mensile di natura, ambiente e territorio
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ISSN 1124-044 X Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 ( conv. in L.27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, - DCB Torino MENSILE DI NATURA, AMBIENTE E TERRITORIO STORIE DI UN TEMPO Gli animali del presepio STORIE DI PARCHI Il guardiaparco gentile STORIE FANTASTICHE Mondo Babonzo ANNO XXII. N. 10 Dicembre 2007 171 AREE PROTETTE IN PIEMONTE REGIONE PIEMONTE ASSESSORATO PARCHI E AREE PROTETTE Assessore: Nicola de Ruggiero Via Principe Amedeo, 17 - 10123 Torino DIREZIONE TURISMO, SPORT, PARCHI Via Avogadro, 30 - 10121 Torino SETTORE PARCHI Via Nizza, 18 - 10125 Torino tel. 011 4322596/3524 fax 011 4324759/4793 Numero verde 800 333 444 ALESSANDRIA Bosco delle Sorti La Communa c/o Comune Piazza Vittorio Veneto, 1 15016 Cassine AL tel. e fax 0144 715151 Capanne di Marcarolo Via Umberto I, 32 A 15060 Bosio AL tel. e fax 0143 684777 Po (tratto vercellese-alessandrino) Torrente Orba Piazza Giovanni XXIII, 6 15048 Valenza AL tel. 0131 927555 fax 0131 927721 Sacro Monte di Crea Cascina Valperone, 1 15020 Ponzano Monferrato AL tel. 0141 927120 fax 0141 927800 ASTI Rocchetta Tanaro Valle Andona, Valle Botto e Val Grande Val Sarmassa Via S. Martino, 5 14100 Asti tel. 0141 592091 fax 0141 593777 BIELLA Baragge Bessa Brich di Zumaglia e Mont Prevé Via Crosa, 1 13882 Cerrione BI tel. 015 677276 fax 015 2587904 Burcina Cascina Emilia 13814 Pollone BI tel. 015 2563007 fax 015 2563 914 Sacro Monte di Oropa c/o Comune, Via Battistero, 4 13900 Biella tel. 015 3507312 fax 015 3507508 CUNEO Alpi Marittime Juniperus Phoenicea di Rocca S. Giovanni-Saben Piazza Regina Elena, 30 12010 Valdieri CN tel. 0171 97397 fax 0171 97542 Alta Valle Pesio e Tanaro Augusta Bagiennorum Ciciu del Villar Oasi di Crava Morozzo Sorgenti del Belbo Via S. Anna, 34 12013 Chiusa Pesio CN tel. 0171 734021 fax 0171 735166 Boschi e Rocche del Roero c/o Comune, Piazza Marconi 8 12040 Sommariva Perno CN tel. 0172 46021 fax 0172 46658 Gesso e Stura c/o Comune Piazza Torino, 1 12100 Cuneo tel. 0171 444501 fax 0171 602669 Po (tratto cuneese) Rocca di Cavour Via Griselda, 8 12037 Saluzzo CN tel. 0175 46505 fax 0175 43710 NOVARA Bosco Solivo Canneti di Dormelletto Fondo Toce Lagoni di Mercurago Via Gattico, 6 28040 Mercurago di Arona NO tel. 0322 240239 fax 0322 237916 Colle della Torre di Buccione Monte Mesma Sacro Monte di Orta Via Sacro Monte 28016 Orta S. Giulio NO tel. 0322 911960 fax 0322 905654 Valle del Ticino Villa Picchetta 28062 Cameri NO tel. 0321 517706 fax 0321 517707 TORINO Bosco del Vaj Collina di Superga Via Alessandria, 2 10090 Castagneto Po TO tel. e fax 011 912462 Collina di Rivoli La Mandria Madonna della Neve sul Monte Lera Ponte del Diavolo Stura di Lanzo Viale Carlo Emanuele II, 256 10078 Venaria Reale TO tel. 011 4993311 fax 011 4594352 Gran Bosco di Salbertrand Via Fransuàs Fontan, 1 10050 Salbertrand TO tel. 0122 854720 fax 0122 854421 Laghi di Avigliana Via Monte Pirchiriano, 54 10051 Avigliana TO tel. 011 9313000 fax 011 9328055 Monti Pelati e Torre Cives Sacro Monte di Belmonte Vauda Corso Massimo d’Azeglio, 216 10081 Castellamonte TO tel. 0124 510605 fax 0124 514463 Orsiera Rocciavrè Orrido di Chianocco Orrido di Foresto Via S. Rocco, 2 - Fraz. Foresto 10053 Bussoleno TO tel. 0122 47064 fax 0122 48383 Po (tratto torinese) Corso Trieste, 98 10024 Moncalieri TO tel. 011 64880 fax 011 643218 Stupinigi c/o Ordine Mauriziano Via Magellano, 1 10128 Torino tel. e fax 011 5681650 Val Troncea Via della Pineta - La Rua 10060 Pragelato TO tel. e fax 0122 78849 VERBANO-CUSIO-OSSOLA Alpe Veglia e Alpe Devero Viale Pieri, 27 28868 Varzo VB tel. 0324 72572 fax 0324 72790 Sacro Monte Calvario di Domodossola Borgata S. Monte Calvario, 5 28845 Domodossola te. 0324 241976 fax 247749 Sacro Monte della SS. Trinità di Ghiffa Via SS. Trinità, 48 28823 Ghiffa tel. 0323 59870 fax 0323 590800 VERCELLI Alta Valsesia Corso Roma, 35 13019 Varallo VC tel. e fax 0163 54680 Bosco delle Sorti della Partecipanza Corso Vercelli, 3 13039 Trino VC tel. 0161 828642 fax 0161 805515 Garzaia di Carisio Garzaia di Villarboit Isolone di Oldenico Lame del Sesia Palude di Casalbeltrame Via XX Settembre, 12 13030 Albano Vercellese VC tel. 0161 73112 fax 73311 Monte Fenera Fraz. Fenera Annunziata 13011 Borgosesia VC tel. e fax 0163 209356 Sacro Monte di Varallo Loc. Sacro Monte Piazza Basilica 13019 Varallo VC tel. 0163 53938 fax 0163 54047 PARCHI NAZIONALI Gran Paradiso Via della Rocca, 47 10123 Torino tel. 011 8606211 fax 011 8121305 Val Grande Villa S. Remigio 28922 Verbania tel. 0323 557960 fax 0323 556397 AREE PROTETTE D’INTERESSE PROVINCIALE Lago di Candia Monte Tre-Denti e Freidour Monte San Giorgio Conca Cialancia Stagno di Oulx Colle del Lys c/o Provincia di Torino Via Bertola, 34 – 10123 Torino Tel. 011 8615254 Fax 011 8615477 PIEMONTE PARCHI Mensile di natura ambiente e territorio Direzione e Redazione Via Nizza, 18 - 10125 Torino tel. 011 4323566/5761 fax 011 4325919 www.piemonteparchiweb.it [email protected] [email protected] Direttore responsabile: Roberto Moisio Vice Direttore: Enrico Massone Capo Redattore: Emanuela Celona Redazione: Simonetta Avigdor promozione, iniziative speciali e linee editoriali M. Grazia Bauducco segreteria amministrativa e di redazione Emanuela Celona Piemonte Parchi Web e News letter Toni Farina aree protette, montagna, fotografia Enrico Massone ambiente, sacri monti, coordinamento rubriche Aldo Molino itinerari, territorio, cultura Staff collaboratori: abstract on line Mauro Beltramone archivio fotografico Susanna Pia gestione abbonamenti e spedizioni Eugenia Angela Piemonte Parchi Web Junior Laura Raffinato rapporti con Federparchi e aree protette Giulio Caresio rapporti con i media Mauro Pianta revisione naturalistica dei testi Loredana Matonti territorio e cultura locale Ilaria Testa Art Director: Massimo Bellotti Hanno collaborato: C. Bordese, F. D’Amato, F. Figari, E. Giacobino, C. Gromis di Trana, S. Moiso, M. Ortalda, P. Santilli, G. Tuninetti Fotografie: D. Alpe, D. Astrom, P.I. Benedetto, R. Borra, L. Fassio, F. Figari, M. Libra, A. Molino, arc. MRSNT, arc. Parco Alpi Marittime Disegni: G. Cortese, C. Girard, F. D’Amato, M. De Maistre, C. Spandetti, G. Tuninetti Cartine: S. Chiantore Foto di copertina: il fenomeno del “tykky”: ogni albero si trasforma e diventa quasi irriconoscibile sepolto da una enorme massa di neve, foto F. Figari L’editore è a disposizione per gli eventuali aventi diritto per fonti iconografiche non individuate. Riproduzione anche parziale di testi, fotografie e disegni vietata salvo autorizzazione dell’editore. Registrazione del Tribunale di Torino n. 3624 del 10.2.1986 Arretrati (disponibili, dal n. 90): € 2 Manoscritti e fotografie non richiesti dalla redazione non si restituiscono e per gli stessi non è dovuto alcun compenso. Abbonamento 2007 versamento di €14 sul c.c.p. n. 13440151 intestato a: Piemonte Parchi-S.S. 31 km 22, 15030 Villanova Monferrato (Al) Info abbonamenti: tel. 0142 338241 Stampa: Diffusioni Grafiche S.p.A. Villanova Monferrato AL tel. 0142 3381 fax 0142 483907 Riservatezza -Dlgs n. 196/’03. L’Editore garantisce la tutela dei dati personali. Dati che potranno essere rettificati o cancellati su semplice richiesta scritta e che potranno essere utilizzati per proposte o iniziative legate alle finalità della rivista. Stampato su carta ecologica senza cloro Insipido come una patata Gianna Tuninetti 2 6 10•2007 SOMMARIO STORIE DI PARCHI 2 6 10 13 16 19 22 26 28 32 35 37 40 Il guardiaparco gentile e il ranocchio magico di Simone Moisio STORIE ARTICHE La magia reale... di Franco Figari STORIE POSSIBILI La valanga di Toni Farina STORIE SOSTENIBILI I regali di Mezzo Inverno di Francesca R. D’Amato STORIE INCREDIBILI Papere nella corrente di Claudia Bordese STORIE DI UN TEMPO Dirlo con un proverbio di Laura Ruffinatto STORIE FANTASTICHE Mondo Babonzo di Emanuela Celona SCOPRIPARCO Natività nei Sacri Monti di Enrico Massone STORIE ANTICHE Gli animali del presepio di Caterina Gromis di Trana STORIE MUSICALI Suoni di Natale... di Aldo Molino STORIE DI MANUFATTI Lo zoo di legno di Enrico Massone STORIE DI FESTE La Befana... di Loredana Matonti RUBRICHE 22 37 Caro Babbo Natale, prima delle “solite” richieste, le dovute spiegazioni ai nostri Lettori. Il 2007 è stato un anno denso di avvenimenti. Piemonte Parchi ha continuato a raccontare di natura, territorio e parchi, e allo stesso tempo ha continuato a scrivere di emergenze ambientali: i cambiamenti del clima, gli incendi, le sempre più numerose specie, animali e vegetali, minacciate. Ed è anche per questo che, con questo numero, vorremmo concederci una pausa natalizia - speriamo apprezzata dai nostri Lettori proponendo loro delle storie. Storie curiose, possibili, impossibili, reali, fantastiche… per trasmettere scampoli di serenità e momenti di pace, perché di questo abbiamo tutti bisogno e non solo a Natale. Quindi, caro Babbo Natale, ti chiediamo per prima cosa quella pace che non è mai abbastanza nel mondo. Di questi tempi poi, con vecchi incubi che si profilano nuovamente all’orizzonte, riesumati da chissà quale abisso: riarmi nucleari, guerre fredde… c’è di che gelare i cuori. Poi armonia. Armonia come convivenza equilibrata – e armonica, appunto – di tante diversità. Umane e non solo, l’una complementare all’altra, l’una all’altra necessaria. Armonia sulla Terra, paradiso perduto. E, perché no, nella nostra Redazione, che si appresta a rinnovare l’avventura con una nuova guida editoriale dal nuovo anno, alla quale diamo il “ben arrivato”, con l’impegno di continuare a offrire ai nostri Lettori un prodotto, come si usa dire, “rinnovato nella continuità”, e all’altezza delle loro aspettative. E ancora: ci piacerebbe che Natale tornasse al suo tempo. Che tristezza queste luci che si accendono ogni anno troppo presto, che arrivano a confondersi con i colori di ottobre. E per finire, non dimenticare un po’ di neve. È ormai una rarità quaggiù. Non solo in pianura ma anche in montagna, dove distese di erba triste e sofferente aspettano la coltre protettiva fino a febbraio inoltrato. E lepri e pernici si scordano perfino la muta: diventare bianche a che scopo? Già, la neve. Intanto farebbe felici le tue renne, alleviando loro la fatica del tirare la slitta in queste nostre lande intasate di strade, paesi e città. E in fondo farebbe più felici anche noi, alleviando la quotidiana fatica del vivere a gran velocità. Così, se a Natale cadrà qualche fiocco… sapremo che sarà anche un po’ per merito nostro. Auguri a tutti La Redazione Storie di parchi Il guardiaparco gentile testo di Simone Moiso (Asti) info@unafiabaperlamontagna.it Foto R. Borra/arc. CeDrap disegni di Chiara Spadetti 2 C’ era una volta e c’è anche oggi un mestiere molto importante per l’equilibrio tra l’uomo e la natura. Un sottile filo d’erba divide il mondo degli animali, degli alberi secolari e delle rocce dal mondo degli umani indaffarati, grigi e pensierosi. Questo mestiere è il guardiaparco. E Roberto è un guardaparco speciale, perché fin da piccolo è cresciuto tra le montagne osservando le farfalle sui fiori di genziana e inseguendo le lucertole tra i massi scaldati dal sole. Il suo viso, al momento di indossare la divisa, subisce una trasformazione, muta forma e dal volto di uomo diventa il muso di una lepre, un ramo d’abete coperto di gemme e lo scrosciare dell’acqua nel ruscello. Quel giorno Roberto partì per il suo giro di controllo con il solito buonumore. Un’occhiata al cielo, nuvole alte e spumose, un respiro profondo nella fresca aria del mattino e si incamminò lungo il sentiero che saliva a monte. Tutte le creature del parco rispettano e amano Roberto, lo ringraziano per le cure e l’attenzione, perché tiene lontani i bracconieri, controlla che non scoppino incendi, aiuta gli animali feriti e ritrova i cuccioli sperduti. Il cuore di Roberto è pieno di gioia quando può accompagnare le scolaresche nel mondo segreto e prezioso del bosco, e il ranocchio magico quando può insegnare quanto la natura sia dentro di noi anche quando siamo chiusi tra quattro mura. E ogni giorno Roberto saluta tutti gli esseri del parco, dalle rocce coperte di muschio alle formiche alla ricerca di cibo, dagli alti pini alla lince solitaria. Aveva imparato da un vecchio indiano cherokee che ogni creatura ha un’anima e ha anche una voce e se anche questa voce non arriva all’orecchio sicuramente la possiamo sentire con il cuore. Ovviamente nessuna di queste creature risponde con parole ai suoi saluti, ma un piccolo fruscio, uno sbattere di palpebre, un odore forte sono per Roberto come un abbraccio o una stretta di mano. Come dicevamo, quel giorno Roberto era intento nel suo lavoro quando arrivò ad un piccolo laghetto tra i larici. “Buongiorno stagno, sussurrò il guardaparco con delicatezza per non disturbare gli animali che riposavano vicino alle rive, ancora poca acqua, vero…? Quest’anno le piogge si fanno desiderare e la neve non ha ancora iniziato a sciogliersi, porta pazienza, sono previste precipitazioni nelle prossime settimane…”. Il laghetto rimase in silenzio e Roberto si preparò per continuare la sua passeggiata. “Mi scusi buon signore, non è molto educato non salutare chi si incontra sul cammino, soprattutto su un sentiero di montagna.” Roberto sussultò nel sentire una voce inattesa, non si era accorto di aver incrociato sul sentiero un turista mattiniero o un collega guardaiparco. E infatti non 3 Foto arc. Alpi Marittime Foto D. Alpe Disegno di G. Cortese 4 c’era nessuno… Nessuno verso valle, nessuno verso i monti e nessuno intorno a lui. Si grattò la testa e un po’ timoroso chiese: “Mi scusi… non l’avevo vista… ma in realtà non la vedo neanche adesso…”. “Ma è ovvio mio caro, perché lei guarda dove io non potrei mai giungere, vista la mia modesta ma rispettabile altezza…”. Allora Roberto chinò chin lo sguardo e proprio davanti ai suoi scarponi, sulla terra smossa del sentiero, un verde ranocchio con gli occhi sbarrati lo guardava in silenzio. Erano molti anni che il nostro guardiaparco parlava a tutti gli esseri del bosco, ma nessuno aveva mai risposto. “Mi scusi signore, le converrebbe chiudere la bocca, altrimenti una mosca potrebbe finirle sulla lingua, cosa che nel mio caso sarebbe particolarmente gradita ma nel suo non penso… A proposito mi scusi, non mi sono ancora presentato… Edward Frog, piacere di conoscerla…”. Il ranocchio allung allungò una piccola viscida zampina e Roberto abbassò un grosso ditone rosa e abbass questi due esseri cos così diversi si incontrarono per un attimo. Il ranocchio, Roberto osserv osservò mentre lo stupore lasciava spazio alla meraviglia, aveva un piccolo zaino creato con una foglia di castagno intrecciata con aghi di pino e fili d’erba. “Roberto, guardiaparco…” riuscì riusc a pronunciare a fatica sedendosi di fronte a lui. Il ranocchio ricominciò ricominci a parlare: “Lavoro importante e significativo… Discutevo con i gufi lass lassù sul picco ovest e mi raccontavano con quanta attenzione svolgi il tuo compito… ero curioso di conoscerti”. “Ma come…” “Come è possibile che io parli la tua lingua?” Roberto annuì. “Ho fatto un lungo viaggio dall’Inghilterra per giungere in queste luoghi. Nelle terre da cui provengo, la natura è ancora intrisa di energia magica… ho amiche fate e amici folletti. Per non parlare di maghi e streghe che spesso sperimentano incantesimi vicino allo stagno in cui abito… Non ti racconto quanto fumo lasciano dietro e poi il rischio di trovare il tavolo di casa trasformato in un panino al formaggio!” Roberto ascoltava e osservava. Il silenzio questa volta toccava a lui. “Il mio viaggio mi porterà attraverso tutti i Paesi del Mondo alla ricerca di esseri umani che, come te, hanno il dono dell’amore per la natura e non hanno dimenticato di esserne parte”. “Quindi mi stavi cercando?” chiese Roberto incredulo. “Si, mio caro, per ringraziarti e consegnarti un regalo prezioso che fate e folletti hanno creato per te”. Il ranocchio tolse lo zaino di foglia dalle piccole spalle e ne estrasse una nocciola bucata che porse con un inchino al guardaparco. Roberto aprì la grande mano e raccolse il dono con deferenza. Non osava dire nulla perché, anche se era solo una piccola nocciola bucata, in realtà aveva per lui più significato di mille medaglie. “Adesso saluto e riprendo il mio cammino…, grazie ancora per tutto l’amore e il rispetto nei nostri confronti…. Ah, a proposito, devi appoggiarla all’orec- Premio letterario nazionale “Enrico Trione – Una fiaba per la Montagna” chio perché funzioni… Addio!” Roberto rimase lì seduto a guardare quel piccolo essere rimettere lo zaino in spalla e saltellare sereno verso il suo difficile e faticoso compito. Restò ad osservare la nocciola a lungo, poi si alzò e riprese il sentiero verso le vette innevate. Cosa aveva detto quel ranocchio? Ah… di portare la nocciola vicino all’orecchio… Roberto così fece e… “Buongiorno Roberto, bella giornata vero?” Il guardaparco si voltò di scatto. Era tornato il ranocchio!?! No, si sbagliava, c’era solo un usignolo sul ramo… “Buongiorno usignolo” salutò Roberto automaticamente come ogni mattina. “Ancora buongiorno a te, attento al sentiero più avanti, stanotte è franato.” Era proprio lui! L’usignolo gli aveva risposto! Roberto allontanò la nocciola dall’orecchio e sentì solo un cinguettio. La rimise in posizione e… “Ah, scusa, hai visto un tronco pieno di buone larve succose?” Poteva sentire! Poteva capire! Salutò l’usignolo indicandogli un buon pasto e corse verso le rocce della frana. “Buongiorno care, che cosa è successo?” chiese Roberto agitato alle rocce rovinate sul sentiero. “Poche piogge e la vecchiaia, ma non si preoccupi, stiamo bene…”. Roberto guardò la nocciola bucata come fosse un diamante rarissimo. Gli era stato fatto il dono più grande che potesse immaginare. D’ora in avanti avrebbe potuto sentire la voce della natura. Pianse e sorrise allo stesso tempo e si sentì come nei giorni in cui piove, c’è il sole e un enorme arcobaleno colora il cielo. Guardò la neve in alto, respirò gli aromi del bosco e con la nocciola stretta in pugno riprese il cammino verso casa, con il cuore pieno di voci e di magia. Per ricordare il giovane socio Enrico Trione, prematuramente scomparso, l’associazione culturale ‘L Péilacan, di Pont Canavese ha bandito per la prima volta nel 2002 il Premio letterario nazionale “Enrico Trione - Una fiaba per la montagna”. Iniziativa che è nata nell’anno Internazionale delle Montagne e in occasione degli 80 anni dalla nascita dell’Ente parco nazionale Gran Paradiso. Edizioni realizzate nel corso degli anni (presiedute da Angelo Paviolo) 2002 - generalistica 2003 - gli alpini 2004 - gli spazzacamini 2005 - lo sport - in occasione delle Olimpiadi piemontesi. 