DOMENICO scritto tra il 2006 e il 2007 Fabio M. Bodi o.p. 1
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DOMENICO scritto tra il 2006 e il 2007 Fabio M. Bodi o.p. 1
DOMENICO scritto tra il 2006 e il 2007 Fabio M. Bodi o.p. 1° PREDICAZIONE Domenico di Guzmán era un uomo colmo di Carità, ma non era acquiescente. Egli era invece dotato di uno spirito critico. Essere critici significa essere capaci di quella profondità che permette di vedere le conseguenze delle nostre parole e dei nostri atti. Infatti le nostre azioni e i nostri discorsi ci portano là dove, spesso, non vorremmo. Perché le cose che diciamo e le cose che facciamo ricadono sulla nostra vita e, come dice il Signore: ”Ciò che esce dall’uomo… contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive”. Domenico aveva coscienza di questa realtà. Perciò di tutti era amico senza mai esserne complice. Nella sua esistenza e nella esistenza di quelli che incontrava, Domenico coglieva le grandi attese della vita, ma in ognuno sapeva vedere oltre la vita stessa. Egli vedeva ciò che mancava in ciascun uomo e ciò che di buono lo colmava, senza confondere il meglio con il peggio e chiamando ogni cosa con il suo nome. Il suo sguardo, fisso sull’anima, oggi ci stupisce, perché siamo abituati a non vedere niente altro che la mera materialità dell’esistere e ad accettare qualsiasi parola, qualsiasi azione come una pura casualità. Ma non è questa la vita! Non è così che le cose vanno e oggi, come allora, dobbiamo saper vedere in ogni uomo il sogno che porta nel cuore senza confondere quello che di grande in lui convive con la miseria dell’errore. Perché in ognuno di noi c’è una vita vera, carica di attese autentiche, capaci di portarci oltre. Ma c’è anche la tremenda possibilità di un fallimento. C’è la possibilità incombente di vivere in un “assenza” disperante. Questa grande coscienza ha guidato tutta l’opera del beato e lo ha costretto anche a dolorosi momenti di solitudine. E questo perché saper vedere la verità, oltre le acquiescenze del mondo, è scomodo e dobbiamo mettere in conto il rifiuto. Ma non è il rifiuto del mondo che segna Domenico. A segnare questo piccolo frate bianco è una grande domanda sull’essere umano: come può questo essere, fatto di mescolanza di bene e di male, trovare la luce della sua vita? Il tempo di Domenico è un tempo di grandi riforme ascetiche, spesso fondate su quelle stesse domande che muovono a pietà il santo di Guzmán. Ma Domenico cerca un passaggio più diretto. Certo possiamo riscattare la nostra vita attraverso le nostre azioni, possiamo vigilare sulle nostre parole e ancora di più sulle nostre rette intenzioni. Ma la paziente cura dell’altro deve andare oltre e Domenico cerca questo “oltre” per sé e per i suoi. Egli cerca una “gratuità” capace di rispondere alla suprema gratuità dell’Amore di Dio. La grande anima di Domenico concepisce un atto così, in un ordine costituito da individui che si impegnano in certe azioni per amore di quelle stesse azioni. Sono queste le predicazioni, che si levano come un canto, come l'arte più grande, a tutte le sfere. E quando gli esseri celesti odono questo canto, accettano gioiosamente il giogo del Regno dei Cieli, ed esclamano all'unisono: Santo! Santo! Santo! Perché ancora una volta la Buona Novella è gridata dai tetti delle case. Domenico nelle predicazioni cerca pace per tutto il creato, pace in tutto Israele, perché l’uomo senta davvero che è iniziata la fine dell'esilio. Domenico vuole riportare tutti a casa, senza scordare nessuno. Ed è questo il Domenico di Guzmán che ci interessa, perché su questa traccia anche noi possiamo cercare ogni uomo che la strada della vita ci pone accanto. 