Documento PDF (Recycle Italy 4)

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Documento PDF (Recycle Italy 4)
Re-It
04
Recycland
Recycland è il quarto volume della collana Re-cycle Italy. La
collana restituisce intenzioni, risultati ed eventi dell’omonimo
programma triennale di ricerca – finanziato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca – che vede coinvolti
oltre un centinaio di studiosi dell’architettura, dell’urbanistica e
del paesaggio, in undici università italiane. Obiettivo del progetto Re-cycle Italy è l’esplorazione e la definizione di nuovi cicli di
vita per quegli spazi, quegli elementi, quei brani della città e del
territorio che hanno perso senso, uso o attenzione. La ricerca è
fondata sulla volontà di far cortocircuitare il dibattito scientifico
e le richieste concrete di nuove direzioni del costruire, di palesare i nessi tra le strategie di ridefinizione dell'esistente e gli
indirizzi della teoria, di guardare al progetto quale volano culturale dei territori.
recycland
Recycland fonde due questioni: la prima insiste sulla revisione
del progetto a fronte della crisi della modernità e del conseguente dialogo del progetto stesso con termini e concetti quali
re-cycle o new cycle e con gli universi economici e biologici da cui
derivano i due termini, la seconda investe la terra, il nuovo terreno di riferimento del progetto o meglio come questo oggi non
possa prescindere dal waste che il precedente ciclo ha lasciato
sul campo.
Postproduzioni ed altri cicli oltre la crisi della modernità e per un
nuovo metabolismo urbano sono le due tracce che, a partire dalla revisione degli strumenti dell’architettura e dell’urbanistica e
dall’osservazione delle macerie che caratterizzano il paesaggio
contemporaneo, direzionano lo sguardo verso la definizione e la
necessità di un pensiero per la città futura.
isbn
978-88-548-6270-8
Aracne
euro 24,00
04
8
RECYCLAND
A CURA DI
SARA MARINI
VINCENZA SANTANGELO
1
Progetto grafico di Sara Marini e Vincenza Santangelo
Copyright © MMXIII
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133/A–B
00173 Roma
(06) 93781065
ISBN 978-88-548-6270-8
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi
mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il
permesso scritto dell’Editore.
I edizione: settembre 2013
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PRIN 2013/2016
PROGETTI DI RICERCA
DI INTERESSE NAZIONALE
Area Scientifico-disciplinare
08: Ingegneria civile
ed Architettura 100%
Unità di Ricerca
Università IUAV di Venezia
Università degli Studi di Trento
Politecnico di Milano
Politecnico di Torino
Università degli Studi di Genova
Università degli Studi di Roma
“La Sapienza”
Università degli Studi di Napoli
“Federico II”
Università degli Studi di Palermo
Università degli Studi
“Mediterranea” di Reggio Calabria
Università degli Studi
“G. d’Annunzio” Chieti-Pescara
Università degli Studi di Camerino
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INDICE
INTRODUZIONE
Recycland
9
POSTPRODUZIONI ED ALTRI CICLI OLTRE LA CRISI DELLA MODERNITÀ
Post-produzioni. O del problema della scelta
Sara Marini
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Déjà vu: ovvero il pericoloso riciclo del perduto
Alberto Bertagna
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Progettare l’amnesia
Giovanni Corbellini
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Il ciclo dell’architettura
Gabriele Mastrigli
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La post-produzione in architettura
Orazio Carpenzano
35
Il riciclo dell’evento
Umberto Cao
41
A partire da quel che resta. Riciclare frammenti d’architettura
Giulia Menzietti
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Recycle come atto politico. Un processo condiviso di attivismo sensibile
Raffaella Fagnoni
49
5
Life cycle thinking
Massimo Angrilli
55
Il riciclo in approccio “life-cycle”
Adriana Del Borghi, Carlo Strazza
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Architettura digitale partecipata
Andrea Vian
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Il rosso e il nero. Territorio come processo e spazio come soggetto
Irene Guida
69
Emblematica del riciclo: suoli, tessuti e manufatti produttivi
Andrea Gritti, Marco Bovati
75
Tra rovina e soglia. Ipotesi di up-cycling dei paesaggi industriali residuali
Fabrizio Zanni
81
Fatti per non durare
Luigi Coccia
85
Au Bon Marchè
Marco D’Annuntiis
89
Ri-ciclo immateriale. *li Uf±ci Tecnici delle aziende italiane
Vincenza Santangelo
93
PER UN NUOVO METABOLISMO URBANO
No waste
Rosario Pavia
101
Riciclo paesaggio
Gianni Celestini
107
Re-cycling in the garden. Note a margine della ricerca Re-cycle Italy
Luigi Latini
113
6
Piani±care per nuovi cicli di vita territoriali. &onsiderazioni preliminari
Ignazio Vinci
119
=ero consumo di suolo: prime ri²essioni sul re-cycle
Valeria Scavone
125
Acqua, uomo e territorio: un rapporto da ripensare
Gianfranco Becciu, Carlotta Lamera, Anita Raimondi,
Umberto Sanfilippo
129
Annotazioni sul restauro ²uviale
Vittorio Amadio
135
Il territorio retrostante
Giambattista Reale
139
Realismo e riciclo. Ri-abitare i paesaggi dell’abbandono
Francesca Pignatelli
143
Re-landscape: la rigenerazione dei paesaggi di margine
Daniele Ronsivalle
147
Territori fragili, territori duttili
Stefania Camplone
151
“Diversità” come risorsa per i sistemi umani e territoriali “fragili”
Giuseppe Di Bucchianico
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Il branding per abilitare i territori fragili
Stefano Picciani
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Orditure del “terzo spazio”. Riuso delle aree produttive agricole:
premesse per la ricerca
Paola Misino
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Un paesaggio agricolo per la città diffusa. Indirizzi di ricerca
Andrea Bruschi
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Disegnare la città del futuro
Piero Orlandi
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RECYCLAND
Recycland fonde due questioni: la prima insiste sulla revisione del progetto a fronte della crisi della modernità e del conseguete dialogo del
progetto stesso con termini e concetti quali re-cycle o new cycle e con gli
universi economici e biologici da cui derivano i due termini, la seconda
investe la terra, il nuovo terreno di riferimento del progetto o meglio come
questo oggi non possa prescindere dal waste che il precedente ciclo ha
lasciato sul campo.
Postproduzioni ed altri cicli oltre la crisi della modernità e per un nuovo metabolismo urbano sono le due tracce che a partire dalla revisione degli strumenti dell’architettura e dell’urbanistica e dall’osservazione delle macerie
che caratterizzano il paesaggio contemporaneo direzionano lo sguardo
verso la definizione e la necessità di un pensiero per la città futura.
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POSTPRODUZIONI
ED ALTRI CICLI
OLTRE LA CRISI
DELLA MODERNITÀ
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Sissi Cesira Roselli, Instaproject, Brescia 2012
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POST-PRODUZIONI
O DEL PROBLEMA
DELLA SCELTA
Sara Marini
>IUAV
Il termine “post-produzione” connota oggi sia i territori europei, dopo il
fordismo e il post-fordismo si assiste alla “rinuncia” a produrre prodotti
concreti, sia l’idea di progetto, progettare non è più sufficiente: a seguito
della realizzazione di una o più opere servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta
esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare
un complesso di operazioni – raccolte appunto nel termine “post-produzione” – quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase
delle riprese e precedono la commercializzazione. Importare il termine
“post-produzione” nel dizionario architettonico e urbanistico implica rivedere il processo progettuale alla luce di una sua estensione o di una rinnovata attenzione a tutto il suo arco di sviluppo. Sostengono questa direzione
il fallimento evidente di una mera associazione architettura e ciclo unico
di sua definizione e la necessità, altrettanto chiara, di iniettare, spesso a
posteriori attraverso un ciclo successivo, connotati culturali a quelle che
appaiono sulla scena come banali operazioni speculative. L’estensione del
progetto a fasi di revisione post, il moltiplicarsi delle strategie e il loro articolarsi in base alle diverse fasi di modificazione del “materiale”, l’appello
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a termini quali “curatela” – come possibile sostituto di “progetto” –, piuttosto che l’evidente necessità di ragionare sugli strumenti di produzione
dell’architettura, della città, del territorio prima di definire nuove realtà
sono segnali che convergono a disegnare un nuovo mondo, un mondo che
probabilmente è già.
Post-produzioni
“Postproduzione” e “riciclaggio” s’incontrano nell’ammissione che il mero
processo di produzione, di presa diretta non è sufficiente a dare senso al
progetto. S’incontrano quindi in un territorio lessicale e procedurale comune cicli di progettazione di varia natura, dinamiche fisiche e biologiche.
L’inorganico e l’organico sono sospinti in condizioni di convivenza, come
già raccontava il padiglione tedesco nella Biennale di Venezia del 2006
mettendo in mostra un mondo vegetale tenuto in vita artificialmente o,
attuando un controcampo, una vita artificiale che si nutre di dinamiche ed
energie naturali. “Riciclare” implica la moltiplicazione dell’utilizzo dell’oggetto, la sua aspirazione ad una sorta di ossessiva possibilità di recupero
perenne attraverso la ripetizione di una sequenza fissa di eventi o l’istituzione di diversi processi. Se la produzione ex-novo è costretta a seguire
un tracciato obbligato in cui i singoli materiali convergono alla definizione
del prodotto finale, una successione di operazioni e passaggi che conduce
l’insieme bruto dei materiali alla configurazione finale, ovvero all’affermazione dell’utilitas, le strategie di riciclaggio si attestano sulle diverse fasi,
si declinano a mettere a nudo il processo stesso.
È possibile schematizzare il ciclo produttivo nei seguenti momenti: la preproduzione che termina con la definizione delle materie prime necessarie
all’attivazione del processo, la produzione che si conclude con la definizione del prodotto, l’utilizzo che si chiude con la dismissione dell’oggetto e infine lo stadio in cui ciò che resta del progetto versa in condizioni
di abbandono. Upcycle, hypercycle, subcycle e from cradle to cradle sono
solo alcune delle possibili procedure – su cui si concentra una bibliografia multidisciplinare – che ragionano su precise fasi del ciclo di vita del
prodotto. L’architetto William McDonough e il chimico Michael Braungart
dopo il fortunato libro &radle to &radle: Remaking the :ay :e Make Things
(North Point Press, New York 2002) scrivono nel 2013 The Upcycle: Beyond
Sustainability. Designing for Abundance (North Point Press, New York 2013)
ribadendo così la necessità di riconfigurare gli strumenti e il lessico della
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trasformazione continua della materia.
L’upcycle sottende la costruzione di un nuovo ciclo di vita a partire dall’oggetto che ha concluso la sua precedente “missione”, quella che ne ha
dettato la produzione, l’azione è quindi tesa a restituire un nuova qualità,
un ulteriore senso a ciò che versa in condizioni di inutilizzo. L’hypercycle
investe la fase di produzione e presuppone l’immissione nella stessa di
uno o più cicli di vita, come sottolineato nel testo The Hypercycle: A principle of natural self-organization (di Eigen M. e Schuster P., Springer, Berlin
1979), la procedura nasce da principi di fisica prefigurando punti di contatto tra produzione e organizzazioni proprie alla natura. Il subcycle agisce
nella fase di utilizzo, l’obiettivo non è il miglioramento delle capacità del
materiale ma l’esplorazione delle possibilità date dal suo sotto-utilizzo
per costruire diversi significati o nuove economie (si veda a questo proposito Wheelwright S. C., Managing New Product and Process Development,
Simon and Schuster, New York 2010). Infine lo slogan di un possibile passaggio da culla a culla, dell’istituzione di un moto perpetuo del ciclo produttivo presupporrebbe un'ideale sconfitta dell’entropia, dispersione di
energia sottesa alla modifica della materia. Molte altre azioni simili sono
ipotizzabili a partire dai presupposti che il progetto investa il processo e il
suo fluire, da qui si ha una sostanziale modifica del prodotto, e che città
e territorio non possano evitare di restituire le conseguenze fisiche del
processo stesso e delle sue alterazioni. Come recita il titolo, e non solo,
del testo di Nicolas Borriaud Postproduction: &ulture as Screenplay: How
Art Reprograms the :orld (Sternberg Press, Berlin 2002) la questione oltrepassa i meri problemi di mercato, le risposte insistono su un’ulteriore
compromissione: l’arte si fa vettore della produzione e trasmette dispositivi propri a meri passaggi logici e consequenziali.
Traiettorie
Nella letteratura tre traiettorie insistono sul solco della revisione dei processi: i paesaggi dell’abbandono, il riciclaggio dell’esistente e la città e il suo
metabolismo. Queste tre tracce, spesso tangenti e a volte in parte coincidenti, mettono insieme le due nature del termine “post-produzione”: si
guarda ai “rifiuti” presenti nei territori – spazi, architetture, infrastrutture
inabitati, abbandonati, mai utilizzati – quali brandelli di senso che chiedono un ripensamento del progetto che li ha generati; gli stessi frammenti si
offrono quale “materia prima” da riciclare; una nuova metafora biologica
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vorrebbe che la città sviluppasse una capacità di autorigenerazione, che il
ciclo produttivo virtuosamente fosse un cerchio perfetto in cui lo scarto si
autotrasforma in nuova vita. Le interpretazioni e le visioni non sono tutte
convergenti: nel suo libro :asting Aways Kevin Lynch narrava, con una
sorta di favola nera dal sapore ballardiano, un mondo senza spazzatura in
cui utilità perenne e pulizia si affermano quali nuove regole perentorie per
la “gestione” e il disegno del mondo.
Il paesaggio letterario si articola sommariamente in due grandi campi:
il primo strutturato negli anni settanta del secolo precedente, il secondo
a ridosso della nuova crisi ecologica ed economica. Se i due tempi disegnano paesaggi simili – teorie da concetti nomadi e di ritorno, come
testimoniato ad esempio dall’imbarazzante “somiglianza” tra le &olline di
spazzatura per la città di pianura disegnate dagli Archizoom nel 1969 e il
Landscape :aste descritto con strumenti digitali nel testo Meta&ity Datatown pubblicato nel 1999 dal gruppo olandese MVRDV – le differenze restano sostanziali.
Una delle maggiori distanze tra i due paesaggi letterari e progettuali è
l’assenza nel contemporaneo di immaginario, è l’incapacità di costruire
nuovi mondi a partire dallo scarto, incapacità dettata dall’interpretazione
sostanzialmente scientifica, tecnologica ed ecologica, del “nuovo materiale” con il quale si progetta e dal suo dilagare senza sosta, dalla sua
concretezza che sembra addomesticare interpretazioni oltre il reale.
Il problema della scelta
Il paesaggio dell’abbandono ha prima intaccato nervi vitali della città quali
i grandi insediamenti industriali, facendo però al tempo stesso presupporre modalità di produzione meno inquinanti, poi ancora i luoghi del lavoro
sparsi nel territorio, ma qui non si è fermato: procede ora a nuove e vecchie abitazioni, attività commerciali, spazi d’uso quotidiano. Il paesaggio
dell’abbandono sembra voler coincidere con il paesaggio ordinario, con
quei luoghi che offrono le funzioni primarie della città: se fino a pochissimi
anni fa le seconde case si trasformavano in luoghi per nuove realtà abitative o lavorative oggi sono solo e semplicemente in vendita, la città è in ferie
non solo nei luoghi della vacanza, si tratta infatti di una vacanza congenita.
Il tutto annuncia una trasformazione radicale, che prescinde da possibili
riprese economiche, appunto un nuovo mondo che forse è già, un mondo
nel quale il progetto non coincide più e soltanto con il segno più, con un
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incremento di cubatura, ma, a monte, torna a coincidere con una scelta.
Si tratta di scegliere cosa salvare, su cosa investire, da quale brandello
partire per scrivere un’altra storia, diffusamente si tratta di indicare cosa
togliere, cosa perdere. L’opera di Bas Jan Ader e i dipinti Founding ceremony e The Death of Marat di Yue Minijun – esposti, probabilmente non a
caso, in contemporanea nel 2013 il primo al MAMbo di Bologna e le tele del
pittore cinese alla Fondation Cartier di Parigi – investono sulla definizione
di un’estetica della sparizione (all’Esthétique de la disparition Paul Virilio
dedica un libro pubblicato nel 1989, Editions Galilées, Paris). Bas Jan Ader
progetta e mette in atto scomparse, fino alla propria in mare (In search
of the miraculous), concentrandosi in quasi tutta la propria produzione su
assenze e sottrazioni. Yue Minijun ci offre la possibilità di guardare alla
scena che narra la Storia senza i suoi principali protagonisti: Mao e Marat
sono cancellati dalle tele originali, lo sfondo è chiamato a riorganizzarsi a
partire dalla loro sparizione.
La scelta che attende il progetto potrebbe appunto non coincidere più e
soltanto con incrementi di quantità ma con la sfida di affermarsi confermando o agendo attraverso demolizioni.
Sembra paradossale ma l’assenza di Marat, del principale protagonista,
libera il paesaggio. Il progetto è doppio: è decidere cosa cancellare, è offrire la propria presenza in forma di cavità.
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Giorgio Bombieri, Genova, 2011
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DÉJÀ VU: OVVERO IL
PERICOLOSO RICICLO
DEL PERDUTO
Alberto Bertagna
>UNIGE
Un incidente misterioso. Un uomo costretto a ricostruire se stesso. Due
fasi di ricomposizione della sua “normalità”: una lenta riabilitazione fondata sulla comprensione della meccanica dei movimenti; il tentativo di
restituire loro naturalità e fluidità. Un indennizzo milionario che consente
all’uomo la sua ricerca di verità: nei gesti, nelle parole. Questa la trama
del romanzo d’esordio di Tom McCarthy, Déjà vu, trama che al di là del
proprio dispiegarsi può dire qualcosa di utile per quanto qui si intende
affermare.
“Dopo l’incidente (...) ho dovuto imparare a muovermi. La parte del cervello che controlla le funzioni motorie del lato destro del corpo si era danneggiata. Aveva subìto danni irreparabili, quindi il fisioterapista doveva
procedere a una sorta di rigermogliazione neuronale che chiamava “reinstradamento”. Il reinstradamento è proprio quello che suggerisce il termine: trovare una nuova strada nel cervello per far passare i comandi. (...)
Il fisioterapista doveva instradare il segnale che trasmette i comandi agli
arti e ai muscoli lungo un’altra parte del cervello: una parte inutilizzata,
infruttuosa (...).”
Esiste certo una semplice trasposizione possibile, fra l’attraversato del
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protagonista e ciò che il riciclo deve compiere per la "rigermogliazione"
delle parti di città che hanno perso funzionalità: un collegamento deve
essere ripristinato. Come il cervello nel romanzo, il riciclo deve trovare vie
per veicolare nuovi comandi, nuovi significati o nuovi eventi in un tessuto
senza alcun ricordo di sé, immemore della propria capacità.
Ma questa è la prima fase della ricostruzione del proprio io che cerca
l’uomo del romanzo, quella in qualche modo “istituzionalizzata” dalle
procedure mediche; così come quella accennata è la via più scontata del
riciclo: la tattica immaginabile con più facilità o immediatezza. Il protagonista di Déjà vu, ufficialmente “guarito”, o almeno riconsegnato alla porta
del mondo attivo, avverte però una sorta di irrealtà nei propri movimenti
(“Da quando avevo reimparato a muovermi, mi ero sentito come se tutte
le mie azioni fossero doppioni, artificiose, acquisite a posteriori”), quasi non fossero, i propri come gli altrui, quelli che rileva nella sua nuova
quotidianità come quelli che – scopre ora – compiva prima dell’incidente,
per nulla diversi dai gesti e dagli atti che la terapia gli imponeva durante
la rieducazione. Esiste, dice, una sorta di imperfezione che ordina ogni
azione umana, rendendola per nulla spontanea: dunque in definitiva falsa,
irreale. Un pensiero, un ab origine; consuetudini, o ragioni, che traducono
ogni azione in contraffazione, sviluppando un sintetico continuo. Tutto è
pre-costituito, mediato, niente è davvero libero. Solo un attore come De
Niro, seppur proprio nella finzione cinematografica, riesce ad essere disinvolto nei movimenti: “Non ci deve pensare, non deve capirli prima.”
Ecco allora il vero corpo del romanzo, che ne dispiega la trama fino all’epilogo: la ricerca di fluidità, la ricerca di naturalezza, di spontaneità, di semplicità che è sincerità, il progetto di un se stesso svincolato dal pensiero,
dalla costruzione artata delle proprie azioni.
Se la prima fase, quella costretta dall’iter terapeutico, è tutta rivolta alla
costruzione di nuove connessioni, tra il cervello e gli arti e i muscoli; la
seconda, post-ospedaliera, punta alla sconnessione, ad eliminare il non
necessario all’autonomo dispiegarsi di un gesto. La progressiva incongruenza dal mondo del protagonista, il suo isolarsi all’interno della propria ricerca, dimentico dell’altro da sé, diventa, nelle reinterpretazioni, la
sconnessione dell’istante rispetto al fluire del tempo: attimi ripetuti, e poi
riavvolti, rallentati e infine fermati per riuscire a coglierne, nell’immobilità, nell’assenza di cambiamento, la verità.
“Ormai ci muovevamo entrambi talmente piano che eravamo praticamen-
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te immobili. Restammo così per molto tempo; poi, continuando a tenere
gli occhi ancorati a quelli della vecchietta (...) con molta attenzione spostai
indietro il piede destro, salendo di un gradino. La vecchietta (...) arretrò
lentamente la mano verso il sacchetto dell’immondizia. Muovendomi ancora in modo così lento da essere quasi impercettibile, cambiai di nuovo
direzione e riportai giù il piede destro. Lei allontanò di nuovo la mano destra dal sacchetto, alla stessa velocità. Ripetei la sequenza, riavvolgendo
all’indietro l’episodio sui cui ci eravamo soffermati, fino al punto subito
prima del suo inizio; lei mi seguì. Lo rifacemmo varie volte; poi restammo
perfettamente immobili, entrambi sospesi nel bel mezzo delle nostre due
azioni separate. Restammo lì molto a lungo, a fissarci.”
È un déjà vu lo spunto delle ricostruzioni milionarie – di ambienti, contesti, circostanze, situazioni – che l’uomo si concede per trovare la fluidità
perduta o forse mai avuta: una crepa, riconosciuta un giorno nel muro di
un bagno anche se non ricondotta a un dove e a un quando precisi. Dislocata rispetto al tempo e allo spazio originali, quella crepa riesce per un
istante, perché già conosciuta, perché rivissuta, a produrre in lui distacco,
e dunque scioltezza.
Come inseguendo un bisogno fisiologico, il protagonista inizia a trovare
allora una propria dimensione solo nella perenne ripetizione, che diviene
motore di un annullamento del pensiero. “Il personale della ristorazione
spingeva carrelli. Quand’ero in ospedale aspettavo sempre con ansia quel
momento: l’arrivo del carrello. La conversazione con la persona che lo
spinge è banale e si può dimenticare all’istante, ma va bene così, perché
implica che si può ripetere la stessa conversazione qualche ora dopo, e
l’indomani, e il giorno successivo (...).”
È un continuo déjà vu la sua seconda cura, che diviene infine coazione a ripetere anche eventi non vissuti. Le reinterpretazioni diventano duplicazioni di cronache altrui di cui si appropria a posteriori, storie di cui conosce
già lo sviluppo e che per questo possono essere praticate con disinvoltura,
perfezione, autenticità.
Ma nel momento in cui gli viene chiesto quando è riuscito davvero a sentirsi reale, il suo ricordo bypassa tutte le ricostruzioni, sia quelle “dal
vero”, a scala reale, che quelle rivissute attraverso i perfetti modellini che
le riproducevano, sorta di doppio del doppio. Il momento “reale” a cui ritorna con la mente, in cui scorreva tutto “naturalmente”, è quello in cui
si è fermato davanti a una folla in movimento, assolutamente slegato dal
21
contesto, estraneo al tempo che gli altri stavano vivendo, straniero rispetto allo spazio che gli era intorno, scollegato rispetto all’esterno ma (proprio per questo) connesso al proprio interno, integralmente presente: “Ero
da solo: solo, ma circondato di persone. (...) Ero rimasto immobile, rivolto
in direzione opposta rispetto alla loro (...) stare in quello spazio specifico,
in quel preciso momento, con quello specifico rapporto con gli altri, con il
mondo, mi aveva fatto sentire così sereno e così vivo che mi sentivo quasi
reale.” Ma all’incalzare delle domande ricorda che non era effettivamente
così sconnesso. Con le mani protese, i palmi rivolti verso l’alto, “Avevo cominciato a mormorare: Qualcosa per mangiare... Qualcosa per mangiare...
Qualcosa per mangiare...”. Aveva iniziato a pretendere qualcosa: chiedeva
soldi, senza peraltro averne bisogno, dato il suo nuovo status di milionario.
Risiede qui quel qualcosa, cui si accennava, che pone alcune questioni
rilevanti nell’affrontare il tema del riciclo quale processo di riattivazione
di connessioni tra sistemi divergenti, siano essi la città e una sua parte dimenticata, o altro. Ma qual è questo qualcosa, atteso che una connessione deve esserci, una connessione che pure si realizzi attraverso la
sconnessione? Atteso cioè che non è immaginabile un totale isolamento
dell’oggetto di riciclo, di ciò che deve tornare ad essere. Del resto lo stesso
protagonista del romanzo ricorda in questo episodio una qualche interrelazione, tra sé e il mondo. E se nell’inseguire questo ricordo, l’idea della
richiesta, della pretesa di qualcosa di cui non ha bisogno, il libro procede
verso l’ultima messa in scena, quella rapina in banca che avvia la tragica
chiusura del dramma, qui forse è il caso di riavvolgere il nastro, e tornare
a cercare altrove la fluidità che può offrire un déjà vu.
Oggi il riciclo sembra ben più di un’opzione: per urgenze ecologiche, necessità economiche, o solo per praticità, se non ancora per consuetudine.
Elevato a paradigma in un contesto – quale quello del nostro agire, che è
anche lo stesso del romanzo – che fa del perduto un valore (la funzionalità
perduta, la memoria perduta...), il riciclo diviene un tramite – un connettore e un facilitatore, per restare alle figure che l’uomo di McCarthy innalza
al vertice della propria scala sociale – grazie al quale ricomporre un contemporaneo complesso, sconnesso, e in stallo.
Il protagonista del romanzo ha bisogno di isolare le cose e di far sì che si
ripeta all’infinito la stessa azione perché questa riesca ad essere vera, non
artificiale, fluida cioè perfetta. Non sono solo repliche, quelle che realizza (rende reali), ma reinterpretazioni ipostatizzate, e dunque escluse dal
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continuo del tempo, fisse in se stesse: non devono pensare, non devono
capire, non devono essere avvisate dell’intorno. La fluidità diviene questione di istintività, e dunque di velocità: le repliche rallentano sempre
più. Non sono rimesse in scena di un perduto: il déjà vu non può essere
una foto-ricordo. Sono la perfezione parcellizzata in istanti che, per paradosso presocratico, fermano e quindi formano la perfezione. Ma, al di là
del romanzo, qual è il tempo del riciclo? Come deve collocarsi l’oggetto
da riciclare rispetto al suo contorno? È immaginabile un allineamento di
istanti successivi, tra il riciclato e la città? Sono possibili istanti slegati, più
che tempi storici, come sistemi connettivi?
Il riciclo chiede sempre una trasformazione. È nella logica del life cycle in
fondo che si imposta. E ogni trasformazione prevede un passaggio, che
logicamente fonda un “dopo” su un “prima”. Per quanto se ne discosti, per
quanto lo dimentichi. Anche se non lo tiene presente, il passato di quel che
diventa è lì. È lì, nell’atto stesso del riciclo, la sua storia; e forse si dovrebbe invece far pulizia della sua invadenza: «Il movimento che volevo fare
era già al suo posto, mi dicevo. Dovevo solo eliminare tutta la roba estranea: gli arti e i nervi e i muscoli in eccedenza che non volevo muovere, i
pezzi di spazio che non volevo far attraversare dalla mano o dal piede.»
Il passo del protagonista – il movimento reiterato che scende le scale
dell’edificio ricostruito e popolato di reinterpreti – avanza piano, torna indietro, riprende ad avanzare, sempre più piano. La velocità della vecchietta che incrocia rallenta parallela e trova con la sua un sincronismo. Fino a
che il prima e il dopo perdono di significato, sono eliminati. Smarriscono
il senso stesso di una cronologia. Non esiste più prima e dopo, quel che
succede non ha connessioni con quel che precede: non si trova perfezione,
o dannazione, nel ricordo di quel che è avvenuto, nel passo precedente.
Tutto è lì, nell’attimo in cui i due sguardi si incrociano. È lì che il riciclo
è reale, è lì che un già visto può aver senso: nell’istante fermato, esatto,
preciso, perfetto, in cui due sguardi si incrociano. Due corpi, soli l’uno di
fronte all’altro, liberi dalla memoria di quel che è stato: vivi senza pensare,
vivi senza dover capire.
Le citazioni sono tratte da Tom McCarthy, Déjà vu. Il romanzo dei ricordi perduti, Isbn, Milano
2013 (or. 2005).
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Giovanni Corbellini, “Nuovo” marciapiede in via D’Alviano a Gorizia, 2012.
Le pietre conservano tracce della loro collocazione precedente
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PROGETTARE
L’AMNESIA*
Giovanni
Corbellini
>UNICAM [UNITS]
L’architettura da sempre reimmette in circolo temi, forme, idee, materiali,
parti di edifici, interi fabbricati e strutture urbane in una incessante revisione di se stessa. Sembrerebbe quindi che il riciclo sia connaturato alla
nostra disciplina e la sua importazione nel dibattito architettonico rappresenti da un lato la conferma di una vocazione intrinseca e dall’altro
l’occasione per rinfrescare l’immagine di metodologie consolidate, accostandole a una pratica percepita come intrinsecamente “buona”, necessaria, ampiamente diffusa e comprensibile senza particolari mediazioni
culturali anche da un vasto pubblico di non addetti ai lavori.
Tuttavia, rispetto alle strategie “re-progettuali” elaborate all’interno della
nostra disciplina e con le quali ci confrontiamo ogni giorno tanto nelle pratiche trasformative, quanto nella didattica e nella ricerca, il riciclo comporta una insospettata radicalità, sconosciuta ai più abituali approcci del
recupero, riuso, riqualificazione, restauro, ecc. Spingendo l’analogia con i
campi nei quali il concetto e i processi di riciclo si sono sviluppati, dalla valorizzazione degli scarti nelle economie povere alle produzioni industriali
più avanzate, emergono infatti aspetti potenzialmente destabilizzanti e
altrettanto stimolanti. Molto sinteticamente, si possono individuare due
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processi fondamentali di riciclo, assimilabili a una sorta di metempsicosi
materiale. Quando vi è una valorizzazione verso forme di vita oggettuali
più elevate, attraverso il reimpiego creativo e a basso dispendio energetico
di scarti non rilavorati o con lavorazioni molto semplici, si parla generalmente di up-cycle. Una pratica che riguarda principalmente usi artigianali
o spontanei, diffusi soprattutto nei paesi in via di sviluppo, ad esempio con
la trasformazione di bottiglie in trappole per zanzare o dei bidoni di latta
in strumenti musicali. In architettura è un fenomeno che ha attraversato
recentemente i numerosi lavori basati su container e altri scarti industriali, proposti e realizzati tra gli altri da Lot/ek (una parte del loro sito web
è dedicato proprio alla loro “Upcycle tecnology”), il Rural Studio (scuola
estiva della Auburn University che compie vent’anni e che ha realizzato
vari edifici usando i materiali più diversi), gli olandesi 2012 Architecten
(la loro monografia si intitola appropriatamente Superuse) e vari altri. Più
radicali, perché capaci di reimmettere in circolo oltre ai materiali la paura e il disgusto che l’azione dello scarto comporta, sono alcuni progetti
di R&Sie, ad esempio il museo di arte contemporanea di Bangkok drappeggiato esternamente da una sorta di sudario in rete metallica caricata
elettrostaticamente, in grado di attirare le polveri dello smog, costruire in
questo modo un rivestimento di un grigio perfettamente “contestuale” e
pulire l’aria nell’immediato intorno. Altro approccio, viceversa, vi è quando si reinseriscono nelle sequenze produttive semilavorati grezzi ricavati
da scarti o materie esauste, disponibili a impieghi industriali diversificati,
come nei cicli di plastiche, carta, vetro e metalli. L’alta domanda energetica e il processo entropico di degrado che molti materiali subiscono
nello loro caratteristiche tecniche in seguito ai cicli di riutilizzo fa sì che si
parli, in questo caso, di down-cycle: in termini architettonici, un subciclo
classico è il mattone che diventa cocciopesto. In entrambe le circostanze
(e anche nel “lavaggio” del denaro operato dalla criminalità organizzata) il valore dei materiali riciclati dipende da un rapporto con la memoria
completamente diverso dalle strategie re-architettoniche sopra richiamate. Queste ultime, infatti, sembrano più simili al modello del “vuoto a
rendere”, in quanto valorizzano l’attitudine delle architetture a contenere
nel tempo anche funzioni diverse, rispettando la continuità con le caratteristiche tipologiche e distributive dei manufatti (una bottiglia rimane una
bottiglia indipendentemente dal liquido che la riempie). Una capacità di
resistere alle variazioni d’uso sulla quale Aldo Rossi ha fondato parte della
26
sua teoria e che è alla base del paradigma tipomorfologico.
