The Lab`s Quarterly Il Trimestrale del Laboratorio

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The Lab`s Quarterly Il Trimestrale del Laboratorio
The Lab’s Quarterly
Il Trimestrale del Laboratorio
2010 / n. 4 / settembre-dicembre
Laboratorio di Ricerca Sociale
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Università di Pisa
Direttore:
Massimo Ampola
Comitato scientifico:
Roberto Faenza
Paolo Bagnoli
Mauro Grassi
Antonio Thiery
Franco Martorana
Comitato di Redazione:
Stefania Milella
Luca Lischi
Gerardo Pastore
Marco Chiuppesi
Segretario di Redazione:
Luca Corchia
ISSN 2035-5548
© Laboratorio di Ricerca Sociale
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Università di Pisa
The Lab’s Quarterly
Il Trimestrale del Laboratorio
2010 / n. 4 / settembre-dicembre
SOCIOLOGIA DELLA CULTURA
Fiorenza Ratti
Itinerari della ricerca di sé
Anton Reiser di Karl Philipp Moritz
3
SOCIOBIOLOGIA
Andrea Tommei
L’evoluzionismo morale di Frans De Waal.
Un nuovo modello della sociogiologia
27
SOCIOLOGIA POLITICA
Dalia Galeotti
Governance.
Una prospettiva critica
58
CONFRONTI
Aleksandra Binaj
La condizione femminile in Albania.
Storia, istituzioni e società
100
Odile Hourcade
El accionar de los gobiernos subestatales en escenario
internacional y la cooperación descentralizada como
producto del mismo
148
Lo spirito sociologico di Calvino.
Nota su Italo Calvino. La realtà dell’immaginazione e le
ambivalenze del moderno di Elena Gremigni
166
RECENSIONI
Marco Trainito
Laboratorio di Ricerca Sociale
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Università di Pisa
CONFRONTI
LA CONDIZIONE FEMMINILE IN ALBANIA.
STORIA, ISTITUZIONI E SOCIETÀ
Aleksandra Binaj
Indice
Introduzione
1. Breve cronologia storico-istituzionale dell’Albania
2. La donna albanese nella storia
3. La donna nella vita politica albanese
4. Conclusioni
Riferimenti bibliografici
101
104
115
135
143
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Aleksandra Binaj
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INTRODUZIONE
Questo studio si pone l’obiettivo di analizzare la condizione effettiva
della donna in Albania, con particolare riferimento al percorso che ha
condotto verso la democrazia in una prospettiva tra le più importanti,
quella dell’uguaglianza di genere.
L’articolo 18 della Costituzione Albanese, in merito ai diritti fondamentali, sancisce che non possa esserci “nessun tipo di discriminazione
in base al sesso”. Le leggi dello Stato sono chiamate ad attuare questo
principio e a stabilire i controlli opportuni affinché l’uguaglianza di genere sia una realtà in tutti gli aspetti della vita comune e individuale.
In contrapposizione con lo spirito dell’articolo 18, e di molte altre
disposizioni legislative in tal senso, il processo dell’uguaglianza di
genere si è mosso spesso in altre direzioni, non sempre coerenti con
questi obiettivi.
Nonostante il continuo e ripetuto flusso di notizie diffusesi negli ultimi anni sull’Albania, ancora per molti aspetti rimane un mondo sconosciuto e difficile da indagare. Diventa ancora più complesso ed imperscrutabile quando si affrontano problemi complessi quale è quello
della discriminazione di genere e dei processi di emancipazione femminile.
Le donne albanesi rappresentano più del 50% della popolazione, ciò
nonostante perdura la loro esclusione dalla vita economica, politica e
sociale.
Per poter comprendere meglio le problematiche dell’attuale condizione femminile in Albania è necessario dare uno sguardo il più ampio possibile alle radici storiche del paese. La genesi di molti fenomeni è da ricercare nella cultura, nei processi e nelle trasformazioni sociali, economiche e politiche susseguitisi, avvicendando progressi a
regressioni.
La disuguaglianza di genere annovera radici molto profonde, legate
alla specifica forma di organizzazione della vita sociale, politica ed
economica dell’Albania, alla diffusione di una particolare cultura tradizionale familiare di tipo spiccatamente patriarcale.
Il presente lavoro si propone di analizzare il tema dell’uguaglianza,
dell’emancipazione, delle pari opportunità e della questione dei diritti
civili e politici delle donne albanesi. Fare un bilancio di quale sia la
condizione attuale, consentirà forse di comprendere anche molti problemi del reale compimento del sistema democratico albanese di età
contemporanea.
Si ripercorrerà la condizione della donna albanese attraverso i mol-
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teplici mutamenti storici che ne hanno caratterizzato il percorso: da
una società patriarcale dominata dalle leggi consuetudinarie del Kanun, alla quali si aggiunsero regole imposte dalle popolazioni che occuparono il territorio albanese1, per poi passare al pluridecennale regime comunista, fino agli anni della transizione democratica e alla
contemporaneità, una nuova società dove la libertà e i diritti sono riconosciuti a tutti, ma non da tutti sono effettivamente goduti.
L’interesse del tema nasce dal fatto che la caduta del regime comunista ha messo la società albanese di fronte alla sfida della costruzione
di una forma di stato veramente democratica. Fin quando esisteranno
delle categorie discriminate, come nel caso delle donne, l’Albania non
potrà raggiungere una piena democrazia.
Il presente lavoro è diviso in tre paragrafi.
Nel primo paragrafo si traccia un breve quadro storico dell’Albania,
utile per comprenderne caratteri e peculiarità.
Partendo dalle prime popolazioni insediatesi sul territorio, gli Illiri,
spicca fin da subito la figura della donna albanese rappresentata dalla
regina Teuta, che per tanti anni guidò con tenacia e astuzia la resistenza del suo popolo contro i Romani e che si dimostrò capace di dominare su tutte le tribù balcaniche dell’epoca. L’idea di libertà e di difesa
della propria nazionalità che sempre ha accompagnato il popolo albanese nacque cosi anche grazie al contributo di una donna.
Il secondo paragrafo è dedicato alla posizione della donna albanese
nella società patriarcale e che, in Albania, trovò il suo fondamento nei
diritti consuetudinari del Kanun.
In questo testo la donna era umiliata, privata di ogni diritto (fin dalla nascita essere una femmina equivaleva ad una disgrazia per la famiglia), ma allo stesso tempo, al di fuori delle mura domestiche, veniva
considerata sacra e intoccabile.
Durante il periodo delle guerre mondiali l’unico atto emancipatorio
che fu riconosciuto alle donne fu quello di lottare per la libertà della
nazione.
Con la fine del secondo conflitto bellico, il governo comunista del
regime di Hoxha dette il via a grandi iniziative per favorire
l’emancipazione delle albanesi. Nonostante l’impegno per il coinvolgimento sociale, lavorativo e politico delle donne, il governo di Hoxha
non promosse mai una vera liberazione femminile. La dottoressa, la
direttrice di un cantiere, l’ingegnera, la cooperatrice agricola, dopo
aver impartito gli ordini agli uomini per le otto ore della sua giornata
1
Il velo e la famiglia poligamica furono introdotti dai Turchi.
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di lavoro, tornava a casa e si trasformava nella schiava del marito. Lo
stato socialista contribuì solo da un punto di vista sociale a migliorare
la condizione della popolazione femminile, ma non ebbe alcun effetto
sulle relazioni di genere di ambito privato.
Dopo il crollo del regime comunista, a partire dagli anni Novanta, gli
uomini ripristinarono rapidamente le antiche tradizioni patriarcali dimostratesi fortemente lesive dei diritti delle donne. Nei primi anni del nuovo sistema democratico furono tante le emergenze da affrontare che assunsero carattere di priorità rispetto a quello dell’emancipazione muliebre: il crollo economico, l’emigrazione massiccia e la disoccupazione.
Il soggetto più colpito dalla crisi fu proprio la donna. Migliaia di
donne rimaste senza lavoro, senza nessun tipo di protezione, senza tutela a fronte di uno Stato debole, privo dei meccanismi sufficienti per
intervenire in loro appoggio.
Per la donna albanese i primi anni della transizione democratica
hanno significato un vero e proprio ritorno al passato e alle tradizioni
patriarcali. Di nuovo si è imposto il modello della casalinga con il
compito di accudire la casa, i figli, di lavorare la terra di proprietà del
marito, succube della violenza familiare. Un destino ancora peggiore
attendeva tutte coloro che, nel tentativo di sfuggire a questa condizione, cercavano altre vie d’uscita, spesso allontanandosi dalle loro famiglie e finendo vittime della prostituzione.
Anche quelle poche donne fortunate che poterono mantenere o trovare una stabilità lavorativa, hanno dovuto fare i conti con la discriminazione sessuale nella rimunerazione e nella possibilità di far carriera.
La donna albanese è stato senz’altro il soggetto più vulnerabile degli
anni della transizione.
Successivamente, con i primi passi della ripresa economica e politica dell’Albania, anche la situazione della donna è potuta migliorare.
Grazie alla conquista di una nuova coscienza collettiva, le donne crearono le prime associazioni per difendere i loro diritti. Oggigiorno le
ONG femminili rappresentano l’elemento più importante e dinamico
della società albanese nella lotta contro la discriminazione di genere. Il
loro intervento ha reso possibile un processo di sensibilizzazione sia
dell’opinione pubblica, sia delle istituzioni, in materia di problematiche femminili.
Tutto ciò è stato rafforzato anche grazie alle raccomandazioni fatte
dall’ONU contro la discriminazione delle donne.
Nel 1995 è nato il primo gruppo parlamentare albanese per i diritti
delle donne e ha partecipato anche alla conferenza mondiale svoltasi a
Pechino in quell’anno. Furono i primi passi verso una coscienza fem-
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minile nazionale.
Il governo albanese negli ultimi anni ha reagito positivamente a
questi impulsi, non solo con leggi e direttive, ma intraprendendo anche azioni più concrete.
Nel terzo paragrafo si analizza il rapporto esistente nella contemporaneità tra le donne e la politica.
L’esclusione della donna dall’esercizio dai diritti politici fino alla
seconda guerra mondiale deriva da una concezione tradizionale
d’impronta patriarcale che considera la donna destinata solo
all’ambito domestico e l’uomo alla gestione delle faccende pubbliche.
Questa eredità storica ha ridotto la donna albanese in una condizione
di svantaggio in termini di diritti di rappresentanza, ai quali vanno aggiunte le difficoltà di natura sociale ed economica. A quasi diciotto
anni dalla nascita della democrazia in Albania, le donne ancora continuano a trovare ostacoli nell’accedere alle cariche parlamentari e altri
organi esecutivi.
Tra gli obiettivi primari del governo albanese nel cammino verso
la piena democrazia, diviene pertanto essenziale perseguire una profonda emancipazione delle donne e l’adozione di politiche di pari –
opportunità in tutti i settori della vita economica e sociale. Solo così,
con il consolidamento di una vera parità tra i sessi anche nel campo
politico, si potrà dire compiuto il raggiungimento di un regime democratico per tutto il Paese.
1. BREVE CRONOLOGIA STORICA-ISTITUZIONALE DELL’ALBANIA
1.1 Dalle origini alla prima guerra mondiale.
La popolazione che impresse la propria impronta al territorio albanese
è quella degli Illiri, un insieme disunito di tribù di origine indoeuropea
che costituì un regno verso la metà del III secolo a.C. Gli Illiri (che
parlavano una lingua indoeuropea dalla quale è derivata la lingua albanese moderna) instaurarono un governo sul modello ellenistico. Avevano infatti mantenuto stretti contatti, conflittuali ma anche commerciali e culturali, con la civiltà greca, che era penetrata nelle regioni
illiriche fin dal tempo della fondazione delle colonie di Corinto e Corfù, nel VI secolo a.C.
Costituitisi in confederazione, gli Illiri raggiunsero il massimo della
loro potenza nel III secolo a.C., costituendosi in un vero e proprio regno. Con Filippo II sul trono e l’ascesa della Macedonia a prima potenza dei Balcani, gran parte dell’Albania venne occupata. La fine del-
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la potenza macedone segnò l’inizio di un nuovo periodo per il Regno
dei Illiri che si estese sotto la guida della regina Teuta2, su gran parte
della costa adriatica balcanica, mentre il territorio dell’Albania meridionale passò sotto il dominio di Pirro, re degli Epiroti. La povertà del
territorio e la poca terra coltivabile avevano costrinsero gli Illiri a dedicarsi prevalentemente all’esercizio della attività di pirateria3.
Quest’attività d’altra parte era diffusa in l’aria mediterranea. La Regina Teuta non si limitò a imporre il proprio controllo sulla pirateria, ma
si comportò come un vero e proprio sovrano, a tutti gli effetti. Si dotò
di una flotta e di un esercito, con il quale le popolazioni illiriche saccheggiarono le isole greche vicino a Corcira (Corfù) e conquistarono
le isole fenice (Saranda)4. Con la vittoria, la regina conquistò una
fama imperitura di donna forte e la paura dei vicini.
Tra il 229 e il 168 a.C., in tre successive campagne, Roma si impadronì dell’Illiria meridionale, Epiro compreso. La relazione conflittuale tra romani e forze illiriche si risolse definitivamente intorno al IX
secolo d.C., quando i romani riuscirono a sconfiggere gli ultimi rivoltosi nel nord dell’Albania.
In seguito, con la divisione dell’Impero romano e l’attribuzione
dell’Illiria meridionale all’Impero d’Oriente, cominciò a delinearsi
una caratteristica particolare delle terre illiriche prima e dell’Albania
poi5, quella di rappresentare un punto d’incontro-scontro tra le civiltà
greca e romana.
A partire dal 580 d.C., le popolazioni slave cominciarono a insediarsi all’interno dei confini bizantini e, dall’VIII secolo, gli slavi divennero l’etnia dominante nella regione balcanica: dopo aver sottratto
all’Impero il controllo delle province occidentali della penisola, occuparono i territori rimasti disabitati a seguito delle migrazioni delle
popolazioni illiriche.
