Mens sana in corpore sano
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Mens sana in corpore sano
"MENS SANA IN CORPORE SANO" L'IMPORTANZA DELLA MENTE NELLO SPORT, LO SPORT COME MAESTRO DI VITA BERTACCHINI VERONICA CLASSE 5 B SOCIO-PSICO-PEDAGOGICO ESAME DI STATO ANNO SCOLASTICO 2013/2014 1 2 INDICE 1. Introduzione alla tesina ................................................................................................. 5 2. Esperienza personale ..................................................................................................... 9 3. Educazione fisica ...........................................................................................................11 • Intervista ad atleti.....................................................................................................16-17-18 4. Italiano............................................................................................................................19 5. Pedagogia........................................................................................................................25 • Intervista all'allenatore Paolo Ortolani.........................................................................26-27 6. Storia...............................................................................................................................35 7. Inglese.............................................................................................................................45 8. Bibliografia.....................................................................................................................48 3 4 INTRODUZIONE “CORPO E PSICHE NON VANNO SEPARATI. EPPURE MOLTI MEDICI LO IGNORANO, ED E’ PROPRIO PER QUESTO CHE SFUGONNO LORO COSI’ TANTE MALATTIE: PERCHE’ NON VEDONO IL TUTTO” PLATONE L’inscindibilità di mente e corpo, la reciproca interdipendenza tra queste due dimensioni che costituiscono le due chiavi di lettura personali di ogni uomo, sono da tempo tema di dibattito all’interno della comunità scientifica e culturale. Percepire mente e corpo separati in passato era considerato essenziale per studiare e conoscere in maniera approfondita entrambi, ma ciò ha impedito l’approfondimento del rapporto tra i due. Ci sono delle situazioni come per esempio il mondo accademico nel quale la mente viene considerata la sola chiave di lettura possibile; studiare scientificamente qualcosa significa poterlo sezionare mentalmente e di conseguenza il corpo è un elemento di disturbo. La pedagogia ha dimostrato come, al contrario, anche il corpo sia necessario per assimilare e produrre conoscenza e ha sottolineato la necessità di considerare la sua presenza essenziale nel sistema d’apprendimento dell’uomo. Al contrario tradizionalmente nello sport, il corpo viene superficialmente considerato il solo elemento a cui prestare attenzione ed è per questo che la mente perde la sua funzione di guida dell’agire. Nel mio elaborato è mia intenzione sostenere il contrario: l’importanza della mente all’interno dello sport per confutare la teoria per cui il corpo sia il vero protagonista e l’unico conduttore verso un buon risultato. Quest’idea non è solo la conclusione di una mia personale ricerca sviluppatosi sui libri durante gli anni di studio, ma è il filo conduttore che mi ha accompagnata nei lunghi anni di esperienza sportiva e personale. Per introdurre il mio ragionamento verrà approfondito il tema della “Resilienza” con un particolare riferimento al libro “Resisto, dunque sono” di Pietro Trabucchi, il quale sostiene che, all’interno di sport di resistenza come la maratona, la forza mentale è essenziale tanto quanto la forza fisica nel perseguimento dei propri obbiettivi. Per meglio comprendere i dettagli che rendono la resilienza necessaria per affrontare uno sforzo fisico notevole, è stato necessario approfondire gli elementi che rendono la Maratona uno sport estremo fisicamente e psicologicamente. Trabucchi nel suo testo costituisce l’apporto bibliografico principale che sostiene la mia tesi. 5 L’esperienza che io ho vissuto in prima persona e che è mia intenzione esporre per avvalorare la mia tesi, ovvero la necessità di vivere lo sport come educatore per la mente e per il corpo in un’ottica di sviluppo psichico e mentale equilibrato non è , purtroppo, sempre applicabile. Ci sono stati e ci sono tuttora casi in cui la mente e il corpo si influenzano negativamente: la prima soggetta a malattie e devianze, il secondo in balia dei vizi. In questo secondo punto della mia tesi propongo un’antitesi al mio ragionamento attraverso l’esperienza letteraria di Italo Svevo nella “Coscienza di Zeno”. Zeno, infatti, è il simbolo di una mente malata all’interno di un corpo vizioso che è soggetto al decadimento sia psichico che fisico, dovuto alla rottura dell’armonioso equilibrio tra essi che un’ essere umano dovrebbe avere. Come è possibile, quindi, giungere ad un terreno di mediazione tra queste due tesi apparentemente inconciliabili? Come è possibile che, nonostante le premesse siano negative, lo sport possa comunque proporsi come un supporto necessario per lo sviluppo psico-fisico dell’essere umano? La risposta è semplice quanto complessa: deve essere educato a farlo. In questo modo lo sport come educatore e maestro di vita può aiutare una mente qualsiasi, sana o malata, a diventare più forte, superando ostacoli e frustrazioni attraverso sacrifici e fatiche. Sul piano pedagogico, la mia tesi è avvalorata dal pensiero di Vigotskij che contrapponendosi alla posizione piagetiana, sostiene come il fanciullo possa avere uno sviluppo migliore attraverso l’interazione con gli altri e soprattutto attraverso un rapporto positivo tra allenatore e allievo. Qualora lo sport diventi il maestro di vita che io credo sia, non ha solo il potere di migliorare l’esperienza del singolo, ma può anche influenzare un’intera collettività e farsi portatore di pensieri nuovi e giusti. Lo sport, attraverso la libertà di pensiero sviluppata dalla mente, può essere un esaltatore di nazioni e un ricattatore di ingiustizie. Questa teoria è concretizzata dalla storia della squadra nazionale sudafricana di rugby, gli Springboks , i quali hanno dovuto affrontare ostacoli e ingiustizie durante il periodo dell’apartheid ma che, grazie alla loro forza e volontà, hanno saputo riscattare loro stessi e la loro nazione. In inglese si descrivono i giochi del Commonwealth, “club privato” che ha fatto di questi giochi una istituzione fondamentale che lo caratterizza e lo differenzia da altre organizzazioni mondiali. 6 La forza mentale , dunque, non è semplicemente qualcosa di scontato, ma un qualcosa da costruire, modellare e rinforzare, perché se usata bene può essere guarigione per i malati, e attraverso lo sport può portare al riscatto di un paese, può aiutare a perseguire i propri sogni e può essere, infine, un grande educatore, maestro e fratello nei momenti di dolore e difficoltà. 7 8 ESPERIENZA PERSONALE "Sono sicura che l'atletica sia stata una parte importantissima della mia vita.Il sentirsi realizzati per qualcosa che hai fatto tu, con le tue sole gambe; maturare e crescere facendo sacrifici. Mi ha cambiato e non lo dimenticherò mai! L'atletica era, è e sarà una passione che non si può cancellare " Veronica Bertacchini- 29 Ottobre 2012 L'argomento della mia tesina “Mens sana in corpore sano. L'importanza della mente nello sport,lo sport come maestro di vita” non scaturisce da un'idea casuale e acontestualizzata ma da una vera e propria esperienza di vita: la mia. Ho iniziato a praticare atletica all'età di dieci anni specializzandomi nella velocità:sono sempre stata veloce, non resistente o abile nei salti, ma veloce. Amo correre, perchè la corsa può essere la migliore amica nei momenti di difficoltà, di stress; la miglior psicologa nei momenti in cui non vuoi vedere nessuno; ti ascolta, ti coccola, ti dona un'energia nuova. Ho iniziato atletica in quarta elementare ed ero una bambina insopportabile, sempre chiusa in sè stessa, timidissima, di poche parole e con pochissima autostima. Ricordo la difficoltà del primo allenamento: la mia grande timidezza mi impediva di vivere a pieno l'allenamento, fatto di sforzo fisico, ma anche di interazione tra ragazzi e coetanei, quelli che con il tempo sarebbero diventati miei amici e una sorta di famiglia. La mia più grande difficoltà, all'inizio, era pensare di poter riuscire in qualcosa; sono sempre stata molto insicura e non riuscivo a concepire che potessi primeggiare in qualcosa, nonostante fossi stata chiamata dall'allenatore della scoietà, Paolo Ortolani, perchè avevo vinto le gare organizzate dalla scuola. La prima gara che ho fatto a livello agonistico, nel Giugno 2005, erano le gare provinciali organizzate a Rodegno Saiano: non dimenticherò mai quella gara perchè è stata la mia più grande sconfitta, ma il mio più grande insegnamento. Sono arrivata ultima nella finale dei 50 m perchè ero troppo agitata, inesperta ed impaurita. Ricorderò sempre la frustrazione che ho provato arrivando al traguardo, la mia vergogna aumentava sempre di più fino a scoppiare in un pianto disperato e nervoso. 