VII - Gino Longo Memorie

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VII - Gino Longo Memorie
capitolo VII pag. 1
Capitolo VII
I corridoi del "Lux" - Camere, cucine e gabinetti - Ogni piano
un gabinetto diverso - Le cimici - Le scale di servizio - Il "Titan",
bollitore per il tè in funzione 24 ore su 24 - Il bagno alla russa Le mie prime donne nude - La scala posteriore - Il policlinico La parte bassa - La mensa - I due ingressi ed il "propusk" - Il
cortile - I "pajok" - Partito e Internazionale - Italiani a Mosca La nostra "njanja" Tatjana - Dorme nel bagno, sulla vasca fuori
uso ricoperta con un asse - La "kasha" nera con lo zucchero Carlo Rossi (Ottavio Pastore) e la sua famiglia - Olga, Mirella e
Giorgio - Furini (Dozza) - Maggi (Egidio Gennari) - André Marty
e la Pauline - La Marin (Anna Pauker) - Giovanni Germanetto La famiglia Marabini - Il "SOI" ed i Misiano
L'albergo "Lux" era un edificio di quattro piani, di gran lusso secondo i
canoni della fine del secolo prima, situato sulla Tverskàja (sbocco della strada
di Tverj, che univa le due capitali dell'Impero, Mosca e Pietroburgo), la via
principale della vecchia Mosca, sull'angolo dove la incrocia il vicolo
Gliniscevskij, a pochi passi dal palazzo del governatore.
La struttura dell'edificio risaliva alla fine dell'800, quando il suo
proprietario, uno dei mercanti più noti di Mosca, il panettiere Filippov, che
serviva il governatore e la migliore società moscovita, aveva ricostruito da
cima a fondo i precedenti locali della sua panetterìa, portandoli da due a
quattro piani, e ricavandovi, al di sopra della panetterìa medesima, tre altri
piani con camere di lusso, "nomerá", per i viaggiatori di passaggio. Aveva poi
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costruito, accanto alla panetterìa, all'angolo tra la Tverskàja ed il vicolo, un
lussuoso caffè. La panetterìa era "di Filippov", il caffè "di Filippov", mentre
l'albergo venne invece denominato: "Albergo Francia. Camere di Filippov".
L'insieme, caffè, panetterìa ed albergo, occupava circa un’ottantina di
metri sulla Tverskàja e una sessantina sul vicolo (che nella strada sbucava ad
angolo retto). Al pianterreno (primo piano russo), l'atrio dell'albergo, la
panetterìa, il caffè, il secondo ingresso dell'albergo, locali di servizio; ai tre
piani superiori le camere. Durante la rivoluzione del 1905, quando nel più
famoso caffè della città, il "Filippov", venne a cadere un obice che vi infranse
tutte le specchiere, per i vecchi moscoviti fu il segnale che in Russia stava
succedendo qualcosa.
Quando è che da "Francia" l'albergo divenne "Lux", la storia non
ricorda con precisione, così come non si sa perché e quando il caffè
"Filippov" divenne il ristorante "Astoria". Probabilmente fu nel 1911, quando
l'edificio venne rimodernato e ristrutturato dall'architetto Eichenwald, e
diventò uno degli alberghi più confortevoli della capitale: gli affreschi, nelle
sale del ristorante, sono di Koncialovskij, ed i bassorilievi e le sculture di
Konenkov. Quel che si sa invece è che nel 1918 le ex "camere di Filippov"
furono "requisite" dagli anarchici di Mamontov-Daljskij, già noto attore
teatrale (ne fa cenno Aleksej Toljstoj nella sua "Via Crucis"), mentre nel 1920
al "Lux" stava di casa la Ceka. Nell'intervallo fece in tempo ad abitarvi - nel
1919 - anche il poeta Serghej Esenin.
Comunque sia, a partire dal 1922 l'albergo, cioè in pratica l'intero
edificio ad eccezione della panetterìa e del ristorante, venne affidato in
gestione
alla
"Upravlenie
Delami"
dell'Internazionale
Comunista,
per
alloggiarvi funzionari ed ospiti stranieri di passaggio a Mosca. L'indirizzo del
"Lux" fu prima Tverskàja 36, poi, a partire dal 1932, via Gorjkij 36, ed infine,
dopo che nel 1937-38 la via Gorjkij era stata allargata e nella sua prima parte
ricostruita quasi per intero, via Gorjkij 10. Nel 1935, in preparazione del VII
congresso dell'Internazionale, il vecchio "Lux" venne sopraelevato: vi furono
aggiunti altri due piani, il quinto ed il sesto. A tre piani utili il "Lux"
disponeva probabilmente di 160-180 camere, colla sopraelevazione del 1935
venne ad averne altre 120. In tutto quindi circa trecento.
Quando vi arrivammo noi, nel novembre del 1932, l'edificio era ancora a
quattro piani. Al pianterreno, oltre all'atrio dell'albergo, vi era sempre la
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panetterìa, che dai moscoviti venne chiamata "di Filippov" ancora per molti
decenni e mantenne a lungo le proprie tradizioni (fino alla seconda guerra
mondiale continuò ad essere considerata la migliore della città, e vi era chi
giungeva dall'altra estremità della capitale per farvi i propri acquisti). Alla
panetterìa facevano seguito le vetrate del ristorante "Astoria", coi loro vasi di
fiori, le tendine bianche ed i pesanti tendaggi di velluto amaranto. Girato
l'angolo, nel vicolo trovavi prima l'ingresso del ristorante, poi il secondo
ingresso del "Lux" ed infine l'ingresso del cortile, chiuso da un cancello di
ferro... sempre aperto, ma con un uomo di guardia.
I tre piani nobili del "Lux" avevano tutti la medesima disposizione, ma
il primo, il più antico, aveva il soffitto più alto. Dallo scalone principale, in
fondo all'atrio d’ingresso al pianterreno, coi suoi due ascensori paralleli, nei
tre piani successivi partiva, a sinistra degli ascensori, un lungo corridoio
diritto, largo un tre metri, con ai due lati le porte delle camere. Giunto
all'angolo della strada, il corridoio interno svoltava a sinistra ad angolo retto,
e proseguiva, sempre con le stanze da entrambi i lati, fino a sbucare sul
secondo scalone nobile. Sulla parte interna dell'angolo retto così formato,
dalla parte cioè del cortile, vi erano, tra le camere, anche gli ingressi delle
cucine, dei gabinetti e delle due scale di servizio, dalle quali era possibile
scendere in cortile. In questo schema-base le aggiunte e varianti erano state
però numerose, ed avevano finito per trasformare il vecchio "Lux" in una
specie di labirinto, in cui si raccapezzavano soltanto gli addetti ai lavori e noi
ragazzini, ma non certo gli inquilini, soprattutto se di passaggio.
Per cominciare, vi erano due "dépendance" laterali, con camere un po'
meno di rappresentanza. Una partiva da dietro lo scalone principale, sulla
destra di esso (guardando dallo "hall" del secondo piano), era disposta ad
angolo retto rispetto al grande corridoio centrale, e formava due piani
aggiunti, situati a mezzanino tra il secondo ed il terzo ed il terzo ed il quarto
dei piani nobili. All'altra "dépendance", collocata anch'essa a mezzanino, si
accedeva invece dal secondo scalone nobile laterale, proseguendo, al secondo
piano, al di là di esso, nella medesima direzione del corridoio principale, e
scendendo qualche scalino. Risultava in tal modo collocata al di sopra della
mensa, ed aveva anch'essa due piani, collegati da una scala di legno. Sotto al
grande corridoio del secondo piano nobile, in parallelo con esso, con accesso
dal secondo scalone, scendendo a sinistra, vi era poi un corridoio piuttosto
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basso, con alcune stanze, ove trovava sede il policlinico interno del "Lux".
Infine, scendendo sempre lo stesso scalone che dava sul vicolo, trovavi, di
nuovo a mezzanino, un altro corridoio, con l'ufficio del "komendant", la
contabilità ed il "pasportnyj stol", l'ufficio registrazione documenti di
soggiorno. Attraversando questo corridoio potevi scendere in cortile. Questa
la disposizione dei luoghi nel 1932-33, che qualche modifica poi si verificò
ancora.
Con accesso dalla prima scala di servizio, sempre a mezzanino tra due
piani, trovavi il "Titan", il bollitore d'acqua in funzione 24 ore su 24, e più su
i locali del bagno comune del "Lux", mentre dalla seconda scala di servizio
potevi invece raggiungere i locali dell'elettricista di turno. Nel cortile interno
trovavano sede il "komendant" del "Lux", cioè il direttore amministrativo, e
gli altri uffici, l'ingresso del locale caldaie, le uscite delle due scale di
servizio, la lavanderìa, il calzolaio del "Lux", il laboratorio falegnamerìa,
quello vetrerìa, l'ingresso di servizio della mensa, il deposito derrate
alimentari, altri depositi vari e - dulcis in fundo - un'altra "dépendance",
stavolta con dormitori in comune invece di camere singole, sempre con
cucina e gabinetti.
Il "komendant" rappresentava l'autorità suprema di questa piccola
repubblica autonoma: dipendeva da lui tanto la parte materiale quanto il
numeroso personale del "Lux", personale di guardia, personale delle pulizìe,
personale amministrativo, operai vari, personale della mensa, telefoniste,
ecc. ecc., inclusi gli addetti alla lucidatura dei pavimenti ed il disinfestatore;
carica quest'ultima assai importante, ma come vedremo poco efficiente.
Dimenticavo: al secondo piano, mentre di fronte agli ascensori dello scalone
principale si apriva una "hall" con divani, specchi, poltrone e tappeti, ove mi
recavo spesso a leggere (era quasi sempre deserta e quindi molto tranquilla),
a sinistra una porta istoriata dava accesso ad una sala di conferenze, con
tavolo della presidenza e sedie. In essa veniva affisso il giornale murale del
"Lux", che usciva regolarmente, a cura del "mestkom" (comitato sindacale
d'azienda) e della cellula di partito dell'albergo.
Vediamo i servizi che il "Lux" offriva ai suoi inquilini. Le camere erano
tutte del tipo monolocale, con lavabo nell'ingresso, qualcuna (cinque o sei in
tutto) anche con bagno, ma tutte senza gabinetto e senza acqua calda. Una
grande porta a due ante, dai vetri smerigliati, nelle camere migliori, di legno
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massiccio e ad un'anta sola, nelle altre, apriva su un ingresso con specchio e
lavabo. Da lì si accedeva alla camera vera e propria. Dietro la parete
dell'ingresso una specie di nicchia, chiusa da una tenda, ove stavano due letti
gemelli. Nella camera vera e propria un tavolo, un buffet, un armadio, un
divano, una scrivanìa, con possibili variazioni, ad esempio un lettino
supplementare. In queste camere trovavano alloggio due, tre e fino a cinque
persone, di regola una coppia coi relativi figli.
Camere più piccole, ad un letto, per persone sole, erano quelle delle
"dépendance", ma spesso ospitavano anch'esse coppie senza figli, che si
adattavano a dormire in due su un letto singolo. La crisi degli alloggi nella
Mosca di allora era una realtà implacabile, e lo sarebbe rimasta a lungo, fino
agli anni sessanta. L'unica persona che in tutta la storia del "Lux" venne a
usufruire di due stanze per una sola famiglia fu Ercoli (Togliatti), e soltanto
a partire dal 1936, quando ormai era divenuto segretario dell'Internazionale.
Era successo che lui si era rifiutato, unico tra i sette segretari del Komintern,
di lasciare la sua camera al “Lux" per trasferirsi in un quartierino
indipendente situato altrove, privilegio riservato ai soli segretari dell'I.C.
Vista la sua ostinazione, era stato fatto uno strappo alla regola: gli venne
assegnata anche la camera accanto alla sua, e tra le due - erano ricordo la 11 e
la 12 - venne aperta una porta di comunicazione. In una delle due lavorava
lui, nella seconda dormiva con la moglie ed il figlio Aldo.
Ad ogni piano del "Lux" vi erano due cucine in comune (con sei fornelli
a gas ed un tavolo di lavoro) e due gabinetti comuni, uno maschile e l'altro
femminile. Quelli maschili (non posso ovviamente parlare di quelli femminili,
ma suppongo fossero simili, orinatoi a parte) disponevano di tre-quattro
orinatoi, quattro o sei cabine ed un lavabo. Nelle cabine, con porte che si
chiudevano e chiavistelli che facevano apparire la scritta "libero" od
"occupato", una tazza, ma niente sedile, ed un sacchetto di tela appeso al
muro, con dentro fogli di giornale ritagliati. Il sedile mancava in quanto era
stato ritenuto "poco igienico" sedersi in molti a culo nudo sul medesimo
sedile. Era quindi stato tolto, e si era così costretti a salire coi piedi sulla
tazza, per accovacciarvisi in un equilibrio piuttosto instabile, alla turca.
