotidiana richiesta
di cura, costringe il giovane a porre la debita attenzione su
queste esigenze, invitandolo a riflettere in maniera non superficiale, e le numerose problematiche che ne derivano
possono essere proficuamente dibattute, sempre tenendo
presente che in questi casi è più che mai fondamentale sollevare la questione senza farsi portatori di soluzioni precostituite.
Una carrellata degli interrogativi di ordine etico che suscita la presenza animale ci fornisce l’ampiezza e la ricchezza
delle tematiche che possono essere evocate:
Nel terzo millennio è ancora giustificata la caccia?
Quale valore bisogna dare alla scelta vegetariana?
74
È giustificato il ricorso alla sperimentazione animale per
ottenere progressi nella medicina?
Gli allevamenti intensivi sono inevitabili, per riuscire a soddisfare i fabbisogni alimentari di un pianeta sempre più sovraffollato?
Per salvaguardare le specie in via di estinzione, è necessario rinchiudere gli animali negli zoo?
Gli animali possono essere utilizzati nei circhi?
Si può sterilizzare un animale domestico per facilitare la
convivenza con l’essere umano? O mutilarlo della coda e
delle orecchie, per ragioni estetiche?
Manifestazioni tradizionali che ricorrono all’utilizzo anche cruento dell’animale quali ad esempio la corrida
(Spagna), il palio di Siena (Italia) e la caccia alla volpe
(Inghilterra), possono essere ancora considerate legittime espressioni di culture? È consentito sopprimere un
cavallo o un levriero, perché non sono più in grado di vincere una gara di corsa?
Perché è importante preservare la biodiversità animale?
Quali possono essere le motivazioni che giustificano la rinuncia di un cane di proprietà? E quando si può ricorrere all’eutanasia?
Ognuna di queste domande può essere proposta alla classe per venire proficuamente dibattuta: più punti di vista diversi emergeranno, maggiori saranno le opportunità di crescita e di maturazione.
75
Della caccia e del mangiare la carne
Sentivamo sulle nostre facce soffiare un vento
d’uragano. Mi venne l’idea di prendere la Maser
per abbattere qualcuno degli animali e portarlo
trionfalmente ad Urga legato sul bagagliaio, ma
non potei tradurre la mia idea in atto. La mandria era raggiunta. Con una rapidità sorprendente le antilopi avevano cambiato direzione e
fuggivano ai nostri fianchi divise in due gruppi.
Per qualche momento ci trovammo in mezzo allo
strano gregge, fra la polvere sollevata dallo scalpitare minuto delle zampe sottili, nervose e veloci.
Di tanto in tanto qualcuna delle timide bestie, folli di spavento, rotolava, era calpestata o saltata
dalle altre, si risollevava in un baleno e si rimetteva a fuggire. Gridavamo, nell’eccitazione della
caccia; gridavamo perché si diventa feroci in certi momenti che risvegliano tutto ciò che abbiamo
di selvaggio e ardente, e non possedevamo altra
arma che la voce. Non potendo uccidere ci divertivamo ad atterrire, e i nostri gridi portavano al
parossismo lo spavento delle vittime. Presto quella confusione tumultuosa di groppe da cerbiatto,
fulve e snelle, si allontanò lateralmente con una
brusca evoluzione, e si disperse lontano nella prateria.
(Luigi Barbini,
La metà del mondo vista da un’automobile)
76
Che l’uomo sia ‘nato’ come cacciatore è un luogo comune
da sfatare, piuttosto è vero il contrario: i primi ominidi
comparsi sul pianeta (in Africa, nella Rift Valley, come hanno dimostrato i numerosi reperti fossili rinvenuti) erano in
realtà prede vegetariane, oggetto di caccia di mammiferi
carnivori più grandi di loro; questi primi ominidi dovevano
riunirsi in tribù, per aumentare le possibilità di sopravvivenza agli improvvisi attacchi notturni degli animali, e trasformare i legami sociali in un’arma vincente. È pur vero,
tuttavia, che successivamente si è verificata una trasformazione importante dell’apparato masticatorio e che l’homo abilis ha appreso la lavorazione della pietra, riuscendo
con i primi utensili a scorticare le carcasse degli animali
rinvenuti morti, per poi cibarsene. L’homo erectus, più
tardi, imparando a camminare speditamente sulle gambe e
utilizzando le mani libere è diventato un cacciatore provetto, in grado spesso di avere la meglio su animali fisicamente più dotati di lui; la caccia è probabilmente l’attività che
meglio ha caratterizzato l’alba dell’umanità.
Da allora tuttavia diverse migliaia di anni sono trascorsi
e la storia dell’uomo si è evoluta in una precisa direzione; diventato agricoltore e sviluppando la zootecnia,
l’uomo ha potuto trarre dagli allevamenti animali la fonte principale per soddisfare le sue esigenze alimentari.
La caccia ha ancora qualche giustificazione quando gli
animali cacciati possono essere responsabili di alterazioni ecologiche o veicoli di malattie infettive pericolose anche per l’uomo (come, per esempio, la rabbia), ma ridotta a mera attività sportiva ha perduto il suo originario
motivo di essere.
77
L’aumento della sensibilità verso il mondo animale – l’estensione del cosiddetto “cerchio di compassione” – va però ben
oltre il quesito sulla legittimità della caccia; sempre più
spesso ci si interroga su quali potrebbero essere le conseguenze etiche dei nostri quotidiani comportamenti alimentari. “Chi ama gli animali non li mangia” in realtà è molto di
più di un semplice slogan a sostegno della causa vegetariana: è un invito ad aumentare la consapevolezza che un consumo alimentare critico può influenzare i sistemi di allevamento degli animali, provocando modifiche radicali sull’intero pianeta.
Il primo passo da fare, anche nella scuola dell’obbligo, è naturalmente quello di evitare ogni forma di fanatismo. La
scelta vegetariana è un punto d’arrivo al quale può auspicabilmente arrivare un soggetto adulto, ma che è più difficilmente proponibile a giovani in crescita, che molte volte
tra l’altro praticano attività sportive, e che hanno fabbisogni nutrizionali particolari.
C’è tuttavia un’etica possibile anche nella scelta di mangiare la carne, e la scuola ha il compito importante di formare degli “onnivori coscienziosi”, secondo la felice definizione di Peter Singer. L’onnivoro coscienzioso si preoccupa di
evitare carni provenienti dagli allevamenti intensivi, nel supermercato fa attenzione a scegliere le uova di galline fatte crescere ‘a terra’ e non in batteria, non considera le carni di animali appartenenti alla fauna selvatica, abbattuti dai
cacciatori, e predilige i prodotti locali o provenienti da allevamenti biologici. A proposito degli allevamenti biologici,
vale la pena rilevare come lo sviluppo di questo tipo di zootecnia non è solamente rispettoso delle più elementari esi78
genze etologiche degli animali allevati, ma induce tutta una
serie di vantaggi ambientali determinanti per il miglioramento del nostro sofferente pianeta, quali in particolare la
conservazione della qualità del terreno, la promozione della biodiversità animale, la riduzione dell’inquinamento provocato dalle infiltrazioni di azoto e l’eliminazione del ricorso ai pesticidi e ai diserbanti, caratteristico dell’agricoltura
convenzionale.
Tra i compiti affidati alla classe insegnante, la formazione
di onnivori coscienziosi – rimandando la possibilità di una
scelta vegetariana a tempi successivi – deve rientrare nei
programmi formativi in virtù dell’indiscutibile importanza
che il comportamento alimentare riveste, sia in termini di
individuale stile di vita che di benessere animale. “La distanza morale tra le scelte alimentari degli onnivori coscienziosi e quelle della maggioranza della popolazione”
riconosce Peter Singer, vegetariano e fervente sostenitore dei diritti degli animali “è talmente grande, che sembra
giusto lodare gli onnivori coscienziosi per il cammino da
loro compiuto, piuttosto che criticarli per non essere andati oltre”. Il cerchio di compassione va estendendosi a
piccoli passi. Piccoli, certamente, ma quanto mai significativi.
Riprendersi la natura
Nel lago vive anche una bella razza di tartarughe e
ranocchi, e pochi mitili; i topi muschiati e i visoni
lasciano le loro tracce là attorno; e ogni tanto lo vi79
sita una viaggiatrice tartaruga di palude. Talvolta,
quando, al mattino, spingevo in acqua la mia barca, disturbavo una grande tartaruga di palude che
vi s’era nascosta sotto, durante la notte. In primavera e in autunno Walden è frequentato da anatre
e oche, le rondini biancoventrute e per tutta l’estate i piovanelli pio-pìano sulle rive pietrose. Talvolta disturbavo anche un falco pescatore, immobile
su un pino bianco sopra l’acqua; non credo però
che il lago non sia mai stato profanato dal volo di
un gabbiano, come invece Fair Haven. Al massimo
tollera un tuffolo all’anno. Questi sono tutti gli animali importanti che ora io frequento.
(Henry D. Thoreau,
Walden ovvero la vita dei boschi)
La relazione con l’animale (non necessariamente e non
esclusivamente il pet) diventa anche un modo per riprendere lo smarrito contatto con la natura. Paradossalmente,
l’attuale società insegna ai giovani a evitare l’esperienza diretta con la natura: questo approccio ostativo viene impartito non solo a scuola e nella famiglia, ma anche nelle società pubbliche, nelle istituzioni comunali, nelle norme che
regolano il vivere civile.
L’animale in realtà incontra molti ostacoli, prima di poter
essere accettato. Nelle città molte volte non esistono o sono insufficienti parchi o spazi dove lasciar liberi di correre
i nostri cani; uffici e negozi sono interdetti – le spiagge e le
coste sono parimenti vietate – e molti alberghi non accettano animali.
80
Nei programmi scolastici, la storia naturale e la zoologia sono sempre più spesso sacrificate a favore di altre discipline tecnologiche quali la microbiologia o l’ingegneria genetica, probabilmente più remunerative nel futuro del giovane, ma certo più teoriche e più lontane dall’immediato quotidiano.
Osserva criticamente Richard Louv: “Il rapido sviluppo delle tecnologie sta rendendo sempre più indistinta la linea
tra gli esseri umani, gli altri animali e le macchine. Il concetto postmoderno secondo cui la realtà è solo un’invenzione (siamo quello che programmiamo) suggerisce possibilità umane illimitate. Tuttavia il minor tempo trascorso
dai giovani nell’ambiente naturale comporta un’atrofizzazione delle capacità sensoriali (dal punto di vista sia fisiologico che psicologico). E ciò riduce la ricchezza dell’esperienza umana” (L’ultimo bambino nei boschi).
Abitare in una città, peggio ancora in una metropoli, fa avvertire l’urbano e il naturale come ambienti di vita posti
tra loro in un rapporto di contrasto apparentemente insuperabile; i giovani che desiderano giocare all’aria aperta,
nelle strade dei quartieri, vengono criminalizzati. La fauna
urbana che si inserisce nelle nostre giornate (gatti di strada, colombi, cornacchie, gabbiani – ma anche volpi, ricci,
scoiattoli, caprioli e cinghiali) viene considerata con diffidenza, raramente vista per quello che realmente è (un arricchimento ambientale), ma piuttosto come fonte di problemi, di preoccupazioni igienico-sanitarie, di discussioni,
di reazioni scomposte. Nel giovane che si sviluppa in ambienti urbanizzati può manifestarsi un vero e proprio disturbo da “deficit di natura” che può arrivare a modificare
81
in senso negativo il comportamento umano nelle grandi
città. È necessario più che mai correggere il tiro, allontanarsi dal fascino perverso di internet, dalle realtà virtuali
che si insinuano nelle nostre vite quotidiane per sostituirsi
ai rapporti reali, alterando le nostre più elementari sensibilità. In poche parole è necessario ritornare alla natura.
“Le scuole sono sistemi non lineari, e piccole variabili possono causare enormi conseguenze” annota Jackie Grobarek, maestra elementare americana particolarmente creativa. “I nostri alunni quest’estate hanno raccolto lombrichi,
piante e bruchi, poi hanno liberato le farfalle. Poiché i ‘piccoli’ degli scolari avevano bisogno di cibo, hanno anche imparato che i lombrichi mangiavano i rifiuti, che le piante
crescevano rigogliose sugli escrementi dei lombrichi e che
le farfalle necessitavano di alcune piante specifiche per nutrirsi, e di altre piante su cui deporre uova. Molte di queste
cose sono state scoperte nel terreno della scuola, e nel nostro canyon. Si sono resi conto che il canyon, che per la nostra comunità era diventato una seccatura e una discarica,
in realtà era un meraviglioso habitat. È pieno di finocchio
selvatico, che ospita e dà da mangiare al macaone. Adesso
stiamo lavorando divisi in squadre, e soltanto questa settimana abbiamo portato via quasi quattro cassonetti d’immondizia dalla zona. Questo migliorerà i loro punteggi in
lettura e matematica? Può darsi, ma ho l’impressione che
questa esperienza li cambierà in modi che i test non saranno in grado di misurare”.
