Untitled - East Journal

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Untitled - East Journal
REDAZIONE Matteo Zola, Claudia Leporatti, Gaetano Veninata, Gabriele Merlini, Filip
Stafanović, Alessandro Mazzaro, Massimiliano Ferraro, Federico Resler, Luca Bistolfi,
Giorgio Fruscione
COLLABORATORI di redazione Matteo Bartolini, Silvia Biasutti, Pietro Acquistapace,
Matteo De Simone
CORRISPONDENTI Mario Capato, Geri Zehji Ballo, Davide Denti
TRADUTTORI Daniela Ferrara, Evaristo Plinio Lacialamella, Silvia Miani, Daniela
Piazzalunga, Udo Mai, Daria Costantini
COLLABORATORI esterni Manuel Miksa, Anna Castellari, Agnes Bencze, Sanda Uţă,
Matteo Acmé
FOTOREPORTERS: Diego Stellino, Federico Carlini
GUEST STAR Jasmina Tesanovic
OSPITI di questo numero Riccardo De Mutiis, Roberta Braida, Daniela Sala
Foto di copertina di Silvia Biasutti
2
INDICE
PRIMA PAGINA
-Homepage- Per un’Europa futura
pag. 5
-Studies- Dracula, il simbolismo rovesciato
pag. 6
di Luca Bistolfi
- L’inchiesta – Montenegro, Djukanovic si dimette. L’ultimo capolavoro
pag.12
di Riccardo De Mutiis
-Dossier rivoluzioniGEORGIA
Quale futuro per la Rivoluzione delle Rose
pag. 19
di Davide Denti
ALBANIA
La crisi albanese. Non chiamatela rivoluzione
pag. 23
di Matteo Zola
Tirana il giorno dopo, incontro con Edi Rama
di Geri Zehji Ballo
Rama e Berisha, due facce della stessa medaglia
pag. 25
di Geri Zehji Ballo
Il coro e le persone, voci dalla crisi albanese
pag. 27
di Geri Zehji Ballo
Dentro la crisi albanese, intervista ad Antonio Caiazza
pag. 30
di Federico Resler
NORD AFRICA
La rivoluzione dell’89 e l’insurrezione araba
pag. 35
di Matteo Tacconi
Rivoluzione araba. L’erronea analogia con l’Europa dell’Est
pag. 37
di Jan Fingerland
traduzione di Daniela Ferrara
Il Nord Africa non è l’ottantanove con Facebook
pag. 39
di Matteo Zola
3
SECONDA PAGINA
- Elzeviro Il gruppo di Viségrad compie vent’anni
pag. 42
di Gabriele Merlini
- Transnistria La Tortuga ignorata da Bruxelles
pag. 45
di Massimiliano Ferraro
- Russia La minaccia atomica della nave fantasma
pag. 47
di Massimiliano Ferraro
- Società La lunga strada verso la scuola.
La scolarizzazione dei bimbi rom e sinti
pag. 50
di Daniela Sala
TERZA PAGINA
- Musica Jugorock, musica non allineata
pag. 53
di Roberta Braida
- Cultura Il mare che affonda
recensione a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic
di Matteo Zola
pag. 57
4
Per un’Europa futura
East Journal compie un anno, per festeggiare ha deciso di regalare ai suoi lettori un secondo
numero dell’e-magazine inaugurato a gennaio. Anche in questo numero si propongono lavori di
ampio respiro, approfondimenti, materiali sottratti al tempo della comunicazione veloce che tutto
divora: per prima l’informazione. E informazione si è cercato di fare in questo primo anno di vita,
pur senza l’ansia del primato, con l’attenzione di chi cerca di capire quanto avviene prima di
raccontarlo. E’ il nostro modo di rispettare il lettore. East Journal è cresciuto grazie ai lettori, al
passaparola, agli share della rete, senza sponsor né finanziamenti. Che l’informazione, per essere
indipendente, debba essere povera? Ora i tempi ci sembrano maturi per fare un piccolo passo in
avanti: nelle prossime settimane East Journal verrà registrato presso il Tribunale competente
facendo di un piccolo blog partecipativo un quotidiano on-line a tutti gli effetti. Quello che si
ambisce a fare non è solo della buona informazione, East Journal vorrebbe essere un’agorà in cui
erodere il pensiero unico, agone di confronto, fucina di futuro. Già, futuro. Perché attraverso il
racconto di quanto avviene nel vicino est Europa si vuole contribuire alla costruzione di
quell’utopia che noi chiamiamo Unione Europea. E diciamo utopia poiché l’Europa che vorremmo
è diversa da questa, unita solo nel nome della moneta. Ciò che con il nostro piccolo lavoro
quotidiano vorremmo contribuire a costruire è un’Europa capace di costituirsi come soggetto
politico forte e autonomo. Come potranno, giovani giornalisti senza presente, costruire un simile
futuro, è quanto vorremmo scoprire insieme a voi lettori. Un passo alla volta crescendo insieme.
Per andare avanti, facciamo prima un passo indietro. Dopo il crollo del blocco sovietico, le
demorazie liberali hanno rinunciato ad ogni aspirazione, cadendo preda del populismo. Alla
scomparsa dell’Est è immediatamente seguita quella dell’Ovest, appagato dalla sensazione di essere
vincitore, consolato dall’idea della finis historiae. Ma la storia non è finita e, negli ultimi vent’anni,
il cosiddetto “occidente” non sembra migliorato. La grande occasione è l’Europa unita, uscire dalle
secche dell’atlantismo in declino attraverso un nuovo progetto politico. Solo una Europa realmente
unita e coesa potrà rispondere con parità alle sfide lanciate dalle altre grandi realtà mondiali. E’
dunque necessario non avere paura di esprimere idee europee, manifestando pubblicamente quei
valori di libertà e solidarietà che sono alla base della nostra civiltà. Ma cos’è questa Europa? “Con
l’Europa succede un po’ quel che succedeva a sant’Agostino con il tempo – scrive Claudio Magris –
se non gli si chiedeva cos’era, credeva di saperlo, ma quando glielo chiedevano gli sembrava di non
saperlo più. Il forte ma vago senso di appartenenza all’Europa non si lascia definire”.
L’indefinitezza dell’Europa è ciò che in molti muove alla critica, anche aspra, sulla sua necessità del
continente ad esistere come Unione. Eppure, anche nelle parole dei detrattori, sembra avvertirsi
l’ansia di un cambiamento, di una Europa diversa. Oggi, sia nel dibattito politico che nella
riflessione scientifica, quando si parla di Europa ci si riferisce in genere all’Unione Europea tanto
che i due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi. Buona parte dei Paesi europei è parte
dell’Unione mentre gli altri vi gravitano attorno, attraverso negoziati di adesione o accordi politicoeconomici. Questa Unione Europea è però divisa al suo interno anche se, nel suo insieme, l’Europa
non è più riducibile alla semplice somma dei suoi Paesi. Le difficoltà del momento attuale non si
possono nascondere, ciò non significa però che si debba abbandonare il progetto (soluzione che
pare inverosimile). Meglio sarebbe mutarne la rotta, farlo nuovo. A che servirebbe cancellare con
un colpo di spugna cinquant’anni di fatiche, l’epopea di un continente che sulle macerie di due
guerre mondiali comprende la necessità di unirsi. Alla crisi politica ed economica, che vede fermo
al palo anche il processo di integrazione, si può sostituire un rinnovato vigore che si fondi,
anzitutto, sulla coscienza di essere europei. Una palingenesi che ora spetta a noi, come
generazione, completare affermando irrevocabilmente l’identità europea. Un’identità molteplice,
una sola moltitudine - per dirla con le parole di un celebre poeta portoghese - poiché l’Europa che
vorremmo è unita ma non unica. E la sua unità è anzitutto culturale, da Bucarest a Praga a Parigi a
Dublino. Da Mircea Eliade a Kafka a Proust a Joyce. Ecco, in questo lavoro costantemente in fieri
non si deve temere di assumere responsabilità dirette, di divenire protagonisti di un processo di
rinnovamento. Una sfida che, nel suo piccolo, East Journal intende raccogliere in questo suo
secondo anno di attività, promuovendo una maggiore conoscenza dell’Unione, delle sue istituzioni
e delle sue leggi, poiché solo conoscendole per come sono è possibile immaginarle diverse.
5
Dracula, il simbolismo rovesciato
di Luca Bistolfi
foto di Luke Addison
È noto quanto il concetto di «tradizione»,
con o senza la maiuscola, susciti tra gli
intellettuali dibattiti sul significato di
codesto termine e sul suo uso. La
questione, da un punto di vista
meramente culturale, potrebbe anche
essere interessante. Tuttavia è necessario
rendersi conto che taluni concetti non
debbono e non possono esser fatti oggetto
di discussione, dacché ineriscono, a
diversi gradi, a dominii del tutto estranei
al comune discorrere, foss’anche il più
colto ed erudito. Vi sono in sostanza
concetti che hanno l’obbligo d’essere
maneggiati solo da chi abbia pieni
consapevolezza e rispetti di essi. Bisogna
dunque separare il grano dal loglio,
discriminare il sacro dal profano.
Il termine «tradizione» è uno di questi e
pertanto non può che avere un solo
significato, a prescindere dal contesto in
cui esso è collocato, ricordando, tra
l’altro, che l’alibi del contesto è ciò che
relativizza, forzandolo e abbassandolo al
massimo grado, anche ciò che non può
essere contestualizzato per via della sue
unicità e univocità. Il contesto insomma è
uno solo. La «tradizione» va intesa come
l’autentico deposito immutabile di
conoscenze e pratiche, le quali ineriscono
direttamente al dominio della religione,
della spiritualità e del sacro. «Tradizione»
è ciò che, nato puro poiché consegnato
agli uomini da Dio per mezzo delle Sue
manifestazioni, si perpetua nei secoli e
nei millenni, trascorrendo nelle mani di
coloro i quali sono stati scelti per codesto
compito – conservazione e trasmissione –
e possiedono tutte le qualificazioni per
svolgere simile delicata e preziosissima
funzione. Se non si è d’accordo su questo
fondante principio, ogni discussione non
può nemmeno essere iniziata.1
Muovendo
dall’assunto
appena
enunciato,
ci
inoltreremo
nell’esposizione, per quanto ne saremo
capaci, di quello che Mihai Marinescu,
studioso tanto sconosciuto quanto
6
illuminante, chiama Il mito di Dracula
nella tradizione romena.2
tutto ciò che è “vecchio” è inutile o
addirittura dannoso.
La presente trattazione sarà utile al
lettore per due ordini di motivi: il primo
concerne la possibilità di comprendere,
attraverso un argomento notissimo, il
senso della «tradizione» come qui lo
andiamo esponendo; il secondo è la
messa in guardia nei confronti di un
assedio libresco e cinematografico,
nonché fumettistico e ulteriormente
declinato, che veicola non
solo un errore, bensì una
vera e propria inversione
satanica, che proprio a
causa della sua popolarità
longeva e planetaria, sta
attraversando.
Prima di addentrarci in medias res, è
necessario precisare ancora quanto segue:
se è vero che Dracula è diventato mito
moderno universale e che qui noi
parleremo dell’autentico mito in seno
all’ambiente da cui l’irlandese trasse
ispirazione, ossia la tradizione romena,
non vuol dire che quest’ultima non
appartenga, almeno in second’istanza,
ossia sul piano metafisico, a
tutto il mondo, e in
particolare a tutto il mondo
cristiano. Si deve tener ben
presente questo, ché ciò
che ha compiuto Stoker
non è solo aver preso e
pervertito un personaggio
storico, bensì egli ha
invertito una tradizione
che, a dispetto d’ogni
pregiudizio e ignoranza,
appartiene a tutta la
cristianità.
***
In Occidente il cosiddetto
conte Dracula, il vampiro
che succhia il sangue degli
umani
tramutandoli
in
vampiri alla loro volta, è
nato da romanzo dello
scrittore irlandese Bram
Stoker nella seconda metà
dell’Ottocento. Sin da subito
Dracula ebbe risonanza mondiale e oggi
le sue derivazioni non si contano più: è
sufficiente ciondolare in qualsiasi fornita
libreria del mondo per rendersi conto
dell’esponenziale interesse e della smania
d’imitazione e ispirazione suscitati da un
romanzo scritto oltre un secolo fa.
Codesta
popolarità
ha
una
sua
spiegazione:
l’essere
umano
è
irresistibilmente attratto e affascinato dal
male e, inoltre, tende con una facilità che
se non conoscessimo la tragica e grottesca
storia umana, ci lascerebbe sbigottiti, a
dimenticare e ad accantonare con lestezza
le proprie radici e innestarsi su autentiche
e pericolose menzogne servendo così il
pregiudizio e la superstizione del
progresso, secondo cui tutto ciò che è
nuovo è anche necessariamente bene, e
***
Vasile
Lovinescu,
conosciuto anche come
Geticus, è uno dei più profondi scrittori
dell’umanità e della Romania. Egli disse,
compendia Marinescu, che il mito è
«come il piano di rifrazione intermedio
tra l’Assoluto e il mondo, mondo che il
mito crea e anima».4 Da ciò si deduce che
un mito rovesciato mette in relazione il
mondo non già con l’Assoluto, bensì con il
suo esatto opposto, ossia la morte eterna
e, più plasticamente parlando, gli inferi e
le sue potenze. È esattamente ciò che ha
compiuto Stoker: ha ghermito motivi
tradizionali delle mitologia e li ha
tramutati, invertendoli.
Del lavoro di Marinescu tenteremo di
offrire una sintesi il più possibile precisa
ed esaustiva (non lasciandola priva di
commenti), iniziando col dire che il
personaggio di Dracula «non è stato e non
è romeno». «Stiamo parlando – spiega
7
l’autore – del mito di Dracula così come
esso è arrivato ad essere compreso e
divulgato oggi, nella forma del contevampiro di Bram Stoker, con le
derivazioni corrispondenti. Ciò non
significa che il folclore e le “superstizioni”
popolari romene non contengano nulla
che ispiri o alimenti una costruzione
letteraria di questo genere» (p. 24). E
infatti folclore e tradizioni romeni sono
ricchi di «entità notturne», quali
«vampiri,
spettri
(strigoi),
larve
(varcolaci) ed esseri di altra natura».
Tuttavia
tali
esseri
«non
sono
propriamente individualizzati, non di
riferiscono a un determinato personaggio
storico che possa essere seguito nella
storia nazionale, per quanto abbiano una
posizione
centrale
nel
calendario
popolare o intervengano in modo decisivo
nella storia nazionale. Quelli che di solito
sono intesi come nomi, sono in realtà
denominazioni simboliche
relative a una determinata
funzione. Di conseguenza, là
dove la ricerca strettamente
storica su personaggi di
questo genere non è in grado
di illuminarci sul ruolo
essenziale che essi possono
svolgere per un certo
popolo, la risposta ci
proviene della stessa storia
sacra
della
nazione
rispettiva» (pp. 24 e 25,
corsivo nostro).
In base a questo, spiega
Marinescu, è in base alle
definizioni tradizionali di
mito
che
forniscono
Lovinescu ma anche altri pensatori
tradizionali, «difficilmente potremmo
inquadrare l’argomento “Dracula” in una
qualunque di esse. Nelle concezioni
popolari sui vampiri in generale e tanto
meno nella forma “finale” del “mito” di
Dracula, non c’è nulla che possa essere
considerato come orientato verso il sacro
o come un simbolo, nel senso vero e
proprio di questi termini» (p. 28).
Il senso del sacro in Stoker è del tutto
assente, al contrario della sua fonte di
ispirazione. Il mito moderno5 del contevampiro si configura come una «vera e
propria allegoria demoniaca, per via della
negazione
e
della
contraffazione
parodistica di alcuni elementi simbolici e
mitici forniti di un autentico significato
spirituale» (p. 41). Di più: «Come
probabilmente la maggior parte di voi già
sa, il nome scelto da Stoker per il suo
personaggio sta in relazione con una
celebre figura della storia romena […].6
Stoker era interessato a creare in
Romania una figura di vampiro credibile,
idealmente storica, che facesse passare la
narrazione come “ispirata a fatti reali”.
L’impresa di Stoker, cioè l’introduzione
del vampiro nella realtà concreta ed
attuale, distrugge l’essenza simbolica di
tutto il mito. “Materializzato”, fissato
entro delle coordinate esatte di spazio e di
tempo, il mito viene
pervertito e perde proprio
quel
carattere
di
atemporalità che lo rende
universale. Questa sottile
“operazione estetica” di
individualizzazione
eseguita da Stoker sul
vampiro
classico
corrisponde
abbastanza
bene a un certo tipo di
atteggiamento
mentale
moderno, per cui si avverte
il bisogno che qualcosa, per
essere ritenuto reale, debba
essere mostrato con dito e
palpato con la mano» (pp.
41-42).7
Nonostante le apparenze,
Dracula secondo Stoker non è cattivo, la
pellicola di Francis Ford Coppola ha
aiutato questo modo di guardare al
personaggio. Sono ben noti i motivi per
cui il conte-vampiro può suscitare
simpatia tra gli ingenui. Invece l’inganno
sta proprio qui.
***
8
Al personaggio storico di Vlad Tepes è
legato il simbolo del drago, infatti
all’Ordine del Drago aderiva il padre del
voivoda valacco, che si chiamava Vlad
Dracul. Ora, drac in romeno significa
diavolo (dracul è articolato, il diavolo) e
deriva dal latino draco, ossia drago.
Pertanto Vlad Dracul era sinonimo di
Vlad Dragonul, letteralmente Vlad il
Drago.
La mentalità moderna ha attribuito alla
figura
del
drago
un
significato
radicalmente negativo. Ma anche questo è
un errore… diabolico. Nonostante le
apparenze, il drago ha caratteristiche
“positive”. «Il simbolo – scrive Marinescu
– non comunica l’appartenenza al
dominio del male, ma, esattamente al
contrario, la sua vittoria su queste forze,
secondo il modello della Vergine che
schiaccia la testa del
serpente» (p. 47).
La
più
celebre
raffigurazione
cristiana del drago,
visibile in moltissime
chiese ortodosse, è
quella di san Giorgio.
Il drago dunque non è
un simbolo cristiano
(infatti è associato
nell’iconografia
mariana al serpente
che la Madre di Dio schiaccia), ma
rappresenta il «guardiano della soglia,
custode del tesoro spirituale iniziatico,
che il neofita doveva affrontare e vincere
per compiere il proprio percorso
iniziatico» (p. 46). Non è infatti un caso
che in molte chiese cattoliche antiche un
drago sia posto sotto l’acquasantiera, che
è forma del fonte battesimale, inizio
sacramentale della vita cristiana.8 Inoltre
il motivo araldico dell’Ordine del Drago
raffigura un drago rovesciato sotto una
croce. Da non dimenticare inoltre che sia
Vlad Dracul, sia Vlad Tepes sono
unanimemente riconosciuti dagli storici
come difensori della cristianità contro
l’impero ottomano, altrimenti noto come
la
Sublime
Porta
(seppur
non
adoperarono, soprattutto il secondo,
metodi propriamente pacifici).
***
Vi sono ancora altri elementi diabolici
nello stravolgimento di Stoker nei
confronti della tradizione romena e di
quella cristiana: 9 il simbolismo ematico e
il Rex absconditus.
Il tema del sangue è in stretta
connessione con quello del drago, ma
soprattutto con il valore del sangue nel
Cristianesimo.
Questa
perversione
stokeriana è forse la più evidente (e
quindi, paradossalmente, la più celata),
essendo il sangue al centro del Dracula e
in generale al centro di ogni storia di
vampiri.
Nel romanzo vediamo
che è attraverso il
morso del vampiro e
susseguente ingestione
del
sangue
della
vittima, che sono creati
esseri diabolici (non
dimentichiamo
mai
infatti che il Dracula
romanzesco è una
figura negativa, un
essere che ha spezzato
il legame con Dio, una
creatura infera e di morte). Nel
Cristianesimo – è quasi ridicolo
ricordarlo – bere il sangue del Cristo
significa
vivere
in
Lui.
«Grazie
all’eucaristia – ci richiama Marinescu –
l’uomo vive e rinasce in Gesù, mentre per
il tramite del sangue il vampiro si assicura
una perpetuità nella morte» (p. 49).10 In
buona sostanza: mentre nel Cristianesimo
il sangue del Cristo dà la vita, in Dracula
il sangue destina alla morte.