Il riciclo comporta viceversa un rifiuto più netto e la parallela abilità di
scorgere negli oggetti scartati potenzialità radicalmente differenti da
quelle per le quali erano stati pensati. Attingendo a procedure quasi dadaiste, se non fossero dettate da una stretta utilità, si realizzano modalità
di reimpiego profondamente traditrici delle vocazioni caratteristiche dei
manufatti. Sia materialmente che concettualmente si cerca quindi la riduzione a uno stato più basso, generico, disponibile alla trasformazione.
L’erosione della memoria che ne deriva (o la sua accelerazione in termini
oppositivi) può avvenire attraverso la capacità di individuare e proporre
specificità alternative (il vuoto diventa pieno, l’alto basso...), ricorrendo a
un processo di estrema diminuzione della specificità: in tutti i casi, maggiore il distacco dalla condizione precedente, più efficace il riciclo, sia in
termini quantitativi che qualitativi.
Per trovare possibili paralleli nella storia disciplinare bisogna tornare al
medioevo, all’uso dei monumenti romani come cave di travertino, ai rocchi
di colonne coricati a fare da fondamenta al San Donato di Zara, alle apparecchiature scoordinate di capitelli e altri pezzi di recupero nel San Salvatore di Spoleto, alle inversioni spaziali del duomo di Siracusa, alle brutali
stratificazioni del palazzo di Diocleziano a Spalato... Sembra quindi che la
prospettiva produttiva, economica ed ecologica del riciclo spinga l’architettura verso una sorta di interessante e inaspettato imbarbarimento, verso una medievalizzazione paradigmaticamente opposta alle idee continuiste e storiciste così radicate nella formazione dei progettisti “moderni” e
peraltro ampiamente rappresentate negli stessi schieramenti “verdi” e tra
i molteplici difensori di identità e paesaggi. Riciclare in architettura significa allora ripensare il nostro rapporto con la memoria. Significa superare
la svolta impressa da Alberti e Brunelleschi (e da Raffaello, con la famosa
lettera a Leone X). Significa andare oltre a una visione dell’architetto come
depositario di una “corretta” interpretazione dell’antico, di un sapere tecnico separato e autoreferenziale da portare a realizzazione mediante uno
stretto controllo verticale. Significa guardare alla trasformazione spaziale
(e alla storia) più in termini di processi che di assetti. Significa guardare
alle “preesistenze ambientali” per le loro potenzialità qui e ora e non solo
per l’inerzia delle volontà progettuali che le hanno espresse. Significa favorire la proliferazione, accettare gli effetti collaterali, provocare incidenti
volontari, lasciare spazio a sviluppi aleatori e imprevedibili...
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Significa, di fatto, progettare l’amnesia.
Per quanto questa interpretazione possa essere accostata alle più varie intenzioni distruttive, siano esse espressione di rigurgiti di vitalismo
neofuturista, delle pulsioni del capitalismo “avanzato” e dei suoi spiriti
animali o, peggio, dei furori iconoclasti di fondamentalismi tribali, essa
potrebbe offrire paradossalmente la possibilità di una più efficace azione
di salvaguardia. Non si può sostenere infatti che le molteplici reazioni resistenziali e i controlli sempre più stretti da parte delle soprintendenze e
di altre autorità siano riusciti a contrastare le minacce degli sviluppi economici, tecnologici e sociali agli assetti fisici consolidati e alle identità che
vi si proiettano. Guardando alla situazione italiana, gli ultimi cinquant’anni
di scempio del territorio sono stati accompagnati da una storia ancora
più lunga di prevalenza dei valori della memoria nel dibattito politico e
culturale: la tutela del paesaggio è scritta nella Costituzione, è sostenuta
da una opinione pubblica largamente maggioritaria (indipendentemente,
almeno in termini retorici, dal colore delle parti politiche che la rappresentano), unanimemente promossa dai giornali, insegnata nella scuola,
rafforzata da vincoli legali e base fondativa dell’“identità italiana dell’architettura” (siamo tutti più o meno figli e nipoti disciplinari di Ernesto Rogers). È lecito quindi chiedersi se questa ossessione di ricordare tutto non
porti all’effetto contrario, come per il protagonista del racconto di Borges,
Funes el memorioso, incapace di dimenticare e condannato a una sorta di
impotenza operativa e, in definitiva, alla stessa impossibilità di trattenere
memorie significative.
Che dimenticare sia necessario alla stessa sopravvivenza della cultura è
al centro di una recente serie di conferenze e articoli di Umberto Eco (vedi,
tra l’altro, il suo Dall’albero al labirinto, Bompiani, Milano 2007), il quale rammenta come il problema dell’oblio nasca insieme alla formazione
delle prime mnemotecniche nel mondo greco. Tuttavia, sottolinea il semiologo, se costruire macchine per ricordare risulta relativamente facile e
ampiamente praticato fin dall’antichità, meno fattibili sono i dispositivi atti
a cancellare la memoria. È quindi interessante notare come alcune tra
gli approcci teorico-progettuali più controintuitivi e innovativi degli ultimi trent’anni abbiano fondato la loro efficacia proprio su meccanismi di
disconessione, diagrammi aleatori, logiche indeterminate. La sovrapposizione di layer non cordinati nei progetti per il parco della Villette di Oma
(esemplare l’“indifferenza” della grande hall del mattatoio a essere attra-
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versata dalle fasce funzionali) e Tschumi (le cui folie intersecano inopinatamente preesistenze e opere di altri progettisti) costituisce al riguardo
uno delle strategie più chiare e un precedente di ricerche più recenti, dai
sistemi aleatori e interattivi delle neo-utopie di R&Sie, fino a molte delle proposte riunite nella mostra Re-&ycle del Maxxi. Lo stesso Tschumi,
con Architecture and Disjunction (Mit Press, 1996), propone una sorta di
manifesto preventivo dell’architettura del riciclo, sondandone molti degli
aspetti fondamentali (non ultimo la violenza).
Certo, si tratta di ricerche che hanno trovato terreni di coltura più favorevoli in paesi troppo poveri per soffrire di nostalgie o abbastanza ricchi da
avere fiducia nel futuro. Tuttavia, è proprio all’interno di esperienze nelle
quali la sperimentazione della modernità ha avuto modo di dispiegarsi più
liberamente che anche il “paesaggio” ha potuto difendersi meglio dagli
inevitabili processi di modernizzazione.
*Il presente articolo ricicla il mio Architettura e riciclo: ovvero progettare l’amnesia, in «Paesaggio urbano», n. 3, 2012, pp. 6-9.
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Superstudio, Salvataggi di centri storici italiani, Firenze 1972. Fotomontaggio
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IL CICLO
DELL’ARCHITETTURA
Gabriele Mastrigli
>UNICAM
Da sempre l’architettura opera in regimi di “riciclo”, ovvero di utilizzo consapevole di risorse esistenti che hanno avuto una o più vite precedenti – dai semplici materiali ad intere porzioni di città. Ma è solo quando
il tema della trasformazione e riuso di manufatti esistenti ha iniziato ad
assumere un carattere eminentemente quantitativo – la stragrande maggioranza dell’ambiente costruito nel mondo è stato realizzato negli ultimi
100 anni – che si rende necessario mettere a punto un ruolo specifico per
il progetto. È ciò che è accaduto alla fine dell’Ottocento con la messa a
punto del restauro architettonico in vista della manutenzione sistematica
del patrimonio storico o, dagli anni ‘60 in poi, con le varie categorie del recupero e del riuso per affrontare il tema della trasformazione dell’edilizia
di minor pregio.
Ma il tema più rilevante e controverso del riciclo in architettura appare
oggi quello della modalità cosiddetta C2C (cradle to cradle), secondo la
formula proposta da William Mcdonough, Michael Braungart, il primo architetto e il secondo chimico, cioè il caso in cui la fine “senza sprechi” di
un oggetto sia parte integrante del suo progetto. Ciò non tanto in virtù del
potenziale innovativo di tanti aspetti tecnologici dei manufatti architettoni-
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ci odierni, quanto della visione sistemica proposta dalla formula C2C che
nega la stessa nozione di “rifiuto” in favore di quella di “metabolismo”,
sia biologico che tecnologico (Mcdonough W., Braungart M., Dalla culla
alla culla. &ome conciliare tutela dell’ambiente, equità sociale e sviluppo, Blu
Edizioni, Torino 2003).
Sul piano teorico non è un discorso nuovo. Già il pensiero materialista
aveva individuato nella categoria del lavoro la dimensione ciclica dei sistemi produttivi moderni. Marx descrivendo il lavoro come il “metabolismo
dell’uomo con la natura”, nel cui processo “il materiale della natura è
adattato con un cambiamento di forma ai bisogni umani”, non solo anticipa la celebre definizione di architettura di William Morris, in cui l’architettura è vista come “l’insieme delle modifiche e delle alterazioni introdotte
sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane”, ma prefigura la
dimensione produttiva in termini ciclici, dove produzione e consumo sono
due aspetti necessari e indissociabili del medesimo processo (Arendt H.,
Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, p. 70).
Tuttavia se questo ragionamento può apparire sensato e auspicabile nella
maggior parte degli oggetti e dei manufatti di uso comune – un computer, una lavatrice, un’automobile, un capannone industriale – il discorso
diventa più complesso quando tali oggetti portano con sé quel plusvalore
simbolico che impedisce di accettare di buon grado la scomparsa totale
degli oggetti in questione e, dunque, di ciò che essi rappresentano.
Vi è da chiedersi dunque se e quando l’architettura rientri in questo caso.
Quando infatti per architettura si intenda non semplicemente edilizia di
qualità, ma qualcosa che appartiene ad una delle tante possibile forme
di arte, ecco che la questione del riciclo integrale implica la necessità di
un vero e proprio scarto teorico, che non può essere risolto seguendo la
logica C2C, ovvero in termini di “efficacia” del sistema di produzione.
Se dunque, da una parte, il C2C è l’unico caso che valga la pena di prendere in considerazione perché è quello che interroga più in profondo il significato stesso del fare architettura, dall’altra si tratta di capire quale sia
la pertinenza di un approccio squisitamente scientifico a ciò che in realtà
può non avere, a rigore, alcun carattere scientifico, ma eminentemente
artistico. La scientificità del problema si pone semmai in merito alla ricerca in sé, ai suoi linguaggi e alle sue regole, come archivio delle forme
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il cui l’arte registra l’attività del pensiero. Come ricorda Hanna Arendt, gli
uomini non hanno bisogno dell’homo faber soltanto per edificare dimore
sulla terra. Piuttosto hanno bisogno “delle attività superiori dell’homo faber – dell’artista, dei poeti, degli storiografi, dei costruttori di monumenti o
degli scrittori, perché senza di essi il solo prodotto delle loro attività, la vicenda che interpretano e raccontano, non potrebbe sopravvivere” (Arendt
H., Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, p. 124).
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Orazio Carpenzano, Post-produzione_Google Earth Pro-Coda della Cometa, Roma 2012
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LA POST-PRODUZIONE
IN ARCHITETTURA
Orazio Carpenzano
>UNIROMA1
La post produzione come nuova fase della progettazione
Non spendersi per fare il nuovo ma lavorare, o ri-lavorare l’esistente,
attraverso differenti processi, in tutte le scale in cui l’architettura si declina e per i diversi habitat e contesti cui è destinata a vivere altri cicli di
esistenza, in piena osmosi con le sostenibilità che dovranno essere garantite d’ora in poi per onorare il patto che l’umanità del terzo millennio
ha iniziato a istituire con gli habitat. È una fase in cui l’architetto diviene
figura di coordinamento e di regia dei lavori di ri-organizzazione e gestione delle principali componenti di questo nuovo processo, dove è necessario re-inventare altri strumenti e metodi d’azione. Nulla di strano, si
tratta di ri-montare, sempre attraverso un progetto, ciò che si decide di
ri-utilizzare per uno scopo analogo o diverso a quello del suo primo ciclo
di vita. Se, dopo aver consumato un’architettura, trascorso un certo periodo di tempo, non sappiamo cosa farne dei suoi spazi, delle sue forme,
dei suoi ingombri, delle sue funzioni oramai desuete, sottoutilizzate, inadeguate alle nuove esigenze, per non dire poi dei suoi costi di mantenimento e della totale assenza di un suo funzionamento, del suo inevitabile
degrado che può, anzi sicuramente contagia il suo intorno… cosa fare?
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Sia che essa faccia parte di un sistema di valori che decidiamo di mantenere sia che, per contro, la sua fisicità, seppur non all’altezza delle attese
estetiche del momento, ci impedisse di optare per la sua distruzione,
quand’anche decidessimo di smobilitarla o demolirla, mentre pensiamo
a come stoccare i materiali che la compongono, dovremmo anche trovare
una soluzione per mantenerla o sostituirla. Re-inventarci un nuovo ciclo
di vita di quel manufatto e di quel luogo. L’unica soluzione sarebbe cercare di trasformarla finché è possibile ricavarne qualcosa, in termini di
valori o di economia, che può rimetterla nelle condizioni di essere sostenibilmente riutilizzata. Diviene pertanto indispensabile selezionare componenti ancora di qualità da ri-valorizzare, in termini di possibile nuovo
ciclo o inventare nuove modalità compositive che possono prevedere l’aggiunta di nuove componenti, il montaggio, la sincronizzazione delle varie
parti e dei vari pezzi per ri-formare un nuovo sistema che nel suo nuovo
stato possa trovare un posto significativo e necessario nel mondo. Questo
comporta una serie di conseguenze: abolizione di ogni feticcio, accentuazione del valore delle relazioni dinamiche, di atti percettivo/tattili che
indeboliscano le dimensioni contemplative, che eliminino ogni forma di
metafora o di simbolismo. L’architettura diviene così processualmente
performativa e le sue immagini e figure saranno interfacce (su cui due o
più entità qualitativamente differenti s’incontrano esponendo i loro protocolli di comunicazione a dispositivi che, interposti fra esse, renderanno
condivisibili i loro limiti). Quando l’architettura, attraverso un lavoro di
post-produzione, tematizzerà la trasfigurazione, scoprirà che trasfigurare è un processo che non ha bisogno di codificazioni ma che comporta strategie di mutazione delle qualità e una continua interrogazione del
senso, attraverso la performatività dell’esistente (Viola, Bertusi, Canaletto, Le Corbusier, Dada).
Natura metamorfica della post-produzione dell’architettura
L’architettura si fa simbolo di una nuova esperienza culturale dove si
rende necessario intervenire dopo che si è realizzato un suo consumo
insostenibile. Il sistema architettonico globale, testimoniato da una parte dalla nuova iper-scala di progetti, dall’aura degli edifici, dai materiali
innovativi, dalle trasformazioni paesaggistiche, e dall’altra, da una nuova
morfologia degli spazi altri, da una variabilità iconografica e da una visione dinamica, da una prospettiva puntata sull’esistente. Diventa perciò
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importante conoscere sempre più d’ora in poi, i meccanismi che regolamentano i processi produttivi e verificarli secondo il doppio criterio della
qualità e del risparmio (in senso lato). C’è sempre, ovviamente, un legame forte tra qualità e produzione che ha a che fare con i costi. Il solo fatto
di prevenire delle non conformità attraverso sistemi (oramai di natura informatica) dotati di piani di campionamento e conseguenti dispositivi che
misurano gli andamenti della produzione, significa prevenire la generazione di scarti e le conseguenti possibili rilavorazioni. Questa tendenza
alla riduzione di scarti e rilavorazioni, peraltro può essere continua, una
volta avviato il controllo e il monitoraggio, e comporta la riduzione allo
zero di rischi di derive e non conformità. Allarghiamo ancor più l’analisi:
aggiungiamo ad un controllo effettuato a campione sul processo edilizio,
che delinea i trend del processo medesimo, un controllo effettuato sui
materiali che si usano e che devono passare i test di approvazione per
varcare la soglia dello stoccaggio. Ecco che i controlli fatti sui materiali,
una volta portati a regime, gestiti con il giusto strumento informatico,
abbattono il costo di investimento iniziale. A livello produttivo ciò significa
produrre con materie prime di qualità, che non genereranno problemi
nella loro trasformazione. Il sacrificio che si fa per iniziare a controllare
la qualità è ripagato da un futuro risparmio e da una produzione che sarà
più fluida, con meno problemi, meno errori, meno scarti e rilavorazioni.
Il prima e il dopo delle cose
Modificare tutta la materia accumulata non deve essere vissuto come
forma di abdicazione, ma come una straordinaria possibilità per tentare di prendere in considerazione altre strategie capaci di far ri-vedere e
ri-vivere l’esistente in modo diverso per poi proiettarlo in un futuro (imprevedibile) del prima e del dopo delle forme. L’equivalente di ciò che ha
fatto Duchamp trasfigurando un oggetto banale in un oggetto estetico, in
architettura lo ha forse tentato Venturi (per esempio, nel suo progetto per
il ponte dell’Accademia) nel ri-fare, nel ri-estetizzare. Altre modalità sono
quelle di Warhol, Bacon...
La vita di un’architettura ha un suo corso che è pressappoco divisibile in
un inizio, una fase centrale ed una fine. In genere, ogni progetto che tenta
di ostacolare la fine di un’architettura le impone un nuovo inizio, tentando
di correlare il punto in cui quell’architettura si trova nel corso della sua
vita con il tipo di compiti che è chiamata a fronteggiare nella sua rigene-
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razione (per esempio nel cambiamento della sua destinazione d’uso aldilà della sua identità morfologica, o un importante intervento consolidativo che ne muta di fatto il carattere, o il tipo di risorse di cui dispone per
affrontare i nuovi compiti, ed infine, il tipo di “disturbo” o perturbazione
che potrebbe sviluppare qualora non riuscisse a fronteggiarli adeguatamente). Questo concetto implica non solo il fatto che esistano diverse fasi
della vita per un’architettura, ma enfatizza anche l’ipotesi che ogni volta,
ogni sua nuova fase si costruisca stratificandosi su quelle precedenti. Per
intenderci questo significa che, per esempio, nel diagnosticare la difficoltà di un’architettura a resistere ai terremoti, o al cambio di destinazione o
dell’ambiente nella quale era radicata prima che questo mutasse, l’architetto tenterà in primo luogo di capire qual’è la fase che non riuscirebbe
a superare con successo per correggerne i deficit creati dall’inadeguato
sviluppo subito da una precedente fase del suo ciclo vitale.
Metamorfosi del riciclo
Siamo di fronte ad una specie di retroversione o autoreverse delle cose,
una spirale teoricamente infinita, in cui poter far risorgere, in termini di
mercato, di moda e di estetica, qualunque opera esistente, qualunque
stile del passato, qualsiasi tecnica o processo produttivo, di un riciclaggio
continuo. Forse in questo senso occorre ri-toccare il concetto di progressione, e puntare su quello della sparizione di una forma nell’altra (Baudrillard), una forma di metamorfosi del riciclo. Un gioco completamente
diverso da quello del comporre, perché ha a che fare con strategie che nel
nuovo ciclo di vita non dovranno più esistere per mostrare qualcosa ma
per fornire una prestazione necessaria e non il mezzo per conseguirla.
La cosa che interessa la post-produzione è il fatto che essa possa aprire
l’architettura ad una prospettiva di “azione essenziale” almeno quanto
quella di una creazione dal nulla (Scarpa). Cosa distruggo e cosa conservo? Certamente non “distruggo tutto” o non “conservo tutto”. L’esistente viene reso adattivo attraverso il progetto di architettura. Adattività
è un’idea strumento utile, ci fa pensare al mantenimento di uno spazio
durante il cambiamento delle condizioni ambientali. Quante architetture
esistenti sono in grado di essere adattive? Questo tema ha a che fare
con quello che in altri ambiti di ricerca rappresenta l’autoadattamento dei
nodi alla variabilità della rete. Nel post prodotto sarà forse possibile fare
un’architettura intelligente, attraverso una serie di informazioni sulla
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base delle quali farle apprendere e affrontare diverse situazioni e magari,
farle ottenere ricompense nel superarle. Oppure, chissà un giorno, insegnarle ad essere capace di tradurre l’esperienza di interazioni dinamiche
con l’ambiente in forme sistematizzate da impiegare a loro volta in una
sorta di ri-generazione di comportamenti in ambienti ancora sconosciuti
o quantomeno imprevedibili.
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Umberto Cao, Spazi vuoti, Forum 2004 Barcellona
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IL RICICLO
DELL’EVENTO
Umberto Cao
>UNICAM
In cinquant’anni di dibattito, alla grande come alla piccola scala, nella città
come nell’architettura, gli interventi di trasformazione dell’esistente hanno sempre avuto bisogno di tecniche differenziate e spesso integrate tra
loro, dal restauro alla ristrutturazione, dal riuso alla modificazione, sino
alla ricostruzione parziale o totale. Peraltro gli slittamenti di significato e le
mutazioni terminologiche che hanno accompagnato questo dibattito vanno analizzati e capiti, perché hanno reali radici semantiche che seguono
le grandi trasformazioni materiali ed immateriali del pianeta. Riunirli tutti
sotto l’unica definizione di recycle indubbiamente aiuta, anche se appare
un’operazione di marking piuttosto che un effettivo avanzamento metodologico. Dunque l’esito della “MAXXI-mostra” che ha dato l’avvio a questa
ricerca, insieme alle riflessioni che ne hanno caratterizzato il dibattito iniziale, confermano una interpretazione del concetto di “riciclo” molto ampia
che, sebbene non si limiti a trasferire nei campi dell’architettura, dell’arte e
della comunicazione la necessità di evitare le dispersioni di materiali e manufatti, guarda con attenzione agli stessi principi di salvaguardia dell’ambiente e di riduzione dello spreco.
Sarà bene mettere in evidenza due significative novità. La prima è che, nel-
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la storica alternanza tra l’associazione dell’architettura alla “macchina” o
alla “natura”, dopo il razionalismo della macchina per abitare case e città
che ha pervaso due terzi del XX secolo, in questi ultimi decenni prevale
una visione dell’architettura e della metropoli come corpo organico. Era
inevitabile che la sfiducia nel progresso tecnologico e la crisi ambientale
restituissero un’idea dell’architettura molto vicina alla natura.
La seconda novità, collegata alla prima, è che viene introdotto nel pensiero
sull’architettura e la città un principio nuovo, quello di “durata”. Prevalendo
la bigness sulla venustas e lo speed-up sulla ±rmitas, la misura dello spazio
ha ceduto il passo alla misura del tempo. Per questo mi piace accostare
il concetto di riciclo al concetto di rigenerazione, termini in qualche modo
simili e opposti: entrambi presuppongono il riavvio di una sequenza temporale di vita, ma il primo induce una sostanziale modifica dei caratteri di
questo ciclo di vita, mentre il secondo ne propone il ritorno allo stadio nativo, ma ad un livello superiore. Ovviamente la schematizzazione è forzata e
rischiosa, molto più frequenti sono i casi di interpolazione o contaminazione tra i due procedimenti.
Nel catalogo della Mostra Pippo Ciorra scrive: “La strategia del riciclo appare come un approccio che consente di tenere insieme memoria e innovazione radicale, realismo e tabula (quasi) rasa (...) L’idea di riciclo appare quindi
in questo scenario come una specie di forma omeopatica della modernità,
capace di assorbire il passato, il contesto, le identità preesistenti senza imitarle e senza lasciarsene sopraffare” (Ciorra P., Per una architettura non edi±cante, in Re-cycle, a cura di Ciorra P., Marini S., Electa, Milano 2011, p. 25).
Proseguendo la metafora, passato contesto e identità tra gli anni sessanta
e ottanta sono stati la terapia d’urto per rispondere al Movimento Moderno
e alla internazionalizzazione della cultura architettonica: una overdose di
storia, luoghi e localismo che ha avuto termine solo quando ci si è accorti
che città e paesaggio seguivano processi di trasformazione al di fuori di ogni
controllo. Così oggi, sull’onda anomala di un corale rifiuto del consumo di
energie e di suolo, dobbiamo tornare a considerare il passato, il contesto e
l’identità attraverso somministrazioni controllate di modernità.
In questo senso diventa interessante il tema di parti urbane progettate e
realizzate per una occasione limitata nel tempo, che conservano un deposito di memorie, ma hanno perso identità. Sono luoghi o spazi che talvolta
non hanno valore storico né qualità architettonica, ma sempre rilevanza
urbana e ambientale, che hanno consumato il loro ciclo esistenziale, ma
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conservano un valore patrimoniale e culturale chiedendo di essere restituiti ad un nuovo ciclo di esistenza. Sono gli “spazi dell’evento”.
Per intendersi, a livello internazionale sono le grandi esposizioni del XIX
secolo: quelle storiche da Parigi del 1900 a Barcellona del ‘29; quelle del
protocollo internazionale del ’33, da Parigi del ’37 a Okinawa del ‘75; del
protocollo del ’72 da Plovdiv dell’81 ad Hannover del 2000, sino alle ultime
di Saragozza, Shanghai e Yeosu per restare confinati nell’arco di un secolo.
Poi, naturalmente, le enclave dei Giochi Olimpici, una ogni quattro anni. In
Italia anche spazi fieristici realizzati per emergenze economiche e infine
le realizzazioni celebrative collegate a congiunture politiche soprattutto di
carattere centralista e nazionalista, tra cui l’ex Foro Mussolini, oggi Foro
Italico, a Roma o la Mostra d’Oltremare a Napoli.
Cosa fare, allora, quando è terminato un ciclo di vita programmato nella nascita e nella morte esattamente con giorno ora ed anno? Una vita
in alcuni casi molto breve (pochi mesi per le Esposizioni Universali, due
settimane per i Giochi Olimpici), ma drammaticamente breve in relazione
agli anni necessari per la gestazione, la progettazione e agli alti costi di
costruzione. In altri casi, come i fori o gli spazi fieristici, un ciclo di vita di
cui si programma l’inizio misurandolo su contingenze particolari, ma non
si prevede l’inevitabile declino.
Ma le difficoltà sono tante e diversificate da caso a caso. A prescindere dal
degrado in cui molti di questi spazi sono caduti (due esempi per tutti sono
l’Expo di Siviglia del ’92 e l’area olimpica di Atene del 2004) la difficoltà, in
generale, è nella necessità di riassegnare un ruolo a spazi ed edifici tutti
pensati per la stessa destinazione d’uso: superfici aperte difficilmente ripopolabili e piccoli o grandi contenitori monofunzionali destinati a manifestazioni espositive o sportive. Queste aree, per quanto riguarda le relazioni
con la città, mantengono un carattere di enclave che ne rende difficile il
reinserimento anche solo per parti. Sino ad oggi, la qualità del loro destino
è stata salvaguardata solo quando è stato ribaltato il principio della loro
realizzazione, ovvero sono stati realizzati per il “dopo” ed il “prima” è stato
utilizzato in emergenza temporanea (il recente caso dei Giochi Olimpici di
Londra sembra esemplare, ma è ancora tutto da verificare).
Ritengo interessante un censimento di “spazi dell’evento” in degrado o declino presenti in Italia e l’individuazione di tecniche e procedure per il loro
riciclo, anche sulla base di esperienze condotte all’estero.
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Istituto Marchiondi Spagliardi (1954-57) V. Viganò; Centro studi e Convento dei padri
passionisti (1957-71) G. Gresleri; Colonia Estiva ENEL-SIP (1961-1963) G. De Carlo;
Complesso Marchesi (1972) L. Pellegrin; Teatro Popolare di Sciacca (1976) G., A. Samonà; Casa dello studente (1976) G. Grassi, A. Monestiroli; Chiesa Madre di Gibellina
(1980-2010) L. Quaroni, L. Anversa; Stazione di S. Cristoforo (1983-1989) A. Rossi, G.
Braghieri; Palasport Cantù (1987-1992) V. Gregotti © Giulia Menzietti, 2012
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A PARTIRE DA QUEL
CHE RESTA*
RICICLARE FRAMMENTI
D’ARCHITETTURA
Giulia Menzietti
>UNICAM
Il termine “riciclare” indica il “riutilizzare materiali di scarto o di rifiuto
di precedenti processi produttivi” (Duro A., Vocabolario della lingua italiana, Treccani, Roma 1989). L’atto del riciclo si colloca dunque nel campo
della salvaguardia dell’ambiente e delle materie prime a disposizione. La
trasposizione di questo termine da un contesto ecologico alla disciplina
dell’architettura colloca la pratica tettonica in uno scenario altro, in cui
alle costruzioni si riconosce un processo vitale, con delle fasi biologiche
precise che si alternano a partire dalla nascita fino alla morte. Gli elementi naturali, una volta terminato un ciclo vitale, hanno la possibilità di
oltrepassare la fine, rigenerandosi in una dimensione altra. Nella pratica
architettonica riciclare significa dunque riattivare l’oggetto costruito e non
più in vita, aprendolo alla possibilità di trasformarsi in altro, mutando il
senso e la funzione specifica per cui era nato.
La città contemporanea mostra una grande quantità di materiali che hanno ormai terminato il ciclo vitale. Ad un contesto di paralisi produttiva,
dovuta alla crisi economica e alla mancanza di superfici disponibili, si aggiunge un progressivo processo di dismissione e abbandono dei contenitori esistenti. Alcuni di questi processi sono legati ad aspetti meramen-
45
te economici: la crisi finanziaria e la conseguente cessazione d’imprese
costituisce la causa principale dello smantellamento di buona parte di
strutture produttive; altri contenitori legano la propria dismissione a logiche funzionali, in cui il mutare dei contesti rende inutile e obsoleta la
destinazione per cui l’architettura era stata pensata; in altri casi il rigetto
e l’abbandono si legano a ragioni insite nel progetto, al mutare del senso
e dei significati che la collettività attribuisce all’opera.
All’interno di questo paesaggio dell’abbandono, emerge una categoria
specifica dei materiali depositati, che si ravvisa in una serie di architetture pubbliche, tutte costruite nel ventennio che va dalla fine degli anni
Sessanta all’inizio degli anni Ottanta, tutte opere celebri, appartenenti ad
una produzione d’autore e iper-pubblicate in testi e riviste d’architettura:
l’Istituto Marchiondi Spagliardi (1954-57) di Vittoriano Viganò, la Colonia
Estiva ENEL-SIP (1961-1963) di Giancarlo De Carlo, il Teatro Popolare di
Sciacca (1976) di Giuseppe e Alberto Samonà, la Casa dello studente (1976)
di Giorgio Grassi e Antonio Monestiroli, la Chiesa Madre di Gibellina (19802010) di Ludovico Quaroni e Luisa Anversa, la Stazione di S. Cristoforo
(1983-1989) di Aldo Rossi, ecc.. Si tratta di opere mai terminate, o finite e
mai usate, alcune in condizioni di degrado e abbandono, altre demolite o
in via di demolizione, che consegnano alle città contemporanee il lascito
problematico di una stagione specifica dell’architettura italiana.
Questo patrimonio di architetture in disuso si apre al possibile intervento
di strategie capaci di riattivare nuovi cicli vitali. Le pratiche del re-cycle
e la prefigurazione di cicli e scenari futuri si carica, in questo caso, di
ulteriori gradi di complessità, dovuti alla natura ambigua dei materiali da
riciclare. Collocati sulla linea di confine tra il patrimonio monumentale
e quello dell’ordinario, questi resti d’autore sfuggono ad una definizione specifica, e dunque alla scelta della strategia d’intervento. La fortuna
critica dei progetti e la notorietà degli autori sembrano consegnare questi materiali alle pratiche del restauro del moderno; allo stesso tempo la
consistenza di queste opere, ridotte a brandelli e lacerti, spesso mai finite e mai entrate in funzione, rende labili i contenuti legati alla memoria,
alla storia dell’opera e alla fama dell’autore. Le pratiche consolidate del
recupero tendono a ripristinare l’edificio facendo riferimento a un tempo
zero, riportando l’edificio alla sua condizione iniziale, prima del degrado e
dell’abbandono. Per gli interventi sui materiali in questione, al contrario,
l’attenzione va orientata non tanto alla necessità di riportare il manufatto
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allo stadio originale, trattandosi spesso di realtà neanche mai entrate in
funzione, quanto piuttosto alla possibilità di sovrascrivere l’architettura,
rendendone leggibili le storie, i tentativi di utilizzo, i periodi di abbandono,
le forme di riappropriazione o rigetto che hanno coinvolto l’opera, nell’immediato presente e nel recente passato. Per tali frammenti d’architettura,
congelati nell’attesa di un’eventuale demolizione o di un possibile riconoscimento del vincolo di tutela e di un intervento di restauro, il re-cycle può
costituire un’opportunità per attivare un nuovo ciclo vitale e restituire un
significato altro a partire da quel che resta.
Le vicende degli edifici sopra citati mettono in luce aspetti e questioni
comuni, che si rivelano cruciali per la produzione architettonica di quegli anni. L’interesse e il metodo usato nell’indagine su tali opere possono
essere estesi ad altri celebri ruderi del tardo moderno italiano, alcuni dei
quali, come la &olonia ENEL di Giancarlo De Carlo, la stazione di Ralph Erskine ad Ancona e la casa parcheggio di Carlo Aymonino a Pesaro, si trovano oggi all’interno di quella porzione di città costiera italiana che va da
Rimini a Vasto, e che costituisce l’ambito geografico d’interesse dell’Unità
di ricerca di Camerino.
* Pirazzoli E., A partire da quel che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di
Belino, Diabasis, Reggio Emilia 2010.
47
Giorgio Bombieri, Genova, 2011
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RECYCLE COME
ATTO POLITICO
UN PROCESSO CONDIVISO
DI ATTIVISMO SENSIBILE
Raffaella Fagnoni
>UNIGE
Ogni luogo è un giacimento di linguaggi inesauribile, un ready made generativo.
