Untitled - East Journal
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REDAZIONE Matteo Zola, Claudia Leporatti, Gaetano Veninata, Gabriele Merlini, Filip Stafanović, Alessandro Mazzaro, Massimiliano Ferraro, Federico Resler, Luca Bistolfi, Giorgio Fruscione COLLABORATORI di redazione Matteo Bartolini, Silvia Biasutti, Pietro Acquistapace, Matteo De Simone CORRISPONDENTI Mario Capato, Geri Zehji Ballo, Davide Denti TRADUTTORI Daniela Ferrara, Evaristo Plinio Lacialamella, Silvia Miani, Daniela Piazzalunga, Udo Mai, Daria Costantini COLLABORATORI esterni Manuel Miksa, Anna Castellari, Agnes Bencze, Sanda Uţă, Matteo Acmé FOTOREPORTERS: Diego Stellino, Federico Carlini GUEST STAR Jasmina Tesanovic OSPITI di questo numero Riccardo De Mutiis, Roberta Braida, Daniela Sala Foto di copertina di Silvia Biasutti 2 INDICE PRIMA PAGINA -Homepage- Per un’Europa futura pag. 5 -Studies- Dracula, il simbolismo rovesciato pag. 6 di Luca Bistolfi - L’inchiesta – Montenegro, Djukanovic si dimette. L’ultimo capolavoro pag.12 di Riccardo De Mutiis -Dossier rivoluzioniGEORGIA Quale futuro per la Rivoluzione delle Rose pag. 19 di Davide Denti ALBANIA La crisi albanese. Non chiamatela rivoluzione pag. 23 di Matteo Zola Tirana il giorno dopo, incontro con Edi Rama di Geri Zehji Ballo Rama e Berisha, due facce della stessa medaglia pag. 25 di Geri Zehji Ballo Il coro e le persone, voci dalla crisi albanese pag. 27 di Geri Zehji Ballo Dentro la crisi albanese, intervista ad Antonio Caiazza pag. 30 di Federico Resler NORD AFRICA La rivoluzione dell’89 e l’insurrezione araba pag. 35 di Matteo Tacconi Rivoluzione araba. L’erronea analogia con l’Europa dell’Est pag. 37 di Jan Fingerland traduzione di Daniela Ferrara Il Nord Africa non è l’ottantanove con Facebook pag. 39 di Matteo Zola 3 SECONDA PAGINA - Elzeviro Il gruppo di Viségrad compie vent’anni pag. 42 di Gabriele Merlini - Transnistria La Tortuga ignorata da Bruxelles pag. 45 di Massimiliano Ferraro - Russia La minaccia atomica della nave fantasma pag. 47 di Massimiliano Ferraro - Società La lunga strada verso la scuola. La scolarizzazione dei bimbi rom e sinti pag. 50 di Daniela Sala TERZA PAGINA - Musica Jugorock, musica non allineata pag. 53 di Roberta Braida - Cultura Il mare che affonda recensione a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic di Matteo Zola pag. 57 4 Per un’Europa futura East Journal compie un anno, per festeggiare ha deciso di regalare ai suoi lettori un secondo numero dell’e-magazine inaugurato a gennaio. Anche in questo numero si propongono lavori di ampio respiro, approfondimenti, materiali sottratti al tempo della comunicazione veloce che tutto divora: per prima l’informazione. E informazione si è cercato di fare in questo primo anno di vita, pur senza l’ansia del primato, con l’attenzione di chi cerca di capire quanto avviene prima di raccontarlo. E’ il nostro modo di rispettare il lettore. East Journal è cresciuto grazie ai lettori, al passaparola, agli share della rete, senza sponsor né finanziamenti. Che l’informazione, per essere indipendente, debba essere povera? Ora i tempi ci sembrano maturi per fare un piccolo passo in avanti: nelle prossime settimane East Journal verrà registrato presso il Tribunale competente facendo di un piccolo blog partecipativo un quotidiano on-line a tutti gli effetti. Quello che si ambisce a fare non è solo della buona informazione, East Journal vorrebbe essere un’agorà in cui erodere il pensiero unico, agone di confronto, fucina di futuro. Già, futuro. Perché attraverso il racconto di quanto avviene nel vicino est Europa si vuole contribuire alla costruzione di quell’utopia che noi chiamiamo Unione Europea. E diciamo utopia poiché l’Europa che vorremmo è diversa da questa, unita solo nel nome della moneta. Ciò che con il nostro piccolo lavoro quotidiano vorremmo contribuire a costruire è un’Europa capace di costituirsi come soggetto politico forte e autonomo. Come potranno, giovani giornalisti senza presente, costruire un simile futuro, è quanto vorremmo scoprire insieme a voi lettori. Un passo alla volta crescendo insieme. Per andare avanti, facciamo prima un passo indietro. Dopo il crollo del blocco sovietico, le demorazie liberali hanno rinunciato ad ogni aspirazione, cadendo preda del populismo. Alla scomparsa dell’Est è immediatamente seguita quella dell’Ovest, appagato dalla sensazione di essere vincitore, consolato dall’idea della finis historiae. Ma la storia non è finita e, negli ultimi vent’anni, il cosiddetto “occidente” non sembra migliorato. La grande occasione è l’Europa unita, uscire dalle secche dell’atlantismo in declino attraverso un nuovo progetto politico. Solo una Europa realmente unita e coesa potrà rispondere con parità alle sfide lanciate dalle altre grandi realtà mondiali. E’ dunque necessario non avere paura di esprimere idee europee, manifestando pubblicamente quei valori di libertà e solidarietà che sono alla base della nostra civiltà. Ma cos’è questa Europa? “Con l’Europa succede un po’ quel che succedeva a sant’Agostino con il tempo – scrive Claudio Magris – se non gli si chiedeva cos’era, credeva di saperlo, ma quando glielo chiedevano gli sembrava di non saperlo più. Il forte ma vago senso di appartenenza all’Europa non si lascia definire”. L’indefinitezza dell’Europa è ciò che in molti muove alla critica, anche aspra, sulla sua necessità del continente ad esistere come Unione. Eppure, anche nelle parole dei detrattori, sembra avvertirsi l’ansia di un cambiamento, di una Europa diversa. Oggi, sia nel dibattito politico che nella riflessione scientifica, quando si parla di Europa ci si riferisce in genere all’Unione Europea tanto che i due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi. Buona parte dei Paesi europei è parte dell’Unione mentre gli altri vi gravitano attorno, attraverso negoziati di adesione o accordi politicoeconomici. Questa Unione Europea è però divisa al suo interno anche se, nel suo insieme, l’Europa non è più riducibile alla semplice somma dei suoi Paesi. Le difficoltà del momento attuale non si possono nascondere, ciò non significa però che si debba abbandonare il progetto (soluzione che pare inverosimile). Meglio sarebbe mutarne la rotta, farlo nuovo. A che servirebbe cancellare con un colpo di spugna cinquant’anni di fatiche, l’epopea di un continente che sulle macerie di due guerre mondiali comprende la necessità di unirsi. Alla crisi politica ed economica, che vede fermo al palo anche il processo di integrazione, si può sostituire un rinnovato vigore che si fondi, anzitutto, sulla coscienza di essere europei. Una palingenesi che ora spetta a noi, come generazione, completare affermando irrevocabilmente l’identità europea. Un’identità molteplice, una sola moltitudine - per dirla con le parole di un celebre poeta portoghese - poiché l’Europa che vorremmo è unita ma non unica. E la sua unità è anzitutto culturale, da Bucarest a Praga a Parigi a Dublino. Da Mircea Eliade a Kafka a Proust a Joyce. Ecco, in questo lavoro costantemente in fieri non si deve temere di assumere responsabilità dirette, di divenire protagonisti di un processo di rinnovamento. Una sfida che, nel suo piccolo, East Journal intende raccogliere in questo suo secondo anno di attività, promuovendo una maggiore conoscenza dell’Unione, delle sue istituzioni e delle sue leggi, poiché solo conoscendole per come sono è possibile immaginarle diverse. 5 Dracula, il simbolismo rovesciato di Luca Bistolfi foto di Luke Addison È noto quanto il concetto di «tradizione», con o senza la maiuscola, susciti tra gli intellettuali dibattiti sul significato di codesto termine e sul suo uso. La questione, da un punto di vista meramente culturale, potrebbe anche essere interessante. Tuttavia è necessario rendersi conto che taluni concetti non debbono e non possono esser fatti oggetto di discussione, dacché ineriscono, a diversi gradi, a dominii del tutto estranei al comune discorrere, foss’anche il più colto ed erudito. Vi sono in sostanza concetti che hanno l’obbligo d’essere maneggiati solo da chi abbia pieni consapevolezza e rispetti di essi. Bisogna dunque separare il grano dal loglio, discriminare il sacro dal profano. Il termine «tradizione» è uno di questi e pertanto non può che avere un solo significato, a prescindere dal contesto in cui esso è collocato, ricordando, tra l’altro, che l’alibi del contesto è ciò che relativizza, forzandolo e abbassandolo al massimo grado, anche ciò che non può essere contestualizzato per via della sue unicità e univocità. Il contesto insomma è uno solo. La «tradizione» va intesa come l’autentico deposito immutabile di conoscenze e pratiche, le quali ineriscono direttamente al dominio della religione, della spiritualità e del sacro. «Tradizione» è ciò che, nato puro poiché consegnato agli uomini da Dio per mezzo delle Sue manifestazioni, si perpetua nei secoli e nei millenni, trascorrendo nelle mani di coloro i quali sono stati scelti per codesto compito – conservazione e trasmissione – e possiedono tutte le qualificazioni per svolgere simile delicata e preziosissima funzione. Se non si è d’accordo su questo fondante principio, ogni discussione non può nemmeno essere iniziata.1 Muovendo dall’assunto appena enunciato, ci inoltreremo nell’esposizione, per quanto ne saremo capaci, di quello che Mihai Marinescu, studioso tanto sconosciuto quanto 6 illuminante, chiama Il mito di Dracula nella tradizione romena.2 tutto ciò che è “vecchio” è inutile o addirittura dannoso. La presente trattazione sarà utile al lettore per due ordini di motivi: il primo concerne la possibilità di comprendere, attraverso un argomento notissimo, il senso della «tradizione» come qui lo andiamo esponendo; il secondo è la messa in guardia nei confronti di un assedio libresco e cinematografico, nonché fumettistico e ulteriormente declinato, che veicola non solo un errore, bensì una vera e propria inversione satanica, che proprio a causa della sua popolarità longeva e planetaria, sta attraversando. Prima di addentrarci in medias res, è necessario precisare ancora quanto segue: se è vero che Dracula è diventato mito moderno universale e che qui noi parleremo dell’autentico mito in seno all’ambiente da cui l’irlandese trasse ispirazione, ossia la tradizione romena, non vuol dire che quest’ultima non appartenga, almeno in second’istanza, ossia sul piano metafisico, a tutto il mondo, e in particolare a tutto il mondo cristiano. Si deve tener ben presente questo, ché ciò che ha compiuto Stoker non è solo aver preso e pervertito un personaggio storico, bensì egli ha invertito una tradizione che, a dispetto d’ogni pregiudizio e ignoranza, appartiene a tutta la cristianità. *** In Occidente il cosiddetto conte Dracula, il vampiro che succhia il sangue degli umani tramutandoli in vampiri alla loro volta, è nato da romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker nella seconda metà dell’Ottocento. Sin da subito Dracula ebbe risonanza mondiale e oggi le sue derivazioni non si contano più: è sufficiente ciondolare in qualsiasi fornita libreria del mondo per rendersi conto dell’esponenziale interesse e della smania d’imitazione e ispirazione suscitati da un romanzo scritto oltre un secolo fa. Codesta popolarità ha una sua spiegazione: l’essere umano è irresistibilmente attratto e affascinato dal male e, inoltre, tende con una facilità che se non conoscessimo la tragica e grottesca storia umana, ci lascerebbe sbigottiti, a dimenticare e ad accantonare con lestezza le proprie radici e innestarsi su autentiche e pericolose menzogne servendo così il pregiudizio e la superstizione del progresso, secondo cui tutto ciò che è nuovo è anche necessariamente bene, e *** Vasile Lovinescu, conosciuto anche come Geticus, è uno dei più profondi scrittori dell’umanità e della Romania. Egli disse, compendia Marinescu, che il mito è «come il piano di rifrazione intermedio tra l’Assoluto e il mondo, mondo che il mito crea e anima».4 Da ciò si deduce che un mito rovesciato mette in relazione il mondo non già con l’Assoluto, bensì con il suo esatto opposto, ossia la morte eterna e, più plasticamente parlando, gli inferi e le sue potenze. È esattamente ciò che ha compiuto Stoker: ha ghermito motivi tradizionali delle mitologia e li ha tramutati, invertendoli. Del lavoro di Marinescu tenteremo di offrire una sintesi il più possibile precisa ed esaustiva (non lasciandola priva di commenti), iniziando col dire che il personaggio di Dracula «non è stato e non è romeno». «Stiamo parlando – spiega 7 l’autore – del mito di Dracula così come esso è arrivato ad essere compreso e divulgato oggi, nella forma del contevampiro di Bram Stoker, con le derivazioni corrispondenti. Ciò non significa che il folclore e le “superstizioni” popolari romene non contengano nulla che ispiri o alimenti una costruzione letteraria di questo genere» (p. 24). E infatti folclore e tradizioni romeni sono ricchi di «entità notturne», quali «vampiri, spettri (strigoi), larve (varcolaci) ed esseri di altra natura». Tuttavia tali esseri «non sono propriamente individualizzati, non di riferiscono a un determinato personaggio storico che possa essere seguito nella storia nazionale, per quanto abbiano una posizione centrale nel calendario popolare o intervengano in modo decisivo nella storia nazionale. Quelli che di solito sono intesi come nomi, sono in realtà denominazioni simboliche relative a una determinata funzione. Di conseguenza, là dove la ricerca strettamente storica su personaggi di questo genere non è in grado di illuminarci sul ruolo essenziale che essi possono svolgere per un certo popolo, la risposta ci proviene della stessa storia sacra della nazione rispettiva» (pp. 24 e 25, corsivo nostro). In base a questo, spiega Marinescu, è in base alle definizioni tradizionali di mito che forniscono Lovinescu ma anche altri pensatori tradizionali, «difficilmente potremmo inquadrare l’argomento “Dracula” in una qualunque di esse. Nelle concezioni popolari sui vampiri in generale e tanto meno nella forma “finale” del “mito” di Dracula, non c’è nulla che possa essere considerato come orientato verso il sacro o come un simbolo, nel senso vero e proprio di questi termini» (p. 28). Il senso del sacro in Stoker è del tutto assente, al contrario della sua fonte di ispirazione. Il mito moderno5 del contevampiro si configura come una «vera e propria allegoria demoniaca, per via della negazione e della contraffazione parodistica di alcuni elementi simbolici e mitici forniti di un autentico significato spirituale» (p. 41). Di più: «Come probabilmente la maggior parte di voi già sa, il nome scelto da Stoker per il suo personaggio sta in relazione con una celebre figura della storia romena […].6 Stoker era interessato a creare in Romania una figura di vampiro credibile, idealmente storica, che facesse passare la narrazione come “ispirata a fatti reali”. L’impresa di Stoker, cioè l’introduzione del vampiro nella realtà concreta ed attuale, distrugge l’essenza simbolica di tutto il mito. “Materializzato”, fissato entro delle coordinate esatte di spazio e di tempo, il mito viene pervertito e perde proprio quel carattere di atemporalità che lo rende universale. Questa sottile “operazione estetica” di individualizzazione eseguita da Stoker sul vampiro classico corrisponde abbastanza bene a un certo tipo di atteggiamento mentale moderno, per cui si avverte il bisogno che qualcosa, per essere ritenuto reale, debba essere mostrato con dito e palpato con la mano» (pp. 41-42).7 Nonostante le apparenze, Dracula secondo Stoker non è cattivo, la pellicola di Francis Ford Coppola ha aiutato questo modo di guardare al personaggio. Sono ben noti i motivi per cui il conte-vampiro può suscitare simpatia tra gli ingenui. Invece l’inganno sta proprio qui. *** 8 Al personaggio storico di Vlad Tepes è legato il simbolo del drago, infatti all’Ordine del Drago aderiva il padre del voivoda valacco, che si chiamava Vlad Dracul. Ora, drac in romeno significa diavolo (dracul è articolato, il diavolo) e deriva dal latino draco, ossia drago. Pertanto Vlad Dracul era sinonimo di Vlad Dragonul, letteralmente Vlad il Drago. La mentalità moderna ha attribuito alla figura del drago un significato radicalmente negativo. Ma anche questo è un errore… diabolico. Nonostante le apparenze, il drago ha caratteristiche “positive”. «Il simbolo – scrive Marinescu – non comunica l’appartenenza al dominio del male, ma, esattamente al contrario, la sua vittoria su queste forze, secondo il modello della Vergine che schiaccia la testa del serpente» (p. 47). La più celebre raffigurazione cristiana del drago, visibile in moltissime chiese ortodosse, è quella di san Giorgio. Il drago dunque non è un simbolo cristiano (infatti è associato nell’iconografia mariana al serpente che la Madre di Dio schiaccia), ma rappresenta il «guardiano della soglia, custode del tesoro spirituale iniziatico, che il neofita doveva affrontare e vincere per compiere il proprio percorso iniziatico» (p. 46). Non è infatti un caso che in molte chiese cattoliche antiche un drago sia posto sotto l’acquasantiera, che è forma del fonte battesimale, inizio sacramentale della vita cristiana.8 Inoltre il motivo araldico dell’Ordine del Drago raffigura un drago rovesciato sotto una croce. Da non dimenticare inoltre che sia Vlad Dracul, sia Vlad Tepes sono unanimemente riconosciuti dagli storici come difensori della cristianità contro l’impero ottomano, altrimenti noto come la Sublime Porta (seppur non adoperarono, soprattutto il secondo, metodi propriamente pacifici). *** Vi sono ancora altri elementi diabolici nello stravolgimento di Stoker nei confronti della tradizione romena e di quella cristiana: 9 il simbolismo ematico e il Rex absconditus. Il tema del sangue è in stretta connessione con quello del drago, ma soprattutto con il valore del sangue nel Cristianesimo. Questa perversione stokeriana è forse la più evidente (e quindi, paradossalmente, la più celata), essendo il sangue al centro del Dracula e in generale al centro di ogni storia di vampiri. Nel romanzo vediamo che è attraverso il morso del vampiro e susseguente ingestione del sangue della vittima, che sono creati esseri diabolici (non dimentichiamo mai infatti che il Dracula romanzesco è una figura negativa, un essere che ha spezzato il legame con Dio, una creatura infera e di morte). Nel Cristianesimo – è quasi ridicolo ricordarlo – bere il sangue del Cristo significa vivere in Lui. «Grazie all’eucaristia – ci richiama Marinescu – l’uomo vive e rinasce in Gesù, mentre per il tramite del sangue il vampiro si assicura una perpetuità nella morte» (p. 49).10 In buona sostanza: mentre nel Cristianesimo il sangue del Cristo dà la vita, in Dracula il sangue destina alla morte. La questione del Rex absconditus (re nascosto) è meno evidente ma altrettanto importante. Non abbiamo qui lo spazio per segnalarne tutti i dettagli, e rimandiamo così all’integralità del saggio 9 di Marinescu