mensile di natura, ambiente e territorio

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mensile di natura, ambiente e territorio
ISSN 1124-044 X
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 ( conv. in L.27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, - DCB Torino
MENSILE DI NATURA, AMBIENTE E TERRITORIO
STORIE DI UN TEMPO
Gli animali del presepio
STORIE DI PARCHI
Il guardiaparco gentile
STORIE FANTASTICHE
Mondo Babonzo
ANNO XXII. N. 10
Dicembre 2007
171
AREE PROTETTE IN PIEMONTE
REGIONE PIEMONTE
ASSESSORATO PARCHI E AREE PROTETTE
Assessore: Nicola de Ruggiero
Via Principe Amedeo, 17 - 10123 Torino
DIREZIONE TURISMO, SPORT, PARCHI
Via Avogadro, 30 - 10121 Torino
SETTORE PARCHI
Via Nizza, 18 - 10125 Torino
tel. 011 4322596/3524
fax 011 4324759/4793
Numero verde 800 333 444
ALESSANDRIA
Bosco delle Sorti La Communa
c/o Comune
Piazza Vittorio Veneto, 1
15016 Cassine AL
tel. e fax 0144 715151
Capanne di Marcarolo
Via Umberto I, 32 A
15060 Bosio AL
tel. e fax 0143 684777
Po (tratto vercellese-alessandrino)
Torrente Orba
Piazza Giovanni XXIII, 6
15048 Valenza AL
tel. 0131 927555 fax 0131 927721
Sacro Monte di Crea
Cascina Valperone, 1
15020 Ponzano Monferrato AL
tel. 0141 927120 fax 0141 927800
ASTI
Rocchetta Tanaro
Valle Andona, Valle Botto e Val Grande
Val Sarmassa
Via S. Martino, 5
14100 Asti
tel. 0141 592091 fax 0141 593777
BIELLA
Baragge
Bessa
Brich di Zumaglia e Mont Prevé
Via Crosa, 1
13882 Cerrione BI
tel. 015 677276 fax 015 2587904
Burcina
Cascina Emilia
13814 Pollone BI
tel. 015 2563007 fax 015 2563 914
Sacro Monte di Oropa
c/o Comune, Via Battistero, 4
13900 Biella
tel. 015 3507312 fax 015 3507508
CUNEO
Alpi Marittime
Juniperus Phoenicea di Rocca
S. Giovanni-Saben
Piazza Regina Elena, 30
12010 Valdieri CN
tel. 0171 97397 fax 0171 97542
Alta Valle Pesio e Tanaro
Augusta Bagiennorum
Ciciu del Villar
Oasi di Crava Morozzo
Sorgenti del Belbo
Via S. Anna, 34
12013 Chiusa Pesio CN
tel. 0171 734021 fax 0171 735166
Boschi e Rocche del Roero
c/o Comune, Piazza Marconi 8
12040 Sommariva Perno CN
tel. 0172 46021 fax 0172 46658
Gesso e Stura
c/o Comune
Piazza Torino, 1
12100 Cuneo
tel. 0171 444501 fax 0171 602669
Po (tratto cuneese)
Rocca di Cavour Via Griselda, 8
12037 Saluzzo CN
tel. 0175 46505 fax 0175 43710
NOVARA
Bosco Solivo
Canneti di Dormelletto
Fondo Toce
Lagoni di Mercurago
Via Gattico, 6
28040 Mercurago di Arona NO
tel. 0322 240239 fax 0322 237916
Colle della Torre di Buccione
Monte Mesma
Sacro Monte di Orta
Via Sacro Monte
28016 Orta S. Giulio NO
tel. 0322 911960 fax 0322 905654
Valle del Ticino
Villa Picchetta
28062 Cameri NO
tel. 0321 517706 fax 0321 517707
TORINO
Bosco del Vaj
Collina di Superga
Via Alessandria, 2
10090 Castagneto Po TO
tel. e fax 011 912462
Collina di Rivoli
La Mandria
Madonna della Neve sul Monte Lera
Ponte del Diavolo
Stura di Lanzo
Viale Carlo Emanuele II, 256
10078 Venaria Reale TO
tel. 011 4993311 fax 011 4594352
Gran Bosco di Salbertrand
Via Fransuàs Fontan, 1
10050 Salbertrand TO
tel. 0122 854720 fax 0122 854421
Laghi di Avigliana
Via Monte Pirchiriano, 54
10051 Avigliana TO
tel. 011 9313000 fax 011 9328055
Monti Pelati e Torre Cives
Sacro Monte di Belmonte
Vauda
Corso Massimo d’Azeglio, 216
10081 Castellamonte TO
tel. 0124 510605 fax 0124 514463
Orsiera Rocciavrè
Orrido di Chianocco
Orrido di Foresto
Via S. Rocco, 2 - Fraz. Foresto
10053 Bussoleno TO
tel. 0122 47064 fax 0122 48383
Po (tratto torinese)
Corso Trieste, 98
10024 Moncalieri TO
tel. 011 64880 fax 011 643218
Stupinigi
c/o Ordine Mauriziano
Via Magellano, 1
10128 Torino
tel. e fax 011 5681650
Val Troncea
Via della Pineta - La Rua
10060 Pragelato TO
tel. e fax 0122 78849
VERBANO-CUSIO-OSSOLA
Alpe Veglia e Alpe Devero
Viale Pieri, 27
28868 Varzo VB
tel. 0324 72572 fax 0324 72790
Sacro Monte Calvario di Domodossola
Borgata S. Monte Calvario, 5
28845 Domodossola
te. 0324 241976 fax 247749
Sacro Monte della SS. Trinità di Ghiffa
Via SS. Trinità, 48
28823 Ghiffa
tel. 0323 59870 fax 0323 590800
VERCELLI
Alta Valsesia
Corso Roma, 35
13019 Varallo VC
tel. e fax 0163 54680
Bosco delle Sorti della Partecipanza
Corso Vercelli, 3
13039 Trino VC
tel. 0161 828642 fax 0161 805515
Garzaia di Carisio
Garzaia di Villarboit
Isolone di Oldenico
Lame del Sesia
Palude di Casalbeltrame
Via XX Settembre, 12
13030 Albano Vercellese VC
tel. 0161 73112 fax 73311
Monte Fenera
Fraz. Fenera Annunziata
13011 Borgosesia VC
tel. e fax 0163 209356
Sacro Monte di Varallo
Loc. Sacro Monte
Piazza Basilica
13019 Varallo VC
tel. 0163 53938 fax 0163 54047
PARCHI NAZIONALI
Gran Paradiso
Via della Rocca, 47
10123 Torino
tel. 011 8606211 fax 011 8121305
Val Grande
Villa S. Remigio
28922 Verbania
tel. 0323 557960 fax 0323 556397
AREE PROTETTE
D’INTERESSE PROVINCIALE
Lago di Candia
Monte Tre-Denti e Freidour
Monte San Giorgio
Conca Cialancia
Stagno di Oulx
Colle del Lys
c/o Provincia di Torino
Via Bertola, 34 – 10123 Torino
Tel. 011 8615254 Fax 011 8615477
PIEMONTE PARCHI
Mensile di natura ambiente e territorio
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Cartine:
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Foto di copertina:
il fenomeno del “tykky”: ogni albero si trasforma e
diventa quasi irriconoscibile sepolto da una enorme
massa di neve, foto F. Figari
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Stampato su carta ecologica senza cloro
Insipido come una patata
Gianna Tuninetti
2
6
10•2007
SOMMARIO
STORIE DI PARCHI
2
6
10
13
16
19
22
26
28
32
35
37
40
Il guardiaparco gentile e il ranocchio magico
di Simone Moisio
STORIE ARTICHE
La magia reale...
di Franco Figari
STORIE POSSIBILI
La valanga
di Toni Farina
STORIE SOSTENIBILI
I regali di Mezzo Inverno
di Francesca R. D’Amato
STORIE INCREDIBILI
Papere nella corrente
di Claudia Bordese
STORIE DI UN TEMPO
Dirlo con un proverbio
di Laura Ruffinatto
STORIE FANTASTICHE
Mondo Babonzo
di Emanuela Celona
SCOPRIPARCO
Natività nei Sacri Monti
di Enrico Massone
STORIE ANTICHE
Gli animali del presepio
di Caterina Gromis di Trana
STORIE MUSICALI
Suoni di Natale...
di Aldo Molino
STORIE DI MANUFATTI
Lo zoo di legno
di Enrico Massone
STORIE DI FESTE
La Befana...
di Loredana Matonti
RUBRICHE
22
37
Caro Babbo Natale,
prima delle “solite” richieste, le dovute spiegazioni ai
nostri Lettori.
Il 2007 è stato un anno denso di avvenimenti. Piemonte
Parchi ha continuato a raccontare di natura, territorio
e parchi, e allo stesso tempo ha continuato a scrivere
di emergenze ambientali: i cambiamenti del clima,
gli incendi, le sempre più numerose specie, animali
e vegetali, minacciate. Ed è anche per questo che,
con questo numero, vorremmo concederci una pausa
natalizia - speriamo apprezzata dai nostri Lettori proponendo loro delle storie.
Storie curiose, possibili, impossibili, reali, fantastiche…
per trasmettere scampoli di serenità e momenti di pace,
perché di questo abbiamo tutti bisogno e non solo a
Natale.
Quindi, caro Babbo Natale, ti chiediamo per prima cosa
quella pace che non è mai abbastanza nel mondo.
Di questi tempi poi, con vecchi incubi che si profilano
nuovamente all’orizzonte, riesumati da chissà quale
abisso: riarmi nucleari, guerre fredde… c’è di che
gelare i cuori.
Poi armonia. Armonia come convivenza equilibrata
– e armonica, appunto – di tante diversità. Umane e
non solo, l’una complementare all’altra, l’una all’altra
necessaria. Armonia sulla Terra, paradiso perduto. E,
perché no, nella nostra Redazione, che si appresta a
rinnovare l’avventura con una nuova guida editoriale
dal nuovo anno, alla quale diamo il “ben arrivato”, con
l’impegno di continuare a offrire ai nostri Lettori un
prodotto, come si usa dire, “rinnovato nella continuità”,
e all’altezza delle loro aspettative.
E ancora: ci piacerebbe che Natale tornasse al suo
tempo. Che tristezza queste luci che si accendono ogni
anno troppo presto, che arrivano a confondersi con i
colori di ottobre.
E per finire, non dimenticare un po’ di neve. È ormai
una rarità quaggiù. Non solo in pianura ma anche in
montagna, dove distese di erba triste e sofferente
aspettano la coltre protettiva fino a febbraio inoltrato.
E lepri e pernici si scordano perfino la muta: diventare
bianche a che scopo?
Già, la neve. Intanto farebbe felici le tue renne,
alleviando loro la fatica del tirare la slitta in queste
nostre lande intasate di strade, paesi e città. E in fondo
farebbe più felici anche noi, alleviando la quotidiana
fatica del vivere a gran velocità.
Così, se a Natale cadrà qualche fiocco… sapremo che
sarà anche un po’ per merito nostro.
Auguri a tutti
La Redazione
Storie
di parchi
Il guardiaparco gentile
testo di Simone Moiso (Asti)
info@unafiabaperlamontagna.it
Foto R. Borra/arc. CeDrap
disegni di Chiara Spadetti
2
C’
era una volta e c’è anche oggi
un mestiere molto importante per l’equilibrio tra l’uomo
e la natura. Un sottile filo d’erba divide
il mondo degli animali, degli alberi
secolari e delle rocce dal mondo degli
umani indaffarati, grigi e pensierosi.
Questo mestiere è il guardiaparco. E
Roberto è un guardaparco speciale,
perché fin da piccolo è cresciuto tra
le montagne osservando le farfalle
sui fiori di genziana e inseguendo le
lucertole tra i massi scaldati dal sole.
Il suo viso, al momento di indossare
la divisa, subisce una trasformazione,
muta forma e dal volto di uomo diventa il muso di una lepre, un ramo
d’abete coperto di gemme e lo scrosciare dell’acqua nel ruscello.
Quel giorno Roberto partì per il suo
giro di controllo con il solito buonumore. Un’occhiata al cielo, nuvole alte
e spumose, un respiro profondo nella
fresca aria del mattino e si incamminò
lungo il sentiero che saliva a monte.
Tutte le creature del parco rispettano
e amano Roberto, lo ringraziano per le
cure e l’attenzione, perché tiene lontani
i bracconieri, controlla che non scoppino incendi, aiuta gli animali feriti
e ritrova i cuccioli sperduti. Il cuore
di Roberto è pieno di gioia quando
può accompagnare le scolaresche nel
mondo segreto e prezioso del bosco,
e il ranocchio magico
quando può insegnare quanto la natura
sia dentro di noi anche quando siamo
chiusi tra quattro mura.
E ogni giorno Roberto saluta tutti gli
esseri del parco, dalle rocce coperte
di muschio alle formiche alla ricerca di cibo, dagli alti pini alla lince
solitaria.
Aveva imparato da un vecchio indiano
cherokee che ogni creatura ha un’anima e ha anche una voce e se anche
questa voce non arriva all’orecchio
sicuramente la possiamo sentire con il
cuore. Ovviamente nessuna di queste
creature risponde con parole ai suoi
saluti, ma un piccolo fruscio, uno
sbattere di palpebre, un odore forte
sono per Roberto come un abbraccio
o una stretta di mano.
Come dicevamo, quel giorno Roberto
era intento nel suo lavoro quando arrivò ad un piccolo laghetto tra i larici.
“Buongiorno stagno, sussurrò il guardaparco con delicatezza per non disturbare gli animali che riposavano
vicino alle rive, ancora poca acqua,
vero…? Quest’anno le piogge si fanno
desiderare e la neve non ha ancora
iniziato a sciogliersi, porta pazienza, sono previste precipitazioni nelle
prossime settimane…”.
Il laghetto rimase in silenzio e Roberto si preparò per continuare la sua
passeggiata.
“Mi scusi buon signore, non è molto
educato non salutare chi si incontra
sul cammino, soprattutto su un sentiero di montagna.” Roberto sussultò
nel sentire una voce inattesa, non
si era accorto di aver incrociato sul
sentiero un turista mattiniero o un
collega guardaiparco. E infatti non
3
Foto arc. Alpi Marittime
Foto D. Alpe
Disegno di G. Cortese
4
c’era nessuno… Nessuno verso valle, nessuno verso i monti e nessuno
intorno a lui. Si grattò la testa e un
po’ timoroso chiese: “Mi scusi… non
l’avevo vista… ma in realtà non la
vedo neanche adesso…”.
“Ma è ovvio mio caro, perché lei guarda dove io non potrei mai giungere,
vista la mia modesta ma rispettabile
altezza…”.
Allora Roberto chinò
chin lo sguardo e
proprio davanti ai suoi scarponi, sulla
terra smossa del sentiero, un verde
ranocchio con gli occhi sbarrati lo
guardava in silenzio. Erano molti
anni che il nostro guardiaparco
parlava a tutti gli esseri del bosco,
ma nessuno aveva mai risposto.
“Mi scusi signore, le converrebbe
chiudere la bocca, altrimenti una
mosca potrebbe finirle sulla lingua,
cosa che nel mio caso sarebbe particolarmente gradita ma nel suo
non penso… A proposito mi
scusi, non mi sono ancora presentato… Edward Frog, piacere
di conoscerla…”.
Il ranocchio allung
allungò una piccola viscida zampina e Roberto
abbassò un grosso ditone rosa e
abbass
questi due esseri cos
così diversi si
incontrarono per un attimo.
Il ranocchio, Roberto osserv
osservò
mentre lo stupore lasciava
spazio alla meraviglia, aveva un piccolo zaino creato
con una foglia di castagno
intrecciata con aghi di pino
e fili d’erba.
“Roberto, guardiaparco…” riuscì
riusc
a pronunciare a fatica sedendosi
di fronte a lui.
Il ranocchio ricominciò
ricominci a parlare:
“Lavoro importante e significativo… Discutevo con i gufi lass
lassù
sul picco ovest e mi raccontavano con
quanta attenzione svolgi il tuo compito… ero curioso di conoscerti”.
“Ma come…”
“Come è possibile che io parli la tua
lingua?”
Roberto annuì.
“Ho fatto un lungo viaggio dall’Inghilterra per giungere in queste luoghi.
Nelle terre da cui provengo, la natura
è ancora intrisa di energia magica… ho
amiche fate e amici folletti. Per non
parlare di maghi e streghe che spesso
sperimentano incantesimi vicino allo
stagno in cui abito…
Non ti racconto quanto fumo lasciano
dietro e poi il rischio di trovare il tavolo di casa trasformato in un panino
al formaggio!”
Roberto ascoltava e osservava. Il silenzio questa volta toccava a lui.
“Il mio viaggio mi porterà attraverso
tutti i Paesi del Mondo alla ricerca
di esseri umani che, come te, hanno il dono dell’amore per la natura
e non hanno dimenticato di esserne
parte”.
“Quindi mi stavi cercando?” chiese
Roberto incredulo.
“Si, mio caro, per ringraziarti e consegnarti un regalo prezioso che fate e
folletti hanno creato per te”.
Il ranocchio tolse lo zaino di foglia
dalle piccole spalle e ne estrasse una
nocciola bucata che porse con un inchino al guardaparco.
Roberto aprì la grande mano e raccolse il dono con deferenza. Non osava
dire nulla perché, anche se era solo
una piccola nocciola bucata, in realtà
aveva per lui più significato di mille
medaglie.
“Adesso saluto e riprendo il mio cammino…, grazie ancora per tutto l’amore
e il rispetto nei nostri confronti…. Ah,
a proposito, devi appoggiarla all’orec-
Premio letterario nazionale
“Enrico Trione – Una fiaba
per la Montagna”
chio perché funzioni… Addio!”
Roberto rimase lì seduto a guardare
quel piccolo essere rimettere lo zaino
in spalla e saltellare sereno verso il
suo difficile e faticoso compito. Restò
ad osservare la nocciola a lungo, poi
si alzò e riprese il sentiero verso le
vette innevate.
Cosa aveva detto quel ranocchio?
Ah… di portare la nocciola vicino
all’orecchio… Roberto così fece e…
“Buongiorno Roberto, bella giornata
vero?”
Il guardaparco si voltò di scatto. Era
tornato il ranocchio!?! No, si sbagliava,
c’era solo un usignolo sul ramo…
“Buongiorno usignolo” salutò Roberto automaticamente come ogni
mattina.
“Ancora buongiorno a te, attento al
sentiero più avanti, stanotte è franato.”
Era proprio lui! L’usignolo gli aveva
risposto! Roberto allontanò la nocciola
dall’orecchio e sentì solo un cinguettio.
La rimise in posizione e…
“Ah, scusa, hai visto un tronco pieno
di buone larve succose?”
Poteva sentire! Poteva capire!
Salutò l’usignolo indicandogli un
buon pasto e corse verso le rocce
della frana.
“Buongiorno care, che cosa è successo?” chiese Roberto agitato alle rocce
rovinate sul sentiero. “Poche piogge
e la vecchiaia, ma non si preoccupi,
stiamo bene…”.
Roberto guardò la nocciola bucata
come fosse un diamante rarissimo. Gli
era stato fatto il dono più grande che
potesse immaginare. D’ora in avanti
avrebbe potuto sentire la voce della
natura.
Pianse e sorrise allo stesso tempo e
si sentì come nei giorni in cui piove,
c’è il sole e un enorme arcobaleno
colora il cielo.
Guardò la neve in alto, respirò gli
aromi del bosco e con la nocciola
stretta in pugno riprese il cammino
verso casa, con il cuore pieno di voci
e di magia.
Per ricordare il giovane socio
Enrico Trione, prematuramente
scomparso, l’associazione culturale ‘L Péilacan, di Pont Canavese
ha bandito per la prima volta nel
2002 il Premio letterario nazionale
“Enrico Trione - Una fiaba per la
montagna”. Iniziativa che è nata
nell’anno Internazionale delle
Montagne e in occasione degli 80
anni dalla nascita dell’Ente parco
nazionale Gran Paradiso.
Edizioni realizzate nel corso degli anni (presiedute da Angelo
Paviolo)
2002 - generalistica
2003 - gli alpini
2004 - gli spazzacamini
2005 - lo sport - in occasione delle
Olimpiadi piemontesi.
2006 - il treno
Dopo essere divenuto il premio
del Comune di Pont Canavese,
nel 2006 diventa anche il Premio
letterario del Parco nazionale Gran
Paradiso e aderisce ai progetti
di “Libro parlato” realizzati da:
Associazione italiana ciechi e
ipovedenti e Lions club.
2007 - la magia nei parchi – Con
il patrocinio e la partecipazione
organizzativa della Federparchi.
Uno dei premi consiste nel trasformare una fiaba pervenuta in
cartone animato, iniziativa che
ha aumentato la partecipazione
degli autori. L’edizione 2007 si
è conclusa il 1 dicembre a Pont
Canadese: al concorso hanno partecipato oltre 230 elaborati; nella
sezione “italiano” quasi il 50%
è proveniente da regioni italiane
diverse dal Piemonte.
Chi ha dato voce alle fiabe per il
progetto del libro parlato: Franco
Miele, Paola Malanetto, Maria
Grazia Pezzetto della compagnia
“Esperimenti teatrali”; grafica animata a cura di: Mario Bondìci.