La questione del Rex absconditus (re
nascosto) è meno evidente ma altrettanto
importante. Non abbiamo qui lo spazio
per segnalarne tutti i dettagli, e
rimandiamo così all’integralità del saggio
9
di Marinescu e al Monarhul ascuns di
Lovinescu. In quest’ultimo leggiamo:
«Nella vita e nella continuità di un
popolo non esiste elemento più positivo,
benefico,
vitale,
risanatore,
della
presenza – nel suo centro occulto e mitico
ma altrettanto reale – di un personaggio
archetipico del quale si dice che non è
morto e che, nascosto, soffre e fiorisce
assieme a quel popolo, riunendo in un
fuoco quintessenziale tutte le possibilità
latenti di esso, sublimandone le
sofferenze, introducendo la malinconia
nelle sue gioie e scoprendo, tra il sole e la
luna, la posizione dell’astro del mattino»
(in Marinescu, pp. 51-52).
Questa figura, nella storia e nella
tradizione romene, è rappresentata da
Stefan cel Mare si Sfant, Stefano il Grande
e Santo, voivoda moldavo, molto amico di
Vlad Tepes e figura centrale nella
spiritualità ortodossa (fu proclamato
santo nel 1992).
Ora, secondo alcune leggende, il voivoda
Stefan cel Mare non sarebbe realmente
mai morto, e dal regno dei morti
ritornerà. «Non è morto, tuttavia non è
neanche vivo, senza però essere morto»,
scrive Lovinescu commentando un’icona
dell’arcangelo Michele, custodita nel
museo del monastero ortodosso di
Varatec in Moldavia, e che lo scrivente ha
avuto la fortuna di ammirare.
Sotto l’arcangelo si trova un voivoda
anonimo e incoronato, posto all’interno di
ciò che rassomiglia ad una grotta o ad
una cripta. Ascoltiamo ancora Marinescu:
«L’elemento simbolico fondamentale che
nel cosiddetto mito di Dracula è stato
invertito per primo, è quello della grottacripta. Nel mito del Rex absconditus, la
grotta è innanzitutto un luogo della
nascita futura, un luogo in cui si
conservano le energie latenti di un
popolo, affinché con la Parusia possano
manifestarsi nella luce e nella gloria. Nel
mito di Dracula, la cripta è un luogo della
morte perpetua, che reca a sua volta la
morte.
Inoltre,
la
grotta
è
tradizionalmente un luogo della totalità,
del compimento, che “contiene in sé la
rappresentazione del cielo e della terra”
10
(R. Guénon) […]. Nel caso di Dracula, la
cripta
reca
l’impronta
demoniaca
dell’inquietudine,
della
cupidigia
divorante. Quando giunge il momento,
essa non si apre nella luce, ma, al
contrario, in mezzo alla tenebra,
manifestando la natura satanica di
Dracula» (pp. 53-54).
Dracula di Stoker e della ricchezza del
saggio di Marinescu, di cui senz’altro
suggeriamo la lettura integrale – assieme
a quella di altri testi citati nel corso della
presente trattazione – per completare
informazioni che qui non è stato possibile
declinare nella loro interezza.
A questo punto completiamo la citazione
di Lovinescu contenuta in Marinescu e
poco sopra trascritta in corsivo. Geticus
scrive: «Stefano [il Grande, ndr] è
l’archetipo romeno, la nostra stabilità
nazionale, ma a questa parola non va
attribuito un sapore moderno, patriottico.
Anche gli archetipi particolari sono
localizzati simbolicamente nelle caverne;
il loro equivalente nel microcosmo è il
cuore. È per questo che le leggende e le
canzoni relative a Stefano il Grande
presentano quest’ultimo nell’atto in cui si
risveglia nella caverna del cuore; a
condizione di essere ripetute, recitate,
ricordate
incessantemente,
esse
diventano una ripetizione sacra, un japa
– come dicono gl’indù –, soprattutto se
sono inquadrate coi mezzi rituali forniti
dal cristianesimo. Ed è assai probabile
che
queste
incantazioni
che
attualizzavano
Stefano
il
Grande
esistessero nelle organizzazioni iniziatiche
della Moldavia».11
Secondo i Vangeli, il Cristo nasce proprio
in una grotta. L’aver messo in una cripta,
Stoker, il conte Dracula, significa aver
invertito la simbologia originale e
tradizionale, attribuendo a quel luogo non
un significato di vita, bensì di morte
irrimediabile; e mentre il Cristo è
considerato dalla tradizione cristiana il
Dio Vivente, il conte-vampiro è
notoriamente un morto vivente che porta,
alla sua volta, morte agli esseri umani.
Abbiamo quindi una duplice inversione,
Cristo e la grotta, e altresì una storpiatura
di un mito tradizionale, romeno e
cristiano a un tempo, appunto quello
relativo al Rex absconditus.
Tutto questo non è che un assaggio della
diabolicità, del carattere antitradizionale,
controiniziatico e anticristiano del
***
La veicolazione di certi messaggi non
passa sempre attraverso testi destinati a
un pubblico selezionato, bensì l’astuzia
demoniaca sta proprio nel celare la
perversione dietro una maschera, che
all’apparenza
(ma
solo
per
gli
sprovveduti) risulta “innocua”. Se la
«tradizione» – a parte determinati e
autorizzati casi in cui la pressoché totale
evidenza è necessaria, ed è il caso ad
esempio di Guénon – dev’essere veicolata
attraverso un’articolata simbologia (è
questa la funzione del simbolo), anche la
controiniziazione
si
nasconde.
La
differenza è che gli intenti e il mezzo sono
diversi: la tradizione si nasconde nel
simbolo affinché non sia fraintesa e
volgarizzata, mentre la controiniziazione
si
cela
grottescamente
sotto
la
contraffazione del simbolo, cosciente del
fatto che se si presentasse nella sua nuda
intenzionalità sarebbe rigettata. Inoltre,
mentre la tradizione è necessitata dall’uso
della maschera simbolica a che i suoi
contenuti non cadano nelle mani
sbagliate e a che essi non cadano nelle
mani di tutti, anche delle persone non
qualificate per ricevere taluni messaggi, la
controiniziazione
deve
invece
raggiungere, sotto mentite spoglie, il
maggior numero possibile di individui.
In base a quest’ultima considerazione, e
tenendo presente ciò che abbiamo
declinato nel resto del presente
contributo, dobbiamo rilevare che
Dracula non è solo un romanzo che ha
traviato una serie di dati tradizionali
perché ignorante di essi, quanto piuttosto
una vera e propria operazione cosciente,
ordita a tavolino, vòlta a infliggere un
ulteriore colpo mortale alla mentalità
11
occidentale, già di per sé, e da gran
tempo, spacciata sotto ogni riguardo.
NOTE
1-Nonostante questa precisazione, è nostro
preciso dovere rimandare il lettore interessato e
qualificato a tutta l’opera di René Guénon, e in
particolare, per quanto attiene al concetto di
«tradizione», a Scritti sull’esoterismo islamico e il
Taoismo, Il Regno della Quantità e i Segni del
Tempi, Introduzione generale allo studio delle
dottrine indù, Considerazioni sulla via iniziatica
e Iniziazione e realizzazione spirituale.
2-M. Marinescu, Il mito di Dracula nella
tradizione romena, Edizioni all’insegna del Veltro,
Parma, 2005, con un’Introduzione di Claudio
Mutti, che ne è anche il traduttore.
3-In Marinescu, p. 27.
4-Adoperiamo l’espressione «mito moderno» in
luogo di «falso mito» o simili, ché il concetto di
modernità implica già di per sé la falsificazione,
essendo il mondo moderno – come chiaramente
visto e spiegato da René Guénon nella Crisi del
mondo moderno e nel Regno della quantità e i
segni dei tempi – l’eone dell’inversione diabolica.
5-Sulla figura storica di Vlad Tepes, suggeriamo la
lettura dell’Introduzione di Mutti al lavoro di
Marinescu [ndr].
6-Quest’ultima citazione, soprattutto nelle sua
seconda parte, potrebbe apparire come un’inutile
digressione; e invece riteniamo sia utile al lettore
più accorto, ché mette in luce uno degli aspetti più
superstizioni e perniciosi della mentalità
moderna, e che si può riscontrare ovunque ogni
giorni, e da cui bisogna difendersi a tutti i costi.
7-Una tale raffigurazione è possibile vederla nel
santuario secentesco della Consolata di Torino,
uno dei luoghi più importanti del cattolicesimo, in
una cappella antistante la segrestia. Il drago posto
sotto l’acquasantiera, qui come ovunque,
rappresenta sia l’insidia che si cela al di là
dell’ingresso nella vita cristiana, sia la possibilità
potenziale di sconfitta del male presente nel
battesimo. Per il simbolismo del drago
suggeriamo inoltre l’illuminante saggio di René
Guénon Simboli della Scienza sacra, opera utile
sotto ogni profilo per la decrittazione appunto
della simbologia sacra.
8-In relazione a quest’ultima, gli unici lavori in
lingua italiana sono i seguenti: Geticus, La Dacia
iperborea; V. Lovinescu (Geticus), La Colonna
Traiana; C. Mutti, Eliade, Valsan, Geticus e gli
altri. La fortuna di Guénon tra i romeni; M. A.
Tamas, Agarttha transilvana (tutti pubblicati
dalle Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 1984,
1995, 1999, 2003). Molto utile anche la lettura di
C. Mutti, Le penne dell’Arcangelo. Intellettuali e
Guardia di Ferro, Società Editrice Barbarossa,
Milano, 1994. La stessa Legione Arcangelo
Michele, meglio conosciuta come Guardia di
Ferro, fondata nel 1927 da Corneliu Zelea
Codreanu, appartiene di diritto alla tradizione
romena; anzi si può dire che Codreanu mostra i
chiari segni di una provenienza non umana, ossia
divina. Eliade stesso, prima d’esser costretto a
tacere o a parlar per allusioni e allegorie, visto il
clima politico e ideologico che s’era creato
all’indomani del 1945 in tutt’Europa, disse che la
Legione «ha riconciliato la Romania con Dio».
Anche il poeta e scrittore Mihai Eminescu, tra i
romeni più famosi, rientra in questa categoria.
Purtroppo, per motivi di spazio e per via del
contenuto di questo articolo, non possiamo
indugiare su Eminescu e Codreanu, ma ci
ripromettiamo di farlo in una successiva
occasione.
9-È stupefacente, o forse no, constatare che tale
inversione non sia pressoché mai stata posta in
luce, neppure da certi autori cristiani assai famosi,
i quali sono considerati autorità in materia
religiosa e nel medesimo tempo sono i massimi
esperti mondiali – e di questo c’è da esserne del
tutto sicuri – di vampirismo e delle più perverse
forme di religiosità che sono comparse nel mondo
nell’ultimo secolo.
10-In C. Mutti, Le penne dell’Arcangelo, op. cit.,
pp. 101-102.
Luca Bistolfi è nato a Torino in 5 Novembre del 1978. Giornalista pubblicista, entra nel
mondo giornalistico nel 2003, collaborando alle pagine culturali del Giornale del
Piemonte. nel novembre 2006, inizia un’intensa collaborazione con il settimanale
nazionale Il Nostro Tempo, occupandosi in prevalenza di religione, spiritualità e
cultura, con incursioni nell’attualità e nella storia. Nel 2007 diventa giornalista
pubblicista. Dal 2008 scrive per il mensile Studi cattolici e dal 2009 è collaboratore del
quotidiano Linea e del periodico l’Officina. Fa parte dei Comitato organizzativo di
Torino Spiritualità e per il festival LetterAltura di Verbania cura la sezione
«Montagna e spiritualità».
12
Montenegro, Djukanovic si dimette.
L’ultimo capolavoro
di Riccardo de Mutiis
La
repubblica
di
Montenegro,
indipendente dal 2007 , conta circa
670.000 abitanti: la capitale è Podgorica,
ma il fulcro economico del paese è Budva,
comune sulla costa adriatica, meno di
20.000 abitanti, ma un territorio che si
estende sul litorale per oltre 20 chilometri
ed è oggetto di una intensa attività
edilizia, e ciò nell’ ottica di un progetto
diretto a trasformare la città in un centro
di attrazione turistica internazionale.
L’importanza di Budva per l’economia
montenegrina, è di tutta evidenza: il
Paese è povero, l’industria è quasi del
tutto assente, e la carta del turismo
internazionale, da giocare soprattutto a
Budva, appare in grado di assicurare
occupazione e ritorno economico in tempi
relativamente brevi .
Ed il “progetto Budva ” sembra , almeno
inizialmente, dare dei risultati tangibili:
imprese nazionali ed estere, soprattutto
russe, ottengono licenza edilizie e
costruiscono
strutture
ricettizie
imponenti, e la città adriatica balza agli
onori della cronaca internazionale per il
fatto di ospitare, nella zona di Yaz,
concerti di stars internazionali quali i
Rolling Stones e Madonna .
Alla tradizionale festa annuale della città,
nel novembre 2010, il sindaco Rajko
Kuliaca, al secondo mandato, nel corso
della convention tenuta all’hotel Maestral,
illustra con soddisfazione i risultati
dell’amministrazione da lui guidata e
delinea le prospettive di sviluppo della
città.
Gli ospiti internazionali, alla serata di gala
allietata da famose cantanti serbe quali
Ana Bekuca e Merima Njegomir, si
complimentano con Kuljaca, il quale,
anche per la giovane età, appare l’astro
nascente del partito democratico sociale,
che governa il Paese della Zeta fin dalla
sua indipendenza .
Data tale premessa, l’ arresto, effettuato il
23 dicembre 2010, del sindaco Kuljaca e
di altre persone, amministratori del
comune adriatico ed uomini d’ affari, è
apparso un fulmine a ciel sereno .
L’arresto di Kuljaca e degli altri è stato
disposto dalla magistratura montenegrina
nell’ambito di una indagine finalizzata ad
13
accertare eventuali violazioni di legge con
riferimento
ad
una
operazione
immobiliare effettuata nel territorio del
comune adriatico, precisamente nella
zona Zavala .
Ovviamente non è questa la sede per
valutare, sotto il profilo legale, la
fondatezza degli addebiti mossi al sindaco
di Budva dagli inquirenti montenegrini.
Ma se il provvedimento restrittivo sfugge
per il momento, a causa della segretezza
delle indagini, ad una
lettura di tipo giuridico,
esso può essere tuttavia
valutato da una diversa
angolazione,
quella
politica.
Da
questo
diverso
punto di vista non
appare
eccessivo
affermare che l’arresto
di
Kuljaca
sembra
segnare una brusca
inversione di tendenza
della politica dello
Stato adriatico.
Ci si domanderà per
quale
ragione
si
sostiene che un fatto
giudiziario, quale è,
effettivamente,
un
arresto, abbia una valenza politica .
La risposta a questo interrogativo non
può prescindere dall’analisi dei rapporti
tra potere politico e potere giudiziario nel
Montenegro, e, più in generale, dall’
analisi del sistema politico dello Stato
adriatico e dei suoi rapporti con la
Comunità Internazionale .
I giudici montenegrini in passato non si
erano mai permessi di perseguire un
personaggio politico, e men che meno un
personaggio dello spessore di Kuljaca, il
quale, lo si è già detto, è un esponente di
rilievo del partito leader della coalizione
di governo, di cui è capo incontestato
Milo Djukanovic, il quale, nonostante sia
appena quarantottenne, guida da quasi
20 anni, da presidente o da primo
ministro, la repubblica adriatica, di cui è
considerato il “ padre padrone”, non solo
sotto il profilo politico ma anche sotto
quello economico.
E proprio per questo suo atteggiamento
eccessivamente rispettoso nei confronti
del potere politico costituito, nonché per
un diffuso senso di percezione, da parte
dell’opinione
pubblica,
della
sua
corruzione, la magistratura montenegrina
si era meritata le critiche della Comunità
Internazionale .
E la mancanza di fiducia della Comunità
Internazionale, ed in primis delle
organizzazioni
internazionali di polizia,
nei
confronti
della
Magistratura e della
Polizia montenegrina è
dimostrata dal fatto che
le prime non hanno mai
richiesto
la
collaborazione
delle
seconde, proprio perché
le ritenevano inaffidabili,
nell’ ambito di operazioni
contro
il
traffico
internazionale
di
stupefacenti
che
coinvolgevano anche il
territorio
e
alcuni
cittadini del Montenegro
.
E
alle
critiche
della
Comunità
internazionale si aggiungevano , più
rilevanti sotto il profilo della capacità di
incidere sul futuro del paese , quelle della
Unione Europea .
Infatti Bruxelles aveva chiaramente
lasciato intendere che il riconoscimento
al Montenegro dello status di candidato
ad entrare nell’ Unione era condizionato
ad un miglioramento della situazione
interna , sia sotto il profilo del
comportamento della Magistratura ,
ritenuta non indipendente
e poco
professionale , sia sotto quello dell’ azione
della
pubblica
amministrazione
,
giudicata corrotta ed incompetente , sia
infine sotto quello dell’ ordine pubblico,
ritenuto gravemente compromesso dalla
presenza
diffusa
della
criminalità
organizzata .
E, si aggiunga, l’Unione Europea non
14
poteva certamente tollerare alla guida di
un Paese prossimo all’acquisizione dello
status di candidato, la presenza di un
personaggio, quale Djukanovic, accusato
da diverse parti di avere rapporti con la
criminalità organizzata 1) ed indagato
dalla Procura della Repubblica di Bari per
associazione
di
stampo
mafioso
finalizzata al traffico internazionale di
sigarette ( secondo l’ accusa attraverso
tale traffico, che avrebbe avuto luogo nel
periodo
1994
/2002
tra
Italia,
Montenegro,
Cipro e Svizzera,
sarebbero
stati
riciclati milioni di
dollari:
il
procedimento
venne archiviato
nel 2009 ma solo
per
ragioni
formali, e cioè per
difetto
di
giurisdizione:
infatti Djukanovic
era
divenuto,
medio tempore e
grazie
alla
intervenuta
indipendenza del
Montenegro, Capo
di Stato e quindi
godeva
della
relativa
immunità).
Di fronte ad una
situazione
che
esigeva, pena il
rallentamento o
l‘arresto del cammino del Montenegro
verso
l’integrazione
europea,
un
ridimensionamento del suo potere,
Djukanovic ha dato prova, come diverse
volte in passato, di essere uno stratega
lucido e spregiudicato .
1) A Djukanovic si rimproverano
soprattutto i legami con Darko Saric, un
personaggio sospettato di essere al
vertice di una organizzazione criminale
dedita al narcotraffico . Secondo alcuni
media Saric avrebbe depositato notevoli
somme di denaro presso la Prva Banka ,
di proprietà della famiglia Djukanovic ed
avrebbe prestato ingenti somme ad amici
del’ ex premier. Non è invece una voce,
ma un fatto, la concessione a Saric della
cittadinanza del Montenegro, la quale
impedisce l’ estradizione in tutti gli Stati
e quindi ha vanificato, sostanzialmente, i
mandati di cattura internazionali
spiccati nei confronti dello stesso Saric.
Nel febbraio 2010 è stata rivolta a
Djukanovic una accusa particolarmente
grave , sia per la fonte , il suo padrino ed
ex
diplomatico
Ratko Knezevic,
sia per l’ ambito in
cui è stata mossa
l’ accusa , il
processo che si
celebra
a
Zagabria
per
l’omicidio
del
proprietario
e
direttore
del
settimanale
“Nacional“,
Ivo
Pukanic , sia per il
reato contestato
in quella sede a
Djukanovic,
accusato di essere,
insieme ad un
altro
ricercato
internazionale,
Stanko
Subotic
“Cane”,
il
mandante
dell’
omicidio
di
Pukanic, che lo
aveva
indicato,
insieme a Stankovic, quale vertice dell’
organizzazione del contrabbando di
sigarette nei Balcani .
Infatti il 17 dicembre i leaders europei
decidono di accordare al Montenegro lo
status di paese candidato ad entrare nell’
Unione Europea, e solo quattro giorni
dopo Milo Djukanovic rassegna le
dimissioni dalla carica di Primo Ministro
della ex repubblica federata jugoslava .
Davvero difficile non vedere, tra i due
eventi, un collegamento, un rapporto di
do ut des tra l’Europa e Djukanovic,
15
attraverso il quale il secondo sacrifica il
proprio ruolo istituzionale sull’altare
della rispettabilità dell’
immagine
internazionale del Montenegro. E l’uso
del termine istituzionale non è affatto
casuale.
Infatti Djukanovic, con le dimissioni del
21 dicembre 2010, ha sacrificato solo il
proprio ruolo istituzionale: sarebbe
errato, infatti, leggere in quelle dimissioni
una resa senza condizioni da parte dello
statista montenegrino, il quale rimane
sempre il capo del partito più importante
del Montenegro, il partito democratico
sociale ed il proprietario, sia pure tramite
i propri familiari, della più importante
banca del paese, la Prva Banka.