Il territorio albanese soffrì le invasioni delle popolazioni provenienti dall’Asia e, in seguito, tra l’XI e il XIII secolo, gli attacchi reiterati di Venezia che mirava ad occupare questa regione strategicamente
molto importante per il commercio con l’Oriente. Per questi motivi, la
2
Re degli Illiri mori nel 230 a.C..Il trono passò al figlio Pinnes sotto la reggenza della Regina Teuta.
3
L’essere una donna in una società patriarcale rappresentò un limite per il potere della regina Teuta, la quale fu costretta, suo malgrado, ad accettare l’esercizio delle attività piratesche.
4
Piccolo isola dell’Albania ai confini con la Grecia.
5
Il termine Albania si è diffuso lentamente alle tribù illiriche (Albanoi-tribu del nord Albania, Arbanitai- tribu di Durazzo, ecc.), per poi arrivare ad indicare tutta la nazione.
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regione venne presto trasformata dall’amministrazione bizantina in
zona di confine militarizzata.
Dopo il declino di Bisanzio, avvenuto nel XIII secolo, i nobili della
regione dell’Arbanon6, dettero vita ad uno Stato feudale costituendo
un principato su di un territorio abbastanza esteso nel nord del paese.
Proprio in quel periodo, dopo vari tentativi falliti, il regno di Sicilia
di Carlo I d’Angiò, per garantirsi retrovie sicure in vista di una campagna contro Costantinopoli, attaccò e conquistò l’Albania7. Carlo
s’incoronò re d’Albania e inizialmente rafforzò la struttura feudale già
esistente, mantenendo al potere i nobili locali più potenti. La necessità
di poter contare su di un maggior controllo del territorio, spinse Carlo
a sostituire la preesistente classe dirigente con feudatari francesi e italiani. Questi però ben presto si ribellarono, agevolando il disegno espansionista dello zar serbo Dusan (della dinastia dei Nemanja), il cui
intervento determinò la fine della sovranità angioina in Albania. Alla
morte di Dusan (1355), la conquista serba dell’Albania divenne definitiva e i feudali locali rientrarono in possesso dei propri territori.
L’assenza di un potere centrale favorì l’espansione del potere dei
nobili feudatari. Nella seconda metà del secolo i Topia (principi di
Durrazo) e i Balsha (principi di Zeta) si scontrarono per la conquista
dell’intera Albania: ma il tentativo di unificazione territoriale non ebbe successo, in quanto il contesto nel quale si svolse il conflitto tra i
due principati era troppo diviso e frammentato per permettere a uno
dei due d’imporsi definitamene sull’altro.
Proprio questa situazione rappresentò un’ottima occasione per
l’impero Ottomano, il quale aveva iniziato l’espansione nei territori
Balcani e, a partire dalla seconda metà del 1300 fino ai primi anni del
1400, conquistò tutto lo territorio albanese. L’occupazione non fu
facile: proprio in Albania i turchi trovarono la più forte opposizione
alla loro egemonia. Nel 1432, due delle più importanti famiglie albanesi, i Castriota e gli Arvaniti, costrette ad abbandonare i loro possedimenti posti presso la città di Janina, si ribellarono all’esercito Turco
ottenendo l’immediato l’appoggio delle famiglie del nord e del centro
del paese.
I rivoltosi, dopo un iniziale successo, furono presto costretti ad arrendersi alle truppe ottomane. Undici anni più tardi, fu la volta di,
Giorgio Castriota, detto Scanderbeg8, il quale organizzò i feudatari
6
Venne usato dai bizantini per indicare la regione di Kruja.
A. Bigini, Storia dell’Albania, Milano, Bompiani, 1998, p. 13.
8
Il suo vero nome era Gjergj Kastriot (1405-1468), figlio del principe dei Kastrioti di Kru7
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107
nella “Lega Albanese” e consenti loro di affermare la propria sovranità sui propri possedimenti.
Skanderbeg era un uomo fiero, duro un valido comandante che si
dimostrò capace di unificare le forze albanesi e di volgerle contro gli
Ottomani.
A partire dal 1444, e fino all’armistizio che fu siglato nel 1452,
l’esercito albanese ottenne una serie di importanti vittorie sull’esercito
turco. Tuttavia nonostante i successi militari, il tentativo di Skanderbeg di trasformare la Lega in un Stato centralizzato fallì. Nel 1468,
dopo una lunga serie di vittorie sull’esercito turco, Skanderbeg morì,
lasciando però dopo la sua morte un ricordo che è ancora oggi ben vivo, diventando il simbolo dell’Albania libera.
La politica dell’Impero ottomano ebbe tra i suoi obiettivi principali
quello di islamizzare la popolazione.
Prima dell’invasione turca il popolo albanese era a stragrande maggioranza di confessione cattolica. Con l’invasione turca, l’islamismo
professato dai conquistatori fu imposto con la violenza e dietro la minaccia della confisca dei beni. Questa persecuzione costrinse molti,
soprattutto tra i benestanti, ad emigrare, soprattutto verso il regno di
Napoli.
Il numero dei musulmani tra gli albanesi crebbe il rapidamente e
presero il nome di Arnauti. Intere tribù si convertirono più per obbedienza ai capi o per entrare nelle grazie dei dominatori che per sincera
convinzione.
Con il XVIII secolo, l’Impero ottomano iniziò un lento ma costante
declino come potenza militare a seguito delle sconfitte subite da parte
di Austria e Russia. Approfittarono della situazione i due grandi pascialati di Scutari, che estesero il proprio potere su tutta l’Albania settentrionale, mentre il pascialato di Janina si espanse nell’Albania del
sud.
Il congresso di Vienna confermò su tutta l’area balcanica
l’egemonia ottomana. In questa fase, nota come Rilindja o “Rinascimento albanese”, molti intellettuali e patrioti cominciarono a nutrire la
speranza di porre fine a una storia di dominazione, e concentrarono i
loro sforzi nella costruzione di una identità nazionale condivisa.
ja. Egli, all’età di nove anni, fu preso in ostaggio dall’esercito ottomano. I Turchi gli hanno
cambiato il nome in Skenderbeg e lo hanno addestrato per diventare uno stratego militare. In
virtù della sua bravura nelle prime spedizioni nei Balcani e in Asia i turchi gli concedere il
titolo “Bey”. Ma nonostante che cresciuto e di essere in servizio dei turchi egli non aveva mai
dimenticato la sua patria e nel momento opportuno torno in Albania e si affiancò nell’esercito
nazionale.Il 28 novembre 1443 si proclama principe della Kruja.
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Con il Congresso di Berlino (1878) si assiste allo smembramento di
gran parte del territorio albanese: diviso tra Montenegro, Serbia, Bulgaria e Grecia. Gli albanesi opposero però un risoluto rifiuto a questo
piano di spartizione e annunciarono un programma per
l’indipendenza. L’Albania rimase così sotto la sovranità ottomana, ma
costantemente esposta alle mire espansionistiche di altre potenze, in
particolare Italia e Austria.
L’Italia e l’Austria dettero l’avvio ad iniziative politiche tese alla
conquista pacifica del territorio albanese tramite una penetrazione economica e culturale con la creazione di scuole e di istituzioni in grado di diffondere la lingua italiana. Inoltre, l’Italia, sostenne i movimenti albanesi volti alla realizzazione dell’unità nazionale e alla costituzione di uno Stato-nazione.
Nel 1912 Serbi, Montenegrini, Bulgari e Greci, uniti nella prima
Lega balcanica, dichiararono guerra all’Impero ottomano9. L’Albania
era consapevole del fatto che l’espulsione dell’Impero ottomano
dall’Europa avrebbe acceso gli appetiti dei paesi della Lega. Proprio
per evitare il rischio di occupazioni straniere in territorio albanese, il
Congresso Nazionale Albanese, riunitosi a Valona il 28 novembre
1912 sotto la presidenza di Ismail Qemali10, proclamò l’indipendenza
dell’Albania.
Infine, la Conferenza di Londra, convocata per risolvere i confini
balcanici nel 1913, così concluse: il territorio dell’Albania, riconosciuto come un Stato indipendente, sovrano ed autonomo, andava sotto
l’amministrazione politica e economica di una Commisione internazionale composta dai delegati delle sei potenze (Italia, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna e Russia) e da un rappresentante albanese.
Le grande potenze, nel febbraio del 1914, designarono in qualità di
sovrano dello Stato albanese il principe Guglielmo di Wied. Il 1° aprile 1914, a Valona, la Commisione internazionale approvò lo Statuto
dell’Albania, senza modificare in alcun modo gli equilibri esistenti: la
nazione sarebbe rimasta in mano di una classe feudale capace di far
rispettare i propri interessi e alla quale si contrapponeva una massa di
contadini ridotti in povertà dallo stato quasi permanente di guerra.
9
R. Coppini - R. Nieri - A. Volpi, Storia Contemporanea, Pisa, Pacini , 2005,p.261.
Nato a Valona il 16 gennaio 1844, è stato un leader del movimento nazionale albanese, il
fondatore del moderno Stato albanese e il primo capo del governo. Morì nel suo castello di
Janina in 24 gennaio 1919, preso sotto assedio dalle truppe nemiche.
10
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1.2. Le guerre mondiali. Il regime di Hoxha
Il caos politico inghiottì l’Albania subito dopo lo scoppio della prima
guerra mondiale. Circondato dai ribelli a Durazzo, il principe Guglielmo lasciò il paese nel settembre del 1914, appena sei mesi dopo il
suo arrivo, e successivamente si arruolò nell’esercito tedesco combattendo sul Fronte Orientale.
A seguito della partenza del principe, il popolo albanese si divise. I
musulmani chiesero un imam musulmano dalla Turchia che potesse
tutelare i privilegi dei quali avevano goduto fino ad allora. Altri albanesi divennero poco più che agenti al servizio d’Italia e Serbia. Altri
ancora, tra cui molti Bey e capi clan, non riconobbero invece alcuna
autorità superiore.
Ala fine del 1914, la Grecia occupò parte dell’Albania meridionale,
tra cui Korça e Gjirokastra; l’Italia occupò Valona, mentre la Serbia e
Montenegro occuparono alcuni territori del nord Albania.
Con il trattato segreto di Londra del 26 aprile 1915, la Triplice intesa promise all’Italia in cambio del suo l’ingresso contro l’AustriaUngheria, e come contropartita in caso di vittoria, anche il controllo di
Valona e il protettorato su tutta l’Albania11.
Sempre in caso di vittoria, a Serbia e Montenegro sarebbero andati
territori assai estesi del nord, e alla Grecia gran parte del sud del paese. Il trattato prevedeva la costituzione di un piccolo Stato albanese
che sarebbe stato rappresentato dall’Italia in tutte le sue relazioni con
le altre grandi potenze.
Quando la guerra si concluse, l’11 novembre 1918, l’esercito italiano aveva occupato la maggior parte dell’Albania, la Serbia deteneva
gran parte del nord del paese, mentre la Grecia aveva occupato solo
piccoli possedimenti territoriali. Il Congresso di Parigi decise però il
ripristino dei confini del 1913 e dichiarò l’indipendenza dell’Albania.
All’Italia viene riservato il ruolo di “Stato protettore”.
Sulla scena politica si affermò Ahmed Zogu, rappresentante dei ricchi proprietari terrieri del nord, al quale si oppose la formazione guidata dal vescovo ortodosso di Durazzo, monsignor Fan Noli12. Nel di-
11
272.
R. Coppini - R. Nieri - A. Volpi, Storia Contemporanea, Pisa, Pacini editore 2005.p
12
Zogu il Primo Ministro più giovane nella storia dell’Albania, fu eletto a soltanto 27 anni.
Nel 1924 entrò nell’arena politica Fan Noli, che militava nello schieramento dei democratici
conservatori. Noli stabili l’ordine nel paese ed assunse la carica del primo ministro per un
periodo di sei mesi. A dicembre, Zogu, con l’aiuto degli Jugoslavi (ai quali promise territori
nel nord Albania), riprese con la forza la ricarica di primo ministro.
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cembre 1924, Zogu entrò a Tirana, proclamò la nuova Costituzione
della Repubblica presidenziale e si proclamò “Re degli Albanesi”.
Tra il 6 e il 7 aprile 1939, l’esercitò italiano occupò il territorio albanese provocando la fuga del re, che si rifugiò in esilio in Francia, e
re dell’Albania fu proclamato Vittorio Emanuele III di Savoia.
Durante la seconda guerra mondiale, a partire dal settembre del
1939, l’Albania divenne la base delle operazioni belliche dell’esercito
italiano. Iniziarono però a formarsi in tutta l’Albania gruppi di partigiani, come il gruppo comunista guidato da Enver Hoxha, un professore di francese di trent’anni che si era avvicinato all’ideologia marxista durante i suoi studi in Francia.
Nel novembre 1941 Hoxha diventò il presidente del neo costituito
Partito comunista albanese. Il programma essenzialmente consisteva
nella liberazione del paese dagli occupanti stranieri. Nell’ottobre del
1944 Enver Hoxha costituì un governo provvisorio nazionale.
Nel novembre 1944, le truppe naziste lasciarono l’Albania e il governo si trasferì a Tirana, proclamando l’Albania finalmente libera
dalla truppe straniere finchè, l’11 gennaio 1946, si proclamò la “Repubblica Popolare” sotto la presidenza di Hoxha, approvando un costituzione sul modello sovietico.
Gli anni’50 furono difficilissimi per la popolazione ma anche per il
governo, impegnato nel tentativo di assicurare la ricostruzione del paese sia sul piano economico, sia per l’affermazione del nuovo ordinamento politico istituzionale.
La vita contadina
L’Albania è sempre stato un paese agricolo.
Il territorio si trovava quasi totalmente privo di industria e di infrastrutture: mancava una rete ferroviaria, le strade erano poche e in condizioni disastrose. Le attività artigianali prevalenti erano quelle della
lavorazione della lana e della concia di pelli, favorite entrambi
dall’ampia diffusione dell’allevamento ovino. Fino agli anni Quaranta
più del 90% della popolazione abitava in piccoli centri rurali. Subito
dopo la guerra, i primi passi dello sviluppo industriale ha portato dietro di sé l’esigenza dell’emigrazione interna della popolazione verso le
aree urbane. Nei primi anni l’emigrazione fu massiccia, poi subentrò
la politica del governo volta ad una pianificazione più equilibrata dei
movimenti della popolazione sul territorio nazionale.