2006 - il treno Dopo essere divenuto il premio del Comune di Pont Canavese, nel 2006 diventa anche il Premio letterario del Parco nazionale Gran Paradiso e aderisce ai progetti di “Libro parlato” realizzati da: Associazione italiana ciechi e ipovedenti e Lions club. 2007 - la magia nei parchi – Con il patrocinio e la partecipazione organizzativa della Federparchi. Uno dei premi consiste nel trasformare una fiaba pervenuta in cartone animato, iniziativa che ha aumentato la partecipazione degli autori. L’edizione 2007 si è conclusa il 1 dicembre a Pont Canadese: al concorso hanno partecipato oltre 230 elaborati; nella sezione “italiano” quasi il 50% è proveniente da regioni italiane diverse dal Piemonte. Chi ha dato voce alle fiabe per il progetto del libro parlato: Franco Miele, Paola Malanetto, Maria Grazia Pezzetto della compagnia “Esperimenti teatrali”; grafica animata a cura di: Mario Bondìci. Info: www.unafiabaperlamontagna. it, info@unafiabaperlamontagna. it; Michele Nastro, presidente associazione ‘l Péilacan, tel. 348 1474530 5 Storie ARTICHE testo e foto di Franco Figari fi[email protected] È in un luogo molto, molto lontano, nell’estremo Nord della Lapponia finlandese, in un angolo sperduto e inaccessibile della taiga artica che, si dice, abiti Babbo Natale. Qui si trova, infatti, una montagna foto di Desireè Astrom 6 magica, con due picchi a forma di orecchio, dal nome Korvatunturi che, in finlandese, significa “La montagna dell’Orecchio”. Ed è in uno di questi anfratti nascosti e misteriosi che Santa Claus ha stabilito il suo quartier generale: qui si trovano le officine dove vengono fabbricati i regali, e il grande magazzino dove sono raccolti, prima di essere selezionati con cura, per poi essere consegnati a domicilio sulla famosa slitta. La sagoma inusuale della montagna a forma di orecchio non è casuale: è sempre avuto la funzione di cassa di risonanza “naturale” per ascoltare i desideri di tutti i bambini sparsi per il Mondo. Il percorso che porta a Krovatunturi è impervio e solo gli elfi, oltre a Babbo Natale, conoscono la strada. Attra- LA MAGIA verso i sentieri passano animali indisturbati: orsi bruni, ghiottoni, volpi e altri che vivono qui da migliaia di anni, e di cui solo le impronte nella neve ne segnalano la presenza e il loro passaggio. Leggenda o realtà? In effetti i confini che delimitano fantasia e reale non sono affatto distinti… Il Monte Korvatunturi esiste davvero e si trova nelle distese sconfinate del Parco nazionale di Urho Kekkonen, un’immensa estensione di natura selvaggia e poco battuta dall’uomo. L’intero parco è il regno incontaminato della fauna selvatica: si stima che il territorio sia abitato da una ventina di orsi, numerosi ghiottoni, mentre il lupo è un visitatore abituale in particolar modo lungo il confine con la Russia, senza contare che le foreste di conifere e betulle, e gli immensi spazi acquitrinosi costituiscono una dimora ideale per una ricchissima avifauna. Oltre 20.000 renne abitano nel parco e pascolano allo stato brado migrando all’inizio dell’estate dalle vallate boschive alle alture spoglie dei rilievi montuosi della tundra, per sfuggire ai nugoli di zanzare che si riproducono nelle aree paludose alle pendici dei REALE… 7 Nel cuore dell’inverno artico, durante le grandi nevicate, il vento gelido e la temperatura estrema ghiacciano la neve sugli alberi. E’ questo il fenomeno del “tykky”, che si manifesta quasi esclusivamente nelle foreste di abeti. A differenze delle betulle e dei pini i rami degli abeti riescono a sopportare un peso ben maggiore di neve. Agli occhi del visitatore si presenta uno degli spettacoli naturali più straordinari che si possono ammirare durante i lunghi inverni del Grande Nord. Ogni albero si trasforma e diventa quasi irriconoscibile, sepolto come è da una massa enorme di neve caduta e sospinta dal vento. Il paesaggio diventa un mondo irreale di fiaba e fantasia dove ognuno potrà immaginare la presenza di gnomi e folletti ed esseri strani: è questa la vera terra misteriosa dove vive Babbo Natale e nell’arco della stessa giornata le mutevoli condizioni climatiche offrono variazioni incredibili di luce per cui ogni soggetto si trasforma di continuo ed appare in modo sempre diverso. Foto scattata nel Parco Nazionale di Riisitunturi Con gli sci di fondo e con le racchette da neve gli appassionati dell’outdoor possono effettuare nel Parco nazionale di Riisitunturi a poche ore di macchina da Rovaniemi gite giornaliere attraversando foreste di abeti ricoperti di neve ghiacciata. Per prolungare la permanenza nella wilderness è possibile pernottare nei bivacchi gestiti dalla Forestale finlandese trasportando vitto e attrezzatura nella pulka, la tradizionale slitta da lavoro lappone. 8 monti. La fama acquisita dall’Urho Kekkonen si basa sulla convinzione dei finlandesi che non ci sia regione migliore in Finlandia per immergersi a piedi nella wilderness. Gli amanti del trekking possono seguire un sentiero che raggiunge le pendici del Monte Korvatunturi, ma la cima (483 m) dove si dovrebbe celare la grotta di Babbo Natale rimane comunque irraggiungibile perché si trova proprio sul confine con la Russia, lungo la fascia interdetta al pubblico. Comunque, ormai da parecchi anni, Babbo Natale ha deciso di stare a contatto con la gente anche in altri periodi dell’anno, e sempre in Finlandia, ha trovato l’ubicazione adatta per costruire il suo villaggio, un luogo facile da raggiungere anche se nell’estremo Nord della Lapponia. Il villaggio è proprio sul Circolo Polare Artico, a soli 8 km da Rovaniemi, capoluogo della Lapponia il cui aeroporto, da cui transitano ogni anno migliaia di visitatori, è diventato l’aeroporto internazionale di Babbo Natale. Negli ultimi anni il villaggio si è notevolmente ingrandito e comprende l’ufficio di Babbo Natale, un centro commerciale (certo non poteva mancare!) dove vengono venduti regali per bambini e articoli tradizionali della cultura lappone. Dalla dimora a Korvatunturi, il nostro Babbo si sposta sulla slitta (pulka) trainata dalle renne e ogni giorno dell’anno, nell’arco delle quattro stagioni, viene nel villaggio di Rovaniemi per ascoltare i desideri di tutti i bambini. Vicino al villaggio c’è anche il Santa Park, il parco divertimenti scavato nella collina dove è possibile visitare una magica grotta che riproduce l’abitazione a Korvatunturi. Il fiore all’occhiello del centro è il rinomato Ufficio Postale dove vengono inviate ogni anno centinaia di migliaia di lettere cariche di desideri, sogni e speranze da ogni parte del Globo. Oltre a ricevere tonnellate di posta, Babbo Natale spedisce i suoi messaggi augurali a coloro che ne fanno richiesta, rispondendo in ben in 13 lingue diverse: finlandese, italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese, giapponese, svedese, olandese, portoghese, polacco, russo, cinese. Ogni lettera personalizzata viene inviata in occasione del Natale direttamente dall’Ufficio Postale all’interno del villaggio, e sulla busta, da ritagliare e conservare, viene apposto il francobollo e l’originale timbro postale. Il villaggio è aperto al pubblico tutto l’anno, ma è nel periodo natalizio, quando la natura dorme sotto una spessa coltre di neve, che si vive al meglio il fascino e la magia del luogo e si capisce quanto importante sia per i finlandesi, e non solo per i bambini, rinnovare ogni anno la tradizione natalizia. E proprio per questo, ogni anno, sono sempre più numerose le famiglie provenienti da chissà dove, pronte a sfidare i rigori del freddo artico e decise a scegliere come meta del loro viaggio il villaggio di Santa Claus. Ciò detto, non si può negare che in questi ultimi anni il mito di Babbo Natale, con l’ampliamento del Santa Claus village (rasformato in una piccola Disneyland artica) abbia sviluppato su Rovaniemi un turismo di massa “mordi e fuggi” che, se da un lato ha contribuito a smuovere l’economia locale, dall’altro ben difficilmente ha potuto rivelare la vera magia della Lapponia finlandese… All’altezza del Circolo Polare Artico, le foreste di abeti che rivestono le pendici dei rilievi vengono ricoperte dalla neve ghiacciata sospinta dal vento: è il “tykky”, la magia del bianco. Sotto il peso della neve, ogni abete diventa irriconoscibile e con il suo abito invernale si trasforma in una straordinaria scultura di mistero e fantasia. Risalendo i tipici rilievi collinari della tundra (tunturi), fino a quando la vegetazione a poco a poco si dirada, si entra in punta di piedi in un mondo irreale e fiabesco di gnomi e folletti, di dame ottocentesche e di mostri marini, di dinosauri e di cartoni animati che solo la natura è in grado di disegnare. Un manto immacolato che all’alba e al tramonto si tinge di rosso e di giallo, mentre nel cuore della notte la luna piena e il riverbero della neve illuminano il paesaggio mentre le ombre degli abeti sembrano scivolare via lunghe e sottili. Alle volte poi si rimane estasiati di fronte allo spettacolo dell’aurora boreale, un fenomeno dell’atmosfera causato dalle tempeste magnetiche del sole: secondo la leggenda, invece, gli effetti luminosi in cielo non sono altro che nuvole polverose di nevischio sollevate dalla coda della volpe artica che corre sulle distese innevate della tundra. Poco lontano dai bagliori del turismo di Rovaniemi si può affittare uno dei numerosi cottage della Forestale finlandese sulle rive di un lago ghiac- Branco di renne allo stato brado sulle alture della tundra (tunturi) Bivacchi nella wilderness un tem po venivano usati da pescatori, cacciatori e boscaioli, oggigiorno sono in gran parte gestiti dalla Forestale finlandese per gli appassionati dell’outdoor (foto cottage nel Parco nazionale di Oulanka) Volpe artica (foto Marcello Libra) ciato, oppure praticare sci di fondo e inoltrarsi nelle foreste immacolate del poco conosciuto Parco nazionale di Riiisitunturi; o, ancora, scendere lungo un sentiero nelle gole di Koroouma e ammirare le pareti rocciose ricoperte dal ghiaccio nel silenzio di una natura integra. Il grande Lago Livojärvi, vicino al villaggio di Posio, e più a est i vari accessi al Parco nazionale di Oulanka, offrono d’estate, come d’inverno, l’opportunità di un’immersione totale nella wilderness con brevi escursioni giornaliere. Camminando nei boschi, dobbiamo confessare, è difficile incontrare Babbo Natale, ma, allo stesso tempo, è tipica la sensazione di sentirsi osservati… Potrebbe essere uno dei suoi elfi nascosto sotto la neve... E le impronte che attraversano il nostro cammino… sono quelle di una lepre bianca passata per caso… o quelle di un folletto della foresta? E se nel sottobosco trovassimo un punto dove la neve è stata calpestata, e rimossa disordinatamente?? Potrebbe essere stata opera di una renna che, rovistando nella neve con le zampe, ha cercato di raggiungere muschi e licheni. Ma a ben guardare è opera di una renna qualsiasi… Come spiegare infatti quei campanellini?!? E così, per incanto, la leggenda di Babbo Natale continua. Per saperne di più: www.visitfinland.com.it, www.rovaniemi.fi/tourism, www.finnair.com, www.santaclaus.com www.santagreeting.net. Per scrivere a Babbo Natale: santa. claus@santaclausoffice.fi 9 Storie possibili testo di Toni Farina disegni di Magali de Maistre Q 10 - uest’anno la neve è arrivata presto, a fine dicembre tanta neve così non s’era mai vista. Dicono fra l’altro che ne verrà ancora molta, quest’anno vedrai seppellirà le case! -Sei il solito esagerato, anche l’anno scorso si diceva la stessa cosa e poi, invece, prati secchi e niente neve fino ad aprile. -Quest’anno è diverso, ti dico, hai visto anche tu come volano basse le aquile. Fra’ Tobia e Fra’ Thomàs chiacchieravano tranquilli; sul camino bruciava lentamente un grosso ceppo di larice. Fuori, lentamente, la neve aveva ricominciato a cadere. -Se continua così per tutta la notte non so proprio come farai domani a portar su la medicina al nostro fratello Giustino- disse Tobia guardando dalla finestra. Ora la neve scendeva copiosa, con falde grosse come farfalle. -Non ti preoccupare, col mio fedele Nardo andrei ovunque, non vi è neve o tormenta che ci spaventi noi due!replicò Thomàs sicuro di sé. Il mattino seguente il vento soffiava forte, infilando la neve in ogni pertugio. -Dio mio benedetto, non si vede più nulla, anche il forno è tutto coperto. Non andare Thomàs, non salire al passo: è troppo pericoloso!- Il tono di Tobia era veramente preoccupato. -Non possiamo certo abbandonare il nostro fratello, senza la sua medicina lo sai anche tu che non può stare, il suo malanno rischierebbe di diventare incurabile-. Thomàs era fiducioso: -devo salire, non è mica la prima volta che vado su al colle col brutto tempo--Sei più cocciuto di un caprone, fai un po’ quel che vuoi-, concluse Tobia sbattendo forte l’uscio. Era veramente arrabbiato, ma Thomas non gli diede ascolto e andò a prepa- vero il caso di abbattersi così. cos Dio è misericordioso e Thomàs Thom è caparbio e generoso come il sole di luglio, vedrete, qualcosa accadrà!- Frate Donato era l’ottimista del gruppo. Sette frati, sei sani e mesti, uno addormentato e sofferente. Nel piccolo ospizio sul Colle, dove la neve, a volte, copre anche il tetto. son guai grossi come...Non ebbe il tempo di finire la frase che un tonfo potente rimbombò nella gola. Thomàs, esperto, capì e si coprì lesto la faccia con la mantella. Prima arrivò l’aria, un soffio forte che lo scaraventò a terra. Poi lei, la Valanga. Thomàs fu avvolto nel vortice , un turbinio senza colore e senza scampo. La neve ora gli arrivava ai fianchi. Per -Bau, bau bau, bau bau bau!-. rarsi. Vedendolo arrivare Nardo non gli corse incontro scodinzolando com’era uso fare. -Che hai amico mio, anche tu preoccupato come quel vecchio brontolone di Tobia? Avanti, allegro, vedrai che andrà tutto bene. Il vento fischiava e anche lui, Thomàs il generoso, Thomàs senza paura, non era più così sicuro di sé. Ma ormai era deciso, con i lunghi sci di legno ai piedi, il sacco in spalla, la mantella ben chiusa, sollecitò Nardo a seguirlo e uscì.. La neve gli arrivava sopra al ginocchio. Thomàss e Nardo, come due ombre smarrite nel bianco infinito. Thomàs avanzare era una fatica immane, ogni passo uno sforzo crudele. Pochi passi e poi riposo: era così cos da ore. Dietro, Nardo guaiva, unico suono che non fosse vento, nella gola che precede il Colle. Era quello il punto più pericoloso del tragitto, il luogo in cui molti viandanti erano scomparsi inghiottiti dalle valanghe. Il bianco volgeva al grigio, il giorno volgeva alla sera. Il buio arrivava e il vento soffiava. Sempre più impetuoso. -Bau, bau... bau!- Che ti piglia, vecchio portapulci, non ce la fai più, dai, coraggio, vieni avanti. -Bau, bau... bau!- Niente da fare, Nardo non lo seguiva. Thomàs lo incitava ma lui niente, si era come bloccato. -Fa un po’ quel che credi, io devo proseguire, se la notte ci sorprende qui Era ancora buio quando Frate Giacinto si svegliò con una strana sensazione. No, non era il vento, che anzi non soffiava più. Il nuovo giorno nasceva silenzioso, di quel silenzio che solo la neve sa creare. -Bau, bau bau, bau bau bau!- Giacinto volò per le scale, aprì il pesante uscio e si trovò sommerso dalla neve (questo se l’aspettava) e da un ammasso bagnato e peloso (e questo proprio non se l’aspettava). -Sveglia fratelli!- Chiamò forte e suonò la campana. -E’ Nardo, il cane di Frate Thomàs, ma di lui, aihmè, non c’è traccia. -Bau, bau bau, bau bau bau!- Nardo abbaiava disperato correndo nella direzione donde era venuto. L’invito era chiaro e, in breve, i frati Nel frattempo, al piccolo ospizio sul Colle, dove la neve, a volte, copre anche il tetto, sei fraticelli attendevano e speravano. E pregavano. -Poverino, la febbre è ancora salita. Questa volta per lui si mette male, senza medicina mi sa che non basteranno le nostre preghiere. E neppure le mie erbe- Fra Gaspàrd rd era un po’ il dottore del gruppo, conosceva tutte le erbe medicinali, passava le estati a zonzo nei prati, immerso nel verde e mille altri colori, alla ricerca dei suoi miracolosi rimedi. Con i quali guariva tutti i mali: ma non la malattia di Frate Giustino! Nel piccolo refettorio i sei fraticelli tristi, attorno al camino, pensavano a Giustino nel suo letto, ammalato. Per lui non potevano fare nulla, se non pregare. Fuori era l’Inverno il padrone, la neve scendeva, ora tranquilla, ora spinta dal vento, ammassando cumuli sempre più alti. -Neppure il forte Thomàs può ò salire con questa bufera, il buon Dio dovràà accogliere Giustino presso di sé-. é-. -. Sussurrava malinconico Frà Michel. -Speranza, speranza fratelli, non è dav- 11 furono pronti a seguirlo. Lasciato il solo Gaspard a accudire l’ammalato, si incamminarono nelle neve altissima. A occidente sottili strisce di azzurro annunciavano il bel tempo. Tutt’intorno le forme conosciute non esistevano più, sommerse da un biancore morbido e uniforme. Era come se tutta la volta del cielo si fosse adagiata sulle valli e sui monti, per proteggere uomini, animali e cose, dall’alito feroce dell’Inverno. Alternandosi in testa al gruppo per aprire la pista, i frati arrivarono alla gola che il sole squarciava le nubi. D’innanzi a loro un muro di neve chiudeva il passaggio. Nardo infallibile (quante persone aveva già contribuito a salvare sotto la neve!) indicò il punto e i frati, di lena, iniziarono a scavare. 12 Più che uno scavo era ormai una vo- ragine ma, di Frate Thomàs nessuna traccia. Erano passate ore e, di conseguenza, le speranze di trovarlo in vita si facevano sempre più esili. -Bau bau, bau bau- Nardo insisteva, caparbio. -Caro mio, mi sa che questa volta il tuo fiuto ha sbagliato, il tuo padrone non può certo esser qui sotto, bisogna rassegnarsi- se Frà Donato, l’ottimista, parlava così voleva dire che non v’era più nulla da fare. -Bau bau! bau bau!- Nardo si era fatto rabbioso. Ma, visto che il suo abbaiare furente non otteneva risultati, si gettò nella voragine e prese con decisione a scavare con le unghie e col naso. Non passò molto tempo che la sua ostinazione venne premiata: -Heilà, portapulci, lo sapevo di poter contare su di te-. -Bau bau, bau bau- Ora Nardo abbaiava di contentezza. Increduli i cinque frati si calarono nella buca e, in breve, Thomas fu liberato dalla coltre compatta che lo imprigionava. Era più ghiaccio che vita, poveretto! Tuttavia, pochi piccoli sorsi del liquore che Nardo sempre portava appeso al collo bastarono a infondergli vigore. Non era certo il primo a rinascere grazie a quel misterioso intruglio: le erbe di Frate Gaspard, spesso, facevano miracoli. E, a proposito di fatti miracolosi, va detto che quel giorno altre cose difficili a spiegarsi accaddero. I frati si erano appena messi sulla via del ritorno che giunse loro, portato dalla brezza, il suono delle campane dell’ospizio. Suono che li accompagnò fino a quando giunsero in vista dell’edificio sul Colle. Il mistero si infittì quando seppero che Gaspard non aveva mai aveva lasciato il capezzale dell’ammalato. A nessuno di loro, tuttavia, importò di trovare spiegazioni. Fuori il sole era tornato radioso, il cielo azzurro e la neve scintillante: cosa ci poteva essere di più miracoloso? Alla sera, di fronte al camino, sette frati tranquilli e sereni riflettevano in silenzio sull’accaduto del giorno appena trascorso. E ringraziavano Iddio per Frà Thomas, trovato ancora vivo sotto la valanga, e per Frà Giustino, seduto con loro davanti al fuoco. Nell’ospizio sul Colle, dove la neve, a volte, copre anche il tetto. Storie sostenibili I regali di Mezzo Inverno di Francesca R. D’Amato [email protected] L a piccola slitta era molto carica. C’era voluto tanto tempo a portar fuori dalla grotta tutti gli oggetti per il Raduno di Mezzo Inverno e il ghiaccio aveva già bloccato i pattini della slitta. Stava nevicando e i fiocchi leggeri si depositavano silenziosamente, senza sciogliersi, in uno strato farinoso sopra le sporgenze rocciose e i cespugli della piccolissima radura. Gudrun si sgrullò l’umidità della grotta via dalla pelliccia prima che gli gelasse addosso, infilò le tirelle di cuoio, allacciò le bretelle, fece un respiro profondo e diede uno strattone. La slitta si mosse dietro di lui e Gudrun si voltò a controllare che le stalattiti che vi erano legate sopra non si fossero spostate. Era tutto a posto e Gudrun si incamminò tranquillamente verso il raduno, sicuro che la neve avrebbe presto cancellato le sue impronte, impedendo agli estranei di seguirle all’indietro fino all’ingresso di casa sua. Molti degli oggetti che portava con sé nella slitta assomigliavano esternamente a stalattiti o stalagmiti, ma erano pezzi d’arredamento. Uno gnomo di caverna arreda la sua grotta in modo che continui a sembrare tale. Se un estraneo entrasse, a prima vista non si accorgerebbe di essere in un luogo abitato: i ripostigli sembrano stalagmiti, ma si aprono; le sedie sembrano stalagmiti, ma si spostano; anche i letti sembrano stalagmiti, ma sono morbidi e accoglienti. Anche quest’anno Gudrun si era riproposto di non portarsi a casa più roba di quella di cui voleva disfarsi, ma ogni anno c’erano talmente tante belle cose, nel mucchio, che finiva per riempire nuovamente gli spazi che aveva appena liberato. C’erano anche le cose che nessuno voleva e che bisognava riportarsi a casa. Gudrun era abbastanza sicuro di riuscire a dar via tutto: dopotutto aveva passato le ultime settimane a lucidare, aggiustare e migliorare le sue stalagmiti ed era molto soddisfatto dei risultati ottenuti. Uno gnomo di caverna non compra regali di Natale per i suoi amici: sarebbe molto offensivo regalare qualcosa a qualcuno. Dopotutto è come dirgli in faccia: “Guarda, tu non capisci di aver bisogno di questa cosa o non riesci a fartela da solo! Per fortuna che ci sono io, che ti conosco meglio di quanto tu non conosca te stesso e che so fare questa cosa meglio di te!”