diagnosi e terapia della malattia di alzheimer
Transcript
diagnosi e terapia della malattia di alzheimer
Laboratorio di Epidemiologia & Neuroimaging IRCCS San Giovanni di Dio - Fatebenefratelli, Brescia Ministero della Sanità Ricerca Finalizzata "Criteri diagnostici, strumenti di assessment, scelta degli outcomes e dei servizi più appropriati per la diagnosi e terapia delle demenze" Con il patrocinio di: Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri Società Italiana di Neurologia Società Italiana di Gerontologia e Geriatria Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Associazione Italiana di Psicogeriatria DIAGNOSI E TERAPIA DELLA MALATTIA DI ALZHEIMER: UN PERCORSO PER LE UNITÀ DI VALUTAZIONE ALZHEIMER Giovanni B Frisoni IRCCS San Giovanni di Dio – Fatebenefratelli DIAGNOSI E TERAPIA DELLA MALATTIA DI ALZHEIMER: UN PERCORSO PER LE UNITÀ DI VALUTAZIONE ALZHEIMER Giovanni B Frisoni DIAGNOSI E TERAPIA DELLA MALATTIA DI ALZHEIMER: UN PERCORSO PER LE UNITÀ DI VALUTAZIONE ALZHEIMER IRCCS San Giovanni di Dio – Fatebenefratelli Prima edizione: settembre 2001 2001 IRCCS San Giovanni di Dio – Fatebenefratelli via Pilastroni 4, 25125 - Brescia, Italy Tel: +39 03035011 – Fax: +39 030348255 E-mail: [email protected] – Internet: www.centroAlzheimer.it Tutti i diritti sono riservati per tutti i Paesi Il presente volume è stato composto grazie a un finanziamento pubblico del Ministero della Sanità (Ricerca Finalizzata "Criteri diagnostici, strumenti di assessment, scelta degli outcomes e dei servizi più appropriati (àmbiti/setting) per la diagnosi e terapia delle demenze" (ICS 030.13/RF 9863). Fatta eccezione per i capitoli 2 e 3 (protetti da copyright rispettivamente di British Medical Association Publishing Group e Springer Steinkopff Verlag) il contenuto può essere riprodotto, tradotto o adattato a patto che sia citata l’appropriata referenza. La violazione di tali diritti è perseguibile a norma di legge. Il volume è disponibile in formato elettronico su www.centroAlzheimer.it. Stampato in Italia da Donati SRL, Rovato, Brescia Il volume non ha ricevuto alcuna sponsorizzazione da aziende farmaceutiche. La copertina riporta il logo del Laboratorio di Epidemiologia e Neuroimaging, La Creazione, affresco dipinto nel 1510 da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, in Vaticano, Roma. Nel dipinto può essere apprezzata una sorprendente somiglianza tra l'immagine di Dio che infonde lo spirito in Adamo e l'immagine di un cervello umano in cui si possono riconoscere il giro del cingolo, la scissura di Silvio, l'arteria vertebrale, il tronco encefalico, il midollo spinale, l'ipofisi, il nervo ottico, il chiasma ottico e il tratto ottico (una più accurata spiegazione su www.centroAlzheimer.it). Il messaggio cogente dell’affresco è tuttavia morale: Dio sta donando a Adamo l'intelletto, che permette all'Uomo di pensare il meglio e il sommo e di metterne a frutto i talenti. Questo volume è dedicato a noi medici, perché la cura intelligente e amorevole dei vecchi sia lo strumento per lasciare ai nostri figli l’eredità di un mondo migliore. SOMMARIO 1 - Presentazione xx 2 - Il progetto CRONOS: le sfide, i problemi, le soluzioni possibili xx 3 - Imaging strutturale nella diagnosi clinica della malattia di Alzheimer: problemi e strumenti xx 4 - Il trattamento della malattia di Alzheimer con inibitori delle colinesterasi: alla ricerca del punto di incontro tra evidenza scientifica e pratica clinica xx 5 - Coautori e ringraziamenti xx De cognitis ad incognita 1 PRESENTAZIONE IL PROGETTO CRONOS PER L’ALZHEIMER: UN’OCCASIONE DA NON PERDERE Un recente atto del Ministero della Sanità ha portato all’attenzione di tutta la comunità che opera all’interno del Servizio Sanitario Nazionale un problema di crescente attualità quale è quello delle demenze, globalmente definite come Malattia di Alzheimer. Si è trattato di un’iniziativa da tempo nell’aria, che era attesa con grande aspettativa dalle organizzazioni dei malati e dei famigliari, come pure di tutti i centri d’assistenza che si occupano di questa patologia. Mai come in questo caso, infatti, le considerazioni di carattere scientifico ed economico legate alla modesta e transitoria efficacia dei farmaci anticolinesterasici ed al loro elevato costo si scontravano con le esigenze dei pazienti e dei caregivers di vedere un primo spiraglio di luce, un primo segnale di avanzamento riconosciuto anche dal SSN; un tale segnale avrebbe avuto non tanto e non solo una valenza d’impatto economico ma soprattutto di tipo psicologico. Il progetto CRONOS messo a punto e promulgato dai Ministri Bindi e Veronesi rappresenta un passaggio interessante nella recente storia della politica sanitaria italiana. Sulla spinta, infatti, dell’esigenza di dover erogare gratuitamente ai pazienti affetti da demenza gli unici farmaci che si sono dimostrati di una qualche efficacia, è stato messo a punto un programma che rappresenta l’embrione di un primo tentativo di un intervento organico in questo settore e che cerca di raccordare l’organizzazione della medicina ‘territoriale’ con quella specialistica ed ospedaliera; il tutto nell’ottica della centralità del Paziente. Non si è trattato di una erogazione indiscriminata dei farmaci a tutti i pazienti affetti da demenza, ma di una vera e propria sperimentazione in cui solo una fascia limitata di malati nella fase d’esordio e di minor gravità della patologia dementigena (circa il 10% del totale stimato, quella che stando agli studi più recenti, andrebbe a trarre il massimo d’efficacia dalla terapia in oggetto) viene ad essere selezionata e seguita nel tempo tramite tests clinici, sulla base dei quali decidere poi se proseguire o interrompere la cura. Il progetto poggia su un circuito virtuoso in cui medici di medicina generale, specialisti, ospedali, regioni, aziende farmaceutiche, aziende sanitarie locali operano in stretta connessione. Infine, ma certamente di pari importanza, è da sottolineare che a corollario del progetto CRONOS è stato bandito dal Ministero della Sanità un progetto strategico di ricerca, con un robusto finanziamento, che affronta il problema delle demenze a 360°: dalla biologia molecolare e la genetica della morte neuronale e della formazione dei grovigli neurofibrillari e della deposizione dell’amiloide, all’organizzazione sanitaria ed alla formazione e sostegno dei caregivers, dalla diagnostica clinica e strumentale, allo sviluppo di nuove terapie (p.es. il vaccino anti beta-amiloide). Ma è veramente così importante il problema delle demenze da meritare ora ed in futuro tale e tanta attenzione da parte dei centri decisionali che governano il Paese, le Regioni e le Città? La risposta è sin troppo facile. Anzi, sorprende il lungo ‘letargo’ tranne poche eccezioni - che ha colpito le Autorità sanitarie sia a livello centrale che territoriale, su di un problema che da anni è diventato gravissimo sia sul piano assistenziale che su quello sociale. Infatti, le stime sul numero dei soggetti colpiti variano a seconda della griglia di riferimento sintomatologico per la diagnosi di demenza e del tipo di scala di valutazione; tuttavia tutte concordano che è ragionevole ritenere che almeno il 5% degli ultra 65enni, il 15% degli ultra 75enni ed il 25% degli ultra 85enni sia affetto da demenza. Parliamo ovviamente di tutte le varie forme di demenza, essendo l’Alzheimer la causa di poco più della metà del totale (anche se nell’accezione generale oramai questo eponimico equivale alla demenza). E’ quindi facile capire che il numero è già attualmente molto elevato (circa 500.000 nel nostro Paese) e che - con l’invecchiamento ulteriore della popolazione - è destinato ad aumentare in modo rapido ed inesorabile se non si trova una strategia valida per contrastare tale trend. Si aggiunga inoltre che la sopravvivenza media dal momento della diagnosi è notevole (intorno ai 10 anni) ed anch’essa destinata ad allungarsi grazie all’efficacia delle cure generali e dell’organizzazione sanitaria territoriale che riesce a rimandare nel tempo i fattori di rischio causa dell’exitus. demenza appare oggi capace di risolvere in piena solitudine una problematica tanto articolata e complessa; solo una grande alleanza in grado di coniugare le diverse competenze professionali e le forze migliori della ricerca di base, della ricerca sanitaria e della programmazione e dell’ organizzazione sociale potrà portare a traguardi intermedi significativi