Info: www.unafiabaperlamontagna.
it, info@unafiabaperlamontagna.
it; Michele Nastro, presidente associazione ‘l Péilacan,
tel. 348 1474530
5
Storie
ARTICHE
testo e foto di Franco Figari
fi[email protected]
È
in un luogo molto, molto lontano, nell’estremo Nord della Lapponia finlandese, in un angolo
sperduto e inaccessibile della taiga
artica che, si dice, abiti Babbo Natale.
Qui si trova, infatti, una montagna
foto di Desireè Astrom
6
magica, con due picchi a forma di
orecchio, dal nome Korvatunturi che,
in finlandese, significa “La montagna
dell’Orecchio”. Ed è in uno di questi
anfratti nascosti e misteriosi che Santa
Claus ha stabilito il suo quartier generale: qui si trovano le officine dove
vengono fabbricati i regali, e il grande
magazzino dove sono raccolti, prima
di essere selezionati con cura, per poi
essere consegnati a domicilio sulla famosa slitta. La sagoma inusuale della
montagna a forma di orecchio non è
casuale: è sempre avuto la funzione
di cassa di risonanza “naturale” per
ascoltare i desideri di tutti i bambini
sparsi per il Mondo.
Il percorso che porta a Krovatunturi è
impervio e solo gli elfi, oltre a Babbo
Natale, conoscono la strada. Attra-
LA MAGIA
verso i sentieri passano animali indisturbati: orsi bruni, ghiottoni, volpi
e altri che vivono qui da migliaia di
anni, e di cui solo le impronte nella
neve ne segnalano la presenza e il loro
passaggio. Leggenda o realtà?
In effetti i confini che delimitano fantasia e reale non sono affatto distinti…
Il Monte Korvatunturi esiste davvero
e si trova nelle distese sconfinate del
Parco nazionale di Urho Kekkonen,
un’immensa estensione di natura
selvaggia e poco battuta dall’uomo.
L’intero parco è il regno incontaminato
della fauna selvatica: si stima che il
territorio sia abitato da una ventina
di orsi, numerosi ghiottoni, mentre il
lupo è un visitatore abituale in particolar modo lungo il confine con la
Russia, senza contare che le foreste di
conifere e betulle, e gli immensi spazi
acquitrinosi costituiscono una dimora
ideale per una ricchissima avifauna.
Oltre 20.000 renne abitano nel parco
e pascolano allo stato brado migrando all’inizio dell’estate dalle vallate
boschive alle alture spoglie dei rilievi
montuosi della tundra, per sfuggire ai
nugoli di zanzare che si riproducono
nelle aree paludose alle pendici dei
REALE…
7
Nel cuore dell’inverno artico,
durante le grandi nevicate, il
vento gelido e la temperatura
estrema ghiacciano la
neve sugli alberi. E’ questo
il fenomeno del “tykky”,
che si manifesta quasi
esclusivamente nelle foreste
di abeti. A differenze delle
betulle e dei pini i rami degli
abeti riescono a sopportare un
peso ben maggiore di neve.
Agli occhi del visitatore si
presenta uno degli spettacoli
naturali più straordinari
che si possono ammirare
durante i lunghi inverni del
Grande Nord. Ogni albero
si trasforma e diventa quasi
irriconoscibile, sepolto come è
da una massa enorme di neve
caduta e sospinta dal vento. Il
paesaggio diventa un mondo
irreale di fiaba e fantasia dove
ognuno potrà immaginare la
presenza di gnomi e folletti
ed esseri strani: è questa la
vera terra misteriosa dove vive
Babbo Natale e nell’arco della
stessa giornata le mutevoli
condizioni climatiche offrono
variazioni incredibili di luce per
cui ogni soggetto si trasforma
di continuo ed appare in modo
sempre diverso.
Foto scattata nel Parco
Nazionale di Riisitunturi
Con gli sci di fondo e con
le racchette da neve gli
appassionati dell’outdoor
possono effettuare nel Parco
nazionale di Riisitunturi a
poche ore di macchina da
Rovaniemi gite giornaliere
attraversando foreste di abeti
ricoperti di neve ghiacciata.
Per prolungare la permanenza
nella wilderness è possibile
pernottare nei bivacchi
gestiti dalla Forestale
finlandese trasportando vitto
e attrezzatura nella pulka, la
tradizionale slitta da lavoro
lappone.
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monti. La fama acquisita dall’Urho
Kekkonen si basa sulla convinzione
dei finlandesi che non ci sia regione
migliore in Finlandia per immergersi
a piedi nella wilderness. Gli amanti del trekking possono seguire un
sentiero che raggiunge le pendici del
Monte Korvatunturi, ma la cima (483
m) dove si dovrebbe celare la grotta
di Babbo Natale rimane comunque
irraggiungibile perché si trova proprio
sul confine con la Russia, lungo la
fascia interdetta al pubblico.
Comunque, ormai da parecchi anni,
Babbo Natale ha deciso di stare a
contatto con la gente anche in altri periodi dell’anno, e sempre in
Finlandia, ha trovato l’ubicazione
adatta per costruire il suo villaggio,
un luogo facile da raggiungere anche
se nell’estremo Nord della Lapponia. Il villaggio è proprio sul Circolo
Polare Artico, a soli 8 km da Rovaniemi, capoluogo della Lapponia il
cui aeroporto, da cui transitano ogni
anno migliaia di visitatori, è diventato
l’aeroporto internazionale di Babbo
Natale. Negli ultimi anni il villaggio
si è notevolmente ingrandito e comprende l’ufficio di Babbo Natale, un
centro commerciale (certo non poteva
mancare!) dove vengono venduti regali per bambini e articoli tradizionali
della cultura lappone.
Dalla dimora a Korvatunturi, il nostro
Babbo si sposta sulla slitta (pulka)
trainata dalle renne e ogni giorno dell’anno, nell’arco delle quattro stagioni,
viene nel villaggio di Rovaniemi per
ascoltare i desideri di tutti i bambini.
Vicino al villaggio c’è anche il Santa
Park, il parco divertimenti scavato
nella collina dove è possibile visitare una magica grotta che riproduce
l’abitazione a Korvatunturi. Il fiore
all’occhiello del centro è il rinomato
Ufficio Postale dove vengono inviate
ogni anno centinaia di migliaia di
lettere cariche di desideri, sogni e
speranze da ogni parte del Globo.
Oltre a ricevere tonnellate di posta,
Babbo Natale spedisce i suoi messaggi augurali a coloro che ne fanno
richiesta, rispondendo in ben in 13
lingue diverse: finlandese, italiano,
inglese, tedesco, spagnolo, francese,
giapponese, svedese, olandese, portoghese, polacco, russo, cinese. Ogni
lettera personalizzata viene inviata
in occasione del Natale direttamente
dall’Ufficio Postale all’interno del
villaggio, e sulla busta, da ritagliare
e conservare, viene apposto il francobollo e l’originale timbro postale.
Il villaggio è aperto al pubblico tutto
l’anno, ma è nel periodo natalizio,
quando la natura dorme sotto una
spessa coltre di neve, che si vive al
meglio il fascino e la magia del luogo e si capisce quanto importante
sia per i finlandesi, e non solo per
i bambini, rinnovare ogni anno la
tradizione natalizia. E proprio per
questo, ogni anno, sono sempre più
numerose le famiglie provenienti da
chissà dove, pronte a sfidare i rigori
del freddo artico e decise a scegliere
come meta del loro viaggio il villaggio
di Santa Claus.
Ciò detto, non si può negare che in
questi ultimi anni il mito di Babbo
Natale, con l’ampliamento del Santa
Claus village (rasformato in una piccola Disneyland artica) abbia sviluppato
su Rovaniemi un turismo di massa
“mordi e fuggi” che, se da un lato ha
contribuito a smuovere l’economia
locale, dall’altro ben difficilmente
ha potuto rivelare la vera magia della
Lapponia finlandese…
All’altezza del Circolo Polare Artico, le foreste di abeti che rivestono
le pendici dei rilievi vengono ricoperte dalla neve ghiacciata sospinta
dal vento: è il “tykky”, la magia del
bianco. Sotto il peso della neve, ogni
abete diventa irriconoscibile e con il
suo abito invernale si trasforma in
una straordinaria scultura di mistero
e fantasia. Risalendo i tipici rilievi
collinari della tundra (tunturi), fino a
quando la vegetazione a poco a poco
si dirada, si entra in punta di piedi in
un mondo irreale e fiabesco di gnomi
e folletti, di dame ottocentesche e
di mostri marini, di dinosauri e di
cartoni animati che solo la natura
è in grado di disegnare. Un manto
immacolato che all’alba e al tramonto
si tinge di rosso e di giallo, mentre
nel cuore della notte la luna piena e
il riverbero della neve illuminano il
paesaggio mentre le ombre degli abeti
sembrano scivolare via lunghe e sottili. Alle volte poi si rimane estasiati
di fronte allo spettacolo dell’aurora
boreale, un fenomeno dell’atmosfera
causato dalle tempeste magnetiche
del sole: secondo la leggenda, invece, gli effetti luminosi in cielo non
sono altro che nuvole polverose di
nevischio sollevate dalla coda della
volpe artica che corre sulle distese
innevate della tundra.
Poco lontano dai bagliori del turismo
di Rovaniemi si può affittare uno
dei numerosi cottage della Forestale
finlandese sulle rive di un lago ghiac-
Branco di renne allo stato
brado sulle alture della
tundra (tunturi)
Bivacchi nella wilderness
un tem po venivano usati
da pescatori, cacciatori e
boscaioli, oggigiorno sono
in gran parte gestiti dalla
Forestale finlandese per gli
appassionati dell’outdoor
(foto cottage nel Parco
nazionale di Oulanka)
Volpe artica
(foto Marcello Libra)
ciato, oppure praticare sci di fondo e
inoltrarsi nelle foreste immacolate del
poco conosciuto Parco nazionale di
Riiisitunturi; o, ancora, scendere lungo
un sentiero nelle gole di Koroouma e
ammirare le pareti rocciose ricoperte
dal ghiaccio nel silenzio di una natura integra. Il grande Lago Livojärvi,
vicino al villaggio di Posio, e più a
est i vari accessi al Parco nazionale
di Oulanka, offrono d’estate, come
d’inverno, l’opportunità di un’immersione totale nella wilderness con
brevi escursioni giornaliere.
Camminando nei boschi, dobbiamo confessare, è difficile incontrare
Babbo Natale, ma, allo stesso tempo, è tipica la sensazione di sentirsi
osservati… Potrebbe essere uno dei
suoi elfi nascosto sotto la neve... E le
impronte che attraversano il nostro
cammino… sono quelle di una lepre
bianca passata per caso… o quelle di un folletto della foresta? E se
nel sottobosco trovassimo un punto
dove la neve è stata calpestata, e rimossa disordinatamente?? Potrebbe
essere stata opera di una renna che,
rovistando nella neve con le zampe,
ha cercato di raggiungere muschi e
licheni. Ma a ben guardare è opera di
una renna qualsiasi… Come spiegare
infatti quei campanellini?!? E così,
per incanto, la leggenda di Babbo
Natale continua.
Per saperne di più:
www.visitfinland.com.it, www.rovaniemi.fi/tourism, www.finnair.com,
www.santaclaus.com
www.santagreeting.net.
Per scrivere a Babbo Natale: santa.
claus@santaclausoffice.fi
9
Storie
possibili
testo di Toni Farina
disegni di Magali de Maistre
Q
10
- uest’anno la neve è arrivata presto,
a fine dicembre tanta neve così non
s’era mai vista. Dicono fra l’altro che ne
verrà ancora molta, quest’anno vedrai
seppellirà le case!
-Sei il solito esagerato, anche l’anno
scorso si diceva la stessa cosa e poi,
invece, prati secchi e niente neve fino
ad aprile.
-Quest’anno è diverso, ti dico, hai
visto anche tu come volano basse le
aquile.
Fra’ Tobia e Fra’ Thomàs chiacchieravano tranquilli; sul camino bruciava
lentamente un grosso ceppo di larice.
Fuori, lentamente, la neve aveva ricominciato a cadere.
-Se continua così per tutta la notte
non so proprio come farai domani a
portar su la medicina al nostro fratello
Giustino- disse Tobia guardando dalla
finestra.
Ora la neve scendeva copiosa, con falde
grosse come farfalle.
-Non ti preoccupare, col mio fedele
Nardo andrei ovunque, non vi è neve
o tormenta che ci spaventi noi due!replicò Thomàs sicuro di sé.
Il mattino seguente il vento soffiava forte, infilando la neve in ogni pertugio.
-Dio mio benedetto, non si vede più
nulla, anche il forno è tutto coperto.
Non andare Thomàs, non salire al passo: è troppo pericoloso!- Il tono di Tobia
era veramente preoccupato.
-Non possiamo certo abbandonare il
nostro fratello, senza la sua medicina
lo sai anche tu che non può stare, il
suo malanno rischierebbe di diventare
incurabile-.
Thomàs era fiducioso: -devo salire,
non è mica la prima volta che vado
su al colle col brutto tempo--Sei più
cocciuto di un caprone, fai un po’ quel
che vuoi-, concluse Tobia sbattendo
forte l’uscio.
Era veramente arrabbiato, ma Thomas
non gli diede ascolto e andò a prepa-
vero il caso di abbattersi così.
cos Dio è
misericordioso e Thomàs
Thom è caparbio e
generoso come il sole di luglio, vedrete,
qualcosa accadrà!- Frate Donato era
l’ottimista del gruppo.
Sette frati, sei sani e mesti, uno addormentato e sofferente. Nel piccolo
ospizio sul Colle, dove la neve, a volte,
copre anche il tetto.
son guai grossi come...Non ebbe il tempo di finire la frase che
un tonfo potente rimbombò nella gola.
Thomàs, esperto, capì e si coprì lesto
la faccia con la mantella.
Prima arrivò l’aria, un soffio forte che
lo scaraventò a terra. Poi lei, la Valanga.
Thomàs fu avvolto nel vortice , un turbinio senza colore e senza scampo.
La neve ora gli arrivava ai fianchi. Per -Bau, bau bau, bau bau bau!-.
rarsi. Vedendolo arrivare Nardo non gli
corse incontro scodinzolando com’era
uso fare. -Che hai amico mio, anche
tu preoccupato come quel vecchio
brontolone di Tobia? Avanti, allegro,
vedrai che andrà tutto bene.
Il vento fischiava e anche lui, Thomàs
il generoso, Thomàs senza paura, non
era più così sicuro di sé. Ma ormai era
deciso, con i lunghi sci di legno ai
piedi, il sacco in spalla, la mantella
ben chiusa, sollecitò Nardo a seguirlo
e uscì.. La neve gli arrivava sopra al
ginocchio.
Thomàss e Nardo, come due ombre
smarrite nel bianco infinito.
Thomàs avanzare era una fatica immane, ogni passo uno sforzo crudele.
Pochi passi e poi riposo: era così
cos da
ore. Dietro, Nardo guaiva, unico suono
che non fosse vento, nella gola che
precede il Colle. Era quello il punto
più pericoloso del tragitto, il luogo in
cui molti viandanti erano scomparsi
inghiottiti dalle valanghe.
Il bianco volgeva al grigio, il giorno volgeva alla sera. Il buio arrivava e il vento
soffiava. Sempre più impetuoso.
-Bau, bau... bau!- Che ti piglia, vecchio
portapulci, non ce la fai più, dai, coraggio, vieni avanti.
-Bau, bau... bau!- Niente da fare, Nardo
non lo seguiva. Thomàs lo incitava ma
lui niente, si era come bloccato.
-Fa un po’ quel che credi, io devo proseguire, se la notte ci sorprende qui
Era ancora buio quando Frate Giacinto
si svegliò con una strana sensazione.
No, non era il vento, che anzi non
soffiava più. Il nuovo giorno nasceva
silenzioso, di quel silenzio che solo la
neve sa creare.
-Bau, bau bau, bau bau bau!- Giacinto
volò per le scale, aprì il pesante uscio
e si trovò sommerso dalla neve (questo se l’aspettava) e da un ammasso
bagnato e peloso (e questo proprio non
se l’aspettava).
-Sveglia fratelli!- Chiamò forte e suonò la campana. -E’ Nardo, il cane di
Frate Thomàs, ma di lui, aihmè, non
c’è traccia.
-Bau, bau bau, bau bau bau!- Nardo
abbaiava disperato correndo nella direzione donde era venuto.
L’invito era chiaro e, in breve, i frati
Nel frattempo, al piccolo ospizio sul
Colle, dove la neve, a volte, copre anche il tetto, sei fraticelli attendevano
e speravano. E pregavano.
-Poverino, la febbre è ancora salita.
Questa volta per lui si mette male,
senza medicina mi sa che non basteranno le nostre preghiere. E neppure
le mie erbe- Fra Gaspàrd
rd era un po’ il
dottore del gruppo, conosceva tutte
le erbe medicinali, passava le estati a
zonzo nei prati, immerso nel verde e
mille altri colori, alla ricerca dei suoi
miracolosi rimedi. Con i quali guariva
tutti i mali: ma non la malattia di Frate
Giustino!
Nel piccolo refettorio i sei fraticelli
tristi, attorno al camino, pensavano a
Giustino nel suo letto, ammalato. Per
lui non potevano fare nulla, se non
pregare. Fuori era l’Inverno il padrone,
la neve scendeva, ora tranquilla, ora
spinta dal vento, ammassando cumuli
sempre più alti.
-Neppure il forte Thomàs può
ò salire
con questa bufera, il buon Dio dovràà
accogliere Giustino presso di sé-.
é-.
-. Sussurrava malinconico Frà Michel.
-Speranza, speranza fratelli, non è dav-
11
furono pronti a seguirlo. Lasciato il
solo Gaspard a accudire l’ammalato, si
incamminarono nelle neve altissima.
A occidente sottili strisce di azzurro
annunciavano il bel tempo. Tutt’intorno
le forme conosciute non esistevano più,
sommerse da un biancore morbido e
uniforme. Era come se tutta la volta del
cielo si fosse adagiata sulle valli e sui
monti, per proteggere uomini, animali
e cose, dall’alito feroce dell’Inverno.
Alternandosi in testa al gruppo per
aprire la pista, i frati arrivarono alla
gola che il sole squarciava le nubi. D’innanzi a loro un muro di neve chiudeva
il passaggio. Nardo infallibile (quante
persone aveva già contribuito a salvare
sotto la neve!) indicò il punto e i frati,
di lena, iniziarono a scavare.
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Più che uno scavo era ormai una vo-
ragine ma, di Frate Thomàs nessuna
traccia. Erano passate ore e, di conseguenza, le speranze di trovarlo in vita
si facevano sempre più esili.
-Bau bau, bau bau- Nardo insisteva,
caparbio. -Caro mio, mi sa che questa
volta il tuo fiuto ha sbagliato, il tuo
padrone non può certo esser qui sotto,
bisogna rassegnarsi- se Frà Donato,
l’ottimista, parlava così voleva dire
che non v’era più nulla da fare.
-Bau bau! bau bau!- Nardo si era fatto
rabbioso. Ma, visto che il suo abbaiare
furente non otteneva risultati, si gettò
nella voragine e prese con decisione a
scavare con le unghie e col naso.
Non passò molto tempo che la sua
ostinazione venne premiata: -Heilà,
portapulci, lo sapevo di poter contare
su di te-.
-Bau bau, bau bau- Ora Nardo abbaiava
di contentezza. Increduli i cinque frati
si calarono nella buca e, in breve, Thomas fu liberato dalla coltre compatta
che lo imprigionava.
Era più ghiaccio che vita, poveretto!
Tuttavia, pochi piccoli sorsi del liquore
che Nardo sempre portava appeso al
collo bastarono a infondergli vigore.
Non era certo il primo a rinascere grazie a quel misterioso intruglio: le erbe
di Frate Gaspard, spesso, facevano
miracoli.
E, a proposito di fatti miracolosi, va
detto che quel giorno altre cose difficili
a spiegarsi accaddero. I frati si erano
appena messi sulla via del ritorno che
giunse loro, portato dalla brezza, il suono delle campane dell’ospizio. Suono
che li accompagnò fino a quando giunsero in vista dell’edificio sul Colle.
Il mistero si infittì quando seppero che
Gaspard non aveva mai aveva lasciato
il capezzale dell’ammalato.
A nessuno di loro, tuttavia, importò
di trovare spiegazioni. Fuori il sole
era tornato radioso, il cielo azzurro
e la neve scintillante: cosa ci poteva
essere di più miracoloso?
Alla sera, di fronte al camino, sette
frati tranquilli e sereni riflettevano in
silenzio sull’accaduto del giorno appena
trascorso. E ringraziavano Iddio per
Frà Thomas, trovato ancora vivo sotto
la valanga, e per Frà Giustino, seduto
con loro davanti al fuoco.
Nell’ospizio sul Colle, dove la neve, a
volte, copre anche il tetto.
Storie
sostenibili
I regali di Mezzo Inverno
di Francesca R. D’Amato
[email protected]
L
a piccola slitta era molto carica. C’era voluto tanto tempo a
portar fuori dalla grotta tutti gli
oggetti per il Raduno di Mezzo Inverno e il ghiaccio aveva già bloccato i
pattini della slitta. Stava nevicando
e i fiocchi leggeri si depositavano
silenziosamente, senza sciogliersi, in
uno strato farinoso sopra le sporgenze
rocciose e i cespugli della piccolissima radura.
