Dimmi, lo vedi anche tu che la sedia è triste? Incontro con Emma
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Dimmi, lo vedi anche tu che la sedia è triste? Incontro con Emma
Dimmi, lo vedi anche tu che la sedia è triste? Incontro con Emma Dante A CURA DI SILVIA VESSELLA PROLOGO L’incontro con Emma Dante è avvenuto a Roma, al teatro Palladium, il dicembre 2011, prima della seconda serata di programmazione, durante le prove del pomeriggio. Il teatro è al buio e la regista è seduta in una poltrona al centro della platea, una testa bionda tra un pubblico immaginario. Si sta provando «Il castello della Zisa», secondo episodio della sua Trilogia degli occhiali. Gli attori sono sul proscenio, fanno corse, salti, capriole, urlando, ridendo, come in un ricordo allucinato. Emma interrompe, indicando una sedia in disparte sul fondo, quella su cui nella prima parte è piegato su se stesso, come senza vita, il personaggio principale della storia, e rivolgendosi al tecnico della luce dice: «Ma quella sedia ora è contenta e invece deve essere triste». Interrompe l’operatore che vuole dare spiegazioni: «Non ti devi scusare, non importa, mi devi dire se lo vedi anche tu che quella sedia deve essere triste e non lo è. Non m’interessa perché ora sia così, ma ho necessità di sapere se vedi anche tu che quella sedia è contenta e invece deve essere triste». Ecco questo mi sembra siglare una necessità poetica profonda dell’artista: nei suoi lavori ogni oggetto parla il linguaggio degli affetti e si esprime nella lingua universale che tutti possano comprendere. INTERVISTA D.: Vorrei cominciare questo nostro incontro come una sua vecchia intervista. In quella sede diceva che un buon modo di iniziare era «Buio….…e poi si parte». Anche a me sembra un buon modo. Segna un inizio, ogni volta come una nascita? R.: Si, allora era riferito alla fotografia. Commentavo la presentazione di un libro di fotografie del mio teatro … Comunque è vero che la vita è legata molto al buio. Molto al buio anche il teatro; nel teatro prima della scena, prima dell’azione c’è il buio. È come la palpebra che si chiude e poi si apre; poi c’è la luce, c’è l’immagine e dunque buio in questo senso. D.: Allora partiamo. Com’è avvenuta la sua scelta professionale: era un sogno da bambina oppure qualcosa che voleva fare «da grande»? C’era un ambiente familiare favorevole, oppure le letture, o sono state soprattutto le esperienze di vita e sociali che hanno favorito la sua scelta? E riconosce anche una qualche origine antica al suo modo speciale di lavorare con «il buio e… la luce», come diceva prima? R.: Io non ho avuto da bambina nessun tipo di stimolo che mi portasse verso un’idea di teatro; tra l’altro la mia famiglia non frequentava il teatro. Quindi io l’ho scoperto tardi. Ma evidentemente dentro di me c’era sin dall’inizio un’esigenza di elaborazione di quello che io andavo vedendo, perché sono convinta del fatto che l’individuo si forma nella sua infanzia e nella famiglia. Quando siamo piccoli incameriamo tutto quello che ci servirà da grandi. È in quel periodo che prepariamo tutto il nostro bagaglio e poi andiamo a recuperare lì le cose che ci servono. Io col teatro faccio così, torno bambina per poter raccontare il mondo. Evidentemente quando ero piccola dentro di me c’era questa predisposizione. 