dispense cap. 3 - Docenti Università di Siena

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dispense cap. 3 - Docenti Università di Siena
Lezioni sviluppo e crescita 2016-17
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11/08/2016
Capitolo 3
La teoria marginalista o neoclassica
1. Origini della teoria marginalista o neoclassica
Negli ultimi trent'anni del XIX° secolo si afferma la teoria economica "marginalista"
radicalmente diversa da quella antecedente Classica esposta nel capitolo 1. Elemento centrale di tale
teoria era l’idea che non vi fosse una distribuzione del reddito “naturale” fra le classi sociali –
ovvero oggettivamente dettata da qualche legge iscritta nelle cose -, ma che essa dipendesse dai
rapporti di forza fra le stesse classi. Questa impostazione era già stata corrotta da autori di poco
successivi a David Ricardo. Altri autori, come i socialisti ricardiani e Marx, avevano invece tratto
dall'impostazione teorica classica implicazioni piuttosto radicali circa la natura della distribuzione
del reddito nella società capitalista, implicazioni tanto più pericolose per lo status quo in quanto
fondate sulle analisi di colui che era considerato il più grande degli economisti borghesi, David
Ricardo. Quanto la teoria marginalista sia stata una risposta a tali implicazioni è un problema
aperto. La questione più scottante era, evidentemente, quella dell'origine dei profitti, "residuale"
secondo la teoria classica (ciò che rimaneva del prodotto sociale una volta detratti i salari per i
lavoratori); legata al "sacrificio" che comporta l'accumulazione di capitale (sacrificio in termini di
rinuncia a consumare il prodotto allo scopo di investirlo) secondo la nuova impostazione. Il termine
oggi in voga per definire il marginalismo è di teoria "neo-classica" in seguito al tentativo,
soprattutto dell'economista inglese Alfred Marshall (1842-1924), fra i fondatori del marginalismo,
di rivendicare una continuità fra la vecchia impostazione (Classica) e la nuova. Chi ritenga però che
tale continuità abbia scarso fondamento, farà bene ad usare il termine "teoria neoclassica" con molta
consapevolezza. In voga per definire la teoria marginalista, soprattutto nei moderni manuali di
macroeconomia, è anche il termine di teoria “classica” – termine che invero introdusse lo stesso
Keynes per definire la teoria tradizionale -, quasi ad abolire del tutto la distinzione fra gli
economisti classici (Smith e Ricardo) ed i marginalisti. Uno studente universitario saprà ben
distinguere a seconda del contesto i casi in cui “classici” si riferisce agli economisti classici
propriamente detti da quelli in cui si riferisce ai fondatori del marginalismo. Ovviamente in questo
manuale il termine “classici” verrà impiegato nella prima, più corretta, accezione.
L’obiettivo che ci riproponiamo è di studiare la determinazione del livello e della
distribuzione del reddito nazionale (o prodotto nazionale) secondo gli economisti marginalisti. Al
cuore di tale determinazione vi sono, di nuovo, curve di domanda e offerta, non dei beni però, ma
dei ‘fattori produttivi (capitale e lavoro per semplicità). L’offerta dei fattori (come il lavoro, il
capitale [risparmio], le terre) proviene dalle famiglie. La domanda di fattori proviene dalle imprese
sulla base della loro convenienza ad utilizzarne di più o di meno. Dall’incrocio di domanda e offerta
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otteniamo il prezzo di ciascun fattore (in particolare: salario per il lavoro, saggio di profitto per il
capitale) e la quantità di esso utilizzata in produzione. Conoscendo la quantità di fattori utilizzata in
produzione veniamo anche a conoscere la quantità di prodotto nazionale.
Come si vede per gli economisti marginalisti, la determinazione di reddito e distribuzione è
simultanea, per cui l’una influenza l’altra - per esempio se i salari non sono quelli di equilibrio, ciò
influenza direttamente i livelli di impiego del lavoro e della produzione. Nell’approccio Classico,
invece, la determinazione della distribuzione non è automaticamente connessa a quella del reddito
nazionale (per cui, per esempio, i salari reali possono variare senza che ciò abbia effetti automatici
sulla produzione).
Supporremo dunque una economia in cui è prodotto un solo bene, per esempio grano.
Questo semplifica molto l'esposizione e ci permette di concentrarci sul problema della teoria
marginalista della distribuzione e del livello del reddito esulando la teoria marginalista dei prezzi di
cui è necessario occuparsi per misurare il reddito in un mondo a più beni.1
2. Fattori e funzione di produzione
I requisiti della produzione, cioè le risorse che con le tecnologie socialmente disponibili
sono necessarie per ottenere il prodotto sociale, sono dette dai teorici marginalisti "fattori della
produzione". La funzione di produzione è un concetto centrale della teoria neoclassica. Indicando
con Y la quantità di prodotto (grano nel nostro caso semplificato), con K ed L i fattori della
produzione, rispettivamente "capitale" (misurato qui come quantità di grano) e lavoro (misurato in
unità lavorative), l'espressione
Y = F(K, L)
indica che la quantità di prodotto ottenibile è funzione della quantità di fattori impiegata. Se
le quantità disponibili di K ed L sono date, allora è la tecnologica, rappresentata dal termine "F", a
dettare la quantità di prodotto ottenibile. D'altra parte, dato un certo obiettivo di produzione, Y=Y*,
l'ipotesi più generale che si possa fare è che questo sia raggiungibile attraverso diverse
combinazioni di K ed L (per esempio con "tanto" K e "poco" L, o viceversa).
In questa teoria si assume che i rendimenti di scala siano costanti. Rendimenti di scala
costanti significa che se accresciamo di una medesima proporzione (per esempio raddoppiamo) la
quantità dei fattori, il prodotto aumenterà della medesima proporzione (raddoppia). Assumere
rendimenti crescenti (decrescenti) implicherebbe invece che la quantità di prodotto potrebbe
accrescersi in maniera più (meno) che proporzionale. Si assumono rendimenti di scala costanti per
ragioni complicate. Una ragione intuitiva è che vogliamo studiare come varia la produzione al
1
A rigore non si tratta neppure di una mera semplificazione in quanto più recenti sviluppi teorici hanno
mostrato che le conclusioni della teoria marginalista sono validi esclusivamente in un mondo a un solo bene.
Esamineremo questo punto più avanti.
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variare della proporzione relativa di ciascuno dei fattori utilizzati in produzione tenuta costante la
quantità impiegata degli altri (per esempio aumentando la quantità di lavoro data la quantità di
capitale). Ma quando accresciamo la quantità anche di un solo fattore varia la scala della
produzione. Con rendimenti di scala crescenti parte dell’aumento della produzione è attribuibile
all’”effetto di scala” e non al mero aumento del fattore considerato. 2
3. Offerta di fattori
Supporremo che nella nostra economia l'offerta di fattori, lavoro e "capitale-grano" sia data,
e per esprimerlo scriveremo K = K* e L = L*. Rammentando che il saggio di profitto, r, è la
remunerazione del fattore "capitale"3, e w quella del fattore lavoro, la nostra supposizione può
essere espressa dicendo che l'offerta dei due fattori è rigida, cioè non varia al variare della loro
remunerazione - come sarebbe se, per esempio, quando aumenta il salario si offrisse più lavoro o se
all'aumentare del saggio di profitto aumentasse l'offerta di capitale-grano.4 Graficamente questo è
illustrato dalla figura 1:
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La funzione di produzione in forma analitica più nota ed usata dagli economisti neoclassici è quella CobbDouglas, che qui esprimiamo nell’ipotesi di rendimenti di scala costanti per cui la somma degli esponenti di
K ed L deve essere 1: Y  AK  L1 . In questa funzione A rappresenta il livello tecnologico.  rappresenta
la quota del prodotto che va a redditi da capitale; 1   è invece la quota che va a redditi da lavoro. Poiché
  (1   )  1 tutto il prodotto si esaurisce in profitto e salari.
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Useremo in maniera intercambiabile la dizione tasso di profitto o tasso di interesse rammentando come
dietro un capitale "reale" vi sia sempre un capitale finanziario.
4
Le quantità offerte di fattori, e la relativa remunerazione, sono relative all’unità di tempo prescelta. Così L
può misurare i mesi-lavoro offerti al variare del salario mensile w; K potrebbe misurare la quantità di
risparmio offerta annualmente al variare del tasso di interesse annuo i.
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In effetti curve di offerta dei fattori “rigide” sono più plausibili di quelle crescenti, che pur
utilizzeremo. L’offerta di lavoro dipende infatti, almeno sopra un dato livello di salario considerato
il minimo “dignitoso”, dalla necessità di lavorare, e non tanto dalla prospettiva di salari sempre più
elevati. Così l’offerta di capitale (risparmio) dipende soprattutto dal reddito della famiglia che
risparmierà, se potrà, per motivi precauzionali, vecchiaia e così via, e non tanto dal tasso di
interesse percepito.
E' molto importante osservare che in questa economia semplificata l'offerta di "capitalegrano" coincide con il risparmio offerto nell'unità di tempo considerata. Si rammenti che i risparmi
sono la parte del prodotto sociale non consumata:
S = Y - C.
Nella nostra economia semplificata di solo grano S = K*. Ci si può raffigurare questa
economia come una in cui a fine anno la parte del prodotto sociale Y non consumata come granofarina viene "risparmiata" e offerta come "capitale-sementi" per la produzione dell'anno successivo.
Lo studente continui ad identificare l’offerta di capitale con l’offerta di risparmio anche fuori la
metafora dell’economia-grano.5
Nei riguardi della curva di offerta di lavoro, l’abbiamo espressa come funzione di w, in
simboli L0  L0 ( w) , cioè del salario nominale (o monetario) in quanto c’è un unico bene, il grano,
il cui prezzo è posto uguale ad 1 (per cui il salario reale è w/p = w/1 = w). In generale tuttavia, con
più beni, si deve scrivere L0  L0 ( w / p ) , dove p è un indice dei prezzi, in quanto i lavoratori
5
Anche laddove si considerassero, fuori dalla metafora dell’economia-grano, dei capitali fissi (vanghe,
trattori ecc.), tali capitali avrebbero comunque la natura, nella visione neoclassica, di risparmi accumulati.
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quando offrono lavoro guardano al salario reale e non a quello nominale. Se si suppone che L0 sia
una funzione crescente di w/p, la curva di offerta di lavoro avrà la forma della figura 2.
Spesso anche la curva di offerta del capitale (risparmio) viene tracciata crescente rispetto al
tasso di interesse (lo faremo anche noi). In verità non è così plausibile che le funzioni di offerta dei
fattori siano elastiche al loro prezzo, in genere saranno piuttosto rigide (dunque vicine alla forma
verticale della fig. 1). Semplificando molto, si può infatti ritenere che la maggior parte dei lavoratori
offra i propri servizi affinché loro e le loro famiglie sopravvivano, e dunque si offrano nel mercato
del lavoro a qualsiasi salario. Così l’offerta di risparmio delle famiglie dipende poco dal tasso di
interesse a cui im mercato finanziario remunera i risparmi, ma piuttosto dal loro reddito disponibile,
dalla necessità di accantonare risparmi per la vecchiaia, per l’acquisto di una abitazione per i figli
ecc.
4. La domanda di fattori produttivi da parte della singola impresa: il prodotto marginale
4.1. Il prodotto marginale
Dal concetto di funzione di produzione discende quello di prodotto marginale. Questo è un
concetto importantissimo per i neoclassici. Matematicamente esso è la derivata parziale della
funzione di produzione rispetto a un fattore produttivo. Vediamo economicamente.
Supponiamo che in una impresa sia data la quantità di capitale - nella nostra economia il
capitale consiste di solo grano da usarsi come semente - e che l'imprenditore debba decidere quanto
lavoro impiegare. La parte superiore della figura 3 mostra come varia la quantità totale di prodotto
che si ottiene al variare della quantità applicata del L (fattore variabile) data una certa quantità del
K (fattore fisso). Si può osservare come gli incrementi di prodotto totale ottenuti da successivi
incrementi unitari del fattore variabile siano progressivamente più piccoli. Per esempio (v. tabella
1), dato un capitale-grano complessivo di 20 quintali, all’inizio l’impiego di un lavoratore fa
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accrescere il prodotto totale di 10 quintali di grano, un secondo lavoratore di 11 q, e via dicendo,
sino al punto A del grafico. Questo è giustificato sostenendo che l’aumento progressivo dei
lavoratori consente una migliore organizzazione del lavoro, suddivisione delle mansioni ecc. che
migliora i risultati della semina del dato capitale-grano - si noti che qualitativamente i lavoratori
sono per ipotesi tutti egualmente capaci. Proseguendo nell’impiego del lavoro, l’incremento di
produzione attribuibile a ciascun lavoratore aggiuntivo è tuttavia progressivamente più piccolo. I
vantaggi della migliore organizzazione cominciano infatti a scemare, anzi forse troppi lavoratori
cominciano ad affollarsi e il prodotto marginale potrebbe addirittura diventare negativo.
Nell’esempio il sesto lavoratore aggiunge 15 quintali alla produzione, quello successivo aggiunge
solo 14, uno ulteriore solo 13 e così via. Questi incrementi sono i prodotti marginali. Essi vengono
indicati in ordinata nella parte inferiore della figura 3, ottenendo la funzione del prodotto
marginale.6
Economicamente l’andamento del prodotto marginale, prima crescente e poi decrescente, si
può dunque giustificare in quanto dosi successive di lavoro sono applicate a una quantità costante di
capitale o di terra (che costituiscono i “fattori fissi”). Per esempio due lavoratori seminano il grano
disponibile meglio di uno, tre ancor meglio ecc, ma gli incrementi di prodotto ottenuti da ciascun
lavoratore aggiuntivo sono prima crescenti, poi quando i lavoratori cominciamo a diventare molto
numerosi, magari si intralciano a vicenda, coordinarli diventa più difficile ecc, gli incrementi
cominciano a divenire sempre più piccoli. Come si vede, il massimo del prodotto marginale è in
corrispondenza al punto di cambiamento di concavità della funzione del prodotto totale
(matematicamente un punto di flesso).
Nell'ipotesi, dunque, di costanza della quantità di capitale (e di altri eventuali fattori fissi) è
plausibile ritenere che, almeno da un certo punto in poi, ogni lavoratore aggiuntivo aggiunga al
prodotto meno del lavoratore precedente. L'incremento di output ottenuto da un incremento del
fattore lavoro dato il fattore costante è detto prodotto marginale del lavoro (Pml). Matematicamente
il Pml è la derivata parziale rispetto ad L della funzione di produzione. In simboli Pml = Y/L.Il
prodotto marginale del lavoro è l'incremento di prodotto (per unità di tempo) ottenuto
incrementando la quantità di lavoro di una unità, data la quantità di capitale (e di altri eventuali
fattori fissi).
Nella figura 3 è anche mostrata la funzione del prodotto medio (cioè del prodotto per
lavoratore). Essa cresce nel primo tratto, in quanto riflette il fatto che ciascun nuovo lavoratore
aggiunge al prodotto totale più dell’unità precedente, dunque il prodotto medio cresce.
Nell’esempio, se il prodotto marginale del primo lavoratore era 10 q e del secondo 11q, il prodotto
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La studentessa provi a riportare i valori della tabella su un foglio quadrettato ottenendo le curve precise.
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medio è chiaramente 10,5q (v. la tabella 3.1). Graficamente la funzione del prodotto medio ha il suo
massimo dove essa incrocia la curva del prodotto marginale, a destra del massimo del prodotto
marginale. Intuitivamente: il prodotto medio continua a crescere anche quando il prodotto
marginale comincia a diminuire perché in quella ‘zona’ i prodotti marginali continuano ad essere
relativamente elevati rispetto a quelli relativi alle dosi iniziali e finali di lavoro, e la media continua
a salire, almeno per un po’. Nell’esempio il PM è massimo in corrispondenza di 8 lavoratori con un
valore di 12,8 approssimativamente uguale al Pm che è 13.
In corrispondenza del massimo del prodotto medio vi sarà un certo rapporto
capitale/lavoratore. Nell’esempio abbiamo supposto che il capitale dato (il fattore fisso) sia 20 q di
grano-sementi, e che in corrispondenza del massimo del prodotto medio l’impresa stia impiegando
8 lavoratori. Ciascuno utilizzerà 2,5 q di sementi, il capitale per lavoratore è cioè 2,5. Vi è allora da
ritenere che l’impresa, i cui ingegneri sanno che il massimo prodotto medio – dunque la tecnica più
efficiente - si ottiene dotando ciascun lavoratore di 2,5 q di sementi, sin dall’inizio adotti questa
tecnica di produzione. Ecco dunque la linea orizzontale in neretto, la quale indica che sin dall’inizio
l’impresa impiega il rapporto K/L = 2,5 che massimizza il prodotto medio. Nel tracciare la curva
del prodotto marginale, avevamo invece supposto che il primo lavoratore utilizzasse da solo tutti e
20 i q. di sementi, poi quando i lavoratori diventavano due questi ne impiegassero 10 q cadauno
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ecc., un modo di procedere chiaramente non razionale: infatti il loro prodotto medio risulterebbe
minore di quello ottenibile se l’impresa assegnasse la dotazione individuale ottimale di 2,5 q.
cadauno fin dall’inizio della produzione. Si conclude allora, a differenza della totalità dei libri di
testo,7 che la curva del prodotto marginale che rileva per ricavare la curva di domanda di lavoro
consiste dei tratti in grassetto della figura: il tratto orizzontale del prodotto medio più una parte
decrescente della funzione originaria del prodotto marginale. A ben vedere, infatti, se l’impresa sin
dall’inizio adotta il rapporto K/L che massimizza il prodotto medio, sino al punto B prodotto medio
e marginale coincidono. Nell’esempio, sino al punto B (8 lavoratori) ciascun lavoratore aggiunge
alla produzione la medesima quantità del compagno che lo ha preceduto.
7
Tranne Pivetti, op.cit. L’analisi di Pivetti si rifà ad un punto di un famoso contributo di Piero Sraffa del
1925 pubblicato in italiano, e poi riassunto in inglese su invito di Keynes e pubblicato sull’Economic Journal
del 1926.
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La curva del prodotto marginale può dunque essere tracciata come nella figura 4, in
corrispondenza delle parti in neretto della figura precedente:
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Ora possiamo determinare la quantità di lavoro domandata dall'impresa. Questa conosce,
per esempio dai contratti di lavoro o dalle consuetudini prevalenti in quel periodo, il salario per
unità di lavoro (e per unità di tempo come giorno o mese e misurato in grano) vigente nel mercato
del lavoro. L'impresa avrà convenienza a impiegare lavoro fintanto che un lavoratore aggiunge al
prodotto, cioè ha un prodotto marginale, almeno pari al suo costo, cioè al salario. Dunque l'impresa
domanderà una quantità di lavoro in corrispondenza all'eguaglianza Pml = w. Nel nostro esempio se
il salario fosse 10 l’impresa affitterebbe 11 lavoratori. L’undicesimo lavoratore rende infatti
all’impresa precisamente quanto è pagato (Pm = 11, w = 11). Se il salario scendesse a 9, l’impresa
domanderebbe 12 lavoratori, e così via. Il tratto decrescente della curva del prodotto marginale è
dunque la curva di domanda di lavoro dell’impresa (figura 5).
Si osservi che ciascuna unità di lavoro precedente a L* rende più di quanto è pagata. L'area
wAB consiste dunque dei profitti d'impresa. L'area OwBL* è il monte salari, ovvero W=wL.
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Vediamo un altro esempio (figura 6). Supponiamo che l’impresa che abbia un certo
ammontare di terra (per esempio 100 ettari), che consideriamo come il fattore tenuto fisso. Il
rapporto terra/lavoro che massimizza il prodotto medio di 10 ettari per lavoratore, cioè 10T/1L.
L’impresa adotta questo rapporto dall’inizio e ottiene un prodotto pro-capite di 10 q. L’impresa
comincia ad impiegare prima un lavoratore, poi due e così via, tutti della medesima efficienza. Sia il
salario per giornata lavorativa pari a 8 q di grano. Supponiamo che l’inserimento di un lavoratore
consenta alla produzione di balzare da zero (quando non si utilizza lavoro) a 10 q al giorno.
Impiegando anche un secondo lavoratore la produzione aumenta. Il secondo lavoratore aggiunge 10
q giornalieri al prodotto (ora il prodotto totale è di 20 q), e via dicendo. E’ evidente che quando
l’impresa impiegherà l’11mo lavoratore, essa dovrà abbassare il rapporto T/L ottimale (ha infatti
solo 100 ettari di T). Per esempio, l’11mo lavoratore avrà un prodotto marginale di 9 q. Quanti
lavoratori impiegherà l’impresa? Supponiamo che il 14mo lavoratore aggiunga al prodotto 8,1 q,
mentre il 15mo aggiunge solo 7,9 q. L’impresa, poiché paga ciascun lavoratore 8 q, avrà
convenienza ad impiegare 14 lavoratori, in quanto il 12mo gli costerebbe al giorno più di quanto gli
rende.
La stessa analisi potrà essere ripetuta considerando il lavoro in quantità fissa, per esempio
supponendo che l’impresa abbia a disposizione una squadra di 20 lavoratori, e studiando quanta
terra le converrà impiegare.
Nei fatti, quando tracciamo la curva di domanda di lavoro consideriamo solo il tratto
decrescente della curva del prodotto marginale. Se variasse il salario di mercato, varierebbe la
domanda di lavoro dell'impresa. Come si vede, sulla scorta del concetto di prodotto marginale del
lavoro gli economisti marginalisti ritengono di poter affermare che fra livello del salario reale e
domanda di lavoro, e dunque occupazione, vi sia una relazione inversa.
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4.2. Posizione e inclinazione della curva
Cosa accadrebbe alla curva di domanda di lavoro se la quantità di fattore fisso disponibile
aumentasse? Chiaramente il tratto orizzontale si prolungherebbe. Per esempio, se la quantità di terra
diventasse 120 ettari il tratto orizzontale si prolungherebbe sino a L = 12, in quanto 12 lavoratori
sono ora impiegabili col rapporto T/L che massimizza il prodotto medio. Inoltre, il tratto
decrescente scenderebbe più dolcemente. Quando viene impiegato il 13° lavoratore, infatti, il
rapporto T/L (=120/13) si allontana più lentamente dal rapporto ottimale (=120/12) di quanto
accadeva quando T = 100. In quel caso quando veniva impiegato l’11° lavoratore T/L =
100/11<120/13. Il prodotto marginale, di conseguenza, decresce più lentamente. Quindi la
posizione nello spazio (più a destra o più a sinistra) e la pendenza della curva di domanda di lavoro
dipendono dalla dotazione degli altri fattori produttivi.
Cosa accadrebbe se vi fosse progresso tecnico? Questo implicherebbe che i prodotti medi e
marginali sarebbero tutti più elevati. Dunque la funzione del prodotto marginale sarebbe più elevata
nel tratto orizzontale, e decrescerebbe più lentamente (il tratto decrescente sarebbe meno ripido). A
parità di salario l’impresa impiegherà più del fattore lavoro. Inoltre, anticipando alcuni elementi che
spiegheremo fra poco, data l’offerta di lavoro, il fatto che le curve di domanda di lavoro delle
imprese, e dunque quella collettiva, si spostino a destra, implica che il salario di equilibrio sarà più
elevato (dunque, in questa teoria, il salario beneficerà del progresso tecnico).
Esercizi
1. Il prodotto marginale del lavoro diventa a un certo punto decrescente: perché?
(a) si impiegano lavoratori via via meno capaci; (b) si utilizzano quantità del fattore tenuto
fisso di qualità decrescente; (c) vi sono rendimenti di scala decrescenti; (d) vi sono fattori
considerati dati in quantità fissa; (e) i lavoratori chiedono salari più elevati. (una sola risposta esatta)
2. Nell’esempio con la terra, se il salario scendesse a 7,8 q., quanti lavoratori impiegherebbe
l’impresa? E se il salario salisse a 10,1 q.?