I pezzi di giornale sostituivano la carta igienica: quest'ultima apparve
per la prima volta a Mosca soltanto nel 1939, ma rimase una merce rara
praticamente fino al crollo dell'URSS nel 1992. (Ma non crediate che a casa
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nostra, a Montreuil o a Parigi, si sia mai usato carta igienica: perché sprecare
soldi, se v'erano giornali in abbondanza?). Dato che anche i giornali ritagliati
potevano al tuo arrivo risultare esauriti, era prudente, andando al gabinetto,
portarsi dietro la propria riserva, come si fa ancora oggi nei campeggi.
Per le immondizie, ognuna delle due scale di servizio disponeva di una
grande canna cilindrica verticale di evacuazione, con aperture ad ogni piano,
che scendeva dall'ultimo piano al pianterreno: era quel medesimo "videordures" di cui mia madre andava tanto fiera a Montreuil.
Nelle camere, finestre a doppie vetrate per far fronte all'inverno
moscovita, sigillate ogni autunno con mastice alle fessure e dissigillate
nuovamente a primavera, con un finestrino apribile per la ventilazione (la
"fórtocka"). Lo spazio tra le due vetrate, largo circa un venticinque centimetri
ed accessibile dalla "fórtocka", d'inverno veniva utilizzato quale frigorifero
naturale. Nelle mura, come in tutte le case russe in muratura, condotti
verticali di aerazione, che traversavano l'intero edificio, con almeno una
grata, spesso due, in ogni stanza. Niente tapparelle o imposte alle finestre (in
Russia non usano), ma tende piuttosto spesse, di velluto.
Tutti i pavimenti, ad eccezione di quelli delle cucine e dei gabinetti,
erano in "parquet" di rovere, e venivano tirati a cera una volta al mese
dall'apposito personale, i "polotiór", che facevano il giro dell'albergo con le
loro spazzole (che attaccavano al piede) ed il loro secchiello di "mastíka", una
miscela di cera e tinteggiatura. Il loro era un lavoro da schiantarti le reni:
attaccata la spazzola al piede nudo, e l'altro scalzo, ripassavano con forza
tutto il pavimento a strisce parallele, muovendosi, con le mani dietro la
schiena, a mo' di pattinatori.
Apposito personale di pulizìa rifaceva ogni giorno le camere, e puliva
corridoi, cucine, gabinetti, ecc. La biancherìa da letto veniva cambiata, a cura
dell'amministrazione, una volta ogni dieci giorni. La biancherìa personale
poteva invece essere consegnata, a cura dell'interessato ed a pagamento, alla
lavanderìa nel cortile. Nel corridoio del secondo piano, così come sullo
scalone che dall'atrio portava ad esso, una passatoia. Ovunque i termosifoni
del riscaldamento centrale.
In ogni camera vi erano telefono e radio. La radio, come nella maggior
parte
delle
case
sovietiche
fino
alla
fine
degli
anni
cinquanta,
era
rappresentata da un altoparlante rotondo di cartone nero, una specie di
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grosso piatto fondo di una quarantina di centimetri di diametro, collegato,
tramite una presa, alla rete di diffusione via filo, la cosiddetta "radiorete
cittadina di Mosca". Ne potevi regolare il volume, o disinserirlo, ma non
cambiare programma. L'abbonamento a tale sistema costava però una
sciocchezza, ed anche l'altoparlante, da acquistare una volta sola, costava
pochi soldi. La ricezione via filo eliminava inoltre le fastidiose scariche e
disturbi che a quei tempi facevano impazzire i radioamatori.
L'acqua calda in camera non v'era, ma tra il secondo ed il terzo piano,
nella prima scala di servizio, vi era, come nelle stazioni ferroviarie, il
rubinetto
del
"kipjatók",
dell'acqua
bollente,
collegato
con
l'apposito
riscaldatore, il "Titan", e sempre disponibile, giorno e notte. Non vi era
quindi nessun bisogno di far scaldare l'acqua in cucina: bastava prendere una
di quelle enormi teiere russe, d'alluminio o di ferro smaltato (ve ne erano da
tre, cinque e sette litri), o, volendo, anche un secchio, e andarti a prendere
l'acqua calda, a qualsiasi ora, per fare il tè, per farti la barba, per un piccolo
bucato nel lavabo od in una bacinella, per l'igiene intima.
Al bagno provvedeva invece l'apposito locale, di cui parlerò, situato
sulla stessa scala, un piano più su. Funzionava una volta la settimana, a turno
per uomini e donne. Radio, telefono, uso cucina, pulizìa della stanza,
lucidatura pavimenti, cambio biancherìa da letto, ecc. erano compresi
nell'affitto; parrucchiere, uso del bagno, bucato della biancherìa personale in
lavanderìa, riparazione delle scarpe, ecc. venivano pagati a parte.
All'ingresso principale, passate le colonne, la doppia porta a vetri e
l'atrio, vi era, a destra, una scaletta che portava tanto dal parrucchiere del
"Lux" quanto ad un locale assai più importante: il "bjuró propuskóv", l'ufficio
dei lasciapassare. Perché senza lasciapassare al "Lux" non si entrava. Gli
inquilini avevano il loro lasciapassare permanente, rinnovabile ogni sei mesi:
con nome, cognome, carica ricoperta, fotografìa, numero della camera e
timbro rotondo. Il lasciapassare permanente era un libricino pieghevole
rilegato, rosso per i funzionari dell'Internazionale, grigio o marrone, secondo
gli anni, per i familiari o comunque gli autorizzati a risiedere al "Lux".
Chiunque altro volesse recarvisi doveva invece chiedere e farsi rilasciare un
lasciapassare provvisorio.
Per far ciò bisognava: dal telefono interno del "bjuró propuskóv"
chiamare la persona che volevi andare a trovare; chiedere a tale persona di
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voler dare per telefono istruzioni al "dezhurnyj" (funzionario di turno)
dell'ufficio lasciapassare; consegnare a tale "dezhurnyj" il proprio documento
d'identità (che in Russia, a differenza della Francia, nelle città era sempre
rimasto obbligatorio), ritirare in cambio un apposito modulo a stampa ove
era stato scritto il tuo nome, il nome della persona visitata, il numero della
sua camera e segnata l'ora di ingresso. All'uscita dovevi riconsegnare questo
modulo, sul quale doveva essere stata apposta, a cura del visitato, l'ora di
uscita e la sua firma, al medesimo "dezhurnyj", che in cambio ti avrebbe
restituito il tuo documento.
Ed ai due ingressi del "Lux", come pure all'ingresso del cortile, 24 ore
su
24,
erano
di
guardia
gli
"storozhá",
i
guardiani
incaricati
della
sorveglianza. L'ufficio passi funzionava dalle 8 alle 24 senza interruzioni.
Circa un'ora prima di chiudere, a mezzanotte, in base ai documenti di identità
non ancora ritirati dai visitatori, il "dezhurnyj" ricordava ai titolari delle
rispettive camere che era ora di mandare via gli ospiti. L'ufficio passi fungeva
al "Lux" anche da portinerìa: riceveva la posta in arrivo e la distribuiva nelle
caselle dei singoli inquilini, riceveva da loro e riconsegnava loro le chiavi
delle camere, ecc. Gli unici privilegiati che non avevano bisogno di
lasciapassare per entrare al "Lux" eravamo noi ragazzini.
Questo piccolo regno sin dal 1922, dall'epoca cioè del IV congresso
dell'I.C.,
era
gestito
dalla
"Upravlenie
Delami
IKKI",
la
direzione
amministrativa dell'esecutivo dell'Internazionale. Continuò a gestirlo fino al
1943, quando l'Internazionale venne sciolta. Dopo il 1943 la gestione ne passò
agli eredi di questa, ossìa ai vari enti, istituti, direzioni e comitati che ne
avevano ereditate singole funzioni, e quindi in ultima analisi all'ufficio esteri
del partito bolscevico. Nel 1945-47 al "Lux" si respirò aria di smobilitazione.
La stragrande maggioranza dei suoi inquilini faceva le valigie e tornava, dopo
anni di esilio, nei rispettivi paesi d'origine: Francia, Italia, Germania,
Austria, Cecoslovacchìa, Ungherìa, Jugoslavia, Polonia, Bulgarìa, Romanìa,
Finlandia. Quelli che al “Lux" rimasero, per lo più figli e familiari di ex
rivoluzionari che avevano ormai messe salde radici nella realtà sovietica e
non intendevano lasciare l'URSS, vi sopravvissero ancora stentatamente fino
al 1954, quando l'edificio venne definitivamente liberato e riconsegnato al
Soviet di Mosca. Rimodernato e rimesso a nuovo, divenne, a partire dal 1957,
l'albergo "Tsentraljnaja".
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*
*
*
Tornando ai tempi d'oro del vecchio "Lux" bisogna specificare che negli
anni 20-30 vi risiedevano i funzionari e gli ospiti stranieri sia dell'I.C. che del
KIM (Internazionale comunista della gioventù), il quale, in base allo statuto
dell'I.C., ne rappresentava la sezione giovanile. Ma, di regola, non gli
studenti delle scuole dell'Internazionale, la leninista e l'università comunista
dei popoli dell'occidente (ce ne occuperemo tra poco), e tanto meno i
funzionari
e
gli
ospiti
di
enti
quali
il
Profintern,
il
Krestintern
(Internazionale contadina) od il Soccorso Rosso, anche se qualche eccezione
vi fu. Ciononostante, il "Lux" degli anni 20-30 rappresentava un piccolo
microcosmo intellettualmente molto vivo e stimolante, una specie di piccola
Montparnasse moscovita, rossa e rivoluzionaria invece che artista e bohème,
ma dove l'atmosfera non era poi tanto diversa, con dibattiti accaniti che
duravano fino alle prime ore del mattino, qualche bisboccia, molta allegrìa e
... parecchio sesso.
Uomini e donne delle più diverse provenienze, dalle biografìe per la
maggior parte avventurose, non soltanto discutevano i problemi della
rivoluzione mondiale, della costruzione del socialismo e dell'Internazionale,
ma anche lavoravano, mangiavano, bevevano e scopavano assieme, mettendo
così a confronto non soltanto le proprie diverse esperienze, ma anche le
proprie culture d'origine, i propri valori, i diversi modi di intendere la vita,
imparando gli uni dagli altri. E' da quel crogiolo che uscivano i "rivoluzionari
di professione", i funzionari dell'I.C. degli anni venti e trenta. Non vi è
esponente del movimento comunista internazionale che non sia passato dal
"Lux", con l'unica eccezione di Mao Tse Tung. Ma gli altri vi sono stati tutti,
anche Tito (nel 1934-35 e nel 1937), Ho Chi Minh (nel 1924-30) e Ciu En Lai
(nel 1928 e nel 1939).
Tra il 1926 ed il 1928 vi passò, quando ancora lavorava per
l'Internazionale, anche Richard Sorge (1895-1944), nipote di Friedrich Sorge,
uno dei fondatori della I Internazionale, membro del partito comunista
tedesco dal 1919, che divenne poi famoso per altri motivi. Il "Lux" plasmò
anche qualcuno dei futuri "dissidenti" sovietici. Elena Bonner, la moglie
dell'accademico Andrej Sakharov (1921-1989), nota per aver difeso con molto
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vigore e senza requie il diritto di quest'ultimo a mantenere e diffondere una
propria opinione, crebbe infatti con noi al "Lux" Si chiamava allora Liusja
Alikhanova, aveva la mia età e stava al secondo piano. Ci lasciò nel 1937,
quando il patrigno, funzionario del Komintern di origine armena (era stato il
primo
segretario
del
partito
comunista
armeno
durante
gli
anni
di
instaurazione del potere sovietico), cadde vittima delle repressioni staliniane.
Qualche parola sull'atmosfera moscovita di quegli anni. Al lettore di
oggi l'ambiente ed il modo di vita del "Lux" potrebbero sembrare strani. Ma a
quell'epoca non rappresentavano affatto un'eccezione: la vita quotidiana
sovietica negli anni del primo piano quinquennale era ovunque più o meno
quella.