Ugo Locatelli, Atlante Areale. *eogra±a dello sguardo oltre la realtà apparente
Nel divenire della città vivono quei luoghi densi di storie, in sospeso fra la
memoria e l’uso quotidiano. Quelli che un tempo erano alberghi, ospedali,
case, sale per immagini di celluloide, officine e centri di produzione, stabilimenti, e che sono oggi luoghi di abbandono in attesa di un futuro. Luoghi
interessati da studi e progetti rimasti nel limbo dei lunghi iter della burocrazia, dimenticati per scarso interesse degli imprenditori, o rovinati per
incompetenza sulle questioni etiche e ambientali. Luoghi che sono parte
viva della nostra condizione urbana, che fanno parte delle relazioni, delle
reti, dei sistemi, dei micro-climi, delle informazioni, delle strutture percettive che generano un complesso di relazioni sensoriali. La permanenza di
rovine nella città si trova ovunque, frequentemente citata in molti passaggi
del cinema, della letteratura. Da Blade Runner al recente Skyfall, la città si
manifesta attraverso il grigiore, l’abbandono, la mancanza di vita. Mentre
Asimov descrive l’immagine di New York fra tremila anni come un unicum
coperto privo di strade o edifici, senza contatto alcuno con l’aria. E ciò che
49
colpisce nella narrazione è il pullulare di milioni di individui su strade mobili, dei quali si percepisce “il rumore che è inseparabile dalla vita: il suono di milioni di persone che parlavano, ridevano, tossivano, si chiamavano
l’un l’altra” (Asimov I., Abissi d’acciaio 1953, Mondadori, Milano 1986). Sono
le azioni delle persone che determinano l’identità di un luogo.
# Co.co. co. Condivisione contrasto correlazione
Le persone difendono la loro voglia di incontrarsi, parlare, condividere.
L’ambiente urbano, come una sorta di ipertesto vivente, è lo scenario in cui
si sperimenta la relazione fra il progetto ed i comportamenti umani. Con
le possibilità offerte dalle tecnologie digitali, ormai normali e quotidiane,
strumentalmente semplici, di accostare, collegare in un unico processo
quanto la realtà passata teneva sconnesso, si attivano processi dinamici,
ciclici, coinvolgendo tutti gli elementi del sistema in una prospettiva di
ricerca illimitata. L’abbattimento di confini e barriere, la capacità di sperimentare accostamenti fino ad oggi inverosimili, innescano processi per
ri-attivare la città, ovvero ri-mettere in moto, mettere in rete, connettere
una serie di buone iniziative nella città partendo dai suoi abitanti. Le risorse provengono dall’intelligenza dei suoi cittadini, tutti attori e fruitori
allo stesso tempo, e permettono di vedere, di sentire, facendo emergere
una realtà sinaptica prima inimmaginabile. Si riparte dalla vita dunque,
dall’abitare, per ricreare il senso dei luoghi, per ristabilire un rapporto fra
territorio, spazio fisico, e coloro che lo abitano. "Abitare è un gesto che
precede la progettualità, l’organizzazione, la reificazione e l’organizzazione di oggetti artificiali in cui mettere in scena lo stare e l’agire, i ricordi e
i desideri” (Fiorani E., *eogra±e dell’abitare, Lupetti, Milano 2012, p. 255).
L’energia motrice si sviluppa attraverso le azioni e gli interventi di singoli
e/o gruppi, attraverso la loro propagazione, attraverso il lavoro interdisciplinare, attraverso intrecci metodologici che portano al coinvolgimento dell’utente fruitore nel processo. Un ri-ciclo generativo che punta ad
uno sviluppo basato non sulla fagocitazione delle risorse, che assorbono
l’energia dei loro stessi contesti, ma capace di crearne nuove, attraverso
la condivisione delle conoscenze e dei modi di operare, sul coinvolgimento
attivo che parte spesso da piccoli interventi. È percepibile, in questo, un
ribaltamento di valori e dei rapporti fra i singoli episodi e i rispettivi collegamenti. Le relazioni, i link sono il segno tangibile di una trasformazione
continua che accomuna l’intero sistema. Si va oltre la dimensione fatta di
50
luoghi, in cui si vive, si abita, e di connessioni, aree di transito. Lo spazio
e il tempo da attraversare può e deve essere uno spazio da vivere. Le singole azioni sono importanti per chi le vive, ma soprattutto per il sistema di
relazioni che generano, stimolando nuove pratiche di riuso.
Ciò che appare più debole, è il considerare lo sviluppo tecnologico come
una possibile risposta alla complessità, piuttosto che parte integrante della stessa, con il banale risultato di rimpiazzare “pezzi” vecchi con “pezzi”
nuovi.
# Attivismo sensibile
Dal senso all’azione, l’attivismo è un carattere del progetto. L’approccio
metodologico si disconnette dall’immagine, dal rapporto diretto con il prodotto tangibile, oggetto di progettazione è l’innovazione sociale attraverso
la dimensione interdisciplinare, plurilogica e connettiva del design. Ciò cui
si aspira, attraverso i progetti, è sperimentare cose per creare cultura, per
cambiare i comportamenti, per vivere meglio. Il progetto di riciclo non può
dirsi virtuoso o malvagio in sé, si distingue piuttosto per logos (dialettica)
pathos (incisività) ethos (credibilità): alla base del suo ruolo politico e culturale vi è dunque un problema morale. Creare qualcosa – da un prodotto
immateriale a un complesso urbano – è interrogare se stessi sul valore
del lavoro, la natura della proprietà intellettuale, l’etica del consumo, i
limiti della tecnica, l’input del potere. Il progetto è l’azione di osservare,
interiorizzare, interrogarsi e ripensare soluzioni a questi quesiti, sfruttando la capacità di dare forma, alla vita quotidiana e agli spazi collettivi, ma
senza ridurre il tutto solo ad una questione di forma. Strategie di riuso e
riciclo che diventano pratiche estetiche e fanno parte di una narrazione
continua e collettiva, anche a micro-scala, con un moltiplicarsi di interventi di riciclo urbano auto-rigenerati, ad hoc.
# Ad-hoc
Il progetto si spinge oltre la dimensione autoriale, oltre l’approccio topdown dell’industrialismo gerarchico, trovando espressione attraverso il
processo: strumenti che si avviano per auto-organizzazione, reti di produzione che coinvolgono gli utenti stessi nella progressiva definizione del
prodotto finale, piattaforme di collaborazione indipendente, attivazione di
sistemi aperti. “Design is on the move: it is migrating from the rigid domain of bureaucracy towards the rhizomatic realm of adhocracy” scrive
51
Grima, presentando la mostra Adhocracy all’Istanbul Design Biennal nel
dicembre 2012. L’attualità dell’approccio ad-hoc, esaltato già dalla controcultura americana degli anni sessanta, ricompare nei periodi di crisi, di
rottura della tradizione, dei cambi di paradigma, come quello che stiamo
vivendo. Parlavano di Adhocracy già nel 1968 Bennis e Slater per indicare
un nuovo sistema di relazioni a rete, flessibile e reattivo, non burocratico,
in antitesi ai principi classici del management e della cultura di impresa. Un concetto ripreso e sviluppato da A. Toffler, e poi da C. Jenks, per
traslare l’adhocismo dalle teorie organizzative nelle pratiche progettuali
(Bennis W., Slater P., The Temporary Society, Harper & Row Publishers In,
NY 1968; Toffler A., Future Shock, Random House, New York 1970; Jencks,
C., Adhocism on the South Bank, in «Architectural Review», Vol. 144, 1968,
London; Jenks C., Silver N., Adhocism: The Case for Improvisation, in «Architectural Design», n. 42 (10), 1972, pp. 604-607).
Uno stile quasi improvvisato, per alcuni tipicamente latino, mediterraneo,
dei sud del mondo, ma in realtà diffuso ormai ovunque, in cui le pratiche
DIY (Do It Yourself) non si configurano come esercizio più o meno professionale, moda radicale, ma come necessità, azioni di sopravvivenza, di
adattamento alle avversità, o meglio re-azioni alle crisi ambientali, sociali, economiche. Una sorta di rivoluzione tecnologica ma anche ecologica,
culturale e sociale, le cui origini escono dai confini disciplinari entrando nella cultura di massa, proponendo una propria dimensione estetica,
se pur opaca e non sempre gradevole, secondo i canoni tradizionali della
bellezza. È un terreno che si dimostra assai fertile, anche se nelle nostre
realtà urbane il fenomeno non emerge così forte come altrove.
# Ready made generativo
Seguendo la logica dell’agire, le proposte si diffondono con una tensione
culturale che interpreta la politica e la poetica delle relazioni, come contributo alla costruzione di una rete del valore, puntando soprattutto sul
senso. Sulla scia del ready-made duchampiano è il fruitore-osservatore
che attribuisce il senso, il progetto è malleabile: parte da ciò che già esiste, si ricicla, si riusa, si re-inventa, si rinnova agendo in modo sensibile sulle peculiarità dei luoghi, sulle leve strategiche a disposizione degli
operatori, sulle possibili configurazioni alternative dei modelli di business
effettivamente collegati alle prioritarie esigenze di utilizzazione. La storia
del riciclo urbano si inserisce in questa prospettiva, ed oggi è consapevol-
52
mente diffusa. È necessario però andare oltre.
Lo spirito del tempo, quando è recepito da tutti, è ormai passato. Per questo serve guardare a quell’oltre cui non si riesce ancora bene a dare una
forma o un nome, ma che già fa avvertire la sua presenza, cercando un
possibile equilibrio, da culla a culla.
Il senso della ricerca è innescare processi che vivono di vita propria.
La ricerca non è indagine preliminare, né il motore principale che alimenta il progetto in tutte le sue fasi: essa ne è il senso più profondo. Ogni
punto di arrivo finisce con il prospettarsi come un nuovo punto di partenza.
Un nuovo ciclo, una nuova storia (dove nuovo non significa per forza migliore), nuove situazioni che, nel momento stesso in cui sono riconosciute
come tali, presentano elementi di spinta verso successivi punti di crisi. Le
risposte che non generano domande non sono risposte. Si vive immersi
nel cambiamento, una condizione all’insegna di un continuo divenire, in
una ridefinizione globale che coinvolge passato, presente e futuro in cui il
tempo non è rettilineo.
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Allies & Morrison Architects, a sinistra il Parco Olimpico di Londra disegnato per i giochi; a destra dopo le trasformazioni previste dal Masterplan della Legacy, 2010
(fonte: London Legacy Development Corporation)
54
LIFE CYCLE
THINKING
Massimo Angrilli
>UNICH
Questo contributo tenta di impostare le risposte a due domande che i temi
del riciclo e del ciclo di vita, insieme alla scelta del campo di applicazione,
quello dei territori fragili nel caso dell’Unità di Pescara, pongono ai ricercatori coinvolti nel programma PRIN Re-cycle Italy.
I ragionamenti qui avviati cercheranno in particolare di circoscrivere i
significati che assumono nelle discipline progettuali dell’architettura,
dell’urbanistica e del paesaggio i concetti di riciclo e ciclo di vita e contestualmente di coglierne i nessi specifici con i territori fragili.
Traslare gli approcci consolidati provenienti da altri ambiti disciplinari,
come ad esempio quello delle politiche di marketing del prodotto (in cui il
progetto del prodotto non è mai disgiunto da una attenta valutazione del
suo ciclo di vita), al mondo del progetto architettonico/urbanistico/paesaggistico non è né semplice né sempre appropriato. Le complessità di
un singolo manufatto architettonico o infrastrutturale, per non parlare poi
di un territorio, sono tali da rendere molto difficili eventuali operazioni di
trasferimento, senza gli opportuni adattamenti, delle metodologie e delle
prassi maturate altrove.
55
La prima domanda che ci si pone è: come cambia il progetto di architettura e urbanistica se si assume un approccio life cycle thinking, basato cioè
sul ciclo di vita di un’opera architettonica, di una infrastruttura o di un
ambito urbano?
Può aiutarci a circoscrivere meglio i concetti più pertinenti per le strategie
progettuali nei campi dell’architettura, dell’urbanistica e del paesaggio,
l’avvio di una ricerca empirica da svolgersi sulle best practices che provengano dal nostro stesso mondo, tra quelle esperienze di progetto cioè che,
più o meno consapevolmente, si siano misurate con i concetti di riciclo e
di ciclo di vita.
Un progetto che potrà essere utilmente preso in esame è quello della
sistemazione dello spazio aperto e dei parcheggi delle usines Thomson
a Guyancourt (1991-92) ad opera dei paesaggisti Desvigne & Dalnoky. Il
programma di impianto della grande fabbrica (disegnata da Renzo Piano),
prevedeva un parcheggio per un migliaio di autovetture il cui impianto vegetazionale viene organizzato secondo una successione di due fasi: nella
prima un impianto di filari di salici e pioppi garantisce il “pronto effetto”
al parcheggio, oltre che la sua ombreggiatura; la seconda, che prevede
l’introduzione di specie a lento accrescimento (querce e faggi) pone le basi
per la costruzione di un parco destinato a subentrare alla fabbrica quando
a termine del suo ciclo di vita questa sarà dismessa, insieme al suo vasto
parcheggio. La coincidenza tra i tempi medi di obsolescenza di un’industria e i tempi di sviluppo di un parco ha consentito di progettare contestualmente il primo ed il secondo ciclo di vita del sito, rispettivamente
un parcheggio alberato ed un bosco urbano, da destinarsi a parco per le
generazioni future. Questo caso illustra con chiarezza il significato che la
categoria progettuale cosiddetta cradle to cradle && può assumere nelle
nostre discipline e che potrebbe dare luogo ad un approccio definibile con
l’espressione multi-cycle design. Si intende alludere alla opportunità, non
del tutto nuova peraltro, di ipotizzare, già in fase di progetto, gli ulteriori
usi che di uno spazio o di un manufatto si potranno fare in futuro per
assicurarne l’inclusione in un nuovo ciclo di vita dopo che sarà giunto a
conclusione il primo.
Se nel caso del parcheggio/bosco urbano di Desvigne & Dalnoky il tema
del mutamento di ciclo di vita copre un arco di tempo molto ampio (circa
quaranta anni) il caso recente del Parco Olimpico di Londra, che ha fatto
sua la regola ecologica delle 3R Riduci/Riusa/Ricicla in tutte le attività
56
di progettazione, dal master plan fino alla scelta dei materiali, l’arco di
tempo coperto dalle previsioni progettuali è molto più breve e si riferisce
sostanzialmente al passaggio dal primo ciclo di vita, che ha inizio e conclusione entro i tempi di svolgimento dei giochi olimpici, al secondo, quello che si presume essere molto più lungo, in cui il parco e le attrezzature
sportive assumeranno il ruolo di attrezzature urbane e di quartiere.
La piena consapevolezza di questa singolare quanto rapida mutazione ha
spinto l’Olympic Delivery Authority (ODA), l’ente cioè incaricato della gestione del Parco Olimpico nonché del processo di adattamento del sito alle
future esigenze della città, ad elaborare un complesso master plan di tutto il Parco improntato alla definizione di aree e attrezzature “mutanti” in
rapporto ai rispettivi ruoli e funzioni durante e dopo i giochi. Il progetto dei
Giochi è stato pertanto articolato in tre Masterplan: il primo riferito ai Giochi Olimpici; il secondo alla fase cosiddetta di Transizione ed il terzo alla
fase definite della Legacy (eredità). Il primo si occupava delle Olimpiadi
vere e proprie, dettando i tempi e gli spazi legati al periodo di svolgimento
dei giochi. Il secondo si occupava della “mutazione” (fase di transizione)
da Parco Olimpico a zona urbana dotata di residenze, uffici, negozi, esercizi commerciali, laboratori industriali, alberghi. Il terzo – il Masterplan
della Legacy – si poneva obiettivi di lungo periodo, per la trasformazione
dell’area della Lower Lea Valley nell’East London (una tra le più degradate
del Regno Unito) in una zona urbana verde ad elevata qualità.
Il tema dell’adattamento al mutare di ruolo e del passaggio da un ciclo
di vita all’altro ha interessato anche le singole attrezzature sportive, tutte
con un comune obiettivo, quello di conciliare la domanda immediata, legata allo svolgimento dell’evento di breve durata (meno di un mese), con
la domanda di lungo periodo, quella della Legacy, quando cioè gli impianti
sportivi assumeranno il ruolo di attrezzature urbane. Questa doppia modalità ha imposto ai progettisti un approccio inusuale al progetto, costringendoli a pensare contemporaneamente alle prestazioni dell’edificio durante la fase dei giochi ed in quella ordinaria.
Il più noto e patinato delle venues, l’Aquatics Centre disegnato da Zaha
Hadid, è stato progettato per avere due configurazioni, quella adeguata
alle esigenze dell’evento (17.500 posti a sedere) e quella per la fase postolimpiade, quando parte dell’edificio, le ali laterali, saranno smantellate e
riciclate in altri impianti e l’edificio raggiungerà la sua forma climax, per
avere una capienza di soli 2.500 posti, quelli cioè effettivamente necessari
57
allo svolgimento di eventi sportivi ordinari. Oltre alla metamorfosi fisica
l’edificio è stato predisposto per subire anche mutamenti funzionali, divenendo un centro sportivo per la comunità locale con clubs e scuole di
nuoto.
La seconda domanda è: perché adottare le strategie del riciclo nei territori
fragili?
Le condizioni di marginalità (geografica, fisica, sociale, ecc.) che determinano la fragilità di un territorio sono condizioni che impediscono alle
comunità di disegnare le proprie traiettorie di sviluppo secondo modalità convenzionali, attraverso cioè strategie di programmazione e pianificazione sostenute e finanziate nei modi e nei tempi tipici dell’intervento
pubblico. Conclusa, oramai da tempo, la stagione dei grandi progetti per
le aree arretrate o marginali, finalizzati a sostenerne le deboli economie
ed a fornire le infrastrutture o le opere indispensabili al loro sviluppo (si
pensi alle bonifiche o alla riforma agraria) la condizione di marginalità
si è acuita e, complici le difficoltà congiunturali della crisi, difficilmente
sarà possibile immaginare una nuova stagione di rilancio basata su investimenti pubblici, fatta eccezione per i finanziamenti straordinari disposti
in occasione di calamità naturali. Accettando di poter applicare alcuni paradigmi interpretativi in uso nell’economia urbana per spiegare l’arresto
della crescita demografica e manifatturiera delle grandi aree urbane, in
particolare quello che lega il ciclo di vita delle città al ciclo di vita dei suoi
prodotti industriali (modello “degli stadi di sviluppo” o del “ciclo di vita urbano”) si potrebbe affermare, anche per le aree interne, che il ciclo di vita
della “industria di base”, quella delle produzioni agricola e della pastorizia, è ormai da tempo giunto all’ultimo stadio del suo ciclo di vita, quello
del declino, e con esso si è chiuso anche il ciclo di vita del territorio inteso
come macchina per la produzione.
Dunque le chance per avviarne uno nuovo sono legate alla capacità di
“inventare”, in assenza del supporto tradizionalmente svolto dal governo
centrale nelle campagne di rilancio economico, un nuovo “prodotto”, e con
esso far ripartire il territorio.
É allora utile riscoprire l’atteggiamento mentale del bricoleur, (nell’accezione che ne dà Claude Lévi-Strauss) che di fronte ad un problema elabora la soluzione rivolgendosi “ad un insieme già costituito di utensili e di
materiali, (...) per impegnare con esso una sorta di dialogo per inventa-
58
riare, prima di sceglierne una, tutte le risposte possibili che può offrire al
problema che gli viene posto” (Lévi-Strauss C., La pensée sauvage, Plon,
Paris 1962, trad. Il pensiero selvaggio, Il saggiatore, Milano 1964). Come per
il bricoleur la regola del gioco per progettare nuovi cicli di vita per i territori fragili consiste nell’adattarsi alla situazione che ci si trova di fronte,
risolvendo il problema senza subordinarne la soluzione all’applicazione
di modelli precostituiti, ma rielaborando continuamente ciò che ci offre il
contesto ed escogitando sempre nuove possibilità combinatorie e creative.
Gli approcci connotati dal riciclo e dalla reinterpretazione dei manufatti e
dei territori sono dunque particolarmente pertinenti, se non gli unici possibili, in contesti in cui sono da escludersi interventi assistiti nella classica
formula top down.
Anche in questo caso la ricerca di buone pratiche di riciclo dal basso sarà
di fondamentale importanza, soprattutto se saprà orientarsi verso quelle
iniziative caratterizzate da un approccio creativo e informale che, interpretando le condizioni offerte dal contesto, abbiano saputo reinventare la
realtà dischiudendo inedite possibilità di sviluppo dei territori.
59
Giorgio Bombieri, Genova, 2011
60
IL RICICLO
IN APPROCCIO
“LIFE-CYCLE”
Adriana Del Borghi,
Carlo Strazza
>UNIGE
Per definire in quali termini il processo di riciclo di aree urbane possa essere definito conveniente dal punto di vista ambientale risulta necessario
un percorso di sviluppo di criteri di sostenibilità.
A fronte di una valutazione qualitativa preliminare della fattibilità tecnica
ed operazionale l’Unità di Genova si propone di identificare gli effetti “cross
media”, affrontando il tema del trasferimento degli impatti ambientali tra
diverse sfere ecologiche.
L’approccio proposto si allinea al cosiddetto Life Cycle Thinking (LCT),
ovvero una metodologia che consideri l’intero ciclo di vita di processi e
prodotti e che ne riporti i carichi ambientali secondo diverse categorie di
impatto. Secondo un approccio LCT possono essere quindi identificate e
classificate le criticità ambientali attraverso la selezione degli indicatori
più opportuni per il monitoraggio delle prestazioni ambientali. Parallelamente si mira all’identificazione dei diversi soggetti istituzionali coinvolti
(produttori, trasportatori, distributori, consumatori, comunità locali, ecc.),
al fine di individuare i campi e le modalità di azioni condivise. In questo
modo si rende possibile un processo di identificazione delle prassi migliori
e degli interventi integrati che sia effettivo ed efficace in senso progettua-
61
le, attraverso la definizione delle azioni di politica ambientale da intraprendere e degli strumenti da adottare per le varie fasi del ciclo di vita,
comprendendo strumenti già in uso, utilizzabili e nuovi.
Il tema del riciclo e riattivazione degli spazi dismessi o sottoutilizzati delle
infrastrutture ferroviarie liguri rappresenta un proficuo esempio di applicazione di un approccio innovativo di ecodesign nel settore urbanistico in
coerenza con i principi del LCT. A questo scopo l’analisi del ciclo di vita
(Life Cycle Assessment, LCA) rappresenta uno strumento ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica per misurare in termini oggettivi i
costi ed i benefici associabili ad un processo di progettazione in ottica di
ecodesign, considerando tutti gli aspetti ambientali lungo l’intera filiera
dei processi coinvolti. Tutti gli elementi di cui un sistema necessita per
sviluppare la sua funzione (materiali da costruzione, fornitura energetica, beni di consumo, ecc.) dovranno essere presi in considerazione. Per
ciò che concerne la valutazione degli effetti ambientali, si può parlare di
un vero approccio “multi-criteria”: tutti i differenti impatti ambientali che
siano generati da un sistema di prodotto lungo il suo ciclo di vita verranno
valutati al fine di evitare il trasferimento tra le differenti categorie considerate, come consumi di risorse materiali ed energetiche e potenziali
impatti ambientali.
Il LCA si basa sull’analisi dell’inventario del ciclo di vita, che consiste nella
raccolta e analisi dei dati in ingresso ed in uscita negli scenari di riciclo
considerati, quantificando l’utilizzo di flussi di energia e materie prime e
le emissioni in aria, acqua e nel suolo (in ingresso ed in uscita) associati
al sistema in analisi, non solo per il sistema intero, ma anche scomposto
nelle sue unità di processo. Ciò consente anche l’identificazione delle unità di processo che utilizzano le maggiori quantità di flussi di energia e materie prime e che generano le maggiori quantità di emissioni, in un'ottica
di ottimizzazione delle prestazioni in termini di sostenibilità ambientale.
Attraverso la metodologia LCA sarà quindi possibile effettuare valutazioni
dei carichi ambientali connessi alle azioni individuate per il riciclo di aree
dismesse o sottoutilizzate, identificando e quantificando i flussi di energia
e materia, nonché i flussi di rifiuto.
All’interno delle fasi del ciclo di vita di un insediamento possiamo in primis
una evidenziare una distinzione tra fase di costruzione, fase operativa e
fase di fine-vita. La prima comprende, tra le altre costruzione di edifici, reti, infrastrutture, realizzazione di aree verdi. La seconda comprende
62
sotto-fasi come consumi energetici, consumi idrici, produzione e smaltimento di rifiuti, manutenzione di edifici e reti, traffico individuale, trasporto collettivo. La fase di fine-vita include invece la dismissione di edifici, reti
e infrastrutture.
Il percorso di analisi prevederà anche l’inclusione di valutazioni sull’eventuale convenienza del mantenimento della connessione con la rete ferroviaria. Tuttavia un confronto del carico ambientale tra trasporto su rotaia
e trasporto su gomma dovrà essere necessariamente legato alle implicazioni derivanti dalla dimensione aziendale degli stakeholders fruitori della
rete logistica interessata. In questo senso l’applicazione di criteri di ecodesign risulta effettivamente in grado di presentare benefici per business
e cittadino allo stesso tempo, poiché risponde ad un interesse comune,
quello della ricerca della maggiore efficienza sia dal punto di vista ambientale, che da quello economico e quello sociale, ovvero i tre pilastri
della sostenibilità.
63
Giorgio Bombieri, Genova, 2011
64
ARCHITETTURA
DIGITALE PARTECIPATA
Andrea Vian
>UNIGE
Le profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali che hanno interessato le città italiane negli ultimi decenni hanno lasciato veri e propri
vuoti funzionali nei tessuti urbani.
Qualunque processo di individuazione, definizione e riconversione di tali
spazi richiede la raccolta, l'analisi la sistematizzazione e la condivisione
di un'enorme mole di dati grafici, visuali e testuali.
Dati che muovono dalla semplice collocazione geografica, alla successione temporale di destinazioni d'uso stratificata nell'identità della città e
nella memoria collettiva, esprimono gli interessi economici di tutti i soggetti coinvolti, descrivono le implicazioni di natura normativa, ambientale
e sociale collegate alla ridefinizione degli spazi in oggetto.
Tale mole di dati è tipicamente raccolta, organizzata e processata tramite
Geographic Information System (GIS): strumenti software di gestione di
informazioni digitali strutturate, progettati per catturare, immagazzinare,
manipolare, analizzare e rappresentare dati di tipo geografico. I GIS permettono di operare su cartografie complesse, creando analisi statistiche
interattive, analizzando informazioni spaziali, modificando dati georeferenziati e presentando visivamente gli esiti di tutte queste operazioni.
65
Così il ruolo dei GIS nella gestione del territorio è di sostenere la comunicazione, la cooperazione, la simulazione e l'ottimizzazione di un progetto
di gestione del territorio.
La gestione di tale complessità ha comportato la nascita di strumenti software sempre più specifici e articolati ma ne ha relegato l'utilizzo nell'ambito della pubblica amministrazione e degli studi professionali.
Ha cioè escluso completamente i cittadini non professionisti dalla creazione e dalla gestione dell'informazione spaziale riguardante il loro stesso
territorio. Ma mentre i GIS si sono via via articolati in sistemi sempre più
complessi ed elitari, Internet e l'elettronica di consumo hanno imboccato
la direzione opposta.
Con l'affermarsi dell'insieme di tecnologie note come WEB 2.0, l'internauta è passato da consumatore a creatore di contenuti e la Rete si è riempita
di siti atti ad ospitarli: sono nati i Blog e i Forum per le opinioni, i Wiki per
le informazioni strutturate, Flickr per le foto, Youtube per i video.
Infine i cellulari hanno superato in numero i computer e, divenendo Smart,
hanno armato gli utenti di un unico strumento con cui generare contenuti
e caricarli sulla Rete, istantaneamente e automaticamente.
Ma se l'intento originale degli utenti è in genere legato soltanto alla conservazione e alla condivisione sociale dei contenuti generati, i sistemi di
immagazzinamento digitale si sono evoluti fino a consentire operazioni
estremamente complesse tanto sui singoli contenuti, quanto su interi insiemi di dati.
Grazie ai servizi web dei giganti dell'informatica e le relative Application
Programming Interfaces (API) che consentono di accedere a tali servizi e
personalizzarli, sono nati i mashup che incrociano dati e funzionalità di
diversa provenienza.
Spesso l'interfaccia con cui tali incroci di informazioni sono resi fruibili
è una mappa: le foto georeferenziate dei turisti si giustappongono sulle
mappe di Google in Localize.us, i tweet relativi a una specifica località
danno forma a Trendmap.com e i dati demografici statunitensi di Data.gov
sono resi fruibili da ThisWeknow.org.
Seppure con modelli di business molto differenti, i servizi di online mapping di Google e di Microsoft sono in grado di giustapporre automaticamente contenuti generati dagli utenti di vario tipo, realizzando una sorta
di database geografico dove le sole coordinate danno accesso a mappe,
immagini satellitari zenitali e fotografie aeree a volo d'uccello, modelli tri-
66
dimensionali, foto turistiche, ricostruzioni storiche, flussi video in tempo
reale e rappresentazioni grafiche georeferenziate di innumerevoli tipologie di dati numerici e testuali.
Ai servizi di online mapping proprietari si affiancano iniziative come WikiMapia e OpenStreetMap che si fondano sull'adozione di standard aperti,
sulla condivisione gratuita delle informazioni e sull'utilizzo di codice sorgente aperto.
A testimonianza del livello di completezza raggiunto, Yahoo utilizza mappe
di OpenStreetMap nel suo servizio di Flickr per varie città del mondo, incluse Baghdad, Pechino, Kabul, Sydney e Tokyo.
Così, tramite i siti e i servizi online fondati sull'aggregazione dei contenuti
generati dagli utenti è possibile raccogliere una grandissima quantità di
dati spaziali circa uno specifico contesto territoriale, in pochissimo tempo,
riducendo i costi e la complessità.
Dal momento che i servizi di online mapping (e relativi mashup) e i GIS
sono integrabili, diviene non solo possibile ma anche estremamente conveniente realizzare per ogni intervento urbano complesso, una piattaforma online che costituisca elemento di democrazia e partecipazione nel
mondo digitale e comporti incremento di efficienza nel mondo reale.
67
Irene Guida, Dopolavoro, Taranto 2013
68
IL ROSSO
E IL NERO
TERRITORIO COME
PROCESSO E SPAZIO
COME SOGGETTO
Irene Guida
>IUAV
Il paradigma indiziario
Edgar Allan Poe scrive The Murders in the Rue Morgue a Baltimora
nell’aprile del 1841. Segna l’inizio di un genere letterario: il noir. Nell’incipit Poe distingue l’abilità del giocatore di scacchi, l’ingegno, da quella
del giocatore di whistle (un gioco di carte comune nell’ottocento), l’analisi.
Mentre un giocatore di scacchi ritiene il numero di mosse dell’avversario,
elabora una strategia, considera tutte le sue e le altrui possibilità, il giocatore di whistle, in più, è anche un osservatore attento di ogni sbavatura
del gioco. Osserva il modo in cui la carta cade o sbatte sul tavolo, il nervosismo o la leggerezza di ogni espressione della faccia, propria e altrui.
L’immaginazione è messa al servizio della costruzione di una strategia, di
cui una parte costitutiva è sapere cosa, quando, come e dove osservare,
incluso ciò che non fa strettamente parte delle regole interne al gioco. Il
salto di Poe è di mettere in situazione questa proposizione in un racconto
noir ambientato a Parigi, in cui l’unico testimone è il luogo del delitto.
Bernardo Secchi (Secchi B., Tra Letteratura e Urbanistica, Giavedoni, Pordenone 2011) richiama l’importanza del genere noir per un sa-
69
pere specifico che il racconto investigativo è in grado di portare, dove
la descrizione dei luoghi e degli spazi è costitutiva del racconto. Per Bernardo Secchi, come per Edgar Allan Poe, questo genere di conoscenza
è una conoscenza analitica e immaginativa insieme (Secchi B., Il racconto urbanistico, Einaudi, Torino 1984). Il genere di descrizione narrativa prodotta da un urbanista, attraverso microstorie situate, come accaduto per i progetti di Bernardo Secchi e Paola Viganò a Prato (Secchi
B., Laboratorio Prato PRG, Firenze, Alinea 1996) e ad Anversa (Secchi
B., Viganò P., Territory of a New Modernity, Centraal Boekhuis, Antwerp
2009), racchiude un progetto. Non perché lo scopo delle narrazioni sia
ottenere consenso sui contenuti del progetto, ma per la costruzione
di un sapere specifico. Come per l’investigatore del duplice assassinio della Rue Morgues, lo sguardo esperto dell’osservatore riconosce
una struttura in uno stato di cose a prima vista disordinato. La differenza di sguardo fra il reportage e il racconto dell’urbanista è la stessa
fra giocatore di scacchi e il giocatore di carte: il racconto dell’urbanista
è fondato su un’osservazione che include la virtualità di azioni future.