Una analisi del tutto simile a quella che ci ha condotto alla curva di domanda di lavoro può
essere svolta nei confronti del capitale. Si tratta in questo caso di tracciare la curva del prodotto
marginale del capitale considerando come data la quantità di lavoro e ottenendo una funzione come
quella raffigurata nella figura 7.
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Il prodotto marginale del capitale è l'incremento netto di prodotto (netto dal capitale-grano
impiegato) ottenuto dall'impiego di una unità aggiuntiva di capitale, data la quantità disponibile di
lavoro.8 In maniera simile al lavoro, per conoscere la quantità di capitale effettivamente domandata
(e dunque impiegata) dall’impresa basta tracciare una retta orizzontale che rappresenta il tasso di
interesse i a cui le istituzioni finanziarie (banche, ecc.) concedono prestiti alle imprese (in questa
visione le banche hanno la funzione prestare alle imprese i risparmi delle famiglie). Dove Pmk = i,
si determina la quantità di capitale K* richiesta dall’impresa.
8
Nel grafico del Pml, quest’ultima grandezza è una quantità fisica (grano) da confrontarsi con un’altra unità
fisica (il salario in grano). Nel grafico del Pmk, invece, apparentemente c’è un problema. Il Pm del capitale è
una quantità fisica (l’incremento di grano prodotto ottenuto impiegando una unità aggiuntiva di capitale
grano, data la quantità impiegata di lavoro). Tuttavia la remunerazione del capitale è il tasso di profitto (o
tasso di interesse) che è un valore percentuale. Si deve ragionare così: si supponga, per esempio, un
incremento di 1 tonn. della quantità di capitale grano impiegata. Sia 2,1 tonn. la produzione ottenuta in
seguito all’impiego di capitale aggiuntivo. Il prodotto netto (al netto cioè del capitale-grano impiegato) sarà:
1,1t. – 1t. = 1,1t. Il Pmk netto è dunque 1,1t. In termini di tasso di profitto (che è il rapporto fra profitti
assoluti, che qui coincidono con il prodotto netto, e il capitale impiegato per ottenerli), il Pmk sarà
ovviamente: 1,1t/1t = 110%. Quindi, quando sulle ordinate segniamo il prodotto marginale netto, è
immediato tradurre questa grandezza in tasso di profitto. Riassumendo: il Pmk è il prodotto netto ottenuto
(nell’unità di tempo prescelta) da una unità aggiuntiva di K rapportata a tale unità, tenuta costante la quantità
impiegata degli altri fattori utilizzati.
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Anche la posizione nello spazio e la pendenza della curva di domanda di capitale dipendono
dalla dotazione degli altri fattori. In particolare, se la popolazione lavoratrice aumenta, il prodotto
marginale del capitale decresce più lentamente. Se vi fosse invece progresso tecnico, come nel caso
già visto del lavoro, la curva del Pmk si sposterebbe verso destra scendendo più dolcemente.
Anticipando alcuni elementi che spiegheremo fra poco, data l’offerta di capitale, il fatto che le
curve di domanda di capitale delle imprese, e dunque quella collettiva, si spostino a destra, implica
che il tasso di interesse di equilibrio sarà più elevato.
5. La determinazione della distribuzione del reddito
5.1. Domanda aggregata dei fattori
Abbiamo sinora considerato la domanda di fattori per la singola impresa per la quale il costo
d’affitto del fattore (salario per unità di tempo di impiego del lavoro, saggio di interesse per unità di
tempo di impiego del capitale ecc.) sono un dato noto, per esempio, dai contratti collettivi di lavoro,
dai tassi di interesse bancari ecc. E’ nostro obiettivo ora determinare il prezzo dei fattori. Ne segue
che, w, i ecc. da variabili note (od esogene) si trasformano in variabili incognite (od endogene al
modello). Il prezzo dei fattori sarà determinato dall’incontro delle curve di domanda e offerta dei
fattori nel mercato rispettivo (del lavoro, del capitale ecc.). Il passo preliminare sarà dunque quello
di determinare, a partire dalla curva di domanda dei fattori della singola impresa, quella collettiva o
di mercato. Cominciamo con la domanda di lavoro (il procedimento sarà il medesimo, mutatis
mutandis, per gli altri fattori).
Sommando a ciascun prezzo, salario o saggio di interesse, la quantità domandata di ciascun
fattore da ciascuna impresa si otterranno le curve di domanda aggregata dei fattori. Si supponga per
esempio (figura 9) che a w = 100$ l’impresa A affitti 150 lavoratori mentre l’impresa B ne affitta
50. In totale per l’intera economia al salario 100$ l’occupazione sarà 200. Si supponga poi che al w
= 120$ l’impresa A affitti 100 lavoratori mentre l’impresa B ne affitta 25. L’occupazione
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nell’economia risulterà di 125 unità. Ripetendo l’esercizio per diversi ipotetici saggi del salario –
ma due sono sufficienti -, conoscendo le curve del Pml delle singole imprese si potrà dedurre la
curva di domanda di lavoro dell’intera economia.
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L'andamento sarà dunque decrescente, come per la singola impresa, sebbene in maniera
meno ripida. Accoppiando alla curva di domanda quella di offerta per ciascun fattore si può
determinare la remunerazione di ciascun fattore, che per la singola impresa era un dato, e dunque la
distribuzione del reddito.
Si osservi come la determinazione di w ed r sia nei fatti simultanea. Quando tracciamo il
Pml nella parte (a) della figura 10 è data la quantità di capitale esistente. Ma questa quantità è
precisamente quella determinata dalla domanda e offerta di capitale nella parte (b). E quando nella
parte (b) consideriamo data la quantità di lavoro impiegata nell’economia, questa è quella di
equilibrio determinata nella parte (a).
Si osservi anche che in questo approccio si suppone che gli imprenditori abbiano a
disposizione una innumerevole (al limite infinita) gamma di tecniche – cioè di combinazioni di L e
K - con cui produrre. Allora si può ritracciare la figura (b) come nella figura 11, considerando in
luogo di K, il rapporto K/L, in cui L è un dato determinato nella parte (a) della figura 10.
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Il grafico mostra come per più bassi tassi di interesse (profitto), aumenta il rapporto K/L,
cioè la tecnica in uso diventa a maggiore “intensità di capitale”. Questo ha peraltro, secondo questa
teoria, un effetto positivo sul prodotto pro-capite: aumentando la dotazione di capitale per addetto,
aumenta il prodotto pro-capite. Quindi un aumento dell’offerta di risparmio che faccia diminuire il
tasso di interesse, ha effetti benefici sul prodotto per addetto e, dato L, accresce il reddito nazionale
del periodo successivo. Si comprende a questo punto l’importanza del fenomeno del “ritorno delle
tecniche” (cap. 1: §1.7.8): non v’è in realtà ragione per cui a minori tassi di interesse nell’economia
vengano adottate tecniche a maggiore intensità di capitale.
Esiste un modo alternativo a quello dei prodotti marginali di ricavare la domanda di fattori
produttivi. Si supponga infatti che gli imprenditori non abbiano la possibilità di variare le tecniche
in uso, cioè una merce sia producibile solo con quantità fisse di L e K. Per esempio, che una unità di
acciaio sia producibile solo con 10 unità di K e 5 di L (non è possibile cioè usare, per esempio 8 e
7). Non si possono ora più ricavare le curve del prodotto marginale (che come visto sopra implicano
la possibilità di combinazioni diverse di K ed L). Per ricavare le curve di domanda decrescenti dei
fattori si impiega allora un altro risultato della teoria marginalista: le curve di domanda decrescenti
per i prodotti. Si supponga che esitano due prodotti, CDs e lasagne, ciascuno producibile con una
sola tecnica che però differisce fra i due prodotti: sia per esempio un CD prodotto con una tecnica
che usa molto capitale e poco lavoro rispetto alle lasagne (es. 10 e 5, rispettivamente), e le lasagne,
viceversa, con una tecnica che usa poco capitale e molto lavoro (es. 5 e 10). Supponiamo che
aumenti l’offerta di risparmio. Ciò induce le banche, allo scopo di collocare il maggiore risparmio, a
diminuire il tasso di interesse a cui esse offrono prestiti alle imprese. La diminuzione del tasso di
interesse costituisce una diminuzione del costo del capitale. Questo implica che, a causa della
concorrenza fra i produttori, sia il prezzo dei CDs che delle lasagne diminuisce, ma quello dei CDs
di più in quanto impiegano relativamente più capitale. La domanda dei consumatori tenderà dunque
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a spostarsi verso il bene divenuto meno caro e che utilizza relativamente più capitale, accrescendo
così, indirettamente, la domanda di capitale. Si può dunque di nuovo concludere che ad una
diminuzione del tasso di interesse aumenta la domanda di capitale. 9
5.2. Concorrenza, stabilità e pieno impiego dei fattori
Esaminiamo il mercato del lavoro, ma ciò che sosterremo sarà valido anche, mutatis
mutandis, per il mercato del capitale. Il punto E della figura che segue è un punto di equilibrio. Una
caratteristica in genere ritenuta importante è quella della stabilità dell'equilibrio, cioè che se ci si
allontana dall'equilibrio vi saranno forze che faranno tendere di nuovo l'economia verso quel
punto10. Si dimostra che, almeno se le curve hanno la forma mostrata in figura 12, E è un equilibrio
stabile. Supponiamo infatti che il salario fosse w > we. A questo punto una quantità di lavoratori
pari a L-Le rimarrebbe disoccupata. Costoro sono “disoccupati involontari” in quanto lavorerebbero
al salario di equilibrio. I “disoccupati volontari”, per contro, sono coloro disponibili a lavorare solo
ad un salario superiore a quello di equilibrio. I disoccupati involontari si offrono infatti a un salario
minore di w facendo concorrenza agli occupati. In tal modo w diminuisce e l'occupazione cresce
sino a che si torna al punto E.
Il grafico di domanda e offerta di lavoro è al cuore della teoria neoclassica (figura 12). Esso
è al centro dei dibattiti odierni sulla flessibilità del mercato del lavoro – in pratica la possibilità per
le imprese di assumere e licenziare i propri lavoratori in maniera tale che la concorrenza dei
lavoratori disoccupati si faccia sentire sugli occupati. Flessibilità significa dunque possibilità
9
Sono naturalmente possibili risultati diversi. Si supponga per esempio che quando il prezzo dei CDs scende
i consumatori decidano di consumarne una stessa quantità al mese, e con i soldi risparmiati acquistino un
terzo bene “labour intensive”, per esempio biglietti di teatro. In questo caso la domanda di capitale non
sarebbe aumentata. Se la domanda di CDs diminuisce a favore del teatro, la domanda di capitale potrebbe
addirittura diminuire.
10
Perché la stabilità è importante? La teoria è una guida ai meccanismi della realtà, in questo caso quella
economica, che non conosciamo sulla base della mera percezione sensoriale (esperienza). Per esempio il
grafico del mercato del lavoro rappresenta una ipotesi teorica (quella neoclassica) su come nella realtà si
determina il salario. Se la grandezza teorica determinata (in questo caso w) consistesse di un equilibrio
instabile, se cioè appena ci si allontana anche di poco da esso il valore finisse chissà dove, la teoria sarebbe
del tutto inutile. Presumiamo infatti che nella realtà prevalgano gli equilibri stabili – almeno su periodi
consistenti di tempo. Peraltro, se la stessa realtà non presentasse equilibri, e/o se questi non fossero stabili,
essa sarebbe difficilmente studiabile. In buona sostanza, se non ritenessimo che la realtà, per periodi di
tempo sufficientemente significativi, non tendesse ad assestarsi attorno ad alcune grandezze, qualunque
analisi teorica sarebbe impossibile. Presupponendo dunque che nella realtà, i cui meccanismi non
conosciamo direttamente ma per mediazione delle teorie, vi siano equilibri stabili (ancorché, come è
evidente, mutevoli con il tempo), allora anche la teoria deve individuare equilibri stabili. Si afferma in genere
che gli equilibri devono essere anche unici, nel senso che la teoria deve guidarci verso il valore della
grandezza oggetto di studio che si fisserà nella realtà. Se avessimo equilibri multipli non sapremmo come
discriminare fra essi per individuare quello più rappresentativo delle tendenze della realtà. L’esempio
classico è quello dello studio dell’effetto di una imposta, per esempio sui prezzi, la distribuzione del reddito
ecc.. Dato l’equilibrio di partenza, una teoria efficace ci dovrebbe indicare verso quale equilibrio l’economia
più plausibilmente tenderà dopo l’introduzione dell’imposta, potendo così decidere se introdurla o meno.
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effettiva per i disoccupati di poter far concorrenza agli occupati offrendosi ad un salario inferiore.
Chi sostiene gli effetti benefici della flessibilità, si rifà a quel grafico. Il vantaggio della flessibilità
sarebbe dunque che al salario di concorrenza vi sarebbe la piena occupazione.
Esercizio: si dimostri che se w < we è la concorrenza fra le imprese a far tornare
all'equilibrio.
Applicando un ragionamento simile, se le decisioni di risparmio delle famiglie si
accrescessero, cioè meno grano prodotto fosse impiegato per produrre pane, e più grano
"risparmiato" come sementi, questo condurrebbe a uno spostamento verso destra, da K e a K e' ,
della funzione di offerta di capitale-grano (o "grano risparmiato") e, per effetto della concorrenza
fra le banche nell’offrire il maggiore risparmio, a un equilibrio a un minore tasso di interesse. Sino a
quando il tasso di interesse è re , lo stock di capitale K e' – K e' è inutilizzato (grano non seminato).
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In questa teoria non v'è così posto per la disoccupazione dei fattori produttivi. La
concorrenza, in presenza di flessibilità dei prezzi dei fattori farà in modo che qualsiasi offerta di
questi venga utilizzata. V'è dunque sempre la piena occupazione sia del lavoro che del capitale
(quest'ultimo frutto delle decisioni di risparmio). Si noti anche che una decisione di risparmiare di
più determina in questa economia un aumento del prodotto sociale, ed è quindi benefica. Questo è
evidente se si osserva nella figura precedente che quando K aumenta, sia l'area corrispondente al
prodotto complessivo che l'area corrispondente ai salari si accrescono (delle porzioni tratteggiate).
E’ anche importante ritornare ora su quali fondamenti abbiamo considerato come “data” la
quantità di capitale quando abbiamo tracciato la curva del prodotto marginale del lavoro, e
simmetricamente, “data” la quantità di lavoro quando abbiamo tracciato la curva del prodotto
marginale del capitale. Le quantità totali, rispettivamente, di lavoro e di capitale disponibili presso
tutte le imprese non erano prese a caso, ma corrispondevano alle quantità di “pieno impiego” di
quei fattori, cioè K e e Le .11
6. Legge di Say e relazione risparmi investimenti nel marginalismo
6.1. La Legge di Say
11
Nella nostra analisi abbiamo anche ipotizzato una data ripartizione di queste dotazioni fra le imprese, ma
poiché si sono ipotizzati rendimenti costanti di scala, il risultato, cioè la curva aggregata di domanda di
ciascun fattore, non è influenzato dalla dimensione delle singole imprese.
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Alcuni economisti classici, incluso Ricardo, credevano nella Legge di Say, o degli sbocchi –
J.B.Say fu l'economista classico francese che per primo l'avanzò -, la quale affermava che poiché da
ultimo si produce per procurarsi del reddito attraverso il quale effettuare degli acquisti, v'è certezza
che tutto il reddito corrispondente a una data produzione venga speso ovvero che, come si usa dire,
ogni offerta avrebbe creato la propria domanda. In questa formulazione venivano esclusi atti di
risparmio, per così dire, fini a sé stessi. In tale visione chi risparmia lo fa per investire sicché i
risparmi, lungi da spezzare il circuito del reddito, si traducono in domanda di beni di investimento.
Nei termini della nostra semplice economia, chi non avesse consumato il grano per fare il pane, lo
avrebbe seminato, o prestato (per esempio via sistema finanziario) ad imprenditori che lo avrebbero
seminato. Dunque, secondo la Legge di Say, S coincide con I, e ciò si scrive S  I .
Si osservi di passaggio che altri economisti Classici (v. cap. 1), come Marx, non credevano
nella Legge di Say, e ritenevano che il capitalismo soffrisse di sovra-produzione, cioè di una
tendenza della produzione a sorpassare le capacità di domanda dell’economia. In ciò Marx vedeva
una contraddizione del capitalismo: da un lato ciascun capitalista vorrebbe pagare ai suoi operai
salari reali bassi per godere di profitti più elevati, ma allo stesso tempo ciascuno desidererebbe che
gli altri capitalisti pagassero salari elevati in modo da poter vendere più prodotto. Notiamo dunque
che Ricardo e Marx condividevano la medesima teoria della distribuzione, ma non la stessa teoria
del livello della produzione – il primo credeva nella Legge di Say, il secondo no). Nell’approccio
Classico, dunque, la determinazione della distribuzione è distinta dalla determinazione del livello
della produzione. Naturalmente i due aspetti sono ritenuti collegati, ma vi è una certa libertà nello
stabilire il tipo di relazione. Per esempio Marx riteneva che più alti salari potessero condurre a una
maggiore domanda di beni di consumi sostenendo la produzione, mentre Ricardo riteneva, un po’
all’opposto, che maggiori profitti avrebbero accresciuto la produzione poiché i capitalisti, già
soddisfatti dei propri consumi, li avrebbero risparmiati e investiti. Oggi, dopo l’analisi di Keynes che considerò Marx fra i propri anticipatori - sappiamo che Marx aveva più ragione.
6.2. La formulazione marginalista della relazione risparmi-investimenti
Un dubbio può però sorgere che non necessariamente il grano risparmiato venga domandato
come grano-per-la-semina. Gli economisti marginalisti erano infatti consapevoli che non tutte le
decisioni di risparmio corrispondono a decisioni di investimento, e che quindi così come espressa
originariamente, la Legge di Say era esposta a evidenti critiche. Essi, tuttavia, sulla scorta
dell’analisi della domanda e offerta di capitale (risparmio) poterono, e ritengono a tutt’oggi di
potere, ragionare così: il risparmio è offerta di nuovo capitale che, per effetto della concorrenza,
troverà certamente impiego nell'economia. Considerando il mercato del capitale, un atto di
risparmio si tradurrà in uno spostamento verso destra dell'offerta di grano-sementi. Il tasso di
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interesse diminuisce in maniera tale che le imprese avranno convenienza ad impiegare come
investimento l’offerta di capitale aggiuntiva. Tipicamente la relazione risparmio-investimento nella
teoria marginalista viene presentato come nella figura 14:
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Nella figura la funzione decrescente I = I(i) mostra la domanda di beni di investimento
(capitale) come funzione del tasso di interesse. Come abbiamo visto nel caso semplificato del
capitale-grano, l’andamento di questa funzione riflette quello del Pmk. La funzione crescente
rappresenta l’offerta di risparmio S = S(i) come funzione del tasso di interesse.
Come si vede, dunque, per gli economisti neoclassici la Legge di Say è sempre confermata:
la flessibilità del tasso di interesse nel mercato finanziario, dove si incontrano l’offerta di risparmio
(capitale) delle famiglie con la domanda di risparmio (investimento o capitale) delle imprese,
assicura che alle decisioni di risparmio delle famiglie corrispondano uguali decisioni di
assorbimento di quel risparmio (ovvero di investimento) da parte delle imprese.
Da osservare come in ambito marginalista la spesa pubblica effettuata dallo Stato assume un
ruolo negativo. Poiché infatti le risorse – secondo questa teoria – tendono ad essere sempre
pienamente occupate, se il settore pubblico cerca di appropriarsene di una parte, ciò avverrà a
detrimento dei consumi o degli investimenti privati. In particolare, se lo Stato si indebita per
finanziare una spesa in deficit, la domanda di prestiti da parte del governo entrerà in concorrenza
con quella espressa dagli imprenditori per finanziare gli investimenti. Come conseguenza
aumenteranno i tassi di interesse e ciò scoraggerà gli investimenti privati lasciando spazio alla spesa
pubblica - gli economisti neoclassici si esprimono affermando che la spesa pubblica spiazza gli
investimenti (crowding out). Graficamente si può ritenere che la domanda di credito da parte dello
Stato si aggiunga a quella privata: nella parte (a) della figura 15 la domanda di risparmio per
investimenti privati si sposta verso destra in quanto vi si aggiunge quella G proveniente dallo Stato,
e il tasso di interesse aumenta dal livello iniziale i a i’. A quel tasso gli investimenti privati si
riducono ad I’ lasciando spazio alla spesa pubblica. In sostanza si ha G = I – I’. In tal modo il tasso
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di interesse torna al livello i. Per ciò che riguarda gli investimenti privati, è come se avessimo una
nuova funzione I’ più bassa della precedente in maniera da far spazio alla spesa pubblica.
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Capitolo 4
La relazione risparmi investimenti in Keynes
1. La determinazione del reddito dal lato della domanda aggregata
Secondo gli economisti marginalisti, come abbiamo visto, il livello della produzione
dipende, se c’è concorrenza, dall’offerta dei fattori capitale e lavoro che vengono sempre
pienamente occupati. La versione marginalista della Legge di Say assicura che tale produzione
troverà smercio nel mercato: infatti tutti i risparmi che fuoriescono dal reddito ottenuto in
corrispondenza al pieno impiego dei fattori verranno certamente investiti:
Keynes, vedremo, ribalta queste conclusioni. Egli ritiene che il livello del reddito non
dipenda dall’offerta dei fattori, ma dalla domanda di prodotti che gli imprenditori si attendono:
Laddove la domanda aggregata fosse insufficiente, parte dei fattori produttivi, lavoro e
impianti, resterebbero inutilizzati. Per dimostrare l’esistenza di disoccupazione dei fattori si deve
dimostrare che la Legge di Say non è vera. In questo Keynes si rivelerà un po’ debole, ma oggi alla
luce della critica alla teoria marginalista del capitale iniziata da Sraffa (v. cap. 5) possiamo
rafforzare i risultati di Keynes. Tuttavia, prima di far questo, vediamo, come secondo Keynes, la
domanda aggregata determini i livelli di produzione.
Come sappiamo dalla contabilità nazionale, il reddito o prodotto nazionale può essere visto
come identico alla somma nell’anno trascorso della domanda di beni di consumo, di beni di
investimento, spesa pubblica, esportazioni (domanda di beni nazionali da parte degli stranieri),
meno le importazioni (che sono invece reddito nazionale speso in beni prodotti all’estero):
Y = C + I + G + (E – M)
Questo a consuntivo (la contabilità nazionale studia i “consuntivi”: a fine anno offerta e
domanda aggregati sono infatti identici. Ci interessa però ora capire, come secondo Keynes,
“durante l’anno” le grandezze sulla destra dell’equazione abbiano determinato il valore di Y.
Dobbiamo dunque studiare che cosa determina l’andamento di ciascuna di queste grandezze, C, I,
G, X ed M e la loro eventuale interazione. Cominciamo con C.
2. La funzione del consumo
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Secondo Keynes l'ammontare di consumi decisi dalle famiglie dipende fondamentalmente
dal reddito disponibile, cioè dal reddito percepito al netto del prelievo fiscale TA. Possiamo tuttavia
anche considerare una seconda componente dei consumi, detta “autonoma”, Ca, che è finanziata,
per esempio, dal credito al consumo.12 La funzione del consumo è dunque:
C = Ca + C(Ydsp) = Ca + C(Y-TA)
Se si suppone che la relazione sia lineare, l'espressione diventa
C = Ca + c(Y-TA)
dove c è la propensione marginale al consumo, Pmc. Matematicamente essa è la derivata
della funzione del consumo c=dC/dYdsp. Keynes ritenne che la Pmc fosse compresa fra 0 ed 1. In
molti paesi essa è attorno a 0,8%.