I programmi scolastici autenticamente proiettati verso il
futuro devono includere tra gli obiettivi da raggiungere l’alfabetizzazione ecologica ed etologica degli studenti, e ave82
re delle scienze una visione olistica, la più trasversale possibile. In Europa (specialmente nei Paesi Bassi e in Svizzera) da alcuni anni vanno sviluppandosi con sempre maggiore frequenza i progetti di bio-urbanistica, che hanno al
loro centro la “città verde”, reimmaginata per operare e
funzionare in modo naturale. È un’inversione di tendenza
importante, che la scuola ha il dovere di sostenere. È sicuramente un compito immane, quello di ricucire il legame
spezzato tra il giovane e il mondo della natura: ma probabilmente è l’unico che ci rimane per conservare la possibilità di un futuro.
83
L’essenziale e’
invisibile agli occhi
una lettura zooantropologica
de “Il piccolo principe”
Scritto nel 1944, Il piccolo principe è sicuramente il libro
più famoso di Antoine de Saint-Exupery, forse il più letto
nel mondo dopo la Bibbia. Una fiaba breve e bellissima con
due possibili livelli di lettura: uno più semplice, destinato
ai bambini; l’altro, più profondo, riservato agli adulti. È la
caratteristica del resto di tutti i grandi classici, come Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan. E
– appunto – Il piccolo principe.
La storia può sembrare quasi banale. Un aviatore solitario
è costretto a un atterraggio di fortuna nel deserto; mentre
tenta di riparare l’aereo avverte una vocina alle spalle: è il
piccolo principe, che proviene dall’asteroide B612 e che si
trova in visita sul nostro pianeta. Nei giorni necessari per
riparare l’aereo l’aviatore e il piccolo principe diventano
amici; la fiaba vive degli incontri che il piccolo principe fa
e soprattutto delle sue insistenti domande, che mirano a
chiarire alcuni comportamenti umani. È un racconto fantastico che per la sua ricchezza di contenuti può assurgere a
vero e proprio ‘breviario’, uno di quei racconti destinati a
essere riletti nei vari periodi delle nostre vite, e che ci aiutano a riflettere sul significato delle cose.
Uno dei capitoli più significativi è il ventunesimo, nel quale il piccolo principe incontra la volpe; questo capitolo si
presta in modo particolare a essere letto e discusso nelle
scuole per sviluppare le numerose tematiche che ruotano
intorno al nostro rapporto con gli animali: ne proponiamo
una lettura in chiave zooantropologica, che possa mettere
in evidenza le possibili referenze connesse alla presenza
animale.
86
In quel momento apparve la volpe.
– Buon giorno – disse la volpe.
– Buon giorno – rispose gentilmente il piccolo
principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
– Sono qui, – disse la voce – sotto il melo…
– Chi sei? – domandò il piccolo principe. – Sei
molto carino…
– Sono una volpe – disse la volpe.
– Vieni a giocare con me, – le propose il piccolo
principe – sono così triste…
– Non posso giocare con te, – disse la volpe – non
sono addomesticata.
– Ah! scusa – fece il piccolo principe.
“In quel momento”: con queste parole ha inizio il capitolo.
Parole che stabiliscono una precisa scansione temporale,
un prima e un dopo; un tempo (e un luogo) in cui, prima
dell’incontro con la volpe, il piccolo principe esplorava un
universo ancora privo della sua componente animale, e un
dopo, in cui l’animale compare, e con la sua comparsa pone degli interrogativi che non potranno essere elusi (del
resto, la caratteristica fondamentale del piccolo principe è
proprio quella di porre, con insistenza, domande che esigono puntuali risposte).
Spartiacque di questo passaggio è il perfetto apparve:
tempo verbale che come dice il nome, indica l’aspetto compiuto (perfettivo, appunto) in grado di imprimere alla narrazione un momento di svolta, il movimento in avanti degli
avvenimenti.
“Buon giorno”, si presenta la volpe, nella maniera più pia87
na e suadente. È un buon giorno: è davvero una buona
giornata quella in cui l’animale si affaccia all’orizzonte del
piccolo principe. Non si può fare a meno di ricordare la
poesia contenuta nei versi della Genesi, allorché il Dio
creatore (Elohim è in realtà un plurale, sta per Tutta la
divinità) conclude la sua opera:
Dio disse:
“Produca la terra varie specie di animali
domestici, selvatici e quelli che strisciano”.
E così avvenne.
Dio fece questi animali secondo la loro specie
Quelli selvatici, quelli domestici
E quelli che strisciano al suolo”.
E Dio vide che era bello.
“E Dio vide che era bello” si collega direttamente all’augurio di buona giornata che la volpe fa al piccolo principe. A
questo punto dobbiamo chiederci: perché proprio una volpe? Perché non un cane, o un gatto? O un lupo? Perché la
volpe più di ogni altra specie animale si presenta come un
animale-soglia: che si colloca cioè esattamente a metà strada tra gli animali addomesticati e quelli selvatici. Esiste
un’etologia della domesticazione che si propone di indagare un processo biologico in evoluzione con la progressione
culturale della specie umana. Ai tempi del Neolitico, la volpe – che è un canide, non dobbiamo dimenticarlo – è entrata per un certo periodo di tempo in questo complesso
percorso, tant’è che in alcuni villaggi della Svizzera sono
state scoperte ossa di volpe domestica. “Nella storia del88
l’uomo la volpe fu battuta non tanto dal cane, che ben prima aveva conquistato il suo spazio al fianco del bipede con
l’anima, ma probabilmente dal gatto” osserva Caterina Gromis di Trana a proposito della volpe. “Il felino sacro agli
Egizi ha conquistato le case di tutto il mondo. E la volpe è
rimasta fuori, attenta e vicina alle umane vicende, ma domestica soltanto nel senso poco etologico e poco ecologico
di animale da pelliccia”.5
Ma cos’è (più correttamente: chi è, gli animali non sono
cose) un animale-soglia nella sua accezione più estesa?
(Anche se tutti gli animali, in diversa misura, sono animali-soglia). È quello che, secondo Roberto Marchesini, “avvia il processo di decentramento, ossia la capacità del singolo di interrompere la narcosi narcisistica dell’autoreferenzialità, e accettare il rischio della dialettica, del mettersi in gioco sotto i diversi profili di contenuto e di ruolo”.6 Il
piccolo principe, con la sua disponibilità a interrogarsi e a
interrogare continuamente non può certo essere accusato
di narcosi narcisistica e avremo modo di vedere, successivamente, in quale maniera saprà far sfruttare dialetticamente l’occasione di crescita offerta dall’incontro con la
volpe.
“Sei molto carino” dice il piccolo principe, quando sotto il
melo riesce a scorgere la volpe. Carino: l’affettuosità contenuta nell’aggettivo esprime al meglio l’atteggiamento di benevola disposizione verso l’animale, ancorché sconosciuto.
5
Caterina Gromis di Trana, “La volpe domestica? Un incontro mancato”, “La
Stampa”, 04/12/2002.
6
Roberto Marchesini, Canone di zooantropologia didattica, pag. 25 – Perdisa
Ed., Bologna 2004.
89
È la volpe che incontra il piccolo principe – o è il piccolo
principe a incontrare la volpe? Tutti gli incontri più autentici sono all’insegna della reciprocità, e la volpe possiede i
requisiti più utili a scatenare quel meccanismo dell’adozione interspecifica, che con ogni probabilità sta alla base dell’intero processo di domesticazione.
“Vieni a giocare con me”, propone subito il piccolo principe.
Giocare è dunque il primo verbo che il ragazzo, senza
troppo pensarci su, utilizza nel tentativo di stabilire un rapporto con l’animale: appare quella dimensione ludica che
nella costituzione di una relazione rappresenta una delle
opportunità più conosciute, anche se raramente sfruttata
al meglio delle sue potenzialità.
Ma “non posso giocare con te”, risponde la volpe – ed è facile percepire il rammarico contenuto nel diniego – perché
“non sono addomesticata”…
“Sono una volpe” ha infatti appena precisato, intendendo
con ciò “per essere la volpe, quella inconfondibile che tu
riconosci nella sua unicità, dovrò essere avvicinata e conosciuta”.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
– Cosa vuol dire ‘addomesticare’?
– Non sei di queste parti, tu – disse la volpe. – Che
cosa cerchi?
– Cerco gli uomini – disse il piccolo principe. –
Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?
– Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e
cacciano. È molto noioso! Allevano anche galline.
È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?
90
– No – disse il piccolo principe. – Cerco degli amici. Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?
“Cosa vuol dire ‘addomesticare’?” chiede alla volpe il piccolo
principe. La volpe non risponde subito alla domanda che le
viene posta: prende tempo, replica con un’altra domanda; capisce che il piccolo principe è sul pianeta uno straniero: una
persona che ignora gli usi e le tradizioni locali. Lo interroga a
sua volta: “Che cosa cerchi?”. Quando viene a sapere che il
piccolo principe cerca gli uomini, l’animale non nasconde la
propria delusione, perché gli uomini del posto hanno dei fucili e cacciano: il primo rapporto che storicamente l’uomo
ha instaurato con l’animale è quello tra cacciatore e preda: un
rapporto che la volpe considera (ed è un eufemismo) molto
noioso. Non è decisamente molto gratificante per un animale essere cacciato… “Allevano anche galline – è il loro solo interesse”, aggiunge, rilevando il secondo tipo di rapporto che
l’uomo ha instaurato con il mondo animale, frutto della domesticazione, ancora una volta un rapporto antropocentrico,
unidirezionale, nel quale non si instaura un’autentica relazione, non si presta attenzione alla voce dell’altro. Non può crearsi un legame, dove a prevalere è la finalità zootecnica. “Cerchi delle galline?” chiede al piccolo principe, e la domanda è
facilmente decodificabile: anche tu intendi instaurare con gli
animali una relazione d’interesse?
“No”, il piccolo principe risponde senza alcuna esitazione,
“cerco degli amici”. E torna all’assalto per la terza volta,
perché alla domanda iniziale la volpe ancora non ha voluto
dare una risposta: “Che cosa vuol dire addomesticare?”.
91
– È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire
“creare dei legami”…
– Creare dei legami?
– Certo – disse la volpe. – Tu, fino a ora, per me,
non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai
bisogno di me. Io non sono per te che una volpe
uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro: tu sarai
per me unico al mondo, e io sarò per te unica al
mondo.
– Comincio a capire – disse il piccolo principe. –
C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato.
– È possibile – disse la volpe. – Capita di tutto sulla Terra…
– Oh! non è sulla Terra – disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
– Su un altro pianeta? Ci sono dei cacciatori su
questo pianeta?
– No.
– Questo mi interessa. E delle galline?
– No.
– Non c’è niente di perfetto – sospirò la volpe.
Al terzo tentativo (bisogna sempre insistere, se si vuole ottenere qualcosa), la volpe fornisce la sua definizione: addomesticare vuol dire creare dei legami. Il concetto di reciprocità del legame è fondamentale nella instaurazione di un
rapporto autenticamente produttivo. Aggiunge: “...se tu mi
addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro: tu sarai
92
per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. È
sempre la reciprocità a stabilire l’unicità del rapporto: se
non c’è reciprocità non si può parlare di legame (o relazione), ma piuttosto e semplicemente di interazione. Nell’interazione con l’animale vengono tradizionalmente commessi
due errori, consequenziali a un punto di vista inappropriato:
vale a dire la reificazione (dal latino res, cosa) dell’animale
o, al suo opposto, l’antropomorfizzazione.
La reificazione procede dalla visione cartesiana, meccanicistica, dell’animale. Per Cartesio (filosofo e matematico
francese, 1596-1650) gli animali sono semplicemente degli
automi, ‘macchine’ che non provano sensazioni e che reagiscono agli stimoli sempre e solamente con riflessi condizionati. Sono res extensa, mera materia contrapposta alla
res cogitans propria dell’uomo, priva di qualsiasi diritto, e
totalmente soggetta al dominio dell’uomo.
L’antropomorfizzazione commette un errore in certo senso
opposto: attribuisce all’animale una percezione psichica e
sensoriale sovrapponibile a quella umana; non riesce a comprendere che le sue finestre sensoriali e le logiche deduttive
che ne derivano sono radicalmente diverse da quelle umane.
È esemplare nella tipizzazione degli animali delle favole, così
spesso utilizzati come rappresentanti di una determinata
qualità o di un particolare difetto (l’astuzia della volpe, il coraggio del leone, la pavidità della pecora, ecc…). Antropomorfizzati sono pure gli animali dei cartoni animati, da Topolino a Tom & Jerry, da Paperino a Snoopy: così spudoratamente ripresi in comportamenti propri del genere umano.
Ma non è certo quello che la volpe intende, quando vuole
“creare dei legami”. Creare dei legami è in realtà un’ardua
93
impresa, significa restituire all’animale la soggettività che
gli è stata sin qui negata.
Vengono allora alla mente le parole di John Bowlby: “Tutti
noi, dalla nascita alla morte, siamo al massimo della felicità quando la nostra vita è organizzata come una serie di
escursioni, lunghe o brevi, dalla base sicura fornita dalle
nostre figure di attaccamento”. Ecco dunque un primo
ruolo che l’animale domestico pare destinato a interpretare quando viene creato un legame autentico: diventare
cioè ‘base sicura’, che ci aiuterà a maturare in individui affidabili, e capaci di prendersi cura di chi ha bisogno di noi.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
– La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio, perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò
un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sottoterra. Il
tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E
poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E
questo è triste! Ma tu hai dei capelli colore dell’oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te.
E amerò il rumore del vento nel grano…
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe.