1 2° IL SILENZIO. Nel convento di santa Sabina, il convento dove risiede il successore del nostro beato Domenico, si custodisce un albero di arancio che di secolo in secolo è rinato dai suoi semi. Se noi fossimo un ordine diverso, meno sobrio magari, avremo tratto un lecito profitto da questo piccolo miracolo della natura, magari diffondendone l’icona e forse chissà l’aroma dei suoi fiori in deodoranti miracolistici e in piissimi oli balsamici. Ma per fortuna quell’albero, piantato dalle sante mani del nostro fondatore, sta lì, quasi ignorato. Gli alberi sono il dialogo della terra con il cielo e non andrebbero mai disturbati. Così come l’albero seminato in santa Sabina, anche Domenico tace in un dialogo tra la terra ed il cielo. Egli che nella vita ha consumato tutte le parole che conosceva e forse anche quelle che non conosceva, per predicare Cristo al mondo, ebbene non ci ha quasi lasciato nulla del suo verbo. Nulla o quasi arriva a noi delle sue parole. Di lui non rimane uno scritto, una lettera, una piccola poesia e quel poco che abbiamo sembra si sia salvato per caso, quasi sfuggendo al santo nell’intento di cancellare ogni sua singola parola. Attraverso i secoli ci giunge così un grande silenzio, che sembra indicarci qualcosa di molto più prezioso di una parola scritta. Del nostro venerabile padre dunque giunge a noi questo tacere. Ed è questo che noi vogliamo conservare come una via indicata ad ogni predicatore. Perché predicare il Vangelo alla scuola di Domenico non è tanto un “parlare”, quanto un attendere, nel doppio senso di questa parola che è curare e aspettare. Alla scuola di Domenico dobbiamo imparare a guardare, a consolare, a visitare, a dissetare e a sopportare. E tutto questo nel silenzio paziente della Carità. Ma poi, dopo tutto, dobbiamo anche ricordare che Domenico aveva… una folta chioma rossa, che non poteva passare inosservata poiché era quasi una canzone sulla sua testa. Una testa tutta rossa, su un abito bianco, in mezzo ai prati verdi e lilla della Linguadoca. Era una testa che da sola doveva sembrare uno schiamazzo di rondoni al mattino. Ecco; c’è tra Domenico e il suo silenzio un certo contrasto, come quello tra i colori che portava e l’austerità della sua vita. Certo è un contrasto difficile da raccontare, occorrerebbe capire che Domenico non osservava un silenzio, Domenico… cantava il silenzio. La parola che ne usciva, che nasceva da questo suo silenzio era una parola capace di cercarti, era una parola che ti interrogava e che esigeva una risposta vera. Ecco, il nostro beato padre, delle sue parole, non ci lascia che un nulla. È come se il silenzio “cantato” in vita si prolungasse verso di noi come in un gesto ammiccante volto a dire: ”I silenzi non vanno osservati, vanno cantati”. C’è in questo silenzio una gioia profonda, un sorriso costante, che non và però scambiato per una muta cecità di fronte al mondo. Domenico salda fortemente questa letizia con il dono delle lacrime, che profonde nel raccoglimento. Egli percorre le strade del mondo in uno dei momenti più tragici della storia d’Europa e versa, su questo mondo, tutte le sue lacrime, con una compassione toccante. Egli dunque, colmato di letizia, piange e pur amando il silenzio parla e pur amando la parola tace, in una logica che sta solo tra il cielo e la terra. Domenico non parla sempre. Ogni tanto… ogni tanto piange, e puoi sentirci dentro il dolore del mondo. Allora fa male ascoltarlo: ma è necessario. Ecco cosa possiamo dire noi di lui: Domenico ci è necessario. 3° I PREDICATORI Possedere un pianoforte non ci fa dei pianisti, non di più che l’avere dei figli ci faccia dei padri. La paternità vale per la vita di un uomo come qualcosa che non si impara e che non si dimentica. C’è un dono speciale nell’essere padre, qualcosa che richiama il Divino, quel Dio appunto che si fa chiamare papà. 2 San Domenico di Guzmán riceve dal cielo questo dono ed è per noi tanto immediato recepirlo, quanto difficile parlarne. Domenico diffonde questa sua paternità tutto intorno a sé. Egli ci è padre, punto. Sappiamo tutti quanto sia difficile parlare di un genitore, anche perché il sentimento ci offusca la memoria e diventiamo così troppo teneri o troppo duri, con chi ci ha dato quello che siamo. E dunque non c’è modo più onesto per parlare di un padre che di guardare il figlio. Ebbene mai, come per Domenico questo può essere vero, perché in Domenico