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Dopo la guerra, il governo comunista ha introdotto tre riforme fondamentali per la popolazione13:
1. La riforma agraria del 1946, con la quale il governo confiscò le
grandi proprietà terriere fino ad allora concentrate nelle mani di
poche famiglie e le ridistribuì tra tutti i contadini;
2. L’introduzione delle cooperative sociali, secondo il modello bolscevico e ispirate sul principio socialista del proprietà comune
della terra. Si avviò una rapida collettivizzazione dell’agricoltura
con l’abolizione della proprietà privata e la statalizzazione
dell’economia, mentre il contadino, detto “kooperativista”, fu obbligato ad aderire a queste organizzazioni, e chi rifiutava veniva
considerato nemico del popolo e del governo.
3. La bonificazione delle paludi, con la quale si resero coltivabili
grandi estensioni di terre, soprattutto nel centro e nel sud
dell’Albania.
La vita cittadina
Le città, prima del 1944, servivano come basi amministrative e come
centri commerciali per lo smercio dei prodotti contadini. La prima fase di sviluppo economico dei centri urbani fu promossa da imprenditori italiani, durante gli anni Trenta, sotto l’impulso del regime fascista e
soprattutto con investimenti nel settore edilizio.
Si costruirono le
prime strade asfaltate, mentre i porti di Durazzo e di Valona diventarono importanti centri commerciali. Ma il vero sviluppo delle città avvenne nel secondo dopo guerra quando il governo comunista regolò i
rapporti città – campagna secondo le esigenze economiche del Paese.
I maggiori sforzi per lo sviluppo avvennero nel settore energetico,
tramite la costruzione di centrali idroelettriche e lo sfruttamento dei
giacimenti di carbone e di petrolio.
Il governo comunista si impegnò molto per porre rimedio alla diffusa piaga dell’analfabetismo (l’80 – 85% della popolazione era analfabeta) come un elemento fondamentale per il successivo sviluppo del
paese. Si dette l’avvio alla creazione di istituti pedagogici per formare
nel più breve tempo possibile una classe di insegnanti, e, nel giro di
pochi anni, furono fondati Istituti superiori, Università e l’Accademia
delle Belle Arti.
La grave crisi economica del dopoguerra indusse il governo di Ti-
13
R. Jace, Albania, Bologna, Pendagron, 1998, p.48-52.
112
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rana alla restituzione del Kosovo alla Jugoslavia in cambio di un consistente prestito. Nei rapporti tra Albania e Jugoslavia il problema delle minoranze etniche stanziate nei paesi dell’ex Jugoslavia era stato
sempre acceso. Quando nel 1948 si verificò la rottura tra Tito e Stalin,
l’Albania si allineò sulle posizione di Mosca, ma per allontanarsene
definitamene nel 1960, avviando piuttosto nuovi legami con la Cina
comunista. Tra il 1965 e il 1969, la cosiddetta “rivoluzione culturale”
segnò l’inizio di una fase di forte intolleranza ideologica e religiosa su
imitazione del modello cinese14, accompagnata da violente persecuzioni contro tutte le confessioni religiose.
A tale scopo venero mobilitati soprattutto i giovani, che intrapresero
atti di vandalismo contro chiese, moschee e minareti, senza alcun riguardo per il patrimonio culturale. Dal 1969, l’Albania si proclamò il
primo paese ateo del mondo. Non venne più professato ufficialmente
nessun tipo di religione15.
Il progressivo avvicinamento tra la Cina e gli Stati Uniti all’inizio
degli anni Settanta, sviluppatosi velocemente in seguito alla morte di
Mao Tse Tung (1976), pose fine ai legami con la Cina, giudicata traditrice del comunismo, e dette l’inizio ad un lungo periodo di isolamento.
Hoxha soffocò duramente ogni forma di opposizione. Gran parte
degli artisti, intellettuali, esponenti del clero e uomini politici colpevoli di non essere comunisti furono eliminati o inviati nei campi di lavoro da dove non sarebbero mai usciti vivi16. Molti di loro erano stati
collaboratori del regime che avevano partecipato insieme ad Hoxha
alla guerra di liberazione nazionale. Per creare il tipo di società che
voleva, Hoxha attuò un regime totalitario, violento e oppressivo: vietò
ogni forma di pluralismo, l’unico partito legittimo divenne quello so14
“Se nella grande Cina il posto di Budda era stato preso da Mao, perché l’Albania avrebbe dovuto ancora credere in dio?… La persecuzione non risparmia ortodossi e musulmani,
chiese e moschee. Furono così confiscate più di duemila chiese, moschee, monasteri e trasformati in stalle, magazzini o rasi al suolo. La gente assiste sbigottita: rimasta senza passato,
ora si vedeva privata anche della speranza”. G. Micunco, Albania nella storia, Lecce, Besa,
1997, p.52, citato da, A. Kasoruho, Un incubo di mezzo secolo, Lecce, Argo, 1994, p. 111.
15
La guerra del comunismo alla religione causò la diminuzione dei credenti, le istituzioni
religiose vennero accusate di tradimento e i loro rappresentanti di essere traditori del popolo.
molti finirono in carcere con l’accusa di collaborazione con i nazifascismi. Un primo passo
verso la laicità fu sancito con il decreto emanato dal governo albanese dopo le elezioni del
1945 con il quale di proclamò la scuola albanese laica e si proibì l’insegnamento religioso
nelle scuole. Dopo il 1965, per chi praticava o propagandava qualsiasi culto erano previste
pene che andavano dai vent’anni fino all’ergastolo o alla fucilazione. F. Sinani, Fenomeni
fetari ne shqiperi,Tiran, Toena, 1999, p. 46-69.
16
In nessun paese, nel breve lasso di tempo dal 1944 alla fine del 1948, furono arrestati,
deportati, e fucilati tanti cittadini in rapporto al totale della popolazione come in Albania.
Aleksandra Binaj
113
cialista, nessuno avrebbe potuto avanzare critiche, nè lasciare il paese,
altrimenti rischiava una condanna, quando non la vita propria e della
propria famiglia.
Così si sviluppò un processo “rivoluzionario” volto in tre direzioni:
la prima di carattere politico, tesa a consolidare le regole comuniste; la
seconda socioeconomica, con la costruzione di una struttura produttiva collettivistica; la terza ideologico-culturale, con l’eliminazione totale di ogni forma di cultura religiosa e di libero pensiero, e la lotta
all’analfabetismo.
L’unica eredità positiva della dittatura fu infatti la significativa riduzione dell’analfabetismo, l’introduzione dell’istruzione gratuita e
dell’assistenza medica.
Il dittatore non introdusse mai un vero e proprio regime comunista,
che considerava irraggiungibile in un solo paese quando non avesse
potuto trionfare in tutto il mondo.
1.3. Il difficile cammino verso la democrazia.
Con la morte di Hoxha, avvenuta nel 1985, l’Albania iniziò lentamente a uscire dall’isolamento internazionale sotto la guida di Ramiz Alia.
Già negli ultimi anni del suo regno, Hoxha era stato costretto a riallacciare rapporti con l’Italia, la Germania dell’Ovest e la Romania.
Tra maggio e giugno 1990 si svolsero manifestazioni di protesta
nelle città albanesi e Alia promise riforme giudiziarie, politiche ed economiche17. Nel dicembre dello stesso anno, autorizzò il pluripartitismo e indisse le prime libere elezioni per il 31 marzo del 1991, in tale
occasione, grazie al rigido controllo sul voto nelle campagne, gli ex
comunisti mantennero la maggioranza in Parlamento ottenendo il 68%
dei voti e proclamarono una costituzione provvisoria democratica 18.
Il passaggio improvviso da una dittatura di impronta stalinista a un
sistema democratico di stampo occidentale, con un modello economico basato sul libero mercato, creò gravi conseguenze in ambito politico, economico e sociale. Del resto, l’unica esperienza pregressa di go-
17
In conseguenza delle rivolte, nell’agosto 1990, il presidente Ramis Alia convocò gli intellettuali del paese. Grazie alla loro collaborazione fu possibile introdurre alcune prime riforme quali: 1. La redazione di una nuova costituzione; 2. L’abolizione del terzo articolo della
costituzione sul partito unico; 3. Il riconoscimento dei diritti dell’uomo; 4. La rimozione del
comunismo e con essa dei monumenti commemorativi correlati, soprattutto di quelli di Stalin. Tirana ne vitet 1990- 1996,Tirane, Eurolindja, 1998, p.39-40.
18
Ibidem, p 46.
114
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
verno democratico era stata quella di Fan Noli del 1924, durata peraltro solo sei mesi.
Passata l’iniziale fase di ottimismo seguita all’aver raggiunto la tanto desiderata libertà di pensiero, azione e di movimento, il Paese andò
incontro ad una situazione sempre più rovinosa, e la popolazione cadde in una condizione di totale smarrimento.
La crisi economica degli anni’80 – ’90 e il capovolgimento politico
e istituzionale del 1990 – 1991 fecero crescere la disoccupazione a livelli estremamente alti. Nelle campagne furono abolite le cooperative
agricole e si procedette alla redistribuzione della terra, mentre interi
nuclei familiari di contadini si trovarono privi di capitale di investimento, di supporto economico e psicologico.
Anche nelle città la chiusura di molte imprese aggravò la già forte
crescita della disoccupazione. L’inflazione e il debito con l’estero
crebbero in modo altrettanto rapido. I beni di prima necessità, aumentarono del 300% nel giro di un anno, e la sopravvivenza di gran parte
della popolazione potè essere garantita solo grazie agli aiuti alimentari
forniti dalla comunità internazionale.
La criminalità, prima inesistente per via del rigido controllo del governo, iniziò a diffondersi in tutto il Paese creando un stato di insicurezza allarmante. Incominciarono cosi i grandi flussi migratori sia verso le coste pugliesi, sia all’interno del territorio albanese. La popolazione della campagna si dirigeva a frotte nelle città, edificando senza
permessi e senza rispettare le regole urbanistiche, provocando il collasso del sistema amministrativo, dei servici pubblici e del governo locale che non riusciva più a gestire il continuo incremento del popolazione urbana, né a soddisfarne i bisogni elementari dei nuovi abitanti.
Le elezioni politiche del 1992 segnarono la vittoria del Partito democratico di Sali Berisha. L’Albania diventò così una democrazia parlamentare, anche se non fu formulata una nuova costituzione fino al
novembre 1998, attuata con un referendum popolare e a tutt’oggi in
vigore.
L’Albania si aprì al mondo, entrando a far parte di numerose organizzazioni e istituzioni internazionali, e allacciando importanti rapporti diplomatici. Sul piano economico, il governo ha intrapreso una radicale politica di privatizzazione, grazie alle rilevanti entrate in valuta
estera provenienti dagli emigranti, o da altre risorse, non ultima quella
criminalità organizzata (commercio di armi, droga, prostituzione).
In un ambiente economico privo di qualsiasi controllo, a partire dal
1994 si sono sviluppate le cosiddette “piramidi finanziare”, istituzioni
irregolari, simili ad una banca, che raccolgono denaro in cambio di
Aleksandra Binaj
115
tessi di interesse molto elevati, superiori a quelli correnti. I crollo del
questo sistema nel 1997 causò una vasta rivolta popolare armata e il
collasso dello Stato.
Fin dalla caduta del regime comunista, l’Albania ha creduto di poter
realizzare in tempi velocissimi una società moderna, modellata sulle
strutture politiche, economiche e culturale dell’Occidente. Il passaggio
ad una società aperta e democratica, il processo di transizione e di liberalizzazione sono stati compiuti rapidamente, ma non è accaduto
altrettanto per la ristrutturazione delle imprese pubbliche e
dell’apparato istituzionale in materia di istruzione, salute, sistema giudiziario, ecc.
La sicurezza interna e la lotta alla criminalità diffusa, al commercio
di armi, droga, e al traffico umano si affiancano ai problemi legati alla
corruzione politica, che rimane ancora oggi al centro del dibattito parlamentare.
Dagli anni’90 ad oggi l’Albania ha assistito a un numero di eventi
ben più numerosi di quanti avvenuti durante i cinquant’anni di regime
dittatoriale.
Oggi la fase degli aiuti umanitari e della grande emergenza è finita,
i bisogni che si affacciano riguardano soprattutto la necessità di garantire uno sviluppo locale che sia all’insegna di una attenta valutazione del territorio e delle sue risorse, con lo scopo di favorire meccanismi di progresso autonomo in un’ottica di sviluppo durevole e sostenibile.
2. LA DONNA ALBANESE NELLA STORIA
2.1. La posizione della donna nelle società tradizionale: il Kanun
Come in tutti i paesi mediterranei, in Albania si attesta un modello relazionale familiare di tipo patriarcale.
La società tradizionale albanese si basa sul fis (clan) fondato sul legame di sangue e sulla discendenza patrilineare. Infatti il fis è composto da più nuclei familiari, tutti soggetti che vivono sotto lo stesso tetto e, a volte, include anche le famiglie di seconda generazione.
Il nucleo familiare è retto da una ferrea gerarchia: l’uomo predomina sulla donna, il padre sui figli e gli anziani sui giovani. Il capofamiglia prende le decisioni e la moglie e i figli devono chiedere il suo
permesso per molte delle loro attività
La donna si occupa della cura dei figli, gli anziani, dei lavori domestici e della gestione dell’economia domestica. Inoltre collabora anche
116
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
in agricoltura, accanto agli uomini. Anche se la donna è sottomessa,
l’idea di doverle protezione e rispetto resta molto forte. Dalla donna
ci si aspetta che sia fedele, crescere e allevare i figli onoratamente,
comportarsi con sottomissione e servirsi disinteressatamente al marito.
In caso di ingiustizia subita dalla propria figlia, sorella, madre,
l’uomo è legittimato a vendicarsi per salvare l’onore della donna, della
famiglia e del fis.
La società tradizionale si regolava secondo norme consuetudinarie
molto dettagliate e descritte nel Kanun.
Il Kanun di Lek Dukagjini è un codice di leggi consuetudinarie che
si sono trasmesse oralmente per secoli 19. Viene creato intorno alla
metà del Quattrocento per dare una legislazione propria al popolo albanese, allora dominato dai turchi.