Per cominciare, non si abitava in appartamenti singoli, ma o negli
"appartamenti comunali" (gli appartamenti delle vecchie case nazionalizzate,
a quattro o cinque stanze, in cui veniva assegnata una stanza ad ogni
famiglia, mentre cucina e servizi erano in comune), o nelle case di nuova
costruzione,
volutamente
costruite
secondo
il
cosiddetto
"sistema
a
corridoio". Quest'ultimo era esattamente il sistema vigente al "Lux": camere
singole per ogni famiglia ai due lati di un lungo corridoio, con cucine e
gabinetti in comune. Numerose furono le nuove case operaie costruite
secondo questo schema negli anni 20. La prima casa ad appartamenti singoli
costruita dopo la rivoluzione venne eretta soltanto nel 1931, e quale
eccezione, che si trattava di una casa destinata ai membri del governo.
Per il bagno si adiva, una volta la settimana, ai bagni pubblici, di
vecchia o nuova costruzione: grandi sale comuni, con tanti rubinetti e
tinozze, o tante docce, spogliatoi in comune, il tutto diviso per sesso. Per il
vitto vi erano le mense aziendali (praticamente in ogni luogo di lavoro), per
gli acquisti di derrate alimentari le "cooperative operaie", o, a partire dal
1932, gli "ORS" ("otdel rabocego snabzhenja", sezione vettovagliamento
operaio), cioè spacci aziendali, chiusi agli estranei, con distribuzione di
prodotti deficitari o di difficile reperimento riservata ai propri dipendenti. Vi
era, certo, anche il mercato libero, il "rynok", ove si poteva trovare
praticamente di tutto, però a prezzi d'affezione, in quanto la richiesta
superava di molto l'offerta.
Dato che, di regola, lavoravano entrambi i genitori, i figli venivano sin
dalla più tenera età collocati prima all'asilo e poi al giardino d'infanzia,
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cittadino o dell'azienda. Ve ne erano praticamente in ogni fabbrica: la mano
d'opera era deficitaria, e senza nidi d'infanzia, negozi aziendali e case
d'abitazione per i propri operai nessuna azienda sarebbe mai riuscita a
trattenere le proprie maestranze. Asili e giardini d'infanzia erano misti, come
miste erano allora tanto le scuole elementari che secondarie.
La legislazione matrimoniale era ancora quella della rivoluzione:
semplice e molto libera. Per il matrimonio ed il divorzio bastava una
dichiarazione all'ufficiale di Stato civile: di entrambi gli interessati per il
matrimonio, di uno qualunque tra i due per il divorzio. Matrimonio registrato
e matrimonio di fatto (convivenza) producevano gli stessi effetti giuridici:
obbligo di provvedere alla prole ed al coniuge (convivente) impossibilitato. La
paternità, coi relativi obblighi, veniva attribuita su semplice dichiarazione
della madre. Abuso per abuso, tanto valeva fosse la donna a poter abusare: gli
uomini vi avrebbero pensato due volte a metterle incinte, od anche solo a
portarsele a letto. L'aborto era libero, ed effettuato gratuitamente nelle
strutture sociali.
La giovane generazione cresceva fortemente socializzata, data la quasi
totale assenza di una vita familiare isolata. I bambini facevano vita in comune
non soltanto all'asilo, al giardino d'infanzia, a scuola o nei campi estivi dei
pionieri, ma anche durante le ore libere dalla scuola: finiti i compiti,
fuggivano dalle loro stanzette con tre, quattro o cinque conviventi per correre
in cortile o per strada, a ritrovare amici e coetanei. I cortili delle case
moscovite, la "vita di cortile", con la lealtà e l'assistenza d'obbligo tra
compagni di gioco e d'avventure, le lotte e le sfide tra bande di cortili diversi,
la difesa e protezione delle ragazze del proprio cortile contro gli "estranei", in
una parola il "romanticismo da cortile" e da strada erano parte integrante
dell'educazione di un ragazzo sovietico di quei tempi.
Non voglio con ciò dire che quei fenomeni (di precoce ed autonoma
socializzazione infantile, indotta dalla vita in cortile e per strada) fossero
fenomeni esclusivamente russi: no, sono fenomeni che sono stati presenti in
ogni paese, e che hanno dato origine ad alcuni capolavori della letteratura
mondiale
per
ragazzi,
basti
ricordare
il
"Tom
Sawyer"
(1876)
e
lo
"Huckleberry Finn" (1885) di Mark Twain (1835-1910), popolarissimi in
quegli anni in Russia.
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Voglio solo dire che se in altri paesi questi erano, tutto sommato, casi
singoli e forse eccezionali, nella Russia sovietica degli anni 20-30 erano la
regola. Ne è rimasta una testimonianza commossa: la canzone del mio
coetaneo
Bulat
Okudzhava
(1924-1997)
dedicata
a
"Lenjka
Koroliov".
L'argomento fu ripreso, con nostalgìa, da altri scrittori sovietici della mia
generazione, tra i quali Jurij Trifonov (1925-1983) e Jurij Naghibin (19201994). Ora che ho definito il quadro, torniamo ai ricordi.
*
*
*
Quel nuovo mondo era avvincente, intricato e molto diverso da quel che
avevo conosciuto fino allora. La lingua non la conoscevo ancora, gli italiani
erano pochi, non sempre accessibili, e - soprattutto - erano loro stessi a non
essere molto aggiornati. E' che gli stranieri in Russia, nella loro innata
presunzione, il più delle volte stentavano ad afferrare cause e particolarità di
un modo di vivere così lontano dal loro. Ad ambientarmi ed a scoprire quel
che ho descritto prima mi ci volle quindi un po' di tempo. Vediamo alcune
delle mie prime impressioni.
Ad andare a prendere l'acqua bollente ed a buttare le immondizie nel
tubo di scarico della scala di servizio mi abituai presto. Un po' meno... alle
cimici. Il fatto è che, sia per i frequenti cambiamenti di inquilini, sia per la
presenza di sommiers, divani e pesanti tendaggi, sia per le grate di aerazione
e le relative canne che mettevano ogni camera in comunicazione diretta con
tutte le altre, sia infine perché nella vecchia Mosca le cimici erano più o meno
una tradizione, al "Lux" le cimici erano praticamente indistruttibili. E sì che
vi era anche un apposito addetto, il "klopomór" (uccisore di cimici!), che una
volta al mese passava in ogni camera, distribuendovi polverine e strisce di
kerosene in ogni angolo. Su richiesta, arrivava anche fuori turno, in qualsiasi
momento.
Ma tutto era inutile: né gli sforzi del "klopomór", né quelli anche più
intensi degli interessati non riuscivano a venire a capo del vorace e prolifico
insetto. Dopo un po', qualcuna in casa te la ritrovavi di nuovo, e la lotta
riprendeva. Non stupiamocene troppo: in fondo, le cimici v'erano anche alla
corte di Luigi XIV a Versailles, non soltanto al "Lux". E poi, non è che fossero
proprio tante (la lotta ininterrotta qualche frutto lo dava pure): solo che ve
capitolo VII pag. 13
n'era sempre qualcuna! Un po' come con le zanzare, oggi, a Milano. E
confesso che a me le cimici, ecco, davano sui nervi. Era l'unica cosa, al "Lux",
a non piacermi.
Un altro ricordo assai vivo è quello dei gabinetti del "Lux". Non che mi
avessero particolarmente impressionato: salvo la strabiliante parentesi
tedesca, ero abituato ai gabinetti francesi, anch'essi alla turca (d'altronde
anche a Torino, dai nonni, il sistema era il medesimo) e non proprio
pulitissimi, ed il dover arrampicarsi coi piedi sulla tazza non è che mi
spaventasse. No, il ricordo è dovuto al fatto che i gabinetti, per noi ragazzi, al
"Lux" avevano una loro funzione particolare: erano l'unico posto in cui
potersi rifugiare (chiudendo la cabina col chiavistello) per fumare una
sigaretta o farsi una masturbatina in santa pace. Un'altra possibilità avrebbe
potuto essere rappresentata dalle scale di servizio, frequentate unicamente
dagli operai e dal personale, che a noi badava assai poco, ma erano piuttosto
sul sudicio, e l'odore proveniente dalle canne di scarico era assai peggiore di
quello dei gabinetti, di giorno poco frequentati. Quindi l'unico posto, l'unica
oasi di "privacy" in cui potersene stare da soli per eventuali maneggi privati e
relative fantasticherìe erano i gabinetti. Tra parentesi: data la coabitazione, e
la presenza in camera di più persone contemporaneamente, isolarvicisi, tanto
di giorno che di notte, era praticamente impossibile. Ed il masturbarsi
produce inevitabilmente un rumore ritmico, facilmente avvertito di notte dai
genitori.
Non so perché, ma quei gabinetti del "Lux" risultavano tutti diversi: per
altezza, disposizione, piastrellatura, ecc. Non ve n'erano due uguali. Quelli
del nostro piano, per esempio, avevano le cabine di mogano - residuo dei
lussi prerivoluzionari! - che facevano uno strano contrasto con la mancanza
di sedili ed i pezzi di giornale ritagliati. Quelli del terzo piano avevano invece
tre scalini in discesa, e le cabine verniciate in bianco. Di conseguenza, si
poteva variare il luogo di intrattenimento: ne avevo ben sette a disposizione!
In tutti comunque la pastiglia di disinfettante negli orinatoi dava quel lieve
odore tipico neppure tanto sgradevole. Sceglievo il gabinetto più adatto al
mio umore del giorno, occupavo la cabina che mi pareva più pulita e mi
chiudevo in meditazione.
Un'altra grossa impressione furono le prime donne nude - ma nude sul
serio! - che potei per la prima volta osservare ed ammirare, senza fretta ed in
capitolo VII pag. 14
tutta calma, al bagno del "Lux", ove mi portò... mia madre. Il bagno del
"Lux", lo ho detto già, comprendeva la cassa, uno spogliatoio comune e la
sala, diciamo così, di abluzioni, ove potevano trovare posto una quindicina di
persone contemporaneamente. La sala aveva una sola vasca da bagno, quattro
o cinque docce, e poi, alla russa, una lunga panca di legno massiccio con delle
tinozze in ferro zincato.
Ti prendevi una di quelle, la riempivi d'acqua ai due grossi rubinetti col
manico di legno che sporgevano dal muro, uno per l'acqua calda, l'altro per
l'acqua fredda, ti sedevi su un pezzo di panca, che avevi preliminarmente
ripassato, per ogni evenienza, con acqua e sapone, e cominciavi, senza fretta,
mediante l'acqua della tinozza, un po' di sapone e spugna, guanto di crine,
spazzola od altro, ad insaponarti e strigliarti per benino. Dopodiché prendevi
la tua tinozza con l'acqua tra il caldo ed il tiepido, e te la rovesciavi addosso,
riempendola poi di nuovo e rovesciandola nuovamente, fino ad esserti tolto
tutto il sapone.
Ti rinsaponavi e ti risciacquavi due o tre volte, fino a raggiungere lo
stato desiderato di candore, sciacquavi tinozza e posto sulla panca, e andavi a
rivestirti. Quando uno ci abbia fatto l'abitudine, il metodo risulta anche più
efficace e gradevole della doccia, se non altro perché ti permette, seduto e
senza fretta, di detergere a fondo, con striglia e sapone, ogni singola parte del
tuo corpo. Il metodo era ed è tuttora in vigore in tutti i bagni pubblici russi,
ove docce, e ancor più le vasche, considerate antigieniche, sono un'eccezione.
Al "Lux" v'erano, ma più che altro per venire incontro agli "stranieri" che
eravamo.
Torniamo alle mie donne nude. Il bagno al "Lux" funzionava a turno,
separatamente, per uomini e donne. Mia madre non si fidava a lasciarmi
andare con mio padre, anche perché a mio padre, molto pudico, il bagno
piaceva assai poco, soprattutto se in pubblico. Diceva, non so se per scherzo o
sul serio, che a casa sua, a Torino, il bagno lo si faceva due volte l'anno, a
Pasqua ed a Natale, e che a lavarsi con maggior frequenza sono soltanto gli
sporcaccioni. Dato che avevo soltanto nove anni, mia madre decise che al
bagno vi saremmo andati in tre, lei, io ed il fratellino. Quindi al turno delle
donne...