in attesa di una definitiva soluzione che, tuttavia, non appare vicina. La battaglia per la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura è appena agli inizi e non ci si deve fare alcuna illusione sul fatto che sarà molto lunga e dura. Gli studi degli ultimi anni hanno infatti chiaramente dimostrato alcuni aspetti che chiariscono anche al ‘non addetto’ la complessità del problema: 1) la malattia è multifattoriale (cioè causata non da un solo virus, batterio, o gene alterato, o sostanza ambientale, o caratteristica personale, ma da molti fattori che accumulandosi e sommandosi nel tempo si esprimono infine nel quadro dei sintomi) e riconosce concause genetiche, ambientali, sociali e personali il cui peso singolo e d’interazione non è ancora noto (nessuno dei fattori di rischio conosciuti raggiunge un peso statistico tale da poter fare diagnosi pre-clinica e/o da poter mettere a punto uno strategia di prevenzione seria); 2) il cervello normale è dotato di meccanismi di autoprotezione in grado di limitare a lungo i danni prodotti dalle cause al punto 1, ne consegue che 3) non è noto quando iniziano esattamente i primi processi che portano alla precoce degenerazione delle cellule nervose (qualcuno ritiene sin dalle prime fasi della vita infantile; comunque certamente molti anni prima della comparsa dei primi sintomi clinici); 4) non sono noti i meccanismi che differenziano le forme di demenza più aggressive ed a rapida evoluzione rispetto a quelle meno aggressive e con progressione più lenta e benigna; 5) non è conosciuta la quota di sovrapposizione e di differenziazione tra gli eventi fisiologici che caratterizzano un invecchiamento cerebrale ‘normale’ rispetto a quelli che inducono una patologia dementigena (p.es. il ruolo degli ormoni, degli stimoli sensoriali); 6) non è noto sino a che punto arrivi la ‘consapevolezza’ di malattia nelle sue varie fasi (un aspetto d’inestimabile importanza nel dibattito sul consenso informato del paziente demente alle varie procedure diagnostiche e terapeutiche anche sperimentali- a cui di volta in volta lo si voglia sottoporre, o sul ruolo decisionale e gestionale in famiglia, nel lavoro o altro); 7) non è noto dove collocare il confine tra i disturbi dell’invecchiamento fisiologico (p.es. la smemoratezza ‘benigna’ dell’anziano sano) ed i sintomi d’esordio di una malattia dementigena; 8) non si conosce perché alcuni pazienti rispondono, almeno inizialmente, ai farmaci anticolinesterasici, mentre altri no. Ognuno dei punti di questa lista (che è carente certamente per difetto) implica problematiche di carattere scientifico, etico, morale, clinico, gestionale ed organizzativo che sono di portata enorme. Nessuna delle organizzazioni e dei centri nazionali ed internazionali che si occupano di I farmaci anticolinesterasici (che aiutano cioè ad accumulare in alcune aree del cervello demente il neurotrasmettitore acetilcolina che è ivi carente) unitamente ad altre sostanze ad azione antiossidante, antinfiammatoria ed antiapoptotica- rappresentano un aspetto interessante di tale strategia dei “piccoli passi”. Poter disporre infatti di un trattamento in grado di rallentare l’evoluzione di una demenza diagnosticata precocemente (e quindi trattata nelle fasi d’esordio, meno gravi sul piano dei sintomi) significa contrastare efficacemente la perdita di ruolo sociale e dell’autonomia nel vivere quotidiano e ritardare nel tempo la progressiva necessità di ‘vicariamento’ da parte dei caregiver delle funzioni perse dal paziente (un ulteriore costo umano e sociale per il lavoro che questi non possono espletare e per i riflessi negativi sui loro rapporti sociali e la qualità della loro vita). Un rallentamento significativo della progressione di malattia in un paziente anziano, significa -quindifarlo avvicinare il più possibile ad un’età in cui la vita “naturalmente” si conclude, in condizioni di totale o parziale autonomia, almeno per le attività del vivere quotidiano. Un traguardo di non poco conto, visto anche che allo stato attuale la quasi totalità dei pazienti dementi è assistita in famiglia (che generalmente fornisce la migliore qualità di vita a questo particolare tipo di malati; migliore anche delle più avanzate strutture di assistenza). Una caratteristica, questa, che contraddistingue -credo in modo anche molto positivo- l’organizzazione sociale del nostro Paese, ma che - nella quasi totale mancanza di supporti da parte del SSN - suona troppo spesso come un’inesorabile condanna per la famiglia colpita. La progressiva attivazione del progetto CRONOS potrebbe rappresentare il nucleo iniziale di una rete organizzativa in grado rendere sempre più omogenee le procedure diagnostiche e terapeutiche nel settore delle demenze, aumentare la cultura e la sensibilità di tutto l’apparato del SSN verso una patologia troppo spesso guardata con senso d’impotenza e d’ineluttabilità, aumentare il livello d’interazione tra le regioni verso un modello di assistenza ospedaliera e territoriale unico e condiviso, aumentare la visibilità delle associazioni dei malati e dei centri che da anni si dedicano seriamente a questa patologia. Su questa linea s’inserisce il contributo messo a punto dal Dr.Frisoni, in cui confluiscono alcune delle più importanti esperienze maturate dalle ricerche sue personali e degli altri Ricercatori del centro Alzheimer dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) di Brescia che il Ministero della Sanità ha riconosciuto come centro d’eccellenza per l’Alzheimer e le malattie psichiatriche. Un gruppo di studiosi che da oltre un decennio si dedica esclusivamente ad approfondire le cause di questa patologia ed a mettere a punto metodi per una diagnosi precoce e per contrastarne l’evoluzione in modo sempre più efficace. Fu una scelta ‘profetica’ (a quell’epoca quasi nessuno si occupava di questo problema e “Alzheimer” era ancora un termine semisconosciuto) che i Fatebenefratelli della Provincia LombardoVeneta vollero fare in omaggio alla secolare tradizione del loro Ordine religioso che da sempre si dedica all’ospitalità ed alla cura dei malati e delle persone più fragili (e forse più reiette). Sono certo, come clinico e come ricercatore, che la Lettrice ed il Lettore di questo manuale potranno giovarsi non solo delle informazioni tecniche, ma di un metodo d’approccio integrato, di un modo di ragionare basato sulla medicina dell’evidenza e di una passione in questa battaglia contro la Demenza che il Dr. Frisoni ed i suoi Collaboratori da anni hanno acquisito come metodo di lavoro e che sono interamente riusciti ad infondere in queste non molte, ma dense pagine. Prof. Paolo M. Rossini Direttore Scientifico Centro S.Giovanni di Dio-Fatebenefratelli Brescia 2 IL PROGETTO CRONOS: LE SFIDE, I PROBLEMI, LE SOLUZIONI POSSIBILI Il diritto alla cura del malato di Alzheimer Il riconoscimento del diritto dei malati di Alzheimer a ricevere gratuitamente i farmaci antidemenza (gli inibitori dell’acetilcolinesterasi donepezil, rivastigmina, galantamina) da parte del Servizio Sanitario Nazionale1 ha segnato una svolta non solo operativa ma soprattutto culturale. Il 15 settembre 2000 sarà ricordato come il giorno a partire dal quale questi malati hanno acquisito diritto di cittadinanza nel panorama sanitario, ovvero il diritto a ricevere una diagnosi accurata con strumenti culturalmente e tecnologicamente avanzati, il diritto a ricevere farmaci costosi anche se solo sintomatici, il diritto a essere seguiti nel tempo analogamente alle altre malattie croniche, il diritto ad accedere ai servizi ospedalieri acuti e riabilitativi in caso di bisogno. Benché raggiunto in ritardo, questo obiettivo è ora pienamente maturato. Il compito è ora nostro, dei medici in prima linea nella cura della malattia, di colmare il ritardo e riempire il diritto acquisito di contenuti clinici e umani. Questo piccolo volume, i cui messaggi spesso problematici troveranno una operazionalizzazione nel documento finale della più ampia Ricerca Finalizzata Ministeriale, cerca di essere un supporto in questa direzione. Le UVA del progetto CRONOS Il progetto CRONOS certifica 517 servizi clinici come centri di II livello esperti nella diagnosi e terapia della malattia di Alzheimer e delle altre demenze (Unità di Valutazione Alzheimer - UVA). La loro istituzione ha seguito procedure diversificate nelle varie Regioni, condizionate dalla presenza di servizi preesistenti e di centri di riferimento