Il codice si occupa sia di diritto civile che penale, disciplinando
numerosi aspetti tra cui: i diritti e le immunità della chiesa, la famiglia, il fidanzamento e il matrimonio, la proprietà privata e la successione, il lavoro, i prestiti e le donazioni, le modalità di prestare giuramento e di rispettare la parola data, l’onore, le modalità di risarcimento dei danni, i delitti infamanti, la vendetta, i privilegi e le esenzioni.
Il Kanun viene tramandato di generazione in generazione, e ne esistono versioni diverse di poco differenti tra loro20.
Alcune delle istituzioni più importanti del Kanun sono: famiglia (la
famiglia), hakmarrja ( la vendetta), martesa ( matrimonio), kisha
(chiesa) nderi (onore),ec.
La famiglia
La famiglia rappresenta il nucleo centrale della struttura organizzativa
sociale del popolo albanese. Come recita il Kanunu “La famiglia è un
insieme di individui che vivono sotto lo stesso tetto con lo scopo di
moltiplicarsi per mezzo del matrimonio e svilupparsi fisicamente e
19
Un condottiere albanese contemporaneo di Skanderbeg. Nato in Kosovo (1410 – 1481)
nella contea dei Ducagjini che comprendeva la Serbia fino a Scutari. Dopo la morte di Skanderbeg, Lek divenne il capo della resistenza albanese. La sua figura è più nota per aver istituito il Kanun, uno dei pochi diritti consuetudinari conservato in Europa e trasmesso oralmente
per secoli. Solo nei primi anni dell’XX secolo Shtjefen Kostandin Gjecov lo ha portato in
forma scritta ed è stato pubblicato postumo nel 1933.
20
Esistono in realtà diversi Kanun applicati in varie zone dell’Albania e i cui nomi derivano
dai personaggi a cui sono stati tradizionalmente attribuiti: Il Kanun di Skanderbeg, il Kanun di
Cermenk, il Kanun di Laberia, il, Kanun di Papa Zhuli, il Kanun di Lek, Dukagjini. Non differiscono molto l’uno dall’altro.
Aleksandra Binaj
117
spiritualmente” (secondo libro, art.9, coma 18) 21.
Il sistema famigliare codificato dal Kanun è di tipo patriarcale e si
basa sul “fis”: si tratta di una famiglia allargata, non ne fanno parte
solo i figli, ma tutti i discendenti in linea maschile. Il capofamiglia è il
padrone di casa, che quasi sempre è il più anziano dei maschi. A lui
vanno tutte le responsabilità della vita familiare, ed esercita pieni poteri: cura il benessere di tutti, distribuisce giornalmente il lavoro, dispone del matrimonio dei figli, risponde delle azioni di tutti, siano esse buone o cattive. Il capofamiglia guida, giudica e punisce.
Il capofamiglia è simbolo di equilibrio e di saggezza, e tutti i familiari ne riconoscono la superiorità. La sua autorità non è sentita come
una coercizione, ma come il giusto indirizzo dato da chi è più esperto.
Qualora dovessero venir meno le sue doti di saggezza e di equilibro, a
seguito di decisione unanime dei famigliari lo si sarebbe sostituito
con l’uomo più anziano e più maturo fra gli altri componenti del clan.
Il capofamiglia è colui che decide anche quale sarà il consorte per
propri figli. L’unione di due individui in matrimonio è infatti considerato un mezzo per conservare e trasmettere la solidità fisica e morale
del clan. Al capo-famiglia si riconosce la prudenza necessaria per la
scelta di una compagna o di un compagno adatto
Anche se oggi non è più in vigore, molte delle tradizioni contenute
nel Kanun sono ancora in uso nella società albanese.
Il matrimonio
Tradizionalmente, il matrimonio era combinato tra le famiglie dei futuri sposi, e nella maggior parte dei casi accadeva che gli impegni matrimoniali si stipulassero fin dalla nascita. Il matrimonio si prometteva
sulla parola, dando la “Besa”22.
Gli articoli del codice Kanun relativi al matrimonio prevedono una
situazione estremamente discriminatoria verso le donne.
Dal momento delle nozze, la donna era considerata proprietà totale
del marito e priva di ogni diritto.
Alcuni tra i più importanti articoli sul matrimonio sono i seguenti.
21
Sh. Gjecov, Kanuni i Lek Dukagjinit, edizione a cura del Parlamento Albanese, s.l, s.l,
s.d.(ma 1993 albinform)
22
Besa (il patto basato sulla parola data) è un istituto importante del Kanun, e garantisce
l’inviolabilità di un accordo. P. Resta, Pensare il sangue.La vendetta nella cultura albanese,
Roma, Meltemi, 2002, p. 133.
118
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Libro terzo del codice (il matrimonio),
art. (nui) 12
I diritti del giovane uomo
“Il giovane ha diritto d’interessarsi del proprio matrimonio,quando sia
privo di parenti”.
Il giovane, finché ha i parenti vivi, non ha diritto:
a. di interessarsi al proprio matrimonio;
b. di scegliersi il mediatore;
c. di interessarsi al proprio fidanzamento, del proprio abbigliamento
nuziale, né di stabilire la data del matrimonio.
I diritti della ragazza
La ragazza, anche se i genitori non sono in vita, non è libera di provvedere al proprio matrimonio; questo diritto spetta ai suoi fratelli od ai
suoi congiunti.
La ragazza non ha diritto:
a. di scegliere il marito, e perciò deve accettare quello al quale e stata
promessa.
b. d’interferire nella scelta del mediatore, né in ciò che concerne il
fidanzamento
c. d’interessarsi del proprio abbigliamento nuziale.
art. 33
I diritti del marito sulla moglie
Il marito ha diritto:
a. di consigliare e correggere la moglie;
b. di bastonarla e legarla, quando ella non obbedisca le sue parole ed
ai suoi ordini.
I diritti del padre sui figli
Il padre ha diritto:
a. della vita e della sussistenza dei figli,
b. di bastonare, legare, incarcerare e perfino uccidere il figlio e la figlia senza che la legge lo punisca, perché tale atto è giudicato al pari
del suicidio e “chi uccide se stesso è considerato in vendicabile”;
c. collocare i figli a servizio altrui dietro pagamento ogni volta che lo
aggrada, perché è principio di legge: “finchè il padre è vivo, il figlio è considerato come colono”;
d. di disporre dei guadagni del figlio di qualunque natura essi siano;
Aleksandra Binaj
119
e. di vendere e comprare, dare e ricevere;
f. di mandare via da casa il figlio che si ribella ai suoi ordini senza
dargli alcuna parte dei propri averi; però quando il padre muore, il
figlio riacquista i diritti all’eredità.
art. 30
“La donna è un otre, fatta solo per sopportare”
La posizione che il Kanun assegnava alla donna era di assoluta subalternità rispetto agli uomini nella famiglia come nella società.
Con il matrimonio, il padre della sposa consegnava, insieme al corredo pattuito, un proiettile, come simbolo del potere assoluto che si
riconosceva al futuro marito. Quest’ultimo avrebbe potuto persino uccidere la moglie in caso di tradimento grave, di adulterio e di mancato
rispetto dell’ospite, senza per questo incorrere nella vendetta del sangue.
Era ammesso nel Kanun anche il matrimonio “con la prova”: il marito prendeva la donna in casa con sé per un anno, e se la donna durante queste periodo non portava a buon fine una gravidanza, il matrimonio era da considerarsi sciolto. Il marito avrebbe potuto tenere la donna con sé per pietà, ma riacquisiva il diritto di risposarsi.
Nel Kanun si riconosceva anche un particolare diritto alla donna,
cioè quello di proclamarsi uomo. Si faceva riferimento a queste donne,
che indossavano come carattere distintivo un abbigliamento maschile,
come alle così dette “vergini albanesi”23. Queste ragazze infatti avevano pronunciato uno speciale giuramento in occasione di una cerimonia sacrale nella quale giuravano il proprio stato di verginità davanti ai dodici uomini più importanti del villaggio. Dopo il giuramento, la
fanciulla assumeva un comportamento maschile, prendeva un nome da
uomo, si armava, poteva fumare, bere e mangiare con gli uomini laddove alle donne non era permesso. Inoltre acquisiva il diritto di vendere, comprare e gestire proprietà, poteva partecipare alla guerra e alle
vendette tra i clan di pari diritti agli altri uomini.
Un’usanza dura, da rispettare fino in fondo per l’onore della famiglia. Non si diventava “uomo” per questioni religiosi: potevano esserlo sia le musulmane, sia le cristiane. La ragione perché una ragazza
prendeva una tale decisione erano tante. La più ovvia e banale era
quella della perdita di tutte le figure maschili della famiglia, solo così
la ragazza avrebbe potuto ereditare le proprietà familiari.
23
Fatos Dingo, Identità albanesi, Roma, Bonnano , 2007, p. 131-132.
120
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Un altro diritto della “vergine” era quello di poter vendicarsi in caso di avvenuta uccisione di tutti i maschi della famiglia, cosa che poteva accadere in occasione delle sanguinose faide tra i clan, o nel caso
in cui la donna sostituiva il fratello caduto in guerra. Ancora un’altra
ragione per tale scelta poteva essere il rifiuto del matrimonio. Solo in
questo modo il matrimonio si poteva annullare e la ragazza veniva
considerata libera dall’impegno, a costo però di non sposarsi mai più.
Accettare questa condizione richiedeva un sacrificio non soltanto
perché ci si condannava alla castità a vita, ma anche perché per essere
un uomo a tutti gli effetti se ne dovevano prendere anche le responsabilità, i doveri e perfino svolgere gli stessi mestieri, anche quando richiedevano un sforzo fisico notevole.
Il Kanun era applicato quasi in tutte le zone dell’Albania, però con
maggior fanatismo presso le popolazioni cattoliche del nord. Il Kanun
considerava la famiglia l’elemento indispensabile per garantire la sopravvivenza degli albanesi e dell’identità nazionale24. Concedere un
po’ di libertà alle donne avrebbe voluto dire mettere in pericolo la solidità del gruppo, e quindi l’esistenza vera degli albanesi, costantemente minacciata da tanti nemici che volevano assimilarlo partendo
proprio dalle loro usanze e i loro costumi25. Quando la maggioranza
della popolazione albanese fu convertita alla fede islamica, le leggi
dell’Impero ottomano influenzarono quelle già esistenti, e le conseguenze furono particolarmente gravi per le donne. Secondo gli usi imposti, la donna avrebbe dovuto portare il velo, mentre l’uomo aveva il
diritto di sposare più di una donna, un uso che in Albania rimase comunque assai marginale.
Anche nel sud dell’Albania, dove la maggioranza della popolazione
era ortodossa, oltre al Kanun le donne erano sottomesse a usanze e
leggi simili a quelli di altri paesi ortodossi balcanici. A seguito
24
Art.9 comma 19 del Kanun recita: “La famiglia si compone dalle persona di casa; più
famiglie unite formano una fratellanza, più fratellanze una stirpe, più stirpe un fis (clan), più
fis una bandiera e tutto insieme, avendo la stessa origine, un medesimo sangue, una stessa
lingue e comuni usi e costumi”, formano quella grande famiglia che si chiama nazione”.
Legami di sangue giustificavano, oltre alla fratellanza, anche il sentimento di identità nazionale. Il vincolo che unisce gli albanesi alla nazione è basata sulla convinzione di discendere da
una sola stirpe e tutti coloro che non appartengono alla nazione albanese sono potenziali nemici. P. Resta, Pensare il sangue. La vendetta nella cultura albanese, Roma, Meltemi, 2002,
p. 82.
25
La donna in stato di nubilato correva il “rischio” di innamorarsi o sposarsi con un soldato
straniero, cosa che in quell’epoca era percepita come una minaccia per l’identità stessa del
popolo albanese. C. Gerardi, Le figlie di Teuta, Citato da D.Culi, Oltre il Kanun verso il futuro, Bari, Besa, 1996, p. 17-20.
Aleksandra Binaj
121
dell’emigrazione degli uomini, che in queste zone fu molto diffusa, la
donna che rimaneva a casa prendeva in mano tutto: la terra, i figli,
l’economia, guadagnando poco a poco un’autorità ed una personalità
un po’ diversa dalle sue connazionali delle altre regioni.
Così, sia per la rigidità del Kanun, sia per la coesistenza della cultura islamica con le altre culture che andarono a sovrapporsi con le ondate di successive invasioni, si è sempre cercato di rafforzare l’identità
nazionale albanese tramite l’imposizione di un modello di famiglia
forte e solida, senza concedere alcuno spazio alle donne.
Tuttavia, la donna deteneva al contempo uno statuto sacrale in virtù
del quale ogni offesa, ogni atto violento nei suoi confronti – se perpetrato al di fuori delle mura domestiche - veniva sanzionato con pene
severe fino alla proscrizione dalla tribù.
La donna erano intoccabile, non poteva essere né violata, né uccisa,
altrimenti il crimine sarebbe stato vendicato due volte, da parte della
famiglia del marito e da quella dei genitori della ragazza.
Tale condizione permetteva alle donne di fare da mediatrice nei
casi di controversie tra i clan. Il suo status di “intoccabile” si estendeva anche ad un uomo sul quale gravava una condanna a morte a seguito del “canone della vendetta”, e solo in compagnia di una donna il
reo avrebbe potuto circolare tranquillamente.
Aldilà delle immunità riconosciute, la donna restava sostanzialmente una proprietà maschile ed era considerata un fattore di turbamento
dell’ordine comunitario.
2.2. La donna albanese tra il secondo conflitto bellico e il regime comunista. I primi anni della transizione democratica
La partecipazione delle donne albanesi alla lotta armata nel corso della
seconda guerra mondiale trovò l’iniziale resistenza dovuta alla mentalità diffusa di stampo conservatore e patriarcale, ereditata dal passato.
Poi, a poco a poco, molti pregiudizi caddero e la donna ha assunto un
ruolo attivo nella lotta contro gli invasori.