. Uno gnomo di caverna ben educato si presenta al raduno di Mezzo Inverno con una slitta carica di suoi oggetti (non importa se quasi nuovi o molto usati), da far scegliere ad amici e parenti. Gudrun sperava di trovare nel mucchio una ruota dentata per sostituire quella che azionava uno dei suoi passaggi segreti. Clodomilla forse ne aveva una che poteva fare al caso suo, ma avrebbe dovuto contrattare con Andrea, anche lui in fase di ristrutturazione dei suoi cunicoli e delle relative misure anti-intrusione. Una grotta gnomica che si rispetti ha bisogno di manutenzione continua, specialmente per quanto riguarda 13 le trappole e i passaggi segreti. Sottoterra le incrostazioni di calcare, le ruggini e le infiltrazioni d’acqua possono bloccare i meccanismi che azionano le botole, le pareti scorrevoli e le stalattiti rotanti. Servì tutta la notte per raggiungere l’accesso alle grotte dove si sarebbe svolto il raduno. Appena prima dell’alba smise di nevicare e al sorgere del sole la foresta imbiancata iniziò a brillare e luccicare come se invece della neve fossero caduti a terra migliaia di piccoli diamanti. Gudrun si coprì gli occhi con una mano, per proteggersi dal riverbero. Abituati a vivere sottoterra, gli gnomi di caverna non si trovano a loro agio in piena luce. Il piccolo gnomo individuò facilmente il segnale che indicava l’ingresso: un grumo di arenaria inserito in un masso di granito è una incongruenza geologica che nemmeno uno gnometto alle scuole elementari si lascerebbe scappare. Lo premette, e un cespuglio vicino al masso si spostò appena, lasciando intravedere il buio invitante della grotta, in cui Gudrun entrò senza ulteriori indugi. L’interno era caldo e il profumo delle pietanze preparate per la festa riempiva l’aria. Gudrun inspirò dilatando bene le narici e sentì la bocca riempirsi di acquolina. Stava già analizzando tutti gli aromi per indovinare il menu quando il suo stomaco emise un borbottio, che riecheggiò giù, giù, 14 giù nella montagna, andando a perdersi tra sordi rimbombi sempre più lontani. Come risposta gli giunsero le risate dei suoi amici, che avevano riconosciuto il borbottio e avevano fatto finta di spaventarsi “al ruggito di un drago”. Mentre percorreva il cunicolo, sentì il profumo di Clodomilla farsi sempre più intenso, man mano che la gnometta si avvicinava. Il naso iniziò a prudergli piacevolmente. Era una sensazione che conosceva bene. Clodomilla era una gnometta piuttosto interessante: giovane, vivace e un po’ civettuola. Gudrun sapeva che Clo- domilla era cosciente delle reazioni che suscitava e che se ne approfittava sfacciatamente. Per questo il giovane gnomo focalizzò i suoi pensieri sulla ruota dentata di cui aveva bisogno e riuscì a rispondere senza imbarazzarsi troppo alle domande della gnometta, che esplorava curiosa il contenuto della slitta in cerca di un oggetto di suo gusto. Gudrun sapeva aspettare. Ci sarebbe stata prima la cena, poi lo scambio degli oggetti nel grande mucchio e infine sarebbe arrivato il tempo delle storie. Quello sarebbe stato il momento migliore per sedersi, casualmente, di fianco a Clodomilla: pronto ad accoglierla tra le sue braccia se una delle storie fosse diventata abbastanza paurosa. Quest’anno a parlare sarebbe stato suo cugino Andrea, che viveva da tempo in mezzo agli umani. Avrebbe raccontato di sicuro qualcosa di utile allo scopo. Gli umani fanno un sacco di cose paurose. Purtroppo la serata prese una piega imprevista: Andrea si mise a raccontare storie meravigliose, non storie da brivido. “Gli umani lavorano per avere soldi per comprare cose nuove, ma poi buttano via un sacco di cose ancora in buono stato. Gli umani sono diversi da noi, fa parte della loro cultura offendersi se ricevono un regalo di seconda mano e vergognarsi di raccogliere qualcosa che un altro ha buttato via. I loro anziani predicano di comprare sempre cose nuove e buttar via quelle vecchie, anche se funzionano ancora. Anche loro fanno degli enormi mucchi, come i nostri mucchi di Mezzo Inverno, ma poi impediscono di andare a prendere le cose del mucchio, anzi, seppelliscono il mucchio sottoterra. Non lo fanno solo a Natale, ma una o anche più volte alla settimana. Mettono tutte le cose che non vogliono più fuori dalle loro case. Poi degli altri umani le mettono in un carro, senza nemmeno guardarle, e portano tutto fuori città. Le cose finiscono in grandi mucchi, tutte mischiate: avanzi di cibo, mobili, macchine... tutto insieme in montagne grandi come tutta questa grotta. La puzza è indescrivibile, peggio che entrare nella tana di un drago che ha digerito male.” All’idea di quella puzza disgustosa gli gnomi più piccoli iniziarono a contorcersi facendo boccacce e ridendo alle boccacce degli altri. La magia del racconto si infranse e tutti presero a muoversi e stiracchiarsi; era tardi: era ora di avviarsi. Andrea non proseguì a narrare le sue avventure nel mondo degli uomini e gli gnomi iniziarono a raccogliere le proprie cose. Gudrun si girò verso Clodomilla e si accorse che la gnometta si era già allontanata per andare a salutare qualcuno. Qualcuno che non era lui. I piccoli gnomi, quella notte, sognarono di esplorare le grotte piene di tesori sepolti degli uomini. Tesori stratificati dopo anni di accumulo. Tesori pieni di oggetti capaci di fare le magie degli uomini. Gudrun, invece, sognò di inseguire Andrea con la ruota dentata che era riuscito a portarsi a casa, per spiegargli una volta per tutte a che cosa servono, ai giovani come lui, i racconti di Mezzo Inverno. Gnomi di caverna A chi ha intenzione di approfondire l’argomento, consigliamo la lettura del simpatico volume Gnomi di caverna – I custodi dei tesori del sottosuolo scritto da Francesca d’Amato, autrice del precedente racconto e di alcuni disegni presenti nel libro edito da Macchioni Editore ((€ 20,00) e dal quale sono state tratte le illustrazioni dell’articolo. Inoltre, gli stessi argomenti si possono approfondire su: www.gnomi.org; www. zerowaste.org; www.buynothingchristmas.org 15 Storie incredibili testo di Claudia Bordese [email protected] disegni di Magali de Maistre I l mare è un libro aperto, ogni onda è la pagina di una storia diversa, il cui racconto è iniziato lontano nel tempo e nello spazio. Abbiamo assaporato tutti il fascino di un vecchio tronco spiaggiato sulla riva, nel tentativo di leggere nelle sue cicatrici i segni di una terra lontana, di un altro sole, di altre genti. Il mare non è immobile. La statica superficie azzurra riprodotta dalle carte geografiche non è che un fermo immagine di un film inarrestabile. Anche quando paiono un placido specchio, le acque degli oceani sono 16 solcate da correnti incontenibili e cascate tumultuose, generate e alimentate da differenze di temperatura e di salinità. Ci impiega centinaia di anni, ma la goccia d’acqua smossa dalla nostra pigra bracciata prosegue imperturbabile il suo viaggio intorno al globo, noi un’insignificante interruzione nel suo peregrinare per gli oceani. La natura lo sa, e ha costruito la sua storia evolutiva anche sfruttando le correnti marine. Avanzi rocciosi emersi in seguito a eruzioni sottomarine, o residui calcarei pazientemente innal- zati da coralli multicolori, accolgono semi, larve e giovani animali giunti da lontano a bordo di legni e correnti, veri colonizzatori delle nuove terre. Le correnti continuano a scorrere. Noi della vecchia Europa godiamo da sempre dei privilegi di quella del Golfo che nasce di fronte al Messico grazie a una marcata salinità, e spinta da questa e dalla differenza di densità viene a scaldare e nutrire le nostre coste. Altre correnti mitigano e alimentano clima e rive, sfamano i cetacei nelle acque polari, e smuovono, nutrendoli, i mari del mondo. I mutamenti climatici possono influenzare la velocità e l’esistenza stessa delle correnti, tanto che lo scioglimento dei ghiacci polari potrebbe arrivare a fermare quella del Golfo, e le correnti stesse possono inconsapevolmente farsi vettori di veleni e inquinanti. La neonata coscienza ecologica ci frena oggi dal gettare rifiuti in mare, ma gli enormi danni del passato iniziano a presentare il conto, da pagare in specie scomparse e coste soffocate. Conoscere le correnti che muovono le acque degli oceani significa anche studiare interventi per tutelare il mare e le sue interazioni con l’uomo. Uno dei sistemi utilizzati dagli oceanografi per conoscere velocità e direzione delle correnti è quello di rilasciare in acqua dispositivi galleggianti, dei tecnologici messaggi in bottiglia da monitorare e recuperare per conoscere le autostrade del mare. Si può arrivare a rilasciarne alcune centinaia, indubbiamente un numero notevole, ma insignificante rispetto all’insperato contributo del fato in una notte buia e tempestosa di quindici anni fa: una allegra flotta di paperelle di plastica… Era il 10 gennaio 1992, una violenta tempesta batteva le acque del 45° parallelo, in prossimità della linea del cambio di data, nel cuore dell’Oceano Pacifico settentrionale. Ne fu vittima un cargo che, partito da Hong Kong, viaggiava alla volta della costa nord americana con un carico di diverse migliaia di tonnellate. La violenza del mare portò la nave a inclinarsi di oltre 50°,, e alcuni container, rotti gli ormeggi che li trattenevano, caddero in mare. Di certo uno nell’impatto si aprì e liberò ò nell’acqua il suo carico: 28.800 animaletti di plastica galleggianti, grandi come un pugno, equamen- te suddivisi tra rane verdi, tartarughe blu, castori rossi e paperelle gialle. Immediatamente saltata a bordo della corrente circolare subpolare, flusso di acque oceaniche che scorre in senso antiorario tra Alaska e Siberia, l’allegra brigata ha iniziato un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, nella scienza e nella fantasia, regalandoci una storia infinita e occhi nuovi con cui guardare il mare. Dieci mesi dopo, nel novembre del 1992, le prime paperelle (simpatia o comodità hanno in breve trasformato lungo il viaggio nei mezzi di informazione rane, castori e tartarughe in paperelle, non ce ne vogliano quegli animaletti) sono approdate sulle fredde coste dell’Alaska, scovate tra scogli e detriti da ignari passanti e instancabili “beachcombers”, gli entusiasti setacciatori di spiagge. In breve la notizia del bizzarro ritrovamento ha raggiunto l’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, oggi in pensione ma ancora grande conoscitore delle correnti oceaniche che studia proprio grazie alle ricerche sui relitti galleggianti. Ha scoperto la provenienza delle paperelle, non senza fatica vista l’ovvia riluttanza di comandanti e armatori a divulgare i propri insuccessi, e dopo aver racimolato dati sui primi recuperi, a centinaia, sulle coste dell’Alaska, delle Isole Aleutine, della Kamchatka e del Giappone, Ebbesmeyer ha provato a ipotizzare il futuro itinerario dei giocattoli galleggianti, all’epoca ancora intrappolati nella corrente circolare subpolare. Aiutato nelle sue ricerca da James Ingraham, l’anziano oceanografo ha predetto che alcune paperelle avrebbero potuto abbandonare a sud tale percorso salendo a bordo della corrente circolare subtropicale che scorre in senso orario nel Pacifico centrale lambendo le Isole Hawaii, e che altre, più intrepide, avrebbero addirittura potuto fuggire verso nord, imboccando lo Stretto di Bering per affrontare un’incredibile avventura attraverso il Polo Nord fino all’Oceano Atlantico. La classe non è acqua, è proprio il caso di dire, e il tempo gli ha dato ragione: entro cinque anni dall’inizio della loro avventura migliaia 17 di paperelle hanno invaso le coste dell’Alaska, mentre altri animaletti spintisi a sud lungo la corrente subtropicale sono spiaggiati alle Hawaii, sulle coste australiane e su quelle sudamericane. Come ipotizzato, alcune migliaia hanno affrontato il grande Nord, gli iceberg giganteschi, i morsi dei leoni di mare, l’acqua che lentamente è divenuta ghiaccio e che in un gelido abbraccio le ha trasportate a una velocità di circa un chilometro e mezzo al giorno verso l’Atlantico. Contemporaneamente il viaggio si è fatto anche virtuale, la storia infinita è defluita sui mezzi di informazione e il tam tam mediatico ha allertato gitanti e bagnini. Nel 2000 i primi animaletti galleggianti, reduci della grande traversata polare, vengono avvistati tra le onde dell’Atlantico del nord, e nel 2001 le papere più intrepide galleggiano silenziose nel luogo dell’affondamento del Titanic. Il viaggio continua, sull’acqua e nei media. Mentre esauste paperelle 18 iniziano a spiaggiare a centinaia sulla costa orientale degli Stati Uniti, la casa produttrice, la First Years di Avon nel Massachusetts, offre una ricompensa di 100 $ a chiunque recuperi e invii una paperella, un castoro, una tartaruga o una rana, reduci del naufragio di ormai ben undici anni prima! Vengono pubblicati due libri per bambini che narrano la storia di questi novelli navigatori, racconti per la fantasia scritti grazie a una nuova lettura della realtà naturale. Le previsioni degli oceanografi si spingono lontano nel tempo, arrivando a presupporre un massiccio sbarco sulle coste irlandesi e britanniche nell’estate del 2007. Sbiadite dal sole, parzialmente decomposte dalle intemperie e dagli abbracci di alghe e animali incrostanti, lo scorso luglio paperelle ancora sorridenti hanno toccato terra nel Devonshire, dopo un viaggio di quindici anni. Altre sono attese a breve, e ad aspettarle c’è anche una papera gialla di due metri e mezzo di altezza, costruita dall’artista olandese Marga Houtman che, raggiunta nel 2003 dalla notizia della storia infinita, ha deciso che non poteva non esserci una mamma ad attendere questi inconsapevoli eroi! Costruiti per sopportare gli strapazzi di un bimbo di due anni, papere, rane, castori e tartarughe hanno affrontato e superato incredibili avversità, come se gli oceani fossero niente di più di un’immensa vasca da bagno. Forse è proprio così, nessun luogo è lontano se una paperella di plastica può percorrere decine di migliaia di chilometri per raggiungerci ovunque nel Mondo. Hanno potenziato gli studi sulle correnti, sensibilizzato il pubblico sui problemi ambientali, stimolato la fantasia di grandi e piccini, e soprattutto ci hanno insegnato, per dirlo con le parole di Curtis Ebbesmeyer, che “ogni cosa ha una storia”. Si può, dunque, imparare molto da una papera di plastica arenata su una spiaggia. Storie torie di un tempo testo di Laura Ruffinatto laura.ruffi[email protected] disegni di Cristina Girard Alla volpe non piacciono le ciliegie perchè non riesce a prenderle “N onno, nonno, a scuola la maestra ha detto ël luv a conta nen le feje... o qualcosa del genere… ma cosa vuol dire?” chiede Matteo al vecchio Tunin che, seduto sulla panca di legno, respira il tramonto delle amate colline langarole. Tunin, classe 1924, una vita “vissuta” tra le vigne di Neive, a coltivare e produrre con orgoglio il suo arneis che ha il colore del miele e il profumo dei fiori; un’esistenza passata a gustare un paesaggio dove si sovrappongono con eguale armonia vigneti, boschi, colori, odori. Tunin, si volta, guarda suo nipote e risponde: “Vuol dire che il lupo non conta le pecore…. perché le pecore, il lupo le mangia!” E aggiunge: “Matteo, devi sapere che ij proverbi a son ëd ritaj ëd Vangeli (i proverbi sono dei ritagli di Vangelo)”. Mentre finisce la frase, nonno Tunin, lento e con un briciolo di affanno, si alza ed entra in casa come a cercare qualcosa, che nascosto da tempo, si trova in fondo al terzo cassetto della massiccia dispensa in cucina. I proverbi, espressione della cultura popolare, di contadini, pastori e operai. I proverbi che rappresentano un tempo e un luogo, che raccontano una storia e la sua tradizione, essendo espressione di una saggezza maturata da quelle persone che hanno vissuto poche gioie e molte ansie. In molti ca- si sono una riproduzione di un mondo agricolo-artigianale, e protagonista è il contadino con la sua personalità fatta di mille contraddizioni: individualista e tormentato, religioso ma al tempo stesso dissacratore, irriverente nei confronti dell’autorità e del destino, serioso e talvolta volgare ma anche capace di pura poesia. L’origine dei proverbi si perde nella memoria dei tempi, inventati da “chissàchi” e sopravvissuti con il passaparola, sono stati consegnati da una generazione all’altra e hanno sostituito i libri quando ce n’erano pochi perché Ij proverbi a son la siensa dij pover (i proverbi sono la scienza dei poveri). Mentre Benedetto Croce li definì “il monumento parlato del buonsenso”, Nicolo’ Tommaseo disse che “se tutti Il bue mangia il fieno si potessero raccogliere, e sotto certi perchè non si ricorda aspetti ordinare, i proverbi italiani, i proverbi d’ogni popolo, d’ogni età, colle varianti di voci, d’immaginache è stato erba zioni e di concetti, questo, dopo la Bibbia, sarebbe il libro più gravido di pensieri”. La civiltà piemontese ha profonde radici contadine e nei secoli passati gli uomini trascorrevano molto tempo a contatto con la natura: il contributo delle bestie era fondamentale per la sopravvivenza e il rapporto tra l’uomo e gli animali era strettissimo anche a livello simbolico. Infatti “gli animali ben si prestano a rappresentare vizi e virtù dell’uomo” scrive Domenico Caresio nella sua Grande raccolta di proverbi piemontesi (GS Editrice). 19 Un asino sembra bello ad un altro asino “… Nonno, ma le bestie dei proverbi parlano come quelle della pubblicità?”