e al Monarhul ascuns di Lovinescu. In quest’ultimo leggiamo: «Nella vita e nella continuità di un popolo non esiste elemento più positivo, benefico, vitale, risanatore, della presenza – nel suo centro occulto e mitico ma altrettanto reale – di un personaggio archetipico del quale si dice che non è morto e che, nascosto, soffre e fiorisce assieme a quel popolo, riunendo in un fuoco quintessenziale tutte le possibilità latenti di esso, sublimandone le sofferenze, introducendo la malinconia nelle sue gioie e scoprendo, tra il sole e la luna, la posizione dell’astro del mattino» (in Marinescu, pp. 51-52). Questa figura, nella storia e nella tradizione romene, è rappresentata da Stefan cel Mare si Sfant, Stefano il Grande e Santo, voivoda moldavo, molto amico di Vlad Tepes e figura centrale nella spiritualità ortodossa (fu proclamato santo nel 1992). Ora, secondo alcune leggende, il voivoda Stefan cel Mare non sarebbe realmente mai morto, e dal regno dei morti ritornerà. «Non è morto, tuttavia non è neanche vivo, senza però essere morto», scrive Lovinescu commentando un’icona dell’arcangelo Michele, custodita nel museo del monastero ortodosso di Varatec in Moldavia, e che lo scrivente ha avuto la fortuna di ammirare. Sotto l’arcangelo si trova un voivoda anonimo e incoronato, posto all’interno di ciò che rassomiglia ad una grotta o ad una cripta. Ascoltiamo ancora Marinescu: «L’elemento simbolico fondamentale che nel cosiddetto mito di Dracula è stato invertito per primo, è quello della grottacripta. Nel mito del Rex absconditus, la grotta è innanzitutto un luogo della nascita futura, un luogo in cui si conservano le energie latenti di un popolo, affinché con la Parusia possano manifestarsi nella luce e nella gloria. Nel mito di Dracula, la cripta è un luogo della morte perpetua, che reca a sua volta la morte. Inoltre, la grotta è tradizionalmente un luogo della totalità, del compimento, che “contiene in sé la rappresentazione del cielo e della terra” 10 (R. Guénon) […]. Nel caso di Dracula, la cripta reca l’impronta demoniaca dell’inquietudine, della cupidigia divorante. Quando giunge il momento, essa non si apre nella luce, ma, al contrario, in mezzo alla tenebra, manifestando la natura satanica di Dracula» (pp. 53-54). Dracula di Stoker e della ricchezza del saggio di Marinescu, di cui senz’altro suggeriamo la lettura integrale – assieme a quella di altri testi citati nel corso della presente trattazione – per completare informazioni che qui non è stato possibile declinare nella loro interezza. A questo punto completiamo la citazione di Lovinescu contenuta in Marinescu e poco sopra trascritta in corsivo. Geticus scrive: «Stefano [il Grande, ndr] è l’archetipo romeno, la nostra stabilità nazionale, ma a questa parola non va attribuito un sapore moderno, patriottico. Anche gli archetipi particolari sono localizzati simbolicamente nelle caverne; il loro equivalente nel microcosmo è il cuore. È per questo che le leggende e le canzoni relative a Stefano il Grande presentano quest’ultimo nell’atto in cui si risveglia nella caverna del cuore; a condizione di essere ripetute, recitate, ricordate incessantemente, esse diventano una ripetizione sacra, un japa – come dicono gl’indù –, soprattutto se sono inquadrate coi mezzi rituali forniti dal cristianesimo. Ed è assai probabile che queste incantazioni che attualizzavano Stefano il Grande esistessero nelle organizzazioni iniziatiche della Moldavia».11 Secondo i Vangeli, il Cristo nasce proprio in una grotta. L’aver messo in una cripta, Stoker, il conte Dracula, significa aver invertito la simbologia originale e tradizionale, attribuendo a quel luogo non un significato di vita, bensì di morte irrimediabile; e mentre il Cristo è considerato dalla tradizione cristiana il Dio Vivente, il conte-vampiro è notoriamente un morto vivente che porta, alla sua volta, morte agli esseri umani. Abbiamo quindi una duplice inversione, Cristo e la grotta, e altresì una storpiatura di un mito tradizionale, romeno e cristiano a un tempo, appunto quello relativo al Rex absconditus. Tutto questo non è che un assaggio della diabolicità, del carattere antitradizionale, controiniziatico e anticristiano del *** La veicolazione di certi messaggi non passa sempre attraverso testi destinati a un pubblico selezionato, bensì l’astuzia demoniaca sta proprio nel celare la perversione dietro una maschera, che all’apparenza (ma solo per gli sprovveduti) risulta “innocua”. Se la «tradizione» – a parte determinati e autorizzati casi in cui la pressoché totale evidenza è necessaria, ed è il caso ad esempio di Guénon – dev’essere veicolata attraverso un’articolata simbologia (è questa la funzione del simbolo), anche la controiniziazione si nasconde. La differenza è che gli intenti e il mezzo sono diversi: la tradizione si nasconde nel simbolo affinché non sia fraintesa e volgarizzata, mentre la controiniziazione si cela grottescamente sotto la contraffazione del simbolo, cosciente del fatto che se si presentasse nella sua nuda intenzionalità sarebbe rigettata. Inoltre, mentre la tradizione è necessitata dall’uso della maschera simbolica a che i suoi contenuti non cadano nelle mani sbagliate e a che essi non cadano nelle mani di tutti, anche delle persone non qualificate per ricevere taluni messaggi, la controiniziazione deve invece raggiungere, sotto mentite spoglie, il maggior numero possibile di individui. In base a quest’ultima considerazione, e tenendo presente ciò che abbiamo declinato nel resto del presente contributo, dobbiamo rilevare che Dracula non è solo un romanzo che ha traviato una serie di dati tradizionali perché ignorante di essi, quanto piuttosto una vera e propria operazione cosciente, ordita a tavolino, vòlta a infliggere un ulteriore colpo mortale alla mentalità 11 occidentale, già di per sé, e da gran tempo, spacciata sotto ogni riguardo. NOTE 1-Nonostante questa precisazione, è nostro preciso dovere rimandare il lettore interessato e qualificato a tutta l’opera di René Guénon, e in particolare, per quanto attiene al concetto di «tradizione», a Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo, Il Regno della Quantità e i Segni del Tempi, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Considerazioni sulla via iniziatica e Iniziazione e realizzazione spirituale. 2-M. Marinescu, Il mito di Dracula nella tradizione romena, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2005, con un’Introduzione di Claudio Mutti, che ne è anche il traduttore. 3-In Marinescu, p. 27. 4-Adoperiamo l’espressione «mito moderno» in luogo di «falso mito» o simili, ché il concetto di modernità implica già di per sé la falsificazione, essendo il mondo moderno – come chiaramente visto e spiegato da René Guénon nella Crisi del mondo moderno e nel Regno della quantità e i segni dei tempi – l’eone dell’inversione diabolica. 5-Sulla figura storica di Vlad Tepes, suggeriamo la lettura dell’Introduzione di Mutti al lavoro di Marinescu [ndr]. 6-Quest’ultima citazione, soprattutto nelle sua seconda parte, potrebbe apparire come un’inutile digressione; e invece riteniamo sia utile al lettore più accorto, ché mette in luce uno degli aspetti più superstizioni e perniciosi della mentalità moderna, e che si può riscontrare ovunque ogni giorni, e da cui bisogna difendersi a tutti i costi. 7-Una tale raffigurazione è possibile vederla nel santuario secentesco della Consolata di Torino, uno dei luoghi più importanti del cattolicesimo, in una cappella antistante la segrestia. Il drago posto sotto l’acquasantiera, qui come ovunque, rappresenta sia l’insidia che si cela al di là dell’ingresso nella vita cristiana, sia la possibilità potenziale di sconfitta del male presente nel battesimo. Per il simbolismo del drago suggeriamo inoltre l’illuminante saggio di René Guénon Simboli della Scienza sacra, opera utile sotto ogni profilo per la decrittazione appunto della simbologia sacra. 8-In relazione a quest’ultima, gli unici lavori in lingua italiana sono i seguenti: Geticus, La Dacia iperborea; V. Lovinescu (Geticus), La Colonna Traiana; C. Mutti, Eliade, Valsan, Geticus e gli altri. La fortuna di Guénon tra i romeni; M. A. Tamas, Agarttha transilvana (tutti pubblicati dalle Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 1984, 1995, 1999, 2003). Molto utile anche la lettura di C. Mutti, Le penne dell’Arcangelo. Intellettuali e Guardia di Ferro, Società Editrice Barbarossa, Milano, 1994. La stessa Legione Arcangelo Michele, meglio conosciuta come Guardia di Ferro, fondata nel 1927 da Corneliu Zelea Codreanu, appartiene di diritto alla tradizione romena; anzi si può dire che Codreanu mostra i chiari segni di una provenienza non umana, ossia divina. Eliade stesso, prima d’esser costretto a tacere o a parlar per allusioni e allegorie, visto il clima politico e ideologico che s’era creato all’indomani del 1945 in tutt’Europa, disse che la Legione «ha riconciliato la Romania con Dio». Anche il poeta e scrittore Mihai Eminescu, tra i romeni più famosi, rientra in questa categoria. Purtroppo, per motivi di spazio e per via del contenuto di questo articolo, non possiamo indugiare su Eminescu e Codreanu, ma ci ripromettiamo di farlo in una successiva occasione. 9-È stupefacente, o forse no, constatare che tale inversione non sia pressoché mai stata posta in luce, neppure da certi autori cristiani assai famosi, i quali sono considerati autorità in materia religiosa e nel medesimo tempo sono i massimi esperti mondiali – e di questo c’è da esserne del tutto sicuri – di vampirismo e delle più perverse forme di religiosità che sono comparse nel mondo nell’ultimo secolo. 10-In C. Mutti, Le penne dell’Arcangelo, op. cit., pp. 101-102. Luca Bistolfi è nato a Torino in 5 Novembre del 1978. Giornalista pubblicista, entra nel mondo giornalistico nel 2003, collaborando alle pagine culturali del Giornale del Piemonte. nel novembre 2006, inizia un’intensa collaborazione con il settimanale nazionale Il Nostro Tempo, occupandosi in prevalenza di religione, spiritualità e cultura, con incursioni nell’attualità e nella storia. Nel 2007 diventa giornalista pubblicista. Dal 2008 scrive per il mensile Studi cattolici e dal 2009 è collaboratore del quotidiano Linea e del periodico l’Officina. Fa parte dei Comitato organizzativo di Torino Spiritualità e per il festival LetterAltura di Verbania cura la sezione «Montagna e spiritualità». 12 Montenegro, Djukanovic si dimette. L’ultimo capolavoro di Riccardo de Mutiis La repubblica di Montenegro, indipendente dal 2007 , conta circa 670.000 abitanti: la capitale è Podgorica, ma il fulcro economico del paese è Budva, comune sulla costa adriatica, meno di 20.000 abitanti, ma un territorio che si estende sul litorale per oltre 20 chilometri ed è oggetto di una intensa attività edilizia, e ciò nell’ ottica di un progetto diretto a trasformare la città in un centro di attrazione turistica internazionale. L’importanza di Budva per l’economia montenegrina, è di tutta evidenza: il Paese è povero, l’industria è quasi del tutto assente, e la carta del turismo internazionale, da giocare soprattutto a Budva, appare in grado di assicurare occupazione e ritorno economico in tempi relativamente brevi . Ed il “progetto Budva ” sembra , almeno inizialmente, dare dei risultati tangibili: imprese nazionali ed estere, soprattutto russe, ottengono licenza edilizie e costruiscono strutture ricettizie imponenti, e la città adriatica balza agli onori della cronaca internazionale per il fatto di ospitare, nella zona di Yaz, concerti di stars internazionali quali i Rolling Stones e Madonna . Alla tradizionale festa annuale della città, nel novembre 2010, il sindaco Rajko Kuliaca, al secondo mandato, nel corso della convention tenuta all’hotel Maestral, illustra con soddisfazione i risultati dell’amministrazione da lui guidata e delinea le prospettive di sviluppo della città. Gli ospiti internazionali, alla serata di gala allietata da famose cantanti serbe quali Ana Bekuca e Merima Njegomir, si complimentano con Kuljaca, il quale, anche per la giovane età, appare l’astro nascente del partito democratico sociale, che governa il Paese della Zeta fin dalla sua indipendenza . Data tale premessa, l’ arresto, effettuato il 23 dicembre 2010, del sindaco Kuljaca e di altre persone, amministratori del comune adriatico ed uomini d’ affari, è apparso un fulmine a ciel sereno . L’arresto di Kuljaca e degli altri è stato disposto dalla magistratura montenegrina nell’ambito di una indagine finalizzata ad 13 accertare eventuali violazioni di legge con riferimento ad una operazione immobiliare effettuata nel territorio del comune adriatico, precisamente nella zona Zavala . Ovviamente non è questa la sede per valutare, sotto il profilo legale, la fondatezza degli addebiti mossi al sindaco di Budva dagli inquirenti montenegrini. Ma se il provvedimento restrittivo sfugge per il momento, a causa della segretezza delle indagini, ad una lettura di tipo giuridico, esso può essere tuttavia valutato da una diversa angolazione, quella politica. Da questo diverso punto di vista non appare eccessivo affermare che l’arresto di Kuljaca sembra segnare una brusca inversione di tendenza della politica dello Stato adriatico. Ci si domanderà per quale ragione si sostiene che un fatto giudiziario, quale è, effettivamente, un arresto, abbia una valenza politica . La risposta a questo interrogativo non può prescindere dall’analisi dei rapporti tra potere politico e potere giudiziario nel Montenegro, e, più in generale, dall’ analisi del sistema politico dello Stato adriatico e dei suoi rapporti con la Comunità Internazionale . I giudici montenegrini in passato non si erano mai permessi di perseguire un personaggio politico, e men che meno un personaggio dello spessore di Kuljaca, il quale, lo si è già detto, è un esponente di rilievo del partito leader della coalizione di governo, di cui è capo incontestato Milo Djukanovic, il quale, nonostante sia appena quarantottenne, guida da quasi 20 anni, da presidente o da primo ministro, la repubblica adriatica, di cui è considerato il “ padre padrone”, non solo sotto il profilo politico ma anche sotto quello economico. E proprio per questo suo atteggiamento eccessivamente rispettoso nei confronti del potere politico costituito, nonché per un diffuso senso di percezione, da parte dell’opinione pubblica, della sua corruzione, la magistratura montenegrina si era meritata le critiche della Comunità Internazionale . E la mancanza di fiducia della Comunità Internazionale, ed in primis delle organizzazioni internazionali di polizia, nei confronti della Magistratura e della Polizia montenegrina è dimostrata dal fatto che le prime non hanno mai richiesto la collaborazione delle seconde, proprio perché le ritenevano inaffidabili, nell’ ambito di operazioni contro il traffico internazionale di stupefacenti che coinvolgevano anche il territorio e alcuni cittadini del Montenegro . E alle critiche della Comunità internazionale si aggiungevano , più rilevanti sotto il profilo della capacità di incidere sul futuro del paese , quelle della Unione Europea . Infatti Bruxelles aveva chiaramente lasciato intendere che il riconoscimento al Montenegro dello status di candidato ad entrare nell’ Unione era condizionato ad un miglioramento della situazione interna , sia sotto il profilo del comportamento della Magistratura , ritenuta non indipendente e poco professionale , sia sotto quello dell’ azione della pubblica amministrazione , giudicata corrotta ed incompetente , sia infine sotto quello dell’ ordine pubblico, ritenuto gravemente compromesso dalla presenza diffusa della criminalità organizzata . E, si aggiunga, l’Unione Europea non 14 poteva certamente tollerare alla guida di un Paese prossimo all’acquisizione dello status di candidato, la presenza di un personaggio, quale Djukanovic, accusato da diverse parti di avere rapporti con la criminalità organizzata 1) ed indagato dalla Procura della Repubblica di Bari per associazione di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di sigarette ( secondo l’ accusa attraverso tale traffico, che avrebbe avuto luogo nel periodo 1994 /2002 tra Italia, Montenegro, Cipro e Svizzera, sarebbero stati riciclati milioni di dollari: il procedimento venne archiviato nel 2009 ma solo per ragioni formali, e cioè per difetto di giurisdizione: infatti Djukanovic era divenuto, medio tempore e grazie alla intervenuta indipendenza del Montenegro, Capo di Stato e quindi godeva della relativa immunità). Di fronte ad una situazione che esigeva, pena il rallentamento o l‘arresto del cammino del Montenegro verso l’integrazione europea, un ridimensionamento del suo potere, Djukanovic ha dato prova, come diverse volte in passato, di essere uno stratega lucido e spregiudicato . 