Gudrun si sgrullò l’umidità della grotta
via dalla pelliccia prima che gli gelasse addosso, infilò le tirelle di cuoio,
allacciò le bretelle, fece un respiro
profondo e diede uno strattone. La
slitta si mosse dietro di lui e Gudrun
si voltò a controllare che le stalattiti
che vi erano legate sopra non si fossero
spostate. Era tutto a posto e Gudrun
si incamminò tranquillamente verso
il raduno, sicuro che la neve avrebbe
presto cancellato le sue impronte,
impedendo agli estranei di seguirle
all’indietro fino all’ingresso di casa
sua. Molti degli oggetti che portava
con sé nella slitta assomigliavano
esternamente a stalattiti o stalagmiti,
ma erano pezzi d’arredamento. Uno
gnomo di caverna arreda la sua grotta in modo che continui a sembrare
tale. Se un estraneo entrasse, a prima
vista non si accorgerebbe di essere in
un luogo abitato: i ripostigli sembrano stalagmiti, ma si aprono; le sedie
sembrano stalagmiti, ma si spostano;
anche i letti sembrano stalagmiti, ma
sono morbidi e accoglienti.
Anche quest’anno Gudrun si era riproposto di non portarsi a casa più
roba di quella di cui voleva disfarsi,
ma ogni anno c’erano talmente tante
belle cose, nel mucchio, che finiva
per riempire nuovamente gli spazi
che aveva appena liberato. C’erano
anche le cose che nessuno voleva e
che bisognava riportarsi a casa. Gudrun era abbastanza sicuro di riuscire
a dar via tutto: dopotutto aveva passato
le ultime settimane a lucidare, aggiustare e migliorare le sue stalagmiti
ed era molto soddisfatto dei risultati
ottenuti.
Uno gnomo di caverna non compra
regali di Natale per i suoi amici: sarebbe molto offensivo regalare qualcosa a
qualcuno. Dopotutto è come dirgli in
faccia: “Guarda, tu non capisci di aver
bisogno di questa cosa o non riesci a
fartela da solo! Per fortuna che ci sono
io, che ti conosco meglio di quanto
tu non conosca te stesso e che so fare
questa cosa meglio di te!”.
Uno gnomo di caverna ben educato si
presenta al raduno di Mezzo Inverno
con una slitta carica di suoi oggetti
(non importa se quasi nuovi o molto usati), da far scegliere ad amici e
parenti.
Gudrun sperava di trovare nel mucchio una ruota dentata per sostituire quella che azionava uno dei suoi
passaggi segreti. Clodomilla forse ne
aveva una che poteva fare al caso suo,
ma avrebbe dovuto contrattare con
Andrea, anche lui in fase di ristrutturazione dei suoi cunicoli e delle
relative misure anti-intrusione.
Una grotta gnomica che si rispetti ha
bisogno di manutenzione continua,
specialmente per quanto riguarda
13
le trappole e i passaggi segreti. Sottoterra le incrostazioni di calcare,
le ruggini e le infiltrazioni d’acqua
possono bloccare i meccanismi che
azionano le botole, le pareti scorrevoli
e le stalattiti rotanti.
Servì tutta la notte per raggiungere
l’accesso alle grotte dove si sarebbe
svolto il raduno. Appena prima dell’alba smise di nevicare e al sorgere
del sole la foresta imbiancata iniziò
a brillare e luccicare come se invece
della neve fossero caduti a terra migliaia di piccoli diamanti. Gudrun
si coprì gli occhi con una mano, per
proteggersi dal riverbero. Abituati a
vivere sottoterra, gli gnomi di caverna
non si trovano a loro agio in piena
luce. Il piccolo gnomo individuò
facilmente il segnale che indicava
l’ingresso: un grumo di arenaria inserito in un masso di granito è una
incongruenza geologica che nemmeno
uno gnometto alle scuole elementari
si lascerebbe scappare. Lo premette, e
un cespuglio vicino al masso si spostò
appena, lasciando intravedere il buio
invitante della grotta, in cui Gudrun
entrò senza ulteriori indugi.
L’interno era caldo e il profumo delle
pietanze preparate per la festa riempiva l’aria. Gudrun inspirò dilatando
bene le narici e sentì la bocca riempirsi
di acquolina. Stava già analizzando
tutti gli aromi per indovinare il menu quando il suo stomaco emise un
borbottio, che riecheggiò giù, giù,
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giù nella montagna, andando a perdersi tra sordi rimbombi sempre più
lontani. Come risposta gli giunsero
le risate dei suoi amici, che avevano
riconosciuto il borbottio e avevano
fatto finta di spaventarsi “al ruggito
di un drago”.
Mentre percorreva il cunicolo, sentì
il profumo di Clodomilla farsi sempre più intenso, man mano che la
gnometta si avvicinava. Il naso iniziò
a prudergli piacevolmente. Era una
sensazione che conosceva bene.
Clodomilla era una gnometta piuttosto
interessante: giovane, vivace e un po’
civettuola. Gudrun sapeva che Clo-
domilla era cosciente delle reazioni
che suscitava e che se ne approfittava
sfacciatamente. Per questo il giovane
gnomo focalizzò i suoi pensieri sulla
ruota dentata di cui aveva bisogno e
riuscì a rispondere senza imbarazzarsi
troppo alle domande della gnometta,
che esplorava curiosa il contenuto
della slitta in cerca di un oggetto di
suo gusto.
Gudrun sapeva aspettare. Ci sarebbe
stata prima la cena, poi lo scambio
degli oggetti nel grande mucchio e
infine sarebbe arrivato il tempo delle
storie. Quello sarebbe stato il momento
migliore per sedersi, casualmente,
di fianco a Clodomilla: pronto ad
accoglierla tra le sue braccia se una
delle storie fosse diventata abbastanza
paurosa. Quest’anno a parlare sarebbe
stato suo cugino Andrea, che viveva da
tempo in mezzo agli umani. Avrebbe
raccontato di sicuro qualcosa di utile
allo scopo. Gli umani fanno un sacco
di cose paurose. Purtroppo la serata
prese una piega imprevista: Andrea si
mise a raccontare storie meravigliose,
non storie da brivido.
“Gli umani lavorano per avere soldi
per comprare cose nuove, ma poi
buttano via un sacco di cose ancora
in buono stato. Gli umani sono diversi da noi, fa parte della loro cultura offendersi se ricevono un regalo
di seconda mano e vergognarsi di
raccogliere qualcosa che un altro ha
buttato via. I loro anziani predicano
di comprare sempre cose nuove e
buttar via quelle vecchie, anche se
funzionano ancora. Anche loro fanno
degli enormi mucchi, come i nostri
mucchi di Mezzo Inverno, ma poi
impediscono di andare a prendere le
cose del mucchio, anzi, seppelliscono
il mucchio sottoterra.
Non lo fanno solo a Natale, ma una o
anche più volte alla settimana. Mettono tutte le cose che non vogliono più
fuori dalle loro case. Poi degli altri
umani le mettono in un carro, senza
nemmeno guardarle, e portano tutto
fuori città. Le cose finiscono in grandi
mucchi, tutte mischiate: avanzi di
cibo, mobili, macchine... tutto insieme
in montagne grandi come tutta questa grotta. La puzza è indescrivibile,
peggio che entrare nella tana di un
drago che ha digerito male.”
All’idea di quella puzza disgustosa gli
gnomi più piccoli iniziarono a contorcersi facendo boccacce e ridendo
alle boccacce degli altri. La magia del
racconto si infranse e tutti presero a
muoversi e stiracchiarsi; era tardi: era
ora di avviarsi. Andrea non proseguì
a narrare le sue avventure nel mondo
degli uomini e gli gnomi iniziarono a
raccogliere le proprie cose. Gudrun si
girò verso Clodomilla e si accorse che
la gnometta si era già allontanata per
andare a salutare qualcuno. Qualcuno
che non era lui.
I piccoli gnomi, quella notte, sognarono di esplorare le grotte piene di
tesori sepolti degli uomini. Tesori
stratificati dopo anni di accumulo.
Tesori pieni di oggetti capaci di fare
le magie degli uomini.
Gudrun, invece, sognò di inseguire
Andrea con la ruota dentata che era
riuscito a portarsi a casa, per spiegargli
una volta per tutte a che cosa servono, ai giovani come lui, i racconti di
Mezzo Inverno.
Gnomi di caverna
A chi ha intenzione di approfondire
l’argomento, consigliamo la lettura del
simpatico volume Gnomi di caverna – I
custodi dei tesori del sottosuolo scritto
da Francesca d’Amato, autrice del precedente racconto e di alcuni disegni
presenti nel libro edito da Macchioni
Editore ((€ 20,00) e dal quale sono state tratte le illustrazioni dell’articolo.
Inoltre, gli stessi argomenti si possono
approfondire su: www.gnomi.org; www.
zerowaste.org; www.buynothingchristmas.org
15
Storie
incredibili
testo di Claudia Bordese
[email protected]
disegni di Magali de Maistre
I
l mare è un libro aperto, ogni onda
è la pagina di una storia diversa,
il cui racconto è iniziato lontano
nel tempo e nello spazio. Abbiamo
assaporato tutti il fascino di un vecchio tronco spiaggiato sulla riva, nel
tentativo di leggere nelle sue cicatrici
i segni di una terra lontana, di un altro
sole, di altre genti.
Il mare non è immobile. La statica
superficie azzurra riprodotta dalle
carte geografiche non è che un fermo
immagine di un film inarrestabile.
Anche quando paiono un placido
specchio, le acque degli oceani sono
16
solcate da correnti incontenibili e
cascate tumultuose, generate e alimentate da differenze di temperatura
e di salinità. Ci impiega centinaia di
anni, ma la goccia d’acqua smossa
dalla nostra pigra bracciata prosegue
imperturbabile il suo viaggio intorno al
globo, noi un’insignificante interruzione nel suo peregrinare per gli oceani.
La natura lo sa, e ha costruito la sua
storia evolutiva anche sfruttando le
correnti marine. Avanzi rocciosi emersi
in seguito a eruzioni sottomarine, o
residui calcarei pazientemente innal-
zati da coralli multicolori, accolgono
semi, larve e giovani animali giunti da
lontano a bordo di legni e correnti, veri
colonizzatori delle nuove terre.
Le correnti continuano a scorrere.
Noi della vecchia Europa godiamo
da sempre dei privilegi di quella del
Golfo che nasce di fronte al Messico grazie a una marcata salinità, e
spinta da questa e dalla differenza di
densità viene a scaldare e nutrire le
nostre coste. Altre correnti mitigano
e alimentano clima e rive, sfamano i
cetacei nelle acque polari, e smuovono,
nutrendoli, i mari del mondo. I mutamenti climatici possono influenzare
la velocità e l’esistenza stessa delle
correnti, tanto che lo scioglimento
dei ghiacci polari potrebbe arrivare a
fermare quella del Golfo, e le correnti
stesse possono inconsapevolmente
farsi vettori di veleni e inquinanti. La
neonata coscienza ecologica ci frena
oggi dal gettare rifiuti in mare, ma gli
enormi danni del passato iniziano a
presentare il conto, da pagare in specie
scomparse e coste soffocate.
Conoscere le correnti che muovono
le acque degli oceani significa anche
studiare interventi per tutelare il mare
e le sue interazioni con l’uomo. Uno
dei sistemi utilizzati dagli oceanografi
per conoscere velocità e direzione delle
correnti è quello di rilasciare in acqua
dispositivi galleggianti, dei tecnologici
messaggi in bottiglia da monitorare e
recuperare per conoscere le autostrade
del mare. Si può arrivare a rilasciarne
alcune centinaia, indubbiamente un
numero notevole, ma insignificante
rispetto all’insperato contributo del
fato in una notte buia e tempestosa
di quindici anni fa: una allegra flotta
di paperelle di plastica…
Era il 10 gennaio 1992, una violenta
tempesta batteva le acque del 45° parallelo, in prossimità della linea del
cambio di data, nel cuore dell’Oceano
Pacifico settentrionale. Ne fu vittima
un cargo che, partito da Hong Kong,
viaggiava alla volta della costa nord
americana con un carico di diverse
migliaia di tonnellate. La violenza
del mare portò la nave a inclinarsi di
oltre 50°,, e alcuni container, rotti gli
ormeggi che li trattenevano, caddero
in mare. Di certo uno nell’impatto si
aprì e liberò
ò nell’acqua il suo carico:
28.800 animaletti di
plastica galleggianti, grandi come un
pugno, equamen-
te suddivisi tra rane verdi,
tartarughe blu, castori rossi
e paperelle gialle. Immediatamente saltata a bordo della
corrente circolare subpolare,
flusso di acque oceaniche che
scorre in senso antiorario tra
Alaska e Siberia, l’allegra brigata
ha iniziato un lungo viaggio nel
tempo e nello spazio, nella scienza e
nella fantasia, regalandoci una storia
infinita e occhi nuovi con cui guardare
il mare. Dieci mesi dopo, nel novembre
del 1992, le prime paperelle (simpatia
o comodità hanno in breve trasformato
lungo il viaggio nei mezzi di informazione rane, castori e tartarughe in
paperelle, non ce ne vogliano quegli
animaletti) sono approdate sulle fredde
coste dell’Alaska, scovate tra scogli e
detriti da ignari passanti e instancabili
“beachcombers”, gli entusiasti setacciatori di spiagge. In breve la notizia
del bizzarro ritrovamento ha raggiunto l’oceanografo Curtis Ebbesmeyer,
oggi in pensione ma ancora grande
conoscitore delle correnti oceaniche
che studia proprio grazie alle ricerche
sui relitti galleggianti. Ha scoperto
la provenienza delle paperelle, non
senza fatica vista l’ovvia riluttanza
di comandanti e armatori a divulgare i propri insuccessi, e dopo aver
racimolato dati sui primi recuperi, a
centinaia, sulle coste dell’Alaska, delle
Isole Aleutine, della Kamchatka e del
Giappone, Ebbesmeyer ha provato a
ipotizzare il futuro itinerario dei giocattoli galleggianti, all’epoca ancora
intrappolati nella corrente circolare
subpolare. Aiutato nelle sue ricerca
da James Ingraham, l’anziano oceanografo ha predetto che alcune paperelle
avrebbero potuto abbandonare a sud
tale percorso salendo a bordo della
corrente circolare subtropicale che
scorre in senso orario nel Pacifico
centrale lambendo le Isole Hawaii,
e che altre, più intrepide, avrebbero
addirittura potuto fuggire verso
nord, imboccando lo Stretto
di Bering per affrontare un’incredibile avventura attraverso
il Polo Nord fino all’Oceano Atlantico. La classe non
è acqua, è proprio il caso di
dire, e il tempo gli ha dato ragione: entro cinque anni
dall’inizio della loro avventura migliaia
17
di paperelle hanno invaso le coste
dell’Alaska, mentre altri animaletti
spintisi a sud lungo la corrente subtropicale sono spiaggiati alle Hawaii,
sulle coste australiane e su quelle sudamericane. Come ipotizzato, alcune
migliaia hanno affrontato il grande
Nord, gli iceberg giganteschi, i morsi
dei leoni di mare, l’acqua che lentamente è divenuta ghiaccio e che in
un gelido abbraccio le ha trasportate
a una velocità di circa un chilometro
e mezzo al giorno verso l’Atlantico.
Contemporaneamente il viaggio si è
fatto anche virtuale, la storia infinita
è defluita sui mezzi di informazione
e il tam tam mediatico ha allertato
gitanti e bagnini.
Nel 2000 i primi animaletti galleggianti, reduci della grande traversata
polare, vengono avvistati tra le onde
dell’Atlantico del nord, e nel 2001 le
papere più intrepide galleggiano silenziose nel luogo dell’affondamento del
Titanic. Il viaggio continua, sull’acqua
e nei media. Mentre esauste paperelle
18
iniziano a spiaggiare a centinaia sulla
costa orientale degli Stati Uniti, la casa
produttrice, la First Years di Avon nel
Massachusetts, offre una ricompensa di
100 $ a chiunque recuperi e invii una
paperella, un castoro, una tartaruga
o una rana, reduci del naufragio di
ormai ben undici anni prima!
Vengono pubblicati due libri per bambini che narrano la storia di questi
novelli navigatori, racconti per la fantasia scritti grazie a una nuova lettura
della realtà naturale.
Le previsioni degli oceanografi si spingono lontano nel tempo, arrivando a
presupporre un massiccio sbarco sulle
coste irlandesi e britanniche nell’estate
del 2007. Sbiadite dal sole, parzialmente decomposte dalle intemperie
e dagli abbracci di alghe e animali
incrostanti, lo scorso luglio paperelle
ancora sorridenti hanno toccato terra
nel Devonshire, dopo un viaggio di
quindici anni.
Altre sono attese a breve, e ad aspettarle c’è anche una papera gialla di
due metri e mezzo di altezza, costruita
dall’artista olandese Marga Houtman
che, raggiunta nel 2003 dalla notizia
della storia infinita, ha deciso che non
poteva non esserci una mamma ad
attendere questi inconsapevoli eroi!
Costruiti per sopportare gli strapazzi
di un bimbo di due anni, papere, rane,
castori e tartarughe hanno affrontato e superato incredibili avversità,
come se gli oceani fossero niente di
più di un’immensa vasca da bagno.
Forse è proprio così, nessun luogo è
lontano se una paperella di plastica
può percorrere decine di migliaia di
chilometri per raggiungerci ovunque
nel Mondo.
Hanno potenziato gli studi sulle correnti, sensibilizzato il pubblico sui
problemi ambientali, stimolato la fantasia di grandi e piccini, e soprattutto
ci hanno insegnato, per dirlo con le
parole di Curtis Ebbesmeyer, che “ogni
cosa ha una storia”. Si può, dunque,
imparare molto da una papera di plastica arenata su una spiaggia.
Storie
torie
di un tempo
testo di Laura Ruffinatto
laura.ruffi[email protected]
disegni di Cristina Girard
Alla volpe
non piacciono le ciliegie
perchè non riesce a prenderle
“N
onno, nonno, a scuola la
maestra ha detto ël luv
a conta nen le feje... o
qualcosa del genere… ma cosa vuol
dire?” chiede Matteo al vecchio Tunin che, seduto sulla panca di legno,
respira il tramonto delle amate colline
langarole. Tunin, classe 1924, una
vita “vissuta” tra le vigne di Neive,
a coltivare e produrre con orgoglio il
suo arneis che ha il colore del miele
e il profumo dei fiori; un’esistenza
passata a gustare un paesaggio dove
si sovrappongono con eguale armonia
vigneti, boschi, colori, odori. Tunin, si
volta, guarda suo nipote e risponde:
“Vuol dire che il lupo non conta le
pecore…. perché le pecore, il lupo le
mangia!” E aggiunge: “Matteo, devi
sapere che ij proverbi a son ëd ritaj
ëd Vangeli (i proverbi sono dei ritagli
di Vangelo)”. Mentre finisce la frase,
nonno Tunin, lento e con un briciolo
di affanno, si alza ed entra in casa
come a cercare qualcosa, che nascosto
da tempo, si trova in fondo al terzo
cassetto della massiccia dispensa in
cucina.
I proverbi, espressione della cultura popolare, di contadini, pastori e
operai. I proverbi che rappresentano
un tempo e un luogo, che raccontano
una storia e la sua tradizione, essendo
espressione di una saggezza maturata
da quelle persone che hanno vissuto
poche gioie e molte ansie. In molti ca-
si sono una riproduzione di un mondo
agricolo-artigianale, e protagonista è il
contadino con la sua personalità fatta
di mille contraddizioni: individualista
e tormentato, religioso ma al tempo
stesso dissacratore, irriverente nei
confronti dell’autorità e del destino,
serioso e talvolta volgare ma anche
capace di pura poesia. L’origine dei
proverbi si perde nella memoria dei
tempi, inventati da “chissàchi” e sopravvissuti con il passaparola, sono
stati consegnati da una generazione
all’altra e hanno sostituito i libri quando ce n’erano pochi perché Ij proverbi
a son la siensa dij pover (i proverbi
sono la scienza dei poveri).
Mentre Benedetto Croce li definì “il
monumento parlato del buonsenso”,
Nicolo’ Tommaseo disse che “se tutti
Il bue mangia il fieno
si potessero raccogliere, e sotto certi
perchè non si ricorda aspetti ordinare, i proverbi italiani,
i proverbi d’ogni popolo, d’ogni età,
colle varianti di voci, d’immaginache è stato erba
zioni e di concetti, questo, dopo la
Bibbia, sarebbe il libro più gravido
di pensieri”.
La civiltà piemontese ha profonde
radici contadine e nei secoli passati
gli uomini trascorrevano molto tempo
a contatto con la natura: il contributo
delle bestie era fondamentale per la
sopravvivenza e il rapporto tra l’uomo
e gli animali era strettissimo anche a
livello simbolico. Infatti “gli animali
ben si prestano a rappresentare vizi
e virtù dell’uomo” scrive Domenico
Caresio nella sua Grande raccolta di
proverbi piemontesi (GS Editrice).
19
Un asino sembra bello
ad un altro asino
“… Nonno, ma le bestie dei proverbi
parlano come quelle della pubblicità?”. “Non proprio”, spiega Tunin.