Si ritiene in genere che la propensione marginale al consumo dipenda dalla distribuzione del
reddito in quanto i ceti medio-bassi tendono a consumare una quota maggiore del proprio reddito
rispetto ai ceti medio-alti. Questo è plausibile. Infatti i ceti medio-alti pur soddisfacendo in maniera
cospicua i propri bisogno materiali, hanno redditi sufficientemente elevanti da dar spazio a rilevanti
risparmi. Misure di politica economica atte a ridistribuire il reddito dai ceti più avvantaggiati verso
quelli più svantaggiati avrebbero dunque l’effetto di accrescere la propensione al consumo
dell’economia. Per i neoclassici questa sarebbe una misura negativa: se si accrescessero troppo i
salari a discapito dei profitti, ad esempio, questo scoraggerebbe il risparmio e l’accumulazione di
capitale. Come vedremo, invece, Keynes ci porta a conclusioni diametralmente opposte.
Graficamente la funzione del consumo è rappresentabile come nella figura 1.
12
I consumi autonomi sono particolarmente importanti. Le vendite a rate di automobili o di elettrodomestici
sono un esempio di consumi autonomi, così come i pagamenti con carta di credito in cui l’addebito della
spesa è fatto solo a fine mese. In ambedue i casi si può spendere prima di aver ricevuto il reddito. Bassi tassi
di interesse influenzano positivamente la spesa autonoma per consumi (poiché spendere a credito costerà
meno). Questo è importante perché sebbene un economista non-neoclassico non creda che bassi tassi di
interesse influenzino positivamente gli investimenti, riterrà tuttavia bassi tassi un fatto positivo perché
influenzano positivamente le decisioni di spesa delle famiglie. Per dare il senso dell’importanza dei consumi
autonomi, la crisi finanziaria ed economica corrente non è solo stata innestata dai prestiti immobiliari
concessi dalle banche americane a soggetti che non potevano restituirli, specie dopo l’aumento dei tassi di
interesse che si è verificato dal 2004, ma su questo si è innestato anche il pericolo che le famiglie americane
non potessero restituire i debiti con cui avevano finanziato i consumi, l’acquisto dell’auto, gli studi dei figli.
Le bolle immobiliari che hanno determinato la crescita drogata e poi la crisi di molti paesi della “periferia”
europea sono anche stati determinati dalla spesa autonoma delle famiglie stimolate all’acquisto di abitazioni
da condizioni di credito vantaggiose. Su questi aspetti si tornerà più avanti nel corso.
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Supponiamo ora che l’imposizione fiscale sia proporzionale al reddito: TA = tY, dove t è
l'aliquota media. La funzione del consumo diventa
C = Ca + c(Y - tY) = Ca + cY(1 - t).
In questo caso la pendenza della funzione del consumo è c(1 – t).
3. La determinazione del reddito nazionale
Supponiamo una economia chiusa con pubblica amministrazione. Come sappiamo le
componenti del reddito nazionale, e in particolare della domanda aggregata, sono in questo caso
Yd  C  I  G . In prima approssimazione Keynes ritenne che gli investimenti I fossero determinati
autonomamente dagli imprenditori sulla base delle aspettative circa la domanda futura. Aspettative
particolarmente ottimistiche si traducono in un livello elevato di investimenti, mentre l’opposto
accade se gli umori degli imprenditori - ‘animal spirits’ li definisce Keynes - sono orientati al
pessimismo. C viene determinato, come abbiamo visto, sulla base della funzione del consumo, noto
c. Assumiamo che G e t siano grandezze date e fissate autonomamente dal governo. Possiamo
dunque formulare il seguente modello dell'economia13:
Yd  C  I  G
13
Un modello è una rappresentazione semplificata dell'economia, basata su assunzioni teoriche circa il suo
funzionamento. In un modello vi sono variabili esogene, note indipendentemente dal modello; variabili
endogene, determinate dal modello, e parametri, grandezze in genere stimate empiricamente che legano fra
loro le variabili, sulla base di certe ipotesi teoriche.
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C = Ca + cY(1 - t)
Ca = Ca
II
G G
Yd  YP
dove la barra denota le variabili esogenamente date, cioè non spiegate dal modello. c e t
sono parametri noti dall’analisi empirica o, nel caso di t, dalla legislazione tributaria. L’ultima
equazione indica l’equilibrio che deve vigere fra quantità domandata e quantità offerta.
Abbiamo 6 equazioni con 6 incognite (Ydom, Yprod, C, Ca, I, G). Il sistema è dunque
matematicamente determinato. Con opportune sostituzioni nella prima equazione otteniamo:
Yd = cY(1-t) + C a + I + G . Da cui
Yd - c(1 - t) = C a + I + G , e infine
Ydom 
[1]
1
(C a  I  G )
1  c(1  t )
Poiché Yd  YP , si ottiene infine
YP 
1
(C a  I  G ) .
1  c(1  t )
Questa espressione mostra come il livello del reddito prodotto è fissato a partire dalle
determinanti della domanda aggregata. Questa, Yd , dipende, data la Pmc, positivamente dalle
decisioni di investimento degli imprenditori I e dalle decisioni di spesa del governo G , oltre che
dalla domanda autonoma di beni di consumo C a , I e G sono dette componenti autonome della
domanda, autonome in quanto non dipendono dal reddito, ma anzi contribuiscono a determinarlo.
Yd dipende invece negativamente per una quota c dall'aliquota fiscale t. Ciò è evidente in quanto la
tassazione costituisce una sottrazione di reddito disponibile alle famiglie, e dunque una minore
domanda per beni di consumo.
Fra livello di produzione e di occupazione vi è una relazione stretta che dipende, in generale,
dalla tecnologia. Se  è il prodotto per lavoratore, o produttività, (per esempio annuo o mensile) ed
N il livello di occupazione, la relazione in oggetto sarà
N =  YP
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Per esempio, in una economia di solo grano, se  = 1 tonnellata di grano per anno, e YP = 1
milione di tonnellate per anno, ne risulta N = 1 milione di lavoratori.14
Secondo Keynes, data una certa capacità produttiva in grado di generare un ammontare di
reddito potenziale Ypo, l'ammontare di reddito e di occupazioni effettivi dipenderanno
dall'ammontare di domanda che si manifesta effettivamente nel mercato, cioè da Yd . Keynes
chiama Yd domanda effettiva per distinguerla dalla domanda virtuale o teorica che si avrebbe se,
valendo la Legge di Say, tutto il prodotto potenziale venisse speso. In generale, secondo Keynes,
senza un livello adeguato di G si verificherà: YP < Ypo in quanto gli investimenti privati saranno in
generale insufficienti ad assorbire l’offerta di risparmio che si genera dal reddito di pieno impiego, e
parte dei lavoratori che potenzialmente potrebbero trovare occupazione negli impianti esistenti non
troveranno così impiego.15 Tale disoccupazione è definita da Keynes di equilibrio nel senso che essa
non rappresenta una situazione temporanea, come nei marginalisti, ma persistente.
4. Il moltiplicatore keynesiano
Si può andare ancora più a fondo dei meccanismi individuati da Keynes. Il termine
1
1 c
viene chiamato da Keynes moltiplicatore del reddito (in realtà esso fu "scoperto" da Richard Kahn,
un allievo di Keynes, nel 1931). Tale relazione è il cuore della teoria della domanda effettiva.
Per semplicità consideriamo il modello
Yd = C + I
C = cY
I = I*.
Risolvendolo otteniamo che la domanda effettiva sarà:
Yd 
1
I *.
1 c
Domandiamoci: in che senso il reddito domandato è “generato” a partire dal livello degli
investimenti I*, data la Pmc?
14
Si noti come se vi fosse progresso tecnico, cioè se la produttività aumentasse, vi sarà disoccupazione
tecnologica. Per esempio, se  = 2 t di grano, di quanto sarà l'occupazione? Questa causa di disoccupazione
va distinta da quella per insufficienza di produzione, causata secondo Keynes da insufficienza di domanda
effettiva. Per esempio, con  = 1 tonnellata, quanti sarebbero gli occupati se Y scendesse a 800 mila
tonnellate?
15
In altri termini, dato il livello di reddito di pieno impiego, il livello di investimento deciso dagli
imprenditori sarà in genere insufficiente in una società avanzata, che dunque genera una significativa offerta
di risparmio, ad assorbire quest’ultima. Come vedremo il reddito nazionale si collocherà al livello tale da
generare precisamente il livello di risparmio uguale agli investimenti decisi dagli imprenditori.
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Per capirlo, consideriamo una variazione  I degli investimenti privati finanziati dalla
creazione di potere d’acquisto da parte del sistema bancario attraverso un fido.
16
Questa spesa
aggiuntiva determinerà un aumento della produzione (per esempio se  I corrisponde a nuovi
impianti industriali, aumenterà la domanda e la produzione dei cemento, mattoni, macchinari ecc).
Aumentando la produzione aumenterà il reddito generato in misura pari alla maggiore produzione,
diciamo y =  I. Questo "nuovo" reddito verrà speso dalle famiglie in beni di consumo, in quota cy,
e il resto risparmiato, in quota (1-c)y. La produzione aggiuntiva di beni di consumo sarà dunque pari
a cy. Il corrispondente nuovo reddito dalla produzione aggiuntiva di beni di consumo sarà speso in
quota c(cy)=c2y e così via. Il totale di reddito prodotto sarà dunque:
 Y = y + cy + c2y + ... = y (1 + c + c2 + ...) =  I (1 + c + c2 + ...)
Si dimostra che questa serie converge al valore
 Y = 1  I,
1- c
cioè l'aumento del reddito è un multiplo della variazione iniziale degli investimenti. Non
solo. Si dimostra che l’aumento del reddito è tale da generare un aumento dei risparmi uguale
all’aumento iniziale degli investimenti (si ricordi dalla contabilità nazionale che ex post S è sempre
uguale ad I). Ma ciò significa che, contrariamente a quanto aveva sino a Keynes affermato la teoria
marginalista, sono gli investimenti a generare i risparmi, e non viceversa!
L’esempio della tabella 3.1 mostra come un investimento iniziale di 100, effettuato dagli
imprenditori con potere d’acquisto creato dalle banche, si traduce in un aumento di reddito di 100
(la produzione consiste di 100 di macchinario industriale ecc). Assumendo una Pmc = 0,8, questo a
sua volta viene speso dalle famiglie di coloro che lavorano nel settore dei beni di investimento per
l’80% in beni di consumo, e per il 20% risparmiato. La spesa di 80 genera un pari reddito in
seguito alla produzione di 80 di beni di consumo. Le famiglie di coloro che lavorano nel settore dei
beni di consumo spendono per l’80% in beni di consumo, e per il 20% risparmiano. E così via. Per
“round” successivi da una spesa iniziale per investimenti di 100 si genera una spesa di 400 in beni
di consumo, sicché il prodotto o reddito finale è aumentato di 500. Questi valori finali sono
calcolabili utilizzando la formula Y 
1
100 . I risparmi generati sono precisamente pari
1  0,8
all’ammontare di investimenti iniziale. Se le banche avevano inizialmente prestato creando potere
d’acquisto, prestando cioè senza aver prima ricevuto risparmi in deposito, alla fine del processo
moltiplicativo si ritrovano depositi pari al prestito iniziale, conseguendo così un bilancio in pareggio
- ma solo alla fine potranno dire di aver prestato risparmi depositati presso di loro.
16
Un fido è una apertura di un conto corrente a favore di una impresa: questa può prelevare sino ad un certo
massimo fissato dalla banca. La banca ha così creato potere d’acquisto.
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Tabella 3.1 - La determinazione del reddito in Keynes
(ipotesi: Pmc = 0,8)
variazione
variazione
variazione
periodi
I
Y
C
variazione
S
100
1
100
2
80
80
20
3
64
64
16
4
51,2
51,2
12,8
40,96
10,24
5
…

infinito
…
…
500
400
100
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Capitolo 5
Teorie moderne della crescita, ortodosse ed eterodosse17
Introduzione al capitolo
Una utile base di partenza per introdurre la moderna trattazione della crescita è il contributo
di Keynes. Da esso si dipartono, in un certo senso, sia il filone ortodosso che quello eterodosso.
Secondo molti studiosi il principale contributo di Keynes riguarda la teoria della domanda
effettiva. Secondo la teoria neoclassica (che più propriamente andrebbe chiamata marginalista, ma
ci adeguiamo qui all'uso corrente) la flessibilità del saggio dell'interesse nel mercato finanziario
assicura che in media (cioè tenuto conto di fenomeni ciclici di natura transitoria, come crisi di
fiducia, errori delle autorità monetarie) il livello degli investimenti si adegua all'offerta di risparmio
di pieno impiego. Nella teoria della domanda effettiva è invece il livello dei risparmi che si adegua,
via moltiplicatore del reddito, al livello degli investimenti decisi dagli imprenditori. Non vi sarebbe
ragione per cui il livello di investimento deciso dagli imprenditori sia quello corrispondente al pieno
impiego, per cui l'analisi del moltiplicatore (o, è la stessa cosa, della domanda effettiva) indica la
possibilità di equilibri di sottoccupazione.
L'analisi Keynesiana è generalmente considerata una analisi di breve periodo in quanto gli
equilibri in essa determinati lo sono sulla base dell'ipotesi di capacità produttiva data. Si apre
dunque il problema di verificare se le sue conclusioni siano estendibili al lungo periodo. Com'è
noto, la "sintesi neoclassica" (l'analisi IS/LM), proposta inizialmente da Hicks nel 1937 ha
ricondotto la possibilità Keynesiana di equilibri di sottoccupazione a un caso di breve periodo
(relativo ad esempio a rigidità dei tassi di interesse; a difficoltà di coordinamento fra gli agenti
economici; o più recentemente a rigidità dei salari), mentre nel più lungo periodo sarebbero
prevalse le tendenze neoclassiche verso il pieno impiego. Sono le analisi di Roy Harrod e Evsey
Domar (un economista inglese il primo, americano il secondo) a cercare di estendere l'analisi
Keynesiana nella direzione di una teoria della crescita. Dall'analisi di Harrod-Domar si dipartono
poi i due filoni "post-keynesiano" (Kaldor, Joan Robinson, Pasinetti ed altri) e della moderna teoria
neoclassica della crescita. Quest'ultima ha costituito negli anni '60 il corrispettivo di lungo periodo
dell'analisi IS/LM: a quest'ultima era assegnato il compito di analizzare le difficoltà di breve
periodo dell'economia e le politiche più opportune per ricondurre l'economia verso il sentiero di
lungo periodo studiato, appunto, dalla teoria neoclassica della crescita.
17
Si ricorda che le parti contrassegnate con N non fanno parte del programma d’esame.
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Per gli economisti che hanno meno simpatia (e molti dubbi teorici) nei confronti della teoria
neoclassica, il problema è, oggi come ieri, come estendere al lungo periodo quella che Kaldor ha
definito la "premessa Keynesiana", cioè l'idea che il livello degli investimenti sia indipendente
dall'offerta di risparmio di piena occupazione. Sarà qui soprattutto valorizzato il contributo di
Kalecki in questa direzione.
La teoria keynesiana della crescita e la teoria marginalista della distribuzione e del livello
del reddito possono essere utilmente ripassate nelle appendici a questo capitolo. In particolare la
studentessa deve avere molto chiaro cos’è la Legge di Say e quali sono le relative critiche di
Keynes.
Modern growth theory can be seen as a long and largely unsuccessful attempt to overcome
the problems left behind by Harrod’s growth model. In these notes I will not attempt any exegesis
of Harrod’s interpretation of his own result. In synthesis, in my view Harrod’s warranted growth
equation can be interpreted either as a dynamic expression of Say’s Law: assuming that all saving is
invested, the economy will grow at an equilibrium (or warranted growth rate); or as a stylized
description of the potential instability of capitalism (this is likely the way Harrod himself looked at
his model). That is, if we assume that investment is decided independently from capacity saving
(Kaldor’s Keynesian Hypothesis), then unless capitalists expect the economy to grow at the
warranted rate and invest accordingly, the actual rate of growth will diverge more and more from
the warranted rate. Neoclassical economists are also unhappy that the warranted rate does not
coincide with a full-employment path. However, this does not concern non-conventional
economists which are not committed to defend the goodness of laissez-faire.
Moving from Harrod growth theory developed along two different lines. One took
investment as the independent variable seeing in this a characteristic of capitalism both because it
symbolizes the power of capitalists and because the evidence is of a marked instability of this
variable. Indeed, Keynes regarded investment as the key variable in his theory of Effective
Demand. The question is then to show how capacity saving – the saving supply forthcoming from a
normally utilized capacity - adjusts to the independent investment decisions. The other approach
took capacity saving – the saving supply forthcoming from a normally utilized capacity – as the
independent variable. The question becomes then how investment decisions adapt to capacity
savings.
Solow’s model represents the second approach. It is, however, quite unsatisfactory from the
point of view of capital theory. Shattered but not out powered by the capital theory controversy,
neoclassical economists found some implications of Solow’s model also unsatisfactory, what led to
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endogenous growth theory (EGT) – which actually begun in the early sixties actually, and not in the
middle 1980s as usually supposed. While EGT has not solved the problems with Solow, it appears
unsatisfactory also from other perspectives.
The “heterodox” approach – often denominated “post-Keynesian” - was initially developed
by some Cambridge economists, genuine followers of Keynes. Also in this case, some
unsatisfactory aspects of their approach encapsulated in the so-called “Cambridge equation model”
(CE) has led to further a formulation known as “neokaleckian model” (NK). While in the CE
income distribution changes in order to adjust capacity saving to investment decisions, in the NK
the variability of the degree of capacity utilization plays the same role. According to Sraffian
economists and to other heterodox economists, the abandonment of the notion of a long-run normal
degree of capacity utilization is, however, an inacceptable step.
In spite of their differences, both the approaches, neoclassical and heterodox aim to show
that the economy converges to an Harrodian warranted growth rate and, in this capacity, can be all
defined as neo-Harrodian models. The only model that departs from the Harrodian framework is, as
far as I can see, the Sraffian-Kaleckian supermultiplier that I regard as the most promising
approach.
Fatti stilizzati della crescita
Earlier and more recent presentations of growth theory, including those of Solow (1970) and
Jones (2002), have focused on explaining Kaldor’s six famous ‘stylized facts’ of economic growth:
1. Output per worker y grows at a roughly constant rate that does not diminish over time.
y  Y / N con yˆ  Yˆ  Nˆ crescente
2. Capital per worker k grows over time.
k  K / N con kˆ  Kˆ  Nˆ crescente
3. The capital/output (or capital coefficient) v = K/Y ratio is roughly constant. (1+2)
vv
4. The rate of return to capital (or rate of profits) r is constant.
r  P /Y  r
5. The share of capital  and labor  in net income are nearly constant (given (4).
Y  P  W , or and dividing by Y: 1 
P Y W

 rv      
Y K
Y
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6. Real wage w grows over time. (1+5)
Since  
W wN
is constant, and Y grows faster than N, then w must be growing.

Y
Y
Two additional stylised facts that growth models may aim to explain can be added to this list,
although they are more controversial: a positive correlation between the investment (saving) rate,
that is the ratio between investment (saving) and output, and the rate of economic growth, either in
aggregate ( g Y ) or per-capita terms ( g y ).
These Stylised facts describe a balanced growth path, or steady state growth path (or normal path as
we shall sometimes indulge to call it).
Steady state analysis is not necessarily the best method. The present financial crisis shows that
capitalism is far to be growing along balanced paths. So Steady state analysis should be
complemented by the analysis of the crises. As we shall see. non orthodox theories – in particular
the Sraffian supermultiplier approach - are better prepared to do this compared to neoclassical
theory.
Allo scopo di impadronirci della terminologia che useremo più avanti, soffermiamoci un
momemento sul coefficiente di capitale v = K/Y. Questo è il rapporto capitale/prodotto desiderato
dagli imprenditori al momento in cui effettuano un investimento. Per esempio se v = 4, significa che
desiderano normalmente detenere 4 unità di capitale (stock) per ogni unità di prodotto (flusso, per
esempio prodotto annuo). Si rammenti che il capitale dura molti cicli produttivi per cui sebbene lo
stock di capitale possa valere di più della produzione annua, esso verrà ammortizzato (cioè
recuperato) su molti cicli. Il coefficiente v desiderato può essere chiamato anche normale: v  vn .
Quando l’imprenditore produce con un v  vn , anche il grado di utilizzo della capacità produttiva u
è al livello normale. Il grado normale di utilizzo della capacità produttiva è definito come un = Yn/Yf,
dove Yn è l’output atteso relativo a una capacità produttiva installata K, e Yf è l’ouput massimo
ottenibile da K. Mettiamoci nei panni di un imprenditore. Se questo in base alle aspettative di
domanda prevede un output normale per unità di tempo, ad esempio all’anno, Yn (supponiamo di
100), installerà uno stock di capitale vn Yn = K (per esempio 4 x 100 = 400). Se l’output massimo
ottenibile da K è Yf (per esempio 120), vuol dire che l’imprenditore desidera un grado di utilizzo
della capacità produttiva, nell’esempio, un = 100/120, ovvero circa dell’83%. L’impresa avrà un
17% di capacità produttiva mediamente inutilizzata. A quale scopo? Per esempio per far fronte a
picchi improvvisi della domanda. Talvolta, come nella trattazione di Harrod e della Cambridge
Equation, supporremo per semplicità Yn = Yf, per cui un = 1. Tuttavia, rimuoveremo
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successivamente tale ipotesi in quanto l’esistenza di una “spare capacity” può giocare un ruolo
rilevante nel rendere flessibile il sistema.
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1. Il nonno di tutti i modelli di crescita: Harrod
1.1. The problems with Harrod
While in Keynes investment appeared (in the multiplier) only as a determinant of aggregate
(AD), Harrod set out to combine this role with that of investment as creator of productive capacity the theory of growth is indeed concerned with the creation of productive capacity. The question is:
given this double role of investment as creator of both AD and capacity (or of potential aggregate
supply AS), does an equilibrium path exist of the economy in which AD and AS grow in a
consistent way? Harrod calls this long-run equilibrium growth path “warranted rate of growth”. If
the economy grows along this path, capitalists sell their planned output and “are content with what
they are doing”.
Harrod examines a closed economy without public administration. He moves from two
analytical elements:
(a)
the Keynesian multiplier that shows that the level of effective (aggregate) demand is
determined, given the marginal propensity to consume, by the level of (gross) investment. 18 The
level of effective demand determines, in turn, the level of (gross) output.
(b)
the (old) accelerator theory according to which the level of (gross) investment
depends on the expected rate of growth of aggregate demand (AD).
Although both aspects sound Keynesians, the way Harrod combines them has nonKeynesian outcomes.
Harrod’s model is usually exposed through 3 equations:
(1)
S1 = s Y1
(2)
I1 = vn(
(3)
S1 = I1
– Y0)
The first equation expresses the fact that savings originate from income (through the
Keynesian multiplier process). S1 may be defined as “capacity saving”, that is the amount of saving
forthcoming from a normally utilized level of productive capacity (what normal degree of capacity
utilization means will be defined shortly; in the meantime think of the normal degree as full degree
of utilization).
The second equation is the investment function and shows (gross) investment undertaken in
time 1 as dependent on the expected variation of AD from period 0 to period 1. It is a simple
formulation of the accelerator model. The first term on the right-hand side is the so-called “capital
18
Keynes calls it effective demand to distinguish it from the theoretical level of aggregate demand necessary
to absorb potential output.