l’ordine è tutto ed egli non si staglia sul fondo di questa vicenda come una grande e distaccata figura dell’origine, ma vi si avvita fino a scomparirne. Tanto che, guardando questo ordine da lontano, la figura del suo fondatore può sembrare assente, oppure schiacciata da personalità più grandi di lui. Ma di questo Domenico non ne sarebbe dispiaciuto, così come un padre autentico non si dispiace di risultare minore dei figli ed anzi gode della grandezza della sua stirpe con commosso orgoglio. Domenico però è un uomo grandioso, una grande anima, un gigante di proporzioni storiche e per quanto si faccia piccolo di fronte alla sua creatura questa grandezza non può essere celata. Domenico vive la sua vita di religioso all’ombra di buoni superiori e non pare mai desiderare di prenderne il posto. La morte dell’amico Diego, il suo vescovo, nel pieno della predicazione lo lascia solo e deve così improvvisamente coprire una vacanza che non desiderava. Ma sarà questa solitudine, inattesa e sofferta, a fecondare la storia dell’ordine che nasce sotto il segno di una tempesta spirituale, umana e politica. Domenico ha chiaro fin dall’inizio quali sono le priorità e quali sono i mezzi per raggiungerla. Predicare Cristo e farlo nella precarietà urbana. Attorno all’ordine che si costituisce ci sono religiosi e monache e presto anche semplici laici, con le loro famiglie, il loro lavoro e la loro fiducia nel grande progetto domenicano. C’è una linea di battaglia per questa compagine che si profila su tutto il saliente della storia: è la battaglia per il Vangelo, in cui non si può fare a meno di nessuno. E come in ogni evento grandioso, nessuno potrà dire dove si trovi la linea rossa oltre la quale incontrare l’avversario del genere umano e tutti, indipendentemente dal loro stato, sono chiamati a tenere il ridotto da cui annunciare il Vangelo. Monache e religiosi, laici e consacrati: tutti sono in linea per la prova, tutti fino all’ultimo. Appare però chiaro fin dal principio che questa predicazione avrà senso solo in una povertà volontaria vissuta in modo radicale. Occorre possedere la povertà, proprio così “possederla”, come una proprietà, come un bene, come una rendita. Domenico è povero! Certo non è nudo e non è nemmeno un diseredato. Non si sognerebbe di insegnare la povertà ai miseri, ha chiaro il valore strumentale di questa pratica ed il suo limite e ha presente l’aspetto grottesco e persino ridicolo che una finzione di questo tipo avrebbe sulle persone che nella miseria nascono e nella miseria muoiono. Domenico è povero perché vive intensamente l’imminenza di Dio e si libera con forza di tutto quello che può ostacolarlo. Domenico tenta di liberarsi da tutto, di restare senza niente di niente! Domenico sente il tempo e vorrebbe che anche gli altri lo sentissero con la sua stessa urgenza. Quegli altri che pensano, giustamente, ad allargare le celle, ad alzare i soffitti e a mettere in tavola una cena sufficiente per chi torna a casa. Domenico sente il passaggio e si stupisce che non lo riescano a seguire con la stessa fretta. Questo Domenico povero è però a noi poco uso. Non perché l’ordine non sia a sua volta povero, non perché non piaccia questo tratto, ma perché questa virtù di Domenico è legata ad una visione, una visione che è data a pochi e che non si trasmette facilmente. È la nozione chiara del tempo e di un Dio che nel tempo entra inesorabile, una cosa di fronte alla quale tutto il resto scompare. Ecco noi, sotto il segno di Domenico questa povertà l’accettiamo e la viviamo. Anche noi che siamo laici nell’ordine, con tutte le nostre limitazioni, la carichiamo sulle nostre vite, la convertiamo al nostro stato, vivendola secondo i doni propri dello Spirito e le esortazione delle nostre fraternite. Sotto il segno di Domenico tutti accettiamo questa pratica con devozione ed alcuni di noi, a volte anche molto ricchi ed altre veramente poveri, vivono addirittura povertà esemplari, colme di Grazia. Ma difficile è raggiungere lo sguardo di san Domenico, quello sguardo fisso