9 Da quel giorno sono cambiata o meglio ho iniziato a trasformarmi. Non sono diventata una “wonder woman” dell'atletica, ma è stata la mia educatrice più grande; come una mamma mi ha aiutato a diventare più forte, fisicamente e caratterialmente; mi ha insegnato a vivere con gli altri, mi ha fatto conoscere nomi, persone, amici, fratelli che mi hanno aiutato a diventare come sono adesso. Paolo Ortolani è una delle migliori persone che ho conosciuto in questi anni, il mio primo allenatore e quello che mi indirizzato verso l'atletica. E' stato il primo, oltre ad i miei genitori, che ha creduto in me e che ha visto in me un certo potenziale da plasmare, da stimolare e da far crescere. Mi ha cresciuto come solo un allenatore, una allenaore vero, sa fare. Mi ha spronato nei momenti di difficoltà maggiori quando ormai la mia “testa” non ci credeva più, mi ha donato la possibilità di vivere veramente: non chiusa in me stessa ,ma aperta al mondo per guardarlo con occhi nuovi. La società dell'Audaces Nave è diventata la mia famiglia, mi ha visto vincere coppe e medaglie, ma mi ha sempre insegnato ad essere umile e nell'umiltà a diventare ancora più forte. Lo sport è così, ti accetta, ti cambia e ti trasforma; non sono solo le 42 medaglie o le 13 coppe ad avermi dato più soddisfazioni, ma sono stati i sorrisi pieni di luce quando c'era buio, l'incoraggiamento di amici e famigliari, i miei sorrisi quando attraversavo per prima quel tanto agognato traguardo, le chiacchierate con amiche di altre squadre, gli allenamenti sotto la pioggia, i miei allenatori e quella pista, quei 400 m che mi hanno donato una vita nuova. 10 EDUCAZIONE FISICA “Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all'esperienza. Puoi volare molto in alto.” Ayrton Senna 11 LA RESILIENZA: “Resisto, dunque sono” “La resilienza non è una condizione ma un processo: la si costruisce lottando” George Vaillant La resilienza viene definita come “la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi”, é un concetto che si sviluppa nell’ ambito dell’ingenieria ma che con il tempo ha acquisito differenti accezioni e viene ora utilizzato anche in psicologia per definire la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. La resilienza é il concetto attorno al quale ruota la mia ricerca dal momento che supporta la mia tesi secondo la quale la forza mentale all’interno dello sport é fondamentale per superare i limiti fisici e utilizzarli in modo propositivo. A questo proposito, mi sono ritrovata in perfetto accordo con la tesi sostenuta in “Resisto, dunque sono” di Pietro Trabucchi. Questo libro tratta di resilienza specificando soprattutto la resilienza nello sport di resistenza, dove una grande forza mentale è essenziale per perseguire il proprio obbiettivo, senza di essa c’è poco da fare. Come già accennato, la parola resilienza deriva dalla metallurgia, ed è la capacità di un metallo che resiste alle forze che vengono applicate ad esso. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulla barca con il termine resalio, è chi non perde mai la speranza contro le avversità. Si definisce “Resilienza” la capacità nel perseguire obbiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontrano. E’ l’atteggiamento contrario di chi, di fronte alle avversità anche piccole, si arrende e perde la speranza e la motivazione. Nel 2002 è stato fatto uno studio in cui si sono studiate le caratteristiche psicologiche di trentadue atleti statunitensi, vincitori di medaglie olimpiche. E tale studio dimostra come la resilienza sia fondamentale per vincere: é importante essere resilienti sia psicologicamente che fisicamente. Gli esseri umani sono resilienti fin dalla nascita, ma la resilienza può essere potenziata durante la nostra vita. 12 Ci sono fattori esterni per esempio gli antidepressivi che non stimolano il potenziamento della resilienza; ma anche agli esseri umani fa comodo condividere una visione di loro stessi deboli, perché ci permette di non impegnarci a fondo e di non assumerci le nostre responsabilità. Egocentrismo, auto indulgenza, auto compassione caratterizzano gli umani. L’istituzione che può meglio insegnare ad essere resilienti è lo sport, non lo sport-spettacolo, ma quello sport che spesso viene lasciato dietro le quinte, quello fatto di sacrificio e duro lavoro. Il mondo dello sport estremizza le difficoltà, per questa ragione si adatta a esercitare e migliorare la resilienza. Ogni atleta dovrebbe essere, per prima cosa, abile nel fronteggiare lo stress e le difficoltà e ,solo dopo ,specificamente forte nella propria disciplina. Al giorno d'oggi i sistemi attuali di selezione dei talenti premiano solo il secondo aspetto e trascurano il primo, e questa è una delle ragioni della scarsità di campioni. La valutazione cognitiva è il modo in cui noi interpretiamo normalmente gli eventi, il modello che ci siamo costruiti del mondo. Si può vedere il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: il bicchiere rimane sempre lo stesso, ma quelli che ricaviamo sono due modelli del mondo completamente opposti. La valutazione cognitiva determina la risposta del comportamento, emozionale e fisiologia degli eventi. Le nostre convinzioni di controllo condizionano il risultato finale. Se riteniamo un obbiettivo come impossibile da raggiungere, non lo realizzeremo mai. Alcuni obbiettivi sono veramente irraggiungibili ma spesso le nostre convinzioni di impossibilità sono infondate: lo dimostra la storia dei record sportivi. Il primo passo è quindi quello di verificare sempre sul campo le nostre convinzioni di impossibilità. La miglior specialità sportiva che può rappresentare la resilienza è, a mio avviso, la maratona. LA MARATONA Nella maratona la forza mentale è indispensabile. Questa, come altri sport di resistenza, tende a sviluppare sia muscoli che forza di volontà. La mente, durante la corsa per una lunga distanza, è della massima importanza. Arrivati ad un certo numero di chilometri il corpo inizia a faticare e cerca disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi, questa “cosa” è la “testa”. 13 La “testa” permette la giusta concentrazione per andare avanti, regola il respiro affinché l’atleta non faccia fatica e, soprattutto, permette all’atleta di continuare a correre, nonostante tutto. Storia L'idea di organizzare la gara venne a Michel Bréal, che voleva inserire l'evento nel programma della prima olimpiade moderna svoltasi ad Atene nel 1896. La maratona era la gara più attesa dei primi Giochi olimpici e intendeva essere la rievocazione sportiva di un evento epico: la corsa di Fidippide dalla città di Maratona all'acropoli di Atene per annunciare la vittoria dei persiani nel 490 a.C. La maratona olimpica avrebbe seguito un percorso simile, dal ponte di Maratona allo stadio Panathinaiko di Atene, per un totale di 40 km successivamente allungata nel 1921 quando venne portata 42,195 km. La maratona dal punto di vista tecnico/sportivo La maratona è una specialità sia maschile sia femminile dell'atletica leggera. Si tratta di una gara di corsa sulla distanza di 42,195 km. CORRERE UNA MARATONA Completare una maratona è spesso considerato come uno sforzo supremo, ma molti allenatori ritengono che sia alla portata di chiunque sia disposto a dedicare tempo e impegno per la preparazione. La maratona è un'attività che affatica profondamente il fisico umano (geneticamente non predisposto per questo tipo di sforzi) e che può determinare pesanti ripercussioni a livello di salute. Allenamento Per molti corridori, la maratona è la gara simbolo e l'obiettivo da raggiungere. Molti allenatori ritengono che l'elemento più importante dell'allenamento per la maratona sia la corsa per lunghe distanze. Normalmente gli amatori cercano di raggiungere un massimo di 30–32 km in una sola volta, e di circa 65 km a settimana, quando si allenano per la maratona. Maratoneti più esperti possono correre per distanze superiori e percorrere più chilometri in una settimana. Un buon programma di allenamento dura cinque o sei mesi, aumentando sempre iù la distanza da percorrere. 14 Durante l'allenamento per la maratona, è importante dare al proprio fisico un adatto tempo di recupero. Se si sente fatica o dolore, si deve riposare per due giorni e lasciare che il corpo si riprenda. Prima della gara Nelle due o tre settimane che precedono la maratona, i corridori normalmente riducono il loro allenamento settimanale e si prendono almeno due giorni di riposo completo. Molti maratoneti aumentano l'assunzione di carboidrati nella settimana precedente la prova per permettere all'organismo di incamerare più glicogeno. Immediatamente prima della gara, molti corridori si astengono dal mangiare cibo solido per evitare problemi digestivi. Si assicurano di essere pienamente idratati e si scaricano prima della partenza. Molte maratone dispongono di bagni lungo il tracciato, ma soprattutto in quelle più affollate le code possono essere lunghe. Un leggero stretching prima della gara aiuta a mantenere i muscoli caldi. Durante la gara Gli allenatori raccomandano di provare a mantenere un ritmo il più possibile costante quando si corre una maratona. Alcuni allenatori consigliano, ai maratoneti non professionisti, un paio di minuti al passo verso gli ultimi ristori. Acqua e integratori salini distribuiti lungo il percorso devono essere assunti regolarmente. Di solito esiste un tempo limite di circa sei ore, dopo il quale il percorso viene riaperto al traffico normale, anche se le maratone più importanti tengono aperto il tracciato più a lungo. Per i corridori amatoriali tempi sotto le tre ore sono considerati buoni. Avere un obiettivo di tempo aiuta a mantenere un ritmo costante. Dopo la maratona È normale provare dolori muscolari dopo la maratona. La maggior parte dei corridori impiega una settimana per riprendersi dagli sforzi della gara. Assumere amminoacidi a catena ramificata dopo la competizione e 60 minuti prima può accelerare il recupero. 15 INTERVISTA AD ATLETI Ho intervistato alcuni atleti, non specialisti nella maratona ma ugualmente professionisti in altre discipline per chiedere loro cosa pensassero dell’importanza della mente nello sport. 1. Prendendo in considerazione tutta la tua carriera di atleta, hai mai pensato che per raggiungere buoni risultati sia necessario avere la “testa”? Se sì perché? Se no perché? 