. “Non proprio”, spiega Tunin. È sempre il padrone che, con un motto, vuole indicare un consiglio da seguire: Cavaj e fomne: vardje la rassa (cavalli e donne: guarda la razza), oppure affermare una verità basata sull’esperienza Chi ch’a veul j’euv a vanta ch’a sopòrta ‘l ciadel dle galin-e (chi vuole le uova deve sopportare il chiasso che fanno le galline; testimonianza e lamentela di chi vive presso un pollaio) o spiegare la rassegnata accettazione di una condizione di vita A l’è mej n’aso ch’am pòrta che ‘n caval ch’am campa per tèra (è meglio un asino che mi porti che un cavallo che mi butti a terra; nel senso che dobbiamo accontentarci di ciò che possediamo) o ancora citare una santa verità sull’uomo Tuti j’aso a l’han la coa e tuti ij farfo a veulo dì la soa (tutti gli asini hanno la coda e tutti gli imbecilli vogliono dire la loro) o infine, indurre in chi lo ascolta un atteggiamento di rassegnazione nei confronti delle avversità della vita Can mòrt a mòrd pa pì (cane morto non morde più). Gli animali dei Tutti gli asini hanno la coda e tutti gli imbrcilli vogliono dire la loro 20 proverbi sono quelli della campagna, del lavoro, della sopravvivenza del “popolo ignorante”, fanno parte della sua vita e partecipano ai suoi stati d’animo. E così anche loro diventano tristi, allegri, tragici e, a seconda dell’allusione, rassegnati o insofferenti, amici o nemici, fastidiosi o simpatici e talvolta umani. Bruno Gambarotta su Tuttolibri inserto del quotidiano La stampa (17 giugno 2006) si chiede: “Ma cosa sono i proverbi?” “Sono le ‘istruzioni per l’uso’ di una vita che si presuppone uguale in tutto e per tutto a quella di coloro che ci hanno preceduto nella catena delle generazioni… Ma il mondo è cambiato, la maggior parte di noi vive in città e i nostri bambini non sanno nulla di asini, cavalli e galline… Sono stati censiti più di seicento proverbi che hanno animali come protagonisti, ma A caval donato… c’è ancora qualcuno che regala cavalli?”, aggiunge. È probabile che altre forme di espressione idiomatica, influenzate dai mass media e dagli slogan pubblicitari, stiano oggi sostituendo i proverbi. Una prova del declino della produzione paremiologica è data dal fatto che sono rarissimi i proverbi della seconda metà del Novecento. Si è allargato infatti il bestiario nelle pubblicità: dall’ippopotamo Pippo al più moderno pinguino delle merendine, dalle formichine animate ai cagnolini scodinzolanti della carta igienica… Ma perché sempre gli animali? Perché hanno una carica metaforica immediata, richiamano rapidamente alla mente determinate immagini, sono portatori di un significato ben preciso, suscitano attenzione, associazione di idee, intensità emotiva, desiderio di natura. “Matteo”, dice il nonno, “siediti accanto a me, ti voglio mostrare questo libretto… Guarda, leggi quante verità gli animali di queste terre hanno raccontato ai nostri nonni, ai nostri padri e poi ancora a noi…. Anada da vespe anada d’ vin bùn (anno da vespe anno di vino buono); A l’è mai istà s’a-i-è gnúne mosche (non è mai estate se mancano le mosche); A l’é mej n’aso viv che an dutor mòrt (è meglio un asino vivo che un dottore morto); La prima galina c’a canta a l’è cùla c’a l’à fait l’euv (la gallina che per prima canta ha fatto l’uovo); Quand ch’a canta la ran-a, la pieuva a l’é nen luntan-a (quando canta la rana la pioggia non è lontana)… Vedi Matteo, gli animali ben si prestano a cogliere i segnali delle stagioni, riprodurre gli effetti del tempo, scandire i momenti Il lupo non conta le pecore della giornata…”. Tunin, con fare lento, sfoglia il libretto fino all’ultima pagina e poi aggiunge: “Guarda, qui c’è il proverbio che preferisco… Ant i camp a s’viv, an te ca a s’meuir (nei campi si vive, in casa si muore)…”. È quello che più appresenta la mia gente e questa terra, la voglia di libertà e il profondo desiderio di vivere intensamente questi luoghi. Per approfondimenti sui proverbi piemontesi: El Neuv Gribàud Dissionari Piemontèis di Gianfranco Gribaudo (D. Piazza editore) e Domenico Caresio Grande raccolta di proverbi piemontesi a cura di Dario Pasero (Gs Editrice) (7.000 proverbi censiti). I salami sono l ’eredità del maiale Studiare i proverbi La rana è il pollo dei poveri La paremiologia, o studio dei proverbi, ha una tradizione antica in ogni parte del mondo e se ne trova riferimento perfino nella Bibbia. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l’uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all’origine di un proverbio, se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare; anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede risalire alla sua origine quanto piuttosto conoscere le motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l’uso più o meno frequente. Info: http://www.intelligentemente.it/proverbi.htm 21 Storie fantastiche di Emanuela Celona [email protected] P Babonzo 22 “… Se è ingiusto tenere prigioniere le creature vive, e non solo ingiusto, ma anche impossibile, tenere prigioniere le creature immaginarie…” Stefano Benni rendete due insigni scienziati, il professor Lupoff, noto zoologo e botanico, e il professor Altanski, eminente fisico. Considerate il loro unico e vero “sogno” scientifico condiviso: dimostrare all’umanità che esistono numerose specie viventi ancora tutte da scoprire. Adesso, seguite la loro storia… È Altanski, ai primi del ‘900, a tentare un rivoluzionario esperimento: inventa, infatti, una macchina in grado di rendere reali le creature immaginarie per trasportarle nel nostro mondo fisico. Purtroppo, però, la macchina, la Transtren, non raggiunge il risultato sperato, e Altanski decide di confinarsi su un’isola deserta dove, nel 1930, riesce però a catturare la prima creatura transonirica: uno gnomo boleto alto sette centimetri, di cui però non restano tracce. Intanto, il professor Lupoff è in viaggio alla ricerca dell’Isola Levedianketu, dove pare esistano migliaia di creature favolose mai studiate. Qui incontra un indigeno, Rosso Perotto, un genio della manualità, e sotto la sua guida è facile costruire una zattera: è intenzione dei due risalire il fiume Sgnaapaau, fino alle cascate Merlot. Qui finalmente, incontrano due creature immaginarie: il topo cagone e la banana a pedali. Buon segno (!) Purtroppo, però, non riescono a Viponia Dodo Tapiro zuavo trasportarli sulla zattera e, nel tentativo, rischiano quasi un naufragio: fortunatamente un delfino tassista li salva e li conduce sull’isola di Stranalandia, luogo misterioso dove ha costruito il proprio laboratorio il professor Altanski! Eccoli, dunque, riuniti tutti sull’isola, i nostri eroi, ancora intenzionati a dimostrare che le specie animali note all’uomo, non sono che un’infinitesima parte delle creature esistenti sul nostro Pianeta! Mentre Lupoff racconta fantastici incontri, Altanski disegna e Rossoperotto scolpisce, incominciano, stranamente, a sentirsi osservati… Misteriose creature iniziano a spiarli dal fogliame, dagli angoli del laboratorio, nel buio della notte… Rossoperotto capisce che queste apparizioni sono tanto più numerose quanto più raccontano storie e, allora, decide di costruire una fantatrappola per catturare le migliaia di specie animali assai bizzarre incontrate… E, finalmente, evviva!, evviva!, riescono a catturarli questi animali strani, e le loro scoperte si susseguono, non avendo mai fine… Voilà, un esemplare del Dodo (Raphus cucullatus), specie di colombaccio non sgradevole alla vista, scoperto nelle isole Mauritius nel 1507 che, tormentato dai dubbi, dopo essersi trasferito sull’Isola di Madagascar, Topo cagone Pinguino nero pareva condannato all’estinzione; e il pinguino nero (Aptenodytes nigra loca), ramo cadetto dei pinguini australi, estinto poiché dopo l’accoppiamento, il maschio costruiva il nido sui dei coni di ghiaccio dalla punta acuminata, e lì la femmina deponeva l’uovo… che a causa di un precario equilibrio, precipitava rompendosi prematuramente… E che dire del Babonzo (Babonzus bonzus), animale dotato di due paia di piedi orientati nelle opposte direzioni, per cui cammina solo lateralmente; o del Camullo (Camullus versibercius) probabilmente diretto discendente dei draghi delle favole, cacciato avidamente per il suo corno che, cucinato, Camullo 23 pare abbia poteri afrodisiaci; o del Birone (Longobiro metereopaticus), creatura dal collo lunghissimo che vive perennemente con la testa fra le nuvole; o del mitico Topo cagone (Ratus purgatorius) per il quale, il mistero non è ancora stato chiarito: non c’è infatti proporzione tra quello che entra e quello che esce da questo simpatico animaletto (!) Certo, sarebbe bello, fare parte dell’allegra “combriccola” dei nostri scienziati pazzi, ma non sapendo esattamente collocare le coordinate dell’isola di Stranalandia, ci si potrebbe accontentare di una vista al MUCI, il Museo della Creature Immaginarie, luogo in cui sculture, disegni, scenografie e parole riescono a riproporre al visitatore tutte le creature immaginate e incontrate dal nostro simpatico “trio”, sorprenden- do il visitatore e conducendolo oltre i confini del mondo conosciuto. Il MUCI è un museo dove i tre autori Francesco Tullio Altan, Stefano Benni e Pietro Perotti (che altri non sono che l’allegra combriccola dei noti scienziati) danno libero sfogo alla loro creatività, stimolando la capacità inventiva degli spettatori. L’esposizione, infatti, è un mezzo museo, nel senso che gli autori hanno contribuito per metà alla creazione mentre la parte restante deve essere, ogni volta, costruita dai bambini, e da chiunque lo desideri, con disegni, sculture, invenzioni… per contribuire alla realizzazione di uno spazio espositivo che cambia a seconda degli luoghi, delle situazioni, e dell’immaginazione dei suoi visitatori. Il MUCI è anche un progetto di educazione ambientale, dove lo scopo delle invenzioni di Altan, Benni e Perotti è sostenere la realizzazione di un progetto molto concreto di AMREF: il miglioramento delle condizioni ambientali e sanitarie di alcune popolazioni masai del Kenya (Africa). Dunque, un modo per portare l’atten- Birone 24 zione, da questo “fantastico viaggio”, al problema dell’accesso alle risorse idriche, e al divario esistente tra Nord e Sud del Mondo. Così MUCI diventa uno strumento per scoprire il valore dell’ambiente e delle risorse naturali, e un percorso di avvicinamento all’Africa nello spazio realizzato da AMREF sull’“Africa che immaginiamo”, dove è ricostruita la relazione che lega Europa e Continente “nero”. Un museo, dunque, che gioca un importante ruolo educativo (attraverso i percorsi didattici, infatti, è possibile avvicinare scuole di ogni ordine e grado) e che rappresenta anche un tentativo concreto per conoscere, amare e rispettare l’Africa. Cos’è Nata nel 1957 come una piccola fondazione con base a Nairobi, in mezzo secolo di storia AMREF si è trasformata in un’organizzazione internazionale, punto di riferimento per la salute e lo sviluppo in Africa Orientale. L’unicità di AMREF risiede nel suo essere un’organizzazione pienamente “africana” che impiega oltre 700 persone e gestisce 140 progetti di sviluppo in 22 paesi del Continente africano. Il 97% del personale impiegato è locale, quasi tutti i progetti fanno capo a esperti, medici, ingegneri idrici, assistenti sociali in gran parte provenienti dalle stesse comunità disagiate che beneficiano dei programmi di sviluppo. Attraverso la partecipazione attiva delle comunità locali, l’obiettivo di AMREF è aiutare lo sviluppo sanitario e sociale delle popolazioni più povere. Il coinvolgimento delle comunità, la costituzione tra la popolazione di comitati che autonomamente promuovono la gestione dell’acqua, la prevenzione delle principali malattie, la formazione socio-sanitaria, la gestione delle risorse, è la strategia di AMREF che persegue un obiettivo molto chiaro: la salute per l’Africa significa sviluppo in piena autonomia. DUE BATTUTE CON “L’ALLEGRA COMBRICCOLA” Cercando di rintracciare i nostri simpatici scienziati, dispersi su chissà quale isola, siamo riusciti a “intercettarli”. Ecco come hanno risposto alle nostre domande. Quando e come nasce l’idea di Mondo Babonzo? Rossoperotto – L’idea nasce tre anni fa, a Bologna, in occasione della Fiera dell’editoria per ragazzi. E ha messo insieme Stefano Benni, con i suoi racconti, Altan, con i suoi disegni, e il sottoscritto, come “ideatore”. Una sorta di rassegna di zoologia fantastica che, ad oggi, si può dire realizzata a metà. Il potenziale di un museo in continuo accrescimento, soprattutto da un punto di vista creativo, infatti, è enorme. E non tutti riescono a comprenderlo… Avere la possibilità di ricevere continui input creativi, soprattutto dalle nuove generazioni, è già un grande successo, se è vero che siamo in un periodo particolarmente “scarso” per l’immaginazione… Rossoperotto – Questa è un’affermazione vera solo in parte. L’eccessivo benessere, la troppa tecnologia, cose come queste spengono la creatività… Ma per uno come me, che ama definirsi “artigiano” (e non “artista”, ndr), basta usare le mani per dare forma alla propria fantasia… Altanski - È difficile dare giudizi generali. Alle volte l’immaginazione prende forme diverse, che non vediamo per difetto di conoscenza. Sperare è sempre bello. Come nasce l’idea di associare il progetto Mondo Babonzo a un progetto di sviluppo per l’Africa? Altanski - Ci siamo affiancati ad Amref con giocoso “spirito di servizio”. Gli argomenti seri sono tanti, da parte nostra speriamo di attirare un po’ di pargoli, così imparano a conoscerli. Lupoff – L’idea è fare incontrare la fantasia dei bambini italiani con quella dei bambini masai, o utu, o tutsi. Il nostro motto potrebbe essere: “Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”. Leggiamo nella biografia del professor Altanski che ama gli animali perché di loro ci si può fidare. Ma anche di quelli immaginari?? Altanski - Gli animali immaginari possono essere estrosi, ma in genere sono affidabilissimi. Comunque, se non si dimostrano all’altezza, possono sempre essere immaginati in modo diverso… E lei, Rossoperotto, si fida degli animali immaginari? Drinn, drinn… “Sì, pronto??…. Ok! Arrivo subito!”. “Mi scusi, ma mi chiamano dall’altra parte dell’isola… Una nuova cattura in corso… Ci sentiamo presto, ma la prossima volta, venga a trovarmi… e approfitti di un passaggio del delfino taxista…!” Certamente... Ehm… delfino taxista… Ma quale delfino taxista??!! Info:: il MUCI, Museo itinerante delle Creature Immaginarie è stato ospitato a Milano, Genova e Napoli. Per richiederlo, Martina Vitale e Giuska Ursini, tel. 06 99704650; [email protected]; giuska. [email protected];; È in vendita il catalogo della mostra con i disegni di Altan, gli scritti di Stefano Benni e le foto del cantiere di Pietro Perotti, intitolato Mondo Babonzo (Gallucci Editore, € 13,00) da cui è stato liberamente tratto il testo dell’articolo. Tutti i proventi ricavati dalla vendita del catalogo vengono devoluti dagli autori ad AMREF Italia. 25 SCOPRIPARCO A cura di Toni Farina [email protected] Natività nei Sacri Monti testo di Enrico Massone [email protected] foto di Pier Ilario Benedetto I taliane e francescane sono le origini che accomunano presepi e sacri monti. Il poverello d’Assisi ebbe l’idea di rappresentare la natività di Gesù e nella notte di Natale del 1223, a Greccio, un paesino del Lazio, si realizzava il primo presepe vivente della storia. Varallo, prototipo dei sacri monti, fu edificato sul finire del Quattrocento, dal frate francescano Bernardino Caimi, per far memoria dei luoghi e degli episodi salienti vissuti da Cristo. L’intreccio fra l’evento della natività e la sua rappresentazione scenica, è alla base di questo singolare invito a visitare i sacri monti del Piemonte e della Lombardia, iscritti nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. Muoversi in modo mirato in un sacro monte alla ricerca di cappelle, affreschi e gruppi statuari che narrano la nascita di Gesù, della Madonna o dei santi: ecco la novità della proposta. Invece di percorrere l’itinerario devozionale seguendo il tracciato tradizionale, ci concentriamo sulle immagini specifiche che descrivono il momento della natività. Si tratta di un cammino culturale e religioso, che induce a riflettere sull’avvenimento e a cogliere particolarità e differenze, affinità, cenni e richiami; un percorso fisico, mentale e spirituale, che pone l’intero sacro monte in una prospettiva di dialogo e confronto con gli altri simili complessi. Il nostro viaggio inizia con la visita alla “Camera dei tre laghi”, ossia la riproduzione della stanza dove nel 1538, nacque S. Carlo Borromeo. Situata nella chiesa barocca di Arona, costruita per coronare il progetto del sacro monte (non incluso nel sito Unesco), la “Camera” è formata dalle tre ampie aperture che si affacciavano sul Lago Maggiore e da una serie di armadietti a muro con ante lignee scolpite, in cui si conservano le reliquie del santo. Ad Orta invece, si è colpiti dal tono narrativo, sobrio e toccante, del gruppo di statue della prima cappella, frutto della maestria di Cristoforo Prestinari e Dionigi Bussola, che nel XVII secolo, in una ben orchestrata trama di analogie e verosimiglianze, raffigurano la nascita di S. Francesco in una stalla. Il rimando alla natività di Cristo è immediato. I sacri monti di Crea ed Oropa, mostrano invece il contrappunto fra la nascita di Gesù e della Madonna. La “Cappella reale” di Crea, dedicata alla natività di Maria, in bella posizione Guglielmo Caccia detto il Moncalvo. Più tarda, la cappella 10 destinata alla natività di Gesù, pur conservando l’originario impianto rettangolare, porta tracce di frequenti rimaneggiamenti come la sostituzione della capanna con una grotta scavata nella roccia a fine Ottocento, l’aggiunta di sculture di De Dei e Brilla e di affreschi dei pittori Francesco Nicora e Paolo Maggi. Artisticamente più semplici, ma permeati d’una intensa delicatezza, i sacri episodi ricordati ad Oropa, sono inseriti in un ambiente montano suggestivo e sul piazzale del santuario, fu eretta nel 1593 per volontà di Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova e del Monferrato. La vicenda rappresentata è carica di un forte impatto emotivo e si sviluppa nel scenografico spazio architettonico progettato da Giovanni Baronino, con statue di Melchiorre d’Enrico, Michele e Cristoforo Prestinari e affreschi di affascinante, unico nel suo genere. Il presepe della cappella 8, uno dei più antichi del biellese, è popolato dalle statue di Pietro Auregio, mentre nella cappella 2 intitolata alla natività di Maria, alle creazioni secentesche di Francesco Sala e Carlo Serra, si aggregarono in seguito gli affreschi di Giovanni Galliari. Nel Parco informati È utile consultare il sito internet www.sacrimonti.net e il catalogo della mostra Natività nei Sacri Monti di Carola e Pier Ilario Benedetto, ed. Atlas - Centro di documentazione dei Sacri Monti, Calvari e Complessi devozionali europei (tel. 0142 927120), dal quale sono tratte le fotografie che illustrano l’articolo. Recapiti telefonici e indirizzi dei Sacri Monti di Crea, Domodossola, Ghiffa, Oropa, Orta, Varallo; in seconda di copertina; Arona: tel. 0322 249669; Ossuccio: tel. 0344 55211; Varese: tel. 0332 281100. Come arrivare L’itinerario tematico si completa in più giorni e può diventare l’occasione per conoscere meglio luoghi e angoli di territorio ancora poco noti. Ciascun sacro monte è facile da raggiungere con mezzi privati, utilizzando autostrade e strade statali e seguendo poi le specifiche insegne di avvicinamento. Vitto e alloggio I sacri monti si trovano generalmente in prossimità dei centri abitati, con una buona offerta di alberghi e ristoranti. Richiedere informazioni dettagliate alle Aziende di promozione turistica delle singole zone. La sacra scena della cappella 3 (nascita di Gesù) del Sacro Monte di Ossuccio, appare raccolta attorno a un nutrito gruppo di personaggi e animali, contornati da angeli. Le affinità di questo insieme plastico capace di suscitare una profonda tenerezza, con le opere del Sacro Monte di Varese, hanno indotto i critici ad attribuire le sculture al Prestinari. Nel presepe di Varese composto nella terza cappella da statue in terracotta di Marino Retti, il Bambin Gesù è posto su una vera mangiatoia in legno di castagno. Gli affreschi secenteschi sono di Carlo Nuvolone, autore anche del grande dipinto esterno, purtroppo deterioratosi e sostituito nel 1983, da un ampio murales di Renato Guttuso, raffigurante la fuga in Egitto. Nel Sacro Monte di Domodossola, lo spazio inizialmente destinato alla natività e all’adorazione dei Magi, fu trasformato nella cappella della Visione della Croce, che appare a Gesù sostenuta da due angeli in cielo, mentre a Ghiffa, nella cappella di S. Giovanni Battista, è rappresentato il battesimo di Gesù, un episodio che sancisce la proclamazione della missione terrena del Cristo da parte di Dio Padre e dello Spirito Santo. Il battesimo nel Giordano è ricordato anche nella cappella 12 del Sacro Monte di Varallo, in cui si trova inoltre l’antico Complesso di Bethlem (inizio del sec. XVI) articolato in un insieme di vani che comprendeno, tra l’altro, le cappelle della natività (6), adorazione dei pastori (7) e arrivo dei Magi (5). Il luogo è permeato di una grande forza evocativa per l’impressionante e fedelissima corrispondenza con gli spazi originali di Terra Santa in cui si svolsero i fatti. Nel 1520, Gaudenzio Ferrari realizzò le statue di Maria e Giuseppe per l’altare della natività di Gesù, mentre nella nicchia sottostante, proprio come nella basilica di Bethlem, una stella di marmo indica il punto in cui nacque Cristo. La proposta Le cappelle della natività presenti nei sacri monti sono mirabilmente inserite in contesti paesistici di elevata qualità ambientale. Il loro particolare incanto ci meraviglia in ogni momento dell’anno e pur mutando con l’avvicendarsi delle stagioni, restano sempre una fonte fascinosa di attrazione e bellezza. Perciò non esiste un periodo definito, né un criterio prestabilito, per visitare questi gioielli di fede, arte e cultura. 