In sostanza, nell’ occasione, Djukanovic si
è dimostrato, sul tavolo politico, quel
giocatore consumato ed abile che è
sempre stato: ha rinunciato al proprio
ruolo istituzionale, come gli chiedeva l’
Unione Europea per riconoscere al suo
paese lo status di candidato, ma ha
mantenuto quelle posizioni di potere,
politico ed economico, su cui Bruxelles
non è in grado, né peraltro appare
interessata, ad apporre alcun tipo di veto.
E l‘abilità di Djukanovic, non a caso
soprannominato “britva”, rasoio, per
l’incisività della sua politica, è data dal
fatto che egli era consapevole che l’
Unione Europea, dopo i problemi che le
hanno creato Bulgaria e Romania per il
fatto di non avere dato seguito alle
promesse in tema di lotta alla corruzione
dell’apparato amministrativo e dell’
apparato giudiziario, non si sarebbe
accontentata, da parte del governo
montenegrino , di un gesto formale , non
seguito da una azione diretta a
concretizzare l’ impegno a combattere la
corruzione .
Ed infatti la concretizzazione , da parte di
Djukanovic, dell’ impegno assunto con l’
Unione Europea di combattere la
corruzione, peraltro consacrato dalla
proprie dimissioni, avviene appena 6
giorni dopo l’ ufficializzazione dello status
di candidato del paese adriatico ad
entrare nell’ Unione: infatti il 23
dicembre, e finalmente ci riallacciamo al
tema con cui abbiamo introdotto questa
conversazione, avviene l’arresto del
sindaco di Budva.
E sul significato, in termini politici , dell‘
operazione giudiziaria, non sembrano
possano esserci dubbi: l’ arresto di
Kuljaca ha la valenza di un mutamento di
rotta da parte di Djukanovic, è il segnale
della volontà del leader montenegrino di
dare una certa soddisfazione alla
Comunità internazionale.
Ma il provvedimento della magistratura
montenegrina ha anche una ulteriore
chiave di lettura, che appare chiara ove si
consideri che con il sindaco Kuljaca è
stato arrestato anche il vice sindaco
Dragan Marovic, fratello di quello
Svetozar Marovic che è stato l’ultimo
presidente della Unione Serbia –
Montenegro (il soggetto politico che è
succeduto alla Repubblica Federale di
Jugoslavia ed ebbe vita dal 2003 fino al
2006, quando il Montenegro divenne
indipendente) , ed è ritenuto, anche per il
suo potere economico sulla città di Budva
(divenuta, con l’indispensabile nulla osta
di Djukanovic, un suo feudo personale e
chiamata, per tale ragione “Svetozarevo“)
il
numero
due
della
politica
montenegrina, ovviamente a debita
distanza dall’ onnipotente Milo.
L’ arresto di Dragan Marovic non può non
significare una perdita di peso politico del
fratello Svetozar, evidenziata anche dal
fatto che il secondo ha subito anche la
bocciatura del proprio candidato, il
sindaco di Podgorica Mugosa, nella corsa
alla successione di Djukanovic
nella
carica
di
primo
ministro,
vinta
ovviamente da un uomo di fiducia di
Milo, l’appena trentaquattrenne ex
ministro delle finanze, Igor Luksic.
Ed ecco quindi che Djukanovic trae un
ulteriore vantaggio dalla partita che ha
quale posta l’integrazione europea del
Montenegro: non solo si presenta quale
campione di democrazia, dimettendosi
dall‘ incarico di primo ministro ed
aprendo la strada alla lotta contro la
corruzione, ma ridimensiona in sostanza
16
anche un potenziale concorrente politico
come Svetozar Marotic .
La tesi secondo cui Djukanovic e Marotic
sono concorrenti e non alleati politici
potrebbe destare perplessità, se non altro
per il fatto che entrambi fanno parte del
partito democratico sociale ed hanno
sempre seguito la medesima linea
politica.
Ma sicuramente il fatto che Marotic sia
stato indebolito da due decisioni così
importanti , quali la mancata nomina del
suo candidato alla successione di
Djukanovic e la decapitazione del vertice
politico del comune di Budva a lui
strettamente legato , ed il fatto che a
quelle decisioni non è stato sicuramente
estraneo Djukanovic , induce a ritenere
che il rapporto tra i due ex sodali ,
ultimamente , non fosse poi così solido .
La giocata spregiudicata di Djukanovic sul
tavolo della partita dell’ integrazione
europea del Montenegro non può stupire
coloro che hanno seguito fin dagli esordi l’
evoluzione della carriera politica del
leader montenegrino .
Al contrario , l’ evento che stiamo
commentando si pone in perfetta sintonia
con quella che è stata fin dagli esordi la
strategia
politica
di
Djukanovic,
caratterizzata da cinismo , pragmatismo
ed una buona dose di spregiudicatezza .
Politicamente Djukanovic nasce circa
venti anni fa , quando balza agli onori
della cronaca per essere il delfino , nel
Montenegro , dell’ allora leader della ex
Jugoslavia e del partito comunista
jugoslavo, Slobodan Milosevic 2).
All’epoca Djukanovic è il fedele esecutore,
giovanissimo, delle direttive di Milosevic
nella allora repubblica federata di
Montenegro: egli garantisce al leader
serbo pieno sostegno durante il fosco
periodo della guerra civile in Croazia ed in
Bosnia.
E non a caso il Montenegro , nell‘ epoca
dello sgretolamento della ex Jugoslavia , è
l’ unica repubblica federata
a non
manifestare desideri d’ indipendenza , ed
il ruolo di Djukanovic nell’ assicurare al
“vodz”
Milosevic
la
fedeltà
dei
montenegrini
non
può
essere
minimizzato.
Ovviamente , Djukanovic non è uno che
lavora gratis e Milosevic gli concede, in
cambio del sostegno alla propria politica ,
una certa libertà d’ azione , politica e non
solo, nell’ ambito montenegrino.
Ma Djukanovic è dotato di lungimiranza
politica e non ignora gli scenari
internazionali: all’ epoca della guerra in
Kosovo, ed arriviamo alla fine del
millennio, si rende conto che la politica
miloseviciana ha condotto la Jugoslavia al
disastro economico ed all’ isolamento
internazionale, e prende le distanze dal
leader serbo, uscendo dal partito
socialista e battendo di strettissima
misura, alle elezioni presidenziali del
1997, Momir Bulatovic, rimasto fedele
alla linea di Milosevic: una vittoria,
quindi, per evocare il soprannome di
Milo, sul filo del rasoio, al termine di una
partita rischiosissima.
La più importante decisione assunta dal
governo montenegrino nel primo periodo
della presidenza
2) Per un ritratto di Milo Djukanovic , si
legga il capitolo a lui dedicato da Enzo
Bettiza in “Corone e maschere” .
Djukanovic, a testimonianza del rilievo
che
questi
connette
al
contesto
internazionale è, nel novembre 1999 , la
sostituzione, quale valuta della repubblica
federata, del dinaro jugoslavo con il
marco tedesco: la mossa, peraltro, trovava
anche una giustificazione tecnica nel fatto
che il dinaro, in quegli anni subiva una
svalutazione quasi da repubblica di
Weimar.
Il passo successivo non poteva essere che
quello
dell’
indipendenza
del
Montenegro: Djukanovic, consolidato
ormai il potere interno, vorrebbe indire il
referendum per l’indipendenza sin dal
2004 , ma la Comunità internazionale , ed
17
in
particolare
l’Unione
Europea,
ritenendo che la nascita di un nuovo Stato
potrebbe rendere ancora più instabile l’
area balcanica , impone una moratoria di
qualche anno , necessaria per stabilizzare
il contesto regionale nell’ambito del
quale, in caso di esito positivo della
consultazione popolare, sarebbe sorto il
nuovo stato montengrino.
Viene quindi fissata la data del novembre
2006 per la consultazione referendaria e
Djukanovic, deve giocare l’ennesima
partita, stavolta su due fronti, non solo
quello puramente elettorale, finalizzato a
conquistare il consenso degli aventi
diritto al voto, ma anche e soprattutto su
quello della definizione del corpo
elettorale.
Djukanovic ed i suoi ritengono che la
percentuale di voti necessaria per la
dichiarazione
d’indipendenza
debba
superare il 50% dei voti dei cittadini
montenegrini , mentre invece la fazione
favorevole al mantenimento dell’ Unione
con la Serbia pretende, ferma restando la
necessità di superare il 50% dei voti, che
il diritto di voto vada esteso anche ai
montenegrini residenti in Serbia.
La tesi di quelli che, per analogia agli
schieramenti
politici
nell’Ulster,
potrebbero essere definisti “unionisti” , è
di facile lettura : nella sola Belgrado
risiedono più montenegrini che in tutto il
Montenegro: costoro, trapiantati da anni
in Serbia, e legati ai fratelli serbi da
rapporti di parentela, amicizia e lavoro
non sembrano sensibili alla mozione
indipendentista.
La querelle tra le due fazioni è risolta
dalla Unione Europea, la quale propone
di limitare il diritto di voto ai soli cittadini
montenegrini,
prevedendo,
per
la
proclamazione
dell’indipendenza,
il
raggiungimento di una percentuale pari al
55 % dei votanti.
La proposta dell’Unione Europea lascia
perplessa la fazione degli indipendentisti
che preferirebbe il classico quorum del
50% dei votanti: a rompere gli indugi ed a
decidere di accettare l’insolita percentuale
del 55% è, come al solito, Djukanovic, e la
scelta, ancora una volta rischiosa, gli da
ancora una volta ragione: il sì all’
indipendenza ottiene il 55.4% dei voti , e
quindi
prevale
per
uno
scarto
risicatissimo di 2300 voti.
E se quella del referendum per
l‘indipendenza è stata, finora, la partita
più importante giocata da Djukanovic,
non è stata sicuramente l’ ultima.
Nel 2008 infatti il Kosovo , ex provincia
autonoma della repubblica serba, si
dichiara indipendente.
I commentatori politici erano sicuri che il
Montenegro, paese a sua volta di recente
indipendenza e non ancora pienamente
emancipato sul piano internazionale , non
avrebbe contraddetto l’atteggiamento dei
suoi partners, ossia la Serbia e la Russia,
entrambe decisamente contrarie, sia pure
per ragioni diverse, alla nascita dello stato
kosovaro.
Ed infatti la Serbia, legata al paese delle
Montagne Nere dalle comuni radici
storiche, linguistiche e religiose era
ovviamente contraria all’ amputazione
della porzione kosovara dal proprio corpo
territoriale,
mentre
la
Russia,
protagonista di massicci investimenti nel
settore immobiliare ed industriale
montenegrino 3) non poteva accettare
una dichiarazione d’ indipendenza che
avrebbe rappresentato, ed in effetti
rappresenta, un inquietante precedente
del diritto internazionale e per tale
ragione sarebbe stata sicuramente presa a
paradigma dalla Cecenia e dalle altre
entità substatali o etniche con velleità
indipendentiste presenti sul territorio
russo, si pensi al Tatarstan ed alle
repubbliche causasiche.
Ebbene, anche in questo caso Djukanovic
sorprende
le
cancellerie
europee,
procedendo al riconoscimento del
Kosovo:
mossa
che
provoca
manifestazioni protesta a Belgrado, da
parte dei filo serbi e l’ irrigidimento dei
rapporti diplomatici con Belgrado.
3) Il colosso industriale dell’ alluminio , il
complesso “Kombinat “, la più rilevante
realtà economica del paese , che copriva
l’ 80% delle esportazioni statali , è stato
privatizzato ed è attualmente di
proprietà della russa Rusal (Russian
18
alluminium) , facente parte della CEAC
(Central
European
Alluminiun
Company), di cui è azionista di
maggioranza Oleg Deripaska, magnate
molto vicino al presidente Putin. E
sempre una società russa ha acquisito la
proprietà di una importante acciaieria di
Niksic, la Zeljezara , e le società russe
hanno effettuato i più importanti
investimenti immobiliari sulla costa.
La decisione, al contrario, viene
commentata favorevole dagli Stati
membri dell’Unione Europea, i quali nella
grande maggioranza avevano a loro volta
riconosciuto il Kosovo e temevano che lo
scivolamento del Montenegro nella sfera
d’ influenza economica russa fosse il
necessario preludio al sorgere di una
sudditanza anche politica nei confronti di
Mosca.
E la scelta di Djukanovic, non
diversamente da quelle precedenti, ha
dato i suoi frutti: il riconoscimento del
Kosovo ha facilitato il cammino del
Montenegro verso l’ integrazione europea,
mentre, nonostante sia stata criticata dal
Cremlino, non ha guastato i rapporti
economici tra il paese delle Montagne
Nere e gli investitori russi.
In conclusione, si può senz’altro
affermare che le
scelte
di
Djukanovic,
pur
rischiosissime ed
in
grado
di
compromettere il
futuro
politico
dello stesso leader
e del Montenegro,
si sono sempre
rilevate vincenti:
rottura
con
Milosevic
e
conseguente
vittoria elettorale
contro il delfino di
questi, Bulatovic,
sostituzione
del
dinaro con il marco
prima e con l’euro
poi, vittoria nel
referendum
per
l’indipendenza ed infine riconoscimento
dell’indipendenza del Kosovo.
Ed attendiamo ora di sapere come finirà l’
ultima partita , quella dell’ integrazione
europea, nell’ ambito della quale l’ arresto
del sindaco di Budva , con le connessioni
politiche a cui si è fatto riferimento , si
inserisce.
Riccardo
De
Mutiis
ha
ricoperto incarichi per conto dell'Ocse nei
Balcani occidentali In virtù delle
pregresse
esperienze
di
avvocato
internazionalista e di magistrato, ha
acquisito una profonda conoscenza del
sistema giudiziario e dei rapporti tra
potere esecutivo e potere giudizario nei
Paesi balcanici.
19
Quale futuro per la Rivoluzione delle Rose?
di Davide Denti
foto di Vladimer Shioshvili
Il 2010 è stato segnato dalle visite a
Tbilisi del presidente turco Erdogan e del
ministro degli esteri iraniano Mottaki,
mentre una visita di Ahmadinejad è stata
rimandata sine die. In che direzione sta
andando la repubblica caucasica, che
continua a dipingersi come democratica e
a credere nelle possibilità di integrazione
nella NATO e nell’Unione Europea?
Due
fattori
fondamentali
hanno
modificato la situazione internazionale
della Georgia negli ultimi due anni,
costringendola a rivedere la propria
politica estera: la guerra russo-georgiana
del 2008, e l’elezione di Obama alla Casa
Bianca.
Il conflitto sud-osseto tra Russia e
Georgia ha messo fine agli obiettivi del
nuovo governo di Mikheil Saakashvili,
uscito dalla Rivoluzione delle Rose del
2003, di restaurare la sovranità georgiana
sulle province secessioniste di Abkhazia e
Ossezia del Sud, dopo esser riuscito già
nel 2004 a recuperare il controllo
dell’Ajara. Inoltre, ha mostrato come la
Russia sia disposta ad intervenire
militarmente al di fuori dei propri confini.
La Russia di Putin, potenza regionale a
tendenza
autoritaria
che
occupa
militarmente
le
due
province
secessioniste, costituisce oggi la nemesi
della repubblica caucasica.
Dall’altra parte, l’elezione di Barack
Obama ha segnato il venir meno del
sostegno incondizionato degli Stati Uniti
ai governi filo-occidentali dei ex paesi
satelliti dell’impero (Georgia ed Ucraina
in primis) a favore di un dialogo
costruttivo
con
Mosca
per
il
raggiungimento di obiettivi comuni nei
campi della diplomazia e del disarmo. La
cooperazione tra Stati Uniti e Federazione
Russa sul disarmo nucleare (trattato
20
START-2), sulle sanzioni all'Iran, e infine
sulla difesa missilistica hanno lasciato la
Georgia isolata: il Congresso ha levato il
suo veto sul patto di cooperazione
nucleare Usa-Russia, già giustificato
dall’occupazione russa di Abkhazia e
Ossezia del Sud. Inoltre, la Georgia ha
visto da allora affievolirsi le prospettive di
integrazione nella NATO, unica alleanza
militare in grado di garantirne la
sicurezza. La Commissione NATOGeorgia ancora non ha fissato alcun
obiettivo concreto per l'adesione della
Georgia; Lavrov, ministro degli esteri
russo, ha dichiarato di considerare lo
U.S.-Georgia
Strategic
Partnership
Charter del 2009 “una reliquia del
passato”; e la Francia è prossima a
vendere a Mosca navi da guerra che la
marina russa prevede di utilizzare per la
difesa
marittima
dell’Abkhazia.
La Georgia ha iniziato così a rafforzare le
sue relazioni con l'Iran. Una visita
reciproca dei ministri degli esteri si è
svolta nell'estate 2010, con la promozione
degli investimenti iraniani nelle centrali
idroelettriche in Georgia e, di converso,
investimenti georgiani nei progetti di
energia eolica in Iran, oltre alla
liberalizzazione del regime dei visti. Una
visita di Ahmadinejad a Tbilisi, offerta da
iraniani e preconizzata da Saakashvili, è
stata rimandata sine die per evitare di
inimicarsi troppo gli Stati Uniti. Le
autorità georgiane si sono tuttavia subito
preoccupate di sottolineare che lo
sviluppo delle relazioni tra Georgia e Iran
"non significa affatto un cambiamento
nella politica estera della Georgia, né è in
conflitto con i suoi obiettivi prioritari di
integrazione con l'Unione Europea e la
NATO", nelle parole del viceministro
georgiano degli esteri Nino Kalandadze.
Una
delle
maggiori
ragioni
del
riavvicinamento tra Georgia ed Iran sta
nel tentativo di disinnescare lo scontro tra
Washington e Teheran sul dossier
nucleare
iraniano:
un
potenziale
inasprimento della crisi darebbe alla
Russia (del cui voto al Consiglio di
Sicurezza ONU Obama ha un disperato
bisogno) un ampio margine di manovra
su Washington, lasciando così la Georgia
in una scomoda situazione. Al tempo
stesso, Tbilisi è in cerca di un maggior
numero di alleati nella regione,
anche se questi non dovessero
essere amici dell’America.
Nel maggio 2010, la Georgia ha
appoggiato entusiasticamente la
mediazione turco-brasiliana sul
dossier nucleare iraniano:
“Questa è una questione di
morte e di vita per i piccoli stati,
questa è una questione di
sopravvivenza. E' stata una
situazione disperata per anni.
(...) Questa è una vera e propria
rivoluzione diplomatica e una
grande vittoria diplomatica per
l'Iran, l'Europa, gli Stati Uniti e
del mondo e per l'intera regione,
per la Turchia e, naturalmente,
per la Georgia ... Questa è la pace per
l'Iran e per l'intera regione e per la
Georgia” (Saakashvili).
La posizione ufficiale degli Stati Uniti
sulla questione è stata invece molto più
fredda, continuando a lavorare per
maggiori sanzioni in sede ONU sull’Iran:
“Mentre sarebbe un passo positivo per
l'Iran il trasferimento di uranio a basso
arricchimento fuori dai suoi confini,
come ha accettato di fare lo scorso
ottobre, l'Iran ha detto oggi che
21
continuerà il suo arricchimento del 20%,
che è una diretta violazione delle
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite”
Le relazioni irano-georgiane si sono
intensificate ancora a seguito della visita
del ministro degli esteri iraniano,
Manouchehr Mottaki, a Tbilisi, nel
novembre 2010. Saakashvili ha elogiato il
sostegno del governo iraniano per la
sovranità e l'integrità territoriale della
Georgia, sottolineando l'importanza dei
colloqui tra il gruppo
P5+1 (Gran
Bretagna, Cina, Francia, Russia, Stati
Uniti e Germania) e l'Iran sul programma
nucleare di quest'ultimo.
Il presidente Saakashvili ha dichiarato
che la Russia starebbe "giocando" con il
programma nucleare iraniano, usandolo
per influenzare gli Stati Uniti. Secondo
Saakashvili: “Il disegno della politica
estera russa consiste nel mantenere vivo
il problema, per capitalizzarne i benefici.
Se
la
questione
iraniana si risolve,
cosa resta come leva
per i russi verso gli
Stati
Uniti?
Per
questo continuano a
giocarci in maniera
intelligente
promettendo
cose
all’occidente,
ma
sostenendo nei fatti
l’Iran. Penso che, nel
processo, [i russi]
abbiano perso la
fiducia di tutte le
parti, ma stanno
facendo
così
da
sempre”. Allo stesso
tempo, Saakashvili ha sottolineato come
“c’è un principio di base, che ovviamente
Israele ha diritto alla sicurezza e
all’esistenza, e nessuno può metterla in
discussione - questo è cristallino per me”.