2. Ti è mai capitato che il tuo fisico non ce la facesse più, ma la tua mente ti “portasse avanti”? 3. C’è chi si lamenta spesso della troppa fatica, c’è chi ha paura di non potercela fare. Cosa diresti a queste tipo di persone? 4. Si può dire che lo sport ti allena e prepara non solo per una gara, ma per la vita? Risposte: Mandji Levi Roche Società atletica Brescia 1950 Specialità velocità: 60-100-200 ,campione italiano 2014 sui 60 metri Record Personali 60 m: 6"81 100m: 10"62 200m: 21"76 1. Secondo me la testa è fondamentale in uno sport come il nostro. Per avere buoni risultati serve in primis il fisico e alle bandenti ma per avere quel risultato "di valore" in più serve la testa. In momenti difficili è lei che fa la differenza. dalle meno importanti alle gare Top che possono essere, camp italiani, europei e o via dicendo.. Ci sono molti atleti che fanno dei buonissimi risultati in campo nazionale , ma in grandi manifestazione dove si devono confrontare con atleti di calibro maggiore no, se uno con la testa è determinato in quei momenti fa vedere di che pasta è fatto. 16 2. Per quanto riguarda il rapporto tra testa e corpo, a me è successo il contrario. Di fisico stavo da dio ma la testa mi ha tradito, forse perché avevo troppo voglia di fare bene, forse perché mi sentivo troppo sicuro, fatto sta che su quei blocchi mi sono mosso e sono stato squalificato. Sicuramente è stata una lezione che avrei preferito saltare dato che era un "campionato italiano" ma quel che è fatto è fatto. Bisogna essere determinati per ri-inseguire la forma psicofisica che avevo una settimana fa. 3. Che primo dipende dallo sport che fai, e secondo se vuoi arrivare in alto non puoi non fare fatica. "Solo nel dizionario successo viene prima di sudore" tranne se sei arabo o asiatico che leggi il libro al contrario! 4. Lo sport ti prepara in tutto Ti rende una persona più responsabile "nel mio caso no" ti rende una persona adulta e l'allenamento è una metafora della vita quotidiana e le gare invece sono le sorprese (positive e negative) che essa ci riserva Chiara Loda Società:Atletica Virtus Castenedolo Specialità: Salto in alto Risultati ai campionati italiani a cui ho partecipato: - Sesta classificata ai Campionati Italiani Allievi/e Outdoor 2013 (Jesolo) con la misura di 1.60m - Terza classificata (medaglia di bronzo) ai Campionati Italiani Allievi/e Indoor 2014 (Ancona) con la misura di 1.66 m Record personale attuale: 1.71m -> (minimo per i Campionati Italiani Assoluti Outdoor) 1. Sono convinta che per fare questo sport sia indispensabile avere la "testa"; ovviamente è di grande importanza il fisico ma credo che per affrontare le gare ed ottenere risultati, oltre al fisico, all'allenamento, alla buona volontà sia necessaria la "testa". Nella mia specialità (salto in alto) sono convinta che la "testa" conti davvero tanto: prima di ogni salto serve quella concentrazione necessaria che ti permette di affrontare l'asticella ed essa deriva solo dalla "testa". 17 2. Parlando per esperienza devo dire che la testa è difficile averla, con il tempo ci si abitua, la si allena e cosi si riescono a migliorare i risultati e anche se stessi con mio grande stupore! Ero ai CDS assoluti a Lodi, pista che l’anno precedente mi aveva dato pessimi risultati (3 nulli di ingresso) e dopo una “paura di non farcela” iniziale la testa mi ha aiutato moltissimo e quindi tornando al punto di prima è INDISPENSABILE; sempre durante la stessa gara sono riuscita a migliorarmi facendo un personale al primo tentativo a 1.69 m, dopo questo salto il mio fisico era stanchissimo ma ero determinata a volermi migliorare ancora e il terzo tentativo a 1.71 m è stato un successo, ovviamente grazie alla testa. Tantissime volte precedenti a questa la “testa” mi ha tradito e quindi sono dell’idea che, come detto prima, la si debba allenare e col tempo si riesce a “dominarla”. 3. Spesso sono stata una persona del tipo “non ce la posso fare” ma ricollegandomi a ciò che ho detto prima: la “testa” è tutto. Chi si lamenta della troppa fatica, a mio parere, non è colpito da una passione vera e profonda che ti porta a fare tantissimi sacrifici e sforzi che non sempre ti conducono ad avere risultati ma quando questi arrivano sei all’apice della felicità. 4. Credo che lo sport in generale, ma soprattutto questo tipo di sport, ti prepari non solo per una gara, ma per la vita: ti insegna ad affrontare nuove situazioni, a superare problemi e anche a relazionarti con nuove persone perché il bello dell’atletica è anche il rapporto che nasce tra gli avversari che sono prima di tutto amici. La cosa che mi ha colpita di più appena sono entrata in questo “mondo” è stata il vedere gli avversari sostenersi a vicenda, farsi il tifo, incitarsi e grazie a questo sport ho potuto conoscere un’infinità di nuove persone con molte delle quali sono nate profonde amicizie. Le parole di questi atleti dimostrano concretamente ciò che voglio spiegare nella mia tesina. Questi ragazzi concorrono con specialità diverse, ma tutti hanno un pensiero comune ,cioè che se la mente,se la “testa” è forte, nulla è impossibile. La passione, così come il corpo, pur essendo essenziali nel raggiungimento di obbiettivo sportivo , non riescono a stimolare come solo la mente lo sa fare. 18 ITALIANO “La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. io lo vedo. S’alza e s’abbassa…ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito manifestarsi, afferro la matita.” Italo Svevo: da “La coscienza di Zeno” -Prefazione e Preambolo 19 Una mente sana funziona anche quando il corpo non risponde. Il motore di una persona deriva dall’equilibrio tra mente e corpo che collaborano in armonia affinché l’individuo possa riuscire nelle proprie intenzioni. Il corpo spesso è debole, ma una mente forte può arrivare a colmare le imperfezioni di quest’ultimo. Per esempio consideriamo tutti i vizi umani come il fumo o la droga. Questi ultimi rappresentano la debolezza del corpo, il quale ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, per sentirsi vivo e completo; in questo caso la mente non riesce a sostituirsi perché non è abbastanza forte e gli uomini non abbastanza determinati e coscienti che questi vizi possono portare alla morte. Ma cosa succede quando l’equilibrio tra mente e corpo si spezza? L’individuo si trova spaesato, non è più sicuro di nulla, poiché le sue due personali chiavi di lettura del mondo non riescono più ad interagire e, di conseguenza, tutte le verità sfumano, lasciando un grande vuoto. Questo vuoto porta l’uomo ad uno smarrimento interiore, caratterizzato da una continua chiusura verso il mondo, già pieno di incertezze e da una sfiducia verso gli uomini e verso se stesso. Tutto ciò determina la malattia mentale, come la nevrosi, o l’inettitudine. La mia tesina sostiene quanto un’interazione sana tra il corpo e la mente sia necessaria per una vita equilibrata. Ho trovato, invece, un’antitesi nelle opere di Italo Svevo, il quale, narrando il rapporto sbilanciato tra una mente malata e un corpo vizioso, sostiene l’impossibilità di concepire un rapporto positivo tra le due dimensioni della persona umana ammettendo, nelle sue estreme conseguenze, il suicidio come chiave di liberazione e unica modalità per trovare equilibrio e pace. Il pensiero di Svevo non può essere separato dal contesto socio -culturale nel quale l'autore visse e scrisse, caratterizzato da una profonda crisi sociale provocata totale sfiducia nel positivismo e alla crisi della borghesia. Ciò portò l'uomo alla consapevolezza che fossero sufficienti la sola razionalità, il determinismo scientifico, la causalità necessaria a spiegare la realtà. Tale presa di coscienza spinse l'uomo a cercare una via di fuga in mondi fantastici o in ideali di uomo immaginari; a ciò gli scrittori reagirono in modo diverso: D'Annunzio con la teoria del “superuomo”, Pascoli col “mito del fanciullino”, Svevo anziché inseguire miti o inventarsi eroi decise di parlare e descrivere l'uomo in crisi. La novità di Svevo sta anche nella sua ironia, nella costruzione di un protagonista antitragico e antieroico. 20 L'analisi psicologica diventa l'argomento principale dei suoi romanzi, e questa analisi viene resa dal punto di vista letterario con il "flusso di coscienza", una tecnica che consiste nel presentare le idee del personaggio così come si presentano alla sua mente, senza cercare necessariamente un legame logico fra le cose narrate, come avviene nella nostra psiche. Nelle sue opere , soprattutto nella Coscienza di Zeno, Svevo sottolinea come la malattia psichica porti alla degenerazione corporea, al punto che è disposto ad ammettere il suicidio come liberazione dalle sofferenze. Il corpo, quindi, perde della sua consistenza e del suo interesse. ITALO SVEVO Vita e opere Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz (Trieste 1861 - Motta di Livenza, Treviso 1928), fu un romanziere italiano, la cui opera costituì un momento di passaggio tra le esperienze del decadentismo italiano e la grande narrativa europea dei primi decenni del Novecento. Di famiglia ebraica, Svevo riuscì, grazie anche alle caratteristiche culturali di una città come Trieste, allora parte dell'impero austroungarico, ad assimilare una cultura mitteleuropea, che gli consentì di acquisire uno spessore intellettuale raro negli scrittori italiani del tempo. Al centro di questa sua formazione stanno da una parte la conoscenza della filosofia tedesca (soprattutto di Nietzsche e Schopenhauer) e della psicoanalisi di Freud e, dall'altra, l'interesse per i maestri del romanzo francese, da Stendhal a Balzac fino al naturalismo di Zola, e per i grandi narratori russi come Tolstoj, Dostoevskij . Svevo assunse l'incarico di impiegato di banca nel 1880, dopo il fallimento della ditta paterna e collaborando come critico teatrale e letterario a "L'indipendente”. La sua esperienza di impiegato gli ispirò la prima opera pubblicata in volume, Una vita (1892), romanzo, che portava in origine il titolo "Un inetto". Il romanzo successivo ,è Senilità (1898), rimanda non al dato anagrafico bensì alla patologica vecchiaia psicologico-morale di EmilioBrentani. 