– Per favore… addomesticami – disse.
94
“Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano…”. Prima della domesticazione, quello con gli
animali è un rapporto indeterminato. La volpe non è ancora la volpe, come abbiamo già avuto modo di notare, ma
solo e semplicemente una volpe: lo stesso vale per l’essere umano: il piccolo principe per la volpe non è ancora l’uomo, ma solamente un uomo.
Il salto qualitativo che consegue alla domesticazione (stringere dei legami in senso zooantropologico) è enorme: la vita, la visione della vita, cambia totalmente, riceve una luce
(è una vera e propria ‘illuminazione’) che prima mancava. I
capelli colore dell’oro del piccolo principe diventano come
un sole che porta luce e calore all’universo che lo circonda:
per la prima volta il colore del grano viene notato, acquisisce un valore che prima non aveva. Alla noia di vivere subentra lo stupore, la meraviglia, l’amore… Scrive Mary
Midgley: “È una particolare capacità, e un privilegio della
nostra specie, quella di non ignorare le altre, ma attrarre,
addomesticare e vivere insieme a una grande varietà di
creature. Nessun altro animale fa qualcosa del genere su
una scala tanto vasta. Dovremmo forse prendere più sul
serio questo talento peculiarmente umano, e cercare di
comprenderlo”.7
– Volentieri, – rispose il piccolo principe – ma non
ho molto tempo. Devo scoprire degli amici, e devo
conoscere molte cose.
7
Mary Midgley, Perché gli animali, pagg. 120-121, Feltrinelli 1985.
95
– Non si conoscono che le cose che si addomesticano – disse la volpe. – Gli uomini non hanno più
tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono
mercanti di amici, gli uomini non hanno più
amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!
– Che bisogna fare? – domandò il piccolo principe.
– Bisogna essere molto pazienti – rispose la volpe.
– In principio tu ti siederai un po’ lontano da me,
così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti
un po’ più vicino…
“Bisogna essere molto pazienti”, risponde la volpe. Ci vuole tempo per stringere dei legami all’insegna della reciprocità, per tessere (‘configurare’) una relazione soddisfacente dal punto di vista zooantropologico. Una relazione non
può essere improvvisata, vissuta all’insegna dell’estemporaneità o semplicemente della buona volontà. I parametri
che la disegnano e consentono una valutazione pertinente
sono secondo Marchesini sostanzialmente quattro: la congruità, la consapevolezza, l’equilibrio e la responsabilità.8
Il primo parametro, la congruità, è basato soprattutto sulla conoscenza dei bisogni e delle caratteristiche etologiche
dell’animale – e, più generalmente, del prossimo – con il
quale ci stiamo confrontando. Il piccolo principe, nel no8
Roberto Marchesini, Pedagogia cinofila - Introduzione all’approccio
cognitivo zooantropologico, Perdisa Ed., Bologna 2007.
96
stro caso, cosa sa effettivamente della volpe? Del suo universo? Dei canali percettivi e delle finestre sensoriali con
i quali si approccia al mondo? Per penetrare nel territorio
altrui con l’intendimento di decifrarlo, il metodo migliore
è soprattutto l’osservazione – certo più l’osservazione,
che il dialogo: anche perché “le parole sono una fonte di
malintesi…”.
Il secondo parametro, la consapevolezza, è un’attribuzione
di valore. So – sono consapevole – che il prossimo, questo
prossimo, precisamente questo animale, non un altro, ha
valore per me. Non è una merce scambiabile, non può essere oggetto di trattativa. È unico, come essere: e dunque
inestimabile.
Il terzo parametro, l’equilibrio, dà stabilità alla relazione.
Una relazione ben configurata non può essere strutturata
su un’unica dimensione: sarebbe una relazione instabile, o
comunque fragile. Un tavolo per essere stabile ha bisogno
di quattro gambe: se sono tre, traballa; se sono due, cade –
se la gamba è una sola, non può neppure essere definito
come tavolo. Analogamente, le relazioni tra viventi per poter durare nel tempo hanno bisogno di essere equilibrate,
e l’equilibrio viene raggiunto sviluppando le diverse, numerose attitudini (‘motivazioni’ in chiave zooantropologica) di
cui le specie animali più evolute sono dotate.
Il quarto e ultimo parametro è la responsabilità. Quando
una relazione può essere considerata ‘responsabile’? Quando vi è una preventiva assunzione dei carichi di lavoro (degli ‘impegni’) che comporta lo stabilire dei legami. E qui il
cerchio si chiude con le parole della volpe: “Bisogna essere molto pazienti…”. Bisogna avvertire la necessità – una
97
necessità che auspicabilmente odora di desiderio – di dedicare il proprio tempo alla costruzione di una relazione
che per avere valore non può che essere complessa. Complessa, ma non complicata: una complessità che racchiude
la sua ricchezza.
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
– Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora –
disse la volpe. – Se tu vieni, per esempio, tutti i
pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia
felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò
ad agitarmi e a inquietarmi; scoprirò il prezzo
della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io
non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci
vogliono i riti.
– Che cos’è un rito? – disse il piccolo principe.
– Anche questa è una cosa da tempo dimenticata
– disse la volpe. – È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora diversa dalle altre
ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio.
Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi
spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero
in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.
Stabilire dei riti nella costruzione di un legame è di fondamentale importanza. Probabilmente non c’è nulla che unisca
maggiormente, dando il senso di appartenenza a un gruppo,
98
come la partecipazione a un rituale. Il rito è, in realtà, una
specie di porta che ci consente di entrare in un mondo precluso agli altri: per costruire dei riti con gli animali domestici, bisogna essere naturalmente propositivi e in grado di realizzare un ponte condiviso e percorribile in entrambe le direzioni. Poiché le parole sono così spesso fonte di malintesi,
per intendersi reciprocamente bisogna conoscere almeno le
più elementari nozioni di prossemica, termine coniato nel
1963 dall’antropologo Edward T. Hall, e che individua la disciplina che studia cosa siano lo spazio personale e sociale,
e come questi vengano percepiti dagli esseri viventi. Per ‘capire’ la prossemica, possiamo provare a immaginare come si
svolge il colloquio tra il piccolo principe e la volpe – indipendentemente dal contenuto delle parole che i due protagonisti si vanno scambiando. La prossemica sta in effetti alla base della comunicazione-non verbale; conoscerne gli elementi, significa sapere qual è la distanza migliore che dobbiamo
interporre tra noi e il prossimo per instaurare un rapporto di
fiducia. Hall distingue una distanza intima da una distanza
personale; una distanza sociale da una distanza pubblica…
Tutti gli animali vivono in una specie di “bolla virtuale”, che
corrisponde al raggio della distanza di sicurezza, quella cioè
che consente di difendersi da un attacco o di poter iniziare
una fuga. Il piccolo principe, per instaurare un dialogo così
fecondo con la volpe, non può che rispettare le regole che la
prossemica suggerisce: non superare, al primo incontro, la
distanza sociale, mantenersi, cioè, ad almeno tre metri; non
tenere lo sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore troppo
a lungo; parlare con un tono di voce basso e costante, appena modulato; evitare gesticolazioni improvvise o inconsulte.
99
Ogni infrazione alle regole della prossemica non può che risultare penalizzante, e ostacolare, inficiandola, la costruzione di un rito basato sulla fiducia reciproca.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E
quando l’ora della partenza fu vicina:
– Ah! – disse la volpe – …piangerò.
– La colpa è tua, – disse il piccolo principe – io
non volevo farti del male, ma tu hai voluto che ti
addomesticassi…
– È vero – disse la volpe.
– Ma piangerai! – disse il piccolo principe. – Ma
allora che ci guadagni?
– Ci guadagno – disse la volpe – il colore del grano.
Poi soggiunse:
– Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti
regalerò un segreto.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Ma allora cosa ci guadagni? – Ci guadagno – disse la volpe
– il colore del grano”.
Si può provare a rivedere l’intera storia della domesticazione – un evento che viene generalmente sottovalutato: responsabile invece dell’avvio della storia della civiltà umana,
e senza il quale non avrebbe avuto luogo la ‘rivoluzione’ del
Neolitico – alla luce della (per certi versi sorprendente) affermazione della volpe. In effetti, se l’uomo ha addomesticato l’animale, non è meno vero il contrario: che l’animale
100
ha addomesticato l’uomo. Con un ‘guadagno’ reciproco, in
un rapporto sostanzialmente simbiotico, paradossalmente
anche nei casi in cui l’aspetto performativo pare dominante. Quale significato dovremmo dare al colore del grano,
la cui scoperta è così determinante, dopo che la volpe – su
sua richiesta, non dietro iniziativa del piccolo principe – è
stata addomesticata?
“Ma piangerai!”, non può fare a meno di sottolineare il piccolo principe, quasi intuendo tutto il dolore animale sottinteso al complesso processo di domesticazione. “Piangerai!”,
esclama il piccolo principe: e dietro questo verbo coniugato al futuro, possiamo intravedere una profezia di cavalli abbattuti sui campi di battaglia, sacrificati in guerre che
avrebbero certo preferito evitare; di grassi vitelli abbattuti
per festeggiare il ritorno di prodighi figlioli; di oche ingrassate a forza; di cuccioli di foca bastonati a sangue, fino alla
morte – e via di seguito, gli esempi purtroppo possono essere infiniti, disseminati lungo i secoli della contraddittoria
storia dell’homo sapiens.
Eppure, tutto ciò non ha importanza: o, meglio, ha la sua
importanza – ma il timore della deviazione non è sufficiente per inficiare, per inibire le molteplici potenzialità che
possono sprigionarsi dal rapporto uomo-animale. La volpe
rimane convinta che il rapporto con l’essere umano possa
risolversi positivamente, e che alla fine quello che conta è
il colore del grano: quel colore dorato che risplende sui
campi al tramonto, nei caldi mesi estivi, come felice esito
di una combinazione d’eventi. La conoscenza del colore del
grano equivale allo sviluppo di quel principio di consapevolezza che sta alla base di ogni relazione.
101
– Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi
non siete ancora niente – disse. – Nessuno vi ha
addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che
una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico e ora per me è unica al mondo.
E le rose erano a disagio.
– Voi siete belle, ma siete vuote – disse ancora. –
Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi assomigli,
ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata con il paravento. Perché su di lei ho ucciso
i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è
lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche
qualche volta tacere. Perché è lei la mia rosa.
E ritornò dalla volpe.
Il piccolo principe si rivolge alle rose: proviamo a immaginare la scena. Un campo sterminato di rose profumate, di
colori diversi; ve ne sono oltre 150 specie, con infiniti ibridi: cespugliose, rampicanti, sarmentose, striscianti – con
fiori a mazzetti, a pannocchia, solitarie. In un certo senso,
la rosa è nel mondo vegetale quello che il cane è nel mondo animale: più di trecento razze, di ogni tipo di taglia, con
mantelli diversi, con diverse attitudini. Il paragone tra il
fiore e l’animale può aiutarci a intendere la frase successiva: “Voi siete belle, ma siete vuote” dice loro il piccolo principe. “Non si può morire per voi”.
102
Questa frase dovrebbe invitarci a riflettere: perché è un dato di fatto che molte volte – troppe volte – la scelta di un
animale domestico, cane o gatto che sia, viene guidata prevalentemente se non esclusivamente da un criterio estetico. Naturalmente, non è la rosa, non è l’animale – a essere
vuoti: vuoti sono piuttosto l’occhio, la mente, il cuore di chi
non si preoccupa di conoscere l’essere in sé, di chi si limita
a soffermarsi sulle forme del mondo vegetale, o di quello
animale, per avventurarsi in un’esperienza dall’esito spesso
catastrofico. “Non si può morire per voi”, osserva sconsolato il piccolo principe. Se non viene attribuito il valore che le
compete, la rosa (l’animale) che abbiamo voluto addomesticare potrà solo essere fonte di delusione: e alla prima immancabile difficoltà, che inevitabilmente si presenta in
qualsiasi processo di crescita e di reciproca conoscenza, la
lasceremo – l’abbandoneremo – al suo destino, attribuendole colpe e limiti che in realtà ci appartengono. Il piccolo
principe sottolinea come un autentico rapporto di domesticazione non può che essere unico, individuale, irripetibile.
– Addio – disse.
– Addio – disse la volpe. – Ecco il mio segreto. È
molto semplice: non si vede bene che con il cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi.
– L’essenziale è invisibile agli occhi – ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
– È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che
ha fatto la tua rosa così importante.
– È il tempo che ho perduto con la mia rosa… –
sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
103
E, riverso sull’erba, pianse.
– Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma
tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa…
– Io sono responsabile della mia rosa… – ripeté il
piccolo principe per ricordarselo.