all’imminenza, tratto di una povertà che non si può insegnare e che occorre chiedere in dono. 3 Domenico costruisce tutto su questa piattaforma: lo studio, la contemplazione e infine le predicazioni, anzi “La Predicazione”, come un evento unico in cui tutti confluiamo. Domenico muore in un giorno di Agosto, in una grande città accaldata, ad un età, per l’epoca, abbastanza avanzata. Ha 51 anni, chiede di essere sepolto sotto i piedi dei frati. Per tutta la vita ha camminato ed è giunta l’ora del suo riposo. Noi non sappiamo se avrebbe ancora voluto abbaiare con i cani di Dio o se invece arriva stremato alla fine della sua corsa. È certo però che sapeva di lasciare i suoi in ordine di marcia, pronti per partire. Si considera l’ordine di san Domenico fatto di belle teste e si dimentica che l’ordine era fatto anzitutto di piedi, di chilometri macinati, di scarpe consunte. Quei piedi Domenico li avrebbe voluti sopra la sua testa, come lapide della sua tomba. Se ancora qualcosa valeva la pena di sentire in questa terra, ebbene erano i piedi calzati e pronti dei suoi, la cinta ai fianchi e il bastone in mano. Ed è in quest’ordine che oggi vorremmo che ci trovasse il padre Domenico. È l’ordine dei frati predicatori. Ci sarà una fine: “troverà ancora la Fede il Signore tornando nelle sue terre?” Non lo sappiamo e non ci è detto, sappiamo però che “oggi” vogliamo essere ancora qui: cani di Dio, domenicani. §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§ IL PREDICATORE 1° DISARMAT0 E DISARMANTE Nessuna verità può toccare il cuore senza un vero incontro. Questo perché la verità non si vende, la verità si presenta all’uomo così com’è, come un evidenza. Ma, come l’evidenza, essa può sfuggire all’uomo catturato dalle apparenze effimere, che confondono e perdono l’essere nell’inganno. Per cogliere la verità bisogna fermarsi in un momento di quiete e, calmando le acque della vita, occorre potersi mostrare, anche nelle proprie debolezze. Noi sappiamo di essere amati quando possiamo mostrarci deboli senza provocare, in risposta, la forza. Questa “pace” in cui possiamo, finalmente, “vedere” è dunque data dalla quiete di un incontro amichevole. San Domenico aveva, anzitutto presente questa necessità e ci insegna che ogni predicazione deve fondarsi su un incontro tra persone. Domenico è questo: un uomo capace di incontrare le persone, incontrare le persone nella più profonda disponibilità all’amicizia. Per trovare la via del cuore il Vangelo ha bisogno infatti di un incontro tra persone. L’incontro, che il nostro venerabile patriarca compie attraversando le vie d’Europa, è disarmato ed è, a suo modo, disarmante. Domenico desidera essere trovato inerme, bisognoso di tutto, persino del pane quotidiano. Non cerca mai un confronto, una specie di partita a scacchi dove contrapporre l’ortodossia all’errore. Piuttosto cerca la veglia. Ecco: predicare per Domenico è una veglia fino al termine della notte, una veglia dove attendere, con l’amico, all’arrivo della luce. Forse non lo sapete, ma Domenico dorme poco. La sua vita è un vero e proprio viaggio al termine della notte, una lunga veglia in cui ogni persona incontrata abita nella sua memoria. È un uomo che guarda nella notte, perché la notte tutto si tace e vengono fuori tante domande e i dispiaceri di quelli che ha incontrato salgono fino alla gola. 4 Allora questo piccolo frate guarda il cielo. Se penso a Domenico, lo penso così, a guardare il cielo, direi che era un frate capace di attendere. Mi sembra di vederlo: in piedi, con quell’abito frusto come se aspettasse sempre qualcuno. Mi verrebbe da dirgli: ”Padre che aspettate?”. Poi, camminando per via, si incontra qualcuno, uno qualsiasi, mai visto prima e Domenico lo accoglie, come se dicesse: ”Finalmente! Ti stavo aspettando, ma dove ti eri cacciato?”