1) A Djukanovic si rimproverano soprattutto i legami con Darko Saric, un personaggio sospettato di essere al vertice di una organizzazione criminale dedita al narcotraffico . Secondo alcuni media Saric avrebbe depositato notevoli somme di denaro presso la Prva Banka , di proprietà della famiglia Djukanovic ed avrebbe prestato ingenti somme ad amici del’ ex premier. Non è invece una voce, ma un fatto, la concessione a Saric della cittadinanza del Montenegro, la quale impedisce l’ estradizione in tutti gli Stati e quindi ha vanificato, sostanzialmente, i mandati di cattura internazionali spiccati nei confronti dello stesso Saric. Nel febbraio 2010 è stata rivolta a Djukanovic una accusa particolarmente grave , sia per la fonte , il suo padrino ed ex diplomatico Ratko Knezevic, sia per l’ ambito in cui è stata mossa l’ accusa , il processo che si celebra a Zagabria per l’omicidio del proprietario e direttore del settimanale “Nacional“, Ivo Pukanic , sia per il reato contestato in quella sede a Djukanovic, accusato di essere, insieme ad un altro ricercato internazionale, Stanko Subotic “Cane”, il mandante dell’ omicidio di Pukanic, che lo aveva indicato, insieme a Stankovic, quale vertice dell’ organizzazione del contrabbando di sigarette nei Balcani . Infatti il 17 dicembre i leaders europei decidono di accordare al Montenegro lo status di paese candidato ad entrare nell’ Unione Europea, e solo quattro giorni dopo Milo Djukanovic rassegna le dimissioni dalla carica di Primo Ministro della ex repubblica federata jugoslava . Davvero difficile non vedere, tra i due eventi, un collegamento, un rapporto di do ut des tra l’Europa e Djukanovic, 15 attraverso il quale il secondo sacrifica il proprio ruolo istituzionale sull’altare della rispettabilità dell’ immagine internazionale del Montenegro. E l’uso del termine istituzionale non è affatto casuale. Infatti Djukanovic, con le dimissioni del 21 dicembre 2010, ha sacrificato solo il proprio ruolo istituzionale: sarebbe errato, infatti, leggere in quelle dimissioni una resa senza condizioni da parte dello statista montenegrino, il quale rimane sempre il capo del partito più importante del Montenegro, il partito democratico sociale ed il proprietario, sia pure tramite i propri familiari, della più importante banca del paese, la Prva Banka. In sostanza, nell’ occasione, Djukanovic si è dimostrato, sul tavolo politico, quel giocatore consumato ed abile che è sempre stato: ha rinunciato al proprio ruolo istituzionale, come gli chiedeva l’ Unione Europea per riconoscere al suo paese lo status di candidato, ma ha mantenuto quelle posizioni di potere, politico ed economico, su cui Bruxelles non è in grado, né peraltro appare interessata, ad apporre alcun tipo di veto. E l‘abilità di Djukanovic, non a caso soprannominato “britva”, rasoio, per l’incisività della sua politica, è data dal fatto che egli era consapevole che l’ Unione Europea, dopo i problemi che le hanno creato Bulgaria e Romania per il fatto di non avere dato seguito alle promesse in tema di lotta alla corruzione dell’apparato amministrativo e dell’ apparato giudiziario, non si sarebbe accontentata, da parte del governo montenegrino , di un gesto formale , non seguito da una azione diretta a concretizzare l’ impegno a combattere la corruzione . Ed infatti la concretizzazione , da parte di Djukanovic, dell’ impegno assunto con l’ Unione Europea di combattere la corruzione, peraltro consacrato dalla proprie dimissioni, avviene appena 6 giorni dopo l’ ufficializzazione dello status di candidato del paese adriatico ad entrare nell’ Unione: infatti il 23 dicembre, e finalmente ci riallacciamo al tema con cui abbiamo introdotto questa conversazione, avviene l’arresto del sindaco di Budva. E sul significato, in termini politici , dell‘ operazione giudiziaria, non sembrano possano esserci dubbi: l’ arresto di Kuljaca ha la valenza di un mutamento di rotta da parte di Djukanovic, è il segnale della volontà del leader montenegrino di dare una certa soddisfazione alla Comunità internazionale. Ma il provvedimento della magistratura montenegrina ha anche una ulteriore chiave di lettura, che appare chiara ove si consideri che con il sindaco Kuljaca è stato arrestato anche il vice sindaco Dragan Marovic, fratello di quello Svetozar Marovic che è stato l’ultimo presidente della Unione Serbia – Montenegro (il soggetto politico che è succeduto alla Repubblica Federale di Jugoslavia ed ebbe vita dal 2003 fino al 2006, quando il Montenegro divenne indipendente) , ed è ritenuto, anche per il suo potere economico sulla città di Budva (divenuta, con l’indispensabile nulla osta di Djukanovic, un suo feudo personale e chiamata, per tale ragione “Svetozarevo“) il numero due della politica montenegrina, ovviamente a debita distanza dall’ onnipotente Milo. L’ arresto di Dragan Marovic non può non significare una perdita di peso politico del fratello Svetozar, evidenziata anche dal fatto che il secondo ha subito anche la bocciatura del proprio candidato, il sindaco di Podgorica Mugosa, nella corsa alla successione di Djukanovic nella carica di primo ministro, vinta ovviamente da un uomo di fiducia di Milo, l’appena trentaquattrenne ex ministro delle finanze, Igor Luksic. Ed ecco quindi che Djukanovic trae un ulteriore vantaggio dalla partita che ha quale posta l’integrazione europea del Montenegro: non solo si presenta quale campione di democrazia, dimettendosi dall‘ incarico di primo ministro ed aprendo la strada alla lotta contro la corruzione, ma ridimensiona in sostanza 16 anche un potenziale concorrente politico come Svetozar Marotic . La tesi secondo cui Djukanovic e Marotic sono concorrenti e non alleati politici potrebbe destare perplessità, se non altro per il fatto che entrambi fanno parte del partito democratico sociale ed hanno sempre seguito la medesima linea politica. Ma sicuramente il fatto che Marotic sia stato indebolito da due decisioni così importanti , quali la mancata nomina del suo candidato alla successione di Djukanovic e la decapitazione del vertice politico del comune di Budva a lui strettamente legato , ed il fatto che a quelle decisioni non è stato sicuramente estraneo Djukanovic , induce a ritenere che il rapporto tra i due ex sodali , ultimamente , non fosse poi così solido . La giocata spregiudicata di Djukanovic sul tavolo della partita dell’ integrazione europea del Montenegro non può stupire coloro che hanno seguito fin dagli esordi l’ evoluzione della carriera politica del leader montenegrino . Al contrario , l’ evento che stiamo commentando si pone in perfetta sintonia con quella che è stata fin dagli esordi la strategia politica di Djukanovic, caratterizzata da cinismo , pragmatismo ed una buona dose di spregiudicatezza . Politicamente Djukanovic nasce circa venti anni fa , quando balza agli onori della cronaca per essere il delfino , nel Montenegro , dell’ allora leader della ex Jugoslavia e del partito comunista jugoslavo, Slobodan Milosevic 2). All’epoca Djukanovic è il fedele esecutore, giovanissimo, delle direttive di Milosevic nella allora repubblica federata di Montenegro: egli garantisce al leader serbo pieno sostegno durante il fosco periodo della guerra civile in Croazia ed in Bosnia. E non a caso il Montenegro , nell‘ epoca dello sgretolamento della ex Jugoslavia , è l’ unica repubblica federata a non manifestare desideri d’ indipendenza , ed il ruolo di Djukanovic nell’ assicurare al “vodz” Milosevic la fedeltà dei montenegrini non può essere minimizzato. Ovviamente , Djukanovic non è uno che lavora gratis e Milosevic gli concede, in cambio del sostegno alla propria politica , una certa libertà d’ azione , politica e non solo, nell’ ambito montenegrino. Ma Djukanovic è dotato di lungimiranza politica e non ignora gli scenari internazionali: all’ epoca della guerra in Kosovo, ed arriviamo alla fine del millennio, si rende conto che la politica miloseviciana ha condotto la Jugoslavia al disastro economico ed all’ isolamento internazionale, e prende le distanze dal leader serbo, uscendo dal partito socialista e battendo di strettissima misura, alle elezioni presidenziali del 1997, Momir Bulatovic, rimasto fedele alla linea di Milosevic: una vittoria, quindi, per evocare il soprannome di Milo, sul filo del rasoio, al termine di una partita rischiosissima. La più importante decisione assunta dal governo montenegrino nel primo periodo della presidenza 2) Per un ritratto di Milo Djukanovic , si legga il capitolo a lui dedicato da Enzo Bettiza in “Corone e maschere” . Djukanovic, a testimonianza del rilievo che questi connette al contesto internazionale è, nel novembre 1999 , la sostituzione, quale valuta della repubblica federata, del dinaro jugoslavo con il marco tedesco: la mossa, peraltro, trovava anche una giustificazione tecnica nel fatto che il dinaro, in quegli anni subiva una svalutazione quasi da repubblica di Weimar. Il passo successivo non poteva essere che quello dell’ indipendenza del Montenegro: Djukanovic, consolidato ormai il potere interno, vorrebbe indire il referendum per l’indipendenza sin dal 2004 , ma la Comunità internazionale , ed 17 in particolare l’Unione Europea, ritenendo che la nascita di un nuovo Stato potrebbe rendere ancora più instabile l’ area balcanica , impone una moratoria di qualche anno , necessaria per stabilizzare il contesto regionale nell’ambito del quale, in caso di esito positivo della consultazione popolare, sarebbe sorto il nuovo stato montengrino. Viene quindi fissata la data del novembre 2006 per la consultazione referendaria e Djukanovic, deve giocare l’ennesima partita, stavolta su due fronti, non solo quello puramente elettorale, finalizzato a conquistare il consenso degli aventi diritto al voto, ma anche e soprattutto su quello della definizione del corpo elettorale. Djukanovic ed i suoi ritengono che la percentuale di voti necessaria per la dichiarazione d’indipendenza debba superare il 50% dei voti dei cittadini montenegrini , mentre invece la fazione favorevole al mantenimento dell’ Unione con la Serbia pretende, ferma restando la necessità di superare il 50% dei voti, che il diritto di voto vada esteso anche ai montenegrini residenti in Serbia. La tesi di quelli che, per analogia agli schieramenti politici nell’Ulster, potrebbero essere definisti “unionisti” , è di facile lettura : nella sola Belgrado risiedono più montenegrini che in tutto il Montenegro: costoro, trapiantati da anni in Serbia, e legati ai fratelli serbi da rapporti di parentela, amicizia e lavoro non sembrano sensibili alla mozione indipendentista. La querelle tra le due fazioni è risolta dalla Unione Europea, la quale propone di limitare il diritto di voto ai soli cittadini montenegrini, prevedendo, per la proclamazione dell’indipendenza, il raggiungimento di una percentuale pari al 55 % dei votanti. La proposta dell’Unione Europea lascia perplessa la fazione degli indipendentisti che preferirebbe il classico quorum del 50% dei votanti: a rompere gli indugi ed a decidere di accettare l’insolita percentuale del 55% è, come al solito, Djukanovic, e la scelta, ancora una volta rischiosa, gli da ancora una volta ragione: il sì all’ indipendenza ottiene il 55.4% dei voti , e quindi prevale per uno scarto risicatissimo di 2300 voti. E se quella del referendum per l‘indipendenza è stata, finora, la partita più importante giocata da Djukanovic, non è stata sicuramente l’ ultima. Nel 2008 infatti il Kosovo , ex provincia autonoma della repubblica serba, si dichiara indipendente. I commentatori politici erano sicuri che il Montenegro, paese a sua volta di recente indipendenza e non ancora pienamente emancipato sul piano internazionale , non avrebbe contraddetto l’atteggiamento dei suoi partners, ossia la Serbia e la Russia, entrambe decisamente contrarie, sia pure per ragioni diverse, alla nascita dello stato kosovaro. Ed infatti la Serbia, legata al paese delle Montagne Nere dalle comuni radici storiche, linguistiche e religiose era ovviamente contraria all’ amputazione della porzione kosovara dal proprio corpo territoriale, mentre la Russia, protagonista di massicci investimenti nel settore immobiliare ed industriale montenegrino 3) non poteva accettare una dichiarazione d’ indipendenza che avrebbe rappresentato, ed in effetti rappresenta, un inquietante precedente del diritto internazionale e per tale ragione sarebbe stata sicuramente presa a paradigma dalla Cecenia e dalle altre entità substatali o etniche con velleità indipendentiste presenti sul territorio russo, si pensi al Tatarstan ed alle repubbliche causasiche. Ebbene, anche in questo caso Djukanovic sorprende le cancellerie europee, procedendo al riconoscimento del Kosovo: mossa che provoca manifestazioni protesta a Belgrado, da parte dei filo serbi e l’ irrigidimento dei rapporti diplomatici con Belgrado. 3) Il colosso industriale dell’ alluminio , il complesso “Kombinat “, la più rilevante realtà economica del paese , che copriva l’ 80% delle esportazioni statali , è stato privatizzato ed è attualmente di proprietà della russa Rusal (Russian 18 alluminium) , facente parte della CEAC (Central European Alluminiun Company), di cui è azionista di maggioranza Oleg Deripaska, magnate molto vicino al presidente Putin. E sempre una società russa ha acquisito la proprietà di una importante acciaieria di Niksic, la Zeljezara , e le società russe hanno effettuato i più importanti investimenti immobiliari sulla costa. La decisione, al contrario, viene commentata favorevole dagli Stati membri dell’Unione Europea, i quali nella grande maggioranza avevano a loro volta riconosciuto il Kosovo e temevano che lo scivolamento del Montenegro nella sfera d’ influenza economica russa fosse il necessario preludio al sorgere di una sudditanza anche politica nei confronti di Mosca. E la scelta di Djukanovic, non diversamente da quelle precedenti, ha dato i suoi frutti: il riconoscimento del Kosovo ha facilitato il cammino del Montenegro verso l’ integrazione europea, mentre, nonostante sia stata criticata dal Cremlino, non ha guastato i rapporti economici tra il paese delle Montagne Nere e gli investitori russi. In conclusione, si può senz’altro affermare che le scelte di Djukanovic, pur rischiosissime ed in grado di compromettere il futuro politico dello stesso leader e del Montenegro, si sono sempre rilevate vincenti: rottura con Milosevic e conseguente vittoria elettorale contro il delfino di questi, Bulatovic, sostituzione del dinaro con il marco prima e con l’euro poi, vittoria nel referendum per l’indipendenza ed infine riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Ed attendiamo ora di sapere come finirà l’ ultima partita , quella dell’ integrazione europea, nell’ ambito della quale l’ arresto del sindaco di Budva , con le connessioni politiche a cui si è fatto riferimento , si inserisce. Riccardo De Mutiis ha ricoperto incarichi per conto dell'Ocse nei Balcani occidentali In virtù delle pregresse esperienze di avvocato internazionalista e di magistrato, ha acquisito una profonda conoscenza del sistema giudiziario e dei rapporti tra potere esecutivo e potere giudizario nei Paesi balcanici. 19 Quale futuro per la Rivoluzione delle Rose? di Davide Denti foto di Vladimer Shioshvili Il 2010 è stato segnato dalle visite a Tbilisi del presidente turco Erdogan e del ministro degli esteri iraniano Mottaki, mentre una visita di Ahmadinejad è stata rimandata sine die. In che direzione sta andando la repubblica caucasica, che continua a dipingersi come democratica e a credere nelle possibilità di integrazione nella NATO e nell’Unione Europea? Due fattori fondamentali hanno modificato la situazione internazionale della Georgia negli ultimi due anni, costringendola a rivedere la propria politica estera: la guerra russo-georgiana del 2008, e l’elezione di Obama alla Casa Bianca. Il conflitto sud-osseto tra Russia e Georgia ha messo fine agli obiettivi del nuovo governo di Mikheil Saakashvili, uscito dalla Rivoluzione delle Rose del 2003, di restaurare la sovranità georgiana sulle province secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, dopo esser riuscito già nel 2004 a recuperare il controllo dell’Ajara. Inoltre, ha mostrato come la Russia sia disposta ad intervenire militarmente al di fuori dei propri confini. La Russia di Putin, potenza regionale a tendenza autoritaria che occupa militarmente le due province secessioniste, costituisce oggi la nemesi della repubblica caucasica. Dall’altra parte, l’elezione di Barack Obama ha segnato il venir meno del sostegno incondizionato degli Stati Uniti ai governi filo-occidentali dei ex paesi satelliti dell’impero (Georgia ed Ucraina in primis) a favore di un dialogo costruttivo con Mosca per il raggiungimento di obiettivi comuni nei campi della diplomazia e del disarmo. La cooperazione tra Stati Uniti e Federazione Russa sul disarmo nucleare (trattato 20 START-2), sulle sanzioni all'Iran, e infine sulla difesa missilistica hanno lasciato la Georgia isolata: il Congresso ha levato il suo veto sul patto di cooperazione nucleare Usa-Russia, già giustificato dall’occupazione russa di Abkhazia e Ossezia del Sud. Inoltre, la Georgia ha visto da allora affievolirsi le prospettive di integrazione nella NATO, unica alleanza militare in grado di garantirne la sicurezza. La Commissione NATOGeorgia ancora non ha fissato alcun obiettivo concreto per l'adesione della Georgia; Lavrov, ministro degli esteri russo, ha dichiarato di considerare lo U.S.-Georgia Strategic Partnership Charter del 2009 “una reliquia del passato”; e la Francia è prossima a vendere a Mosca navi da guerra che la marina russa prevede di utilizzare per la difesa marittima dell’Abkhazia. La Georgia ha iniziato così a rafforzare le sue relazioni con l'Iran. Una visita reciproca dei ministri degli esteri si è svolta nell'estate 2010, con la promozione degli investimenti iraniani nelle centrali idroelettriche in Georgia e, di converso, investimenti georgiani nei progetti di energia eolica in Iran, oltre alla liberalizzazione del regime dei visti. Una visita di Ahmadinejad a Tbilisi, offerta da iraniani e preconizzata da Saakashvili, è stata rimandata sine die per evitare di inimicarsi troppo gli Stati Uniti. Le autorità georgiane si sono tuttavia subito preoccupate di sottolineare che lo sviluppo delle relazioni tra Georgia e Iran "non significa affatto un cambiamento nella politica estera della Georgia, né è in conflitto con i suoi obiettivi prioritari di integrazione con l'Unione Europea e la NATO", nelle parole del viceministro georgiano degli esteri Nino Kalandadze. Una delle maggiori ragioni del riavvicinamento tra Georgia ed Iran sta nel tentativo di disinnescare lo scontro tra Washington e Teheran sul dossier nucleare iraniano: un potenziale inasprimento della crisi darebbe alla Russia (del cui voto al Consiglio di Sicurezza ONU Obama ha un disperato bisogno) un ampio margine di manovra su Washington, lasciando così la Georgia in una scomoda situazione. Al tempo stesso, Tbilisi è in cerca di un maggior numero di alleati nella regione, anche se questi non dovessero essere amici dell’America. Nel maggio 2010, la Georgia ha appoggiato entusiasticamente la mediazione turco-brasiliana sul dossier nucleare iraniano: “Questa è una questione di morte e di vita per i piccoli stati, questa è una questione di sopravvivenza. E' stata una situazione disperata per anni. (...) Questa è una vera e propria rivoluzione diplomatica e una grande vittoria diplomatica per l'Iran, l'Europa, gli Stati Uniti e del mondo e per l'intera regione, per la Turchia e, naturalmente, per la Georgia ... Questa è la pace per l'Iran e per l'intera regione e per la Georgia” (Saakashvili). La posizione ufficiale degli Stati Uniti sulla questione è stata invece molto più fredda, continuando a lavorare per maggiori sanzioni in sede ONU sull’Iran: “Mentre sarebbe un passo positivo per l'Iran il trasferimento di uranio a basso arricchimento fuori dai suoi confini, come ha accettato di fare lo scorso ottobre, l'Iran ha detto oggi che 21 continuerà il suo arricchimento del 20%, che è una diretta violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite” Le relazioni irano-georgiane si sono intensificate ancora a seguito della visita del ministro degli esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, a Tbilisi, nel novembre 2010. Saakashvili ha elogiato il sostegno del governo iraniano per la sovranità e l'integrità territoriale della Georgia, sottolineando l'importanza dei colloqui tra il gruppo P5+1 (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Stati Uniti e Germania) e l'Iran sul programma nucleare di quest'ultimo. Il presidente Saakashvili ha dichiarato che la Russia starebbe "giocando" con il programma nucleare iraniano, usandolo per influenzare gli Stati Uniti. Secondo Saakashvili: “Il disegno della politica estera russa consiste nel mantenere vivo il problema, per capitalizzarne i benefici. Se la questione iraniana si risolve, cosa resta come leva per i russi verso gli Stati Uniti? Per questo continuano a giocarci in maniera intelligente promettendo cose all’occidente, ma sostenendo