per le demenze. Ne è risultato che la Lombardia ratificando nella totalità dei casi le autocandidature di strutture in gran parte ospedaliere ha attivato 66 UVA, la Campania 57, mentre il Lazio 25. Una tale numerosità non ha eguali nella Comunità Europea o negli Stati Uniti, in cui i servizi esperti (Alzheimer’s Disease Research Centres) sono in numero di poche decine. La ragione è da riconoscere nella scelta del Ministero della Sanità di privilegiare la capillarità della distribuzione dei farmaci, piuttosto che considerazioni di esperienza clinica e approfondimento culturale. Per quanto discutibile, questo approccio ha certamente il pregio di ridurre drasticamente il rischio di monopolizzazione dei malati e delle famiglie da parte di pochi centri "eletti" e la creazione di centri di potere con dinamiche estranee alla cura dei malati. L'eterogeneità delle UVA Questo approccio ha tuttavia cagionato una serie di problemi, che – lungi dal compromettere il significato clinico e sociale del progetto – devono tuttavia essere chiaramente esplicitati per essere affrontati e risolti. In primo luogo, la copertura del territorio è molto variabile. Anche non considerando fattori quali la conoscenza del servizio da parte del medico di medicina generale, l’accessibilità, i tempi di attesa e la presenza di unità esterne delegate dalle UVA ufficiali a erogare le prestazioni, la concentrazione delle UVA nelle regioni varia di un fattore 5, da 3 ogni 10.000 anziani dementi nelle Regioni Basilicata Lazio Liguria Piemonte e Toscana a 15 ogni 10.000 anziani dementi nella Regione Umbria e Valle d’Aosta (tabella 1). Inoltre, i centri sono collocati in strutture cliniche eterogenee, dall'ambulatorio del reparto ospedaliero per malati acuti, a quello dell'istituto di riabilitazione, alla clinica universitaria, alla casa di riposo, all'unità di valutazione geriatrica del distretto dell'azienda sanitaria locale (come ad esempio la Regione Emilia Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Marche, Lazio, Campania e Puglia). Di conseguenza, le risorse di personale, di tempo e tecnologiche sono estremamente variegate, con verosimili conseguenze sul grado di accuratezza diagnostica. E' noto infatti che persino in centri di ricerca esperti di III livello, in cui è lecito immaginare un omogeneamente alto livello di approfondimento clinico e strumentale, l'accuratezza diagnostica per malattia di Alzheimer probabile varia dal 79 al 100%,2 anche con l'utilizzo dei medesimi criteri clinici (NINCDS-ADRDA di McKhann del 1984).3 Una recente rilevazione sulle UVA dell’Italia settentrionale ha dimostrato che l’uso di TC, RM e SPET a scopo diagnostico è estremamente variabile e non segue regole univoche. Numero di UVA totale per 10.000 dementi per 100 dementi per 100 AD eligibili Pazienti sospesi dal trattamento Tabella 1. Diffusione delle UVA sul territorio nazionale e del progetto CRONOS fra i pazienti (fonte: Progetto CRONOS News, I - n°2 giugno 2001). N° paz. trattati dal 15.9.00 al 30.6.01 Abruzzo 19 8 1.5 31% 7% Basilicata 3 3 0.7 14% 3% Calabria 31 10 1.9 38% 5% Campania 57 8 2.4 47% 9% Emilia R. 36 4 2.6 52% 6% Friuli V-G 12 5 0.1 2% 0% Lazio 25 3 1.3 26% 3% Liguria 13 3 2.9 57% 2% Lombardia 66 4 1.1 22% 4% Marche 14 5 13 26% 4% Molise 5 8 0.5 9% 26% Piemonte 26 3 1.0 20% 5% Puglia 60 10 1.1 22% 4% Sardegna 11 5 1.9 38% 6% Sicilia 41 5 1.3 27% 3% Toscana 21 3 1.3 25% 3% Trentino 10 7 0.2 5% 8% Umbria 27 15 3.0 59% 3% 10% Valle d'Aosta 3 15 0.5 10% Veneto 37 5 1.4 27% 5% ITALIA 517 5 1.6 30% 5% Ad esempio, nonostante le maggiori linee guida diagnostiche (della Società Italiana di Neurologia,4 della Società Italiana di Neuroscienze,5 dell’American Academy of Neurology)6 indichino che un esame di imaging deve essere effettuato almeno una volta nel corso di un decadimento cognitivo, vi è un 40% di UVA le cui pratiche sono sotto standard (ovvero prescrivono una TC a meno dei 2/3 dei pazienti). Inoltre, benché vi sia accordo sull’opportunità di riservare l’esame di SPECT alla minoranza di casi in cui vi è un notevole margine di incertezza diagnostica,7 il 20% delle UVA utilizza la SPET al di sopra di questo standard (ovvero prescrivono l’esame a più di 1/3 dei pazienti). Il quadro è ancora più variegato nel caso dell’esame di RM, per il quale le pratiche prescrittive paiono quasi casuali: il 30% delle UVA prescrive l’esame raramente (ovvero a meno del 5% dei pazienti), il 40% relativamente di frequente (dal 5% a 1/3 dei pazienti), e il restante 30% piuttosto spesso (a oltre 1/3 dei pazienti). Lungi dall’implicare differenze qualitative di gestione clinica del malato, questi dati suggeriscono tuttavia una marcata eterogeneità del rapporto costo/beneficio del percorso diagnostico. Ancora, i responsabili delle UVA sono di eterogenea formazione ed esperienza clinica. Nel Lazio e in Umbria la maggior parte delle UVA è di estrazione neurologica, nel Veneto quelle neurologiche e geriatriche sono egualmente frequenti, in Puglia e Sicilia sono prevalentemente psichiatriche, in Campania quasi esclusivamente geriatriche, e in Calabria le tre discipline sono egualmente rappresentate. Dal momento che sulla carta non vi è alcuna differenziazione nella tipologia qualitativa e quantitativa della prestazione erogata, ma l’approccio clinico è ovviamente differenziato (generalmente più attento alla diagnosi il neurologo, alla comorbilità somatica il geriatra, agli aspetti psicosociali lo psichiatra) è inverosimile che nella pratica la prestazione sia invariante per disciplina. Da ultimo, la numerosità della casistica arruolata nel progetto – ovvero il numero di pazienti che hanno almeno iniziato il trattamento con inibitori dell’acetilcolinesterasi – nelle varie UVA è pure estremamente variabile, andando da poche unità ad alcune centinaia nei primi 9 mesi di attività.8 Ad esempio, l’UVA del Centro Alzheimer di Brescia ha arruolato nei primi 9 mesi di attività 249 pazienti con malattia di Alzheimer probabile secondo i criteri NINCDS-ADRDA. L’età media era di 76+7 anni, donne nel 72% dei casi, con un punteggio alla prima valutazione di 18.9+4.1 al Mini Mental State medio, 4.6+2.5 funzioni strumentali e 1.1+1.5 funzioni basiche perse (O. Zanetti, comunicazione personale). Di questi, 221 hanno ricevuto la seconda valutazione a 1 mese, e 164 la terza a 3 mesi. Alla variabilità di copertura del territorio e numerosità della casistica consegue una ancor maggiore variabilità di copertura di trattamento dei pazienti dementi. La tabella 1 mostra che nella Regione Friuli Venezia Giulia le UVA hanno trattato 1 anziano demente ogni 1000, mentre in Umbria una proporzione 30 volte maggiore. E’ inoltre interessante notare che la densità di UVA sul territorio spiega solo parzialmente la capillarità di trattamento. Mentre è vero che i due casi citati sono agli estremi anche per densità di UVA sul territorio (bassa in Friuli e alta in Umbria), vi è anche il caso della Liguria, che con sole 3 UVA per 10.000 anziani dementi ne è riuscita a trattare 2.9 ogni 100 e quello della Valle d’Aosta che con ben 15 UVA per 10.000 anziani dementi ne ha trattati solo 0.5 ogni 100. E’ verosimile che altre variabili, come le caratteristiche geografiche del territorio e l’accessibilità delle UVA, la sensibilità della popolazione al problema del decadimento cognitivo, la pubblicità al Progetto CRONOS dai mezzi di comunicazione locali giochino un ruolo centrale nel determinare questa disomogeneità di trattamento. Sulla base di questi dati è possibile anche stimare il successo del progetto CRONOS nelle realtà regionali. Al momento del varo del progetto, era stato stimato che di tutti i pazienti con demenza (circa 1 milione in tutta Italia), 500.000 fossero affetti da malattia di Alzheimer, e che di questi una proporzione corrispondente a 50.000 persone fosse in una fase della malattia che le rendeva eligibili ad essere trattati con inibitori dell’acetilcolinesterasi. La tabella 1 mostra che in media sul territorio nazionale il progetto CRONOS ha raggiunto circa un terzo dei malati di Alzheimer. Benchè questo risultato possa apparire relativamente soddisfacente, deve essere sottolineato che probabilmente la stima iniziale di 50.000 eligibili è una sottostima. Un recente studio meta-analitico ha dimostrato che la prevalenza della malattia di Alzheimer varia considerevolemente in relazione alla soglia di disabilità utilizzata per definire la demenza e che questo fenomeno è