. Li aspettava tutti, perché aveva qualcosa da dire a tutti. Non era vero che parlasse solo di Dio o con Dio, primo perché ascoltava molto gli uomini, secondo perché trovava poi le parole che andavano a scovarla, la gente, con i loro umani argomenti. Domenico non era un uomo, era una sedia. La gente lo incontrava e ci si sedava sopra, si riposava. Qualche volta si la gente stramazzava ed era allora che si parlava di Dio. Beato, aspettava la gente. La predicazione domenicana è una cosa così, una specie di appuntamento, dove si aspetta l’altro. Insomma Domenico ci insegna una cosa, ci insegna che, prima di aprire bocca, bisogna aspettarlo da qualche parte, questo uomo con cui si vuole parlare. La predicazione è dunque un’attesa, non è cosa per chi ha fretta. Questo anche perché attendere l’uomo, nella predicazione, deve significare anche attendere all’uomo e attendere all’uomo vuol dire anzitutto curarlo. Noi, se desideriamo vivere predicando, dovremo fare come il venerabile Domenico: attendere cioè aspettare e curare. L’in-casualità delle nostre vite, ci fa incontrare delle anime e il nostro primo dovere non è quello di parlare, ma di ricordarle, come faceva Domenico. A questa scuola dobbiamo imparare a conservare nella memoria ogni incontro. La nostra vera responsabilità, nei confronti di Dio, non sta nella quantità di parole dette per “vender-Lo”, ma nel ricordo vivo di ogni volto. Lui, il beato Domenico, aveva capito che prima di ogni altra cosa doveva diventare un cuore, un cuore pieno di memoria. 2° PARTENDO DALLA CROCE La predicazione di san Domenico è, anzitutto, un “incontro depositato” nella memoria: un incontro dove, nella comunione, si diventa davvero delle persone, poiché c’è un nesso tra persona e comunione, senza il quale il divenire è incompleto ed è per questo che ogni parola della predicazione deve farsi carico di questa necessità. Diventare davvero una persona! Dunque, questa è la prima missione del predicatore. In questa piccola verità c’è tutta la santità del nostro venerabile padre. La predicazione domenicana non sembra affatto pensata come un impegno mediatico, per quanto questo abbia avuto un ruolo nella storia dell’ordine. La predicazione sembra piuttosto affiorare dal desiderio di ritrovarsi, quasi che il non conoscere lo “sconosciuto” sia una separazione dolorosa. Domenico rende “annuncio” l’incontro, quell’incontro in cui non si può ignorare la paura, l’ipocondria, il turbamento, i segni dell’ingiustizia e dell’inganno e quant’altro colpisca e turbi la persona incontrata. Egli ci dice che questo uomo, quest’uomo a cui mi rivolgo, è, per prima cosa, un amico e un amico non si giudica, si consola. 5 Ebbene c’è in questo frate povero una vera disposizione all’amicizia. Lui va fino in fondo all’idea della amicizia, considerandola un faccenda di Dio: tutta la vita di Domenico è un affare d’amore con Dio, dove tutto il resto è un sottoprodotto. Questo “affare” comporta una disposizione al legame, alla fraternità, all’amicizia, senza il quale è difficile pensare la stessa vita domenicana. Perché la vita di predicazione, così come la pensa il nostro padre, non può ridursi al semplice parlare in pubblico, all’insegnamento, alla letteratura, ma comincia nella comunità, si radica nella contemplazione e si edifica nello studio inteso come percorso di crescita personale. Mezzi, mezzi da dimenticare, pensati per costruire relazioni. Alla fine del percorso, convertiti nel cuore, non si ricorderà il mezzo, ma la relazione, perché è solo questa che ci permette di rompere con l’inganno. Il padre venerato cerca una fecondità della predicazione che non è data dalla quantità di parole recapitate, ma dalla capacità di rompere. Rompere il muro dell’indifferenza, rompere con il passato, rompere con quelle certezze che chiudono il nostro orizzonte. Ma come? I mezzi di oggi non sono diversi da quelli di sempre. Occorre creare gruppi di amicizia, perché incontrarsi, mangiare, ridere insieme, può cambiare la vita e solo questo cambiamento ci permetterà di dire e di fare quelle cose inaudite che sono il cuore del Vangelo. Fuori da questa novità, le parole della predicazione cadrebbero nel vuoto. Domenico capisce che il Vangelo non è un’acquisizione definitiva, ma che passa faticosamente attraverso gli uomini