“Addio”. È giunto il momento del congedo tra la volpe e il
piccolo principe. I congedi sono sempre momenti in cui è
più facile tacere, che parlare: L’emozione non ha voce, ricorda una struggente canzone di Adriano Celentano. Tuttavia la volpe ritiene di dover rompere il silenzio con un
breve messaggio conclusivo, una specie di riassunto spirituale di tutte le parole che si sono scambiati i due protagonisti nei precedenti incontri. “L’essenziale è invisibile agli
occhi”, ammonisce la volpe “l’essenziale è invisibile agli occhi”, ripete subito dopo il piccolo principe, impegnato in
uno sforzo mnemonico. Questo significa che – se siamo interessati a instaurare una relazione consapevole con il
prossimo – dobbiamo sforzarci di aprire veramente gli occhi e guardare al di là dell’apparenza, al di là della forma,
al di là delle differenze, al di là dei nostri contingenti umori, al di là delle nostre egoistiche esigenze, dei limiti imposti da quella comunicazione verbale che in noi ha così palesemente preso il sopravvento a scapito di altre soffocate
potenzialità. “L’essenziale è invisibile agli occhi” significa
che dobbiamo almeno in parte rinunciare alla nostra presunta supremazia da homo sapiens, e vivificare piuttosto
il complesso percorso filologico che ci ha portato in questo
104
luogo e in questo tempo, e che ancora respira e chiede di
essere nutrito, sotto le nostre pelli da così poco nude.
“Ecco da dove deriva la problematicità crescente della
condizione moderna: dal progressivo espandersi del cerchio di compassione morale”9, scrive Ian McEwan; e questa
riflessione – che possiede indubbi connotati zooantropologici – può essere un buon punto d’arrivo al quale ci ha fatto pervenire il dialogo tra la volpe e il piccolo principe, e
che bene si aggancia alle parole di congedo della volpe: “Tu
diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”. Sono parole destinate a rimanere nel cuore, più
che nella mente, del piccolo principe: e dove viene evocato quel principio di responsabilità, che è il quarto e forse
più importante ingrediente di una relazione matura e consapevole – relazione nella quale ogni scambio è reciproco:
noi interveniamo sull’animale, e l’animale interviene su di
noi. Per sempre. Irrevocabilmente.
9
Ian McEwan, Sabato, Einaudi 2005.
105
Parte Seconda
Gli animali per me
sono come
i miei parenti
nuove “Storie naturali”
raccontate dai bambini
Il più delle volte gli adulti
non sono che dei bambini andati a male.
Jules Renard
Gli animali per me sono come i miei parenti,
sono buoni, simpatici
e certe volte non è colpa loro se sono feroci.
Sara Mitrovic
Sono ormai molti anni che vado nelle scuole come veterinario, a parlare di animali con i bambini e gli studenti. Racconto delle mie agrodolci esperienze con il mondo animale, e loro mi raccontano le loro: l’arricchimento risulta sempre reciproco. L’incontro conclusivo con le classi è generalmente la discussione delle storie che hanno scritto e mi
piace premiare le più belle o significative: una scelta che
molte volte si rivela particolarmente difficile.
Quando si parla di animali, l’entusiasmo nella classe è sempre elevato e la partecipazione è massima. Tutti hanno
qualcosa da dire, da raccontare… le storie inventate sono
una minoranza; si preferisce il vissuto. L’elemento biografico è preponderante, con la descrizione delle esperienze
che il mondo animale ha inciso (per sempre?) nella memoria del giovane.
Qui sono raccolte le storie scritte dagli scolari di due classi quinte della scuola elementare “Anita Pittoni” di Trieste
e della quarta elementare della scuola “Dante Alighieri” del
Comune di Duino Aurisina (Trieste).
110
Nella scuola “Anita Pittoni” di Trieste colpisce in particolare l’elevata percentuale di bambini di origine extracomunitaria, quasi il 50%, i cui genitori provengono dalla Serbia,
dall’Albania, dalla Cina; ma anche dal Brasile, dal Marocco,
dal Montenegro, dalla Romania. Li accomuna l’acquisita
padronanza di linguaggio e la passione verso il mondo animale; l’impressione che ho ricavato dagli incontri è di una
felice integrazione scolastica, nella quale gli animali si sono rivelati un eccezionale collante. Sono “Storie naturali”
che hanno ben poco da invidiare a quelle scritte a suo tempo da Jules Renard: la loro genuinità colpisce, e tocca tutte le corde del sentimento.
Dopo aver letto queste storie, noi adulti disincantati ci ritroviamo a essere un po’ più ottimisti di prima verso il futuro e verso questi giovani, che devono crescere e conoscere (conquistare?) il mondo. E una boccata d’ottimismo
è ciò di cui, in questi tempi difficili, abbiamo maggiormente bisogno.
111
Scuola elementare “Anita Pittoni”
CLASSE V A
La sparizione del mio gatto Miki
Da quando sono nata il primo animale che ho visto è stato
Miki, il mio cane.
Io giocavo molto con lui, noi due combinavamo molti disastri. Mi ricordo di quella volta che avevo 3 anni e che Miki
stava rincorrendo una gallina. Allora mia nonna ha incominciato a picchiarlo con un bastone fino fino, e io ho incominciato a dare dei piccoli schiaffi a mia nonna e le ripetevo di smetterla di picchiarlo.
Allora l’ho preso e l’ho portato in camera mia, ho visto che
aveva una zampa che gli sanguinava e ho dovuto curarlo.
Mio nonno mi ha detto che in giardino abbiamo una foglia
che potrà curargli la zampa, allora l’ho presa e gliel’ho messa sulla zampa che sanguinava sopra una fascia.
Ma quando compii 6 anni lui se ne andò. Non si sa se è vivo o morto o se è con un’altra famiglia, ma dovunque lui
sia, io gli vorrò x sempre bene.
Nevena Brankovic
La storia del mio cane Arzel
Tanti anni fa, i miei nonni presero una cagna giovane, un
San Bernardo, dal canile, la chiamarono Lessy. Qualche anno dopo nacquero 8 cuccioli e i miei genitori diedero a tanti parenti 7 cuccioli e a noi restò solo uno. La mia mamma
e il mio papà diedero a questo cane un nome, il suo nome
era Arzel. Quando diventò grande, era molto grosso, lui
112
odiava molto due persone: il fratello della mia bisnonna e
un nostro vicino.
Io ero nata quando lui era molto giovane.
Però qualche anno dopo i miei genitori mi portarono a
Trieste e lui restò in Serbia dai nonni.
Ogni volta quando andavo da lui in Serbia, si sedeva e iniziava a calmarsi e a non abbaiare. Quando mi avvicinavo,
lui si distendeva e io lo accarezzavo un po’.
Dopo tanti anni, io avevo compiuto circa 8-9 anni, lui invecchiò e non si muoveva, mangiava poco… Io, quando
andavo da lui, mi sedevo su un banco vicino a lui e gli
parlavo; avevo la sensazione che riuscisse a capire quello che gli dicevo. Certe volte, quando mi alzavo per andare via lui iniziava ad abbaiare. Quando venivo qua, io
piangevo perché volevo che anche lui venisse via con me.
Nei sogni lo vedevo che rompeva la catena e mi mordeva. Quest’anno, il 7/02/09, alle 11.50 circa di sera, mio
nonno è arrivato dalla Serbia io gli stavo a chiedere come
stava il mio cane, lui mi ha interrotto, dicendomi che era
morto. Io scappai come una furia in bagno per sciacquarmi la faccia.
Questa è la storia del mio cane Arzel.
Maja Zdravkovic
Sam un cagnolino giocherellone
e Tarty e Rosi le mangione
Circa 14 anni fa i miei genitori sono andati in un canile e
hanno preso Sam, il cagnolino di mia sorella Sara, che un
anno dopo è nata. Sara era molto felice di avere un cagno113
lino di circa 14 mesi, lei gli voleva tanto bene che ci giocava dalla mattina alla sera.
Mio papà portava mia mamma, Sara e Sam in porto; mentre Sam si faceva il bagno in acqua, papà, mamma e Sara si
mettevano a pescare.
Quando sono nata io, hanno dovuto dare via Sam, lo abbiamo dato a mia nonna quando aveva circa tre anni, perché io mi mangiavo i suoi peli. Dopo circa cinque anni è
nata Stella la mia sorellina e dopo altri due Gioia la mia
sorellina.
E poi Sara, Gaia, Stella e Gioia le quattro sorelline sono andate a prendere Rosi la nostra prima tartarughina poi visto
che aveva un graffio sull’occhio siamo andati a cambiarla e
abbiamo preso Tarty la seconda tartaruga e adesso sta
nuotando nel suo acquario.
Il pesciolino di Sarah
Circa un mese fa Sarah ha preso un pesciolino che ha chiamato Cometa. Cometa è un pesciolino rosso che però per
pulirlo si sta tanto perché devo farlo da sola!
Lei è molto simpatica perché nuota sempre felice come un
pettirosso che canta.
Gaia Volturno
Il mio cane Sindi
Io ho un cane di nome Sindi ed era stato maltrattato per
due anni. Era in un canile, il mio patrigno era andato nel
canile, ha visto questa cagnolina maltrattata e l’ha portata
114
a casa mia. Ero felicissimo perché era il mio primo cane e
mio padre l’ha chiamato Sindi.
Io lo portavo fuori per fare i suoi bisogni, e dopo due settimane Sindi mi saltava addosso. Qualche volta faceva i bisogni a casa nostra e la mia mamma ha dato Sindi a una sua
amica Andrea. Non vedo l’ora che torni il mio cane Sindi,
così sarò ancora più felice!
Matteo de Palma
Le mie cagnoline e il criceto e lo scoiattolo
Un giorno sono andata dal mio papà e non trovavo più la
mia cagnolina Camilla. Mio papà era triste, mi disse che Camilla era scappata e io ho pianto tanto. Mia mamma, dopo
due giorni, andò a cercare un altro cane e trovò una barboncina di nome Maya di 1 mese e mezzo. Me la coccolavo
tanto, mia madre mi prese anche un criceto che era un
mangione! Mangiava il panino e lui correva e saltava per
prenderlo, ma non riusciva.
Un giorno io, mia mamma, e mio papà stavamo camminando e trovammo uno scoiattolo ferito. Allora mio papà lo
prese, lo portò a casa con lui e lo curò. Dopo lo liberò nel
bosco e lo fece ritornare di nuovo con i suoi amici. Mi piace stare con gli animali e da grande farò la veterinaria.
Carol Zennaro
La mia cagna Azra
Azra è una cagna molto dolce, quando gioco con lei con la
pallina, lei me la riporta, è molto carina. Quando la acca115
rezzo, lei mi salta addosso dopo, quando me ne vado, lei
abbaia, poi io ritorno e lei se ne sta seduta.
Quando ero piccola, lei mi seguiva, era veloce e sapeva già
scendere le scale, anche se era piccola.
Io le davo un po’ di latte e lei lo beveva. Le mie amiche venivano sempre a casa mia per giuocare con lei. Ma poi me ne sono andata dalla Serbia e ora è tanto tempo che non la vedo.
Quando sono tornata in Serbia a Natale e l’ho vista, era già
cresciuta!
Ivana Marinkovic
Il gallo del bosco
C’era una volta un gallo che viveva nella città degli animali,
che andava nelle locande e ubriaco tutti picchiava. Un giorno lo buttarono fuori dalla città. Lui senza acqua né cibo si
trovò in un bosco dove trovò cibo e acqua. Così iniziò anche
a cacciare e si trovò un passatempo e da mangiare. Visse lì
per tanto tempo e si annoiò proprio molto così decise di andare in città ma prima doveva avere qualcosa di importante da scambiare quindi vinse una gara e tornò in città.
Alexandru Mititelu
Il pinguino Rambo
Un giorno, al Polo Sud, una famiglia di pinguini avevano un
figlio e lo avevano chiamato Rambo.
Questo pinguino fin da piccolo aveva tanti muscoli; quando diventò grande il pinguino andò ad esplorare altre terre
e andò a comprarsi un mitra.
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Il pinguino tornò al Polo Sud, era tornato come un militare. Lui voleva che nel suo popolo si rispettasse la legge. Il
suo popolo lo adorava, tutti gli volevano bene. Lui aveva il
compito di far rispettare la legge, lui era il pinguino più importante di tutto il popolo. Rambo entrava in azione solo
quando c’era un pericolo, per esempio quando qualcuno
rapinava una banca. Ogni giorno lui entrava in azione. Lui
restò là a fare il poliziotto, e tutti rispettarono la legge.
Jack Zugna
Una vera amicizia
C’era una volta un cane abbandonato, si sentiva molto triste. Un giorno, passeggiando per la città, vide un gatto, anche lui era stato abbandonato, i due fecero subito amicizia,
si sentivano bene insieme perché erano tutti e due soli.
Chiacchieravano e si aiutavano a vicenda, ma non era sempre così, perché un giorno venne un’auto, era di un canile,
presero il cane e lo portarono via. Il gatto vide la scena, e
seguì l’auto, quando furono arrivati al canile, il gatto era
sfinito. Ma per salvare il suo amico, radunò tutte le forze
nel suo corpo, corse fino alla fine e in una disperata azione
ci riuscì. Il cane gli fu eterno debitore. In quel momento la
loro amicizia era così bella che una signora vedendoli si
commosse, allora la signora decise di prenderli con sé. Fu
così che il cane e il gatto vissero per sempre felici e contenti tra mille coccole e nessuno li abbandonò mai più.
Angelica Jie Zhang
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Cani e gatti
Una volta avevo un cane, che è morto.
Adesso ho 20 pesci, in Serbia ho tanti conigli, tante galline,
maiali, 2 gatti e un cane grande.
C’era una volta un gatto che era re e voleva che i cani diventassero schiavi dei gatti, i cani non lo accettarono.
Così scoppiò la guerra, il cane più intelligente li fermò, così diventarono amici tutti gli animali del mondo, i piccoli e
i grandi.