determinato soprattutto dai casi nelle fasi iniziali – quelli target del progetto CRONOS.9 Sulla scorta di queste osservazioni, è possibile calcolare che in Italia i pazienti con malattia di Alzheimer molto lieve, lieve e moderata siano 481.000, 172.000 e 258.000. Anche considerando che solo la metà del primo e del terzo gruppo siano eligibili per il CRONOS e che la percentuale di pazienti sospesi dal trattamento sia doppia rispetto al 5% indicato dalla tabella 1, risultano pur sempre 490.000 potenziali assuntori di inibitori delle colinesterasi. Sulla base di questa stima, la proporzione di pazienti trattati sarebbe di circa il 3%. Unica nota di relativa stabilità nel panorama del progetto CRONOS è rappresentata dalla proporzione di pazienti sospesi dal trattamento. Se si escludono i due valori estremi dello 0% del Friuli Venezia Giulia e del 26% del Molise, che potrebbero almeno in parte essere dovuti al basso numero di pazienti arruolati (25 e 31 rispettivamente), nelle restanti regioni la percentuale di pazienti sospesi dal trattamento varia dal 2 al 10%. La conseguente sperequazione In questo scenario, non è difficile immaginare che i percorsi diagnostico-terapeutici dei pazienti afferenti alle UVA siano tutt’altro che omogenei sul territorio nazionale. Benché sperequazione di trattamento non sia tipica della malattia di Alzheimer (basti pensare all’epilessia, alla schizofrenia e alla fibrillazione atriale), la pratica della medicina moderna richiede comunque approcci sempre più omogenei e standardizzati, unica via per aumentare il rapporto medio di costo/beneficio dell’atto clinico. Riconoscere il decadimento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment) in UVA Un aspetto squisitamente clinico ma con importanti ricadute di politica sanitaria è quello del decadimento cognitivo lieve (il mild cognitive impairment - MCI della letteratura anglosassone). Si tratta del tentativo nosografico di isolare i pazienti con malattia di Alzheimer in stadio preclinico - ovvero quando il deficit cognitivo è limitato alla memoria e non vi è ancora disabilità nelle attività della vita quotidiana per sottoporli a interventi farmacologici atti a ritardare lo sviluppo della demenza conclamata. E' stato stimato che un intervento in grado di ritardare la manifestazione della malattia di Alzheimer di 5 anni potrebbe dimezzare il numero di malati nei prossimi 30 anni10 e un clinical trial è attualmente in corso negli Stati Uniti11 per valutare l'effetto di donepezil, vitamina E e placebo su pazienti con decadimento cognitivo lieve. La prevalenza del decadimento cognitivo lieve è impressionantemente elevata, con stime che vanno dal 16% della popolazione ultra65enne12 al 70% degli ultra75enni.13 E' facile immaginare cosa succederebbe ai conti pubblici se il 70% degli ultra75enni venisse etichettato non come decadimento cognitivo lieve ma come affetto da "malattia di Alzheimer molto iniziale" e fosse conseguentemente trattato con inibitori dell’acetilcolinesterasi. Tuttavia, il decadimento cognitivo lieve è probabilmente una sindrome piuttosto che una malattia, includendo sia persone con malattia di Alzheimer preclinica, ma anche altre con demenza vascolare preclinica e altre ancora con bassa prestazione cognitiva ma destinate a non sviluppare mai demenza.14 Questo si traduce in una ancor maggiore incertezza dell'inquadramento diagnostico e del risultato della terapia con inibitori dell’acetilcolinesterasi (sia in termini di outcome positivi che di effetti collaterali). L'entrata sulla scena clinica dell'entità nosografica del decadimento cognitivo lieve introduce quindi un ulteriore elemento di incertezza e variabilità nell'attività clinica delle UVA e conferma ulteriormente l’opportunità della standardizzazione dell’approccio diagnostico e terapeutico. Colmare lo iato fra ricerca scientifica e pratica clinico-assistenziale e fra domanda della società e offerta del SSN La chiave di lettura dei due prossimi capitoli (cap. 2 e cap. 3) di questo volume è quindi quella dell’opportunità di ricercare insieme una sensibilità clinica comune nelle UVA standardizzando l'approccio diagnostico e terapeutico sul territorio nazionale. Si tratta della traduzione italiana di due editoriali apparsi quest'anno sul Journal of Neurology Neurosurgery and Psychiatry (rivista scientifica del gruppo del British Medical Journal) e sul Journal of Neurology (organo ufficiale della European Neurological Society).15,16 Il primo affronta il tema della diagnosi strumentale nel percorso diagnostico differenziale della malattia di Alzheimer e del decadimento cognitivo lieve, mentre il secondo tratta il problema della terapia con gli inibitori dell’acetilcolinesterasi. Entrambe i capitoli cercano di affrontare le problematiche delle UVA con un taglio eminentemente pratico e applicativo, e di colmare lo iato sempre più ampio fra sviluppi della ricerca biomedica ed evidenza scientifica da un lato e necessità e problemi clinici dall'altro. In un recente saggio, Daniel Callahan sottolinea che nei prossimi anni l'aumento delle opzioni tecnologiche diagnostiche e terapeutiche, dei costi associati e della popolazione eligibile sarà esponenziale a fronte di un aumento lineare o addirittura di una contrazione delle risorse finanziarie.17 Questo fenomeno porta a prevedere per i prossimi anni un ampliamento dello iato fra domanda di salute da parte della società e offerta di risposte da parte dell'amministrazione della sanità pubblica. Il medico si troverà fra i due fuochi e avrà il compito di razionare la distribuzione delle opzioni tecnologiche. Per adempiere questo difficile e spesso sgradevole compito il medico potrà contare unicamente sulla propria cultura e su un'approfondita conoscenza sia delle problematiche cliniche che di quelle tecnologiche. Purtroppo, per le caratteristiche della tradizionale formazione medica nel nostro Paese, il medico clinico si trova spesso culturalmente disarmato di fronte al potere e alla suggestione della tecnologia e delega al medico “tecnico” decisioni diagnostiche e terapeutiche che dovrebbe prendere in prima persona o alle quali quanto meno dovrebbe contribuire in modo più puntuale. L’uso della tecnologia diagnostica in UVA In quanto protocollo operativo, i documenti ufficiali del progetto CRONOS non forniscono indicazioni su come utilizzare le opzioni di diversa intensività tecnologica nel percorso diagnostico differenziale. Il semplice utilizzo di alcune scale standardizzate (Mini Mental State, scala di disabilità strumentale di Lawton e basica di Barthel) non risponde certamente alle domande cliniche cogenti, come ad esempio la stima del cambiamento della prestazione cognitiva attuale rispetto a quella premorbosa – stima necessaria per la diagnosi di demenza. Questa stima viene effettuata durante la raccolta anamnestica, è un processo di laboriosa investigazione, e rappresenta un aspetto largamente negletto dagli strumenti standardizzati di valutazione multidimensionale. Inoltre, la valutazione neuropsicologica con il solo Mini Mental State è assolutamente insufficiente per la diagnosi differenziale fra la malattia di Alzheimer e le altre prevalenti forme di demenza come la demenza a corpi di Lewy, la frontotemporale e la demenza vascolare sottocorticale. Queste condizioni, peraltro relativamente frequenti, non raramente soddisfano i criteri NINCDS-ADRDA per malattia di Alzheimer probabile e rientrerebbero quindi nella somministrazione degli inibitori dell’acetilcolinesterasi. Tuttavia, la risposta al trattamento varia da molto buona per la demenza a corpi di Lewy a nulla per la demenza della paralisi progressiva sopranucleare (si veda il capitolo 3) ed un corretto approccio diagnostico differenziale è utile per evitare sgradite sorprese. Linee guida per la diagnosi differenziale delle demenze sono state sviluppate dalla Società Italiana di Neurologia e dalla Società Italiana di Neuroscienze,4,5 che però affrontano il problema della diagnosi differenziale nella sua totalità e comprensibilmente non si soffermano su aspetti quali quando prescrivere e come leggere un esame di imaging diagnostico (TC, RM e SPET). Anche le recenti linee guida dell'American Academy of Neurology6 si limitano a suggerire l'opportunità di effettuare almeno un esame di imaging strutturale (TC o RM) almeno una volta nella storia di ogni paziente con demenza. Tuttavia, una serie di considerazioni suggerirebbero maggiore