La cosa sembrò normale a tutti, inservienti ed altre clienti comprese,
sol che mi mise in uno stato di estrema agitazione. Mi venni in tal modo a
capitolo VII pag. 15
trovare, prima nello spogliatoio e poi nella sala di abluzioni, in mezzo ad una
decina di donne (vi erano altri bambini con loro, non eravamo i soli), che
prima si tolsero, senza fretta, un pezzo dopo l'altro, le varie componenti del
loro abbigliamento, e passarono - nude, integralmente nude! - nell'altra sala,
dove si misero, anche lì senza fretta alcuna, ad insaponarsi ed a lavarsi,
parlando
del
più
e
del
meno,
alzando
braccia,
divaricando
gambe,
insaponando pube e parti intime, ecc. ecc. Potei così ammirare nei minimi
dettagli e con tutta comodità i tanto sognati particolari dell'anatomìa
femminile.
Vi prego di credere che non me ne privai: ero tutt'occhi, guardavo,
confrontavo, deducevo, accertavo, pur cercando di darmi un certo contegno.
Vidi quel giorno anche la cicatrice di un parto cesareo, cosa che mi restò
impressa, data la collocazione e ciò che suggeriva. Feci anche le mie scelte:
dorinnanzi avrei preferito un seno non troppo abbondante, una vita fine, un
bacino piuttosto stretto, gambe lunghe e snelle, ginocchia eleganti...
Chiaramente, non mi piacevano i seni cadenti, l'addome sporgente, i grossi
sederi, i cuscinetti di grasso, la cellulite. Debbo però dire che la media
femminile del "Lux" - come la ricordo io - non era per niente male: che fossi
rimasto abbagliato da tanto splendore?
Certo che quel giorno non è che mi lavassi con molta cura. Mia madre
finì per accorgersene, per quanto tentassi di guardare lo spettacolo di
soppiatto, e decise che la prossima volta sarebbe stato meglio non portarmi
con sé: avrebbe preso soltanto mio fratello. D'ora in poi sarei andato a fare il
bagno assieme al figlio dei Rossi, che aveva un anno o due meno di me, e che
suo padre portava al bagno con sé una volta la settimana.
Così fu, e dalla volta seguente andai al bagno col turno maschile invece
che femminile. Il che mi permise comunque di scoprire che anche gli attributi
maschili non sono tutti uguali, e che, ad esempio, il padre di Giorgio aveva un
cazzetto piuttosto piccolo, assai più piccolo di quello di mio nonno, di mio
padre e di altri, neppur tanto più grosso del mio... In compenso, i pendagli
erano di tutto rispetto. Tra due anni, a Ivánovo, avrei potuto approfondire ed
integrare quei primi rilievi.
*
*
*
capitolo VII pag. 16
La camera nostra era al secondo piano russo, il primo cioè dei piani
dell'albergo, quello con passatoia, "hall" e sala di conferenze. Credo che
all'inizio sia stata la numero 7 o 8, poi ci trasferirono alla 10, all'angolo del
corridoio, prima che questi svoltasse a sinistra. Le nostre finestre stavano
prima al di sopra della panetterìa, poi al di sopra del ristorante, e davano
sulla strada divenuta ormai via Gorjkij. Avevamo anche “il bagno”: il lavabo
cioè, invece che stare nell'ingresso, era in una apposita cameretta senza
finestre a destra di quest'ultimo, con una porticina ed una vasca da bagno,
inutilizzabile per mancanza di acqua calda.
Proseguendo lungo il corridoio, dalla nostra stanza si arrivava al
secondo scalone nobile, quello che recava all'ingresso sul vicolo. Se nel primo
scalone, quello sull'atrio, il corrimano che girava attorno alla gabbia dei due
ascensori era stretto, di legno e fissato alla gabbia degli ascensori, qua la
tromba delle scale era più larga, quadrangolare, con dei lati che dovevano
essere di sei metri per sei; l'ascensore era uno solo, ma quadrato e più
grande, e tra la sua gabbia ed il corrimano, piatto, di marmo, largo qualche
venticinque centimetri, vi era almeno un metro di distanza. L'ideale cioè per
mettercisi su a cavalcioni, culo all'ingiù, e lasciarsi scivolare sulla pancia, da
angolo ad angolo, dal quarto piano fino al pianterreno. Cosa che noi ragazzini
regolarmente facevamo, anche se oggi, a ripensarci, provo qualche brivido.
Ma allora nessuno di noi faceva caso al fatto che il corrimano desse sul vuoto,
e anzi, facevamo a gara a chi arrivasse per primo.
Immediatamente sotto il nostro corridoio, a mezzanino, vi era il
policlinico del "Lux", con due o tre gabinetti medici, salette d'attesa e qualche
altro locale. Me lo rammento assai vagamente: l'unico ricordo un po' preciso
che me ne rimane è di quella volta che mi portarono a togliermi i polipi dal
naso. Una saletta d'attesa, il gabinetto del medico, quest'ultimo, con gli
occhiali, in camice bianco. Una pennellata in entrambe le narici con un
batuffolo
d'ovatta
bianca
imbevuto
di
novocaina
attorcigliato
su
un
bastoncino di legno. Mi si raccomanda di stare fermo, e mi si introduce
lentamente nel naso un sottile filo metallico intrecciato dall'estremità
arrotondata (mica tanto sottile però: un millimetro o due), che sporge da
qualcosa che somiglia al manico di una pistola. Un leggero sfrigolìo, un filo di
capitolo VII pag. 17
fumo grigio-blu che esce dalla narice; l'operazione si ripete con la seconda.
Fatto, non ho sentito nulla.
Scendendo oltre, si arrivava all'uscita sul vicolo, con a destra la guardia
che chiedeva il "própusk" ed a sinistra l'ingresso della mensa. La mensa era
una grande sala doppia, con all'entrata la cassa, ed in fondo sulla sinistra lo
sportello di distribuzione cibi. Si sceglievano le portate sul menù affisso alla
cassa, si consegnava il buono-pasto, si pagava e si ritiravano gli scontrini. Per
accedere alla mensa era necessario essere in possesso degli appositi buoni,
uno per la colazione, uno per il pranzo ed uno per la cena, che valevano tanto
per la mensa del Komintern quanto per quella del "Lux", di modo che gli
aventi diritto potessero utilizzarli tanto in ufficio che "a casa". I tavoli erano
per quattro persone, coperti di tela cerata. Ti servivano le addette alla mensa,
con grembiule bianco e cuffia, che ritiravano gli scontrini e ti recavano le
portate. I buoni-pasto venivano rilasciati unicamente ai funzionari e solo in
casi eccezionali a familiari che non lavorassero anch'essi per il Komintern.
Vi era però la risorsa di non consumare i tre pasti presso la mensa, ma
di ritirarli ad un apposito sportello dietro di essa, e portarli a casa. Essendo
le porzioni piuttosto abbondanti (le addette alla distribuzione, sapendo di che
si trattava, erano piuttosto prodighe nel riempirti i pentolini), un pasto
poteva anche servire per due persone, e con un po' di buona volontà e qualche
eventuale aggiunta, anche per tre.
Per portarsi i pasti a casa (il sistema vigeva un po' ovunque) erano in
vendita appositi pentolini ad incastro, in colonna, i "sudkí". Erano tre
pentolini che si sovrapponevano verticalmente, per cui ogni successivo faceva
da coperchio e chiusura al precedente, mentre l'ultimo aveva un normale
coperchietto. Il tutto era tenuto assieme da un manico di legno che reggeva
due lunghe aste piatte di alluminio, con un gancio in fondo, le quali si
infilavano nelle anse sui bordi dei pentolini singoli e ne agganciavano
l'ultimo, bloccando così anche i due superiori. L'insieme poteva facilmente
venire trasportato con una mano sola. Giunti a casa, si potevano portare
subito in tavola i singoli pentolini, oppure farli prima riscaldare.
Usciti dall'ingresso sul vicolo, girando a sinistra e proseguendo, si
arrivava all'entrata del cortile del "Lux". Qua si veniva una volta al mese a
ritirare il "pajók" di mio padre. Per capire cosa fosse il "pajók" bisogna fare
un passo indietro, e dare di nuovo qualche spiegazione.
capitolo VII pag. 18
La
situazione
alimentare,
durante
gli
anni
del
primo
piano
quinquennale, era in Russia estremamente tesa. Nel 1929 si era dovuto
introdurre il razionamento del pane e delle principali derrate alimentari,
razionamento che sarebbe rimasto in vigore, per il pane fino al 1-mo gennaio
1935, e per le altre derrate fino all'ottobre di quell'anno. La tessera del pane
dava diritto a 600 grammi di pane al giorno per gli operai, ed a 300 grammi
per tutti gli altri. Con la tessera ti spettavano inoltre un chilo di zucchero al
mese, da due etti ad un chilo di grassi - olio, strutto, burro, ecc. - e, secondo
le
disponibilità
e
le
assegnazioni,
si
potevano
ricevere
determinati
quantitativi di carne, pesce, patate, pasta e granaglie, ecc. Al mercato libero
vi era ovviamente di tutto, ma i prezzi erano astronomici. Quindi, per
integrare le scarse razioni della tessera, le aziende moltiplicavano mense,
spacci aziendali riforniti meglio dei negozi comuni, ed anche distribuzioni
fuori tessera, supplementari, di viveri reperiti in vario modo.
Il "pajók" rappresentava per l'appunto la tua quota viveri fuori tessera,
messati a disposizione dall'azienda ove prestavi la tua opera. Queste quote
potevano essere (ed il più delle volte erano) più o meno differenziate,
secondo la qualità del tuo lavoro, oppure secondo la carica occupata. Vi erano
quindi di solito "pajók" di due o tre categorìe diverse. Il principio che stava
alla base del sistema di distribuzione dei viveri, giusto o sbagliato che fosse,
era questo: ad ognuno il minimo indispensabile; poi un certo sovrappiù,
secondo il lavoro svolto ed il grado di responsabilità. Il "pajók" che spettava
una volta al mese a mio padre, quale rappresentante del PCI presso
l'Internazionale, comprendeva di solito un chilo di zucchero, mezzo chilo di
burro, qualche scatola di latte condensato ed un certo quantitativo di carne o
di pesce, per di più aringhe. Qualche volta un po' di caviale rosso, di salmone,
che ai miei non piaceva, e quindi davano regolarmente via.
Un'altra istituzione di quegli anni era il "Torgsin". Erano negozi di
Stato in cui vi era praticamente di tutto, ma in vendita soltanto contro divise
estere, oro, argento e diamanti. Gli stranieri vi venivano a fare acquisti
pagando
con
la
propria
valuta
(i
prezzi
erano
più
o
meno
quelli
internazionali), i russi portandovi gli ultimi residui di quanto ancora rimasto
loro da eventuali lussi ed agi di altri tempi: oggetti d'oro e d'argento, gioie di
famiglia, pietre preziose, argenterìa, che appositi specialisti valutavano e
pesavano seduta stante. Il ricavato doveva servire ad acquistare all'estero
capitolo VII pag. 19
macchinari per la industrializzazione del paese: si trattava quindi di una
forma di esportazione indiretta di derrate alimentari e beni di consumo
contro valuta, oro ed altri valori convertibili. Il numero dei negozi del
"Torgsin" (Ente panrusso per il commercio con gli stranieri) nel 1931-32 si
era però già ridotto di parecchio. Vennero definitivamente chiusi nel 1936.
Per una loro vivace descrizione in chiave satirico-grottesca si può consultare
"Il maestro e Margherita" di Mikhail Bulgakov.
*
*
*
Questo sarà probabilmente il capitolo più ricco di disgressioni, ma non
è possibile fare altrimenti. Per capire meglio i rapporti tra mio padre,
rappresentante del PCI, e l'Internazionale, come pure i suoi rapporti coi
numerosi altri italiani che vivevano a Mosca, sarà utile illustrare, sia pure in
modo schematico, i rapporti che in quegli anni correvano tra i singoli partiti
comunisti e l'Internazionale, e metterne a fuoco un aspetto fondamentale che
di solito sfugge ai più. Se non si tiene presente tale aspetto, si rischia di
comprendere assai poco della tumultuosa situazione di quegli anni.
E' che la III Internazionale era stata concepita sin dall'inizio, in voluta
contrapposizione con la II, e con un voluto ritorno ai principi organizzativi
che furono della I Internazionale, non come una federazione di partiti
nazionali autonomi, bensì come una unica organizzazione mondiale di
lotta, di cui i singoli partiti non erano altro che le singole sezioni
nazionali. In base ai principi del centralismo democratico gli organi
esecutivi dell'Internazionale prevalevano quindi sugli organi esecutivi dei
singoli partiti, e le decisioni dei congressi dell'Internazionale prevalevano
su quelle dei congressi dei partiti che ne facevano parte, allo stesso modo che
in un partito nazionale le decisioni di un congresso nazionale prevalgono su
quelle di un congresso provinciale. Come in un singolo partito un comitato
di sezione o di federazione ha l'obbligo di applicare nella sua attività quanto
deciso dal comitato centrale di tale partito, così nell'Internazionale i comitati
centrali dei partiti nazionali avevano l'obbligo di eseguire quanto deciso dal
Comitato esecutivo dell'Internazionale.