nei fatti l’Iran. Penso che, nel processo, [i russi] abbiano perso la fiducia di tutte le parti, ma stanno facendo così da sempre”. Allo stesso tempo, Saakashvili ha sottolineato come “c’è un principio di base, che ovviamente Israele ha diritto alla sicurezza e all’esistenza, e nessuno può metterla in discussione - questo è cristallino per me”. Durante una consultazione diplomatica con la Francia del settembre 2009, gli Stati Uniti hanno dichiarato di perseguire “una politica di sostegno della Georgia di fronte alle pressioni russe senza spingere il presidente Saakashvili ad agire in modi controproducenti", mentre la Francia ha sottolineato che stava esercitando pressioni su Saakashvili perché non rispondesse a qualsiasi tipo di provocazione, quale un eventuale attacco alle navi della marina georgiana. Nello stesso mese, Saakashvili ha avvertito gli Stati Uniti che la Georgia era stata lasciata "indifesa" e che la prospettiva delle elezioni presidenziali russe, con Putin di nuovo in corsa, potrebbe innescare un ulteriore conflitto con la Georgia intesa alla sua rimozione dal potere da parte delle forze russe. La diversificazione della politica estera georgiana passa anche dal ravvivamento della sua cooperazione con gli Stati vicini, in primo luogo la Turchia: la visita di Erdogan nel maggio 2010 a Tbilisi è servita a ricordare che la Turchia è già il maggior partner commerciale della Georgia, e i due paesi hanno in programma di liberalizzare i visti reciproci entro l’anno. Infine, sono pronti i progetti per una ferrovia Tbilisi-Kars, che dovrebbe collegare la Georgia all’Europa. La Georgia si inserisce inoltre nella relazione culturale e nella cooperazione energetica tra Turchia ed Azerbaijan. I due paesi turcofoni contano sul territorio 22 georgiano per il passaggio degli oleodotti Baku-Ceyhan e Baku-Kars, e hanno ottenuto l’assicurazione che la Georgia non riesporterà il gas e petrolio azero verso l’Armenia. Inoltre, il 6,5% di azeri costituisce la principale minoranza etnica in Georgia. Infine, la Georgia simpatizza con la causa azero nel conflitto del Nagorno-Karabakh, in analogia con la propria posizione nei confronti di Abkhazia e Ossezia del Sud. popolazione, e che le sue credenziali democratiche restano vacillanti. Infine il rapporto tra Georgia e Armenia costituisce, paradossalmente, una risorsa per Tbilisi nei confronti della Russia. Malgrado siano ciascuno alleato con il nemico dell’altro (la Georgia con Turchia ed Azerbaijan, l’Armenia con la Russia), i rapporti tra i due stati sono rimasti freddi ma cooperativi. L’Armenia, senza sbocco sul mare e rinchiusa tra le frontiere bloccate con Turchia ed Azerbaijan, ha assoluto bisogno della Georgia per assicurarsi il transito di merci ed energia verso la Russia e verso il mar Nero. La Georgia ospita sul suo territorio il passaggio di un oleodotto russo-armeno, che garantisce un minimo di sicurezza energetica alla Georgia, e può così contare sull’Armenia come moderatore e come eventuale ostaggio di un futuro ulteriore scontro con Mosca. La direzione dell’attuale politica georgiana - recuperare il rapporto con l’Iran, mantenendo le proprie credenziali democratiche interne e il rapporto privilegiato con Washington - è pericolosa ma obbligata. Resta da vedere se Saakashvili riuscirà a consolidare la posizione della Georgia tanto quanto la propria: le manifestazioni di piazza dell’autunno 2007 e della primavera 2009 hanno dimostrato che anche in politica interna il governo georgiano non gode del supporto incondizionato della propria Davide Denti, frequenta il College d’Europe presso il campus di Natolin, a Varsavia. Dopo la laurea specialistica in Relazioni internazionali all’Università di Milano ha lavorato nel campo della cooperazione internazionale con l’Ong Cesvi nella Repubblica Democratica del Congo. Collabora con East Journal scrivendo approfondimenti di politica polacca 23 La crisi albanese. Non chiamatela rivoluzione di Matteo Zola Era il 21 gennaio, in una Tirana blindata va in scena la protesta contro il governo di Sali Berisha organizzata dall'opposizione guidata da Edi Rama. Non è la prima protesta di questo genere, la crisi politica in Albania è iniziata con le elezioni del giugno 2009, vinte dal Partito democratico di Berisha, accusato però di brogli dal Partito socialista guidato da Edi Rama. Poi, a gennaio, esce un video che inchioda l'ormai ex vice-premier Ilir Meta su un caso di corruzione. In Parlamento si scatena la tempesta, scambi di accuse, minacce, slogan come “ik hajdut” (vattene ladro) poi ripreso dalla piazza. E ancora accuse a sfondo sessuale e di corruzione. entrambe a corto di interessate solo al potere. argomenti e L'opposizione cerca la piazza, e la trova. Il bilancio è di tre morti, uccisi dalla polizia a difesa della sede del governo. Una cosa impensabile per un Paese in rapida ripresa economica e avviato alla democrazia. Qualcuno comincia a parlare di rivoluzione, di guerra civile incombente come nel 1997, ma la realtà si mostra presto ben più triste. Le due parti in lotta non sono opposte ma due facce della stessa medaglia: stesse logiche non democratiche, stesso populismo, Pochi giorni dopo gli scontri Fatos Lubonja, giornalista e intellettuale albanese, scrive sul suo blog Perpjekja: "Quello che sta succedendo questi giorni in Albania ha diviso gli albanesi in due grandi gruppi. Del primo fanno parte quelli che pensano che ciò che sta avvenendo è il risultato di due pessime persone: Sali Berisha e Edi Rama. Per coloro che la vedono così – che sono per lo più militanti dei partiti in conflitto o loro sostenitori – il male sparirà quando "Rama sembra aver previsto tutto, anche i morti" è la raggelante testimonianza raccolta da Geri Zehji Ballo dopo gli scontri. Geri, giovane giornalista albanese, ha cominciato da quel momento a raccontare ai lettori italiani quanto stava avvenendo nel suo Paese tenendo corrispondenze con Radio Vaticana, collaborando con il Corriere della Sera e anche con East Journal. Lo ha fatto intervistando lo stesso Edi Rama e seguendo in prima persona le successive vicende di piazza. 24 uno di questi due uomini sarà definitivamente sconfitto. Esiste però anche un altro gruppo di non minore importanza, di cui fanno parte anche simpatizzanti e membri dei due partiti, di persone sempre più convinte che questi due uomini altro non sono che il volto di un male maggiore e che il Paese si salverà solo quando la nostra lotta contro il male che questi due uomini rappresentano li cancellerà dalla vita politica". La retorica del giorno dopo ha però ingannato molti, e i media hanno fatto il resto dipingendo Rama come un campione della democrazia e Berisha come un autocrate criminale. L'errore è stato più su Rama che su Berisha il quale, occorre ricordarlo, è partner strategico dell'Italia che in Albania investe nel campo dell'energia. Berisha calò l'asso accusando di golpe l'avversario Rama, accusa da corte marziale, e indicando in membri della magistratura "cospiratori" e "fiancheggiatori" di questo ipotetico disegno sovversivo. Il golpe, allora, sembrò quello di Berisha che in tal modo cercava di far piazza pulita dell'opposizione. La crisi albanese, a tutt'oggi irrisolta, ha col passare dei giorni assunto connotati più precisi profilandosi come crisi anzitutto sociale e in second'ordine morale. East Journal ripropone i contenuti più significativi prodotti sulla crisi albanese, le corrispondenze di Geri Zehji Ballo e un'intervista ad Antonio Caiazza, giornalista Rai esperto di Albania. Tirana il giorno dopo. Incontro con Edi Rama di Geri Zehji Ballo Stamattina Tirana era immersa nei rumori e nel traffico di sempre. Una quotidianità uguale a se stessa. Per trovare qualcosa di diverso bisognava spostarsi nei circa 500 metri del centro in cui si sono consumati gli scontri.Lì le cinque o sei carcasse delle macchine bruciate davanti alla piramide e il nastro con la scritta “Scena del crimine” che 25 circondava stamattina il palazzo del Primo Ministro ricordavano ai passanti l’accaduto. Ma nel primo pomeriggio sono scomperse sia le auto bruciate che il nastro. Rimane solo il filo spinato che ora e chissà per quanto ancora circonda il palazzo del Primo Ministro. Mentre intorno tutto scorre uguale a sempre. Nel pomeriggio sono stati deposti molti mazzi di fiori nei punti intorno al palazzo del Primo Ministro dove si sono accasciati i tre manifestanti colpiti a morte dalle forze di polizia schierate a difesa dell’edificio. Intanto le emittenti televisive trasmettono a ciclo continuo i filmati che riprendono i momenti in cui i tre manifestanti vengono colpiti e da dove sono partite le raffiche. Davanti all’evidenza filmata che a sparare sono state le forze di polizia che presidiavano il palazzo, Berisha rivendica il diritto di difendere l’ordine pubblico e sottolinea che saranno sventati con ogni mezzo anche i possibili futuri tentativi dell’opposizione di prendere il potere con la forza, mentre Rama chiede conto al premier della versione resa il giorno prima, nella quale Berisha escludeva che a sparare fosse stata la polizia o gli agenti delle forze speciali. Quando lo incontro nel pomeriggio, Edi Rama è particolarmente risentito per le posizioni delle varie fonti internazionali, che fino a quel momento hanno condannato nello stesso modo la violenza dei manifestanti e quella della polizia. “Non si può essere equidistanti in questa situazione” mi dice. “Non si possono paragonare gli ombrelli, i bastoni dei cartelloni e anche le pietre scagliate dai manifestanti con l’atto di sparare sulla folla, che non viene tollerato e praticato in nessun paese civile e democratico” e aggiunge “con questa equidistanza ‘gli internazionali‘ non aiutano il popolo albanese, ma lo danneggiano.” Gli chiedo a cosa è dovuta, secondo lui, la neutralità delle forse internazionali. Mi risponde che lo fanno perchè “relativizzano ciò che succede in Albania, che non trattano i fatti che accadono qui come tratterebbero i fatti successi in altri paesi democratici. Abbiamo visto recentemente proteste in paesi come la Grecia, la Gran Bretagna, la Francia. In Italia gli studenti sono entrati in Parlamento. Ma nessuno ha sparato su di loro. Mentre in Albania è accaduto”. 26 Rama e Berisha, due facce della stessa medaglia di Geri Zehji Ballo La situazione in Albania “ci preoccupa seriamente”. Lo ha affermato Natasha Butler, portavoce del commissario Ue all’allargamento Stefan Fuele, sottolineando l’importanza della “separazione tra i poteri, in particolare quello esecutivo e quello giudiziario” e auspicando che possa essere condotta un’inchiesta “in modo trasparente” sui fatti avvenuti negli scorsi giorni che hanno visto la morte di diversi manifestanti. “È importante che l’Albania rispetti e metta in atto questi principi che sono alla base della democrazia e che fanno anche parte di criteri di Copenaghen” che il Paese deve rispettare se vuole procedere verso l’adesione all’Ue, ha ricordato la Butler. La questione albanese, ha poi ribadito la portavoce, sarà affrontata anche questo pomeriggio durante il Consiglio affari esteri dai ministri dei 27. “Questo dimostra che l’insieme degli attori è in piena riflessione sul da farsi e sul miglio modo di agire verso un paese che ha chiesto di entrare nell’Ue”, ha concluso la Butler. Ed è di poco fa il messaggio del Presidente albanese Topi, nel quale si chiede alle istituzioni di non ostacolarsi vicendevolmente e agli attori politici di risolvere la crisi in corso. Ma nelle conferenze stampa che venerdì 28 gennaio hanno fatto da corollario alla protesta organizzata dall’opposizione, Rama e Berisha hanno continuato a scambiarsi le usuali accuse. “Le violenze sono state quelle perpetrate dai protestanti ai cancelli del palazzo del Primo Ministro” ha affermato il premier Berisha. “Il golpe del 21 gennaio è stato finanziato con 2 mln di dollari. I violenti arruolati sono stati pagati dai 200 ai 600 dollari. Mentre i dimostranti incendiavano auto e aggredivano la polizia, Rama e i suoi alleati Preç Zogaj e Spartak Ngjela decidevano le cariche che 27 ognuno di loro avrebbe ricoperto nel governo che volevano creare” sono state le parole del primo ministro. Mentre Rama, dopo aver reso omaggio alle tre vittime della protesta, ha dichiarato: “I media internazionali sono stati testimoni del carattere pacifico della manifestazione, che stavolta non è stata provocata. Non saremo mai esitanti nel cercare il dialogo. Questa è la strada per le libertà e i diritti”. Ma ha aggiunto: “E’ barbaro che Berisha attacchi il Presidente della Repubblica. Il premier vuole controllare anche questa istituzione, oltre a quella del Procuratore generale Ina Rama. L’Albania non accetta il regime della paura. Non ci possono essere elezioni in un clima tale. Il governo ha rubato i voti delle ultime elezioni”. I toni, per nulla concilianti, sembrano preludere ad un lungo braccio di ferro. Da una parte Berisha viene accusato di non rispettare gli altri poteri dello Stato, portando a una deriva dittatoriale la fragile democrazia albanese. Dall’altra c’è chi si è fatto l’opinione che Rama abbia previsto tutto, anche i morti, pur di prendere il potere senza passare per le elezioni. Il coro e le persone, voci dalla crisi albanese di Geri Zehji Ballo Tre persone sono morte e decine sono rimaste ferite a Tirana lo scorso 21 gennaio durante una manifestazione indetta dall’opposizione socialista di Edi Rama (sindaco di Tirana) per chiedere le dimissioni del governo di Sali Berisha (ex Presidente della Repubblica), accusato da Rama di corruzione e di aver vinto le elezioni del 2009 grazie ai brogli; i cittadini hanno seguito sgomenti in diretta tv il susseguirsi delle violenze, durate un intero pomeriggio. Passato questo venerdì nero, resta però una profonda frattura tra le istituzioni del paese e un dialogo impossibile tra 28 maggioranza e opposizione. Qui se ne parla ogni giorno in decine di trasmissioni, i giornali sono pieni di opinioni e analisi dei giornalisti di turno. Mentre poco spazio è concesso alla voce dei giovani, per questo abbiamo provato a intervistarne alcuni per capire cosa pensano della crisi albanese e delle sue cause. Tra Rama e Berisha «Le cose non migliorano. Anzi continuano a peggiorare! C’è bisogno di un’azione forte per sbloccare la situazione». Loren ha 24 anni ed è convinto che in Albania solo con la mobilitazione nelle piazze si potrà ottenere realmente un cambiamento. «Non c’è altro modo per cacciare il primo ministro – afferma Beni – ha rubato i voti nel 2009 e non si dimetterà mai». «Non sono d’accordo, la manifestazione del 21 era chiaramente organizzata in modo da provocare almeno dei feriti da poter usare contro il governo» risponde Eni, classe 1987, laureato in Giurisprudenza e fino a pochi giorni fa deciso a partire per l’Italia perché qui non trovava lavoro. Poi ha iniziato una collaborazione part-time per il praticantato che gli serve. Crisi e disoccupazione Presto dal dibattito politico si passa a parlare dei problemi del paese, di quelle che i giovani percepiscono come anomalie del sistema albanese e di come queste influiscono sulla loro vita quotidiana. «Anche noi siamo stati colpiti dalla crisi economica – sottolinea Artan, 22 anni, studente di Scienze Politiche – Ci dicono che non è così, che l’economia albanese è addirittura in forte crescita, ma questo è assurdo. Se solo pensiamo all’importanza enorme che hanno per noi le rimesse degli immigrati, provenienti prevalentemente in Stati come la Grecia e l’Italia, dove la crisi è ancora forte, si capisce che ne soffre anche l’economia albanese». «La disoccupazione è il vero problema che devono affrontare i giovani albanesi oggi – fa notare Loren – Di fronte a questo, gli altri problemi che abbiamo sembrano lussi». L’affermazione trova d’accordo anche gli altri. «Per me che studio Giurisprudenza è ancora peggio. Quest’anno sono stati seicento i laureati dell’università pubblica e altri seicento da quelle private. Dove andranno tutti questi giovani?» si chiede Shenda, 20 anni. Mentre Ergi, 23 anni, aggiunge: «Tra pochi mesi sarò laureato in Economia, ma so che non avrò un posto di lavoro perché quelli sono a disposizione solo dei figli di chi sta al potere» Lo scoglio della raccomandazione Il punto non è solo la scarsità di posti di lavoro, ma anche il modo di accedervi. La raccomandazione è talmente diffusa che chi cerca di ottenere un lavoro in altri modi sembra vivere fuori dalla realtà. «Mi è capitato di essere guardato con stupore misto a incredulità quando mi sono presentato nella sede di una delle banche di Tirana con un curriculum in mano per fare domanda di tirocinio» racconta Leonard, 26 anni, laureato a Torino e in cerca di un lavoro nella capitale albanese: «Poi mio zio ha telefonato a uno dei responsabili della filiale e ho fatto lo stage». Anche Celik ha deciso di studiare fuori dal suo paese. Ha 24 anni ed è di Librazhd, un paesino nel sud dell’Albania. Dopo le scuole superiori si è trasferito a Pisa, dove sta concludendo la laurea magistrale in Studi diplomatici: «Non avrò mai un posto di lavoro nel campo della diplomazia. Per quello o sei raccomandato da un parente o vieni scelto perché aiuti la parte politica al governo. Io non userei nessuna di queste due opzioni per avere il posto di lavoro che voglio». 29 Il futuro politico e nuove proteste Per tutti questi motivi il futuro sembra più che mai incerto per i giovani di Tirana. La disputa su chi sia meglio tra Rama e Berisha dura diversi minuti tra i ragazzi intervistati, che li dipingono come due personaggi che si “sostengono” a vicenda, alimentando l’uno l’aggressività dell’altro. Blerta riassume la situazione così: «Se ci fosse un’alternativa valida a loro due la sosterremmo volentieri. Ma non c’è. E a noi tocca metterci a contare i danni provocati da entrambi per scegliere il “meno peggio“». Intanto per venerdì 4 febbraio è stata indetta una nuova protesta dell’opposizione e si temono ancora violenze. Geri Zehji Ballo giornalista albanese, nata a Tirana nel 1984, attualmente vive e lavora a Torino dove conduce il programma radiofonico “Shqip in Torino” su Radio Torino International. Collabora con alcune testate locali ed ha fondato l’associazione interculturale “YouThink“. L’INTERVISTA: Antonio Caiazza, dentro la crisi albanese di Federico Resler Antonio Caiazza, giornalista della sede Rai di Trieste, è uno dei più grandi esperti di Albania in Italia. Il suo libro “In Alto Mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro” (ed. Instar Libri) è una opera essenziale per comprendere le evoluzioni socio-politiche avvenute durante gli ultimi vent’anni nel “paese delle aquile”. Lo abbiamo intervistato per East Journal riguardo la difficile situazione che sta vivendo l’Albania. 