attenzione a questo problema. In primo luogo, l'imaging diagnostico è costoso. Sulla base dei dati di incidenza della demenza, si può calcolare che ogni anno in Italia fra 800.000 e 1.300.000 persone sono eligibili per un esame di TC o RM a causa dello sviluppo di disturbi cognitivi.15,18 Il costo associato va da 120 a 580 miliardi di lire l'anno, somma dello stesso ordine di grandezza della spesa annua allocata dal Ministero della Sanità a tutta la ricerca biomedica. Se a questo numero vengono aggiunte le persone con decadimento cognitivo lieve, la stima potrebbe essere fino a 3 volte maggiore. Ma ciò che è inaccettabile non solo dal punto di vista amministrativo ma soprattutto da quello clinico e sociale è lo scarsissimo valore diagnostico aggiunto derivante da questa spesa. In una recente rilevazione sulle UVA dell'Italia settentrionale, è emerso che oltre il 90% dei responsabili di UVA ritiene che gli esami di TC, RM e SPET non modifichino significativamente l'orientamento diagnostico (l’elenco delle UVA partecipanti allo studio è disponibile su www.centroAlzheimer.it). I messaggi diagnostici cruciali Il capitolo 2 cerca di rispondere alle domande chiave che si presentano al medico di UVA nel percorso diagnostico differenziale. La tabella 2 riassume sinotticamente i messaggi contenuti nel capitolo. In questa sede è opportuno sottolineare alcuni aspetti, trattati in maggiore dettaglio nel corpo del capitolo. Tabella 2. I messaggi cruciali di diagnostica strumentale. A - Cause intracraniche di decadimento cognitivo reversibili o trattabili: l'imaging è necessario? • Nessuna combinazione di segni clinici e di laboratorio identifica col 100% di sensibilità i casi di demenza reversibili o trattabili. • La TC senza contrasto è necessaria (e sufficiente) per escludere cause chirurgiche di demenza. B - La rilevazione della malattia cerebrovascolare • TC o RM sono necessarie per riconoscere il contributo del carico vascolare al decadimento cognitivo. • Oltre ad infarti e lacune, le lesioni "patchy" (a macchia) o sfumate della sostanza bianca alla TC e le iperintensità irregolari e confluenti alla RM sono indicative di disturbo cerebrovascolare, mentre non lo sono le iperintensità periventricolari regolari e le iperintensità a punta di spillo. • Una scala di valutazione visiva dovrebbe essere usata nella pratica clinica per quantificare il carico cerebrovascolare in ogni paziente con decadimento cognitivo. C - La rilevazione dell'atrofia cerebrale • In assenza di malattia cerebrovascolare di rilievo, scansioni TC o RM appropriatamente eseguite e valutate permettono di quantificare l'atrofia temporale mesiale della malattia di Alzheimer. • Il valore diagnostico aggiunto delle valutazioni di atrofia può essere rilevante in setting clinici di routine come le UVA. • Il ruolo delle valutazioni di atrofia nella diagnosi di decadimento cognitivo lieve (MCI) e nella prognosi di conversione a malattia di Alzheimer è ancora incerto. La rilevazione dell'atrofia cerebrale nella diagnosi differenziale fra malattia di Alzheimer e altre forme di demenza degenerativa • La malattia di Creutzfeldt-Jakob sporadica ha iperintensità nello striato nella RM pesata in T2 e la nuova variante Creutzfeldt-Jakob bilateralmente nel talamo posteriore ("segno del pulvinar "). • La malattia di Pick ha atrofia della corteccia e della sostanza bianca anteriore frontale e/o temporale grave e marcatamente asimmetrica con allargamento dei corni ventricolari. • La malattia di Alzheimer, la demenza frontotemporale, la demenza con corpi di Lewy e la Parkinsondemenza hanno diversi profili di atrofia regionale, ma le differenze sono minime, e possono essere rilevate con specifiche tecniche di post-processing delle immagini digitali di RM. Il loro valore diagnostico aggiunto non è chiaro. Strumenti per la rilevazione dell'atrofia cerebrale: bilanciare accuratezza e praticabilità • Almeno misure lineari di atrofia del lobo temporale mesiale alla TC o scale di valutazione visiva della formazione ippocampale alla RM dovrebbero essere usate in ogni paziente con decadimento cognitivo. L'uso di strumenti quantitativi del danno cerebrovascolare è indispensabile per comprendere quanta parte del deficit cognitivo di un dato paziente è dovuto alla componente degenerativa e quanto a quella vascolare. Uno degli aspetti di maggiore novità nel campo del decadimento cognitivo è infatti l'evidenza che in una grande parte dei casi il deficit cognitivo si manifesta per il concorrere sinergico di fenomeni degenerativi e cerebrovascolari. Gli studi a suffragio di questa ipotesi sono praticamente tutti neuropatologici e la stima del reciproco contributo in vivo è ancora estremamente complessa. Ciò rende ragione del ricorso nella pratica clinica alla categoria diagnostica di demenza mista come "cestino dei rifiuti" per quei pazienti con quadri clinici poco chiari o non paradigmatici. Tuttavia, poiché la presenza o la co-presenza di malattia cerebrovascolare modifica significativamente (in negativo) la prognosi della storia naturale e - probabilmente - la risposta alla terapia farmacologica (in positivo), la stima della componente cerebrovascolare è un punto di rilievo pratico. Per risolvere almeno alcuni dei problemi delle attuali scale di valutazione di carico cerebrovascolare, abbiamo sviluppato una scala di valutazione ispettiva basata su TC che è stato dimostrato correlare strettamente con variabili cliniche indicative di cerebrovascolarità (parkinsonismo, segni di liberazione frontale, segni di danno sottocorticale). Una descrizione accurata della scala è disponibile su www.centroAlzheimer.it, sezione Strumenti Diagnostici. Il processo completo di valutazione della lastra, completamento del modulo di rilevazione (anche questo disponibile in rete) e calcolo del punteggio vascolare dura intorno ai 4-7 minuti. In tale sezione si trova anche la descrizione di una facile scala di valutazione del carico cerebrovascolare sottocorticale applicabile sia su TC che RM sviluppata da una task force di esperti di cerebrovascolarità.19 Deve essere ricordato tuttavia, che questa scala non è stata ancora applicata a pazienti con decadimento cognitivo lieve o demenza iniziale e non è possibile essere certi della accuratezza in questo contesto. Analogamente alla valutazione del danno cerebrovascolare, è indispensabile utilizzare strumenti quantitativi di danno atrofico, verosimilmente marker di una condizione degenerativa. Benché il problema sia lungi dall'essere affrontabile in chiave deterministica e meccanicistica, è lecito immaginare che il paziente con carico cerebrovascolare assente, lieve, o sproporzionatamente lieve rispetto alla gravità dei sintomi abbia una prevalente o concomitante malattia degenerativa responsabile della totalità o di una buona parte del quadro clinico. Sempre su www.centroAlzheimer.it, sezione Strumenti Diagnostici, è disponibile la descrizione di due strumenti di valutazione dell'atrofia temporale mesiale, marker di malattia di Alzheimer, basati su TC e RM.20,21 Il primo è un indice lineare di dilatazione del corno temporale nella sua regione più vicina all'ippocampo mentre il secondo è una valutazione ispettiva di atrofia di tutta la regione temporale mesiale (ippocampo, area entorinale e corno temporale). Entrambe sono di semplice utilizzo, e il processo di valutazione è di 2-4 minuti per il primo e di 1-2 minuti per il secondo. Gli interrogativi aperti Dal punto di vista terapeutico, il protocollo CRONOS fornisce indicazioni apparentemente chiare e operativamente inequivocabili. In realtà, al medico di UVA si presentano domande che il protocollo non affronta. Ad esempio: secondo il protocollo CRONOS solo i pazienti con malattia di Alzheimer probabile secondo i criteri NINCDS-ADRDA3 sono eligibili per il trattamento. E i pazienti con demenza a corpi di Lewy, nei quali dati recenti indicano gli inibitori delle colinesterasi come estremamente efficaci? E quelli con demenza frontotemporale o malattia di Pick? E che fare della grande quantità di pazienti in cui è verosimile un contributo cerebrovascolare (lacune o lesioni della sostanza bianca alla TC o alla RM) e che dovrebbero a rigore essere categorizzati come “malattia di Alzheimer possibile con malattia cerebrovascolare” secondo i criteri NINCDSADRDA3 e NINDS-AIREN?22 E ancora: il percorso di titolazione del farmaco, prevedendo due gradini di incremento, è chiaramente modellato su una