Documento sulla Rivoluzione d`Ottobre
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Documento sulla Rivoluzione d`Ottobre
LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA D'OTTOBRE:
PROVENIAMO DA LONTANO
GUARDIAMO LONTANO!!
Come Circolo Comunista Parmense (CCP) vogliamo ricordare la rivoluzione socialista dell'Ottobre
1917 in Russia, il cui obiettivo politico era la conquista del potere da parte del proletariato, alleato
con i contadini poveri, per l'abbattimento della borghesia capitalistica, la sua espropriazione e la
costruzione di una società socialista.
Per noi comunisti, l'obiettivo della nostra lotta fu fissato con chiarezza e senza possibilità di
equivoci fin dal 1926, nelle Tesi approvate dal III congresso del Partito Comunista d'Italia, sezione
dell'Internazionale Comunista: "Il capitalismo è l'elemento predominante nella società italiana e la
forza che prevale nel determinare lo sviluppo di essa. Da questo dato fondamentale deriva la
conseguenza che non esiste in Italia possibilità di una rivoluzione che non sia la rivoluzione
socialista" (1).
Profonde sono state le trasformazioni che la storia del mondo ha subito da allora ad oggi.
Ma se vogliamo ricordare la grande rivoluzione che nel 1917 aprì una nuova epoca nella storia
mondiale (e per imparare da essa) è perché riconosciamo che, per noi comunisti italiani del CCP,
l'obiettivo della nostra rivoluzione non è mutato da allora: è il socialismo, quale premessa e
condizione storica per l'edificazione di una società comunista.
Per realizzare tale obiettivo sono indispensabili anche in Italia, oggi come ieri, la rivoluzione
proletaria, la conquista del potere politico con la distruzione della macchina statale borghese, la
dittatura del proletariato e il partito leninista come forza dirigente di tutto il processo.
Come la teoria di Marx e di Engels fu, per Lenin, la base teorica di tutta la sua azione politica, così
per noi comunisti italiani è essenziale fondare la nostra azione sul riconoscimento che il marxismoleninismo è la teoria pienamente e integralmente idonea ad elaborare una strategia politica
rivoluzionaria adeguata a un paese imperialista come l'Italia.
Un primo punto che ci preme sottolineare è questo.
Quale fu la natura di classe di quella rivoluzione?
Quali furono la sua forma e i suoi contenuti?
La Russia era allora un paese capitalistico arretrato, per la povertà e l'arretratezza delle sue
campagne e per la ristrettezza del suo mercato interno.
Ma se nell'agricoltura erano occupati, verso la fine dell'Ottocento, i cinque sesti della popolazione,
la Russia era (intorno alla metà degli anni 1890) un paese nel quale il capitalismo aveva già fatto
grandi passi avanti sia nell'industria che nell'agricoltura.
Negli anni 1893-1899 la produzione nella grande industria raddoppiò complessivamente, e nei
settori fondamentali addirittura triplicò.
Per il volume totale della produzione industriale la Russia era ancora in ritardo rispetto ai paesi
capitalistici avanzati, ma, in compenso, li sopravanzava per i ritmi del proprio sviluppo.
Anche rispetto al grado di concentrazione della produzione, la Russia sopravanzava i paesi
occidentali più progrediti.
Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, gli operai occupati nelle grandi fabbriche e
officine, nell'industria mineraria e nelle ferrovie, ammontavano, in tutta la Russia, a 2 milioni e
700 mila. Il proletariato, per quanto rappresentasse una percentuale estremamente esigua nel
totale della popolazione (il 2-3 % circa nel 1914), era molto concentrato in alcune zone,
soprattutto nelle grandi città. Per esempio, a Pietrogrado (la capitale dell'impero in cui si svolsero
gli avvenimenti politici decisivi della rivoluzione) gli operai erano 442 000 su una popolazione di
quasi 2 milioni e mezzo di abitanti, e lavoravano in fabbriche con più di mille addetti (2).
Fu il proletariato industriale il protagonista e l'egemone della rivoluzione d'Ottobre: una classe che
(sotto la guida del suo partito d'avanguardia, il partito bolscevico) si pose coscientemente
l'obiettivo del socialismo in un paese che, nel 1917, aveva già acquisito alcuni tratti caratteristici
dell'imperialismo e si stava rivelando come l'anello debole della catena imperialistica mondiale.
A differenza della rivoluzione democratica del 1905, la rivoluzione d'Ottobre del 1917 fu, per i
suoi contenuti, una rivoluzione proletaria e socialista (anche se i primi provvedimenti socialisti non
poterono essere adottati immediatamente).
E la forma da essa assunta non fu quella di una "guerra popolare rivoluzionaria" (come nella
rivoluzione cinese), ma fu la forma adeguata alle caratteristiche economiche, sociali e geografiche
della Russia del 1917. Una volta che la prima guerra mondiale ebbe aperto anche in Russia una
"situazione rivoluzionaria" e messo in crisi l'intero apparato di potere della borghesia imperialista,
la rivoluzione d'Ottobre fu una rivoluzione che dalle grandi città come Pietrogrado e Mosca si
estese a tutto il territorio nazionale e si prolungò dal 1918 al 1920 in una sanguinosa guerra civile,
da cui il partito bolscevico uscì vittorioso, cementando nel modo più stretto l'alleanza fra il
proletariato e le masse contadine rivoluzionarie (3).
La rivoluzione d'Ottobre non fu neppure una "rivoluzione di nuova democrazia" come lo fu la
rivoluzione cinese, conclusasi (dopo la vittoria) con la formazione di un governo inclusivo di una
borghesia nazionale (4). Il governo uscito dalla vittoria di una rivoluzione proletaria come quella
dell'Ottobre fu formato esclusivamente da membri del partito bolscevico.
Nelle tre rivoluzioni russe del 1905, del Febbraio 1917 e dell'Ottobre 1917, Lenin fu sempre
perfettamente consapevole, dal punto di vista teorico, della natura di queste rivoluzioni, del loro
contenuto di classe, delle loro forze motrici, della strategia e della tattica da adottare in ognuna di
esse.
L'insurrezione operaia a Pietrogrado non ebbe nulla in comune con un insurrezionalismo privo di
radici nelle lotte del proletariato e delle masse popolari.
Lenin, Stalin, i bolscevichi, non hanno mai confuso e scambiato l'insurrezione con i putsch, i
complotti, i colpi di mano (5).
La rivoluzione dell'Ottobre 1917 non consisté semplicemente (come se la raffigura una diffusa
mitologia popolare) nell' "assalto al Palazzo d'Inverno" a Pietrogrado, e non si esaurì affatto
nell'arresto del governo provvisorio. Se la presa del Palazzo d'Inverno rappresentò l'epilogo della
lotta politico-militare del proletariato a Pietrogrado, lo scioglimento dell'Assemblea Costituente
(dopo la grande affermazione dei Soviet) rappresentò il momento della rottura rivoluzionaria con
la continuità dello Stato sul piano politico-istituzionale.
Una rottura che, nel corso della guerra civile contro le "guardie bianche" e contro gli interventisti
stranieri (tedeschi, britannici, francesi, americani, ciechi, giapponesi, ecc.), fu sanzionata dalla
costituzione del 1918 (6).
2
La rivoluzione d'Ottobre fu preparata da un lungo periodo di accumulazione delle forze
rivoluzionarie, un lungo periodo storico fatto di avanzate e di ritirate, di vittorie e di sconfitte, nel
quale si temprò la coscienza di classe del proletariato russo.
Durante quel lungo periodo storico, i bolscevichi condannarono sempre quelle che Lenin chiamava
"la tattica del putsch e le grida all'assalto", ma, dal 1905 al 1917, affermarono instancabilmente che
l'insurrezione di tutto il popolo è necessaria per la vittoria della rivoluzione e che, anche quando la
situazione non è rivoluzionaria, bisogna "propagandarla attivamente, diffonderne l'idea, prepararla
con grande energia". Nel 1905 Lenin, nelle Due tattiche, criticò a fondo l'opportunismo dei
menscevichi perché erano contrari a "un'insurrezione secondo un piano".
E, nella rivoluzione del 1917, non si stancò di ripetere che "l'insurrezione è un'arte" e doveva essere
concepita e trattata come tale.
Il secondo punto è questo.
Commemorare l’Ottobre sovietico da tempo non è più di moda né politically correct per la
"sinistra".
Si preferisce piuttosto tributare onori ad altri "Ottobre": la "caduta del muro di Berlino" nel 1989 (7)
o l’insurrezione anticomunista di Budapest nel 1956 (8) , salutata come la vera rivoluzione
anticipatrice delle "rivoluzioni" del 1989-1991 che segnarono la fine delle democrazie popolari e
dell’URSS, di quel lungo ciclo storico che percorre il "secolo breve", inaugurato appunto dalla
rivoluzione d’Ottobre (9).
Il cerchio sembra chiudersi.
Il giudizio della storia (si dice) è stato indiscutibilmente pronunciato: quella rivoluzione (ma
qualcuno tra i pentiti del comunismo ha sposato persino la tesi del putsch, del colpo di Stato (10))
ha prodotto indicibili orrori ed è finita in un cumulo di macerie (11).
Da qui una condanna senza appello, la rimozione di quella storia, la sua cancellazione dal
calendario degli anniversari che occorre ricordare alle nuove generazioni per la loro formazione
comunista.