Lezioni sviluppo e crescita 2016-17
coefficient” vn = K/Y, or
38
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. It represents the amount of capital (equipment) per unit of
product desired by capitalists. Its role is to “translate” the expected growth of AD in investment.
Suppose that v = 2. It means that if AD is expected to grow by €10bn, capitalists will wish to install
€20bn of capacity. (Of course they do expect that the increase of AD is permanent, since many
years will be necessary to recover investment costs). Notably, the investment function based on the
accelerator is the most plausible and empirically robust explanation of investment decisions. For the
moment take the third equation as an equilibrium condition in the good market (all output is sold if
investment “absorb” all capacity saving). 19
1.2.
Degree of capacity utilization
When capitalists plan their investment, they expect that installed capacity (or capital stock)
will be utilized at planned level. Usually this planned level is not 100% (full utilization). This is so
because capitalists intend to maintain an amount of spare capacity in case of peaks of demand. A
restaurant, for instance, might expect to serve on average 80 meals per day. This average, however,
is the result also of expected peaks of demand, say, days in which 100 meals are requested. Since
the restaurant does not want to leave customers unsatisfied, it will install an extra-capacity of 20
meals. So we may define a normal degree of capacity utilization un = 0.8, or
,
where Yn is normal or average expected output and Yf is full-capacity output. The full-capacity
degree of utilization is clearly equal to 1. The actual degree of capacity utilization is defined as
, where Ya is actual output.
Return now to the normal capital coefficient vn that we used above. This is equal to
, where Yn is normal expected output when K* was installed.
Suppose then that ua < un. This also implies that Ya < Yn and that va > vn, where va = K*/Ya
is the actual capital coefficient. This is intuitive: if output is lower than expected, the installed
capital stock will be “excessive” relatively to actual output.
These relations will be quite relevant in the remaining of these notes.
1.3. The troubles with Harrod
19
"The axiomatic basis of the theory which I propose to develop consists of three propositions, namely:
(a) that the level of a community income is the most important determinant of its supply of saving; (b) that
the rate of increase of its income is an important determinant of its demand for saving; and (c) that
demand is equal to supply. It thus consists in a marriage of the 'acceleration principle' and the 'multiplier'
theory" (1939, p.43).
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Reconsider our original system
(1)
S1 = s Y1
(2)
I1 = vr( Y1e – Y0)
(3)
S1 = I1
Substitute 1 and 2 in 3 to obtain sY1 = vr (Y1e - Y0), or:
(4)
s/vr = (Y1e - Y0)/Y1.
e
Capitalist have invested I1 expecting Y1 . They will be happy if actual output at t =1 is equal
to that expected, that is if: Y1e = Y1. In which case will they be correct?
Multiply both side of equation 4 by Y1/Y1e to get:
(5)
Y1e  Y 0
s Y1

v r Y1e
Y1e
(5)
The term on the right-hand side is the expected growth rate ge. Suppose that Y1e = Y1, that
is, suppose that the expectations are fulfilled. Then ge = s/vn. Look at this result in this way.
Suppose that capitalists expect a rate of growth equal to s/vn, then their expectations will be
satisfied, that is Y1e = Y1. In other words, if capitalists expect the warranted rate of growth
and invest consistently, then the economy will grow in equilibrium at this rate. However, there is no
reason why the entrepreneurs should know gw, which is a ratio between two magnitudes, s and vn,
that are in general unknown to capitalists. So, in general, we should not expect that the economy
will grow along a warranted growth rate.
There are two cases in which, however, we might expect the economy to grow at gw. One is
if capitalists behave following Say’s Law. If capitalists systematically invest all their savings, the
economy will actually grow at the warranted rate. Possibly capitalists collude and all agree to
follow Say’s Law. But, as Kalecki put it, capitalists do many things as a class, but they do not invest
as a class. The other case is that they defer to a planning office the calculation of g w that is then
imposed to the capitalist class as a mandatory rate of capital accumulation. Harrod’s model was
indeed quite popular in the 1950s when some mixed-economy (capitalist with some socialist
element) countries with like India or France tried some economic planning. In general, however,
capitalist will refuse investment decisions imposed from outside.
But this is not all. According to Harrod’s model, a market economy not only will not, in
general, grow at an equilibrium rate, but it will also progressively diverge from the equilibrium,
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warranted rate. Indeed, we should expect that whenever the economy is out of equilibrium – that is,
output is larger or smaller than AD – capitalists try to adjust their decisions. We shall shortly show
that precisely this behavior will led the economy to diverge from the equilibrium even more.
To neoclassical economists Harrod’s model left behind other problems. Even if
entrepreneurs correctly guess the warranted rate and the actual growth rate is an equilibrium one,
there is no reason why this would be a full-employment path. This is not a problem, of course, for
scientifically minded scholars. Neoclassical economist want however to show that laissez-faire
economies grow at full-employment. A less malevolent interpretation is the following. In general,
we do not see middle or high income economies with persisting excesses of unemployed labour
force (at least not excess of unsubsidized labour population).
Neoclassical economists interpret this much stylised facto as the result of the adaptation of
the growth rate of output to that of population, so that excess labour is re-absorbed via wage
flexibility. Less conventional economists share the Classical point of view that it is labour
population growth that tends to adjust to economic growth and labour demand, not the other way
round. In the short-run this happens through migrations and by resorting to the buffer stock
consisting of marginal labour figures such as women and very young or older workers. In the longrun demographic changes may occur in fertility and mortality rates. Be it as it may, neoclassical
economists are disappointed that given an exogenous growth rate n of the labour force n ≠ s/vn, in
general.
1.4. The Harrodian instability
From the definitions of ge e di ga we obtain:20
and
Recalling that
Y
Y1 Y e  Y0
s Y1

g

 g e , that is g w 1e  g e , we obtain:
w
e
e
e
vn Y1
Y1
Y1
Y1
.
Substituting
and Y1 (as defined above), we find:
.
20
Y  Y0
Y0
Y e  Y0
Y0
Recall that: g e  1
e che g a  1

1

, where Y1 is the actual (realised)

1
Y1
Y1
Y1e
Y1e
output.
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Observe that if ge = gw, then ga = ge (this reinstates the idea that if capitalists foresee the
warranted rate, then their expectations are confirmed).
It also follows that if:
- ge > gw, then (1 - ge) > (1 - ga), that is, ga > ge. In other words, if capitalists are overoptimistic, the actual growth rate is even larger than expected; so they will feel that they had been
too pessimist and will expect an even higher rate resulting in an even larger actual rate and so on
and so forth. The economy will diverge more and more from the warranted rate. The discrepancy
between ga and gw can also be observed as one between the normal capital coefficient vn and the
actual capital coefficient va. The latter is the actual ratio K/Y that capitalists experience at the end of
the year. Note that ga > gw, or
s
s
 ga 
 g w , means that va < vn. That is if the economy is
va
vn
growing faster than the equilibrium growth rate, capitalist will find a capital coefficient lower than
normal – they conclude they have invested too little. This unhappiness can also be seen by the fact
that the degree of capacity utilization will be higher than normal ua > un. AD and output have been
higher than expected, and they find they have too little capacity installed. Therefore, next period
they will install even more capacity expecting a growth rate ge’ even higher than ge, that is ge’ > ge
> gw. As a result ga’ > ge’ and so on.
- If, on the other hand, capitalist are too pessimist, so that ge < gw, then the actual rate will
be even lower than expected ga < ge, va > vn and ua > un and the economy will diverge more and
more from the warranted rate in a bottomless recession.
In actual, capitalists are neither to optimist or too pessimist: the question is that they just do
not know the warranted rate so we should not expect the economy to grow in equilibrium.
1.5.
Discussion
A merit of Harrod’s model is to show the instability of a market economy. In this capacity it
thus led less-conventional economists to suggest that indicative economic planning might be
helpful. Alternatively, economic policies, fiscal and monetary may avoid that the economy
overheats or over-freezes. For instance, if the economy sees its growth rate progressively falling, an
expansionary fiscal policy might sustain AD reverting investors’ expectations from a progressive
pessimism to optimism. A lax monetary policy may contribute by sustaining autonomous
consumption. If, on the other hand, economic policy backs the Harrodian instability – as the
austerian economic policies adopted in the Eurozone since 2010 – the economy will continue its
downward spiral. In spite of these merits, Harrod’s model has also been felt unsatisfactory since
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real economies do not show the violent kind of instability predicted by the model even if policy
intervention is absent.
Questo è quanto scrivevo prima della crisi europea. Guardando ora all’esperienza greca, in
cui il crollo degli investimenti e delle altre componenti della domanda genera un circolo vizioso con
conseguente crollo del PIL, sto rivalutando il senso dell’instabilità Harrodiana. Mettiamola così.
Nel modello di Harrod vi sono solo due componenti della domanda, C ed I. Il modello è instabile.
Harrod può aver implicitamente suggerito che la politica economica agendo sulle altre componenti
della domanda, come i consumi autonomi CA, la spesa pubblica G e le esportazioni E può
stabilizzare l’economia. Questo è precisamente quanto non si è fatto in Grecia e in buona misura in
Italia in cui, anzi, la politica economica ha remato contro la stabilizzazione. La caduta del PIL greco
dal 2008 del 25% e di quello italiano di oltre il 10% dimostrano che il capitalismo soffre di violenta
instabilità senza opportune politiche economiche che lo stabilizzino. In loro assenza certamente si
verifica il circolo vizioso fra crollo degli investimenti e crollo della domanda indicato dal modello
di Harrod.
As a consequence, in the 1950s a group of close followers of Keynes tried to prove that a
market economy may find a way to a stable Harrodian growth rate even without an external
guidance or assistance. This attempt might appear rather strange now, since Harrod’ model has a
non-Keynesian feature that, as we shall see, these post-Keynesian authors (as they are sometimes
labeled) do not amend. Simply consider the warranted growth equation gw = s/vn and note that the
equilibrium rate is positively associated to the saving propensity. This result, and the associated
prescription to keep real wage low to sustain the capitalists’ higher propensity to save, sound quite
non-Keynesian implications. This is why in the last couple of decades this earlier post-Keynesian
attempt has been abandoned and substituted by new non-conventional approaches considered later
in this lecture notes.
Turning to neoclassical economists, they were indeed pleased by the non-Keynesian
implications of the warranted growth rate but, on the other hand, they were not ready to the idea that
market economies could not grow in equilibrium without the State visible hand assisting them. We
shall see that Robert Solow in 1956 pretended to solve the second question – the invisible hand
leads the economy to a stable (and full employment) growth path, but paying the price of losing the
positive relation between the saving rate and the warranted growth rate.
In the next sections we shall focus, respectively, upon the Solowian and the Post-Keynesian
approaches and on their more recent developments. One basic difference between the two
approaches is the following. At the basis of the Harrodian instability there is disequilibrium
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between the investment decisions and capacity savings. Recall that the warranted rate g w 
s
is
vr
precisely defined as that rate at which, over time, investment is equal to capacity saving. In Harrod
there are not mechanisms, however, that adjust the two magnitudes when, as in general expected,
they are different. Characteristic of the Solowian solution is that it is investment that adapts to
capacity saving. Moreover for Solow the warranted rate is equal to the rate of growth of the labour
force n, that is g w  n . Suppose that g w  g a . We shall see that the adjustment is such that
g a   g w and that it will take place through the adjustment of va to vn (something that concerns
investment rather than capacity saving; s is indeed given). On the opposite, the early PostKeynesian economists will in general believe that the rate of capital accumulation gk is decided by
capitalists and there is no reason why this rate is equal to n. In their view, once capitalists decide
investment, it the invisible hand that leads capacity saving to adapt to investment. In terms of our
growth equations, capitalists decide g a  g k and s will change in order that g w   g a (while vn is
given). Other solutions will be suggested by most recent vintages of post-keynesian economist.
The figure below shows our road map.
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Harrod
Solow
Cambridge equation
EGT
Neo-kaleckian
and/versus Sraffians
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2. Neoclassical Growth Theory: Solow’s’ exogenous growth
2. Il modello neoclassico di Solow
2.1. La funzione di produzione pro-capite
Secondo la teoria neoclassica la crescita economica è determinata dal lato dell’offerta in
seguito alla accumulazione dei fattori produttivi, oltre che dal progresso tecnico. Come sappiamo,
infatti, la teoria marginalista ritiene valida la Legge di Say per cui non vi sono mai problemi di
mercato per il prodotto sociale. In particolare sappiamo che qualunque ammontare di risparmio
troverà impiego sotto forma di investimento produttivo, così come la flessibilità del salario reale
assicura il pieno impiego del lavoro. Sinora, tuttavia, abbiamo esaminato gli effetti degli
investimenti solo sotto il profilo della domanda, come componente della domanda aggregata, ma
non sotto quello della accumulazione di capitale, cioè come accrescimento della capacità produttiva.
Di questo si occupa la teoria della crescita di cui consideriamo in questo capitolo la versione
marginalista (nel prossimo capitolo vi sarà un accenno alla teoria keynesiana della crescita).
Come sappiamo, per gli economisti neoclassici la teoria tende, in assenza di rigidità
all’operare del mercato, al pieno impiego. Questi economisti non sono dunque tanto interessati alla
crescita del prodotto aggregato, quanto alla crescita del reddito pro-capite. Se vi fosse infatti ampia
disoccupazione, allora saremmo interessati in primis alla crescita del Pil aggregato avendo in mente
il riassorbimento della disoccupazione. Ma in assenza di disoccupazione diventiamo interessati
nell’aumento del benessere individuale identificato nel Pil pro-capite. Questa è naturalmente una
misura rozza del benessere che non tiene conto delle numerose esternalità negative dello sviluppo
economico come l’inquinamento, il deterioramento dei rapporti sociali tradizionali e così via.
Partiamo dalla funzione di produzione: Y = A F(K, N). Si vede qui come aumenti di K e di
N (lavoro) determinino un aumento di Y. Il termine A rappresenta il progresso tecnico: anche un
suo aumento conduce a un aumento di Y. Su questa base esaminiamo il modello messo a punto
dall’economista americano Robert Solow nel 1956 e che ancora oggi costituisce il cuore della
descrizione neoclassica della crescita.
Definiamo y 
Y
K
come il prodotto per lavoratore,21 e k 
lo stock di capitale per
N
N
lavoratore. Su questa base scriviamo la funzione di produzione pro-capite. Dividiamo innanzitutto
ciascun termine della funzione di produzione aggregata per il numero dei lavoratori N:
21
Useremo talvolta l’espressione “per lavoratore” e altre volte “pro-capite”. “Pro-capite” può riferirsi anche
all’intera popolazione e non ai soli lavoratori. Tuttavia rammentiamo che qui c’è la piena occupazione, e che
gli occupati possono essere considerati come una quota costante dell’intera popolazione. Quindi è semplice
passare da una misurazione all’altra.
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Y
K N
 AF ( , )  AF (k ,1) , ovvero y  Af (k ) . Questa funzione ci racconta che il prodotto proN
N N
capite dipende dalla dotazione di capitale per lavoratore. La sua forma grafica è illustrata nella
figura 1. Agiscono i rendimenti marginali decrescenti. Dato lo stock di lavoro N, quando cresce la
dotazione di capitale pro-capite il prodotto marginale cresce a ritmi sempre minori (la funzione
marginale y
k
è decrescente).
If we employ a Cobb-Douglass production function F ( K , L)  AK  L1 we get:

1 
K  L
y  Y / L  F ( K , L) / L  F ( K / L, L / L)  A   
 L  L
or
y  Ak  .
There are constant returns to scale since:
F ( zK , zl )  A( zK ) ( zL)1  z  1 K  L1  zF ( K , L)
The marginal product of capital (useful later) is:
MPK 
Y
 AK  1 L1 .
K
“  ” is capital’s income share since:

MPK * K AK  1 L1 * K

.
Y
AK  L1
NB Utilizzeremo la Cobb-Douglass solo quando vedremo i modelli di crescita
endogena.
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Figura 1
2.2. Stati stazionari e l’equazione fondamentale dello modello di sviluppo neoclassico
Questo modello studia, per cominciare, i cosiddetti “stati stazionari”, equilibri di lungo
periodo in cui prodotto e capitale per lavoratore sono costanti (il che non vuol dire che K ed N non
crescano in aggregato). Come sappiamo in questa teoria gli investimenti, richiesti per accrescere il
capitale per lavoratore, richiedono un atto di risparmio. I risparmi, tuttavia, non servono solo a
fornire ulteriori attrezzature ai lavoratori già attivi, ma anche a sostituire i beni capitali che vanno
fuori uso per obsolescenza fisica o tecnica, e per dotare i nuovi lavoratori (i giovani, diciamo) della
dotazione media di capitale per addetto di cui godono i lavoratori già attivi.
Facciamo un esempio. Supponiamo che la nostra economia consista di una cooperativa di 20
persone che lavora con 20 elaboratori. La cooperativa risparmia 5000€ all’anno. Ogni anno 2 pc,
pari al 10% del totale dei beni capitali, vanno fuori uso. Un pc nuovo costa 1000 € (lo stock di
capitale vale dunque 20.000€). Allora dei risparmi (lordi), 2000€ vanno accantonati per rimpiazzare
i pc andati fuori uso. Supponiamo anche che la cooperativa cresca del 10% l’anno e che dunque
assuma 2 giovani lavoratori. Allora altri 2000€ di risparmi vanno destinati a dotare i due nuovi
lavoratori del loro pc. Avanzano 1000€ di risparmi. Questi possono essere utilizzati pe r
incrementare lo stock di capitale per addetto (che è ora di un pc da 1000€ per lavoratore), ad
esempio potenziando la memoria dei pc in uso.
L’equazione che segue traduce analiticamente la nostra parabola è:
kN  sY  K  nK  sY  (  n) K
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Essa va letta così: sY è l’offerta di risparmio aggregato ( S  sY , dove s è la propensione
marginale al risparmio che già conosciamo); tale offerta di risparmio può essere destinata per
rimpiazzare i beni capitali K andati fuori uso (  è la quota di K che va fuori uso), oppure ad
attrezzare i nuovi lavoratori nk (dove n è il loro tasso di aumento annuo: n  N
N
).22 Ciò che
avanza può essere utilizzato per incrementare la dotazione di capitale per lavoratore ( k è tale
incremento, grandezza che moltiplichiamo per il numero dei lavoratori). 23
Riscriviamo ora l’espressione in termini pro-capite semplicemente dividendo entrambi i lati
per N:
kN
Y
K
 s  (  n) , ovvero:
N
N
N
k  sy  (  n)k
(1)
Questa è l’equazione fondamentale del modello di crescita neoclassico (o modello di
Solow). Essa ci racconta che ciò che avanza dal risparmio pro-capite una volta effettuati i rimpiazzi
(in termini pro-capite) e attrezzati i nuovi lavoratori (in termini pro-capite) può essere destinato ad
incrementare la dotazione di capitale pro-capite.
L’equazione ha un'espressione grafica piuttosto immediata (figura 2). Il suo lato sinistro k
è la differenza fra due espressioni, sy e (  + n)k, nel lato destro. Esaminiamole. La sy o sAf(k) ha lo
stesso andamento grafico della y  Af (k ) (figura 1), solo in po’ più bassa in quanto ne prendiamo
una quota pari alla propensione al risparmio (se s = 0,2, di ogni valore di y ne prendiamo il 20%).
La (  + n)k è una retta di coefficiente angolare (  + n). La loro distanza nel grafico è proprio k .
Per cui nK = N(K/N) = Nk . Questa espressione chiarisce che nk è la domanda di dotazione
media per lavoratore k che proviene dai nuovi lavoratori che sono N.
22
Se applicassimo la formula all’esempio avremmo 1000€ = 5000€ – 2000€ – 2000€, o più in dettaglio:
45,5€ x 22 = 5000€ – (0,1 x 20.000€) – (0,1 x 20.000€).
23
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Figura 2
Si osserva graficamente che nel punto di intersezione fra la sy e la (  + n)k, cioè dove:
sy = (  + n)k,
k risulta uguale a zero. Quello è lo stato stazionario, cioè il punto in cui l’offerta di risparmio è
precisamente sufficiente per la domanda di capitale per i rimpiazzi e per attrezzare i nuovi
lavoratori (tutto misurato in termini per addetto).
sy *
s
Si osservi che nel punto di stato stazionario nk* = s*y (trascurando ), ovvero n  *  * in
k
v
quanto y/k= (Y/L)/(K/L) = Y/K = 1/v. Si ricordi che s/v è il tasso di crescita dello stock (aggregato)
di capitale in quanto: s/v =
I/K
 I / K  K / K  g K . Dato v*, gK è anche il tasso di crescita del
K /Y
reddito aggregato (dato che in corrispondenza a v* sia L che K crescono al tasso gk = n ).
2.3. Stabilità
Nel punto di equilibrio n 
s
Dunque l’economia cresce al tasso Harrodiano (questo è vero
v*
per qualsiasi sentiero di equilibrio di steady state). A differenza, tuttavia, dell’equilibrio Harrodiano,
lo stato stazionario di Solow è un punto di equilibrio stabile, cioè quando l’economia non è in
equilibrio, essa vi tende. Infatti alla sinistra del punto di equilibrio, per esempio dove k = k 0 , si
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vede che la funzione sy giace sopra la funzione (+ n)k, dunque sy > (  + n)k. Se ne conclude che
alla sinistra dell’equilibrio k è positivo, cioè il risparmio pro-capite è più che sufficiente per i
rimpiazzi e per attrezzati i nuovi lavoratori e dunque una parte di esse può essere destinato ad
incrementare la dotazione di capitale pro-capite. Se k >0, vuol dire che k sta aumentando e
dunque il suo valore converge verso k*. Viceversa alla destra del punto di equilibrio, per esempio
dove k = k1 , si vede che la funzione sy giace sotto la funzione (  + n)k, dunque sy < (  + n)k.
Dunque alla destra dell’equilibrio k è negativo, cioè il risparmio pro-capite non è sufficiente per i
rimpiazzi e per attrezzati i nuovi lavoratori e dunque una parte del capitale pro-capite deve essere
destinato a questi due scopi e la dotazione di capitale pro-capite diminuisce, cioè k <0. Ciò vuol
dire che k sta diminuendo e dunque il suo valore converge verso k*.
Se torniamo alla nostra parabola, alla sinistra di k* i risparmi della cooperativa sono più che
sufficienti per rimpiazzare i pc andati fuori uso e per attrezzare i nuovi soci, per cui c’è spazio per
accrescere la potenza dei pc in dotazione a ciascuno. Alla destra di k* i risparmi della cooperativa
non sono sufficienti per rimpiazzare i pc andati fuori uso e per attrezzare i nuovi soci, per cui
dobbiamo, per così dire, togliere un pezzetto di pc a ciascun membro per assemblare i pc che
mancano per i rimpiazzi e per i soci entranti; la potenza dei pc in dotazione a ciascuno viene perciò
a diminuire.
Per l'analisi della stabilità si deve considerare che alla sinistra di k* l'offerta di risparmio
pro-capite è superiore alla domanda che proviene dalla necessità di attrezzare i nuovi lavoratori.