delle molecole (il donepezil) che ha due dosaggi (5 e 10 mg). Diverso è il caso della rivastigmina che di dosaggi ne ha almeno 4 (1.5 mg x 2, 3 x 2, 4.5 x 2 e 6 x 2) o della galantamina, che ne ha almeno tre (4 mg x 2, 8 x 2 e 12 x 2). Come conciliare le esigenze del protocollo con quelle cliniche? Questi ed altri aspetti sono affrontati nel terzo capitolo del volume e sono riassunti nella tabella 3. Tabella 3. I messaggi terapeutici cruciali. L'evidenza degli studi controllati e randomizzati • In pazienti con malattia di Alzheimer probabile lieve o moderata (MMSE fra 10 e 26) senza malattia cerebrovascolare, gli inibitori della colinesterasi migliorano la cognitività in media del 4-5%. • Anche se il miglioramento medio è appena percettibile dal medico e dai familiari, circa un quarto dei pazienti ha un miglioramento più netto (oltre il 10%). • A tutti, dovrebbe essere somministrata in associazione vitamina E. • I pazienti con decadimento cognitivo lieve non devono ricevere inibitori della colinesterasi fino a quando l’efficacia non sarà dimostrata in trial clinici. Le molecole a confronto • L'efficacia delle tre molecole disponibili (donepezil, rivastigmina, galantamina) è simile. • La titolazione per raggiungere la dose massima efficace e il profilo di tollerabilità sono diversi. I "responders" • I pazienti che rispondono meglio sono quelli con demenza più grave e quelli con una progressione rapida prima della terapia. • La mancata risposta a una molecola non pare precludere la risposta a un’altra. I disturbi non cognitivi. • Alcuni disturbi non cognitivi (agitazione, ansia, disinibizione, irritabilità e psicosi) rispondono agli inibitori della colinesterasi. • In questi casi i farmaci psicotropi dovrebbero essere di seconda scelta. Le demenze degenerative non-Alzheimer • Delle demenze degenerative non-Alzheimer, la demenza a corpi di Lewy risponde eccezionalmente bene alla rivastigmina (sia sintomi cognitivi che non cognitivi). • Non è noto l'effetto su frontotemporale, malattia di Pick, atrofia multisistemica, e Parkinson-demenza. • La demenza della paralisi progressiva sopranucleare non risponde. L'eccesso di disabilità • I pazienti con eccesso di disabilità da causa somatica (scompenso cardiaco, flogosi acuta, ecc.) o ambientale (recente ospedalizzazione, cambiamento di residenza, ecc.) non dovrebbero essere trattati con inibitori delle colinesterasi prima di un mese dalla completa stabilizzazione della cognitività e delle sue cause. La malattia cerebrovascolare • Non è noto quanto la presenza di malattia cerebrovascolare – soprattutto la frequente forma sottocorticale microangiopatica – modifichi la risposta agli inibitori delle colinesterasi. • La galantamina sembrerebbe efficace almeno nelle forme miste con componente macroangiopatica corticale (stroke), ma questo argomento deve essere largamente approfondito in ulteriori studi. L'efficacia nella routine clinica • L'efficacia dimostrata negli studi controllati randomizzati su pazienti selezionati è stata confermata anche in studi osservazionali su pazienti più rappresentativi della pratica clinica delle UVA. L’accanimento farmacologico Il quadro che emerge chiaramente dalla discussione degli aspetti elencati nella tabella è quello di una malattia di estrema complessità fenomenologica, in cui i sintomi dipendono da variabili sia neurobiologiche che ambientali e possono essere modificati in misura limitata dall’intervento farmacologico. La suscettibilità alla terapia farmacologica è estremamente variabile da paziente a paziente e il medico dovrà esercitare tutta la sua intelligenza professionale e umana per capire quanto l’intervento farmacologico è in grado di migliorare i sintomi e per stimare il beneficio relativo di altri interventi farmacologici e non farmacologici. Non è raro il caso di pazienti la cui prestazione cognitiva funzionale e comportamentale migliora molto più per un corretto approccio da parte del caregiver che per eroici interventi farmacologici. Questo scenario sarà suscettibile di modificazioni quando farmaci più generalmente efficaci saranno disponibili, ma allora la maggior parte dei pazienti oggi in cura presso le UVA non se ne potrà probabilmente più giovare. Sino ad allora, il medico di UVA sarà chiamato a scelte che saranno difficili e complesse per ogni paziente e in ogni fase della malattia, fornendo risposte significative nella splendida solitudine della propria cultura clinica e umana. Bibliografia 1. Progetto Cronos. Protocollo di monitoraggio dei piani di trattamento farmacologico per la malattia di Alzheimer. Supplemento ordinario alla G.U. n° 204 del 1° settembre 2000 – Serie Generale. 7. Claus JJ, van Harskamp F, Breteler MM, Krenning EP, de Koning I, van der Cammen TJ, Hofman A, Hasan D. The diagnostic value of SPECT with Tc 99m HMPAO in Alzheimer’s disease: a population-based study. Neurology 1994;44:454-61. 8. Progetto CRONOS News, I - n°2 giugno 2001. Intermedia Srl (Brescia). 9. Hy LX, Keller DM. Prevalence of AD among whites. A summary by levels of severity. Neurology 2000;55:198-204. 10. Brookmeyer R, Gray S, Kawas C. Projections of Alzheimer's disease in the United States and the public health impact of delaying disease onset. Am J Public Health 1998;88:1337-42. 11. Grundman M. Vitamin E and Alzheimer disease: the basis for additional clinical trials. Am J Clin Nutr 2000;71:630-6S. 12. Graham JE, Rockwood K, Beattie BL, Eastwood R, Gauthier S, Tuokko H, McDowell I. Prevalence and severity of cognitive impairment with and without dementia in an elderly population. Lancet 1997;349:1793-6. 13. Frisoni GB. Il decadimento cognitivo lieve di origine degenerativa e vascolare. In: Trabucchi M (ed) Le demenze (II edizione). UTET (Torino): 389-422, 2000. 14. Chertkow H. Just forgetfulness or onset of Alzheimer’s disease? Predicting progression to dementia in elderly subjects with mild cognitive impairment – A multidisciplinary approach. Presented at the 53rd Annual Meeting of the American Academy of Neurology, Philadelphia, May 2001. 15. Frisoni GB. Structural imaging in the clinical diagnosis of Alzheimer's disease: problems and tools. J Neurol Neurosurg Psychiatry 2001;70:711-8. 16. Frisoni GB. Treatment of Alzheimer's disease with acetylcholinesterase inhibitors: bridging the gap between evidence and practice. J Neurol 2001;248:551-7. 17. Callahan D. La medicina impossibile. Le utopie e gli errori della medicina moderna. Baldini&Castoldi (Milano): 2000. 18. The Canadian Study of Health and Aging Working Group. The incidence of dementia in Canada. Neurology 2000;55:66-73. 2. Frisoni GB, Bianchetti A, Trabucchi M, Beltramello A. The added value of neuroimaging for diagnosing dementia. Am J Neuroradiol 1999;20:947-9. 19. Wahlund LO, Barkhof F, Fazekas F, Bronge L, Augustin M, Sjogren M, Wallin A, Ader H, Leys D, Pantoni L, Pasquier F, Erkinjuntti T, Scheltens P. European Task Force on Age-Related White Matter Changes. A new rating scale for age-related white matter changes applicable to MRI and CT. Stroke 2001;32:1318-22. 3. McKhann G, Drachman D, Folstein M, Katzman R, Price D, Stadlan EM. Clinical diagnosis of Alzheimer's disease: report of the NINCDS-ADRDA Work Group under the auspices of Department of Health and Human Services Task Force on Alzheimer's Disease. Neurology 1984;34:939-44. 20. Frisoni GB, Geroldi C, Beltramello A, Bianchetti A, Binetti G, Bordiga G, DeCarli C, Laakso MP, Maalikjy Akkawi N, Pihlajamäki M, Soininen H, Testa C, Zanetti O, Trabucchi M. Radial Width of the Temporal Horn: a CT Measure Sensitive to Alzheimer's Disease. Am J Neuroradiol 2001, submitted. 4. The Dementia Study Group of the Italian Neurological Society. Guidelines for the diagnosis of dementia and Alzheimer's disease. The Dementia Study Group of the Italian Neurological Society. Neurol Sci 2000;21:187-94. 21. Scheltens P, Leys D, Barkhof F, Huglo D, Weinstein HC, Vermersch P, Kuiper M, Steinling M, Wolters EC, Valk J. Atrophy of medial temporal lobes on MRI in "probable" Alzheimer's disease and normal ageing: diagnostic value and neuropsychological correlates. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1992;55:967-72. 5. Società Italiana di Neuroscienze. Expert Panel Alzheimer. Malattia di Alzheimer. Documento di consenso. Il Pensiero Scientifico Editore (Roma):1999. 