21 L'insuccesso dei primi due romanzi indusse Svevo a circa vent'anni di silenzio letterari, ma, nonostante le responsabilità imposte dalla sua nuova posizione di dirigente nella ditta di vernici del suocero, Svevo non cessò del tutto di coltivare la letteratura, come testimoniano alcuni suoi racconti: l'inizio della stesura della Madre, ad esempio, risale al 1910, sebbene il racconto sia stato pubblicato postumo, nel 1929, nella raccolta La novella del buon vecchio e della bella fanciulla. Nel 1905 Svevo cominciò a prendere lezioni di inglese da James Joyce, con il quale intrecciò un'amicizia che si sarebbe rivelata importante per il suo percorso letterario. Joyce lesse con entusiasmo le opere di Svevo e lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo. Nel 1908, si avviò all'opera di Freud, che gli avrebbe fornito altri fondamentali strumenti per la coscienza di Zeno, che cominciò ad elaborare durante la prima guerra mondiale. Il successo di quest’ultimo libro lo incoraggiò a ripubblicare, nel 1927, Senilità e rappresenta a Roma il suo atto unico Terzetto spezzato. Svevo, riprende con fervore la sua attività letteraria, pubblicando e scrivendo racconti. Morì improvvisamente nel settembre 1928. LA COSCIENZA DI ZENO Dal 1919, Svevo si dedicò alla composizione del suo romanzo più importante che pubblicò nel 1923. La Coscienza di Zeno è una forma singolare di memoriale, cioè un apparente confessione autobiografica, narrata in prima persona da Zeno Corsini. Zeno Cosini è un ricco commerciante triestino che, giunto all'età di cinquant'anni, decide di affidarsi alla terapia psicanalitica per liberarsi dalla sua inettitudine, dai vari complessi che lo affliggono, per guarire dal vizio del fumo e dalla malattia che lo tormenta. Lo psicanalista, induce Zeno a fissare sulla carta i ricordi della propria vita, ricordi che egli non rievocherà in ordine cronologico, ma lascerà vagare in libertà nella sua memoria, in un seguito di episodi legati ciascuno ad un suo vizio o ad un suo fallimento. Nascono così le varie storie narrate in prima persona da Zeno stesso: il fumo, La morte del padre, La storia del matrimonio, La moglie e l'amante. La biografia di Zeno rappresenta una serie di sconfitte. Vuole guarire dal vizio del fumo, ma vani sono gli sforzi per smettere di fumare; per disintossicarsi si fa perfino ricoverare in una casa di cura, ma sal quale fugge dopo aver corrotto l'infermiera. Si iscrive all'università, ma non riesce a terminare gli studi. 22 I rapporti con il padre sono difficili ed equivoci; si innamora di Ada Malfenti, la figlia più bella di un furbo commerciante, ma sposa Augusta la sorella strabica. Intreccia una storia extraconiugale con Carla, ma questa lo abbandona per sposare il maestro di musica che lui stesso, Zeno, le aveva presentato. Nelle pagine conclusive del suo diario di malato. Zeno dice di essere guarito, non grazie alla psicoanalisi, ma alla felice ripresa della sua attività commerciale. Il tempo entro cui il romanzo si colloca non è preciso; i fatti non si susseguono cronologicamente . Spesso il passato ripercorre le strade del pensiero di Zeno e si confonde con il presente formando un unico impasto non scindibile. La principale tematica del romanzo è la malattia. Il personaggio di Zeno, infatti è caratterizzato dalla dialettica, cioè dalla continua oscillazione tra volontà e comportamento effettivamente adottato ( tra proposito e piacere). In questa dinamica tra proposito e piacere sta appunto la nevrosi del protagonista, la sua malattia. I vantaggi di una nevrosi sono anche fuga da ogni responsabilità. Il terzo capitolo del romanzo, intitolato il fumo, è quello che più raffigura il concetto della malattia di cui scrive Svevo. CAPITOLO TERZO: IL FUMO Il capitolo terzo riguarda il vizio del fumo del protagonista, dipendenza sviluppata fin da ragazzino e sempre combattuta senza successo. A vent’anni Zeno si accorge di odiare il fumo e si ammala ma ,nonostante la malattia, decide di fumare un’ultima sigaretta; ed è qui che si evidenzia per la prima volta la vera malattia psicoanalitica del protagonista. Inizialmente il fumo è per Zeno una reazione al rapporto con il padre e poi si allarga a forma di difesa verso la realtà circostante e il mondo intero. In tal senso, ogni tentativo di smettere di fumare non è che uno stimolo ulteriore al desiderio, tanto più se il apprezzamento per la propria perseveranza viene da una figura come quella del padre “Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: "Giacché mi fa male non fumerò mai piú, ma prima voglio farlo per l’ultima volta". Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine [...] Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi: - Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito! 23 Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta.” (La coscienza di Zeno, cap III , il fumo) Da questo frammento è possibile capire quanto la mente del povero Zeno sia debole, egli si ripropone anno dopo anno di fumare “un’ultima sigaretta”, propositi inutili, poiché inventando scuse e pretesti di ogni tipo,continua imperterrito con il suo vizio. Zeno, non vuole guarire dalla sua nevrosi. Egli continua a rovinare sé stesso, disinteressandosi del su corpo o della sua salute solo per provare ancora piacere; egli prova piacere a trasgredire il proposito perché così potrà fare un nuovo proposito e prolungare il piacere, ecco qua presente l’oscillazione tra volontà e comportamento adottato, ossia la nevrosi. “Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.” (La coscienza di Zeno, cap III , il fumo) Questa frase rappresenta l’inettitudine di Zeno, incapace di svolgere un compito e inventore di scuse fittizie per giustificare alcuni suoi atti incomprensibili. 24 PEDAGOGIA “In finale mi confinarono in ottava corsia, non ero contento, non potevo controllare gli avversari. All'uscita della curva ero penultimo, Wells indemoniato era tre metri avanti. Penso: non avrò altre occasioni. Dodici anni di lavoro e di dolore per niente. Allora riparto, risento tutto, rientro in gara, recupero, vinco, alzo le braccia” Pietro Mennea 25 “Mens sana in corpore sano”. Lo sport come educatore e maestro di vita Intervista a Paolo Ortolani: Professore e allenatore di atletica nella società ”Audaces Nave” -Lo sport educa al sacrificio e prepara agli ostacoli della vita? - Come deve essere il rapporto tra allenatore e atleta ? L’allenatore è un maestro? “Non mi sono mai sentito allenatore, anche se ho fatto corsi per imparare la tecnica. Ho sempre scelto questa “missione”, chi aveva contatto con il pubblico la chiamava “missione” perché scattava qualcosa. La parte tecnica pura non mi interessa, m’interessa il ragazzo nella sua totalità, come cresce. Preferisco tirare su venti ragazzi sereni e tranquilli, che un campione; mentre ci sono certi colleghi che decidono di non allenare un ragazzo perché sostengono non abbia le potenzialità per diventare un campione, per me è veramente assurdo. Noi in un anno abbiamo anche settanta, ottanta ragazzi. C’è chi è meravigliato e si chiede come possiamo farcela; noi facciamo i salti mortali, facciamo tutto, ma deve essere così, questa è l’educazione. In questa società non si paga, noi lo facciamo gratis, ma pretendiamo che i bambini come i ragazzi siano rispettosi e si impegnino, che facciano un percorso e dimostrino attaccamento alla società sportiva. Lo sport è anche questo, richiede sacrificio, impegno. Una gara è come una verifica, per la verifica bisogna studiare, per una gara bisogna allenarsi costantemente e con impegno. Nella gara noi non pretendiamo che si arrivi sul podio, l’importante è che si venga ,per una questione d’impegno, poi c’è chi non è contento quando i suoi ragazzi arrivano negli ultimi posti. Ho sempre avuto un rapporto schietto con chi alleno, più facilmente con le ragazze, e ho allenato tanti ragazzi, voglio dire, Papa ha vinto un campionato italiano, è andato alle gare internazionali con 7,72 nel lungo. Voglio essere schietto nel rapporto con un ragazzo, non atleta, ma ragazzo o ragazza; alcune volte le mamme mi guardano male, ma io dico quello che penso, se poi qualcuno si offende chiedo scusa. Una volta mia figlia mi ha detto “Sei stato più un papà di tanti ragazzi che il mio”, ed è vero, questo lo rimpiango. L’educazione ora è diversa, i ragazzi hanno fretta di imparare, ma la loro attenzione dura pochissimo; bisogna bombardarli di stimoli, solo così possono reggere. 