Il rosso: dal territorio come palinsesto al territorio come processo
In Future is back (Viganò P., Storie del futuro, Quaderni del Dottorato di
ricerca in Urbanistica 4, Officina, Roma 2008, pp. 9-17) Paola Viganò sostiene l’importanza della descrizione associata a un pensiero del futuro,
ripercorrendo l’epistemologia dello scenario, sottolineando l’importanza
e la centralità dell’osservazione per la sua costruzione. Se per Bernardo
Secchi (Secchi B., Il progetto di suolo, «Casabella», n. 520, 1986) il disegno
di suolo non è solo una mappa che segna confini, ma un insieme vivo di
fattori che continuamente e nel tempo si ricombinano fra loro, allora per
comprendere il territorio è necessaria un’immaginazione musicale, più
che visiva, capace di intendere come musica il silenzio (Cage J., Silence: Lectures and :ritings, Wesleyan University Press, 2010) e di entrare
nella natura del suono, ampliando il registro delle note e il concetto di
armonia (Schönberg A., Manuale di armonia, il Saggiatore, Milano 2008).
L’urbanista conosce i materiali del progetto in modo analitico, ma questa
conoscenza è prospettica (Arasse D., L’annunciazione italiana. Una storia
della prospettiva, La casa Usher, Milano 2009), dunque permette di osservare anche le intenzioni degli attori e le sa spazializzare. Questa è una
conoscenza specifica portata dal progetto (Viganò P., I territori dell’urbani-
70
stica: il progetto come produttore di conoscenza, Officina, Roma 2010). Non
si tratta semplicemente di mappare e geo-referenziare attori e costruire
contesti, ma di immaginare un futuro insito nei luoghi e nei dispositivi
che li costituiscono come territori, e immaginare quali storie possano
raccontare, al futuro. La conoscenza dell’urbanista sorge dall’osservazione immaginativa, dove l’immaginazione temporale assume un ruolo
rilevante e costitutivo. In definitiva una carta produce una conoscenza
progettuale quando nelle sue pieghe, in senso bergsoniano, si legga la
temporalità della costruzione e della modificazione dei suoi elementi.
Se il territorio è un palinsesto (Corboz A., Il territorio come palinsesto,
in Ordine sparso, Franco Angeli, Milano 1998), questo vuole anche dire
che non è un insieme inerte, ma che nel residuo è contenuto un futuro potenziale (Marini S., Nuove terre. Architetture e paesaggi dello scarto, Quodlibet, Macerata 2011). Dunque il territorio si può osservare
come processo, come una successione in climax di cicli di vita (Fabian
L., Giannotti E., Viganò P., Recycling &ity, Giavedoni, Pordenone 2012).
Il nero: lo spazio del territorio come soggetto
Pascale, un agronomo favorevole alle biotecnologie e all’energia nucleare, (Pascale A., Questo è il paese che non amo, Minimum Fax, Roma
2010), ripercorre in modo autobiografico, dunque temporale e situato, la
sua avventura di lettore nella cornice temporale degli “ultimi trent’anni
di un’Italia senza stile”, ovvero di un paese che ha la sua debolezza costitutiva nel non sapere riconoscere l’altro e nel cercare sempre conferme narcisistiche e autoferenziali dell’identico. Descrive una debolezza di
sguardo, espressa in forma di violenza visiva e narrativa. L’atteggiamento
che propone è, per dirla con Serge Daney, Lo sguardo ostinato che non
prende in prestito il linguaggio della violenza nemmeno per raccontarla e
rifiuta di invadere l’altro, preferendo la manutenzione ordinaria alla cura.
Per fare questo è necessaria una riconfigurazione dei saperi di chi osserva. Rudolph Arnheim, (Arnheim R., Entropia e arte, Einaudi, Torino 1974)
parla della tensione continua nel concetto di forma delle avanguardie
artistiche, fra tendenza all’ordine e tendenza al disordine, sottolineando
l’importanza dell’analogia con le teorie coeve elaborate dai fisici a proposito dell’entropia. Il disordine produce scarti, e disperde energia, mentre
71
l’ordine è una forma di conservazione dell’energia. Lo sguardo che sappia
fornire una sintesi strutturale di configurazioni differenti nel tempo è uno
sguardo che ha superato la contraddizione fra ordine e disordine, uscendo dalla narrazione ottocentesca lineare e progressiva. Questo sguardo
richiede uno spostamento del concetto di forma, da statico a dinamico,
dove l’unica unità riconoscibile sia una struttura. Arnheim esorta a non
diventare, per paura dell’entropia, difensori dell’ordine perché l’ordine è
una tendenza fisica di qualsiasi sistema, esattamente come l’entropia.
Quello che emerge dalla sintesi di queste letture è che esiste una relazione di tipo biografico fra gli attori, i dispositivi fisici e non che costituiscono e trasformano i territori e i loro supporti (Munarin S., Tosi MC.,
Tracce di città: Esplorazioni Di Un Territorio Abitato: L’area Veneta, Franco
Angeli, Milano 2002). Nessuno di questi elementi è statico e inerte, dunque per comprenderli è necessario parlare di cicli di vita; per coglierne
la struttura è fondamentale una narrazione che sappia arrivare anche al
primo piano, ma rimanendo distante e partecipe allo stesso tempo, rifiutando di aderire alle cose e non rimanendo estranea ad esse. Questo
tipo di sguardo è portatore di un sapere specifico non nascosto. Inoltre il
supporto fisico delle trasformazioni è portatore di inerzie ed è una forma
dinamica, per leggere la quale è importante una descrizione dello spazio come contenitore di tempo, a partire dalle sue strutture costitutive di
sistema ecologico (Pickett S.T. A. and White P. S., The Ecology of Natural
Disturbance and Patch Dynamics, Academic Press, New York 1985). Per dirla con Deleuze (Deleuze G., Immagine – tempo, Ubulibri, Milano 1989), una
faccia è un paesaggio e un paesaggio è una faccia, e non si dà osservazione senza il montaggio che deterritorializza il primo piano del ritratto
staccandolo dal campo lungo della panoramica sul paesaggio, e viceversa che riterritorializza il primo piano del ritratto nel campo lungo della panoramica e il ritratto potrebbe anche non riguardare esseri umani.
Una descrizione che ambisca a una narrazione del futuro come virtualità
presente, qui e ora, non può non includere questo montaggio che permette allo spazio di diventare soggetto e non oggetto di una narrazione.
La descrizione dei cicli di vita è la biografia di uno spazio vivente, colto
in un momento della sua evoluzione e raccontato nelle sue potenzialità,
dove lo scarto è già descritto come la virtualità di un riciclo. È essenziale
riconoscere le strutture dei cicli di produzione dello spazio e comprende-
72
re quali siano gli attori e i modi della continua riconfigurazione spaziale,
descritta nel tempo del suo farsi. Un ritratto e una fotografia di paesaggio montati in questa relazione strutturale non hanno nulla in comune
con la veduta settecentesca o con il ritratto picaresco o lombrosiano, o
con i ritratti di Atget o dei nuovi topografi. Il significato non è nella singola immagine e nemmeno nella sequenza, ma nella loro temporalità
e nella relazione con lo spazio reale. Si potrebbe dire che uno sguardo
che ambisca a descrivere l’ecologia di un ciclo di vita non può che contenere lo sguardo dell’altro, raccogliendo la voce dello spazio come soggetto, e che l’elemento fondamentale per compiere questa descrizione
sia la capacità di immaginare un futuro situato. Gli elementi di questo
tipo di descrizione costituiscono uno scenario e un progetto di riciclo.
73
Giovanni Hänninen, La stazione, Milano 2012
74
EMBLEMATICA
DEL RICICLO: SUOLI,
TESSUTI E MANUFATTI
PRODUTTIVI
Andrea Gritti,
Marco Bovati
>POLIMI
I. Suoli consumati e territori abbandonati
Il consumo di suolo e l’abbandono di spazi urbanizzati sono processi che
investono, in forma simultanea e in modo contraddittorio, i territori più
popolati e attivi del Paese.
Suoli dedicati all’agricoltura o comunque liberi transitano irreversibilmente verso usi residenziali, industriali e commerciali.
Spazi urbanizzati, tipologicamente e tecnologicamente inadeguati, degradano verso stati di obsolescenza sempre più profondi e aggravano una
crisi ecologica già acuta.
Le ragioni che dovrebbero spiegare la convivenza di processi orientati in
senso opposto sono molteplici e in gran parte dipendenti da fattori di ordine socio-economico, spesso trascurati dalle discipline del progetto.
Il ruolo della rendita fondiaria e della speculazione edilizia, l’inerzia indotta dal regime dei suoli, i limiti dell’intervento pubblico in assenza di politiche fiscali efficaci sono gli argomenti di un testo di Hans Bernoulli su cui
varrebbe la pena di ritornare – come fece Aldo Rossi ne L’architettura della
città (Bernoulli H., La città e il suolo urbano, Vallardi, Milano 1951).
Negli ultimi 50 anni i fallimenti delle strategie che hanno cercato di argi-
75
nare la presenza di “suoli consumati” e di “territori abbandonati” («Rassegna», n. 42, 1990) si devono anche alla sottovalutazione dei legami che,
rendendo complementari questi fenomeni, li hanno connessi alla crisi dei
modelli insediativi nel “capitalismo maturo”.
Equiparati ad altre merci e servizi, sempre più specializzati, soggetti alle
regole ferree delle prestazioni e dei rendimenti economici, i “prodotti”
dell’architettura, da tempo, vengono “lanciati sul mercato” per consumare nuovi suoli o “ritirati dal mercato” per abbandonare quelli non più
redditizi, generando residui, rifiuti e scarti dei processi di trasformazione
(Kolhaas R., Junkspace, Quodlibet, Macerata 2006).
A queste pratiche, tutt’altro che recenti, un dibattito disciplinare, quasi
sempre costretto ad inseguire, ha contrapposto parole d’ordine dalle alterne fortune: restauro, riuso, recupero, rigenerazione, e ora, riciclo.
Lo schema sotteso a questi transiti terminologici è facilmente tracciabile
sia in termini quantitativi che qualitativi: si va da un minimo (restauro)
ad un massimo (riciclo) di interventi sulla materia costruita e sull’energia incorporata; ovvero da un massimo (restauro) ad un minimo (riciclo)
di valore attribuito all’opera di architettura e al diritto di permanenza nei
luoghi d’origine. Sullo sfondo di questi avvicendamenti si agita una tormentata riflessione sulla durata dell’architettura (o quantomeno dei suoi
“prodotti”) che forse oggi trova nel concetto di “ciclo di vita” l’occasione
per manifestarsi senza contraddizioni.
II. Flussi e luoghi iper-industriali
Il micro-viaggio (o macro-atlante) proposto nel 2004 ai visitatori della mostra la &ittà in±nita era una promenade sopra la riproduzione zenitale del
territorio padano e pedemontano e sotto “i simboli dell’ipermodernità”.
Quell’allestimento metteva plasticamente in scena l’artificiosa separazione tra flussi (“di merci e simboli che si sollevano dal territorio come merci
per volare nel mondo”) e luoghi (“rappresentati nel continuo mutare di
questo territorio”) (La città in±nita, a cura di Bonomi A. e Abruzzese A.
Bruno Mondadori, Milano 2004).
Mentre Bernoulli si era concentrato sulla “marea delle case” che dilagava
in un territorio dove le città erano da circa un secolo senza mura, i curatori della mostra milanese riconoscevano il significato determinante di un
altro crollo simbolico: quello delle “mura delle fabbriche” dove erano state
collocate “la classe operaia e le funzioni produttive”.
76
Aldo Bonomi non attribuiva la scomparsa del “modello concentrazionario”
tipico del sistema industriale maturo ad un ciclo post- ma ad uno iper- nel
quale la fabbrica si era “rotta” ed aveva “mangiato il territorio”.
L’effrazione dei recinti è ancor oggi la spiegazione migliore di come il consumo di suolo abbia reso potenzialmente “infinita” la trama urbana, nonché la ragione che ha indotto l’abbandono di territori urbanizzati senza
che si siano innescate efficaci azioni di contrasto.
Quello che forse non si era presagito, all’epoca della mostra milanese, è
che la separazione tra flussi e luoghi era la rappresentazione di un destino
che avrebbe avuto significative influenze sui “cicli di vita” di suoli, tessuti e
manufatti, soprattutto produttivi.
“Flussi senza luoghi” e “luoghi senza flussi” sono oggi formule efficaci per
descrivere gli effetti di quella speciale bulimia che stimola il consumo dei
suoli agricoli e produce l’abbandono dei territori urbanizzati.
Ma i processi che hanno permesso ai flussi di “sedurre e abbandonare” i
luoghi, si sono spinti talmente in là che le discipline del piano e del progetto non possono più evitare di assumere nei loro confronti una posizione
intransigente. Servono sforzi autentici per intendersi sulle parole e sulle
cose necessarie allo sviluppo di sperimentazioni progettuali che non vogliano più apparire superflue.
III. Il ribaltamento dei termini nella prassi architettonica
“Del ribaltamento del termine riuso nella prassi architettonica” è il titolo
della relazione che Giancarlo De Carlo presentò ad un convegno ospitato
dal Politecnico di Milano nel 1980 (AA.VV., Riuso e riquali±cazione edilizia
negli anni ‘80, Franco Angeli, Milano 1981).
In questo intervento De Carlo discute i termini “riuso, recupero e riciclaggio”: “positivamente ambiguo” il primo; “rozzo” il secondo; “meccanico,
tecnologico” che “paventa un destino miserabile dell’opera architettonica” il terzo. Per De Carlo il termine “riuso” è resistente agli assalti della
teoria, è appropriato rispetto all’esigenza di misurarsi con i problemi reali
di ogni intervento, “non è indifferente all’applicazione normativa”. “Riuso
vuol dire qualcosa ma non tutto, contiene ambiguità al punto giusto; corrisponde alle contraddizioni di propositi che l’operazione sottende”.
Dell’intervento di De Carlo stupiscono l’anticipazione di temi e problemi
oggi attuali e la capacità di districarsi con le ancora embrionali gerarchie
delle 4-R: riduzione, riuso, riciclo, recupero.
77
“Si dice che è tempo di essere austeri (…) e non si fa caso al fatto che
talvolta il riuso risulta più costoso del demolire e ricostruire. Si sostiene
che bisogna risparmiare energia (…) e non si tiene conto che il riciclaggio
di vecchi materiali può assorbire tante risorse quanto servono per farli
nuovi. Si ammonisce che bisogna fermare l’espansione urbana (…) per
pervenire finalmente all’agognata 'meta zero' (…) assumendo che il patrimonio esistente e distribuzione della popolazione si corrispondano ancora
in modo equilibrato”.
Nel suo intervento De Carlo demolisce i luoghi comuni sul riuso e si concentra sui pochi fatti che glielo fanno apprezzare.
Il riuso permette di prendere coscienza di come “l’ambiente fisico sia ricco
di qualità architettonica” e svincola “l’architettura dalle esigenze banali
del cosiddetto sviluppo”.
Sotto la bandiera del riuso egli cerca di vincere quella “vecchia dipendenza
che ha sempre dannato l’architettura” e che l’ha trasformata in “strumento di produzione”, in “merce” e infine “in soggetto ed oggetto di consumi
artificialmente indotti”.
L’architettura cui si riferisce De Carlo è al contrario un processo continuo
e ininterrotto i cui “cicli di vita” non sono rivolti solo alla rianimazione di
energie quasi estinte ma misurano tutti gli aspetti della durata (sociali,
culturali, economici, ambientali).
“La generazione di un evento architettonico non si limita al breve spazio di
tempo in cui viene progettato e costruito: comincia prima, quando sul filo
della memoria degli eventi che lo hanno preceduto, si decide di metterlo
in atto; e continua dopo, nell’uso, nelle trasformazioni che subisce, nelle
memorie che suscita e che si trasferiscono in altri eventi che seguiranno”.
Per De Carlo questa consapevole visione deve guidare la “prassi architettonica” e consentirle di utilizzare liberamente i termini di cui si avvale, se
necessario ribaltandone il significato.
Valeva per il riuso trent’anni fa, può valere per il riciclo ora.
IV. Gli emblemi del riciclo
Emblematica della tecnica è un saggio che Ezio Bonfanti ha dedicato a un
interrogativo: perché l’architettura del Movimento Moderno non ha mai
posto in discussione le istanze ideologiche della tecnica, condannando
l’atto progettuale ad un’inevitabile subalternità verso il modo di produzione industriale? («Edilizia Moderna», n. 86, 1965).
78
“La prima e la seconda emblematica della tecnica” sono per Bonfanti le
tappe attraverso cui descrivere “l’involuzione del programma razionalista”
e infine la resa dell’architettura moderna rispetto al “principio egemonico” implicito in ogni “forma tecnica”.
Il trionfo della tecnica è descritto da Bonfanti attraverso l’indiscutibile
successo di alcuni “emblemi”: “il prestigio dell’elemento costruttivo”, “la
struttura”, “l’apologia del processo industriale”.
Il saggio è la conclusione di una ricerca che Bonfanti aveva dedicato alle
“convenzioni espressive” dell’architettura moderna.
Come gli ammonimenti di De Carlo, anche le analisi di Bonfanti possono
rivelarsi utili a chiarire il ruolo assunto dal riciclo nel dibattito contemporaneo sull’architettura.
Strettamente dipendente dalle logiche e dalle distorsioni proprie del sistema industriale anche il concetto di riciclo applicato al progetto architettonico e urbano può infatti celare “principi egemonici” o ridursi allo stadio di
“convenzione espressiva”.
Evitare queste insidie è uno specifico compito della ricerca progettuale.
Farlo non è cosa semplice. Occorrerà vigilare sul rapporto tra i nuovi paradigmi assunti dal sapere ecologico e forme “di comunicazione, di potere e di contropotere” che orientano le “società in rete” e non smettono
di influire sulla “questione urbana”. Bisognerà soprattutto dotarsi di una
specifica “identità progettuale”, rinunciando a forme parassitarie di conoscenza e costruendo, se e dove possibile, significati autentici e “non convenzionali” (Castells M., The Information Age: Economy, society and culture,
vol 1-3, Cambridge, MA 1999).
79
Lorenzo Giacomini, Rovina, 2013
80
TRA ROVINA E SOGLIA
IPOTESI DI UP-CYCLING
DEI PAESAGGI INDUSTRIALI
RESIDUALI
Fabrizio Zanni
>POLIMI
La città diffusa che si estende nelle pianure, lungo i litorali, nelle valli
del nostro Paese è costituita da almeno tre insiemi tipologico-funzionali
di base: tessuti edificati residenziali a bassa densità, centri commerciali, tessuti industriali. Queste tre componenti urbane si contrappongono
e interferiscono tra di loro e con il supporto antropogeografico secondo
infinite modalità di frammentazione e di adattamento morfo-tipologico
alle differenziate condizioni insediative. La rottura delle loro dequalificate
invarianti tipologiche mediante l’innesto di nuclei “generativi” di modificazione ed ibridazione è, in generale, una prima e fondamentale operazione
progettuale strategica. Nel caso dei tessuti industriali residuali una possibile strategia di up-cycling deve tenere conto di due condizioni di partenza
differenziate. Un primo caso è costituito dagli impianti archeologico-industriali. In molti casi la loro grande dimensione rende difficile la gestione
di una loro “riqualificazione” insediativa. Siamo di fronte a veri e propri
monumenti, reperti di una condizione produttiva e socio-culturale storica
che, in quanto “memorie rovinose” inscritta nel paesaggio, rientrano nella
categoria del “sublime”. È difficile, non impossibile, attuare strategie di
re-cycling senza cancellarne l’“aura”, senza depauperare quel rapporto
81
tra rovina e paesaggio che le rende significative. L’innesco di processi di rifondazione/rinaturalizzazione potrebbe passare attraverso la demolizione di parti edificate di carattere secondario e l’inserimento di nuovi spazi
architettonicamente definiti, per giungere a una complessiva strategia di
ibridazione secondo il classico binomio artificio/natura. Infatti, come afferma Augé la rovina “conferisce alla natura un segno temporale e la natura, a sua volta, finisce col destoricizzarlo traendolo verso l’atemporale”
(Augè M., Rovine e Macerie, Bollati Boringhieri, Torino 2004). Louis Kahn
aveva proposto una interessante strategia per la Meeting House dei laboratori Salk: “wrapping ruins around buildings”. In questo caso si potrebbe
proporre una modalità di intervento in-between: operando “to insert buildings in-between ruins”, in modo da generare una interazione tra paesaggio propriamente detto e “paesaggio interno” ai nuclei di intervento. È
possibile sia proporre un intervento “piranesiano”, in cui passaggi e spazi
intermedi divengono la nuova struttura connettiva e “contemplativa” della
rovina industriale, dall’interno, e, dall’esterno avvolgendola e penetrandola, anche con l’elemento naturale, sia pensare ad una intersezione tra
preesistenze e nuovi spazi “parassitari” in modo che i secondi siano in
qualche modo “gemmati” dai primi. Si giunge, in questo caso, ad un manufatto che non è più la rovina preesistente e nemmeno il nuovo tout court,
posto in intima coesione con essa, come nei noti casi del teatro di Marcello, dell’anfiteatro di Arles, del teatro di Sagunto di Giorgio Grassi. Questi impianti, disposti nel territorio lungo linee ordinamentali riconoscibili
(tracciati, sequenze, assialità) possono divenire, attraverso l’operazione
progettuale, luoghi di soglia inseriti nelle strutture antropogeografiche
locali, funzionando come nuclei “generatori” di una più ampia trasformazione insediativa, nei quali dovrebbero confluire anche una serie di volumetrie sottratte alla indiscriminata distruzione del suolo non edificato.
Un secondo caso è costituito da insiemi o porzioni di tessuto industriale
di piccola – media dimensione a bassa qualità insediativa, sparsi senza
un ordine apparente sul territorio della città diffusa, dismessi o in attesa di riutilizzo. In questo caso una strategia progettuale di interposizione
e rottura dei tessuti dequalificati può essere sviluppata su diverse linee
d’intervento: migliorando la qualità dei manufatti con tecniche di sostituzione/inserzione di nuovi componenti architettonici o, quando possibile,
demolendo porzioni di tessuto industriale diffusivo. L’obiettivo è favorire
una maggiore mixité funzionale e formale, in modo da innescare proces-
82
si di sostituzione, ibridazione, rifunzionalizzazione nella piccola e media
industria locale, favorendo l’insediamento nel bacino di attività di servizio
e supporto come gli incubatori d’impresa. Essa deve inoltre riguardare la
struttura morfologica e tipologica degli insiemi industriali, di cui rompere
la monofunzionalità e la mono-tonia insediativa, per favorire l’innesto di
spazi di connessione, “filtri” porosi, naturali e artificiali. Questi obiettivi
necessitano di un duplice approccio: morfologico complessivo, alla scala
vasta e intermedia, e tipologico insediativo, alla scala locale ed a livello del
singolo tipo edilizio. Una possibile strategia di up-cycling può contemplare
simultaneamente un rinnovato rapporto tra Monumento e Paesaggio e tra
Paesaggio e Tessuto.
83
Alessandro Gabbianelli, La vita dei capannoni nella città adriatica, 2013
84
FATTI PER NON DURARE
Luigi Coccia
>UNICAM
La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo.
E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy.
Da Blade Runner di Rydley Scott, 1982
La caducità delle forme sembra costituire una delle cifre distintive della
contemporaneità: gran parte delle opere di recente realizzazione sono destinate a non durare a lungo, molte di esse mostrano una evidente labilità,
una precarietà latente impressa nella loro struttura costitutiva.
Tra gli innumerevoli manufatti che hanno invaso il territorio negli ultimi
vent’anni, trasformando estesi contesti geografici in aree urbanizzate, i
capannoni sono le forme più ricorrenti e sono anche quelle che esprimono, più delle altre, una sorta di innato decadimento associato agli scadenti
requisiti costruttivi.
I capannoni sono generalmente forme senza qualità, opere edilizie realizzate in tempi brevi per far fronte ad una domanda in alcuni casi reale,
in molti altri solo presunta, di spazi per il lavoro. Essi insistono su “aree
omogenee” intese come ambiti circoscritti e rigorosamente monofunzionali, espressione di una tipica zonizzazione urbanistica come sancito dal
85
D.M. 1444 del 1968. I capannoni non sono dunque l’effetto di una edificazione incontrollata del territorio, ma piuttosto la risposta, adeguata e
coerente, ad un atto pianificatorio che ha previsto la loro presenza predisponendo, per ogni circoscrizione comunale, una o più aree destinate ad
insediamenti produttivi. L’assenza di un coordinamento intercomunale ha
generato spesso una dispersione degli spazi del lavoro, come si evince
dalla polverizzazione di capannoni su vaste aree del territorio innervate
dalla rete infrastrutturale.
Ciò che connota il capannone è la spiazzante ordinarietà dello spazio interno racchiuso da una scatola prefabbricata, uno spazio neutro, disponibile a molteplici usi. Analoga ordinarietà si riscontra nel disegno dello
spazio esterno, derivante da quelle imprescindibili opere di urbanizzazione primaria che hanno dotato le aree produttive di sottoservizi, strade e
parcheggi, interventi necessari all’attuazione del piano eseguiti senza alcuna attenzione formale e, ancor più, senza alcuna relazione con la specificità dei contesti locali.
Assolvendo ad esigenze puramente funzionali, i capannoni sono stati per
circa un ventennio il fulcro delle attività di piccole e medie imprese che
hanno contribuito a delineare un modello di sviluppo economico tipicamente italiano, il cosiddetto fenomeno della “Terza Italia”, alternativo al
sistema produttivo basato sulla grande industria. Oggi però il capannone
è uno spazio vuoto e costituisce il segnale più evidente della profonda crisi
che sta investendo il nostro paese, laddove l’interruzione o la delocalizzazione all’estero di numerose attività produttive hanno trasformato i luoghi
del lavoro in territori abbandonati.
Di fronte a questo scenario desolante, segnato da manufatti di scarso valore e sempre più spesso in disuso, considerando tra l’altro il drammatico
calo della domanda di spazi per il lavoro sul mercato immobiliare, ci si
interroga sul destino del capannone. Un progetto di demolizione costituirebbe la risposta più immediata, l’inizio di una ambiziosa operazione
di risanamento del territorio che potrebbe partire dalla cancellazione di
tutto ciò che non ha più una sua utilità e che non ha mai espresso una
qualità architettonica. Ma qualsiasi progetto di demolizione ha un costo,
insostenibile in un momento di crisi economica come quello che stiamo
vivendo. La sparizione dei capannoni dunque non potrà che essere affidata all’azione disgregatrice del tempo, al progressivo deperimento delle
strutture che condurrà al completamento del loro ciclo vitale.
86
Una angolata e circoscritta azione progettuale potrebbe inscriversi in questo inevitabile processo degenerativo mettendo in atto una sorta di “iperciclaggio” del capannone, ovvero un esperimento di innalzamento della
qualità dello spazio contenuto nel suo involucro mediante adeguate operazioni di intromissione architettonica. Un esperimento che non potrà essere esteso a tutti i capannoni in disuso dispersi sul territorio, ma richiederà innanzitutto l’individuazione di alcuni casi studio rintracciando quelle
situazioni strategiche che avranno, più di altre, la capacità di innescare
processi rigenerativi del territorio urbanizzato. L’analisi del ciclo vitale
del capannone opportunamente selezionato costituirà un imprescindibile
esercizio conoscitivo finalizzato alla individuazione di un intervallo temporale entro il quale l’azione progettuale dovrà agire. Tra la sua costruzione e
la sua dissoluzione, più o meno programmata, il progetto tenderà dunque
a dare forma ad una frazione di tempo del ciclo di vita del capannone attraverso la sperimentazione di uno spazio che potrebbe segnare un nuovo
inizio, proiettandosi oltre i limiti spaziali e temporali del capannone. Sarà
proprio questa la peculiarità di un’azione di riciclo, distinta dalle più tradizionali operazioni di restauro o di riuso, in quanto fondata sul consapevole riconoscimento della fine delle cose piuttosto che sulla fiducia nella
loro eterna durata, per cui il progetto di riciclo produrrà nuove spazialità
all’interno di gusci preesistenti rinunciando palesemente ad operazioni di
consolidamento delle strutture originarie.
L’esperimento di hyper-cycle, inteso come potenziamento di un intervallo
vitale dell’organismo edilizio, richiama le sperimentazioni condotte sugli
androidi, organismi geneticamente modificati, narrati da Philip Dick e tradotti in immagini da Rydley Scott in Blade Runner. Il potenziamento della
qualità di un capannone, ottenuto mediante una mutazione del suo genotipo, determinerebbe una accelerazione nel suo ciclo di vita, o meglio di
una frazione di esso, e, come il mitico Roy Batty, il capannone potrebbe
andare incontro ad una riduzione del suo tempo di vita. Ma perché non
intendere questo limite come il vero punto di forza di una possibile azione
di riciclo architettonico da mettere in atto su quei manufatti anonimi che
connotano il paesaggio della quotidianità?
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Marco D’Annuntiis, Au bon Marchè, 2013
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AU BON MARCHÈ
Marco D’Annuntiis
>UNICAM
Non è certo nuovo il tema del riuso e/o riciclo, nelle sue diverse forme e
applicazioni architettoniche e urbane. Lo stesso utilizzo di citazioni nel
progetto di architettura potrebbe intendersi come tale. Ma ciò che oggi
sembra porlo con maggiore forza è il fatto di essere diventato così tanto
centrale nella società da far transitare l’attribuzione del suo valore, senza
alcun tipo di mediazione, dalla dimensione etica a quella estetica. Ciò che
è “politicamente corretto”, in quanto prodotto di riuso/riciclo, risulta per
ciò stesso anche dotato di senso e quindi: “bello”.
Nella trasposizione della questione nel campo degli studi urbani, tuttavia,
appare preliminarmente opportuno problematizzarne il consueto approccio. In primo luogo revocando in dubbio l’interpretazione che generalmente tende a far coincidere, quindi a confondere, la giusta prospettiva della
“sostenibilità” nelle trasformazioni dell’ambiente con procedure e modelli
assunti sempre più acriticamente, a volte addirittura moralisticamente, e
quindi ad essere coralmente imposti come nuovi dogmi. Una riflessione
che poi transiti proprio dal pragmatico interrogativo circa l’esistenza di
una “soglia di convenienza” di cui tenere conto nelle tecniche del riuso/
riciclo; fino al dubbio che tale strategia sia da perseguirsi “a priori”, al di là
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di una qualsiasi attribuzione di “valore” in sé del materiale da recuperare,
tecnico o estetico che sia. Perché se da un punto di vista tecnologico la
nozione di “materia prima” – il cui uso è da ridurre – è abbastanza chiara, qual è invece essa per chi si occupa in primo luogo di spazi? (Senza
però buttarla nella interpretazione estensiva che “tutto è materia prima”,
altrimenti è altrettanto vero che prima o poi “tutto scorre”, scorie comprese.) In che modo e fino a che punto è legittimo, quindi, che il paradigma del riuso/riciclo incida nelle nostre scelte, che si sperano comunque
tendenti ad una costruzione della città più sostenibile? In quale modo il
riuso/riciclo inteso come strategia fondativa può segnare diversamente il
progetto di architettura, rispetto al modo che ognuno (si spera) ha già di
rapportarsi con ciò che pre-esiste all’azione progettuale? Portata al suo
estremo – ma, ancora, senza ricadere faziosamente negli opposti estremismi della tabula rasa e della rinaturazione – tale strategia non dovrebbe
prevedere anche la cancellazione, totale o parziale, di segni e materiali
esistenti per riciclare ancora una volta il palinsesto territoriale, riscrivendo o sovrascrivendo su di esso un nuovo discorso?
Certo è, comunque, che il riuso/riciclo presuppone la considerazione di
prodotti dall’azione dell’uomo. E dal punto di vista del discorso architettonico non può che trattarsi degli esiti dei processi di costruzione dell’ambiente che lo stesso avrebbe messo in atto per meglio vivere, o delle teorie
che questi riguardano.
Attività che perseguendo ormai una progressiva riduzione della qualità e
della durata dei beni prodotti – tanto nella produzione industriale quanto
in quella edilizia – ne ribalta di fatto i caratteri una volta ritenuti fondamentali. Un rovesciamento che vede la sopravvivenza degli artefici sui manufatti, delle persone sulle proprie cose, degli abitanti sulle loro case. Cose
e case che terminano il loro ciclo vitale non per deterioramento – dato
che potrebbero essere veramente indistruttibili – ma per obsolescenza
programmata: perché progettati in modo da non durare troppo e poter essere agevolmente sostituiti, da altre cose ed altre case. “Allo scopo di far
durare se stessa, si dice, la società dei consumi deve distruggere le cose
durevoli” (Bodei R., La vita delle cose, Laterza, Roma 2011, p. 58).
Che ciò dovesse accadere per gli oggetti prodotti in serie era già scritto
nelle teorie di alcuni economisti francesi allievi di Bastiat che all’inizio
dell’ottocento diedero impulso alla nascita dei Grandi Magazzini allo scopo di ridurre la forbice tra sovrapproduzione di merci e sottoconsumo.
90
Su tali presupposti nacque a Parigi, nel 1852, il primo Grande magazzino,
Au bon marché, per agevolare l’acquisto dei beni in modo da assorbire il
surplus produttivo e ridurre i preoccupanti tassi di disoccupazione, in R.
Bodei, in Ibidem, cap. Per coprire un vuoto). Ma il discorso diviene molto
diverso nel momento in cui la “proliferazione del superfluo” ha finito con
il contagiare anche l’industria delle costruzioni. Come accaduto anche in
Spagna, infatti, negli ultimi decenni i territori adriatici hanno subito gli
effetti della “bulimia speculativa” di immobiliaristi e istituti bancari che,
attivando perversi meccanismi finanziari per il controllo del mercato, hanno lucidamente separato le dinamiche di sfruttamento del territorio dai
bisogni, anche se superflui, di abitanti ed imprenditori.