E chi pretende di richiamarsi alla storia delle rivoluzioni comuniste del ‘900 aperta dall’Ottobre
sovietico viene etichettato come nostalgico, irrimediabilmente incapace di leggere le sfide del
tempo presente (12). Questa è al momento la tendenza prevalente (salvo meritorie eccezioni (13))
nella cultura politica della "sinistra", degli eredi di quel che fu il Partito Comunista Italiano e della
"nuova sinistra" sessantottina e post-sessantottina, in Italia e in molti paesi del mondo.
Questa situazione è ben presente ai comunisti che resistono, che non accettano la cancellazione di
una storia, di un progetto di società, di un’identità che ha segnato profondamente la storia del XX
secolo e che ora si vuole condannare al silenzio e all’oblio.
Di contro a questa tendenza maggioritaria e devastante, che tutto sembra travolgere nella sua furia
iconoclasta, da cui non si salvano non solo i bolscevichi (va da sé) ma neppure Marx, anzi,
neppure Rousseau e i giacobini francesi e chiunque abbia odore di rivoluzionario (l’unica
"rivoluzione" oggi ben accetta è la controrivoluzione!), la prima reazione immediata e
appassionata è quella di sollevare alta al vento la propria rossa bandiera e gridare con quanta voce
si ha in corpo:
Viva Lenin!
Viva la rivoluzione d’Ottobre, che ha aperto la strada alla liberazione dei popoli dal giogo
coloniale e imperialistico!
Viva il partito bolscevico, che ha saputo (unico tra i partiti socialisti della II Internazionale) dire
guerra alla guerra e rovesciare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria!
Viva l’Internazionale Comunista, che ha formato una generazione di comunisti capaci di lottare
nella clandestinità contro il fascismo e di guidare le resistenze in Europa!
3
Viva l’Unione sovietica, che con l’armata rossa e la resistenza dei suoi popoli è stata determinante
nella sconfitta del nazifascismo!
Viva l’URSS, che nel secondo dopoguerra ha saputo fronteggiare l’imperialismo americano e ha
favorito, con la sua sola esistenza, la resistenza vietnamita, la liberazione di Angola e Mozambico,
le lotte anticoloniali, la rivoluzione cubana e le lotte popolari in America Latina!
Viva la rivoluzione, che, prima nella storia, ha provato a costruire una società senza privilegi di
casta, senza proprietà capitalistica, fondata sull’idea di uno sviluppo razionale ed equilibrato
dell’economia attraverso il piano! E questo diciamo e ricordiamo a chi vuole cancellare dalla storia
il comunismo del '900.
Ma non basta, e anzi, se rimane soltanto un grido esacerbato nel deserto contro l’infamia e la
calunnia, può essere anche una reazione impotente, l’indice di una debolezza strategica.
La commemorazione fine a se stessa non ha mai interessato i comunisti.
Il giovane Gramsci, in uno dei suoi articoli appassionati, accusava il Partito Socialista di aver
ridotto Marx ad un’icona, un santo al capezzale, da rispolverare per le occasioni, le
commemorazioni, le ricorrenze, per poi lasciarlo marcire in soffitta per tutto il resto dell’anno,
evitando scrupolosamente di trasformare in azione politica vivente il suo pensiero critico.
Ricordare, difendere, approfondire la memoria storica è utile e necessario nella misura in cui
riusciamo a tradurre questa memoria in azione culturale e politica, in consolidamento e
accumulazione delle forze comuniste, in formazione comunista per le nuove generazioni.
Non vogliamo agitare bandiere o icone, non siamo i nostalgici (anche se questa "nostalgia"
comunista è sentimento che merita rispetto) di un paradiso perduto, di illusioni non realizzate, di
un nobile sogno, di un’utopia irrealizzabile. Se il 7 Novembre 1917 è ancora una data che
riteniamo di dover ricordare e onorare non è solo per un doveroso omaggio agli eroici furori di
un tempo che fu, non intendiamo essere gli avvocati d’ufficio della rivoluzione. L’Ottobre
sovietico non ne ha bisogno né di questo hanno bisogno i comunisti oggi.
Di altro c’è urgente bisogno.
In primo luogo di riappropriarsi della propria storia comunista, contro ogni demonizzazione, ma
liberi anche da ogni mitizzazione.
Il comunismo nasce come critica (critica teorica dell’economia politica borghese nel "Capitale" di
Marx e critica come prassi ,e anche l’agire teorico è un’azione pratica nella misura in cui influisce
sulla trasformazione dei rapporti sociali), pratica politica per l’abolizione dello stato di cose
presente, per il rovesciamento dei rapporti di proprietà borghese nella proprietà comunista.
Occorre sapersi riappropriare criticamente della propria storia comunista del '900.
Sono gli altri, la parte borghese e anticomunista a scrivere oggi questa storia (in parte molto
rozzamente, in parte con mezzi più raffinati che fanno leva anche sui milioni di documenti di storia
sovietica e dei paesi che furono democrazie popolari resi oggi accessibili agli studiosi (14)).
Su questo terreno noi oggi siamo rimasti indietro.
Chiunque abbia provato a scrivere di storia sa che è attraverso la selezione, che lo studioso opera
della documentazione d’archivio, che si può delineare un quadro in un modo o nell’altro.
I documenti (verificatane filologicamente l’autenticità) riportano i fatti, ma all’interno di una massa
che come nel caso russo è davvero straordinaria (6 milioni di documenti all’Archivio Centrale dello
Stato della Federazione Russa) si possono selezionare alcuni elementi e ometterne altri.
Così la storia dell’URSS può anche essere ridotta a quella di un immenso GULAG (15) e la carestia in
Ucraina negli anni Trenta può essere attribuita a un qualche diabolico piano staliniano di
eliminazione fisica di una nazione (16). È tempo di commemorare l’Ottobre dotando i comunisti
degli strumenti adeguati per rispondere all’azione denigratoria e alla demolizione dell’esperienza
storica del comunismo del ‘900 non dimenticando i contributi di storiografi marxisti come Grover
4
Furr (17), Ludo Martens (18), Domenico Losurdo (19), Luciano Canfora (20), Andrea Catone (21),
Adriana Chiaia, Anna Lacroixe, Kurt Gossweiler, Alexander Hoebel o non comunisti come Victor
Zemskov (22), Arch Getty (23), Lynne Viola (24), R. W. Thurston (25), (per citare i più noti, anche
perchè altrimenti si potrebbe continuare all'infinito, e tra cui possiamo aggiungere altre ricerche di
primo piano di autorevoli storici non comunisti D. Tottle (26), Andrea Graziosi (27), S. G.
Wheatcroft (28), T. H. Rigby (29), Wendy Z. Goldman (30), Orlando Figes (31)) e della
documentazione degli archivi sovietici (32), che riducono drasticamente le cifre delle repressioni e
dei morti della guerra di classe della grande purga del 1936-1938 (diretta contro la cospirazione
con finalità golpiste, di cui ora abbiamo una ampissima documentazione anche grazie alla
desecretazione di documenti riservati in relazione all'apertura degli archivi dell'ex URSS e anche
delle carte Trockij depositate presso la Houghton Library dell'Università di Harvard (33)) e
smentiscono le fantastiche elucubrazioni sulla carestia in Ucraina (34), sulla "collettivizzazione
forzata" (35) , sulla "industrializzazione forzata" (36), sul "genocidio dei Kulaki" (37), sullo
stachanovismo "come alienazione della masse operaie tramite l'estrazione di plusvalore"(38), sulle
grandi purghe come "sterminio della vecchia guardia bolscevica (39) " e sulla grande purga
nell'armata rossa come "sterminio del fior fiore della rivoluzione" (40), sui processi di Mosca come
"farsa" (41) e sul "testamento" di Lenin come "ultime volontà di Lenin per rimuovere Stalin e
nominare Trockij come segretario" (42), sui GULAG come "campi di sterminio"(43), "la repressione
stalinista nel Komintern e la sua trasformazione come organo di Mosca" (44) il patto MolotovRibbentrop e Yalta come "mera spartizione"(45), la GPU come "polizia segreta assassina"(46) , la
"burocrazia soffocante"(47), "i massacri stalinisti nella guerra civile spagnola degli anarchici e del
POUM" (48), "l'incompetenza di Stalin durante la seconda guerra mondiale"(49), sulle "deportazioni
di intere etnie durante la seconda guerra mondiale"(50), sui "comunisti tedeschi che Stalin consegnò
a Hitler"(51), sulla "longa manus di Stalin nel frenare i processi rivoluzionari al livello mondiale"(52),
sui "comunisti stranieri perseguitati nei GULAG"(53).
Per non parlare del fatto che molti libri anticomunisti raccontano una storia ben diversa dalle
intenzioni dei loro autori, anzi il quadro tracciato da questi autori possono essere scambiati per un
"prodotto della propaganda sovietica", se non provenissero da autori fieramente anticomunisti
(esemplare è il caso di due eminenti storici anticomunisti come la Applebaum (editorialista del
"Washington Post ") (54) e Chlevnjuk (ricercatore presso l'Archivio di Stato della Federazione Russa)
(55) che, nell'affrontare il tema dei GULAG, si distinguono per l'ampiezzza e anzi la completezza
della ricostruzione storica; il loro punto di vista è pregiudizialmente anticomunista e
demonizzatore in particolare di Stalin, ma il materiale che gli autori con onestà intellettuale
riportano finiscono col mettere in crisi il loro pregiudizio ideologico).