È sempre il padrone che, con un
motto, vuole indicare un consiglio
da seguire: Cavaj e fomne: vardje
la rassa (cavalli e donne: guarda la
razza), oppure affermare una verità
basata sull’esperienza Chi ch’a veul
j’euv a vanta ch’a sopòrta ‘l ciadel
dle galin-e (chi vuole le uova deve
sopportare il chiasso che fanno le
galline; testimonianza e lamentela di
chi vive presso un pollaio) o spiegare
la rassegnata accettazione di una condizione di vita A l’è mej n’aso ch’am
pòrta che ‘n caval ch’am campa per
tèra (è meglio un asino che mi porti
che un cavallo che mi butti a terra; nel
senso che dobbiamo accontentarci di
ciò che possediamo) o ancora citare
una santa verità sull’uomo Tuti j’aso
a l’han la coa e tuti ij farfo a veulo dì
la soa (tutti gli asini hanno la coda e
tutti gli imbecilli vogliono dire la loro)
o infine, indurre in chi lo ascolta un
atteggiamento di rassegnazione nei
confronti delle avversità della vita
Can mòrt a mòrd pa pì (cane morto non morde più). Gli animali dei
Tutti gli asini hanno la coda
e tutti gli imbrcilli
vogliono dire la loro
20
proverbi sono quelli della campagna,
del lavoro, della sopravvivenza del
“popolo ignorante”, fanno parte della
sua vita e partecipano ai suoi stati
d’animo. E così anche loro diventano
tristi, allegri, tragici e, a seconda dell’allusione, rassegnati o insofferenti,
amici o nemici, fastidiosi o simpatici
e talvolta umani.
Bruno Gambarotta su Tuttolibri inserto del quotidiano La stampa (17
giugno 2006) si chiede: “Ma cosa
sono i proverbi?”
“Sono le ‘istruzioni per l’uso’ di una
vita che si presuppone uguale in tutto
e per tutto a quella di coloro che ci
hanno preceduto nella catena delle
generazioni… Ma il mondo è cambiato, la maggior parte di noi vive in città
e i nostri bambini non sanno nulla
di asini, cavalli e galline… Sono stati
censiti più di seicento proverbi che
hanno animali come protagonisti, ma
A caval donato… c’è ancora qualcuno
che regala cavalli?”, aggiunge.
È probabile che altre forme di espressione idiomatica, influenzate dai mass
media e dagli slogan pubblicitari,
stiano oggi sostituendo i proverbi.
Una prova del declino della produzione paremiologica è data dal fatto
che sono rarissimi i proverbi della
seconda metà del Novecento. Si è
allargato infatti il bestiario nelle pubblicità: dall’ippopotamo Pippo al più
moderno pinguino delle merendine,
dalle formichine animate ai cagnolini
scodinzolanti della carta igienica…
Ma perché sempre gli animali? Perché
hanno una carica metaforica immediata, richiamano rapidamente alla
mente determinate immagini, sono
portatori di un significato ben preciso,
suscitano attenzione, associazione
di idee, intensità emotiva, desiderio
di natura.
“Matteo”, dice il nonno, “siediti accanto a me, ti voglio mostrare questo
libretto… Guarda, leggi quante verità gli animali di queste terre hanno
raccontato ai nostri nonni, ai nostri
padri e poi ancora a noi…. Anada
da vespe anada d’ vin bùn (anno da
vespe anno di vino buono); A l’è mai
istà s’a-i-è gnúne mosche (non è mai
estate se mancano le mosche); A l’é
mej n’aso viv che an dutor mòrt (è
meglio un asino vivo che un dottore
morto); La prima galina c’a canta a l’è
cùla c’a l’à fait l’euv (la gallina che per
prima canta ha fatto l’uovo); Quand
ch’a canta la ran-a, la pieuva a l’é
nen luntan-a (quando canta la rana la
pioggia non è lontana)… Vedi Matteo,
gli animali ben si prestano a cogliere
i segnali delle stagioni, riprodurre gli
effetti del tempo, scandire i momenti
Il lupo non conta le pecore
della giornata…”. Tunin, con fare
lento, sfoglia il libretto fino all’ultima
pagina e poi aggiunge: “Guarda, qui
c’è il proverbio che preferisco… Ant
i camp a s’viv, an te ca a s’meuir (nei
campi si vive, in casa si muore)…”.
È quello che più appresenta la mia
gente e questa terra, la voglia di libertà e il profondo desiderio di vivere
intensamente questi luoghi.
Per approfondimenti
sui proverbi piemontesi:
El Neuv Gribàud Dissionari Piemontèis di Gianfranco Gribaudo (D. Piazza
editore) e Domenico Caresio Grande
raccolta di proverbi piemontesi a cura
di Dario Pasero (Gs Editrice) (7.000
proverbi censiti).
I salami sono l ’eredità del maiale
Studiare i proverbi
La rana è il pollo dei poveri
La paremiologia, o studio dei proverbi, ha una tradizione antica in
ogni parte del mondo e se ne trova riferimento perfino nella Bibbia.
Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei
proverbi, tanto vasta è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l’uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale
come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all’origine di un
proverbio, se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o
viceversa, se è di origine colta o popolare; anche la linea di demarcazione
tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è
così importante come si crede risalire alla sua origine quanto piuttosto
conoscere le motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che
l’uso più o meno frequente.
Info: http://www.intelligentemente.it/proverbi.htm
21
Storie fantastiche
di Emanuela Celona
[email protected]
P
Babonzo
22
“… Se è ingiusto tenere prigioniere le creature vive,
e non solo ingiusto, ma anche impossibile,
tenere prigioniere le creature immaginarie…”
Stefano Benni
rendete due insigni scienziati, il
professor Lupoff, noto zoologo
e botanico, e il professor Altanski, eminente fisico. Considerate il
loro unico e vero “sogno” scientifico
condiviso: dimostrare all’umanità
che esistono numerose specie viventi
ancora tutte da scoprire. Adesso,
seguite la loro storia…
È Altanski, ai primi del ‘900, a tentare un rivoluzionario esperimento:
inventa, infatti, una macchina in
grado di rendere reali le creature
immaginarie per trasportarle nel
nostro mondo fisico. Purtroppo, però,
la macchina, la Transtren, non raggiunge il risultato sperato, e Altanski decide di confinarsi su un’isola
deserta dove, nel 1930, riesce però
a catturare la prima creatura transonirica: uno gnomo boleto alto sette
centimetri, di cui però non restano
tracce. Intanto, il professor Lupoff
è in viaggio alla ricerca dell’Isola
Levedianketu, dove pare esistano
migliaia di creature favolose mai
studiate. Qui incontra un indigeno,
Rosso Perotto, un genio della manualità, e sotto la sua guida è facile
costruire una zattera: è intenzione
dei due risalire il fiume Sgnaapaau,
fino alle cascate Merlot.
Qui finalmente, incontrano due creature immaginarie: il topo cagone
e la banana a pedali. Buon segno
(!) Purtroppo, però, non riescono a
Viponia
Dodo
Tapiro zuavo
trasportarli sulla zattera e, nel tentativo, rischiano quasi un naufragio:
fortunatamente un delfino tassista
li salva e li conduce sull’isola di
Stranalandia, luogo misterioso dove
ha costruito il proprio laboratorio il
professor Altanski! Eccoli, dunque,
riuniti tutti sull’isola, i nostri eroi,
ancora intenzionati a dimostrare
che le specie animali note all’uomo,
non sono che un’infinitesima parte
delle creature esistenti sul nostro
Pianeta!
Mentre Lupoff racconta fantastici
incontri, Altanski disegna e Rossoperotto scolpisce, incominciano,
stranamente, a sentirsi osservati…
Misteriose creature iniziano a spiarli
dal fogliame, dagli angoli del laboratorio, nel buio della notte… Rossoperotto capisce che queste apparizioni
sono tanto più numerose quanto più
raccontano storie e, allora, decide
di costruire una fantatrappola per
catturare le migliaia di specie animali assai bizzarre incontrate… E,
finalmente, evviva!, evviva!, riescono
a catturarli questi animali strani, e
le loro scoperte si susseguono, non
avendo mai fine…
Voilà, un esemplare del Dodo (Raphus
cucullatus), specie di colombaccio
non sgradevole alla vista, scoperto
nelle isole Mauritius nel 1507 che,
tormentato dai dubbi, dopo essersi
trasferito sull’Isola di Madagascar,
Topo
cagone
Pinguino
nero
pareva condannato all’estinzione;
e il pinguino nero (Aptenodytes nigra loca), ramo cadetto dei pinguini
australi, estinto poiché dopo l’accoppiamento, il maschio costruiva
il nido sui dei coni di ghiaccio dalla
punta acuminata, e lì la femmina
deponeva l’uovo… che a causa di
un precario equilibrio, precipitava
rompendosi prematuramente… E che
dire del Babonzo (Babonzus bonzus),
animale dotato di due paia di piedi
orientati nelle opposte direzioni, per
cui cammina solo lateralmente; o del
Camullo (Camullus versibercius) probabilmente diretto discendente dei
draghi delle favole, cacciato avidamente per il suo corno che, cucinato,
Camullo
23
pare abbia poteri afrodisiaci; o del
Birone (Longobiro metereopaticus),
creatura dal collo lunghissimo che
vive perennemente con la testa fra
le nuvole; o del mitico Topo cagone
(Ratus purgatorius) per il quale, il
mistero non è ancora stato chiarito:
non c’è infatti proporzione tra quello
che entra e quello che esce da questo
simpatico animaletto (!)
Certo, sarebbe bello, fare parte dell’allegra “combriccola” dei nostri
scienziati pazzi, ma non sapendo
esattamente collocare le coordinate dell’isola di Stranalandia, ci si
potrebbe accontentare di una vista
al MUCI, il Museo della Creature
Immaginarie, luogo in cui sculture,
disegni, scenografie e parole riescono a riproporre al visitatore tutte le
creature immaginate e incontrate dal
nostro simpatico “trio”, sorprenden-
do il visitatore e conducendolo oltre
i confini del mondo conosciuto.
Il MUCI è un museo dove i tre autori Francesco Tullio Altan, Stefano
Benni e Pietro Perotti (che altri non
sono che l’allegra combriccola dei
noti scienziati) danno libero sfogo
alla loro creatività, stimolando la
capacità inventiva degli spettatori.
L’esposizione, infatti, è un mezzo
museo, nel senso che gli autori hanno
contribuito per metà alla creazione
mentre la parte restante deve essere,
ogni volta, costruita dai bambini, e
da chiunque lo desideri, con disegni,
sculture, invenzioni… per contribuire alla realizzazione di uno spazio
espositivo che cambia a seconda degli
luoghi, delle situazioni, e dell’immaginazione dei suoi visitatori.
Il MUCI è anche un progetto di educazione ambientale, dove lo scopo
delle invenzioni di Altan, Benni e
Perotti è sostenere la realizzazione di un progetto molto concreto
di AMREF: il miglioramento delle
condizioni ambientali e sanitarie di
alcune popolazioni masai del Kenya
(Africa).
Dunque, un modo per portare l’atten-
Birone
24
zione, da questo “fantastico viaggio”,
al problema dell’accesso alle risorse
idriche, e al divario esistente tra Nord
e Sud del Mondo. Così MUCI diventa
uno strumento per scoprire il valore
dell’ambiente e delle risorse naturali, e un percorso di avvicinamento
all’Africa nello spazio realizzato da
AMREF sull’“Africa che immaginiamo”, dove è ricostruita la relazione
che lega Europa e Continente “nero”.
Un museo, dunque, che gioca un importante ruolo educativo (attraverso i
percorsi didattici, infatti, è possibile
avvicinare scuole di ogni ordine e
grado) e che rappresenta anche un
tentativo concreto per conoscere,
amare e rispettare l’Africa.
Cos’è
Nata nel 1957 come una piccola
fondazione con base a Nairobi, in
mezzo secolo di storia AMREF si è
trasformata in un’organizzazione
internazionale, punto di riferimento per la salute e lo sviluppo
in Africa Orientale. L’unicità di
AMREF risiede nel suo essere
un’organizzazione pienamente
“africana” che impiega oltre 700
persone e gestisce 140 progetti di
sviluppo in 22 paesi del Continente africano. Il 97% del personale
impiegato è locale, quasi tutti i progetti fanno capo a esperti, medici,
ingegneri idrici, assistenti sociali
in gran parte provenienti dalle
stesse comunità disagiate che beneficiano dei programmi di sviluppo.
Attraverso la partecipazione attiva
delle comunità locali, l’obiettivo
di AMREF è aiutare lo sviluppo
sanitario e sociale delle popolazioni più povere. Il coinvolgimento
delle comunità, la costituzione
tra la popolazione di comitati che
autonomamente promuovono la
gestione dell’acqua, la prevenzione delle principali malattie,
la formazione socio-sanitaria, la
gestione delle risorse, è la strategia di AMREF che persegue un
obiettivo molto chiaro: la salute
per l’Africa significa sviluppo in
piena autonomia.
DUE BATTUTE CON “L’ALLEGRA COMBRICCOLA”
Cercando di rintracciare i nostri simpatici scienziati, dispersi su chissà quale
isola, siamo riusciti a “intercettarli”.
Ecco come hanno risposto alle nostre
domande.
Quando e come nasce l’idea di Mondo
Babonzo?
Rossoperotto – L’idea nasce tre anni
fa, a Bologna, in occasione della Fiera
dell’editoria per ragazzi. E ha messo insieme Stefano Benni, con i suoi
racconti, Altan, con i suoi disegni, e
il sottoscritto, come “ideatore”. Una
sorta di rassegna di zoologia fantastica
che, ad oggi, si può dire realizzata
a metà. Il potenziale di un museo in
continuo accrescimento, soprattutto
da un punto di vista creativo, infatti, è enorme. E non tutti riescono a
comprenderlo…
Avere la possibilità di ricevere continui input creativi, soprattutto dalle
nuove generazioni, è già un grande
successo, se è vero che siamo in un
periodo particolarmente “scarso” per
l’immaginazione…
Rossoperotto – Questa è un’affermazione vera solo in parte. L’eccessivo
benessere, la troppa tecnologia, cose
come queste spengono la creatività…
Ma per uno come me, che ama definirsi
“artigiano” (e non “artista”, ndr), basta
usare le mani per dare forma alla propria
fantasia…
Altanski - È difficile dare giudizi generali. Alle volte l’immaginazione prende
forme diverse, che non vediamo per
difetto di conoscenza. Sperare è sempre bello.
Come nasce l’idea di associare il progetto
Mondo Babonzo a un progetto di sviluppo
per l’Africa?
Altanski - Ci siamo affiancati ad Amref
con giocoso “spirito di servizio”. Gli argomenti seri sono tanti, da parte nostra
speriamo di attirare un po’ di pargoli,
così imparano a conoscerli.
Lupoff – L’idea è fare incontrare la
fantasia dei bambini italiani con quella
dei bambini masai, o utu, o tutsi. Il
nostro motto potrebbe essere: “Non è
mai troppo tardi per avere un’infanzia
felice”.
Leggiamo nella biografia del professor
Altanski che ama gli animali perché di
loro ci si può fidare. Ma anche di quelli
immaginari??
Altanski - Gli animali immaginari possono essere estrosi, ma in genere sono affidabilissimi. Comunque, se non si
dimostrano all’altezza, possono sempre
essere immaginati in modo diverso…
E lei, Rossoperotto, si fida degli animali
immaginari?
Drinn, drinn… “Sì, pronto??…. Ok! Arrivo subito!”. “Mi scusi, ma mi chiamano
dall’altra parte dell’isola… Una nuova
cattura in corso… Ci sentiamo presto,
ma la prossima volta, venga a trovarmi…
e approfitti di un passaggio del delfino
taxista…!”
Certamente... Ehm… delfino taxista…
Ma quale delfino taxista??!!
Info:: il MUCI, Museo itinerante delle
Creature Immaginarie è stato ospitato a
Milano, Genova e Napoli. Per richiederlo,
Martina Vitale e Giuska Ursini, tel. 06
99704650; [email protected]; giuska.
[email protected];; È in vendita il catalogo
della mostra con i disegni di Altan, gli
scritti di Stefano Benni e le foto del cantiere di Pietro Perotti, intitolato Mondo
Babonzo (Gallucci Editore, € 13,00) da
cui è stato liberamente tratto il testo dell’articolo. Tutti i proventi ricavati dalla
vendita del catalogo vengono devoluti
dagli autori ad AMREF Italia.
25
SCOPRIPARCO
A cura di Toni Farina
[email protected]
Natività nei Sacri Monti
testo di Enrico Massone
[email protected]
foto di Pier Ilario Benedetto
I
taliane e francescane sono le origini
che accomunano presepi e sacri
monti. Il poverello d’Assisi ebbe
l’idea di rappresentare la natività di
Gesù e nella notte di Natale del 1223,
a Greccio, un paesino del Lazio, si
realizzava il primo presepe vivente
della storia. Varallo, prototipo dei sacri
monti, fu edificato sul finire del Quattrocento, dal frate francescano Bernardino Caimi, per far memoria dei luoghi e
degli episodi salienti vissuti da Cristo.
L’intreccio fra l’evento della natività e
la sua rappresentazione scenica, è alla
base di questo singolare invito a visitare
i sacri monti del Piemonte e della Lombardia,
iscritti nella lista
del patrimonio
mondiale dell’Unesco.
Muoversi in modo mirato in un sacro
monte alla ricerca di cappelle, affreschi
e gruppi statuari che narrano la nascita
di Gesù, della Madonna o dei santi:
ecco la novità della proposta. Invece
di percorrere l’itinerario devozionale
seguendo il tracciato tradizionale, ci
concentriamo sulle immagini specifiche
che descrivono il momento della natività. Si tratta di un cammino culturale
e religioso, che induce a riflettere sull’avvenimento e a cogliere particolarità
e differenze, affinità, cenni e richiami;
un percorso fisico, mentale e spirituale,
che pone l’intero sacro monte in una
prospettiva di dialogo e confronto con
gli altri simili complessi.
Il nostro viaggio inizia con la visita
alla “Camera dei tre laghi”, ossia la
riproduzione della stanza dove nel
1538, nacque S. Carlo Borromeo. Situata
nella chiesa barocca di Arona, costruita per coronare il progetto del sacro
monte (non incluso nel sito Unesco),
la “Camera” è formata dalle tre ampie
aperture che si affacciavano sul Lago
Maggiore e da una serie di armadietti
a muro con ante lignee scolpite, in cui
si conservano le reliquie del santo.
Ad Orta invece, si è colpiti dal tono
narrativo, sobrio e toccante, del gruppo
di statue della prima cappella, frutto
della maestria di Cristoforo Prestinari e
Dionigi Bussola, che nel XVII secolo, in
una ben orchestrata trama di analogie e
verosimiglianze, raffigurano la nascita
di S. Francesco in una stalla. Il rimando
alla natività di Cristo è immediato.
I sacri monti di Crea ed Oropa, mostrano invece il contrappunto fra la
nascita di Gesù e della Madonna. La
“Cappella reale” di Crea, dedicata alla
natività di Maria, in bella posizione
Guglielmo Caccia detto il Moncalvo.
Più tarda, la cappella 10 destinata alla natività di Gesù, pur conservando
l’originario impianto rettangolare, porta
tracce di frequenti rimaneggiamenti
come la sostituzione della capanna
con una grotta scavata nella roccia a
fine Ottocento, l’aggiunta di sculture di
De Dei e Brilla e di affreschi dei pittori
Francesco Nicora e Paolo Maggi. Artisticamente più semplici, ma permeati
d’una intensa delicatezza, i sacri episodi ricordati ad Oropa, sono inseriti
in un ambiente montano suggestivo e
sul piazzale del santuario, fu eretta nel
1593 per volontà di Vincenzo Gonzaga,
duca di Mantova e del Monferrato. La
vicenda rappresentata è carica di un
forte impatto emotivo e si sviluppa
nel scenografico spazio architettonico
progettato da Giovanni Baronino, con
statue di Melchiorre d’Enrico, Michele
e Cristoforo Prestinari e affreschi di
affascinante, unico nel suo genere. Il
presepe della cappella 8, uno dei più
antichi del biellese, è popolato dalle
statue di Pietro Auregio, mentre nella
cappella 2 intitolata alla natività di
Maria, alle creazioni secentesche di
Francesco Sala e Carlo Serra, si aggregarono in seguito gli affreschi di
Giovanni Galliari.
Nel Parco informati
È utile consultare il sito internet www.sacrimonti.net e il catalogo della mostra
Natività nei Sacri Monti di Carola e Pier Ilario Benedetto, ed. Atlas - Centro di
documentazione dei Sacri Monti, Calvari e Complessi devozionali europei (tel.
0142 927120), dal quale sono tratte le fotografie che illustrano l’articolo.
Recapiti telefonici e indirizzi dei Sacri Monti di Crea, Domodossola, Ghiffa,
Oropa, Orta, Varallo; in seconda di copertina; Arona: tel. 0322 249669; Ossuccio: tel. 0344 55211; Varese: tel. 0332 281100.
Come arrivare
L’itinerario tematico si completa in più giorni e può diventare l’occasione
per conoscere meglio luoghi e angoli di territorio ancora poco noti. Ciascun
sacro monte è facile da raggiungere con mezzi privati, utilizzando autostrade
e strade statali e seguendo poi le specifiche insegne di avvicinamento.
Vitto e alloggio
I sacri monti si trovano generalmente in prossimità dei centri abitati, con una
buona offerta di alberghi e ristoranti. Richiedere informazioni dettagliate alle
Aziende di promozione turistica delle singole zone.
La sacra scena della cappella 3 (nascita
di Gesù) del Sacro Monte di Ossuccio,
appare raccolta attorno a un nutrito
gruppo di personaggi e animali, contornati da angeli. Le affinità di questo
insieme plastico capace di suscitare una
profonda tenerezza, con le opere del
Sacro Monte di Varese, hanno indotto
i critici ad attribuire le sculture al Prestinari. Nel presepe di Varese composto
nella terza cappella da statue in terracotta di Marino Retti, il Bambin Gesù è
posto su una vera mangiatoia in legno
di castagno. Gli affreschi secenteschi
sono di Carlo Nuvolone, autore anche
del grande dipinto esterno, purtroppo
deterioratosi e sostituito nel 1983, da
un ampio murales di Renato Guttuso,
raffigurante la fuga in Egitto.