Durante una consultazione diplomatica
con la Francia del settembre 2009, gli
Stati Uniti hanno dichiarato di perseguire
“una politica di sostegno della Georgia di
fronte alle pressioni russe senza spingere
il presidente Saakashvili ad agire in modi
controproducenti", mentre la Francia ha
sottolineato che stava esercitando
pressioni su Saakashvili perché non
rispondesse
a
qualsiasi
tipo
di
provocazione, quale un eventuale attacco
alle navi della marina georgiana. Nello
stesso mese, Saakashvili ha avvertito gli
Stati Uniti che la Georgia era stata
lasciata "indifesa" e che la prospettiva
delle elezioni presidenziali russe, con
Putin di nuovo in corsa, potrebbe
innescare un ulteriore conflitto con la
Georgia intesa alla sua rimozione dal
potere da parte delle forze russe.
La diversificazione della politica estera
georgiana passa anche dal ravvivamento
della sua cooperazione con gli Stati vicini,
in primo luogo la Turchia: la visita di
Erdogan nel maggio 2010 a Tbilisi è
servita a ricordare che la Turchia è già il
maggior partner commerciale della
Georgia, e i due paesi hanno in
programma di liberalizzare i visti
reciproci entro l’anno. Infine, sono pronti
i progetti per una ferrovia Tbilisi-Kars,
che dovrebbe collegare la Georgia
all’Europa.
La Georgia si inserisce inoltre nella
relazione culturale e nella cooperazione
energetica tra Turchia ed Azerbaijan. I
due paesi turcofoni contano sul territorio
22
georgiano per il passaggio degli oleodotti
Baku-Ceyhan e Baku-Kars, e hanno
ottenuto l’assicurazione che la Georgia
non riesporterà il gas e petrolio azero
verso l’Armenia. Inoltre, il 6,5% di azeri
costituisce la principale minoranza etnica
in Georgia. Infine, la Georgia simpatizza
con la causa azero nel conflitto del
Nagorno-Karabakh, in analogia con la
propria posizione nei confronti di
Abkhazia e Ossezia del Sud.
popolazione, e che le sue credenziali
democratiche restano vacillanti.
Infine il rapporto tra Georgia e Armenia
costituisce, paradossalmente, una risorsa
per Tbilisi nei confronti della Russia.
Malgrado siano ciascuno alleato con il
nemico dell’altro (la Georgia con Turchia
ed Azerbaijan, l’Armenia con la Russia), i
rapporti tra i due stati sono rimasti freddi
ma cooperativi. L’Armenia, senza sbocco
sul mare e rinchiusa tra le frontiere
bloccate con Turchia ed Azerbaijan, ha
assoluto bisogno della Georgia per
assicurarsi il transito di merci ed energia
verso la Russia e verso il mar Nero. La
Georgia ospita sul suo territorio il
passaggio di un oleodotto russo-armeno,
che garantisce un minimo di sicurezza
energetica alla Georgia, e può così contare
sull’Armenia come moderatore e come
eventuale ostaggio di un futuro ulteriore
scontro con Mosca.
La
direzione
dell’attuale
politica
georgiana - recuperare il rapporto con
l’Iran, mantenendo le proprie credenziali
democratiche interne e il rapporto
privilegiato con Washington - è pericolosa
ma obbligata. Resta da vedere se
Saakashvili riuscirà a consolidare la
posizione della Georgia tanto quanto la
propria: le manifestazioni di piazza
dell’autunno 2007 e della primavera 2009
hanno dimostrato che anche in politica
interna il governo georgiano non gode del
supporto incondizionato della propria
Davide Denti, frequenta il College
d’Europe presso il campus di Natolin, a
Varsavia. Dopo la laurea specialistica in
Relazioni internazionali all’Università di
Milano ha lavorato nel campo della
cooperazione internazionale con l’Ong
Cesvi nella Repubblica Democratica del
Congo. Collabora con East Journal
scrivendo approfondimenti di politica
polacca
23
La crisi albanese. Non chiamatela rivoluzione
di Matteo Zola
Era il 21 gennaio, in una Tirana blindata
va in scena la protesta contro il governo di
Sali Berisha organizzata dall'opposizione
guidata da Edi Rama. Non è la prima
protesta di questo genere, la crisi politica
in Albania è iniziata con le elezioni del
giugno
2009,
vinte
dal
Partito
democratico di Berisha, accusato però di
brogli dal Partito socialista guidato da Edi
Rama. Poi, a gennaio, esce un video che
inchioda l'ormai ex vice-premier Ilir Meta
su un caso di corruzione. In Parlamento si
scatena la tempesta, scambi di accuse,
minacce, slogan come “ik hajdut” (vattene
ladro) poi ripreso dalla piazza. E ancora
accuse a sfondo sessuale e di corruzione.
entrambe a corto di
interessate solo al potere.
argomenti
e
L'opposizione cerca la piazza, e la trova. Il
bilancio è di tre morti, uccisi dalla polizia
a difesa della sede del governo. Una cosa
impensabile per un Paese in rapida
ripresa economica e avviato alla
democrazia. Qualcuno comincia a parlare
di rivoluzione, di guerra civile incombente
come nel 1997, ma la realtà si mostra
presto ben più triste. Le due parti in lotta
non sono opposte ma due facce della
stessa medaglia: stesse logiche non
democratiche,
stesso
populismo,
Pochi giorni dopo gli scontri Fatos
Lubonja, giornalista e intellettuale
albanese, scrive sul suo blog Perpjekja:
"Quello che sta succedendo questi giorni
in Albania ha diviso gli albanesi in due
grandi gruppi. Del primo fanno parte
quelli che pensano che ciò che sta
avvenendo è il risultato di due pessime
persone: Sali Berisha e Edi Rama. Per
coloro che la vedono così – che sono per
lo più militanti dei partiti in conflitto o
loro sostenitori – il male sparirà quando
"Rama sembra aver previsto tutto, anche i
morti" è la raggelante testimonianza
raccolta da Geri Zehji Ballo dopo gli
scontri.
Geri,
giovane
giornalista
albanese, ha cominciato da quel momento
a raccontare ai lettori italiani quanto
stava avvenendo nel suo Paese tenendo
corrispondenze con Radio Vaticana,
collaborando con il Corriere della Sera e
anche con East Journal. Lo ha fatto
intervistando lo stesso Edi Rama e
seguendo in prima persona le successive
vicende di piazza.
24
uno di questi due uomini sarà
definitivamente sconfitto. Esiste però
anche un altro gruppo di non minore
importanza, di cui fanno parte anche
simpatizzanti e membri dei due partiti, di
persone sempre più convinte che questi
due uomini altro non sono che il volto di
un male maggiore e che il Paese si salverà
solo quando la nostra lotta contro il male
che questi due uomini rappresentano li
cancellerà dalla vita politica".
La retorica del giorno dopo ha però
ingannato molti, e i media hanno fatto il
resto dipingendo Rama come un
campione della democrazia e Berisha
come un autocrate criminale. L'errore è
stato più su Rama che su Berisha il quale,
occorre ricordarlo, è partner strategico
dell'Italia che in Albania investe nel
campo dell'energia. Berisha calò l'asso
accusando di golpe l'avversario Rama,
accusa da corte marziale, e indicando in
membri della magistratura "cospiratori" e
"fiancheggiatori" di questo ipotetico
disegno sovversivo. Il golpe, allora,
sembrò quello di Berisha che in tal modo
cercava
di
far
piazza
pulita
dell'opposizione.
La crisi albanese, a tutt'oggi irrisolta, ha
col passare dei giorni assunto connotati
più precisi profilandosi come crisi
anzitutto sociale e in second'ordine
morale. East Journal ripropone i
contenuti più significativi prodotti sulla
crisi albanese, le corrispondenze di Geri
Zehji Ballo e un'intervista ad Antonio
Caiazza, giornalista Rai esperto di
Albania.
Tirana il giorno dopo. Incontro con Edi Rama
di Geri Zehji Ballo
Stamattina Tirana era immersa nei
rumori e nel traffico di sempre. Una
quotidianità uguale a se stessa. Per
trovare qualcosa di diverso bisognava
spostarsi nei circa 500 metri del centro in
cui si sono consumati gli scontri.Lì le
cinque o sei carcasse delle macchine
bruciate davanti alla piramide e il nastro
con la scritta “Scena del crimine” che
25
circondava stamattina il palazzo del
Primo Ministro ricordavano ai passanti
l’accaduto. Ma nel primo pomeriggio sono
scomperse sia le auto bruciate che il
nastro. Rimane solo il filo spinato che ora
e chissà per quanto ancora circonda il
palazzo del Primo Ministro. Mentre
intorno tutto scorre uguale a sempre.
Nel pomeriggio sono stati deposti molti
mazzi di fiori nei punti intorno al palazzo
del Primo Ministro dove si sono accasciati
i tre manifestanti colpiti a morte dalle
forze di polizia schierate a difesa
dell’edificio. Intanto le emittenti televisive
trasmettono a ciclo continuo i filmati che
riprendono i momenti in cui i tre
manifestanti vengono colpiti e da dove
sono partite le raffiche.
Davanti all’evidenza filmata che a sparare
sono state le forze di polizia che
presidiavano il palazzo, Berisha rivendica
il diritto di difendere l’ordine pubblico e
sottolinea che saranno sventati con ogni
mezzo anche i possibili futuri tentativi
dell’opposizione di prendere il potere con
la forza, mentre Rama chiede conto al
premier della versione resa il giorno
prima, nella quale Berisha escludeva che
a sparare fosse stata la polizia o gli agenti
delle forze speciali.
Quando lo incontro nel pomeriggio, Edi
Rama è particolarmente risentito per le
posizioni delle varie fonti internazionali,
che fino a quel momento hanno
condannato nello stesso modo la violenza
dei manifestanti e quella della polizia.
“Non si può essere equidistanti in questa
situazione” mi dice. “Non si possono
paragonare gli ombrelli, i bastoni dei
cartelloni e anche le pietre scagliate dai
manifestanti con l’atto di sparare sulla
folla, che non viene tollerato e praticato in
nessun paese civile e democratico” e
aggiunge “con questa equidistanza ‘gli
internazionali‘ non aiutano il popolo
albanese, ma lo danneggiano.”
Gli chiedo a cosa è dovuta, secondo lui, la
neutralità delle forse internazionali. Mi
risponde
che
lo
fanno
perchè
“relativizzano ciò che succede in Albania,
che non trattano i fatti che accadono qui
come tratterebbero i fatti successi in altri
paesi
democratici.
Abbiamo
visto
recentemente proteste in paesi come la
Grecia, la Gran Bretagna, la Francia. In
Italia gli studenti sono entrati in
Parlamento. Ma nessuno ha sparato su di
loro. Mentre in Albania è accaduto”.
26
Rama e Berisha, due facce della stessa medaglia
di Geri Zehji Ballo
La situazione in Albania “ci preoccupa
seriamente”. Lo ha affermato Natasha
Butler, portavoce del commissario Ue
all’allargamento
Stefan
Fuele,
sottolineando
l’importanza
della
“separazione tra i poteri, in particolare
quello esecutivo e quello giudiziario” e
auspicando che possa essere condotta
un’inchiesta “in modo trasparente” sui
fatti avvenuti negli scorsi giorni che
hanno visto la morte di diversi
manifestanti. “È importante che l’Albania
rispetti e metta in atto questi principi che
sono alla base della democrazia e che
fanno anche parte di criteri di
Copenaghen” che il Paese deve rispettare
se vuole procedere verso l’adesione all’Ue,
ha ricordato la Butler. La questione
albanese, ha poi ribadito la portavoce,
sarà affrontata anche questo pomeriggio
durante il Consiglio affari esteri dai
ministri dei 27. “Questo dimostra che
l’insieme degli attori è in piena riflessione
sul da farsi e sul miglio modo di agire
verso un paese che ha chiesto di entrare
nell’Ue”, ha concluso la Butler.
Ed è di poco fa il messaggio del
Presidente albanese Topi, nel quale si
chiede alle istituzioni di non ostacolarsi
vicendevolmente e agli attori politici di
risolvere la crisi in corso. Ma nelle
conferenze stampa che venerdì 28
gennaio hanno fatto da corollario alla
protesta organizzata dall’opposizione,
Rama e Berisha hanno continuato a
scambiarsi le usuali accuse. “Le violenze
sono state quelle perpetrate dai
protestanti ai cancelli del palazzo del
Primo Ministro” ha affermato il premier
Berisha. “Il golpe del 21 gennaio è stato
finanziato con 2 mln di dollari. I violenti
arruolati sono stati pagati dai 200 ai 600
dollari.
Mentre
i
dimostranti
incendiavano auto e aggredivano la
polizia, Rama e i suoi alleati Preç Zogaj e
Spartak Ngjela decidevano le cariche che
27
ognuno di loro avrebbe ricoperto nel
governo che volevano creare” sono state
le parole del primo ministro.
Mentre Rama, dopo aver reso omaggio
alle tre vittime della protesta, ha
dichiarato: “I media internazionali sono
stati testimoni del carattere pacifico della
manifestazione, che stavolta non è stata
provocata. Non saremo mai esitanti nel
cercare il dialogo. Questa è la strada per le
libertà e i diritti”. Ma ha aggiunto: “E’
barbaro che Berisha attacchi il Presidente
della Repubblica. Il premier vuole
controllare anche questa istituzione, oltre
a quella del Procuratore generale Ina
Rama.
L’Albania non accetta il regime della
paura. Non ci possono essere elezioni in
un clima tale. Il governo ha rubato i voti
delle ultime elezioni”.
I toni, per nulla concilianti, sembrano
preludere ad un lungo braccio di ferro. Da
una parte Berisha viene accusato di non
rispettare gli altri poteri dello Stato,
portando a una deriva dittatoriale la
fragile democrazia albanese. Dall’altra c’è
chi si è fatto l’opinione che Rama abbia
previsto tutto, anche i morti, pur di
prendere il potere senza passare per le
elezioni.
Il coro e le persone, voci dalla crisi albanese
di Geri Zehji Ballo
Tre persone sono morte e decine sono
rimaste ferite a Tirana lo scorso 21
gennaio durante una manifestazione
indetta dall’opposizione socialista di Edi
Rama (sindaco di Tirana) per chiedere le
dimissioni del governo di Sali Berisha (ex
Presidente della Repubblica), accusato da
Rama di corruzione e di aver vinto le
elezioni del 2009 grazie ai brogli; i
cittadini hanno seguito sgomenti in
diretta tv il susseguirsi delle violenze,
durate un intero pomeriggio.
Passato questo venerdì nero, resta però
una profonda frattura tra le istituzioni del
paese e un dialogo impossibile tra
28
maggioranza e opposizione. Qui se ne
parla ogni giorno in decine di
trasmissioni, i giornali sono pieni di
opinioni e analisi dei giornalisti di turno.
Mentre poco spazio è concesso alla voce
dei giovani, per questo abbiamo provato a
intervistarne alcuni per capire cosa
pensano della crisi albanese e delle sue
cause.
Tra Rama e Berisha
«Le
cose
non
migliorano.
Anzi
continuano a peggiorare! C’è bisogno di
un’azione forte per sbloccare la
situazione». Loren ha 24 anni ed è
convinto che in Albania solo con la
mobilitazione nelle piazze si potrà
ottenere realmente un cambiamento.
«Non c’è altro modo per cacciare il primo
ministro – afferma Beni – ha rubato i voti
nel 2009 e non si dimetterà mai».
«Non sono d’accordo, la manifestazione
del 21 era chiaramente organizzata in
modo da provocare almeno dei feriti da
poter usare contro il governo» risponde
Eni,
classe
1987,
laureato
in
Giurisprudenza e fino a pochi giorni fa
deciso a partire per l’Italia perché qui non
trovava lavoro. Poi ha iniziato una
collaborazione
part-time
per
il
praticantato che gli serve.
Crisi e disoccupazione
Presto dal dibattito politico si passa a
parlare dei problemi del paese, di quelle
che i giovani percepiscono come anomalie
del sistema albanese e di come queste
influiscono sulla loro vita quotidiana.
«Anche noi siamo stati colpiti dalla crisi
economica – sottolinea Artan, 22 anni,
studente di Scienze Politiche – Ci dicono
che non è così, che l’economia albanese è
addirittura in forte crescita, ma questo è
assurdo. Se solo pensiamo all’importanza
enorme che hanno per noi le rimesse
degli
immigrati,
provenienti
prevalentemente in Stati come la Grecia e
l’Italia, dove la crisi è ancora forte, si
capisce che ne soffre anche l’economia
albanese».
«La disoccupazione è il vero problema
che devono affrontare i giovani albanesi
oggi – fa notare Loren – Di fronte a
questo, gli altri problemi che abbiamo
sembrano lussi». L’affermazione trova
d’accordo anche gli altri. «Per me che
studio Giurisprudenza è ancora peggio.
Quest’anno sono stati seicento i laureati
dell’università pubblica e altri seicento da
quelle private. Dove andranno tutti questi
giovani?» si chiede Shenda, 20 anni.
Mentre Ergi, 23 anni, aggiunge: «Tra
pochi mesi sarò laureato in Economia, ma
so che non avrò un posto di lavoro perché
quelli sono a disposizione solo dei figli di
chi sta al potere»
Lo scoglio della raccomandazione
Il punto non è solo la scarsità di posti di
lavoro, ma anche il modo di accedervi. La
raccomandazione è talmente diffusa che
chi cerca di ottenere un lavoro in altri
modi sembra vivere fuori dalla realtà. «Mi
è capitato di essere guardato con stupore
misto a incredulità quando mi sono
presentato nella sede di una delle banche
di Tirana con un curriculum in mano per
fare domanda di tirocinio» racconta
Leonard, 26 anni, laureato a Torino e in
cerca di un lavoro nella capitale albanese:
«Poi mio zio ha telefonato a uno dei
responsabili della filiale e ho fatto lo
stage».
Anche Celik ha deciso di studiare fuori dal
suo paese. Ha 24 anni ed è di Librazhd,
un paesino nel sud dell’Albania. Dopo le
scuole superiori si è trasferito a Pisa, dove
sta concludendo la laurea magistrale in
Studi diplomatici: «Non avrò mai un
posto di lavoro nel campo della
diplomazia.
Per
quello
o
sei
raccomandato da un parente o vieni
scelto perché aiuti la parte politica al
governo. Io non userei nessuna di queste
due opzioni per avere il posto di lavoro
che voglio».
29
Il futuro politico e nuove proteste
Per tutti questi motivi il futuro sembra
più che mai incerto per i giovani di
Tirana. La disputa su chi sia meglio tra
Rama e Berisha dura diversi minuti tra i
ragazzi intervistati, che li dipingono come
due personaggi che si “sostengono” a
vicenda, alimentando l’uno l’aggressività
dell’altro. Blerta riassume la situazione
così: «Se ci fosse un’alternativa valida a
loro due la sosterremmo volentieri. Ma
non c’è. E a noi tocca metterci a contare i
danni provocati da entrambi per scegliere
il “meno peggio“». Intanto per venerdì 4
febbraio è stata indetta una nuova
protesta
dell’opposizione
e
si
temono ancora violenze.
Geri Zehji Ballo giornalista albanese,
nata a Tirana nel 1984, attualmente vive e
lavora a Torino dove conduce il
programma radiofonico “Shqip in Torino”
su Radio Torino International. Collabora
con alcune testate locali ed ha fondato
l’associazione interculturale “YouThink“.
L’INTERVISTA: Antonio Caiazza, dentro la crisi albanese
di Federico Resler
Antonio Caiazza, giornalista della sede Rai di Trieste, è uno dei più grandi esperti di
Albania in Italia. Il suo libro “In Alto Mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro”
(ed. Instar Libri) è una opera essenziale per comprendere le evoluzioni socio-politiche
avvenute durante gli ultimi vent’anni nel “paese delle aquile”. Lo abbiamo intervistato per
East Journal riguardo la difficile situazione che sta vivendo l’Albania.
30
Qual è l’attuale situazione politica
in Albania dopo le manifestazioni di
piazza e la conseguente crisi
istituzionale?
La situazione in Albania sembra essere
come in stallo. Le tre vittime della
manifestazione del 21 gennaio hanno
choccato l’opinione pubblica ma anche la
classe dirigente che, improvvisamente, si
e resa conto di aver alzato il livello della
tensione fino a un punto di rischio molto
elevato. In giugno si terranno le elezioni
amministrative e il livello dello scontro,
dopo la calma apparente di questo
periodo, tornerà a salire. L’Albania
sembra essersi infilata in un vicolo cieco,
dal quale non sa uscire perché nessuno
dei contendenti, il premier Sali Berisha,
leader del Partito Democratico (centrodestra), e il capo dell’opposizione, Edi
Rama, leader del Partito Socialista e
sindaco di Tirana, ha intenzione di
mollare e cedere di un passo.