Come dire: parlo con la tua bocca!
A nostro parere come comunisti, quando si parla del 7 Novembre, non si possono omettere
quattro questioni:
1) Il peso di Lenin nelle scelte del movimento rivoluzionario russo.
Per intenderci non il suo incontestabile ruolo personale, ma il contenuto teorico del suo pensiero
che ha resa pratica l'idea del comunismo.
2) i metodi di azione del partito bolscevico e in particolare il concetto di "democrazia" nella fase
rivoluzionaria.
3) il ruolo di Stalin nel consolidamento dei risultati dell'Ottobre e nell'estensione del peso
dell'URSS sulla scena internazionale.
L’URSS sotto la guida del gruppo dirigente staliniano riuscì a vincere battaglie decisive, prima di
tutto quella di conservare una trincea rivoluzionaria.
Riuscì a realizzare una transizione dall’arretratezza all’industrializzazione nel giro di pochi, decisivi
5
anni (56).
Questa industrializzazione accelerata, che fa compiere all’URSS in dieci anni parte del cammino che
le altre società borghesi avevano percorso durante secoli, è anche il fattore principale della vittoria
dell’URSS nella seconda guerra mondiale contro le armate naziste, il più potente e agguerrito
esercito del mondo, che dominava incontrastato su tutto il continente europeo.
Sono veramente in pochi a negare che senza Stalingrado le sorti della guerra (e del mondo)
sarebbero state profondamente diverse.
La vittoria sul nazismo consente all’URSS di sedere con pari dignità al tavolo delle grandi potenze
mondiali e di poter svolgere (pur tra contraddizioni ed errori) un ruolo fondamentale di sostegno,
o quantomeno di retrovia nel complesso affidabile, per i movimenti anticoloniali e antimperialistici
e per le rivoluzioni socialiste che si sviluppano nei trent’anni successivi al secondo conflitto
mondiale, dalla Cina al Viet-nam, da Cuba al Nicaragua. Il "mito" di Stalin e dell’URSS si fondava
su dati di fatto oggettivi.
La rivoluzione d’Ottobre e il "modello di Stalin", che prende forma e si afferma tra la fine degli
anni Venti e gli anni Trenta, hanno rappresentato agli occhi di centinaia di milioni di individui
oppressi e diseredati la possibilità di uscire dall’arretratezza attraverso una via non capitalistica di
sviluppo, nel momento in cui l’imperialismo generava, nel movimento contraddittorio del
capitale, sottosviluppo in vaste aree del globo. Nel giro di appena 15 anni, ossia dal 1924 al 1939,
dopo gli anni della devastazione dell’aggressione dei 14 stati imperialisti alla giovane Repubblica
dei Soviet, l’URSS conosce una trasformazione profonda, raggiungendo i punti più alti della
scienza: fisica, matematica, biologia, chimica, ecc. ed un livello di vita materiale e spirituale molto
alto.
Confermano il grande avanzamento tecnico, scientifico e della produzione gli stessi dati del
Dipartimento di Stato statunitense, le relazioni dell’addetto ai problemi dell’agricoltura
dell’ambasciata tedesca a Mosca, così come i rapporti ed il diario dell’ambasciatore statunitense a
Mosca, ecc.
Elencare dati, statistiche, ecc. diviene così inutile.
La stessa violenta opposizione borghese non mette mai in discussione tali risultati, discute di altro.
Le condizioni di vita materiali e spirituali del popolo lavoratore sovietico complessivamente prese
sono le più alte in tutto il mondo ed in assoluto in tutta la storia dell’umanità.
Il livello di protezione sociale è assoluto: previdenza, assistenza, diritti dei lavoratori: ferie,
malattia, ore di lavoro, ambiente di lavoro, assicurazione sociale, ecc.
Il livello democratico è assoluto: mai i lavoratori avevano partecipato alla vita democratica, alle
scelte come in URSS, in tutta la storia dell’umanità.
Ed esso non trova paragoni e riscontri in nessun paese capitalistico al punto che in questo campo
non può sussistere alcun termine di paragone per l’abissale diversità.
Il livello di civiltà è assoluto: libertà civili e politiche per le minoranze nazionali, livello culturale
complessivo del paese sia in cultura media complessiva che in godimento artistico e culturale: libri,
giornali, riviste, frequenza a teatri, cinema, biblioteca, numero di biblioteche, di teatri e
cinematografi costruiti sia nelle città che nelle campagne.
La grande svolta promossa da Stalin coinvolge profondamente l’intero paese: l’agricoltura, con la
collettivizzazione "dall’alto", accelerata e fortemente sostenuta con la coercizione (tuttavia, è bene
ricordare, non solo di questo si è trattato, ma anche, sebbene non in tutte le zone, di un
movimento di massa di contadini poveri contro i Kulaki); l’industria, con la creazione, a ritmi
frenetici, di immensi complessi per la produzione di mezzi di produzione; la scuola: nella
popolazione tra i 9 e i 49 anni di età la percentuale di analfabeti scende dal 43% del 1926 al 13%
del 1939; la percentuale di studenti universitari provenienti da famiglie operaie sale dal 30% nel
6
1928-29 a quasi il doppio nel 1932-33.
17 milioni di contadini tra il 1928 e il 1935 passano dalle campagne nelle città o nei nuovi poli
industriali.
La disoccupazione operaia fu riassorbita nei primi due anni del primo piano quinquennale (57).
E, dunque, il giudizio storico che a distanza di mezzo secolo si può pronunciare su quell’esperienza
non può non essere nel complesso positivo.
Al di là di errori e contingenze storiche, Stalin affermò il ruolo dell’URSS come rivoluzione
vittoriosa, lasciando aperta, dopo la sua scomparsa, la possibilità di ulteriori trasformazioni e
rotture rivoluzionarie.
4) La svolta devastante della "destalinizzazione".
A partire dal 20esimo Congresso del PCUS del 1956, furono gradualmente adottati approcci teorici
errati per risolvere taluni problemi e vennero realizzate politiche opportuniste nell'economia, nella
gestione del potere socialista e nelle relazioni internazionali.
Nel contempo col pretesto di combattere il "culto della personalità", fu scatenata una feroce
campagna contro la politica dello stato sovietico sotto Stalin (peraltro accuse di una levatura così
bassa che dagli stessi storici borghesi non sono più prese in considerazione (58)), spianando la strada
al grave spostamento opportunista di destra del movimento comunista internazionale.
Anziché rafforzare i rapporti di produzione/distribuzione, vennero rafforzate le relazioni
commerciali potenzialmente capitaliste.
La pianificazione centrale intraprese il suo declino e la proprietà collettiva venne erosa.
Una parte significativa della produzione agricola sia privata che cooperativa iniziò a vendersi
liberamente sul mercato, ossia al valore più alto di fluttuazione dei prezzi.
La sperequazione sociale nell'industria fu anche più forte.
L'arricchimento illegale, il cosiddetto "capitale ombra", venne fatto operare come capitale di
produzione, ossia verso la restaurazione di capitalismo.
Questo colpì il Partito, mentre rinvigorì l'ala opportunista e la degenerazione socialdemocratica.
Il soggettivismo nel valutare l'evoluzione dell'edificazione socialista come "socialismo sviluppato" e
lo sviluppo dell'opportunismo sono registrati nelle relazioni del 21esimo congresso del PCUS del
1959: "Il socialismo nell'URSS ha finalmente vinto, definitivamente (…) entra nel periodo
dell'estesa edificazione della società socialista".
Nel 22esimo congresso del 1961 venne adottato il "Programma di costruzione del comunismo".
Nel 1977 venne modificata la Costituzione introducendo i costrutti di "Stato dell'intero popolo" e
"partito del popolo".
La teoria dello "Stato dell'intero popolo" fu funzionale ad alterare le caratteristiche dello Stato, e
nel declassare il ruolo della classe operaia.
Modificò anche la natura della democrazia socialista.
Contestualmente, la definizione del partito come "partito dell'intero popolo" comportò un
mutamento della sua natura di classe (59).
Un'altra riflessione, estremamente attuale, ci viene sollecitata dall'esperienza della rivoluzione
d'Ottobre: in questi ultimi anni abbiamo visto (in Italia come in altri paesi) un gran fiorire di
movimenti, democratici, ambientalisti, pacifisti, antimperialisti, i quali hanno portato avanti una
quantità di rivendicazioni, che, in alcuni casi, erano anche giuste; ma la caratteristica fondamentale
di questi movimenti è stata la divisione, la frammentazione territoriale, la dispersione in mille
rivoli (dovuta soprattutto al fatto che la loro direzione politica è stata nelle mani di forze piccoloborghesi).
In Russia, quattro furono i grandi movimenti rivoluzionari che assicurarono la vittoria alla
rivoluzione dell'Ottobre 1917:
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1) il movimento democratico generale per la pace e l'uscita della Russia dalla guerra imperialista;
2) il movimento democratico dei contadini per l'espropriazione dei proprietari fondiari e la
conquista della terra;
3) il movimento di liberazione nazionale dei vari popoli della Russia oppressi dallo zarismo;
4) il movimento socialista del proletariato per il rovesciamento della borghesia capitalistica e
l'instaurazione della dittatura del proletariato.