27 Storie antiche testo di Caterina Gromis di Trana 28 [email protected] 28 D icembre: giornate brevi, desiderio di casa e di focolare. Un bambino del nostro tempo, uscito per un momento dall’ingorgo dei suoi impegni (scuola, corsi di nuoto, ginnastica, inglese e via dicendo...) può ancora avere il privilegio di entrare nell’atmosfera del Natale preparando il presepio. Il presepio: rito prezioso, fuori dal tempo convulso delle attività quotidiane, fatto di piccoli gesti, luci, profumi, pensieri che per sempre evocheranno il Natale a chi li ha compiuti da giovinetto. Prima il foglio di cielo attaccato al muro con le stelle e la cometa, poi montagne di cartapesta e la grotta con la mangiatoia, ruscelli e cascate fatti con la carta d’argento, pozzi, laghetti, capanne, casette lontane, il muschio e, per ultime, le statuine. Gesù Bambino va tenuto da parte, nascosto, fino alla sera di Natale, quando lo si depone nella mangiatoia protetto dall’alito caldo dell’asino e del bue. I Re Magi pure nascosti, con i loro cammelli, fino all’Epifania. Che grande gioco è sistemare le statuette dei pastori e degli animali in modo che descrivano con il loro atteggiamento la trepidazione per l’arrivo del Bambino promesso dal cielo. Fu san Francesco a voler per primo commemorare la nascita di Cristo, con il primo presepio a Greccio, la notte di Natale del 1223. Il poverello di Assisi fece rivivere in uno scenario naturale l’evento di Betlemme, coinvolgendo il popolo nella sua rievocazione mistica. Quello di san Francesco fu il primo presepe vivente, di cui resta testimonianza per mano di Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi. Il Natale di oggi non sarà del tutto snaturato dai lustrini e dal delirio di banchetti e di regali, finché ci saranno ancora pastori che lo celebrano così. Uno, vicino, di questi anni, in Val Susa: Luigi Poncet, dacché è vissuta la sua asina, Chéri, ri, a Natale partiva dal suo paesello sopra Cesana, Champlas Janvier, diretto, per partecipare a una cerimonia che si svolgeva a Fenils e che era da sempre una festa, dove Poncet faceva il pastore tra i pastori, e Chéri ri la protagonista indiscussa, accanto alla mangiatoia del Bambin Gesù. Il primo presepio inanimato fu scolpito da Arnolfo di Cambio nel legno e risale al 1280. Le statue rimaste sono conservate a Roma nella cripta della Cappella Sistina. Da allora le figure di legno o di terracotta, sistemate davanti a un paesaggio dipinto, sfondo alla scena della Natività, all’interno delle chiese, divennero una tradizione che ebbe per culla la Toscana, ma che presto si diffuse al Regno di Napoli e poi al resto d’Italia. L’iconografia ha un significato simbolico, e tutti i protagonisti del presepio alludono al mistero dell’Incarnazione. Anche gli animali. Il bue e l’asino che san Francesco pose nella grotta accanto al Bambino, non sono nominati nei Vangeli canonici, ma nello Pseudo Matteo, scritto dopo il VI secolo, dove si legge: “Il terzo giorno dopo la nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla: mise il bambino nella mangiatoia e il bue e l’asino l’adorarono. Così si adempì ciò che era stato preannunziato dal profeta Isaia, che aveva detto: “Il bue conosce il proprietario e In apertura: Giotto, Il Presepe di Greccio, 1290, Basilica Superiore di Assisi. In alto: Durer, Muso di bue, 1523, Londra, The British Museum In basso: animali del presepe napoletano, Francesco Gallo, Un ricordo dell’ariete di Siracusa, i polli con il “toupè” (Sec. XVIII), Fratelli Vassallo, Bartelmy, il cane della mandria del principe Antonio di Borbone (Sec. XVIII). 29 In alto: Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi, Firenze, Galleria degli Uffizi. In basso: Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi, 1459, Firenze, Palazzo Medici Riccardi, cappella del Magi 30 l’asino la greppia del padrone. Infatti questi animali, avendolo in mezzo a loro, lo adoravano senza posa”. Nella letteratura cristiana l’asino e il bue sono simbolo dei fedeli che adorano il Cristo, ma non solo: l’asino sarebbe l’Antico Testamento e il bue il Nuovo. Oppure, l’asino rappresenterebbe i pagani, e il bue il popolo eletto. Per alcuni il bue sarebbe il buon ladrone e l’asino il cattivo, per altri il primo è emblema delle forze benefiche e il secondo di quelle malefiche, che Cristo domerà “cavalcandole” nella domenica delle palme. Diverse interpretazioni, diverse culture: il bue, contrariamente all’asino, evoca sempre simboli positivi. Nelle tradizioni precristiane era un animale sacrificale, vittima benefica. L’asino ha incarnato emblemi contrastanti, se non opposti, ma nei Vangeli è difficile attribuirgli una valenza negativa: è l’animale che ha accompagnato Cristo per tutta la vita, dalla fuga in Egitto fino all’entrata trionfale in Gerusalemme la domenica delle palme. Entrare in Gerusalemme cavalcando un asino: per simboleggiare la vittoria sul male, o forse perché nelle antiche tradizioni orientali l’asino era simbolo di re e di sapienti? Un altro animale allegorico è l’agnello, offerto dai pastori a Gesù Bambino, prefigurazione del suo futuro sacrificio. Nei Musei civici d’Arte e Storia di Brescia c’è un quadro cinquecentesco, L’adorazione dei pastori, opera del Lotto, dove il Bambino abbraccia un agnello sotto lo sguardo tra il tenero e il malinconico della Vergine e dei pastori che sembrano essere personaggi fuori dal tempo, quasi presagi del dramma futuro. L’agnello, la creatura più vicina ai pastori, simbolo di innocenza, offerto in sacrificio dagli ebrei durante la Pasqua, è l’emblema di quel Bambino di Betlemme. Quando entrano in scena i Magi, le rappresentazioni artistiche gareggiano nell’introdurre animali particolari e improbabili: pantere, ghepardi, falconi, orsi, leoni e, naturalmente, gli immancabili cammelli. I Magi, arrivando dall’Oriente, evocano le carovane di mercanti arabi che viaggiavano servendosi di cammelli e dromedari, e l’immagine della carovana concilia l’indefinibile ma immensa distanza dei loro Paesi di origine con quell’appuntamento dell’Epifania. Il drome- dario, considerato molto più veloce del cavallo e dotato di proverbiale resistenza, era capace di percorrere in tempi moto brevi un lunghissimo cammino. Spesso i pittori impegnati nelle varie Adorazioni dei Magi non avevano mai visto né cammelli né dromedari e li descrivevano per sentito dire: la storia dell’arte pullula di cammelli simili a dinosauri o a draghi, con musi che ricordano cavalli, cervi, scimmie… Non è una stravaganza invece la scelta di raffigurare il pavone appollaiato sulla capanna della Natività. È simbolo di immortalità e di resurrezione, per la sua carne ritenuta incorruttibile. In Palestina il pavone era stato introdotto dalle navi del re Salomone che l’avevano importato dall’India per le sua straordinaria bellezza. Nelle rappresentazioni artistiche relative alle Adorazioni dei Magi ha un doppio significato: da una parte, come i dromedari, richiama le regioni esotiche da cui provengono i Magi, dall’altra assume un valore simbolico legato allo sviluppo grandioso della sua coda aperta, che in Oriente era simbolo del sole, mentre la coda a riposo era simbolo della notte stellata. Il giorno e la notte, racchiusi in un unico animale, rappresentano il tempo nella sua totalità. Il tempo: per imbrigliarlo abbiamo inventato le date. Il 25 dicembre è un giorno simbolico che si collega al solstizio d’inverno e a una festa romana di epoca imperiale. In verità nei Vangeli non c’è traccia della data, anzi quello di Luca allude a un periodo diverso affermando: “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge” e la pastorizia veniva e viene esercitata in Palestina tra la primavera e l’autunno. Lo testimonia anche una cerimonia arcaica, poi diventa la Pasqua ebraica, che si svolgeva la notte del plenilunio successivo all’equinozio di primavera e aveva, tra molte funzioni, quella di proteggere pastori e greggi, alla vigilia della partenza annuale per i pascoli, da influenze demoniache. Per noi 25 dicembre significa inverno, per l’altra metà del Mondo, estate, per quelli che stanno a metà del Mondo, sull’equatore, è ancora diverso. In Kenya, lungo le strade di polvere che portano i turisti a vedere mirabili parchi e animali, la gente del posto intaglia e vende statuine di legno: rappresentano una zebra, un leone, un elefante, un rinoceronte che festeggiano il Natale, seduti su piccoli sgabelli intorno a un tavolo, su cui sono appoggiati boccali e bicchieri. Sembrerebbe un disegno animato, ma la Notte Santa può essere anche così, e celebrata dagli animali della savana. Per saperne di più Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Mondatori 2003 Zaira Zuffetti, Gli animali del presepio, dall’Eden a Betlemme, Ancora editrice, 2002. In alto: Lorenzo Lotto, Adorazione dei pastori, Brescia, Musei civici d’Arte e Storia. In basso a sinistra: Martin Schongauer, Adorazione dei pastori, 1472, Berlino, Gemäilgalerie. In basso a destra: Bongiovanni Lupi (XV secolo), Presepio, Collezione privata, Parrocchia di Rivolta d’Adda. 31 Storie torie musica musicali testo di Aldo Molino [email protected] pive, zampogne, cornamuse “ Udii tra il sonno le ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne, ci sono in cielo tutte le stelle , ci sono i lumi nelle capanne. Sono venute dai monti oscuri Le ciaramelle sen za dir niente, hanno destata ne’ suoi tuguri tutta la buona povera gente” (Giovanni Pascoli, Le ciaramelle) S e c’è uno strumento musicale legato intimamente al Natale, questo è la cornamusa. E non c’è presepe che si rispetti senza che, tra i pastori, veri protagonisti della sacra rappresentazione, non ci sia almeno un suonatore dell’areofono a sacco, zampogna, piva o ciamarella... che dir si voglia. Strumento tipico e funzionale al mondo pastorale dove veniva autoprodotto, era un tempo presente in buona parte dell’Europa occidentale prima del suo inarrestabile declino. Arc. di ??????? 32 La piva di Stroppo La zampogna in Italia fa pensare subito alle montagne abruzzesi, molisane e alla Ciociaria, dove si conserva tutt’ora, e da dove provengono molti dei suonatori che, talvolta, sotto Natale si incontrano ancora nelle città del Nord. Nelle Alpi, quasi dappertutto si è perso anche il ricordo, ma nel Medioevo, prima dell’avvento del violino e più tardi della fisarmonica a semitono, era uno strumento popolare utilizzato per accompagnare la danza e anche le feste di corte. Nelle valli bergamasche il paziente lavoro degli etnomusicologi ha portato al recupero del “baghet”; nell’Appennino alessandrino suona talvolta ancora la “musa”; nella montagna occitana invece stranamente non c’è più traccia. Stranamente perché nella vicina Francia, dalla Guascogna all’Alvernia, non ha mai smesso di accompagnare “bourreè” o “rondeaux”. O così poteva sembrare. Non era un mistero che in Val Maira, nella bellissima chiesa già parrocchiale di Stroppo, San Peyre, si trovasse un importante ciclo di affreschi di autori ignoti, risalenti ai primi Anni del ‘400 e che nella parete laterale dell’abside di destra, a far compagnia alla Natività, fosse rappresentato un pastore con il suo strumento: una bellissima cornamusa a collo di cigno riprodotta con dovizia di particolari, compresi i fori per la diteggiatura della canna del canto. Più attente osservazioni hanno rilevato altri suonatori di “piva” nelle pitture di Notre Dame de Fontane a Briga Marittima, nel castello di Caraglio, nella chiesa parrocchiale di Rossana, a dimostrazione che Stroppo rifletteva un fenomeno proprio delle valli e del mondo culturale legato al Marchesato di Saluzzo, piuttosto che un’estemporanea trovata dell’ignoto pittore. All’inizio, con molte perplessità e poi con maggiore forza, è nata l’idea di riprodurre la “piva di Stroppo” e di farla tornare a suonare rifunzionalizzandola nel nuovo contesto musicale occitano. Naturalmente, mèntore dell’iniziativa, non poteva essere che Sergio Berardo, vulcanico ed eclettico strumentista leader del gruppo musicale dei Lou Dalfin. È stato così contattato Robert Matta liutaio di Tolosa, musicista occitano che già aveva il suo attivo la ricostruzione della “samponha”, l’estinta cornamusa Suonatori a Roccagrimalda (foto A. Molino) dei Pirenei. Con il contributo della Comunità montana Valle Maira, il progetto è stato avviato e dopo la realizzazione di un prototipo, sono state prodotte altre due “pive d’ Strop”. La presentazione ufficiale è avvenuta nella primavera del 2007 a “Prima doc”, festival di musica occitana a Caraglio. Con grande emozione e sorpresa per il timbro potente e particolare, la piva dopo 5 secoli ha ripreso a suonare. La zampogna… Secondo una leggenda, fu lo stesso Saturno a inventarla e insegnarne l’uso agli uomini. Si dice anche che Nerone, l’imperatore romano fosse suonatore di utriculus strumento antesignano delle cornamuse. Ma è soltanto con il Medioevo che lo strumento inizia a essere conosciuto e apprezzato. La zampogna, propriamente detta, appartiene alla grande famiglia delle cornamuse, strumenti diffusi in tutt’Europa e nel bacino del Mediterraneo, caratterizzati dalla presenza di una sacca di insuflazione che alimenta le canne melodiche e i bordoni che possono essere di numero variabile a seconda dei tipi e dell’uso. In alcune zone, ad esempio, Irlanda e Scozia, nel corso dei secoli ha subito notevoli evoluzioni e migliorie tanto da trasformarlo in strumento da concerto o adatto per il volume di suono a usi militari. La zampogna tradizionale si caratterizza invece per essere uno strumento poco evoluto proprio delle classi popolari, dove l’esecutore era quasi sempre il costruttore dello strumento. La parte sonora è monoblocco, le canne del canto e i bordoni sono alloggiate su di uno stesso supporto che viene fissato a un otre di pecora o capra. L’estensione musicale è limitata, l’accordatura (sopratutto per via delle ance approssimativa) è difficile, tanto quanto trovare due zampogne che suonino perfettamente all’unisono. Sebbene esistano anche zampogne soliste come quella siciliana o quella di Amatrice (Rieti), normalmente si associa all’oboe popolare, la ciaramella, a cui è affidata la parte melodica dei brani. Il repertorio musicale è piuttosto limitato oltre che nei saltarelli e nelle tarantelle (danze tradizionali del Sud) trovava applicazione nell’accompagnamento del canto e sopratutto in alcuni riti calendariali legati a festività cristiane. Gli zampognari erano sopratutto musicisti ambulanti che dai loro villaggi, percorrendo le antiche vie della transumanza, scendevano nei paesi, ma anche nella città, nel periodo natalizio a suonare le novene. Anche la zampogna si sta però modernizzando. Abbandonando l’arcaico scenario pastorale (che non esiste più) trova un suo posto di assoluta dignità nel mondo della musica. Lo strumento adattato alle nuove esigenze musicali ha aperto e proposto nuovi orizzonti sonori ed espressivi. Nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise Scapoli in Molise è da trent’anni “capitale” della zampogna in Italia. Il progetto Vivere con la zampogna si ripromette, partendo dalla tradizione, di rivitalizzare il piccolo paese ai piedi delle Mainarde, con un museo dedicato a questo aerofono, un’esposizione permanente al circolo della zampogna, molti suonatori e anche costruttori. Ma soprattutto, con la festa della Zampogna, celebrata ogni anno l’ultima domenica di luglio, occasione di incontri, dibattiti, concerti e soprattutto di una 33 straordianaria “jam session” con musicisti di tutta Europa in una sarabanda di cornamuse scozzesi, surdoline calabresi, cabrete, bodheghe. … e in quello dei Nebrodi Appollaiati ai piedi degli antichi e maestosi boschi di faggio che sovrastano le montagne del Parco dei regionale Nebrodi, si trovano i paesi dell’alta Valle del Fitalia, dove la “ciaramedda” ha un ruolo significativo per la comunità locale. Con il suo caratteristico sacco di pelle di pecora o di capra rivoltato, e il suono penetrante che suscita nell’ascoltatore emozioni profonde, la “ciaramedda” è da sempre la fedele compagna di tanti pastori. In passato, suonare la “ciaramedda” era un’abitudine diffusa durante il periodo di Natale ma anche in altre ricorrenze sacre e profane: i pastori allora suonavano, per le vie del paese, davanti alla chiesa, vicino ai fuochi accesi nei quartieri e nelle case. Da un manoscritto di un anonimo ottocentesco, si legge: “…. I loro sollazzi sono i dì festivi, cantano sulla zampogna col bel tempo nella piazza della maggiore chiesa e d’inverno nelle case dei galantuomini che li retribuiscono con delle focacce…”. A Galati Mamertino, uno tra i più alti comuni del parco, la tradizione è tutt’ora viva, anche se i gruppi familiari che si tramandano l’abilità di suonare la “ciaramedda” si contano sulle dita di una mano. Sono rimaste quattro, o cinque nuclei famigliari, che posseggono una cospicua quantitàà di strumenti che continuano a suonare. Alcuni di questi, inoltre, durante il periodo natalizio, si recano a suonare in altri Paesi e, in particolare, a Bagheria (PA), dove la tradizione vuole che si chiamino i ciaramiddari per accompagnare la “novena di Natale”. In questo caso suonare la “ciaramedda” costituisce una forma di devozione religiosa e allo stesso tempo una fonte di reddito, in quanto percepiscono per questa loro attività un ragguardevole compenso economico. Da “Mistà”, la Piva di Stroppo La costruzione della Ciaramedda: un’arte da conservare L’Associazione culturale Qà Làt di Galati, come dice il presidente Salvatore Fabio, è impegnata nel meticoloso lavoro di ricerca e riproposizione di strumenti, musiche, canti e balli del Medioevo siciliano, mentre tra i giovani si sta riscoprendo il piacere di suonare la “ciaramedda”. È il caso di un giovane musicista che, appassionato di musica e tradizioni popolare, oltre a imparare a suonare, si è cimentato nella difficile arte della costruzione di questo strumento. Pinello Drago ce l’ha nel sangue il suono della “ciaramedda”, essendo figlio e genero di una famiglia di pastori e di contadini. Nel piccolo laboratorio, tra torni e di morsetti, mostra con orgoglio gli stumenti da lui costruite descrivendo in modo minuzioso tutte le fasi, a cominciare dal taglio del legno che deve avvenire con la luna calante dei mesi di gennaio-febbraio. Il legno va messo a stagionare secondo un metodo specifico, usando piccoli accorgimenti che