Sfruttando
sf (k )
k
le
relazioni
 sy / k  s
va
ora
note
si
ha
che
sf(k)
>
(
+
n)k,
ovvero
che
 n   , dove va = k/y = (K/N)/(Y/N) è il valore “corrente” del coefficiente
di capitale. va deve aumentare per realizzare l'equilibrio, dunque convergere verso il livello vn = v*
desiderato (considerato normale) dagli imprenditori. Vi è in questa situazione spazio per un
accrescimento della dotazione individuale media di capitale. Implicitamente si sta qui assumendo
che l'eccesso di risparmio nel mercato dei capitali conduca ad una diminuzione del tasso di interesse
monetario, e ad una maggiore convenienza per gli imprenditori di adottare tecniche a maggiore
intensità di lavoro24 e perciò ad un aumento di k. Si rammenti infatti che che la pendenza della f(k) è
la produttività marginale del capitale, che gli imprenditori confrontano col tasso di interesse, che è il
costo opportunità del capitale; sino a che Pmk > i - a sinistra di k* - gli imprenditori hanno
convenienza ad accrescere k sino a che Pmk = i. L'aumento di k determina l’aumento di va = k/f(k).
24
Ovvero la diminuzione del prezzo dei beni che impiegano relativamente più capitale ne induce una
maggiore domanda facendo così innalzare anche per questa via il rapporto K/L.
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Infatti a causa dei rendimenti marginali decrescenti del capitale, un aumento del numeratore k
determina un aumento meno che proporzionale del denominatire f(k), e il rapporto aumenta.
It should observe that all textbook just identify investment and saving decisions, taking s as
the investment rate. This is highly misguiding since it obscure the neoclassical mechanisms on
which Solow’s model is founded. Si osservi a tal riguardo la rilevanza delle critiche in tema di
teoria del capitale menzionate più avanti e sopra in 1.7.8 (quest’ultima parte esclusa dall’esame).
Non è affatto detto che minori tassi di interesse determinino l’adozione di tecniche a maggiore
intensità di capitale. Alla luce di queste critiche il modello di Solow appare instabile.
Let us look at the gravitation process also this way. Recall that the capital coefficient at k* is
v* 
k*
and the long period growth rate g* = s/v*. Note that on the left on the equilibrium point at
y*
k0 the capital coefficient is v0 
k0
and, given s (which does not depend on k), we may calculate
y0
the actual growth rate at k0, that is: g a 
s
. Note that v0 < v* since k0/y0 < k*/y*. Indeed,
v0
although both k0 < k* and y0 < y* given the curvature of the production function k0 is much lower
than y0, as a visual inspection would confirm (if any student wants to show it analytically I will
consider the proof for the exam). We have therefore: g a 
s
s
, that is, on the left hand
 g* 
v0
v*
side of k* the actual rate of growth is higher than the long period one. The economy will tend, as we
know, to g*. This means that ga  g*. This is not surprising because in the gravitation process both
k and y are increasing but the increase in k is larger than that of y, given the marginal decreasing
returns that shape the curvature of the production function (a visual inspection will again confirm
this, but students might want to provide an analytical proof). Therefore the actual v is increasing
from k0 to k*. The intuition is that during the gravitation process firms are increasing the capital
intensity of techniques (K/L) and this also rises the capital coefficient (va = K/Y). The reader will
repeat the exercise moving from a disequilibrium point on the right hand side of k*.
It is important that you appreciate that on the left hand side of k*, during the convergence process,
ga > g*. This is one the neoclassical explanation why catching up countries grow faster than
developed countries: the idea is the the former countries are not yet at their steady state equilibrium
and in the catching up phase to reach the secular equilibrium they grow faster.
2.4. Statica comparata
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Studiamo ora gli effetti di mutamenti nel valore dei principali parametri, s e n, che
governano l’equilibrio di lungo periodo.
- se varia la propensione al risparmio da s a s’, la funzione sy si sposta verso l’alto. Il
nuovo equilibrio è caratterizzato da un valore più elevato di k e di y di stato stazionario. Non
sorprendentemente un aumento dell’offerta di risparmio ha, in questa teoria, effetti positivi
generando un aumento del capitale e del reddito pro-capite (figura 3). Since per-capita output is
higher in the new stationary equilibrium, during the transition the rate of growth will be higher than
the steady state rate n   . We have indeed already noticed that outside equilibrium g a  g * and
that, more spcifically, ga > g* on the left hand side of k*. This proves that although there are no
long run growth effects of a rise in s, there are transition effects. The question is then the length of
the transition process. We shall return on this.
Si osservi che nell’equilibrio iniziale g* = s/v0* mentre il quello finale g** = s’/v0**.
Intuitivamente g* = g** (= n + ) in quanto s’ > s, ma anche v0**
> v0*.
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Figura 3
- Se aumenta n passando a n’, cioè aumenta il tasso di crescita della forza lavoro, la
funzione (  + n)k diventa più ripida (figura 4); il capitale per addetto e, di conseguenza, il reddito
pro-capite, diminuiscono. Ciò non sorprende in quanto l’offerta di risparmio deve servire ad
attrezzare un numero maggiore di nuovi lavoratori, e dunque è necessario ridurre il capitale procapite. Il capital si “diluisce”.
Si osservi che in corrispondenza all’equilibrio iniziale si ha g* = s/v0* = n, mentre il quello finale
g** = s/v1** = n’, dove g* = n < g** = n’ in quanto v0* > v1*. Ciò non sorprende: quando n
aumenta (per esemoio per un maggiore afflusso di immigrati), i salari diminuiscono per la maggiore
concorrenza e i capitalisti adottano tecniche a più elevata intensità di lavoro, o minore intensità di
capitale, per cui v diminuisce.
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Figura 4
2.5.
Technical change
Ci si può tuttavia domandare quale sia l’interesse per gli stati stazionari, in cui k ed y sono
costanti. Dopotutto lo sviluppo economico degli ultimi duecento anni ha portato a un costante
aumento di k e di y. Sinora abbiamo visto che un aumento di s porta sì a un aumento del reddito procapite, ma tale aumento si arresta, a meno che s continui ad aumentare, ciò che non è plausibile
(anche se per assurdo i soggetti risparmiassero tutto il proprio reddito, s non potrebbe superare il
valore 1). Un maggiore ritmo di crescita della popolazione fa per giunta diminuire il reddito procapite. Per spiegare la crescita secolare del prodotto pro-capite dobbiamo ricorrere a un elemento
sinora trascurato: il progresso tecnico (PT), dunque il termine A nella funzione di produzione
y=Af(k)
Il PT ha molteplici origini. In primo luogo nei progresso scientifici e tecnologici che danno
luogo a invenzioni fondamentali come i motori a combustione, la produzione e impiego di energia
elettrica, le scoperte nella chimica, elettronica e così via. Tutte queste invenzioni fondamentali
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danno luogo a innumerevoli altre innovazioni. Molte innovazioni minori sono inoltre il frutto
dell’esperienza nei processi produttivi (o cosiddetto learning by doing).
Nel modello di Solow originario il PT era considerato esogeno, come una manna che
scendeva dal cielo. In realtà Solow riteneva che il PT fosse il frutto delle attività umane, ma che gli
economisti non avessero molto di sistematico da dire sulle sue origini. Meglio allora supporlo
esogeno al modello (cioè non spiegato dal modello). L’ipotesi era che A aumentasse in maniera
costante con il passare del tempo sulla scorta dell’esperienza dalla rivoluzione industriale in poi che
ha visto la comparsa di un flusso pressoché costante di innovazioni. Analiticamente il tasso di
progresso tecnico m veniva definito come: m 
A / dt
. Graficamente un aumento costante nel
A
tempo di At si manifesta come uno spostamento progressivo verso l’alto della funzione di
produzione (figura 5). E’ facile osservare come a tale spostamento corrisponda un continuo
spostamento dell’equilibrio di stato stazionario (un equilibrio stazionario mobile, se si perdona
l’ossimoro) per cui k ed y aumentano nel tempo, come indica l’esperienza empirica.
Per ragioni che qui trascuriamo, nel modello di Solow il progresso tecnico assume la forma
di “labour augmenting”. Esso cioè accresce la potenza dei lavoratori, ovvero è come se le forze di
lavoro si accrescessero di numerosità al tasso m, anche se la loro numerosità fisica rimanesse
costante (n = 0). La quantità di lavoro in “unità efficienza è definita come AtL. Nel modello con
progresso tecnico l’economia accumula dunque capitale al tasso n + m. L’accumulo al tasso n serve
a dotare i nuovi lavoratori della dotazione media di capitale, per cui y rimane costante. L’accumulo
al tasso m accresce invece la dotazione media di capitale, per cui y cresce nel tempo al tasso m.
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y
y3
y = A2 f(k)
y = A1 f(k)
y1
y = A0 f(k)
y2
s y =s A2 f(k)
sy =s A1 f(k)
sy =s A0 f(k)
k0
k1
Figure (5)
Figure (6) decomposes the increase in pc output into two passages. To begin with, the shift
of the production function determines, given the initial pc capital endowment k0, a rise of pc output
from F to G. Subsequently, the higher saving supply that derives from the higher income is such
that the pc capital endowment also rises and pc output increases from G to H.
k
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y
y1
H
y = A1f(k)
G
y = A0 f(k)
y0
F
E
D
s y =s1f(k)
sy =s A0 f(k)
B
k0
k1
Correzione: la seconda curva dal basso è sy = sA1f(k)
Figure 6
Una rappresentazione grafica alternativa (figura 6 bis), del tutto analoga alla figura 2, vede sull’asse
delle ascisse la dotazione pro-capite di capitale relativa alla quantità di lavoro in unità efficienza AtL
~ K
Y
ovvero k 
. Anche il reddito pro-capite è di conseguenza definito come: ~
e la funzione
y
At L
At L
~
di produzione ~
y = f( k ). La pendenza della linea retta rappresenta il tasso di crescita delle forze di
lavoro in unità efficienza, dunque n + m.
L’eqauzione fondamentale della crescita può ora essere scritta come
~
~
k  s~
y  (n  m)k .
~
~
~
y
Nel punto di equilibrio k  0 e dunque s~
y  (n  m)k , ovvero s ~  n  m , cioè
k
g*  s / v~*  n  m .
Note that, as in the case without technical progress (si assume = 0 per semplicità), in equilibrium
we have g* = s/v* = n + m. Since s/v* = S*/K = I*/K = K/K = gK*, where I* is the investment
rate equal to capacity saving at the equilibrium point (I* = S*), this mean that the aggregate growth
k
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rate of the capital stock gK* is equal to n + m and so the aggregate rate of output growth gY* = gK*.
The rates of growth in per capita terms are respectively:
gk* = gK* - n = m and gy* = gY* - n = m.
~
~
y =f( k )
~
y*
~
(n+m) k
~
s~
y =sAf( k )
~
k0
~
k*
~
k1
~
k
Figura 6 bis
2.6. Poverty trap
It is natural to believe that ordinary people in poorer countries will have a lower marginal
propensity to save than ordinary people in richer countries. Suppose two countries, 1 and 2, in
which (Weil: 73) s = s1 if y < y* and s = s2 if y > y*, respectively, with s1 < s2. Figure (10) shows
what happens. It can be seen that the sf(k) function jumps in correspondence to the level of income
y* [=f(k*)]. Country 1 is trapped at equilibrium k1ss (“ss” stays for steady state) with pc output
equal to y1ss , while country 1 can reach equilibrium k 2ss with a higher pc output y2ss .
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Figure 10
Multiple steady state equilibriums are therefore possible. With little external help to reach a pc
capital endowment higher than k*, country 1 could reach propensity to save s2 and a better
equilibrium. The poverty trap story has thus been used to justify the recourse to foreign official or
private capital (saving) to sustain a saving (investment) rate higher than that permitted by domestic
saving. This was sometime called the “big push” theory, in the sense that an external push was
required for the economy to overcome (in our example) the capital endowment k* and gravitate
towards more satisfactory equilibriums.
Appendix 1. Cos’è che non va nella teoria economica neoclassica: accenni ai problemi di
teoria del capitale
Da un punto di vista squisitamente teorico, i principali problemi della teoria marginalista
risiedono nella teoria del capitale. La questione della misurazione del capitale arrovellò alcuni dei
primi marginalisti, molto più scrupolosi dei loro moderni epigoni, ma è stato col tempo dimenticato,
sino a che nel 1960 un grande economista italiano, Piero Sraffa, lo risollevò generando una famosa
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controversia sulla teoria del capitale fra la Cambridge inglese dove Sraffa risiedeva,25 e la
Cambridge americana, cioè il famoso MIT nel Massachussets. Gli americani erano guidati dal più
celebre economista contemporaneo, Paul Samuelson. Questi ultimi risultarono sconfitti. Sebbene la
vittoria degli italo-inglesi stimolò molta ricerca in direzione non neoclassica, anche questa volta il
problema è ritornato nel dimenticatoio. Non per tutti però. Un gruppo molto tenace di studiosi a
livello internazionale continua a perseguire la direzione di ricerca aperta da Sraffa. (v. A.Roncaglia,
Sraffa
e
la
teoria
dei
prezzi,
Laterza,
Bari,
1981,
free
download
http://digamo.free.fr/sraffaronca.pdf).
Un modo semplice per capire dove sono i problemi della teoria marginalista è il seguente. Si
consideri la natura del prezzo di un bene. Nell’analisi economica il prezzo di un bene è considerato
pari ai suoi costi di produzione. Per esempio, il prezzo di un libro su cui studiate è pari al salario per
le ore di lavoro di chi lo ha scritto, stampato, distribuito ecc., più il consumo dei materiali (carta,
inchiostro, carburante del mezzi di trasporto, ecc.), più il consumo dei mezzi di produzione
impiegati (computers, macchine tipografiche ecc.), più l’affitto o rendita sui terreni o spazi
25
Figlio del Rettore della Bocconi, Sraffa (1998-1983) si laureò con Luigi Einaudi. Nel primo dopoguerra fu
vicino a Gramsci, e diventò docente universitario. Inviso ai fascisti, che lo minacciarono più volte, e
personalmente a Mussolini per alcuni suoi articoli sulle protezioni accordate dal regime alle malefatte delle
banche italiane, nel 1926 Sraffa accetta l’invito di Keynes di stabilirsi a Cambridge. Pur sorvegliato, Sraffa
può entrare e uscire dall’Italia, per cui diventa il principale referente intellettuale ed affettuoso amico di
Gramsci nel frattempo imprigionato dal regime. Fu anche grandissimo amico e mentore del filosofo
Wittgenstein. Su incarico della Royal Economic Society Sraffa si occupa di pubblicare l’edizione degli scritti
di David Ricardo, il principale economista classico inglese. Questo lavoro va in parallelo alla riscoperta da
parte di Sraffa di un approccio all’economia politica precedente al marginalismo, dovuto principalmente
proprio a Ricardo, e radicalmente diverso da quello (il cap.1 delle dispense sulle teorie del sovrappiù si basa
proprio su questa riscoperta). Nel 1957 riceve dall’Accademia Reale Svedese un premio speciale per
l’edizione delle opere di Ricardo, premio assegnato in precedenza solo a Keynes ed assimilabile al premio
Nobel, che per l’economia fu introdotto solo più tardi (peraltro l’attuale Nobel per l’Economia è un Nobel
spurio, assegnato dalla Banca di Svezia e non dall’Accademia Svedese delle Scienze). Nel 1960 pubblicò un
libro di poche decine di pagine che divenne immediatamente oggetto di grande dibattito. Questo dibattito
culminò a metà anni ’60 nella famosa “controversia fra le due Cambridge” che vide contrapposte la
Cambridge inglese, dove risiedeva Sraffa e numerosi allievi suoi e di Keynes (che era scomparso nel 1946), e
quella USA nel Massachussets (dove c’è il famoso MIT) dove insegnava il decano degli economisti
marginalisti, e primo premio Nobel, Paul Samuelson. Riporto da una mia pubblicazione in inglese alcune
testimonianze (di parte marginalista) al riguardo: “Sheshinsky, a leading neoclassical economist, recalls
‘When I came to MIT at the end of 1963 …[I]t was ... times of polemics. Before the age of fax machines,
notes and counterexamples were hurried across the Ocean. Bob [Solow] or Paul [Samuelson] would enter
class with an airgram from Pasinetti [che ha insegnato alla Cattolica Milano] or Garegnani [che ha insegnato
alla “Sapienza” e a Roma 3] or Robinson [una allieva di Keynes] in hand, read their (tedious) numerical
examples, and conjecture that they did not satisfy some basic assumptions. We would then rush home to
invert 4 x 4 indecomposable input-output matrices and send off the next salvo across the ocean’. (Sheshinky,
1990, p.41). Famously, Ferguson (1979, p.269) admitted that ‘Cambridge [inglese] Criticism is valid’ and
that his (and Samuelson’s) belief in neoclassical theory was just ‘a statement of faith’”. Sraffa non volle mai
acquisire la cittadinanza britannica, e avrebbe probabilmente voluto tornare in Italia, ma l’università italiana
non fu in grado, o non volle, trovare una cattedra degna di tanta grandezza. Una introduzione a Sraffa è in un
volume di Alessandro Roncaglia di cui si può fare il download gratis: http://digamo.free.fr/sraffaronca.pdf
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impiegati per la produzione, più il profitto dell’imprenditore che ha anticipato i quattrini per la
produzione. Più precisamente l’editore intende realizzare un tasso di profitto sui capitali anticipati
almeno pari al tasso di interesse che avrebbe realizzato investendo altrimenti quel capitale, per
esempio in titoli di Stato (quel mancato guadagno viene detto “costo opportunità” – il costo
dell’opportunità non sfruttata). Si noti dunque che per conoscere il prezzo di un bene dobbiamo
conoscere il salario del lavoro, il tasso di profitto, il prezzo dei beni impiegati nella produzione.
Dunque per conoscere il prezzo o valore di una merce dobbiamo conoscere il prezzo di altre merci e
la distribuzione del reddito (salario, profitto e rendita). Vediamo le conseguenze di ciò.
Quando abbiamo tracciato le curve dei prodotti marginali abbiamo fatto uso del concetto di
stock di capitale, di lavoro, di terra ecc. Lavoro e terra sono misurabili in unità fisiche (ore di
lavoro, ettari di terra ecc.). Così quando, per esempio, sommiamo la quantità di lavoro impiegata da
ciascuna impresa a un dato salario per tracciare la domanda di lavoro dell’intera economia,
addizioniamo unità fra loro omogenee. Ma la stessa cosa non è vera per il capitale. Questo è
costituito da una pletora di mezzi di produzione fra loro non omogenei (aratri, torni, autotreni e
quant’altro), e, com’è noto, non ha senso sommare pere e mele. 26 L’unico modo per calcolare lo
stock di capitale è misurandone il valore ottenuto come somma delle quantità fisiche di esso,
ciascuna valutata al suo prezzo (come si fa per il PIL). In altri termini lo stock di capitale offerto – il
K che usiamo per tracciare la curva di offerta del capitale, o che considero dato quando tracciamo la
curva del Pml – può essere misurato solo in valore. Ma per conoscere questo valore si devono
conoscere i prezzi dei beni e la distribuzione del reddito. Siamo così in un circolo vizioso: per
conoscere la distribuzione del reddito si deve conoscere il valore dello stock di capitale, ma per
determinare quest’ultimo deve essere già nota la distribuzione del reddito.
Poniamo la questione in altri termini: quando nella figura 21 diciamo che E è il punto di
equilibrio fra domanda e offerta (K*) di capitale, stiamo dicendo che il valore dello stock di mezzi
di produzione che gli imprenditori intendono impiegare, cioè domandano, in corrispondenza al
punto E – valore determinato cioè sulla base del tasso di interesse e profitto relativi al punto E – è
uguale al valore del capitale offerto K*. Ma questo valore K* doveva essere noto prima di
determinare l’equilibrio dell’economia, ma su che base? Si sarebbe dovuto indicare un numero a
caso, ma con quale senso economico? Se potessimo supporre di conoscere il valore del capitale
impiegato nell’economia in corrispondenza del tasso di interesse corrisponente al punto E, e
assumendo che esso sia pari al valore del capitale offerto, allora potremmo dire di conoscere K*.
26
Naturalmente 10 pere e 10 mele sono sommabili in un metro comune. Per esempio danno: 20 frutti – in tal
caso l’unità di misura omogenea è il “frutto”; oppure 4 kg – in tal caso l’unità di misura è il Kg; infine sono
sommabili “in valore”, conoscendone i prezzi, come facciamo quando calcoliamo il Pil.
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Ma
senza
conoscere
62
K*
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non
possiamo
conoscere
E.27
Figura 21
Come si esprime Pierangelo Garegnani, l’allievo prediletto di Piero Sraffa: “i prezzi dei beni
capitali, al pari di quelli di qualsiasi prodotto, dipendono …da saggi di salario e profitto che, a loro
volta, dovrebbero essere spiegati sulla base di quegli stessi prezzi, in quanto elementi costitutivi
della ‘quantità’ di capitale” (1973, p.276). E’ chiaro dunque che il valore dello stock di capitale
impiegato nell’economia vada determinato simultaneamente a prezzi e distribuzione, e non possa
essere considerato noto prima di determinare queste grandezze. L’unico caso in cui il problema non
si pone è se esistesse un solo bene nell’economia, per esempio il grano. In questo caso per
definizione esso può essere misurato in unità fisiche invariabili al variare della distribuzione. Basti
porre il prezzo di una unità di grano pari ad 1: questa grandezza, essendo puramente definitoria, è
indipendente dalla distribuzione.
Questi problemi riguardano dunque la possibilità di tracciare la curva di offerta di capitale
(la retta verticale della fig. 21) senza incorrere in errori di logica, cioè conoscere in anticipo ciò che
la teoria dovrebbe determinare. Tale possibilità ci è negata. Difficoltà insorgono, tuttavia, anche nel
tracciare la curva di domanda di capitale (la linea decescente che si dimostra non abbia in generale
questo andamento), ma per questo rimandiamo alla letteratura specializzata.
Una conseguenza delle critiche in tema di teoria marginalista del capitale è che non è
possibile tracciare curve di domanda dei fattori decrescenti, né di lavoro né di capitale. Con ciò cade
il fondamento della stabilità del modello di Solow sopra illustrata: l’idea che fuori dall’equilibrio
27
Ovviamente potremmo fissare un certo tasso di interesse, e calcolare il valore dello stock di capitale ad
esso relativo. Ciò è tecnicamente possibile – la conoscenza di i, e delle condizioni tecniche di produzione ci
consente in via teorica di determinare il salario w ed i prezzi, incluso il valore dei beni capitali. Ma a questo
punto né i né w sarebbero determinati sulla base delle produttività marginale. In verità questo è un buon
metodo per determinare prezzi e distribuzione, e suggerito dallo stesso Sraffa: i potrebbe essere deciso dalla
Banca Centrale, sappiamo che può farlo, la quale così influenza prezzi e distribuzione. Ma siamo fuori della
teoria neoclassica, ed anzi stiamo tornando alla teoria Classica dove, come vedremo, w e non i era fissato
esogenamente, ma la procedura è simile.
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variazioni del tasso dell’interesse fanno mutare l’intensità capitalistica delle tecniche (il valore di k),
e dunque il coefficiente di capitale v nella direzione di ristabilire l’equilibrio. Supponiamo di essere
a sinistra del punto di equilibrio k*. Lì l’offerta di risparmio (sy) è maggiore della domanda di
capitale (d+n)k (tutto intermini pro-capite). Il saggio di interesse tende dunque a diminuire, k e v ad
aumentare sicché si converge all’equilibrio. Le critiche in tema di teoria marginalista del capitale
dimostrano però che quando il tasso di interesse dimunisce non v’è ragione per cui i capitalisti
domandino relativamente più capitale e meno lavoro per cui k aumenta. K può diminuire, o alterare
aumenti a diminuzioni. L’economia non convergerà dunque all’equilibrio e il modello crolla.