Ciò che è più grave è che il conflitto
all’interno della classe dirigente albanese
si svolge nell’indifferenza e nella
rassegnazione della popolazione, giovani
compresi. Eppure questi ultimi, nel Paese
demograficamente più giovane d’Europa,
costituiscono una forza insormontabile,
ma occorrerebbe che di ciò, di questa loro
forza, prendano coscienza. Le potenzialità
culturali e civiche sono grandi: decine e
decine di migliaia di giovani albanesi sono
stati all’estero per lavoro, per studio, sono
in contatto con parenti, amici, coetanei
che sono sparsi per il mondo, o hanno
comunque relazioni che vanno ben oltre i
confini delle Alpi Albanesi e del mare che
separa Durazzo da Otranto. In Albania
l’uso delle connessioni internet è
diffusissimo, e i luoghi, dalle piazze alle
hall degli alberghi ai caffè, in cui è
possibile connettersi liberamente alla
rete, sono più frequenti che nelle nostre
città. È appunto la rete che sta creando in
Albania un nuovo cittadino, a dispetto
della politica, della corruzione e del
malaffare diffusissimo. Questa nuova
società sta per ora in silenzio, nauseata da
ciò che vede avvenire, se ne sta per conto
suo, come rinchiusa in sé stessa. Ma non
durerà a lungo. La distanza culturale,
stilistica e di valori fra la società e la
classe politica (anche in Albania) è
diventata enorme. E quando questo
accade, qualcosa prima o poi succede.
Per questo credo che le istituzioni
internazionali e i Paesi che più da vicino
seguono e assistono l’Albania, più che
aver relazioni esclusive con i potentati
politici locali, farebbero bene a cercare di
supportare ed incoraggiare quei germogli
di società che in Albania timidamente si
affacciano e cercano di farsi sentire,
anche a costo di urtare la suscettibilità di
Berisha o di Rama.
Ci può spiegare in breve la figura di
Sali Berisha, attuale primo ministro
albanese considerato da molti come
un leader non del tutto liberale?
Sì effettivamente è difficile definire
Berisha liberale. Il liberalismo selvaggio,
assoluto, sregolato e incontrollato in cui
l’economia albanese procede, non si
associa ad un sistema politico liberale nei
metodi dell’esercizio democratico. Dritero
Agolli, uno scrittore molto popolare ed
amato in Albania, dice di lui che, pur
avendo viaggiato e magari anche molto
letto, la sua origine montanara (viene
dall’Albania più arcaica ed arretrata, da
un piccolo villaggio fra i monti del nord)
lo trascina indietro. In effetti fa politica
più come la farebbe un capo clan, un
bajraktar, che un moderno leader
europeo. È rozzo, a volte violento nei toni,
anche volgare in diversi interventi in
parlamento, e spiccio nei suoi metodi. Per
di più, così come Hoxha all’epoca del
comunismo, sfidava il ridicolo gonfiando
il petto e affermando che loro e i cinesi
erano un miliardo, lui ha fatto altrettanto
pretendendo di far diventare l’Albania
una potenza energetica nucleare, o come
quella volta che a Berxull, in un
minuscolo villaggio, tenne un discorso in
cui affermò che il suo Paese era l’unico al
31
mondo indenne dalla crisi, anzi in
crescita. I primi a ridere, e a provare
vergogna, sono i suoi concittadini.
Può tratteggiare in breve la
personalità di Edi Rama, capo del
Partito Socialista e principale rivale
di Berisha?
Dall’altra
parte non
c’è proprio
un
campione
di sapienza
politica, di
lungimiran
za e di
senso dello
Stato.
Rama può
però
vantare una
buona
amministra
zione della
capitale,
una
città
che
il
comunismo
aveva lasciato a 250mila abitanti su per
giù e che nel giro di qualche anno è
arrivata sotto il milione. Ma la sua
gestione non è indenne né dalla
corruzione né da modi, anche in questo
caso, abbastanza sbrigativi, sia nella guida
della città che del partito.
Che giudizio dà al ruolo della
comunità
internazionale
nella
gestione della crisi albanese?
Il mio giudizio sul ruolo che la comunità
internazionale ha avuto in Albania è
pessimo, e molto critico soprattutto verso
la politica tenuta dal Paese più vicino
all’Albania e maggiormente investito nel
bene e nel male, anche per ragioni
storiche oltre che geografiche, dalle
conseguenze di ciò che accade lì, vale a
dire l’Italia.
Le diplomazie europee, e la nostra, si
sono limitate a stringere legami con le
classi dirigenti al potere, accontentandosi
della garanzia minima di stabilità. In
lingua italiana significa, accontentandosi
della garanzia che sulle nostre coste non
arrivassero più immigrati (albanesi e non
solo). Ottenute risposte positive a questa
esigenza basilare, hanno fornito appoggio
e
legittimazio
ne europea
ad
una
classe
politica
corrottissim
a
e
inefficiente.
L’Unione
europea
aveva
la
possibilità di
continuare a
tenere
il
fiato
sul
collo
dei
dirigenti di
Tirana (non
solo a chi
governa, anche a chi guida l’opposizione),
mantenendo ancora in sospeso la
questione della liberalizzazione dei visti.
Bruxelles avrebbe potuto mettere con le
spalle al muro Berisha e Rama, e i loro
apparati di potere, chiedendo che
risolvessero in qualche maniera il
conflitto che si trascina dal giugno 2009,
e che fosse fatto qualcosa di serio e non di
propagandistico contro la corruzione. E
invece in dicembre il regime dei visti è
stato cancellato, a Tirana la gente ha
ovviamente e giustamente festeggiato. E
hanno festeggiato anche i potenti locali,
che avevano incassato un grande
successo. E tornati a sentirsi liberi di far
politica come sapevano farla, Berisha e
Rama hanno alzato il livello della
tensione, fino a farci scappare tre morti. E
dire che Tirana di questi tempi dovrebbe
essere imbandierata a festa per i vent’anni
di democrazia. Invece si è insanguinata.
32
Secondo lei che sbocco avrà la crisi
e quali possono essere i fattori di
stabilizzazione?
Spero che stabilizzazione, per l’Albania,
non significhi lasciare tutto come sta, far
passare la nottata e continuare come
prima. Perché non durerebbe a lungo. Il
vero fattore di stabilizzazione, che
darebbe all’Europa un Paese europeo,
sarebbe l’emergere di una coscienza civile
che se ne sta rintanata nelle case, magari
a chattare con tutto il mondo e a
lamentarsi. In Albania, come in tutte le
democrazie
stanche,
è
già
alto
l’astensionismo. E a chi comanda questo
va sempre bene (mica solo in Albania, sia
chiaro). Se le decine e decine di migliaia
di persone che da tempo non votano,
andassero a infilare la scheda nell’urna,
sparpaglierebbero le carte in tavola,
scompaginerebbero i piani e le sicurezze
del manovratore. Gli metterebbero paura.
La vera potenza sta lì. Nel caso
dell’Albania sarebbe auspicabile che
questa società sentisse l’Europa (e magari
l’Italia) al proprio fianco, non al fianco dei
boss politici locali
e Diplomatiche di Gorizia (Università di
Trieste) con una tesi in geografia politica,
si sta laureando presso lo stesso corso di
laurea con un lavoro sulla transizione
politica della ex Jugoslavia negli anni ’90.
Nel 2008 ha dato vita a Gorizia
alla rassegna cinematografica “Infiniti
Balcani”. Ha collaborato con il mensile
locale “Il Chioggia”, occupandosi di
politica, cultura e sport. Attualmente
gestisce il blog di informazione “Radio
Balcani”.
Federico Resler nato a Piove di
Sacco (PD) nel
1984.
Laureato
triennalmente presso il corso di laurea in
Scienze Internazionali e Diplomatiche di
Gorizia (Università di Trieste) con una
tesi in geografia politica, si sta laureando
presso lo stesso corso di laurea con un
lavoro sulla transizione politica della ex
Jugoslavia negli anni ’90. Nel 2008 ha
dato vita a Gorizia alla rassegna
cinematografica
“Infiniti
Balcani”
Attualmente
gestisce
il
blog
di
informazione “Radio Balcani”. Per East
Journal si occupa di Balcani occidentali.
Federico Resler laureato triennale presso
il corso di laurea in Scienze Internazionali
33
Confronti / La rivoluzione araba e l’ottantanove
introduzione
Gli eventi che hanno sconvolto il Nord Africa, e che ancora sembrano lontani da una
soluzione, hanno suscitato in molti osservatori il confronto con gli avvenimenti che nel
1989 portarono alla caduta del Muro di Berlino e dei regimi socialisti in Europa centroorientale. Un paragone dettato dall’entusiasmo dell’improvvisa liberazione dei popoli arabi
dalle loro autocrazie che è stato però criticato da più parti e ritenuto semplicistico, anche
alla luce dei fatti in corso, e meno efficace. La similitudine tra ottantanove e rivoluzione
araba testimonia però la mancanza di chiavi di lettura e di reale comprensione da parte
dell’Europa nei riguardi delle vicende mediterranee.
East Journal, attraverso i contributi dei suoi redattori e collaboratori, tenta di offrire tre
differenti ipotesi analitiche del paragone tra ottantanove e rivoluzione araba. La prima
afferma, pur con debiti distinguo, l’efficacia del confronto. La seconda si pone invece in
posizione di netto rifiuto mentre la terza si concentra sul dibattuto ruolo dei social
network.
34
La rivoluzione dell’89 e l’insurrezione araba
di Matteo Tacconi
I tunisini hanno cacciato a colpi di piazza
Ben Ali. Gli egiziani, invadendo le strade,
stanno provando a buttare giù il
trentennale regime di Hosni Mubarak.
Altrove – in Algeria, in Siria, in Marocco,
in Libia? – scoccherà presto una scintilla,
scommettono gli analisti. L’effetto
domino è partito, dicono. Uno dietro
l’altro i governi della regione araba e
mediterranea sembrano destinati a
soccombere o a doversi reinventare o
ancora a ricercare compromessi o
impostare la transizione. Come una volta
nell’Europa centro-orientale.
Il 2011 come l’89? Da più parti s’è
tracciato questo parallelo. Ne hanno
scritto i giornali italiani, ne hanno parlato
i media internazionali. 2011 Could Be the
Middle East’s 1989, titolava il sito della
Bbc qualche giorno fa. Ma c’è davvero,
quest’analogia? Nelle rivolte arabe, in
effetti, si manifestano segnali che a suo
tempo
contraddistinsero
anche
le
rivoluzioni dell’est: la corruzione e la
“stanchezza” delle élite, le grandi adunate
di piazza, la nascita di movimenti d’unità
nazionale dalla composizione fortemente
eterogenea, la crisi economica e
l’aumento dei prezzi.
Questo, però, non dice tutto. Lo storico
Paolo Morawski, attento osservatore della
realtà dell’Europa centro-orientale, ha
scritto dalle colonne del suo blog, che a
fronte di queste similarità ci sono
comunque fattori che tengono distanti i
due eventi. «Qual è l’Urss del Sud dal cui
dominio colonizzante emanciparsi? E
qual è l’analogo del comunismo del quale
liberarsi a Sud?», s’è chiesto Morawski.
Sono gli stessi distinguo che nel 2005, ai
tempi della rivoluzione dei cedri libanese,
quando qualcuno paragonò Beirut alla
35
Berlino dell’89, il giornalista Fred Kaplan
riportò su Slate, specificando tra le altre
cose che – citiamo dall’archivio del web
magazine americano – «le nazioni che
hanno vissuto il dominio sovietico
avevano
alle
spalle
tradizioni
democratiche,
capitaliste
e
di
cosmopolitismo europeo» e che nel
quadrante mediorientale non c’è mai
stato un Mikhail Gorbaciov. Insomma,
l’accostamento tra la Beirut del 2005 e la
Berlino del Muro e quello tra questo
movimentato 2011 e l’89 può essere
fuorviante.
Fuorviante, ma non insensato. «Perché
quelle immagini di regimi e di muri che
cadono per volontà popolare sono entrate
nelle teste di molte più persone di quanto
non si creda», ha ricordato Morawski,
aggiungendo che l’89 ha un suo “capitale
immateriale” che s’è trascinato nel tempo.
Come a dire che parlando di ’89 si evoca
uno scenario preciso, scandito da lotte di
popolo, manifestazioni di piazza e
movimenti di emancipazione.
Si spiega dunque così l’accoppiamento
2011-1989. Che è una tendenza diffusa a
occidente, ma anche a sud. Lo utilizziamo
“noi” e lo utilizzano “loro”, i protagonisti
delle rivolte di questi giorni. Paola Caridi,
giornalista esperta di Medio Oriente e
autrice del blog invisible arabs ha
evidenziato come l’avanguardia della
rivolta tunisina si richiami ai valori
dell’89 e in generale della marcia dell’ex
blocco sovietico verso la libertà. «Su
nawaat.org (portale dell’opposizione di
Tunisi fino all’altro ieri censurato, ndr) si
traccia addirittura una linea rossa che
unisce un ragazzo di Praga, Jan Palach
(che la mia generazione si ricorda ancora
oggi come fosse successo appena ieri),
con, il ragazzo di Sidi Bouzid, un
ambulante, che si è dato fuoco a
dicembre».
Morawski rileva la stessa cosa, spiegando
che i dissidenti mediterranei, anche
perché educati nel mondo occidentale,
«usano i nostri linguaggi, le nostre
immagini, scendono cioè sul nostro
terreno per attrarre la nostra attenzione
sul loro». Insomma, cercano così di farsi
inquadrare sotto il fascio di luce dei nostri
riflettori. E ci riescono, dando ulteriore
sostanza all’analogia tra l’est di ieri e il
mondo arabo di oggi.
È
però
legittimo
chiedersi
se
l’associazione tra 2011 e 1989 non ci stia
portando a distogliere lo sguardo dalle
altre dinamiche che agitano il Medio
oriente. Forse sì. Annota Paola Caridi:
«Altri richiami [della rivolta] sono
all’orgoglio nazionale e alla sollevazione
contro il colonialismo. Colonialismo sui
fucili, eppure simile al colonialismo
diplomatico ed economico di questi
giorni. Gli arabi sono fedeli a quello
schema, a quella storia di sollevazioni e
rivoluzioni che fu fondamentale per il
panarabismo.Qualcosa, però, è cambiato.
La velocità della comunicazione». La
giornalista si riferisce all’uso di internet
come strumento di battaglia politica.
Un’altra differenza con l’89.
Matteo
Tacconi
è
giornalista
professionista, vive tra Perugia e Ancona.
Lavora da freelance e copre i Balcani,
l’Europa centro-orientale e l’area postsovietica, spesso con ricognizioni sul
posto. Collabora con il quotidiano
Europa, le riviste Limes, East e
Narcomafie, il website resetdoc.it. E’
autore del libro Kosovo: la storia, la
guerra, il futuro, uscito nel giugno 2008,
e C’era una volta il Muro: viaggio
nell’Europa ex-comunista, nell’ottobre
2009. Entrambi sono stati editi da
Castelvecchi.
36
Rivoluzione araba. L’erronea analogia con l’Europa dell’Est
di Jan Fingerland
traduzione di Daniela Ferrara
Il parallelo tra i disordini popolari in Egitto, Tunisia e Marocco e la caduta
della Cortina di Ferro nel 1989, è sbagliato. Come possono essere messi a
paragone i principi alla base della democrazia nel mondo arabo con quelli
dell’Europa dell’Est?
Il confronto tra il 2011 e il “nostro” 1989
non può reggere per una serie di motivi,
soprattutto perché, a differenza del Nord
Africa, la maggior parte delle persone che
facevano parte dell’ex blocco comunista
aveva, a quel tempo, un’idea discreta,
anche se distorta, di quello che era la
democrazia e di come funzionava. Questo
era dovuto al fatto che provenivano da
una cultura che aveva creato da sé la
democrazia e che già possedeva
consuetudini sociali e istituti informali
che hanno reso più facile il passaggio
verso la democrazia.
Qual è la situazione in Medio
Oriente? La maggior parte dei regimi
arabi di oggi discendono da colpi di stato
militari risalenti, per lo più, agli anni ‘50 e
’60. Così come Lenin, un tempo, aveva
abbozzato
l’equazione:
Soviet
+
Elettrificazione = comunismo, i colonnelli
che guidarono le rivoluzioni in Egitto,
Siria, Iraq e Libia coniarono l’equazione
araba: Nazionalismo + un esercito =
Indipendenza. Eccezion fatta per le
monarchie sopravvissute al fervore
rivoluzionario, si affermò, così, un
modello per tali regimi che sembrò
garantire una risposta discreta ai
problemi del tempo. Gli Stati edificarono
nuove dighe sui fiumi, costruirono sistemi
per
l’istruzione
e
la
salute,
nazionalizzarono
le
industrie
conquistando anche una significativa
ritirata dal blocco sovietico. Altri fattori,
tuttavia, erano in moto contro la
democrazia.
Il mondo arabo ignorava, semplicemente,
che i principi essenziali della democrazia
erano esistiti anche nell’Europa dell’Est
prima del 1989, quantomeno in una
forma imperfetta. Si pensi alla società
civile, al concetto di libertà personale, alla
tradizione del confronto senza pregiudizi
e alla responsabilità individuale. Un
37
esempio su tutti: il nome alla piazza di
Città del Cairo, Piazza Liberazione,
(teatro dell’assembramento di una
moltitudine di gente in occasione della
grande manifestazione per la libertà) non
è stato dato per sottolineare la speranza
di conquista delle libertà civili, ma in
riferimento al colpo di stato del 1952 per
mano del Colonnello Nasser. Il rimando,
qui,
è
all’indipendenza
collettiva
nazionale, non all’autonomia individuale
dei cittadini, come nei Paesi occidentali.
Le società arabe sono anche molto
più radicate nella fede verso
l’autorità Il vero nazionalismo arabo –
paradossalmente ispirato al socialismo e
al nazionalismo europeo – partiva da
un’ideologia che aveva come scopo quello
di sostituire alcuni dettami occidentali,
come il diritto alla “ricerca della felicità”,
cosa in cui è riuscito dopo qualche tempo.
Ha fornito alla gente il senso dell’identità
e anche degli obiettivi per i quali essa è
stata felice di rinunciare a qualsiasi cosa.
Si ricordi che il regime egiziano,
sentendosi
indebolito,
ha
tentato,
recentemente, di giocare la carta
nazionale
rilanciando
un
nuovo
sentimento di devozione.
I giovani del Cairo (le donne, qui, sono
molto meno visibili rispetto alla più
“profana” Tunisia) gridano anche slogan
come “libertà“. Ma quando viene chiesto
loro di spiegare più in dettaglio quello che
cercano, essi si aggrappano a parole come
“giustizia”
(in
contrapposizione
a
“corruzione” e “disuguaglianza”) o
“dignità” (a fronte di uno stato di polizia o
di misure degradanti).
Le società arabe sono molto più radicate,
per quel che riguarda la fede nell’autorità,
anche rispetto alle società occidentali. Le
opinioni degli anziani o dei superiori
devono essere rispettate. Parlare ad alta
voce è considerata una cosa sgradevole e
la diversità di opinioni è spesso percepita
come un problema. La cultura del dialogo
e, soprattutto, il commento critico è
qualcosa che dovrà, essenzialmente,
ancora svilupparsi se esiste
possibilità per la democrazia.
una
E, dunque, in Egitto ci sarà la
democrazia
o
un
regime
fondamentalista? Il Medio Oriente non
è stato, di certo, un focolaio di libertà – in
termini di scelte di vita individuali e
riguardo alla libertà di diffondere le
proprie opinioni personali – ma,
nemmeno, un terreno fertile per
l’assolutismo. Ci sono sempre stati
concetti ben radicati di governo giusto e
legittimo, limitati non solo dalla legge
religiosa, ma anche dalla tradizione, da
figure autorevoli e da varie istituzioni
stabilite. Inoltre, l’Islam crede nella
fondamentale uguaglianza umana, cosa
che rende il contesto più adatto per la
democrazia di quanto lo sia, diciamo, il
sistema delle caste in India.
E’ opportuno, comunque, rivolgere la
nostra attenzione agli sviluppi presenti. I
riflessi sulla ripetizione della “scenario
tunisino” in Egitto non si basano solo su
una erronea analogia con l’Europa
dell’Est, ma anche sulle somiglianze
apparenti tra i due regimi nord africani. Il
governo di Ben Ali era la dittatura
personale di una sola classe sociale, il cui
destino è stato segnato quando l’esercito
si è opposto. Non può accadere
esattamente lo stesso in Egitto. La
partenza involontaria di Mubarak non
cambierà la natura fondamentale del
regime, in cui gli uomini dell’esercito
godono di posizioni di primo piano.