L’ingresso delle donne nelle operazioni di guerriglia armata precedenti al conflitto bellico risultò essere essenziale non solo per la sorte
della nazione, ma anche perché dimostrò l’importante forza sociale
che quella metà della popolazione rimasta fino ad allora ai margini
sapeva invece mettere in campo. La donna albanese fu messa per la
prima volta al pari con l’uomo, anche in termini di diritti e doveri, in
nome della comune liberazione del Paese. Il fatto che la donna dimostrasse di essere in grado di affrontare con successo tutti gli ostacoli e
122
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
le difficoltà della lotta armata mise in discussione il mito del “ sesso
debole”, limitato solo alle attività di cura.
Il ruolo delle donne divenne ancor più significativo durante la Seconda Guerra Mondiale, quando circa 6000 tra donne e ragazze infransero il tabù sessista e diventarono il pilastro della resistenza nazionale.
Oltre alla loro partecipazione sul fronte di guerra, svolsero anche
altre importanti attività: distribuirono volantini e stampe, crearono rifugi per nascondere e curare i partigiani feriti, svolsero attività di corriere, e cosi via.
Il 17 marzo 1943, nel corso di una conferenza tenutasi presso la città di Elbasan, le delegate provenienti da tutte le regioni d’Albania
formarono il “Consiglio Antifascista delle Donne”, organismo che fu
come soggetto partecipante a pieno titolo del fronte per la liberazione
nazionale. Le albanesi si erano rese conto che costituendosi in una
organizzazione strutturata avrebbero potuto avere la forza per creare
le condizioni per la loro piena emancipazione.
Il numero delle donne che presero parte, a diverso titolo, ai battaglioni partigiani in qualità di combattenti raggiunge circa le 6000 mila
unità, con almeno 2000 cadute in combattimento, oltre a quante vennero arrestate, torturate e condannate.
Il governo comunista contribuì con molti interventi concreti a riscattare la condizione femminile dalla struttura patriarcale imperante.
Tale operazione fu però in buona misura anche strumentalizzata dal
regime, che utilizzò le lotte e le rivendicazioni, legittime, delle donne
albanesi, per imporre nuove regole più conformi al sistema, nell’ambito
di una strategia più ampia di vera e propria “deculturazione”.
Il governo appoggiò e incoraggiò dunque le donne a mobilitarsi,
perchè spezzassero con le proprie mani le catene del fanatismo maschilista. Nuovi leggi riconobbero il godimento di diritti fino ad allora
ignorati e capaci di assicurare maggior rispetto per la condizione
femminile.
Per sottolineare la propria nuova condizione, le donne si dimostrarono spesso le più agguerrite portabandiera della dottrina del partito
comunista26. L’emancipazione femminile propugnata dal regime comunista si basava sulla prospettiva dell’abolizione di ogni differenza
sessuale, considerata un’eredità tribale da eliminare definitivamente.
Il nuovo governo comunista riconobbe così alle donne pari diritti
dell’uomo, compiendo progressi straordinari data la situazione di par26
O.Romano, L’Albania nell’era televisiva, Torino, l’Harmattan Italia, 1999, p 54 - 58.
Aleksandra Binaj
123
tenza. L’accesso al mondo del lavoro e sulla scena politica consentì la
scoperta di una donna nuova, determinata, istruita, capace di contribuire in tutti i settori. Per la prima volta la costituzione del 1946 riconobbe il diritto politico attivo e passivo per tutte le albanese.
Se nella comunità patriarcale il lavoro femminile rappresentava una
forma di sfruttamento maschile, nella società comunista questa percezione si rovesciò, ponendosi piuttosto come l’espressione della loro
emancipazione. Gli interventi non si limitavano solo alla sfera sociale
e pubblica, ma coinvolgevano anche quella privata. Contro i matrimoni contrattati dai clan, il regime proponeva “ l’amore, posto alle base
di ogni matrimonio”27. In molti casi, le coppie la cui relazione era contrastata dalle rispettive famiglie si rivolgevano al partito perché intervenisse in appoggio del loro matrimonio.
D’altra parte, anche se il regime concesse alla donna gli stessi diritti
e libertà dell’uomo, questi diritti e libertà restavano di fatto limitati per
entrambi. Il governo applicando la formula del “tutti devono lavorare”, favorì l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, sostenendone
l’emancipazione e una maggiore indipendenza economica, ma niente
fu fatto per alleviare il peso enorme del lavoro domestico che restava
ancora interamente sulle loro spalle.
A conti fatti, il regime comunista peggiorò la condizione delle donne albanesi, le quali, insieme alle loro famiglie, soffrirono gli effetti
della miseria, del cibo razionato, del disagio di non poter acquistare
anche solo quegli elettrodomestici più comuni che avrebbero potuto
migliorare la loro qualità di vita.
Anche se durante la dittatura di Hoxha non si può parlare dell’avvio
di una cultura dell’uguaglianza tra i sessi vera e propria, si ottennero
comunque importanti conquiste. Si diffuse un alto grado di istruzione,
di assistenza sanitaria e all’infanzia, si garantì a tutte le donne
l’ingresso nel mercato del lavoro e si raggiunse un maggior livello di
rispetto sia in ambito sociale che familiare.
Dopo la caduta del regime, le conquiste di parità tra uomo e donna
cominciarono a svanire. I cambiamenti sociali, politici ed economici
resero la donna più debole di fronte alla predominanza maschile, sia
all’interno della famiglia che nella società a causa della mancanza di
opportunità di lavoro.
Nei primi anni della transizione democratica vi fu un periodo di
grave crisi economica durante la quale la donna risultò essere il sog-
27
Fu lo stesso Enver Hoxha ad affermarsi in uno dei suoi frequenti discorsi e la cosa non
era una pura mossa propagandistica, Ibidem, p. 57.
124
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
getto più colpito. Tra il 1990 e il 1995, il 65% delle donne perse il lavoro. Le donne tornarono perciò, volenti o nolenti, al loro ruolo unico
di madri e di casalinghe, con l’ulteriore aggravio di trovarsi in peggiori condizioni generali a causa dei tagli alla strutture sanitarie ed assistenziali, ridotte in abitazioni ove mancava spesso l’elettricità e
l’acqua corrente, e in inverno senza fonti di riscaldamento.
Nelle campagne la situazione era ancora più difficile. Con la chiusura delle cooperative agricole e la privatizzazione delle terre, molte
donne si ritrovarono in condizione di estrema povertà. Le terre privatizzate furono assegnate al capofamiglia. Il numero elevatissimo degli
emigranti che si diressero all’estero, prevalentemente maschi, nei primi anni dopo la caduta del regime ebbe invece come conseguenza più
evidente quella che il carico del lavoro nei campi ricadde sulle donne
rimaste in patria.
Il fenomeno molto diffuso dell’emigrazione internazionale
dell’inizio degli anni novanta fu origine di indubbi vantaggi economici, ma provocò anche profondi squilibri sociali e psicologici tra la popolazione.
Pochi mesi dopo la caduta del regime di Hoxha, “l’Unione delle
donne albanesi” fu sciolta, ma subito dopo sorsero numerose associazioni femminili, una evidente reazione contro la politica di emancipazione “ forzata” voluta dal regime. Queste organizzazioni esprimevano
la volontà delle albanesi di diventare un soggetto attivo, e nella consapevolezza che i diritti femminili debbano essere prima di tutto rivendicati e difesi dalle donne stesse, per poi attirare l’attenzione del governo sulle problematiche di genere e promuovere il proprio status politico, economico e sociale nella nuova società democratica.
Nel 1991 è stata legalmente riconosciuta per la prima volta una
ONG, tutta composta da donne e volta a promuovere una reale parità
tra i sessi; ad eliminare le discriminazioni nei confronti della donna a
livello politico – legislativo, economico e sociale; a combattere il patriarcato e i valori sessisti dominanti, a favorire le denunce contro la
violenza domestica, a sostenere la riqualifica professionale femminile
e l’inserimento nel mercato del lavoro28.
2.3. La donna albanese e i principi d’uguaglianza di genere
La costituzione della Repubblica d’Albania29, stabilisce al titolo 1 del-
28
29
S. Matteucci, Gli altri Balcani, Trieste, Asterios, 2000, p. 60-68.
Approvato con la legge nr. 8417, in 21/10/1998, adottato mediante lo referendum popo-
Aleksandra Binaj
125
la Seconda parte, art.18: “ tutti i cittadini sono uguali davanti alla
legge, e nessuno può essere discriminato per ragioni di razza, sesso,
convinzioni religiose, filosofiche e politiche, condizione economica,
sociale e d’istruzione”, riconoscendo il principio della uguaglianza di
genere come un fondamentale ingrediente per lo sviluppo della democrazia.
La popolazione albanese si caratterizza per un’età media molto bassa (31,7 anni), con un 51% di donne. Dopo gli anni Novanta si sono
registrati importanti progressi per l’emancipazione della donna e tesi a
garantire una partecipazione in condizione di parità con l’uomo nelle
attività sociali, economiche e politiche.
Lo stato albanese ha ratificato la convenzione “Cedaw”30, che sancisce e promuove l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei
confronti della donna, ha partecipato alla conferenza mondiale ONU
sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995, riconosce il principio
d’uguaglianza tra uomo e donna e ha preso diverse iniziative legislative in materia. Nonostante tutto, non si può ancora parlare di corrispondenza tra uguaglianza de jure e uguaglianza de facto in materia di
rapporti di genere. Le leggi, che pur esistono, vengono attuate raramente e persiste una mancanza di fiducia nelle capacità del sistema
giudiziario di risolvere i problemi che ancora affliggono le donne albanesi.
Gli anni della transizione democratica hanno segnato una significativa trasformazione della condizione femminile sotto diversi aspetti.
Analizzeremo qui di seguito alcuni tra gli aspetti più importanti e problematici.
Situazione economica.
La partecipazione della donna al mercato del lavoro durante gli anni
della transizione democratica è scesa costantemente, divenendo un fattore di disuguaglianza tra sessi che rappresenta un serio ostacolo anche per le politiche di riduzione della povertà.
Secondo uno studio svolto dall’istituto albanese di statistica INSTAT nel 2006 solo 953 mila persone, equivalente al 48,8 % della
lare in 22/11/1998, e inviato da decreto nr. 2260 del Presidente di Repubblica Albanese in
28/11/1998.
30
L’approvazione da parte dell’Assemblea Generale ONU della Convenzione per
l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) avvenne il 18
dicembre del 1979 e segnò una svolta storica nel percorso dei diritti umani delle donne. In
Albania la Convenzione venne ratificata con la legge 7767 nel 9/11/993.
126
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
popolazione in età lavorativa, sono occupate, delle quali solo 377 mila sono donne.
L’alto livello di disoccupazione delle donne o il loro impegno in
posti poco qualificati, assieme alla scarsa capacità delle autorità pubbliche nel modificare la situazione costituiscono i fattori principali di
una generalizzata situazione di povertà femminile.
Nella tabella (tab.1) seguente ho riportato i dati della situazione occupazionale delle donne durante il processo della transizione democratica.
Tab.1 L’occupazione per sesso, 1996 – 2006.
Anno Disoccupati
1996
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
158,200
215,085
180,513
172,385
163,030
157,008
152,250
149,784
Nr. Donna
disoccupate
70,200
101,919
85,420
81,326
77,125
74,893
74,031
72,151
% donna occupate
per forza lavoro
donna
47,8
49,3
39,6
39
38,8
38,9
38,5
38,1
Nr. uomo
disoccupato
88,000
113,166
95,093
91,093
85,905
82,115
79,218
77,642
% uomo occupato
per forza lavoro
uomo
72,6
71,2
63,8
62,8
62,2
61,2
51,4
58,8
Femrat dhe meshkujt ne shqiperi. INSTAT 2006 31.
.
Il codice del lavoro stabilisce “il diritto dei cittadini ad essere uguali
nelle procedure di accesso al lavoro”, proibendo dunque ogni tipo di
discriminazione tra i sessi.
Ciò nonostante le donne restano escluse dai vari settori del lavoro,
anche per motivi legati alla difficoltà di conciliare gli impegni familiari e i perduranti pregiudizi nei loro confronti. Anche se il loro livello
d’istruzione è alto, visto che la percentuale di donne in possesso di un
titolo universitario è pari al 58% rispetto ai uomini, il mercato del lavoro albanese non offre alle donne le stesse opportunità di partecipazione, specialmente quando si parla di lavori di alto profilo. Le donne
restano i soggetti a più alto rischio di licenziamento nei periodi di crisi
economica o con il pretesto della maternità. In generale, gli impegni a
maggior qualificazione restano ristretti agli uomini non solo, nel settore privato, ma anche nell’impegno pubblico. Anche nei settori che sono tradizionalmente considerati occupazioni femminili, quali
l’istruzione e la sanità, nonostante le donne costituiscano rispettiva31
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
Aleksandra Binaj
127
mente il 66,6% e il 79% del personale, raramente si trovano in posizioni di responsabilità. (alcuni dati riportati nella tab. 2 )
Tab.2 Universities staff by sex, 200532
Posti
Rettore
Vice Rettore
Membro del Senato Accademico
Preside di Facoltà
Vice Preside
Membro del Consiglio di Facoltà
Direttore di Dipartimento
Uomo
11
7
145
32
12
273
98
Donna
0
2
40
5
4
142
38
Membro i Consiglio di Dipartimento
61
52
INSTAT. Femrat dhe meshkujt ne Shqiperi.
Riferendosi sempre ai dati “INSTAT” 2006, appare sconvolgente il
dislivello registrato in merito alla retribuzione: le donne albanesi recepiscono un reddito pari al 65% di quello che guadagnano gli uomini, a
parità di profilo professionale o di mansione.
Anche l’imprenditoria femminile è ancora molto arretrata: solo il
17% delle donne svolge un’attività propria, per lo più nel commercio
al dettaglio considerata una attività ideale per una donna o comunque
di piccole dimensioni, ove solo raramente si impegna personale dipendente e dove non richieda un capitale iniziale considerevole33.
Le difficoltà per le donne albanesi di affermarsi da protagoniste nel
campo professionale non differiscono da quelle che si osservano nel
resto dell’Europa.