Un'altra conseguenza dell’inesistenza di una curva di domanda di capitale decrescente è che
crolla la funzione neoclassica di investimento secondo la quale gli investimenti sono una funzione
inversa del tasso di interesse. Questo non è certamente emiricamente vero: gli investimenti
dipendono dalla domanda attesa e non dal tasso di interesse. Questo non significa che il tasso di
interesse non influenzi la domanda aggregata: lo farà per esempio influenzando la convenienza
delle famiglie ad accendere mutui, per acquisti a rate o di abitazioni. In un recente post Paul
Krugman ha scritto: “one of the dirty little secrets of monetary policy is that it normally works
through
housing,
with
little
direct
impact
on
business
investment”
http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/10/25/notes-on-easy-money-and-inequality/).
(
Ci
domandiamo perché Krugman basi tuttavia i suoi libri di testo sull’idea che il tasso di interesse
influenzi gli investimenti e non riveli invece agli studenti “lo sporco piccolo segreto”.
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Appendix 2 - Un marginalista eterodosso: Joseph Alois Schumpeter
Ciò che segue sono alcune note in inglese che mettono a confronto la teoria dello sviluppo di
Schumpeter (1883-1950) con quella di Adam Smith. La studentessa effettuerà per l’esame anche un
confronto fra Schumpeter e List (capitolo 4).
In termini riassuntivi Schumpeter distingue fra invenzione e innovazione. La prima è frutto
dell’attività dell’inventore (un tecnologo, uno scienziato, un laboratorio di ReS); la seconda frutto di
un innovatore, che è una figura più complessa che comprende sia sia un aspetto tecnico che
imprenditoriale. L’innovatore è colui che trova un’appplicazione commerciale a una invenzione.
L’imprenditore innovatore – che in una economia moderna può essere rappresentato da un team di
manager in una impresa - è per Schumpeter la figura centrale dello sviluppo economico.
Secondo Schumpeter le innovazioni non compaiono casualmente nel tempo ma seguono
come uno sciame d’api una innovazione regina, ovvero un’innovazione fondamentale (come il
motore a scoppio, il microprocessore ecc.). La maggior parte delle innovazioni sono dunque
applicazioni di un’innovazione fondamentale (breakthrough); esse sono perciò dette innovazioni
incrementali. Col tempo si esauriscono le applicazioni possibili e le innovazioni incrementali
diminuiscono. Alle innovazioni sono legati gli investimenti industriali. L’economia capitalistica
evolverebbe dunque, secondo Schumpeter, per cicli economici: le fasi espansive sarebbero dovute
alla comparsa di innovazioni radicali e alle loro applicazioni; le fasi depressive dal venir meno di
quelle applicazioni.
Let us examine the criticism of Adam Smith put forward by Schumpeter (1883-1950),
whose views are particularly influential among unconventional scholars of technical change.
According to Schumpeter, Smith and the Classical economists looked at economic change as
an automatic process that excluded the innovative role of the entrepreneur.28 For instance, he wrote:
With A.Smith [division of labour] is practically the only factor in economic progress. ...
Technological progress, 'invention of all those machines' - and even investments - is induced by it
and is, in fact, just an incident of it. ... Division of labour itself is attributed to an inborn propensity
to truck and its development to the gradual expansion of markets ... It thus appears and grows as an
entirely impersonal force, and since it is the great motor of progress, this progress too is
depersonalised" (Schumpeter, 1954, pp.187-88).
As well,
28
From the pages of his History of Economic Analysis (1954) it is clear that Schumpeter did not like
Adam Smith, that he considered neither original nor brillant, although a good organiser (in the Wealth of
Nations) of what was already known in Political Economy (see Schumpeter, 1954, pp.181-86).
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With Ricardo and Marx the processes of production and commerce are still more automatic.
...To avoid misunderstanding, let me emphasise that there is no doubt but that, if pressed, both
Ricardo and Marx (and this goes for the majority of the writers of the classic period) would
certainly have recognised the importance of entrepreneurship... But it is possible to recognise this
and to hold, nevertheless, that for the social process as a whole individual differences in this respect
are of no great moment (Schumpeter, 1949, p.253).
According to Schumpeter, although other circumstances can be relevant, the key to
explaining economic progress should be assigned to the disruptive role played by entrepreneurs in
introducing the innovations - a role that, in his view, had been neglected by the Classical
economists. Hence, the analysis of economic change would require the investigation of the 'creative
response', as juxtaposed to the 'adaptive' one envisaged by the Classical economists and
'[a]ccordingly, a study of creative response in business becomes coterminous with a study of
entrepreneurship' (1947a, p.222). As Schumpeter repeatedly stated: 'entrepreneurship ...is
essentially a phenomenon that comes under the wider aspect of leadership', although he also
recognised that, especially in modern times, 'the entrepreneurial function need not to be embodied
in a physical person and in particular in a single physical person' (1949, p.261).
Schumpeter's criticism of Marshall's internal economies is worth recalling here since it bears
also upon the Smithian association between division of labour and market size. The case for
'internal economies' is attributed by Schumpeter to that of the existence of indivisibilities (or
'lumpiness') that could explain the introduction of already known, but not yet applied, techniques as
a result of the expansion of output. In his view, increasing returns had to be seen as the result not of
the larger scale of production but the result of an innovative behaviour: 'If internal economies are
meant to designate the outstanding industrial fact we actually think when referring to large-scale
industry, they are due to innovation and cannot be expressed as a simple function of output even if
they should historically be conditioned by an increase in the latter'. (Schumpeter, 1939, p.92)
Similar arguments are put forward with respect to 'external economies'.
In my opinion, the Classical economists did not emphasise the role of the entrepreneur
neither because they believed in the automatism of economic progress, nor because they considered
the entrepreneur a figure less important than that of the capitalist (although they saw the power of
the entrepreneur in society as derived from that of the capitalist 29). The fact is that they rejected the
29
The Classical economists and Marx regarded the capacity to initiate and manage production as the
result of the control, direct or indirect, of the means of productions, including the subsistences for the
workers. As Smith put it: 'In all arts and manufactures the greater part of the workmen stand in need of a
master to advance them the materials of their work, and their wages and maintenance till it be
compleated' (Smith, 1776, p.83). And Marx: 'It is not because he is a leader of industry that a man is a
capitalist; on the contrary, he is a leader of industry because he is a capitalist" (Marx, 1974, p.314). In a
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explanation of economic change based on some natural difference among "talents". This not only
because of their progressive inclinations - without doubt more profound than Schumpeter's own but because behind those differences they saw objective circumstances to be explored, and, in
particular, the location of individuals in the social division of labour.30 Thus, according to the
Classical economists, the development of individual capacities has to be seen as a social
development and be the subject of systematic investigation. That individuals particularly gifted
played in some occasion a particular role in carrying innovations and change was not denied by
them (since it is an obvious fact), but their interest was on the circumstances that can explain
ingenuity and on the cooperation of the 'variety of talents', so that 'dissimilar genius are of use to
one another' and 'every man may purchase whatever part of the produce of other men's talents he
has occasion for' (Smith, 1776, p.30). The most important inducement mechanism, as seen above,
was found by Smith in the 'increase of demand' that 'encourages production, and... the competition
of the producers, who, in order to undersell one another, have recourse to new division of labour
and new improvements of art". Neither Smith neglected, nor he condemned (ibid., p.754), the
expectation of monopolistic profits as the direct stimulus for the innovative entrepreneur ('the
projector') when he argued that '[t]he establishment of any new manufacture, of any new branch of
commerce, or of any new practice in agriculture, is always a speculation, from which the projector
promises himself extraordinary profits' (ibid., p.260), anticipating Schumpeter's argument in this
respect.
From the point of view of the history of the discipline, the Schumpeterian emphasis on
entrepreneurship has represented a refreshing contribution to economic thought, suggesting a
dynamic vision of capitalism much needed after Marginalism had become the dominant view.
However, from the Classical economists we receive a wider interpretation of entrepreneurship, one
that does not emphasise individual capacities, but rather the stage reached by division of labour and
the associated institutional and social contexts that can explain the entrepreneurial capacities of a
similar vein, two modern writers of industrial organization point out that what is important to decide who
has the power in the capitalistic firm is the effective control of capital and not the actual ownership:
'Ultimate authority in business enterprise, as we see it, rests with those who hold the purse strings, and in
the modern large-scale enterprise, those persons hold the purse strings who perform the function of goal
setting and planning ...we explain ultimate authority within business enterprise by reference to a function
which implies control over a concern's capital' (Chandler, Redlich, 1960, p.26).
30
In a famous passage Adam Smith wrote: 'The difference of natural talents in different men is, in reality,
much less than we are aware of; and the very different genious which appears to distinguish men of different
professions, when grown up to maturity, is not upon many occasions so much the cause, as the effect of the
division of labour'. (Smith, 1776, p.28). Notably, this passage is preceded by one in which the
encouragement 'to apply himself to a particular occupation, and to cultivate and bring to perfection whatever
talent or genius he may possess for that particular species of business' derives from the possibility 'to
exchange all that surplus part of the produce of his own labour' (ibid, p.28), possibility that is later explained
by the 'extent of the market'.
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community. Of course, the most gifted individuals emerge as entrepreneurs, but the individual
biographies, as such, are not of much help if not referred to the economic and social environment.
The modern entrepreneurial function in the big companies is also an example of the application of
the principles of division of labour, studied by the scholars of organisation theory (Simon, March,
1958). Gifted individuals are, of course, the vehicle of innovations in the organisation of firms, as in
the captivating stories told us by Chandler (1962). These innovations do not, however, take place in
an 'historical vacuum', but, as Chandler taught us, as the result of the new problems posed by the
increasing size of markets and firms.
Open to criticism is also the Schumpeterian subdivision between entrepreneur and inventor
(or between innovation and invention). In a sense this is a useful distinction between knowledge and
the economic application of knowledge. On the other hand, it can be misleading. Rosenberg's
criticism of Schumpeter in this respect is worth quoting:
Schumpeter never quite overcame his preoccupation with the charismatic aspects of
leadership and its role in instituting changes in the operation of the economic system. As a result,
his own towering leadership in this area has led to an excessive concern with the more dramatic and
discontinuous aspect of innovation, with the circumstances of the initial 'breakthrough', and to a
neglect of the less spectacular dimensions of innovations (1976, p.292 fn. 19).
This approach, according to Rosenberg, has been 'particularly serious in impeding our
understanding of the origin and nature of technological change', in particular because it led to a too
'sharp distinction between invention, innovation and imitation' (1976, p.66).
In the hand of the Marginalists, with their preoccupations about the 'optimum' market
structure, the Schumpeterian heritage led to the endless controversy about the relationship between
innovation and market structure/firm size. For many years, this debate has submerged the careful
observation of sectoral variety and interdependencies in technical change. The innovative
contribution of Pavitt (1984), that emphasised the variety and complementarity between different
forms of technical change, and their relation to industrial organisation, has later opened the way to
the overcoming of the controversy (for an application to the Italian manufacturing sector see
Cesaratto 1993; 1996b). Of course, the ideas of interdependence and complementarity of innovative
activities were not absent in Schumpeter. On the one hand, they were present in his suggestion that
innovations come in 'swarms', but this important suggestion was then left relatively unexplored. 31 It
is founded on the view that major innovations lead to a sequence of induced (and not necessarily
minor) innovations that result from the application of the fundamental one, or are complementary to
31
This suggestion was independently put forward by the Cambridge economist Dennis Roberston
(1915).
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it. And, on the other hand, in his emphasis on the importance of the banking system in financing
innovative investment.
Moreover, Schumpeter did not challenge the foundations of neoclassical growth theory, but
only augmented it, so to speak.32 His focus was on the effects of innovation on the composition of
investment, not on the determination of its level and rate of growth; that was left to traditional
theory. He argued that: ‘the carrying into effect of an innovation involves, not primarily an increase
in the existing factors of production, but the shifting of existing factors from old to new uses’
(Schumpeter, 1939, p.111; cf. also 1934, pp. 67–68). The role of the credit system in a non-planned
economy is precisely that of permitting this shifting of resources from the old to the new firms
(1939, pp. 111–112; 1934, p. 69). The independence of the level of investment from full
employment saving is therefore not a feature of Schumpeter’s analysis. His view of the association
between technical change and investment is complementary, to the marginalist position rather than
alternative to it.33 Indeed, Schumpeter’s contribution, although relegated to the wings, has never
been rejected by mainstream economists, and the process of ‘creative destruction’ can be identified
with the process of structural change discussed in Section 2.1 above.
Schumpeter was also critical of the Marginalist view of economic growth as the mechanic result of the
increasing supply of "productive factors" (1947b, p.238). This view, however, he did not reject. In fact, he underplayed
Keynes' criticism of that view. Schumpeter (1936) maintained that both the Marginalists and Keynes were possibly
right in their own terms, but that they were certainly wrong in the selection of the relevant facts of capitalism. The lack
of understanding by Schumpeter of the Keynesian criticism of Neoclassical theory provides additional arguments for a
critical evaluation of his theory of technical change and growth. The emphasis that Schumpeter put on 'entreprenurship',
or on the innovating firm, as the primary cause and main unit of analysis of economic growth is sustainable as long as
the limits to growth on the demand side are non existent. The only limit to entrepreneurship envisaged by Schumpeter is
on the financial credit side, again a supply side factor. As a result, in Schumpeter, not less than in Marginalism, growth
is seen as a supply side phenomenon, and demand does not play much of a role. This position is held also by most of
the neo-evolutionary scholars of technical change, who construct their models assuming that the Say's Law is always
verified (e.g. Nelson, Winter, 1982, p.220).
32
Nor do the recent neoclassical Endogenous Growth Theories. For a critical discussion of these see
Cesaratto (1999a, 1999b).
33
The nature of a qualification of the traditional theory of growth is apparent from the footnote that
Schumpeter (1939, p. 111) adds to the above statement: ‘Even with respect to those quantities of factors
which currently accrue, say, in an increasing population, and can be used for the new purposes without
having previously served any old ones, it is more correct to say that they are shifted from new uses they
would have served had the new purposes not been decided on, than simply to say that they go to the new
uses directly. The point is of some importance, because in the traditional model it was increase in factors,
rather than the shifting of factors, that was made the chief vehicle of economic progress.’
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Capitolo 6
Bilancia dei pagamenti e sviluppo in economia aperta
Introduzione
Il problema dello sviluppo economico va necessariamente esaminato in economia aperta.
Ciascun paese, infatti, commerciando con altri paesi acquisisce merci che non produce direttamente
ed anche, come vedremo, finanziamenti potenzialmente utili alla crescita. Esistono, seppure con
grandi semplificazioni, due posizioni al riguardo. La prima, riconducibile alla teoria neoclassica,
vede nell’apertura dei mercati nazionali ai flussi commerciali e finanziari un importante propulsione
alla crescita. La seconda posizione ritiene che la mera liberalizzazione commerciale e finanziaria
possa generare danni superiori agli eventuali vantaggi, per cui la questione dell’apertura verso
l’estero va affrontata in maniera pragmatica, non rinunciando a politiche volte a proteggere in varie
forme l’economia nazionale. I critici delle liberalizzazioni non negano, naturalmente, che le
economie dei PVS – anzi loro in particolare – necessitano di prodotto, tecnologie e capitali
dall’estero, né di accrescere le proprie esportazioni per farlo. Il punto è che le varie liberalizzazioni,
interne e verso l’esterno, possono essere di ostacolo a tali obiettivi – o comunque gli svantaggi
superare di gran lunga i vantaggi. Le correnti non ortodosse individuano proprio nel vincolo estero
il nodo macroeconomico più rilevante per la crescita: la necessità in altri termini per i PVS da un
lato di acquisire dai paesi avanzati beni di produzione e relative tecnologie necessarie per avviare lo
sviluppo, e dall’altro del come reperire la valuta o liquidità internazionale con cui pagare tali
acquisti. Per contro, si può affermare che il vincolo neoclassico risieda nella scarsità di risparmi
interni per finanziare la crescita:
vincolo non ortodosso (Keynesiano)
vincolo neoclassico
scarsità liquidità internazionale
scarsità di risparmio
Gli studiosi neoclassici più avveduti riconoscono l’esistenza dei due gap (“dual gaps
hypothesis” di Chenery). Noi diamo tuttavia importanza solo al primo.
L’esperienza dei paesi Asiatici insegna come senza un ruolo rilevante dello Stato nel guidare
in diverse forme la crescita economica, questa non avrebbe avuto luogo. Peraltro questo è stato vero
anche per il Giappone e l’Italia nel secondo dopoguerra, e un secolo prima per la Germania, la
Francia e gli Stati Uniti, per non risalire all’epoca mercantilista che teorizzava il ruolo degli Stati
come agenti degli interessi economici nazionali.
Ripassati alcuni attrezzi del mestiere relativi alla bilancia dei pagamenti (v. appendice), nel
capitolo ci occuperemo delle teorie del commercio internazionale con particolare riguardo al legame
Lezioni sviluppo e crescita 2016-17
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fra quest’ultimo e lo sviluppo economico. Al pari del dibattito sulla politica economica, anche
quello sul commercio internazionale vede contrapposte due scuole: quella che individua la via allo
sviluppo nel laissez-faire negli scambi internazionali; e coloro i quali ritengono che, invece, gli stati
nazionali svolgano un ruolo decisivo nel volgere quegli scambi a favore dello sviluppo nazionale,
scambi che se invece lasciati al laissez-faire lo danneggerebbero o addirittura impedirebbero. Si è
parlato al riguardo di “developmental state”, con riferimento a stati che sostenuti da coalizioni
sociali favorevoli allo sviluppo sono riusciti a svolgere un ruolo decisivo nel decollo della nazione.
Il pensiero va a paesi come la Corea del Sud, ma in verità non v’è praticamente esempio nella storia
economica di paese che, magari in maniera diversa, non abbia visto un coinvolgimento attivo dello
stato nella crescita.
I sostenitori del laissez-faire nel commercio internazionale si rifanno a due ceppi teorici. Il
primo fa riferimento agli economisti classici, e in particolare alla teoria del vantaggi assoluti di
Adam Smith e a quella dei vantaggi comparati di David Ricardo. Il secondo alla teoria marginalista
o neoclassica studiata nel capitolo precedente. L’indirizzo alternativo a quello del laissez-faire può
ricondursi alla tradizione mercantilista che prosegue in maniera spesso sotterranea anche nei secoli
successivi.
La Bilancia dei pagamenti
1.1. Le partite correnti
In un’economia aperta al commercio internazionale parte della produzione nazionale viene
acquistata dagli altri paesi (resto del mondo), viene cioè esportata, mentre parte della domanda
interna è soddisfatta da beni e servizi acquistati all'estero, beni e servizi che costituiscono le
importazioni. L'equazione del reddito nazionale è ora
Y = C + I + G + (E - M),
dove E ed M indicano, rispettivamente, le esportazioni e le importazioni. In termini della
nostra "economia-grano", la quantità Y di grano nazionale prodotta va accresciuta della quantità E
di grano nazionale acquistata dagli altri paesi, ma diminuita della quantità di grano acquistata dagli
altri paesi, ovvero M.
Tutti i flussi commerciali e i trasferimenti fra paesi e, vedremo fra poco, i flussi di capitale,
sono contabilizzati nella bilancia dei pagamenti. La differenza fra E ed M costituisce il saldo della
bilancia commerciale.34 La bilancia commerciale fa parte delle partite correnti (PC). Chiariamo
questi termini procedendo per approssimazioni.
34
La bilancia commerciale riguarda esportazioni e importazioni sia di beni che di servizi. Fra questi ultimi va
ricordato il turismo: quando degli stranieri visitano il nostro paese, le loro spese costituiscono dal nostro
punto di vista una esportazione di servizi turistici, mentre dal punto di vista della loro bilancia commerciale
si tratta di una importazione di servizi turistici.
Lezioni sviluppo e crescita 2016-17
71
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Va in primo luogo chiarito che non tutte le monete sono sullo stesso piano. Esistono alcune
valute che, per la forza economica e politica del paese che le emette, sono comunemente accettate
nei pagamenti internazionali. Si tratta principalmente del dollaro americano, ma anche l’euro si sta
affermando come moneta internazionale. I paesi che emettono le valute accettate nei pagamenti
internazionali sono in una posizione un po’ speciale in quanto emettono la moneta con cui possono
effettuare i propri pagamenti – è come se ciascuno di noi potesse stampare la moneta con cui
finanziare i propri acquisti! I paesi che emettono queste monete rendono però un servizio al resto
del mondo mettendo a disposizione la liquidità necessaria per gli scambi. Tutti gli altri paesi,
pensiamo all’Italia al tempo della lira, per finanziare le importazioni devono procacciarsi le valute
internazionali. Un primo canale per procurarsi liquidità internazionale è attraverso le esportazioni.
Cosa accade se un paese ha uno squilibrio nella bilancia commerciale, per esempio se
esporta più di quanto importa? In quest’ultimo caso il paese accumula riserve di valuta straniera,
dette riserve ufficiali (RU), detenute dalla banca centrale. In luogo di tenere queste divise inattive, i
paesi in attivo possono tuttavia prestare queste valute ai paesi in deficit commerciale, che ne hanno
bisogno per finanziare il loro disavanzo. Infatti se M > E, ed un paese non ha riserve di valute
internazionali, deve ricorrere a prestiti.35 L’accensione di un debito estero è dunque un secondo
canale attraverso cui un paese può procacciarsi la valuta necessaria a finanziare un disavanzo di
bilancia commerciale, o più in generale di partite correnti, come vedremo fra poco.
I paesi indebitati pagano degli interessi sul debito estero, interessi percepiti dai paesi
creditori. Il pagamento di questi interessi costituisce un “drenaggio del PIL”: cioè parte della
produzione nazionale viene ceduta all’estero per il pagamento degli interessi. Anche questo
pagamento deve essere effettuato in valuta internazionale. Il saldo dei pagamenti in conto interessi
(interessi debitori meno interessi creditori) rientra nel cosiddetto saldo dei redditi netti dall’estero.
35
Quanto andiamo dicendo risulterà molto utile per capire il famoso problema del debito estero dei PVS.
Questi sono paesi strutturalmente indebitati: devono importare molto per crescere ed industrializzarsi poiché hanno una struttura industriale ancora non in grado di produrre numerosi prodotti moderni.
D’altronde non sempre hanno un volume di esportazioni in grado di generare la valuta necessaria a
finanziare le importazioni. Così si ricorre al debito estero che, tuttavia, se i tassi di interesse si fanno troppo
onerosi e se l’economia non riesce per tempo a generare un flusso di esportazioni adeguato a pagare gli
interessi e restituire il debito, comincia ad accumularsi. Può accadere che ad un certo punto si devono
accendere nuovi prestiti solo per far fronte al pagamento degli interessi, oppure che i proventi delle
esportazioni vanno a finanziare il pagamento degli interessi e non, come auspicabile, l’importazioni di beni
necessari a modernizzare le economie (trappola del debito). Gli anni ottanta e novanta del secolo scorso
hanno visto numerose crisi da debito estero, ciò paesi che in difficoltà a restituire le rate del debito in
scadenza e a pagare gli interessi, senza possibilità di poter accendere ulteriori prestiti, dovettero dichiarare il
default sul debito estero. L’ultimo caso famoso è stato quello dell’Argentina nel 2001. Negli anni più recenti
una buona performance delle espertazioni ha consentito a molti paesi emergenti di conseguire avanzi di
partite correnti e di accumulare riserve ufficiali, allontanando dunque lo spettro della trappola del debito.
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Non solo il capitale circola nel mondo - viene cioè prestato dai paesi in attivo commerciale
ad altri -, ma anche il lavoro. Fino a pochi decenni fa migliaia di italiani emigravano in altri paesi,
mentre ora il nostro paese è diventato terra di accoglienza per centinaia di migliaia di lavoratori
stranieri. Le rimesse degli immigranti verso le famiglie in patria costituiscono un altro “drenaggio”
sul prodotto nazionale del paese ospitante. Per converso, le rimesse costituiscono un importante
ingresso di valuta pregiata per i paesi di provenienza degli immigrati, in genere paesi in via di
sviluppo. Il saldo delle rimesse (afflusso meno deflusso di rimesse) entra nel saldo dei trasferimenti
unilaterali come gli aiuti ai paesi in via di sviluppo o quelli effettuati nei confronti degli organismi
internazionali.