Ognuno di questi movimenti aveva le sue specifiche radici di classe e le sue specifiche
rivendicazioni, ma tutti e quattro confluirono in un unico torrente rivoluzionario, non
spontaneamente, ma sotto l'impulso e la guida del partito della classe operaia, del partito
bolscevico.
Dall'Aprile all'Ottobre 1917 l'insurrezione fu preceduta e preparata da grandi movimenti di massa.
Nell'Aprile non meno di 100 mila persone, operai e soldati, scesero in piazza a Pietrogrado al
grido di:
«Abbasso la guerra!»;
«Tutto il potere ai Soviet!».
Il 18 Giugno, davanti alle tombe dei caduti per la rivoluzione, si svolse un'altra grande
dimostrazione contro il governo provvisorio, nella quale una nuova parola d'ordine si aggiunse
alle precedenti:
«Abbasso i dieci ministri capitalisti!».
Il 3 luglio tante diverse dimostrazioni si fusero in un'unica grandiosa manifestazione armata, sotto
la parola d'ordine del passaggio di tutto il potere ai Soviet.
E nell'Agosto le masse, sotto la guida del partito di Lenin, si mobilitarono contro il colpo di Stato
del generale Kornilov, determinandone la disfatta.
Non la divisione, dunque, non la cosiddetta "autonomia" dei movimenti (tanto esaltata dagli
odierni opportunisti), ma l'unificazione di tutti i movimenti di massa in una sola linea
rivoluzionaria condusse alla vittoria dell'Ottobre. Il frutto peggiore dell’ideologia della fine delle
ideologie e della rimozione della storia comunista è il totale oscuramento delle prospettive della
trasformazione futura della società. La tattica, in un presente senza storia, senza passato e senza
futuro, è diventata il pane quotidiano di buona parte del personale politico ex comunista o
pseudocomunista.
A ben guardare, non è altro che apologia del capitalismo presente.
La coltre di oblio che copre la storia aperta con l’Ottobre mira anche (e soprattutto) a questo: non
solo a non fare i conti con la storia comunista, ma ad eludere soprattutto la questione della
prospettiva comunista. Il ceto politico nichilista ex comunista o pseudocomuista non è in grado e
non vuole andare al di là della tattica quotidiana.
Studiare l’Ottobre (e ricordarlo, come si è chiarito, non intende agitare bandiere ma costruire
scienza comunista per la costruzione di una società socialista) ci consente invece di pensare ed agire
strategicamente, senza elevare la tattica a fine in sé.
Pensare in termini strategici e non solo reattivi.
Questo oggi ci manca, di questo abbiamo bisogno, a questo ci induce oggi la commemorazione di
quel grande spartiacque della storia che fu il 1917 russo.
La grandezza dei nostri grandi maestri (di Lenin in primo luogo) è stata quella di aver saputo
collocare ogni scelta tattica all’interno di una grande prospettiva, ponendo in primo piano la
questione strategica. Pensare strategicamente significa costruire le condizioni perché siano i
comunisti a determinare il terreno su cui porre le grandi questioni.
Reagire, rispondere agli attacchi e alle provocazioni dell’avversario è doveroso e giusto, ma la sola
reazione non ci fa compiere il salto di qualità di cui i comunisti hanno oggi più che mai bisogno.
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L’agenda del mondo, l’agenda delle grandi questioni culturali di importanza strategica non devono
imporcela altri, ma deve essere posta dai comunisti.
Commemorare oggi l’Ottobre significa allora pensare strategicamente per la ricomposizione e il
rilancio su scala mondiale del movimento comunista.
Un fattore importante per questo pensiero strategico è la costruzione, coordinando forze e
intelligenze, capaci di leggere la nostra storia e di analizzare le contraddizioni mondiali e il loro
sviluppo, pensando la rivoluzione, il che significa individuare nelle contraddizioni
dell’imperialismo le premesse non solo per una resistenza dei popoli alle aggressioni, ma anche
della possibile trasformazione della guerra in rivoluzione, della resistenza nazionale in percorso di
transizione socialista.
Commemorare l’Ottobre significa passare dalla resistenza reattiva alla "resistenza strategica".
Non si può essere soltanto "anti": anticapitalisti, antifascisti, antimperialisti.
Anticapitalistico si dice, in politica, di tutto ciò che presuma di opporsi al capitalismo, in quanto
modo di produzione e di vita, sistema economico sociale. Dunque, anche qui si tratta di una
determinazione in negativo, che assume come punto di riferimento qualcosa posto da altri.
Tuttavia, a differenza dell' "ateismo", che pone al suo centro una parola (Dio) più vuota di senso
dello stesso suono che produce, l' "anticapitalismo" si riferisce pur sempre alla "cosa" più corposa e
consistente di tutta la storia moderna, fondata sul rapporto di capitale.
Ma, purtroppo, la differenza è tutta qui e qui finisce.
Al di là delle buone intenzioni di quanti, dichiarandosi "anticapitalisti", ritengano di opporsi allo
"stato di cose presente", la mera posizione "anti " corrisponde, sì, a un encomiabile moto
dell’animo, un’attitudine, un atteggiamento, un comportamento e un’idea, ma in quanto tale nulla
di più.
Certo, una tale dichiarazione può rappresentare uno schieramento di parte.
Nelle vicende della storia, questo è ciò che sovente è realmente accaduto. Spesso l’utilità di una
parola d’ordine, di uno slogan, non va disconosciuta. Essa può pertanto servire come bandiera
ideologica.
Epperò proprio qui sta in agguato anche tutto il suo limite, per il quale si rischia di restare
avvinghiati solo a codesta bandiera ideologica.
Sotto la bandiera, niente.
Con la semplice parola d’ordine "anticapitalismo", lo schieramento di parte tende pertanto a
ridursi a retorica dichiarazione di "valori".
Con quella parola soltanto, da più parti ripetuta per darsi un tono, non si diventa certo capaci,
come d’incanto, di aggiungere neppure un centesimo alla critica dell’economia politica: proprio
dell’economia politica di quel capitale, cioè, di cui si intenderebbe costituire l'antitesi.
É soltanto codesta critica, infatti, che costituisce la base minima di una "cultura portante".
Giacché è essa che serve a conoscere, analizzare e rivelare, in tutte le sue contraddizioni, il reale
funzionamento pratico del modo di produzione capitalistico.
Ma si è già, qui, a un livello di scientificità tale per cui la mera anti-nomia si eleva ad anti-tesi.
Nello sviluppo dell’analisi critica delle forme antitetiche dell’unità sociale capitalistica, la dialettica
della totalità non si cristallizza in semplice negazione negativa di essa.
Non è di certo per caso che mai Marx proponga il concetto di "anticapitalismo" (e neppure usi
questo termine, né verosimilmente il "nome" stesso di "capitalismo").
Nella sua critica si rifugge costantemente dalla mera opposizione radicale a qualcosa che sia
interamente definito dalla parte avversa: e per ciò stesso, generalmente, in larga parte sconosciuto.
Per Marx la critica del capitale serve a individuare quelle forme antitetiche e universali nascoste
all’interno di quella sua unità sociale, che è appunto a un tempo realtà e parvenza di siffatta unità
9
della società. Su questa critica incentrata su universalità e totalità sociale si fonda il socialismo
scientifico.
L’antitesi del capitale, così posta, assume tutt’altro significato dall' "anticapitalismo" ideologico.
Essa si pone oggettivamente come processo il cui svolgimento conduce alla conservazione e al
toglimento, all’elevazione ossia al superamento dialettico (aufhebung) di entrambi i termini della
contraddizione: il capitale e il lavoro salariato, alienato al capitale stesso, ovverosia, per dirla con
Marx, il capitale e il non-capitale, il non-lavoro e il lavoro.
Nessuno dei due termini, né le parti politiche che li rappresentano, possono sussistere e permanere,
sopravvivere storicamente, in quanto tali, l’uno indipendentemente dall’altro.
Già a questo livello, l’antitesi del capitale mostra tutt’altra potenza rispetto all’anticapitalismo.
Quella, infatti, genera oggettivamente un antagonismo soggettivo ben altrimenti fondato che non
sulla mera opposizione a una datità affatto esterna.
I suoi stessi fini non possono prescindere dalla loro eterogenesi.
Chiunque sa che si esibisce come "anticapitalistico" anche chi pretendesse di ritornare al modo di
produzione schiavistico o a quello feudale.
Sarebbe inutile insistere su una banalità di siffatta evidenza.
Perfino il corporativismo, nel concetto ancorché non nella prassi storica, appare come
"anticapitalistico".
Ciò va inteso nella misura in cui, per suo tramite, si sottragga al possessore della forza-lavoro
l’autonoma e diretta determinazione di vendere questa come merce, di poterne disporre, quindi di
essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria volontà, della propria
persona.
Nel "capitalismo", il lavoratore deve riferirsi costantemente alla propria forza-lavoro come a sua
proprietà, quindi come a sua propria merce.
Ma le vie del dominio sono infinite, e quella capitalistica ne rappresenta solo una storicamente
determinata.