Vi sono pero alcuni elementi che rendono la loro condizione di gran
lunga più difficile di quella di altre, primo fra tutti la grave situazione
economica che ha reso impossibile dotare il paese dei servizi e delle
strutture utili a favorire l’occupazione femminile (asili, scuole materne
pomeridiane, case di riposo). In secondo luogo il fenomeno migratorio
ha provocato l’allontanamento soprattutto degli uomini, lasciando sulle spalle delle donne tutto il peso della famiglia inoltre, spesso, ricevere i redditi degli emigrati ha svolto un’azione dissuasivo
all’intraprendere attività economiche in proprio.
32
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
M.Ekonomi - E. Gjermeni , Krijimi i mundesise ekonomike per grat dhe vajzat ne Shqiperi, Tirane, Qendra e Aleanzes Gjinore per Zhvillim , 2006 p. 121.
33
128
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
La legislazione albanese ha puntato molto sull’uguaglianza di genere emanando leggi sempre più ricettive a quest’aspetto. Tra le più importanti, partendo proprio dalla carta costituzionale, si ricordano:
Costituzione Albanese,
Seconda parte “I diritti e le libertà fondamentali dell’uomo”.
Titolo I, art.18, sancisce: “L’uguaglianza di tutti i cittadini davanti
alla legge, senza nessuna discriminazione per motivi di razza, sesso,
religione,…”.
Titolo IV, art.49, comma I: “Chiunque ha diritto di acquisire le risorse per il proprio sostentamento attraverso un lavoro legittimo liberalmente scelto e accettato”.
Codice del lavoro34, introdotto con la legge 8085 del 13/1/1996:
Art. 33 Si vieta “ogni forma di discriminazione che sia basata su:
razza, età, sesso, origini sociali” e si riconoscono “ gli stessi diritti di
accesso, in modo paritario, alle trattative di assunzione”.
Art.115 (II comma), introdotto con la legge 9125 del 29/07/2003: “il
datore di lavoro deve corrispondere pari salario a uomini e donne
nello svolgimento di un lavoro di pari valore” e “ in caso di abuso di
questa norma, il datore è tenuto a risarcire il lavoratore/ce con una
somma di denaro fino a 30.000 lek”
Il titolo 10 del codice di lavoro stabilisce una protezione speciale per
le donne in stato di gravidanza e per le madri con figli prematuri, come sancito con la legge 9125 del 29/07/2003:
Art.104 (I comma): “è vietato il lavoro per le donne in stato di gravidanza da 35gg prima del parto a 42gg dopo il parto”. (II comma) “ le
donne in gravidanza non devono svolgere lavori pesanti e notturni in
modo di evitare i pericoli per la loro salute e la salute del nascituro”.
Art.105:“ è vietato sottoporre la lavoratrice al test di gravidanza prima della stipulazione del contratto, mentre è ammissibile nei casi in
cui sia previsto come forma di protezione per la donna e per il nasci-
34
Codice del lavoro approvato dal Parlamento albanese con la legge,nr.7961 del
13/3/1996, e modificato con la legge nr. 9125 del 29/7/2003.
Aleksandra Binaj
129
turo”e “nel caso di rescissione del contratto di lavoro da parte del
datore di lavoro durante lo stato di gravidanza della donna o dopo il
parto, sta al datore dimostrare che tale atto non è a causa della gravidanza o del bambino”.
Ovviamente, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere è un processo che non può arrivare solo attraverso l’impulso di disposizioni
legislative, ma può realizzarsi solo in virtù dell’integrazione di strategie promosse da diversi attori, siano questi espressione di istituzioni
pubbliche e private.
La situazione delle donne rispetto ai primi anni della transizione
democratica è sicuramente molto migliorata, e il processo va avanti
verso ulteriori traguardi.
Attualmente, uno degli obiettivi principali del governo albanese è il
miglioramento dello status economico, politico e sociale femminile, e
il progresso sulle politiche di parità e pari opportunità tra i due generi.
L’Albania è membro delle Nazioni Uniti (ONU) dal 1955 e ha ratificato un gran numero di convenzioni sui diritti dell’uomo. Una delle
più importante convenzioni ratificate è il CEDAW finalizzata
all’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. La
convenzione è stata firmata dal governo albanese con la legge 7767
nel 9/11/1993. In base alle raccomandazioni fatte dal comitato della
convenzione CEDAW nel gennaio 2003, il Ministero del lavoro, Affari sociali e Pari Opportunità nel luglio dell’anno 2006 hanno preso
l’iniziativa di elaborare una strategia nazionale per il perseguimento
dell’uguaglianza del genere e contro la violenza domestica35.
Il documento varato dai ministri il 19 dicembre del 2007, in qui ha
previsto l’adozione di un importante piano d’azione per il periodo
2007 – 2010 a sostegno dell’uguaglianza di genere, introducendo una
strategia nazionale che coinvolge diversi attori, a più livelli. Gli obiettivi sono ambiziosi: il raggiungimento del pieno coinvolgimento femminile sul mercato di lavoro e nella politica, l’eliminazione della vio-
35
L’azione è un importante documento adottato dai Consiglio dei Ministri nr.913, del
19/12/2007. Per la progettazione e l’attuazione di questa strategia da parte del Ministero del
Lavoro, Affari Sociali e Pari Opportunità hanno svolto un ruolo importante le Agenzie ONU
come: l’UNIFEM (Fondo delle Azioni Uniti per lo Sviluppo delle Donne), UNDP (programma delle Nazioni Uniti per lo Sviluppo), UNFPA (Fondo delle Nazioni Uniti per la Popolazione), UNICEF (Fondo delle Nazioni Uniti per l’Infanzia), la presenza OSCE in Albania
(Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) e le ONG Albanesi. Ministria e
Punes, Ceshtjeve Sociale dhe Shanzeve te Barabarta, Strategia Kombetare per barazin gjinore dhe eliminimin e dhunes ne familje 2007-2010, Tirane, Pegi, 2008.
130
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
lenza contro le donne e la lotta alla prostituzione.
La riduzione della povertà è stata uno dei punti iniziali d’intervento.
I programmi si basano specialmente sulle politiche di sostegno sociale, promuovendo l’occupazione, la formazione professionale, la parità
dei salari, con iniziative a tutela della salute e a favore della programmazione familiare. Per raggiungere questi obiettivi è stato necessario
operare in stretta collaborazione con organizzazioni specializzate nazionali e internazionali, associazioni no profit e altre istituzioni private
dedicate alle pari opportunità.
Le ONG albanesi hanno iniziato la loro attività nel 1990, e ad oggi
si contano più di 650 organizzazioni, oltre 120 delle quali sono registrate da donne36, dati che dimostrano come le donne albanesi abbiano
saputo reagire ai cambiamenti sostenendo il processo di sviluppo democratico del proprio paese assumendosi un ruolo di responsabilità.
La collaborazione tra lo Stato e le associazioni femminili no profit è
risultata essere una formula vincente perché queste ultime hanno saputo offrire maggior efficienza e qualità, e un utile scambio d’esperienza
dimostratasi essenziale per la redazione della normativa in materia di
pari opportunità.
L’istruzione
Fino alla seconda guerra mondiale, l’80% della popolazione albanese
era analfabeta. Nel 1949 il governo comunista ha introdotto una legge
contro l’analfabetismo per tutte le persone da sei fino a quarant’anni
di età. Nel 1952 fu introdotta l’istruzione obbligatoria per tutti i cittadini da 6 fino a 14 anni. Successivamente una nuova riforma del governo aumentò le strutture scolastiche in tutte le regioni dell’Albania.
Nel ventennio 1970 - 1990 si è incrementato del 112% il numero delle scuole d’infanzia nelle arie urbane e del 150% nelle zone rurali;l’istruzione dell’obbligo è aumentata del 39%, l’istruzione superiore del 291% e quella di livello universitario del 60%. Il numero degli
studenti che hanno concluso le scuole dell’obbligo durante gli anni
1970 – 1990 è aumentato dell’74,8%, l’istruzione superiore del
36
Le organizzazioni femminili in Albania hanno avuto un ruolo importante per
l’emancipazione della donna. Attualmente le ONG deicate alle donne sono molte diffuse in
tutte le regioni dell’Albania. Nel 1990, l’anno della loro prima costituzione, si contarono solo
7 ONG registrate da donne mentre ad oggi se ne contano oltre 120. Tra le prime ONG di questo tipo si ricordano: IFAW(Forum i Pavarur i Gruas Shqiptare),- VGV (Vatra e Gruas Vlonjate) ,- WBA (Shoqata Rifleksion), QKGV (Qendra e Keshillit per Gra dhe Vajza), ecc.
Aleksandra Binaj
131
914,2% e il numero di studenti universitari è cresciuto del 147%37.
Le politiche di alfabetizzazione hanno rappresentato un importante
strumento per l’emancipazione femminile, ma hanno conosciuto un
brusco arresto nei primi anni Novanta, quando molte scuole sono state
distrutte, e molti insegnanti qualificati hanno lasciato il loro lavoro per
emigrare all’estero. Tra il 1991 e il 1992 il tasso di abbandono scolastico dalle ragazze è stato del 6,34 %, nel 1998 è sceso del 2,7% , migliorando costantemente nei dati più recenti. Il valore più alto di analfabetismo tra le ragazze si attesta soprattutto nelle zone rurali e tra le
fasce più povere, dove le ragazze spesso sono costrette a lasciare la
scuola per contribuire all’economia familiare.
Dopo il brusco cambiamento che ha attraversato l’Albania negli anni Novanta, si assiste ai primi risultati di stabilizzazione politica ed
economica, che ha favorito anche la diffusione della scolarizzazione.
L’articolo 57 della costituzione recita:“tutti hanno diritto
all’istruzione; l’istruzione scolastica obbligatoria è stabilita dalla
legge; l’istruzione superiore generale pubblica è aperta a tutti;
l’istruzione superiore professionale nonché quella di alto livello è
condizionata soltanto dal criterio della capacità; l’istruzione obbligatoria e quella superiore nelle scuole pubbliche è gratuita”.
Lo Stato garantisce infatti l’istruzione gratuita a tutti fino all’età di
sedici anni.
Permane un certo livello di abbandono scolastico: i dati INSTAT
del 2006 denunciano ancora un 1,2% di ragazze che hanno abbandonato la scuola ( anche se la situazione è sempre andata migliorando ).
Diverso è il caso per l’istruzione superiore dove si registra un 48% di
presenza femminile, mentre negli studi universitari è più alta la presenza femminile di quello maschile. Riferendosi sempre ai dati dello
stesso anno, l’istruzione universitaria registra un 58% donne rispetto
agli uomini.
Attualmente il governo albanese, a fronte del piano nazionale 2007
– 2010, ha preso diverse iniziative per aumentare le possibilità di formazione professionale e per incentivare l’accesso per le donne anche
nelle discipline fino ad ora considerato come tradizionali maschili.
La violenza domestica.
La violenza è un reato che resta nascosto, spesso occultato dalle stesse donne che con difficoltà prendono consapevolezza della gravità
37
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/femrameshkuj2006.pdf
132
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
dell’abuso subito. Negli ultimi anni il dramma della violenza domestica è stato affrontato con più serietà. Durante la transizione democratica si è assistito a un innalzamento del livello di violenza all’interno
della famiglia, anche se il confronto con il periodo del regime dittatoriale è difficilmente valutabile per il silenzio al quale erano destinate
tutte le problematiche sociali.
La violenza contro le donne va contestualizzato alla luce delle tradizioni culturali, sociali e politiche dell’Albania. Nonostante i tentativi
fatti nel passato dal regime socialista, la società albanese è ancora imbevuta dalle forti tradizioni patriarcali ereditate dal medioevo e nuovamente acuitesi nel periodo della transizione democratica.
Da una recente indagine, oltre il 63 % delle donne intervistate ha
ammesso di aver subito maltrattamenti da parte del coniuge o del fidanzato, e sono pochissime quelle che decidono di denunciare il fatto
alle autorità competenti. Le motivazioni della non denuncia sono di
carattere economico e sociale, ma anche perché nelle fasi processuali
restano ancora numerosi ostacoli. Vi sono ancora ragioni “altre” prevalenti: mantenere l’unità della famiglia per il bene dei figli, la mancanza
di un lavoro e di un alloggio, il timore di esser condannate
dall’ostracismo della comunità di appartenenza. In secondo luogo, fino
al 1995 le autorità di polizia e la magistratura consideravano la violenza
domestica un fatto ove le parti avevano pari responsabilità e si interveniva per convincere la donna a scagionare l’aggressore. Se una donna
portava avanti la denuncia, doveva farsi carico di raccogliere i testimoni
e di farli presentare in aula. Nei rari casi in cui si concludeva un processo con verdetto di colpevolezza, l’aggressore veniva punito soltanto con una multa e mai con la reclusione. Solo con il nuovo codice
della famiglia, approvato con la legge nr. 9062 del 8/05/2003, è stato
riconosciuto anche il divorzio senza onere della prova per la donna.
Nel giugno 1995 è entrato in vigore il nuovo codice penale che
condanna le minacce, le torture, mentre non è stata prevista alcuna
particolare tutela per i diritti femminili. Il nuovo codice, inoltre, non
riconosce come reato lo stupro quando perpetrato dal coniuge e, del
resto, anche molte donne non lo reputano tale.
Secondo la legge 9198 del 1/07/2006, per violenza domestica si intende “Qualsiasi atto tra persone che sono, o sono state, legate da un
rapporto di famiglia, e porta come conseguenza la violenza contro
l’integrità fisica, morale, psicologica, sessuale, sociale ed economica”.
La legge ha riconosciuto solo la definizione di violenza familiare
come atto in sé, senza nessuna ulteriore specifica sulla pena da erogare. Attualmente non esiste nessuna legge che preveda trattamenti spe-
Aleksandra Binaj
133
ciali per il reato di violenza domestica, esistono solo misure molte limitate, incomplete e inefficaci per prevenirla e proteggere la vittima.
Peraltro, il reato di violenza domestica contempla solo quella fisica,
senza includere quella sessuale, psicologica od economica, lasciando
la vittima senza nessuna protezione adeguata.