Il perché di tale decisione risulterà chiaro se si tien presente che nella
memoria di chi aveva fondato la nuova Internazionale bruciava ancora il
capitolo VII pag. 20
ricordo di quanto successo nell’agosto del 1914, quando la maggior parte dei
partiti
della
II
Internazionale
erano
vergognosamente
venuti
meno
all’impegno solenne da essi preso appena due anni prima, al congresso di
Basilea del 1912. Quei partiti, invece di rispondere all’apertura delle ostilità
proclamando ognuno lo sciopero generale contro la guerra nel proprio paese,
come era stato previsto dal Manifesto di Basilea, avevano invece preferito
accodarsi ai rispettivi governi imperialisti e votare i crediti militari da essi
richiesti, permettendo così loro di trascinare i loro popoli - facendo leva sul
patriottismo - in quell’immane ecatombe che avrebbe provocato dieci milioni
di morti. Ai partiti dell’Internazionale comunista questo non avrebbe potuto
succedere: le decisioni sarebbero state prese su scala non nazionale, bensì
mondiale, come si confà ad un’organizzazione internazionale che intenda
essere tale nei fatti e non soltanto a parole.
Presso
i
singoli
partiti
comunisti
vi
erano
di
conseguenza
rappresentanti dell'Internazionale, mentre presso l'Internazionale vi erano
rappresentanti dei partiti. Là ove il partito era costretto all'illegalità, come
nel caso italiano, non era necessario mantenere sul posto un rappresentante
dell'I.C.: bastava quello del partito presso l'Internazionale a trasmettere al
Centro estero le direttive del Komintern.
Trasferendosi da un paese all’altro per lavoro od altre ragioni i membri
dei singoli partiti comunisti passavano d’ufficio dalla propria sezione
nazionale di appartenenza a quella del paese di destinazione: erano
già membri dell’Internazionale, ne facevano parte. La regola valeva non
soltanto
per
chi
emigrasse,
ma
anche
per
i
rappresentanti
inviati
dall’Internazionale presso i PC, e per i rappresentanti inviati dai PC presso
l’Internazionale, e più in generale per chi venisse mandato dal partito a
lavorare a Mosca.
Tale regola non valeva però per i membri del centro estero del PCI, che
dirigendo dall’estero il lavoro del proprio partito dipendevano direttamente
dall’Internazionale e non dal partito locale. Ma per tutti gli altri sì: quando
un comunista emigrava diveniva membro del partito comunista di quel
paese. E' così che Allard (Giulio Cerreti), emigrato in Francia, era passato a
far parte del PCF, e ne era divenuto anche membro del Comitato Centrale. E
quando Montagnana e Berti, nel 1940, passano negli Stati Uniti, e cessano
capitolo VII pag. 21
quindi dalle loro funzioni nel Centro estero, passeranno a dipendere dal
partito locale, cioè dal partito comunista statunitense.
La crescente insofferenza mostrata dal partito russo nei confronti di
tale regola, fino a chiedere ed ottenere nel 1935 di essere esonerato - in
chiara violazione degli statuti dell'Internazionale - dal dovere di rispettarla,
secondo gli osservatori più acuti poteva significare una cosa sola: che il
partito comunista russo, a partire dagli anni trenta, si sentiva sempre meno
un partito operaio e sempre più una burocrazìa al potere. Le premesse
della futura crisi e decomposizione del movimento comunista internazionale che da entrambe le parti si fece di tutto per mascherare e tirare in lungo stavano già tutte qua: tra burocrazìa al potere e movimento operaio si potrà
anche stabilire un'alleanza temporanea, ma non potranno mai avere nulla in
comune. Sono avversari: tanto per ideologìa che per interesse. Le cose si
sarebbero rivelate in tutta la loro esplicita chiarezza soltanto con l'esplosione
dei fatti di Praga e quel che ne seguì, il che segnò la fine definitiva del
"movimento comunista internazionale".
Ovviamente, data la situazione particolare in cui veniva a trovarsi,
nell'Internazionale, il PC dell'URSS, partito al potere nell'unico paese ove la
rivoluzione avesse trionfato, che per tale
ragione
era divenuto sede
dell'Internazionale e base materiale ed organizzativa della sua attività, tali
principi organizzativi tendevano, a lungo andare, a trasformare di fatto
l'Internazionale in una longa manus del partito comunista al potere
nell'Unione Sovietica, e quindi anche a subordinarne in un certo senso
l'attività agli interessi della politica estera sovietica, come si vide sempre più
nettamente col passare degli anni. Ma tale situazione non era stata né
prevista né voluta, e derivava unicamente dal fatto che la rivoluzione
proletaria, che avrebbe dovuto per definizione essere internazionale, per il
momento era stata attuata in un solo paese.
Né a Zimmerwald (1915) né a Kienthal (1916) era stata prevista la
possibilità
di
una
simile
situazione,
ed
i
primi
tre
congressi
dell'Internazionale (Mosca 1919, Mosca 1920 - quello che formulò le famose
21 condizioni di ammissione, - Mosca 1921) si svolsero tutti e tre in una
situazione in cui Lenin ed i bolscevici continuavano a ritenere imminente la
rivoluzione in occidente. Ed in tal caso - Lenin era stato chiarissimo in
proposito - il partito russo sarebbe rapidamente passato in secondo piano,
capitolo VII pag. 22
conservando quale suo unico merito quello di essere stato l'iniziatore del
rivolgimento mondiale. Se la classe operaia dei paesi dell’Europa occidentale
mancò all’appuntamento con la storia, la colpa non fu certo dei sovietici. Non
è mio compito analizzare quanto vi potesse essere stato di utopistico in quel
progetto, ma la verità storica è questa. Solo che le cose andarono
diversamente, e l'Internazionale ne risentì.
Presso i singoli partiti comunisti l'Internazionale poteva distaccare
singoli suoi rappresentanti. Presso il PCI tali rappresentanti furono ad
esempio Christo Kabakciev (1878-1940) nel 1921-22, Dimitrij Manuilskij
(1883-1959) e Mathias Rákosi (1892-1971) nel 1923, Jules Humbert-Droz
(1891-1971) nel 1924. Presso il PC francese rappresentante dell'Internazionale
dal 1931 al 1943 fu Réné Clément, alias Le Grand (Eugène Fried), fucilato dai
tedeschi nel 1944. Gheorghij Dimitrov (1882-1949) fu invece rappresentante
dell'Internazionale presso il PC tedesco dal 1930 al 1933. Rappresentanti
dell'I.C. presso il PC spagnolo furono Vittorio Codovilla (1894-1970) nel
1935-36 e Palmiro Togliatti (col nome di Alfredo) nel 1934 e nel 1937-39.
Rappresentante dell'Internazionale presso il PC catalano (autonomo) fu
invece, nel 1937-38, Ernst Gerö.
Vi erano poi, come detto, i rappresentanti dei singoli partiti presso
l'esecutivo dell'Internazionale, a Mosca. Rappresentanti del PCI furono
successivamente Gramsci (1922-23), Terracini (1924), Scoccimarro (1924-25),
Togliatti (1925-26), Camilla Ravera (1928), Angelo Tasca (1928-29), Grieco
(1930), Berti (1931), Dozza (1932), Longo (1932-33), Montagnana (1934-35),
Dozza (1936), Ciufoli (1937-38), Amadesi (1939), Martini (1940), Bianco
(1941-43).
Ma a Mosca vi erano altri rappresentanti italiani oltre a quello presso
l'I.C.. Vi era ad esempio un rappresentante della FGCI (sezione giovanile del
partito) presso il KIM (sezione giovanile dell'Internazionale): occuparono
tale carica Berti, Dozza, Longo, Pajetta, Maggioni, Amadesi, Negarville. Vi era
un rappresentante italiano presso il Profintern - lo furono Polano, Pastore,
Noce, Ciufoli, Rita Montagnana. Vi furono anche rappresentanti italiani
presso il Krestintern (consiglio internazionale dei contadini, attivo a Mosca
dal 1923 al 1933): troviamo tra questi Guido Miglioli, Grieco, Di Vittorio,
Pastore, Andrea Marabini. Vi erano rappresentanti italiani anche presso il
capitolo VII pag. 23
Soccorso Rosso internazionale, la sede del cui C.C. era a Mosca: lo furono
Gennari, Marabini, Germanetto, Farina.
Vi erano poi gli italiani che lavoravano negli apparati dei singoli
organismi internazionali a Mosca: Gennari, Togliatti, Roasio, D'Onofrio,
Amadesi, Bertoni, Matteo Secchia lavorarono nell'apparato del Komintern;
Amadesi, Maggioni, Negarville in quello del KIM; Pastore, Andrea Marabini
in quello del Krestintern; Vidali, Germanetto, Farina in quello del Soccorso
Rosso; Gennari, Berti, Platone, Pastore alla scuola leninista; Polano, Farina,
Amadesi, Grieco, Rita Montagnana a Radio Mosca (le redazioni straniere
della quale dipesero fino al 1943 dall'I.C.); Ivan Regent, Elena Robotti,
Felicita Ferrero lavorarono alle Edizioni in lingue estere (che pubblicavano
traduzioni nelle varie lingue delle opere di Marx, Engels, Lenin e ... Stalin);
Edmondo Peluso lavorava invece all'Istituto Marx-Engels-Lenin. Attenzione a
non confondere: i rappresentanti del PCI nei vari organismi continuavano a
far parte dell'apparato di partito; gli altri invece entravano a far parte
dell'apparato dell'ente ove lavoravano, anche se i ruoli erano, come si può
vedere, abbastanza facilmente intercambiabili.
A Mosca vi erano anche le scuole dell’Internazionale, destinate a
migliorare la preparazione teorica e politica dei quadri dei singoli partiti
comunisti. La più nota di esse era la cosiddetta "scuola leninista". Fondata
nel 1926, sopravvisse fino al 1937. Il corso di studi durava due anni, e
l'insegnamento vi si svolgeva in quattro lingue: russo, tedesco, inglese,
francese. Le lezioni generali venivano tenute da professori russi specializzati,
ma anche da esponenti del partito bolscevico e dell'I.C.. Le singole sezioni
nazionali seguivano anche corsi specifici, curati dai rispettivi partiti. Vi
insegnarono
Gennari,
Platone,
monografici
e
vi
lezioni
Pastore,
furono
Berti,
mentre
anche
da
tenuti
singoli
Togliatti,
corsi
Grieco,
Montagnana, Longo. Le "Lezioni sul fascismo" di Togliatti, ad esempio, un
testo politicamente e scientificamente di tutto rispetto, tanto da essere stato
ristampato nel dopoguerra, erano state approntate per la leninista.
Accanto
alla
dell'Internazionale,
dell'Occidente",
a
leninista
anzi
due:
Mosca,
e
vi
era
una
l'"Università
l'"Università
seconda
scuola-quadri
comunista
comunista
dei
dei
popoli
lavoratori
dell'Oriente", a Baku, fondate entrambe nel 1921, e che rimasero in vita, se
non erro, fino al 1935-36. Il corso di studi della "Università comunista dei
capitolo VII pag. 24
popoli dell'Occidente" a Mosca durava quattro anni e vi era una sezione
italiana, ove le lezioni si tenevano in lingua. Si era così creata una situazione
per la quale chi non conoscesse una delle lingue d'insegnamento della
leninista, ove il corso durava due anni, doveva per forza di cose andare
all'"Università dell'Occidente", ove durava il doppio, e non tutti i compagni
erano in grado di dedicare quattro anni allo studio.
Si provvide trasferendo nel 1931 le sezioni italiana e spagnola
dell'"Università comunista dei popoli dell'Occidente" presso la scuola
leninista, dove di conseguenza le lingue d'insegnamento passarono da quattro
a sei, e inclusero tanto l'italiano che lo spagnolo. Qualche anno prima alla
leninista erano confluiti anche quei compagni stranieri che prima seguivano inviativi dall'Internazionale - i corsi dell'Accademia politico-militare di
Leningrado, la cosiddetta "Tolmaciòvka", quella ove avevano studiato sia
Bianco che D'Onofrio, e da dove uscivano i "colonnelli", come li chiamavano,
non senza un pizzico di sfottò, i "civili".