Risultato: una sovra-produzione di edifici mai acquistati e mai usati. Centinaia e centinaia di oggetti edilizi, capannoni ed appartamenti, smodatamente accumulati, di fronte ai quali risulterebbe vano qualsiasi tentativo
di sminuirne gli effetti negativi: di “smaltire” le eccedenze ricollocandole
nei cicli virtuosi e gioiosamente condivisi della natura terza. Un immenso patrimonio di beni “immobili” che, in quanto tali, non possono essere
in alcun modo trasportati Au bon marché, per essere esposti, venduti e
poi coerentemente sostituiti e riciclati. Così come, d’altro canto, non possono godere di grande considerazione trattandosi di oggetti edilizi inerti,
spesso banali per localizzazione e forma, senza mai alcuna memoria da
alimentare o cancellare, privi di tracce di significati e relazioni precedenti.
Il problema del ri-ciclo di questi oggetti assume quindi un riflesso paradossale e nuovo, un significato autonomo ed assoluto, costituendone esso
stesso il primo utilizzo e la dotazione di senso iniziale.
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Vincenza Santangelo, “Galaxies Forming along Filaments” di Tomás Saraceno.
Biennale d’Arte di Venezia, 2009
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RI-CICLO IMMATERIALE
GLI UFFICI TECNICI
DELLE AZIENDE ITALIANE
Vincenza Santangelo
>IUAV
L’attuale condizione di crisi, la globalizzazione dei mercati, la finanziarizzazione dell’economia segnano il consolidarsi di cicli produttivi
fondati sulla frammentazione internazionale della produzione e, di
conseguenza, l’innesco di un processo di ritrazione delle aziende dal
territorio italiano (Marini S., Bertagna A., Gastaldi F., L’architettura degli
spazi del lavoro. Nuovi compiti e nuovi luoghi del progetto, Quodlibet Studio, Macerata 2012). Dal 2000 ad oggi sono infatti oltre 27.000 le aziende
italiane che hanno deciso di trasferire all’estero gran parte dell’attività
produttiva. La Fiat sposta i suoi stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia,
Brasile, Argentina; la Bialetti in Cina; la Ducati in Croazia e India; la
Dainese in Tunisia; la Geox in Brasile, Cina e Vietnam. Si configura una
nuova geografia economica (Mutamenti nella geografia dell’economia
italiana, a cura di Filuppucci C., Franco Angeli, Milano 2006), contraddistinta da cicli produttivi imperniati sulla segmentazione e delocalizzazione della realizzazione di beni e servizi in altri paesi, in genere in
via di sviluppo, per ridurre i costi di lavorazione e per affrontare, con
prezzi più vantaggiosi, l’assedio della Cina. L’architettura, che dovrebbe immaginare e progettare spazi che rispondano alle esigenze di uno
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specifico modello economico, è disorientata dalla crisi del modello fordista e dalla conseguente affermazione di un modello economico liquido (Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2003), dove una
pluralità di modelli si ibridano senza mai giungere ad una forma definitiva. Lo spazio del lavoro si sposta, si smembra, si ridefinisce al ritmo
del processo di transizione verso nuovi modelli produttivi (Micelli S.,
Futuro artigiano. L’innovazione nella mani degli Italiani, Marsilio, Venezia
2011), in una condizione di perenne trasformazione e rimodellazione.
Questo processo dislocativo produce inevitabilmente degli scarti, tra
cui lo svuotamento, anche di senso, degli stabilimenti delle aziende
italiane (Chiarvesio M., Di Maria E., Micelli S., Modelli di sviluppo e strategie di internazionalizzaione, in Andarsene per continuare a crescere. La
delocalizzazione internazionale come strategia competitiva, a cura di Tattara G., Corò G., Volpe M., Carocci, Roma 2006). Uno scenario di oltre
9.000 ettari di aree inutilizzate, corrispondenti al 3% del territorio italiano, che nell’insieme costruiscono un vasto e molteplice patrimonio
materiale dismesso, dai nodi delle grandi piattaforme industriali alle
minute costellazioni di capannoni medio-piccoli.
A questa dismissione materiale degli spazi del lavoro, rispetto alla
quale sono stati messi in campo molteplici ragionamenti e affrontate
diverse sperimentazioni progettuali, si affianca in maniera latente, ma
pervasiva, un intenso processo di dismissione immateriale delle competenze specifiche maturate nel corso dei decenni in questo ambito,
tra cui la preziosa attività progettuale svolta nel XX secolo all’interno delle grandi aziende italiane dagli Uffici Tecnici, che rappresentano all’interno dell’eroico ciclo del Made in Italy un segmento rimasto
nell’ombra, da molti ignorato e da troppi sottovalutato.
Nati nei primi del ‘900 per gestire i processi produttivi all’interno delle prime grandi aziende industriali italiane (Fiat, Pirelli, Olivetti, Ducati, ecc.), gli Uffici Tecnici, sull’onda delle esperienze statunitensi e
dei principi del taylorismo, diventano negli anni ’30 il baricentro dove
convergono la razionalizzazione dell’iter produttivo, la specializzazione
delle competenze professionali e la progettazione di tipo integrale. Gli
Uffici Tecnici avviano uno straordinario processo di progettazione degli
spazi del lavoro e delle relative infrastrutture di servizio, ma anche di
modernizzazione del territorio, configurando l’azienda come dispositi-
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vo di progetto e strutturazione di paesaggi nazionali e internazionali.
Il ventaglio degli ambiti di intervento è quanto mai ampio: si passa dal
progetto degli impianti industriali a complessi residenziali, complessi
turistici, colonie, palazzi per esposizioni, scuole, uffici, complessi sportivi, istituti di ricerca, piani di ricostruzione post-terremoto, oltre che
imponenti e pervasivi sistemi infrastrutturali della mobilità. Progetti
che vanno oltre il confine italiano, internazionalizzando ed esportando
le competenze attraverso una miriade di interventi in Spagna, Russia,
Africa, Asia, Medio Oriente e Sud America.
Gli Uffici Tecnici diventano i luoghi dove una folla anonima di disegnatori, capi progetto, direttore dei dipartimenti, tecnici, architetti, ingegneri,
geometri mettono continuamente in gioco le loro competenze e il loro
approccio spesso artigianale per esplorare contesti e situazioni differenti. Si metto in campo ogni volta una creatività e una capacità di reinvenzione delle regole del gioco, proponendo dispositivi e progetti che non
sono una semplice risposta tecnica alle questioni in campo. Si ibrida
il saper fare dell’esercito di “burocrati” degli Uffici Tecnici, lontani dai
riflettori e solitamente ignorati, con le sperimentazioni delle grandi firme dell’architettura e dell’ingegneria italiana, chiamati dalle aziende su
specifici progetti. Si intreccia la progettazione e la gestione dello spazio
privato con quello pubblico, delineando un affiancamento di alcuni Uffici
Tecnici con la Cassa del Mezzogiorno e, in generale, lo Stato Centrale
nella costruzioni di nuove visioni economiche e sociali. Si innesca un
ciclo produttivo, spesso latente e costantemente nell’ombra, che esce
dai confini della fabbrica per costruire nuovi paesaggi a scala locale e
globale, dettando nuove modalità di lavorare e abitare i territori.
Un ciclo che ha visto un graduale esaurimento con l’affermarsi della
società post-industriale (Florida R., L’ascesa della nuova classe creativa.
Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano 2003) e la progressiva autonomia degli Uffici Tecnici dalla casa madre a partire dagli anni
’70, comportandone la trasformazione in vere e proprie società di ingegneria negli anni ‘80, dove accanto all’aspetto progettuale si consolidano gli aspetti gestionali e finanziari, segnando la fine di una fertile stagione del Made in Italy, un inaridimento culturale ed un indebolimento
del ciclo produttivo stesso.
La vicenda e il lavoro svolto dagli Uffici Tecnici all’oggi è custodito
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nell’ancor poco esplorato patrimonio di elaborati grafici, documenti
testuali, fotografie, filmati, plastici, campioni di materiali conservati
negli archivi aziendali. Diversi tasselli che nell’insieme costruiscono
la narrazione di un inedito ciclo di strategie di strutturazione della
produzione e di modalità di progettazione degli spazi e dei paesaggi
del lavoro. Una narrazione al momento senza uditori, un’opportunità
in nuce per riscattare il patrimonio materiale dismesso attraverso la
trasformazione delle sedi storiche delle aziende dismesse in musei o
fondazioni destinati a valorizzare il patrimonio immateriale degli Uffici
Tecnici, ma anche offrire nuovi stimoli per rinnovare i cicli produttivi e
ripensare l’innovazione delle imprese.
Infatti nonostante la delicata congiuntura di crisi economica e di dislocazione della produzione, cominciano ad attivarsi dei primi focolai di resistenza al processo di ritrazione delle aziende dal territorio
italiano e di evaporazione delle competenze acquisite nel corso del
secolo scorso. La Diesel, storico brand veneto, ha inaugurato il nuovo headquarter a Breganze con uffici, ma anche asilo nido e scuola
materna, giardino interno, campi da calcio, bar, palestra, auditorium
e osteopata, ribadendo la volontà di rimanere ancorato al territorio in
termini sia economici che sociali. La FIAT ha trasformato l’ampliamento delle officine di Piazza Dante a Torino nell’Archivio Storico FIAT, dove
sono conservati più di 14,000 metri lineari di documenti che tracciano
i diversi aspetti della storia industriale del gruppo, rendendolo centro
per lo studio dell’impresa e del lavoro. La Piaggio ha recuperato l’ex
attrezzeria dell’antico stabilimento di Pontedera, convertendola nel
Museo Piaggio, dove oltre ad ospitare le collezioni dei prodotti della
casa madre, è stato anche istituita la Fondazione Piaggio impegnata a
rilanciare la declinazione dei valori immateriali aziendali e promuovere
riflessioni sui valori sociali e civili tra impresa e territorio. Sono segnali
di un ritorno delle aziende sul territorio italiano, sia in termini localizzativi che di investimenti, innescando parallelamente meccanismi di
produzione materiale ma anche di conoscenza, attivando processi imperniati su cicli di medio-lungo periodo.
All’interno di questo affiorante processo di inversione della delocalizzazione del Made in Italy, la ricostruzione della vicenda degli Uffici Tecnici del periodo d’oro delle aziende italiane diventa fonte di ispirazione
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da cui prendere le mosse per andare oltre la crisi, il tecnicismo imperante, la dismissione materiale e immateriale, recuperandone i fattori
competitivi e riaffermando l’azienda che torna a progettare il territorio,
superando l’attuale scollamento e mettendo in gioco nuovi cicli di produzione e nuovi paradigmi progettuali.
97
98
PER UN NUOVO
METABOLISMO
URBANO
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Sissi Cesira Roselli, Inceneritore, Brescia 2012
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NO WASTE
Rosario Pavia
>UNICH
I rifiuti, i resti, gli scarti costituiscono un tema centrale non solo per l’efficienza e la qualità del territorio e della città, ma anche per l’equilibrio
dell’ambiente. I rifiuti sono allo stesso tempo elemento di distorsione e
risorsa; possono interrompere il ciclo di riproduzione della città o reintegrarsi nel suo sviluppo. Le città, come le campagne, hanno convissuto con
i loro scarti. Riuso e riciclo sono termini antichi, sono costantemente presenti nei diversi modi di produzione economica e di vita sociale. La storia
della cultura materiale e l’archeologia trovano nei rifiuti i loro documenti
più certi: la vita delle città, degli oggetti, dell’ambiente è incomprensibile
senza tener conto degli scarti organici e inanimati. Anche la nostra energia fossile è il risultato di un processo stratificazione e di trasformazione
di resti. Le città si sviluppano nel tempo sui loro scarti. Il suolo urbano è
fatto di stratificazioni, di un’accumulazione di resti: nelle mura delle costruzioni troviamo materiali ed elementi edilizi che provengono da fabbriche più antiche, distrutte, abbandonate, saccheggiate. I depositi di rifiuti,
come i cimiteri, fanno parte della storia e della vita urbana, ma mentre
per i cimiteri troviamo una attenzione culturale, religiosa, simbolica, per i
rifiuti l’attenzione è stata da sempre solo funzionale (anche se depositi di
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resti come il “Monte dei cocci” di Roma potrebbero dimostrare che le cose
non stanno proprio così).
Tra sviluppo della città e trattamento dei rifiuti c’è stato un lungo equilibrio, la città tradizionale riusciva ad assorbire i suoi scarti. I rifiuti diventano un problema con la città moderna, con l’industrializzazione, con
l‘espansione demografica, con la grande dimensione dei consumi. Alle
origini della città moderna i rifiuti urbani diventano un fattore negativo,
sono un male da porre sotto controllo, da occultare.
L’urbanistica moderna trova i suoi primi fondamenti nella medicina e
nell’igiene. Le reti fognarie, come le strade, organizzano l’espansione urbana. Con lo sviluppo della città, lo smaltimento e la gestione dei rifiuti
diventano una pianificazione settoriale, specialistica; non fanno più parte
integrante del piano della città. Probabilmente anche questa scissione ha
contribuito a determinare la fine dell’equilibrio e della visione unitaria del
ciclo vitale che teneva insieme sviluppo urbano, produzione, consumo e
smaltimento dei rifiuti. Oggi il tema dei rifiuti è al centro della crisi delle
grandi città: la loro produzione supera spesso la capacita di gestirli in
modo efficace e sicuro. I rifiuti hanno assunto un dimensione economica
rilevante al punto da divenire uno dei settori d’intervento più frequentati
dalle organizzazioni criminali. Ci deve essere una ragione più profonda,
oltre quella economica, che lega la rete oscura e negletta degli scarti
dello sviluppo a quella del crimine. Il caso di Napoli e della Campania è
per molti versi un vero paradigma anche per questi aspetti. Qui i rifiuti
generano altri rifiuti, altri sprechi, altri rischi. Il controllo sfugge intenzionalmente di mano: aumenta l’inquinamento dei terreni e delle acque,
crescono gli effetti negativi sulla salute delle comunità locali, aumenta
lo spreco di suolo e il degrado del territorio e del paesaggio. La rete dei
rifiuti, nella sua versione negativa e criminale, ha ingaggiato una lotta distruttiva nei confronti della città e del territorio ed è sul punto di prendere
il sopravvento.
La città, ma in fondo stiamo parlando del pianeta, potrebbe morire soffocata dai suoi rifiuti. In un mondo sempre più urbanizzato (nel 2050 avremo circa 9 miliardi d abitanti di cui l’80% vivranno in città), il tema dei
rifiuti diventa determinante per la sopravvivenza dei sistemi urbani. Già
oggi troviamo due modelli: aree metropolitane come Tokyo che riescono
a controllare la gestione dei rifiuti con tecnologie e logistiche avanzate
e città come il Cairo dove gran parte dei rifiuti della città viene raccolta
102
e trattenuta in appositi quartieri maleodoranti (Zabaleen City, non molto
distante dalla Cittadella) per essere selezionata, trattata e riciclata da una
popolazione di oltre 50.000 persone che vivono letteralmente nella spazzatura. Molto probabilmente sarà il modo di trattare i rifiuti a segnare la
differenza tra le grandi città. Ovunque nel mondo emerge, tuttavia, una
questione assolutamente nuova: i rifiuti sono una rete decisiva per la vita
della città, non più rete invisibile e oscurata, ma sempre più evidente per
la sua ingombrante presenza.
Il tema dei rifiuti non si esaurisce con la spazzatura, le nuove forme di
produzione e di distribuzione dell’economia hanno determinato la dismissione di aree industriali, di terreni agricoli, di infrastrutture obsolete, di
interi quartieri residenziali, come a Detroit. Non sono anche questi resti,
scarti, elementi da recuperare, riciclare, riportare dentro un progetto, un
piano? L’arte ha già scoperto la centralità dei rifiuti nella nostra vita, facendone oggetto di riflessione estetica (da Beuys, a Warhol, a Shult, a
Pistoletto). Kevin Lynch nel 1990 con :asting away è stato tra i primi a
restituire al tema dei rifiuti una dignità disciplinare, Rem Koolhaas ne ha
cinicamente intuito la omologante presenza, sublimandola nello Junkspace, per Alan Berger il territorio è già un Drosscape.
La sostenibilità dell’ambiente è strettamente legata al tema dei rifiuti: il
loro smaltimento produce effetti sul surriscaldamento dell’atmosfera e
sul cambiamento climatico, i loro depositi si distribuiscono su territori
sempre più vasti devastando i loro ecosistemi e la salute delle comunità.
La geografia delle localizzazioni dei rifiuti radioattivi ci è in gran parte sconosciuta. Una organica politica d’intervento in questo settore esige una
intesa tra governi e istituzioni difficile da raggiungere. La gravità della
crisi ambientale coincide in gran parte con quella dei rifiuti.
I rifiuti per molti paesi avanzati sono fonte di reddito, sono risorse. Il loro
trattamento si trasforma in materiali riutilizzabili ed energia. Molti inceneritori sono opere di architettura e d’ingegneria; molti processi di produzione tendono a ridurre a zero gli scarti; la raccolta dei rifiuti si fa sempre
più selettiva; la loro logistica diviene una delle reti portanti l’efficienza dei
territori. Il tema è talmente rilevante e decisivo per le sorti delle città che
già ora si confrontano scuole diverse di pensiero: dalla riduzione dei consumi, a forme più efficaci per la raccolta dei rifiuti, alla progettazione delle
filiere di produzione e di riciclo degli scarti come propongono la blue economy e l’eco design. Per molti l’inceneritore, anche nella sua versione più
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avanzata di termovalorizzatore, è un indispensabile ed efficace rimedio,
per molti altri, probabilmente a ragione, sono nocivi alla salute e di incerto esito economico. Ed ancora, due modelli gestionali sono a confronto:
decentramento, organizzazione in cluster territoriali limitati o impianti a
distanza e ad alta concentrazione? La gestione dei rifiuti non ha soluzioni
generalizzabili, come per il progetto e il piano le strategie non possono
essere che contestuali.
In un mondo minacciato da una crisi ambientale di dimensione planetaria,
dove la devastazione del territorio e del paesaggio, dove l’inquinamento
dell’atmosfera, dei suoli, delle acque, dei mari, dove la qualità delle città e la salute dei cittadini dipendono dalla sovrapproduzione dei rifiuti,
dalle disfunzioni del loro ciclo di smaltimento e riuso è necessario fare
della questione degli scarti un tema politico e culturale di fondo, riportando l’attenzione del progetto e del piano sulla loro complessa natura. È
giunto il momento di apprendere dai rifiuti, dalla loro storia (che è la nostra), dalle loro contraddizioni, dal loro male, ma anche dalle loro risorse.
Come riportare la loro ingombrante presenza all’interno del progetto di
architettura, di paesaggio, di città, di territorio? Come trasformare la loro
organizzazione in una rete integrata e strutturante il sistema insediativo?
Cosa impedisce di trasformare le loro infrastrutture di raccolta, distribuzione e smaltimento in opere di qualità? Come reintegrare nella città e
nel paesaggio i manufatti, le infrastrutture, le aree un tempo produttive e
ora abbandonate e inquinate? Sono anche queste le domande su cui deve
interrogarsi la città del XXI secolo.
Trasformare i rifiuti in risorsa richiede impegno civile e politico, ma anche un progetto culturale. I rifiuti, da spazio materico, da nascondere e
allontanare, devono diventare parte visibile della città e del territorio. In
particolare, le stazioni ecologiche, dove vengono raccolti gli scarti ingombranti possono divenire veri e propri spazi pubblici e di servizio, all’interno
della città e dei quartieri; luoghi d’incontro, di scambio, di socializzazione
e di localizzazione di attività produttive ed educative. Le stazioni ecologiche come nuovi spazi pubblici non esauriscono il discorso, anche gli altri
nodi della filiera dei rifiuti possono acquisire visibilità e qualità urbana;
dalle isole ecologiche a contatto con la residenza, alle APEA all’interno
o ai margini delle zone industriali, ai centri di compostaggio nei parchi
e nei territori agricoli, ai diversi centri di trattamento delle frazioni differenziate. Rendere percepibile la filiera dei rifiuti, richiede un piano e un
104
progetto. È compito dell’architettura fare emergere questi spazi, dando
loro senso. Le città devono apprendere dalla spazzatura e rappresentarsi
anche attraverso di essa. Tornano alla mente le parole di Detwiller, uno
dei personaggi di Underwolrd di DeLillo: “la spazzatura ordinaria dovrebbe
essere piazzata nelle città che le producono. Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le
vostre strutture. Create un’architettura di immondizia. Create fantastiche
costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria
spazzatura e a portarla alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a conoscere la propria spazzatura. Il materiale a rischio, i rifiuti chimici, le
scorie nucleari, tutto questo diventerà un remoto paesaggio all’insegna
della nostalgia”.
105
Vincenzo Gioffrè, Arangea, RC 2008
106
RICICLO PAESAGGIO
Gianni Celestini
>UNIRC
I. Riciclo, paesaggio
La ricerca Re-cycle colloca uno specifico campo di sperimentazione nel
paesaggio riconoscendolo come uno degli attori protagonisti di un reale e
concreto progetto di rigenerazione e strumento per plausibili risposte alle
urgenze del paese a condizione, come nell’architettura, che si proceda ad
un aggiornamento delle categorie interpretative del progetto.
La ricerca va affrontata dotandosi di ali e mantenendo ben ancorate le radici. Guardare alto, con grande sforzo teorico e con un rilevante impegno
per l’innovazione sia negli strumenti adottati che nel perseguimento degli
obiettivi e restare al contempo ben radicati, sviluppando una capacità di
risposta concreta che la situazione del paese invoca.
L’evoluzione negli ultimi anni del progetto di paesaggio, testimoniata
dall’opera di numerosi autori, ha segnato il passaggio da una visione tradizionale, di eredità ottocentesca riferita prevalentemente al progetto di
parchi e spazi pubblici, all’attenzione verso temi e luoghi che sinteticamente possono essere individuati come paesaggi del quotidiano, situati
per lo più in contesti periferici, in luoghi nei quali la natura, la forma e la
struttura della città hanno assunto caratteri ormai non più identificabili
107
con quelli della città consolidata, ma assimilabili a configurazioni aperte e
disperse. In questa nuova condizione il lavoro dei paesaggisti ha introdotto
alcuni temi che via via hanno assunto un carattere di centralità rappresentando un fattore di rilevante novità. Un contributo originale che ha portato
l’attenzione verso il progetto degli spazi liberi quale contributo essenziale per azioni di rigenerazione urbana proprio in una fase di evoluzione
dell’habitat contraddistinta dall’aumento di luoghi difficili.
Dunque si è compreso che l’azione sul paesaggio è strategica per risolvere la condizione d’indeterminatezza degli spazi liberi tra gli edifici e tra
parti di città nel tentativo di colmare il vuoto di una socialità assente perché senza luogo (riconoscibile), abbandonando una ricerca meramente
estetica in favore di processi di costruzione di spazi pubblici “attivi”, vissuti, luoghi di socialità effettiva sostenuta da una rete di spazi aperti e
flessibili, verdi e vegetati.
Nell’agire sul e nel paesaggio si attivano procedure di riciclo intese come
realizzazione di nuovi cicli di vita e non solo di recupero. Si interviene in
un corpo vivo, la materia su cui si imprime l’azione è il paesaggio in sé;
le relazioni che si instaurano hanno un ruolo costitutivo ed una funzione
rigeneratrice del paesaggio, sia di quello che si trova che di quello che si
trasforma durante il processo. Questo agire comporta azioni di discontinuità nei confronti di una prassi tradizionale, di nuova messa in gioco di
contesti, luoghi e manufatti in un processo di riscrittura dell’habitat nei
suoi diversi strati di densità, assumendo l’eterogeneità, il contrasto e i
conflitti come fattori positivi, di sviluppo e di trasformazione.
A me pare che quella del paesaggio sia l’attitudine progettuale maggiormente in grado di interpretare l’habitat contemporaneo. Perché caratteristica del landscape sono il tempo, l’evoluzione, i processi, per questo
persegue progetti imperfetti che potremmo ritenere mai completati. Si
percepisce un senso di necessità nel progetto di paesaggio perché più che
l’estetica è in gioco l’efficacia. Il progetto di paesaggio inverte la rotta, non
ricerca l’accumulo, piuttosto studia il sistema di decostruzione, il “tra” le
cose, promuove, direbbe François Jullien, “trasformazioni silenziose”.
Il landscape sembra essere in grado di instaurare con la condizione contemporanea dell’habitat, non più rappresentabile con i codici figurativi
dell’architettura, relazioni di tipo fisiologico, intendendo con ciò una vasta
gamma di fattori, elementi, comportamenti.
108
II. La città stradale
Del cambio di prospettiva fa parte appoggiare un ragionamento propositivo
non su categorie astratte ma guardando a contesti con proprie fisionomie,
caratteri e condizioni territoriali dotate di qualità generalizzabili perché
riferibili ad altri luoghi. Campo di sperimentazione è l’area metropolitana di Reggio Calabria, un contesto sociale e geografico con una cornice
giuridica che costituisce una formidabile occasione per mettere mano a
quell’universo mal amalgamato della città stradale, superando – almeno
si auspica – i confini comunali e i relativi campanili.
Qui città e paesaggio si manifestano saldati insieme, due entità fisiche e
percettive non solo intrecciate ma complementari.
La città stradale è inclusiva, attrae a sé la linea di costa e l’entroterra
più prossimo saldando insieme una prima linea la cui condizione fisico
ambientale spesso è compromessa ed una seconda linea – il territorio
rurale e pedemontano – in molti casi in attesa di nuovi usi; costituisce una
barriera, materializza un limite duro e allo stesso tempo poroso.
L’infrastruttura stradale è la struttura primaria, il condensato spaziale e
funzionale lungo il quale troviamo una gran quantità di elementi che sono
e producono scarti; offrono un materiale straordinario per accumulazione
e varietà, disponibile per pratiche di riciclo.
Una città in movimento, quasi che l’elemento stradale intorno al quale si
coagula ne segni il comportamento e il destino a partire dalle forme di uso
e di attraversamento.
La città stradale si dà per successione di funzioni, di oggetti, di dimensioni
e di scale, quasi mai disegna una sequenza ordinata o coerente ma mai
ne sembra priva. I suoi caratteri sono la densità, la concentrazione, la
dispersione, la continuità e la discontinuità. Ogni tanto intervalli opachi
composti da interstizi vuoti, spazi indistinti, luoghi di accumulo di rifiuti,
ambienti alienati da una condizione originaria semi naturale o semi urbana segnano la presenza di un’altra scrittura: il reticolo di vecchi tracciati,
per lo più trasversali, il parcellario agricolo, muri a secco, terrazzamenti,
canali per l’irrigazione. È l’anima dei luoghi che si affaccia e rivendica un
nuovo ruolo, reclama una nuova vita che ne riaffermi la necessità.
“Strada per le Calabrie” prima, tra i Borboni e il risorgimento, poi divenuta
Statale 118, ha cambiato il paesaggio di queste terre, prima grande opera
della modernità ad essere realizzata al sud, oggi è un sistema di conurbazione, una mescola inedita di nature e cose che provoca spaesamento
109
perché ci si trova di fronte allo stesso tempo a paesaggi del vuoto e del
troppo pieno, pur connotati dall’assenza appaiono saturi alla vista.
III. Un altro sguardo
Abbiamo davanti ampie aree inutilizzate, territori cosiddetti incolti, né
agricoli – perché non più produttivi, né urbani – perché ancora o non più
occupati da edificazioni, osservati finora da un punto di vista sociale segnalandone la minaccia in termini di sicurezza e le condizioni di degrado.
In passato alcune pratiche artistiche riconducibili alla land art hanno suggerito un diverso punto di vista. Hanno guardato a questi luoghi non come
a una minaccia per la sicurezza o per la salute ma come ad una materia
espressiva parte dell’opera. Non più ritenuti luoghi insicuri e persino insalubri sono stati considerati invece espressione di una sensibilità romantica che ne riconosce una certa potenza e affascinante vastità, come di
fronte alla grandezza della natura nei quadri di Friedrich.
In tempi più recenti questi luoghi sono diventati campi di azione di pratiche sociali e artistiche, come ad esempio le transurbanze o interventi
di riconoscimento, trasformazione e autocostruzione promossi in molte
città europee da collettivi interdisciplinari come parte di un processo di
partecipazione e azione diretta, finalizzate a nuovi usi, inventando pratiche
e stimolando nuovi stili di vita.
Non si tratta solo di un’attenzione verso luoghi disattesi, ma della messa
in discussione di molti punti che caratterizzano la tradizione estetica moderna del paesaggio.
Questi spazi manifestano un’ambiguità, estranei alla vita urbana così come
siamo abituati a pensarla, ne sono parte nella sua declinazione più ultima
discontinua, incoerente. Ma questa natura plurale segnala un’apertura
verso una proiezione futura che ne muti la condizione.
Per questo è necessario un aggiornamento delle categorie teoriche e di
approccio del progetto, affrontando in termini originali il tema del rapporto tra conservazione e trasformazione e tra paesaggio e abitanti; misurandosi in modo non subalterno con i temi dell’ecologia, al contrario
ricercando in essi spunti per un arricchimento della creatività e dei codici
espressivi del progetto di paesaggio.
Il progetto non ricerca l’armonia piuttosto l’adattabilità e l’attualizzazione
perché lo spazio del paesaggio è in un certo senso intermedio e flessibile,
capace di giocare il proprio ruolo sulla durata e sulla provvisorietà.
110
Abbiamo compreso che la funzione dei luoghi e degli spazi non corrisponde più ad un codice stilistico visibile; dunque il paesaggio non è più un
prodotto delle trasformazioni fisiche necessarie al suo utilizzo, quanto la
stratificazione dell’universo relazionale che in esso si stabilisce, ovvero
usi, interpretazioni, rappresentazioni, itinerari e attraversamenti.
IV. Una ipotesi e alcuni temi
Lavorare su una ipotesi di Paesaggio relazionale, un insieme di spazi liberi con specifiche capacità funzionali ed ecologiche; paesaggi diffusi e
flessibili non definiti da funzioni precise ma disponibili per attività diverse.
Si tratta di operare un mix tra il sottosistema urbano e il sottosistema
agricolo per dare vita ad un paesaggio composito di agricoltura, natura e
servizi urbani evoluti.
Su questi temi abbiamo una storia, dal Prin 2007 Paesaggi del ri±uto è
emersa l’individuazione di strategie di rigenerazione sulla base della consapevolezza che la riconquista dello spazio pubblico e la valorizzazione
dell’agricoltura nella città diffusa sono un’unica questione di paesaggio.
L’agricoltura è un tema che intrattiene uno stretto rapporto con i mutamenti dello spazio collettivo contemporaneo per questo è dunque possibile sviluppare una riflessione propositiva interpretando l’agricoltura multifunzionale e l’agricoltura sociale come contributi alla rigenerazione del
paesaggio metropolitano.
Lavorare su un progetto visibile della produzione: nuovi cicli di produzione/consumo generano una nuova specie di spazi aperti, sociali, vegetali
(multifunzionalità, autocostruzione, temporalità, agricoltura, vegetazione,
spazi liberi, comunità).
Dal workshop Pettinissa deriva l’intuizione di immaginare un nuovo ruolo
per un’infrastruttura che taglia e separa, trasformandola in un paesaggio.
L’infrastruttura invoca un cambio di prospettiva, da strada-infrastruttura
a strada-spazio-paesaggio: uno spessore che aiuta a creare legami per
uno spazio non solo permeabile ma a densità variabile, adatto a sviluppare
relazioni a rete.
Sono solo alcuni spunti di lavoro sul paesaggio per offrire un radicamento
geografico ai territori frammentati.
111
Luigi Latini, Dettaglio del parco dell’università di Irchel
(progetto di Eduard Neuenschwander, 1978-1983), Zurigo 2012
112
RE-CYCLING
IN THE GARDEN
NOTE A MARGINE DELLA
RICERCA RE-CYCLE ITALY
Luigi Latini
>IUAV
Tra le molte, troppe angolazioni che la parola paesaggio assume anche
nell’ambito del re-cycle, facile è perdersi o restare comunque appesi a
quella consuetudine che ci autorizza da tempo a moltiplicare questa parola in una dispersiva catena di declinazioni diverse. D’altro canto, credo
che il gruppo di ricerca debba prendere in considerazione anche questo
aspetto, soprattutto per la missione “teorica” che gli appartiene. Una e più
voci che guardano al paesaggio come questione interna sono necessarie,
questione da affrontare con uno sguardo autonomo, che procede al riparo
dalle molte tendenze ammiccanti quanto soporifere che associano al paesaggio qualsiasi riflessione su contesti e territori estesi, e sui processi
che ne fanno parte.
Torniamo ai padri fondatori di questa che per molti è una “disciplina” e tra
questi evochiamo, nel lontano 1989, Eugenio Battisti. “Il paesaggio mi deprime”: questo l’incipit del saggio Odiando il paesaggio, scritto da uno dei
primi studiosi (Battisti) che hanno precocemente sviluppato uno sguardo
lungo sulla questione e ancora offrono il miglior viatico per avventurarsi
nell’attuale panorama (il saggio è riapparso nella raccolta Eugenio Battisti.
Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio, Olschki, Firenze 2004).
113
Raccogliamo da questa precoce provocazione e l’invito a liberarsi da tutto
ciò che è travolto dalla macina della banalizzazione e da una generale,
sospetta rapida simpatia per il paesaggio che non fa certo bene alla sua
salute, basata su principi di lenta acquisizione, severa dedizione, meditativi riciclaggi.