Mihajlo Djuric
Pesci per due volte
Quando ero più piccolo avevo dei pesci, non mi ricordo
esattamente cosa facevo con loro, ma mi ricordo che sono
morti per una cosa che ha fatto mio padre.
Abbiamo comprato altri pesci, non mi ricordo più chi dava
loro da mangiare, ma forse io, li guardavo sempre, ogni
giorno, perché mi piacevano tanto gli animali.
Una volta in casa era entrata una mosca molto fastidiosa,
mio padre prese lo sprai per ammazzare le mosche; la mosca andò sopra l’acquario, mio padre spruzzò lo sprai, lo
sprai cadde nell’acquario, i pesci morirono, e io mi arrabbiai molto con mio padre.
Hasan Nderjaku
Il leone
Tanti anni fa, nella Giungla Nera
c’era un leone che odiava la guerra.
Il leone era fifone
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aveva paura perfino del tritone,
quando vedeva gli scarafaggi
erano scintille e raggi.
Però era intelligente,
faceva i calcoli a mente.
I leoni questa caratteristica non apprezzarono
così in viaggio lo mandarono,
l’animale da vagabondo
girò tutto il mondo.
Finché non trovò un posto…
Proprio tosto.
Là lo apprezzarono molto
e fu con le braccia aperte accolto.
Davanti alla guerra lui non tace,
così vinse il premio Nobel per la pace.
Ritrovò il coraggio
e non aveva più paura di nessun scarafaggio.
Anzi se ne trovava uno vicino
se lo sbranava come un pulcino.
Questa è la storia di un leone
che prima era fifone,
che però poi divenne coraggioso
e per la pace un guerriero valoroso.
Lazar Jovanovic
Perla, una cagna amichevole
Perla è una cagna che aveva mio zio Marco che si sente solo.
Quando andavo a casa sua, a Trento, Perla mi arrivava
sempre incontro e mi abbaiava.
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Perla tuttora mi manca, e mio zio, se glielo ricordiamo, si
mette a piangere, poveretto.
Anche se io non ho mai avuto un animale, mi manca moltissimo, perché giocavo con lei, correvo con lei, ci seguiva per
il bosco innevato o d’estate, ci seguiva anche in bicicletta.
Mio zio in carrozzella non è più felice come era una volta,
però quando siamo tutti a festeggiare il suo compleanno,
lui è contento perché si sente amato.
Lei l’ultimo anno che l’ho vista era triste, gli occhi bassi,
la coda alta, zoppicava perché in passato era stata investita e si era ferita la zampa sinistra, quindi zoppicava.
Era molto stanca quella settimana, raramente ci seguiva,
la cosa che faceva di più era mangiare e dormire. Un giorno siamo andati con la bici al fiume a farci il bagno, insieme a mio cugino Michele e alle mie sorelle Emilia e Ilaria,
ci ha seguito anche Perla, messa in un cestino sul portapacchi.
Ilaria, che ha 12 anni, si era accorta che aveva messo Perla nel suo cestino per i funghi, perché la nonna ci aveva
detto di andare a prendere i funghi per i boschi.
Perla è morta il giorno del mio compleanno, cioè il 23 settembre, quando ho compiuto 10 anni, lasciò noi a 17 anni.
La ricorderò per sempre, la mia amicona!
Mario Busetto
Un bassotto ritrovato
Mi chiamo Giancarlo, mi trovavo in strada, ho visto un bassotto e io lo volevo. Subito sono andato a casa mia per chiedere a mia mamma se potevo prendere un cane. Il giorno
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dopo mia mamma ci pensò e mi disse che non potevo prenderlo, perché lascia i peli per la casa e fa la pipì.
Io lo volevo lo volevo a tutti i costi!
Un certo punto sentii bussare alla porta, era il bassotto e io
ero sbalordito.
Dopo due minuti mia mamma lo vide e chiuse in faccia al
bassotto la porta.
Io dissi a mia mamma tutto triste: “Io volevo quel cane, io
sono distrutto, sono distrutto, vado in camera”.
Il giorno dopo mi svegliai e in soggiorno vidi il bassotto, lo
presi in braccio e lo chiamai Babo.
Ero contentissimo! Poi sono andato a scuola.
Tornato a casa, Babo non lo vidi più ed ero triste, lo andai
a cercare per tutta la settimana e non lo vidi, però lo vidi
nel canile, perché si era innamorato di una cagna. Allora li
portai a casa e mia mamma era contenta, perché avevo fatto fidanzare Babo.
Giancarlo Napolano
Il cane geloso
Fino a 11 anni avevo solo una cagna di nome Geni. Geni era
una cagna stupenda, bellissima, insieme giocavamo tantissimo, lei mi voleva tanto bene e anche io a lei.
Poi un bel giorno arrivò un altro cane, lui era un maschio, però era molto più piccolo, anche lui era molto bello. Prima stava da solo, ma dopo qualche ora si abituò a noi. L’indomani
prendemmo un gatto maschio, anche lui molto bello e piccolo.
Io giocavo con Geni ma anche con loro e lei si sentiva trascurata e gelosa.
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Un giorno stavo giocando, andai vicino a Geni e per sbaglio
sbattei la gamba per terra. Lei, pensando che volessi colpirla, mi morsicò il piede. Niente di grave, ma quel giorno
capii che avevo perso un’amica.
Io mi sentivo molto triste, ma dopo qualche giorno andai da
Geni per accarezzarla, allora lei capì che volevo bene a lei
quanto gliene volevo al gatto e al cane piccoli. Allora non
feci più lo sbaglio di giocare solo con i piccoli, ma giocavamo tutti e quattro insieme. Allora capii subito che avevo ritrovato la mia amica Geni.
Storia vera.
Beneto Abazi
I miei conigli e l’uccellino
Tanto tempo fa, quando ero piccola, ho avuto la mia prima
coniglia.
Era tutta bianca con delle macchioline nere e l’avevamo
chiamata Tipete. Siccome io ero piccola e non riuscivo a dire quel nome, ma dicevo Petè, allora l’abbiamo chiamata
così. Io ci giocavo tanto con lei, era talmente buona, che si
lasciava prendere in braccio da tutti. Ma quando aveva cinque anni, è morta di vecchiaia.
Prima che morisse Petè, trovammo un uccellino piccolo,
che era caduto dall’albero o che si era perso. Allora noi lo
curammo alla zampetta. L’avevamo solamente da cinque
giorni, quando è volato via dalla finestra con i suoi amichetti, è come che ci avesse salutato con la sua zampetta quando era volato via.
Quando è morta Petè, avevamo trovato una coniglietta
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molto carina, che intorno alla testolina aveva come una criniera. Qualcuno ci suonò alla porta e la trovammo dentro a
una nuova gabbietta con una casetta. C’erano anche le cose da mangiare, le cose per pulire la gabbietta, una specie
di sabbia per la gabbietta…
Era molto piccola, l’avevamo chiamata Perla e avevamo
scoperto chi aveva comprato la coniglietta. La coniglietta e
tutte le altre cose le aveva comprate il mio papà. Quando
l’avevamo vista, per la felicità, io e mia mamma stavamo
quasi per piangere.
Non mi ricordavo tanto com’era, perché è morta di malattia quando aveva cinque mesi. Dopo un po’, quando sono
tornata da scuola, ero in terra, ho trovato un’altra coniglietta grigia e un poco nera e l’abbiamo chiamata Toppa. È
molto curiosa, ha compiuto tre anni il venti febbraio di
quest’anno, ha anche molta paura e mangia un po’ troppo.
Ecco la storia dei miei coniglietti!
Sono molto felice di avere Toppa!
Linda Ordinanovich
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Scuola elementare “Anita Pittoni”
CLASSE V B
Il cane-gatto Mary
Mi chiamo Davide e ho una gatta strana di nome Mary. Ha
quattro anni, l’abbiamo presa da mia cugina Serenella, in
campagna.
È tigrata, dai colori sfumati dal nero al nocciola, con
striature ben definite sul muso e sulle zampe anteriori,
con una macchia bianca sul petto e su tre zampe ad eccezione di una che è tutta tigrata. Il suo pelo è lungo,
particolarmente durante l’inverno; quando sta seduta
non si vedono le zampe posteriori. Ha una coda folta e
morbida, mentre cammina la tiene “come un punto di domanda”.
I suoi occhi sono verdi, sempre attenti, non le sfugge neanche un moscerino.
La prima volta che l’abbiamo portata dal veterinario, quando è arrivato il momento di tagliarle le unghie, graffiava
molto, si arrabbiò tantissimo e graffiò la veterinaria. Ed era
impossibile continuare, così la veterinaria ci disse che ci
dovevamo tenere la belva con le unghie.
Adesso Mary quando gioca non tira fuori le unghie, è diventata ubbidiente, però quando si stanca dà dei piccoli
morsi di avvertimento.
Mangia di tutto, se le daresti il cioccolato, lei lo mangerebbe.
Il cibo è la sua ossessione, appena apriamo il cassetto dove ci sono i croccantini, lei viene correndo come un fulmine. Una volta abbiamo preso le pannocchie, e l’abbiamo filmata mentre le mangiava.
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Un giorno, con la zampa prese un pezzo di pane dal tavolo
e ci giocò in bagno e fece canestro nel water.
Alla sera Mary va a dormire solamente quando noi bambini andiamo a letto.
Il suo gioco preferito è dare la caccia ai pesci dell’acquario.
Quando io e mia sorella bisticciamo, lei viene lì e ci soffia,
come se volesse metterci in riga.
Quando vuole giocare con la mamma, prende la pallina in
bocca e gliela porta come un cane.
La mamma si occupa di Mary ma a volte gli do anch’io la
pappa.
Io voglio bene a Mary ma lei sta sempre in guardia con me.
Quando sarò grande vorrei un Aschi o un Pastore Tedesco.
Davide Cettina
Il gatto Rocky giocherellone e birichino
Sono una ragazzina di dieci anni e mi chiamo Ketty e mi
piacciono molto gli animali. Quando ero piccola la mamma
ha ricevuto in regalo un piccolo gatto e gli abbiamo dato il
nome di Rocky. L’abbiamo tenuto per poco tempo aveva 22
anni poi la mamma dopo un po’ l’abbiamo dato via.
Il mio era un gatto persiano di colore grigio e bianco, aveva il carattere buono e giocherellone, e graffiava con le unghie su un palo di legno. La mamma si occupava di lui: lo
lavava, gli dava da mangiare, gli puliva la cassetta. Purtroppo la mamma ha dovuto darlo via prima che io ci potessi
giocare.
Abbiamo vinto al Luna Park dei pesci rossi, ogni giorno
gli puliva l’acqua, gli dava da mangiare: si chiamavano
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Cip e Ciop. L’aspetto fisico era magro, nuotavano nella
vaschetta.
A me dava tanta gioia e felicità.
Mia zia ha due cani e quando vado da lei li coccolo e gioco
con loro. Il maschio si chiama Stic e la femmina Lilo.
I loro bisogni li fanno in giardino, li hanno comprati fuori
Trieste. Le pappe li danno a tutti e due, i cani sono uno sul
giallino marroncino e l’altra marrone scuro.
Io con i cani di mia zia provo felicità e gioia.
Io da grande vorrei avere un cane.
Ketty Rigo
Due gatte adorabili
Sono Enrico, un ragazzino che adora gli animali.
Da piccolo ho avuto un pesciolino rosso, ma di lui non mi
ricordo niente. A sei anni ho avuto due pesci, uno si chiamava Arlecchino e l’altro Pagliaccio. Poi Arlecchino è morto, ma non si sa come. Allora io ho pianto così tanto, che i
miei nonni mi dissero di andare con loro a cercare un nuovo pesciolino.
Dopo tanto tempo trovarono il negozio e comprammo il pesciolino. Io lo chiamai Cleo, ma dopo qualche giorno Pagliaccio morì.
Invece Cleo era un pesce con la forza di volontà di vincere
e visse un anno.
Poi andammo all’Enpa e lì trovammo Zarina. Zarina è una
gattina affettuosa e docile. I momenti più belli passati insieme a lei sono stati quando io avevo la febbre: lei si accucciava vicino a me per darmi forza.
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Dopo qualche anno è arrivata Isidora, un blu di Prussia molto vivace e birichina. Un giorno tornando a casa con mia nonna abbiamo visto delle zampine che spuntavano fuori dalla
sedia. I momenti più belli passati insieme a lei sono quando
gioco con lei. Lei mi dà un sacco di gioia, ma anche Zarina.
Enrico de Carli
Il gatto Colombo e i 2 pesci Gigetto e Trilli
Io sono un amante di animali come gatti e pesciolini.
A Cordenons mia zia ha un gatto di nome Colombo, ha il pelo
folto, non si sa quanti anni ha perché lo hanno trovato per strada. La zia gli dà da mangiare cose da gatti, gli fa il bagno, lo zio
lo va ad accompagnare a fare la pipì e la popò nel suo giardinetto, che poi raccoglie e la butta nelle immondizie. A me piace Colombo perché è un giocherellone ed è molto coccolo.
In Olanda a Volen Kof mio cugino ha 2 pesci di nome Gigetto e Trilli, abbiamo chiamato Gigetto così perché io lo volevo
chiamare Etto e mio fratello Gigi e così li abbiamo messi insieme e lo abbiamo chiamato Gigetto, facendo senza baruffa.