Nel Sacro Monte di Domodossola,
lo spazio inizialmente destinato alla
natività e all’adorazione dei Magi, fu
trasformato nella cappella della Visione
della Croce, che appare a Gesù sostenuta da due angeli in cielo, mentre a
Ghiffa, nella cappella di S. Giovanni
Battista, è rappresentato il battesimo
di Gesù, un episodio che sancisce la
proclamazione della missione terrena
del Cristo da parte di Dio Padre e dello
Spirito Santo.
Il battesimo nel Giordano è ricordato anche nella cappella 12 del Sacro
Monte di Varallo, in cui si trova inoltre
l’antico Complesso di Bethlem (inizio
del sec. XVI) articolato in un insieme
di vani che comprendeno, tra l’altro,
le cappelle della natività (6), adorazione dei pastori (7) e arrivo dei Magi
(5). Il luogo è permeato di una grande
forza evocativa per l’impressionante
e fedelissima corrispondenza con gli
spazi originali di Terra Santa in cui si
svolsero i fatti. Nel 1520, Gaudenzio
Ferrari realizzò le statue di Maria e
Giuseppe per l’altare della natività di
Gesù, mentre nella nicchia sottostante,
proprio come nella basilica di Bethlem,
una stella di marmo indica il punto in
cui nacque Cristo.
La proposta
Le cappelle della natività presenti nei
sacri monti sono mirabilmente inserite
in contesti paesistici di elevata qualità
ambientale. Il loro particolare incanto ci
meraviglia in ogni momento dell’anno
e pur mutando con l’avvicendarsi delle
stagioni, restano sempre una fonte fascinosa di attrazione e bellezza. Perciò
non esiste un periodo definito, né un
criterio prestabilito, per visitare questi
gioielli di fede, arte e cultura.
27
Storie
antiche
testo di Caterina Gromis di Trana
28
[email protected]
28
D
icembre: giornate brevi, desiderio di casa e di focolare.
Un bambino del nostro tempo,
uscito per un momento dall’ingorgo
dei suoi impegni (scuola, corsi di
nuoto, ginnastica, inglese e via dicendo...) può ancora avere il privilegio
di entrare nell’atmosfera del Natale
preparando il presepio. Il presepio:
rito prezioso, fuori dal tempo convulso
delle attività quotidiane, fatto di piccoli gesti, luci, profumi, pensieri che
per sempre evocheranno il Natale a
chi li ha compiuti da giovinetto.
Prima il foglio di cielo attaccato al
muro con le stelle e la cometa, poi
montagne di cartapesta e la grotta con
la mangiatoia, ruscelli e cascate fatti
con la carta d’argento, pozzi, laghetti,
capanne, casette lontane, il muschio e,
per ultime, le statuine. Gesù Bambino
va tenuto da parte, nascosto, fino alla
sera di Natale, quando lo si depone
nella mangiatoia protetto dall’alito
caldo dell’asino e del bue. I Re Magi
pure nascosti, con i loro cammelli, fino
all’Epifania. Che grande gioco è sistemare le statuette dei pastori e degli
animali in modo che descrivano con
il loro atteggiamento la trepidazione
per l’arrivo del Bambino promesso
dal cielo.
Fu san Francesco a voler per primo
commemorare la nascita di Cristo, con
il primo presepio a Greccio, la notte di
Natale del 1223. Il poverello di Assisi
fece rivivere in uno scenario naturale
l’evento di Betlemme, coinvolgendo il
popolo nella sua rievocazione mistica.
Quello di san Francesco fu il primo
presepe vivente, di cui resta testimonianza per mano di Giotto nell’affresco
della Basilica Superiore di Assisi.
Il Natale di oggi non sarà del tutto
snaturato dai lustrini e dal delirio di
banchetti e di regali, finché ci saranno
ancora pastori che lo celebrano così.
Uno, vicino, di questi anni, in Val
Susa: Luigi Poncet, dacché è vissuta la
sua asina, Chéri,
ri, a Natale partiva dal
suo paesello sopra Cesana, Champlas
Janvier, diretto, per partecipare a una
cerimonia che si svolgeva a Fenils e
che era da sempre una festa, dove
Poncet faceva il pastore tra i pastori,
e Chéri
ri la protagonista indiscussa,
accanto alla mangiatoia del Bambin
Gesù.
Il primo presepio inanimato fu scolpito da Arnolfo di Cambio nel legno e
risale al 1280. Le statue rimaste sono
conservate a Roma nella cripta della
Cappella Sistina. Da allora le figure
di legno o di terracotta, sistemate davanti a un paesaggio dipinto, sfondo
alla scena della Natività, all’interno
delle chiese, divennero una tradizione
che ebbe per culla la Toscana, ma che
presto si diffuse al Regno di Napoli e
poi al resto d’Italia.
L’iconografia ha un significato simbolico, e tutti i protagonisti del presepio
alludono al mistero dell’Incarnazione.
Anche gli animali.
Il bue e l’asino che san Francesco pose
nella grotta accanto al Bambino, non
sono nominati nei Vangeli canonici,
ma nello Pseudo Matteo, scritto dopo
il VI secolo, dove si legge: “Il terzo
giorno dopo la nascita del Signore,
Maria uscì dalla grotta ed entrò in
una stalla: mise il bambino nella mangiatoia e il bue e l’asino l’adorarono.
Così si adempì ciò che era stato preannunziato dal profeta Isaia, che aveva
detto: “Il bue conosce il proprietario e
In apertura:
Giotto, Il Presepe di Greccio, 1290,
Basilica Superiore di Assisi.
In alto:
Durer, Muso di bue, 1523,
Londra, The British Museum
In basso: animali del presepe napoletano,
Francesco Gallo, Un ricordo dell’ariete di
Siracusa, i polli con il “toupè” (Sec. XVIII),
Fratelli Vassallo, Bartelmy, il cane della
mandria del principe Antonio di Borbone
(Sec. XVIII).
29
In alto:
Gentile da Fabriano,
Adorazione dei Magi,
Firenze, Galleria degli Uffizi.
In basso:
Benozzo Gozzoli,
Corteo dei Magi, 1459,
Firenze, Palazzo Medici Riccardi,
cappella del Magi
30
l’asino la greppia del padrone. Infatti
questi animali, avendolo in mezzo a
loro, lo adoravano senza posa”. Nella
letteratura cristiana l’asino e il bue
sono simbolo dei fedeli che adorano
il Cristo, ma non solo: l’asino sarebbe
l’Antico Testamento e il bue il Nuovo.
Oppure, l’asino rappresenterebbe i
pagani, e il bue il popolo eletto. Per
alcuni il bue sarebbe il buon ladrone
e l’asino il cattivo, per altri il primo
è emblema delle forze benefiche e
il secondo di quelle malefiche, che
Cristo domerà “cavalcandole” nella
domenica delle palme. Diverse interpretazioni, diverse culture: il bue,
contrariamente all’asino, evoca sempre
simboli positivi. Nelle tradizioni precristiane era un animale sacrificale,
vittima benefica. L’asino ha incarnato
emblemi contrastanti, se non opposti,
ma nei Vangeli è difficile attribuirgli
una valenza negativa: è l’animale che
ha accompagnato Cristo per tutta la
vita, dalla fuga in Egitto fino all’entrata
trionfale in Gerusalemme la domenica
delle palme. Entrare in Gerusalemme
cavalcando un asino: per simboleggiare
la vittoria sul male, o forse perché nelle antiche tradizioni orientali l’asino
era simbolo di re e di sapienti?
Un altro animale allegorico è l’agnello,
offerto dai pastori a Gesù Bambino,
prefigurazione del suo futuro sacrificio. Nei Musei civici d’Arte e Storia di
Brescia c’è un quadro cinquecentesco,
L’adorazione dei pastori, opera del
Lotto, dove il Bambino abbraccia un
agnello sotto lo sguardo tra il tenero
e il malinconico della Vergine e dei
pastori che sembrano essere personaggi fuori dal tempo, quasi presagi
del dramma futuro. L’agnello, la creatura più vicina ai pastori, simbolo di
innocenza, offerto in sacrificio dagli
ebrei durante la Pasqua, è l’emblema
di quel Bambino di Betlemme.
Quando entrano in scena i Magi, le
rappresentazioni artistiche gareggiano
nell’introdurre animali particolari e
improbabili: pantere, ghepardi, falconi,
orsi, leoni e, naturalmente, gli immancabili cammelli. I Magi, arrivando
dall’Oriente, evocano le carovane
di mercanti arabi che viaggiavano
servendosi di cammelli e dromedari,
e l’immagine della carovana concilia
l’indefinibile ma immensa distanza
dei loro Paesi di origine con quell’appuntamento dell’Epifania. Il drome-
dario, considerato molto più veloce
del cavallo e dotato di proverbiale
resistenza, era capace di percorrere
in tempi moto brevi un lunghissimo
cammino. Spesso i pittori impegnati
nelle varie Adorazioni dei Magi non
avevano mai visto né cammelli né
dromedari e li descrivevano per sentito dire: la storia dell’arte pullula di
cammelli simili a dinosauri o a draghi,
con musi che ricordano cavalli, cervi,
scimmie…
Non è una stravaganza invece la scelta
di raffigurare il pavone appollaiato
sulla capanna della Natività. È simbolo
di immortalità e di resurrezione, per
la sua carne ritenuta incorruttibile.
In Palestina il pavone era stato introdotto dalle navi del re Salomone che
l’avevano importato dall’India per le
sua straordinaria bellezza. Nelle rappresentazioni artistiche relative alle
Adorazioni dei Magi ha un doppio
significato: da una parte, come i dromedari, richiama le regioni esotiche
da cui provengono i Magi, dall’altra
assume un valore simbolico legato
allo sviluppo grandioso della sua coda
aperta, che in Oriente era simbolo
del sole, mentre la coda a riposo era
simbolo della notte stellata. Il giorno
e la notte, racchiusi in un unico animale, rappresentano il tempo nella
sua totalità.
Il tempo: per imbrigliarlo abbiamo
inventato le date. Il 25 dicembre è
un giorno simbolico che si collega
al solstizio d’inverno e a una festa
romana di epoca imperiale. In verità
nei Vangeli non c’è traccia della data, anzi quello di Luca allude a un
periodo diverso affermando: “C’erano in quella regione alcuni pastori
che vegliavano di notte facendo la
guardia al loro gregge” e la pastorizia
veniva e viene esercitata in Palestina
tra la primavera e l’autunno. Lo testimonia anche una cerimonia arcaica,
poi diventa la Pasqua ebraica, che si
svolgeva la notte del plenilunio successivo all’equinozio di primavera e
aveva, tra molte funzioni, quella di
proteggere pastori e greggi, alla vigilia
della partenza annuale per i pascoli,
da influenze demoniache.
Per noi 25 dicembre significa inverno,
per l’altra metà del Mondo, estate, per
quelli che stanno a metà del Mondo,
sull’equatore, è ancora diverso. In
Kenya, lungo le strade di polvere che
portano i turisti a vedere mirabili
parchi e animali, la gente del posto
intaglia e vende statuine di legno:
rappresentano una zebra, un leone,
un elefante, un rinoceronte che festeggiano il Natale, seduti su piccoli
sgabelli intorno a un tavolo, su cui
sono appoggiati boccali e bicchieri.
Sembrerebbe un disegno animato,
ma la Notte Santa può essere anche
così, e celebrata dagli animali della
savana.
Per saperne di più
Alfredo Cattabiani, Calendario. Le
feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Mondatori 2003
Zaira Zuffetti, Gli animali del presepio, dall’Eden a Betlemme, Ancora
editrice, 2002.
In alto:
Lorenzo Lotto,
Adorazione dei pastori,
Brescia, Musei civici d’Arte e Storia.
In basso a sinistra:
Martin Schongauer,
Adorazione dei pastori,
1472, Berlino, Gemäilgalerie.
In basso a destra:
Bongiovanni Lupi (XV secolo),
Presepio,
Collezione privata,
Parrocchia di Rivolta d’Adda.
31
Storie
torie
musica
musicali
testo di Aldo Molino
[email protected]
pive, zampogne, cornamuse
“ Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne,
ci sono in cielo tutte le stelle ,
ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri
Le ciaramelle sen za dir niente,
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente”
(Giovanni Pascoli, Le ciaramelle)
S
e c’è uno strumento musicale
legato intimamente al Natale,
questo è la cornamusa. E non
c’è presepe che si rispetti senza che,
tra i pastori, veri protagonisti della
sacra rappresentazione, non ci sia
almeno un suonatore dell’areofono a
sacco, zampogna, piva o ciamarella...
che dir si voglia. Strumento tipico e
funzionale al mondo pastorale dove
veniva autoprodotto, era un tempo
presente in buona parte dell’Europa
occidentale prima del suo inarrestabile declino.
Arc. di ???????
32
La piva di Stroppo
La zampogna in Italia fa pensare subito
alle montagne abruzzesi, molisane e
alla Ciociaria, dove si conserva tutt’ora, e da dove provengono molti dei
suonatori che, talvolta, sotto Natale
si incontrano ancora nelle città del
Nord. Nelle Alpi, quasi dappertutto
si è perso anche il ricordo, ma nel
Medioevo, prima dell’avvento del
violino e più tardi della fisarmonica a
semitono, era uno strumento popolare
utilizzato per accompagnare la danza
e anche le feste di corte. Nelle valli
bergamasche il paziente lavoro degli
etnomusicologi ha portato al recupero del “baghet”; nell’Appennino
alessandrino suona talvolta ancora
la “musa”; nella montagna occitana
invece stranamente non c’è più traccia. Stranamente perché nella vicina
Francia, dalla Guascogna all’Alvernia,
non ha mai smesso di accompagnare
“bourreè” o “rondeaux”. O così poteva
sembrare.
Non era un mistero che in Val Maira,
nella bellissima chiesa già parrocchiale
di Stroppo, San Peyre, si trovasse un
importante ciclo di affreschi di autori
ignoti, risalenti ai primi Anni del ‘400
e che nella parete laterale dell’abside
di destra, a far compagnia alla Natività,
fosse rappresentato un pastore con il suo
strumento: una bellissima cornamusa
a collo di cigno riprodotta con dovizia
di particolari, compresi i fori per la
diteggiatura della canna del canto.
Più attente osservazioni hanno rilevato
altri suonatori di “piva” nelle pitture di Notre Dame de Fontane a Briga
Marittima, nel castello di Caraglio,
nella chiesa parrocchiale di Rossana,
a dimostrazione che Stroppo rifletteva
un fenomeno proprio delle valli e del
mondo culturale legato al Marchesato di
Saluzzo, piuttosto che un’estemporanea
trovata dell’ignoto pittore.
All’inizio, con molte perplessità e poi
con maggiore forza, è nata l’idea di riprodurre la “piva di Stroppo” e di farla
tornare a suonare rifunzionalizzandola
nel nuovo contesto musicale occitano.
Naturalmente, mèntore dell’iniziativa,
non poteva essere che Sergio Berardo,
vulcanico ed eclettico strumentista leader del gruppo musicale dei Lou Dalfin.
È stato così contattato Robert Matta
liutaio di Tolosa, musicista occitano che
già aveva il suo attivo la ricostruzione
della “samponha”, l’estinta cornamusa
Suonatori a
Roccagrimalda
(foto A. Molino)
dei Pirenei.
Con il contributo della Comunità montana Valle Maira, il progetto è stato avviato
e dopo la realizzazione di un prototipo,
sono state prodotte altre due “pive d’
Strop”. La presentazione ufficiale è
avvenuta nella primavera del 2007 a
“Prima doc”, festival di musica occitana a Caraglio. Con grande emozione e
sorpresa per il timbro potente e particolare, la piva dopo 5 secoli ha ripreso
a suonare.
La zampogna…
Secondo una leggenda, fu lo stesso Saturno a inventarla e insegnarne l’uso
agli uomini. Si dice anche che Nerone,
l’imperatore romano fosse suonatore di
utriculus strumento antesignano delle
cornamuse. Ma è soltanto con il Medioevo che lo strumento inizia a essere
conosciuto e apprezzato. La zampogna,
propriamente detta, appartiene alla
grande famiglia delle cornamuse, strumenti diffusi in tutt’Europa e nel bacino
del Mediterraneo, caratterizzati dalla
presenza di una sacca di insuflazione
che alimenta le canne melodiche e i
bordoni che possono essere di numero
variabile a seconda dei tipi e dell’uso.
In alcune zone, ad esempio, Irlanda e
Scozia, nel corso dei secoli ha subito
notevoli evoluzioni e migliorie tanto
da trasformarlo in strumento da concerto o adatto per il volume di suono a
usi militari. La zampogna tradizionale
si caratterizza invece per essere uno
strumento poco evoluto proprio delle
classi popolari, dove l’esecutore era
quasi sempre il costruttore dello strumento. La parte sonora è monoblocco,
le canne del canto e i bordoni sono
alloggiate su di uno stesso supporto
che viene fissato a un otre di pecora o
capra. L’estensione musicale è limitata,
l’accordatura (sopratutto per via delle
ance approssimativa) è difficile, tanto
quanto trovare due zampogne che suonino perfettamente all’unisono. Sebbene
esistano anche zampogne soliste come
quella siciliana o quella di Amatrice
(Rieti), normalmente si associa all’oboe
popolare, la ciaramella, a cui è affidata
la parte melodica dei brani. Il repertorio
musicale è piuttosto limitato oltre che
nei saltarelli e nelle tarantelle (danze
tradizionali del Sud) trovava applicazione nell’accompagnamento del canto
e sopratutto in alcuni riti calendariali
legati a festività cristiane.
Gli zampognari erano sopratutto musicisti ambulanti che dai loro villaggi,
percorrendo le antiche vie della transumanza, scendevano nei paesi, ma
anche nella città, nel periodo natalizio
a suonare le novene.
Anche la zampogna si sta però modernizzando. Abbandonando l’arcaico
scenario pastorale (che non esiste più)
trova un suo posto di assoluta dignità
nel mondo della musica. Lo strumento
adattato alle nuove esigenze musicali
ha aperto e proposto nuovi orizzonti
sonori ed espressivi.
Nel Parco d’Abruzzo, Lazio e
Molise
Scapoli in Molise è da trent’anni
“capitale” della zampogna in Italia.
Il progetto Vivere con la zampogna si
ripromette, partendo dalla tradizione,
di rivitalizzare il piccolo paese
ai piedi delle Mainarde, con
un museo dedicato a questo
aerofono, un’esposizione
permanente al circolo
della zampogna, molti
suonatori e anche costruttori. Ma soprattutto, con la festa
della Zampogna,
celebrata ogni anno l’ultima domenica di luglio, occasione di incontri,
dibattiti, concerti e
soprattutto di una
33
straordianaria “jam session” con musicisti di tutta Europa in una sarabanda di
cornamuse scozzesi, surdoline calabresi,
cabrete, bodheghe.
… e in quello dei Nebrodi
Appollaiati ai piedi degli antichi e maestosi boschi di faggio che sovrastano
le montagne del Parco dei regionale
Nebrodi, si trovano i paesi dell’alta Valle
del Fitalia, dove la “ciaramedda” ha
un ruolo significativo per la comunità
locale. Con il suo caratteristico sacco
di pelle di pecora o di capra rivoltato,
e il suono penetrante che suscita nell’ascoltatore emozioni profonde, la
“ciaramedda” è da sempre la fedele
compagna di tanti pastori. In passato,
suonare la “ciaramedda” era un’abitudine diffusa durante il periodo di Natale
ma anche in altre ricorrenze sacre e
profane: i pastori allora suonavano, per
le vie del paese, davanti alla chiesa,
vicino ai fuochi accesi nei quartieri
e nelle case. Da un manoscritto di un
anonimo ottocentesco, si legge: “…. I
loro sollazzi sono i dì festivi, cantano
sulla zampogna col bel tempo nella
piazza della maggiore chiesa e d’inverno nelle case dei galantuomini che
li retribuiscono con delle focacce…”.
A Galati Mamertino, uno tra i più alti
comuni del parco, la tradizione è tutt’ora viva, anche se i gruppi familiari
che si tramandano l’abilità di suonare
la “ciaramedda” si contano sulle dita
di una mano. Sono rimaste quattro, o
cinque nuclei famigliari, che posseggono
una cospicua quantitàà di strumenti che
continuano a suonare. Alcuni di questi,
inoltre, durante il periodo natalizio,
si recano a suonare in altri Paesi e,
in particolare, a Bagheria (PA), dove
la tradizione vuole che si chiamino
i ciaramiddari per accompagnare la
“novena di Natale”. In questo caso
suonare la “ciaramedda” costituisce una
forma di devozione religiosa e allo
stesso tempo una fonte
di reddito, in quanto percepiscono per
questa loro attività un
ragguardevole compenso
economico.