costituiscono il segreto di un bravo costruttore. Il tronco dal diametro di circa 10 cm circa viene ripartito per preparare le canne e la bussola denominata “lottu”. Le canne si sbucano da capo a capo, e si inizia la tornitura. La “ciaramedda” siciliana o calabrese ha quattro canne di cui due hanno la stessa lunghezza; queste “ciaramedde” sono dette “a paro”. Quella di destra è la solista, denominata “schigghia”: ha sei fori nella parte superiore e uno in quella inferiore. Nella canna ci sono inoltre i fori di risonanza. Considerata la tonalità Fa le cinque note utilizzate sono Mi, Fa, Sol, La, Sib e Do nel foro inferiore. La canna di sinistra è quella di accompagnamento detta “urda”. Ha quattro fori e produce i suoni Do, Re Mi, Fa e Sol nel foro inferiore. La canna più corta è un bordone alto e si chiama “quarta” non ha nessun foro e produce solo il Do. Questa canna si può allungare o accorciare a seconda dell’intonazione. La quarta canna della stessa lunghezza delle prime due, però è più sottile e si chiama “muta” perché non viene utilizzata quasi da nessun suonatore. Quando suona produce il Do, però con un’ottava più bassa rispetto all’altro bordone. Anche questa canna è formata da due parti cha all’occorrenza si possono allungare o accorciare. Le canne nella parte esterna hanno una forma conica che si chiama “campana”, mentre nella parte superiore si innesta una cannuccia chiamata “zammala” che produce il suono. La “zammala” viene costruita con una canna piccola dal diametro di circa 5 o 6 mm e lungo 6 cm. Nella parte inferiore viene praticata una incisione per formare una sorta di” linguettà “che vibrando produce il suono. La “zammala” va posta in tutte le quattro canne che vengono inserite a loro volta in un blocco di legno “lottu” la cui funzione è quella di assemblare le canne. “U lottu” è un pezzo di legno dalla forma conico-cilindrica. Nella parte inferiore presenta quattro fori nei quali si inseriscono le canne comprensive di “zammala”, nella parte superiore,svuotato, va applicato l’otre. L’otre è una pelle di pecora o capra intera, opportunamente essiccata e conciata con la pietra pomice. Una volta pronta, la pelle accuratamente legata internamente forma l’involucro che serve da camera d’aria per la “ciaramedda” Nella parte superiore corrispondente al collo si lega saldamente la bussola, nella parte corrispondente alle zampe anteriori si inserisce la canna di chiamata “unchiaturi”. In Sicilia si è sempre usato e si continua a usare la pelle di animale, diversamente da regioni in cui si usano materiali sintetici. Una volta assemblate le varie parti della “ciaramedda” il costruttore deve compiere l’ultima importante operazione: l’intonazione. Intonare una “ciaramedda” è cosa difficile e richiede grande perizia. In primo luogo si deve costruire in modo opportuno l’ancia o “zammala” per ogni canna. Queste vanno tra di loro intonate sia spostando i fili di canapa opportunamente inseriti all’interno del taglio dell’ancia e allungando o riducendo i fori delle canne con la cera d’api. A questo punto la ciaramedda è pronta per essere suonata. (Lucia Bonaffino) 34 Storie di manufatti testo di Enrico Massone [email protected] foto di Luca Fassio L a natura è una fonte grandiosa d’ispirazione. Inesauribile. Non solo i classici dell’antichità, ma anche numerosi artisti nostri contemporanei, sono capaci di stabilirvi contatti intimi e profondi che si concretizzano in opere davvero singolari. Gli animali di legno ad esempio, piccole sculture elaborate nella mente e uscite dalle mani di appassionati artisti/artigiani canavesani, che con coraggio e fantasia, percepiscono e traducono gli stimoli ricevuti dall’ambiente in forme originali, rare e spesso uniche. Interpretando le forme più strane prodotte dall’estro della natura sanno creare autentiche meraviglie, e le loro opere parlano in modo altrettanto esclusivo un linguaggio che amplifica le possibili letture e stimola nuove sensazioni. Certo la scultura è la sostanza, ma è importante anche il contorno. Anzi è proprio il contesto ambientale nel quale vengono inseriti, ad esaltare la capacità di dialogo fra l’oggetto e lo spettatore. Non si tratta di ammirare solo l’armonia formale evocata dagli animali colti nella loro spontaneità, ma di percepirne il senso, captarne i rimandi a mondi diversi, a volte sconosciuti, a lungo immaginati o appartenenti a un passato di cui abbiamo solo sentito parlare. E così, poco a poco, come per incanto, si viene a creare quel momento impalpabile, indefinibile e quasi magico che ci rapisce e ci emoziona. Il piccolo animale di legno fermo, fisso, statuario, disposto all’aperto in uno spazio ideale, diventa più morbido, vivo e palpitante, comunica la sua essenza, trasmette sensazioni e talvolta riesce a imprimersi ai nostri sguardi col fascino di un’esperienza indelebile. Quasi mai è una copia dal vero, ma colto nella quotidianità, l’animale a volte viene stravolto e caricaturato, per sorprenderci con un guizzo impensato o per accendere nel nostro intimo una scintilla capace di sussurrare interpretazioni mai tentate prima. Tutto incomincia col legno. Un semplice ramo diventa un animale dalle lunghe corna, un corpo bitorzoluto oppure un essere fantastico. È un’arte particolare questa, che richiede acuta osservazione e notevole intuizione dei significati nascosti in semplici pezzi contorti, a prima vista insulsi e spesso scartati. Nel contempo è indispensabile un’eccellente manualità per rendere concreta un’idea appena imbastita e 35 comunicarla con espansività. Michelangelo credeva che la statua fosse già formata all’interno del marmo che si preparava a scolpire e che l’artista avesse solo il compito di togliere il superfluo per portarla alla luce. Un modo di pensare che ben si addice agli autori dei lavori qui magistralmente fotografati, che hanno alle spalle storie diverse, ma sono accomunati dalla medesima passione forte e tenace per il legno e possiedono l’innata capacità di decifrare gli aspetti artistici con i quali la natura si esprime. Lorenzo Giorgio, Lorenzin per gli amici, nativo di Traversella, da più di vent’anni coltiva questo dono che gli è nato e cresciuto dentro pian piano, mentre armonizzava i suoi passi coi ritmi della natura, andando in campagna o a pescare. “A volte mi capitava di portare a casa non trote, ma pezzi di legno. I miei animali non sono vere sculture perché aggiungo il meno possibile a quanto fa già la natura. Certo la fantasia mi aiuta a vedere quello che gli altri a prima vista non vedono, però non mi piace intervenire per aggiustare quei capolavori spontanei. Mi limito a far scoprire alla gente i mille saperi della natura e il suo straordinario modo di lavorare”. 36 Le diverse mostre in cui ha esposto le sue creazioni, testimoniano come dietro tanta modestia ci sia un grande talento. Il legno lo conosce bene fin da ragazzo Valentino Truffa, diplomato alla scuola d’arte di Castellamonte, falegname in pensione e maestro intagliatore: “È importante imparare a distinguere le caratteristiche dei legni ed è importante avere un contatto diretto con l’ambiente naturale che ci circonda. Poi c’è il senso artistico, che è il dono di mescolare queste cose con l’inventiva e il desiderio di scoprire sempre il nuovo. Mi è sempre piaciuto andare in giro per cercare, ho incominciato tanti anni fa con l’archeologia e mi sono trovato nel mondo delle radici e degli alberi…”. Sensibilità artistica e amore per l’ambiente è un mixer indispensabile, il segreto racchiuso in tutte le collezioni. Ecco apparire un feroce coccodrillo in agguato, pronto ad assalire chissà quale preda. Poco lontano, galline e cigni, per nulla disturbati dalla presenza di animali esotici estranei al loro habitat, stanno orgogliosamente accovacciati tra l’erba, mentre una tranquilla tartaruga sonnecchia beata al tiepido sole e un piccolo riccio su esili zampette cerca una via di fuga nel campo di margherite. È un vulcano d’idee Severino Faltracco e nello stesso tempo è un tipo schivo e taciturno. In Valchiusella, dove abita, tutti conoscono il suo amore per la quiete e la solitudine e soprattutto sanno che si affida solo ai suoi ragionamenti. Inventore oltre che artista, non ama copiare dagli altri (nel suo laboratorio funziona un tornio artigianale azionato dal motore di una lavatrice) e propone i frutti delle sue creazioni nei vari mercatini artigianali. Il suo zoo è dominato da un impressionante tricheco, che mostra le sue poderose zanne con lo sguardo fisso altrove. Gli strani occhi rossi del pinnipede sono forse il ricordo di un’aurora boreale o di un giocattolo dimenticato in soffitta? A bene guardare, si ha quasi l’impressione di essere osservati e seguiti da tanti occhi di legno. D’improvviso un pensiero fulmineo attraversa la mente: il corpo di questi animali un po’ strani, inermi pezzi di legno, è forse animato da qualche spiritello? Domanda destinata a rimanere senza risposta, o meglio risposta difficile da trovare, contornata di mistero e nascosta in quello spazio indefinito che avvolge uomo, arte e natura. di feste Foto M. Maffei Storie torie “… Vien di notte con le scarpe tutte rotte col cappello alla romana viva viva la Befana!” (Filastrocca popolare) testo di Loredana Matonti [email protected] foto di Aldo Molino disegni di Chiara Spadetti I l lungo periodo di festività che, anticamente, si legava ai giorni più corti dell’anno e al solstizio d’inverno, è chiuso dall’Epifania che, popolarmente, “tutte le feste le porta via”. Una tradizione tutta italiana, quella della Befana, che resiste al Babbo natale d’importazione americana e ne conserva intatta tutta la magia. D’altronde, chi non ha, nella nostalgica memoria d’infanzia, il ricordo della trepidazione con cui, alla vigilia del 5 gennaio, si appendeva una calza di lana, con la speranza di ricevere il mattino seguente,dolci e regali, anziché il temuto carbone dalla mitica nonnina?? Ricercare le origini della “storia” della Befana è quasi come scavare in quelle della nostra esistenza. Scende nelle case attraverso le cappe dei camini che simbolicamente rappresentano un punto di comunicazione tra la terra e il cielo, e distribuisce due tipi di doni: quelli buoni che sono il presagio di positive novità della stagione che verrà, e il carbone che, invece, è il residuo del passato. Nell’immaginario collettivo segna il confine fra fantasia e adolescenza, il passaggio dall’illusione alla realtà, dal tempo in cui ci si abbandona fiduciosi dalle parole della madre, al disincanto della verità. Nella religione cristiana la festività del 6 gennaio fu istituita inizialmente per celebrare la nascita di Gesù, che invece verso la metà del IV secolo d.C fu anticipata al 25 dicembre, e il 6 gennaio divenne il giorno dell’Epifania, il giorno in cui Gesù Bambino si manifestava ai tre re Magi. Nella più antica tradizione cristiana tale data corrispondeva anche ad altre due occasioni importanti: ovvero il giorno in cui San Giovanni Battista battezzò Gesù e anche il giorno in cui a Canaa egli si manifestò con il primo miracolo (la trasformazione 37 dell’acqua in vino). “Epiphaneia”, infatti, in greco significa “manifestazione della divinità”. La Befana e il solstizio La Befana, personificazione della festività, ha origini pagane, legate al solstizio d’inverno, che si intrecciano e si sovrappongono a quelle cristiane. Per gli antichi il tempo del solstizio d’inverno era ritenuto sacro e deputato a festeggiare la rinascita del sole: da quel giorno, il 22 dicembre, le giornate cominciano impercettibilmente ad allungarsi e il sole riprende vigore, nonostante la stagione diventi più fredda. Dicembre è per la natura il mese di “preparazione” alla “nuova 38 vita”, ossia l’epoca in cui la luce (il bambino) ritorna nel mondo. La data del solstizio d’inverno segnava anche la nascita di Mitra, divinità della religione persiana, così come di Horus, divinità egizia del Sole nascente, figlio di Iside ed Osiride. Sempre in Egitto, molto prima della venuta di Gesù, il 6 gennaio si celebrava la nascita del dio Eone dalla vergine Kore con una processione rituale sulle sponde del Nilo. Nella Grecia antica la dea Hera, legata a Diana, percorreva il cielo portando doni e abbondanza durante le dodici notti solstiziali. Ella soprintendeva al noto “Corteo di Diana”, in cui le Il rogo della Vecchia donne pagane compivano i loro sortilegi, ma dopo l’avvento del Cristianesimo furono dipinte come malvagie e dissolute, snaturando così la loro vera origine legata ai culti di fertilità e abbondanza. Questa decadenza spiega anche, con tutta probabilità, l’aspetto attuale delle Befane: donne brutte e sdentate, dai capelli arruffati e coperte di miseri stracci, proprio come le streghe che ben conosciamo. Anche la dea celtica Epona, che aveva il compito di favorire l’abbondanza, raffigurata su un cavallo con una serie di oggetti simbolici, può essere paragonata alla nostra Befana. La Befana nella tradizione popolare Dal punto di vista antropologico l’Epifania, è considerata una festa di rinnovamento che preannuncia l’inizio della nuova stagione. Non solo in Italia troviamo questa festa, ma anche in altre parti del mondo: dalla Persia alla Normandia, dalla Russia all’Africa del Nord. Molti rintracciano il mito della Dea genitrice primordiale, signora della vita e della morte, della rigenerazione della Natura. Per altri, riassume l’immagine della Dea antenata custode del focolare, luogo sacro della casa. La figura della Befana, intensa come noi la conosciamo, ossia la simpatica vecchietta carica di doni a cavallo di una scopa, è invece esclusivamente italiana. Fenomeno di costume entrato nelle credenze popolari, ha assunto nei secoli sfaccettature sempre diverse, avvolgendo la figura in un alone di mistero, ma come ha fatto la simpatica vecchietta con la scopa a “intrufolarsi” nella festività del 6 gennaio? Secondo la leggenda cristiana, la Befana è la vecchia con la scopa a cui i tre re Magi si rivolsero per avere indicazioni sulla strada per raggiungere Betlemme, invitandola a seguirli, ma lei si rifiutò ed essi partirono da soli. Poco dopo però, compreso che il Bambino era il Redentore che tutto il mondo aspettava, la vecchietta pentita cercò di raggiungerli, ma non ci riuscì. Il suo rimpianto fu tanto grande che da quel giorno, speranzosa di ritrovare Gesù, passa in tutte le case il 6 gennaio a portare regali ai bambini. Molto popolare in tutta la penisola, non si sa in quale città o regione italiana sia nata, ma di essa si è incominciato a parlare nel milleduecento. Il termine deriva probabilmente da una parola di origine toscana, storpiatura del- la vecchia strega della Beffania che volava in cielo a bordo della scopa magica in quella notte. La festa si celebrava a Roma già fin dal II secolo, dove si festeggiava l’inizio dell’anno con delle feste in onore del dio Giano (da cui il nome di gennaio) e della dea Strenia (da cui deriva invece la parola “strenna” nel senso di regalo natalizio). Queste feste erano chiamate le Sigillaria e ci si scambiavano auguri e doni in forma di statuette d’argilla, dette “sigilla”. Le Sigillaria erano attese soprattutto dai bambini che ricevevano in dono i loro sigilla (di solito di pasta dolce) in forma di bamboline e animaletti. Se oggi la Befana è una sola, in passato non era cosi. Nel Cinquecento erano numerose le figure stregonesche che spaventano i bambini. Nel Seicento, poi, le Befane si riducono a due, una buona e una cattiva. Solo più tardi si comincia a parlare della “Befana” come di un unico personaggio che conserva comunque una forte dualità (vecchia bisbetica che porta i regali ma anche il carbone) e la figura è presente in qualche variante anche all’estero (Frau Holle e Frau Berchta in Germania). Ciò non basta probabilmente a spiegare tutte le tradizioni che possono convergere nella nostra Befana: c’è infatti anche chi parla di un rapporto con santa Lucia, santa della luce, dell’illuminazione e quindi della “manifestazione”, venerata in particolare in nord Europa. Riti dell’Epifania Anticamente la notte dell’Epifania era anche l’occasione per praticare arcaici riti apotropaici, le “befanate”, in cui la tradizione cristiana si ammantava di paganesimo in un sincretismo davvero originale. In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguivano riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scacciava il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendevano imponenti fuochi. Anticamente la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura. La notte del 6 gennaio Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura. Ancora ai giorni nostri è’ diffusa l’usanza di “ardere la vecia”: un enorme pupazzo di forma umana,, composto da legna, stracci e fascine, che viene posto su di una pila di legna e dato alle fiamme; esorcismo contro le privazioni passate, capro espiatorio per esorcizza- re tutto il male, si pone come confine tra il passato (la cenere) e il futuro (i doni) per propiziarsi l’abbondanza e la fertilità dei campi. La Befana è infatti imparentata con i riti dei popoli celtici, in cui i druidi bruciavano i fantocci per omaggiare gli dei. Un’altra befanata consisteva nella questua fatta di casa in casa dai giovanotti della comunità cantando e recitando. In Toscana si canta la “befanata”, canto sacro, ma più frequentemente profano, che un giovane travestito da vecchia e accompagnato da suonatori ripete di casa in casa la sera dell’Epifania. In alcune località del Veneto e del Friuli si lanciano delle ruote di legno incendiate lungo i pendii dei monti; il rito viene detto “rito della stella”, perché anticamente le ruote rappresentavano la corsa del sole nel cielo. In Romagna l’Epifania era una festa pagana in cui gli antenati, rappresentati dai Befanotti, andavano di casa in casa a cantare la Pasquella, portando un augurio di abbondanza ai vivi. Molto meno storico o simbolico un altro aspetto che riguarda la Befana: le filastrocche che si tramandano nel tempo e che ogni bambino conosce a memoria. Per questo la Befana è anche nostalgia, nostalgia dei bimbi che fummo, rimpianto del calore di una tradizione che ci ricorda il focolare e le nostre radici. Per saperne di più: www.centrostudilaruna.it/dariospadabefana.html www.carabefana.it/pages/storia_befana.html www.specchiomagico.net/befana. htm La Vecchia di Champlas 39 UN ALBERO AL MESE a cura di Milena Ortalda ([email protected]) ... vieni con me nel mio castello rosso. Lì crescono alberi blu con mele d’oro, là sogniamo sogni d’argento, che nessun altro può sognare. Là dormono rari piaceri, che nessuno finora ha assaggiato ... Hermann Hesse, Vieni con me testo di Milena Ortalda disegni di Cristina Girard 40 Onorato membro della sconfinata famiglia delle Rosacee, insieme a buona parte degli alberi da frutto, il genere Malus si differenzia in numerose specie, varietà e ibridi ottenuti per esaltare di volta in volta le qualità del frutto o le virtù decorative della fioritura. Proveniente dall’Asia centrale ove, tra il Tigri e l’Eufrate, si riteneva fosse collocato il mitico giardino dell’Eden, il melo faceva parte dell’alimentazione umana sin dall’epoca neolitica ed è citato da autori greci e latini tra i quali Plinio, che ricorda come già gli Etruschi fossero abilissimi nel crearne innesti. Coltivato in zone aperte e soleggiate ma fresche, fino ai 1200 metri di altezza, è intensamente presente in Cina, Stati Uniti, Europa e Paesi dell’Est: in Italia trova un habitat del tutto idoneo in Alto Adige, tra i maggiori produttori europei, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia. Negli ultimi anni si ricercano varietà antiche precedentemente abbandonate, dal gusto particolare ma soprattutto utili per migliorare la resistenza