Attraverso
quelle
scuole-quadri
dell'Internazionale
passarono
complessivamente circa centocinquanta compagni italiani. Tra essi in anni
diversi furono Edoardo D'Onofrio, Arturo Colombi, Teresa Noce, Luigi
Guermandi, Carlo Farini, Celeste Negarville, Luigi Amadesi, Dante Maggioni,
Clemente Maglietta, Cino Moscatelli, Giovanni Bertoni, Antonio Roasio,
Stefano Schiapparelli, Giuliano Pajetta, Italo Nicoletto, Giuseppe Longo,
Alessandro Vaja, Aldo Lampredi, Orazio Marchi e molti altri. Tra i comunisti
di altri paesi che frequentarono le scuole dell'Internazionale possono essere
citati Gomulka, Bierut, Gottwald, Ho Chi Minh, Dimitrov, Gerö, Anna Pauker,
Vittorio Codovilla, Dolores Ibarruri, nonché Lister e Modesto, futuri
comandanti dell'esercito repubblicano spagnolo. Anche Honecker, quello che
dopo 12 anni trascorsi, tra il 1933 ed il 1945, nelle prigioni e nei campi
nazisti, fu tra il 1973 ed il 1989 l'ultimo presidente della Repubblica
Democratica Tedesca, che probabilmente contribuì ad affossare, vi aveva
studiato tra il 1931 ed il 1932. Una terza scuola-quadri dell'Internazionale
sarebbe poi stata aperta nel 1942, ma di essa parleremo a tempo debito.
Gli studenti delle scuole dell'I.C., a differenza degli altri compagni
italiani a Mosca, erano alloggiati presso le scuole stesse, che funzionavano da
convitto, con un regime assai severo, ma di tanto in tanto qualcuno di essi al
“Lux” si faceva vedere.
capitolo VII pag. 25
Vi erano infine a Mosca numerosi compagni italiani che, rifugiatisi
nell'URSS, erano andati a lavorare in fabbrica: non dimentichiamo che
almeno la metà dei “rivoluzionari di professione” del periodo leninista erano
in realtà operai od ex-operai, che nel tempo libero da impegni politici
tornavano al loro lavoro. Erano tra essi Guido Picelli, Ilio Barontini, Carlo
Farini, Giulio Varesco, Paolo Robotti e numerosi altri. Facevano capo,
assieme ad emigrati politici di altre nazionalità (incluso l’operaio croato che
sarebbe divenuto il futuro capo partigiano Tito), al "Club internazionale degli
emigrati politici", che sarebbe stato sciolto nel 1935.
*
*
*
Torniamo al mio racconto. Mia madre, come mio padre, erano venuti a
Mosca per lavoro. Di conseguenza entrambi trascorrevano la giornata nei
rispettivi
uffici,
mio
padre
al
Komintern,
mia
madre
al
Profintern,
tornandone verso le diciotto. Non pranzavano in casa, non essendo mai in
Russia l'intervallo per il pranzo superiore a mezz'ora - un'ora. Per badare a
noi
(nove
anni
io,
e
mio
fratello
tre),
nonché
al
buon
andamento
dell'economìa domestica, venne quindi cercata, trovata ed assunta una
"njanja".
Era questa una simpaticissima contadina russa praticamente analfabeta
(faceva la firma con molta difficoltà), giunta a Mosca dalla campagna per
andare a servizio. Si chiamava Tatjana, era dolcissima e piena di buona
volontà, ed aveva una cinquantina d'anni. In "casa" si installò nel bagno.
Sulla vasca collocò un impiantito di legno, un tavolato, che si fece
confezionare apposta: sotto, nella vasca stessa, un involto con la poca roba
sua, sopra il suo giaciglio. Sistematasi così, accompagnò mia madre alla
ricerca del necessario: i "sudkí", cioè i tre pentolini, una grande teiera
d'alluminio, una bacinella, qualche pentola e qualche piatto.
Doveva provvedere agli acquisti di viveri, con tessera e senza, ritirare
presso la mensa del "Lux" i pasti di mio padre (credo che in ufficio lui usasse
soltanto il tagliando della colazione, lasciando quindi a nostra disposizione i
buoni del pranzo e della cena), integrarli e dare da mangiare a tutti quanti, a
noi tre volte al giorno, ai genitori mattina e sera. Non andate a pensare che
mio padre dovesse sacrificarsi troppo: la prima colazione russa è abbondante.
capitolo VII pag. 26
Comprende obbligatoriamente un piatto caldo - che in periodo di carestìa può
essere un piatto di miglio bollito con un po' di olio di lino, o cavoli lessi, ma
può anche essere, in tempi migliori, uova al tegame, una coppia di würstel, a
volte una bistecca, - più burro, salame e formaggio, pane bianco e nero, tè a
volontà. Ve n'era quindi più che a sufficienza per un buon spuntino in ufficio,
tanto da poter resistere fino a sera. Poi naturalmente toccava a Tatjana
portarci a spasso ed a giocare ai giardini, fare un po' di bucato, eseguire
qualche riparazione, ecc.ecc.
Tra i piatti che Tatjana preparava per me e mio fratello, oltre al già
citato "kiselj", che a differenza della mensa lei faceva però con la "kljukva",
una bacca settentrionale (mortella di palude) tradizionalmente usata in
Russia da tempi immemorabili per confezionare "kiselj" e "mors" (bevanda
rinfrescante estiva, acidula), che si procurava al mercato, vi era anche la
"kasha" di grano saraceno. Tatjana la preparava a modo suo: messo il grano
saraceno a cuocere in acqua (la cottura ne è particolare, il grano saraceno va
prima fatto rosolare a secco in pentola, senza grassi né acqua, poi si versa
sopra tre volte il suo volume d'acqua bollente, e lo si fa cuocere a fuoco medio
finché non abbia assorbito tutta l'acqua, poi si spegne e lo si lascia riposare al
caldo per qualche minuto), lo faceva poi soffriggere in padella con burro e
zucchero. La "kasha" diveniva così secca ed un po' croccante, ed era molto
buona.
Dalla Tatjana imparai pure come si beve il tè nelle campagne russe:
"vprikusku", col "kólotyj sakhar". Si trattava dello zucchero in pani di una
volta, enormi coni avvolti alla base nella famosa "carta da zucchero" blu.
Durissimo, quello zucchero veniva spaccato per la vendita a grossi pezzi; ed
in casa, per sminuzzarli in frammenti e schegge più piccole, era previsto l'uso
di apposite pinze di acciaio temperato. Il tè alla russa si beveva così: ti
mettevi una di quelle schegge in bocca, e ci bevevi il tè sopra. Dato che era
durissimo, e si scioglieva a fatica, un pezzettino ti poteva durare per un'intera
tazza, ed anche due: ed il tè sembrava pure più buono.
Qualche camera più in là, al nostro stesso piano, nella stanza numero 4
che poi divenne la 5, abitavano altri italiani, i Rossi: Carlo, la moglie Olga, la
figlia Mirella (un anno o due più di me), il figlio Giorgio (un anno e mezzo
meno di me), torinesi come i miei e vecchi abitanti del "Lux", di cui la Olga
conosceva tutti i misteri, segreti e soprattutto pettegolezzi.
capitolo VII pag. 27
Carlo Rossi altri non era che Ottavio Pastore (1887-1965), noto
giornalista e dirigente politico torinese. Iscritto alla federazione giovanile
socialista sin dal 1902, nel 1914 era divenuto segretario della sezione
socialista torinese e corrispondente torinese dell'"Avanti". Dal 1915 fu
redattore
della
pagina
torinese
dell'"Avanti",
dal
1918
redattore-capo
dell'edizione piemontese. Fu maestro di giornalismo di Gramsci, Togliatti,
Leonetti, Montagnana, Platone. Nel 1921 è tra i fondatori del PCI, e l'edizione
torinese dell'"Avanti" che dirige si trasforma nell'"Ordine Nuovo" quotidiano.
Nel 1924 è direttore del nuovo quotidiano del partito, "L'Unità". Arrestato nel
1925, espatria nel 1927. Nel 1928 aveva raggiunto Mosca, ove rimase fino al
1938, lavorando successivamente alla leninista, al Profintern, al Krestintern
ed alle edizioni in lingue straniere, proseguendo nel frattempo una fruttuosa
collaborazione con "Stato operaio".
Quando lo conobbi io, aveva quarantasei anni, i capelli già grigio pepe,
ma non ancora bianchi come dopo la liberazione, ed era abbastanza
brontolone, soprattutto con Olga. Manifestava curiosità e notevole apertura
intellettuale, ed era piuttosto insofferente nei riguardi delle circospezioni,
tergiversazioni, dire e non dire che cominciavano a caratterizzare le abitudini
moscovite,
con
particolare
riguardo
alla
lotta
di
Stalin
contro
le
"opposizioni". Si fece quindi abbastanza presto la fama di frondista e di
piantagrane, cosa che lo mise in cattiva luce presso i vari burocrati e piccoli
capoccia sovietici. Dovette di conseguenza cambiare più volte lavoro e corse
anche seri rischi. Nel 1938 venne richiamato in Francia da Togliatti, per
dirigervi la "Voce degli italiani". Tornò in Italia nel 1943.
La moglie Olga doveva avere qualche anno in più dei miei genitori.
Bella donna (ma senza nessuna carica sessuale), vivace, piena di energìa,
parecchio pettegola e chiacchierona instancabile, sempre di buon umore, era
anche una lavoratrice indefessa: oltre a mandare avanti la casa e la famiglia e
lavorare a Radio Mosca, trovava anche il tempo per fare innumerevoli
traduzioni, a Mosca assai ben pagate, che poi batteva a macchina sulla sua
portatile. Tutta la parte economica ed organizzativa poggiava esclusivamente
su di lei: il marito, in questo, era uno sprovveduto. Vecchia moscovita, fu lei
ad occuparsi della nostra prima sistemazione. Aiutò mia madre a reperire
casseruole, fu lei a trovarci la Tatjana, suo era il macinino da caffè che
andavo a chiedere in prestito una volta la settimana.
capitolo VII pag. 28
I macinini da caffè al "Lux" erano un bene prezioso: il caffè in grani si
trovava,
ma
bisognava
ritostarlo
all'italiana
(era
venduto
tostato
all'americana, ossìa poco) e soprattutto macinarlo. Ora, i primi macinini da
caffè apparvero in vendita, a Mosca, dopo la rivoluzione, soltanto... nel 1940.
Al "Lux" ce li si prestava a vicenda, e ve ne erano di tutte le fogge: quadrati,
di legno, a cassetto, come quello della Olga; sottili, lunghi e rotondi, di rame
istoriato, alla turca, che erano quelli di jugoslavi, bulgari e romeni; qualcuno,
tedesco, anche a muro, da cucina, in legno laccato bianco con manovella
laterale. La Olga possedeva inoltre una vera e propria rarità: una padella
tosta-caffè, di ferro, chiusa con sportello, con palette rotanti interne e
manovella sul coperchio.
Il figlio Giorgio, che aveva qualche anno meno di me (è del 1925, se non
erro), conoscendo i luoghi e parlando russo (semmai, era il suo italiano che
lasciava a desiderare), i primi tempi mi fece da guida, interprete ed
accompagnatore, ed era anche abbastanza rognoso. Sua sorella Mirella, più
grande di noi, ci guardava con una certa sufficienza, pur proteggendoci. Era
una ragazzina lunga, magra, di quelle cresciute troppo in fretta (doveva allora
viaggiare sui dodici anni), ed anche bruttina, ma piena di brio, molto più del
suo pacioccone di fratello. Solo che aveva un mondo tutto suo, in cui noi
ragazzini non eravamo ammessi. Il padre, come già detto, si era preso
l'incombenza di portarci una volta alla settimana al bagno, me e Giorgio.
Una delle prime conoscenze che Giorgio mi fece fare fu quella di Maggi,
che stava, con barba nera e pipa sempre accesa, da scapolo, in una camera
nella dépendance in fondo all'albergo, dall'altra parte del secondo scalone.
Maggi era Egidio Gennari (1876-1942). Interventista nel 1915, era entrato a
far parte della segreterìa del PSI nel 1918-20, e nel 1921 era stato tra i
fondatori del PCI. Era stato deputato alla Camera nel 1921 e nel 1924. Nel
1926 aveva dovuto espatriare. Delegato al III congresso dell'I.C. nel 1921, vi
era stato eletto membro dell'esecutivo. A Mosca lavorava al Komintern, ove se
non sbaglio dirigeva il segretariato per l'America latina, ed al Soccorso Rosso.