Alla luce di tutto ciò si può constatare come, sempre più spesso recentemente, si incontrino
ambigue dichiarazioni di anti-capitalismo.
Certo, pressoché nessuno di tali "anticapitalisti" evoca il ripristino di schiavitù o servitù.
Magari molti di essi sono più pronti, a volte inconsapevolmente, a divisare forme di
neocorporativismo.
Comunque, tutti, col loro anticapitalismo manieristico, non intaccano minimamente le diverse vie
del dominio discriminatorio della proprietà privata, delle classi proprietarie.
Neppure occorre giungere a tanto, perciò, per scorgere le ambiguità classiste di codesto sedicente
anticapitalismo (se non addirittura del reale capitalismo che in esse si cela).
Certo, a volte, una simil ambiguità medesima può giovare momentaneamente a escogitare
"alleanze" e costruire "fronti".
Ma se non si fanno alleanze e fronti da posizioni assolutamente chiare, l’ambiguità è solo
portatrice di confusione.
Basti riflettere solo un po’ sulla suprema confusione profusa a piene mani nelle teorie del
cosiddetto sistema-mondo, da cui promanano le immaginifiche visioni dei movimenti detti,
appunto, "anti-sistema".
Da un lato si offusca, fino a farla scomparire, la dimensione di classe su scala mondiale, ben oltre le
parole proditoriamente usate. Al linguaggio imperialistico del capitale monopolistico finanziario
transnazionale si sostituisce l’anodina sintassi geopolitica del "Nord" e del "Sud".
Dall’altro, contemporaneamente, si appiattisce nell’indifferenza delle rispettive differenze ogni
forma di opposizione al sistema (che si dice ancora, per convenzione, capitalistico o imperialistico).
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Qualsiasi "movimento antisistema", che si opponga a una qualsiasi disfunzione del "sistema" stesso,
è posto sul medesimo piano, è considerato dello stesso rango.
La differenza specifica del rapporto di classe rappresentato dal capitale e dal suo modo della
produzione sociale, fino alle forme dell’imperialismo incluse, è così occultata.
Dirsi "anticapitalisti" di tal fatta, pertanto, equivale a dir poco più che niente.
Che tutto ciò accada, dunque, è conseguenza evidente dell’aver assunto le determinazioni poste
dalla classe dominante, per poi semplicemente negarle negativamente, apponendogli come
prefisso la parolina "anti". É conseguenza, cioè, del non aver analizzato criticamente, con
determinazioni proprie, lo svolgimento del processo di dominio sociale presente.
Impiegare Keynes o Sraffa, Weber o Parsons, Polanyi o Levi-Strauss, Croce o Braudel, Kelsen o
Luhmann (anziché Marx) sono perniciose implicazioni teoristiche di tutto ciò.
Il processo di dominio sociale nell’epoca presente è quello che si manifesta nelle forme
dell’imperialismo, in particolare oggi nella sua fase transnazionale, del modo di produzione
capitalistico.
Tutte le determinazioni del modo di produzione capitalistico permangono sviluppate nella forma
monopolistico finanziaria del mercato mondiale, che già Marx aveva preconizzato con la massima
precisione. Al punto da considerarla condizione senza la quale la rivoluzione comunista sarebbe
non solo improponibile ma inimmaginabile.
L’imperialismo transnazionale, più di quello della precedente "fase superiore" (non già "suprema") a
sfondo nazionalistico, è "tendenza al dominio, anziché alla libertà".
Non è il luogo, questo, per l’analisi critica di categorie e determinazioni portanti dell’imperialismo
e delle sue crisi.
Le osservazioni fatte sono però sufficienti per inscrivere anche l’attitudine "antimperialista" nelle
medesime negazioni negative di cui si è fin qui discorso.
Ossia, per considerare che in nome di un antimperialismo di bandiera si sventola spesso, se non il
vuoto, l’inanità.
Molto di ciò che è stato detto e fatto in nome dell’anti-imperialismo correda compiutamente
l’esemplificazione della dipendenza da concezioni altrui.
Come pure per anti-razzismo, anti-fascismo, anti-nazismo, e via così con altre anti-patie, fino alla
ricordata ambiguità dell’anti-sistema, si dipende a contrario proprio da quelle medesime "patìe".
Una fede contro l’altra.
Altrimenti come potrebbe dichiararsi antimperialista anche Saddam Hussein o l’integralismo
islamico, antifascista la Dc che fu (e formalmente ormai quasi anche Fini), antinazista qualsiasi
sionista, antisionista qualsiasi nazista, antirazzista da Lincoln a Bossi?
Tanto che lo stesso nazismo si presentò come un movimento antisistema, con buona pace, oggi,
per sodali e seguaci di Wallerstein & co.
Dunque, l’imperialismo è tendenza illiberale al dominio.
Non basta, allora, una critica scientifica delle determinazioni fondamentali della fase imperialistica
del modo di produzione capitalistico per ricomprendere positivamente e superare dialetticamente,
a es., anche quella mera negazione che si dichiara "antifascista"?
Se il fascismo è forma politica necessaria della crisi del capitale, non serve sventolar bandiere e
pronunciare dichiarazioni di fede: magari in nome di una "democrazia" che è poi quella della
"libertà" del capitale e del denaro; ovverosia, la democrazia della proprietà privata che risulta alla
fin fine, se si volesse restar ancorati a categorie "anti", ben più "anti-comunista" che antifascista!
Il fascismo, oggettivamente e strutturalmente, è infatti proprio la forma politica e sociale delle
tendenze illiberali del capitalismo imperialistico.
Lo ha insegnato Grifone, in Italia, contro interpretazioni dominanti anche "a sinistra" che
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indicavano nel fascismo un arresto dello sviluppo delle "magnifiche sorti e progressive" della
democrazia liberale.
Il fascismo è viceversa la forma adeguata allo sviluppo del capitale finanziario, sia esso nelle forme
autoritarie italiana e tedesca, sia esso nelle forme "democratiche" anglosassoni.
Anche l’anti-fascismo, di conseguenza, per continuare nell’esempio preso data la sua spettrale
attualità, è già implicito nelle proposizioni di critica scientifica di quelle diverse forme di
imperialismo.
Non occorre altro.
Certo non è indifferente, a prima evidenza, che la forma politica dell’imperialismo stesso sia
autoritaria o garantista.
Anche le forme della lotta contro di esso cambiano di conseguenza.
Qui in particolare, a maggior ragione che nel più generale "anticapitalismo", si delineano attraverso
codeste lotte le momentanee alleanze tattiche.
Ma il cambiamento di tali forme di lotta è razionalmente definito solo se si tiene conto, con Lenin,
che "la radice del male è il capitalismo, non la mancanza di diritti".
E se dunque si conosce e si critica scientificamente il modo di operare dell’imperialismo
transnazionale illiberale, che tende al fascismo e al neocorporativismo.
Altrimenti si finisce per fare il gioco dell’avversario, allorché il capitalismo assuma le sembianze
della democrazia per celare il suo teschio fascista: per dirla con Fortini, "perché il poco fascismo
visibile mascheri meglio il molto fascismo invisibile".
Se l’appello, la chiamata di "antifascismo" come parola d’ordine, non si riempie subito di contenuti
concreti inerenti la critica della situazione concreta, anche l’antifascismo, come e più
dell’anticapitalismo, degenera in mero spirito di appartenenza, schieramento astratto, fideismo.
Una bandiera, solo una bandiera, contro l’altra.
E, di nuovo, sotto la bandiera, niente (60).
L’Ottobre russo non fu solo contro la guerra, non fu "pacifista", non fece solo "guerra alla guerra",
ma trasformò la guerra in rivoluzione sociale (61).
Pensare strategicamente significa sapersi dotare oggi anche degli strumenti culturali per la
trasformazione socialista nel XXI secolo.
Non guarderemo allora alla storia del comunismo novecentesco come una testimonianza del
passato da salvaguardare dalle intemperie e intemperanze dei nuovi barbari, come monaci
amanuensi che salvano i tesori perduti dei classici antichi, ma come una miniera preziosa, un tesoro
di esperienze da cui apprendere, un patrimonio di inestimabile valore in cui affondano le radici
della nostra identità e del nostro futuro. Non vivremo così immersi nella tattica quotidiana di un
presente senza storia, ma nella prospettiva strategica della costruzione delle condizioni della
rivoluzione, che è nelle cose presenti.
Per tutto questo abbiamo bisogno di studi scientifici e capacità critica (la verità è rivoluzionaria!)
per liberare la storia dell’URSS e delle rivoluzioni socialiste dalla gabbia di menzogne, denigrazioni,
demonizzazioni, categorie interpretative parziali, riduttive, devianti ("burocrazia", "statalismo",
"totalitarismo", "capitalismo di Stato", "dispotismo burocratico" "arcipelago GULAG") che è stata
costruita nel corso del ‘900 e si è consolidata in questi ultimi anni, in cui lo stravolgimento dei
fatti, frutto di una feroce lotta ideologica condotta dal capitale (si vedano operazioni da “Libro
nero del comunismo” (62)) è divenuto senso comune grazie anche alla cortina di silenzio
opprimente e liquidatorio che sull’esperienza dell’URSS e dei paesi socialisti è calata a sinistra, sì
che si possono contare sulle dita di una mano le iniziative che negli ultimi 10-12 anni sono state
dedicate a restituire ai comunisti, e soprattutto alle giovani generazioni, una storia di uomini in
carne ed ossa che hanno tentato in condizioni difficilissime "l’assalto al cielo", il più grandioso
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progetto di emancipazione che l’umanità abbia conosciuto (63) .