1 Avevo l’abitudine di osservare le cose in silenzio, ascoltare, incamerare ricordi; anche allora attiravano la mia attenzione e curiosità di bambina le persone più disagiate. Sono sempre stata attratta dagli emarginati, però non so perché m’interessa quel mondo. Non provengo da un’infanzia povera. Vengo da una famiglia borghese, non sono cresciuta in un ambiente così disagiato come quelli che raccontano i miei spettacoli. Non so dirti in realtà che cosa mi ha portato poi a questa scelta. In realtà proprio non lo so. D.: Certo mi sembra di vederla da bambina ascoltare in silenzio i grandi che parlano, raccontano e lei che accoglie quei dialoghi con lo sguardo di una bambina che vive una intensa vita di fantasia, che poi è quello che ritroviamo nei suoi lavori... R.: Si! Sì, assolutamente. D.: E poi come sono andate le cose della sua vita? Ci può raccontare come per un auto-ritratto il suo percorso di vita e insieme di artista, delineando gli snodi fondamentali? Come ha iniziato? Cosa è successo, cosa l’ha fatta cambiare? R.: Ho iniziato a interessarmi al teatro già da grande; come le dicevo in famiglia non si andava a teatro. La scuola ci condusse a vedere Antigone al teatro di Siracusa. Ne rimasi folgorata. Da lì nacque come conseguenza la necessità, l’urgenza di fare questo lavoro. Andai da mia madre e dissi: «Io voglio fare questo nella vita». Lei mi ascoltò e poi mi disse: «Se lo vuoi veramente io ti aiuto». E così fece. Io devo molto a lei. Mi aiutò a realizzare il mio sogno. Mio padre avrebbe voluto un altro futuro per me, ma mia madre è stata più forte e l’ha convinto. Mi hanno permesso di frequentare l’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, dove mi sono diplomata come attrice e ho lavorato in teatro come attrice per 10 anni. A un certo punto mia madre si è ammalata e sono tornata a Palermo per seguire la sua malattia. Tornai portando contemporaneamente una sensazione di fallimento, perché non mi sentivo realizzata pienamente come attrice, non sentivo di poter esprimere al 100% il mio talento. Tornata a Palermo con questo senso di fallimento e soprattutto con un grande dolore per la malattia di mia madre, che l’avrebbe portata alla morte, l’ho seguita fino a quel momento lì. Sì! Lì ho visto il buio! Il lutto per la sua perdita ha scatenato in me inaspettatamente una sorta di rivoluzione profonda, per cui tutto il dolore si è trasformato in qualcosa di miracoloso che poi è stato il mio teatro. D.: Ha trovato nuovi equilibri che l’hanno nel tempo condotta a spaziare dal teatro al cinema, alla letteratura, all’opera lirica. I temi che affronta nei suoi lavori sono temi caldi, radicati nel quotidiano e in vissuti sociali forti. La spinta creativa per lei è necessità, oppure frutto di scelta, o di logica, o di altro ancora? R.: Io faccio teatro perché lo sento necessario, è una spinta interna. Mentre affronto un mio nuovo lavoro non mi interessa niente del mondo, del mercato, se uno spettacolo può piacere o meno al pubblico. Non me ne frega niente di tutto questo. Mi interessa soltanto fare una domanda, quella domanda che serve a me come persona, per la mia crescita intellettuale, spirituale e professionale. È una fortissima e impellente ricerca di libertà espressiva la mia e sicuramente non potrei fare altrimenti. D.: Ho letto che Simenon, prima di scrivere un suo romanzo si accertava che tutta la famiglia stesse in perfetta salute. Solo in un secondo tempo si chiudeva in casa e lavorava per giorni e giorni finché non aveva terminato il suo lavoro. In lei come nasce l’idea? È importante un luogo, un momento, uno stato d’animo? R.: Sento molto familiare questa preoccupazione. Perché per me è molto importante che le persone che amo stiano bene. Mi è necessario per potermi concentrare nelle cose che faccio. E' strana questa affinità con Simenon. Non mi era mai capitato di sentire che succedesse ad altri questa che io chiamo ormai una cosa ossessiva. Tutte le volte che comincio uno spettacolo ho una necessità: debbo essere serena, tranquilla. Certo non faccio visitare le persone, però devo sapere che mio 2 padre sta bene, che mio fratello sta bene, e che io non ho problemi fisici, non devo avere l’incubo della malattia. Devo