Nel 1936-37 venne richiamato da Togliatti a Parigi, ma ammalatosi, tornò a
Mosca nel 1938. Colpito di paralisi nel 1940, morì a Gorjkij, sul Volga, nel
1942. Scapolo sessantenne, lavorava in casa, benevolo a noi bambini, non si
lamentava se facevamo irruzione, e qualcosa per noi la trovava sempre. Del
che Giorgio approfittava.
capitolo VII pag. 29
Altro compagno italiano allora conosciuto a Mosca fu Furini, che mio
padre era venuto a sostituire quale rappresentante del partito presso l'I.C., e
che si fermò con la moglie ancora per un mesetto, il tempo di fare le
consegne. Furini (Giuseppe Dozza, 1901-1974), già impiegato, iscritto alla
federazione
giovanile
socialista
dal
1915,
era
stato
segretario
della
federazione comunista di Bologna nel 1921, segretario della federazione
giovanile comunista dal 1923 al 1927, membro del Centro interno nel 1928,
membro del Centro estero dal 1928 al 1943, membro del C.C. e dell'Ufficio
politico nel 1931. Rientrato in Italia nel 1943, divenne dopo la liberazione
sindaco di Bologna e membro della Direzione del partito. Da bravo emiliano
gli piaceva la buona cucina e non disdegnava a quanto pare neppure gli altri
piaceri terreni. A Mosca erano note tanto le tagliatelle che preparava la
moglie quanto la di lei batterìa di cucina. Qualche pezzo di essa mia madre
riuscì ad ereditarlo. Furini aveva allora trentun’anno.
Al piano sopra di noi, il terzo, nella parte di corridoio dopo l'angolo, in
una stanza che dava sul cortile, stava invece, con la moglie Pauline, André
Marty (1886-1955), collega di lavoro di mio padre, con cui era piuttosto
legato, e che simpatizzava con mia madre per la sua faccia tosta ed il non
avere peli sulla lingua. Sottufficiale di marina nel 1917, era famoso per aver
organizzato e capeggiato l'ammutinamento sulle navi da guerra francesi
inviate nel 1918-19 a dare man forte ai bianchi ad Odessa ed in Crimea.
Condannato a venti anni di lavori forzati, era stato liberato per amnistìa nel
1923 ed era entrato nel PCF. Era stato eletto deputato alla Camera, e nel
1932-33 era, come mio padre, rappresentante del suo partito presso
l'Internazionale. Sulle sue vicende aveva scritto un libro di memorie, allora
assai noto, "Gli ammutinati del Mar Nero", in due volumi, che mi affrettai a
chiedergli in prestito ed a leggere.
Sua moglie Pauline, una donna molto bella, era la sorella di Mathilde
Péri, la moglie di Gabriel Péri, fucilato dai tedeschi nel 1941. Marty amava
molto i bambini, che non poté mai avere, e volle molto bene prima a me, e
poi, più tardi, anche a mio fratello. Nel 1936-37 divenne prima responsabile e
poi commissario generale delle Brigate Internazionali in Spagna. Fu lui a
chiamare mio padre alle Brigate, ove divenne prima commissario politico del
battaglione Garibaldi, poi commissario della XII brigata (composta da
italiani, francesi, tedeschi e polacchi) ed infine ispettore generale delle
capitolo VII pag. 30
Brigate Internazionali. All'epoca in cui lo conobbi Marty aveva quarantasei
anni, era piuttosto magro ed allampanato, aveva i capelli già abbastanza radi
e con qualche spruzzo di bianco, ma i baffi ancora folti, di un bel colore
rossiccio, e scherzava e rideva volentieri. Se fossi stato una donna, come
uomo mi sarebbe piaciuto. Al Komintern era noto per il suo brutto carattere
ed i suoi attacchi di rabbia, ed anche alquanto temuto, ma io non ebbi mai ad
accorgermene, né allora, né quando lo rividi più tardi, nel 1941.
Al primo piano della dépendance che dava sullo scalone principale, di
fronte alla "hall" e più su di esso, abitava invece un'amica di mia madre dai
tempi della scuola leninista, ove nel 1928 erano state assieme, la Marin, una
donna indubbiamente splendida. Alta, dal portamento fiero, vicina alla
quarantina, con qualche filo bianco nei capelli corvini, molto sensuale,
fumava come un turco, parlava - da romena colta - un ottimo francese, beveva
volentieri, senza per tanto ubriacarsi, ed ancor più volentieri scopava con
chiunque
trovasse
di
proprio
gradimento.
Chiaramente,
a
prendere
l'iniziativa era lei, mai l'altro. Più di una volta ebbi a vederla un po' su di giri,
e pare che al "Lux" la sua camera fosse abbastanza nota. A me naturalmente
era simpatica proprio per queste ragioni, mentre mia madre di tanto in tanto
tentava di farle la predica. Ma senza molto successo: lei replicava che si vive
una volta sola, e non vedeva proprio cosa vi potesse essere di male a far
contenti tanto sé che gli altri.
Aveva due figli, Vladik e Tanja, qualche anno meno di me, che più tardi
sarebbero stati con me ad Ivánovo. Proveniente da una ricca famiglia ebrea di
Bucarest, militante socialista, era entrata nel partito comunista romeno alla
fondazione, nel 1921. Il suo nome sarebbe divenuto noto negli anni successivi,
quando tornata a lavorare illegalmente in Romanìa, nel 1934 vi sarebbe stata
arrestata e condannata a dieci anni di fortezza. Nel 1936 avrebbe tentato di
evadere, segando le sbarre della cella e calandosi con una fune, sarebbe stata
colpita con una sventagliata di mitragliatrice che le avrebbe quasi falciato le
due gambe, e sarebbe rimasta a lungo tra la vita e la morte. Si trattava di
Anna Pauker (1893-1960).
Nel marzo del 1941, qualche mese prima
dell'aggressione nazista all'URSS, i sovietici l'avrebbero scambiata con alcuni
ufficiali romeni arrestati come spìe. Nel 1947 diveniva membro dell'Ufficio
politico del partito comunista romeno e ministro degli esteri della Repubblica
capitolo VII pag. 31
popolare di Romanìa. Nel 1952 sarebbe invece stata espulsa dal partito, in
circostanze ancor oggi poco chiare.
Pauker però non era il cognome suo, bensì quello del marito, o
piuttosto del padre dei suoi figli. Questi, Karl Pauker, ex parrucchiere del
teatro dell'opera di Budapest (Germanetto, parrucchiere anche lui, lo aveva
conosciuto), donnaiolo impenitente, apparteneva, quando aveva incontrato
Anna, ai servizi speciali dell'I.C.. Da lì era passato alla Ghepeù, ed era
divenuto, per un certo periodo, capo della guardia personale di Stalin, ma nel
1937 sarebbe stato fucilato. Anna non l'aveva più rivisto (quando la conobbi
al "Lux" viveva da sola), ma ne aveva conservato, al processo ed in prigione, il
nome: quello da ragazza, che ignoro tuttora, era probabilmente un po' troppo
ebraico per un paese antisemita come la Romanìa.
Vi erano poi quei compagni italiani che al "Lux" non abitavano, ma vi
venivano spesso, oppure eravamo noi ad andare a trovare. Uno dei
frequentatori più assidui del "Lux", ed in particolare dei Rossi, era Giovanni
Germanetto (1885-1959), uno dei pochi compagni italiani che vivesse a Mosca
col proprio nome. Col piede deforme ed una gamba più corta dell'altra, quindi
zoppo sin dall'infanzia (non poteva camminare senza il bastone), di
professione barbiere, già socialista e sindacalista, segretario della federazione
socialista di Cuneo nel 1912, membro del PCI dal 1921, ne sarebbe divenuto in
seguito funzionario, ossìa "rivoluzionario di professione". Nel 1926 aveva
dovuto espatriare. Nel 1928 era stato delegato al VI congresso dell'I.C..
Nel 1930-31 aveva pubblicato a Parigi un libro di ricordi, molto
spiritoso, "Le memorie di un barbiere", a cui Ercoli aveva premesso una
prefazione elogiativa firmata. Il libro ebbe rapido successo, e venne tradotto,
prima della seconda guerra mondiale, in un numero infinito di lingue, mi
pare ventotto. Germanetto così da barbiere divenne "scrittore proletario", ma
per non perdere la mano di tanto in tanto i capelli a qualcuno di noi li faceva.
A me li fece due volte.
In quel medesimo 1931 era stato mandato a Mosca a lavorare per il
Soccorso Rosso, dopo essere stato espulso da quasi tutti i paesi europei (la
sua infermità lo rendeva facilmente identificabile). Di una cinquantina
d'anni, alto, sbilanciato a destra ove poggiava sul suo fido bastone,
Germanetto, che aveva abbandonato la sua "barba di rame", si muoveva con
inaspettata agilità. Fumava toscani, ed in mancanza di essi qualunque cosa
capitolo VII pag. 32
fosse abbastanza forte e puzzolente, sigari o pipa. Era conversatore
instancabile e buon narratore, spiritoso, che curava gli effetti. Le sue
"Memorie di un barbiere" in realtà sono più una raccolta di aneddoti che non
una vera e propria narrazione. Scapolo, da lì a qualche anno si sarebbe
sposato.
Quale funzionario del Soccorso Rosso, Germanetto non abitava al
"Lux", ma al "Sojuznaja", un piccolo albergo situato all'angolo del vicolo
Kozitskij e della Boljshája Dimitrovka, circa quattrocento metri dietro il
"Lux". L'albergo venne demolito alla fine degli anni 30, assieme alle case
circostanti, e sullo spazio reso libero venne edificato quello che sarebbe
divenuto il "Teatro musicale Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko". Amico di
tutti al "Lux", ove conosceva rappresentanti di mezzo mondo, Germanetto al
suo albergo andava soltanto per dormire.
Vi erano poi a Mosca due famiglie italiane molto note, che pur non
stando al "Lux" rappresentavano ciascuna una specie di istituzione: la
famiglia Marabini ed i Misiano.
Capostipite della famiglia Marabini era il suo patriarca, il decano degli
italiani di Mosca, il vecchio Anselmo Marabini (1865-1948). Figura quasi
leggendaria, aveva fatto in tempo ad essere membro della Sezione italiana
della I Internazionale, ed a prendere parte, con Andrea Costa, al congresso di
Genova ove nacque nel 1892 il partito socialista italiano. Membro della
direzione del PSI dal 1906 al 1919, nel 1921 fu uno dei fondatori del PCI.
Deputato alla Camera nel 1919 e nel 1921, era espatriato nel 1923 ed era
arrivato in Russia nel 1924, a cinquantanove anni. Qua era divenuto membro
della presidenza del C.C. del Soccorso Rosso internazionale e segretario
generale della sezione italiana del medesimo. Nel 1935, a settant’anni, era
stato chiamato a far parte della commissione centrale di controllo del
Soccorso Rosso internazionale.
Gran signore, con la barbetta a punta brizzolata, d'estate con la
paglietta e l'immancabile fiore all'occhiello della giacca scura, di una
raffinata eleganza di altri tempi, Anselmo Marabini sembrava sbarcato a
Mosca da qualche pagina di D'Annunzio o Pirandello. Alto, era anche un bel
uomo, ed aveva molto successo tra le donne, nonostante i suoi anni.
Suo figlio Andrea (nato nel 1892), già socialista, aveva pure lui aderito
al PCI sin dalla fondazione. Fu segretario provvisorio della federazione di
capitolo VII pag. 33
Bologna e fiduciario del nuovo partito per l'Emilia-Romagna. Emigrato in
Francia nel 1924, ne era stato espulso nel 1927. Passato in Belgio, ne veniva
espulso nel 1928. Raggiunse allora il padre a Mosca, ove lavorò prima come
operaio,
poi
all'Istituto
agrario
internazionale
ed
al
Krestintern,
pubblicando diversi articoli dedicati ai problemi agrari sulle pagine di "Stato
operaio". Andrea Marabini a quell'epoca aveva quarant’anni. Il discorso con
Andrea presentava qualche difficoltà: era sordo, sordo come una campana, ed
anche l'apparecchio acustico non era di grande aiuto. Era inoltre fortemente
miope, il che non facilitava le cose. Altrettanto era elegante il padre,
altrettanto il figlio era goffo ed infagottato. Lavorò successivamente anche
all'Istituto di economìa mondiale, diretto allora da Eugenio Varga. Nel 1941
sarà uno dei collaboratori della radio clandestina del PCI "Radio Milano
Libertà".