E,
allora,
assisteremo
alla
proclamazione della democrazia in
Egitto o al riaffermarsi di un regime
fondamentalista? Nessuno lo può
prevedere. A questo proposito,può essere
interessante l’osservazione di Alexis de
Tocqueville sull’avvento, 180 anni fa,
della democrazia nel mondo occidentale.
Egli ha osservato che, se da un lato, il
governo ad opera delle masse presenta
molti pericoli, opporsi ad una evoluzione
inevitabile è, d’altro canto, in definitiva,
ancora più pericoloso di quanto non sia
38
cercare di camminare con esse e guidarle.
Da nessuna parte sta scritto che la
democrazia
egiziana
deve
essere
assolutamente irreprensibile. Anche noi,
nella Repubblica Ceca, siamo ben
consapevoli che nessuna democrazia,
degna di questo nome, è mai nata senza
problemi.
Jan Fingerland è nato nel 1972 a Carlsbad, Repubblica ceca. Ha studiato scienze
politiche, filosofia ed ebraismo a Praga, York, Stoccolma e Gerusalemme. Attualmente sta
lavorando come ricercatore post-dottorato presso il Centro Shalem a Gerusalemme.
L’articolo qui presentato è stato pubblicato dal quotidiano ceco Lidové Noviny e tradotto
per East Journal da Daniela Ferrara.
Daniela Ferrara nata a Ragusa, giornalista pubblicista e traduttrice, lavora in ambito
culturale ed è guida turistica abilitata. Laureata con lode in Lingue straniere moderne. Per
East Journal sceglie e traduce i più interessanti contributi della stampa estera in lingua
francese, inglese e spagnola.
In Nord Africa non è l’ottantanove con Facebook
di Matteo Zola
La trasmissione del 22 febbraio del
programma
Ballarò,
condotto
da
Giovanni Floris, ha mostrato con evidenza
perché l’Italia non ha una politica estera
ragionata e, quando ce l’ha, essa si
sviluppa (come in questi anni) attraverso
rapporti
personali
piuttosto
che
istituzionali. Tra gli ospiti c’era infatti
Dario Franceschini, già segretario del
Partito
democratico,
attualmente
capogruppo del suo partito alla Camera,
che
interpellato
sulla
situazione
nordafricana ha affermato: “Le proteste
in atto nel Nord Africa sono come fu
l’ottantanove per i Paesi dell’Est Europa.
(…) Le dittature sono state sconfitte dalla
mobilitazione di facebook”. Franceschini
non ha fatto altro che soggiacere alla
vulgata giornalistica, ma il giornalismo è
semplificazione
quando
non
banalizzazione: paragonare le vicende di
Tunisia, Egitto, Libia, con quelle di
Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, può
essere fuorviante. Ottantanove più
facebook non fanno il comunismo. Qual è
infatti l’Unione Sovietica che soverchia e
annichilisce il Nord Africa? E qual è la
tradizione democratica da cui i Paesi del
Maghreb e del Mashrek traggono la forza
per la ribellione?
I tratti comuni tra i due eventi sono pochi
e marginali: l’effetto domino, la
liberazione da regimi autoritari, la
rapidità e la sorpresa che hanno generato
nell’Occidente. Alcuni hanno ceduto alla
suggestione di un Mohamed Bouazizi che,
dandosi fuoco, porta alla mente Jan
Palach. Ciò però non basta a sostenere la
similitudine.
39
La dittatura sovietica, nell’ossessione
dell’uomo nuovo, ha sistematicamente
operato
una
disintegrazione
dell’individuo attraverso l’annichilimento
tra le due guerre mondiali. La stessa
cultura europea – intrisa dei valori della
Rivoluzione francese – cui i Paesi
dell’Europa orientale appartengono a
della coscienza critica. E ha operato una
pianificata distruzione dell’altro al fine di
perseguire l’omogeneità culturale: la
russificazione violenta dell’Ucraina e dei
Paesi baltici, le deportazioni di massa dal
Caucaso, l’eccidio della classe dirigente
polacca. La violenza sovietica era
pervasiva
e
totale,
attraverso
il
meccanismo della delazione e della paura
ha smembrato la coesione sociale dei
popoli sottomessi. Popoli che hanno
trovato la via della libertà quando il
sistema sovietico ha cominciato a
implodere, anche grazie alla precisa
coscienza della democrazia. L’Europa
orientale conosceva la democrazia anche
prima del dominio sovietico e alcuni Paesi
l’hanno potuta sperimentare nel periodo
pieno titolo, è un retroterra fondamentale
all’emancipazione dal sovietismo.
Insomma, mancano reali ancoraggi storici
per sostenere la similitudine tra l’attuale
rivolta araba e l’ottantanove. Come pure
appare frutto di una mancata riflessione
Nell’ottantanove, poi, non esisteva
facebook. Eppure la mobilitazione c’è
stata come pure l’organizzazione del
dissenso. È la capacità di resistenza di
quei popoli (i polacchi organizzavano
l’università nelle fogne di Varsavia) ad
averli “salvati” dall’annichilimento nel
corso di cinquant’anni di repressione. La
resistenza (morale, anzitutto) e il dissenso
esistono anche senza i social network che
sono solo strumenti. Come tali, quindi,
privi della pretesa capacità taumaturgica
che oggi le semplificazioni (e gli
entusiasmi) giornalistici attribuiscono
loro.
40
l’entusiasmo nei confronti dei nuovi
media che, ripetiamo, sono e restano
strumenti e quindi sono soggetti all’uso
che se ne fa. Forse i regimi nordafricani
mancavano della sufficiente cultura per
gestire e limitare tali strumenti, ma più
raffinate dittature (come quella cinese)
stanno avendo maggiore successo. Infine,
facebook non è la democrazia. Esso può
avere consentito una più agevole
organizzazione
del
dissenso
e
mobilitazione dal basso, ma non basta la
venuta dal basso a fare la democrazia.
Attenzione
quindi
al
rischio
di
manipolazione
del
dissenso,
manipolazione che oggi (in Italia lo
sappiamo bene) si produce attraverso i
media, vecchi e nuovi che siano.
Matteo Zola nato a Casale Monferrato il
18
luglio
1981.
E’
giornalista
professionista, lavora a Narcomafie,
mensile legato a Libera e Gruppo Abele, e
collabora con Italic, mensile di economia
e nuove tendenze. Ha partecipato alla
redazione
di
Digi.TO,
portale
dell’informagiovani
di
Torino
in
collaborazione con La Stampa.it. Ha
collaborato, tra l’altro, con Mixa,
magazine dell’Italia multietnica, e
saltuariamente
con
Peacereporter,
quotidiano on-line. Nel marzo 2010 apre
il sito EaST Journal, periodico on-line
d’informazione sui paesi dell’Europa
orientale.
41
Il Gruppo di Visegrád compie vent’anni.
Come l’Europa orientale non è più un problema per l’Unione
di Gabriele Merlini
Il quindici febbraio duemilaundici è stato
festeggiato (esagerazione: nessuno, nei
fatti, si è troppo interessato alla cosa) il
ventennale dalla fondazione del Gruppo
di Visegrád. Poiché era il lontano
millenovecentonovantuno
l'anno
nel
quale la fu Cecoslovacchia, Polonia e
Ungheria decisero di unirsi in questa
misconosciuta alleanza centro-europea al
fine di aumentare e implementare la
cooperazione, lo sviluppo, gli scambi
culturali e magari, facendo blocco,
velocizzare il processo di integrazione
continentale (il Muro era venuto giù da
poco e niente pareva troppo scontato). E
certo nel ventennio intercorso numerosi
passi avanti sono stati compiuti dai Paesi
aderenti al club, che nel frattempo sono
divenuti quattro per il doppio fiocco rosa
di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure
del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla
raramente. Niente di grave, potrebbero
ribattere i fanatici del settore: sono così
tante le faccende centro-europee ignorate
dai media che l'attitudine si è fatta
quantomeno prevedibile (di solito i
recettori esteri si attivano soltanto
quando qui esonda un fiume, gruppi
nazionalisti esagerano nell'alzare la voce,
o qualche attaccante sbatte fuori l'Italia
dai
mondiali).
Inoltre
l'aspetto
fondamentale è che la democrazia
funzioni davvero, la crisi faccia meno
danni possibili e nessun capo di governo
la spari troppo grossa a Bruxelles o
Strasburgo: escluso piccoli scivoloni,
possiamo dirci mediamente soddisfatti.
Senza contare quanto si tratti di un
organismo in continua evoluzione e
difficilmente
inquadrabile,
l'Europa
centrale rappresentata dal Gruppo di
Visegrád, poiché solo quattro/cinque anni
fa venivano tirati in ballo argomenti
adesso (è lecito augurarselo) un filo
sorpassati e démodé: tanta acqua è
passata sotto i pittoreschi ponti locali e
non accorgersene sarebbe impossibile.
Per dirne una Jiří Pehe - ex collaboratore
di Havel e sofisticato analista ceco - nel
duemilasei si domandava se fosse proprio
l'Europa centrale il problema dell'Unione
42
Europea: il riferimento riguardava la
tendenza al nazionalismo e al populismo
che
molti
percepiscono
come
caratteristica esclusiva di questa fetta di
mondo, unita alla persistente sfiducia
nell'EU e nella integrazione di molti
anziani, ma non solo. Tuttavia le cose
sono cambiate e spesso in meglio,
nell'ultimo quinquennio, nonché certe
titubanze si sono dimostrate infondate.
Alcuni casi.
Ai tempi dell'analisi di Pehe in Polonia
c'era Lech Kaczyński e il suo partito
conservatore-populista
Prawo
i
Sprawiedliwość; adesso (al netto della
causa tragica dell'avvicendamento) la
faccia della Polonia è fortunatamente
quella più presentabile di Bronisław
Komorowski.
Ai tempi dell'analisi di Pehe in Slovacchia
c'era Robert Fico e la Smer con i propri
alleati che l'EU annusava con sospetto;
adesso la signora Radičová -benché in
calo di consensi- prova a dare una
immagine meno slovacco-centrica della
nazione e la giusta spinta europeista.
Ai tempi dell'analisi di Pehe la Repubblica
Ceca era, nonostante una dozzina di
cambi di governo, più o meno come
adesso però loro sono un caso a parte e
forse unico upload positivo da mettere
agli atti è la caduta del governo Topolánek
e del successivo, ottimo, esecutivo tecnico
di Fisher, cui è seguito l'arrivo di una
coalizione dai numeri più o meno
sufficienti per garantire le tanto
sbandierate
riforme
(magari
solo
l'Ungheria riporta segni meno gradevoli
con l'affermarsi delle fazioni più
nazionaliste della società, ma data la
vicinanza con le elezioni forse serve
tempo per trarne un giudizio sensato,
anche se nel breve il premier Orbán si
direbbe abbia saputo fornire elementi
piuttosto esplicativi dei parametri cui
intende muoversi).
Quindi un ventennio di profonda
transizione e cambiamenti nell'Europa
centrale rappresentata dal Gruppo di
Visegrád: com'è scontato, non sarebbe
potuto essere altrimenti. Chiaro che i
dubbi sull'ingresso eccessivamente rapido
del vecchio Est nell'EU sono rimasti in
numerosi salotti della ex Ovest, sebbene il
tempo li abbia un po' accantonati,
sommersi e impolverati, finendo per
sostituirli con altre tribolazioni parimenti
inquietanti però meno agée (un mantra
risalente ai tempi della prima fase del
Gruppo di Visegrád era se la Polonia fosse
o meno capace di un'economia stabile
«da EU»: adesso che Varsavia tira il
carretto dell'intera zona alcune posizioni
paiono quantomeno da rivedere).
Quindi, soprattutto nel contesto di un
allargamento che ha visto per la prima
volta tutti gli stati europei confrontarsi tra
loro, ognuno con i propri pregi e difetti,
sono venuti meno i numerosi pregiudizi
di carattere storico-antropologico liminali
eppure persistenti tipo: «ma le loro
abitudini
dittatoriali
quanto
ci
metteranno a scomparire? E la tradizione
asburgica alla segretezza e al complotto?»
Roba del genere. A fugare gran parte di
ciò la radicata tendenza democratica
dell'area, l'attitudine allo scambio e alla
contaminazione più -senza dubbio- il
contributo alla modernizzazione che
proprio l'Unione Europea ha saputo
elargire. Adesso sembra preistoria, e forse
43
lo è da un punto di vista comunitario,
però tra la metà degli anni novanta e
l'adesione di alcune nazioni postcomuniste del 1° maggio 2004 ci fu una
insolita convergenza nelle politiche
nazionali dei paesi del Gruppo di Visegrád
-i vari movimenti conservatori e
progressisti nati a seguito della esperienza
dittatoriale- al fine di conquistarsi un
posto nella famiglia allargata europea;
convincente prova di cooperazione forse
un filo offuscata dalle vicende successive
di screzi e dissidi, elementi agli occhi dei
sopraccitati scettici interpretabili come
«vedi? Essere candidati per loro è stato
elemento più stabilizzante rispetto
all'essere membri.» Guarda strano.
Poiché è vero che l'ultimo quinquennio è
stato senza dubbio ricco di alti e bassi per
l'Europa centrale, materiale difficilmente
inquadrabile sebbene spesso i problemi
maggiori che hanno attraversato la
vecchia cortina non siano arrivati da
esecutivi osceni quanto da atteggiamenti
provocatori o sconsiderati di singoli
elementi (i cani sciolti sono identificabili
a qualsiasi latitudine). Per questo
prendiamo il ventennale del Gruppo di
Visegrád come occasione per riproporre
la vecchia domanda di Pehe, tuttavia
corredandola stavolta di una risposta
pressappoco definitiva: può essere
l'Europa di Visegrád un peso per l'Europa
tout-court? La risposta, probabilmente, è
no. E sbagliano le (poche ma ancora si
registrano) voci a sostenere quanto i
difetti dei paesi centro-europei siano
intollerabile
zavorra
per
l'intera
mongolfiera
poiché
se
«carenza
democratica» è Orban lo è anche
Berlusconi, e se la Slovacchia ha attitudini
discutibili con i Rom diamo una occhiata
alle politiche di altri paesi in diversi areali
riguardo l'accoglienza e l'integrazione
(parimenti, se gestioni sconsiderate di
economie centro-orientali possono far
drizzare le antenne, pensiamo alle
economie
dell'estrema
propaggine
occidentale
del
continente
tipo
Portogallo, Spagna o Irlanda, e facciamo
due conti). Il dato ineluttabile è che
questo ventennio ha creato una rete di
relazioni internazionali a tal punto
complessa e indissolubile che divisioni di
sorta si fanno ogni giorno più fuori dal
tempo senza contare quanto -e qui
concludiamo tornando al buon Pehe- nei
prossimi quindici anni la quasi totalità dei
politici centro-europei sarà sostituita da
ragazzi cresciuti in società aperte, e la
vecchia nenia sullo «studiare in università
libere all'estero» a garanzia di visione
democratica sopra ogni sospetto non
varrà più poiché le università libere da
trent'anni le avranno anche in casa i
ragazzi di Praga, Budapest, Varsavia e
sulla Unter den Linden.
Dunque, nel contesto di qualcosa che non
è l'Eden, battute di arresto o scivoloni
centro-europei non sono mancati e non
mancheranno nel futuro, ma ogni
divisione si farà sempre più strumentale e
anacronistica: se mai è stata peso, forse
mai sarà motore del continente, l'Europa
centrale. Tuttavia già essere considerata
Europa a tutti gli effetti, e su tutti i livelli,
sarà splendida e meritata conquista. Ecco
il motivo per il quale sarebbe doveroso
festeggiare il ventennale del Gruppo di
Visegrád, se non con un prezioso
champagne almeno con un gradevole
spumantino. Per un attimo ricordarlo e
non importa se con alcune di settimane di
ritardo: i pochi invitati non screditino
l'importanza del party organizzato nel
cuore d'Europa.
Gabriele Merlini è nato a Firenze nell’aprile del 1978. In parallelo al lavoro nella editoria
scrive per quotidiani e riviste online occupandosi di tematiche inerenti l’Europa centrale e
orientale, con particolare attenzione a Repubblica Ceca e Slovacchia. Oltre ad avere creato
il blog multiautore «Slipperypond», dal duemilaotto gestisce il sito «Válečky» su cultura e
politica centro-europea. Per «Domani» su Arcoiris.tv si occupa della sezione «Europa
Orientale» in Mondi, mentre per East Journal segue principalmente l’evolversi della scena
politica, economica e culturale di Repubblica Ceca e Slovacchia.
44
Transnistria, la Tortuga ignorata da Bruxelles
di
Massimiliano
Ferraro
La Transnistria non c’è. Si
può provare a cercare il
nome di questo piccolo
paese sui più dettagliati
atlanti e sulle mappe della
regione del Mar Nero, ma
niente, non c’è.
Eppure A., un tizio losco
con un passato
da
contrabbandiere, sostiene
che sul fianco destro della
Repubblica di Moldavia,
dalle rive del fiume
Dnestr fino ai confini con
l’Ucraina, esiste fin dagli
inizi degli anni’90 una
sottile striscia di terra,
che si considera a tutti gli
effetti
una
nazione
sovrana: settecentomila
persone vivono in uno
Stato non riconosciuto da
nessuna
nazione
del
mondo, ma che ha un proprio governo,
una propria moneta, un proprio esercito,
un proprio modo di vedere il mondo. Una
visione miope, che non ha mai superato il
crollo dell’Unione Sovietica, che lì in
Transnistria sembra non essersi mai
disciolta.
“Coma mai ti interessa sapere di quel
postaccio?” mi domanda A., non
nascondendo un po’ di stupore prima di
mostrarmi, così come si farebbe con un
ottimo curriculum, gli articoli di giornale
in cui il suo nome compare citato in
alcune operazioni di polizia contro dei
traffici internazionali illeciti. In pochi
parlano con piacere di questo staterello
ribelle, ecco perché ho deciso di parlare
con lui che a Tiraspol, la capitale
fantoccio della Transnistria, dice di essere
stato di casa.
Con una breve cronistoria, A. mi racconta
di come la Repubblica che non c’è abbia
conquistato
l’indipendenza
dalla
Moldavia nel 1992. “Conquistata” tiene a
precisare “perché c’è stata una guerra
lungo le rive del Dnestr”.
Un
conflitto
breve
ma
cruento.
Centoquarantuno
giorni
di
combattimenti, cominciati a marzo del
’92, all’indomani della rivendicazione di
sovranità della Moldavia dall’Urss. Da
una parte i soldati moldavi, dall’altra i
separatisti transnistriani appoggiati dai
duemila uomini della XIV Armata Rossa,
che per motivi strategici non aveva alcuna
intenzione di mollare la presa su Tiraspol.
L’esercito moldavo era rimasto così
facilmente schiacciato, respinto ad ovest
del Dnestr, lasciando sul campo oltre
settecento morti.
Poco importava che la comunità
internazionale ignorasse questa spinosa
questione: era nata la Repubblica
Moldava di Transnistria. Uno stato
comunista con le statue dei padri sovietici
45
e le bandiere con la falce e il martello.
“Comunista per modo di dire, si capisce”.
La retorica sovietica serve a tenere buone
le masse e legittimare il potere di una
dittatura repressiva.
A. mi mostra la foto di un tizio con capelli
e barba bianchi, che assomiglia
vagamente a Sean Connery. È Igor
Smirnov, il presidente-dittatore, ex
gerarca alla nomenclatura di Mosca: “è lui
che comanda in Transnistria”. Dal 1992
ha accolto e riciclato come ministri e alti
funzionari del suo regno alcuni criminali
internazional
i e molti ex
membri del
KGB. È il
caso
del
generale
Vladimir
Antyufeyev,
attuale
ministro
della
Sicurezza,
accusato di
un
drammatico
tentativo di
colpo di stato nel 1991 in Lettonia, finito
in un bagno di sangue.
Insieme a loro e con l’appoggio della
Russia, Smirnov ha creato una sorta di
zona
franca,
un
discount
del
contrabbando internazionale non distante
dai confini dell’Unione Europea. Mentre
la maggior parte dei suoi abitanti vive di
stenti, con pensioni minime che non
arrivano a 50 euro, pochissime aziende
controllano tutti i settori economici del
Paese. Tra queste solo una, la Sheriff, è
autorizzata ad utilizzare una moneta
diversa dal Rublo della Transnistria.
Petrolio,
supermercati,
telefonia,
televisione e perfino la più forte squadra
di calcio del paese sono controllati dalla
Sheriff. Per non parlare della presunta
vendita di armamenti e droga che
secondo l’Interpol vengono mischiate alle
merci.