30 Qual è l’attuale situazione politica in Albania dopo le manifestazioni di piazza e la conseguente crisi istituzionale? La situazione in Albania sembra essere come in stallo. Le tre vittime della manifestazione del 21 gennaio hanno choccato l’opinione pubblica ma anche la classe dirigente che, improvvisamente, si e resa conto di aver alzato il livello della tensione fino a un punto di rischio molto elevato. In giugno si terranno le elezioni amministrative e il livello dello scontro, dopo la calma apparente di questo periodo, tornerà a salire. L’Albania sembra essersi infilata in un vicolo cieco, dal quale non sa uscire perché nessuno dei contendenti, il premier Sali Berisha, leader del Partito Democratico (centrodestra), e il capo dell’opposizione, Edi Rama, leader del Partito Socialista e sindaco di Tirana, ha intenzione di mollare e cedere di un passo. Ciò che è più grave è che il conflitto all’interno della classe dirigente albanese si svolge nell’indifferenza e nella rassegnazione della popolazione, giovani compresi. Eppure questi ultimi, nel Paese demograficamente più giovane d’Europa, costituiscono una forza insormontabile, ma occorrerebbe che di ciò, di questa loro forza, prendano coscienza. Le potenzialità culturali e civiche sono grandi: decine e decine di migliaia di giovani albanesi sono stati all’estero per lavoro, per studio, sono in contatto con parenti, amici, coetanei che sono sparsi per il mondo, o hanno comunque relazioni che vanno ben oltre i confini delle Alpi Albanesi e del mare che separa Durazzo da Otranto. In Albania l’uso delle connessioni internet è diffusissimo, e i luoghi, dalle piazze alle hall degli alberghi ai caffè, in cui è possibile connettersi liberamente alla rete, sono più frequenti che nelle nostre città. È appunto la rete che sta creando in Albania un nuovo cittadino, a dispetto della politica, della corruzione e del malaffare diffusissimo. Questa nuova società sta per ora in silenzio, nauseata da ciò che vede avvenire, se ne sta per conto suo, come rinchiusa in sé stessa. Ma non durerà a lungo. La distanza culturale, stilistica e di valori fra la società e la classe politica (anche in Albania) è diventata enorme. E quando questo accade, qualcosa prima o poi succede. Per questo credo che le istituzioni internazionali e i Paesi che più da vicino seguono e assistono l’Albania, più che aver relazioni esclusive con i potentati politici locali, farebbero bene a cercare di supportare ed incoraggiare quei germogli di società che in Albania timidamente si affacciano e cercano di farsi sentire, anche a costo di urtare la suscettibilità di Berisha o di Rama. Ci può spiegare in breve la figura di Sali Berisha, attuale primo ministro albanese considerato da molti come un leader non del tutto liberale? Sì effettivamente è difficile definire Berisha liberale. Il liberalismo selvaggio, assoluto, sregolato e incontrollato in cui l’economia albanese procede, non si associa ad un sistema politico liberale nei metodi dell’esercizio democratico. Dritero Agolli, uno scrittore molto popolare ed amato in Albania, dice di lui che, pur avendo viaggiato e magari anche molto letto, la sua origine montanara (viene dall’Albania più arcaica ed arretrata, da un piccolo villaggio fra i monti del nord) lo trascina indietro. In effetti fa politica più come la farebbe un capo clan, un bajraktar, che un moderno leader europeo. È rozzo, a volte violento nei toni, anche volgare in diversi interventi in parlamento, e spiccio nei suoi metodi. Per di più, così come Hoxha all’epoca del comunismo, sfidava il ridicolo gonfiando il petto e affermando che loro e i cinesi erano un miliardo, lui ha fatto altrettanto pretendendo di far diventare l’Albania una potenza energetica nucleare, o come quella volta che a Berxull, in un minuscolo villaggio, tenne un discorso in cui affermò che il suo Paese era l’unico al 31 mondo indenne dalla crisi, anzi in crescita. I primi a ridere, e a provare vergogna, sono i suoi concittadini. Può tratteggiare in breve la personalità di Edi Rama, capo del Partito Socialista e principale rivale di Berisha? Dall’altra parte non c’è proprio un campione di sapienza politica, di lungimiran za e di senso dello Stato. Rama può però vantare una buona amministra zione della capitale, una città che il comunismo aveva lasciato a 250mila abitanti su per giù e che nel giro di qualche anno è arrivata sotto il milione. Ma la sua gestione non è indenne né dalla corruzione né da modi, anche in questo caso, abbastanza sbrigativi, sia nella guida della città che del partito. Che giudizio dà al ruolo della comunità internazionale nella gestione della crisi albanese? Il mio giudizio sul ruolo che la comunità internazionale ha avuto in Albania è pessimo, e molto critico soprattutto verso la politica tenuta dal Paese più vicino all’Albania e maggiormente investito nel bene e nel male, anche per ragioni storiche oltre che geografiche, dalle conseguenze di ciò che accade lì, vale a dire l’Italia. Le diplomazie europee, e la nostra, si sono limitate a stringere legami con le classi dirigenti al potere, accontentandosi della garanzia minima di stabilità. In lingua italiana significa, accontentandosi della garanzia che sulle nostre coste non arrivassero più immigrati (albanesi e non solo). Ottenute risposte positive a questa esigenza basilare, hanno fornito appoggio e legittimazio ne europea ad una classe politica corrottissim a e inefficiente. L’Unione europea aveva la possibilità di continuare a tenere il fiato sul collo dei dirigenti di Tirana (non solo a chi governa, anche a chi guida l’opposizione), mantenendo ancora in sospeso la questione della liberalizzazione dei visti. Bruxelles avrebbe potuto mettere con le spalle al muro Berisha e Rama, e i loro apparati di potere, chiedendo che risolvessero in qualche maniera il conflitto che si trascina dal giugno 2009, e che fosse fatto qualcosa di serio e non di propagandistico contro la corruzione. E invece in dicembre il regime dei visti è stato cancellato, a Tirana la gente ha ovviamente e giustamente festeggiato. E hanno festeggiato anche i potenti locali, che avevano incassato un grande successo. E tornati a sentirsi liberi di far politica come sapevano farla, Berisha e Rama hanno alzato il livello della tensione, fino a farci scappare tre morti. E dire che Tirana di questi tempi dovrebbe essere imbandierata a festa per i vent’anni di democrazia. Invece si è insanguinata. 32 Secondo lei che sbocco avrà la crisi e quali possono essere i fattori di stabilizzazione? Spero che stabilizzazione, per l’Albania, non significhi lasciare tutto come sta, far passare la nottata e continuare come prima. Perché non durerebbe a lungo. Il vero fattore di stabilizzazione, che darebbe all’Europa un Paese europeo, sarebbe l’emergere di una coscienza civile che se ne sta rintanata nelle case, magari a chattare con tutto il mondo e a lamentarsi. In Albania, come in tutte le democrazie stanche, è già alto l’astensionismo. E a chi comanda questo va sempre bene (mica solo in Albania, sia chiaro). Se le decine e decine di migliaia di persone che da tempo non votano, andassero a infilare la scheda nell’urna, sparpaglierebbero le carte in tavola, scompaginerebbero i piani e le sicurezze del manovratore. Gli metterebbero paura. La vera potenza sta lì. Nel caso dell’Albania sarebbe auspicabile che questa società sentisse l’Europa (e magari l’Italia) al proprio fianco, non al fianco dei boss politici locali e Diplomatiche di Gorizia (Università di Trieste) con una tesi in geografia politica, si sta laureando presso lo stesso corso di laurea con un lavoro sulla transizione politica della ex Jugoslavia negli anni ’90. Nel 2008 ha dato vita a Gorizia alla rassegna cinematografica “Infiniti Balcani”. Ha collaborato con il mensile locale “Il Chioggia”, occupandosi di politica, cultura e sport. Attualmente gestisce il blog di informazione “Radio Balcani”. Federico Resler nato a Piove di Sacco (PD) nel 1984. Laureato triennalmente presso il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia (Università di Trieste) con una tesi in geografia politica, si sta laureando presso lo stesso corso di laurea con un lavoro sulla transizione politica della ex Jugoslavia negli anni ’90. Nel 2008 ha dato vita a Gorizia alla rassegna cinematografica “Infiniti Balcani” Attualmente gestisce il blog di informazione “Radio Balcani”. Per East Journal si occupa di Balcani occidentali. Federico Resler laureato triennale presso il corso di laurea in Scienze Internazionali 33 Confronti / La rivoluzione araba e l’ottantanove introduzione Gli eventi che hanno sconvolto il Nord Africa, e che ancora sembrano lontani da una soluzione, hanno suscitato in molti osservatori il confronto con gli avvenimenti che nel 1989 portarono alla caduta del Muro di Berlino e dei regimi socialisti in Europa centroorientale. Un paragone dettato dall’entusiasmo dell’improvvisa liberazione dei popoli arabi dalle loro autocrazie che è stato però criticato da più parti e ritenuto semplicistico, anche alla luce dei fatti in corso, e meno efficace. La similitudine tra ottantanove e rivoluzione araba testimonia però la mancanza di chiavi di lettura e di reale comprensione da parte dell’Europa nei riguardi delle vicende mediterranee. East Journal, attraverso i contributi dei suoi redattori e collaboratori, tenta di offrire tre differenti ipotesi analitiche del paragone tra ottantanove e rivoluzione araba. La prima afferma, pur con debiti distinguo, l’efficacia del confronto. La seconda si pone invece in posizione di netto rifiuto mentre la terza si concentra sul dibattuto ruolo dei social network. 34 La rivoluzione dell’89 e l’insurrezione araba di Matteo Tacconi I tunisini hanno cacciato a colpi di piazza Ben Ali. Gli egiziani, invadendo le strade, stanno provando a buttare giù il trentennale regime di Hosni Mubarak. Altrove – in Algeria, in Siria, in Marocco, in Libia? – scoccherà presto una scintilla, scommettono gli analisti. L’effetto domino è partito, dicono. Uno dietro l’altro i governi della regione araba e mediterranea sembrano destinati a soccombere o a doversi reinventare o ancora a ricercare compromessi o impostare la transizione. Come una volta nell’Europa centro-orientale. Il 2011 come l’89? Da più parti s’è tracciato questo parallelo. Ne hanno scritto i giornali italiani, ne hanno parlato i media internazionali. 2011 Could Be the Middle East’s 1989, titolava il sito della Bbc qualche giorno fa. Ma c’è davvero, quest’analogia? Nelle rivolte arabe, in effetti, si manifestano segnali che a suo tempo contraddistinsero anche le rivoluzioni dell’est: la corruzione e la “stanchezza” delle élite, le grandi adunate di piazza, la nascita di movimenti d’unità nazionale dalla composizione fortemente eterogenea, la crisi economica e l’aumento dei prezzi. Questo, però, non dice tutto. Lo storico Paolo Morawski, attento osservatore della realtà dell’Europa centro-orientale, ha scritto dalle colonne del suo blog, che a fronte di queste similarità ci sono comunque fattori che tengono distanti i due eventi. «Qual è l’Urss del Sud dal cui dominio colonizzante emanciparsi? E qual è l’analogo del comunismo del quale liberarsi a Sud?», s’è chiesto Morawski. Sono gli stessi distinguo che nel 2005, ai tempi della rivoluzione dei cedri libanese, quando qualcuno paragonò Beirut alla 35 Berlino dell’89, il giornalista Fred Kaplan riportò su Slate, specificando tra le altre cose che – citiamo dall’archivio del web magazine americano – «le nazioni che hanno vissuto il dominio sovietico avevano alle spalle tradizioni democratiche, capitaliste e di cosmopolitismo europeo» e che nel quadrante mediorientale non c’è mai stato un Mikhail Gorbaciov. Insomma, l’accostamento tra la Beirut del 2005 e la Berlino del Muro e quello tra questo movimentato 2011 e l’89 può essere fuorviante. Fuorviante, ma non insensato. «Perché quelle immagini di regimi e di muri che cadono per volontà popolare sono entrate nelle teste di molte più persone di quanto non si creda», ha ricordato Morawski, aggiungendo che l’89 ha un suo “capitale immateriale” che s’è trascinato nel tempo. Come a dire che parlando di ’89 si evoca uno scenario preciso, scandito da lotte di popolo, manifestazioni di piazza e movimenti di emancipazione. Si spiega dunque così l’accoppiamento 2011-1989. Che è una tendenza diffusa a occidente, ma anche a sud. Lo utilizziamo “noi” e lo utilizzano “loro”, i protagonisti delle rivolte di questi giorni. Paola Caridi, giornalista esperta di Medio Oriente e autrice del blog invisible arabs ha evidenziato come l’avanguardia della rivolta tunisina si richiami ai valori dell’89 e in generale della marcia dell’ex blocco sovietico verso la libertà. «Su nawaat.org (portale dell’opposizione di Tunisi fino all’altro ieri censurato, ndr) si traccia addirittura una linea rossa che unisce un ragazzo di Praga, Jan Palach (che la mia generazione si ricorda ancora oggi come fosse successo appena ieri), con, il ragazzo di Sidi Bouzid, un ambulante, che si è dato fuoco a dicembre». Morawski rileva la stessa cosa, spiegando che i dissidenti mediterranei, anche perché educati nel mondo occidentale, «usano i nostri linguaggi, le nostre immagini, scendono cioè sul nostro terreno per attrarre la nostra attenzione sul loro». Insomma, cercano così di farsi inquadrare sotto il fascio di luce dei nostri riflettori. E ci riescono, dando ulteriore sostanza all’analogia tra l’est di ieri e il mondo arabo di oggi. È però legittimo chiedersi se l’associazione tra 2011 e 1989 non ci stia portando a distogliere lo sguardo dalle altre dinamiche che agitano il Medio oriente. Forse sì. Annota Paola Caridi: «Altri richiami [della rivolta] sono all’orgoglio nazionale e alla sollevazione contro il colonialismo. Colonialismo sui fucili, eppure simile al colonialismo diplomatico ed economico di questi giorni. Gli arabi sono fedeli a quello schema, a quella storia di sollevazioni e rivoluzioni che fu fondamentale per il panarabismo.Qualcosa, però, è cambiato. La velocità della comunicazione». La giornalista si riferisce all’uso di internet come strumento di battaglia politica. Un’altra differenza con l’89. Matteo Tacconi è giornalista professionista, vive tra Perugia e Ancona. Lavora da freelance e copre i Balcani, l’Europa centro-orientale e l’area postsovietica, spesso con ricognizioni sul posto. Collabora con il quotidiano Europa, le riviste Limes, East e Narcomafie, il website resetdoc.it. E’ autore del libro Kosovo: la storia, la guerra, il futuro, uscito nel giugno 2008, e C’era una volta il Muro: viaggio nell’Europa ex-comunista, nell’ottobre 2009. Entrambi sono stati editi da Castelvecchi. 36 Rivoluzione araba. L’erronea analogia con l’Europa dell’Est di Jan Fingerland traduzione di Daniela Ferrara Il parallelo tra i disordini popolari in Egitto, Tunisia e Marocco e la caduta della Cortina di Ferro nel 1989, è sbagliato. Come possono essere messi a paragone i principi alla base della democrazia nel mondo arabo con quelli dell’Europa dell’Est? Il confronto tra il 2011 e il “nostro” 1989 non può reggere per una serie di motivi, soprattutto perché, a differenza del Nord Africa, la maggior parte delle persone che facevano parte dell’ex blocco comunista aveva, a quel tempo, un’idea discreta, anche se distorta, di quello che era la democrazia e di come funzionava. Questo era dovuto al fatto che provenivano da una cultura che aveva creato da sé la democrazia e che già possedeva consuetudini sociali e istituti informali che hanno reso più facile il passaggio verso la democrazia. Qual è la situazione in Medio Oriente? La maggior parte dei regimi arabi di oggi discendono da colpi di stato militari risalenti, per lo più, agli anni ‘50 e ’60. Così come Lenin, un tempo, aveva abbozzato l’equazione: Soviet + Elettrificazione = comunismo, i colonnelli che guidarono le rivoluzioni in Egitto, Siria, Iraq e Libia coniarono l’equazione araba: Nazionalismo + un esercito = Indipendenza. Eccezion fatta per le monarchie sopravvissute al fervore rivoluzionario, si affermò, così, un modello per tali regimi che sembrò garantire una risposta discreta ai problemi del tempo. Gli Stati edificarono nuove dighe sui fiumi, costruirono sistemi per l’istruzione e la salute, nazionalizzarono le industrie conquistando anche una significativa ritirata dal blocco sovietico. Altri fattori, tuttavia, erano in moto contro la democrazia. Il mondo arabo ignorava, semplicemente, che i principi essenziali della democrazia erano esistiti anche nell’Europa dell’Est prima del 1989, quantomeno in una forma imperfetta. Si pensi alla società civile, al concetto di libertà personale, alla tradizione del confronto senza pregiudizi e alla responsabilità individuale. Un 37 esempio su tutti: il nome alla piazza di Città del Cairo, Piazza Liberazione, (teatro dell’assembramento di una moltitudine di gente in occasione della grande manifestazione per la libertà) non è stato dato per sottolineare la speranza di conquista delle libertà civili, ma in riferimento al colpo di stato del 1952 per mano del Colonnello Nasser. Il rimando, qui, è all’indipendenza collettiva nazionale, non all’autonomia individuale dei cittadini, come nei Paesi occidentali. Le società arabe sono anche molto più radicate nella fede verso l’autorità Il vero nazionalismo arabo – paradossalmente ispirato al socialismo e al nazionalismo europeo – partiva da un’ideologia che aveva come scopo quello di sostituire alcuni dettami occidentali, come il diritto alla “ricerca della felicità”, cosa in cui è riuscito dopo qualche tempo. Ha fornito alla gente il senso dell’identità e anche degli obiettivi per i quali essa è stata felice di rinunciare a qualsiasi cosa. Si ricordi che il regime egiziano, sentendosi indebolito, ha tentato, recentemente, di giocare la carta nazionale rilanciando un nuovo sentimento di devozione. I giovani del Cairo (le donne, qui, sono molto meno visibili rispetto alla più “profana” Tunisia) gridano anche slogan come “libertà“. Ma quando viene chiesto loro di spiegare più in dettaglio quello che cercano, essi si aggrappano a parole come “giustizia” (in contrapposizione a “corruzione” e “disuguaglianza”) o “dignità” (a fronte di uno stato di polizia o di misure degradanti). Le società arabe sono molto più radicate, per quel che riguarda la fede nell’autorità, anche rispetto alle società occidentali. Le opinioni degli anziani o dei superiori devono essere rispettate. Parlare ad alta voce è considerata una cosa sgradevole e la diversità di opinioni è spesso percepita come un problema. La cultura del dialogo e, soprattutto, il commento critico è qualcosa che dovrà, essenzialmente, ancora svilupparsi se esiste possibilità per la democrazia. una E, dunque, in Egitto ci sarà la democrazia o un regime fondamentalista? Il Medio Oriente non è stato, di certo, un focolaio di libertà – in termini di scelte di vita individuali e riguardo alla libertà di diffondere le proprie opinioni personali – ma, nemmeno, un terreno fertile per l’assolutismo. Ci sono sempre stati concetti ben radicati di governo giusto e legittimo, limitati non solo dalla legge religiosa, ma anche dalla tradizione, da figure