Il governo albanese, ignorando il fenomeno della violenza, lasciando impuniti i colpevoli e negando forma d’assistenza alle vittime di
abusi, viola gli accordi internazionali sui diritti umani. Inoltre la forte
pressione sulla vittima (per cercare di estorcere un perdono) piuttosto
che sull’aggressore e sulle forme effettive di condanna del crimine,
rendono lo Stato albanese complice degli aggressori. E i casi di violenza rischiano di aumentare in maniera allarmante.
La violenza domestica rappresenta il fattore principale che spinge le
donne albanesi a chiedere il divorzio, ciò nonostante nel maggior numero dei casi scelgono di non farne cenno durante il processo. Sui 690
procedimenti per divorzio del 2006 effettuati presso il tribunale di Tirana, solo nell’8,9% dei casi la violenza è stata menzionata.
Un importante ruolo per la prevenzione e la lotta contro la violenza
domestica è stata svolto dalle ONG femminili, che hanno sempre cercato di sollevare il problema di fronte al consiglio dei ministri. Proprio
grazie al contributo del ONG al fianco del governo è stato possibile
arrivare a formulare la strategia dell’anno 2007 – 2010 come uno dei
obbiettivi di azione anche contro la violenza domestica. Il governo ha
allora condotto, con l’aiuto del parlamento, della società civile, e della
stampa una serie di campagne per aumentare la sensibilità
dell’opinione pubblica sul fenomeno.
La prima campagna organizzata nel 2007, intitolata “La violenza
uccide se si crea il silenzio”, ha avuto quale suo principale scopo
quello di svegliare, specialmente nella donna, la consapevolezza della
gravità del fatto. In seconda battuta fu organizzato un evento nazionale
per sensibilizzare tutta l’opinione pubblica in conformità con i principi
dei diritti umani e dell’esistenza dei diritti delle donne.
I meccanismi della strategia contro la violenza prevede anche altre
forme d’intervento come l’educazione della società, specialmente dei
più giovani, agendo sui testi scolastici in modo da inculcare fin nella
prima fase dello sviluppo il concetto di parità nelle relazioni familiari,
e sulla stampa, pubblicando in modo continuo messaggi contro la violenza nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica.
134
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
La prostituzione.
A partire da 1991, anno del crollo comunista, l’Albania è diventato
uno dei paesi con il numero più elevato di donne e ragazze introdotte
nel mercato illecito della prostituzione.
La prostituzione in Albania è stato un fenomeno dirompente nei
primi anni Novanta, perché quasi non esisteva durante il regime di
Hoxha. Fin da epoche remote il paese era sempre stato un luogo di
passaggio strategico. La via Egnatia38, che attraversa l’Albania, ha conosciuto per il corso dei secoli luoghi nei quali si offriva agli stranieri
di passaggio vari tipi di servizi a pagamento, compreso il commercio
del sesso. La diffusione della prostituzione venne riconosciuta però
durante l’epoca della dominazione turca e perpetrata ai danni delle
donne che appartenevano ai ceti più bassi della società39. Successivamente, durante il regno di Ahmed Zogu, la prostituzione fu riconosciuta come una professione e si legalizzarono i bordelli. Durante tutto
questo periodo la prostituzione non assunse mai il carattere del traffico illegale di persone ma fu un esercizio volontario svolto “liberalmente” dalle stesse prostitute40.
Con il governo comunista, il codice penale proibì il lenocinio e proclamò la chiusura dei bordelli.
Nei primi anni della transizione democratica, il traffico della prostituzione è diventato uno dei problemi più diffusi nel paese, fino ad esser definito come “olocausto Shqiptar”.
Dopo 45 anni di isolamento, il paese ha preso la strada del capitalismo sfrenato con l’obiettivo di avvicinarsi all’occidente nel minor
tempo possibile, nell’illusione di poter avere tutto e subito. Il disordine, la crisi politica e quella legale hanno spinto molti albanesi a intraprendere attività illecite, e tra queste la prostituzione è stata una delle
più importanti, considerata un mezzo per guadagnare velocemente e
38
Antica strada edificata dai romani nella seconda metà del II secolo a.C. Partendo da due
diverse città albanesi, Apollonia e Durazzo, garantiva ai Romani la comunicazione
dell’impero bizantino fino a Costantinopoli.
39
L. Sokoli – I. Gedeshi, Trafikimi, rasti i shqiperise, Tirane, Instituti i Sociologie & Rinia, 2006, p 20-23, citato da, Prostituzioni Holokausti Shqiptar, Revista Spekter,nr. 171,
19/04/2001, P.19-21.
40
Dagli archivi documentari si dimostra che la prostituzione in Albania fino agli anni Novanta non fu mai un fenomeno di tratta, ma prevalentemente un fenomeno di tipo “volontario”. L. Sokoli – I. Gedeshi, Trafikimi, rasti i shqiperise, Tirane, Instituti i Sociologie & Rinia,
2006, p 20-23, citato da, Prostituzioni Holokausti Shqiptqr,Revista, Spekter,nr.171,
19/04/2001, p. 22-23.
Aleksandra Binaj
135
senza fatica il denaro41.
Le organizzazioni criminali hanno avuto facile presa tra le giovane
donne, pronte a partire verso un nuovo mondo dipinto come un Eldorado e a lasciare alle spalle la miseria. In un primo periodo, il reclutamento per la prostituzione avveniva per lo più dalle città principali e
dalle zone meridionale dell’Albania. La persistenza dei valori tradizionali del Kanun, maggiormente diffuso nelle zone settentrionali, è
servito da deterrente per il trafficanti. Tuttavia, con la crescita dei flussi migratori è diventato più facile per i trafficanti avvicinarsi anche
alle ragazze del nord. Attualmente circa 30 mila ragazze albanesi si
prostituiscono per le strade dell’Europa. Gli studi internazionali dimostrano che almeno 60% di loro sonno minorenne, in qui più di meta di
essi sonno ingannate e più di un terzo vengono rapite42.
Il governo Albanese negli ultimi decenni, ha svolto un ruolo attivo
nella lotta contro il traffico della prostituzione, anche causa della pressione esercitata dalle organizzazioni internazionali e dalle associazioni
non governative. Sono stati intrapresi programmi per la protezione e la
reintegrazione delle vittime, ma anche per educare e incentivare la
sensibilizzazione sul tema.
Tra l’altro, la legislazione albanese condanna fino a 15 di reclusione
per il reato di sfruttamento e traffico della prostituzione. Inoltre, il
Codice penale albanese è uno dei pochi, se non l’unico in Europa, a
prevedere anche la responsabilità penale per chi esercita la prostituzione. L’art.113 del Codice civile recita infatti: “L’esercizio della
prostituzione è punibile fino a tre anni di reclusione”.
3. LA DONNA NELLA VITA POLITICA ALBANESE
3.1. Profilo storico del rapporto donna–politica in Albania.
In Albania il peso della tradizione e del diritto consuetudinario hanno
tolto alle donne per secoli ogni possibilità di partecipazione alla vita
politica. La donna “Non ha posto nelle assemblee”, si scrive nel Kanun (art.1227), e ancora: “L’assemblea è la riunione degli uomini”
41
Il traffico della prostituzione in Albania non è un fenomeno legato ai fatori tradizionali,
ma nasce dai nuovi processi di transizione democratica, perciò viene definito più come un
problema economico legato alla transizione che un fenomeno culturale in Albania.
42
Trafiku,
30
mije
prostitute
shqiptare
ne
Evrope.
http://www.lajme.shqiperia.com/media/artikulli/idem/320129/titulli/Trafiku-30-mijeprostituta-shqiptare-ne-Evrope.
136
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
(art1963)43.
Agli inizi del Novecento la necessità di elaborare ed approvare leggi statali favorevoli al riconoscimento dei diritti della donna fu spesso
sollevata, soprattutto negli anni 1912 – 1920, ma a causa della difficile
situazione politica interna e internazionale la proposta restò senza alcun seguito.
Iniziative concrete per riconoscere alla donna i suoi diritti, furono
intraprese dal parlamento albanese negli anni 1921 – 1924. In varie
occasioni, il governo dette l’avvio al dibattito per riconoscere alla
donna il diritto al divorzio, al voto, il diritto ad ereditare, ma sempre
senza alcun esito per la schiaccia maggioranza dei conservatori, ostili
a tali riforme.
L’arrivo al potere del governo Zogu, nel 1925, portò
all’introduzione di grandi riforme in ambito sociale: la riforma scolastica, in particolare, con la creazione dell’istituto normale femminile
“Regina Madre”; si consenti l’accesso ai lavori pubblici alle donne
(nell’insegnamento e come infermiere); infine la compilazione e
l’approvazione del Codice Civile nel 1928 portò a miglioramenti evidenti nel campo dei diritti e delle libertà della donna rispetto
all’ambito matrimoniale e delle relazioni familiari.
Più precisamente, il codice stabilì: il divorzio, la rottura del fidanzamento senza alcuna conseguenza, il diritto di successione e di eredità anche per le donne, il riconoscimento come “famiglia” solo del nucleo monogamico (mentre nelle zone settentrionali dell’Albania era
ancora molto diffusa la poligamia).
Nel 1937 fu approvata una legge che sancì la rimozione del velo e
furono firmate alcune convenzioni internazionali, prevedendo nuove
regole a disciplina del lavoro di donne e bambini.
Ciò nonostante, il governo di Ahmed Zogu riconobbe il suffragio
universale a tutti gli uomini, ma non alle donne.
Solo dopo la seconda guerra mondiale la donna albanese ha potuto
partecipare alle decisioni politiche, godendo un pieno diritto sia attivo
che passivo. Questo risultato è stato comunque ottenuto come un premio per il ruolo e il contributo che le donne albanesi avevano saputo
dare durante la guerra. La donna albanese prese parte per la prima volta alle elezioni per l’Assemblea costituente del dicembre 1945. Pochi
giorni dopo, l’11 gennaio 1946, si affermò finalmente l’uguaglianza
dei diritti tra l’uomo e donna.
43
Sh. Gjecov, Kanuni i Lek Dukagjinit, edizione a cura del Parlamento Albanese, s.l, s.l,
s.d.(ma 1993 albinform).
Aleksandra Binaj
137
L’emancipazione della donna e la sua partecipazione a tutti gli aspetti della vita pubblica rimase uno degli obiettivi principali del regime comunista. Oltre tutto, l’istruzione e la partecipazione delle donne nell’ambito lavorativo furono i due elementi più importanti degli
anni Cinquanta, concepiti quale premessa ineludibile per estendere
successivamente il ruolo femminile nell’ambito politico. In effetti, gli
anni 1970 – 1990 sono gli unici nella storia dell’Albania nei quali le
donne arrivarono ad occupare 1/3 dei seggi del parlamento( dati riscontrabili datti nella tab.3).
Questi risultati concordano con le grandi riforme che il governo albanese intraprese negli anni Settanta sia nel campo dell’istruzione, sia
sul nel mercato del lavoro.
Va precisato però che, aldilà del numero delle donne che svolsero
un ruolo istituzionale, la portata delle loro decisioni non poteva certo
superare i limiti di un regime totalitario, al pari di ciò che accadeva
per tutto il resto della società.
Tab.3 Composizione del parlamento da 1920.
Instat-2006. Femrat dhe meshkujt ne Shqiperi44
Anno
1920
1921
1925
1929 – 1939
1946 – 1950
1950 – 1954
1954 – 195 8
1958 – 1962
1962 – 1966
1966 – 1970
1970 – 1974
1974 – 1978
1978 – 1982
1982 – 1986
1991 – 1992
1992 – 1996
1996 – 1997
1997 – 2001
44
Numero
totale
deputato
78
78
75
57
82
121
134
186
214
240
264
250
250
250
250
140
140
155
Numero
Donne
DONNE IN %
0
0
0
0
6
17
16
17
25
39
71
88
81
78
10
8
21
11
(7.3% )
(13.9%)
(11.9%)
(9.1%)
(11.7%)
(16.3%)
(26.7%)
(35.2%)
(32.4%)
(31.2%)
(4.0%)
(5.7%)
(15%)
(7.1%)
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
138
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
2001 – 2005
2005 – 2009
200945
140
140
140
8
10
22
(5.7%)
(7.1%)
(15.7%)
Dopo la caduta del regime comunista, dal 1991 fino ad oggi, la presenza delle donne in parlamento ha visto una costante flessione, rendendole sempre meno rappresentative. In occasione della prima consultazione elettorale in regime pluralista, nel 1991, si assiste al forte
calo della presenza femminile, i seggi destinati alle donne passarono
da 78 a 10, numero confermati anche nelle elezioni successive.
Secondo i dati INSTAT 2006(tab.4), la composizione parlamentare
del 2005 vede un numero molto esiguo di donne, cosi distribuite tra i
diversi partiti.
Tab.4 Deputetet sipas Partive Politike dhe gjinis, Korrik 200546.
Members of Parliament by Political Parties and sex, July 2005.
SUBJEKTI POLITIK
i Partive
Gjithsej
Democratike (PD)
Socialiste
(PS)
Republikane (PR)
Socialdemokrate (PSD)
Democrate e Re (PDR)
Levisja socialiste per integrim (LSI)
BDNJ
Agrarie Ambientaliste (PAA)
Alleanza Demokratike (PAD)
Democristiane
(PDK)
Democrazia Sociale (PDS)
Bashkia Liberal Demokratike (PLD)
Te pavarur
GJITHSEJ
Total
FEMRA
Female
140
56
42
11
7
4
5
2
4
3
2
2
1
1
10
3
4
1
/
/
/
/
/
/
/
/
/
/
Anche in confronto con il resto del mondo, l’Albania (secondo i dati INSTAT 2006) è uno tra i paesi con la più bassa presenza femminile
in Parlamento47.
La media in % della rappresentanza femminile parlamentare fino
l’anno 2005 tra i paesi dei Continenti seguenti:
45
Gazeta Shqip, 27/07/2009, http://www.gazeta-shqip.com/artikull.php?id=68778.
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
47
Ibidem
46
Aleksandra Binaj
Europa 20%
Grecia 6,3%
Francia 6,4%
Gran Bretagna 9,5%
Italia 11,10%
America
Asia
Africa
Arabia
139
21,4%
16’5%
16,7%
8,2%
Questa scarsa presenza femminile parlamentare sembra finalmente
cambiare direzione in occasione dell’elezione del 28 giugno del 2009.