ad uno ad uno, per tutta la storia. A pensarlo così il Vangelo è una fatica immane, una fiamma che potrebbe spegnersi e che non è mai scontata. Il padre beato del nostro ordine sa che le chiese possono scomparire, lui ha vissuto in un posto dove letteralmente le chiese sparivano! Sa che a volte di una comunità restano solo i muri e magari nemmeno quelli. Vede bene che c’è qualcuno, nella Chiesa, che mette le pietre, ma c’è anche qualcuno che le toglie, quelle pietre. C’è da aver paura a pensarci, ma Domenico non tiene paura. La vicenda del Regno non è scontata è una novità assoluta, una novità per ogni generazione e non è affatto detto che il Figlio dell’uomo debba trovare ancora la fede sulla terra. Il beato padre non si perde, se anche fosse stato l’ultimo, Lui ci sarebbe stato e ci sarà un momento, nella vita di Domenico, in cui l’impressione di essere rimasto da solo, ad aspettare il Signore, doveva essersi drammaticamente fatta strada nel suo cuore. Occorre fare uno sforzo per immaginare una cosa simile. Qualche volta si sarà pure seduto su un sasso e avrà guardato i morti coperti di mosche e sentito le maledizioni dei catari: «Questo mondo dovrebbe averlo fatto un dio? No, piuttosto, un demonio! ». Parole dure quelle dei catari, tanto dure da sembrare vere, ma come non pensarle davanti all’inverno che calava sulle case distrutte, davanti ai raccolti bruciati, ai bambini soli nelle campagne vuote. Ci sono momenti in cui la fede sembra farsi piccola e ridursi al solo crocifisso. Il Domenico che conosciamo parte da lì, parte dalla croce. 6 3° TRA NORMAZIONE E NORMALITÀ Domenico si trova a parlare a degli albigesi che negano la bontà della natura, della materia, in fin dei conti della stessa vita terrena. Domenico deve invece dire che la vita è bella, nonostante tutto, che la terra profuma, che ogni cosa è santa. Ma cosa ha di fronte a se? Cosa rispondono i predicatori catari a Domenico? I catari dicono delle cose che hanno una loro logica e un fascino terribile e inquietante: «Devi considerare», dicono «la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che ti può capitare… Forse perché l’odio di dio è meglio della sua indifferenza». Sono affermazioni enormi per le piccole spalle di quel frate e Domenico si trova a dover dire cose pazze, dire che no! Che Dio ci è Padre, ma poi, sulle macerie delle città del mezzogiorno, nella macelleria della crociata, Domenico non può cancellare la voce della cataria: «L’odio di dio è meglio della sua indifferenza!». Domenico è costretto a fissare lo sguardo nell’orrore, nei confronti del quale non ha altra risposta che la follia di Cristo ed è così che il patriarca dell’ordine dei predicatori diventa pazzo, pazzo per la predicazione, diventa il “pazzo” della predicazione e noi, a questa scuola, predichiamo la notizia folle, quella notizia che ci fa tremare davanti al sepolcro vuoto: noi predichiamo Cristo. Non cancelliamo la malattia o la vecchiaia, ma possiamo aprire delle finestre, fare entrare lo spazio e la luce. Possiamo aver cura di quell’essere assolutamente speciale che incontriamo per le strade di tutti i giorni: l’uomo. Domenico ci insegna che la cura per l’uomo è l’essenza della vita apostolica. Il nostro beato padre non accetta l’anello episcopale e certamente non si ferma in una parrocchia, non torna nel suo cenobio: vaga a vuoto. Fuori dal ritualismo chiuso di una religiosità che, invece di proclamare Cristo, lo rinchiude in un ghetto, Domenico può andare a cercare gli uomini nell’immondizia. Dopo la morte di Diego, il suo compagno carissimo, Domenico resta davvero solo, girando realmente “a vuoto”. In sintesi Domenico sembra accettare il nulla conseguente ad un progetto apostolico che, per dirla tutta, aveva davvero qualcosa di folle, dal momento che prevedeva l’itineranza, la precarietà e un “assurda” disponibilità al dialogo. Insomma un progetto che verrà definito mendicante. Ma il vuoto in cui Domenico si trova a fluttuare, dopo la morte di Diego, ci insegna che quello che per noi è il niente, per Dio può essere