autorevoli e da varie istituzioni stabilite. Inoltre, l’Islam crede nella fondamentale uguaglianza umana, cosa che rende il contesto più adatto per la democrazia di quanto lo sia, diciamo, il sistema delle caste in India. E’ opportuno, comunque, rivolgere la nostra attenzione agli sviluppi presenti. I riflessi sulla ripetizione della “scenario tunisino” in Egitto non si basano solo su una erronea analogia con l’Europa dell’Est, ma anche sulle somiglianze apparenti tra i due regimi nord africani. Il governo di Ben Ali era la dittatura personale di una sola classe sociale, il cui destino è stato segnato quando l’esercito si è opposto. Non può accadere esattamente lo stesso in Egitto. La partenza involontaria di Mubarak non cambierà la natura fondamentale del regime, in cui gli uomini dell’esercito godono di posizioni di primo piano. E, allora, assisteremo alla proclamazione della democrazia in Egitto o al riaffermarsi di un regime fondamentalista? Nessuno lo può prevedere. A questo proposito,può essere interessante l’osservazione di Alexis de Tocqueville sull’avvento, 180 anni fa, della democrazia nel mondo occidentale. Egli ha osservato che, se da un lato, il governo ad opera delle masse presenta molti pericoli, opporsi ad una evoluzione inevitabile è, d’altro canto, in definitiva, ancora più pericoloso di quanto non sia 38 cercare di camminare con esse e guidarle. Da nessuna parte sta scritto che la democrazia egiziana deve essere assolutamente irreprensibile. Anche noi, nella Repubblica Ceca, siamo ben consapevoli che nessuna democrazia, degna di questo nome, è mai nata senza problemi. Jan Fingerland è nato nel 1972 a Carlsbad, Repubblica ceca. Ha studiato scienze politiche, filosofia ed ebraismo a Praga, York, Stoccolma e Gerusalemme. Attualmente sta lavorando come ricercatore post-dottorato presso il Centro Shalem a Gerusalemme. L’articolo qui presentato è stato pubblicato dal quotidiano ceco Lidové Noviny e tradotto per East Journal da Daniela Ferrara. Daniela Ferrara nata a Ragusa, giornalista pubblicista e traduttrice, lavora in ambito culturale ed è guida turistica abilitata. Laureata con lode in Lingue straniere moderne. Per East Journal sceglie e traduce i più interessanti contributi della stampa estera in lingua francese, inglese e spagnola. In Nord Africa non è l’ottantanove con Facebook di Matteo Zola La trasmissione del 22 febbraio del programma Ballarò, condotto da Giovanni Floris, ha mostrato con evidenza perché l’Italia non ha una politica estera ragionata e, quando ce l’ha, essa si sviluppa (come in questi anni) attraverso rapporti personali piuttosto che istituzionali. Tra gli ospiti c’era infatti Dario Franceschini, già segretario del Partito democratico, attualmente capogruppo del suo partito alla Camera, che interpellato sulla situazione nordafricana ha affermato: “Le proteste in atto nel Nord Africa sono come fu l’ottantanove per i Paesi dell’Est Europa. (…) Le dittature sono state sconfitte dalla mobilitazione di facebook”. Franceschini non ha fatto altro che soggiacere alla vulgata giornalistica, ma il giornalismo è semplificazione quando non banalizzazione: paragonare le vicende di Tunisia, Egitto, Libia, con quelle di Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, può essere fuorviante. Ottantanove più facebook non fanno il comunismo. Qual è infatti l’Unione Sovietica che soverchia e annichilisce il Nord Africa? E qual è la tradizione democratica da cui i Paesi del Maghreb e del Mashrek traggono la forza per la ribellione? I tratti comuni tra i due eventi sono pochi e marginali: l’effetto domino, la liberazione da regimi autoritari, la rapidità e la sorpresa che hanno generato nell’Occidente. Alcuni hanno ceduto alla suggestione di un Mohamed Bouazizi che, dandosi fuoco, porta alla mente Jan Palach. Ciò però non basta a sostenere la similitudine. 39 La dittatura sovietica, nell’ossessione dell’uomo nuovo, ha sistematicamente operato una disintegrazione dell’individuo attraverso l’annichilimento tra le due guerre mondiali. La stessa cultura europea – intrisa dei valori della Rivoluzione francese – cui i Paesi dell’Europa orientale appartengono a della coscienza critica. E ha operato una pianificata distruzione dell’altro al fine di perseguire l’omogeneità culturale: la russificazione violenta dell’Ucraina e dei Paesi baltici, le deportazioni di massa dal Caucaso, l’eccidio della classe dirigente polacca. La violenza sovietica era pervasiva e totale, attraverso il meccanismo della delazione e della paura ha smembrato la coesione sociale dei popoli sottomessi. Popoli che hanno trovato la via della libertà quando il sistema sovietico ha cominciato a implodere, anche grazie alla precisa coscienza della democrazia. L’Europa orientale conosceva la democrazia anche prima del dominio sovietico e alcuni Paesi l’hanno potuta sperimentare nel periodo pieno titolo, è un retroterra fondamentale all’emancipazione dal sovietismo. Insomma, mancano reali ancoraggi storici per sostenere la similitudine tra l’attuale rivolta araba e l’ottantanove. Come pure appare frutto di una mancata riflessione Nell’ottantanove, poi, non esisteva facebook. Eppure la mobilitazione c’è stata come pure l’organizzazione del dissenso. È la capacità di resistenza di quei popoli (i polacchi organizzavano l’università nelle fogne di Varsavia) ad averli “salvati” dall’annichilimento nel corso di cinquant’anni di repressione. La resistenza (morale, anzitutto) e il dissenso esistono anche senza i social network che sono solo strumenti. Come tali, quindi, privi della pretesa capacità taumaturgica che oggi le semplificazioni (e gli entusiasmi) giornalistici attribuiscono loro. 40 l’entusiasmo nei confronti dei nuovi media che, ripetiamo, sono e restano strumenti e quindi sono soggetti all’uso che se ne fa. Forse i regimi nordafricani mancavano della sufficiente cultura per gestire e limitare tali strumenti, ma più raffinate dittature (come quella cinese) stanno avendo maggiore successo. Infine, facebook non è la democrazia. Esso può avere consentito una più agevole organizzazione del dissenso e mobilitazione dal basso, ma non basta la venuta dal basso a fare la democrazia. Attenzione quindi al rischio di manipolazione del dissenso, manipolazione che oggi (in Italia lo sappiamo bene) si produce attraverso i media, vecchi e nuovi che siano. Matteo Zola nato a Casale Monferrato il 18 luglio 1981. E’ giornalista professionista, lavora a Narcomafie, mensile legato a Libera e Gruppo Abele, e collabora con Italic, mensile di economia e nuove tendenze. Ha partecipato alla redazione di Digi.TO, portale dell’informagiovani di Torino in collaborazione con La Stampa.it. Ha collaborato, tra l’altro, con Mixa, magazine dell’Italia multietnica, e saltuariamente con Peacereporter, quotidiano on-line. Nel marzo 2010 apre il sito EaST Journal, periodico on-line d’informazione sui paesi dell’Europa orientale. 41 Il Gruppo di Visegrád compie vent’anni. Come l’Europa orientale non è più un problema per l’Unione di Gabriele Merlini Il quindici febbraio duemilaundici è stato festeggiato (esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa) il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano millenovecentonovantuno l'anno nel quale la fu Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale (il Muro era venuto giù da poco e niente pareva troppo scontato). E certo nel ventennio intercorso numerosi passi avanti sono stati compiuti dai Paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: sono così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l'attitudine si è fatta quantomeno prevedibile (di solito i recettori esteri si attivano soltanto quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell'alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l'Italia dai mondiali). Inoltre l'aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti. Senza contare quanto si tratti di un organismo in continua evoluzione e difficilmente inquadrabile, l'Europa centrale rappresentata dal Gruppo di Visegrád, poiché solo quattro/cinque anni fa venivano tirati in ballo argomenti adesso (è lecito augurarselo) un filo sorpassati e démodé: tanta acqua è passata sotto i pittoreschi ponti locali e non accorgersene sarebbe impossibile. Per dirne una Jiří Pehe - ex collaboratore di Havel e sofisticato analista ceco - nel duemilasei si domandava se fosse proprio l'Europa centrale il problema dell'Unione 42 Europea: il riferimento riguardava la tendenza al nazionalismo e al populismo che molti percepiscono come caratteristica esclusiva di questa fetta di mondo, unita alla persistente sfiducia nell'EU e nella integrazione di molti anziani, ma non solo. Tuttavia le cose sono cambiate e spesso in meglio, nell'ultimo quinquennio, nonché certe titubanze si sono dimostrate infondate. Alcuni casi. Ai tempi dell'analisi di Pehe in Polonia c'era Lech Kaczyński e il suo partito conservatore-populista Prawo i Sprawiedliwość; adesso (al netto della causa tragica dell'avvicendamento) la faccia della Polonia è fortunatamente quella più presentabile di Bronisław Komorowski. Ai tempi dell'analisi di Pehe in Slovacchia c'era Robert Fico e la Smer con i propri alleati che l'EU annusava con sospetto; adesso la signora Radičová -benché in calo di consensi- prova a dare una immagine meno slovacco-centrica della nazione e la giusta spinta europeista. Ai tempi dell'analisi di Pehe la Repubblica Ceca era, nonostante una dozzina di cambi di governo, più o meno come adesso però loro sono un caso a parte e forse unico upload positivo da mettere agli atti è la caduta del governo Topolánek e del successivo, ottimo, esecutivo tecnico di Fisher, cui è seguito l'arrivo di una coalizione dai numeri più o meno sufficienti per garantire le tanto sbandierate riforme (magari solo l'Ungheria riporta segni meno gradevoli con l'affermarsi delle fazioni più nazionaliste della società, ma data la vicinanza con le elezioni forse serve tempo per trarne un giudizio sensato, anche se nel breve il premier Orbán si direbbe abbia saputo fornire elementi piuttosto esplicativi dei parametri cui intende muoversi). Quindi un ventennio di profonda transizione e cambiamenti nell'Europa centrale rappresentata dal Gruppo di Visegrád: com'è scontato, non sarebbe potuto essere altrimenti. Chiaro che i dubbi sull'ingresso eccessivamente rapido del vecchio Est nell'EU sono rimasti in numerosi salotti della ex Ovest, sebbene il tempo li abbia un po' accantonati, sommersi e impolverati, finendo per sostituirli con altre tribolazioni parimenti inquietanti però meno agée (un mantra risalente ai tempi della prima fase del Gruppo di Visegrád era se la Polonia fosse o meno capace di un'economia stabile «da EU»: adesso che Varsavia tira il carretto dell'intera zona alcune posizioni paiono quantomeno da rivedere). Quindi, soprattutto nel contesto di un allargamento che ha visto per la prima volta tutti gli stati europei confrontarsi tra loro, ognuno con i propri pregi e difetti, sono venuti meno i numerosi pregiudizi di carattere storico-antropologico liminali eppure persistenti tipo: «ma le loro abitudini dittatoriali quanto ci metteranno a scomparire? E la tradizione asburgica alla segretezza e al complotto?» Roba del genere. A fugare gran parte di ciò la radicata tendenza democratica dell'area, l'attitudine allo scambio e alla contaminazione più -senza dubbio- il contributo alla modernizzazione che proprio l'Unione Europea ha saputo elargire. Adesso sembra preistoria, e forse 43 lo è da un punto di vista comunitario, però tra la metà degli anni novanta e l'adesione di alcune nazioni postcomuniste del 1° maggio 2004 ci fu una insolita convergenza nelle politiche nazionali dei paesi del Gruppo di Visegrád -i vari movimenti conservatori e progressisti nati a seguito della esperienza dittatoriale- al fine di conquistarsi un posto nella famiglia allargata europea; convincente prova di cooperazione forse un filo offuscata dalle vicende successive di screzi e dissidi, elementi agli occhi dei sopraccitati scettici interpretabili come «vedi? Essere candidati per loro è stato elemento più stabilizzante rispetto all'essere membri.» Guarda strano. Poiché è vero che l'ultimo quinquennio è stato senza dubbio ricco di alti e bassi per l'Europa centrale, materiale difficilmente inquadrabile sebbene spesso i problemi maggiori che hanno attraversato la vecchia cortina non siano arrivati da esecutivi osceni quanto da atteggiamenti provocatori o sconsiderati di singoli elementi (i cani sciolti sono identificabili a qualsiasi latitudine). Per questo prendiamo il ventennale del Gruppo di Visegrád come occasione per riproporre la vecchia domanda di Pehe, tuttavia corredandola stavolta di una risposta pressappoco definitiva: può essere l'Europa di Visegrád un peso per l'Europa tout-court? La risposta, probabilmente, è no. E sbagliano le (poche ma ancora si registrano) voci a sostenere quanto i difetti dei paesi centro-europei siano intollerabile zavorra per l'intera mongolfiera poiché se «carenza democratica» è Orban lo è anche Berlusconi, e se la Slovacchia ha attitudini discutibili con i Rom diamo una occhiata alle politiche di altri paesi in diversi areali riguardo l'accoglienza e l'integrazione (parimenti, se gestioni sconsiderate di economie centro-orientali possono far drizzare le antenne, pensiamo alle economie dell'estrema propaggine occidentale del continente tipo Portogallo, Spagna o Irlanda, e facciamo due conti). Il dato ineluttabile è che questo ventennio ha creato una rete di relazioni internazionali a tal punto complessa e indissolubile che divisioni di sorta si fanno ogni giorno più fuori dal tempo senza contare quanto -e qui concludiamo tornando al buon Pehe- nei prossimi quindici anni la quasi totalità dei politici centro-europei sarà sostituita da ragazzi cresciuti in società aperte, e la vecchia nenia sullo «studiare in università libere all'estero» a garanzia di visione democratica sopra ogni sospetto non varrà più poiché le università libere da trent'anni le avranno anche in casa i ragazzi di Praga, Budapest, Varsavia e sulla Unter den Linden. Dunque, nel contesto di qualcosa che non è l'Eden, battute di arresto o scivoloni centro-europei non sono mancati e non mancheranno nel futuro, ma ogni divisione si farà sempre più strumentale e anacronistica: se mai è stata peso, forse mai sarà motore del continente, l'Europa centrale. Tuttavia già essere considerata Europa a tutti gli effetti, e su tutti i livelli, sarà splendida e meritata conquista. Ecco il motivo per il quale sarebbe doveroso festeggiare il ventennale del Gruppo di Visegrád, se non con un prezioso champagne almeno con un gradevole spumantino. Per un attimo ricordarlo e non importa se con alcune di settimane di ritardo: i pochi invitati non screditino l'importanza del party organizzato nel cuore d'Europa. Gabriele Merlini è nato a Firenze nell’aprile del 1978. In parallelo al lavoro nella editoria scrive per quotidiani e riviste online occupandosi di tematiche inerenti l’Europa centrale e orientale, con particolare attenzione a Repubblica Ceca e Slovacchia. Oltre ad avere creato il blog multiautore «Slipperypond», dal duemilaotto gestisce il sito «Válečky» su cultura e politica centro-europea. Per «Domani» su Arcoiris.tv si occupa della sezione «Europa Orientale» in Mondi, mentre per East Journal segue principalmente l’evolversi della scena politica, economica e culturale di Repubblica Ceca e Slovacchia. 44 Transnistria, la Tortuga ignorata da Bruxelles di Massimiliano Ferraro La Transnistria non c’è. Si può provare a cercare il nome di questo piccolo paese sui più dettagliati atlanti e sulle mappe della regione del Mar Nero, ma niente, non c’è. Eppure A., un tizio losco con un passato da contrabbandiere, sostiene che sul fianco destro della Repubblica di Moldavia, dalle rive del fiume Dnestr fino ai confini con l’Ucraina, esiste fin dagli inizi degli anni’90 una sottile striscia di terra, che si considera a tutti gli effetti una nazione sovrana: settecentomila persone vivono in uno Stato non riconosciuto da nessuna nazione del mondo, ma che ha un proprio governo, una propria moneta, un proprio esercito, un proprio modo di vedere il mondo. Una visione miope, che non ha mai superato il crollo dell’Unione Sovietica, che lì in Transnistria sembra non essersi mai disciolta. “Coma mai ti interessa sapere di quel postaccio?” mi domanda A., non nascondendo un po’ di stupore prima di mostrarmi, così come si farebbe con un ottimo curriculum, gli articoli di giornale in cui il suo nome compare citato in alcune operazioni di polizia contro dei traffici internazionali illeciti. In pochi parlano con piacere di questo staterello ribelle, ecco perché ho deciso di parlare con lui che a Tiraspol, la capitale fantoccio della Transnistria, dice di essere stato di casa. Con una breve cronistoria, A. mi racconta di come la Repubblica che non c’è abbia conquistato l’indipendenza dalla Moldavia nel 1992. “Conquistata” tiene a precisare “perché c’è stata una guerra lungo le rive del Dnestr”. Un conflitto breve ma cruento. Centoquarantuno giorni di combattimenti, cominciati a marzo del ’92, all’indomani della rivendicazione di sovranità della Moldavia dall’Urss. Da una parte i soldati moldavi, dall’altra i separatisti transnistriani appoggiati dai duemila uomini della XIV Armata Rossa, che per motivi strategici non aveva alcuna intenzione di mollare la presa su Tiraspol. L’esercito moldavo era rimasto così facilmente schiacciato, respinto ad ovest del Dnestr, lasciando sul campo oltre settecento morti. Poco importava che la comunità internazionale ignorasse questa spinosa questione: era nata la Repubblica Moldava di Transnistria. Uno stato comunista con le statue dei padri sovietici 45 e le bandiere con la falce e il martello. “Comunista per modo di dire, si capisce”. La retorica sovietica serve a tenere buone le masse e legittimare il potere di una dittatura repressiva. A. mi mostra la foto di un tizio con capelli e barba bianchi, che assomiglia vagamente a Sean Connery. È Igor Smirnov, il presidente-dittatore, ex gerarca alla nomenclatura di Mosca: “è lui che comanda in Transnistria”. Dal 1992 ha accolto e riciclato come ministri e alti funzionari del suo regno alcuni criminali internazional i e molti ex membri del KGB. È il caso del generale Vladimir Antyufeyev, attuale ministro della Sicurezza, accusato di un drammatico tentativo di colpo di stato nel 1991 in Lettonia, finito in un bagno di sangue. Insieme a loro e con l’appoggio della Russia, Smirnov ha creato una sorta di zona franca, un discount del contrabbando internazionale non distante dai confini dell’Unione Europea. Mentre la maggior parte dei suoi abitanti vive di stenti, con pensioni minime che non arrivano a 50 euro, pochissime aziende controllano tutti i settori economici del Paese. Tra queste solo una, la Sheriff, è autorizzata ad utilizzare una moneta diversa dal Rublo della Transnistria. Petrolio, supermercati, telefonia, televisione