Riassumendo, il saldo delle partite correnti include sia del saldo della bilancia commerciale,
che il saldo dei trasferimenti di reddito (da lavoro e da capitale) o redditi netti dall’estero, R. 36.
Possiamo dunque scrivere il saldo delle partite correnti, PC, come:
E – M + R.
Esempio. E = 1100, M = 1000, saldo rimesse migranti = + 300, debito estero a inizio anno =
10.000, tasso di interesse sul debito i = 0.05 (o 5%). Calcolare il saldo delle partite correnti e il
debito estero a fine anno.
Saldo Bilancia commerciale: E – M = 1100-1000= +100 (entrata netta di valuta)
Saldo dei redditi netti dall’estero e dei trasferimenti: saldo c/interessi + saldo rimesse =–
500 (deflusso di valuta) +300 (afflusso valuta) = -200. (Il saldo interessi (qui solo interessi debitori
o passivi) è stato calcolato facilmente come: 0.05*10.000 = 500.)
Saldo delle PC = -100
Il debito a fine anno risulterà di 10.100, cioè pari al debito pregresso più il nuovo disavanzo
di BP. Come vedremo fra poco, infatti, i disavanzi delle PC, se non finanziati con le RU
comportano l’accensione di un prestito dall’estero, dunque un nuovo indebitamento.
Come si è visto dall’esempio un paese potrebbe avere una bilancia commerciale in attivo (E
> M), ma trasferimenti verso l’estero negativi (nel cui caso R è un numero negativo), per cui nel
complesso le PC hanno segno negativo.37 Un negativo saldo delle partite correnti è contabilmente
pari ad un saldo positivo delle PC del “resto del mondo” (che può essere visto come un secondo
paese, come in talune amichevoli di calcio).
36
R include dunque gli interessi sui capitali dati o ricevuti in prestito, e le rimesse degli emigranti. Si osservi
come sino a pochi anni fa le rimesse degli emigranti erano favorevoli al nostro paese, terra in cui il lavoro ha
costituito la maggiore esportazione, mentre da alcuni anni la bilancia si è fatta sfavorevole a causa del
crescente numero di immigrati nel nostro paese.
37
E’ questo il caso di un PVS con attivo di bilancia commerciale, ma con un forte indebitamento estero, per
cui l’attivo della bilancia commerciale non è neppure sufficiente a pagare gli interessi sul debito, e nuovi
prestiti devono essere accesi.
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L’equazione della contabilità nazionale suggerisce ora che:
Y = RDL + TA = C + I + G + E – M
(RDL – C) + (TA – G) – I = E – M
Sp + Sg – I = E – M
Per semplicità supponiamo T = G, dunque Sg = 0. Se M > E, allora I > Sp. Vale a dire, se il
paese investe più del risparmio nazionale (I > Sp), vuol dire che sta finanziando parte degli
investimenti con risorse estere, infatti la bilancia commerciale è in passivo (M > E). Se invece M <
E, ne segue I < Sp. Dunque, se il paese investe meno del risparmio nazionale (I < Sp), vuol dire che
sta cedendo risorse all’estero, infatti la bilancia commerciale è in attivo (M > E).
Poiché i trasferimenti costituiscono una aggiunta o una sottrazione al PIL, a seconda del
segno di R, potremmo definire il Prodotto nazionale lordo (PNL) come:
PNL = C + I + G + E – M + R.
Questa misurazione del reddito nazionale, che è quella utilizzata dagli USA, include nel
reddito nazionale i redditi relativi ai capitali e al lavoro americani che operano all’estero, ed esclude
dal prodotto americano i redditi relativi ai capitali e al lavoro stranieri che operano negli USA. In
Europa non si impiega, invece, questa definizione. L’equazione di raccordo è ovviamente PNL =
PIL + R.
Esempio ed esercizio
Supponiamo una economia di solo grano.38
Sp = 200 (tonnellate oppure € di grano), Sg = -100€, I = 200. Allora necessariamente M – E
= 100 (trascuriamo R). Ciò vuol dire che dei 200 di grano non consumati dalle famiglie (S = 200),
100 sono stati assorbiti dallo Stato. Siccome sono stati seminati, cioè utilizzati come investimento,
200 (I = 200), allora di necessità c’è stata una importazione netta di grano di 100, grano “prestato”
dal “resto del mondo”.
Per esercizio specificare quale sarà l’avanzo di bilancia commerciale del paese ‘resto del
mondo’.
1.2. Movimenti reali e movimenti di capitale
Abbiamo visto come ad un attivo delle PC corrisponda un afflusso di valuta straniera, e ad
un passivo un deflusso di valuta. Se c'è un afflusso netto di valuta, come si è detto, un paese può o
accrescere le riserve ufficiali (RU), cioè il fondo di valute straniere detenuto dalla banca centrale,
38
Il grano è stato spesso usato dagli economisti perché è una merce utilizzabile sia come bene di consumo
(pane) che come capitale (semi). Gli economisti si fanno vanto di semplificare i problemi nei loro termini
essenziali, e spesso usano gli esempi di ‘solo grano’ quando un solo bene riassume le proprietà essenziali per
il ragionamento da condurre. Lo studio attento dell’economia è anche utile per acquistare questo stile di
ragionamento.
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oppure effettuare dei prestiti all'estero. In ambedue i casi si dice che è migliorata la posizione netta
del paese verso l'estero. Nei fatti accrescere la valuta straniera posseduta vuol dire avere accresciuto
la possibilità del paese di acquistare nel futuro prodotto estero. Se invece le PC hanno segno
negativo, il paese attinge alle proprie RU di valuta per compensare la differenza fra entrate e uscite
di valuta, oppure si fa prestare la valuta dall'estero. In termini della nostra economia grano, quando
il saldo delle PC è positivo vuol dire che, al netto del grano importato, stiamo cedendo parte del
grano prodotto nel paese all'estero. Trascurando R, supponiamo che il paese A abbia Ea > Ma,
mentre il paese B (‘resto del mondo’) presenti Mb > Eb, dove Ea = Mb e Ma = Eb. Nei fatti il
paese A presterà dei capitali a B finanziando così il suo disavanzo.
I flussi relativi all’accensione di nuovi debiti e alla concessione di nuovi crediti entrano nella
bilancia dei pagamenti contabilizzati sotto la voce di movimenti di capitale. Il saldo dei movimenti
di capitale ci informa se il paese nel corso dell’anno ha acceso nuovi debiti al netto dei crediti
concessi, nel qual caso vi è stato un ingresso netto di capitali, ovvero ha concesso nuovi crediti al
netto dei debiti accesi, nel quel caso vi è stata una fuoriuscita netta di capitali.
Come già detto, considerare l’esistenza di rapporti di debito e credito verso l’estero significa
considerare i movimenti di capitale. Convenzionalmente la bilancia dei pagamenti si compone di
due parti: “sopra la linea” vi sono le partite correnti (PC) e i movimenti di capitale (MK), e in
particolare i loro saldi; “sotto la linea” la variazione delle riserve ufficiali (RU). Cerchiamo di
capire.
Come abbiamo visto, un disavanzo delle partite correnti può essere finanziato o con
l’accensione di un debito netto con l’estero, quindi con un afflusso netto di capitali, o ricorrendo
alle RU che in tal modo diminuiscono. Quindi:
saldo PC = E – M + R = saldo MK +  RU.
Per esempio, un disavanzo delle partite correnti del paese di Svilupponia di 1 milione di $
può essere compensato da un ingresso di capitali per 800 mila $, e da una diminuzione delle RU di
200 mila $.
Si ha pure che:
saldo PC – saldo MK =  RU.
Nell’esempio:
- 1 milione $ + 800 mila $ = -200 mila $
La variazione delle riserve obbligatorie è uguale al saldo della bilancia dei pagamenti (BP).
Arricchendo l’esempio, la bilancia dei pagamenti di Svilupponia potrebbe essere la
seguente:
Partite correnti:
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Esportazioni 2 milioni $ (afflusso valuta)
Importazioni 3 milioni $ (deflusso)
Saldo rimesse migranti + 1 milione $ (afflusso)
Saldo c/interessi – 1 milione $ (deflusso)
Saldo PC
- 1 milione $
Movimenti di capitale:
Uscite di capitali 200 mila $
Entrate di capitali 1 milione $
Saldo MK
+ 800 mila
Saldo “sopra la riga” - 200 mila
Variazione RU
- 200 mila
Si dice che la BP è contabilmente sempre in pareggio (saldo complessivo = 0), in quanto il
saldo “sopra la riga” viene compensato dalla variazione delle RU: saldo partite correnti + saldo
movimenti di capitale = variazioni delle riserve ufficiali. Tuttavia si può anche dire che il vero
saldo della BP è quello “sopra la riga”, perché quel saldo ci spiega le ragioni per cui il paese ha
perso o guadagnato di RU nel corso dell’anno.
Nel fare gli esercizi è importante che ciascuna voce delle partite correnti sia classificata,
rispettivamente, o come afflusso di valuta o come deflusso, e il saldo delle PC come saldo di
afflussi e deflussi. Per esempio, un saldo positivo (afflusso netto) dà luogo ad una uscita di capitali
(si prestano soldi all’estero), o ad un aumento delle RU (o ad una combinazione dei due eventi).
Le RU sono una sorta di “tesoro” in valuta pregiata che un paese possiede. Averne troppo è
uno spreco: indica che il paese ha per anni accumulato avanzi della BP senza impiegare la valuta
accumulata per acquistare beni all’estero utili alla crescita economica o a migliorare la qualità della
vita nel paese (è come un avaro che nascondesse sotto il materasso i propri guadagni). Avere poche
riserve, per contro, vuole dire non poter difendere il cambio della propria moneta se ne ravvedesse
la necessità.39
Come detto sopra, la possibilità di finanziare disavanzi delle PC attraverso afflussi di
capitale è una misura che non può durare troppo a lungo perché sui tali afflussi si pagano interessi.
Questi a loro volta aggravano il saldo negativo delle PC. Nel lungo periodo, a meno di incorrere in
una grave crisi finanziaria, il saldo delle PC, e in particolare della bilancia commerciale, deve
diventare positivo e sufficiente da permettere una progressiva restituzione del debito estero.
1.3. Il debito dei paesi in via di sviluppo e il FMI
39
Per esempio, se l’euro si deprezzasse rispetto al dollaro, la BCE potrebbe intervenire vendendo dollari
detenuti nelle riserve e acquistando euro.
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Come si è ora osservato, nessun paese potrà alla lunga mantenere un saldo delle partite
correnti negativo, accumulando debito. La situazione si dovrà ad un certo punto invertire - a meno
di un default sul debito come accaduto per esempio in Argentina nel dicembre 2001. Nel caso dei
paesi in via di sviluppo ciò che viene auspicato è che il finanziamento con debito agevoli la crescita
economica e lo sviluppo delle esportazioni, sì da realizzare un avanzo commerciale e la restituzione
del debito estero. Nel passato molto spesso, all’accumulo del debito è seguita una crisi finanziaria
per la difficoltà di ripagarlo, anche perché sul debito si pagano accumulano cospicui interessi che
alla lunga sono fonte di nuovo debito (cioè ci si indebita per pagare il debito pregresso, la cosiddetta
“trappola del debito”). In genere il Fondo Monetario Internazionale (FMI), un organismo finanziato
dai paesi più industrializzati, è intervenuto ‘in soccorso di questo paesi, aiutandoli a pagare le rate di
debito e interessi in scadenza - dunque in verità ‘salvando’ i creditori-, e imponendo loro politiche
‘di aggiustamento’ – la famosa “conditionality” - tali da realizzare un avanzo di bilancia
commerciale. Tali politiche sono in genere consistite di una riduzione drastica delle importazioni
effettuata indebolendo il tenore di vita e le possibilità di crescita di tali paesi. Per questa ragione le
politiche di aggiustamento del FMI sono state oggetto di numerose critiche. Una volta ottenuto un
Se positivo, questi paesi erano in grado pagare gli interessi e restituire il debito privato, ed anche
quello all’FMI. Alle politiche di aggiustamento si accompagnavano in genere forme di
“rinegoziazione” del debito con forme, ad esempio, di dilazione nei pagamenti.
Dopo la crisi finanziaria del 1997-98 molti paesi in via di sviluppo hanno cercato di
realizzare surplus di bilancia dei pagamenti. Questo è stato reso possibile dalla crescita
dell’economia mondiale, in particolare dopo il 2001, trainata dalla domanda americana. Si è così
sviluppato il paradosso di flussi di capitale dai paesi meno sviluppati verso l’economia americana.
1.4. Tassi di cambi nominali e reali
Il tasso di cambio nominale (e) è qui definito come la quantità di moneta estera per una unità
di moneta nazionale. Considerando l’Euro come moneta nazionale e il dollaro come moneta estera,
e è l’ammontare di $ in cambio di 1€. Apprezzamenti o deprezzamenti del tasso di cambio nominale
influenzano la competitività delle produzioni nazionali. Ad esempio, se il $ si apprezza nei
confronti dell’€ - per esempio il cambio passasse da 1€ = 1,3$ a 1€ = 1,2$ - come sappiamo
diventerebbe più conveniente, ceteris paribus, per i turisti americani venire il Europa: servono
infatti meno $ per acquistare 1€. E’ dunque aumentata la competitività della nostra industria
turistica – aumentano le esportazioni di turismo verso gli USA. Al contempo al nuovo tasso di
cambio sarà meno conveniente per i turisti europei andare negli USA, dunque acquisteremo meno
servizi turistici americani che costituiscono per noi una importazione.
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La competitività delle due industrie turistiche – ed in generale di tutti i beni e servizi oggetto
di commercio internazionale - dipenderà, tuttavia, anche dal confronto fra prezzi europei e prezzi
americani. Introduciamo a tal proposito il tasso di cambio reale. Questo è definito invece come:
er 
eP
Pf
, dove e è il tasso di cambio nominale, Pf costituisce l’indice dei prezzi esteri (del paese
“resto del mondo”), mentre P è l’indice dei prezzi interni. Questi indici di prezzo possono essere
intesi come il prezzo di una unità composita di PIL nazionale, che nel caso di due economie
sviluppate come USA e Europa sono di composizione molto simile. Se il tasso di cambio nominale
fra $ ed € fosse di 1€ = 1,1$, il livello dei prezzi USA di 110, e quello europeo di 100, il tasso di
cambio reale sarebbe 1.40 Se il livello dei prezzi europeo aumenta a 110, er crescerebbe a 1,1.
Poiché l’aumento dei prezzi europei significa una minore competitività delle merci europee rispetto
a quelle americane, un aumento del tasso di cambio reale implica una perdita di competitività. 41 Un
deprezzamento dell’€ rispetto al $ del 10%, cioè pari all’aumento del livel lo dei prezzi europeo,
potrebbe ripristinare la competitività perduta.
40
A questo tasso di cambio nominale è rispettata la cosiddetta parità dei poteri d’acquisto (PPP: purchasing
power parity), cioè il livello dei prezzi è il medesimo in Europa e negli Stati Uniti. In altri termini il potere di
acquisto di 1$ è il medesimo in USA e in Europa; lo stesso vale per 1€. Talvolta quando vengono confrontati
i PIL nazionali calcolati in $, non si utilizzano i tassi di cambio nominali che, si dice, non riflettano le
effettive PPP. Per esempio, un hamburger McDonald non ha lo stesso costo in $ nel diverse parti del mondo
(costa probabilmente meno in Cina che a Londra). Allora, se traduciamo il PIL cinese in $ impiegando i tassi
di cambio nominali, probabilmente sottovaluteremo il valore reale, del PIL cinese “misurato in hamburger”.
Per esempio sia il PIL cinese di 1000 Ranmimbi (o Yuan) e il cambio 1 R = 1 $, cosicchè YCh. = 1000$. Se
un hamburger costa 1$ al MacDonald a New York, in hamburger il PIL cinese equivale a 1000$. Ma se a
Pechino l’hamburger, costa 0,5R, ricalcolato in “termini di hamburger” il PIL cìnese vale 2000 (hamburger).
In termini di potere d’acquisto (di hamburger) il PIL cinese vale di più che se misurato in dollari. Si
utilizzano dunque degli altri tassi di cambio che tengono conto dei diversi livelli dei prezzi nei vari paesi,
cioè aggiustati per le PPP. Il risultato è che il PIL della Cina viene fortemente rivalutato, e in alcune
statistiche la Cina appare come la seconda potenza economica mondiale (seguita da paesi come il Brasile,
l’India e così via). La rivista The Economist pubblica annualmente una statistica basata sul prezzo di un
Cheeseburger McDonald nel mondo. Questo però esagera di gran lunga lo sviluppo economico di quei paesi.
Infatti sebbene molti prezzi siano più bassi nei PVS, tipicamente i generi alimentari, altri prodotti,
tipicamente quelli industriali, hanno in quei paesi i medesimi prezzi che nei paesi più avanzati.
41
In questo caso, 1$ al tasso di cambio nominale di 1$ = 1,1€ vale di più in USA che in Europa. In effetti il
tasso di cambio nominale non sta riflettendo il mutamento dei poteri d’acquisto delle monete ed a questo
corrisponde il fatto che per un cittadino americano risulta più conveniente, a quel tasso di cambio nominale,
spendere un $ negli USA che in merci europee.
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BOX Relazioni di contabilità nazionale in economia chiusa e aperta e crisi europea.
Riporto qui alcuni appunti che inviai a un tesista utili per porre in relazione le relazioni di
contabilità nazionale in economia chiusa e aperta sopra studiate con crisi europea.
Dalla contabilità nazionale conosciamo la relazione: S-I=(G-T)+(X-M) ovvero (S - I) + (GT) = saldo commerciale.
. La si può perfezionare tenendo conto dei redditi netti dall’estero (RNE) che si aggiungono
(se positivi) o sottraggono (se negativi) al PIL (ottenendo il reddito nazionale lordo)
RNL=PIL+RNE. Allora:
RNL = C + I + G + (X-M)+RNE
RNL disp = RNL - T ovvero RNL = RNLdisp + T
da cui
RNLdisp + T = C + I+G+(X-M)+RNE
da cui
RNLdisp - C - I = (G-T)+ [(X-M)+RNE] = (G-T) + saldo partite correnti
finalmente:
(S - I) + (G-T) = saldo partite correnti.
Cosa ci racconta.
In un paese ci sono solo due individui: il dott. P(ubblico) e il sig. M(ercato). Se P ha un
debito con M, ovvio che M ha un credito con P e viceversa. Se al mondo ci sono solo loro due, non
possono essere contemporaneamente in debito o in credito (possono ovviamente esser ambedue in
pareggio). In termini delle ns equazione, in economia chiusa il saldo partite correnti neppure esiste,
per cui S-I + G-T = 0. Se S > I e G > T il sig. M sta prestando soldi al dott. P.
In economia aperta le cose cambiano. Entra Herr E(estero). Allora le combinazioni sono
tante, per esempio:
- In Italia dott. P tende a indebitarsi (G>T), però il sig.M no (S>I). Tuttavia i crediti di M a P
non coprono i debiti di P. Allora Herr E presta i soldi a P.
- paesi PIGS:42 P ed M ambedue fortemente indebitati, Herr E finanzia ambedue.
Ciò che ho scritto sono relazioni di flusso (S, I, G, T X, M, RNE). Flussi e stock sono legati.
Ad occhio la relazione di stock è:
- in mercato chiuso: POSIZIONE PATRIMONIALE NETTA dott.P = POSIZIONE
PATRIMONIALE NETTA sig. M. (se uno ha stock di debiti, l'altro ha identici stock di crediti)
42
Chi sono i PIGS? Se non lo sapete vuol dire che vivete fuori del mondo. E i GIPS? (hint: sono gli stessi
paesi).
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- in economia aperta POSIZIONE PATRIMONIALE NETTA dott. P + POSIZIONE
PATRIMONIALE NETTA sig. M. = Posizione netta sull’estero (PNE). Se P ha uno stock di debito
di 100, e M uno stock di crediti di 50, il paese ha uno stock di debiti di 50.
1.5. Regimi di cambio
Distinguiamo fra due fondamentali regimi di cambio: fissi e fluttuanti.
Cambi fissi
In tale regime la Banca centrale (BC) di una piccola economia aperta (come l’Italia ai tempi
della lira) si impegna a mantenere la ”parità ufficiale” del cambio attraverso gli intervento di
acquisto o vendita della divisa estera sul mercato valutario. Il criterio a cui si ispirano tali interventi
è quello di stabilizzare il tasso di cambio nominale tramite il soddisfacimento continuativo
dell’eccesso di domanda di valuta (che può essere di valuta domestica o di valuta estera); tale
eccesso di domanda è determinato dal saldo delle partite correnti (PC).
Se questo si trova in avanzo, si riscontra un eccesso della domanda di valuta nazionale
sull’offerta; la BC deve intervenire sul mercato valutario per evitare che il tasso di cambio nominale
si apprezzi, vendendo valuta nazionale e acquistando in maniera compensativa valuta estera. In
questo caso, l’offerta di moneta nazionale aumenta e la BC accumula riserve ufficiali. Se la BC
vuole evitare un eccesso di creazione di moneta via canale estero (v. cap. 1), perché timorosa di
creare un eccesso di domanda interno, dovrà vendere titoli e sterilizzare la moneta creata. I paesi in
surplus commerciale e che accumulano riserve non le tengono in genere oziose, ma le “riprestano”
ai paesi in disavanzo finanziando il loro squilibrio di PC. Il caso di scuola è fra Cina e USA.
Il contrario vale se il saldo estero si trova in disavanzo; in questa circostanza il
mantenimento dell’accordo di cambio comporta una riduzione dell’offerta di moneta e una
decumulazione delle riserve ufficiali. Se un paese ha un disavanzo persistente delle PC, le RU
possono esaurirsi nella difesa del cambio. Solo un ingresso di capitali può impedire una
svalutazione della moneta e la BC dovrà fissare il tasso dell’interesse in maniera da generare un
flusso di capitali che, finanziando il saldo negativo delle PC, stabilizzi il cambio.
Il vantaggio del regime di cambi fissi è nell’impedire le svalutazioni competitive che alla
fine nuocciono al commercio internazionale. Tuttavia tale regime vincola assai l’autonomia della
politica economica di un paese
Si dice dunque che coi cambi fissi un paese “perde la politica monetaria”. Prendiamo un
piccolo paese in tendenziale equilibrio di PC. Esso dovrà mantenere un tasso di interesse non
inferiore a quello degli altri paesi, in particolari a quelli delle grandi economie, e se questi
accrescessero il loro, di conserva il paese in oggetto dovrà accrescere il proprio. Alti tassi di
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interesse possono andare a detrimento dell’obiettivo del sostegno della domanda interna e
dell’occupazione. Per contro, se il piccolo paese volesse fissare tassi più alti di quelli internazionali
verrebbe affluire capitali indesiderati che farebbero apprezzare la sua valuta in maniera indesiderata
(l’apprezzamento potrebbe determinare uno squilibrio commerciale e la necessità di politiche
restrittive a detrimento dell’occupazione).
In un regime di cambi fissi un paese in disavanzo di PC non potrà fare affidamento sulla
svalutazione della propria moneta per aggiustare la bilancia commerciale. Esso sarà dunque
costretto o (a) adottare misure restrittive atte a riequilibrare la bilancia commerciale, ovvero (b) ad
attirare capitali attraverso elevati tassi di interesse.