essere completamente libera da qualsiasi vincolo esterno, perché la malattia è l’unico impedimento per fare teatro. Tutto il resto lo supero, supero la delusione, supero la mancanza di fondi… Tutto. La malattia è una cosa che impedisce al corpo di essere, perché il corpo ha bisogno di essere sano. Per fare teatro ho bisogno del mio corpo sano: non è solo questione di mente. Ho bisogno di poter vedere bene, sentire bene, di stare in salute, perché il teatro è una cosa che ha a che fare molto con la fisicità. Anche se sto seduta, mentre gli attori si dimenano, anch’io dentro di me salto e faccio le capriole insieme a loro. Quindi devo stare bene. D.: Dunque mentre l’idea prende forma la cambia. Ma quali sono le emozioni prevalenti che la accompagnano nella realizzazione? R.: Dipende dalle giornate, dal tema che sto trattando, dipende con quali persone, quali attori sto lavorando, che tipo di alchimia c’è nelle prove, insomma dipende da tantissimi elementi. A volte sono molto nervosa, altre super eccitata perché mi sembra di aver preso la strada giusta, altre ancora sono in crisi… D.: Quindi è come un amore, con periodi di depressione e periodi di eccitazione enorme? R.: Assolutamente non è mai lo stesso e non è mai piatto. Sono sempre alti e bassi è sempre con picchi di grande infelicità, disperazione e picchi di felicità, di estrema e incontrollata euforia. Momenti in cui sembra crollare tutto, muore qualche cosa, però poi miracolosamente rinasce. D.: E come procede poi nella realizzazione del progetto? Come si dipana dentro di lei? Si avvolge a spirale intorno a un’idea centrale? O una volta nata, l’idea sembra avere vita propria e si lascia portare? Oppure parte per una sorta di viaggio interiore un po’ alla cieca e prosegue per tappe da cui ogni volta individui il passo successivo? R.: È soprattutto la seconda ipotesi: arriva l’idea e lei mi porta. Però non nel senso che l’idea si impadronisce di me, né degli attori, né della scena, di quello che sta succedendo. L’idea deve essere portatrice e nello stesso tempo guida, ma non deve essere né troppo protagonista né troppo in ombra. Avviene una specie di corpo a corpo con l’idea, l’idea viene frantumata e viene, come dire, risuscitata tutte le volte che si può e che si deve fare, ma non deve essere mai l’idea che s’impone. Il regista che arriva e impone la sua idea, non vive l’esperienza che invece io vado cercando e costringe gli altri a diventare un po’ marionette. In questa eventualità tutto diventa compiuto, nel senso che si compie qualcosa che non serve a nessuno perché è già compiuta in partenza. Invece l'impresa bella consiste nello sviluppare l'idea, elaborarla, metterla in crisi. Poi da questa crisi nasce appunto, come dicevamo prima, un altro stimolo… D.: Insomma il suo è un teatro che fa dell’instabilità la sua forza? R.: E quindi suscita ogni volta un’altra domanda… La cosa importante è farsi più domande possibile e usare questa breve vita che abbiamo per cercare almeno una risposta alle migliaia di domande che ci siamo fatte. D.: E allora quali sono i rapporti che intrattiene con i suoi personaggi, come nascono? E come si sviluppano? Li osserva vivere o diviene di volta in volta ciascuno di loro. E soprattutto quando e come ha la sensazione che essi ci siano, siano cioè vivi? R.: È la scadenza che condiziona, è la scadenza che abbiamo, perché per me non siamo, non saremmo mai pronti… D.: Quindi per lei l’opera non è mai compiuta. Per questo in una recente intervista parlava di una sorta di urlo lacerante che, vedendo la sua trilogia, le si apriva dentro come qualcosa di incompiuto in cerca di definizione? 