un buon appoggio. C’è un momento, nella conversione, dove dobbiamo mettere in conto il nulla, il silenzio, la solitudine ed è quel momento che Domenico vive nel suo periodo più difficile, nelle spire della cataria. La predicazione dell’ordine è, conseguentemente e necessariamente, una parola generata da questo silenzio. Ed è così che l’anima di Domenico diventa come una sedia vuota, una sedia su cui fermarsi a riposare un poco e questa situazione di povertà, di nullità, crea la condizione per la quale molti troveranno riposo vicino a questo frate piccolo vestito di lana bianca. Sulle macerie dell’Occitania, Domenico si deve rendere conto che Dio sfugge alla nostre misurazioni, che su Dio non possiamo costruire una specie di scienza. Ma nello stesso modo Domenico si trova a possedere un sapere di Dio che attrae. La scuola della predicazione non è quindi una scuola di retorica o un’accademia teologica, è, anzi tutto, 7 un sapere di Dio maturato nell’abbandono, è una scuola di amicizia, è preghiera. Ed è qui che nasce l’ordine al quale siamo legati. Domenico conosce una Chiesa troppo preoccupata dal sommovimento del mondo, una Chiesa molto più attenta alla salvaguardia delle sue infrastrutture, che non al regno dei cieli, ma non si lascia fermare dallo scandalo. Non era cieco, ma Domenico non si perde in nessun tipo di polemica, lui predica Cristo. Non diversamente da oggi, quella sua Chiesa, fa una grande fatica a mettere al centro la predicazione del Vangelo, questa predicazione però brucia sotto le ceneri, brucia nelle marginalità, continua a vivere e a tratti si sviluppa come un incendio. Alla fine della sua vita san Domenico vede, forse con qualche stupore, svilupparsi attorno a lui un ordine religioso interamente volto alla predicazione e quel che più conta ad una predicazione itinerante, libera, assoluta. Non risulta che il beato padre avesse mai pregato Dio per ricevere vocazioni, sembra piuttosto che non avesse l’abitudine di dire a Dio quello che doveva fare. La sua beata attenzione sembra rivolgersi invece all’irradiazione del Verbo. La sua parola era una mano tesa, vicino a lui si era a casa, perché Domenico non giudicava nessuno e tutti potevano venire. Fosse per lui la chiesa non avrebbe avuto ne porte, ne muri, secondo quel raro e categorico imperativo che libera il cristiano: ”Non giudicate, per non essere giudicati”. Non ci sono i domenicani nella testa di Domenico, c’è piuttosto un progetto di vita apostolica che va direttamente al cuore della vita cristiana: un progetto fatto di eucarestia e di annuncio della resurrezione. È per questo che la predicazione non può essere presa come una attività meccanica, un semplice via vai dai conventi, per delle missioni di propaganda e magari di vendita. Forse in alcuni posti e in un certo tempo, è stato così, forse qualche volta lo è ancora. Ma quello che come laici mutuiamo dalla vita dell’ordine è tutta un’ altra cosa: l’ordine ha un carattere comunitario molto, molto forte, dove spesso troviamo una rara testimonianza di serenità e un semplice desiderio di crescere nonostante l’età adulta, nonostante gli sforzi già compiuti. Questo desiderio è bene espresso dall’attenzione allo studio, uno studio che qui da noi è impegno di tutti, nessuno escluso, qualsiasi sia il grado di istruzione della persona e qualsiasi sia il dono di intelligenza ricevuto dal padre eterno. Domenico pensa allo studio come un carattere preciso della stessa vita cristiana, una vita pienamente umana, naturalmente desiderosa di elevarsi e di migliorarsi. In un tempo come il nostro, dove la presenza dei sacerdoti si fa sempre più rara - tanto da dover immaginare, in un futuro ormai prossimo, un ridimensionamento drastico del ceto sacerdotale - ogni laico dovrebbe girare con il “Libro” sotto il braccio, pensando che la scomparsa del clero non potrà giustificare in nessun modo l’abbandono della predicazione. All’epoca di Domenico la predicazione non era per nulla un fatto scontato, anzi era praticamente scoraggiata. Ebbene dopo Domenico ogni