Pare dunque utile che la discussione teorica in seno alla ricerca ragioni
anche su questo, e cioè su un significato pertinente, possibilmente “militante” che la parola “paesaggio” assume in un quadro di contenuti legati al re-cycle e, in generale, al patrimonio di riflessioni che si deposita
in seno a un dipartimento dal nome “culture del progetto”. Accettando
anche un esito negativo di questa ricerca, visto che, da sempre, chi si occupa di paesaggio come “studio e cura dei luoghi” (studioso, giardiniere,
agricoltore o agrimensore) s’immagina abbia acquisito e sviluppato una
confidenza con principi come quelli di rinnovo, riciclo, durata senza spreco nel tempo eccetera (cito esplicitamente Lo studio e la cura dei luoghi in
quanto titolo delle omonime giornate di studio, anche da me curate presso la Fondazione Benetton Studi Ricerche lo scorso 13-14 febbraio 2013).
Sarebbe utile chiarire quest’aspetto, a tal punto che potremmo finalmente
mettere a fuoco e dire la nostra anche su quell’incestuosa associazione
che nel nostro tempo accomuna “paesaggio” a “sostenibilità”, con qualche chiarimento utile dal momento che la “sostenibilità” è implicita in
quelle buone pratiche del paesaggio che, se preso sul serio, sussistono
da tempi remoti.
La ricerca offre l’occasione per sperimentare uno sguardo diverso, che
passa attraverso l’osservazione di processi e pratiche visibili come spazi e forme costruite, misure necessarie a un sistema di relazioni che ci
permette di maturare una “coscienza paesaggistica” (l’espressione si richiama esplicitamente a Ippolito Pizzetti in «Casabella» n. 575-575, 1991).
Appare per questo necessario allungare (e non ritirate) il passo, dal paesaggio al giardino, seppure quest’ultimo da sempre evitato nel mondo
accademico per una sua scivolosità ideologica e per un pregiudizio sul
quale io credo non si è mai fatto i conti. Il parallelo tra giardino è città è
del resto immediato, per quell’incessante rinnovarsi di forme, migrare di
segni e materiali che affiorano nello stesso spazio, e di aiuto per uscire
dalle ambiguità della visione di città come paesaggio (Latini L., Giardino
misura del paesaggio. Vita di uomini e piante in uno spazio raccolto, in Il palinsesto paesaggio e la cultura progettuale, a cura di Marini S. e Barbiani C.,
114
Quodlibet, Macerata 2011, pp. 39-50).
Da un lato possiamo dunque guardare al giardino come parte della storia
della città, e come questa travolto da quel processo di trasformazioni di
cui parla Ferlenga (Ferlenga A., Ricicli e correzioni, in Re-cycle. Strategie
per la città e il pianeta, a cura di Ciorra P. e Marini S., Electa-MAXXI, Roma
2011, pp. 90-101). Dall’altro vediamo invece luoghi fino a poco fa chiamati
“di risulta” prendere vita ed entrare nel gioco del sistema di spazi pubblici aperti che, grazie a una stagione di riconversioni, iniziata forse con
il concorso parigino per La Villette, diventa palestra per un modo completamente nuovo di intendere il paesaggio. Resta da capire se davvero
questa miriade di spazi raccolti dall’abbandono e dismissione di attività
siano davvero interessanti per una riflessione sul riciclo.
Che le mura urbane in disuso siano diventate a un certo punto materia
plasmabile per pubblici passeggi alberati; che l’orrido di una cava di pietra nella periferia si trasformi nella scena romantica di nuove topografie
urbane consacrate al loisir; che un’acciaieria tedesca disegni invece scenari di socialità inedite, o la ruggine di desuete infrastrutture si presti a
fiorite e vibranti passeggiate metropolitane, è cosa acquisita e meditata.
In parallelo si è poi ragionato giustamente sui processi di riciclaggio vero e
proprio dei materiali che entrano in gioco, in laboratori che sono più vicini
alla dimensione del giardino prima ancora che al paesaggio. Il contributo
di Peter Latz nella Ruhr e nel contesto dell’Emsher Park è più che noto,
ma si può guardare più indietro al lavoro di Louis G. Le Roy in Olanda e
Eduard Neunschwander in Svizzera negli anni Settanta-Ottanta: persone
colte e socialmente sensibili che paesaggisticamente rivoltavano montagne di macerie, macinavano scorie e plasmavano terreni di scarto, con risultati notevoli. Mai usando, però, parole come riciclaggio e sostenibilità, e
piuttosto percorrendo il doppio registro di una loro personale, scrupolosa
missione che oscillava tra l’ecologica e l’estetica (L’esperienza di Le Roy è
stata riordinata con il volume Louis G. Le Roy. Natuur &ultuur Fusie. Nature
&ulture Fusion, a cura di Boukema E. e Vélez Mecintyre P., NAI Uitgevers.,
Rotterdam 2002; Neuneschwander aveva condensato il suo pensiero nel
libro Neuenschwander E., Niemands Land. Umwelt zwischen Zerstörung
und Gestalt, Birkhäuser, Basel 1988).
Utili indizi potremmo ricavare da questi ultimi territori esplorati/esplorabili, da figure che incarnano un incontro tra precoce militanza ecologica e
fascinazione per erbacce e macerie. Resta da indagare meglio – parlando
115
di “culture del progetto” –, il ruolo e il destino del giardino, nella sua forza
figurativa, nella sua accezione militante e nelle sue inesplorate connessioni con la città e il territorio aperto. Di certo non come ultimo atto di
uno sguardo deduttivo e gerarchico che procede dalla grande alla piccola
scala, ma come disciplina interiore e misura estetica.
Il giardino è un testo nel quale si riscrivono incessantemente storie che
mettono in circolazione materiali depositati e in attesa: nei cicli iconografici e nelle figure che li rendono leggibili, nell’ingegnosa riscrittura e
correzione delle partiture planimetriche, nel travaso di materiali e oggetti, nell’uso e nel ri-disegno delle stesse acque, dello stesso terreno;
nella giudiziosa valutazione di patrimoni vegetali e colture che quasi mai
si cancellano, ma entrano in gioco in forme diverse e strutture diverse.
Studiare questa missione appartenente al giardino è un contributo pertinente alla cultura del progetto, possiede nelle proprie corde un’attitudine
al re-cycling per “naturale inclinazione” all’essere giudiziosi, inventivi nelle trasformazioni, astuti nell’accompagnare i cicli e i processi di crescita
di un mondo, quello naturale, con il quale l’uomo da sempre si misura. Si
ricicla, dunque, anche imparando dal giardino.
Il Selvatico, figura chiave (per significato e per utilità) della storia del giardino italiano, per comodità e per moda romantica si trasforma poi in bosco
paesaggistico, e in questo ciclo sollecitato dall’impopolare distruzione del
giardino formale si preserva comunque l’inclusione di figure preesistenti
(popolate di bestie e non solo di uomini, per diverse ragioni).
Così è avvenuto nel campo dei rivolgimenti iconografici, per esempio a
Boboli, dove si ricicla in modo spregiudicato la statuaria classica e cinquecentesca per disegnare nuovi percorsi tematici all’interno di un giardino dove, su altri fronti, il Tribolo, tre secoli prima del parigino Buttes
Chaumont, recupera l’impronta di una cava di pietra forte per ospitare un
Mezzo Tondo di verzura.
Bernard Lassus ci ha accompagnato con le sue prime esplorazioni snob
in cerca di habitants paysagistes (1975) e dei loro giardini dispersi nella periferia. Altri hanno di recente fatto irruzione nelle città con la novità della
mobilitazione sociale, “guerrigliera”, o dell’orticoltura militante. Molti invocano le ragioni di un “terzo paesaggio”, e poco si curano del primo e del
secondo. Oltre questi necessari sguardi innovativi, la vicenda del giardino
in senso schietto ha di per sé molto da dire se presa fuori dallo sguardo
compiaciuto di una storiografia troppo ispirata. Quel che avviene dentro i
116
suoi confini può essere utile per mettere a fuoco una strategia di riciclaggio che possiede una sua originalità e una vicinanza alle esigenze della
società contemporanea. Oggi, nel silenzio del fare si muovono del resto
molte sperimentazioni interessanti.
Il nostro parlare di paesaggio ha assunto toni paludati e strumentali, buoni
forse per chi si occupa della sua difesa, per chi naviga per reti e comitati.
Qui si potrebbe, invece, parlare di giardino e non “di giardini”. Non di un
genere, quindi, ma di un utile campo di sperimentazione mentale e pratica.
117
Ignazio Vinci, Paesaggi d’acqua alla periferia di Guilin, Cina 2007
118
PIANIFICARE
PER NUOVI CICLI
DI VITA TERRITORIALI.
CONSIDERAZIONI
PRELIMINARI
Ignazio Vinci
>UNIPA
Apertura
Le tre parole d’ordine che costituiscono lo sfondo concettuale della ricerca
– Riduci, Riusa, Ricicla – riflettono stadi di maturazione estremamente differenziati all’interno della cultura del progetto urbanistico e del planning
territoriale. Se li poniamo lungo una linea temporale, ad esempio, dovremo riconoscere che l’imperativo di porre un freno all’espansione delle città (Riduci), così come di riusare spazi e contenitori funzionali nell’ambiente antropizzato (Riusa), costituiscono un patrimonio consolidato della progettazione territoriale ormai da quasi mezzo secolo. Si tratta di una transizione che in occidente si compie tra gli anni settanta e novanta, quando
le culture territorialiste sviluppano e sperimentano sul campo un ampio
repertorio di regole e politiche, piani e progetti, orientate a contrastare la
dissipazione delle risorse spazio e ambiente reinvestendo sull’“esistente”.
Se possiamo ritenere maturo il ciclo dell’innovazione cognitiva e progettuale legato all’esigenza del “ridurre” la crescita delle città e del “riusare”
i suoi spazi – la realtà delle pratiche a dire il vero smentisce la realtà delle
discipline, visto che le città continuano ad erodere senza sosta territori e
paesaggi attorno ad esse (si veda per il contesto italiano CRCS, Centro di
119
Ricerca sui Consumi di Suolo, Rapporto 2012, INU Edizioni, Roma 2012) –,
l’imperativo del “riciclo” pone tuttora un largo spettro di interrogativi alla
cultura del progetto territoriale. A differenza del processo di costruzione
nell’architettura, il cui oggetto è più agovelmente assimilabile ad un prodotto (con i suoi componenti separabili da avviare alla rigenerazione dei
propri cicli di vita), un territorio visto come accumulo di materiali fisici,
strutture ecologiche, pratiche differenziate di uso tanto complesse quanto
variegati sono gli attori sociali che vi dispiegano i propri interessi ci restituisce un “oggetto” inestricabile, che tende a sfuggire ad ogni possibile
riduzione che non sia riduttiva o arbitraria.
Le scienze territoriali “dure” hanno messo a punto protocolli e tecniche rivolte alla manipolazione di risorse ecosistemiche, quali il suolo o le acque,
che è più agevole ricondurre alla prospettiva del riciclo. L’architettura del
paesaggio, da Ian McHarg (McHarg I., Design with Nature, Natural History
Press, New York 1969) in avanti, ha sviluppato alcune feconde intersezioni
tra tali scienze ed il progetto dell’architettura e della città. Ma cosa accade quando da una prospettiva naturalistica ci si immerge in una realtà di
stratificazioni materiali e culturali, sovente contraddittorie, quali quella
che caratterizza i territori ed i paesaggi urbani contemporanei?
La sfida dei territori ibridi
Accostandosi ai territori dell’urbanizzazione contemporanea, dunque, la
questione cognitiva e progettuale del riciclo finisce per rivelarsi particolarmente complessa dal punto di vista teorico e metodologico. La cultura
geografica prima (ma anche le scienze sociali ed economiche) e quella del
progetto territoriale successivamente hanno costruito i propri statuti sulla
possibilità/capacità di identificare limiti ed elementi di identità nell’ambiente naturale e costruito (Dematteis G., Le metafore della terra. La geogra±a umana tra scienza e mito, Feltrinelli, Milano 1985). Le differenze
tra pianura e montagna, tra città e campagna, hanno definito nel tempo
specifici campi cognitivi entro cui elaborare strumenti per la comprensione dei fenomeni territoriali e legittimare per essi ipotesi di trasformazione
controllabili nel tempo e nello spazio. In un certo senso, vi era un legame
molto più intimo tra una specifica morfologia territoriale ed il modello di
sviluppo di cui essa era espressione, tanto da rendere riconoscibili i codici del progetto territoriale rispetto all’insieme delle risorse, materiali ed
immateriali, che esso era chiamato a trattare. La comparsa di fenomeni
120
quali la metropolizzazione, la città diffusa, la campagna urbanizzata hanno finito per dissolvere questa cosmografia mettendo in crisi l’efficacia
degli approcci convenzionali alla progettazione territoriale.
Il movimento dominante nei territori contemporanei sembra ormai essere
quello di una permanente ibridazione.
Territori urbani e rurali, linee costiere ed entroterra, dissolvono le proprie
morfologie consolidate generando paesaggi come tessere di un puzzle dai
contorni indefiniti. È soprattutto all’interno di questi “territori di mezzo”
che si celebra l’affermarsi di una nuova urbanità, costituita da ciò che non
è più campagna e non è ancora (o non sarà mai) città. Si tratta di paesaggi
porosi e frammentanti, in cui sono spesso i soli grandi corridoi infrastrutturali a definire geometrie organiche e regole insediatiative riconoscibili. Il
paesaggio italiano contemporaneo (Lanzani A., I paesaggi italiani, Meltemi,
Roma 2003) nei suoi elementi di resistenza, forniti dalla forza del patrimonio naturale e culturale, e di disgregazione, offerti dal modello industriale
molecolare e dalla fragilità del sistema di pianificazione pubblica, è uno
straordinario caleidoscopio per osservare questi fenomeni.
Ma ancor più che scrutando le sue manifestazioni materiali, il processo di
ibridazione in corso nella tarda metropoli contemporanea può fornire utili
indicazioni alla cultura del progetto territoriale a partire dalle sue implicazioni culturali e sociali. I modelli di sviluppo emergenti nelle società della
“terza rivoluzione industriale” (Castells M., The rise of the network society,
Blackwell, Cambridge-Oxford 1996; J. Rifkin, The third industrial revolution,
Palgrave MacMillan, New York 2011) si basano su una radicale revisione
dei dualismi (economici, sociali, culturali) che hanno accompagnato le
prime due rivoluzioni industriali. Ad esempio, le metropoli si aprono ai
territori rurali, cercando di assorbirne la riserva di sostenibilità che esse
conservano, mentre questi sperimentano con le città un legame che non
è più quello passivo e subalterno del recente passato. Vi sono tracce di
questo passaggio epocale in una molteplicità di strategie e progettualità che prendono corpo nelle città alle più svariate latitudini: i prodotti
dell’agroenergia che trovano le più promettenti applicazioni nel rinnovamento dei sistemi di mobilità urbana; le produzioni agricole di qualità che
impongono nuovi mercati e stili di vita all’interno delle città; i territori rurali che divengono scenari privilegiati del leisure almeno quanto gli attrattori culturali nelle aree urbane centrali. Si tratta di un flusso circolare ed
osmotico fondato sulle medesime capacità di innovazione che stanno ac-
121
compagnando l’emergere di un’economia post-industriale che non è più
solamente urbana (Basile E., Cecchi C., La trasformazione post-industriale
della campagna, Rosenberg et Sellier, Torino 2001). Dinanzi a processi di
questa portata è in atto un dissolvimento delle differenze senza precedenti
delle categorie territoriali che abbiamo ereditato dal secolo scorso e che
impone di sperimentare il progetto delle trasformazioni fisiche insieme ad
una nuova capacità di immaginazione territoriale.
Pianificare per riciclare territori: i confini e le condizioni metodologiche
Possiamo assumere con Gabellini (Gabellini P., Tecniche urbanistiche,
Carocci, Roma 2001) che la progettazione urbanistica alle varie scale ha
costruito una sua specifica identità non tanto quale tecnica dal profilo autonomo quanto quale dispositivo di connessione tra differenti tecniche alle
quali l’urbanista ha fatto ricorso senza interferire nei loro singoli processi
di definizione. In altre parole, il ruolo sociale dell’urbanista si è alimentato
della capacità/possibilità di comporre materiali urbani eterogenei attraverso l’intermediazione di strumenti (il progetto di architettura, il progetto delle reti tecnologiche, il progetto di paesaggio) necessarie a stabilire relazioni organiche, o quanto meno compatibili, tra lo spazio fisico e
quell’insieme di funzioni necessarie al vivere ed al produrre all’interno
di un territorio. Richiamando la suggestiva immagine evocata da Francois Jacob a proposito dell’evoluzione (Jacob F., Evoluzione e bricolage. Gli
espedienti della selezione naturale, Einaudi, Torino 1978), possiamo dire
che il pianificatore urbanista tende ad operare non come un ingegnere, ma
come un bricoleur, un compositore di materiali e strumenti, tradizionali o
innovativi, che gli vengono messi a disposizione dall’universo di saperi e
culture che si producono attorno alle forme di territorialità.
L’accresciuta complessità del fenomeno urbano contemporaneo lascia
inalterata questa specifica proprietà del progetto territoriale, ma probabilmente lo costringe a stabilire interconnessioni e sinergie, gradi di coerenza e compatibilità ad un livello concettuale ed un perimetro spaziale
che non sono più riferibili alla dimensione urbana come l’abbiamo lungamente considerata. Vi è la necessità di immaginare una concezione transcalare del progetto territoriale, in cui la razionalità implicita di ogni singola azione di trasformazione si alimenti di un significato, di un “senso”,
che gli è conferito dall’essere parte di una visione di più ampio respiro. È
la presenza di una direzione di marcia, di una strategia socialmente rico-
122
noscibile sulla maniera in cui le nostre città desiderano affrontare temi
complessi quali la transizione economica, la rigenerazione energetica,
l’ancoraggio territoriale delle grandi reti infrastrutturali e tecnologiche, la
mobilità e lo spazio pubblico una prima condizione perché la prospettiva
del riciclo possa radicarsi all’interno delle pratiche di progettazione territoriale.
Il riciclo territoriale può configurarsi realmente quale nuovo paradigma
nelle pratiche di progettazione territoriale laddove riesca, nel tempo, a
condizionare i comportamenti individuali e collettivi. Per fare ciò è necessario che le micro-pratiche di riciclo territoriale, di riuso creativo dei materiali urbani dismessi dal loro uso originario, siano in grado di liberare
tutta la loro forza evocativa e simbolica. Ma ancor più necessario appare
che tali esperienze possano essere percepite come tasselli di un “programma” olistico e di lungo termine, di una cornice strategica che metta
in gioco le dimensioni spaziali e relazionali delle nostre città, a partire da
un ripensamento dei modelli locali di sviluppo su cui esse hanno appoggiato la loro trasformazione.
123
Valeria Scavone, Via Chiodi: gli orti urbani privati, Milano 2012
124
ZERO CONSUMO
DI SUOLO:
PRIME RIFLESSIONI
SUL RE-CYCLE
Valeria Scavone
>UNIPA
La città contemporanea è divenuta la somma di parti che si sono sovrapposte e hanno “consumato” territori provocando l’urban sprawl, forma di
urbanizzazione prevalente nel nostro Paese (ISTAT 2012) che tende a “saturare ogni spazio disponibile” (Gibelli M.C., Salzano E., No sprawl, Alinea,
Firenze 2006), con effetti negativi indagati da studiosi di diverse discipline:
l’esplosione della mobilità, la perdita della superficie agraria, la frammentazione di habitat naturali e di corridoi ecologici, la progressiva scomparsa del paesaggio che incide anche sulla qualità della vita.
A tal proposito, è in attesa del vaglio delle Camere un “Disegno di legge
quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento
del consumo di suolo” proposto dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 novembre 2012
con emendamenti della Conferenza unificata Stato-Regioni. Tra i punti interessanti si segnala l’individuazione di un limite massimo al consumo di
suolo “tenendo conto (…) della localizzazione dei terreni agricoli rispetto alle aree urbane, dell’estensione del suolo che risulta già edificato,
dell’esistenza di edifici inutilizzati” con possibilità di ampliare infrastrutture esistenti e le Misure di incentivazione per Comuni e Province che pro-
125
cedano al recupero dei nuclei abitati rurali con ristrutturazione e restauro
di edifici e conservazione ambientale del territorio. Se, infatti, finora la
retorica dello sviluppo non ha consentito di vedere possibili alternative,
oggi la crisi economica ed energetica globale, la riscoperta delle “città
conviviali” (Amendola G., Tra Dedalo e Icaro. La nuova domanda di città, Laterza, Roma-Bari 2010), il risveglio delle coscienze sui temi ambientali, gli
inviti della Commissione Europea Ambiente (2012) impongono di indirizzare gli sforzi verso un organismo urbano flessibile capace di esprimere le
scelte di trasformazione delle città, riciclando e riorganizzando l’esistente
in un nuovo metabolismo, ottimizzando risorse e servizi, tutelando aree
agricole e ambiente, coinvolgendo le comunità. Consumare meno suolo
significa, infatti, anche incidere sugli stili di vita (AEA, 2005) affinché si
riscopra la vita in città, consolidando le piccole centralità mediante spazi
e funzioni aggreganti, sostenendo e incentivando la ricucitura di edilizia
abusiva o dismessa. Se La Cecla sosteneva che il tema del futuro (La Cecla F., &ontro l’architettura, Bollati Boringheri, Torino 2008) sarebbe stato
la “demolizione”, il re-cycle potrebbe più della demolizione abbattere costi
di smaltimento, ridurre sprechi, limitare rifiuti. Il riciclo urbano è un paradigma che, senza erodere suolo o qualità, mira ad attivare nuovi cicli di
vita, preferendo rinaturalizzare le risorse urbane dismesse o sottoutilizzate, piuttosto che urbanizzarle in maniera tradizionale. Infatti al sub-cycle,
una delle declinazioni del re-cycle, è ascrivibile la realizzazione degli orti
urbani che, influenzando il “comportamento degli utenti per promuovere
stili di vita più rispettosi dell’ambiente” (Forum for the Future, 2010), sono
in grado di imprimere nuove qualità estetiche e ambientali a spazi aperti
abbandonati che possono tornare ad essere produttivi, di combattere l’immobilismo delle periferie marginali, di ridare qualità alle città, di salvare
dalla cementificazione spazi dimenticati.
È questo l’ambito in cui si muove anche il Decreto Legge (n.83 del 2012)
con le “Misure Urgenti per la crescita del Paese” che, all’art.12, decreta la
predisposizione di un Piano Nazionale per le Città dedicato alla riqualificazione di aree urbane con riferimento a quelle degradate, da finanziare
con risorse non utilizzate provenienti da altri Programmi. La Cabina di
Regia che fa capo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha già
individuato (17 gennaio 2013), tra le 457 proposte, le 28 ammissibili a finanziamento. Poiché i criteri di selezione riguardano “il miglioramento
della qualità urbana, del tessuto sociale e ambientale” e la “riduzione di
126
fenomeni di tensione abitativa e marginalizzazione”, alcune di queste interessano operazioni di iper-cycle, altra declinazione del re-cycle. Si tratta di brown±elds che potranno rinascere con funzioni legate non più alla
produzione ma ad una nuova visione di urbanistica che sappia divenire
“strumento di civilizzazione” (Kroll L., Tutto è paesaggio, Testo e immagine, Torino 2005). Tra le proposte: i Gasometri di Milano Bovisa, l’Area
Nord di Reggio Emilia, i fabbricati ex Corradini a San Giovanni a Teduccio a
Napoli potranno attivare nuovi cicli di vita come accaduto a Bagnoli dove,
nell’area dell’ex Italsider di Napoli, le azioni di bonifica, dismissione, riconfigurazione, riciclo, riuso hanno portato alla realizzazione di un Parco
Urbano, ancora in itinere.
127
Carlotta Lamera, Bangkok 2009
128
ACQUA, UOMO
E TERRITORIO:
UN RAPPORTO
DA RIPENSARE
Gianfranco Becciu,
Carlotta Lamera,
Anita Raimondi,
Umberto Sanfilippo
>POLIMI
L’acqua, è noto, è un elemento caratterizzante del nostro Pianeta, per la
sua diffusione e abbondanza a scala globale. In tutte le culture del Mondo,
primitive o evolute, essa ha sempre avuto una grande importanza, non
solo perché è essenziale per la vita, ma anche perché costituisce la struttura portante della stessa civiltà umana. Nell’evoluzione del rapporto tra
uomo e territorio l’acqua riveste, oggi come in passato, un ruolo centrale.
Non è un caso, ovviamente, che le grandi città del Mondo siano nate attorno a grandi fiumi, spesso sulle rive di laghi o del mare.
Il legame stretto tra gli insediamenti umani e l’acqua, può però anche
essere un fattore di rischio per l’uomo e le sue attività. L’acqua, infatti,
è anche uno dei principali motori del continuo cambiamento nel nostro
Pianeta, che con il suo eterno ciclo di trasformazione e movimento plasma e modifica il territorio, governa il clima, condiziona l’evoluzione degli
ecosistemi. Da un lato possono quindi crearsi condizioni di conflitto tra
uso antropico del territorio e dinamiche naturali quali le piene fluviali e gli
allagamenti, i periodi di siccità, i fenomeni erosivi e le colate di sedimenti,
le frane. Dall’altro, è inevitabile il rischio che si crei un’interazione negativa tra comunità umane e risorse idriche naturali attraverso l’instaurarsi
129
di processi incontrollati di inquinamento e di trasformazione del territorio.
Nel tempo l’uomo ha quindi sempre cercato di mantenere un rapporto sostenibile con l’acqua, ricercando un equilibrio tra le tre esigenze di uso, tutela e difesa. Questo equilibrio è diventato però sempre più difficile da raggiungere man mano che l’uomo ha modificato in modo sempre più significativo
il territorio, attraverso la realizzazione di grandi aree urbane, il crescente
grado di sfruttamento delle risorse idriche, la sempre maggiore utilizzazione
dell’ambiente come recapito finale dei residui delle attività antropiche.
L’evoluzione dei grandi agglomerati urbani, in particolare, è avvenuta negli
ultimi decenni con dinamiche urbanistiche fortemente accelerate, spesso
senza un governo adeguato dei processi di densificazione ed espansione.
Tra le criticità emerse da questi processi ci sono anche quelle legate al
ciclo urbano delle acque, sia dal punto di vista dei fabbisogni idrici, sia da
quello del pericolo di alluvioni.
Il problema dell’approvvigionamento idrico delle città è legato alla sempre
maggiore probabilità di uno squilibrio tra fabbisogni e disponibilità. Negli
ultimi decenni si è osservato un incremento costante della popolazione
che vive negli agglomerati urbani, superiore ai trend demografici generali. Questa tendenza alla concentrazione della popolazione nelle grandi
aree urbane comporta una crescita dei volumi d’acqua necessari per l’approvvigionamento potabile che si traduce, da un lato, in un sempre maggiore aggravio funzionale delle infrastrutture di trasporto e distribuzione
dell’acqua, dall’altro nella sempre maggiore difficoltà a trovare risorse
idriche idonee per capacità e per qualità.
Se il primo aspetto comporta inevitabilmente le difficoltà finanziarie e tecniche di procedere a frequenti interventi di adeguamento funzionale dei
sistemi acquedottistici, il secondo è vincolato dalla consistenza delle risorse idriche e dalle loro dinamiche naturali. In molti Paesi del Mondo, Italia
compresa, si assiste a una crescente scarsità della risorsa acqua, legata
sia a periodi di siccità più frequenti e prolungati rispetto al passato, sia a
fenomeni di inquinamento diffuso che rendono sempre più difficile disporre di acqua di un alto livello qualitativo come quello richiesto dal consumo
umano. Questo scenario è ulteriormente aggravato dalla constatazione
che spesso i processi urbanistici non tengono conto o tengono conto in maniera limitata della necessità di un equilibrio di lungo periodo tra risorse
disponibili e fabbisogni complessivi, con la conseguente esaltazione della
rapidità con cui le criticità sono destinate ad emergere nel tempo.
130
A fronte dei problemi legati all’approvvigionamento idrico, molte aree urbane devono fronteggiare con sempre maggiore frequenza inondazioni e
allagamenti, anche con gravi conseguenze. Il problema è principalmente legato alle trasformazioni del ciclo idrologico derivanti dall’urbanizzazione. I processi di deforestazione e di trasformazione dei suoli liberi in
superfici impermeabili porta, infatti, all’aumento delle quantità d’acqua
che si accumulano e scorrono in superficie, limitando l’infiltrazione nel
terreno e l’evaporazione in atmosfera. I sistemi di drenaggio esistenti, sia
quelli naturali rimasti attivi nel tessuto urbano, sia quelli artificiali (fognature), risultano sempre più frequentemente incapaci di convogliare e
trattare tutte le acque di ruscellamento superficiale. Questo provoca anche l’immissione nell’ambiente, in modo diretto o indiretto attraverso gli
scarichi di piena, di ingenti quantità di sostanze inquinanti trasportate da
queste acque. L’evoluzione del contesto climatico generale, con la maggiore frequenza di eventi meteorici estremi per intensità e concentrazione nel tempo, insieme con le crescenti difficoltà di destinare risorse per
l’adeguamento continuo delle infrastrutture di drenaggio, contribuiscono
all’accentuazione della frequenza con cui anche tali criticità emergono.
In molti paesi avanzati si sta consolidando la consapevolezza che l’unica
soluzione possibile per questi problemi è rappresentata da un nuovo paradigma nel rapporto tra la risorsa acqua e le collettività urbanizzate, basato
sul concetto di riequilibrio tra cicli naturali ed esigenze delle comunità
umane. L’obiettivo è creare una nuova matrice urbana e infrastrutturale
che sia in grado di adattarsi all’evoluzione prevedibile del contesto climatico e del rapporto tra risorse e fabbisogni, risultando quindi maggiormente resiliente alle potenziali criticità (Langenbach H., Holste W., Eckart
J., Theses for the Future of Water Sensitive Urban Design (WSUD), First
SWITCH Scientific Meeting, University of Birmingham, UK 2006; Mitchell
B., Integrated water resource management, institutional arrangements,
and land-use planning, in «Environment and Planning A», n. 37, 2005, pp.
1335-1352).
In un contesto di consapevolezza della necessità di un equilibrio sostenibile
anche dal punto di vista della risorsa acqua, è possibile ripensare il rapporto tra uomo, acqua e territorio, partendo dalla pianificazione di una transizione graduale verso città “water-sensitive”, in cui alcune delle criticità
attuali e future possano non solo ridursi, ma trasformarsi in opportunità di
maggiore qualità urbana (Butler D., Maksimovic C., Urban Water Manage-
131
ment – challenges for the third millennium, in «Progress in Environmental
Science 1», n. 3, 1999, pp. 213-235; Girardet H., Creating Sustainable Cities,
Briefing No. 2 for The Schumacher Society, Green Books, UK 1999). In questa visione strategica gioca un ruolo determinante la possibilità di attivare
processi virtuosi di ri-ciclo di elementi territoriali dismessi e/o ancora disponibili, creando spazi di compensazione e di rinaturalizzazione.
Le strategie di maggiore efficacia, già messe in atto o pianificate in molte
grandi città del Mondo, si concentrano su due obiettivi principali: da un
lato l’uso sostenibile delle risorse idriche, dall’altro il riequilibrio del ciclo
delle acque meteoriche nelle aree urbane.
Il primo obiettivo può essere perseguito attraverso strumenti tradizionali
come la tutela legislativa delle risorse idriche e gli interventi strutturali e
socio-culturali per la riduzione degli sprechi, ma anche con politiche di
diversificazione delle risorse in base agli usi e di incentivazione al riuso
delle acque. In particolare si può incentivare la raccolta e il riuso per scopi
non potabili sia delle acque meteoriche provenienti dai tetti, generalmente poco inquinate, sia delle cosiddette acque grigie, derivanti dall’uso domestico di acqua potabile per l’igiene personale (Raimondi A., Becciu G.,
An Analytical Probabilistic Approach to Size Cisterns and Storage Units, in
Green Buildings, CCWI 2011, Exeter, 5-7 September 2011, CD, 2011).
Il secondo obiettivo può essere raggiunto con interventi di riqualificazione
idraulica del tessuto urbano esistente e con l’applicazione a microscala
di “buone pratiche” ingegneristiche nella gestione e nel controllo dei deflussi meteorici prima della loro immissione nella rete fognaria. Questi
interventi sono di due tipi: quelli che agiscono sulla riduzione dei volumi
escludendo dall’immissione in rete quei deflussi non inquinati, che non
necessitano di un trattamento, e quelli che agiscono sulla riduzione delle portate massime di quei deflussi più inquinati che devono comunque
essere raccolti e convogliati a valle per la depurazione. Nel primo caso
è necessario smaltire localmente una parte delle acque meteoriche, intercettandola mediante tetti e pareti verdi o reindirizzandola localmente
verso l’infiltrazione nel terreno mediante pavimentazioni permeabili, pozzi
perdenti, aree verdi di infiltrazione, wetlands e laghetti urbani di raccolta e
laminazione (Lamera C., Becciu G., A Fuzzy Approach for Optimal Location
of Infiltration Facilities in Urban Areas, Atti del IV Convegno Nazionale di
Idraulica Urbana Acqua e &ittà, Venezia 21-24 giugno 2011, 2011).
Nel secondo caso è necessario laminare le acque di deflusso superficiale
132
prima del loro ingresso in fognatura, immagazzinandole temporaneamente in piccole vasche interrate e laghetti all’aperto o in invasi diffusi ricavati
su coperture piane di edifici o parcheggi, mediante sistemi di controllo degli imbocchi (Nisenson L., Using Smart Growth Techniques as Stormwater
Best management Practices, EPA report 231-B-05-002, 2005).