6. Knopman DS, DeKosky ST, Cummings JL, Chui H, CoreyBloom J, Relkin N, Small GW, Miller B, Stevens JC. Practice parameter: diagnosis of dementia (an evidence-based review). Report of the Quality Standards Subcommittee of the American Academy of Neurology. Neurology 2001;56:1143-53. 22. Roman GC, Tatemichi TK, Erkinjuntti T, Cummings JL, Masdeu JC, Garcia JH, Amaducci L, Orgogozo JM, Brun A, Hofman A, et al. Vascular dementia: diagnostic criteria for research studies. Report of the NINDS-AIREN International Workshop. Neurology 1993;43:250-60. 3 IMAGING STRUTTURALE NELLA DIAGNOSI CLINICA DELLA MALATTIA DI ALZHEIMER: PROBLEMI E STRUMENTI La tomografia computerizzata (TC) e la risonanza magnetica (RM) sono i supporti strumentali più comunemente usati nella diagnosi di demenza di Alzheimer (AD). Il loro uso è spesso acritico o non ottimale, per quanto riguarda la prescrizione dell’esame, quale fra le due tecniche debba essere scelta, quante informazioni se ne possano ricavare, e quanto spesso l'informazione dia un significativo aiuto nel processo della diagnosi differenziale. Prova di ciò ne sia la discrepanza fra la pratica clinica - nella quale l'imaging è ampiamente usato - e le linee-guida basate sull'evidenza, secondo le quali l'imaging è necessario solo in una minoranza di casi particolarmente incerti.1 Dalla data di pubblicazione del presente lavoro, è apparsa la nuova versione dei “Practice parameters for the managing of dementia”2 in cui l'imaging (TC o RM) viene promosso da "Option" (può essere utilizzato nella pratica clinica) a "Guideline" (dovrebbe essere usato nella pratica clinica). La sua utilità risiederebbe comunque nell'esclusione di cause secondarie e reversibili piuttosto che nella conferma di cause primarie. Inoltre, stanno emergendo nuovi strumenti di imaging3 che potrebbero cambiare significativamente il modo in cui attualmente vengono utilizzate TC e RM strutturali, e l’esperto di demenze dovrebbe averne piena padronanza per almeno due ragioni. addizionale sarà giustificato dalla informazione diagnostica aggiuntiva. Per questo, il medico probabilmente non avrà a disposizione studi di costobeneficio come supporto,5 e le decisioni dovranno basarsi solo sulla capacità ed esperienza individuali. Infine, il crescente interesse nelle fasi pre-cliniche della demenza - che si tratti di AD6 o di demenza vascolare7,8 - probabilmente renderà l'imaging ancora più importante nell'immediato futuro. In questi casi, le indicazioni ricavabili dalla letteratura scientifica sono ancora meno chiare che nella demenza conclamata, e markers oggettivi di malattia, quali quelli ottenibili con TC e RM potrebbero avere maggior peso nella diagnosi e nella prognosi. In primo luogo, i nuovi strumenti potrebbero non essere disponibili nella routine clinica per vari anni, e nel frattempo la diagnosi differenziale dovrebbe ancora essere affrontata con strumenti tradizionali. In secondo luogo, quando saranno disponibili tecnologie nuove e costose, i medici dovranno collocarle nell'appropriato contesto clinico di costo-beneficio. Il crescente aumento del divario fra le risorse finanziarie sempre più scarse da una parte, e la maggiore disponibilità di opzioni diagnostiche costose dall'altra4 renderà difficile stimare per ogni paziente se il costo Epidemiologia dell'utilizzo dell'imaging per l'AD Il fine di questo articolo è discutere l'evidenza che fonda le attuali pratiche di imaging nella diagnosi di AD, sottolineare quesiti clinici di rilievo che l'imaging potrebbe aiutare a risolvere, passare in rassegna gli strumenti di analisi dell'immagine, che potrebbero essere usati per ricavare maggiore informazione, e suggerire vie da percorrere in futuro. Particolare attenzione sarà dedicata ai fattori chiave per l'implementazione degli strumenti nella routine clinica, come l’applicabilità, il valore diagnostico aggiunto, e la rilevazione dei casi di deterioramento cognitivo iniziale. Sulla base dei dati di incidenza della demenza,9 si può calcolare che nella Comunità Europea (popolazione di circa 380 M) fra 5.5 e 8.9 M di persone ogni anno sono eligibili per esami di imaging strutturale. Se si considerano anche i casi incidenti di decadimento cognitivo lieve, il numero potrebbe essere tre volte maggiore.10 Stimare la proporzione di questi pazienti sottoposti ad imaging strutturale in Europa è un compito arduo. E' stata proposta l'istituzione di una Agenzia Europea che diriga l'utilizzo della tecnologia in medicina, ma al momento non è ancora attiva11 e dati epidemiologici in quest'ambito non sono mai stati raccolti. Comunque, è verosimile che la pratica rifletta quanto venne suggerito nel 1994 da Rossor, cioè che "nei pazienti anziani con demenza l'uso del neuroimaging (con TC o RM) è l'ideale da perseguire".12 Questo punto di vista è implicitamente appoggiato da alcuni Sistemi Sanitari Nazionali Europei, che rimborsano il costo di almeno un esame di imaging strutturale nel corso di una malattia dementigena.13 Analogamente, non ci sono dati su quale fra TC e RM sia più spesso prescritta, nonostante il costo sia diverso di circa tre volte nella maggioranza delle nazioni. E' opinione dell'autore che la RM sia prescritta più spesso nel nord e centro Europa, mentre la TC nelle zone mediterranee. La preferenza è spesso determinata più da fattori pratici locali (disponibilità, accessibilità, ecc.) che da considerazioni cliniche e scientifiche. Nonostante si sappia che l'accordo fra differenti valutatori sia basso,14-16 nei setting clinici di routine la tecnica di lettura tradizionale delle immagini strutturali è quella della valutazione soggettiva visiva e non standardizzata da parte di un esaminatore esperto. Nella diagnosi differenziale dei disordini dementigeni, l'imaging strutturale ha principalmente tre obiettivi: rilevare cause intracraniche di decadimento cognitivo reversibili o trattabili, dimostrare la presenza di una malattia cerebrovascolare, ed evidenziare alterazioni atrofiche. Cause intracraniche di decadimento cognitivo reversibili o trattabili: l'imaging è necessario? E' noto che l'ematoma subdurale cronico, i tumori e l'idrocefalo normoteso possono causare decadimento cognitivo che può essere confuso con una AD o altra demenza primaria, e possono essere facilmente identificati con TC o RM. Tali condizioni sono gravemente disabilitanti e fatali se non trattate, ma reversibili almeno in parte in seguito a trattamento. La possibilità di mancare la diagnosi in alcuni di questi casi probabilmente gioca un ruolo nella decisione dei medici di sottoporre a imaging la maggior parte dei pazienti con decadimento cognitivo, come nel caso di altre condizioni, come traumi cranici minori, che sono - anche se infrequentemente - associate ad outcome fatali.17 Poiché alcuni segni e sintomi spesso accompagnano le condizioni intracraniche reversibili o trattabili, sorge ovvia la domanda se segni e sintomi clinici possano essere usati per identificare pazienti eligibili per un esame di imaging, risparmiandone così una enorme quantità.17 Chui e Zhang hanno stimato la resa di alcuni esami usati per la diagnosi differenziale di demenza in un centro di riferimento per l'AD negli Stati Uniti, ed hanno dimostrato che l'utilizzo di quattro indicatori clinici (insorgenza dei sintomi prima dei 60 anni, sviluppo non insidioso, segni o sintomi focali, e disturbo della marcia) avrebbe ridotto la prescrizione di esami di imaging del 33%, perdendo informazione che avrebbe significativamente cambiato la gestione in un solo caso.18 In questo paziente, la rilevazione di un allargamento ventricolare sproporzionato rispetto al grado di allargamento dei solchi cambiò la diagnosi da "AD probabile" a "AD possibile, o possibile idrocefalo normoteso". Comunque, bisognerebbe notare che la sensibilità relativamente alta degli indicatori clinici trovata nello studio di Chui e Zhang (95%) potrebbe essere giustificata dalle caratteristiche peculiari dei loro pazienti. Oltre ad essere relativamente giovani (70±8 anni), è noto che i pazienti che giungono all'osservazione di centri specialistici non sono rappresentativi della popolazione generale dei pazienti affetti da AD o da demenza, avendo maggiore scolarità, più elevato stato socio-economico più alto19 e migliore salute fisica. La prevalenza di almeno tre dei quattro indicatori clinici (insorgenza non insidiosa, segni o sintomi focali, e disturbo della marcia) potrebbe essere più frequente in una popolazione meno selezionata di pazienti più anziani, a causa della alta frequenza di disturbi cerebrovascolari o altri