26 Di questi tempi c’è: la fretta di arrivare ai risultati, molte volte sono , però, condizionati dalla famiglia che spinge e poi c’è l’incapacità di stare con gli altri e sopportarli. Un anno fa una mamma, mi ha portato qui i suoi figli, un disastro, lei mi ha chiesto se glieli potevo tenere, non allenare, ma tenere. Ora questi ragazzi sono cambiati, chi non li conosceva l’anno scorso non immaginerebbero mai come potevano essere agitati. La cosa più bella che mi fa inorgoglire è quando sento una mamma o una maestra che mi dicono che da quando il ragazzo o la ragazza è venuta con me è cambiata, si sente più sicuro, parla. Mi piace stare con i ragazzi, secondo me l’ironia, l’ironia buona fa scattare il ragazzo, un rapporto sincero fa bene al ragazzo, lo invoglia anche ad impegnarsi di più. Io non voglio essere chiamato professore, ma maestro e voglio insegnare ai miei ragazzi attraverso lo sport, nello specifico l’atletica, ciò che è importante nella vita. Non voglio che alla prima difficoltà loro mollino tutto, perché ognuno ha un potenziale e bisogna sfruttarlo. Tutti devo imparare, non c’è quello che perde o quello chi vince, tutti sono uguali e tutti hanno il dovere e il diritto di provarci. Il mio idolo da sempre è Don Milani, infatti quando sono stato in dubbio nei miei anni passati ho sempre letto ciò che ha scritto, soprattutto lettere ad una professoressa. Il ragazzo ha bisogno di sentirsi bene, nelle gare questo si vede. Se un ragazzo ha autostima, grinta, voglia di arrivare nonostante la stanchezza ha già vinto ” Paolo Ortolani è un allenatore della società sportiva di atletica “Audaces Nave” da poco tempo dopo la sua fondazione ed è professore in pensione di educazione fisica. Nonostante la sua età non si lascia mai sfuggire una gara, un allenamento, sempre pronto a spronare i ragazzi. Ha educato ragazzi come se fossero suoi figli, non perdendosi d’animo, credendo lui per primo in loro, anche quando loro stessi non vedevano quel grande potenziale. La mia tesina vuole parlare proprio di questo: l’importanza che la mente ha nello sport. Si è portati a credere che nello sport per diventare un campione si debba rafforzare solo il corpo: muscoli per correre, per lanciare, per palleggiare, per passare, per nuotare, ciò non è vero. Dimentichiamo che il nostro corpo non va se la mente non dice di correre, le braccia non lanciano se non c’è forza di volontà. E’ importante essere lucidi, concentrati, avere “testa”, allenare la nostra mente, testa o cervello alle grandi difficoltà della vita, delle fatiche, del sacrificio che anche lo sport richiede. 27 Io sostengo che lo sport sia un ottimo educatore, insegna a tutti, bambini, adolescenti o adulti, quali siano i veri valori che caratterizzano una persona forte: impegno, sacrificio, capacità di adattamento. Lo sport insegna ad avere fiducia in se stessi, insegna a perseguire i propri obbiettivi anche quando ci sembra impossibile, ci sprona a seguire i nostri sogni. Lo sport insegna a vivere. “Atletica leggera, perché ti piace? Questo sport mi piace perché mi ha dato e mi sta dando sicurezza ogni giorno di più, lasciando così alle spalle la timidezza che mi chiudeva in me stessa” Ciò è stato risposto da una ragazza e da qui il mio sogno che lo sport possa continuare a svolgere un ruolo importante nella società, educando bambini e ragazzi per un mondo pieno di incertezze e paure, ma superate queste ci sono altrettante soddisfazioni. Lo sport, fatto di allenatori, amici, compagni di squadra, nemici ,gioca un ruolo importante nella vita di un individuo. A questo proposito, per sostenere la mia tesi, espongo il pensiero di due grande pedagogisti: Piaget e Vigotskij; entrambi trattano il medesimo argomento, ma con pensieri contrastanti. La mia tesi si avvicina al pensiero di Vigotskij, il quale sostiene la necessità del fanciullo di stare in contatto con altri, di immergersi nella società, in modo da interiorizzare tutto per poi mettere a frutto ciò che si è imparato; Piaget sostiene invece che la società non influenzi in modo determinante lo sviluppo intellettivo del fanciullo che cresce seguendo le proprie attitudini e il proprio spirito di adattamento. Piaget , Vigotskij e l’educazione del fanciullo: un confronto Jean Piaget: Biografia Jean Piaget (1896-1980), formatosi alla scuola della biologia e della filosofia, venne influenzato da Bergoson e Kant, ma anche della psicologia, ha un ingegno precocissimo che lo porta all’età di vent’anni ad aver pubblicato numerosi lavori. In questo periodo traccia anche un programma:dedicarsi allo studio e all’analisi dei legami tra biologia e conoscenza, cio porterà alla nascita della così detta “epistemologia genetica”, che delinea lo sviluppo della conoscenza scientifica del mondo attraverso lo studio clinico e sperimentale dei bambini fino ai nove anni. Entrato nel 1921 nell’ “istituto Jean-Jaques Rousseau”, Piaget inizia gli studi che daranno frutto al Pensiero e il linguaggio del fanciullo (1923) a cui seguiranno gli studi sul giudizio, sul ragionamento, sulla rappresentazione del mondo e sull’idea di causa. 28 Nel 1932 Piaget pubblica Il giudizio morale nel fanciullo un’opera che ipotizza, contro Freud, che anche lo sviluppo della moralità sia legato a quello dell’intelligenza. Nello stesso periodo s’interessa sempre più alla ricerche della psicologia della Gestalt e al concetto di “struttura” e diventa direttore dell’istituto Rosseau. Nel 1930 è direttore del Bureau International de l’Education. Verso la fine degli anni trenta si dedica allo sviluppo logico dei preadolescenti e degli adolescenti. Nel 1955 fonda il “Centro di epistemologia genetica”, che approfondirà gli studi da lui proposti grazie al lavoro di un’ampia équipe di ricercatori. Piaget opera per tutto il quarto di secolo successivo, dando orginie a numerosi scritti. Il pensiero pedagogico di Piaget: l’adattamento e l’egocentrismo costituiscono l’elemento dello sviluppo umano Piaget ha elaborato la prima teoria sullo sviluppo mentale del bambino basata sul metodo clinico. Egli ha dimostrato sia che la differenza tra il pensiero del bambino e quello dell'adulto è di tipo qualitativo (il bambino non è un adulto in miniatura ma un individuo dotato di struttura propria), sia che il concetto di intelligenza legato al concetto di "adattamento all'ambiente". L'intelligenza è una conseguenza del nostro adattamento biologico all'ambiente. L'uomo non eredita solo delle caratteristiche specifiche del suo sistema nervoso e sensoriale, ma anche una disposizione che gli permette di superare questi limiti biologici imposti dalla natura Piaget distingue due processi che caratterizzano ogni adattamento: l’assimilazione e l'accomodamento, che si avvicendano durante l'età evolutiva. Si ha assimilazione quando un organismo adopera qualcosa del suo ambiente per un'attività che fa già parte del suo repertorio e che non viene modificata Questo processo predomina nella prima fase di sviluppo. Nella seconda fase invece prevale l'accomodamento, il bambino può svolgere un'osservazione attiva sull'ambiente tentando anche di dominarlo. Piaget sostiene che ci siano delle strutture mentali in progressiva formazione e trasformazione . Piaget dice: “Ogni struttura dovrà essere concepita come una particolare forma di equilibrio che si mantiene più o meno stabile in un campo ristretto. Queste strutture si succedono secondo una legge di evoluzione per cui ciascuna assicura un equilibrio più largo e più stabile ai processi che intervenivano in seno al precedente” ( da “Psicologia e pedagogia, Torino, Loescher, 1973) 29 -Le strutture mentali non si possono definire né innate né acquisite, perché sono l’esito di una costruzione. - ogni struttura, dalla più semplice alla più complessa, deve essere intesa come totalità ed è plastica, subisce quindi trasformazioni. - Nel corso dell’evoluzione le strutture mentali possono essere distribuite su quattro livelli fondamentali (teoria degli stadi) I periodi dello sviluppo A Il periodo dell’intelligenza senso motoria: dalla nascita ai 18/24 mesi (infanzia) Dalla nascita ai 2 anni circa. Tale fase è ulteriormente divisa in sei stadi durante i quali il bambino passa da una fase di riflessi innati ad una fase di scoperta del proprio corpo e quindi di interazione con l’ambiente circostante. Dal dodicesimo mese ha inizio un processo di ragionamento tale per cui il bambino sperimenta varie possibilità per raggiungere uno stesso obiettivo. Dai 18 mesi in poi. Il bambino è in grado di agire sulla realtà col pensiero. Può cioè immaginare gli effetti di azioni che si appresta a compiere, senza doverle mettere in pratica concretamente per osservarne gli effetti. Egli inoltre usa le parole non solo per accompagnare le azioni che sta compiendo ma anche per descrivere cose non presenti e raccontare quello che ha visto-fatto qualche tempo prima. B Il periodo dell’intelligenza rappresentativa: dai 2 agli 11/12 anni ( fanciullezza) Il passaggio dall’intelligenza senso motoria all’intelligenza operativa ( prima di tipo intuitivo o pre-opratorio, dai 4/5 ai 7/8 anni , e successivamente di tipo operatorio concreto dai 7/8 ai 11/12 anni ) è reso possibile perché tra i 2 e 4 anni c’è un progressivo consolidamento della funzione rappresentativa, che emerge e si consolida attraverso la funzione simbolica. B.1 Fase pre-concettuale. (va dai 2 ai 4 anni). L'atteggiamento fondamentale del bambino è ancora di tipo egocentrico, in quanto non conosce alternative alla realtà che personalmente sperimenta. Questa visione unilaterale delle cose lo induce a credere che tutti la pensino come lui e che capiscano i suoi desideri-pensieri, senza che sia necessario fare sforzi per farsi capire. 