delle piante alle numerose malattie e parassiti che attaccano le produzioni con danni economici anche notevoli. Leggende Frutto di edenica memoria, non solo nella tradizione cristiana è associato ad un paradiso terrestre di eterna primavera: nella mitologia britannica, l’isola di Avalon è il “paradiso dei meli in fiore” (da aval, mela in antico bretone, abal in gaelico, entrambi connessi alla radice indoeuropea abel da cui il tedesco apfel e l’inglese apple) ove riposano i re e gli eroi defunti, ma anche il giardino delle Esperidi è un frutteto di pomi d’oro che cancellano la sete e la fame, il dolore e la malattia. Per gli antichi, e in particolare per i Celti, la mela era il frutto dell’immortalità, simbolo di una conoscenza “divina” che conduce a svolte drammatiche ma importanti e inevitabili. C’è da dire che il termine greco melon, così come il latino pomum, indicava la maggior parte dei frutti purché di forma tondeggiante: la mela, dal latino malum (il frutto) o malus (la pianta), resistente e adattabile ai più diversi climi, è poi divenuta il “pomo” per eccellenza. Nel calendario romano alle calende di novembre si festeggiava Pomona, celebrazione dei frutteti e delle mele sacre, simbolo di immortalità e tesoro dell’inver- no. Apportatrice di forza vitale e fecondità, strumento non solo di liti e discordie, come la celeberrima mela di Paride causa della guerra di Troia, ma anche di divinazione amorosa, potrebbe costituire un ottimo ingrediente per un filtro d’amore; la mela cotogna in particolare (Cydonia oblonga, altro genere ma stessa famiglia) è considerata frutto di buon auspicio se consumata dai due sposi insieme il giorno del matrimonio. Usi La mela è indubbiamente il frutto più conosciuto e più diffuso al mondo, la cui maturazione avviene non solo in estate, ma anche in autunno e in inverno, a seconda delle varietà: questo aspetto, unito alla facilità di conservazione dovuta alla particolare consistenza della buccia, ne fanno da sempre un cibo pregiatissimo e salvifico. Le varietà più rinomate sono le Gala, le Red Delicious, le Golden Delicious, Fuji, Granny Smith, Imperatore, Annurca, Renetta e così via. Accanto all’imponente consumo fresco e all’essiccazione - pratica antichissima per garantire una preziosa fonte di nutrimento invernale - se ne producono su larghissima scala marmellate, succhi, gelatine e ogni tipo di dolci. Il sidro, rinomata bevanda a bassa gradazione alcolica tipica in Francia, Spagna e Germania, è in pratica il succo fermentato dei piccoli frutti di varietà derivate dal melo selvatico. Il legno a grana fine, duro e robusto, è detto, insieme al più pregiato pero (un’altra Rosacea), “legno di rosa” ed è utilizzato per raffinati lavori di ebanisteria e intaglio. Non si contano infine le varietà di meli da fiore, provenienti soprattutto dal Giappone e assai apprezzate nei giardini per l’eleganza della delicata fioritura. Farmacopea Rinfrescante e antinfiammatorio, ricchissimo di fruttosio e vitamine, calcio, ferro, magnesio e potassio, la mela è un alimento eccellente e curativo: la polpa - cruda, grattugiata o cotta - è calmante e regolarizzante dell’intestino, digestiva e antiacida, nutriente e antianemica. È inoltre antisettica e favorisce l’eliminazione dell’acido urico contrastando la gotta. Antiurico è considerato anche l’infuso di fiori, mentre la polvere di corteccia era un tempo prescritta come febbrifugo. La pectina, una fibra contenuta nella polpa e soprattutto nella buccia, contribuisce efficacemente ad incrementare il senso di sazietà: la mela è quindi un ottimo coadiuvante nei regimi dietetici. Inoltre, la pectina è in grado di regolare l’afflusso di glucosio nel sangue mantenendo costante il livello della glicemia, i cui pericolosi picchi sono l’incubo dei diabetici, e regolarizza il transito intestinale. Aspetto Questa pianta umile e poco imponente porta una chioma densa e irregolare, con rami spesso contorti e intricati e corteccia bruno-grigiastra che si fende in placche e scaglie. Le foglie smeraldine sono picciolate e piuttosto coriacee, a lamina larga, ovata e minutamente dentellata. I fiori sono raggruppati in corimbi o ombrelli da un minimo di 3-4 a più di una decina, e presentano sfumature di colore delicatissime che vanno dal bianco-rosato al rosa intenso. Ermafroditi ma autosterili, necessitano della presenza di cultivar interfertili nello stesso frutteto per evolvere nei falsi frutti carnosi che ben conosciamo, prodotti dall’ingrossamento del ricettacolo del fiore: il vero frutto è infatti il torsolo, evoluzione dell’ovario che contiene i semi. Il colore della buccia (dal verde al giallo al rosso in tutte le sfumature), la consistenza e il gusto della polpa variano da una cultivar all’altro, e ve ne sono migliaia. La buccia di alcune varietà diviene lucida se sfregata in quanto è ricoperta di pruina, una sostanza simile alla cera che protegge il pomo dall’umidità; le minuscole lenticelle marroni che la picchiettano in altri casi sono invece forellini che consentono gli scambi gassosi dall’interno del pomo all’esterno e viceversa. Nel melo selvatico, assai diffuso nei boschi a diverse latitudini e altitudini, utilizzato come portainnesto e originante delle varietà da sidro, i rami sono talvolta spinosi mentre i frutti giallognoli, piccoli e decorativi ma di sapore aspro e allappante, sono comunque adatti per realizzare ottime conserve. * Malus domestica - Melo comune, Malus sylvestris - Melo selvatico Melastro, Malus floribunda - Melo da fiore Oroscopo celtico Attraente e intuitivo senza ostentazione né sete di dominio, assai generoso e poco attratto da elucubrazioni e strategie, il Melo (25 giugno/4 luglio - 23 dicembre/1 gennaio) è sempre alla ricerca di verità e conoscenza, in omaggio alle quali applica senza riserve le sue migliori doti intellettive. Altrettanto portato verso i piaceri dell’esistenza, che persegue esaltando i godimenti puri, primi fra tutti quelli dell’amore, della sensualità e della tavola, infonde nel prossimo un senso di sicurezza di cui sa anche avvantaggiarsi. Esposto al rischio della superficialità, in quanto incapace di scavare veramente a fondo nella propria anima se non attraverso i severi giudizi degli altri, può andare soggetto a stati di profonda malinconia, superati grazie a un delicato edonismo e attaccamento alla vita che sono anche fondamento del suo fascino. Il tipo Melo esercita infatti una straordinaria capacità di attrazione, fondata su elementi immateriali e sensazioni impalpabili assai più che su aspetti fisici o concreti, destinata quindi a non perdere vigore con l’età. Assai disposto agli innamoramenti, è però capace di fedeltà se trova nel partner un adeguato nutrimento sentimentale. Spesso distratto, di indole filosofica ma portato all’ottimismo, può raggiungere senza grande fatica successo, fama e onori, ma generalmente preferisce vivere la vita giorno per giorno, ricercando fonti di soddisfazione in chi gli sta vicino, che sa porre e far sentire “al centro” del suo mondo: un vero toccasana per soggetti più introversi e tormentati, quali ad esempio il Pioppo e il Salice. 41 UN ALBERO AL MESE a cura di Milena Ortalda ([email protected]) … Un gran noce di grandezza immensa germogliava d’estate e pur d’inverno sotto di questa si tenea gran mensa da streghe, stregoni e diavoli d’inferno … Storia della famosa noce di Benevento (poemetto popolare ottocentesco) testo di Milena Ortalda disegni di Cristina Girard 42 Originario forse della Persia ma coltivato in tutto il mondo per il gustoso frutto e per il legno pregiato, il noce comune appartiene alla famiglia delle Juglandacee, la cui etimologia pare derivi da Jovis e glans, “ghianda di Giove”, in quanto la noce era ritenuta alimento divino. Diffuso ovunque nell’impero romano sin dai tempi più antichi, negli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano furono trovate numerose noci carbonizzate, accanto a fichi e melagra- ne: maggiori produttori di noci al mondo sono oggi la California, la Cina, la Turchia ma è significativamente presente anche in India e Argentina. Ormai naturalizzato, il noce è tuttavia vulnerabile tanto agli eccessivi freddi quanto alla siccità; si trova in Italia fino ai mille metri, nei boschi ma soprattutto in collocazioni isolate e riparate dai venti presso i nuclei abitati, ove vegeta al meglio. Il noce nero americano, più robusto e assai longevo, è apprezzato per il legno ed è utilizzato nei parchi e per alberature. Della stessa famiglia è la Carya illinoinensis o noce pecan, originaria dell’America settentrionale e coltivata per i frutti; la noce moscata, o Myristica fragrans, molto usata in cucina e in erboristeria, appartiene invece ad un’altra famiglia ed è considerata una spezia. Leggende Il noce, simbolo della relazione con le oscu- re viscere della madre terra, riunisce nel periodo ad esso corrispondente due delle più importanti festività legate al ciclo naturale. La notte di Samhain (31 ottobre/1 novembre), cristianizzata in Ognissanti, Halloween per il mondo anglosassone, celebrava il congedo dalla stagione produttiva con l’accensione dei falò rituali ove si bruciavano le ultime spighe per propiziare il raccolto dell’anno successivo. Nella mitologia greco-romana, Persefone - cui il noce era sacro - in questo periodo abbandonava la madre Demetra (Cerere), dea delle messi, per recarsi a trascorrere i mesi invernali con il consorte Ade (Plutone), re dell’oltretomba. Annullandosi le barriere tra i due mondi, dei vivi e dei defunti, solo il fuoco poteva esorcizzare il terrore dell’inverno incombente, spesso portatore per gli antichi popoli di carestia e morte. Beltane, festa di origine gaelica celebrativa della rinascita primaverile corrispondente al risveglio di Persefone, o Proserpina, era invece celebrata nella magica vigilia detta altrove di Valpurga o del Calendimaggio (30 aprile/1 maggio): pure questo era un rito di passaggio, non dalla vita alla morte ma dall’età adolescenziale all’età adulta, propiziatorio per la fertilità non solo della terra portatrice di messi, ma anche degli animali e degli uomini, che in questa notte attraversavano insieme i grandi fuochi accesi dai druidi sulle colline. Usi Antiossidante e antidegenerativa, nutrimento per il cervello e carburante per i muscoli, la noce è un frutto magico da consumare, come tale, con moderazione e consapevolezza delle sue molte virtù, assai celebrate anche in relazione al noto liquore digestivo che se ne produce: il nocino. Frutto di una tradizione antichissima - pare che i Picti, tribù guerriere scozzesi, celebrassero la notte di mezza estate bevendo da uno stesso calice un liquore di noci - si ricava dalla macerazione alcolica di un numero ben preciso di malli, raccolti da mani femminili nella notte di San Giovanni (24 giugno) e tagliati con uno strumento non metallico per evitarne l’ossidazione. Dai gherigli di noce si ottiene un apprezzato olio commestibile; combinandoli, intieri o tritati, con panna e altri ingredienti se ne preparano salse e condimenti per pasta e carni, e sono perfetti in abbinamento con miele e confetture nella degustazione dei formaggi e dei vini pregiati, di cui esaltano il sapore; sono assai usati anche in pasticceria. Il legno bruno scuro, compatto e resistente, è rinomato in ebanisteria: ancora oggi mobilia e pavimenti di pregio sono spesso realizzati in noce. Farmacopea Protettivo del pancreas e curativo di alcuni sintomi connessi all’insufficienza pancreatica (ad esempio il fastidioso meteorismo), l’estratto di gemme di noce trova applicazione anche esternamente per le proprietà antinfettive, detergenti, cicatrizzanti e astringenti in molti casi di malattie della pelle, come acne, eczemi e impetigine (macchie chiare dovute a carenza localizzata di melanina). Le parti da sempre più utilizzate della pianta sono in ogni caso le foglie e il mallo, dalle rinomate proprietà digestive, ma anche depurative e ipoglicemizzanti, nonché ipotensive. Il decotto di foglie può essere utile contro infiammazioni e infezioni della bocca e della gola, per lavaggi decongestionanti dell’apparato genitale o sciacqui in caso di congiuntivite e occhi arrossati. Il mallo in particolare, contenente tannini, ha proprietà antisettiche, cheratinizzanti e coloranti: è usato in co- smetica per produrre tinture scure per capelli e prodotti abbronzanti, ma anche per trattamenti antiforfora. L’olio di noce è un eccellente emolliente della pelle, altamente nutriente e facilmente assorbibile. Aspetto L’albero completamente spoglio nella sua veste invernale mostra la bella corteccia grigio-argentea e liscia, rossastra nei getti più giovani e fessurata solo con l’età. All’ascella e all’apice dei radi rami nudi spuntano in primavera grosse gemme pelose, da cui si apriranno larghe foglie composte da un numero dispari (da 5 a 9, molto più numerose nel noce americano) di foglioline lanceolate. All’estremità dei nuovi getti si trovano le infiorescenze femminili; quelle maschili (grossi amenti penduli) si trovano invece sui rami dell’anno precedente. Dopo l’impollinazione, avvenuta grazie al vento (anemofila), si formano le grandi drupe costituite dal mallo verde e carnoso, nero a maturità, contenente un endocarpo legnoso che a sua volta racchiude il seme edule. Il gheriglio è costituito da due cotiledoni parzialmente divisi da falsi setti lignei, in cui si è voluto vedere una certa somiglianza con il cervello umano. Il tronco eretto e colonnare, che porta questa pianta maestosa a raggiungere i 30 metri di altezza, sorregge una vasta chioma verde brillante caratterizzata da un odore particolare. Le radici a fittone (verticali verso il basso) liberano molte sostanze tra cui lo juglone, che ostacola la presenza di altre essenze rendendo repellente il terreno: forse da questo, e non a causa di streghe appollaiate sull’albero, ha origine la tradizione che vorrebbe nocivo per uomini e animali sostare all’ombra di un noce. Juglans regia - Noce comune, Juglans nigra - Noce nero americano, Juglans californica - Noce californiano Per completezza, dal momento che la versione dell’Oroscopo celtico degli Alberi qui adottata prevede 21 Alberi, abbiniamo eccezionalmente due schede in modo da pubblicarle tutte entro la fine della Rubrica. “Un Albero al mese”, infatti, termina con il numero di dicembre di Piemonte Parchi. Le schede dei 21 Alberi (con 4 nuove integrazioni) sono raccolte nel volume Il futuro negli Alberi pubblicato da Blu Edizioni (Torino), richiedibile come omaggio per chi sottoscrive un doppio abbonamento a Piemonte Parchi € 32, oppure acquistabile in libreria (€ 16). Oroscopo celtico Se la saggezza popolare sconsiglia di addormentarsi sotto un noce, così pure è rischioso farsi ammaliare dal fascino vagamente sulfureo dei nati in questo segno (21/30 aprile - 24 ottobre/2 novembre), consentendo loro di esercitare troppo liberamente le strategie di cui sono maestri, volte unicamente a soddisfare il proprio inconfessato egoismo. La generosità regale e protettiva di questo albero elegante e maestoso fa sì che il Noce sappia come rendere irresistibili l’amore passionale e l’amicizia esclusiva con cui gratifica i prescelti, ma che senza logica apparente può anche revocare, provocando smarrimento. È infatti l’ambizione del dominio psicologico sugli altri a trattenere questa personalità complessa dalla tentazione costante di rinchiudersi nel proprio mondo interiore: fa pagare quindi cara la delusione generata dal non vedere adeguatamente riconosciuta la propria autorevolezza. Timidi e prevaricatori, avvolgenti e instabili, i nati in questo segno vivono di contraddizioni: esigono il massimo in termini di lealtà, fiducia e fedeltà, convinti di dispensarne altrettante, ma la sostanziale incapacità di accettare che le proprie posizioni vengano messe in discussione può renderli facili prede dell’insoddisfazione. Non è difficile intuire che un simile carattere otterrà almeno tanta ammirazione e devozione quanta ostilità e antipatia: dotato di un carisma particolare, innegabilmente attraente, renderà comunque indimenticabili i giorni trascorsi al suo fianco. Potrebbe rivelare il meglio di sé accettando di lasciarsi guidare da un Acero o da una solida Quercia. 43 SENTIERI PROVATI a cura di Aldo Molino ([email protected]) L’Anello di Pentema L’ultimo paese creato dal Signore testo di Aldo Molino foto di Aldo Molino e arc. storico Angelo Carturan 44 L’Antola è una delle montagne simbolo dell’Appennino alessandrino, quel remoto angolo dove Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte si incontrano, e dove sopravvivono le tracce di un mondo contadino dalle caratteristiche arcaiche e originali. Antola deriverebbe dal greco “anthos” cioè “fiore” per via delle straordinarie fioriture che ne ammantano le pendici a primavera, o magari per via di quei tanti crinali che, dalla cima come petali scendono a racchiudere solitari e dimenticati valloni. Scrivia, Trebbia, Curone, Brevenna, Pentemina… Una montagna quasi sacra, dove nella vita bisogna salire almeno una volta per ammirare l’alba. Il versante ligure è protetto da un parco regionale e sempre sul versante ligure si trova Pentema, l’ultimo paese che il Signore ha creato. Ma i genovesi (la città si trova a meno di 20 km in linea d’aria) non si fermano qui, e delle persone un po’ sempliciotte, dicevano essere di Pentema. Circa l’origine del toponimo si racconta una curiosa storiella. Gesù e Pietro in cammino verso l’Antola, scorsero un piccolo villaggio in basso, nel fitto dei boschi, e Gesù chiese a Pietro di andare a controllare se ci fosse, per caso, qualche povero disgraziato. Pietro scese e incontrò un villano con una vacchetta magra-magra che gli disse essere pentito di abitare lì. Da quel pentimento, deriverebbe il nome del paese. Arrivare a Pentema (Comune di Torriglia) non è cosa semplice: si può scendere dall’alto lungo una stradina stretta, tortuosa e franosa ma asfaltata da fare tutta di un fiato sperando di non incrociare qualcuno, oppure salire dal basso da Montoggio toccando le borgate di Tinello e Penzo, seguendo la carrozzabile che oltre a essere stretta è anche sterrata. Quello che sorprende arrivando per la prima volta sono la conformazione e la dimensione del paese: una chiesa troppo grande e tante case rispetto alla poca terra disponibile. In effetti l’emigrazione in passato è stata fortissima soprattutto verso le Americhe dove si trova una nutrita colonia di pentemini. Estintosi il mondo contadino, si sono estinte anche le “cassine” dai tetti ricoperti in paglia di grano, e le case sono diventate quasi tutte residenze secondarie abitate solamente nella bella stagione. L’unico esercizio pubblico del paese è un bar-ristorante che faticosamente resiste. Dalla piazza del paese (pannello indicatore, 790 m) prende le mosse “l’Anello di Pentema” un percorso escursionistico segnalato dal Parco regionale dell’Antola, che richiede un paio d’ore di cammino e che è praticabile salvo nevicate straordinarie tutto l’anno. Naturalmente con percorso più lungo è possibile raggiungere anche la vetta dell’Antola, seguendo le orme di Pietro e del Salvatore. L’ampia mulattiera sale alle spalle delle ultime case, in direzione nord-ovest. Si attraversano fasce abbandonate e poi si entra nel bosco. Dopo il superamento di un valloncello si perviene a una radura prativa dove si trovano alcune “cassine”. Con una breve salita si arriva quindi ai piani di Teglia, dove sorge il solitario Santuario della Madonna della Guardia meta di pellegrinaggio il 29 di agosto. Si continua quindi sul sentiero che quasi in piano conduce al “Ballo della Gallina” da cui si prosegue verso est lungo il versante settentrionale della Costa della Gallina, dopo un tratto nel fitto della faggeta sul crinale e sull’opposto lato dello spartiacque. Dopo un breve diagonale si giunge all’incrocio della cappella del Colletto Colletto o dei Bucci (1.283 m) cosiddetta (Bucci) perché costituiva un punto di sosta per i vitelli in transito vero i mercati. Da qui, volendo, si può proseguire verso l’Antola. La nostra camminata prosegue, invece, sul sentiero che scende alla borgata i Buoni (1.120 m). Raggiunte le case si segue per un breve tratto la carrareccia per imboccare quasi subito il vecchio sentiero che attraverso boschi e fasce un tempo coltivate con begli scorci panoramici sul paese riporta a Pentema. Nel periodo natalizio, il paese di Pentema da qualche tempo, si anima un singolare manifestazione voluta dalla Parrocchia, dal gruppo ricreativo sportivo e dal consorzio per i servizi di base: il presepe. Non si tratta di un presepe vivente, come ce ne sono tanti, e nemmeno di un presepe meccanico o tradizionale, bensì di un presepe diffuso che vuol rivivere l’atmosfera della natività ambientandola all’interno del paese, tra archi, vicoli, cortili, lobbie e vecchie case. Un modo per la comunità di riscopre e di riappropriarsi delle proprie tradizioni e del proprio passato. Ecco allora la vecchia, bottega, i laboratori artigiani, le case, le stalle i cui arredi sono costituiti dagli oggetti originali di un tempo e i personaggi da manichini vestiti filologicamente con costumi d’epoca (fine del XIX secolo). Non manca ovviamente la stalla della natività. Il presepe è aperto tutti i giorni dalla vigilia di Natale all’Epifania. Fino al termine di gennaio è aperto il sabato e la domenica: orario 10-18. 