Domando ad A. se Smirnov c’entra
qualcosa con la Sheriff. Lui si limita ad un
mezzo sorriso, “la Transnistria è come la
Tortuga, una terra di pirati, un paradiso
dei trafficanti di armi”.
Le armi in fondo, a Tiraspol e dintorni
non sono mai mancate. Qui era custodito
il più importante arsenale dell’Unione
Sovietica che comprendeva, tra l’altro,
ventiquattro micidiali razzi Alazan con
testate ad isotopi radioattivi. Razzi di
imprecisione, molto pericolosi. Dopo che
nel 2005 un reporter del Times ne aveva
scoperto l’esistenza durante un’inchiesta,
i missili sono stati costantemente
monitorati dai
satelliti.
Ad
ottobre
del
2009
si
è
scoperto che ce
n’erano dieci
in meno. Sono
stati sparati o
più
probabilmente
venduti
a
qualche
gruppo
terrorista,
trattato
in
Transnistria
come un ottimo cliente.
Qualche foto scattata in segreto da A. per
le strade di Tiraspol mi mostra un paese
congelato. Non tanto dal freddo, sempre
implacabile a quelle latitudini, ma
congelato nel tempo. C’è ancora Lenin, in
posa davanti al palazzo del Soviet
Supremo ed il carro armato che ricorda la
grande vittoria sulla Moldavia. Ci sono
tanti palazzoni popolari tutti uguali, tirati
su in tutto il blocco dell’Est all’epoca di
Kruscev, sui quali svettano le insegne
dell’immancabile e misteriosa Sheriff.
Così come sono rimasti di guardia i
soldati della XIV Armata che la Russia ha
ereditato dall’Urss e che ha promesso più
volte di ritirare da quel territorio.
Oggi, a diciotto anni dalla sua nascita,
questo ultimo scampolo delle quindici
Repubbliche Sovietiche, è ancora lì.
Elezioni farsa hanno sempre riconfermato
Smirnov alla guida del governo con
46
percentuali grottesche, il culto della
personalità di stampo stalinista diventa
determinante nella propaganda del
regime. Lo stesso che nei comunicati
ufficiali si prende beffa dei rapporti di
Freedom House che da anni denuncia la
mancanza dei più elementari diritti di
libertà. “Smirnov ripete spesso che non è
colpa del governo se l’opposizione non è
mai stata capace di radunarsi nelle piazze
come in occidente”, ma secondo A., la
difficoltà di una reale protesta sta nel
fatto che l’opposizione al regime non
esiste. Basta il minimo cenno di dissenso
per essere accusati di spionaggio e fare
una brutta fine. Così la gente affoga la
disperazione per gli anni di immobilismo
internazionale nelle immancabili bottiglie
di vodka nazionale Kvint.
Inutili sono stati finora i tentativi della
Moldavia di rivendicarne la sovranità su
questi, inutili le decennali trattative dei
mediatori dell’OCSE. “Così fa ancora
comodo a Putin e Medvedev”. La
Transnistria, che c’è ma non c’è, in fin dei
conti è un’invenzione loro. Un’anomalia
che a prima vista sembra senza senso, ma
che in realtà rappresenta per la Russia un
asso nella manica da giocare sullo
scacchiere internazionale, una carta da
calare sul tavolo, qualora l’Ucraina
decidesse di avvicinarsi troppo al blocco
occidentale. Per Bruxelles, che finora
continua ad ignorare l’esistenza del
problema, appagata dai contratti di
fornitura di gas russo, questa piccola
Tortuga rischia di diventare ben presto
una bella gatta da pelare. Come si
potrebbe giustificare la presenza di
soldati stranieri in territorio europeo nel
caso di ingresso nell’Unione della
Moldavia?
Ultimamente Mosca ha anche stanziato
120 milioni di dollari destinati alla
Transnistria. Ufficialmente si tratta di
aiuti umanitari offerti da un Paese amico,
che però si guarda bene dal riconoscere
ufficialmente l’esistenza della piccola
repubblica fantasma. Gli basta mantenere
il suo esercito nella regione e poter
mostrare i muscoli agli occidentali.
Il Mar Nero non è distante e da lì forse la
Transnistria sembra proprio la Tortuga.
Massimiliano Ferraro è nato a
Torino nel 1979. Ha vissuto in Europa
dell’Est, Scandinavia, Sud America e
nell’italica Roma caput mundi. Ha
collaborato con varie case editrici e con la
redazione
italiana
di
Playboy
Magazine. E’ autore del thriller Black
Russian (Sogno ed., Genova 2010) e del
saggio L’ultimo assalto all’aurora,
dedicato al ribelle spezzino Renzo
Novatore (Arduino Sacco ed., Roma
2011). Come giornalista free-lance scrive
di politica estera per Il Giornale del
Friuli, e di cronaca cittadina per il
quotidiano torinese Pagina.
47
La minaccia atomica della nave fantasma
di Massimiliano Ferraro
Мурманск è il toponimo di Murmansk,
città situata nella penisola di Kola,
all’estrema parte nord occidentale della
Russia.
Quattrocentomila
anime
congelate nel bel mezzo del Circolo polare
Artico, tra la tundra ed il grande porto
affacciato sul mare di Barents, già base
dei rompighiaccio nucleari della potente
flotta navale sovietica.
Ivan Lepse era invece un semplice
sindacalista lettone, santificato dalla
Rivoluzione d’Ottobre ma praticamente
sconosciuto in occidente, tanto da non
meritare nemmeno una citazione sulla
ultra-saccente Wikipedia. Nel 1934,
cinque anni dopo la morte del compagno
Lepse, nei cantieri navali di Nikolaev, in
Ucraina, s’iniziò la costruzione di una
nave in suo onore: la Lepse appunto,
motonave da manutenzione, metà bianca
e metà nera, lunga 87 metri con 5600
tonnellate di stazza.
Affondata in Ucraina durante la seconda
guerra mondiale in un bombardamento
del fiume Hoper, la Lepse venne
recuperata e riparata, rientrando in
attività nel 1961 come nave d’appoggio
per il rifornimento dei rompighiaccio
nucleari al largo della glaciale Murmansk.
Nei successivi ventisette anni, la nave
rimase in servizio, raggiungendo così il
primato della più lunga vita operativa
nella flotta atomica sovietica: dal 1966 al
1981, dopo un grave incidente al
rompighiaccio a propulsione Lenin, la
stiva delle Lepse venne riconvertita a
deposito galleggiante per le centinaia di
contenitori di combustibile nucleare della
flotta sovietica ed in particolare delle
unità navali Artika e Smir. Altre volte la
nave navigò da Murmansk verso nord,
seguendo la rotta artica che porta
all’arcipelago di Novaya Zemlya, per
scaricare le sue pericolosissime scorie
nell’oceano.
Nel
1988
venne
definitivamente dimessa dal servizio, ma
paradossalmente questa data segnò
l’inizio di un’altra travagliata fase nella
storia del vecchio cargo russo: ormeggiato
per l’ultima volta ad una banchina del
porto
di
Murmansk
è
rimasto
abbandonato lì per oltre vent’anni. Una
nave fantasma che non navigherà mai
più, isolata dal mondo da un semplice
quanto inquietante cartello giallo:
“pericolo nucleare”.
Difficilmente Ivan Lepse avrebbe mai
immaginato che il nome di quella nave
varata in suo onore avrebbe sovrastato di
molto il suo ricordo, concentrando su di
48
sé i timori di chi ancora oggi, settantasei
anni dopo la sua costruzione, la considera
l’oggetto più pericoloso del pianeta. Tutta
colpa del micidiale carico ancora
contenuto nella sua stiva: 639 botti di
combustibile esausto con 680.000 curie
di radioattività totale stimata, cioè una
contaminazione ambientale potenziale
pari a quella che si potrebbe avere in
seguito ad un grave incidente ad un
complesso nucleare.
Nel 1988 gli ingegneri sovietici avevano
stimato che la Lepse potesse continuare a
fungere da magazzino atomico per altri
trent’anni. Una previsione decisamente
troppo ottimistica viste le critiche
condizioni dello scafo, sempre più corroso
dall’acqua di mare. Già nel settembre
1989 infatti la necessità di bonificare la
Lepse venne evidenziata da un decreto del
Comitato Centrale del Partito Comunista,
ma la fine dell’URSS ha prima congelato e
poi sperperato i finanziamenti stanziati.
Nel 1995 anche Unione Europea si è
interessata del problema, ma la mancanza
di accordi bilaterali con la Federazione
Russa hanno bloccato i progressi nelle
trattative fino al 2003.
Il passare degli anni ha così ulteriormente
peggiorato le condizioni del natante al
punto di rendere difficoltoso addirittura il
recupero del materiale ospitato nel suo
ventre
di
metallo.
Un’operazione
altamente pericolosa e complessa, visto
l’alto rischio di radiazioni: molti cassoni
zeppi di sostanze nucleari hanno
evidenziato
un’elevata
corrosione,
deformazione o danneggiamento con la
conseguente fuoriuscita di materiale. Il
costo per il disarmo della Lepse è stato
così stimato nel 2004 in circa 30 milioni
di dollari. Una cifra mostruosa per le
devastate casse statali della Russia, che ha
così preferito lasciarla ormeggiata al suo
molo, pericolosamente vicina all’ingente
traffico navale del porto di Murmansk,
con il rischio concreto, in caso di un urto
accidentale, di un disastro ambientale
senza precedenti.
Così sono passati altri anni fatti di inutili
tentativi di portare l’attenzione su una
bega ormai diventata di importanza
mondiale. Poco più di 40 chilometri
separano ad esempio l’attracco della
vecchia nave dal territorio norvegese, un
altro stato non più disposto a tollerare
l’incuria di Mosca.
Un ulteriore ritardo nell’odissea senza
fine del vecchio natante ha poi rimandato
il
suo
definitivo
smantellamento
approvato dall’Ispettorato della Marina
russa, causando tra l’altro la scadenza
della documentazione necessaria al
delicatissimo intervento.
La Lepse è diventata in questo modo il
simbolo del grave interrogativo sul
disarmo e la bonifica della flotta nucleare
ancora in possesso della Federazione
Russa: cinque navi, duecentocinquanta
sommergibili
a
propulsione,
una
portacontainer e sette rompighiaccio
costruiti dal 1955 al 2000, senza contare
le novanta navi d’appoggio per il
trasporto e lo stoccaggio del combustibile.
Finalmente nel giugno del 2008 la Banca
Europea per la Ricostruzione e lo
Sviluppo ha annunciato il suo impegno
per aiutare la Russia nella gestione di
questa sua difficile eredità, stanziando
ben settanta milioni di euro, la maggior
parte dei quali verranno impiegati per la
disgraziata Lepse. I lavori per il suo
smantellamento dovrebbero terminare
nel 2013, periodo in cui i rifiuti nucleari
verranno rimossi dalla stiva e trasferiti in
un impianto chimico degli Urali. Solo a
questo punto la nave fantasma verrà
demolita, sezionandola in blocchi di
metallo.
Intanto il vento gelido del nord passa
ancora tra gli oblò rotti, fischiando sul
ponte di comando ridotto ad un ammasso
di ferraglia mentre la ruggine che divora
lo scafo nero pare una malattia mortale
senza scampo. Qualcuno ha segnalato la
sua sagoma sulle mappe satellitari di
Google Earth, forse per non farla
dimenticare di nuovo.
Sfiorata dalle enormi navi mercantili
dirette al largo del mare di Barents, la
Lepse rimane ancora caparbiamente a
galla. E con lei un po’ tutta la penisola di
Kola.
49
La lunga strada verso la scuola
La scolarizzazione dei bambini rom e sinti a Roma procede a rilento, tra
pregiudizi e solidarietà, sgomberi e inserimento. Quello che sembra mancare
è però la volontà politica di agire per una effettiva integrazione
di Daniela Sala
Roma, stazione Magliana: il campo
nomadi di via Caldoni è poco distante, in
una zona periferica della capitale, accanto
al deposito dell’Atac. È uno dei cosiddetti
‘villaggi attrezzati’ previsti dal Piano
Nomadi, e consiste in un centinaio di
container, tutti forniti di allacciamento
alla corrente elettrica e alla rete fognaria.
L’area è cintata sui lati e sorvegliata da un
presidio di guardie armate private (come
da appalto comunale). Il campo è stato
pensato per ospitare non più di 400
persone ma ora sono più di mille a
viverci.
(Non) tutti a scuola. Alle 7.30 il
piazzale centrale brulica di bambini in
attesa dei mezzi del Comune di cui gli
operatori dell’Arci-Solidarietà Onlus si
servono per accompagnare i bambini rom
a scuola. Un gruppo meno nutrito, iscritto
a istituti più vicini al campo si serve
invece dei mezzi pubblici. In tutto sono
circa trecento, iscritti alle elementari e
alle medie, ma c’è anche qualcuno delle
superiori. Il giro da fare è lungo: le scuole
di solito accettano al massimo una decina
di rom, a volte non più di uno per classe,
così gli scolari del campo finiscono
dispersi in scuole anche molto lontane.
Ogni pulmino serve almeno tre o quattro
istituti e ci sono casi di fratelli iscritti in
scuole diverse.
Finito il giro si torna al campo: qui l'Arci
ha un presidio socio-educativo, in pratica
un container affacciato sullo spiazzo
centrale. Il via vai è continuo: i bambini
che hanno saltato la scuola passano
‘dall’ufficio’ a fare un giro o per mettersi a
50
disegnare. A metà mattina i bambini
rimasti al campo non sono pochi: alle
domande degli operatori sul perché non
siano a scuola, qualcuno risponde che
c’era sciopero. Contraddetti, si limitano
ad una alzata di spalle. «Ma non ti annoi a
stare a casa tutto il giorno? Cosa fai tutto
il tempo?», domanda una ragazza
dell’Arci. «Gioco a pallone, mangio,
aspetto i cartoni animati del pomeriggio»,
risponde con indifferenza il ragazzo, quasi
non capendo il senso della domanda.
Il difficile inserimento scolastico.
Anche dentro le scuole la situazione è
complessa: «Ci è capitata una bambina lo
scorso anno che come entrava in classe si
buttava per terra: piangeva». Anna
Guglielmi è un’insegnante della scuola
elementare Vaccari che da ormai otto
anni ha in classe anche bambini rom.
«Ogni volta è un’esperienza diversa –
racconta Anna – e l’inserimento non è
sempre facile. Senza contare che,
soprattutto negli anni passati, con il
continuo avvicendarsi delle associazioni
che si accaparravano il bando per la
scolarizzazione, avevamo ogni anno a che
fare con operatori nuovi. Poi ci sono i
problemi pratici: ad esempio, anche se
spiace dirlo, quello dell’igiene. Alcuni
bambini sono curati ma con gli altri
bisogna inventare ogni volta strategie
diverse per risolvere il problema insieme
alle famiglie». E la didattica non presenta
meno difficoltà: «Sono arrivati dei
bambini che non erano nemmeno in
grado di tenere in mano una matita. In
più ai bambini rom non diamo compiti a
casa perché loro devono lasciare tutto il
materiale in classe. D’altra parte a casa
non c’è nessuno che li segua, ed è un
peccato perché molti di loro sono davvero
volenterosi. Il fatto è che le famiglie non
le vediamo praticamente mai, e dobbiamo
servirci degli operatori come tramite».
Nessuno stupore, quindi, che spesso le
scuole non accettino più di un bambino
rom per istituto: «Anche se è assurdo: i
bambini di uno stesso insediamento
finiscono dispersi in mezza Roma con
ulteriori problemi per la mobilità, visto
che i campi, sempre più in periferia, sono
già di per sé lontani dalle scuole», spiega
Valerio Tursi, presidente di ArciSolidarietà Onlus. «Come si può pensare
che questo incentivi la scolarizzazione? –
continua Tursi –. E poi spesso i risultati
migliori li ho osservati nelle classi con più
bambini rom, da una parte perché
l’inserimento è meno traumatico, e
dall’altra perché più sono numerosi meno
la scuola li può ignorare».
Operazioni mediatiche. Il Piano
Nomadi prevede la classificazione degli
accampamenti rom e sinti in tre tipologie:
abusivi, tollerati e i cosiddetti ‘villaggi
attrezzati’. «Il Piano attuale, approvato il
31 luglio 2009 – spiega Claudio Stasolla,
presidente dell’associazione “21 luglio” –
con l’investimento di 31 milioni di euro
provenienti da fondi europei, governativi,
regionali e comunali, prevede lo
smantellamento di tutti i campi abusivi.
Attualmente nel comune di Roma ci sono
un’ottantina di insediamenti irregolari,
quattordici tollerati e sette attrezzati, per
un totale di circa settemila persone:
l’obiettivo è far convergere tutti in un
massimo di tredici villaggi attrezzati». E
le operazioni di sgombero sono già
iniziate: «Peccato che nei fatti si tratti di
un gioco dell’oca – continua Stasolla –, se
a luglio si contavano ottanta campi
abusivi, secondo un nuovo censimento a
settembre sarebbero diventati addirittura
duecento: sgombrati da una parte rom e
sinti si insediano in gruppi più piccoli in
zone
più
periferiche.
Quelle
dell’amministrazione sono operazioni
mediatiche che non affrontano realmente
il problema. E se si vuole parlare di
51
scolarizzazione non si può prescindere da
questo contesto».
I bambini di Roma ufficialmente coinvolti
nel progetto di scolarizzazione sono circa
1700, ma, lamenta Stasolla, «la nostra
stima è che solo il 55% frequenti in
maniera effettiva: ci sono bambini iscritti
che però non frequentano, altri ancora
entrano un’ora in ritardo ed escono
un’ora prima. E il punto non è
accompagnarli a scuola: molti soffrono di
una “patologia da ghetto”, hanno disturbi
dell’apprendimento,
problemi
di
concentrazione e in classe sono più
turbolenti dei compagni».
E come se non bastasse spesso la scuola
stessa tende a promuoverli anche se
impreparati. La logica è semplice, come
spiega un operatore dell’Arci: sono
ragazzi ‘difficili’e la soluzione più
semplice è liberarsene il prima possibile.
L’esperienza degli operatori dimostra
infine che meno le famiglie sono coinvolte
nel processo educativo, più le probabilità
di abbandono sono alte.
L'ombra del clientelismo. A Roma i
progetti di scolarizzazione sono iniziati
nel ’91, con una fase sperimentale a cui
contribuì la Regione: «Allora – racconta
Annaluisa Longo di Opera Nomadi – a
scuola andavano pochissimi bambini.
Incentivando le famiglie, però, la risposta
era buona. E fino al ’95 ha funzionato
così, con un affidamento diretto all’Opera
Nomadi». Poi si è deciso per il bando
pubblico, sono allora subentrate altre
associazioni tra cui l’Arci e la Casa dei
Diritti Sociali. «Il problema – chiosa
Longo – è che ogni organizzazione
interviene con modalità diverse e anche
allo stato attuale le basi per una
collaborazione non ci sono».
Non mancano le polemiche: Massimo
Converso, presidente dell’Opera Nomadi,
lamenta
ad
esempio
«la
totale
impreparazione degli operatori coinvolti
nei progetti, così come dei tecnici
assoldati dal comune», al punto che,
spiega, «l’attuale Piano
Nomadi è
identico ai precedenti dell’epoca di Rutelli
prima e di Veltroni poi: semplicemente
all’associazionismo laico si è sostituito in
parte
quello
cattolico»,
con
un
«inesorabile
peggioramento
della
situazione».
Al Piano comunque non risparmiano
critiche
nemmeno
le
associazioni
coinvolte, che criticano al Campidoglio
l’istituzione
di
un
tavolo
di
coordinamento
riservato
alle
sole
associazioni cattoliche e la decisione di
affidare i presidi negli insediamenti alla
Croce Rossa. Il bando, inoltre, avrebbe
prodotto una “concorrenza” negativa tra
le
varie
associazioni,
finalizzata
esclusivamente all'ottenimento dei fondi.
Su un solo aspetto insomma gli operatori
del settore sembrano essere d’accordo: la
logica dell’emergenza si è ad oggi
dimostrata fallimentare e continuando ad
avvallarla si favorisce l’esclusione dei
rom, trasformando i campi in spazi di
discriminazione.
Daniela Sala, giornalista professionista,
nata il 23 giugno del 1986 a Milano, ha
vinto il premio giornalistico Riccardo
Tomassetti nel 2011, vive a Roma dove
collabora con diversi giornali e riviste.
52
Jugorock, musica non allineata
di Roberta Braida
Nel panorama artistico di quella che fu la
Jugoslavia, gli elementi più significativi
per la produzione sono stati il
multiculturalismo, l’unione e il confronto
tra i diversi background storici e culturali
delle Repubbliche della Federazione. I
risultati sono un cinema, una letteratura,
un teatro comuni, e soprattutto una
musica rock che fu colonna sonora
comune a molti giovani del tempo e di
generazioni future.