30 Il linguaggio diventa molto importante, perché il bambino impara ad associare alcune parole ad oggetti o azioni. Con il gioco occupa la maggior parte della giornata, perché per lui tutto è gioco: addirittura ripete in forma di gioco le azioni reali che sperimenta B.2 Fase pre-operatoria non reversibile (va dai 4 ai 7/8 anni) Aumenta la partecipazione e la socializzazione nella vita di ogni giorno, in maniera creativa, autonoma, adeguata alle diverse circostanze. Entrando nella scuola materna, il bambino sperimenta l'esistenza di altre autorità diverse dai genitori. Questo lo obbliga a rivedere le conoscenze acquisite nelle fasi precedenti, mediante dei processi cognitivi di generalizzazione: ovvero, le conoscenze possedute, relative ad un'esperienza specifica, vengono trasferite a quelle esperienze che, in qualche modo, possono essere classificate nella stessa categoria. B.3 Fase operatoria reversibile . (va dai 7/8 anni agli 11/12 anni). Il bambino è in grado di coordinare due azioni successive; di prendere coscienza che un'azione resta invariata, anche se ripetuta; di passare da una modalità di pensiero analogico a una di tipo induttivo; di giungere ad uno stesso punto di arrivo partendo da due vie diverse. Naturalmente il bambino fino a 11 anni è in grado di svolgere solo operazioni concrete, non essendo ancora capace di ragionare su dati presentati in forma puramente verbale. Nonostante le teorie di Piaget siano considerate ora abbastanza superate, egli ha certamente avuto il merito di sottolineare la presenza di uno sviluppo graduale dell’intelligenza umana. La mente di un bambino è come una spugna che assorbe e reimpiega velocemente, quasi istantaneamente, i comportamenti che ha acquisito in un determinato contesto. Un elemento del discorso di Piaget che è stato invece confutato, e che è particolarmente interessante per lo sport come realtà di socializzazione, è l’egocentrismo del bambino. Piaget è convinto che sia l’egocentrismo a spingere il bambino, mosso dalla necessità di sopravvivere, ad adattarsi all’ambiente. L’intelligenza di Piaget è quindi un’intelligenza personale e legata alla genetica: il bambino è più intelligente se è più forte la sua tendenza ad adattarsi. 31 Lev Semënovič Vygotskij: Biografia Nasce nel 1896 e si forma attraverso studi di filosofia e di scienze umane. Il suo lavoro sistematico inizia nel 1924, anno della morte di Lenin. I dieci anni successivi del lavoro di Vygotskij, gli unici che gli restano da vivere a causa di una grave forma di tubercolosi, si intrecciano radicalmente con il forte dibattito dettato condotto dalla nuova cultura sovietica sul ruolo della scienza, ma anche sui suoi contenuti e sul rapporto con le dottrine dei Paesi capitalisti d’Occidente. In quegli anni Vygotskij arriverà alla concezione che lo sviluppo umano dipenda ampiamente dalla situazione sociale. Così, se Makerenko finisce per aderire pienamente alle posizioni della cultura ufficiale, Vygotskij non lo farà maie questo porta a una censura dei suoi libri fino alla fine degli anni cinquanta. Nel 1925 compone Psicologia dell’arte e pubblica La coscienza come problema della psicologia del comportamento , testo con cui nasce la “scuola storico-culturale” della psicologia russa. Del 1926 pubblica numerosi articoli sulla psicologia e sull’educazione dei bambini con handicap fisici e psichici. Nel 1934, ormai postumo, esce il suo libro più famoso: Pensiero e linguaggio che, come altri suoi scritti pedagogici, nel 1936 viene condannato dal “Comitato Centrale del Partito comunista sovietico”. Il pensiero pedagogico di Vygotski : lo svulippo intellettivo del faciullo é legato al contesto sociale "...quello che piu' interessa è il legame intrapsicologico e interpsicologico che si viene a sviluppare tra i partecipanti all'interazione. Se parliamo di costruzione attiva della conoscenza questa si puo' verificare solo con un'accettazione sul piano intrapsicologico di elementi comuni non necessariamente noti a tutte le parti in "causa" . In questa prospettiva i componenti di un'interazione sono orientati attivamente a mediare e a condividere un sapere che non necessariamente deve essere già noto e condiviso.Proprio questo processo di negoziazione della conoscenza consente di ridefinire continuamente il proprio stato di sviluppo mentale e relazionale, per consolidare da un punto di vista cognitivo la propria presenza nel mondo" (da "Pensiero e linguaggio" di Vygotskij) 32 Vygotskij ha confutato parte della teoria di Piaget nel suo scritto Pensiero e Linguaggio, sostenendo che il bambino non impara perché egocentrico, ma apprende in un contesto sociale, quindi non per un principio di adattamento ma in rapporto alle relazioni che instaura. In particolare Vygotskij sostiene che la crescita di una persona, e in particolare di un bambino, avviene attraverso l'interazione sociale, soprattutto con gli adulti. Attraverso questa interazione lo sviluppo del bambino potrà trasformarsi al meglio, tramite le informazioni apprese dall’adulto. L’apprendimento non segue regole sociali stabilite e non avviene solo in alcuni contesti ma interessa tutti i soggetti in tutti i contesti. Il passaggio di competenza può quindi avvenire tra un gruppo di pari ( come i componenti di una squadra di calcio, pallavolo o atletica) o in una relazione tra bambino e allenatore o tra bambino e insegnante. Nella relazione il bambino è motivato a sviluppare precise competenze e viene guidato nello sviluppo da un adulto o da un suo coetaneo che, per svariati motivi, ha già maturato queste capacità. Le teorie di Vygotskij hanno infatti dimostrato che una buona cooperazione fornisce la base dello sviluppo individuale. Per esempio in un gioco o durante un all’allenamento, il bambino segue determinate regole, subordinando il proprio comportamento ad esse; questo avviene perché ripreso sia dai suoi compagni, sia dall’allenatore. I processi cognitivi si attivano quando il bambino sta interagendo con persone del suo ambiente e con i suoi compagni che lo inducono a riflettere e cambiare il proprio comportamento. Vygotskij sostiene inoltre che la “buona cooperazione” non avviene sempre ma quando il bambino instaura rapporti significativi. Questi rapporti si sviluppano soprattutto in contesti dove il bambino non è messo alla prova o portato a dover dimostrare delle conoscenze che poi devono essere valutate, come la scuola per esempio, ma all’interno di contesti più informali dove il ruolo dell’adulto non è percepito come valutatore ma come accompagnatore. La prima regola di Vygotskij è la costituzione di un clima positivo. Per costruire un clima positivo l’atteggiamento dell’allenatore dovrebbe essere democratico, sincero, positivo, inteso come punto di riferimento, guida, persona disponibile all’ascolto e all’aiuto. Una notevole importanza è data al ruolo dell’allenatore che deve essere in grado di gestire la cooperazione, accettando anche i momenti di competizione e cercando di creare delle attività che possano mettere tutti i bambini in situazioni tali da essere sia perfettamente competenti che in fase di apprendimento. 33 L’allenatore deve infatti trovare degli obiettivi da proporre ai fanciulli che siano motivanti. Vygotskij definisce tali attività “apprendimento socializzato nell’area di sviluppo potenziale”. Tale avanzamento nella scala della conoscenza avviene più facilmente se lo si condivide con i propri pari, per questo lo si definisce socializzato. All’interno di una squadra, l’apprendimento è per natura socializzato; per essere anche efficace è necessario che l’allenatore abbia chiaro in mente l’obiettivo a cui vuole portare l’individuo o la squadra e sia consapevole che il tutto deve essere fatto gradualmente. Questa crescita può investire diversi campi, dal campo puramente fisico attraverso degli allenamenti più duri, a quello di un miglioramento dei rapporti di gruppo attraverso attività di gioco. Vygotskij sottolinea un elemento fondamentale che io credo sia il cardine della mia tesi: la forsa del potenziale educativo. Io credo fortemente che lo sport sia un maestro di vita e che insegni che le due chiavi di lettura che l’uomo ha per comprendere e intervenire sul mondo ( la sua mente e il suo corpo) debbano essere equalmente alimentate perché la loro armonia porti all’armonia dell’esere umano. Ci sono stati casi, e la letteratura italiana ce ne ha mostrati alcuni, dove il rapporto sbialnciato tra queste due dimensioni sia fatale per l’uomo. Come é possibile quindi riportare l’equilibrio in un uomo apparentemente sbilanciato? Il pedagogista russo risponde a questa domanda investendo nella formazione, nel potere sociale dell’educazione, nella forza della relazione come forza profulsiva dello sviluppo intellettivo e fisico dell’essere umano. 34 STORIA "Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Di unire la gente. Parla una lingua che tutti capiscono. Lo sport può creare la speranza laddove prima c’era solo disperazione" Nelson Mandela 35 La frase di Nelson Mandela sintetizza una riflessione apparentemente scontata, ma dal forte potenziale rivoluzionario: la mente può cambiare il risultato in una gara, così come la libertà di pensiero può cambiare il corso della storia di una nazione. Nello sport c’è una correlazione tra mente e libertà: la mente influenza la libertà di pensiero la quale consente ad un atleta o ad una squadra di perseguire i propri obbiettivi indipendentemente dalla situazione sociale o politica o economica del momento. Oggi, non tutti riescono a vedere questo grande potere “rivoluzionario”, poiché lo sport considerato è solo lo “sport-spettacolo” di calciatori miliardari inclini all’alibi o al lamento o delle tifoserie che usano lo stadio come loro personale campo di battaglia; le persone sono anche accecate dal pregiudizio per cui lo sport non può più trasmettere nulla di positivo perché malato da quel cancro che è il doping . Non si possono di certo confutare queste teorie, poiché alcuni fatti ne confermano la veridicità; tuttavia, come sempre, non si può permettere che una delle dimensioni di una situazione vada a influenzare la visione dell’intero sistema. A questo proposito Pierre de Coubertin dice: “La sana democrazia, il saggio e pacifico internazionalismo penetreranno nel nuovo stadio e vi manterranno questo culto dell’onore e del disinteressamento che permetterà all’atletismo di fare opera di perfezionamento morale e di pace sociale e nello stesso tempo di sviluppo muscolare ( Cfr A. Lombardo, Pierre de Coubertin, Rai Eri Roma 2000, pag. 199 ) Lo sport, dunque, non è soltanto fatto di atleti automi, impegnati solamente nel raggiungimento dei propri obbiettivi agonistici, ma è anche un’istituzione fatta da persone che, oltre ad essere campioni nell’ambito sportivo, sono campioni o esempi per le loro nazioni. Ci sono stati atleti che lottarono per le proprie idee, per un interesse collettivo, combattendo per quei valori basilari come il rispetto, l’accoglienza, l’uguaglianza , la cooperazione utilizzando il mezzo più potente che potessero avere: lo sport. Esempi come Jesse Owens-atleta afroamericano che vinse per gli USA quattro medaglie d’oro, nell’Olimpiade di Berlino del 1936, umiliando Hitler davanti ad una Germania nazista- o episodio come quello che avvenne durante l’Olimpiade di Città del Messico del 1968, quando alcuni atleti- tra cui il velocista Tommie Smith ed il quattrocentista Lee Evans, che aderivano al Black Power (movimento estremista per l’emancipazione dei neri) - proposero il ritiro di tutti gli atleti di colore dalle rappresentative statunitensi. 