e perfino la più forte squadra di calcio del paese sono controllati dalla Sheriff. Per non parlare della presunta vendita di armamenti e droga che secondo l’Interpol vengono mischiate alle merci. Domando ad A. se Smirnov c’entra qualcosa con la Sheriff. Lui si limita ad un mezzo sorriso, “la Transnistria è come la Tortuga, una terra di pirati, un paradiso dei trafficanti di armi”. Le armi in fondo, a Tiraspol e dintorni non sono mai mancate. Qui era custodito il più importante arsenale dell’Unione Sovietica che comprendeva, tra l’altro, ventiquattro micidiali razzi Alazan con testate ad isotopi radioattivi. Razzi di imprecisione, molto pericolosi. Dopo che nel 2005 un reporter del Times ne aveva scoperto l’esistenza durante un’inchiesta, i missili sono stati costantemente monitorati dai satelliti. Ad ottobre del 2009 si è scoperto che ce n’erano dieci in meno. Sono stati sparati o più probabilmente venduti a qualche gruppo terrorista, trattato in Transnistria come un ottimo cliente. Qualche foto scattata in segreto da A. per le strade di Tiraspol mi mostra un paese congelato. Non tanto dal freddo, sempre implacabile a quelle latitudini, ma congelato nel tempo. C’è ancora Lenin, in posa davanti al palazzo del Soviet Supremo ed il carro armato che ricorda la grande vittoria sulla Moldavia. Ci sono tanti palazzoni popolari tutti uguali, tirati su in tutto il blocco dell’Est all’epoca di Kruscev, sui quali svettano le insegne dell’immancabile e misteriosa Sheriff. Così come sono rimasti di guardia i soldati della XIV Armata che la Russia ha ereditato dall’Urss e che ha promesso più volte di ritirare da quel territorio. Oggi, a diciotto anni dalla sua nascita, questo ultimo scampolo delle quindici Repubbliche Sovietiche, è ancora lì. Elezioni farsa hanno sempre riconfermato Smirnov alla guida del governo con 46 percentuali grottesche, il culto della personalità di stampo stalinista diventa determinante nella propaganda del regime. Lo stesso che nei comunicati ufficiali si prende beffa dei rapporti di Freedom House che da anni denuncia la mancanza dei più elementari diritti di libertà. “Smirnov ripete spesso che non è colpa del governo se l’opposizione non è mai stata capace di radunarsi nelle piazze come in occidente”, ma secondo A., la difficoltà di una reale protesta sta nel fatto che l’opposizione al regime non esiste. Basta il minimo cenno di dissenso per essere accusati di spionaggio e fare una brutta fine. Così la gente affoga la disperazione per gli anni di immobilismo internazionale nelle immancabili bottiglie di vodka nazionale Kvint. Inutili sono stati finora i tentativi della Moldavia di rivendicarne la sovranità su questi, inutili le decennali trattative dei mediatori dell’OCSE. “Così fa ancora comodo a Putin e Medvedev”. La Transnistria, che c’è ma non c’è, in fin dei conti è un’invenzione loro. Un’anomalia che a prima vista sembra senza senso, ma che in realtà rappresenta per la Russia un asso nella manica da giocare sullo scacchiere internazionale, una carta da calare sul tavolo, qualora l’Ucraina decidesse di avvicinarsi troppo al blocco occidentale. Per Bruxelles, che finora continua ad ignorare l’esistenza del problema, appagata dai contratti di fornitura di gas russo, questa piccola Tortuga rischia di diventare ben presto una bella gatta da pelare. Come si potrebbe giustificare la presenza di soldati stranieri in territorio europeo nel caso di ingresso nell’Unione della Moldavia? Ultimamente Mosca ha anche stanziato 120 milioni di dollari destinati alla Transnistria. Ufficialmente si tratta di aiuti umanitari offerti da un Paese amico, che però si guarda bene dal riconoscere ufficialmente l’esistenza della piccola repubblica fantasma. Gli basta mantenere il suo esercito nella regione e poter mostrare i muscoli agli occidentali. Il Mar Nero non è distante e da lì forse la Transnistria sembra proprio la Tortuga. Massimiliano Ferraro è nato a Torino nel 1979. Ha vissuto in Europa dell’Est, Scandinavia, Sud America e nell’italica Roma caput mundi. Ha collaborato con varie case editrici e con la redazione italiana di Playboy Magazine. E’ autore del thriller Black Russian (Sogno ed., Genova 2010) e del saggio L’ultimo assalto all’aurora, dedicato al ribelle spezzino Renzo Novatore (Arduino Sacco ed., Roma 2011). Come giornalista free-lance scrive di politica estera per Il Giornale del Friuli, e di cronaca cittadina per il quotidiano torinese Pagina. 47 La minaccia atomica della nave fantasma di Massimiliano Ferraro Мурманск è il toponimo di Murmansk, città situata nella penisola di Kola, all’estrema parte nord occidentale della Russia. Quattrocentomila anime congelate nel bel mezzo del Circolo polare Artico, tra la tundra ed il grande porto affacciato sul mare di Barents, già base dei rompighiaccio nucleari della potente flotta navale sovietica. Ivan Lepse era invece un semplice sindacalista lettone, santificato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma praticamente sconosciuto in occidente, tanto da non meritare nemmeno una citazione sulla ultra-saccente Wikipedia. Nel 1934, cinque anni dopo la morte del compagno Lepse, nei cantieri navali di Nikolaev, in Ucraina, s’iniziò la costruzione di una nave in suo onore: la Lepse appunto, motonave da manutenzione, metà bianca e metà nera, lunga 87 metri con 5600 tonnellate di stazza. Affondata in Ucraina durante la seconda guerra mondiale in un bombardamento del fiume Hoper, la Lepse venne recuperata e riparata, rientrando in attività nel 1961 come nave d’appoggio per il rifornimento dei rompighiaccio nucleari al largo della glaciale Murmansk. Nei successivi ventisette anni, la nave rimase in servizio, raggiungendo così il primato della più lunga vita operativa nella flotta atomica sovietica: dal 1966 al 1981, dopo un grave incidente al rompighiaccio a propulsione Lenin, la stiva delle Lepse venne riconvertita a deposito galleggiante per le centinaia di contenitori di combustibile nucleare della flotta sovietica ed in particolare delle unità navali Artika e Smir. Altre volte la nave navigò da Murmansk verso nord, seguendo la rotta artica che porta all’arcipelago di Novaya Zemlya, per scaricare le sue pericolosissime scorie nell’oceano. Nel 1988 venne definitivamente dimessa dal servizio, ma paradossalmente questa data segnò l’inizio di un’altra travagliata fase nella storia del vecchio cargo russo: ormeggiato per l’ultima volta ad una banchina del porto di Murmansk è rimasto abbandonato lì per oltre vent’anni. Una nave fantasma che non navigherà mai più, isolata dal mondo da un semplice quanto inquietante cartello giallo: “pericolo nucleare”. Difficilmente Ivan Lepse avrebbe mai immaginato che il nome di quella nave varata in suo onore avrebbe sovrastato di molto il suo ricordo, concentrando su di 48 sé i timori di chi ancora oggi, settantasei anni dopo la sua costruzione, la considera l’oggetto più pericoloso del pianeta. Tutta colpa del micidiale carico ancora contenuto nella sua stiva: 639 botti di combustibile esausto con 680.000 curie di radioattività totale stimata, cioè una contaminazione ambientale potenziale pari a quella che si potrebbe avere in seguito ad un grave incidente ad un complesso nucleare. Nel 1988 gli ingegneri sovietici avevano stimato che la Lepse potesse continuare a fungere da magazzino atomico per altri trent’anni. Una previsione decisamente troppo ottimistica viste le critiche condizioni dello scafo, sempre più corroso dall’acqua di mare. Già nel settembre 1989 infatti la necessità di bonificare la Lepse venne evidenziata da un decreto del Comitato Centrale del Partito Comunista, ma la fine dell’URSS ha prima congelato e poi sperperato i finanziamenti stanziati. Nel 1995 anche Unione Europea si è interessata del problema, ma la mancanza di accordi bilaterali con la Federazione Russa hanno bloccato i progressi nelle trattative fino al 2003. Il passare degli anni ha così ulteriormente peggiorato le condizioni del natante al punto di rendere difficoltoso addirittura il recupero del materiale ospitato nel suo ventre di metallo. Un’operazione altamente pericolosa e complessa, visto l’alto rischio di radiazioni: molti cassoni zeppi di sostanze nucleari hanno evidenziato un’elevata corrosione, deformazione o danneggiamento con la conseguente fuoriuscita di materiale. Il costo per il disarmo della Lepse è stato così stimato nel 2004 in circa 30 milioni di dollari. Una cifra mostruosa per le devastate casse statali della Russia, che ha così preferito lasciarla ormeggiata al suo molo, pericolosamente vicina all’ingente traffico navale del porto di Murmansk, con il rischio concreto, in caso di un urto accidentale, di un disastro ambientale senza precedenti. Così sono passati altri anni fatti di inutili tentativi di portare l’attenzione su una bega ormai diventata di importanza mondiale. Poco più di 40 chilometri separano ad esempio l’attracco della vecchia nave dal territorio norvegese, un altro stato non più disposto a tollerare l’incuria di Mosca. Un ulteriore ritardo nell’odissea senza fine del vecchio natante ha poi rimandato il suo definitivo smantellamento approvato dall’Ispettorato della Marina russa, causando tra l’altro la scadenza della documentazione necessaria al delicatissimo intervento. La Lepse è diventata in questo modo il simbolo del grave interrogativo sul disarmo e la bonifica della flotta nucleare ancora in possesso della Federazione Russa: cinque navi, duecentocinquanta sommergibili a propulsione, una portacontainer e sette rompighiaccio costruiti dal 1955 al 2000, senza contare le novanta navi d’appoggio per il trasporto e lo stoccaggio del combustibile. Finalmente nel giugno del 2008 la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha annunciato il suo impegno per aiutare la Russia nella gestione di questa sua difficile eredità, stanziando ben settanta milioni di euro, la maggior parte dei quali verranno impiegati per la disgraziata Lepse. I lavori per il suo smantellamento dovrebbero terminare nel 2013, periodo in cui i rifiuti nucleari verranno rimossi dalla stiva e trasferiti in un impianto chimico degli Urali. Solo a questo punto la nave fantasma verrà demolita, sezionandola in blocchi di metallo. Intanto il vento gelido del nord passa ancora tra gli oblò rotti, fischiando sul ponte di comando ridotto ad un ammasso di ferraglia mentre la ruggine che divora lo scafo nero pare una malattia mortale senza scampo. Qualcuno ha segnalato la sua sagoma sulle mappe satellitari di Google Earth, forse per non farla dimenticare di nuovo. Sfiorata dalle enormi navi mercantili dirette al largo del mare di Barents, la Lepse rimane ancora caparbiamente a galla. E con lei un po’ tutta la penisola di Kola. 49 La lunga strada verso la scuola La scolarizzazione dei bambini rom e sinti a Roma procede a rilento, tra pregiudizi e solidarietà, sgomberi e inserimento. Quello che sembra mancare è però la volontà politica di agire per una effettiva integrazione di Daniela Sala Roma, stazione Magliana: il campo nomadi di via Caldoni è poco distante, in una zona periferica della capitale, accanto al deposito dell’Atac. È uno dei cosiddetti ‘villaggi attrezzati’ previsti dal Piano Nomadi, e consiste in un centinaio di container, tutti forniti di allacciamento alla corrente elettrica e alla rete fognaria. L’area è cintata sui lati e sorvegliata da un presidio di guardie armate private (come da appalto comunale). Il campo è stato pensato per ospitare non più di 400 persone ma ora sono più di mille a viverci. (Non) tutti a scuola. Alle 7.30 il piazzale centrale brulica di bambini in attesa dei mezzi del Comune di cui gli operatori dell’Arci-Solidarietà Onlus si servono per accompagnare i bambini rom a scuola. Un gruppo meno nutrito, iscritto a istituti più vicini al campo si serve invece dei mezzi pubblici. In tutto sono circa trecento, iscritti alle elementari e alle medie, ma c’è anche qualcuno delle superiori. Il giro da fare è lungo: le scuole di solito accettano al massimo una decina di rom, a volte non più di uno per classe, così gli scolari del campo finiscono dispersi in scuole anche molto lontane. Ogni pulmino serve almeno tre o quattro istituti e ci sono casi di fratelli iscritti in scuole diverse. Finito il giro si torna al campo: qui l'Arci ha un presidio socio-educativo, in pratica un container affacciato sullo spiazzo centrale. Il via vai è continuo: i bambini che hanno saltato la scuola passano ‘dall’ufficio’ a fare un giro o per mettersi a 50 disegnare. A metà mattina i bambini rimasti al campo non sono pochi: alle domande degli operatori sul perché non siano a scuola, qualcuno risponde che c’era sciopero. Contraddetti, si limitano ad una alzata di spalle. «Ma non ti annoi a stare a casa tutto il giorno? Cosa fai tutto il tempo?», domanda una ragazza dell’Arci. «Gioco a pallone, mangio, aspetto i cartoni animati del pomeriggio», risponde con indifferenza il ragazzo, quasi non capendo il senso della domanda. Il difficile inserimento scolastico. Anche dentro le scuole la situazione è complessa: «Ci è capitata una bambina lo scorso anno che come entrava in classe si buttava per terra: piangeva». Anna Guglielmi è un’insegnante della scuola elementare Vaccari che da ormai otto anni ha in classe anche bambini rom. «Ogni volta è un’esperienza diversa – racconta Anna – e l’inserimento non è sempre facile. Senza contare che, soprattutto negli anni passati, con il continuo avvicendarsi delle associazioni che si accaparravano il bando per la scolarizzazione, avevamo ogni anno a che fare con operatori nuovi. Poi ci sono i problemi pratici: ad esempio, anche se spiace dirlo, quello dell’igiene. Alcuni bambini sono curati ma con gli altri bisogna inventare ogni volta strategie diverse per risolvere il problema insieme alle famiglie». E la didattica non presenta meno difficoltà: «Sono arrivati dei bambini che non erano nemmeno in grado di tenere in mano una matita. In più ai bambini rom non diamo compiti a casa perché loro devono lasciare tutto il materiale in classe. D’altra parte a casa non c’è nessuno che li segua, ed è un peccato perché molti di loro sono davvero volenterosi. Il fatto è che le famiglie non le vediamo praticamente mai, e dobbiamo servirci degli operatori come tramite». Nessuno stupore, quindi, che spesso le scuole non accettino più di un bambino rom per istituto: «Anche se è assurdo: i bambini di uno stesso insediamento finiscono dispersi in mezza Roma con ulteriori problemi per la mobilità, visto che i campi, sempre più in periferia, sono già di per sé lontani dalle scuole», spiega Valerio Tursi, presidente di ArciSolidarietà Onlus. «Come si può pensare che questo incentivi la scolarizzazione? – continua Tursi –. E poi spesso i risultati migliori li ho osservati nelle classi con più bambini rom, da una parte perché l’inserimento è meno traumatico, e dall’altra perché più sono numerosi meno la scuola li può ignorare». Operazioni mediatiche. Il Piano Nomadi prevede la classificazione degli accampamenti rom e sinti in tre tipologie: abusivi, tollerati e i cosiddetti ‘villaggi attrezzati’. «Il Piano attuale, approvato il 31 luglio 2009 – spiega Claudio Stasolla, presidente dell’associazione “21 luglio” – con l’investimento di 31 milioni di euro provenienti da fondi europei, governativi, regionali e comunali, prevede lo smantellamento di tutti i campi abusivi. Attualmente nel comune di Roma ci sono un’ottantina di insediamenti irregolari, quattordici tollerati e sette attrezzati, per un totale di circa settemila persone: l’obiettivo è far convergere tutti in un massimo di tredici villaggi attrezzati». E le operazioni di sgombero sono già iniziate: «Peccato che nei fatti si tratti di un gioco dell’oca – continua Stasolla –, se a luglio si contavano ottanta campi abusivi, secondo un nuovo censimento a settembre sarebbero diventati addirittura duecento: sgombrati da una parte rom e sinti si insediano in gruppi più piccoli in zone più periferiche. Quelle dell’amministrazione sono operazioni mediatiche che non affrontano realmente il problema. E se si vuole parlare di 51 scolarizzazione non si può prescindere da questo contesto». I bambini di Roma ufficialmente coinvolti nel progetto di scolarizzazione sono circa 1700, ma, lamenta Stasolla, «la nostra stima è che solo il 55% frequenti in maniera effettiva: ci sono bambini iscritti che però non frequentano, altri ancora entrano un’ora in ritardo ed escono un’ora prima. E il punto non è accompagnarli a scuola: molti soffrono di una “patologia da ghetto”, hanno disturbi dell’apprendimento, problemi di concentrazione e in classe sono più turbolenti dei compagni». E come se non bastasse spesso la scuola stessa tende a promuoverli anche se impreparati. La logica è semplice, come spiega un operatore dell’Arci: sono ragazzi ‘difficili’e la soluzione più semplice è liberarsene il prima possibile. L’esperienza degli operatori dimostra infine che meno le famiglie sono coinvolte nel processo educativo, più le probabilità di abbandono sono alte. L'ombra del clientelismo. A Roma i progetti di scolarizzazione sono iniziati nel ’91, con una fase sperimentale a cui contribuì la Regione: «Allora – racconta Annaluisa Longo di Opera Nomadi – a scuola andavano pochissimi bambini. Incentivando le famiglie, però, la risposta era buona. E fino al ’95 ha funzionato così, con un affidamento diretto all’Opera Nomadi». Poi si è deciso per il bando pubblico, sono allora subentrate altre associazioni tra cui l’Arci e la Casa dei Diritti Sociali. «Il problema – chiosa Longo – è che ogni organizzazione interviene con modalità diverse e anche allo stato attuale le basi per una collaborazione non ci sono». Non mancano le polemiche: Massimo Converso, presidente dell’Opera Nomadi, lamenta ad esempio «la totale impreparazione degli operatori coinvolti nei progetti, così come dei tecnici assoldati dal comune», al punto che, spiega, «l’attuale Piano Nomadi è identico ai precedenti dell’epoca di Rutelli prima e di Veltroni poi: semplicemente all’associazionismo laico si è sostituito in parte quello cattolico», con un «inesorabile peggioramento della situazione». Al Piano comunque non risparmiano critiche nemmeno le associazioni coinvolte, che criticano al Campidoglio l’istituzione di un tavolo di coordinamento riservato alle sole associazioni cattoliche e la decisione di affidare i presidi negli insediamenti alla Croce Rossa. Il bando, inoltre, avrebbe prodotto una “concorrenza” negativa tra le varie associazioni, finalizzata esclusivamente all'ottenimento dei fondi. Su un solo aspetto insomma gli operatori del settore sembrano essere d’accordo: la logica dell’emergenza si è ad oggi dimostrata fallimentare e continuando ad avvallarla si favorisce l’esclusione dei rom, trasformando i campi in spazi di discriminazione. Daniela Sala, giornalista professionista, nata il 23 giugno del 1986 a Milano, ha vinto il premio giornalistico Riccardo Tomassetti nel 2011, vive a Roma dove collabora con diversi giornali e riviste. 