Grazie all’introduzione di un nuovo sistema elettorale si è affermata
l’obbligatorietà di una quota riservata di 30% di presenza femminile
nelle liste degli elettori, norma che è stata abbastanza rispettata dai
partiti politici. La nuova Assemblea conta infatti ad oggi 22 donne, ed
è il numero più alto tra tutti gli altri Parlamenti che ha avuto l’Albania
dal 1991 fino ad oggi.
Non c’è dubbio che il nuovo codice ha migliorato molto la situazione
rispetto agli ultimi diciotto anni di sistema parlamentare democratico.
3.2. Alcune possibili cause della scarsa rappresentanza femminile nella vita politica albanese
Riferendosi allo studio fatto da Qirjaku S. e Dhimitri L. (2000)48, le
cause storiche che hanno influito negativamente sulla partecipazione
delle donne nei processi politici sono di due ordini di fattore, storicoculturale da un lato, politico- economico e sociale, dall’altro, categorie
che assumono una diversa rilevanza a seconda del periodo storico di
riferimento.
In prima approssimazione, si può perciò ipotizzare la seguente
evoluzione:
1- Prima fase, dagli inizi del secolo fino alla secondo guerra Mondiale. La donna albanese veniva considerata esclusivamente nei suoi
ruoli di madre e moglie.
Fino alla seconda guerra mondiale la donna albanese al di fuori delle
mura domestiche era considerata ben poco. Anche negli anni 1912 –
1920, quando il popolo albanese ha combattuto per l’indipendenza, la
48
S. Qirjaku-R. Dhimitri, Shoqeria civile dhe levizja asociative e lire e grave, Pogradec,
Poradeci , 2000, p.134-135.
140
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
presenza femminile fu del tutto marginale, né venne loro riconosciuto
alcun diritto nella vita pubblica. I secolari valori patriarcali restavano
dominanti, vincolando la donna al cliché di creatura sensibile, fragile e
gracile, del tutto inadatta a farsi carico dei rigori della guerra, o delle
responsabilità attributi ben poco considerati per poter servire
nell’ostinatezza delle lotte nazionale e della vita politica del paese.
Solo nella seconda fase della seconda guerra mondiale la donna albanese cominciò a rivendicare i propri diritti, infrangendo alcuni dei
più retrivi tabù patriarcali e affiancandosi all’uomo nella gestione delle emergenti questioni nazionali.
2- Seconda fase. Gli anni del regime comunista. I primi accenni della emancipazione femminile.
Per la prima volta nella storia dell’Albania il governo si preoccupò di
riconoscere uno spazio alle donne al di fuori delle mura domestiche.
Grazie al ruolo importante che la donna aveva avuto durante la guerra,
il regime comunista concede alle albanesi il diritto di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Il limite di questa apertura è evidente: ogni deliberazione politica dotata di rilievo era comunque determinata dai pochi leader del partito.
Le donne assieme a tutto il popolo albanese, furono chiamate a partecipare alle elezioni politiche nella consapevolezza di poter votare
l’unico partito candidato. Anche le donne elette al parlamento, furono
semplicemente le emissarie delle direttive comuniste e di decisioni già
prese altrove. Quelle poche donne, come Musine Cocolari49, che osarono opporsi, vennero condannate e fucilate.
3- Terza fase. Gli anni della transizione democratica qualche regresso, qualche conquista.
Nei primi anni della transizione democratica sono tornati con più forza
i valori del passato, sia quelli della tradizione patriarcale, sia quelli di
una ipocrita l’uguaglianza tra generi.
49
È conosciuta come la prima donna scrittrice dell’Albania, (1917 – 1983). Laureatasi in
letteratura presso l’università di Roma nel 1941, al suo ritorno in Albania partecipò alla fondazione del Partito Socialdemocratico albanese, nel 1944, e del giornale “La voce della libertà”. Nel 1946, pochi giorni dopo la fucilazione dei suoi due fratelli per ordine del Partito Comunista, la Cocolari fu condannata a vent’anni di carcere, poi esiliata in un piccolo paese
sperduto dell’Albania fino alla sua morte. P. Asllani, Requiem ne dy kohe per Musine Kokolari, in Alleanza gjinore per zhvillim, Te heqesh udhen, Tiran, Pegi,2007, p.69-77.
Aleksandra Binaj
141
In mancanza di una reale cultura democratica, la forte presenza di
tradizioni d’impronta patriarcale, ha portato ad un nuovo processo di
emarginazione femminile nella vita economica, sociale e politica del
Paese.
L’intervento del governo albanese già dai primi anni Novanta, teso
a colmare la disuguaglianza tra generi tramite diverse disposizioni
legislative, non ha dato gli esiti aspettati. Meri atti formali, tra i quale
anche la introduzione delle “Quote Rosa”, non hanno la forza di cambiare la perdurante situazione di disparità tra i sessi in assenza
d’interventi più diretti e concreti.
Le “Quote rosa”
Per agevolare la partecipazione delle donne alla sfera politica, ovvero
per facilitare l’entrata delle donne in ambiti che per lungo tempo sono
stati prerogativa maschile, vi sono tre principali strategie50: le strategie
retoriche, le politiche per le pari opportunità e le politiche delle azioni
positive. Le prime sono solo impegni da parte dei leader politici a favorire le pari opportunità tra uomini e donne, senza implicazioni legali. Le
azioni positive rappresentano la strategia più significativa per incentivare la partecipazione delle donne. In generale, le azioni positive consistono in misure specifiche diseguali destinate ad eliminare, o almeno a ridurre, le conseguenze sfavorevoli derivanti dall’appartenenza a gruppi
sociali segnati da uno svantaggio sistematico e si distinguono in tre categorie51.: una quota di seggi riservato alle donne in base alla legge elettorale; le quote riservate alle donne nelle liste dei candidati; e, infine, le
quote volontarie decise autonomamente dai partiti
Nel caso albanese i due ultimi meccanismi delle quote non hanno
portato dei risultati in quanto alla crescita della rappresentanza femminile. La discussione sulle quote è stata tuttavia molto accesa, specialmente negli ultimi anni sia nell’opinione pubblica, sia in ambito
istituzionale.
Il 17 giugno 2008 il Parlamento albanese ha votato una legge attraverso la quale si è istituzionalizzata l’obbligatorietà di una quota (cosiddetta quota rosa) pari all’obbligatorietà di assicurare un 30% di rappresentanza femminile negli organi legislativi, esecutivi e giudiziario.
50
A. Donà, Le pari opportunità, Bari, Laterza, 2006, p.101, citato da P, Norris, Electoral,
Engineering. Votin Rules and Political Behaviour, Cambridge University Press, Cambridge,
2005.
51
Ibidem.
142
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Nelle elezioni tenutesi a giugno 2009, seppur non si è raggiunta
la percentuale attesa del 30%, la posizione della donna nel Parlamento
albanese è senz’altro migliorata. Il nuovo Parlamento è oggi composto da 22 donne, pari al 15,7% dei seggi52.
Restano da risolvere molti altri problemi, prima fra tutti la loro
permanente incapacità di far carriera dentro al Parlamento.
Nelle tabelle seguenti si illustrano i dati che riguardano le posizioni
nei ruoli di alto livello decisionale e istituzionale delle donne al 2006.
Tab.5 Participation of women in institucions, October 2005
POSITION
COUNCIL OF MINISTERS
Prime Minsters
Cabinet’s Head of Prime Minister
Advisers of Prime Minister
Vice Prime Minister
Cabinet’s head of Vice Prime Minister
MINISTRIES
Ministers
Vice Ministers
General Secretary
SUBORDINATE INSTITUTIONS OF THE COUNCIL OF MINISTER
Directors Head
Prefecture/Prefekts
INDIPENDET INSTITUTIONS
Directors & Head
MALE
FEMALE
1
1
6
1
/
/
/
/
/
1
13
20
10
1
4
2
10
10
5
2
14
1
Source: Comitee for Equal Opportunities
Tab.6 Composition of parliament, July 2005
POSITION
Head of Parliament
Spokesperson of Parliament
Member of Parliament
Chairs of Parlamentarian Comm.
Chairs of Parlamentarian Groups
MALE
/
2
140
7
9
FEMALE
1
/
10
1
/
Source: Web-site of Parliament www.parlament.al
Anche nella composizione dell’ultimo governo, composto da sedici
membri, solo uno era di sesso femminile. L’introduzione delle quote
52
Gazeta Shqip, 27/07/2009, http://www.gazeta-shqip.com/artikull.php?id=68778
Aleksandra Binaj
143
sembra insomma poter offrire solo la quantità, ma non una vera rappresentanza in senso qualitativo e tantomeno assicurare un reale potere
decisionale per le donne.
Facendo un raffronto con altri paesi europei dove il meccanismo
delle quote è diffuso, si possono individuare due ipotesi interpretative
utili per riflettere sul modello adottato dal governo albanese.
In un primo caso, si considera il sistema di quote come una iniziativa
poco democratica e forzata53.
Secondo questa posizione, l’Albania sta tornando verso un sistema
affine a quella del precedente governo comunista, nel quale le scelte e
gli orientamenti politici non si basano su di una decisione democratica
e ragionata dell’elettore, ma diretta dall’alto sulla base di un’azione
preordinata.
Nella seconda interpretazione, invece, si avanza una obiezione meritocratica54.
L’introduzione delle quote assicurerebbe alle donne una chance in
più per migliorare la loro rappresentanza politica, influendo però negativamente sulla loro carriera successiva. In base a quest’ottica, la
partecipazione “non meritata” delle donne in una fase iniziale, pregiudicherebbe la loro possibile designazione tra i membri della dirigenza
dei posti istituzionali.
In conclusione, il sistema delle quote può essere considerato come
un primo passo, ma per essere più efficiente deve affiancarsi ad altri
tipi d’iniziative. La parità tra uomini e donne in ambito politico potrà
essere garantita solo con la conquista di una piena cittadinanza sociale.
CONCLUSIONI
Seppur in maniera sommaria, evidenziando gli aspetti macroscopici, si
è tentato di fare un quadro complessivo dei fattori che hanno avuto un
ruolo importante nell’ultimo ventennio di storia dell’Albania in merito alla condizione della donna.
Per comprendere il peso della tradizione è stato necessario ripercorrere la storia delle donne d’Albania fin dai tempi delle società pa-
53
54
G. Brunelli, Donne e politica, Bologna, Mulino, 2006, p. 70-73
Ibidem.
144
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
triarcali, risalendo poi fino all’attualità e alla sfida della contemporaneità, ormai tesa a garantire la piena rappresentanza di uomini e donne
per una compiuta società democratica.
Il bilancio che se ne può trarre evidenzia le profonde trasformazioni
subite e quanto sia cambiato il ruolo della donna mettendo in rilievo
gli esiti sia positivi e quelli negativi.
A quasi vent’anni dalla caduta del regime di Hoxha, l’uguaglianza
tra i generi rimane infatti un problema ancora tutt’altro che risolto.
Sono stati molti i fattori che hanno impedito il raggiungimento di una
compiuta emancipazione democratica, ma nonostante ciò i risultati
degli ultimi anni sono stati innegabili.
Un primo passo importante è stato quello di far acquisire una nuova
consapevolezza alle donne albanesi in merito alle scelte importanti
della loro vita. Partecipare alla vita economica, sociale, politica, scegliere una vita dedicata alla famiglia e ai figli, o piuttosto alternare
l’attività pubblica con quella privata, sono scelte che ormai vengono
sentite come spettanto solo alla donna e non possono più essere imposte dall’esterno, né in nome di un regimi politico, né di consuetudini di
stampo patriarcale.
Dall’analisi condotta emerge che il nuovo sistema democratico vigente in Albania garantisce – in linea teorica e di principio - la parità
tra i generi. Non ci sono ostacoli giuridici che limitano una compiuta
uguaglianza tra donna e l’uomo, ciò nonostante permangono barriere
derivanti dalle forme con le quali la vita del Paese è strutturata e dalle
resistenze di tipo sociale e culturale.
Tra le principali cause emerse e che costituiscono un ostacolo nella
partecipazione alla donna in condizione di parità con l’uomo nella vita
economica, sociale e politica dell’Albania, possiamo enucleare due
ordini di ragioni: la persistenza dei valori culturali tradizionali e una
scarsa volontà d’intervento da parte delle istituzioni.
1- La persistenza dei valori culturali patriarcali tipici della tradizione
albanese influisce ancora con forza la percezione in merito alla
divisione dei compiti all’interno della famiglia come un dovere e
una responsabilità principalmente femminile. Resistono ancora gli
stereotipi secondo quali “l’uomo è nato per amministrare la vita
pubblica e la donna quella privata”. La diseguale divisione del lavoro in base al genere crea opportunità disuguali tra donne e uomini, con effetti pesantemente negativi non solo nella loro struttura
economica del Paese ma anche su quella sociale e politica.
2- L’incapacità da parte del governo albanese di promuovere politi-
Aleksandra Binaj
145
che sociali efficaci e garantire l’offerta di servizi che possano favorire l’emancipazione femminile. Oltre alla disoccupazione, ai
bassi salari, all’incertezza professionale, la scarsità di politiche sociali volte a garantire l’esistenza di strutture come: asili nidi, scuole materne con orari pomeridiani, case di cura per le persone anziane, rende ancora più difficile condurre le scelte importanti per la
loro vita, divise tra la famiglia e la carriera, si intenda con
quest’ultima sia quella lavorativa, sia quella politica.
Attualmente l’interesse principale del governo albanese per raggiungere gli obbiettivi di una eguaglianza e pari opportunità tra generi, ha
maturato nuovi meccanismi che prevedono dei interventi più diretti in
qui partecipano tutti attori pubblici e sociali.
In questo modo si può raggiungere la sensibilizzazione sul problematiche di genere nell’opinione pubblica, superare gli stereotipi
sulle donne, la consapevolezza sul ruolo importante che le donne albanese hanno nella vita sociale economica e politica. Solo un dialogo
aperto con tutta la società, e un intervento più diretto nelle esigenze
base per vita delle donne si può consolidare in Albania una vera democrazia tra i generi.
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