La prima cosa di cui abbiamo bisogno oggi è di riappropriarci (e farne appropriare le giovani
generazioni) di quella storia, senza giustificazionismi apologetici e senza demonizzazioni.
Oggi sono purtroppo altri a raccontarla, in modo grottesco, deformato, riduttivo.
Ma essa, invece, è la nostra storia, e come tale va sentita e interpretata: nessun serio progetto di
emancipazione dell’umanità può ritenere di eluderla o aggirarla, ritenendola storia altra, o
addirittura opposta rispetto al suo progetto. Come comunisti non lottiamo semplicemente per le
trasformazioni di assetti istituzionali, di conquista di diritti civili.
Sacrosanti, benissimo, però il comunismo è un'altra cosa.
Cioè il comunismo è il movimento per abolire i rapporti di produzione capitalistici; che non sono
semplicemente i rapporti di proprietà.
Al momento attuale il movimento dei lavoratori nei paesi capitalisti, sconta il problema d'essere
irretito in massa nelle strutture del sistema (parlamento, governo, controllo padronale, sindacati,
istituzioni locali e altro). La potente influenza ideologica borghese sul movimento dei lavoratori è
espressa anche dal revisionismo e l'opportunismo in numerosi Partiti Comunisti.
Ora, che i bisogni immediati stanno cambiando sia da parte del capitale che della classe operaia, è
più che mai certo che la lotta di classe non può muoversi su un piano difensivo, per la salvaguardia
dei diritti acquisiti. Risultati immediati e, in particolare, a lungo termine, possono essere raggiunti
solo politicizzando l'azione, con rivendicazioni che contrastino la strategia del capitale, che
rivendichino la ricchezza a beneficio di chi l'ha prodotta, e che contestualmente preparino i fattori
soggettivi per la conquista del potere.
Queste lotte possono dare origine a rapporti di forza favorevoli alla classe operaia e ai suoi
potenziali alleati, le masse popolari.
Uno dei compiti principali del fronte ideologico comunista è di ripristinare agli occhi dei lavoratori
la verità sul socialismo del XX secolo, senza idealizzazioni, in modo obiettivo e scevro delle
calunnie borghesi. La difesa delle leggi di sviluppo del socialismo e la difesa del contributo al
socialismo nel XX secolo offrono una risposta alle teorie opportuniste sui "modelli" socialisti
adattati alle peculiarità "nazionali", e confutano le discussioni disfattiste sugli errori commessi.
Le riforme strutturali operate in Unione Sovietica, dopo la morte di Stalin, trovarono applicazione
nei paesi socialisti dell'Europa orientale, con il supporto teorico dei Dubcek, degli Ota Sik
(Cecoslovacchia), dei Bahro (DDR), ecc., e di altri "dissidenti” che proponevano in sostanza forme
utopistiche di capitalismo dal "volto umano".
A questi "perseguitati" dai regimi "staliniani" venne offerta una sponda solidale dagli intellettuali
"marxisti" che dichiaravano di criticare da "sinistra" il "socialismo reale" e che, in definitiva, lo
facevano ricorrendo a categorie idealiste (modelli astratti e aclassisti di democrazia, di legalità,
ecc.) mutuate dall'ideologia borghese di cui finivano per essere succubi (64).
La difesa di questo contributo è, per noi comunisti, un criterio nelle relazioni con le altre
organizzazioni comuniste in Italia e con gli altri Partiti Comunisti e dei lavoratori nel mondo, per
la creazione di un polo comunista nel movimento anticapitalista-antimperialista internazionale.
La calunnia e la crociata anticomunista non possono nascondere a lungo la verità.
Il sentimento anticomunista, alimentato tra l'altro dal revisionismo storico, è indice della paura
della classe borghese.
E' provato che non esiste un modello senza classi o una terza via nel sistema capitalista: la via o
persegue l'imperialismo, ossia la gestione del sistema capitalista, o il socialismo.
Tutti i miti, vecchi o contemporanei, saranno abbattuti e denunciati nella pratica: il "liberismo
economico", la "competitività", la "modernizzazione", il "consenso", il "dialogo sociale", la
"democrazia delle istituzioni", le "scelte a senso unico" e i miti sulla sicurezza e sul rispetto della
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sovranità e delle frontiere.
La domanda è: chi è al potere, chi domina, chi ne trae beneficio, a quale fine?
E' bene chiarire subito se è vero che già Engels (nell'introduzione del 1891 a La guerra civile in
Francia di Marx) osservava che "i filistei socialdemocratici sono stati recentemente afferrati da un
sacro terrore sentendo pronunciare l’espressione "dittatura del proletariato" ": un simile terrore
afferra ancora oggi parecchie persone, anche tra coloro che si ritengono comunisti, nella sinistra di
classe.
La ragione di ciò può essere rintracciata proprio nell’ipocrisia verbale dell’ideologia dominante,
che si risciacqua volentieri la bocca con la parola "democrazia".
Ora, mentre etimologicamente "dittatura" vuol chiaramente significare il comandare, il dettare
leggi, applicandosi quindi il termine esplicitamente a chi detenga siffatto comando (un individuo,
un autocrate, un magistrato eletto, un organismo o una classe), "democrazia" vorrebbe dare a
intendere che si tratti di "potere del popolo": e quest’ultima circostanza è quanto di più lontano
dalla realtà, antica e moderna, si possa immaginare. "Il potere politico, nel senso proprio della
parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra" (scrivevano Engels e
Marx, a conclusione del programma politico del Manifesto, nel 1848). È ovvia, perciò, la ragione
per cui i "filistei" borghesi quanto più esercitano unilateralmente il potere (il potere di classe) tanto
più amano nascondersi dietro false parole chiamandolo invece "potere del popolo". Cosicché,
dietro un termine che ambiguo non sarebbe, se non fosse usato ambiguamente, qual è
"democrazia", l’ideologia che la vuole imporre come parola costringe a farle porre appresso una
sequela di aggettivazioni, assai spesso inconsistenti col termine stesso: affinché "democrazia" diventi
tutto quello che non è.
Semplicemente Engels, Marx, Lenin, chiamavano il "comando della classe borghese" col termine
proprio di dittatura della borghesia, poiché quella era, ed è, la classe sociale che "detta" legge,
senza doversi inventare una terminologia come "democrazia borghese", a tal punto mistificatoria
che testualmente vorrebbe dire "potere del popolo ... borghese"!
Similmente (per quanti, come i comunisti, ritengano impossibile che il potere sia esercitato
contemporaneamente dalla borghesia e dal proletariato) quando si presentino le condizioni
storiche per cui a "dettar" legge siano i lavoratori, è molto più corretto e non equivoco parlare di
dittatura del proletariato.
Con il che si vuol dire che allo Stato (come ha scritto Marx, nella Critica al programma di Gotha,
nel 1875) al quale "corrisponde un periodo di transizione politica" che si colloca come "periodo di
trasformazione rivoluzionaria, tra la società capitalistica e la società comunista".
Riacquisire terminologia e linguaggio autonomi, di classe, scientificamente corretti e adeguati
all’epoca storica, è tale dunque da non provocare alcun "terrore".
Anzi, sarebbe più saggio aver paura della parolina "democrazia" (65).
La classe operaia e le fasce povere della popolazione non resteranno inchiodate al passato.
La classe lavoratrice, in particolare le nuove generazioni, i giovani delle masse popolari in generale,
meritano un solo futuro, quello tanto temuto dall'imperialismo: un futuro socialista-comunista.
Nel nome e nel ricordo della gloriosa rivoluzione socialista d'Ottobre, avanti,
compagne e compagni, verso la ricostruzione del Partito Comunista in Italia legato
al movimento comunista internazionale!
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Riferimenti bibliografici
1 - http://www.sitocomunista.it/marxismo/gramsci/tesi_lione/analisi.html, punto 4.
L'architrave centrale dell'elaborato delle tesi di Lione del 1926 fu diamentralmente opposta alla svolta di Salerno intrapresa dal PCI nel 1944.
Nella scelta compromissoria di Salerno era inscritta la cancellazione delle speranze e delle aspirazioni di tanti che avevano combattuto non solo
per la liberazione dai nazifascisti ma soprattutto per la liberazione sociale, per una società senza sfruttatori, senza ingiustizie di classe, per
l'edificazione di una societa socialista in Italia.
In proposito si veda il libro di Salvatore Solano, Il piano inclinato. I comunisti italiani tra prospettive rivoluzionarie e politica di unità
nazionale (1943-1948), Saverio Moscato Editore, Catania, 2003.
2 - Giuseppe. Boffa, La rivoluzione russa, in Storia delle rivoluzioni del XX secolo (a cura di Roberto Bonchio), introduzione di Eric
Hobsbawm, Editori Riuniti, Roma, 1966, cap. I 1905: dalla scintilla divamperà l'incendio, pp. 3-5.
3 - Cfr. Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924 (1997), Tea, Milano, 2000.