Essendo un paese a rischio di svalutazione, esso potrà anche facilmente assistere a “fughe di
capitali”. Se v’è una attesa di deprezzamento della moneta nazionale, sarà infatti conveniente per un
possessore di capitali detenuti in valuta nazionale cambiare questi capitali in valuta estera, azione
che a sua volta accelera la svalutazione, e ricomprare a più buon prezzo la moneta nazionale una
volta che la svalutazione abbia avuto luogo. Il tasso di interesse deve dunque essere tale da
compensare il rischio di perdita (o di mancato guadagno) che si incorre nel mantenere i propri
capitali in valuta nazionale. Sostenere disavanzi della bilancia commerciale attraverso ingresso di
capitali è tuttavia pericoloso in quanto: (a) il perdurare del cambio non competitivo può determinare
deindustrializzazione, dunque perdita definitiva di capacità produttiva in particolare nel settore
manifatturiero ed esportatore; (b) la crescita progressiva del debito estero sui cui si pagano, per
giunta, tassi di interesse elevati. Casi di scuola sono l’Italia nello SME, soprattutto nel periodo
1987-1992, l’Argentina degli anni 1990 nel currency board (si svolga da soli una piccola ricerca su
Wikipedia), ma in fondo, anche, la situazione che è maturata nell’Unione monetaria europea (UME)
essendo una unificazione monetaria un caso estremo di cambi fissi.
Una maniera per evitare, almeno parzialmente, la perdita di autonomia nella politica
monetaria è nel controllo dei movimenti di capitale. In questo caso i movimenti di capitale sia in
uscita che in ingresso sono soggetti a un regime di autorizzazioni. In tal modo un paese può
decidere il livello del tasso di interesse più consono senza veder fuggire (se fissa i troppo basso) o
affluire (se fissa i troppo alto) capitali. Il problema, si dice, è che i controlli di capitale sono difficili.
Una impresa che volesse esportare clandestinamente capitali sotto-fatturerebbe le proprie vendite
all’estero oppure sovrafatturerebbe i propri acquisti.
In sintesi gli economisti parlano di triade impossibile: cambi fissi, autonomia della politica
monetaria (liberta di fissare i) e libertà dei movimenti di capitale: solo due dei tre corni sono
compatibili.
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Due esempi di regimi di cambio sono Bretton Woods e lo SME. Nel primo sistema si scelse
la prima coppia - cambi fissi e autonomia della politica monetaria (liberta di fissare i) sacrificando
(giustamente) libertà dei movimenti di capitale. Nello SME si scelse cambi fissi e libertà dei
movimenti di capitale sacrificando l’autonomia della politica monetaria. Per l’Italia questo
comportò tassi di interesse molto elevati che, unitamente al “divorzio” fra BC e Tesoro e alla
mancata lotta all’evasione fiscale, fecero esplodere il debito pubblico.
Il sistema di Bretton Woods prevedeva anche finanziamenti esterni da parte del FMI ai paesi
in disavanzo temporaneo di bilancia dei pagamenti in maniera da dar loro tempo di riequilibrarla
senza ricorrere alla svalutazione. Tale riequilibrio presupponeva, tuttavia, una politica restrittiva
interna. Per questo Keynes, che partecipò agli accordi di BW avrebbe voluto un sistema che
imponesse l’aggiustamento anche da parte dei paesi in avanzo commerciale.
Come si diceva sopra, l’UME è il caso estremo di cambi fissi.
Cambi flessibili
In questo sistema monetario internazionale la BC non interviene sul mercato valutario
acquistando o vendendo valuta estera; il tasso di cambio nominale si può aggiustare liberamente in
relazione alle condizioni prevalenti sul mercato valutario. Quando si riscontra un surplus della
bilancia dei pagamenti, ossia un eccesso della domanda di valuta nazionale, il prezzo della valuta
nazionale aumenta e il cambio si apprezza. Nel caso in cui ci sia un deficit del saldo estero, ossia un
eccesso dell’offerta di valuta nazionale, il prezzo della valuta nazionale scende ossia il tasso di
cambio si deprezza. Si noti che mentre l’apprezzamento della valuta nazionale comporta una
riduzione della competitività delle merci nazionali, un deprezzamento ne decreta di contro un
acquisizione della competitività di tali merci. Come sappiamo, infatti, dalla nozione di tasso di
cambio reale (cap. 2) a parità di livello dei prezzi, un deprezzamento del cambio nominale rende più
economiche le esportazioni e più costose le importazioni.
Per un singolo paese un regime di cambi flessibili ha il vantaggio di assicurare attraverso la
flessibilità del cambio il riequilibrio della bilancia commerciale.
Come abbiamo osservato quando abbiamo trattato del tasso di cambio reale (cap. 2), le
variazioni del tasso di cambio nominale sono necessarie per recuperare competitività quando un
paese ha un tasso di inflazione superiore a quello dei concorrenti (caso di scuola, l’Italia degli anni
1970… e del 2011, se potesse svalutare!). In pratica, se le nostre merci sono più costose delle
analoghe prodotte all’estero, le rendiamo di nuovo concorrenziali rendendo più conveniente agli
stranieri la nostra moneta. Il deprezzamento del cambio nominale comporta d’altronde che aumenta
il prezzo delle merci acquistate all’estero: in pratica il deprezzamento della moneta ci rende più
competitivi a un costo: dobbiamo cedere una quantità maggiore delle nostre merci in cambio di una
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quantità inferiore di merci estere. Chi “paga” all’interno del paese questo maggior costo delle
importazioni? Nel caso estremo che le importazioni riguardano beni di lusso saranno i più abbienti a
pagare; nel caso di beni salario saranno i lavoratori; nel caso di beni di base come energia, materie
prime ecc., saranno un po’ tutti. Da ultimo i più colpiti sono certamente i lavoratori dipendenti in
quanto imprese e lavoratori autonomi “fissano i prezzi”, possono cioè, in genere, aggiustare
rapidamente i propri prezzi all’aumento del costi degli input importati.
Dal punto di vista del singolo paese che svaluti per compensare una sua maggiore inflazione
interna va ricordato che la svalutazione, comportando un aumento del prezzo degli input importati
(si pensi al prezzo del petrolio per l’Italia) dà ulteriore benzina (è il caso di dirlo) all’inflazione. Il
caso di scuola è l’Italia degli anni 1970: un forte conflitto sociale determinava una forte inflazione,
a cui gli shock petroliferi aggiunsero carburante. La svalutazione faceva in modo che la forte
inflazione non minasse la competitività esterna del paese. (Graziani ricorda come, opportunamente,
la Banca d’Italia avesse ancorato la lira al dollaro, valuta con cui pagavamo le importazioni di
petrolio, e tendesse invece a deprezzare rispetto al marco tedesco, la Germania essendo il nostro
principale partner commerciale e concorrente. Questo regime, certamente infelice ma che
manteneva in vita la nostra economia, finì con l’adesione del paese allo SME nel 1979).
Come abbiamo detto, per un singolo paese un regime di cambi flessibili ha il vantaggio di
assicurare attraverso la flessibilità del cambio il riequilibrio della bilancia commerciale. Se tutti i
paesi intendono però utilizzare lo strumento del cambio per sostenere la domanda dei propri beni
attraverso maggiori esportazioni e minori importazioni si ha una situazione di svalutazioni
competitive che è un gioco a somma zero – questa fu l’esperienza degli anni 1930.
BOX Svalutazione interna
Nel dibattito sull’Europa i governi dei paesi centrali (core) e i loro economisti argomentano
che i paesi dell’Europa periferica non potendo recuperare la loro competitività attraverso la
svalutazione devono farlo attraverso una deflazione interna di prezzi e salari. Questa è stata definita
“svalutazione interna”. Il problema è che mentre la “svalutazione esterna” comporta certamente una
diminuzione dei salari reali (perché?), essa colpisce un po’ tutti i redditi e comunque i suoi effetti
sui salari reali sono meno evidenti. La svalutazione interna comportando una diminuzione dei salari
nominali è più indigesta ai lavoratori. Al pari, inoltre, delle classiche “svalutazioni competitive”, la
linea europea di “svalutazioni interne competitive” (competitive deflativo) è anch’essa un gioco a
somma zero: se tutti i paesi europei fanno questo - ammesso che ci riescano senza scatenare la
reazione dei lavoratori – cade la domanda interna in ciascun paese e non v’è ripresa, anzi la
recessione peggiora.
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2. Friedrich List
List (1789-1846) fu studioso e uomo politico tedesco. Trascorse un lungo periodo come
emigrato negli Stati Uniti e fu propugnatre dell’unità politica ed economica della Germania. Senza
che queste brevi osservazioni sostituiscano la lettura diretta dell’autore, si può qui ricordare come
List non rifiuti i vantaggi del commercio internazionale. Egli ritiene che, tuttavia, tali vantaggi si
verifichino fra nazioni al medesimo livello di sviluppo. Egli ha in mente lo svantaggio della
Germania, di cui auspica l’unificazione politico-economica, rispetto al Regno Unito. List ritiene che
il liberismo sia una dottrina sostenuta dalle potenze più avanzate per assicurarsi l’accesso ai mercati
delle nazioni più deboli. Come dirà successivamente Joan Robinson, una allieva di Keynes, il
liberismo è una forma di mercantilismo. Secondo List, invece, le nazioni in ritardo dovrebbero
adottare misure di protezione della propria industria nascente, dar cioè tempo alle proprie industrie,
attraverso forme di protezionismo, di adeguare la propria competitività a quella delle industrie dei
paesi più avanzati. [Per esempio, ora gli economisti tedeschi sono ultra-liberisti, sebbene
nell’ordoliberismo o Economia sociale di mercato non si sia persa traccia dello Stato come
istituzione ordinante e garante di un capitalismo ben funzionante e degli interessi dell’industria
tedesca; peraltro la Germania non ha perso i suoi connotati mercantilisti; del resto il mercantilismo
non era contro il mercato, era semplicemente meno ideologico del LF nel guardare la realtà del
capitalismo, in particolare il ruolo dello Stato in esso].
List è stato infatti un autore studiatissimo dai paesi asiatici in cui forte è stata la presenza di
un developmental state.
Come si vede, nella tradizione mercantilista, e in maniera assai marcata in List, forte è l’idea
organicista dello stato-nazione come comunità con la propria storia, tradizioni, peculiarità non
necessariamente contrapposta alle altre entità nazionali, ma certamente distinta. Le visioni liberalborghese degli economisti classici e quella marxista hanno in comune, invece, l’idea che il mercato
uniformi le peculiarità nazionali. Seguono alcune note preliminari su questo tema.
Lettura obbligatoria: http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201502-fra-marx-elist-sinistra-nazione-e-solidarieta-internazionale/
Gli studenti interessati nello sviluppo economico dovrebbero a questo punto approfondire il
pensiero del grande economista argentino Raul Prebisch (1901-1986):
http://en.wikipedia.org/wiki/Ra%C3%BAl_Prebisch
In
questa
tradizione
autori
importanti
sono
Alice
Amsden
(1943-2012)
(http://en.wikipedia.org/wiki/Alice_Amsden), Ha-Joon Chang (http://en.wikipedia.org/wiki/Ha-
Lezioni sviluppo e crescita 2016-17
Joon_Chang)
e
più
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recentemente
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l’italiana
Marianna
Mazzuccato
(http://www.sussex.ac.uk/spru/people/lists/person/111262).
3. La teoria neoclassica del commercio internazionale e la sua critica
Non è possibile in queste lezioni trattare in maniera esauriente la teoria neoclassica del
commercio internazionale. D’altronde molti studenti avranno nel programma il corso di economia
internazionale. Ai nostri scopi è qui sufficiente ricordare che per la teoria neoclassica, a parità di
condizioni tecniche di produzione, ciascun paese tenderà a specializzarsi nella produzione di quelle
merci che utilizzano relativamente più del fattore (o fattori) relativamente più abbondante in quel
paese. Per esempio, se per produrre formaggio si utilizza relativamente più lavoro rispetto alla terra
mentre per produrre carne si impiega relativamente più terra rispetto al lavoro, e la terra è
relativamente più abbondante in Francia a confronto della Germania, ecco che la Francia si
specializzerà nella produzione di carne e la Germania in quella di formaggio. La ragione è intuitiva:
se la terra è più abbondante relativamente al lavoro in Francia rispetto alla Germania, il prezzo di
affitto della terra (o rendita) sarà relativamente più conveniente in Francia che in Germania, sicché
nel primo paese sarà più conveniente la produzione di carne che fa un uso relativamente maggiore
di terra rispetto al lavoro. Simmetricamente, l’abbondanza relativa di lavoro in Germania farà sì che
i salari in questo paese siano relativamente più bassi rispetto alla Germania, e la produzione di
formaggio più conveniente dato il suo relativo maggior uso di lavoro rispetto alla terra.
Nell’esempio abbiamo utilizzato i due fattori della produzione più facilmente “misurabili”: il
lavoro in ore-lavoro, la terra in ettari. Avremmo tuttavia potuto fare un esempio col fattore
“capitale”. In questo caso avremmo, ad esempio, concluso che se la Germania è un paese in cui il
capitale è abbondante (rispetto a terra e lavoro) esso tenderà a specializzarsi in produzioni ad
elevata intensità di capitale.
In seguito, tuttavia, alle critiche in tema di teoria del capitale menzionate nel capitolo 1,
sappiamo che l’introduzione del fattore “capitale” comporta delle problematicità per la teoria
neoclassica.
Si
veda
per
una
spiegazione
introduttiva
http://nakedkeynesianism.blogspot.it/2011/10/more-on-free-trade.html.
Per gli economisti neoclassici una alternativa al commercio internazionale risiede nel
movimento dei fattori. In altri termini è la medesima cosa per un paese relativamente ricco di
capitale esportare beni ad alta intensità di capitale, oppure esportare capitale verso i paesi che ne
sono relativamente meno dotati. L’idea degli economisti neoclassici è dunque che i paesi del “nord”
del mondo, i cui reddito pro capite è più elevato e dunque risparmiano molto, tenderanno a
esportare capitale verso i paesi del “sud”, in cui il reddito pro capite è più basso e che dunque hanno
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una minore disponibilità di risparmi. Si noti che il nord presta al contempo capitale finanziario e
capitale reale: le famiglie del nord prestano, via sistema finanziario, parte del proprio reddito al sud
(aspetto finanziario); gli imprenditori del sud impiegano questo risparmio per acquistare
attrezzature dal nord. Sappiamo dalle nostre nozioni di bilancia del pagamenti che ciò che stiamo
osservando è un disavanzo di parte corrente (l’importazione netta di beni capitali), che è la parte
reale, coperta da un avanzo nei movimenti di capitale, che è la parte finanziaria. Nel lungo periodo,
così prosegue questo ragionamento, la maggiore accumulazione di capitale consentita dall’afflusso
di capitale estero consentirà a questi paesi di esportare di più. Nel lungo periodo la situazione dovrà
dunque ribaltarsi: i paesi del sud diverranno esportatori netti con partite correnti in avanzo, potendo
così restituire i debiti contratti nel passato coi paesi del nord.
Peccato che in genere le cose non siano quasi mai andate così: in genere i flussi di capitale
dal nord sono andati a finanziare consumi e non investimenti nei paesi del sud. Questi si sono così
indebitati in maniera crescente sino, in molti casi, alla bancarotta. Vedremo nel capitolo 6 l’esempio
recente degli squilibri europei. Negli anni più recenti si è inoltre sviluppato il paradosso – paradosso
dal punto di vista della teoria neoclassica dominante – di un flusso netto di capitali dal sud del
mondo verso il nord. Questo riguarda i cosiddetti squilibri globali, anch’essi trattati nel capitolo 8.
Da un punto più teorico, rifacendosi alle lezioni di Keynes e Sraffa, non ci sorprende che a
presunti risparmi del nord non abbiano generalmente seguito investimenti nel sud, non essendovi
alcuna relazione causale fra risparmi e investimenti.
Un approccio alternativo ai problemi di economia aperta ci proviene infatti dalla teoria di
Keynes.
4. Approccio keynesiano all’economia aperta
4.1. La determinazione di domanda aggregata e reddito in economia aperta
Il modello keynesiano (si veda l’appendice 1 al capitolo 3) può essere rappresentato
dalle seguenti equazioni:
Y=C+I+G+E–M
C =Ca + cY
Ca = Ca
I= I
G= G
T = tY
E= E
M = mY.
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La penultima equazione mostra le esportazioni come dato esogeno determinato al di fuori
del modello dalla domanda estera per i nostri beni. L’ultima equazione mostra le importazioni come
funzione della domanda effettiva, nel senso che quando quest’ultima aumenta, si accresce la
domanda non solo per beni nazionali, ma anche per beni prodotti all’estero. L’aumento delle
importazioni riguarderà per esempio prodotti energetici e materie prime, necessari ad accrescere la
produzione, ma pure beni di consumo.
L’equazione
Y
che
determina
la
domanda
aggregata
e
il
reddito
nazionale
è:
1
(C a  I  G  E )
1  c(1  t )  m
4.2. Il moltiplicatore del commercio estero
Si considerino le seguenti, ormai note, equazioni:
M = mY
(A)
E = E*
(B)
Esse suggeriscono che le importazioni sono funzione del reddito nazionale, mentre le
esportazioni sono un dato esogeno che dipende dalla domanda mondiale (dunque dal reddito degli
altri paesi). Le prime sono dunque controllabili dalle autorità di politica economica, mentre le
seconde non lo sono, o lo sono in maniera più limitata.43 Nel lungo periodo la bilancia commerciale
deve essere in pareggio, per cui: M = E*. Da cui si ottiene: mY = E*, ed infine
Y
E*
,
m
che è il foreign trade multiplier.
Esso ci suggerisce che il livello del reddito compatibile con l’equilibrio della bilancia
commerciale dipende dal livello delle esportazioni e dalla propensione marginale ad importare.
Esso mostra infatti come una economia aperta sia soggetta al vincolo estero. Una espansione interna
determinata, per esempio, da un aumento della spesa pubblica determina, a parità di E, una crescita
delle importazioni. Se la bilancia commerciale era in pareggio, essa ora peggiorerà. Per questo
spesso si parla - o si parlava in epoca keynesiana - della necessità di politiche espansive coordinate
fra paesi. Solo se i diversi paesi legati da forti vincoli commerciali – per esempio i paesi
dell’Unione Europea – espandono contemporaneamente domanda aggregata e produzione, in
43
In verità lo sono attraverso modificazioni del tasso di cambio, nel breve periodo, e attraverso le politiche
industriali e di innovazione, nel lungo periodo. Una svalutazione accresce la competitività di prezzo
(perché?). Le seconde accrescono la competitività di prezzo, attraverso l’adozione di metodi produttivi più
moderni che diminuiscono i costi di produzione (innovazioni di processo), ma soprattutto la competitività di
prodotto, migliorando o innovando la gamma dei prodotti (innovazioni di prodotto).
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ciascun paese aumentano sia le importazioni, che costituiscono esportazioni per i partner, che le
esportazioni, che costituiscono le importazioni degli altri paesi. Se invece un singolo paese espande
in solitudine la propria economia, la sua bilancia commerciale andrà presto in disavanzo ed esso
non potrà alla lunga mantenere le politiche di crescita. In questa esperienza incappò ad esempio il
governo socialista francese di Francois Mitterand nei primi anni '80. Dopo pochi mesi di politica
espansiva, la bilancia commerciale francese andò in forte disavanzo in quanto la Germania non era
interessata ad espandere a sua volta la propria economia, e Mitterand dovette tornare a politiche
economiche più restrittive.
Le equazioni A e B sono rappresentate nella figura 4.2. Essa mostra come, se un paese
espande il proprio reddito da Y1 a Y2, le importazioni aumentano da M1 a M2. Allora le
importazioni dagli altri paesi dovrebbero aumentare da E1 ad E2, in maniera da riequilibrare la
bilancia commerciale. Questo tuttavia dipende dall’adozione di politiche espansive da parte dei
partner commerciali.
Se questi paesi non intendono espandere le loro economie, un paese che voglia invece
perseguire politiche keynesiane potrebbe adottare misure alternative come il controllo delle
importazioni. Con questa misura si bloccano le importazioni al livello di equilibrio M1, compatibile
con il livello dato di esportazioni E1. In tal modo, si noti, gli altri paesi non risultano danneggiati in
quanto continuano ad esportare M1. Il paese può così espandere sino a Y2 senza incorrere in un
disavanzo di bilancia commerciale (muove dal punto A al punto C invece che al punto B). 44 Questo
44
Il controllo delle importazioni sarà selettivo, nel senso che alcuni beni importati saranno necessari per
accrescere la produzione, come petrolio, materie prime, macchinari industriali ecc. Si tenderà allora a ridurre
l’importazione di alcuni beni, come auto di lusso, ecc. per lasciar spazio a beni più indispensabili.
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tipo di politiche è tuttavia oggi mal visto, scoraggiato o addirittura proibito da organismi come l’UE
o il WTO.
In alternativa un paese può finanziare gli squilibri di parte corrente indebitandosi verso
l’estero. Questo non può durare troppo a lungo, tuttavia. Inoltre i debiti ed i relativi interessi vanno
pagati, per cui ad un certo punto il paese dovrà realizzare degli avanzi di parte corrente per ripianare
il debito estero.
Infine un paese può ricorrere ad una svalutazione della propria moneta per stimolare un
volume adeguato di esportazioni (e rendere più costose le importazioni). Anche questa strada ha i
suoi difetti in quanto (i) altri paesi potrebbero adottare la medesima strategia – e quindi il gioco
diventa a somma zero -, e perché, anche se questo non accade, (ii) il maggior costo delle
importazioni crea inflazione e conflitto distributivo. Chi deve infatti pagare il maggior costo dei
beni importati?
4.3. Un esempio istruttivo
Si consideri ora l’economia di Esteronia. Questa economia vende tutta la propria produzione
all’estero, e consuma solo prodotti stranieri. Assumiamo che c = 0,8; m = 0,1; E = 100. Il reddito
nazionale sarà: Y 
1
1
E
100  333,3 . Il saldo commerciale è:
1 c  m
1  0,8  0,1
E  M  E  mY  100  0,1 * 333,3  66,7 , dunque positivo. L’offerta di risparmio è
S  sY  0,2 * 333,3  66,7 , dunque pari al saldo estero. Come mai? Si ritorni alle relazioni di
contabilità nazionale, ed in particolare la relazione Sp + Sg – I = E - M (si veda l’appendice sulla
bilancia dei pagamenti). Nell’esempio per ipotesi I = 0 e Sg = 0. Si ha dunque Sp = 66,7 ed E – M
= 66,7, sicché l’equazione è verificata. Cosa significa? Il paese di Esteronia produce 333,3, ma ne
consuma solo l’80%. Infatti ne cede il 20%, cioè 66,7, all’estero. Nei fatti “presta all’estero” 66,7.
Nei termini della bilancia dei pagamenti questo risparmio, se non accumulato nelle riserve ufficiali,
dà luogo ad un movimento di capitali in uscita di 66,7.
Esercizi:
1. Perché le importazioni diventano più costose in seguito ad una svalutazione? Che effetti
ha questo sull’inflazione? E sulle partite correnti?
2. Si supponga: Y = 1000€, m = 0,2. Quanto devono essere le esportazioni affinché la
bilancia commerciale risulti in pareggio?
3. Supponete che Esteronia effettui una spesa pubblica G = 250. Se ricalcolate il reddito
nazionale, questo verrà di 1166,7. Constatate poi che le partite correnti (coincidenti qui
con la bilancia commerciale) sono in disavanzo (-16,6) e che l’offerta di risparmio
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privato non è in grado di coprire il risparmio pubblico negativo (-250 di disavanzo
pubblico), sicché occorre un prestito estero di 16,6.