45 NOTIZIE a cura di Emanuela Celona ([email protected]) Natale e dintorni Alessandria Sacro Monte di Crea “Il paniere”, mercatino mensile di prodotti biologici, ogni terzo sabato del mese in piazza Mazzini, a Casale Monferrato. Info: [email protected] Biella Sacro Monte di Oropa Sabato 22 dicembre – domenica 6 gennaio: mostra “Generosità senza confini - Monete da tutto il mondo - offerte alla Vergine Bruna”, Sala Dottrina del Santuario di Oropa. Ore 17.15 inaugurazione. Info: 015 25551200 Cuneo 46 Parco Alpi Marittime Venerdì 21 dicembre: “Magie della Natura” a Vernante (Via Umberto I° 115), mostra fotografica al Centro visita del Parco Alpi Marittime. Apertura anche il 22, 23 e 26 dicembre. A gennaio dal 2 al 6, il 12 e il 13. Sabato 22 dicembre: Vernante, ciaspolata al chiaro di luna, escursione con le racchette da neve a Palanfrè. Domenica 23 dicembre: Entracque, escursione con le racchette da neve nella conca di Esterate ai piedi del Monte Aiera. Mercoledì 26 dicembre: Vernante, latifoglie senza foglie, la secolare faggeta di Palanfrè e il panoramico Gias Colombo sono le mete della gita. Giovedì 27 dicembre, sabato 29 dicembre e sabato 5 gennaio: Entracque, Snow walking, lezione della versione invernale del “fit walking”. Venerdì 28 dicembre e giovedì 3 gennaio: Entracque, attività per bambini, passeg- giata nei dintorni del paese e degustazione di dolcetti. Domenica 30 dicembre: Entracque, “Giochi senza frontiere”, presso i centri di fondo e polisportivo. Lunedì 31 dicembre e martedì 1 gennaio: Sant’Anna di Valdieri, Capodanno nel Parco, escursioni con le racchette nell’area protetta e cenone presso la colonia alpina di Sant’Anna. Venerdì 4 gennaio: Valdieri, orienteering sulla neve Sabato 5 gennaio: Valdieri, sentieri della Resistenza, escursione pomeridiana con le racchette da neve al Santuario di Madonna del Colletto. Alle ore 18, presso la sede del Parco di Valdieri (piazza Regina Elena 30) presentazione del volume fotografico “L’edera e l’olmo. Storia di Livio, Pinella, Alda e Alberto Bianco”. Info: 0171 978616 Valle Pesio Domenica 16 dicembre: festa dei bambini. Chiusa di Pesio, per le vie del paese mercatini d’arte e artigianato locale, animazione per i bambini con pagliacci e maghi e Babbo Natale. Sabato 22 dicembre: mercatini di Natale per le vie del paese. Lunedì 24 dicembre: Natale negli Ospedali. Esibizione della banda musicale “G.Vallauri”. Ore 15 presso il centro disabili “C.Mauro” a Chiusa Pesio. Ore 16 presso la Casa di Riposo di Chiusa Pesio. Ore 17 presso la casa di riposo di S. Bartolomeo. Ore 21, concerto di Natale con il coro gospel “ THE SUE CONWAY & THE VICTORY SINGERS” presso il Palazzetto dello sport di Chiusa di Pesio. Lunedì 31 dicembre: Capodanno alternativo per giovani. Ore 19, Certosa di Pesio. Info e prenotazioni Certosa di Pesio Missioni Consolata: 0171 738123 Sabato 29 dicembre e sabato 5 gennaio: “Sul- le tracce degli animali del parco”, escursione con i Guardiaparco con neve: sci o racchette neve. Ore 9.00 dal piazzale Certosa. - Chiusa di Pesio Info: 0171 734990. (Parco) 0171 734021 Parco del Parco Fluviale Gesso e Stura Domenica 16 dicembre – 6 gennaio: mostra “100 presepi” nella Chiesa di Santa Rita. Sabato 22 e domenica 23 dicembre, Basse di Stura, dalle ore 14.30 alle 18: Benvenuto Babbo Natale!: Babbo Natale farà sosta in una calda casetta in legno alle Basse di Stura. Sei invitato a lasciargli il tuo messaggio di benvenuto. Sarà presente l’associazione Casa do Menor con “Un anno di colori per i meninos de rua”. Ricorda di portare una pila e la tua tazza preferita per fare merenda. Partenze in carrozza per i bambini in piazza Foro Boario. Possibilità di breve escursione a piedi (su prenotazione) per bambini tra 6 e 12 anni alla scoperta del bosco addormentato. Partecipazione gratuita. Info: Parco Fluviale tel. 0171-444.501 e-mail parcofl[email protected] Mercoledì 23 gennaio, Cuneo, Cinema Monviso, ore 21: “Il fiume rubato”, spettacolo per raccontare l’incredibile e travagliata storia della Val Bormida e della fabbrica ACNA di Cengio. Ingresso gratuito. Info: 0171 444501 Novara Parco della Valle del Ticino Domenica 23 dicembre, Villa Picchetta di Cameri: “Natale al Parco”, tradizionale evento intorno al Presepe in legno della Villa. Alle 20 Santa Messa nella chiesetta; alle 21 “In attesa del Natale…”, performance teatrale con l’attrice Laura Curino. Gratuito. Info: 0321 517706 Sacro Monte di Orta Presepe artistico popolare, visitabile nei Parchi Piemontesi durante il periodo delle feste natalizie, nell’orario di apertura delle cappelle (dalla 9 alla 16). Info: 0322 911960 Torino Parco del Lago di Candia Domenica 16 dicembre: “Natale in piazza”, nel centro di Candia Canavese, mercatino artigianale e artisti locali; piatti e vini tipici preparati dai ristoranti e negozi locali. Il Parco parteciperà con un proprio stand e con il gioco per bimbi “la pesca nel lago”. Info: 011 8615254 Parco della Collina Torinese Sino a metà gennaio: mostra “Le due Anime della Natura”. Info: 011 8903667 Gran Bosco di Salterbrand Domenica 23 dicembre: ore 21, presentazione del nuovo libro e del dvd del Parco “Il Gran Bosco”. Info: 0122 854720 Parco La Mandria Domenica 15 dicembre: osservazioni faunistiche, e curiosità sulle strutture di avvistamento. Prenotazione obbligatoria. 17 dicembre: Metti un lunedì a La Mandria con GTT, visita guidata agli appartamenti Reali e al Borgo Castello. Partenza ore 14 da Corso Stati Uniti angolo Corso Re Umberto, capolinea della linea 11. Tutti i martedì: visita guidata del parco a bordo di pulmino o trenino alla scoperta della fauna selvatica con abitudini notturne. Prenotazione obbligatoria. Info: 011 4993381 Parco Orsiera Rocciavré Lunedì 24 – martedì 25 dicembre: Luna dentro il lago – I giorno: ore 14 ritrovo al Parcheggio a monte di Pracatinat. Ore 14.30 partenza per il rifugio. Ore 19.15 cena. Ore 20.45 partenza per il lago di Laus. Ore 21.30 arrivo al Lago, vin brulé e musica. Ore 23.30 ritorno al rifugio. II giorno: ore 8 sveglia; ore 8.30 colazione. Ore 9 inizio salita al lago del Ciardonet. Ore 12.30 pranzo al rifugio. Ore 15 inizio discesa. Ore 17 arrivo alle auto. Sabato 5 – domenica 6 gennaio: Il sentiero del Plaisentif – I giorno: ritrovo con la Guida a Usseaux alle ore 14. Ore 18 arrivo in rifugio. Ore 19,30 cena. II giorno: ore 8 sveglia. Ore 8,30 colazione. Ore 9 partenza. Ore 12 arrivo alla fontana di Pra Catinat e pranzo. Ore 13 ripresa cammino. Ore 14,30 forte Serre Marie. Ore 16 Usseaux e ripresa delle auto. Info: 0122 47064 - 320 4257106 Sacro Monte Calvario di Domodossola Venerdì 21 dicembre: ore 18 inaugurazione mostra fotografica sulla Natività nei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia di Pier Ilario Benedetto. Apertura dal 21 dicembre al 6 gennaio. Info: 0324 241976 d’oriente, armonie d’arte ispirata a una storia di Natale con testo di Paola Caretti, musiche di Roberto Bassa, voce recitante Silvia Poletti, soprano Elena Ceranini. Sabato 29 dicembre: la melodia dei monti, concerto del Coro Valgrande di Cambiasca, diretto dal Maestro Tiziano Sarasini. Mercoledì 2 gennaio: “Una scomoda verità”, proiezione del film di Al Gore (Nobel 2007 per la pace) sul riscaldamento globale. Giovedì 3 gennaio “I cambiamenti climatici nelle Alpi Lepontine”, immagini e commenti di Paolo Crosa Lenz. Venerdì 4 gennaio: le fughe e i ritorni, proiezione del film “Centochiodi”, di Ermanno Olmi. Sabato 5 gennaio: le fughe e i ritorni, proiezione del film “Il vento fa il suo giro”, di Giorgio Diritti. Info: 335 458769 A Baceno. Sabato 22 dicembre: ore 21, Chiesa di S. Gaudenzio, “Suor Angelica”, opera lirica a cura dell’Associazione Culturale Atelier La Voce dell’Arte. Lunedì 24 dicembre: ore 22.30, Notte di Natale, S. Messa. Sabato 29 dicembre: ore 21, Chiesa di S. Gaudenzio, Concerto augurale della Banda musicale di Baceno. Venerdì 4 gennaio: ore 21, Sala Multimediale. Scuole Medie Baceno, “Favolation”, spettacolo teatrale a cura della Compagnia degli Imbarcati. Sabato 5 gennaio: ore 15.30, la Banda musicale di Baceno a spasso per le vie di Crocevo; ore 17, banchetti dei Re Magi in piazza a Baceno; ore 21, arrivo della Befana nel piazzale della Chiesa di S. Gaudenzio. Info: 0324 62018 Alpe Veglia e Alpe Devero A Devero. Salone Cervandone ore 21 Mercoledì 26 dicembre: montagna e natura in argentina e paragoni, immagini di viaggio di Alessandro Pirocchi. Venerdì 28 dicembre: ginepro e spezie Parco Nazionale Val Grande Giovedì 27 dicembre e sabato 5 gennaio: “Archeocuriosità”, museo archeologico della pietra ollare del Parco Nazionale Val Grande. Segue conferenza con proiezione (inizio alle ore 17). Parco Nazionale Gran Paradiso “Neve, neve …Tutto Racchette”: periodo delle festività natalizie, escursioni in tutto il comprensorio del Gran Paradiso. Iscrizioni entro la settimana precedente l’escursione. Prenotazioni presso le Guide del Parco: Gianni Tamiozzo : cell. 340.00.21.540; Daniela Pesce, cell. 329.90.42.298; Roberto Giunta, cell. 335.8118731. Info: 011 8606211 Verbania 47 Torino, Via Giolitti 36 Tel. 011 432 6354 – 6338 - 6307 – 6337 Numero verde 800 333 444 www.regione.piemonte.it/museoscienzenaturali a cura di Elena Giacobino ([email protected]) Momenti di vita selvatica… oltre l’attimo Al Museo regionale di Scienze naturali di Torino è “in scena” la natura, colta non solo nella sua fissità e da contemplarsi esclusivamente in una dimensione puramente estatica. La mostra “Momenti di vita selvatica” (aperta sino al 2 marzo 2008), composta da diversi capolavori di tassidermia a firma di Peter Morass, realizzata dal Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck e già ospitata in famosi musei naturalistici (Vienna, Trento) “omaggia” il visitatore di una fotografia in tre dimensioni della realtà: gli animali sono infatti colti in atteggiamenti di estrema naturalezza, cristallizzati in un attimo del loro quotidiano. Ma, allo stesso tempo, sono calati nel loro contesto naturale, inseriti in una dimensione dinamica che, per contrasto, rinvia al “prima” e al “dopo” della situazione ritratta: si arriva così all’analisi del particolare istante, alla riflessione, alla rielaborazione del momento, anche grazie alle “espressioni” che l’autore è riuscito a imprimere sui lineamenti degli animali preparati, in grado di narrarci delle storie, delle emozioni. È il caso del “Cavallo di Przewalski” inseguito dai lupi, oppure della lince che cattura un gallo cedrone con una plastica zampata. Diviene così più chiaro il significato del titolo dell’esposizione, “momenti di vita”, dove concetto della “vita” è riproposto a più riprese dai soggetti scelti: il gioco e l’atto d’amore (soprattutto tra individui adulti e piccoli) oppure, la fuga, o la lotta per la sopravvivenza: insomma la natura animata colta nelle sue contrapposizioni, collocata in quell’enigma chiamato “vita”. Una seconda parte della mostra, il laboratorio “La tassidermia tra passato e presente”, è dedicata all’evoluzione della tecnica tassidermica in chiave storico comparativa, contenente reperti antichi provenienti dalle collezioni storiche del Museo di Scienze Naturali torinese. Grazie al confronto tra esemplari storici ed opere più moderne è possibile rendersi conto in maniera vivida dell’evoluzione dei modelli tassidermici: da preparati piuttosto rozzi e ritratti in pose innaturali a modelli di animali di notevole rilievo e verosimiglianza. Va ricordato che per realizzare la mostra non è stato ucciso alcun animale: i moderni preparati rappresentano infatti una modalità per preservare nel tempo esemplari morti per altri motivi, e farne degli strumenti estetici di narrazione e di divulgazione della bellezza e complessità dei comportamenti in vita. Info: tel. 011 4326354 – 6338 (Pietro Santilli) Salvaguardia degli Anfibi del Madagascar 48 Nell’ambito delle attività di conservazione e di ricerca condotte in Madagascar è stata realizzata una pubblicazione divulgativa dedicata agli Anfibi. Presenti in Madagascar con oltre 250 specie endemiche, gli Anfibi rappresentano una priorità assoluta per le azioni di biologia di conservazione. Il libretto, redatto in collaborazione con la Living Rainforest e con il Madagascar Fauna Group, illustra gli spettacolari aspetti biologici di questi vertebrati. Destinata al grande pubblico e redatta in tre lingue (Italiano, Inglese, Francese), la pubblicazione è gratuita. Si tratta della prima di tre opere destinate alla conservazione degli Anfibi malgasci che fanno seguito al workshop realizzato ad Antananarivo nel settembre 2006 (A ( Conservation Strategy for the Amphibians of Madagasca Madagascar). Di prossima pubblicazione una monografia con oltre 25 contributi scientifici redatti da specialisti di fama mondiale, nonché il Piano d’Azione realizzato in collaborazione con l’Amphibian l’Amphibian Specialist Grou Group dell’IUCN. Info: Franco Andreone, tel. 0114326306, e-mail [email protected] La collezione Bellardi e Sacco Questo terzo volume del catalogo dei tipi e degli esemplari figurati della collezione Bellardi e Sacco, frutto dell’impegno e della collaborazione dei ricercatori del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino e del Museo regionale di Scienze naturali, costituisce l’ultima tappa di una vasta operazione di riordino, di catalogazione e di schedatura informatizzata di tutti gli esemplari appartenenti alle cinque classi di molluschi e al phylum brachiopodi descritti nei trenta volumi della monografia I Molluschi dei terreni terziarii del Piemonte e della Liguria (Bellardi, 1872-1890; Sacco, 1890-1904). Nei due precedenti volumi sono stati catalogati i molluschi appartenenti alle classi Cephalopoda, Gastropoda, Amphineura e Scaphopoda; in questa terza parte sono elencati 1321 taxa (comprendenti oltre 32.000 esemplari, di cui 520 tipi) che appartengono alla classe Bivalvia e al phylum Brachiopoda, descritti negli ultimi otto volumi della monografia. Info: A n n a G r a s s i n i , te l . 011 4326308, e-mail anna. [email protected] ERBE IN CUCINA a cura di Gianna Tuninetti ([email protected]) Insipido come una patata testo e acquerelli di Gianna Tuninetti È un detto popolare, ma è parzialmente errato. Infatti, basta veramente poco per far della patata un piatto squisito ed estremamente utile per la salute. C’è da scommetterci che, se il prezioso tubero fosse stato conosciuto ai tempi di S. Francesco, l’avremmo trovato nel Cantico delle Creature in compagnia di sorella acqua e fratello fuoco. Ai tempi, nel Vecchio Continente la patata (Solanum tuberosum) era del tutto sconosciuta. Venne portata in Europa dai conquistatori spagnoli che la introdussero insieme al mais, ai fagioli, ai peperoni e ai pomodori, questi ultimi appartenenti anch’essi alla famiglia delle Solanacee. La patata è originaria della Cordigliera delle Ande e in Europa, in un primo tempo fu utilizzata per scopi decorativi. Il re Sole, Luigi XIV ne amava così tanto i fiori, da volerli per decorare i tavoli dei banchetti reali, ma non se ne cibava, perché erano ritenute buone solo per le bestie. A scoprirne le virtù alimentari ci pensò il farmacista militare francese Antonio Agostino Parmentier (1737-1813). Fatto prigioniero in Germania nella guerra dei Sette anni (1756-1763) riceveva come cibo le stesse patate che davano ai porci; per cui non solo riuscì a sopravvivere, ma ne intuì le grandi potenzialità alimentari. Personaggio geniale il Parmentier! Vendeva le patate nella sua farmacia a prezzi salatissimi e di conseguenza solo a nobili e ricconi; non contento, mise dei militari, armati di tutto punto, a guardia del campo dove le coltivava….quasi fossero oro. In Italia se ne diffuse l’uso solamente a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Le patate sono un alimento sano, digeribilissimo, nutriente; ricche di amido, sodio, potassio, ferro, contengono pochissimi zuccheri; ottime quindi per diete ipocaloriche: abbasserebbero anche il tasso di colesterolo nel sangue, favorirebbero l’attività cardio-vascolare ed elasticizzerebbero le pareti vasali. Un consiglio per i diabetici: sostituire il pane con patate cotte al forno o bollite. Le migliori sono quelle di montagna coltivate in terreni ben esposti al sole, trattati con doppia aratura: la prima in autunno quando si concima con solo stallatico naturale, la seconda in primavera allo scioglimento delle nevi; a maggio si provvede alla semina. Durante la vegetazione il campo non sarà mai irrigato; a settembre si provvederà alla raccolta di patate assolutamente eccellenti….vero mangiare da re, anche se Luigi XIV non l’ha mai saputo. Ne sono ben consci certi ristoranti di “tendenza” che utilizzano le “ratte” comunemente conosciute come “patate del bur”. Le cucinano al vapore,con la loro buccia, e le servono con fonduta e tartufi, con salmone affumicato, con tome profumate. Con la bagna caüda o con le salse della bourguignonne serviranno invece la Vitoülotte noire, anche chiamata Violette. Conosciuta in Francia fin dal 1815 è una recente riscoperta. Ha pasta molto compatta e viola per l’alto contenuto di mirtillina: non stupitevi però se ve le faranno pagare come il caviale. La cucina familiare si accontenta di varietà più comuni, avendo cura di sceglierle con le caratteristiche più adatte alla diverse ricette e, possibilmente, di montagna. La patata si trova al quarto posto tra i prodotti coltivati a livello mondiale, con ben 300 milioni di tonnellate annui (2002): una crescita dell’11% rispetto ai livelli del 1960. Carlos Ochoa, peruviano, di professione tassonomo, sta dedicando la sua esistenza alla patata e alla ricerca di varietà del tubero tuttora sconosciute attraverso tutto il continente sudamericano. Finora ne ha catalogate 1500 varietà di cui 100 spontanee. A Lima in Perù, è stato creato il Centro International de la Papa, il centro n. 1 al mondo, specializzato nella protezione della biodiversità, nella rigenerazione, nella creazione di nuove varietà di patate utili per sfamare le popolazioni in via di sviluppo. Vi lavorano tecnici provenienti da tutto il mondo sotto l’egida della FAO e di prestigiose Università. 49