36 I due, vincendo rispettivamente oro e bronzo nei 200 metri, si esibirono sul podio a piedi nudi per simboleggiare la povertà e le proprie radici, sollevando il pugno coperto da un guanto nero e chinando il capo mentre nello stadio sventolavano le bandiere statunitensi. Vi sono altri numerosi esempi che possono essere annoverati, ma quello più significativo, a mio avviso, lo si trova nella storia degli “Springboks”, squadra di rugby nazionale sudafricana. SPRINGBOKS "one team, one country” La storia degli Springboks è stata caratterizzata, condizionata e rovinata dalla presenza dell'apartheid, politica di segregazione razziale istituita nel dopoguerra dal governo di etnia bianca del Sudafrica e rimasta in vigore fino al 1993. L'apartheid provocò numerosi problemi alla squadra sudafricana, poiché, durante tutto il periodo di segregazioneessa venne isolata e esclusa dall'intera comunità internazionale. I danni non furono limitati solo alla squadra, il problema dell'apartheid diede vita ad una grande protesta mondiale che, come conseguenza, creò a catena il boicottaggio di numerose nazioni africane alle olimpiadi di Montreal del 1976. Dopo numerosi disagi ,gli Springboks, caduta l'apartheid, riuscirono a rientrare nel giro internazionale e nel 1995, con una vittoria schiacciante sugli All Blacks, squadra nazionale di rugby della Nuova Zelanda ,vinsero la Coppa del Mondo , riscattando allo stesso tempo la propria squadra e la propria nazione dilaniata dalle ingiustizie subìte. La nascita degli Springboks e i primi passi a livello internazionale La prima organizzazione ufficiale di rugby in Sudafrica fu la South African Rugby Board, nata nel 1889 e attiva fino al 1992. A seguito della fine dell'apartheid, il 23 marzo dello stesso anno le due organizzazioni che gestivano separatamente lo sport praticato dai bianchi e quello praticato dai neri diedero luogo a una fusione che generò la South African Rugby Football Union, che dal 2005 divenne l'attuale South African Rugby Union. Il primo tour di una squadra delle Isole britanniche in Sud Africa ebbe luogo nel 1891, quando la squadra inglese vinse tutti gli incontri. Il vero esordio della neo squadra sudafricana avvenne nel tour delle Isole britanniche nel 1896 . Le Isole britanniche vinsero tre dei quattro test disputati con quella che si potrebbe definire la nazionale sudafricana. 37 Quel test segna l'inizio dello spirito del rugby sudafricano: un gioco incentrato sulla forza e sulla potenza dell'impatto fisico. L'ultimo test, vinto dai sudafricani, fu il vero punto di partenza del rugby sudafricano. Un altro tour importante fu nel 1906, tour che riuscì a ricucire i rapporti con la Gran Bretagna dopo le guerre boere e contribuì ad instaurare nel popolo sudafricano un sentimento di unità e orgoglio patriottico indispensabile per la nascita di una nazione. Durante quel tour venne utilizzato per la prima volta l'appellativo Springboks, termine che venne allargato a tutte le squadre di qualsiasi sport che rappresentavano il Sudafrica in competizioni mondiali. Questo consuetudine venne lasciata nel 1994 con la creazione del nuovo governo democratico sudafricano. Gli Springboks e l'APARTHEID Dal 1948, data in cui fu introdotto l'apartheid in Sudafrica, la legge prevedeva che tutte le squadre in tour in Sudafrica non potessero schierare giocatori neri. Fin dal primo tour in terra sudafricana i neozelandesi si erano adattati a questa regola. Nel tour del 1928 vennero infatti esclusi George Nepia e Jimmy Mill, due giocatori non bianchi. Negli anni Sessanta ,però, il movimento anti-apartheid cresceva e quindi nel 1960, nonostante il continuo isolamento internazionale del Sudafrica, 150.000 firme di opposizione e una forte manifestazione che gridava "No Maori, No tour", gli All Blacks visitarono lo Stato sudafricano. La storia non si ripetè nel 1967, quando ancora una volta lo stato sudafricano si rifiutò di ammettere i giocatori di colore della squadra neozelandese e quest'ultima si ritrovò a cancellare il tour. Nel 1970 ci fu un leggero miglioramento che fece sperare in una possibile disgregazione della dura politica dell'apartheid, difatti gli All Blacks visitarono di nuovo il Sudafrica e questa volta il governo concesse ai giocatori maori di partecipare e ammise anche la presenza di spettatori maori allo stadio in qualità di "honorary whites”. La squadra sudafricana, negli anni '70 , a causa della propria politica, fu oggetto di ingiustizie da parte del governo neozelandese . Nel 1971 gli Springboks organizzarono un tour in Australia, dove vinsero tutti gli incontri, ma anche questo tour, fu caratterizzato da proteste anti-apartheid, poiché le associazioni di trasporto australiane si rifiutarono di ospitare gli Springboks in treno o in aereo, perciò i giocatori dovettero essere trasportati dall'Air Force australiana. 38 Questo evento puo essere considerato l'inizio dell’emarginazione sportiva che interessò il Sudafrica dal 1977 quando il Commonwealth, in seguito al boicottaggio delle Olimpiadi del 1976 di cui parleremo di seguito, emanò l'accordo di Gleneagles che vietava ogni tipo di contatto, a livello sportivo, con il Sudafrica. Boicottaggio delle Olimpiadi di Montreal del 1976 Le olimpiadi moderne nascono dal volere del barone francese Pierre de Coubertain di riportare in vita gli antichi giochi olimpici che si svolgevano nell'antica Grescia. Uno dei dogmi delle olimpiadi moderne è, per esplicita dichiarazione di Coubertin, l’internazionalismo. Infatti l'inventore dei giochi olimpici era determinato nel riuscire a riunire sotto la stessa bandiera gli atleti di tutti i paesi, di tutte le razze e le religioni. Le Olimpiadi rompono i confini nazionali e danno la possibilità alle squadre di tutti i paesi e di tutte le discipline di incontrarsi in modo pacifico sui campi di gioco, nel medesimo luogo e contemporaneamente. In linea con i principi appena citati, durante le Olimpiadi di Montreal, ben 26 paesi africani non si presentarono alla Cerimonia di Apertura per manifestare contro le discriminazioni razziali; a questi se ne aggiunsero altri nei primi giorni delle Olimpiadi fino ad un totale di 33 paesi e circa 300 atleti. I paesi boicottarono in segno di protesta per sostenere la Nuova Zelanda, la quale si era recentemente recata in viaggio nel Sudafrica, dove aveva giocato con altre squadre composte esclusivamente da bianchi; inoltre Tanzania e Congo avevano chiesto espressamente al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) l'esclusione della squadra neozelandese. Dal momento che il rugby non era più uno sport olimpico, il CIO preferì non intervenire nella faccenda e lasciò che il problema fosse risolto al di fuori dell'organizzazione dei giochi. Di seguito troviamo tutti i paesi africani boicottanti. Algeria Camerun Rep Centraficana Ciad Rep. del Congo Egitto Etiopia Gabon Gambia Ghana Guyana Iraq Kenya Libia Lesotho Madagascar Malawi Mali Marocco Niger Nigeria Taipei Cinese Somalia Sudan Swaziland Tanzania Togo Tunisia Uganda Burkina Faso Zambia 39 La disgregazione dell'Apartheid e la rivalsa degli Spingboks. Mandela unisce due popoli Nelson Mandela consegna la coppa del mondo a François Pienaar, capitano della squadra degli Springboks All'inizio degli anni '90 la politica dell'apartheid cominciò a sgretolarsi: gli Springboks furono quindi riammessi nel rugby internazionale nel 1992. Lavorarono per poter raggiungere gli standard qualitativi conseguiti negli anni precedenti all'isolamento internazionale. Il 1995 fu per il Sudafrica l’anno della svolta, il paese venne infatti scelto come paese ospitante della Coppa del mondo di rugby. Fu l'evento sportivo più importante che il Sudafrica abbia organizzato prima del mondiale di calcio del 2010. Per l'occasione la tifoseria, fatta non solo di bianchi, ma anche di neri, costituì lo slogan “one team, one country”. La manifestazione fu un trionfo anche a livello sportivo per il Sudafrica: sconfiggendo Australia, Romania, Canada, Samoa e Francia ottennero l'accesso in finale contro i tradizionali rivali neozelandesi, nella quale i sudafricani vinsero con il punteggio di 15-12. La finale della Coppa del mondo di rugby contro gli All Blacks è diventata un evento storico. In particolare divenne immortale l'immagine del momento in cui in cui Nelson Mandela, indossando la maglia degli Springboks, consegnò nelle mani del capitano afrikaner François Pienaar la Coppa del mondo. 