Da “Mistà”, la Piva di Stroppo
La costruzione della Ciaramedda: un’arte da conservare
L’Associazione culturale Qà Làt di Galati, come dice il presidente Salvatore Fabio, è impegnata nel meticoloso lavoro di
ricerca e riproposizione di strumenti, musiche, canti e balli del Medioevo siciliano, mentre tra i giovani si sta riscoprendo
il piacere di suonare la “ciaramedda”. È il caso di un giovane musicista che, appassionato di musica e tradizioni popolare,
oltre a imparare a suonare, si è cimentato nella difficile arte della costruzione di questo strumento. Pinello Drago ce l’ha nel
sangue il suono della “ciaramedda”, essendo figlio e genero di una famiglia di pastori e di contadini. Nel piccolo laboratorio, tra torni e di morsetti, mostra con orgoglio gli stumenti da lui costruite descrivendo in modo minuzioso tutte le fasi,
a cominciare dal taglio del legno che deve avvenire con la luna calante dei mesi di gennaio-febbraio. Il legno va messo a
stagionare secondo un metodo specifico, usando piccoli accorgimenti che costituiscono il segreto di un bravo costruttore.
Il tronco dal diametro di circa 10 cm circa viene ripartito per preparare le canne e la bussola denominata “lottu”. Le canne
si sbucano da capo a capo, e si inizia la tornitura. La “ciaramedda” siciliana o calabrese ha quattro canne di cui due hanno
la stessa lunghezza; queste “ciaramedde” sono dette “a paro”. Quella di destra è la solista, denominata “schigghia”: ha sei
fori nella parte superiore e uno in quella inferiore. Nella canna ci sono inoltre i fori di risonanza. Considerata la tonalità Fa
le cinque note utilizzate sono Mi, Fa, Sol, La, Sib e Do nel foro inferiore. La canna di sinistra è quella di accompagnamento detta “urda”. Ha quattro fori e produce i suoni Do, Re Mi, Fa e Sol nel foro inferiore. La canna più corta è un bordone
alto e si chiama “quarta” non ha nessun foro e produce solo il Do. Questa canna si può allungare o accorciare a seconda
dell’intonazione.
La quarta canna della stessa lunghezza delle prime due, però è più sottile e si chiama “muta” perché non viene utilizzata
quasi da nessun suonatore. Quando suona produce il Do, però con un’ottava più bassa rispetto all’altro bordone. Anche
questa canna è formata da due parti cha all’occorrenza si possono allungare o accorciare.
Le canne nella parte esterna hanno una forma conica che si chiama “campana”, mentre nella parte superiore si innesta una
cannuccia chiamata “zammala” che produce il suono. La “zammala” viene costruita con una canna piccola dal diametro
di circa 5 o 6 mm e lungo 6 cm. Nella parte inferiore viene praticata una incisione per formare una sorta di” linguettà “che
vibrando produce il suono. La “zammala” va posta in tutte le quattro canne che vengono inserite a loro volta in un blocco
di legno “lottu” la cui funzione è quella di assemblare le canne. “U lottu” è un pezzo di legno dalla forma conico-cilindrica. Nella parte inferiore presenta quattro fori nei quali si inseriscono le canne comprensive di “zammala”, nella parte
superiore,svuotato, va applicato l’otre. L’otre è una pelle di pecora o capra intera, opportunamente essiccata e conciata con
la pietra pomice. Una volta pronta, la pelle accuratamente legata internamente forma l’involucro che serve da camera d’aria
per la “ciaramedda” Nella parte superiore corrispondente al collo si lega saldamente la bussola, nella parte corrispondente
alle zampe anteriori si inserisce la canna di chiamata “unchiaturi”.
In Sicilia si è sempre usato e si continua a usare la pelle di animale, diversamente da regioni in cui si usano materiali sintetici. Una volta assemblate le varie parti della “ciaramedda” il costruttore deve compiere l’ultima importante operazione:
l’intonazione. Intonare una “ciaramedda” è cosa difficile e richiede grande perizia. In primo luogo si deve costruire in modo
opportuno l’ancia o “zammala” per ogni canna. Queste vanno tra di loro intonate sia spostando i fili di canapa opportunamente inseriti all’interno del taglio dell’ancia e allungando o riducendo i fori delle canne con la cera d’api. A questo punto
la ciaramedda è pronta per essere suonata. (Lucia Bonaffino)
34
Storie
di manufatti
testo di Enrico Massone
[email protected]
foto di Luca Fassio
L
a natura è una fonte grandiosa d’ispirazione. Inesauribile.
Non solo i classici dell’antichità, ma anche numerosi artisti nostri contemporanei, sono capaci di
stabilirvi contatti intimi e profondi
che si concretizzano in opere davvero
singolari.
Gli animali di legno ad esempio, piccole sculture elaborate nella mente
e uscite dalle mani di appassionati
artisti/artigiani canavesani, che con
coraggio e fantasia, percepiscono e
traducono gli stimoli ricevuti dall’ambiente in forme originali, rare e spesso
uniche. Interpretando le forme più
strane prodotte dall’estro della natura
sanno creare autentiche meraviglie, e le
loro opere parlano in modo altrettanto
esclusivo un linguaggio che amplifica
le possibili letture e stimola nuove
sensazioni.
Certo la scultura è la sostanza, ma è
importante anche il contorno. Anzi
è proprio il contesto ambientale nel
quale vengono inseriti, ad esaltare la
capacità di dialogo fra l’oggetto e lo
spettatore. Non si tratta di ammirare
solo l’armonia formale evocata dagli
animali colti nella loro spontaneità,
ma di percepirne il senso, captarne
i rimandi a mondi diversi, a volte
sconosciuti, a lungo immaginati o
appartenenti a un passato di cui abbiamo solo sentito parlare. E così, poco
a poco, come per incanto, si viene
a creare quel momento impalpabile, indefinibile e quasi magico che
ci rapisce e ci emoziona. Il piccolo
animale di legno fermo, fisso, statuario, disposto all’aperto in uno spazio
ideale, diventa più morbido, vivo e
palpitante, comunica la sua essenza,
trasmette sensazioni e talvolta riesce
a imprimersi ai nostri sguardi col fascino di un’esperienza indelebile.
Quasi mai è una copia dal vero, ma
colto nella quotidianità, l’animale a
volte viene stravolto e caricaturato, per
sorprenderci con un guizzo impensato
o per accendere nel nostro intimo una
scintilla capace di sussurrare interpretazioni mai tentate prima.
Tutto incomincia col legno. Un semplice ramo diventa un animale dalle
lunghe corna, un corpo bitorzoluto
oppure un essere fantastico. È un’arte
particolare questa, che richiede acuta
osservazione e notevole intuizione dei
significati nascosti in semplici pezzi
contorti, a prima vista insulsi e spesso
scartati. Nel contempo è indispensabile
un’eccellente manualità per rendere
concreta un’idea appena imbastita e
35
comunicarla con espansività. Michelangelo credeva che la statua fosse già
formata all’interno del marmo che si
preparava a scolpire e che l’artista
avesse solo il compito di togliere il
superfluo per portarla alla luce. Un
modo di pensare che ben si addice agli
autori dei lavori qui magistralmente
fotografati, che hanno alle spalle storie
diverse, ma sono accomunati dalla
medesima passione forte e tenace per
il legno e possiedono l’innata capacità
di decifrare gli aspetti artistici con i
quali la natura si esprime.
Lorenzo Giorgio, Lorenzin per gli
amici, nativo di Traversella, da più
di vent’anni coltiva questo dono che
gli è nato e cresciuto dentro pian piano, mentre armonizzava i suoi passi
coi ritmi della natura, andando in
campagna o a pescare. “A volte mi
capitava di portare a casa non trote,
ma pezzi di legno. I miei animali non
sono vere sculture perché aggiungo
il meno possibile a quanto fa già la
natura. Certo la fantasia mi aiuta a
vedere quello che gli altri a prima vista
non vedono, però non mi piace intervenire per aggiustare quei capolavori
spontanei. Mi limito a far scoprire alla
gente i mille saperi della natura e il
suo straordinario modo di lavorare”.
36
Le diverse mostre in cui ha esposto
le sue creazioni, testimoniano come
dietro tanta modestia ci sia un grande
talento. Il legno lo conosce bene fin da
ragazzo Valentino Truffa, diplomato
alla scuola d’arte di Castellamonte,
falegname in pensione e maestro intagliatore: “È importante imparare a
distinguere le caratteristiche dei legni
ed è importante avere un contatto
diretto con l’ambiente naturale che ci
circonda. Poi c’è il senso artistico, che
è il dono di mescolare queste cose con
l’inventiva e il desiderio di scoprire
sempre il nuovo. Mi è sempre piaciuto
andare in giro per cercare, ho incominciato tanti anni fa con l’archeologia e
mi sono trovato nel mondo delle radici
e degli alberi…”.
Sensibilità artistica e amore per l’ambiente è un mixer indispensabile, il
segreto racchiuso in tutte le collezioni.
Ecco apparire un feroce coccodrillo
in agguato, pronto ad assalire chissà
quale preda. Poco lontano, galline e
cigni, per nulla disturbati dalla presenza di animali esotici estranei al
loro habitat, stanno orgogliosamente
accovacciati tra l’erba, mentre una
tranquilla tartaruga sonnecchia beata
al tiepido sole e un piccolo riccio su
esili zampette cerca una via di fuga
nel campo di margherite.
È un vulcano d’idee Severino Faltracco e nello stesso tempo è un tipo
schivo e taciturno. In Valchiusella,
dove abita, tutti conoscono il suo
amore per la quiete e la solitudine
e soprattutto sanno che si affida solo
ai suoi ragionamenti. Inventore oltre
che artista, non ama copiare dagli
altri (nel suo laboratorio funziona un
tornio artigianale azionato dal motore
di una lavatrice) e propone i frutti
delle sue creazioni nei vari mercatini
artigianali. Il suo zoo è dominato da un
impressionante tricheco, che mostra
le sue poderose zanne con lo sguardo
fisso altrove. Gli strani occhi rossi del
pinnipede sono forse il ricordo di
un’aurora boreale o di un giocattolo
dimenticato in soffitta?
A bene guardare, si ha quasi l’impressione di essere osservati e seguiti da
tanti occhi di legno. D’improvviso
un pensiero fulmineo attraversa la
mente: il corpo di questi animali un
po’ strani, inermi pezzi di legno, è
forse animato da qualche spiritello?
Domanda destinata a rimanere senza
risposta, o meglio risposta difficile
da trovare, contornata di mistero e
nascosta in quello spazio indefinito
che avvolge uomo, arte e natura.
di feste
Foto M. Maffei
Storie
torie
“… Vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col cappello alla romana
viva viva la Befana!”
(Filastrocca popolare)
testo di Loredana Matonti
[email protected]
foto di Aldo Molino
disegni di Chiara Spadetti
I
l lungo periodo di festività che,
anticamente, si legava ai giorni
più corti dell’anno e al solstizio
d’inverno, è chiuso dall’Epifania che,
popolarmente, “tutte le feste le porta
via”. Una tradizione tutta italiana,
quella della Befana, che resiste al
Babbo natale d’importazione americana e ne conserva intatta tutta la
magia.
D’altronde, chi non ha, nella nostalgica memoria d’infanzia, il ricordo
della trepidazione con cui, alla vigilia
del 5 gennaio, si appendeva una calza
di lana, con la speranza di ricevere il
mattino seguente,dolci e regali, anziché il temuto carbone dalla mitica
nonnina??
Ricercare le origini della “storia” della
Befana è quasi come scavare in quelle
della nostra esistenza. Scende nelle
case attraverso le cappe dei
camini che simbolicamente rappresentano un punto di
comunicazione tra la terra e il
cielo, e distribuisce due tipi di doni:
quelli buoni che sono il presagio di
positive novità della stagione che
verrà, e il carbone che, invece, è il
residuo del passato. Nell’immaginario collettivo segna il confine fra
fantasia e adolescenza, il passaggio
dall’illusione alla realtà, dal tempo
in cui ci si abbandona fiduciosi dalle
parole della madre, al disincanto
della verità.
Nella religione cristiana la festività
del 6 gennaio fu istituita inizialmente
per celebrare la nascita di Gesù, che
invece verso la metà del IV secolo
d.C fu anticipata al 25 dicembre, e il
6 gennaio divenne il giorno dell’Epifania, il giorno in cui Gesù Bambino
si manifestava ai tre re Magi. Nella
più antica tradizione cristiana tale
data corrispondeva anche ad altre
due occasioni importanti: ovvero il
giorno in cui San Giovanni Battista
battezzò Gesù e anche il giorno in
cui a Canaa egli si manifestò con il
primo miracolo (la trasformazione
37
dell’acqua in vino). “Epiphaneia”,
infatti, in greco significa “manifestazione della divinità”.
La Befana e il solstizio
La Befana, personificazione della
festività, ha origini pagane, legate al
solstizio d’inverno, che si intrecciano
e si sovrappongono a quelle cristiane.
Per gli antichi il tempo del solstizio
d’inverno era ritenuto sacro e deputato
a festeggiare la rinascita del sole: da
quel giorno, il 22 dicembre, le giornate
cominciano impercettibilmente ad
allungarsi e il sole riprende vigore,
nonostante la stagione diventi più
fredda. Dicembre è per la natura il
mese di “preparazione” alla “nuova
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vita”, ossia l’epoca in cui la luce (il
bambino) ritorna nel mondo. La data
del solstizio d’inverno segnava anche
la nascita di Mitra, divinità della religione persiana, così come di Horus,
divinità egizia del Sole nascente, figlio
di Iside ed Osiride. Sempre in Egitto,
molto prima della venuta di Gesù,
il 6 gennaio si celebrava la nascita
del dio Eone dalla vergine Kore con
una processione rituale sulle sponde
del Nilo.
Nella Grecia antica la dea Hera, legata
a Diana, percorreva il cielo portando
doni e abbondanza durante le dodici
notti solstiziali. Ella soprintendeva
al noto “Corteo di Diana”, in cui le
Il rogo della Vecchia
donne pagane compivano i loro sortilegi, ma dopo l’avvento del Cristianesimo furono dipinte come malvagie
e dissolute, snaturando così la loro
vera origine legata ai culti di fertilità
e abbondanza. Questa decadenza
spiega anche, con tutta probabilità,
l’aspetto attuale delle Befane: donne
brutte e sdentate, dai capelli arruffati
e coperte di miseri stracci, proprio
come le streghe che ben conosciamo.
Anche la dea celtica Epona, che aveva
il compito di favorire l’abbondanza,
raffigurata su un cavallo con una serie di oggetti simbolici, può essere
paragonata alla nostra Befana.
La Befana nella tradizione
popolare
Dal punto di vista antropologico
l’Epifania, è considerata una festa
di rinnovamento che preannuncia
l’inizio della nuova stagione. Non
solo in Italia troviamo questa festa, ma
anche in altre parti del mondo: dalla
Persia alla Normandia, dalla Russia
all’Africa del Nord. Molti rintracciano
il mito della Dea genitrice primordiale, signora della vita e della morte,
della rigenerazione della Natura. Per
altri, riassume l’immagine della Dea
antenata custode del focolare, luogo
sacro della casa. La figura della Befana, intensa come noi la conosciamo,
ossia la simpatica vecchietta carica di
doni a cavallo di una scopa, è invece
esclusivamente italiana. Fenomeno
di costume entrato nelle credenze
popolari, ha assunto nei secoli sfaccettature sempre diverse, avvolgendo
la figura in un alone di mistero, ma
come ha fatto la simpatica vecchietta
con la scopa a “intrufolarsi” nella
festività del 6 gennaio?
Secondo la leggenda cristiana, la Befana è la vecchia con la scopa a cui
i tre re Magi si rivolsero per avere
indicazioni sulla strada per raggiungere Betlemme, invitandola a seguirli,
ma lei si rifiutò ed essi partirono da
soli. Poco dopo però, compreso che il
Bambino era il Redentore che tutto il
mondo aspettava, la vecchietta pentita
cercò di raggiungerli, ma non ci riuscì.
Il suo rimpianto fu tanto grande che
da quel giorno, speranzosa di ritrovare
Gesù, passa in tutte le case il 6 gennaio a portare regali ai bambini. Molto
popolare in tutta la penisola, non si
sa in quale città o regione italiana sia
nata, ma di essa si è incominciato a
parlare nel milleduecento. Il termine
deriva probabilmente da una parola
di origine toscana, storpiatura del-
la vecchia strega della Beffania che
volava in cielo a bordo della scopa
magica in quella notte. La festa si
celebrava a Roma già fin dal II secolo,
dove si festeggiava l’inizio dell’anno
con delle feste in onore del dio Giano
(da cui il nome di gennaio) e della
dea Strenia (da cui deriva invece la
parola “strenna” nel senso di regalo
natalizio). Queste feste erano chiamate le Sigillaria e ci si scambiavano
auguri e doni in forma di statuette
d’argilla, dette “sigilla”. Le Sigillaria
erano attese soprattutto dai bambini
che ricevevano in dono i loro sigilla
(di solito di pasta dolce) in forma di
bamboline e animaletti.
Se oggi la Befana è una sola, in passato
non era cosi. Nel Cinquecento erano
numerose le figure stregonesche che
spaventano i bambini. Nel Seicento,
poi, le Befane si riducono a due, una
buona e una cattiva.
Solo più tardi si comincia a parlare della “Befana” come di un unico
personaggio che conserva comunque
una forte dualità (vecchia bisbetica
che porta i regali ma anche il carbone) e la figura è presente in qualche
variante anche all’estero (Frau Holle
e Frau Berchta in Germania).
Ciò non basta probabilmente a spiegare tutte le tradizioni che possono
convergere nella nostra Befana: c’è
infatti anche chi parla di un rapporto
con santa Lucia, santa della luce,
dell’illuminazione e quindi della
“manifestazione”, venerata in particolare in nord Europa.
Riti dell’Epifania
Anticamente la notte dell’Epifania era
anche l’occasione per praticare arcaici
riti apotropaici, le “befanate”, in cui la
tradizione cristiana si ammantava di
paganesimo in un sincretismo davvero
originale. In molte regioni italiane
infatti, in questo periodo, si eseguivano riti purificatori simili a quelli
del Carnevale, in cui si scacciava il
maligno dai campi grazie a pentoloni
che fanno gran chiasso o si accendevano imponenti fuochi. Anticamente
la dodicesima notte dopo il Natale,
ossia dopo il solstizio invernale, si
celebrava la morte e la rinascita della
natura. La notte del 6 gennaio Madre
Natura, stanca per aver donato tutte le
sue energie durante l’anno, appariva
sotto forma di una vecchia e benevola
strega, che volava per i cieli con una
scopa. Oramai secca, Madre Natura
era pronta ad essere bruciata come un
ramo, per far sì che potesse rinascere
dalle ceneri come giovinetta Natura.
Ancora ai giorni nostri è’ diffusa l’usanza di “ardere la vecia”: un enorme
pupazzo di forma umana,, composto
da legna, stracci e fascine, che viene
posto su di una pila di legna e dato alle
fiamme; esorcismo contro le privazioni
passate, capro espiatorio per esorcizza-
re tutto il male, si pone come confine
tra il passato (la cenere) e il futuro (i
doni) per propiziarsi l’abbondanza e la
fertilità dei campi. La Befana è infatti
imparentata con i riti dei popoli celtici,
in cui i druidi bruciavano i fantocci
per omaggiare gli dei. Un’altra befanata
consisteva nella questua fatta di casa
in casa dai giovanotti della comunità
cantando e recitando. In Toscana si
canta la “befanata”, canto sacro, ma
più frequentemente profano, che un
giovane travestito da vecchia e accompagnato da suonatori ripete di casa in
casa la sera dell’Epifania.
In alcune località del Veneto e del
Friuli si lanciano delle ruote di legno
incendiate lungo i pendii dei monti;
il rito viene detto “rito della stella”,
perché anticamente le ruote rappresentavano la corsa del sole nel cielo.
In Romagna l’Epifania era una festa
pagana in cui gli antenati, rappresentati dai Befanotti, andavano di casa in
casa a cantare la Pasquella, portando
un augurio di abbondanza ai vivi.
Molto meno storico o simbolico un
altro aspetto che riguarda la Befana:
le filastrocche che si tramandano nel
tempo e che ogni bambino conosce a
memoria.
Per questo la Befana è anche nostalgia, nostalgia dei bimbi che fummo,
rimpianto del calore di una tradizione
che ci ricorda il focolare e le nostre
radici.
Per saperne di più:
www.centrostudilaruna.it/dariospadabefana.html
www.carabefana.it/pages/storia_befana.html
www.specchiomagico.net/befana.
htm
La Vecchia di Champlas
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UN ALBERO AL MESE
a cura di Milena Ortalda ([email protected])
... vieni con me nel mio castello rosso.
Lì crescono alberi blu
con mele d’oro,
là sogniamo sogni d’argento,
che nessun altro può sognare.
Là dormono rari piaceri,
che nessuno finora ha assaggiato ...
Hermann Hesse, Vieni con me
testo di Milena Ortalda
disegni di Cristina Girard
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Onorato membro della sconfinata famiglia
delle Rosacee, insieme a buona parte degli
alberi da frutto, il genere Malus si differenzia in numerose specie, varietà e ibridi ottenuti per esaltare di volta in volta le qualità del frutto o le virtù decorative della fioritura. Proveniente dall’Asia centrale ove,
tra il Tigri e l’Eufrate, si riteneva fosse collocato il mitico giardino dell’Eden, il melo
faceva parte dell’alimentazione umana sin
dall’epoca neolitica ed è citato da autori
greci e latini tra i quali Plinio, che ricorda
come già gli Etruschi fossero abilissimi nel
crearne innesti. Coltivato in zone aperte e
soleggiate ma fresche, fino ai 1200 metri
di altezza, è intensamente presente in Cina, Stati Uniti, Europa e Paesi dell’Est: in
Italia trova un habitat del tutto idoneo in
Alto Adige, tra i maggiori produttori europei, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e
Lombardia. Negli ultimi anni si ricercano
varietà antiche precedentemente abbandonate, dal gusto particolare ma soprattutto utili per migliorare la resistenza delle piante alle numerose malattie e parassiti che attaccano le produzioni con danni
economici anche notevoli.