52 Jugorock, musica non allineata di Roberta Braida Nel panorama artistico di quella che fu la Jugoslavia, gli elementi più significativi per la produzione sono stati il multiculturalismo, l’unione e il confronto tra i diversi background storici e culturali delle Repubbliche della Federazione. I risultati sono un cinema, una letteratura, un teatro comuni, e soprattutto una musica rock che fu colonna sonora comune a molti giovani del tempo e di generazioni future. Parlando di musica jugoslava, il rischio è di focalizzarsi su quelle sonorità zingarobalcaniche (si pensi a Boban Markovic, No Smoking Orkestar e Emir Kusturica e la sua Wedding and Funerals Orchestra), senza considerare la popolarità, le peculiarità e l’innovazione che il rock degli anni Ottanta ha rivestito nelle varie repubbliche, unendole con sonorità originali e che si scostavano in maniera più o meno evidente dall’eredità tradizionale. Paese ‘non allineato’, cuscinetto tra Est e Ovest, la Jugoslavia assorbì le influenze culturali di entrambi i blocchi: la musica era molto aperta agli influssi occidentali e in diretto contatto con le scene statunitense e inglese e allo stesso tempo amata dall’Unione Sovietica, dove le band jugoslave erano molto richieste, non solo per la loro qualità ma anche perché proponevano, tradotte, le hit occidentali del momento, facendo giungere sonorità che non sarebbero altrimenti potute arrivare. La scena rock era ben sviluppata, socialmente accettata, e accolta dai media: la Jugoslavia fu l’unico Paese della Cortina di Ferro ad essere attraversato dal rock’n’roll e l’unico Paese comunista a prendere parte al Festival dell’Eurovision. 53 Sebbene il rock inizi a svilupparsi già a partire dagli anni Sessanta, è alla fine dei Settanta che nascono quei movimenti musicali che si solidificano nel decennio successivo (alcuni sull’onda di correnti europee come il punk e la new wave) e altri radicati sul territorio, come il Novi Primitivizam (Nuovo Primitivismo) e la Sarajevo School of Rock. Gruppi come Crvena Jabuka, Azra, Bijelo Dugme, Riblja Corba, EKV raggiungono un successo diffuso nelle varie Repubbliche, diventando icone di un tempo e di un’epoca. Le città delle varie repubbliche e i relativi centri studenteschi erano in fermento e in intenso contatto tra loro: nonostante spesso mescolasse sonorità folk, lo Yugorock fu un fenomeno prettamente urbano. Belgrado, Sarajevo, Lubiana e Zagabria erano le scene più innovative, i materiali circolavano, si facevano dei business con la vendita delle cassette e delle registrazioni. Si viaggiava, gli anni del passaporto rosso permettevano di andare a fare incetta di dischi, di andare a concerti all’estero e di mantenere contatti di prima mano con le scene estere. Tra fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, vale a dire al momento della comparsa della new wave, il più importante evento è stato la democratizzazione della produzione: le maggiori opportunità di seguire gli sviluppi della scena rock internazionale hanno stimolato in molti giovani uno spirito imprenditoriale inteso non solo come creazione della propria musica, ma anche come ricerca di spazi per spettacoli, produzione di audiocassette alternative, foto promozionali e fanzines. Il mercato discografico delle Repubbliche funzionava grazie a un vivo mercato comune che permetteva ad artisti quali Plavi Orkestar e Bijelo Dugme di vendere anche 500mila copie. Le varie etichette discografiche erano specializzate nella pubblicazione di artisti delle varie scene delle sei repubbliche ma anche nella pubblicazione dei dischi occidentali del momento. La Jugoton era molto conosciuta dai giovani oltre alla Cortina di Ferro che, non potendo viaggiare in Occidente e che raramente avevano accesso alla musica occidentale, facevano incetta di dischi in Jugoslavia. Come tributo alla casa discografica, nel 2001 in Polonia fu realizzato un album dal titolo “Jugoton”, che contiene versioni cover cantate in polacco di successi dell’Ex Jugoslavia. Anche nell’immaginario e nella memoria comune jugoslava, la Jugoton, aspetto importante della cultura della Federazione socialista, è diventata fenomeno jugonostalgico. Durante gli anni Novanta, la musica rock in Serbia si trasformò, per la maggior parte, da intrattenimento urbano in opposizione clandestina e arma di resistenza contro il regime di Slobodan Milošević. Come la Jugoslavia iniziò a disintegrarsi, la cultura del rock and roll, intensamente interurbana e cosmopolita, soffrì pesantemente e da una posizione centrale fu relegata a spazi culturali periferici e marginali dei nuovi stati. Da 54 quando il rock cominciò a sfidare il dominio del partito di governo si trovò, quindi, spostato dal centro della vita culturale ai suoi margini. Gordy sostiene che “il crollo dei contatti tra i centri urbani portò il mercato del rock’n’roll, che fu sempre interurbano, a una virtuale scomparsa. Ciò che non poté l’istituzione dei confini, poté l’esodo oltreconfine dei giovani”. Attraverso la creazione di nuovi confini e l'esodo di massa della gioventù urbana, il pubblico diminuì e le scene del rock urbano persero la loro massa critica, diventando ancora più deboli sotto l’attacco delle politiche culturali nazionaliste. Quando la guerra cominciò, nel 1991, il rock jugoslavo era un fenomeno transnazionale esteso da più di tre decadi, in un Paese di 24 milioni di abitanti. La cooperazione era necessaria, considerando che nessuno dei centri urbani era abbastanza forte da sostenere indipendenteme nte i media, i locali e gli studi di registrazione necessari per una vitale scena rock territoriale. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia le industrie discografiche di ogni repubblica furono colpite in modi diversi con un unico comune denominatore: l'isolamento dalle repubbliche a loro confinanti. Per gli artisti jugoslavi, la dissoluzione del loro Paese ha effettivamente significato la dissoluzione del loro mercato: probabilmente proprio a causa dell’isolamento del pubblico delle repubbliche, molti artisti tolleravano il mercato nero delle copie pirata, vedendolo come veicolo di diffusione delle loro opere. Dopo lo scioglimento della Jugoslavia, le attività musicali che avevano avuto luogo prima in un unico mercato nazionale si sono inevitabilmente ricostituite come flussi di informazione, cultura e capitale transnazionali. Negli ultimi anni, i confini naturali e le barriere di un tempo sono stati abbattuti con l’avvento di Internet, che permette a un bacino di utenti di qualsiasi nazionalità di confrontarsi con altri fan attraverso siti, blog e forum e nonostante i nazionalismi, le guerre e le tensioni, “La musica rock è rimasta una vivace forza pan-jugoslava anche dopo la frammentazione del Paese negli anni Novanta. Ricordare gli idoli e le tendenze di questi decenni non è solo un atto di affetto, ma un ricordo del legame e del potere curativo della musica” (Dejan Djokić). Inoltre il mercato musicale dell’ex Federazione è caratterizzato da una nuova attenzione verso le icone della musica ex-jugoslava (emblematico l’esempio dei Bijelo Dugme e dei loro tre concerti d’addio tenuti a Lubiana, Zagabria e Belgrado nel giugno del 2005), tanto che una delle questioni più dibattute sul ritorno in auge della musica rock degli anni Ottanta riguarda il concetto della “jugonosalgija”(nostalgia della Jugoslavia). È interessante notare come le nuove generazioni ascoltino gli stessi gruppi che i loro genitori ascoltavano trent’anni fa: possiamo dire che la riscoperta dello YU rock sia un aspetto della Jugonostalgija, ma le nuove generazioni che amano questa musica hanno un ulteriore problema poiché 55 questo momento presente non offre autori forti. Per questo motivo essi frugano nel passato. Alla domanda “Come vede il futuro del rock e crede che si possa ripetere l’ “età d'oro” degli anni Ottanta?” il critico musicale Janjatović risponde: “È bene che si siano gradualmente ripristinate le relazioni tra i musicisti e che sia diventato abbastanza normale a suonare nei Paesi vicini. Ciò contribuisce alla concorrenza, a innalzare gli standard e allo scambio di idee. Per quanto riguarda il periodo d'oro degli anni ottanta, era un tempo, e sarà difficile ottenere una simile espansione di buoni gruppi e di canzoni che durano tutt’oggi. In un’intervista per la promozione del nuovo disco della band belgradese intitolato “To što vidiš to i jeste” (Quello che vedi è quello che è) apparsa sul quotidiano Politika del 16 settembre 2010, il leader del gruppo Eletrični Orgazam, Srđan Gojković Gile, alla domanda “Il rock’n’roll è morto?” risponde “Possiamo dire di sì. Ora la Serbia è ai margini. Come il jazz ai tempi in cui ero un adolescente. Ora è una musica per un limitato numero di appassionati. E questo non solo in Serbia, è così nel mondo. L’industria discografica ha ucciso il rock’n’roll con il costante bisogno di controllare qualcosa che non si può controllare: l’arte. Il 16 ottobre 2010 all’arena di Belgrado torna uno dei gruppi storici del rock, i Parni Valjak, che tornano nella capitale serba dopo quasi due decenni di assenza. Alla domanda “Perché avete dovuto aspettare così a lungo per un nuovo concerto a Belgrado?”, rispondono che “È chiaro che tutte le cose orrende successe negli anni Novanta non hanno permesso che un eventuale concerto avesse luogo”. Roberta Braida, nata il 1 luglio 1985 vive a Manzano presso Udine. Si laurea a Padova in Lingue, letterature e culture moderne, dove si specializza nel francese e nel serbo-croato che perfezionerà alla Facoltà filologica di Belgrado. Discute una tesi di laurea dal titolo “Battaglia di Kosovo Polje (1389): tra storia, leggenda e mito”. Frequenta un master in studi culturali elaborando una tesi su “Igra rock’n roll cela Jugoslavija: il rock jugoslavo degli anni Ottanta”. Attualmente frequenta un Master in “Comunicazione nelle organizzazioni e imprese internazionali”. Nel 2009 ha svolto uno stage Mae-Crui presso l’Istituto di cultura di Belgrado. 56 Il mare che affonda Recensione a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic di Matteo Zola E gli antichi poemi per la gestante terra. Con i versi mancanti. Oh invaso dell’Atlantico sacco amniotico delle scritture. La storia annienta generazioni giovani […] ma conduce all’unione per volontà genitale[1]. di Un faro, che potrebbe essere quello di Alessandria, ad illuminare la rotta fin dalla copertina. E la rotta è ardua a definirsi, disperazione dei librai “Breviario Mediterraneo” di Pedrag Matvejević non ha collocazione negli scaffali, e le ha tutte: romanzo, saggio geografico piuttosto che storico, racconto di viaggio, prosa poetica. Capolavoro del “non genere”, grande cesta in cui si trovano in apparente disordine notizie che percorrono la storia e i popoli (Egizi, Fenici, Greci, Romani, Arabi, Veneziani…) e i paesi che toccano il Mediterraneo, anche quelli che ne sentono solo il vento e l’odore. Non è un diario di viaggio, anche se insegna a viaggiare, o un libro di bordo, anche se offre le coordinate per muoversi attraverso la geografia. Non è un dizionario, per quanto a volte sembra ricalcarne la struttura. Ha però del romanzo la forza narrativa, la capacità di trasportare il lettore attraverso i racconti brevi e nitidi. Un romanzo, già. E davvero aveva ragione Kundera quando nel suo “L’arte del romanzo[2]” diceva che tale genere letterario non ha regole, ma è un sacco vuoto da riempire di materiali eterogenei dopo la sbornia ottocentesca. E Matvejević, come Kundera, appartiene 57 alla cultura slava mittel-europea che facilmente scavalca le rigide categorizzazioni e i compartimenti stagni. Di cosa parla dunque questo Breviario? Di Mediterraneo, si è capito, ma di un Mediterraneo fatto di luoghi che diventano personaggi. Luoghi minimi, la boa, il molo, il porto, fino all’ampiezza delle isole e delle penisole. Luoghi che sono la costa e la gente della costa, luoghi che sono migrazioni di popoli e filosofie. Rispetto a Braudel, che ha voluto comporre un grande quadro storicopolitico del Mediterraneo, quello di Matvejević è un libro che si potrebbe riassumere nel termine di geopoetica benché non manchi un capitolo “splendido”, come lo ha definito Claudio Magris nella prefazione, dedicato alla cartografia. Prima di arrivarci, però, occorre soffermarsi ancora sulla parte eponima, quel Breviario che pare una ricerca entro l’etimologia ideale e spirituale del Mediterraneo. Ecco allora che le onde “hanno un ruolo importante nella drammaturgia del mare, negli spettacoli, negli avvenimenti”. E qui l’autore ci guida nella varietà di denominazioni con cui sono indicate. E poi ancora, ecco i suoni delle onde: “rumore o voce, sussurri o mugghi, sciacquio o sciabordio?”. Ma non basta, e la ricerca filologica prosegue nei venti che erano un tempo “le divinità del Mediterraneo”, in grado di determinare il destino del mare e dei suoi naviganti. Già, perché il Mediterraneo non è uno solo, anzi si compone di molteplici acque che si fondono e vengono nominate in base alle coste e alle correnti: “il Mediterraneo nasce, cambia e talvolta muore con i suoi venti, umili o prepotenti”. La seconda parte del libro è dedicata alle carte, da quelle dell’antichità fino alle moderne. Un viaggio nel tempo che è al contempo viaggio nello spazio. Le città costiere dell’antichità erano gelose del loro repertorio cartografico, le rotte e la conoscenza delle coste aprivano a nuove pescagioni e colonizzazioni. Differenti supporti erano utilizzati per le carte di terra e di mare, poiché differenti erano i mondi che si andavano a incontrare e diversi erano i moti di chi andava per la terraferma o per acqua: la tradizione greca separa periplo da anabasi. E dal Mediterraneo sono partiti i primi naviganti verso altri mari. Schillace di Carianda navigò, venticinque secoli fa, fino in India per conto dell’imperatore di Persia. Il cartaginese Annone oltrepassò lo stretto di Gibilterra nel 500 a.C. circumnavigando l’Africa. Il viaggio di Pitea di Marsiglia[3] lo ha spinto fino alle Isole di Mezzanotte, l’odierna Irlanda, e più a nord fino alla mitica Ultima Thule (forse le Shetland, o chissà, l’Islanda). Dal Mediterraneo partono rotte che uniscono la storia con il mito: isole leggendarie a segnare i confini del mondo, scienza, astronomia, medicina, chimica. E di queste ultime Matvejević ringrazia la civiltà islamica, il suo ruolo di connessione tra oriente e occidente ha aiutato l’Europa ha uscire dal Medioevo. L’autore sembra (giustamente) convinto che, nella polimorfia semantica che ci circonda, la sola possibilità di significato sia nell’etimologia. E per questo ci dice che darsena e arsenale derivano entrambi dall’arabo darçanha, così altri termini marinareschi: admiral (ammiraglio) alkathram (catrame, utilizzato nella costruzione delle navi. Arabo è il termine azimut, e il termine çifr (zero, da cui poi “cifra”) fino al al-gabr, da cui algebra, in origine indicava la riduzione di fratture 58 ossee. E all’etimologia è dedicata l’ultima parte del libro, un vero e proprio lexicon del mare. La parcellizzazione della realtà Mediterranea non è un semplice escamotage stilistico, atto a muovere la descrizione dal microcosmo al macrocosmo per mostrarne le analogie. Essa sottende a una visione che è anche politica dello spazio descritto. Vale a dire, il Mediterraneo si presenta come uno stato di cose tra loro interdipendenti ma separate, non riesce a diventare un progetto. La sua riva settentrionale presenta un evidente ritardo rispetto al nord Europa, e altrettanto la riva meridionale rispetto a quella europea. Tanto a nord quanto a sud, l’insieme del bacino si lega con difficoltà al continente. Non è davvero possibile considerare questo mare come un insieme senza tener conto delle fratture che lo dividono, dei conflitti che lo dilaniano: in Palestina, in Libano, a Cipro, e ieri nel Maghreb, nei Balcani da sempre. Fino ai riflessi delle guerre più lontane, quelle in Afganistan e in Iraq, con la guerra al terrore che sempre più insinua nelle coscienze europee un anti-islamismo che il Mediterraneo non riesce a disinnescare, malgrado la Turchia nella Nato, malgrado il portato culturale islamico che ancora oggi echeggia nel lessico di tutte le lingue del bacino. Entrambe le rive furono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che non su quelle che dispiegano gli economisti. Quello che fu il mare più importante della civiltà fino alla modernità, non ha saputo uscire dallo stretto che ne chiude i confini. Il suo portato di unità e divisione, la sua omogeneità e la sua disparità, la ricchezza derivante dall’essere una sola moltitudine, non è bastato: l’insieme mediterraneo è composto di molti sottoinsiemi che sfidano o rifiutano le idee unificatrici. Ed oggi le unificazioni necessarie sembrano essere quelle economiche. Ma un’unione mediterranea, più volte e in più modi tentata, non si è mai realizzata. Di recente il Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ha rilanciato il tema del Partenariato euro-mediterraneo. Il dibattito è dunque ancora aperto benché di ardua soluzione. Forse anche a causa di quella che è la peculiare cultura del Mediterraneo. Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno a un solo Mediterraneo. Esse sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti. Le somiglianze, ci spiega Matvejević, sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi. Né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti: 59 talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le altre. Il resto è mitologia. Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un’abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell’entroterra. La ‘patria dei miti’ sembra avere infine sofferto delle mitologie, che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito. «Questo spazio così ricco di storia è stato vittima degli storicismi. Ha smesso di essere Storia per diventare oggetto nelle mani degli storici», per citare le parole dell’autore. «La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non s’identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, mal definita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi»[4]. Il romanzo geopoetico di Matvejevic, dunque, non deve alimentare le suggestioni che richiama invero fin dalla prima pagina. Non a Salonicco symprotevousa si deve pensare, non alla biblioteca di Alessandria, non ad Algeri tamazight ed europea al contempo, non a Dubrovnik che fu Ragusa, repubblica marinara. Ma a Venezia bisogna pensare. Venezia simbolo di un Mediterraneo che affonda e che bisogna salvare. [1] Pier Luigi Bacchini, da Mar Mediterraneo, in Canti Territoriali, Mondadori, Milano 2009 [2] Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, Milano 1988 [3] Giovanni Rossi, Viaggio all’ultima Thule, Sellerio Editore, Palermo 1995 [4] Defne Gursoy, intervista a Pedrag Matvejević, in Euromed / Fondazione Mediterraneo, http://www.euromedi.org/ 60