4 - Per una storia dettagliata della rivoluzione cinese cfr. Enrica Collotti Pischel, La rivoluzione cinese, in Storia delle rivoluzioni del XX secolo
(a cura di Roberto Bonchio), introduzione di Eric Hobsbawm, cit. .
Ciò non toglie le "straordinarie" "conquiste sociali dell'era di Mao", che hanno visto un netto miglioramento delle condizioni economiche,
sociali e culturali e un forte innalzamento dell' "attesa di vita" del popolo cinese.
Senza questi presupposti non si può comprendere il prodigioso sviluppo economico che successivamente ha liberato centinaia di milioni di
persone dalla fame e persino dalla morte per inedia (Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli,
Milano, 2008, pp. 406-407).
5 - Luciano Canfora, Pensare la rivoluzione russa, Teti Editori, Roma, 1995, p. 20.
L'autore dimostra la radicale infondatezza della storiografia revisionista secondo cui la rivoluzione d'Ottobre non sarebbe che un putsch.
6 - Cfr. :
- E. J. Carr, La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917-1929), Einaudi, Torino, 1980, pp. 15-16, 19-20 e segg.;
- G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica. 1917-1927. Dalla Russia degli zar al bolscevismo. La figura di Lenin. Gli anni della NEP. Gli scontri
fra Stalin, Trockij, Zinoviev e Bucharin, l'Unità, Roma, 1990, vol. 1, pp. 132-135, 225-230, 242-243.
7 - Si veda l'articolo suddiviso in due parti consultabile in
http://www.letturefantastiche.com/il_tramonto_dell_impero_sovietico_e_la_caduta_del_muro_di_berlino_2.html, e su questa scia tanti altri
consultabili in Internet. In proposito però è giusto ricordare che negli anni scorsi in Germania era uscito il libro di uno storico, Wilfried Loth,
intitolato Il figlio poco amato di Stalin (Stalins ungeliebtes kind, Rowohlt, 1994). Il "figlio poco amato" è per l'appunto la Repubblica
Democratica Tedesca.
Cosa sostiene quel libro?
Che Stalin era convinto, almeno questo parrebbe dall'analisi di scritti e discorsi, dalle relazioni di chi potè avere diretto contatto con lui, che
fosse molto difficile per l'Unione Sovietica tenere in piedi col mondo occidentale un fronte così lontano, che un confine sull'Elba, nel cuore
dell'Europa, fosse troppo avanzato per essere sostenibile.
Loth affermà che Stalin non era sicuro di poter consolidare una repubblica tedesca dell'Est.
Cfr. Wilifried Loth, Stalins ungeliebtes kind. Warum Moskau die DDR nicht wolte, Rowholt, Berlin, 1994.
8 - Cfr. Gyorgy Dalos, Ungheria, 1956, Donzelli, Roma, 2006.
9 - Per un quadro sintetico e piuttosto esauriente delle analisi e dei tentativi di spiegazioni prodotti nell’ultimo decennio degli anni '90 sul crollo
del sistema sovietico, cfr. A. Höbel, "Il crollo dell’Unione sovietica. Fattori di crisi e interpretazioni ", in Problemi della transizione al
socialismo in URSS, La Città del Sole, Napoli, 2004.
10 - Su questa scia si colloca il libro di F. Furet dal titolo Il passato di un illusione. L'idea comunista nel XX secolo, a cura di M. Valensise,
Mondadori, Milano, 1995.
11 - Tale logica guida il famigerato Libro nero del comunismo.
Cfr. Stèphane Courtois (a cura di), Nicolas Werth, Jean-Louise Pannè, Andrezej Paczowski, Karel Bartosek, Jean-Louis Margolin, Il libro nero
del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano, 1998.
In proposito cfr. anche Stèphane Courtois (a cura di), Joachim Gauck, Aleksandr Jakovlev, Martin Malia, Mart Laar, Plamen Cvetkov,
Ljubomir Ognjanov, Donju Sarlanov, Romulus Rusan, Ehrhart Neubert, Ilios Yannakakis, Philippe Baillet, Il libro nero del comunismo
europeo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano, 2002.
12 - John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi, Cantieri Carta/Edizioni Intra Moenia,
Roma, 2004.
J. Holloway era stato, tra l'altro, uno dei "amìtres à penser" del sig. Bertinotti nelle sue farneticazioni degli ultimi anni sulla "rinuncia alla
conquista del potere", che nel 2006 gli avevano valso (non troppo paradossalmente) la.. conquista della presidenza della Camera dei Deputati.
15
13 - Cfr. Il nostro Ottobre, numero unico a cura del Centro Studi sui problemi della transizione al socialismo per il 90° anniversario della
rivoluzione, La Città del Sole, Napoli, 2007.
14 - Al punto che nel 1992 lo "storico" Andreucci alterò alcune documentazioni presenti negli archivi del Komintern.
Andreucci venne clamorosamente smascherato da "La Repubblica" (si veda Clamorosa sorpresa negli archivi del Komintern. Giallo a Mosca
manipolata la lettera di Togliatti, 14/2/1992, pp. 11-13); le sue "rivelazioni", furono esaltate, con involontaria ironia, da F. Bigazzi che le
presentò come la "verità sul comunismo" (si veda Migliore o peggiore?, "Panorama", n. 1348, 16/2/1992, pp. 40 e sgg.).
Resta aperto l'interrogativo: quanti Andreucci ci sono in circolazione e si dedicano all'ignobile attività di falsari?
15 - Un esempio di come in maniera falsa si può ridurre la storia dell'URSS ad una specie di gigantesco campo di detenzione è la monografia di
Alexander
Solcenytzin
in
5
tomi
dal
titolo
Arcipelago
GULAG
disponibile
http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/arcipelago_gulag.pdf.
Cfr. A. Solzenicyn, Arcipelago GULAG. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa, Mondadori, Milano, 1975-1978.
nel
sito
16 - Si veda Robert Conquest, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica (1986), Liberal, Roma, 2001.
17 - Si veda il sito dello storico marxista inglese Groover Furr, http://chss.montclair.edu/english/furr/homepage.html
18 - Ludo Martens, Stalin. Un altro punto di vista (a cura di Adriana Chiaia), Zambon Editore, Verona, 2006.
19 - Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma, 2008.
20 - Luciano Canfora, La democrazia. Storia di un ideologia, Laterza, Roma-Bari, nuova edizione, 2006.
21 - Andrea Catone, La transizione bloccata. Il "modo di produzione sovietico" e la dissoluzione dell'URSS, Laboratorio Politico, Napoli, 1998.
22 - Cfr. V. N. Zemskov:
- Arhipelag GULAG: glazami pisatelja i statistika, in "Argumenty i Fackty ", 1989, n. 45 ;
- Specposelency (po dokumentam NKVD-MVD-SSR), in "Socoliogiceskie Issledovanija", 1990, n. 11, pp. 3-17;
- GULAG (istoriko-sociologiceskij aspeckt), in "Socoliogiceskie Issledovanija", 1991, n. 6, p. 1;
- Sud'ba Kulackoj ssylki (1934-1954 gg.), in "Otecestvannaja Istorija", 1994, n. 1, pp. 118-147;
- Zakljucennye v 1930-e gody: social'no-demograficeskie problemy, in "Otecestvannaja Istorija", Luglio-Agosto 1997, n. 4.
23 - Cfr. J. Arch Getty :
- To the editors kritika: explorations in Russian and eurasian history, Winter, 2004, vol. 5, n. 1;
- Trotsky in exile: the founding of the Fourth International, in Soviet Studies XXXVIII, Gennaio 1986, n. 1, pp. 24-35;
- Origins of the great purges: the Soviet Communist Party reconsidered, 1933-1938, Cambridge University Press, 1989;
- Post to h-Russia list, 24 Novembre 1998, in < http://tinyurl.com/getty-trotskylied >.
24 - Cfr. Lynne Viola:
- The unknown GULAG: the lost world of stalin's special settlements, Oxford University Press, USA, 2009;
- Peasant rebels under Stalin: collectivization and the culture of peasant resistance, Oxford University Press, USA, 1999;
- The best sons of the fatherland: workers in the vanguard of soviet collectivization, Oxford University Press, Oxford, New York, 1987;
25 - Cfr. R. W. Thurston :
- Life and terror in stalin's Russia 1934-1941, Yale University Press, New Haven-London, 1996 (una recensione scientifica su questo libro è
fatta dallo storico Groover Furr su http://clogic.eserver.org/1-2/furr.html) ;
- "Fear and belief in the USSR " Great Terror " : response to arrest, 1935-1939, in Slavic Review, 1986, n. 45;
- On desk-bound parochialism, commonsense perspectives, and lousy evidence: a reply to Robert Conquest, in Slavic Review,1986, n. 45, pp.
238-244;
- Humor and terror in the USSR, 1935-1941, in Journal of Social History, 1991, n. 24, pp. 541-562;
- The soviet family during the great terror, 1935-194, in Soviet Studies, 1991, n. 43, pp. 553-574.
26 - D. Tottle, Fraud. famine ad fascism. The ukrainian genocide myth from Hitler to Harvard, Progress Books, Toronto, 1987.
27 - Andrea Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica 1914-1945, Il Mulino, Bologna, 2007.