Leggende
Frutto di edenica memoria, non solo nella
tradizione cristiana è associato ad un paradiso terrestre di eterna primavera: nella
mitologia britannica, l’isola di Avalon è il
“paradiso dei meli in fiore” (da aval, mela
in antico bretone, abal in gaelico, entrambi connessi alla radice indoeuropea abel da
cui il tedesco apfel e l’inglese apple) ove riposano i re e gli eroi defunti, ma anche il
giardino delle Esperidi è un frutteto di pomi d’oro che cancellano la sete e la fame,
il dolore e la malattia. Per gli antichi, e in
particolare per i Celti, la mela era il frutto dell’immortalità, simbolo di una conoscenza “divina” che conduce a svolte drammatiche ma importanti e inevitabili. C’è da
dire che il termine greco melon, così come
il latino pomum, indicava la maggior parte dei frutti purché di forma tondeggiante:
la mela, dal latino malum (il frutto) o malus (la pianta), resistente e adattabile ai più
diversi climi, è poi divenuta il “pomo” per
eccellenza. Nel calendario romano alle calende di novembre si festeggiava Pomona,
celebrazione dei frutteti e delle mele sacre,
simbolo di immortalità e tesoro dell’inver-
no. Apportatrice di forza vitale e fecondità, strumento non solo di liti e discordie,
come la celeberrima mela di Paride causa della guerra di Troia, ma anche di divinazione amorosa, potrebbe costituire un
ottimo ingrediente per un filtro d’amore;
la mela cotogna in particolare (Cydonia
oblonga, altro genere ma stessa famiglia)
è considerata frutto di buon auspicio se
consumata dai due sposi insieme il giorno del matrimonio.
Usi
La mela è indubbiamente il frutto più conosciuto e più diffuso al mondo, la cui maturazione avviene non solo in estate, ma
anche in autunno e in inverno, a seconda
delle varietà: questo aspetto, unito alla facilità di conservazione dovuta alla particolare consistenza della buccia, ne fanno
da sempre un cibo pregiatissimo e salvifico. Le varietà più rinomate sono le Gala, le Red Delicious, le Golden Delicious,
Fuji, Granny Smith, Imperatore, Annurca,
Renetta e così via. Accanto all’imponente
consumo fresco e all’essiccazione - pratica antichissima per garantire una preziosa fonte di nutrimento invernale - se ne
producono su larghissima scala marmellate, succhi, gelatine e ogni tipo di dolci.
Il sidro, rinomata bevanda a bassa gradazione alcolica tipica in Francia, Spagna e
Germania, è in pratica il succo fermentato dei piccoli frutti di varietà derivate dal
melo selvatico.
Il legno a grana fine, duro e robusto, è detto, insieme al più pregiato pero (un’altra
Rosacea), “legno di rosa” ed è utilizzato
per raffinati lavori di ebanisteria e intaglio.
Non si contano infine le varietà di meli da
fiore, provenienti soprattutto dal Giappone e assai apprezzate nei giardini per l’eleganza della delicata fioritura.
Farmacopea
Rinfrescante e antinfiammatorio, ricchissimo di fruttosio e vitamine, calcio, ferro,
magnesio e potassio, la mela è un alimento eccellente e curativo: la polpa - cruda,
grattugiata o cotta - è calmante e regolarizzante dell’intestino, digestiva e antiacida, nutriente e antianemica. È inoltre
antisettica e favorisce l’eliminazione dell’acido urico contrastando la gotta. Antiurico è considerato anche l’infuso di fiori,
mentre la polvere di corteccia era un tempo prescritta come febbrifugo. La pectina,
una fibra contenuta nella polpa e soprattutto nella buccia, contribuisce efficacemente ad incrementare il senso di sazietà: la mela è quindi un ottimo coadiuvante nei regimi dietetici. Inoltre, la pectina è
in grado di regolare l’afflusso di glucosio
nel sangue mantenendo costante il livello
della glicemia, i cui pericolosi picchi sono
l’incubo dei diabetici, e regolarizza il transito intestinale.
Aspetto
Questa pianta umile e poco imponente
porta una chioma densa e irregolare, con
rami spesso contorti e intricati e corteccia
bruno-grigiastra che si fende in placche e
scaglie. Le foglie smeraldine sono picciolate e piuttosto coriacee, a lamina larga, ovata e minutamente dentellata. I fiori sono
raggruppati in corimbi o ombrelli da un
minimo di 3-4 a più di una decina, e presentano sfumature di colore delicatissime
che vanno dal bianco-rosato al rosa intenso. Ermafroditi ma autosterili, necessitano
della presenza di cultivar interfertili nello
stesso frutteto per evolvere nei falsi frutti
carnosi che ben conosciamo, prodotti dall’ingrossamento del ricettacolo del fiore: il
vero frutto è infatti il torsolo, evoluzione
dell’ovario che contiene i semi. Il colore
della buccia (dal verde al giallo al rosso in
tutte le sfumature), la consistenza e il gusto della polpa variano da una cultivar all’altro, e ve ne sono migliaia. La buccia di
alcune varietà diviene lucida se sfregata in
quanto è ricoperta di pruina, una sostanza simile alla cera che protegge il pomo
dall’umidità; le minuscole lenticelle marroni che la picchiettano in altri casi sono
invece forellini che consentono gli scambi
gassosi dall’interno del pomo all’esterno e
viceversa. Nel melo selvatico, assai diffuso
nei boschi a diverse latitudini e altitudini,
utilizzato come portainnesto e originante
delle varietà da sidro, i rami sono talvolta
spinosi mentre i frutti giallognoli, piccoli e decorativi ma di sapore aspro e allappante, sono comunque adatti per realizzare ottime conserve.
* Malus domestica - Melo comune, Malus
sylvestris - Melo selvatico Melastro, Malus
floribunda - Melo da fiore
Oroscopo celtico
Attraente e intuitivo senza ostentazione né sete di dominio, assai generoso e poco attratto da elucubrazioni e strategie, il Melo
(25 giugno/4 luglio - 23 dicembre/1 gennaio) è sempre alla ricerca di verità e conoscenza, in omaggio alle quali applica senza riserve le sue migliori doti intellettive. Altrettanto portato verso i piaceri dell’esistenza, che persegue esaltando i godimenti puri, primi fra tutti quelli dell’amore, della sensualità e della tavola, infonde nel prossimo un senso
di sicurezza di cui sa anche avvantaggiarsi. Esposto al rischio della superficialità,
in quanto incapace di scavare veramente a fondo nella propria anima se non attraverso i severi giudizi degli altri, può andare soggetto a stati di profonda malinconia, superati grazie a un delicato edonismo e attaccamento alla vita che sono
anche fondamento del suo fascino. Il tipo Melo esercita infatti una straordinaria
capacità di attrazione, fondata su elementi immateriali e sensazioni impalpabili assai più che su aspetti fisici o concreti, destinata quindi a non perdere vigore
con l’età. Assai disposto agli innamoramenti, è però capace di fedeltà se trova nel
partner un adeguato nutrimento sentimentale. Spesso distratto, di indole filosofica ma portato all’ottimismo, può raggiungere senza grande fatica successo, fama e onori, ma generalmente preferisce vivere la vita giorno per giorno, ricercando fonti di soddisfazione in chi gli sta vicino, che sa porre e far sentire “al centro”
del suo mondo: un vero toccasana per soggetti più introversi e tormentati, quali
ad esempio il Pioppo e il Salice.
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UN ALBERO AL MESE
a cura di Milena Ortalda ([email protected])
… Un gran noce di grandezza immensa
germogliava d’estate e pur d’inverno
sotto di questa si tenea gran mensa
da streghe, stregoni e diavoli d’inferno …
Storia della famosa noce di Benevento
(poemetto popolare ottocentesco)
testo di Milena Ortalda
disegni di Cristina Girard
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Originario forse della Persia ma coltivato
in tutto il mondo per il gustoso frutto e
per il legno pregiato, il noce comune appartiene alla famiglia delle Juglandacee, la
cui etimologia pare derivi da Jovis e glans,
“ghianda di Giove”, in quanto la noce era
ritenuta alimento divino. Diffuso ovunque nell’impero romano sin dai tempi più
antichi, negli scavi archeologici di Pompei
ed Ercolano furono trovate numerose noci carbonizzate, accanto a fichi e melagra-
ne: maggiori produttori di noci al mondo
sono oggi la California, la Cina, la Turchia
ma è significativamente presente anche in
India e Argentina. Ormai naturalizzato, il
noce è tuttavia vulnerabile tanto agli eccessivi freddi quanto alla siccità; si trova
in Italia fino ai mille metri, nei boschi ma
soprattutto in collocazioni isolate e riparate dai venti presso i nuclei abitati, ove
vegeta al meglio. Il noce nero americano,
più robusto e assai longevo, è apprezzato
per il legno ed è utilizzato nei parchi e per
alberature. Della stessa famiglia è la Carya illinoinensis o noce pecan, originaria
dell’America settentrionale e coltivata per
i frutti; la noce moscata, o Myristica fragrans, molto usata in cucina e in erboristeria, appartiene invece ad un’altra famiglia ed è considerata una spezia.
Leggende
Il noce, simbolo della relazione con le oscu-
re viscere della madre terra, riunisce nel
periodo ad esso corrispondente due delle
più importanti festività legate al ciclo naturale. La notte di Samhain (31 ottobre/1
novembre), cristianizzata in Ognissanti,
Halloween per il mondo anglosassone, celebrava il congedo dalla stagione produttiva con l’accensione dei falò rituali ove si
bruciavano le ultime spighe per propiziare
il raccolto dell’anno successivo. Nella mitologia greco-romana, Persefone - cui il
noce era sacro - in questo periodo abbandonava la madre Demetra (Cerere), dea
delle messi, per recarsi a trascorrere i mesi invernali con il consorte Ade (Plutone),
re dell’oltretomba. Annullandosi le barriere tra i due mondi, dei vivi e dei defunti,
solo il fuoco poteva esorcizzare il terrore
dell’inverno incombente, spesso portatore
per gli antichi popoli di carestia e morte.
Beltane, festa di origine gaelica celebrativa
della rinascita primaverile corrispondente
al risveglio di Persefone, o Proserpina, era
invece celebrata nella magica vigilia detta
altrove di Valpurga o del Calendimaggio
(30 aprile/1 maggio): pure questo era un
rito di passaggio, non dalla vita alla morte ma dall’età adolescenziale all’età adulta,
propiziatorio per la fertilità non solo della
terra portatrice di messi, ma anche degli
animali e degli uomini, che in questa notte attraversavano insieme i grandi fuochi
accesi dai druidi sulle colline.
Usi
Antiossidante e antidegenerativa, nutrimento per il cervello e carburante per i muscoli,
la noce è un frutto magico da consumare,
come tale, con moderazione e consapevolezza delle sue molte virtù, assai celebrate anche in relazione al noto liquore digestivo che se ne produce: il nocino. Frutto
di una tradizione antichissima - pare che
i Picti, tribù guerriere scozzesi, celebrassero la notte di mezza estate bevendo da
uno stesso calice un liquore di noci - si ricava dalla macerazione alcolica di un numero ben preciso di malli, raccolti da mani
femminili nella notte di San Giovanni (24
giugno) e tagliati con uno strumento non
metallico per evitarne l’ossidazione. Dai
gherigli di noce si ottiene un apprezzato
olio commestibile; combinandoli, intieri o
tritati, con panna e altri ingredienti se ne
preparano salse e condimenti per pasta e
carni, e sono perfetti in abbinamento con
miele e confetture nella degustazione dei
formaggi e dei vini pregiati, di cui esaltano il sapore; sono assai usati anche in pasticceria. Il legno bruno scuro, compatto e
resistente, è rinomato in ebanisteria: ancora oggi mobilia e pavimenti di pregio sono
spesso realizzati in noce.
Farmacopea
Protettivo del pancreas e curativo di alcuni sintomi connessi all’insufficienza pancreatica (ad esempio il fastidioso meteorismo), l’estratto di gemme di noce trova
applicazione anche esternamente per le
proprietà antinfettive, detergenti, cicatrizzanti e astringenti in molti casi di malattie
della pelle, come acne, eczemi e impetigine
(macchie chiare dovute a carenza localizzata di melanina). Le parti da sempre più
utilizzate della pianta sono in ogni caso le
foglie e il mallo, dalle rinomate proprietà
digestive, ma anche depurative e ipoglicemizzanti, nonché ipotensive. Il decotto di
foglie può essere utile contro infiammazioni e infezioni della bocca e della gola, per
lavaggi decongestionanti dell’apparato genitale o sciacqui in caso di congiuntivite e
occhi arrossati. Il mallo in particolare, contenente tannini, ha proprietà antisettiche,
cheratinizzanti e coloranti: è usato in co-
smetica per produrre tinture scure per capelli e prodotti abbronzanti, ma anche per
trattamenti antiforfora. L’olio di noce è un
eccellente emolliente della pelle, altamente
nutriente e facilmente assorbibile.
Aspetto
L’albero completamente spoglio nella sua
veste invernale mostra la bella corteccia grigio-argentea e liscia, rossastra nei getti più
giovani e fessurata solo con l’età. All’ascella e all’apice dei radi rami nudi spuntano
in primavera grosse gemme pelose, da cui
si apriranno larghe foglie composte da un
numero dispari (da 5 a 9, molto più numerose nel noce americano) di foglioline
lanceolate. All’estremità dei nuovi getti si
trovano le infiorescenze femminili; quelle maschili (grossi amenti penduli) si trovano invece sui rami dell’anno precedente. Dopo l’impollinazione, avvenuta grazie
al vento (anemofila), si formano le grandi
drupe costituite dal mallo verde e carnoso,
nero a maturità, contenente un endocarpo
legnoso che a sua volta racchiude il seme
edule. Il gheriglio è costituito da due cotiledoni parzialmente divisi da falsi setti lignei, in cui si è voluto vedere una certa somiglianza con il cervello umano. Il tronco
eretto e colonnare, che porta questa pianta
maestosa a raggiungere i 30 metri di altezza, sorregge una vasta chioma verde brillante caratterizzata da un odore particolare. Le radici a fittone (verticali verso il basso) liberano molte sostanze tra cui lo juglone, che ostacola la presenza di altre essenze rendendo repellente il terreno: forse
da questo, e non a causa di streghe appollaiate sull’albero, ha origine la tradizione
che vorrebbe nocivo per uomini e animali sostare all’ombra di un noce.
Juglans regia - Noce comune, Juglans nigra
- Noce nero americano, Juglans californica
- Noce californiano
Per completezza, dal momento che la
versione dell’Oroscopo celtico degli Alberi qui adottata prevede 21 Alberi, abbiniamo eccezionalmente due schede in
modo da pubblicarle tutte entro la fine
della Rubrica. “Un Albero al mese”, infatti, termina con il numero di dicembre di Piemonte Parchi. Le schede dei
21 Alberi (con 4 nuove integrazioni)
sono raccolte nel volume Il futuro negli Alberi pubblicato da Blu Edizioni
(Torino), richiedibile come omaggio
per chi sottoscrive un doppio abbonamento a Piemonte Parchi € 32, oppure
acquistabile in libreria (€ 16).
Oroscopo celtico
Se la saggezza popolare sconsiglia di addormentarsi sotto un noce, così pure è rischioso farsi ammaliare dal fascino vagamente sulfureo dei nati in
questo segno (21/30 aprile - 24 ottobre/2 novembre), consentendo loro di
esercitare troppo liberamente le strategie di cui sono maestri, volte unicamente a soddisfare il proprio inconfessato egoismo. La generosità regale e
protettiva di questo albero elegante e
maestoso fa sì che il Noce sappia come
rendere irresistibili l’amore passionale
e l’amicizia esclusiva con cui gratifica
i prescelti, ma che senza logica apparente può anche revocare, provocando
smarrimento. È infatti l’ambizione del
dominio psicologico sugli altri a trattenere questa personalità complessa
dalla tentazione costante di rinchiudersi nel proprio mondo interiore: fa
pagare quindi cara la delusione generata dal non vedere adeguatamente
riconosciuta la propria autorevolezza. Timidi e prevaricatori, avvolgenti
e instabili, i nati in questo segno vivono di contraddizioni: esigono il massimo in termini di lealtà, fiducia e fedeltà, convinti di dispensarne altrettante,
ma la sostanziale incapacità di accettare che le proprie posizioni vengano
messe in discussione può renderli facili prede dell’insoddisfazione. Non è
difficile intuire che un simile carattere otterrà almeno tanta ammirazione
e devozione quanta ostilità e antipatia: dotato di un carisma particolare,
innegabilmente attraente, renderà comunque indimenticabili i giorni trascorsi al suo fianco. Potrebbe rivelare
il meglio di sé accettando di lasciarsi guidare da un Acero o da una solida Quercia.
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SENTIERI PROVATI
a cura di Aldo Molino ([email protected])
L’Anello di Pentema
L’ultimo paese creato dal Signore
testo di Aldo Molino
foto di Aldo Molino
e arc. storico Angelo Carturan
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L’Antola è una delle montagne simbolo dell’Appennino alessandrino, quel remoto angolo dove Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte si incontrano, e dove sopravvivono
le tracce di un mondo contadino dalle caratteristiche arcaiche e originali. Antola deriverebbe dal greco “anthos” cioè “fiore” per
via delle straordinarie fioriture che ne ammantano le pendici a primavera, o magari
per via di quei tanti crinali che, dalla cima
come petali scendono a racchiudere solitari e
dimenticati valloni. Scrivia, Trebbia, Curone,
Brevenna, Pentemina… Una montagna quasi sacra, dove nella vita bisogna salire almeno una volta per ammirare l’alba. Il versante ligure è protetto da un parco regionale e
sempre sul versante ligure si trova Pentema,
l’ultimo paese che il Signore ha creato.
Ma i genovesi (la città si trova a meno di 20
km in linea d’aria) non si fermano qui, e
delle persone un po’ sempliciotte, dicevano
essere di Pentema.
Circa l’origine del toponimo si racconta una
curiosa storiella. Gesù e Pietro in cammino
verso l’Antola, scorsero un piccolo villaggio
in basso, nel fitto dei boschi, e Gesù chiese a
Pietro di andare a controllare se ci fosse, per
caso, qualche povero disgraziato. Pietro scese e incontrò un villano con una vacchetta
magra-magra che gli disse essere pentito di
abitare lì. Da quel pentimento, deriverebbe
il nome del paese.
Arrivare a Pentema (Comune di Torriglia)
non è cosa semplice: si può scendere dall’alto lungo una stradina stretta, tortuosa e
franosa ma asfaltata da fare tutta di un fiato sperando di non incrociare qualcuno, oppure salire dal basso da Montoggio toccando le borgate di Tinello e Penzo, seguendo
la carrozzabile che oltre a essere stretta è anche sterrata.
Quello che sorprende arrivando per la prima volta sono la conformazione e la dimensione del paese: una chiesa troppo grande e
tante case rispetto alla poca terra disponibile. In effetti l’emigrazione in passato è stata fortissima soprattutto verso le Americhe
dove si trova una nutrita colonia di pentemini. Estintosi il mondo contadino, si sono
estinte anche le “cassine” dai tetti ricoperti
in paglia di grano, e le case sono diventate
quasi tutte residenze secondarie abitate solamente nella bella stagione. L’unico esercizio pubblico del paese è un bar-ristorante
che faticosamente resiste.
Dalla piazza del paese (pannello indicatore,
790 m) prende le mosse “l’Anello di Pentema” un percorso escursionistico segnalato dal Parco regionale dell’Antola, che richiede un paio d’ore di cammino e che è
praticabile salvo nevicate straordinarie tutto l’anno. Naturalmente con percorso più
lungo è possibile raggiungere anche la vetta dell’Antola, seguendo le orme di Pietro e
del Salvatore.
L’ampia mulattiera sale alle spalle delle ultime case, in direzione nord-ovest. Si attraversano fasce abbandonate e poi si entra nel
bosco. Dopo il superamento di un valloncello si perviene a una radura prativa dove
si trovano alcune “cassine”. Con una breve
salita si arriva quindi ai piani di Teglia, dove sorge il solitario Santuario della Madonna della Guardia meta di pellegrinaggio il
29 di agosto. Si continua quindi sul sentiero che quasi in piano conduce al “Ballo della Gallina” da cui si prosegue verso est lungo il versante settentrionale della Costa della
Gallina, dopo un tratto nel fitto della faggeta sul crinale e sull’opposto lato dello spartiacque. Dopo un breve diagonale si giunge
all’incrocio della cappella del Colletto Colletto o dei Bucci (1.283 m) cosiddetta (Bucci) perché costituiva un punto di sosta per i
vitelli in transito vero i mercati. Da qui, volendo, si può proseguire verso l’Antola. La
nostra camminata prosegue, invece, sul sentiero che scende alla borgata i Buoni (1.120
m). Raggiunte le case si segue per un breve tratto la carrareccia per imboccare quasi subito il vecchio sentiero che attraverso
boschi e fasce un tempo coltivate con begli
scorci panoramici sul paese riporta a Pentema. Nel periodo natalizio, il paese di Pentema da qualche tempo, si anima un singolare
manifestazione voluta dalla Parrocchia, dal
gruppo ricreativo sportivo e dal consorzio
per i servizi di base: il presepe. Non si tratta
di un presepe vivente, come ce ne sono tanti, e nemmeno di un presepe meccanico o
tradizionale, bensì di un presepe diffuso che
vuol rivivere l’atmosfera della natività ambientandola all’interno del paese, tra archi,
vicoli, cortili, lobbie e vecchie case. Un modo per la comunità di riscopre e di riappropriarsi delle proprie tradizioni e del proprio
passato. Ecco allora la vecchia, bottega, i laboratori artigiani, le case, le stalle i cui arredi
sono costituiti dagli oggetti originali di un
tempo e i personaggi da manichini vestiti
filologicamente con costumi d’epoca (fine
del XIX secolo). Non manca ovviamente la
stalla della natività. Il presepe è aperto tutti
i giorni dalla vigilia di Natale all’Epifania.