3 R.: Sì, la trilogia non la sento ancora compiuta. Tutti i miei spettacoli non sono mai compiuti, non riesco mai a trovare una definizione, una fine. Non c’è una fine perché è come la vita, finisce solo quando smetti di respirare, per cui finché gli spettacoli respirano… È questo l'aspetto bello del teatro rispetto al cinema, che è vivo, come sono vivi davanti agli spettatori i personaggi e gli attori che lo fanno. Essendo uno spettacolo vivo lo puoi migliorare, peggiorare, può ammalarsi, può rinsavirsi… può perder la ragione… D.: Possiamo dire che ogni spettacolo è un personaggio che ha vita propria? R.: Sì, non è mai compiuto… D.: Il suo è sicuramente teatro di forte coscienza individuale e sociale. Mi chiedevo allora se lei potesse dire qual è la funzione della cultura e come l’artista può sia interpretare sia influire non solo sulla coscienza individuale ma anche su quella sociale? R.: Penso che l’artista innanzitutto si debba assumere una grande responsabilità, la responsabilità del messaggio che lancia quando attraverso il suo talento dice qualcosa. Io credo molto alla responsabilità dell’artista, perché credo che qualsiasi intervento artistico in qualche modo si mette in contatto e entra in relazione col mondo che quell’artista sta raccontando. È solo una fetta di mondo perché il teatro è rivolto a una parte un po’ più ristretta rispetto al cinema, rispetto alla televisione. Ma l'artista deve comunque prendersi la responsabilità di quelle parole, di quel gesto che diventano come dei messaggi che si lanciano… D.: Una sorta di aquilone che lancia in aria, un volano e non sa chi lo raccoglierà… R.: Sì. Il pubblico viene così invitato a fare una riflessione, perché noi stiamo parlando di teatro non di semplice intrattenimento. Di un teatro che cerca di stimolare continuamente, di vitalizzare, di risvegliare la coscienza su certi argomenti. L'artista nel momento in cui fa uno spettacolo, non può non prendersi tale responsabilità. Le ho detto prima che non mi interessa il giudizio del pubblico, però ho molto rispetto del pubblico perché so che senza il pubblico il teatro non esiste. Il pubblico è esattamente quella parte di mondo a cui io sto ponendo quella tal domanda e intendo pormela insieme a lui. Quindi deve essere una domanda chiara, precisa. Soprattutto deve essere una domanda lecita. D.: Definirebbe il suo come un teatro di ricerca che apre a visioni etiche? R.: Forse la cosa che mi interessa di più è ricostruire una morale. Non c’entra niente con il moralismo perché poi il mio teatro è anche sgarbato, sgraziato, sporco, volgare. Non sto dicendo che non bisogna essere volgari, sto dicendo che ci possono essere milioni di modi per far arrivare a una persona un pensiero nuovo su una cosa, a volte l’attenzione su un dettaglio che magari si è dimenticato di guardare, di osservare. Il teatro può mettere a fuoco e ingrandire questo dettaglio che ci siamo dimenticati di osservare. È questo che fa la differenza perché scopre altri mondi, scopre altre storie… È in questo senso che parlo di responsabilità. D.: Come motiverebbe un giovane incerto, e ce ne sono tanti, che è affascinato da questa strada professionale e vorrebbe intraprenderla ma non ne sa abbastanza? R.: Intanto deve individuare la sua passione, il suo talento. Non scegliere di fare l’attore perché è incerto e non sa che cosa fare. Fare il teatro non significa giocare. È un mestiere, un lavoro vero, un impegno serio, che comporta una grossa responsabilità e perciò può essere anche molto nocivo. Sono profondamente convinta che finché c’è l’uomo egli troverà nel teatro il riflesso di se stesso in carne e ossa davanti a sé, per cui è una grande responsabilità. Tutto ciò il giovane che voglia intraprendere questa via impegnativa deve saperlo, se ne deve assumere la responsabilità... D.: Il suo è lavoro di poesia e di impegno sociale. Pesca in una qualche necessità più profonda e intima dello spettatore che lei cerca di svelare raggiungendolo al di là di una fruizione logica? 