Certe volte io e mio cugino gli davamo da mangiare.
Per questo mi piacciono molto i pesciolini e i gatti.
Da grande vorrei avere un gatto e un pesce.
Awes Faghi Elmi
Il criceto
Mi ricordo quando avevo il mio primo animale, il criceto.
Era in un negozio con i suoi fratelli, era il più agitato, saltava sulla gabbietta come un pazzo.
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È grigetto con le zampe bianche, le orecchie piccolissime e
il musetto rosa piccolino.
Giocava con me, ad esempio gli mettevo un giocattolo e lo
buttava giù.
I guai che fa sono di nascondersi sotto il letto e di notte
esce mettendoti i piedi sulla faccia.
Mangia semini e poca insalata, il bagno lo fa da solo “leccandosi”.
Per lui provo amicizia e felicità, perché è un animale molto “intelligente, furbo, e soprattutto veloce”.
Milos Maras
I pesci e il cane
Caro Alessandro e cara Giulia, oggi vi racconterò dei miei
19 pesci e del cane di mia zia.
I miei 19 pesci vivono in Serbia in un grande acquario con
in mezzo un castello.
Ho 5 pesci rossi e piccoli, 2 grigi, 8 neri con strisce bianche
e pinne molto grandi, e 4 neri.
Il cibo lo dà sempre mia nonna quando io non ci sono.
Tanti pesci sono morti normalmente, ma certi stranamente: si sono infilati nel tubetto dove si cambia l’ossigeno, 1
è stato mangiato da un altro e 4 si sono incastrati nel castello.
Io però con questi pesci non faccio niente, per fortuna ho
il cane di mia zia che è un Golden Retriever. Si chiama
Amor ed è un cane affettuosissimo e certe volte pasticcione.
I peggiori disastri che ha fatto sono questi: fare buche do128
ve ci sono i fiori e anche nelle aiuole, vuotare il sacchetto
dell’immondizia, sporcarsi nel fango e poi entrare in casa.
Un giorno la zia mi aveva chiesto se volevo dormire da lei
e anche il cane e io ho accettato.
Quella notte sono andata a dormire da lei e quando mi sono svegliata per andare a fare colazione ho visto il cane che
dormiva a pancia in su. Uscita dalla stanza per andare in
cucina, dopo 5 minuti ho sentito dei passi, sono andata a
vedere cos’era e ho visto il cane che si era svegliato.
Visto che mia cugina Anastasia era subito attaccata alla casa di mia zia le ho chiesto se voleva venire a fare una passeggiata con me e il cane e lei era contentissima. Siamo andati al parco e abbiamo giocato con la palla, tornate a casa
il cane era tutto sporco e toccava proprio l’ora del bagnetto, ma il cane non era tanto felice perché lui odiava fare il
bagno. È stata una fatica terribile e il cane schizzava ogni
secondo me e Anastasia mia cugina; alla fine tutte eravamo
bagnate.
Il giorno più triste che ho trascorso con lui è stato quando
ha ricevuto un’infezione nelle zampe per colpa delle pulci,
non potevamo accarezzarlo per 3 settimane, per fortuna gli
è passato tutto.
Gli animali per me sono come i miei parenti, sono buoni,
simpatici e certe volte non è colpa loro se sono feroci.
Sara Mitrovic
Storie di animali
Io sono Katarina, ho dieci anni e mi piacciono molto gli animali, soprattutto i cani e i gatti.
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Sono fortunata ad avere in Serbia una casa grande con un
grandissimo giardino dove posso giocare con gli animali.
Un giorno in Serbia mia sorella mentre stava aiutando la
nonna a dare da bere ai maiali, ha visto sopra la casa, nella
soffitta, sei piccoli occhi illuminati. Lei chiamò la mamma e
me per andare a vedere che cosa fossero. Quando mia
mamma è salita ha visto che erano dei piccoli gattini. Mia
sorella e io eravamo molto contente e siamo salite anche noi
a vederli e a coccolarli. La mamma gatta non c’era e quindi
pensavamo di prenderci noi cura di loro. Abbiamo deciso i
nomi: Stella, Flora e Laza. Abbiamo provato a dar loro il latte, ma erano troppo piccoli, e all’inizio non lo gradivano ma
dopo si sono abituati. Dopo qualche giorno Stella è scomparsa, e noi eravamo molto tristi. Poi purtroppo è morta
Flora. Per fortuna Laza è riuscita a sopravvivere. Visto che
noi eravamo molto tristi per queste perdite i miei genitori ci
hanno portato da una signora che aveva tanti gatti. Lei ci ha
regalato tre gattini, due tigrati e uno giallo. Noi abbiamo
passato tutta l’estate a coccolarli e prenderci cura di loro.
Adesso ci sono rimasti solo due gatti, uno tigrato a cui piace giocare e uno giallo a cui piace tanto dormire.
Adesso vi parlerò dei miei cani. Il primo cane me l’hanno
dato dei parenti e si chiama Sima. È un maschio, è un cane da caccia, ha il pelo bianco e rosso e non è molto grande. Gli piace tanto giocare con mia sorella e me. Il suo unico difetto è che odia tanto i gatti.
Dopo abbiamo deciso di prendere altri due cagnolini, erano dalmata ed erano molto carini. Il mio da piccolo si è ammalato ed è morto ma quello di mia sorella è sopravvissuto. Già da piccolo era molto vivace ma quando è cresciuto
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è diventato scatenatissimo. Rompeva tutto quello che trovava in giro, ma quello che preferiva di più erano le scarpe.
A mia sorella e a me sembrava molto divertente, ma ai miei
genitori no. Così hanno deciso di regalarlo alla nostra cugina e di prendere un altro cane che abbiamo a casa ancora
oggi. Si chiama Meda. Quando lo abbiamo comprato sembrava una piccola palla di pelo e invece adesso è diventato
grande e grosso che non possiamo quasi più giocare con
lui, ma lo adoriamo lo stesso.
Qui a Trieste invece ho venti pesciolini. Alcuni sono nati da
poco e per questo devono stare nella piccola rete per i pesciolini piccoli perché sennò i pesci grandi li mangerebbero. Io gli dò da mangiare tutte le sere e mi piace guardarli
nuotare. Da grande mi piacerebbe avere due gatti e un cane per avere compagnia e giocare con loro.
Katarina Simic
La mia supercagnolina
La mia supercagnolina si chiama Tina, e ce l’ho ormai da
cinque anni. È abbastanza piccola, magra, nera, con gli occhi brillanti e le orecchie, il muso e metà delle zampe arancioni. L’ha trovata mio nonno quando aveva appena aperto
gli occhi, l’ha curata e fatta crescere.
Fin da piccola era giocherellona, non solo con me ma anche con le altre persone, come mio zio, anche se non lo conosce molto bene. Le piace cacciare i topi, che io e mio
nonno troviamo nella stalla e negli angoli della casa di mio
nonno. E quando ne cattura uno, lo porta come premio a
mio nonno, perché in cambio ha un osso.
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La mia cagnolina Tina vive nella stalla, e dorme sul fieno
giallo, perché le piace stare al caldo; nella stalla ci sono due
mucche, con cui Tina va d’accordo e gioca. Quando io voglio vestirla, con i vestiti tagliati e rotti, lei scappa perché
non le piace proprio. La mia cagnolina litiga con i maiali,
perché dove i maiali dovrebbero bere, lei fa il bagno, solo
d’estate perché le altre stagioni fa freddo.
Quando Tina deve fare i bisogni, apre la porta della stalla e
va a farli nelle spazzature.
Una notte, quando sono uscito a fare i servizi fuori di casa,
perché gli altri erano occupati, mi ha spaventato con la sua
ombra. La sua pappa preferita sono le ossa, che le diamo
quando mangiamo la carne, cioè quasi ogni giorno. Lei
prende sempre l’osso, che nasconde o mangia. Quando io e
mio nonno andiamo a coltivare i campi, lei ci segue, e torna a casa più tardi. Sono contento di avere una cagnolina
così, e non vorrei cambiarla.
Boban Jankovis
Chicco il mio cane birichino
Io sono una ragazzina di 10 anni, mi chiamo Sihem e sono
contenta di aver avuto degli animali. Due cani e un criceto
ed erano bellissimi.
Il mio primo cane era un po’ vecchiotto, aveva diciannove
anni e si chiamava Chicco. Era basso, aveva il pelo lungo ed
il colore era marrone chiaro e scuro. Il suo carattere era un
po’ “birichino” e aveva l’abitudine di andare in giro nei prati di altre persone. Ogni volta che veniva a casa era sempre
sporco pieno di foglie e chissà cos’altro. Ogni sera abbaia132
va ai gatti di una casa vecchia e abbandonata. Chi si occupava di lui era la nonna; gli dava la pappa, biscotti, crocchette, ossa di pollo avanzate. Era curioso e giocava quasi
sempre con me.
Io provavo e provo ancora serenità e gioia quando parlo di
lui e mi viene da piangere, perché la mamma invece di dirmi che era morto, mi diceva che l’aveva portato nella casa
di un suo amico dove aveva altri cani.
Io vorrei che mia mamma mi comprasse un altro cane, ma
mi dice sempre di no, solo perché non abbiamo una casa
tutta nostra con un giardino, perché gli animali soffrono
stando chiusi. Loro hanno bisogno di spazio per correre e
stare all’aria aperta e comunque dice che si soffre troppo
quando muoiono.
Però a me piacciono gli animali e quando sarò adulta spero di comprarmene uno qualsiasi, basta che mi colpisca il
cuore. Lo chiamerò Chicco come il mio primo cane e mi
prenderò cura di lui.
Sihem Bizai
Mambo
Io sono Alessandro e come tutti i bambini amo molto gli
animali, soprattutto i pesci e i cani di razza Rottweiler.
Due anni fa mia zia e la mamma hanno comprato un pesciolino rosso. Io l’ho chiamato Mambo. Era un pesce lungo 3 cm. E aveva un caratterino dispettoso. Prima lo teneva mia zia ma siccome lei andava spesso fuori Italia, abbiamo deciso di prenderlo a casa mia e di occuparci di lui.
La mamma si prendeva cura di lui; cambiava l’acqua e gli
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dava da mangiare. A me e a mio fratello ci dava molta gioia. Purtroppo, un giorno, quando ci siamo svegliati la mamma ci ha detto che non c’era più e che era morto. A me è
dispiaciuto molto.
Come ho detto a me piacciono molto anche i cani. Una mia
zia a Treviso ha un cane che si chiama Rocky. È di taglia
piccola ed è un cane molto vivace. Quando vado a Treviso
gioco molto con lui. Quando ero piccolo giocavo con il cane di mio cugino che si chiamava Tommy, ma non mi ricordo niente di lui.
Così io sono uno che ama gli animali e quando sarò grande
e avrò una casa grande voglio avere un cane e prendermi
cura di lui perché il cane è il miglior amico dell’uomo.
Alessandro Hoxha
I miei tre cani vivi e morti
Io sono un ragazzino di nome Nikola e amo tantissimo gli
animali, soprattutto i cani. Adesso vi racconterò la mia
esperienza.
Il primo cane aveva il pelo nero e non mangiava niente,
ma mordeva le cose per affilare i denti. Questo cane non
mi stava tanto simpatico però mi dispiaceva anche che
non mangiasse. Una notte scappò da casa. Di mattina
quando mio bisnonno era andato a prendere la posta, ha
visto Rocky investito da una macchina. Quando ho saputo questa brutta notizia mi sono commosso e mi dispiaceva tanto.
Il mio secondo cane si chiamava Rock, era un cane molto
robusto, adatto per la caccia. Quando io e la mia famiglia fi134
nivamo di pranzare, la maggioranza del cibo la davamo a lui
perché gli piaceva tutto quello che noi gli davamo. Ma un
giorno, visto che gli abbiamo dato troppo da mangiare ed
era diventato robusto e forte, ha spezzato la catena ed ha
scavalcato il cancello ed è passato tra le sbarre.
Oltre a questi 2 cani avevo un acquario con due pesciolini
rossi. Siccome io dovevo andare per due settimane via per
le vacanze assieme a mio papà, sono andato a comprare il
cibo per i pesci. Dopo aver messo il cibo siamo partiti.
Quando siamo tornati i pesci erano morti. Io e mia sorella
eravamo molto sorpresi e dispiaciuti. Questa era la mia
brutta esperienza con gli animali, e adesso vi racconterò
quella bella.
Il mio cane di nome Bozz è piccolo ed è molto carino e simpatico, giocherellone e mangione. Ogni volta che mi sveglio
di mattina mi vesto e vado subito da lui a vedere come sta
e come va. Il mio secondo cane si chiama Rocky ed ha il pelo giallino, mangia abbastanza e vuole giocare sempre con
me ed è simpatico. Il mio terzo cane è il mio preferito perché è di razza pastore-tedesco. È bellissimo, mangia tutto
in un secondo ed è molto robusto e veloce.
Io da grande vorrei avere un Husky e un pastore-tedesco perché mi piacciono il pelo e anche l’espressione del musetto.
Nikola Simic
La storia dei miei tre criceti
Io ho avuto tre criceti e il terzo è ancora vivo.