28 - S. G. Wheatcroft, Victims of stalinism and the soviet secret police. The comparability and reliability of archival data. Not the last word,
Europe-Asia Studies, 51-515-545, 1999.
29 - T. H. Rigby, Il Partito Comunista Sovietico, 1917-1976, Feltrinelli, Milano, 1977.
30 - Wendy Z. Goldman, Democrazia e terrore. Le dinamiche della repressione nell'era di Stalin, Donzelli Editore, Roma, 2007.
31 - Orlando Figes, Sospetto e silenzio. Vite private nella Russia di Stalin, Mondadori, Roma, 2009.
Questo ponderoso volume (di 637 pagine) è frutto di un’approfondita ricerca documentaria.
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È un utile contributo alla conoscenza della società sovietica durante un periodo di tempo che prende le mosse ben prima della vittoria politica
di Stalin sulle opposizioni e si conclude con il 1953, cioè con la morte di Stalin.
32 - Si veda in proposito J. A. Getty, G. T. Rittersporn, V. N. Zemskov, Victims of the soviet penal system in the pre-war years: a first
approach on the basis of archival evidence, in American Historical Review, Giugno 1994.
Si veda anche N. Werth, "GOULAG : les
vrais chiffres", in L'Histoire, n° 169, 1993.
33 - Per quanto riguarda ciò cfr. http://clogic.eserver.org/2009/Furr.pdf.
34 - Sulla stessa linea d'onda di Conquest si colloca il seguente sito http://criminicomunisti.forumup.it/about730-criminicomunisti.html.
35 - Cfr. http://www.radioradicale.it/scheda/241104/il-terrore-in-unione-sovietica-fra-il-1917-e-il-1953.
36 - Cfr. http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/rivoluzione_bolscevica/urss_origini_industriali.htm.
37 - Cfr. Robert Conquest, The harvest of sorrow: soviet collectivization and the terror-famine, University of Alberta Press, London, 1986.
38 - Cfr. A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, Editoriale Contra, Milano 1966.
39 - Robert Conquest, Il grande terrore. Le purghe di Stalin degli anni Trenta, nuova edizione riveduta e aggiornata, a cura di P. Dossena,
Rizzoli, Milano, 2000.
40 - Cfr. A. Cristiani e V. Misaleva (a cura di), Le repressioni degli anni Trenta nell'armata rossa, raccolta di documenti, Istituto Universitario
Orientalistica, Napoli, 1996.
41 - Tali amenità sono contenute nel libro del noto ex dissidente sovietico R. A. Medvedev, Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze,
Mondadori, Milano, 1977.
42 - Ibidem.
43 - Cfr. http://www.istitutoresistenzacuneo.it/didattica/materiali_didattici/russia-stalin-putin-georgia_deamicis-dic08_.pdf
44 - Cfr. William Chase, Enemies within the gates? The COMINTERN and stalinist repression, 1934-1939,Yale University Press, New Haven-
London, 2001.
I documenti del KOMINERN che usa in maniera truffaldina William Chase sono disponibili in http://www.yale.edu/annals/Chase/intro.htm.
45 - Esemplari di questa logica anti-scientifica (al di fuori di qualsiasi contestualizzazione storica e di un uso rigoroso delle fonti, finendo con
l'appiattirsi sul modello di quell’uso politico e strumentale della storia affermatosi coi libri di Pansa) sono i tre seguenti articoli:
- http://ripartiamodasinistra.blogspot.com/search?q=Patto+Molotov-Ribbentrop
- http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c3:o1454
- http://www.marxismo.net/content/view/3529/156/ .
46 - Cfr. Cristopher Andrew, Oleg Gordievskyij, La storia segreta del KGB (1993), BUR Editore, Milano, 2005.
47 - Cfr. Ted Grant, Russia. Dalla rivoluzione alla controrivoluzione, AC Editoriale, Milano, 1998.
48 - Cfr. Ronald Radosh, Mary Radosh Habeck, Grigory Sevostianov, Spain betrayed: the Soviet Union in the spanish civil war, in Annals of
Communism Series, Yale University Press, 2001.
49 - Cfr. N. Chruscev, Sul culto della personalità e le sue conseguenze, rapporto al XX congresso del PCUS (25 Febbraio 1956), in A. Tasca (a
cura di), Autopsia dello stalinismo, Comunità, Milano, 1958.
50 - Cfr. M. Gjuboglo e A. Kuznecov (a cura di), Deportacii narodov SSSR, 1930-ye-1950-ye gody (La deportazione delle popolazioni
dell'URSS negli anni Trenta-Cinquanta), raccolta di documenti, Moskva, 1992.
51 - Cfr. Buber Margarete Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino, Roma, 2005.
52 - Cfr. Ted Grant, Op. cit. .
53 - In proposito esiste una fiorente letteratura anticomunista.
Per limitarci all'Italia cfr. :
- Elena Dundovich, Tra esilio e castigo. Il Komintern, il PCI e la repressione degli antifascisti italiani in URSS (1936-1938), Carocci, Roma,
1998;
- Guelfo Zaccaria, 200 comunisti italiani tra le vittime dello stalinismo,Azione Comune, Milano 1964;
- Dante Corneli, Lo stalinismo in Italia e nell'emigrazione antifascista. Rappresentanti del COMINTERN. Dirigenti e funzionari di partito.
Persecutori e vittime, Tipografia Ferrante, Roma, 1979;
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- Romolo Caccavale, La speranza di Stalin. Tragedia dell'antifascismo italiano nell'URSS, Valerio Levi, Roma, 1989;
- Romolo Caccavale, Comunisti italiani in Unione Sovietica. Proscritti da Mussolini, soppressi da Stalin, Mursia, Milano, 1995;
- G. Lehner, F. Bigazzi, Carnefici e vittime. I crimini del PCI in Unione Sovietica, Mondadori, Milano, 2006;
- E. Dundovich, F. Gori, Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma-Bari, 2006;
- E. Dandovich, F. Gori, E. Guercetti, Reflections on the GULAG. With a documentary appendix on the italian victims of repression in the
USSR, Feltrinelli Editore, Milano, 2003.
54 - Anne Applebaum, GULAG. Storia dei campi di concentramento sovietici, Mondadori, Milano, 2004.
55 - Oleg V. Chlevnjuk, Storia del GULAG. Dalla collettivizzazione al grande terrore, Einaudi, Torino, 2006.
Un altro esempio (sulla scia di Chlevnjuk) che racconta una storia ben diversa dalle proprie intenzioni dichiaratamente anticomuniste è il
seguente volume di Nicolas Werth (uno degli ex co-autori del famigerato Libro nero del comunismo), L' isola dei cannibali. Siberia, 1933: una
storia di orrore all'interno dell'arcipelago GULAG, Corbaccio, Milano, 2007.
56 - H. Kuromiya, Stalin's industrial revolution. Politics and workers, 1928-1932, Cambridge University Press, Cambridge-New York, 1988.
57 - Cfr. Aldo Agosti, Stalin 1879-1953. Un protagonista degli anni che sconvolsero il mondo, Editori Riuniti, Roma, 1983, pp. 71-72.
58 - In proposito per vedere l'infondatezza di tutte le accuse di Cruschev contenute nel Rapporto segreto al XX congresso del PCUS cfr.
http://publ.lib.ru/ARCHIVES/F/FERR_Grover/_Ferr_G..html.
59 - Sui disastri della "destalinizzazione" cfr. :
- il volume Dossier dei comunisti cinesi: sulle divergenze con Chruscev, Togliatti, Breznev. Il revisionismo (a cura di Walter Peruzzi), Bertani
Editore, Verona, 1972;
- Kurt Gossweiler, Contro il revisionismo da Chruscev a Gorbacev: saggi, diari e documenti, Zambon Editore, Verona, 2009.
60 - Su tutto ciò cfr. Gianfranco Pala, La storia e la rivoluzione: il programma minimo per un socialismo possibile, Laboratorio Politico,
Napoli, 1995.
61 - Su tutto ciò cfr. Domenico Losurdo, La non -violenza. Una storia fuori dal mito, Editori Laterza, Bari, 2010.
62 - Cfr. Aa. Vv., Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, cit.
63 - Una proposta per riprendere il filo interrotto di un lavoro indispensabile allo stato attuale venne dal convegno svoltosi a Napoli nel 2003,
dove studiosi militanti di diverse competenze specialistiche (storici, filosofi, economisti, scienziati, sociologi, giuristi, storici della cultura,
politologi) hanno affrontato alcune delle più importanti questioni, di approccio metodologico e di analisi storica, della storia dell’URSS, con il
progetto, ben più ambizioso e controcorrente, di dar vita a un Centro studi sui Problemi della Transizione al Socialismo.
Gli atti sono pubblicati nel volume citato Problemi della transizione al socialismo in URSS, cit.
64 - Un esempio di questo genere fu il convegno Potere e opposizione nella società post-rivoluzionarie. Una discussione nella sinistra.
Atti del convegno "indetto da Il Manifesto-PDUP e da un gruppo di intellettuali, sindacalisti e politici di varie correnti della sinistra europea"
nel Novembre del 1977.
65 - In proposito cfr. Enzo Gamba, Gianfranco Pala, Il programma minimo di classe. Per la prassi dei comunisti in una fase non rivoluzionaria,
Laboratorio Politico, Napoli, 1996
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