Fino al termine di gennaio è aperto il sabato e la domenica: orario 10-18.
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NOTIZIE
a cura di Emanuela Celona ([email protected])
Natale e dintorni
Alessandria
Sacro Monte di Crea
“Il paniere”, mercatino mensile di prodotti
biologici, ogni terzo sabato del mese in piazza Mazzini, a Casale Monferrato.
Info: [email protected]
Biella
Sacro Monte di Oropa
Sabato 22 dicembre – domenica 6 gennaio:
mostra “Generosità senza confini - Monete
da tutto il mondo - offerte alla Vergine Bruna”, Sala Dottrina del Santuario di Oropa.
Ore 17.15 inaugurazione.
Info: 015 25551200
Cuneo
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Parco Alpi Marittime
Venerdì 21 dicembre: “Magie della Natura” a
Vernante (Via Umberto I° 115), mostra fotografica al Centro visita del Parco Alpi Marittime. Apertura anche il 22, 23 e 26 dicembre.
A gennaio dal 2 al 6, il 12 e il 13.
Sabato 22 dicembre: Vernante, ciaspolata al
chiaro di luna, escursione con le racchette
da neve a Palanfrè.
Domenica 23 dicembre: Entracque, escursione con le racchette da neve nella conca
di Esterate ai piedi del Monte Aiera.
Mercoledì 26 dicembre: Vernante, latifoglie
senza foglie, la secolare faggeta di Palanfrè
e il panoramico Gias Colombo sono le mete della gita.
Giovedì 27 dicembre, sabato 29 dicembre e sabato 5 gennaio: Entracque, Snow
walking, lezione della versione invernale del
“fit walking”.
Venerdì 28 dicembre e giovedì 3 gennaio:
Entracque, attività per bambini, passeg-
giata nei dintorni del paese e degustazione di dolcetti.
Domenica 30 dicembre: Entracque, “Giochi senza frontiere”, presso i centri di fondo
e polisportivo.
Lunedì 31 dicembre e martedì 1 gennaio:
Sant’Anna di Valdieri, Capodanno nel Parco, escursioni con le racchette nell’area protetta e cenone presso la colonia alpina di
Sant’Anna.
Venerdì 4 gennaio: Valdieri, orienteering
sulla neve
Sabato 5 gennaio: Valdieri, sentieri della
Resistenza, escursione pomeridiana con le
racchette da neve al Santuario di Madonna del Colletto.
Alle ore 18, presso la sede del Parco di Valdieri (piazza Regina Elena 30) presentazione
del volume fotografico “L’edera e l’olmo. Storia di Livio, Pinella, Alda e Alberto Bianco”.
Info: 0171 978616
Valle Pesio
Domenica 16 dicembre: festa dei bambini.
Chiusa di Pesio, per le vie del paese mercatini d’arte e artigianato locale, animazione per i bambini con pagliacci e maghi
e Babbo Natale.
Sabato 22 dicembre: mercatini di Natale
per le vie del paese.
Lunedì 24 dicembre: Natale negli Ospedali.
Esibizione della banda musicale “G.Vallauri”.
Ore 15 presso il centro disabili “C.Mauro” a
Chiusa Pesio. Ore 16 presso la Casa di Riposo di Chiusa Pesio. Ore 17 presso la casa di riposo di S. Bartolomeo. Ore 21, concerto di Natale con il coro gospel “ THE
SUE CONWAY & THE VICTORY SINGERS” presso il Palazzetto dello sport di
Chiusa di Pesio.
Lunedì 31 dicembre: Capodanno alternativo per giovani. Ore 19, Certosa di Pesio.
Info e prenotazioni Certosa di Pesio Missioni Consolata: 0171 738123
Sabato 29 dicembre e sabato 5 gennaio: “Sul-
le tracce degli animali del parco”, escursione con i Guardiaparco con neve: sci o racchette neve. Ore 9.00 dal piazzale Certosa.
- Chiusa di Pesio
Info: 0171 734990. (Parco) 0171 734021
Parco del Parco Fluviale Gesso e Stura
Domenica 16 dicembre – 6 gennaio: mostra
“100 presepi” nella Chiesa di Santa Rita.
Sabato 22 e domenica 23 dicembre, Basse
di Stura, dalle ore 14.30 alle 18: Benvenuto Babbo Natale!: Babbo Natale farà sosta
in una calda casetta in legno alle Basse di
Stura. Sei invitato a lasciargli il tuo messaggio di benvenuto. Sarà presente l’associazione Casa do Menor con “Un anno di
colori per i meninos de rua”. Ricorda di
portare una pila e la tua tazza preferita per
fare merenda.
Partenze in carrozza per i bambini in piazza Foro Boario.
Possibilità di breve escursione a piedi (su
prenotazione) per bambini tra 6 e 12 anni
alla scoperta del bosco addormentato. Partecipazione gratuita.
Info: Parco Fluviale tel. 0171-444.501 e-mail
parcofl[email protected]
Mercoledì 23 gennaio, Cuneo, Cinema Monviso, ore 21: “Il fiume rubato”,
spettacolo per raccontare l’incredibile e travagliata storia della Val Bormida e della fabbrica ACNA di Cengio. Ingresso gratuito.
Info: 0171 444501
Novara
Parco della Valle del Ticino
Domenica 23 dicembre, Villa Picchetta di Cameri: “Natale al Parco”, tradizionale evento
intorno al Presepe in legno della Villa. Alle
20 Santa Messa nella chiesetta; alle 21 “In attesa del Natale…”, performance teatrale con
l’attrice Laura Curino. Gratuito.
Info: 0321 517706
Sacro Monte di Orta
Presepe artistico popolare, visitabile
nei Parchi Piemontesi
durante il periodo delle feste natalizie,
nell’orario di apertura delle cappelle
(dalla 9 alla 16).
Info: 0322 911960
Torino
Parco del Lago di Candia
Domenica 16 dicembre: “Natale in piazza”,
nel centro di Candia Canavese, mercatino
artigianale e artisti locali; piatti e vini tipici
preparati dai ristoranti e negozi locali. Il Parco parteciperà con un proprio stand e con il
gioco per bimbi “la pesca nel lago”.
Info: 011 8615254
Parco della Collina Torinese
Sino a metà gennaio: mostra “Le due Anime della Natura”.
Info: 011 8903667
Gran Bosco di Salterbrand
Domenica 23 dicembre: ore 21, presentazione del nuovo libro e del dvd del Parco
“Il Gran Bosco”.
Info: 0122 854720
Parco La Mandria
Domenica 15 dicembre: osservazioni faunistiche, e curiosità sulle strutture di avvistamento. Prenotazione obbligatoria.
17 dicembre: Metti un lunedì a La Mandria
con GTT, visita guidata agli appartamenti
Reali e al Borgo Castello. Partenza ore 14
da Corso Stati Uniti angolo Corso Re Umberto, capolinea della linea 11.
Tutti i martedì: visita guidata del parco a
bordo di pulmino o trenino alla scoperta
della fauna selvatica con abitudini notturne. Prenotazione obbligatoria.
Info: 011 4993381
Parco Orsiera Rocciavré
Lunedì 24 – martedì 25 dicembre: Luna
dentro il lago – I giorno: ore 14 ritrovo
al Parcheggio a monte di Pracatinat. Ore
14.30 partenza per il rifugio. Ore 19.15 cena. Ore 20.45 partenza per il lago di Laus.
Ore 21.30 arrivo al Lago, vin brulé e musica. Ore 23.30 ritorno al rifugio. II giorno:
ore 8 sveglia; ore 8.30 colazione. Ore 9 inizio salita al lago del Ciardonet. Ore 12.30
pranzo al rifugio. Ore 15 inizio discesa. Ore
17 arrivo alle auto.
Sabato 5 – domenica 6 gennaio: Il sentiero del Plaisentif – I giorno: ritrovo con la
Guida a Usseaux alle ore 14. Ore 18 arrivo
in rifugio. Ore 19,30 cena. II giorno: ore 8
sveglia. Ore 8,30 colazione. Ore 9 partenza. Ore 12 arrivo alla fontana di Pra Catinat e pranzo. Ore 13 ripresa cammino. Ore
14,30 forte Serre Marie. Ore 16 Usseaux e
ripresa delle auto.
Info: 0122 47064 - 320 4257106
Sacro Monte Calvario di Domodossola
Venerdì 21 dicembre: ore 18 inaugurazione
mostra fotografica sulla Natività nei Sacri
Monti del Piemonte e della Lombardia di
Pier Ilario Benedetto. Apertura dal 21 dicembre al 6 gennaio.
Info: 0324 241976
d’oriente, armonie d’arte ispirata a una
storia di Natale con testo di Paola Caretti,
musiche di Roberto Bassa, voce recitante
Silvia Poletti, soprano Elena Ceranini.
Sabato 29 dicembre: la melodia dei monti,
concerto del Coro Valgrande di Cambiasca,
diretto dal Maestro Tiziano Sarasini.
Mercoledì 2 gennaio: “Una scomoda verità”,
proiezione del film di Al Gore (Nobel 2007
per la pace) sul riscaldamento globale.
Giovedì 3 gennaio “I cambiamenti climatici nelle Alpi Lepontine”, immagini e commenti di Paolo Crosa Lenz.
Venerdì 4 gennaio: le fughe e i ritorni, proiezione del film “Centochiodi”, di Ermanno Olmi.
Sabato 5 gennaio: le fughe e i ritorni, proiezione del film “Il vento fa il suo giro”, di
Giorgio Diritti.
Info: 335 458769
A Baceno. Sabato 22 dicembre: ore 21,
Chiesa di S. Gaudenzio, “Suor Angelica”,
opera lirica a cura dell’Associazione Culturale Atelier La Voce dell’Arte.
Lunedì 24 dicembre: ore 22.30, Notte di
Natale, S. Messa.
Sabato 29 dicembre: ore 21, Chiesa di S.
Gaudenzio, Concerto augurale della Banda musicale di Baceno.
Venerdì 4 gennaio: ore 21, Sala Multimediale. Scuole Medie Baceno, “Favolation”,
spettacolo teatrale a cura della Compagnia
degli Imbarcati.
Sabato 5 gennaio: ore 15.30, la Banda musicale di Baceno a spasso per le vie di Crocevo; ore 17, banchetti dei Re Magi in piazza a Baceno; ore 21, arrivo della Befana nel
piazzale della Chiesa di S. Gaudenzio.
Info: 0324 62018
Alpe Veglia e Alpe Devero
A Devero. Salone Cervandone ore 21
Mercoledì 26 dicembre: montagna e natura in argentina e paragoni, immagini di
viaggio di Alessandro Pirocchi.
Venerdì 28 dicembre: ginepro e spezie
Parco Nazionale Val Grande
Giovedì 27 dicembre e sabato 5 gennaio:
“Archeocuriosità”, museo archeologico
della pietra ollare del Parco Nazionale Val
Grande. Segue conferenza con proiezione
(inizio alle ore 17).
Parco Nazionale Gran Paradiso
“Neve, neve …Tutto Racchette”: periodo
delle festività natalizie, escursioni in tutto il
comprensorio del Gran Paradiso. Iscrizioni entro la settimana precedente l’escursione. Prenotazioni presso le Guide del Parco: Gianni Tamiozzo : cell. 340.00.21.540;
Daniela Pesce, cell. 329.90.42.298; Roberto Giunta, cell. 335.8118731. Info: 011
8606211
Verbania
47
Torino, Via Giolitti 36
Tel. 011 432 6354 – 6338 - 6307 – 6337
Numero verde 800 333 444
www.regione.piemonte.it/museoscienzenaturali
a cura di Elena Giacobino ([email protected])
Momenti di vita selvatica…
oltre l’attimo
Al Museo regionale di Scienze naturali di Torino è “in scena” la natura, colta non solo nella
sua fissità e da contemplarsi esclusivamente in
una dimensione puramente estatica.
La mostra “Momenti di vita selvatica” (aperta sino al 2 marzo 2008), composta da diversi
capolavori di tassidermia a firma di Peter Morass, realizzata dal Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck e già ospitata in famosi
musei naturalistici (Vienna, Trento) “omaggia”
il visitatore di una fotografia in tre dimensioni della realtà: gli animali sono infatti colti in
atteggiamenti di estrema naturalezza, cristallizzati in un attimo del loro quotidiano.
Ma, allo stesso tempo, sono calati nel loro contesto naturale, inseriti in una dimensione dinamica che, per contrasto, rinvia al “prima”
e al “dopo” della situazione ritratta: si arriva
così all’analisi del particolare istante, alla riflessione, alla rielaborazione del momento,
anche grazie alle “espressioni” che l’autore è
riuscito a imprimere sui lineamenti degli animali preparati, in grado di narrarci delle storie, delle emozioni.
È il caso del “Cavallo di Przewalski” inseguito dai lupi,
oppure della lince che cattura un gallo cedrone con una
plastica zampata. Diviene così più chiaro il significato del
titolo dell’esposizione, “momenti di vita”, dove concetto della “vita” è riproposto a
più riprese dai soggetti scelti:
il gioco e l’atto d’amore (soprattutto tra individui adulti
e piccoli) oppure, la fuga, o la
lotta per la sopravvivenza: insomma la natura animata colta nelle sue contrapposizioni,
collocata in quell’enigma chiamato “vita”. Una
seconda parte della mostra, il laboratorio “La
tassidermia tra passato e presente”, è dedicata all’evoluzione della tecnica tassidermica in
chiave storico comparativa, contenente reperti antichi provenienti dalle collezioni storiche
del Museo di Scienze Naturali torinese.
Grazie al confronto tra esemplari storici ed
opere più moderne è possibile rendersi conto in maniera vivida dell’evoluzione dei modelli tassidermici: da preparati piuttosto rozzi
e ritratti in pose innaturali a modelli di animali di notevole rilievo e verosimiglianza. Va
ricordato che per realizzare la mostra non è
stato ucciso alcun animale: i moderni preparati rappresentano infatti una modalità per
preservare nel tempo esemplari morti per altri motivi, e farne degli strumenti estetici di
narrazione e di divulgazione della bellezza e
complessità dei comportamenti in vita.
Info: tel. 011 4326354 – 6338 (Pietro Santilli)
Salvaguardia degli Anfibi del Madagascar
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Nell’ambito delle attività di conservazione e di ricerca condotte in Madagascar è stata
realizzata una pubblicazione divulgativa dedicata agli Anfibi. Presenti in Madagascar
con oltre 250 specie endemiche, gli Anfibi rappresentano una priorità assoluta per le
azioni di biologia di conservazione. Il libretto, redatto in collaborazione con la Living
Rainforest e con il Madagascar Fauna Group, illustra gli spettacolari aspetti biologici di
questi vertebrati. Destinata al grande pubblico e redatta in tre lingue (Italiano, Inglese,
Francese), la pubblicazione è gratuita. Si tratta della prima di tre opere destinate alla conservazione degli Anfibi malgasci che fanno seguito
al workshop realizzato ad Antananarivo nel settembre 2006 (A
(
Conservation Strategy for the Amphibians of Madagasca
Madagascar).
Di prossima pubblicazione una monografia con oltre 25
contributi scientifici redatti da specialisti di fama mondiale, nonché il Piano d’Azione realizzato in collaborazione con l’Amphibian
l’Amphibian Specialist Grou
Group dell’IUCN.
Info: Franco Andreone, tel. 0114326306, e-mail [email protected]
La collezione
Bellardi e Sacco
Questo terzo volume del catalogo dei tipi e degli esemplari figurati della collezione Bellardi e
Sacco, frutto dell’impegno e della collaborazione dei ricercatori
del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino
e del Museo regionale di Scienze naturali, costituisce l’ultima
tappa di una vasta operazione
di riordino, di catalogazione e
di schedatura informatizzata di
tutti gli esemplari appartenenti
alle cinque classi di molluschi e
al phylum brachiopodi descritti
nei trenta volumi della monografia I Molluschi dei terreni terziarii del Piemonte e della Liguria (Bellardi, 1872-1890; Sacco,
1890-1904).
Nei due precedenti volumi sono
stati catalogati i molluschi appartenenti alle classi Cephalopoda,
Gastropoda, Amphineura e Scaphopoda; in questa terza parte sono
elencati 1321 taxa (comprendenti
oltre 32.000 esemplari, di cui 520
tipi) che appartengono alla classe Bivalvia e al phylum Brachiopoda, descritti negli ultimi otto
volumi della monografia.
Info: A n n a G r a s s i n i , te l .
011 4326308, e-mail anna.
[email protected]
ERBE IN CUCINA
a cura di Gianna Tuninetti ([email protected])
Insipido
come una patata
testo e acquerelli di Gianna Tuninetti
È un detto popolare, ma è parzialmente errato. Infatti, basta veramente poco
per far della patata un piatto squisito ed estremamente utile per la salute.
C’è da scommetterci che, se il prezioso tubero fosse stato conosciuto ai tempi di S. Francesco, l’avremmo trovato nel Cantico delle Creature in compagnia di sorella acqua e fratello fuoco. Ai tempi, nel Vecchio Continente
la patata (Solanum tuberosum) era del tutto sconosciuta. Venne portata in
Europa dai conquistatori spagnoli che la introdussero insieme al mais, ai
fagioli, ai peperoni e ai pomodori, questi ultimi appartenenti anch’essi alla
famiglia delle Solanacee. La patata è originaria della Cordigliera delle Ande e in Europa, in un primo tempo fu utilizzata per scopi decorativi. Il re
Sole, Luigi XIV ne amava così tanto i fiori, da volerli per decorare i tavoli
dei banchetti reali, ma non se ne cibava, perché erano ritenute buone solo
per le bestie. A scoprirne le virtù alimentari ci pensò il farmacista militare francese Antonio Agostino Parmentier (1737-1813). Fatto prigioniero
in Germania nella guerra dei Sette anni (1756-1763) riceveva come cibo
le stesse patate che davano ai porci; per cui non solo riuscì a sopravvivere,
ma ne intuì le grandi potenzialità alimentari. Personaggio geniale il Parmentier! Vendeva le patate nella sua farmacia a prezzi salatissimi e di conseguenza solo a nobili e ricconi; non contento, mise dei militari, armati di
tutto punto, a guardia del campo dove le coltivava….quasi fossero oro. In
Italia se ne diffuse l’uso solamente a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Le patate sono un alimento sano, digeribilissimo, nutriente; ricche
di amido, sodio, potassio, ferro, contengono pochissimi zuccheri; ottime
quindi per diete ipocaloriche: abbasserebbero anche il tasso di colesterolo nel sangue, favorirebbero l’attività cardio-vascolare ed elasticizzerebbero le pareti vasali. Un consiglio per i diabetici: sostituire il pane con patate cotte al forno o bollite. Le migliori sono quelle di montagna coltivate in
terreni ben esposti al sole, trattati con doppia aratura: la prima in autunno quando si concima con solo stallatico naturale, la seconda in primavera
allo scioglimento delle nevi; a maggio si provvede alla semina. Durante la
vegetazione il campo non sarà mai irrigato; a settembre si provvederà alla
raccolta di patate assolutamente eccellenti….vero mangiare da re, anche
se Luigi XIV non l’ha mai saputo. Ne sono ben consci certi ristoranti di
“tendenza” che utilizzano le “ratte” comunemente conosciute come “patate
del bur”. Le cucinano al vapore,con la loro buccia, e le servono con fonduta e tartufi, con salmone affumicato, con tome profumate. Con la bagna
caüda o con le salse della bourguignonne serviranno invece la Vitoülotte
noire, anche chiamata Violette. Conosciuta in Francia fin dal 1815 è una
recente riscoperta. Ha pasta molto compatta e viola per l’alto contenuto
di mirtillina: non stupitevi però se ve le faranno pagare come il caviale. La
cucina familiare si accontenta di varietà più comuni, avendo cura di sceglierle con le caratteristiche più adatte alla diverse ricette e, possibilmente,
di montagna. La patata si trova al quarto posto tra i prodotti coltivati a livello mondiale, con ben 300 milioni di tonnellate annui (2002): una crescita dell’11% rispetto ai livelli del 1960. Carlos Ochoa, peruviano, di professione tassonomo, sta dedicando la sua esistenza alla patata e alla ricerca di varietà del tubero tuttora sconosciute attraverso tutto il continente
sudamericano. Finora ne ha catalogate 1500 varietà di cui 100 spontanee.
A Lima in Perù, è stato creato il Centro International de la Papa, il centro
n. 1 al mondo, specializzato nella protezione della biodiversità, nella rigenerazione, nella creazione di nuove varietà di patate utili per sfamare le
popolazioni in via di sviluppo. Vi lavorano tecnici provenienti da tutto il
mondo sotto l’egida della FAO e di prestigiose Università.
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