133
Vittorio Amadio, Paesaggio fluviale, 20 aprile 2012
134
ANNOTAZIONI
SUL RESTAURO
FLUVIALE
Vittorio Amadio
>UNIRC
I sistemi fluviali, in natura, sono elementi dinamici del paesaggio terrestre,
che cambiano in continuo: risultato di caratteri fisici, quali la pendenza, la
geologia del substrato, la complessità della rete idrografica; tali caratteri
sono influenzati inoltre da fattori esterni quali le condizioni climatiche,
le precipitazioni, le attività umane come la forestazione, la deforestazione, l’urbanizzazione, i drenaggi, gli sversamenti, la regimazione idraulica.
L’integrazione dei caratteri intrinseci, che si manifestano nel corso del
tempo, e le influenze esterne, spesso incontrollabili, determina la forma
di un corso d’acqua.
La conoscenza di questi aspetti è alla base di sistemi fluviali in buona salute, sostenibili nel tempo, nei quali gli equilibri naturali sono conservati,
gli inquinanti sono metabolizzati, i rifiuti decomposti e i materiali ridistribuiti attraverso il flusso idrico stesso.
Naturalmente i corsi d’acqua supportano un’ampia varietà di flora e fauna
che interagisce con gli ambienti terrestri e d’acqua, e costituiscono inoltre
un essenziale elemento nella formazione di corridoi di collegamento tra
gli altri ecosistemi terrestri, come le foreste.
Inoltre, se la maggiore diversità di specie di pesci è presente negli alvei
135
principali, molte specie hanno bisogno, per completare il proprio ciclo vitale sia degli habitat degli alvei sia delle acque perialveali.
Come tutti gli ecosistemi, anche i corsi d’acqua e le aree alluvionali sono
abitati da comunità di specie caratteristiche, tra loro interconnesse attraverso la frequentazione di habitat comuni, risorse alimentari e rifugi
per la difesa dai predatori. Mostrano anche un’interdipendenza legata ai
trasferimenti di materia organica, minerali e nutrienti tra i diversi gruppi
trofici. È sempre necessario considerare la complessità del sistema e le
interconnessioni: se gli habitat fluviali sono disconnessi saranno perdute
le normali funzioni ecologiche.
Ci possono essere due tipi di disconnessioni: spaziali, quando sono isolati
habitat o specie; temporali, se le interruzioni avvengono in specifici periodi critici dell’anno. L’aumento dell’isolamento può avere effetti molto
negativi sulla biodiversità del corso d’acqua, se le frammentazioni permangono, lo stesso restauro può non essere sufficiente.
Il restauro, riabilitazione, e miglioramento della qualità fluviale è in funzione dei fattori ecologici locali, regionali e globali, delle dimensioni sociali e economiche all’interno delle quali è stata storicamente la gestione
degli habitat. Si dovrà evidenziare l’impatto di questi fattori, in particolare
dei disturbi, per ottenere i migliori risultati nel restauro ecologico.
Gli ambienti fluvio-ripari che presentano un funzionamento naturale sono
vitali per la biodiversità a scala del paesaggio e forniscono anche i servizi
ecosistemici alla società. Investire nella gestione del rischio idro-geologico attraverso il recupero dei processi ecologici naturali nei corsi d’acqua,
la riconnessione degli alvei alle piane alluvionali, costituisce la risposta
migliore ai ricorrenti e insostenibili problemi di dissesto.
I programmi di restauro dovranno essere mirati a:
- il recupero di sistemi auto sostenibili che siano in un equilibrio dinamico e sviluppino una tipica forma idro-geomorfologica e processi
funzionali, adattati sia alle condizioni climatiche presenti sia a quelle
che potrebbero aversi in futuro;
- la presenza di organismi interdipendenti che frequentino e utilizzino
gli habitat e le risorse fornite da un corso d’acqua naturale.
È opportuno conoscere quali siano i servizi ecosistemici prioritari nello
specifico, dai quali derivare gli indirizzi per il restauro.
Alla base degli interventi di restauro è la de-canalizzazione: un alveo rettificato può essere ricondotto a una forma a meandri, con evidenti conse-
136
guenze in termini di aumento della biodiversità.
Sono da individuare i fattori limitanti le funzioni naturali dell’ecosistema
fluviale e quindi procedere al restauro in modo da allontanare il sistema
dallo stato degradato nel quale si trova, oltrepassando quelle soglie, biotiche e abiotiche, che lo condizionano. Superando tali soglie è possibile un
miglioramento delle condizioni di qualità ecologica.
Sebbene complesso, il restauro deve essere adattivo, e mirato a favorire la
resilienza del sistema, anche in vista dei possibili cambiamenti climatici:
non è un semplice ritorno alle condizioni precedenti.
Non vi sono soluzioni generalizzabili per il restauro e la riqualificazione
fluviale e delle aree alluvionali, in particolare per quel che riguarda la sostenibilità a lungo termine dei progetti. Il successo dipenderà dalle condizioni di riferimento. Non si tratta semplicemente di ricollocare il sistema
nello stato che aveva, ma di considerare una varietà integrata di elementi
e condizioni, in relazione non solamente alla loro storia ma anche ai contesti contemporanei e futuri.
Il restauro dell’ecosistema, tuttavia, può anche passare attraverso interventi di piccola scala, come la riprofilatura delle rive o la formazione di
piccole aree umide, per riabilitare gli habitat e ridare vigore ai processi
naturali, all’interno delle sezioni fluviali esistenti.
137
Giambattista Reale, Vite di scarto, 2008
138
IL TERRITORIO
RETROSTANTE
Giambattista Reale
>UNIROMA1
Il metabolismo urbano stratifica, affianca, accumula, esalta e dimentica.
Dimentica spazi interclusi tra fasci infrastrutturali, aree accerchiate, rimaste fuori dalla rete degli interessi. Aree problematiche per accessibilità, salubrità e significato. Aree in abbandono non sempre marginali ma
spesso centrali agli insediamenti cresciuti proprio grazie a quelle infrastrutture. Spazi centrali ma strozzati tra muri di sostegno, barriere, rilevati e flussi di traffico che in passato sono stati linfa per capannoni, magazzini e attività oggi sempre meno produttive.
Insediamenti spesso soffocati dal traffico nelle strade principali ma sempre più desolati verso i contorni, lasciati ai soli residenti. La vitalità urbana
si ritrae, la materia edificata termina in territori non più agricoli, a cui è
mancata la possibilità e la forza economica e sociale per trasformarsi in
parchi urbani e/o agricoli. Aree dimenticate ai margini.
La specializzazione sempre più spinta delle funzioni, una mal interpretata
necessità di sicurezza definita da muri e recinti ha generato infinite ramificazioni di terre indesiderate.
Spazi vuoti di significato restanti tra le recinzioni e ai loro margini. Luoghi
che nessuno desidera o sente la necessità di popolare; aree restanti una
139
volta completata l’opera di strutturazione degli spazi appetibili. Spazi nulli
per tanti, ma rifugio per alcuni.
Recinti, muri, fili spinati e telecamere generano paesaggi dell’insicurezza
e della paura.
Queste aree, problematiche per motivi di morfologia naturale o antropica,
non risultano facilmente raggiungibili se non attraverso percorsi di fortuna lungo fossi o linee infrastrutturali. Esse accolgono il lato nascosto
dell’urbano: grandi e piccole discariche, esistenze di scarto in accampamenti della povertà; tende, baracche e camper tra orti urbani improvvisati.
Diverse attività economiche come autodemolitori, depositi di veicoli e attività di stoccaggio e vendita materiali edili, trovano una loro convenienza
economica ad insediarsi in queste aree marginali.
Il calo delle vendite delle auto private, i pochi anni rimasti allo sfruttamento delle energie non rinnovabili e la diffusa richiesta di nuove modalità di
movimento spingono ad intervenire proprio sulle rete delle infrastrutture.
La strategia da elaborare ha lo scopo di riciclare la rete della mobilità, affiancando nuove reti, rielaborando i nodi e aumentando i punti di contatto,
ripensando le grandi infrastrutture urbane. Manufatti stradali rimasti immutati anche quando i loro margini hanno stratificato nuovi usi, che oggi
chiedono nuove necessità di relazione e di accessibilità.
Se si vorrà ottenere un’integrazione con il territorio si dovranno prevedere
altri flussi, altre velocità, funzioni complementari e spazi dello “stare” lungo le fasce a margine a partire dal concetto di condensazione.
Nuovi usi, nuove esigenze di una diversa mobilità (condivisa, elettrica, ciclabile, pedonale) e nuove vie di comunicazione non sempre possono trovare spazio affiancandosi ai percorsi centrali degli insediamenti. Potrebbero invece cingerli, circondarli e consentire accessi dal “lato opposto”,
ribaltare la vista, la percezione e consentire l’accesso da nuove direzioni.
Non si vuole proporre una nuova differenziazione gerarchica di flussi tra
carrabili, pedonali, elettrici e innovativi ma al contrario una strategia della
mescolanza per moltiplicare le possibilità di movimento; di conseguenza
incentivare un arricchimento delle mappe mentali degli abitanti, dando
senso e possibilità d’uso a parti del territorio che attualmente risultano
nulle. Attivazione di più cicli di vita, ipercicli d’uso che come nuove radici
vanno alla ricerca degli spazi inesistenti, falliti, inadeguati. Spazi privi di
espressioni simboliche, di identità, relazioni e storia. Spazi che hanno perso o mai conquistato un motivo d’uso spesso dettati da norme di distacco.
140
Una nuova mobilità di margine che capovolgendo gli accessi, muta i valori,
introduce possibilità di riuso di materia urbana oggi marginale che riconfigura gli equilibri in nuovi percorsi, come in un montaggio narrativo di rottami architettonici trovati lungo i bordi. I nuovi cicli innescati consentirebbero
nuove possibilità di accesso e la realizzazione di percorsi resi sostenibili
dall’aumento di valore di nuovi elementi trascurati rimessi in gioco.
In una strategia di riuso che mira a dare un “uso minimo” (downcycle) alla
“materia di bordo” spesso in abbandono.
Le principali azioni da programmare:
- incrementare la sicurezza urbana: le aree marginali interessate per
loro natura sono potenzialmente insicure o percepite come tali;
- ricollocare gli usi produttivi impropri e dove necessario prevedere la
bonifica dei suoli liberati;
- contenere eventuali nuovi processi speculativi in aree fin ora preservate perché ritenute di scarso interesse;
- ricollocare gli abitanti insediati impropriamente o attrezzare le aree
interessate dagli accampamenti per assicurare condizioni di vita accettabili.
141
Francesca Pignatelli, Rudere, Cocullo (Aq) 2012
142
REALISMO E RICICLO
RI-ABITARE I PAESAGGI
DELL’ABBANDONO
Francesca Pignatelli
>UNICH
“Il realismo magico non ci fa desiderare la normalità (comunque la si voglia definire), ma ci invita a guardare al di là di ogni norma occultata dalle
convenzioni”. Pierluigi Nicolin, nell’introdurre i progetti contenuti nel numero di Lotus 116 (2003), dal titolo I nuovi Realisti, rimette in valore l’idea di
realismo in architettura cercando di emanciparla dalla nuova oggettività,
e rifacendosi alla versione originale, a quel real maravilloso che mescolando reale e fantastico cerca di conservare il sublime. Il realismo magico
ha uno stretto rapporto con l’unheimlich, il perturbante, che nasce dalla
percezione inquietante di un elemento “strano” in qualcosa che sembra
familiare e ordinario.
Forse è possibile farsi guidare da questa chiave di lettura per esplorare le
possibilità offerte al progetto di architettura dall’occasione di lavorare in
contesti un tempo ordinari, ma che attualmente vivono condizioni atipiche,
in conseguenza del fatto di aver quasi concluso il loro ciclo di vita. È certamente il caso dei centri minori in via di spopolamento o già completamente abbandonati, fenomeno che interessa con declinazioni diverse tutta
l’Italia e il cui studio sta definendo una nuova geografia.
Intervenire sul ciclo di vita di questi nuclei urbani, ha una doppia implica-
143
zione: di carattere economico e sociale da un lato, di ordine propriamente
architettonico e spaziale dall’altro.
Nel primo caso sarebbe interessante lavorare sull’ipotesi di attivazione
di un sub-cycle, ovvero innescare processi a bassa intensità accettando il
declino come un fenomeno non necessariamente da invertire ma da assecondare. In altre parole riciclare questi luoghi la cui vocazione è essenzialmente abitativa, insediativa, vorrebbe dire accettarne la complessiva
decrescita, intervenendo con azioni mirate, distanziate ed equilibrate cercando di riorganizzare le risorse piuttosto che investendone di totalmente
nuove, così come avvenuto nell’esperienza tedesca dell’IBA City Network
che dal 2002 sviluppa strategie contro l’abbandono e il degrado di 19 città
appartenenti alla regione Saxony-Anhalt, interessata da un consistente
calo demografico a partire dal 1990, e raccolte nella mostra Less is Future
che si è svolta nello storico edificio del Bauhaus, nel 2010.
Data la premessa, in questo breve scritto è più opportuno però ragionare
sul secondo punto ovvero le potenzialità offerte dai materiali urbani che
restano sul terreno al compiersi del ciclo di vita dei centri minori, e indicare alcune linee di ricerca.
Osservando ad esempio la foto zenitale di Cocullo (AQ), paese collocato
sulla A24 tra Pescara e Roma che alla fine della seconda guerra mondiale
contava alcune migliaia di abitanti (oggi 200 sulla carta, ma poche decine
nella realtà), appare subito evidente come il materiale urbano primario
sia il rudere, leggibile come lacuna, nel tessuto urbano più compatto e
conservato, e come parte ormai integrante del paesaggio laddove è stato
sottoposto ad uno spontaneo processo di rinaturalizzazione.
Ri-abitare i ruderi, nella logica del sub-cycle ovvero sostenendone un sottoutilizzo, anche in termini di volumetria, vorrebbe dire quasi assumere un
impegno radicale, una sorta di “strategia del 50%” che non nasce solo da
una posizione ideologica (la decrescita a tutti i costi) piuttosto dall’osservazione diretta e ravvicinata del sito, dalla volontà di riconoscerne le nuove
qualità spaziali. Molto spesso è la presenza del vuoto generato da un crollo
ad aprire prospettive inaspettate, suggerire rapporti nuovi con le condizioni
al contorno, diventare il vero elemento di qualità del progetto, ed il luogo in
cui l’intensità d’uso paradossalmente potrebbe divenire più alta.
Osservando il panorama dei progetti che si confrontano con il tema del riciclo in architettura e rileggendone altri particolarmente attenti al contesto e alla presenza dell’elemento naturale, è possibile riconoscere alcuni
144
modi di agire particolarmente coerenti con lo sfondo che si è cercato di
delineare. Tre progetti-manifesto potrebbero in questo senso essere:
1. The Dovecote Studio, Haworth Tompkins Architects.
2. House N, Sou Fujimoto Architects.
3. House Rot Ellen Berg, Architecten De Vydler, Vinck, Taillieu.
Nel primo, gli architetti usano una logica parassitaria per inserire un nuovo edificio all’interno di un rudere tenendo distinti i due corpi, lasciando al
vecchio la possibilità di mostrare i segni del tempo e continuare a subirne
le trasformazioni.
Nel secondo, una casa composta da tre scatole concentriche, assume importanza lo spazio intermedio e indeterminato tra interno ed esterno. La
separazione non è più netta ma è data dalla stratificazione dei confini che
consente agli ambienti interni di estendersi gradualmente verso la città.
La stratificazione dello spazio domestico, derivante anche da una esigenza di risparmio energetico, è il tema del terzo progetto che interviene su
di un edificio esistente – per utilizzare le parole di Francesca Picchi su
Domus 954 – con poco o niente.
145
Daniele Ronsivalle (elaborazione), Wordcloud dei paesaggi di margine, 2013
146
RE-LANDSCAPE:
LA RIGENERAZIONE
DEI PAESAGGI
DI MARGINE
Daniele Ronsivalle
>UNIPA
I paesaggi di confine: un campo di indagine
Le dinamiche della globalizzazione producono effetti sull’organizzazione
spaziale dei sistemi urbani e territoriali, generando sempre più spesso
condizioni di riduzione degli spazi urbani, mettendo in evidenza la necessità di ripensare lo spazio urbano in relazione con il paesaggio e definendo, conseguentemente, una nuova condizione di margine.
I territori che rimangono privi della loro caratterizzazione di aree urbane
(perché espulsi dal sistema funzionale urbano) non riescono ad assumere nuove forme di ruralità in quanto il tempo e le trasformazioni hanno
assottigliato il palinsesto paesaggistico precedente all’urbanizzazione e
hanno lasciato questi territori privi di identità, definibili in sintesi come
“paesaggi di confine” (Border Landscapes). Lo stesso fenomeno è leggibile, all’inverso, quando i territori agricoli diventano luoghi della non città,
luoghi che per ragioni economiche – in tempi di crisi – non vengono urbanizzati, non vengono coltivati, non vengono trasformati in aree industriali/
commerciali, ma sempre più spesso diventano il luogo privilegiato della
localizzazione, ad esempio, di micro-impianti per la produzione di energie
rinnovabili o per la realizzazione di “isole ecologiche”.
147
L’Unità di Palermo di Re-cycle Italy si occuperà anche del riconoscimento
delle aree che non sono più città, ma che non rientrano nemmeno nella
dizione di aree dismesse (che sarebbe già una caratterizzazione delle aree
in questione) e propone di:
– riconoscere le casistiche e le caratteristiche dei border landscapes;
– tracciare un atlante dei modi in cui i border landscapes si sono generati, nelle forme e nei contenuti del lessico;
– definire strumenti utili alla valutazione della qualità attuale e futura di
questi luoghi;
– tracciare linee di intervento necessarie alla risoluzione della condizione di confine.
È necessario stipulare nuovi patti di relazione costruttiva ed ecologicamente sostenibile tra città e campagne: ad oggi i legami funzionali di
simbiosi e commensalità sono venuti meno sicché le aree non più usate
dalla città – esse stesse ridotte a metaboliti dei processi di urbanizzazione/disurbanizzazione – sono luoghi a cui è necessario che si restituisca
qualità ambientale e paesaggistica ricostruendo il percorso “da culla a
culla”. Questo processo comporta che si restituisca qualità ad entrambi i
territori: a quello urbano, definendone con chiarezza i margini, le funzioni
e gli spazi pubblici che caratterizzano storicamente la città, elevandone
la qualità edilizia e urbanistica; a quello rurale restituendogli specificità
e proprietà di funzioni; superando un processo degenerativo che ha visto
nell’urbanizzazione della campagna, la crescita del degrado di entrambi
gli ambienti di vita, quello urbano e quello rurale (cfr. Patto città-campagna del PPTR della Regione Puglia).
Si sostanzia, quindi, l’impegno di introdurre una nuova visione ecologica degli insediamenti, riconducibile alla visione dell’Ecological Urbanism
(Mostafavi M., Doherty G., Ecological Urbanism, Lars Müller Publishers,
Zurich 2010) in cui la ricerca di nuova identità dei luoghi dis-urbanizzati si
traduce in una attenzione integrata alle questioni del paesaggio di margine, frutto della localizzazione di impianti e sistemi di produzione, stoccaggio e distribuzione dell’energia che amplificano lo stato di non essere
di questi luoghi e, d’altra parte, l’obbligo di una risoluzione dei paesaggi
frammentati, per i quali urge un processo di rigenerazione dall’interno
(cfr. il processo di recliming proposto da Berger A., Drosscape, Princeton
Architectural Press, New York 2006).
148
Un’agenda per l’hyper-cycle dei paesaggi di margine
Alla luce degli obiettivi di sviluppo di Horizon 2020, è necessario che il
processo di re-cycling realizzi la transizione verso un sistema energetico affidabile, sostenibile e competitivo, di fronte alla crescente scarsità
delle risorse, all’aumento delle esigenze energetiche e ai cambiamenti
climatici e consegua un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e
resistente ai cambiamenti climatici e un approvvigionamento sostenibile
di materie prime che risponda alle esigenze della crescita demografica
mondiale entro i limiti sostenibili delle risorse naturali del pianeta.
Gli obiettivi di lavoro, quindi, sono legati alla declinazione di nuove sfide per
risolvere la separazione fisica, funzionale, culturale, identitaria tra città e
compagna che determina la perdita di paesaggio attraverso un processo
zero waste in cui si tende a prevenire la produzione di aree abbandonate, di
drosslandscapes, di aree dismesse e situazioni di abbandono periurbane.
Risultati attesi
Verrà prodotto, all’interno di una visione di hyper-cycling, un set di regole
da applicare al livello dei quadri di tutela, dei piani regolativi e operativi
sui processi di urbanizzazione, ruralizzazione, riduzione dei processi di
riduzione entropica dell’energia ambientale e della risorsa suolo capaci di
evitare il sorgere di “rifiuti” urbani in processi di tipo zero waste.
149
Jessica Lagatta, Stato limite ultimo, 2013
150
TERRITORI FRAGILI,
TERRITORI DUTTILI
Stefania Camplone
>UNICH
La fragilità si definisce genericamente come la proprietà di rompersi facilmente, soprattutto per urto. In ambiti più specialistici, come ad esempio
nella tecnologia dei materiali, essa è peraltro definita come la caratteristica di un materiale di rompersi bruscamente senza presentare segni di
snervamento anteriormente ai limiti di rottura (Utet, Grande Dizionario
della Lingua Italiana, voce “fragilità”, Torino 1970). Quest’ultima definizione è particolarmente significativa, perchè va oltre il senso comune. In tale
accezione, infatti, un materiale fragile può essere anche particolarmente
resistente: ciò che lo caratterizza sono l’imprevedibilità del momento in
cui avviene la rottura e l’istantaneità del fenomeno.
Il contrario della fragilità è la duttilità, dal latino ductilis ossia “che si può
condurre”. Con ciò si intende l’idoneità di un materiale a sopportare grandi deformazioni plastiche sotto l’azione di forze di trazione (Enciclopedia
Italia Treccani, voce “duttilità”, 2013), per essere malleabile e plasmabile
(Dest, Dizionario Enciclopedico di scienza e tecnica, Fratelli Fabbri Editore, Milano 1971), ma anche, in senso figurato, arrendevole e tollerante.
In particolare, al contrario di un materiale a comportamento fragile, un
materiale a comportamento tenace e duttile si frattura in modo control-
151
lato, modificando la sua forma iniziale e la sua struttura interna tramite
l’assorbimento delle energie di deformazione.
Se per i concetti di fragilità e di duttilità i significati sono sostanzialmente
univoci, il concetto di “territorio” ha molte più accezioni. In termini generali
per territorio si intende uno spazio geografico specificatamente delimitato,
di dimensioni più o meno vaste, con caratteristiche di tipo morfologico,
ambientale, politico, geografico, amministrativo e via dicendo. In senso più
lato il territorio è il luogo nel quale gli uomini vivono, svolgendo le proprie
attività, e dal quale ricavano prodotti e motivazioni per la propria sussistenza e per le proprie aspirazioni (Enciclopedia Italia Treccani, 2013). Tra questi, alla scala urbana, possono essere compresi anche quei territori critici,
abbandonati, in cui sono presenti, ma non sono più attivi, edifici, strutture
e infrastrutture, che una volta erano utilizzati ed in cui si svolgevano attività e funzioni oramai superate o spostate altrove, lasciando tracce della
loro precedente esistenza attraverso “scarti” e “relitti”, che hanno ricadute
spesso negative sull’equilibrio del sistema ambientale. Esiste infatti anche
un significato figurato di territorio, secondo cui esso può essere definito
come luogo delle “relazioni”. Ed in quanto tale, esso rappresenta un sistema complesso e dinamico: complesso, in quanto costituito da un numero
di elementi e di relazioni che può essere pressoché infinito; dinamico, perché le relazioni variano nel tempo. In tale accezione, si può sostenere che
il livello della criticità dei territori è determinato dalla riduzione fino alla
scomparsa di “relazioni”, umane ed economiche.
Considerando tali accezioni del concetto di territorio (fisico-geografico e
socio-relazionale), appare particolarmente interessante provare a declinarle rispetto ai concetti di fragilità e duttilità.
Potrebbe pertanto dirsi, ad esempio, che un territorio “fragile” sia un territorio in cui il sistema delle relazioni si “rompa” bruscamente, senza preavviso. Al contrario, un territorio “duttile” abbia caratteristiche ambientali, morfologiche e sociali adatte a modificarsi, plasmarsi e deformarsi
sotto la spinta delle modificate esigenze, aspirazioni e necessità di coloro
che lo abitano.
Appare altresì vero che, se un brano di tessuto urbano, un manufatto fisico o semplicemente un componente edilizio, progettati secondo dei dettami funzionali estremamente specializzati possano definirsi “fragili” nel
senso di essere destinati a perdere con estrema rapidità il proprio valore
al modificarsi delle condizioni di contesto per le quali erano stati ideati,
152
è altrettanto condivisibile l’idea secondo cui possa esserci una sorta di
“resilienza” ed allo stesso tempo “duttilità” rispetto alla estrema fluidità
della società contemporanea (Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, Bari
2006). Caratteri, questi ultimi, probabilmente legati anche ad una sorta di
stratificazione storica delle esigenze degli individui e, in senso lato, della
società che essi rappresentano.
In tal senso, la fragilità dei territori potrebbe trasformarsi in duttilità, attraverso una operazione di riciclo che però ne consideri innanzitutto gli
aspetti più immateriali ed emozionali espressi dalle persone che fruiscono materialmente e da generazioni di tale patrimonio.
153
Jessica Lagatta, La ricchezza è nella diversità, 2013
154
“DIVERSITÀ” COME
RISORSA PER I SISTEMI
UMANI E TERRITORIALI
“FRAGILI”
Giuseppe Di Bucchianico
>UNICH
Tra le possibili accezioni del concetto di fragilità di un sistema vi sono
quelle riferite alla instabilità, alla precarietà e, in generale, alla poca durevolezza temporale delle condizioni iniziali, che sono portate a subire
modificazioni o cambiamenti qualora sollecitate da azioni esterne. Il suo
contrario, ovvero la stabilità, si esplica attraverso le proprietà di persistenza (continuità nel tempo), di inerzia (tendenza a deviare soltanto a seguito
di fattori esterni), di elasticità (velocità nel ritornare nelle condizioni iniziali
dopo un disturbo), di stabilità ciclica (fedeltà ai propri cicli temporali), e
altre ancora.
A tal proposito, negli ultimi decenni si è sviluppata tutta una linea di pensiero, a partire dalle discipline riconducibili all’ecologia, secondo la quale la
“stabilità ambientale” possa essere garantita attraverso la “diversità” interna al sistema. Ma tale diversità porta con sé anche il concetto di complessità, al punto che tale linea di pensiero possa essere riassunta nella frase “la
stabilità di una comunità è legata alla sua complessità” (Scossiroli R., Elementi di ecologia, Zanichelli, Bologna 1976) e, dunque, alla sua “diversità”.
È cosa nota che la maggior parte delle proposizioni attorno al tema della diversità, sia scientifiche che di senso comune, tendano ad esaltare il
155
ruolo ed il valore positivo che la diversità gioca nelle moderne società contemporanee. Ne è un esempio la Dichiarazione Universale sulla Diversità
&ulturale dell’Unesco (Unesco, Parigi, seduta del 2 novembre 2001), che la
ritiene come un valore universale da difendere e da favorire.
Eppure, tutta la cultura industriale, a partire dalla “rivoluzione” settecentesca fino ai culmini raggiunti con la tayloristica “produzione di serie”,
ha visto nella ricerca di un modello, di un tipo, di una norma unificatrice
di dimensioni e di gusti e, in una unica parola, di uno “standard”, il modo
più efficace per rispondere alle istanze dei Tempi Moderni. Tale visione
della modernità è stata condivisa da tutti i campi del sapere progettuale,
soprattutto dell’ultimo secolo.
Recentemente, dunque, sono emerse le contraddizioni insite nella visione
ideale di una “società di uguali”. Se l’uomo standard non esiste (Accolla
A., Design for All, Franco Angeli, Milano 2009), e con lui anche l’utopia di
luoghi e territori omologabili senza il rischio di effetti di disadattamento o
di disagio psico-fisico, sempre più la ricchezza di un progetto si relaziona
con la sua capacità di intercettare la molteplicità delle esigenze espresse
dalla multiutenza.
A partire da quest’ultima accezione, e condividendo la precedente visione
ecologica del rapporto tra stabilità, complessità e diversità, il Design for
All (DfA) si pone da circa un decennio quale approccio progettuale per la
diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza (Carta di Stoccolma,
2004). In particolare, se diversità è “(...) l’essere diverso, non uguale nè
simile” (Enciclopedia Italiana Treccani, voce “diversità”, 2013), il DfA ne
propone la valorizzazione attraverso il progetto, per una società più inclusiva ed equa.
La diversità, peraltro, rappresenta anche uno dei paradigmi della “identità” dei luoghi e dei gruppi sociali. La costruzione, nel tempo, dei caratteri identitari di un gruppo sociale o di un contesto territoriale, si forma,
infatti, a partire dalla consapevolezza di avere dei caratteri di originalità
che rende unici e diversi, rafforzando, appunto, il senso di appartenenza.
Se uno degli elementi che contribuiscono alla fragilità dei contesti territoriali è l’assenza valori e di caratteri ed elementi identitari, la definizione di
un percorso di condivisione e di inclusione dei valori, delle abitudini e dei
modi di vivere e di abitare i territori, valorizzando le differenze fisiche, sociali e culturali tra gli individui, appare un approccio strategico per favorire
processi di hyper-cycle territoriale.
156
L’approccio proposto dal DfA, strutturato attraverso percorsi di co-design,
propone di superare i concetti di semplice “accessibilità fisica” degli ambienti, ponendo al centro di una nuova “accessibilità inclusiva” la dimensione sociale del progetto. Ciò nell’idea che, pur riservando la giusta importanza agli aspetti di fruibilità fisica dei luoghi (hardware), non si possa
prescindere dagli aspetti delle relazioni intangibili tra gli individui (software), per garantire l’inclusione sociale e l’uguaglianza.
157
Rebecca Ciociola, Identità esclusiva, identità inclusiva, Roccascalegna (Ch) 2013
158
IL BRANDING
PER ABILITARE
I TERRITORI FRAGILI
Stefano Picciani
>UNICH
Il rapido affermarsi della globalizzazione comporta che anche paesi, città e territori debbano competere per la loro fetta di consumatori, turisti,
investitori, studenti, imprenditori ed eventi. Queste nuove dinamiche competitive, inoltre, stanno aumentando il peso e l’importanza dei processi di
brand management all’interno delle politiche e delle strategie di promozione e valorizzazione dei territori stessi. Da questo punto di vista, i territori
fragili sono anche quei territori che non riescono ad attrarre e a suscitare
un interesse attivo nei confronti delle loro risorse, competenze, conoscenze, cultura, beni materiali e ambientali.
In particolare, la fragilità così intesa, può esplicarsi in due differenti ambiti:
quello dell’identità di un territorio e quello dell’immagine di un territorio.
L’identità di un territorio, che per Bauman è diventata un problema e un
compito delle comunità nel momento in cui il confronto è risultato più
esteso e meno tutelato dai macro-sistemi di riconoscimento e protezione
locale, oggi si compie all’interno del confronto dialettico tra globalismo e
localismo. Implica la creazione di senso e la possibilità di riconoscimento
e di differenziazione e può essere espressione di identità plurali e stratificate nel tempo, ma anche di quelle sopite, inespresse o potenziali.
159
Ne segue che un territorio fragile non ha le idee chiare sulla sua identità
in quanto non possiede tutti i mezzi per creare un riconoscimento collettivo dei valori da condividere e supportare con coerenza, da tutti, nella
pratica quotidiana.
A differenza dell’identità, l’immagine di un territorio riguarda, invece, la
sua reputazione. Riguarda, infatti, la percezione del territorio che hanno le
persone che ne fruiscono o che potrebbero fruirne e include quell’insieme
di associazioni, ricordi, aspettative e altri sentimenti che sono legati al
territorio e che risiedono nella testa delle persone.
Un territorio fragile, conseguentemente, non ha una reputazione influente, cioè non riesce più ad avere, o molto probabilmente non ha mai avuto,
un’influenza forte e positiva sul modo in cui le persone, dentro e al di fuori
dei suoi confini, lo percepiscono, si comportano nei suoi confronti e reagiscono rispetto a ciò che viene prodotto e fatto al suo interno.
Ma la fragilità, vista da un particolare punto di vista, non è solo un aspetto negativo. Infatti alcuni studi nell’ambito delle scienze sociali ne hanno
individuato il valore vedendola come una virtuosa attitudine che consente
alla persona di sviluppare la capacità di “fare insieme”.
Da questo punto di vista, la fragilità che caratterizza l’identità e l’immagine di alcuni territori potrebbe offrire un terreno fertile per avviare una
loro valorizzazione e un loro processo di competitiva promozione. Se da un
lato, infatti, la fragilità di un territorio significa un’identità poco riconoscibile e, di conseguenza, un’immagine poco influente, dall’altro apre la strada alla possibilità di cambiare le sorti attraverso un processo di branding
territoriale inclusivo e abilitante.