Il primo l’abbiamo comprato da Natura Viva. Si chiamava Sanicher. Durante il giorno non faceva niente, ma riusciva a fa135
re una cosa che mi stupiva sempre. Dato che la gabbia era
sbarrata, si arrampicava e io lo chiamavo “il criceto-ragno”.
Era marroncino, di lui si occupava mia madre e un po’ mia
sorella. Quando lo vedevo ero molto felice. Quando eravamo
via veniva accudito dai nostri amici. Purtroppo è morto un
anno fa a otto mesi perché non riusciva più a fare la cacca.
Poi ho avuto Tina, l’abbiamo comprata anche lei da Natura
Viva. Era grigetta e molto aggressiva e non si faceva prendere in mano da nessuno, era molto attiva. Di lei se ne occupava mia madre, quando vedevo Tina mi faceva molta
pena rinchiusa nella gabbia. Una volta mia madre ha provato a prenderla e allora Tina si agitava e le ha fatto la pipì
in mano. Quando andavamo via la accudiva il negozio Natura Viva. È morta a due anni, di vecchiaia.
Adesso ho Tigi-Pigi, ce l’hanno dato degli amici, è molto
“scatenato/a”. Ha il pelo grigetto, non capiamo se è maschio o femmina. Di lei o lui ci occupiamo tutti, tranne papà perché non riesce a toccare le cose che tocca il criceto.
Quando lo vedo sono un po’ in pensiero perché la bacinella
con l’acqua la rovescia e allora rimane senza poter bere. Abbiamo provato con il beverino, solo che aveva la ventosa e lui
se la mangiava, allora siamo tornati a usare la bacinella.
Tigi-Pigi è riuscito ad uscire due volte dalla gabbia, perché
aveva una parte della gabbietta rotta e l’abbiamo dovuta riparare con lo schoc. Quando siamo via, di lui si occupano
degli amici. Per fortuna è ancora vivo e ci darà ancora tante sorprese.
Da grande vorrei avere un cane boxer come aveva mia madre.
Fabio Sebastiani
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I miei animali
Mi chiamo Filippo, amo molto gli animali. Fino a oggi ho
avuto in tutto quattro animali.
Il primo è stato un coniglio che mangiava sempre tutti i fili
della corrente e tutte le cose che gli capitavano sotto il naso.
Il secondo animale è stato un pesce rosso di nome Frack,
che avevo vinto al luna park. Mi ricordo quando lo portammo a casa, ero molto felice. Era rosso e bianco, abbastanza lungo, e quando arrivavo in cameretta veniva
sempre a pelo d’acqua e io lo accarezzavo. Il cibo glielo
davo io, ma mia mamma gli cambiava l’acqua. Purtroppo
è morto di vecchiaia.
Il terzo animale era Gigi, il mio criceto nano. Siamo andati
a prenderlo a casa di un’amica di Giovanna. Era bianco e
grigio e ogni sera correva tantissimo sulla ruota, facendo
un rumore pazzesco. Quando eri triste riusciva a tirarti su
il morale. Purtroppo è morto dopo soli 2 anni.
Per il compleanno dei miei dieci anni, i compagni di classe
mi hanno regalato un criceto di nome Poch, che fra poco
compirà un anno. È tutto bianco e una sua caratteristica è
che mangia seduto con la pancia per aria. Come Gigi, essendo animali notturni, corre sulla ruota.
Io sono un amante degli animali, e da grande mi piacerebbe avere un boa.
Filippo de Palma
Mi piacciono gli animali
A tre anni, ho avuto un pesce piccolo, ma dopo qualche
mese mi era morto.
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I miei secondi animali erano due teneri conigli grigi, papà
toglieva sempre i bisogni, metteva il cibo e l’acqua.
Ogni giorno li salutavo dopo scuola, perché dovevo aiutare
mio papà al negozio.
Dopo, quando erano cresciuti, li lasciammo in un bosco dove non si poteva cacciare.
Il mio terzo animale è stato un gatto di nome Stellina.
Era entrato dalla porta per andare al cortile, al negozio di
Lignano, perché cercava cibo.
Dopo aver mangiato, Stellina “il gatto” era andato nel letto
dove dormiva mio papà.
Mio papà portò subito Stellina a Trieste. Le facemmo la
doccia ogni mese.
Certe volte mettevo io il cibo perché i miei erano impegnati.
Quando è finita la scuola sono andato a Lignano a lavorare.
Alla fine d’estate il gatto ritrovò il padrone.
Ah, quasi mi dimenticavo, prima del coniglio avevo un pesce di colore arcobaleno, un pesce di colore giallastro, due
pesci di colore grigio e un pesce cattivo. Ogni pomeriggio
mia mamma e mio papà mettevano il cibo nell’acquario.
Le cose che mi fanno ridere sono: il mio papà che mette il
pesce cattivo nella bottiglia; un’altra, mia mamma che sposta la cassetta dei bisogni in bagno e il gatto che fa i bisogni per terra.
Da grande voglio avere un criceto.
Marco Zheng
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I miei animali defunti
Caro dottor Paronuzzi, ti racconterò la storia dei miei animali.
A 1 anno mio padre andò a comprare un uccellino che
chiamò Pippo e quattro pesciolini rossi. Anche se ero piccola provavo dei piccoli sentimenti per i miei animali.
Crescendo i miei due pesciolini Tappo e Tappa litigavano
“coda a coda”, alla fine Tappo voleva Tappa, ma lei non lo
voleva, allora stavano lontani. Il giorno dopo mi sono svegliata e li ho trovati vicini ma morti. Ho pensato che almeno “da morti” hanno sentito il bisogno di stare insieme.
Pippo avendo tanti anni gli piaceva fare il bagnetto d’estate. Un brutto giorno però ha avuto un collasso ed è morto.
Tornata dalla scuola sono andata a vedere Pippo. Vidi mia
mamma portare Pippo dalla mia vicina per fargli un funerale con una scatola di caramelle e una crocetta. Gli ha fatto anche la lapide scrivendo: Qui giace il corpo di Pippo. Io
diventai molto triste.
Facendo un giro con mio padre trovai un uccellino arancione. Lo presi in una scatola. Girai per i bar per vedere se
qualcuno fosse il proprietario e infatti era di una signora
che disse: Questa è l’unica cosa che mi rimane di mio marito.
Volendo un altro animale mia zia mi regalò un uccellino,
mentre mio papà a Natale mi regalò una cricetina che chiamai Nina. Ma non era finita: mi arrivò un altro regalo meraviglioso, un uccellino. Ogni mattina cantava e non occorreva nemmeno mettere la sveglia, mentre Nina lanciava le
cacchette per tutta la casa e io dovevo correrle dietro, ma
dopo due giorni smise. All’inizio mia mamma non la voleva
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ma con il tempo si abituò. La gabbia la cambiavo io e mia
mamma. Passando il tempo prese il raffreddore e morì. Mi
ricordo, quella notte è stata un inferno, piangevo come una
fontana. Mentre l’uccellino era rimasto solo senza nessuno:
quindi mia mamma per la disperazione fece la tomba per il
mio criceto. Dopo un po’ diede via anche l’uccellino, perché era sconvolta per tutti gli animali che ci erano morti.
Ora aspetto di avere un altro animale perché sono una appassionata degli animali.
Giada Lakoseljac
Io e la mia macchia di peli (Ashley)
Io sono Alexia, ho 10 anni e sono una ragazzina che ama
tutti gli animali ma soprattutto i cani e i gatti.
Un giorno di novembre, tornando a casa da scuola ho sentito dei miagolii provenire da un cassonetto della spazzatura,
mi sono avvicinata per vedere cos’era, ho alzato il coperchio,
e ho visto un gattino tutto nero con delle macchie bianche
in una scatola che miagolava impaurito. Era tutto sporco e si
sentiva un odore tremendo provenire da una ferita sul collo,
era così debole che non riusciva neanche a muoversi, aveva
due occhietti tristi e spaventati. In quell’istante chiesi a mia
mamma di prenderla perché in quelle condizioni penso che
sarebbe morta, la mamma disse sì, si tolse la sciarpa e l’avvolse delicatamente, la portammo dal veterinario.
In sala d’attesa c’erano molte persone che avevano vari tipi
di animali, alcune ci chiesero che cosa avevamo avvolto nella sciarpa, perché si sentiva un cattivo odore, io risposi che
era una gattina che avevamo trovato nel cassonetto della
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spazzatura, poi siamo entrati dentro, il veterinario l’ha visitata e ha visto che il cattivo odore proveniva dal morso che
aveva sul collo, la ferita si era infettata perché era molto
profonda. L’ha tosata, le ha medicato la ferita e l’ha pulita
con un liquido, le ha somministrato degli antibiotici e il veterinario ha detto a mia mamma che per una settimana non
potevamo toccarla; il veterinario ha fatto anche una battuta che a me ha fatto arrabbiare, ha detto che perdevamo
tempo con una gatta che aveva poche possibilità di sopravvivere. Io e mia mamma per due settimane le abbiamo medicato la ferita e dato gli antibiotici.
Adesso è passato un anno e mezzo, è diventata una bella
gatta grande, tutta pelosa, e vive felicemente con noi, all’inizio è stato difficile perché aveva paura di tutti, ma
adesso ha preso fiducia di noi, vuole sempre stare in braccio e farsi accarezzare.
Io sono molto felice di averla salvata.
Alexia Nigris
I miei animali
Io sono un ragazzino di dieci anni e mi chiamo Andrea, mi
piacciono gli animali, soprattutto i cani.
Io ho degli animali in Serbia, quattro cani (due cani sono da
caccia e gli altri due, un pastore tedesco e l’altro non so).
Il pastore tedesco si chiama Agna ed è una femmina, e l’ho
ricevuto dallo zio. Lei ha il muso lungo e assomiglia ad un
lupo; il suo pelo non è tanto lungo ed è di colore nero e senape. Quando arrivo in Serbia il cane viene e mi salta addosso e certe volte mi butta a terra.
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Un giorno io l’ho portata a spasso, ma lei che è furba mi è
scappata ed è andata in una casa e ha rovesciato tutto.
Gli altri cani sono buoni, non corrono, perché sono molto
vecchi. Solo un cane, Max, che è vecchio ma ancora forte,
salta e apre la porta della sua gabbia e scappa per il giardino e può mordere qualcuno e mio nonno urla: “Max!” ma
dopo qualche minuto lo prende.
Io ai miei cani, quando sono lì, do da mangiare, ma quando
non ci sono, mia mamma si occupa di loro.
Io avevo anche due canarini, uno blu e l’altro verde. Io
questi canarini li ho presi a sette anni ed ero molto felice.
Però a otto anni uno è morto e l’altro è scappato, siamo
andati in un posto e quando siamo tornati abbiamo visto
la gabbia vuota. Io a questi animali sono molto affezionato.
In Serbia ho anche tante galline, ma c’è una gallina che va
sul cane e inizia a dargli pizzicotti.
A me piacciono i miei animali, e da grande vorrei avere un
rottweiler.
Antonio Milkovic
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Scuola elementare “Dante Alighieri” di Duino
Classe IV
L’incontro
Era un pomeriggio, ed era il 4 settembre quando sono andata a trovare il mio vicino in giardino e vidi due gatti bianchi in un tubo della casa vicina, ed erano bellissimi.
Chiamai mia sorella e anche lei li vide, ed ebbe un’idea di
prenderceli, così uno a testa si facevano prendere e così ce
li portammo a casa di mia nonna in giardino.
Gli demmo prosciutto crudo e un bicchiere di latte, loro
erano affamati ed assetati, mangiarono tutto così ci venimmo già in testa i nomi: uno Fufi e uno Cus Cus.
Fufi era bianco con gli occhi verdi, ed è mio mentre Cus
Cus era bianco anche lui, però gli occhi uno verde e uno azzurro, e quello era di mia sorella.
Così noi abbiamo deciso di portarli a casa ed adottarli, e
ancora adesso sono vispi e vegeti.
Gigliola Fois
Un batuffolo grigio
Oggi vi racconterò la storia di Birra la mia cagnolina. La sua
storia iniziò per strada, quando alcuni assistenti del canile
la trovarono era tutta arrotolata come una ciambella nel
bel mezzo dell’inverno, poi venne portata al canile di s.
Giorgio dove io e la mia famiglia siamo andati a vederla,
stava tutta rannicchiata nella sua cuccia in attesa che qualcuno la venga a prendere. Quando le siamo andati vicino
lei ha iniziato subito a saltare e a leccare le nostre mani oltre la recinzione: fu amore a prima vista!
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E subito siamo andati dalla responsabile del canile e abbiamo firmato i documenti necessari per adottarla, ma non la
portammo subito via, così ritornai a salutarla. E le diedi
l’ultima carezza.
Una settimana dopo mio papà a mia insaputa andò a prenderla e mi ritrovai davanti agli occhi quel musetto baffuto!
Finalmente il mio sogno si era avverato, avevo una cagnolina tutta mia, per poter giocare e farci compagnia a vicenda, non vedevo l’ora di raccontarlo ai miei amici!
Da quel giorno siamo diventate inseparabili, lei si è rivelata una cagnolina obbediente, affettuosa, furba e giocherellona.
Birra si è ambientata molto bene a casa nostra, la portiamo
spesso a camminare nel bosco, l’abbiamo portata in montagna quest’estate, in vacanza con noi e anche quest’inverno
sulla neve, ormai fa parte della famiglia.