40 Mandela si prese a cuore la squadra, per la prima volta composta sia da giocatori bianchi sia neri, consapevole che questa vittoria potesse rafforzare l'orgoglio nazionale e lo spirito di unità del paese. Il 24 giugno 1995, Mandela si presentò in tribuna con la maglia degli Springboks , senza distinzione di pelle, di credo, di censo. Per il Sudafrica si aprì una nuova vita, con la caduta definitiva dell'apartheid. Da quel momento il Sudafrica conobbe la costituzione di un nuovo governo democratico, il cui leader era il neo presidente Nelson Mandela, primo presidente nero eletto nel 1994. Nelson Mandela è stato colui che ha liberato il Sudafrica dall'oppressione e colui che riuscì ad unire due popoli, quello nero e quello boero, che da sempre coabitavano nella stessa nazione, ma che mai erano riusciti, fino ad allora, a trovare un accordo comune per convivere in modo pacifico. CENNI GENERALI SULL'APARTHEID L'inizio dell'apartheid La situazione del SudAfrica era del tutto diversa da quella degli altri paesi africani. L'unione Sudafricana, nata nel 1910, era stata dominata dai Boeri, che avevano fondato il partito Afrikaner. Ma già nel 1912 era nato il South Africa Native National Congress, un partito che rivendicava i diritti dei neri e nel 1923 si trasforò nell'African National Congress (ANC). Negli anni Venti e Trenta l'ANC si era alleato con il Partito Comunista, ma insieme non costituivano una reale minaccia per il predominio dei bianchi. Nel primo dopoguerra, tuttavia, la loro azione diventò più efficace, ma furono messi fuori legge. Il governo boero aveva adottato una politica rigida di separazione tra la popolazione bianca, sia boera, sia di origine inglese, e quella nera che era costretta a vivere nelle riserve. I Boeri avevano cercato di impedire la formazione di una borghesia nera, impedendo nel 1926 ai neri di esercitare lavori non manuali, mentre erano interessati allo sfruttamento della manodopera di colore sia nelle miniere di oro e di diamanti, che rappresentavano la maggiore ricchezza del paese, sia nelle aziende agricole: i minatori e i braccianti neri avevano avuto perciò il permesso di uscire dalle riserve, se muniti di un lasciapassare. A differenza degli altri paesi africani, dopo la Seconda guerra mondiale in Sudafrica la situazione non cambiò. 41 La separazione, anzi, fu resa ancora più rigida con l'adozione dell'apartheid nel 1948. Ad ogni gruppo etnico era assegnato un suo territorio ed erano proibiti i matrimoni tra membri di etnìe diverse.Per calmare le proteste che c'erano in tutto il mondo contro questa politica, il governo sudafricano nel 1959 decise di fromare bantustan o homelands, cioè di territori abitati da neri, che con il tempo avrebbero potuto ottenere l'indipendenza. In realtà, questo provvedimento non cambiò niente, anzi peggiorò la separazione tra i due popoli. Anche la nascita di un parlamento, negli anni Ottanta, non costituì un cambiamento radicale, perché i neri non potevano farne parte. La fine dell'apartheid e il nuovo Sudafrica Nel 1961 Mandela, il maggior esponente dell'ANC, che fino ad allora aveva sostenuto la nonviolenza, capì che non avrebbe raggiunto nessun obiettivo senza l'uso della forza. L'anno seguente fu arrestato e rimase in carcere fino al 1990. l'ANC minacciava dunque di passare alla lotta armata La sera, al termine del lavoro nell aziende dei bianchi, tutti i neri dovevano rientrare nei propri territori, dove la vita era molto dura; e proprio in questi sobborghi, abitati dai lavoratori neri, si verificarono le sommosse. Il primo ad insorgere fu Soweto, nel 1976, ma la rivolta venne repressa con una stima di circa 600 persone morte. Dopo questi eventi la condanna internazionale all'apartheid si fece pù aspra, con pressioni sia politiche, sia economiche: l'ONU proclamò un embargo nel 1986 che isolò completamente il Sudafrica. La situazione cominciò a farsi insostenibile per i Boeri, organizzati nel partito nazionalista con a capo Pieter W.Botha, il quale concesse alcune piccole riforme per rendere meno ostile l'opinione pubblica internazionale, ma Mandela rimase in carcere. Nel 1989 Botha fu costretto a dare le dimissioni e gli succedette de Klerk, sostenitore di una politica di pacificazione nazionale, chiesta anche da quella parte della popolazione bianca di origine inglese. Nel 1990 Mandela fu liberato e tre anni dopo ricevette, insieme a de Klerk, il Nobel per la pace. Le leggi dell'apartheid furono abolite nel 1994 e si svolsero libere elezioni che finirono con la vittoria dell'ANC. Mandela diventò presidente e de Klerk vicepresidente. 42 Nel 1997 fu approvata una costituzione non razziale, ma i problemi del Sudafrica non erano stati del tutto risolti. Per impedire il crollo dell'economia, Mandela decise di non portare trasformazioni: le aziende restarono nelle mani dei bianchi che continuarono ad avere un tenore di vita di gran lunga superiore a quello dei neri. L'apartheid fu dichiarato crimine internazionale da una convenzione delle Nazioni Unite votata dall'assemblea generale nel 1973 ed entrata in vigore nel 1976 e quindi successivamente inserito nella lista dei crimini contro l'umanità. Per estensione, il termine è oggi utilizzato per rimarcare qualunque forma di segregazione civile e politica a danno di minoranze, ad opera del governo di uno stato sovrano, sulla base di pregiudizi etnici. 43 44 INGLESE “Il segreto per arrivare a questi risultati è venire qui ed essere rilassati, tranquilli: io volevo fare qualcosa, ero rilassato e tranquillo e l'ho fatto.” Usain Bolt 45 My thesis talks about the union between mind and body in the sport. As I have already pointed out, the sport is influenced by the historical evolution of society. The sport is often something people can identify with, and sometimes it has even become a symbol of a nation. Like many other nations, the Commonwealth has tried to create this sense of union in its people by creating the "Commonwealth Games". THE COMMONWEALTH GAMES The Commonwealth Games are the third largest multi-sports events in the world, after the Olympic Gamesand the Asian Games.They are held every four years and they are organized by the Commonwealth Games Federation, an organism which directs and controls the games, the sporting program and selects the host cities. The Commonwealth Games Federation also controls and organizes the Commonwealth Youth Games, and encourages each edition organising committee to organise a cultural programme of national and international items, to take place during the Games.In addition to the Olympic sports, in the Commonwealth Games a variety of other games, often played in the countries of the Commonwealth, are played, such as netball and lawn bowls. The total number of the disciplines is 17. A number of events in 4 parasports are also planned for athletes with a disability.For the 2014 edition, that will be hosted by the Scottish city of Glasgow, is it expected the presence of more than 6,000 athletes. Only the Commonwealth countries, colonies, and dependent or associated territories of a Commonwealth country can participate in the Games. Even if only 53 countries are members of the Commonwealth of Nations, the next edition of the Games will see the participation of 71 national teams: in fact, every British overseas territory, Crown dependency and island state competes under its own flag. Of course also England, Scotland, Wales and Northern Ireland compete separately. So far, only six countries participated to every single edition of the Games: Australia, Canada, England, New Zealand, Scotland and Wales. 46 HISTORY The first edition, then known as the British Empire Games, was held in 1930, in Hamilton, Canada, where 11 countries sent 400 athletes to take part in 6 sports and 59 events. Since then, the Games have been held every four years, with the exception of 1942 and 1946 editions, cancelled because of World War II. The Games have had different names over time: since 1954 they were known as the British Empire and Commonwealth Games. After 1970 the name changed again, this time in British Commonwealth Games and in 1978 the Games finally assumed their present name, the Commonwealth Games. The Games are known also as The Friendly Games, because between the editions of 1930 and 1994, the sports programmes only comprehend single competition games. It was only during the 1994 edition that team sports were introduced in the Games. In 2000, in Edinburgh, Scotland, was held the first edition of the Commonwealth Youth Games. More than 700 athletes from 14 different countries competed in 8 sports. NOTES ON THE COMMONWEALTH OF NATIONS The Commonwealth of Nations, known also as the Commonwealth is an international organisation of 53 states, which shares a language, the English language, and a number of cultural, social and religious aspects. The objective of the Commonwealth is the promotion of democracy, good governance, environmental sustainability, human rights and gender equality. Almost all of Commonwealth states were once part of the British Empire, which is why the Commonwealth was once called the British Commonwealth. With the process of decolonisation, the countries which composed the Commonwealth recognised one another as equal in status and not subordinated in any way. The head of the Commonwealth is the Queen Elizabeth II, but only because the title was part of the Queen royal titles. In fact, even if she is recognised as the head of the organisation, she has no real power: the most important organisations are the Commonwealth Heads of Governments and the Commonwealth Secretariat. 47 BIBLIOGRAFIA • Pietro Trabucchi,“Resisto dunque sono. Chi sono i campioni della resistenza psicologica e come fanno a convivere facilmente con lo stress”, 2007, Corbaccio, Milano • Fabrizio Dario Baldoni, “I valori storici dello sport”, 2010, Mondadori, Milano • Aurelio Lepre, “La storia, dalla fine dell'Ottocento a oggi” , 2004, Zanichelli, Bologna • Marco Santagata, Laura Carotti, Alberto Casasei, Mirko Tavoni, “I tre libri di letteratura, Novecento_Oggi” , 2009, Editori Laterza, Roma-Bari • Ugo Avalle, Michele Maranzana, “Pensare ed educare, storia, testi e laboratorio di pedagogia”, 2005, Pearson Paravia Bruno Mondadori, Milano