Vi erano poi le mogli dei due, i fratelli e le sorelle di Andrea, figli,
nipoti, mogli dei rispettivi, ecc. ecc. Un vero e proprio clan familiare
romagnolo trapiantato a Mosca, e ivi integrato da apporti indigeni. In tutto
almeno una trentina di persone. Vivevano tutti assieme, un po' fuori città, in
fondo allo Leningradskoie Shosse, nell'ex villaggio di Vsekhsvjatskoie, in una
specie di casa di campagna costruita sul territorio di una delle prime
cooperative edilizie sorte a Mosca nel 1923-25, la famosa "Sókol". L'intero
clan, con qualche eccezione, sarebbe tornato ad Imola nel 1946.
A Mosca un personaggio di rilievo in quegli anni era pure Francesco
Misiano (1884-1936), la cui famiglia vi fu per decenni una specie di
istituzione. Già anarchico, Francesco Misiano divenne socialista, ovviamente
massimalista, nel 1907. Nel 1916, mobilitato, non si sa bene se per eccesso di
sinistrismo o perché incastrato da qualche provocatore, venne dichiarato
disertore e dovette riparare in Svizzera. Nel gennaio 1919 lo troviamo a
Berlino, ove partecipa in prima fila all'insurrezione spartachista: questa è
guerra di classe, mica imperialista. Eletto nel medesimo 1919 deputato alla
Camera in Italia, vi può far ritorno, ed assieme a Gennari e Marabini farà
parte della frazione che nel 1921 darà vita al PCI. Nel 1921, scaduto il
mandato
parlamentare
e
con
esso
l'immunità,
sarà
condannato,
per
diserzione, a dieci anni di fortezza. Abbandonata l'Italia, si trasferisce di
nuovo a Berlino, ove con Willi Münzenberg sarà uno dei fondatori e dei
capitolo VII pag. 34
principali organizzatori del "Soccorso operaio internazionale", organismo
che continuerà a dirigere fino alla morte sopravvenuta nel 1936.
Il "Soccorso operaio internazionale", da non confondersi col Soccorso
Rosso internazionale, viene creato nel settembre del 1921 da una conferenza
internazionale dei comitati di aiuto alla giovane repubblica sovietica
affamata. Dal 1923 viene incluso tra i suoi fini statutari anche il sostegno alla
lotta di classe degli operai dei vari paesi. L'organizzazione ha sede a Berlino
ed una sede distaccata a Mosca. Si occupa di raccogliere fondi per gli aiuti
alla repubblica sovietica uscita distrutta dalla guerra civile, ma anche di
lavoro culturale e di propaganda, e per raccogliere i fondi necessari
intraprende su vasta scala operazioni commerciali, finanziarie ed industriali
di vario genere, creando se necessario appositi organismi, ed ottenendo
l'aiuto
disinteressato
di
chiunque
manifesti
simpatìe
per
la
giovane
repubblica sovietica e l'esperimento in essa tentato.
A Berlino il "SOI" pubblicherà per anni un settimanale illustrato ad
elevata tiratura, l'"Illustrierte Arbeiter Zeitung", stampato in rotocalcografìa,
uno dei primi ad applicare su larga scala l'illustrazione fotografica.
Collaborano ad esso e vi si raggruppano attorno nomi che diverranno famosi:
John Heartfield (1891-1968), fotografo e grafico; Egon Erwin Kisch (18851948), giornalista e scrittore; Erwin Piscator (1893-1966), regista; Bertold
Brecht (1898-1956), regista; George Grosz (1893-1959), pittore e grafico; Kurt
Weill (1900-1950), musicista; ma anche gli assai più noti Thomas e Heinrich
Mann, scrittori di fama già mondiale. La "questione operaia", allora, è cosa
seria e sentita.
Al "Soccorso operaio internazionale" sono legati inoltre in Belgio Franz
Maseerel (1889-1972), grafico; in Francia Henri Barbusse (1873-1935),
scrittore, Léon Jouhaux (1879-1954), sindacalista, Jean-Richard Bloch (18841947), scrittore, Léon Moussinac (1890-1964), scrittore e critico teatrale e
cinematografico, Louis Aragon (1897-1982), scrittore, André Malraux (19011976), scrittore, nonché l'intero gruppo di "Clarté" (a cui aderiscono gli
scrittori Anatole France, Jules Romains, Herbert Wells, Bernard Shaw, Upton
Sinclair, Rabindranath Tagor); in Svizzera Romain Rolland (1866-1944),
scrittore.
A Mosca il "Soccorso operaio internazionale" crea nel 1924, presso la
sua
sezione
russa,
la
"Mezhrabpom-Rusj",
che
nel
1928
diviene
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"Mezhrabpom-filjm" e sopravviverà fino al 1936. Nello stesso anno Misiano
da Berlino si trasferisce a Mosca, ove dirigerà sia la sezione russa del "SOI"
(che nel 1935 verrà soppressa) sia la "Mezhrabpom-Rusj". Quest'ultima è una
società per azioni a capitale misto, che ha per scopo la produzione ed il
commercio di film cinematografici. I suoi studi di ripresa, con attrezzature di
prim'ordine acquistate dalla società mista sul mercato internazionale,
divengono rapidamente i migliori dell'URSS. Nel 1935 si trasformeranno
nello
studio
"Rot-Front",
e
nel
1937,
dopo
lo
scioglimento
della
"Mezhrabpom-filjm", passeranno alla "Sojuzdetfiljm".
La "Mezhrabpom-Rusj" e
successivamente
la
"Mezhrabpom-filjm"
producono alcuni tra i migliori film sovietici del periodo 1924-36: "Miss
Mend" di Otsup e Barnet (1926), tutti i film di Protazanov del periodo 192436, "L'amore a tre" di Room (1927), i migliori film di Pudovkin ("La fine di
San Pietroburgo", 1925; "La madre", 1927; "Tempesta sull'Asia", 1929), "Il
cammino della vita" di Ekk (1931), "Scarpe rotte" di Barskaja (1933), "Tre
canti su Lenin" di Dziga Vertov (1934). Inoltre è la "Mezhrabpom-Rusj" a
curare la commercializzazione in occidente dei film di Ejzenstejn. Negli anni
del primo piano quinquennale il "Soccorso operaio internazionale" si occupa
anche di organizzare forniture di macchinari moderni e l'invìo in URSS di
specialisti
stranieri
per
le
grandi
opere
in
costruzione.
E'
difficile
sopravvalutare l'importanza politica, culturale ed anche economica che ebbe
per
l'URSS
l'operato
del
"Soccorso
operaio
internazionale"
di
Willi
Münzenberg e di Francesco Misiano.
Rimasto a Berlino, Willi Münzenberg (1889-1940) prosegue il suo
lavoro a capo della sezione tedesca del SOI, che è quella principale, ed in un
certo senso la base di tutto il lavoro di esso (negli ambienti del Komintern il
SOI veniva scherzosamente definito "la holding di Münzenberg"). Solo che in
Germania nel 1933 arriva al potere Hitler, cosa che Münzenberg sembra
avesse previsto (era molto critico verso la politica presuntuosa e sconsiderata
portata avanti dal PC tedesco), ed il SOI deve d'urgenza smobilitare, fare i
bagagli ed abbandonare il paese. Circa trentamila intellettuali progressisti e
d'avanguardia devono lasciare la Germania e riparano d'urgenza chi in
Cecoslovacchìa chi in Francia: ad organizzarne l'esodo è Willi Münzenberg.
Sono tra essi i più bei nomi della cultura tedesca: Heinrich Mann, Léon
Feuchtwanger,
Erich-Maria
Remarque,
Ernst
Toller,
Walter
Benjamin,
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Bertold Brecht, Kurt Weill, Hans Eisler, Max Reinhardt, Erwin Piscator, Fritz
Lang, Erich von Stroheim, Peter Lorre e numerosi altri.
A Parigi Münzenberg si dà da fare: spedisce negli Stati Uniti Fritz Lang,
Peter Lorre, Bertold Brecht, Kurt Weill ed Erich-Maria Remarque; fonda "Les
éditions du carrefour", che nel settembre del 1933 pubblicano il "Libro
Bruno" sull'incendio del Reichstag; crea l'"Istituto per lo studio del fascismo"
(ISFA); nel giugno del 1935 organizza il "Congresso mondiale in difesa della
cultura". Willi Münzenberg organizza inoltre e cura la pubblicazione del libro
di Barbusse su Stalin e di quello di Feuchtwanger su "Mosca 1937"; prende
parte attiva al reclutamento ed al trasferimento in Spagna di quegli
antifascisti tedeschi che si recano a combattere nelle Brigate Internazionali;
nel 1938 sarà lui a fornire parte dei capitali per finanziare la pubblicazione a
Parigi del quotidiano indipendente di sinistra "Ce soir", che verrà diretto da
Louis Aragon e Paul Nizan. Un dettaglio: tra i numerosi intellettuali
progressisti europei spediti da Münzenberg negli Stati Uniti vi sono anche
alcuni dei futuri protagonisti della ricerca nucleare americana a Los Alamos,
che come è noto si daranno da fare per impedire che l'arma atomica rimanga
monopolio degli Stati Uniti.
Willi Münzenberg cadrà nel 1940 all'età di cinquant'anni in circostanze
non del tutto chiare, mentre - dopo la sconfitta francese e la firma
dell'armistizio coi tedeschi - tenta di passare dalla zona occupata a quella
cosiddetta libera. Sarà ucciso dalla sua stessa guardia del corpo, forse su
ordine suo, per evitare che capitasse vivo nelle mani dei tedeschi. La Gestapo
sapeva fin troppo bene con chi aveva a che fare, e sotto le torture lo avrebbe
sicuramente fatto parlare: non si poteva rischiare. Ma forse non lo si voleva
neppure lasciare arrivare vivo nella zona libera e da lì in America: dopo il
patto russo-tedesco del 1939 Münzenberg era divenuto un personaggio
scomodo. Se ne rendeva benissimo conto: non era uno sprovveduto. Una
grande figura del movimento operaio internazionale: se negli anni 20, 30 e 40
la parte migliore degli intellettuali mondiali si schierò risolutamente a fianco
del socialismo e dell'Unione Sovietica, il merito va in buona parte a
personaggi come Francesco Misiano e Willi Münzenberg.
A Mosca la casa dei Misiano a cavallo tra gli anni 20 e 30 rappresenta
un vero e proprio centro di raccolta "culturale": la maggior parte dei nomi
che abbiamo citato prima e molti altri ancora sono tutti quanti amici
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personali di Francesco Misiano, che da buon napoletano è molto ospitale,
oltre che curioso ed aperto, e quindi si recano a trovarlo ogni volta che
passano per Mosca. Tanto che la cosa desta, negli ultimi anni della vita di
Misiano, non pochi sospetti, che gli avvelenano gli ultimi anni di esistenza. Vi
era stato, nel 1933-35, il caso Victor Serge, già del gruppo "Clarté", arrestato
in Russia e deportato per "trotskismo": tra quelli che intervennero a suo
favore presso le autorità sovietiche e finirono per ottenerne la liberazione
erano numerosi gli amici stranieri di Misiano.
Oltre al padre, la famiglia Misiano comprendeva la moglie Maria ed i
figli Carolina, Ornella e Gualtiero. La moglie, Maria Angelovna, dopo la morte
del marito insegnò per anni l'italiano a funzionari e dipendenti del
Commissariato del Popolo e poi Ministero degli affari esteri dell'URSS, molti
dei quali, tra i più anziani, la ricordano ancora. La figlia maggiore, Carolina
Francescovna, che ritroveremo nel corso della nostra narrazione, avrebbe
prima studiato e poi insegnato storia contemporanea alla facoltà di storia
dell'Università di Mosca, ove avrebbe avuto tra i suoi studenti anche la figlia
di Stalin. Lavorò in seguito a Radio-Mosca, poi in un istituto di ricerche, e
successivamente - proseguendo la tradizione culturale della famiglia - diresse
per anni l'Istituto italiano della Accademia delle Scienze dell'URSS. Andata in
pensione, sarebbe morta a Mosca a metà degli anni 90, stroncata nell'animo e
nel cuore dal crollo nel 1991 di quello che era stato il suo mondo, e la sua
ragione di vita. Il fratello Gualtiero era morto anni prima. Sembra che
Ornella, la sorella minore, sia ancora in vita.