Carolina Bertoldo
Storia di un animale
Avevo circa 4 anni, quando la mamma un bel giorno di settembre arrivò a casa con un gatto minuscolo.
Lo aveva trovato in porto a Duino insieme a mia sorella
Isabella, a dei suoi compagni di scuola e ad alcune maestre. Erano andati a passeggiare lì perché c’era un’ora di
sciopero.
Quel gattino fu portato subito dal veterinario, aveva solo
120 grammi e qualche giorno di vita. La mamma dovette
allattarlo col biberon, in questa occasione abbiamo scoperto perché le mamme leccavano sempre i loro piccoli,
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per fargli fare pipì la mamma doveva picchiettargli il pancino dopo che aveva bevuto il latte.
Mangiava ogni due ore, anche di notte. Il veterinario disse
che forse sarebbe morto, era troppo piccolo!
Lo chiamammo Red, era tutto rosso. Adesso io ho undici
anni e Red è ancora qua con me, è grande ed è molto felice di stare con noi.
Sebastiano Canetti
Le sette vite di un gatto senza nome
Dicono che i gatti hanno nove vite e io vi racconto la storia
di un gatto che ne ha sprecate sette.
Era una giornata di sole, nel giardino di mia nonna, vicino
a un portoncino era incastrato con la sua zampa un bel gattino rosso, e io l’ho liberato.
Dopo aver aperto il portoncino e liberato il gatto, ho visto
che aveva una zampa rotta, così decisi di dargli da mangiare, per tirarlo un po’ su di morale.
Dopo che il gatto aveva finito di mangiare l’avevo messo
dentro a una cesta con una coperta.
Il giorno dopo abbiamo visto che aveva le orecchie strappate, abbiamo capito che era andato sotto una macchina.
Io e mia nonna lo abbiamo curato per bene e gli abbiamo
dato da mangiare.
Il giorno dopo si era già ripreso. Era più allegro e vivace,
anzi si era ingrassato molto.
Dopo una settimana ritornò a casa dal suo solito giretto, un
po’ malconcio, e si capisce che qualcuno lo aveva picchiato, aveva male a una zampetta, camminava zoppo e siamo
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andati dal veterinario e ha detto che si è rotto il nervo della zampetta davanti destra e che dobbiamo operarlo.
Spero che andrà tutto bene.
Ilaria Chiatti
Oscar
Oscar è un bellissimo cucciolo di cane, tutto bianco a macchie marrone chiaro.
È appena entrato a far parte della famiglia di due miei amici, con cui sono stato in montagna un paio di settimane fa.
Cristina, che è l’amica della mamma e padrona di Oscar,
sta tentando di addestrare questo cucciolo (senza grandi
risultati).
Mia sorella Francesca è innamorata del cagnolino e ha
chiesto a Cristina di poter tenere il guinzaglio.
Cristina l’ha accontentata, ma qualche minuto dopo Francesca se ne stava sulla neve tutta sola, mentre Oscar correva via inseguendo un cagnolino che passava di là.
Cristina si è subito lanciata all’inseguimento del fuggitivo e
facendo una curva sul ghiaccio è scivolata e volata a gambe all’aria.
Poi l’abbiamo vista dolorante mettersi a quattro zampe e
chiamare: “Oscar! Vieni qui!” e – miracolo! – Oscar lascia
perdere la sua preda e, forse mosso da pietà per la sua dolorante padrona, torna trotterellando da lei, mentre Francesca, comprendendo il disastro che aveva combinato,
piangeva come una fontana.
Cristina, massaggiandosi la schiena, è invece raggiante
perché finalmente il cucciolo le ha dato retta!
Christian Chivella
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Il mio gatto Zaboo
Tutto inizia quando io stavo facendo i compiti sul balcone
della mia cucina, era una giornata bella e il sole sorgeva,
quando ho sentito un impercettibile miao miao, sembrava
il miagolio di un cucciolo appena nato.
Io e la mia mamma, dopo che abbiamo sentito il miagolio,
siamo andati a vedere cos’era.
Quando siamo arrivati più vicino abbiamo visto una piccola testolina che spuntava fuori da un paio di rovi, era solo,
povero, senza la mamma, con gli occhi ancora chiusi.
La mia mamma aveva portato anche un asciugamano che
ha usato per portare il piccolino dentro la nostra casa.
La mia mamma ora mi aveva consegnato il “fagottino” ed
era andata subito al negozio di animali per comprare cibo.
Dopo 10 minuti eravamo nella cucina, provando a dargli un
tipo di latte per i gatti piccolissimi: era una polvere bianca
da diluire nell’acqua; tentammo di somministrarglielo con
un minuscolo biberon, ma lui non lo voleva.
La mamma era preoccupata perché sapeva che se non
avesse mangiato sarebbe morto. Piccola, la mia gatta, lo
guardava di brutto, e capimmo che non ci avrebbe aiutato.
Per fortuna dopo qualche tentativo ha capito che doveva
bere e ha ingoiato il latte, sbavando un po’.
Dopo una settimana il gattino ancora senza nome aprì gli
occhi e per farci capire che aveva fame succhiava le dita
mie e di mia mamma (ci preferiva, rispetto ai “maschi” di
casa, come se sapesse che l’avevamo salvato noi).
Adesso Zaboo (lo abbiamo chiamato così) è molto bello, un
gattone tigrato un po’ grassetto, ma è ancora tanto carino.
Beatrix Howe
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Diario a quattro zampe
Un giorno la famiglia ed io decidemmo di prendere un cane. Così il giorno dopo siamo andati dalla dottoressa Paronuzzi, per chiederle di darci un consiglio su quale cane scegliere; mio papà aveva chiesto di averla o averlo tranquillo,
insomma che non fosse casinista. Lei ci disse che l’avevano
un cane così, e quindi ci consigliò “Briciola”. Noi abbiamo
detto che andava bene, e che saremmo andati al canile di
Opicina a vedere.
10 giorni dopo andiamo all’ASTAD, appena arrivati là,
c’erano tutti i cani che abbaiavano (mi facevano pena), giravano intorno, giocavano insieme e certi anche mangiavano e bevevano, e qualcuno andava x la sua strada, ci avvicinammo a loro mi piacevano così tanto, ma mio papà stava guardando attentamente in giro, e vedeva una cagnolina bianca con le macchie marrone chiaro, che camminava
su per le scale, verso l’edificio, avrà avuto cinque-sei anni,
se ne stava tutta da sola, si capiva che aveva una brutta
storia alle spalle, mio papà mi ha chiamato per vederla e ci
ha chiesto se ci piaceva, e noi abbiamo detto che era bellissima. E quindi abbiamo chiamato la signora e le abbiamo
detto che volevamo prenderla. Siamo andati dentro nello
studio, e là ci hanno spiegato tutto come fare. E così siamo
tornati a casa con lei, Briciola, che annusava da tutte le
parti. Io ero felicissima di averla con noi.
Silvia Napolitano
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Palla di Neve, il mio coniglietto
Vi racconto la storia di Palla di Neve, il mio coniglietto.
Era un giorno d’inverno quando i miei genitori portarono a
casa una “palla di neve”.
Io pensavo che fosse neve, poi lo vidi muoversi.
Era soffice, piccolo, gli occhi blu, le orecchie a punta e la
coda pelosa.
Quando era piccolo lo rincorrevo perché scappava sempre
e lo si prendeva.
Molte sere però lo tenevo in braccio e lo “coccolavo”.
Una sera d’inverno, Palla uscì dalla gabbia e incominciò a
correre per tutta la sala e finì con l’incastrarsi tra una pianta e il mobile.
Dopo un po’ di tempo io ed il papà riuscimmo a tirarlo fuori senza fargli male.
Il coniglietto stanco e stressato andò all’ingresso e si mise
sul tappeto.
Al mattino seguente lo trovammo sdraiato nella sua gabbia.
Ora Palla di Neve è diventato grande, lungo, cicciotto, peloso e “coccolone”.
Alberto Novati
Silvi un gatto bianco e nero
Un giorno la mia famiglia decise di prendere un gatto. Allora mamma ed io ci mettemmo a cercare sulle pagine gialle un gatto però di colore bianco e nero. Dopo un po’ lo trovammo ed era a Trieste, io e la mia famiglia ci mettemmo
in viaggio, ed arrivammo a Trieste, parcheggiammo l’auto e
ci trovammo di fronte ad una casa. Entrammo, dentro
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c’erano tre gattini tutti di quattro mesi, uno rosso, uno grigio e uno bianco e nero. Dopo un po’ arrivò una signora che
ci disse che erano tutti e tre fratelli, quello rosso era il più
vivace e dispettoso, quello grigio era normale e tranquillo,
e quello bianco e nero era anche troppo calmo. Infine ci
chiese quale avremmo voluto prendere, noi avevamo già
deciso: quello bianco e nero. Poi la signora lo fece prendere in braccio a mia madre, lui era piccolissimo, magrissimo
e aveva il musetto quasi più piccolo del corpo. Lo mettemmo dentro una cesta con una coperta, e lo portammo a casa. Appena arrivati a casa lo mettemmo sul divano e lui si
faceva coccolare, gli demmo da mangiare e poi gli mettemmo una copertina blu (visto che era un maschio) sul corpicino e lo sistemammo in una grande cesta per farlo dormire. Andammo a dormire anche noi e il giorno dopo ci alzammo, lui era già sveglio, gli demmo da mangiare e poi io
decisi il suo nome Silvestro, proprio come il gattone dei
cartoni animati, mentre lui saltava per tutta la casa.
Quando arrivò il Natale la mattina ci svegliavamo e trovavamo Silvi (Silvestro) che dormiva sul presepio, come un
angioletto.
Adesso Silvi ha quattro anni ed è sempre a casa con noi.
Katia Tinta
Il regalo peloso
Era la sera della vigilia di Natale dell’anno 2002.
Mi trovavo a casa della nonna.
Noi bambini aspettavamo con impazienza il momento della consegna dei regali. Finalmente ci vennero consegnate
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due scatole, una era confezionata con dei fiocchetti dorati
e l’altra era una scatola di cartone chiusa con del nastro
adesivo, con dei buchi.
Io speravo che si fossero sbagliati, perché confrontandola
con quella dei miei fratelli, erano molto più preziosi e abbondanti. Per la curiosità aprii prima quella bruttina… all’interno ci trovai un batuffolo bianco con delle macchie
nere ed il musetto marrone con una riga bianca che scendeva dalla fronte fino al naso, era basso e grassottello con
una puntina bianca.
Lo chiamai Jack perché apparteneva alla razza Jack Russell Terrier, vedendolo da lontano sembrava uno sgabellino
con i piedi.
Ma la cosa più bella del suo fisico erano proprio gli occhi,
sembravano quelli di un umano, le sue pupille erano talmente grandi che sembrava sprofondare in un mare nero
senza fine.
Guardai nella sua scatola e trovai un bigliettino, e lo lessi:
“Questo regalo è per te, con tanto amore, il nonno”.
E da allora fino ad oggi gli sono sempre riconoscente per
quel regalo.
Alessandra Vescovini
Diario a quattro zampe
Il mio gatto si è addormentato sulla mia testa quando ero
seduto sul divano, faceva le fusa piano.
Un giorno in dolina c’era un gatto e il mio gatto è andato
anche lui in dolina e gli ho detto “attacca!”, lo seguiva tut151
to il tempo, però non lo ha preso, ma dopo ha dormito tutto il pomeriggio vicino alla stufa accesa.
Un giorno sono andato in dolina con il mio gatto ma è arrivato un cane e mio papà mi ha detto di salire su un albero
e io ci sono riuscito, anche il mio gatto, dopo, scesi tutti e
due siamo corsi velocissimi in bottega.
Una mattina il mio coniglio non aveva l’acqua, non so da
quanto tempo, mi sono accorto per fortuna e così gli ho dato da bere e Macchia ha bevuto tantissimo.
Un giorno mia mamma era in macchina, ha visto un uccellino piccolo che non sapeva volare, lo ha preso e lo ha portato da mia nonna, gli ha dato da mangiare nel becco e curato, e ha 7 mesi. L’ho chiamato Verdino, gli è cresciuta la
coda, le piume, è molto vivace e cinguetta, e spero che rimanga in vita.
L’altro mese sono andato dalla nonna a trovare Neve, gli ho
chiesto alla nonna dov’era Neve ma non lo sapeva neanche
lei. Allora lo ha chiamato, però non veniva, quindi sono andato a cercarlo per tutta la dolina, però non si è fatto vivo.
Dopo essere andato a casa, era arrivata la sera, quindi ho
chiamato la nonna per avere notizie di Neve, ancora niente. Il giorno dopo ha telefonato la nonna, finalmente era venuto.
Cristian Zullich
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Indice
Il colore del grano – Prefazione di Enrica Ricciardi 3
PARTE PRI MA
Nuove “Storie naturali” 9
In principio c’era il cane 19
Per ultimo venne il gatto 49
Elementi di bioetica animale 63
L’essenziale è invisibile agli occhi
Una lettura zooantropologica de “Il piccolo principe” 85
PARTE SECONDA
Gli animali per me sono come i miei parenti
Nuove “Storie naturali” raccontate dai bambini 109
Bibliografia 155
Finito di stampare nel mese di febbraio 2010
dalla tipografia Iacobelli srl