ambiente religioso si è fatto carico di questa necessità Evangelica. Forse oggi anche la pratica dello studio dovrebbe essere promossa con maggiore senso pastorale, anche in contro tendenza ad un materialismo che ci pensa come dei meri corpi che consumano. In un mondo come il nostro fatto di denti perfetti, di corpi abbronzati e di eccentricità esibite fino alla noia, Domenico ci riporta al desiderio della normalità, di un normale uso della ragione, della intelligenza, della conquista di un sapere critico che, alla fine, è un desiderio sedizioso, dal momento che ogni sapere è sedizioso, per un potere che ha bisogno dell’ignoranza per reggersi. L’ordine, che il beato patriarca vuole, chiede a tutti di mettere lo studio come la norma della giornata. 8 Certamente, a fronte di questo desiderio di normalità, possiamo trovare, nel carattere di Domenico, un tratto eroico, un eroismo che può affascinare o preoccupare, ma occorre però osservare che, nell’atto di segnare le costituzioni dell’ordine, quest’uomo è in grado di sottomettersi umilmente a un capitolo, una comunione di fratelli, capace di pensare ad un progetto fatto da degli uomini normali per degli uomini normali. Domenico vive la sua vita senza risparmio, ma pone sul capo di tutti i suoi il possibile beneficio della dispensa, che permette ad ognuno, qualche volta, di aver anche paura e rimette sul tavolo le debolezze di tutti per fare un “ordine normale” fatto per “persone normali”. Ma proprio per questo ciò che uscirà dai primi capitoli generali sarà un ordine profondamente normativo per tutta la Chiesa. Essere predicatori non è cosa da super eroi, Domenico non vuole regole folli, impossibili, desidera una traccia minima, sulla quale costruire la vita fraterna. C’è anche in questo desiderio di normalità, di semplice realizzazione umana, la ricerca del massimo equilibrio possibile. Domenico mette così al centro quella predicazione che non è affatto cosa ovvia, non lo era al suo tempo, non lo è oggi. Si spende interamente a cercare gli uomini e si strugge per poterli incontrare. Non so se il beato padre si chiedesse perché mai la gente non venisse nelle chiese, so però che lui andava dalle genti. Domenico non si preoccupa mai di avere un pubblico, si muove anche per una persona sola. Non è il numero che gli interessa eppure, paradossalmente, risulta aver incontrato un gran numero di persone. Ho sentito invece un parroco apostrofare il suo uditorio chiedendo dov’erano tutti. Diceva: “dovete dirmi perché la gente non viene a messa”. Una madama si è alzata in piedi e gli ha detto che doveva ribaltare la domanda, chiedersi perché una persona normale avrebbe dovuto venire alla messa: Il rito officiato era pensato per degli analfabeti ed era, francamente, molto, molto brutto e lui, il prete, era un supponente egocentrico. Gli adulti presenti in chiesa non avevano alcun diritto di parola e la predica era noiosa in un modo straziante e, per finire, i canti erano un vero affronto all’umano buon gusto e alla pazienza stessa del Padre Eterno. Siamo rimasti a bocca aperta, il giudizio era duro, ma era vero. Ancora una volta il “re era nudo”. San Domenico non aveva vissuto cose troppo diverse a suo tempo: l’inconsistenza della “predicazione” cristiana e lo squallore del rito, avevano senz’altro favorito una fuga verso la cataria, ma quello che era forse peggio è che aveva messo un grande numero di persone nella condizione di essere indifferente agli uni e agli altri. Forse le cose che aveva da dire Domenico sono ancora drammaticamente attuali e, le sue lezioni, attraversano gli otto secoli che ci separano senza perdere di freschezza. Quell’uomo ha vissuto in un tempo e in un luogo di sfascio della Chiesa e, alla fine, anche della società. In mezzo a tutto questo lui è stato una luce per la Chiesa, perché ha saputo pensare all’uno: all’uomo singolo, al fatto singolo e attraverso quest’unità arrivare ai molti. Quando noi oggi pensiamo ai molti e magari non arriviamo nemmeno all’uno, forse dovremo riprendere in mano quella sua lezione. 9