4 R.: Certo, la gente deve poter usare uno spettacolo per fare una propria riflessione personale, sulla sua vita… Il pubblico può uscire sconvolto ma anche semplicemente toccato da qualcosa che evidentemente con la sua esperienza fa i conti. Gli spettatori non sono una massa informe: ognuno ha la sua storia. Quando uno spettacolo riesce a parlare, non a tutti perché non è possibile, ma riesce a parlare almeno a due o tre persone in sala, ha già adempiuto al suo compito. D.: Per chi scrive o contro chi? Per fedeltà ai suoi precedenti lavori, come loro prosecuzione, per qualche autore di riferimento, per qualcuno per cui ha affetto, per il pubblico? R.: Il teatro lo scrivo sempre per amore verso qualcuno e questo qualcuno sono i miei attori, le persone che incontro sulla scena, gli attori che vogliono lavorare con me, che sono poi quelli che incarnano i «fantasmini» che io vado cercando. E’ per loro che io scrivo il teatro. Sono i personaggi che loro trovano, perché poi questi personaggi a un certo punto diventano miei amici, nel senso che imparo a conoscerli, a parlarci. E non c’è niente di folle in questo. Non è una cosa che ha a che fare con la follia, è una cosa che ha a che fare con la fantasia. Diventa carne, si fa carne e diventa compagna. Questi personaggi poi a un certo punto esistono veramente, perché sono tutte quelle persone che non riuscirò mai a incontrare, che si materializzano davanti a me con altri nomi, altre forme… però queste persone esistono se sono vere. E siccome appunto quando faccio teatro, cerco sempre una verità, a volte mi capita di crederci. E loro sono il teatro… D.: C’è un momento in cui legge i suoi lavori a qualcuno? Ha bisogno di condividere l’elaborazione oppure ha bisogno di solitudine e raccoglimento e solo dopo può rendere partecipi altri? R.: Il teatro è una cosa completamente diversa dalle altre forme d’arte. Il teatro è una cosa che nasce con le prove, con le improvvisazioni. Io arrivo con un’idea, lavoro con gli attori, li faccio improvvisare e poi torno a casa, metto nero su bianco quello che è successo, scrivo, poi rimetto in discussione, poi riscrivo, poi ritorno in sala prove… È un processo che ha a che fare con loro. Gli attori sono fondamentali nella mia visione del teatro… D.: Lei mette la sonda della sua riflessione nella profondità dell’essere umano, nel corpo, laddove il pensiero è allo stato nascente, spesso prima del linguaggio verbale. Mi piacerebbe sapere se nella sua vita ha mai incrociato la riflessione psicoanalitica… che ne pensa? Pensa che gli strumenti psicoanalitici possano essere utili o meno all’artista e in che modo? R.: Non penso che gli strumenti psicoanalitici siano utili per il mio lavoro, perché non ho mai avuto a che fare con la psicoanalisi. Il mio è un teatro soprattutto, come le posso dire, immediato, animale, animalesco e poco psicologico. Non c’è niente di psicologico in quello che faccio, anche se poi il risultato invece è, mi rendo conto, molto nella psicoanalisi. Però non nasce così, diventa così, perché i personaggi, le cose, le storie, le situazioni incontrano quella cosa lì. Ma non nasce da lì. Capisci che voglio dire? Il mio teatro nasce da altro, nasce dalla pancia… D.: Lei suggerisce che questo è il punto d’incontro con la psicoanalisi? R.: Sì! Perché l’opera d’arte a un certo punto sfugge all’artista. L’artista se ne deve liberare, se ne distacca, e l'opera ha una vita a sé. Così se è un’opera necessaria incontra e diviene un’interrogazione comune e trova altre necessità. Però le dico come partenza no, non parto da li. Io parto dall’umore, dal salto, dalla capriola, e dallo sputo…. tutto qua. Roma 13 dicembre 2011 5