Se le grandi trasformazioni economiche e valoriali che caratterizzano gli
ultimi anni impongono al territorio, quindi, di definire la propria identità
non più come fluttuante e autoreferenziale, ma come qualcosa che diventa
brand, la pratica ha dimostrato che quando questo si riduce alla creazione
di un nuovo logo, di una campagna pubblicitaria e all’organizzazione di
una serie di eventi e iniziative per attirare più turisti, molto spesso è percepito più come qualcosa di imposto e quindi non sempre condiviso dagli
abitanti interni, con ricadute negative sulla promozione e valorizzazione
del territorio stesso.
Nella formazione del brand, infatti, giocano un ruolo chiave due elementi
apparentemente coincidenti, ma in realtà ben distinti tra loro: il contesto
sociale nel quale viene prodotta l’intera gamma dell’offerta territoriale, e
160
i destinatari, ossia i suoi potenziali fruitori. Quando il branding e, in particolare, il branding territoriale, mette su processi di costruzione e valorizzazione dell’identità territoriale pensando solo ai destinatari, elimina il
passaggio fondamentale di radicarla nel contesto in cui è generata e che
a sua volta contribuisce a formare.
Per questo è opportuno un processo di branding territoriale inclusivo e
abilitante. Inclusivo perché dovrebbe generare una consapevolezza collettiva dell’identità e una visione condivisa dei valori territoriali e delle scelte
strategiche da perseguire all’interno di scenari e percorsi di valorizzazione
del territorio. Abilitante perché dovrebbe mettere in grado il territorio di
comunicare se stesso, orientare, accogliere e inspirare in maniera efficace e veramente competitiva.
Un branding territoriale inclusivo e abilitante, inoltre, è anche il frutto
dell’incontro virtuoso con l’approccio alla progettazione del Design for All,
il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza.
161
Immagina estratta da Lotus n.101 “Tutto è
paesaggio”
162
ORDITURE DEL
“TERZO SPAZIO”
RIUSO DELLE
AREE PRODUTTIVE
AGRICOLE:PREMESSE
PER LA RICERCA
Paola Misino
>UNICH
Nel 1968 negli Stati Uniti J.F. Hart in un articolo pubblicato su Economic
Geography (Hart J.F., Salisbury N.E., Smith E.G, The dying village and some
notions about urban growt, in «Economic Geography», n. 44, 1968) adottava il termine “città dispersa” alludendo ad un sistema di insediamento rurale simile alla città ma con le edificazioni (residenze, centri commerciali,
centri della vita comunitaria, centri di quartiere) disperse per il territorio
e separate l’una dall’altra da zone di aperta campagna. Successivamente
alla progressiva urbanizzazione delle campagne, il termine, più genericamente, è entrato nel linguaggio della cultura architettonica, identificando
la perdita della forma della città “compatta” a vantaggio di una continua
estensione urbana, più o meno fitta, su gran parte del territorio compreso
tra nuclei urbani. Vent’anni dopo in Italia tale fenomeno ha costituito il
centro di un ampio dibattito sulle trasformazioni del territorio in cui le
cause sono state in buona parte attribuite alla propagazione di episodi
urbani verso la “campagna”, lasciando in secondo piano le alterazioni
dell’ambiente rurale/agricolo che, invece, contemporaneamente segnavano delle tappe fondamentali di un’evoluzione quantomeno irreversibile.
Com’è noto infatti, soprattutto negli anni ‘90, le discipline sullo studio dei
163
fenomeni di trasformazione urbana hanno catalizzato per lungo tempo
l’attenzione sulle nuove tendenze insediative (soprattutto terziarie e produttive) connesse all’espansione urbana “diffusa” determinando una presa di coscienza culturale, sullo stato di fatto della trasformazione avvenuta da cui il progetto urbano non poteva più prescindere.
Per contro, probabilmente anche a causa di economie profondamente diverse, la questione vista nella direzione opposta, cioè dalla “campagna”
verso i nuclei urbani, è rimasta in secondo piano, fatta esclusione per gli
studi demografici e geografici che nel tempo hanno restituito i dati allarmanti riguardanti il drastico svuotamento di popolazione delle aree rurali
interne, a vantaggio della vita urbana.
Dal 1970 al 1995, tra “esodo rurale” ed espansione urbana il territorio
detto delle frange urbane subisce in modo crescente, la perdita di suolo
destinato all’agricoltura. La terra sottratta viene abbandonata ad un “incolto sociale” oppure rimane in attesa di una conversione generalmente
ad usi urbani. Nelle discipline legate alla geografia rurale con la nozione
di “incolto sociale” si fa riferimento a quei terreni che, malgrado l’ottima
qualità, vengono lasciati improduttivi da parte dei loro proprietari. Questo
fenomeno rappresenta una conseguenza del mutare delle condizioni sociali ed economiche complessive verso una miglior livello di qualità della
vita dell’ex-coltivatore o delle sue aspettative potenziali.
La gestione di questi territori “fragili” è rimasta silenziosa e nascosta fino
a quando negli anni duemila è entrata in gioco l’emergenza di tutela del
territorio, derivante dal pericolo incombente di un uso incontrollato di occupazione del suolo naturale. Dall’ultimo resoconto ISTAT 2012, risulta che
negli ultimi dieci anni, in Italia l’espansione urbana ha prodotto una perdita di territorio pari a quarantacinque ettari giornalieri.
Questa urgenza di “salvare” quel che resta del paesaggio naturale diviene
l’immagine culturale del nostro tempo, spesso deviata da un’idea forzata
di ecologismo “a tutti i costi”: tutto parla di una necessità impellente di
ritorno alla terra, di ritrovare pezzi di campagna negli spazi interstiziali
ai margini delle città, di scoprire condizioni di vita bio-sostenibili; questo
moto legato al turismo naturalistico, “pulito”, che si sta diffondendo se
da un lato alimenta economicamente la rinascita di un buon numero di
medio/piccole aziende agricole, dall’altro radica i presupposti su criteri
fortemente artificiali, individuati spesso con il termine “agri-urbanismo”,
di cui ne è premonitore Pierre Donadieu nel 1998 in &ampagnes Urbaines.
164
Tra i requisiti di questi territori “di conquista” ci devono essere la facile
accessibilità stradale, la presenza di un punto agroalimentare biologico,
spesso inserito nelle guide enogastronomiche, la presenza di servizi per
passare il tempo (posti letto, centri benessere per il corpo, maneggi, laghetti artificiali per la pesca, vicinanza con sentieri escursionistici...).
La rete che si sta consolidando in Italia che unisce le città con questi “punti campagna”, nasce anche grazie alle possibilità di ottenere co-finanziamenti pubblici offerti dal Piano Strategico Nazionale dello Sviluppo Rurale
per quegli ambiti amministrativi classificati come “aree rurali”, in base al
numero di abitanti inferiore a 150 a Kmq (Galli M., Marraccini E., Lardon
S., Bonari E., Il progetto agrourbano: una riflessione sulle prospettive di
sviluppo, in «Agriregioneuropa», n. 20, 2010). Dunque, sono escluse da
possibili incentivi economici le riqualificazione tutte le ex aree agricole
a ridosso dei centri urbani; luoghi più densi di popolazione in cui, nella
maggioranza dei casi, si conserva invece una forte matrice rurale insita
nella marcata presenza di “famiglie-aziende” che culturalmente provengono dalla campagna.
Da questa fusione tra tradizioni legate al lavoro della terra e nuove funzionalità urbane, sembra essersi fatta strada da sé una tra le espressioni
più emblematiche di reinterpretazione sociale di un territorio nato con
altri usi. L’ambiguità, la fragilità di questi luoghi si connota in una sua
riconoscibilità, in un “terzo spazio” (Vanier M., La relation “ville/campagne” excédée par la périurbanisation, in « Cahiers français», n. 328, 2005),
in cui la tensione tra origine contadina e trasformazione urbana è insita
nella forma dell’abitazione.
I terreni su cui sorgono queste costruzioni sono caratterizzati in genere
da un recupero parziale della funzione agricola originaria e, perciò, costituiscono delle isole nel mare incolto di territorio in attesa di una destinazione. La funzione agricola rappresenta per la gran parte dei casi un
occupazione marginale che integra economicamente l’attività principale
della famiglia e spesso diviene anche un modo per usufruire dei terreni
catalogati dalla legge “ad uso agricolo” anche quando, di fatto è consolidata un’altra attività dalle caratteristiche più urbane.
Tuttavia non si può negare che l’agricoltura, soprattutto nell’Italia centrale
e del sud, continua a caratterizzare queste aree. I volumi, infatti, occupano generalmente la fascia che costeggia la strada di accesso principale,
lasciando sul retro ampi spazi coltivati. Le abitazioni sono ben distinte dai
165
capannoni produttivi e, nel loro insieme, dichiarano una riconoscibilità rispetto alle “villette” provenienti dall’espansione urbana. È evidente come
l’insediamento cambi nelle dimensioni e nelle economie produttive man
mano ci si avvicini a centri più industrializzati come l’area padana. In Abruzzo, si fa riferimento a quegli insediamenti produttivi minuti, a conduzione
familiare, che però nel loro insieme segnano notevolmente il territorio.
Abitazione e locale produttivo annesso sembrano provenire dagli impianti
tradizionali della campagna; nella distribuzione interna la casa è rimasta
ancorata ad eredità di archetipi rurali, mentre il capannone sembra libero
da ogni vincolo funzionale ed esprime, negli intenti, la volontà di un adeguamento alle necessità produttive urbane, con tempi e modalità rinnovabili: lo spazio assume significati diversi che si articolano tra il laboratorio
artigianale (falegnameria, fabbro...), il mobilificio, l’officina, il negozio...
L’immagine contemporanea di questi luoghi appare come l’esito di una
complessa intersezione tra le strutture esistenti e le loro innovazioni. Sia
le permanenze del precedente paesaggio agricolo che le nuove edificazioni hanno subìto la stessa trasformazione di senso verso un processo di
urbanizzazione che comunque mantiene “salva”, almeno in parte, la forte
identità proveniente dalla cultura della campagna.
Le attività produttive agricole vengono mantenute ma declassate a favore
di un nuovo significato che, come necessità primaria, esprime la versatilità al cambiamento, l’adattabilità ad ulteriori mutamenti. Rispetto all’archetipo originale, la forma architettonica si svincola dalla sua funzione: il
locale produttivo che in principio si identificava nella stalla, nel pagliaio,
nel silos diviene contenitore dell’evoluzione degli usi, pensato per evolvere, trasformarsi nei suoi contenuti, includendo già nelle intenzioni della
realizzazione, le potenzialità del riuso; la sua identità risiede nella sua
possibilità di modificazione.
Sono queste situazioni che affrontano, in un certo senso “spontaneamente”, delle importanti tematiche di ricerca del progetto contemporaneo
da cui fino ad ora ne sono rimaste escluse. Nella storia dell’architettura
recente, la congiunzione tra abitazione e lavoro riguarda esclusivamente
l’insediamento isolato e trova una molteplicità di esempi in cui il committente è un professionista con la necessità di includere il proprio studio alla
casa. Infatti, mentre gli studi condotti in Italia su questo fenomeno territoriale, hanno un importante valore descrittivo-analitico, manca fino ad ora
il passaggio al progetto alla scala architettonica che attraverso la lettura
166
di questi insediamenti esistenti potrebbe svilupparne le potenzialità per
esempio alterandone la struttura di casa singola e spingendosi verso il
tema dell’edificio denso.
Nuove strade di ricerca legate al tema del riuso/tutela del territorio, potrebbero includere queste forme di soluzioni/compromesso nate tra le
orditure lasciate dalla storia del luogo e che però non interferiscono con
la sua trasformazione: nell’azienda-famiglia convivono le nuove funzioni
di servizio alla città e il recupero delle tracce agricole può essere inteso
come patrimonio di supporto familiare e come sistema di autotutela del
territorio naturale.
167
Roberto Filippetti, Vuoti residuali – Coda della Cometa, Roma 2012
168
UN PAESAGGIO
AGRICOLO PER
LA CITTÀ DIFFUSA
INDIRIZZI DI RICERCA
Andrea Bruschi
>UNIROMA1
I territori periurbani sono distinti da una edificazione caotica e parziale
segnata da interventi pianificati o spontanei, realizzati per aggiunte successive. A nuclei originari di borghi e borgate si sommano agglomerati a
matrice tipologica eterogenea. Ne deriva un tessuto estensivo, composto
di episodi separati e giustapposti. Il quadro derivante da questo mosaico
di interventi è quello di una città aliena dai modelli consolidati e priva di
centralità significative. Una “città senza città” cresciuta per addizione sulla speculazione edilizia.
Questo incontrollato sviluppo urbano fa temere un analogo destino per
le aree rimaste vuote, sostanzialmente in attesa di rientrare nel meccanismo della saturazione non appena la congiuntura economica o politica
si mostri favorevole. Ma per quanto sembrino condannate a costituire la
riserva per un sistema fossilizzato sull’edilizia, le aree inedificate, sospese
fra un passato agricolo in parte perduto e un incerto futuro, rappresentano
la principale occasione di riscatto per territori preda dello sprawl urbano
e dell’abusivismo.
Lasciare questi ambiti nello stato in cui si trovano equivale ad attendere
che si compia il loro destino a scapito delle potenzialità di recupero di una
169
città dalle vocazioni ancora inespresse. Si tratta invece di inserire questi
vuoti dell’abbandono e dell’attesa in un nuovo ciclo di vita che generi una
mutua e positiva interazione con il già costruito.
Evitare la saturazione delle aree libere significa lasciare spazio per operazioni di rigenerazione urbana in una congiuntura nella quale non è più
credibile un’economia basata sul consumo di suolo. Occorre dunque studiare strategie d’intervento globale assecondando le vocazioni territoriali
esistenti in nuce piuttosto che imponendo “risolutivi” modelli di città da
accostare ai precedenti, alla ricerca di identità nuove ma prive di rapporti
autentici con i territori e la loro storia.
Questa ipotesi di lavoro ritiene cioè possibile il recycling dei settori degradati della città diffusa ponendoli in sinergia con la originaria natura agricola dei territori periurbani sui quali si estendono. Si ipotizza un modello di città diffusa integrata con un’agricoltura di alto livello, intesa come
strumento di riqualificazione ambientale.
Legata ai temi della città giardino, la città estensiva si rivela spesso priva
degli elementi di benessere che promette, derivanti dalla bassa densità
e dal rapporto con lo spazio aperto. Proprio il vuoto appare di frequente
privo di qualità. La sfida delle periferie urbane frammentarie e discontinue è individuare nuovi ruoli per i vuoti senza contare su risorse pubbliche
non più disponibili ma configurando economie dall’interno del territorio,
ovvero a partire dall’assetto stesso della città diffusa al di là di una sua
improbabile revisione.
Lo studio delle prospettive di queste aree non può prescindere dalla precisazione dell’idea di città già parzialmente tratteggiata in quella esistente.
È necessario però rivedere le linee interpretative del tema passando attraverso le categorie progettuali del paesaggio (urbano) piuttosto che della
città consolidata. Per immaginare una strategia che, a partire da diverse
modalità di utilizzo dei vuoti, ne rilanci lo sviluppo qualificando la città
estensiva nella sua interezza.
Un programma di riciclo delle aree residuali della città diffusa dovrebbe
adottare una “strategia del vuoto”, termine impiegato in contrasto con la
consuetudine della densificazione, oggi non più praticabile.
Questa azione di valorizzazione dei vuoti e, indirettamente, dei tessuti circostanti, dovrebbe perseguire sinergicamente una serie di obiettivi concatenati: la riduzione della tendenza allo sprawl edilizio, l’introduzione di
forme di reddito diversificato ancorato al territorio e alle sue potenzialità
170
inespresse, il riassetto del paesaggio urbano in ordine alla realizzazione
di un’idea di città più confacente alla vocazione di città giardino dei tessuti
estensivi. Obiettivo prioritario di tale operazione è l’individuazione di un
modello urbano che associ in una “configurazione positiva” il panorama
del costruito con un piano degli usi dei vuoti residuali, al fine di contribuire
a una nuova idea di città per la città diffusa.
Una prima complessità dell’operazione è legata alla natura stessa delle
aree. Queste hanno assunto negli anni le più varie destinazioni d’uso: talune sono occupate da disparate attività commerciali, produttive e di altra
natura, altre conservano a stento l’uso agricolo originario, altre versano
in stato di abbandono mostrando scarsa attitudine a vocazioni alternative
all’edificazione selvaggia.
Si evidenziano almeno tre diverse tipologie di vuoto.
1. Esigue strisce di suolo non lottizzate che ospitano ogni sorta di attrezzature: depositi a cielo aperto, capannoni per attività artigianali, rivendite, centri sportivi e altro. Inizialmente occupate forzando le destinazioni urbanistiche, queste aree hanno generato nel tempo una parte
non trascurabile delle attività economiche dei comparti urbani. Una
frazione di tali attività è all’origine di un diffuso degrado ambientale,
tanto da ritenerne opportuna una difficile delocalizzazione.
2. Appezzamenti a destinazione agricola. Sono aree che hanno conservato l’uso precedente l’urbanizzazione diffusa. Da queste può partire
un processo di recupero globale centrato su un’idea di paesaggio urbano agricolo e forestale.
3. Terreni abbandonati, ambiti incolti lasciati alla vegetazione spontanea spesso all’origine di incendi o trasformati in discariche abusive.
Sono le aree a ridosso delle lottizzazioni, in attesa di essere costruite
legalmente o abusivamente al primo sentore di un nuovo condono edilizio. Sebbene siano quelle di maggior valore fondiario queste aree non
hanno alcun ruolo produttivo. Sono lotti interstiziali a volte di notevole
dimensione, quasi sempre elementi di pesante compromissione del
paesaggio urbano e sociale.
Particolari difficoltà pongono i vuoti all’interno del costruito pianificato
destinati a soddisfare lo standard normativo del verde pubblico ma privi
di manutenzione. Ne sono un esempio le aree interne ai PEEP di scala
media e grande, ambiti in perenne stato di provvisorietà destinati a pesare
sulla collettività direttamente o indirettamente.
171
La definizione del ruolo propulsivo di queste aree deve partire dalla individuazione di un sistema virtuoso di attività economiche dal quale innescare il processo di rinnovamento. Al di là della congiuntura negativa del
mercato immobiliare, non è possibile chiedere ai proprietari delle aree
libere di rinunciare all’edilizia se non si propone in cambio un ventaglio
di attività redditizie, funzionali alla strategia di riqualificazione. Nell’ottica
di un’economia di periodo medio lungo si tratta di individuare una gamma di usi del suolo puntando su una agricoltura di alto livello costituente
filiere complesse multiesito. Ovviamente, trattandosi della generazione di
una diversa struttura economica territoriale, è richiesta una operazione di
grande impegno scientifico, politico e amministrativo. È necessario cioè,
oltre alla verifica della loro fattibilità, incentivare queste catene produttive
con una promozione di vasta scala, incoraggiarle con una adeguata politica fiscale, aiutarle nella fase di start up con cospicui investimenti, curarne
la manutenzione in fase operativa. Oltre a generare una economia stabile,
il nuovo ruolo dei vuoti diverrebbe elemento di qualità ambientale per gli
intorni costruiti.
In prima analisi si ipotizza una prospettiva di sviluppo basata su azioni di
forestazione urbana, produzione di biomasse, derrate alimentari da agricoltura biologica e solo in minima parte realizzazione di servizi pubblici
urbani di alta qualità architettonica.
Dal punto di vista della forestazione si immagina per esempio una filiera
che a partire dalla produzione di frutta di alta qualità – indicativamente
ciliegia e noce se adatte ai fitoclimi e alle tipologie di suolo incontrate –
porti in seguito alla produzione di legno pregiato e alla sua lavorazione e
esportazione. In alternativa forestazioni di essenze a breve turno di ceduazione o altro, in base all’esito degli indispensabili studi specialistici da
effettuarsi caso per caso.
Molte aree in abbandono diverrebbero in breve alberate, solo alcune destinate a impianti di trattamento, stoccaggio e lavorazione del legno.
Sono inoltre ipotizzabili colture energetiche poliennali come la canna comune e il miscanto, e colture di “prato pronto”, materiale pregiato per la
realizzazione di giardini.
Non secondarie appaiono le potenzialità della produzione di oli vegetali.
La colza e il girasole, che nel periodo di fioritura divengono bellissimi tappeti colorati, costituiscono le principali essenze per la produzione di biocarburanti a basso impatto ambientale. L’uso dei loro oli è però esteso ad
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altre attività, anche industriali. Ulteriori colture di oleaginose sperimentabili sono il ricino, il tabacco energetico, la brassica carinata e il cardo.
Non è infine da trascurare la produzione di derrate alimentari, in particolare da agricoltura biologica o l’uso di questi spazi per campi fotovoltaici.
Si tratta in sintesi di definire una realistica gamma di usi del suolo e approfondirne, mediante un confronto pluridisciplinare, tutti i passaggi e le
componenti, fino agli impianti e alle costruzioni necessarie ai sistemi di
trattamento e distribuzione. Non stiamo quindi pensando a un progetto
urbano tradizionale ma a un accettabile spettro di possibilità d’uso del
suolo alternativo all’edilizia e in grado di configurare economie restituendo qualità al territorio nella sua interezza.
Il paesaggio urbano rimane un integrale di forze economiche. Queste sono
però indirizzate verso la generazione di spazi destinati a dare salubrità e
qualità ambientale alle aree circostanti, aumentandone il valore edonico
e provvedendo autonomamente alla manutenzione sulla sola base della
vocazione naturale e del ciclo produttivo.
Ne deriva un’idea di paesaggio in evoluzione, non perimetrabile all’interno
di un disegno di architettura. Un paesaggio composito, mutevole e prevedibile solo nella misura in cui le attività da impiantare appartengano alla
gamma di opzioni consentite da un rigoroso sistema normativo pensato
ad hoc. La città diffusa potrebbe essere il risultato di una integrazione fra
meccanismi di uso del suolo pregressi e futuri, destinati a configurare un
mosaico di costruito e colture, un paesaggio ecologico e in divenire.
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Riccardo Vlahov, Ex zuccherificio Eridania a Codigoro, 2011
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DISEGNARE LA CITTÀ
DEL FUTURO
Piero Orlandi
>UNICAM
Con il titolo Disegnare la città del futuro, l’Istituto Beni Culturali dell’EmiliaRomagna ha organizzato una tavola rotonda al Salone del Restauro 2013
di Ferrara, lo scorso 22 marzo. Il principale obiettivo era quello di mettere
a fuoco il contributo che l’IBC può portare alla ricerca PRIN Re-cycle Italy,
alla quale partecipa come unico soggetto istituzionale con competenze
territoriali. Si trattava di verificare con gli interlocutori presenti – rappresentanti della Regione Emilia-Romagna, del Comune capoluogo regionale
e delle Unità di ricerca attive presso le Università – le modalità con cui
eseguire una mappatura dei fenomeni in atto nella regione, e lo spazio
di miglioramento-aggiornamento della normativa regionale urbanistica:
quanto insomma la legge urbanistica regionale, la 20 del 2000, approvata
in tempi in cui ancora l’obiettivo primario della pianificazione era il governo dell’espansione urbana, può essere efficace strumento di incentivazione dei processi di rigenerazione e riciclo di aree vuote o dismesse.
Il paesaggio urbano che va creandosi ogni giorno di più nelle città italiane
è oggi il frutto di trasformazioni sociali, antropologiche, economiche, forse
tecnologiche, che interagiscono liberamente, di fronte all’impotenza sempre più evidente di pianificatori, architetti, conservatori. Che continuano
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ad esserci, a lavorare sulla città e a tenerla al centro delle loro riflessioni, molto meno delle loro azioni. Che, quando riescono a materializzarsi,
sono per lo più puntuali, episodiche, transeunti: un grande restauro, un
nuovo edificio che di solito risponde più alle logiche della comunicazione
che dell’architettura, un piano di settore che apre o chiude il traffico in una
via, regolamenta la raccolta di rifiuti in un quartiere o le regole per i dehors
in una strada del centro.
Al fianco di questa snervante fatica, e con logiche che paiono dettate da un
mondo parallelo, la vita (e la morte) delle città corre ai suoi ritmi elevati.
Crisi economica, mutazioni di stili di vita e di abitanti producono di giorno
in giorno nuove aree degradate o abbandonate, altri edifici svuotati da trasferimenti, chiusure, dismissioni, insomma materiali che si apprestano a
diventare rovine da riabilitare.
Gruppi di rabdomanti degli spazi urbani indecisi si dedicano, con frequenza sempre maggiore, a mappare questi luoghi, le cui fotografie identificative compaiono nei tanti siti web dedicati al residuale, allo scarto lasciato
dai processi di invecchiamento delle città; si moltiplicano tesi di laurea,
concorsi fotografici, e spesso anche di architettura, i cui esiti, pur se spesso inattuati, propongono se non soluzioni, almeno riflessioni utili al dialogo, più o meno partecipato.
Il che è comunque un bene, a volte anche un successo; perché è certamente molto utile disseminare idee in un terreno, come quello dell’opinione comune espressa dalla maggioranza dei cittadini dell’Emilia-Romagna
di oggi, radicalmente ostile all’innovazione formale.
Negli anni Settanta, quando i processi di sostituzione in atto nelle città
storiche furono progressivamente bloccati dal consolidarsi dei piani e delle pratiche conservative, si posero le basi per una prima consapevolezza
normativa, con i piani di recupero della legge 457 del 1978. Erano gli albori
del tema del recupero urbano, per allora a dire il vero prevalentemente
edilizio, o di comparto. E al cento per cento residenziale. Comunque sia,
con almeno un ventennio di pratiche di questo tipo, le aree centrali delle
nostre città si sono in larga misura risanate, almeno rispetto allo stato in
cui erano quarant’anni fa.
Poi si è passati non facilmente all’idea di riuso, e anzi, con non pochi conflitti tra questa pratica – storicamente consolidatissima in un paese come
l’Italia – e l’atteggiamento iper-conservativo delle soprintendenze statali,
molto restie a consentire cambi di uso di edifici storici. E dire che spolia-
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zioni e riutilizzo di parti di edifici, operate nei secoli scorsi, sono evidenti in
tutti i nostri maggiori centri storici. Tuttavia, le resistenze burocratiche e
istituzionali cominciavano in quegli anni a saldarsi con una opinione pubblica sempre più larga, e il luogo comune risultante diventava l’espulsione necessaria del contemporaneo fuori non solo dalle mura, ma perfino
dalla città consolidata della prima periferia. E al tempo stesso il restauro
diventava una pratica sottomessa a una teoria sempre più nelle mani degli
storici dell’arte anziché degli architetti.
Oggi si può sostenere che l’espansione urbana di quegli anni Ottanta e
Novanta ha reso secondaria la pratica della costruzione della città su se
stessa, che avrebbe permesso di non fagocitare verde, agricolo e naturale, e larghissime porzioni di paesaggio extraurbano. Ma forse si può
dire anche, in una certa misura, che la tutela dell’esistente ha facilitato
l’espansione, e almeno è andata nella stessa direzione di marcia. Non ci
si è accorti che edificato di pregio storico e edilizia qualunque venivano avvicinati troppo in un unico concetto di “patrimonio edilizio esistente”, con
cautele conservative a dir poco eccessive per gran parte degli elementi di
un insieme sostanzialmente mal definito.
La conseguenza è stata che tra centro storico ed espansione della città
stava, ed è rimasta, una grande area grigia, trascurata dal piano e dai progetti, che avrebbe invece dovuto costituire il campo di esercitazione della
densificazione edilizia necessaria: la periferia storica, o città consolidata,
ricca di aree industriali, militari, ferroviarie progressivamente dismesse e
rese disponibili per una qualificazione che tarda a venire.
Oggi abbiamo imparato a riconoscere il paesaggio in ogni luogo, sia dentro
la materia stessa dell’architettura urbana sia dentro i vuoti dello sprawl
territoriale o della città diffusa. E ci chiediamo: è possibile che la nuova
filosofia ecologica ed economica del riciclo sia assunta in una visione non
soltanto episodica e frammentata nei singoli casi ma pianificata – come
si diceva una volta – o almeno coordinata? Il tema, in altre parole, è come
si tiene insieme l’attenzione sempre più diffusa al riciclo con la necessità
di un’idea di città intesa come la si intendeva al tempo del piano urbanistico. Saremo in grado di eseguire mappature delle aree e degli edifici
inutilizzati e disponibili per nuovi usi, non limitandoci a prenderne atto
ma affiancando agli elenchi delle priorità pubbliche, delle strategie per
la collettività urbana? Dato per scontato che l’urbanistica è una pratica
che ai già pesanti problemi di prima – incapacità a governare le trasfor-
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mazioni attraverso una serie di processi burocratizzati più che attraverso
un disegno conseguente a un pensiero – aggiunge ora i problemi della
crisi economica e politica, e dunque sembra priva di un pensiero forte, o
almeno vitale. Può esser sufficiente non consumare nuovo suolo, usare
ciò che esiste al suo diverso livello di qualità, densità, funzionalità, appeal,
per esprimere la personalità propria di quella città, di quella comunità?
Ancora: il progetto per rigenerare una periferia degradata sarà diverso – e
come? – da quello per riqualificare un quartiere privo di servizi, e da quello
per costruire un pezzo di città dentro un vuoto urbano centrale derivante
dalla demolizione di un ex mercato, o ancora da quello per ri-funzionalizzare-riusare uno dei tanti edifici del centro che hanno compiuto un loro
ciclo di vita (ospedaliero, militare, scolastico, cinematografico, burocratico, ecc.)? Come sarà possibile avere un pensiero creativo per tutto ciò, un
pensiero coordinato con una visione (al di sopra) e con una organizzazione
(al di sotto) capace di integrare attori minuti, sminuzzati, plurimi, contrastanti, finanziariamente deboli ma economicamente affamati?
In questo quadro di intervento sull’esistente, sempre più raffinata deve
essere l’abilità di riconoscere e diversificare il vincolo (rigoroso) dall’attenzione (più permeabile), la cautela dalla libertà assoluta; perché tessuti
molto rigidi e aree molto più molli pretendono comunque un rango urbano
almeno dignitoso, se non addirittura prestigioso.
L’IBC è naturalmente portato a stimolare queste domande, e per quanto
possibile a creare le condizioni per provare a dare risposte. L’occasione
data dalla ricerca PRIN Re-cycle Italy sembra adatta a facilitare il compito, per la qualificata partecipazione scientifica e disciplinare. Quel che si
propone, è di favorire un approccio culturale rinnovato alle pratiche del
progetto urbano, traendo dalla mappatura dei luoghi a scala regionale il
ricorrere e il diversificarsi delle tipologie di vuoto, di degrado, di sottoutilizzato, di obsoleto, e stimolando poi gli assessorati regionali competenti
in materia di urbanistica e ambiente a riflettere su questi argomenti e a
mettere mano alle conseguenti revisioni normative. Una prima occasione di verifica della metodologia da seguire potrà essere messa a punto
nei prossimi mesi prendendo a campione l’area metropolitana bolognese,
con una mappatura che riguarderà principalmente gli edifici pubblici, ma
senza escludere i casi più importanti di aree private già disponibili ad una
trasformazione urbanistica; verificando anche, con l’occasione, un tema
sempre più ricorrente e di successo, quello degli usi temporanei, del riu-
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so leggero, che impone snellimento di procedure autorizzative e adozione
di criteri di sicurezza semplificati. Per togliere dall’abbandono gli edifici
vuoti anche solo per periodi determinati, consentendo nel frattempo una
minima manutenzione e gestione degli stessi, è decisiva la messa in rete
della banca dati del dismesso, attraverso la realizzazione di piattaforme
informatiche agili e di facile accesso, non scartando la possibilità di implementazione da parte del pubblico, fatti salvi gli accurati controlli e il
monitoraggio continuo delle informazioni.
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Finito di stampare nel mese di settembre del 2013
dalla « ERMES. Servizi Editoriali Integrati S.r.l. »
00040 Ariccia (RM) – via Quarto Negroni, 15
per conto della « Aracne editrice S.r.l. » di Roma
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Re-It
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Recycland
Recycland è il quarto volume della collana Re-cycle Italy. La
collana restituisce intenzioni, risultati ed eventi dell’omonimo
programma triennale di ricerca – finanziato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca – che vede coinvolti
oltre un centinaio di studiosi dell’architettura, dell’urbanistica e
del paesaggio, in undici università italiane. Obiettivo del progetto Re-cycle Italy è l’esplorazione e la definizione di nuovi cicli di
vita per quegli spazi, quegli elementi, quei brani della città e del
territorio che hanno perso senso, uso o attenzione. La ricerca è
fondata sulla volontà di far cortocircuitare il dibattito scientifico
e le richieste concrete di nuove direzioni del costruire, di palesare i nessi tra le strategie di ridefinizione dell'esistente e gli
indirizzi della teoria, di guardare al progetto quale volano culturale dei territori.
recycland
Recycland fonde due questioni: la prima insiste sulla revisione
del progetto a fronte della crisi della modernità e del conseguente dialogo del progetto stesso con termini e concetti quali
re-cycle o new cycle e con gli universi economici e biologici da cui
derivano i due termini, la seconda investe la terra, il nuovo terreno di riferimento del progetto o meglio come questo oggi non
possa prescindere dal waste che il precedente ciclo ha lasciato
sul campo.
Postproduzioni ed altri cicli oltre la crisi della modernità e per un
nuovo metabolismo urbano sono le due tracce che, a partire dalla revisione degli strumenti dell’architettura e dell’urbanistica e
dall’osservazione delle macerie che caratterizzano il paesaggio
contemporaneo, direzionano lo sguardo verso la definizione e la
necessità di un pensiero per la città futura.
isbn
978-88-548-6270-8
Aracne
euro 24,00
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