Parlando di musica jugoslava, il rischio è
di focalizzarsi su quelle sonorità zingarobalcaniche (si pensi a Boban Markovic,
No Smoking Orkestar e Emir Kusturica e
la sua Wedding and Funerals Orchestra),
senza considerare la popolarità, le
peculiarità e l’innovazione che il rock
degli anni Ottanta ha rivestito nelle varie
repubbliche, unendole con sonorità
originali e che si scostavano in maniera
più o meno evidente dall’eredità
tradizionale.
Paese ‘non allineato’, cuscinetto tra Est e
Ovest, la Jugoslavia assorbì le influenze
culturali di entrambi i blocchi: la musica
era molto aperta agli influssi occidentali e
in diretto contatto con le scene
statunitense e inglese e allo stesso tempo
amata dall’Unione Sovietica, dove le band
jugoslave erano molto richieste, non solo
per la loro qualità ma anche perché
proponevano, tradotte, le hit occidentali
del momento, facendo giungere sonorità
che non sarebbero altrimenti potute
arrivare.
La scena rock era ben sviluppata,
socialmente accettata, e accolta dai
media: la Jugoslavia fu l’unico Paese della
Cortina di Ferro ad essere attraversato dal
rock’n’roll e l’unico Paese comunista a
prendere parte al Festival dell’Eurovision.
53
Sebbene il rock inizi a svilupparsi già a
partire
dagli
anni Sessanta, è
alla fine dei
Settanta
che
nascono
quei
movimenti
musicali che si
solidificano nel
decennio
successivo
(alcuni sull’onda
di
correnti
europee come il
punk e la new
wave) e altri
radicati
sul
territorio, come
il
Novi
Primitivizam
(Nuovo
Primitivismo) e
la Sarajevo School of Rock. Gruppi come
Crvena Jabuka, Azra, Bijelo Dugme,
Riblja Corba, EKV raggiungono un
successo diffuso nelle varie Repubbliche,
diventando icone di un tempo e di
un’epoca.
Le città delle varie repubbliche e i relativi
centri studenteschi erano in fermento e in
intenso contatto tra loro: nonostante
spesso mescolasse sonorità folk, lo
Yugorock fu un fenomeno prettamente
urbano. Belgrado, Sarajevo, Lubiana e
Zagabria erano le scene più innovative, i
materiali circolavano, si facevano dei
business con la vendita delle cassette e
delle registrazioni. Si viaggiava, gli anni
del passaporto rosso permettevano di
andare a fare incetta di dischi, di andare a
concerti all’estero e di mantenere contatti
di prima mano con le scene estere. Tra
fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80,
vale a dire al momento della comparsa
della new wave, il più importante evento è
stato
la
democratizzazione
della
produzione: le maggiori opportunità di
seguire gli sviluppi della scena rock
internazionale hanno stimolato in molti
giovani uno spirito imprenditoriale inteso
non solo come creazione della propria
musica, ma anche come ricerca di spazi
per
spettacoli,
produzione
di
audiocassette
alternative,
foto
promozionali
e
fanzines.
Il
mercato
discografico delle
Repubbliche
funzionava grazie a
un vivo mercato
comune
che
permetteva
ad
artisti quali Plavi
Orkestar e Bijelo
Dugme di vendere
anche
500mila
copie.
Le varie etichette
discografiche erano
specializzate nella
pubblicazione
di
artisti delle varie
scene delle sei repubbliche ma anche
nella pubblicazione dei dischi occidentali
del momento.
La Jugoton era molto conosciuta dai
giovani oltre alla Cortina di Ferro che,
non potendo viaggiare in Occidente e che
raramente avevano accesso alla musica
occidentale, facevano incetta di dischi in
Jugoslavia. Come tributo alla casa
discografica, nel 2001 in Polonia fu
realizzato un album dal titolo “Jugoton”,
che contiene versioni cover cantate in
polacco di successi dell’Ex Jugoslavia.
Anche nell’immaginario e nella memoria
comune jugoslava, la Jugoton, aspetto
importante
della
cultura
della
Federazione socialista, è diventata
fenomeno jugonostalgico.
Durante gli anni Novanta, la musica rock
in Serbia si trasformò, per la maggior
parte, da intrattenimento urbano in
opposizione clandestina e arma di
resistenza contro il regime di Slobodan
Milošević. Come la Jugoslavia iniziò a
disintegrarsi, la cultura del rock and roll,
intensamente interurbana e cosmopolita,
soffrì pesantemente e da una posizione
centrale fu relegata a spazi culturali
periferici e marginali dei nuovi stati. Da
54
quando il rock cominciò a sfidare il
dominio del partito di governo si trovò,
quindi, spostato dal centro della vita
culturale ai suoi margini. Gordy sostiene
che “il crollo dei contatti tra i centri
urbani portò il mercato del rock’n’roll,
che fu sempre interurbano, a una virtuale
scomparsa. Ciò che non poté l’istituzione
dei confini, poté l’esodo oltreconfine dei
giovani”. Attraverso la creazione di nuovi
confini e l'esodo di massa della gioventù
urbana, il pubblico diminuì e le scene del
rock urbano persero la loro massa critica,
diventando ancora più deboli sotto
l’attacco
delle
politiche
culturali
nazionaliste.
Quando la guerra cominciò, nel 1991, il
rock jugoslavo era un fenomeno transnazionale esteso
da più di tre
decadi, in un
Paese
di 24
milioni
di
abitanti.
La
cooperazione era
necessaria,
considerando
che nessuno dei
centri urbani era
abbastanza forte
da
sostenere
indipendenteme
nte i media, i
locali e gli studi
di registrazione
necessari
per
una vitale scena
rock territoriale.
Dopo
la
dissoluzione della Jugoslavia le industrie
discografiche di ogni repubblica furono
colpite in modi diversi con un unico
comune denominatore: l'isolamento dalle
repubbliche a loro confinanti. Per gli
artisti jugoslavi, la dissoluzione del loro
Paese ha effettivamente significato la
dissoluzione
del
loro
mercato:
probabilmente
proprio
a
causa
dell’isolamento
del
pubblico
delle
repubbliche, molti artisti tolleravano il
mercato nero delle copie pirata,
vedendolo come veicolo di diffusione
delle loro opere. Dopo lo scioglimento
della Jugoslavia, le attività musicali che
avevano avuto luogo prima in un unico
mercato nazionale si sono inevitabilmente
ricostituite come flussi di informazione,
cultura e capitale transnazionali.
Negli ultimi anni, i confini naturali e le
barriere di un tempo sono stati abbattuti
con l’avvento di Internet, che permette a
un bacino di utenti di qualsiasi
nazionalità di confrontarsi con altri fan
attraverso siti, blog e forum e nonostante
i nazionalismi, le guerre e le tensioni, “La
musica rock è rimasta una vivace forza
pan-jugoslava
anche
dopo
la
frammentazione del Paese negli anni
Novanta. Ricordare gli idoli e le tendenze
di questi decenni non è solo un atto di
affetto, ma un
ricordo del legame
e
del
potere
curativo
della
musica”
(Dejan
Djokić).
Inoltre il mercato
musicale
dell’ex
Federazione
è
caratterizzato
da
una
nuova
attenzione verso le
icone della musica
ex-jugoslava
(emblematico
l’esempio dei Bijelo
Dugme e dei loro
tre concerti d’addio
tenuti a Lubiana,
Zagabria
e
Belgrado
nel
giugno del 2005), tanto che una delle
questioni più dibattute sul ritorno in auge
della musica rock degli anni Ottanta
riguarda
il
concetto
della
“jugonosalgija”(nostalgia
della
Jugoslavia). È interessante notare come le
nuove generazioni ascoltino gli stessi
gruppi che i loro genitori ascoltavano
trent’anni fa: possiamo dire che la
riscoperta dello YU rock sia un aspetto
della Jugonostalgija, ma le nuove
generazioni che amano questa musica
hanno un ulteriore problema poiché
55
questo momento presente non offre
autori forti. Per questo motivo essi
frugano nel passato.
Alla domanda “Come vede il
futuro del rock e crede che si
possa ripetere l’ “età d'oro” degli
anni Ottanta?” il critico musicale
Janjatović risponde: “È bene che
si siano gradualmente ripristinate
le relazioni tra i musicisti e che
sia diventato abbastanza normale
a suonare nei Paesi vicini. Ciò
contribuisce alla concorrenza, a
innalzare gli standard e allo
scambio di idee. Per quanto
riguarda il periodo d'oro degli
anni ottanta, era un tempo, e sarà
difficile ottenere una simile
espansione di buoni gruppi e di
canzoni che durano tutt’oggi.
In
un’intervista
per
la
promozione del nuovo disco della
band belgradese intitolato “To što
vidiš to i jeste” (Quello che vedi è
quello che è) apparsa sul
quotidiano Politika del 16 settembre
2010, il leader del gruppo Eletrični
Orgazam, Srđan Gojković Gile, alla
domanda “Il rock’n’roll è morto?”
risponde “Possiamo dire di sì. Ora la
Serbia è ai margini. Come il jazz ai tempi
in cui ero un adolescente. Ora è una
musica per un limitato numero di
appassionati. E questo non solo in Serbia,
è così nel mondo. L’industria discografica
ha ucciso il rock’n’roll con il costante
bisogno di controllare qualcosa che non si
può controllare: l’arte.
Il 16 ottobre 2010 all’arena di Belgrado
torna uno dei gruppi storici del rock, i
Parni Valjak, che tornano nella capitale
serba dopo quasi due decenni di assenza.
Alla domanda “Perché avete dovuto
aspettare così a lungo per un nuovo
concerto a Belgrado?”, rispondono che “È
chiaro che tutte le cose orrende successe
negli anni Novanta non hanno permesso
che un eventuale concerto avesse luogo”.
Roberta Braida, nata il 1 luglio 1985
vive a Manzano presso Udine. Si laurea a
Padova in Lingue, letterature e culture
moderne, dove si specializza nel francese
e nel serbo-croato che perfezionerà alla
Facoltà filologica di Belgrado.
Discute una tesi di laurea dal titolo
“Battaglia di Kosovo Polje (1389): tra
storia, leggenda e mito”. Frequenta un
master in studi culturali elaborando una
tesi su “Igra rock’n roll cela Jugoslavija: il
rock jugoslavo degli anni Ottanta”.
Attualmente frequenta un Master in
“Comunicazione nelle organizzazioni e
imprese internazionali”. Nel 2009 ha
svolto uno stage Mae-Crui presso
l’Istituto di cultura di Belgrado.
56
Il mare che affonda
Recensione a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic
di Matteo Zola
E gli antichi poemi
per la gestante terra.
Con i versi mancanti.
Oh invaso dell’Atlantico
sacco amniotico delle scritture.
La storia annienta generazioni
giovani
[…] ma conduce all’unione
per volontà genitale[1].
di
Un faro, che potrebbe essere quello di
Alessandria, ad illuminare la rotta fin
dalla copertina. E la rotta è ardua a
definirsi,
disperazione
dei
librai
“Breviario Mediterraneo” di Pedrag
Matvejević non ha collocazione negli
scaffali, e le ha tutte: romanzo, saggio
geografico piuttosto che storico, racconto
di viaggio, prosa poetica. Capolavoro del
“non genere”, grande cesta in cui si
trovano in apparente disordine notizie
che percorrono la storia e i popoli (Egizi,
Fenici, Greci, Romani, Arabi, Veneziani…)
e i paesi che toccano il Mediterraneo,
anche quelli che ne sentono solo il vento e
l’odore. Non è un diario di viaggio, anche
se insegna a viaggiare, o un libro di bordo,
anche se offre le coordinate per muoversi
attraverso la geografia. Non è un
dizionario, per quanto a volte sembra
ricalcarne la struttura. Ha però del
romanzo la forza narrativa, la capacità di
trasportare il lettore attraverso i racconti
brevi e nitidi. Un romanzo, già. E davvero
aveva ragione Kundera quando nel suo
“L’arte del romanzo[2]” diceva che tale
genere letterario non ha regole, ma è un
sacco vuoto da riempire di materiali
eterogenei dopo la sbornia ottocentesca.
E Matvejević, come Kundera, appartiene
57
alla cultura slava mittel-europea che
facilmente
scavalca
le
rigide
categorizzazioni e i compartimenti stagni.
Di cosa parla dunque questo Breviario? Di
Mediterraneo, si è capito, ma di un
Mediterraneo fatto di luoghi che
diventano personaggi. Luoghi minimi, la
boa, il molo, il porto, fino all’ampiezza
delle isole e delle penisole. Luoghi che
sono la costa e la gente della costa, luoghi
che sono migrazioni di popoli e filosofie.
Rispetto a Braudel, che ha voluto
comporre un grande quadro storicopolitico del Mediterraneo, quello di
Matvejević è un libro che si potrebbe
riassumere nel termine di geopoetica
benché non manchi un capitolo
“splendido”, come lo ha definito Claudio
Magris nella prefazione, dedicato alla
cartografia. Prima di arrivarci, però,
occorre soffermarsi ancora sulla parte
eponima, quel Breviario che pare una
ricerca entro l’etimologia ideale e
spirituale del Mediterraneo. Ecco allora
che le onde “hanno un ruolo importante
nella drammaturgia del mare, negli
spettacoli, negli avvenimenti”. E qui
l’autore ci guida nella varietà di
denominazioni con cui sono indicate. E
poi ancora, ecco i suoni delle onde:
“rumore o voce, sussurri o mugghi,
sciacquio o sciabordio?”. Ma non basta, e
la ricerca filologica prosegue nei venti che
erano un tempo “le divinità del
Mediterraneo”, in grado di determinare il
destino del mare e dei suoi naviganti. Già,
perché il Mediterraneo non è uno solo,
anzi si compone di molteplici acque che si
fondono e vengono nominate in base alle
coste e alle correnti: “il Mediterraneo
nasce, cambia e talvolta muore con i suoi
venti, umili o prepotenti”.
La seconda parte del libro è dedicata alle
carte, da quelle dell’antichità fino alle
moderne. Un viaggio nel tempo che è al
contempo viaggio nello spazio. Le città
costiere dell’antichità erano gelose del
loro repertorio cartografico, le rotte e la
conoscenza delle coste aprivano a nuove
pescagioni e colonizzazioni. Differenti
supporti erano utilizzati per le carte di
terra e di mare, poiché differenti erano i
mondi che si andavano a incontrare e
diversi erano i moti di chi andava per la
terraferma o per acqua: la tradizione
greca separa periplo da anabasi. E dal
Mediterraneo sono partiti i primi
naviganti verso altri mari. Schillace di
Carianda navigò, venticinque secoli fa,
fino in India per conto dell’imperatore di
Persia. Il cartaginese Annone oltrepassò
lo stretto di Gibilterra nel 500 a.C.
circumnavigando l’Africa. Il viaggio di
Pitea di Marsiglia[3] lo ha spinto fino alle
Isole di Mezzanotte, l’odierna Irlanda, e
più a nord fino alla mitica Ultima Thule
(forse le Shetland, o chissà, l’Islanda). Dal
Mediterraneo partono rotte che uniscono
la storia con il mito: isole leggendarie a
segnare i confini del mondo, scienza,
astronomia, medicina, chimica. E di
queste ultime Matvejević ringrazia la
civiltà islamica, il suo ruolo di
connessione tra oriente e occidente ha
aiutato l’Europa ha uscire dal Medioevo.
L’autore sembra (giustamente) convinto
che, nella polimorfia semantica che ci
circonda, la sola possibilità di significato
sia nell’etimologia. E per questo ci dice
che darsena e arsenale derivano entrambi
dall’arabo darçanha, così altri termini
marinareschi: admiral (ammiraglio) alkathram (catrame, utilizzato nella
costruzione delle navi. Arabo è il termine
azimut, e il termine çifr (zero, da cui poi
“cifra”) fino al al-gabr, da cui algebra, in
origine indicava la riduzione di fratture
58
ossee. E all’etimologia è dedicata l’ultima
parte del libro, un vero e proprio lexicon
del mare.
La
parcellizzazione
della
realtà
Mediterranea non è un semplice
escamotage stilistico, atto a muovere la
descrizione
dal
microcosmo
al
macrocosmo per mostrarne le analogie.
Essa sottende a una visione che è anche
politica dello spazio descritto. Vale a dire,
il Mediterraneo si presenta come uno
stato di cose tra loro interdipendenti ma
separate, non riesce a diventare un
progetto. La sua riva settentrionale
presenta un evidente ritardo rispetto al
nord Europa, e altrettanto la riva
meridionale rispetto a quella europea.
Tanto a nord quanto a sud, l’insieme del
bacino si lega con difficoltà al continente.
Non è davvero possibile considerare
questo mare come un insieme senza tener
conto delle fratture che lo dividono, dei
conflitti che lo dilaniano: in Palestina, in
Libano, a Cipro, e ieri nel Maghreb, nei
Balcani da sempre. Fino ai riflessi delle
guerre più lontane, quelle in Afganistan e
in Iraq, con la guerra al terrore che
sempre più insinua nelle coscienze
europee un anti-islamismo che il
Mediterraneo non riesce a disinnescare,
malgrado la Turchia nella Nato, malgrado
il portato culturale islamico che ancora
oggi echeggia nel lessico di tutte le lingue
del bacino.
Entrambe
le
rive
furono
molto
più
importanti sulle carte
utilizzate
dagli
strateghi che non su
quelle che dispiegano
gli economisti. Quello
che fu il mare più
importante
della
civiltà
fino
alla
modernità, non ha
saputo uscire dallo
stretto che ne chiude i
confini. Il suo portato
di unità e divisione, la
sua omogeneità e la
sua
disparità,
la
ricchezza
derivante
dall’essere una sola
moltitudine, non è bastato: l’insieme
mediterraneo è composto di molti
sottoinsiemi che sfidano o rifiutano le
idee unificatrici. Ed oggi le unificazioni
necessarie sembrano essere quelle
economiche. Ma un’unione mediterranea,
più volte e in più modi tentata, non si è
mai realizzata. Di recente il Presidente
della Repubblica francese, Nicolas
Sarkozy, ha rilanciato il tema del
Partenariato
euro-mediterraneo.
Il
dibattito è dunque ancora aperto benché
di ardua soluzione. Forse anche a causa di
quella che è la peculiare cultura del
Mediterraneo.
Non esiste una sola cultura mediterranea:
ce ne sono molte in seno a un solo
Mediterraneo. Esse sono caratterizzate da
tratti per certi versi simili e per altri
differenti. Le somiglianze, ci spiega
Matvejević, sono dovute alla prossimità di
un mare comune e all’incontro sulle sue
sponde di nazioni e di forme di
espressione vicine. Le differenze sono
segnate da fatti d’origine e di storia, di
credenze e di costumi. Né le somiglianze
né le differenze sono assolute o costanti:
59
talvolta sono le prime a prevalere, talvolta
le altre. Il resto è mitologia. Percepire il
Mediterraneo partendo solamente dal suo
passato rimane un’abitudine tenace, tanto
sul litorale quanto nell’entroterra. La
‘patria dei miti’ sembra avere infine
sofferto delle mitologie, che essa stessa ha
generato o che altri hanno nutrito.
«Questo spazio così ricco di storia è stato
vittima degli storicismi. Ha smesso di
essere Storia per diventare oggetto nelle
mani degli storici», per citare le parole
dell’autore. «La tendenza a confondere la
rappresentazione della realtà con la realtà
stessa si perpetua: l’immagine del
Mediterraneo e il Mediterraneo reale non
s’identificano
affatto.
Un’identità
dell’essere, amplificandosi, eclissa o
respinge un’identità del fare, mal definita.
La retrospettiva continua ad avere la
meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo
stesso pensiero rimane prigioniero degli
stereotipi»[4].
Il romanzo geopoetico di Matvejevic,
dunque, non deve alimentare le
suggestioni che richiama invero fin dalla
prima
pagina.
Non
a
Salonicco
symprotevousa si deve pensare, non alla
biblioteca di Alessandria, non ad Algeri
tamazight ed europea al contempo, non a
Dubrovnik che fu Ragusa, repubblica
marinara. Ma a Venezia bisogna pensare.
Venezia simbolo di un Mediterraneo che
affonda e che bisogna salvare.
[1] Pier Luigi Bacchini, da Mar Mediterraneo, in Canti Territoriali, Mondadori, Milano
2009
[2] Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, Milano 1988
[3] Giovanni Rossi, Viaggio all’ultima Thule, Sellerio Editore, Palermo 1995
[4] Defne Gursoy, intervista a Pedrag Matvejević, in Euromed / Fondazione
Mediterraneo, http://www.euromedi.org/
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