disturbi fisici, come disordini muscoloscheletrici e del tratto urinario.19 In tale popolazione, la specificità degli indicatori clinici sarebbe inferiore, così come il loro potere di risparmiare esami di imaging non necessari. Gifford e coll. hanno recentemente passato in rassegna gli studi che indicano l'abilità di regole di previsione clinica che inducono a sospettare la presenza di cause reversibili di demenza, per identificare i pazienti che dovrebbero beneficiare di un esame di TC o RM.1 Gli autori, come altri precedentemente,20 hanno dimostrato che la regola predittiva più efficiente era quella di Dietch,21 secondo cui l'imaging sarebbe indicato solo nei pazienti con insorgenza recente (meno di un mese) dei sintomi cognitivi, fluttuazione o cambiamenti acuti (entro 48 ore) della funzione cognitiva, segni o sintomi focali, papilledema o deficit del campo visivo, cefalea, anamnesi di trauma cranico recente o tumore maligno, crisi epilettiche, anamnesi di stroke, incontinenza urinaria, atassia o aprassia della marcia. Tuttavia, anche la regola di Dietch non raggiunge il 100% di sensibilità1 - livello che la maggior parte dei clinici considererebbe accettabile nella rilevazione dei disordini reversibili.17 Il messaggio finale è che, nonostante la grande maggioranza degli scan eseguiti nei pazienti con deterioramento cognitivo sia negativo, nessuna combinazione di segni di primo livello (clinici e di laboratorio) è in grado di identificare i casi reversibili o trattabili con il 100% di sensibilità, mantenendo al contempo una specificità ragionevolmente alta.18,22,23 Deve essere anche sottolineato che i farmaci disponibili per la demenza di recente sviluppo (gli inibitori della acetilcolinesterasi - donepezil, rivastigmina e galantamina -) hanno effetti ed indicazioni relativamente specifici nelle varie forme di demenza. Sono infatti molto efficaci nella demenza con corpi di Lewy,24 moderatamente efficaci nell'AD,25 e del tutto inefficaci per i sintomi cognitivi della paralisi sopranucleare progressiva,26 e di sconosciuta efficacia nella demenza frontotemporale e vascolare. Poiché l'imaging strutturale potrebbe contribuire alla diagnosi differenziale di queste condizioni, l'utilizzo routinario di TC e RM potrebbe essere indicato non solo per l'esclusione delle forme reversibili o trattabili. Anche ove si convenga sull'opportunità dell'esecuzione routinaria di un esame di imaging strutturale, il problema se sia da preferire la TC o la RM è di difficile soluzione a causa della mancanza di studi appropriatamente disegnati. A parte le ovvie considerazioni pratiche di costi e accessibilità, alcune caratteristiche favorirebbero la TC, altre la RM. Da un lato, la TC sembra sufficiente ad escludere cause reversibili di demenza,20 ed è più specifica nella rilevazione di disturbi cerebrovascolari,27 mentre la RM potrebbe essere più utile nella diagnosi differenziale delle forme degenerative di demenza28-32 e più sensibile ai casi precoci o preclinici di AD (si veda oltre).33 Tuttavia, non sono ancora stati svolti studi che confrontino direttamente il valore diagnostico aggiunto di TC e RM. Infine, la ripetizione di un esame di RM dopo aver già effettuato la diagnosi mediante TC può essere indicata in neurochirurgia nei casi di ematoma subdurale cronico eligibile per trattamento chirurgico. Tsutsumi e colleghi hanno mostrato che la presenza di una lesione ipointensa nelle RM pesate in T1 è un predittore di risanguinamento indipendentemente dalla tecnica chirurgica impiegata.34 Nel paziente con malattia dei grandi vasi la diagnosi di demenza multi-infartuale è generalmente semplice, per la presenza di ripetuti ictus e di chiari segni neurologici focali. In questi casi, TC e RM generalmente confermano la diagnosi, ma non aggiungono molta informazione all'anamnesi e ai dati clinici. Diverso è il caso della vascolarità sottocorticale, in cui i dati clinici sono più incerti. Questa è caratterizzata da decadimento cognitivo (con caratteristiche principalmente frontali e disesecutive e disturbi di memoria di entità variabile) depressione, disturbo della marcia con caratteristiche parkinsoniane, incontinenza, cadute e segni neurologici non eclatanti (lieve aumento o asimmetria dei riflessi osteotendinei e segno di Babinski incostante).42 Gli stadi precoci di questa condizione sono spesso non sufficientemente disabilitanti da essere categorizzati come demenza7 e sono sufficientemente lievi da sovrapporsi significativamente con disturbi e condizioni geriatriche altamente prevalenti e di origine non vascolare, tanto che il quadro clinico è spesso poco specifico. In questi casi la dimostrazione di danno cerebrovascolare alla TC o alla RM può essere l'informazione chiave per la diagnosi. In alcuni casi, il disturbo vascolare sottocorticale dà sintomi principalmente depressivi o di tipo parkinsoniano – di qui la cosiddetta “depressione vascolare” ed il “parkinsonismo vascolare”.43-45 Tuttavia, non è chiaro quanto le sindromi del decadimento cognitivo vascolare sottocorticale, della depressione vascolare e del parkinsonismo vascolare si sovrappongano fra loro, come pure non è chiara la presenza di correlati di imaging specifici per ogni condizione. La rilevazione della malattia cerebrovascolare Malattia cerebrovascolare dei grandi e piccoli vasi La rilevazione della malattia cerebrovascolare è importante perché più del 30% dei pazienti con AD ha lesioni cerebrovascolari35 e queste potrebbero essere responsabili di una larga parte dei casi di decadimento cognitivo al livello della popolazione.7,36 La malattia cerebrovascolare può essere dovuta a lesioni dei grandi o dei piccoli vasi e dare origine a differenti quadri clinici. La causa più frequente di deterioramento cognitivo è il danno sottocorticale (lacune e lesioni diffuse della sostanza bianca) causata da lesioni microvascolari dovute a ipertensione e diabete.35,37 E’ noto che TC e RM sono sufficientemente sensibili alla malattia cerebrovascolare sottocorticale, poiché con queste tecniche è stato possibile dimostrarne la presenza in persone con decadimento cognitivo lieve anche quando non ancora accompagnato da altri segni e sintomi, in numerosi studi epidemiologici e clinici.38-40 Tuttavia, è noto che la RM è più sensibile della TC, specialmente per le lesioni della sostanza bianca.41 Il contributo cerebrovascolare nell'AD Lesioni vascolari sono frequenti nell'AD e sembrano contribuire al decadimento cognitivo in modo additivo.46-48 Poiché è stato suggerito che la risposta dei pazienti con AD agli inibitori dell'aceticolinesterasi potrebbe cambiare a seconda della entità della componente cerebrovascolare,49 la stima del carico vascolare nell'AD potrebbe anche aiutare a spiegare almeno parte della variabilità nella risposta al trattamento farmacologico. Come nel caso della malattia cerebrovascolare sottocorticale isolata, anche l'associazione con l'AD non è caratterizzata da un quadro clinico particolare e il potenziale valore aggiunto dell'imaging è anche in questo caso elevato. Poiché le alterazioni tipiche dell'AD - atrofia regionale temporale mesiale - non sono specifiche, essendo presenti anche nella demenza vascolare,8,28,32 il giudizio di causalità in un dato paziente dovrebbe idealmente contemplare in primo luogo la stima del contributo vascolare al decadimento cognitivo ("il quadro clinico è interamente attribuibile alle lesioni vascolari?") e, in caso di risposta negativa, solo successivamente la stima del contributo dell'atrofia, al netto dell'effetto della vascolarità ("se no, quant'è il contributo delle lesioni degenerative?").50 Mentre su materiale post-mortem, dove i cambiamenti ischemici e le lesioni specifiche dell'AD sono direttamente misurabili, si è tentato di stimare quantitativamente queste variabili,46-48 i tentativi di valutazione in vivo hanno dato solo indicazioni qualitative sulla presenza o assenza di lesioni degenerative e vascolari,51,52 non riuscendo così a cogliere lo spettro dei differenti gradi di coesistenza. Aspetti critici nella rilevazione cerebrovascolare con TC e RM della malattia Alcune lacune critiche nella conoscenza impediscono di dare una risposta soddisfacente al problema del contributo del danno vascolare sottocorticale, isolato o associato a AD, al decadimento cognitivo. La relazione fra numero, dimensione, localizzazione, tipo di lesione e decadimento cognitivo non è chiara. Nonostante studi patologici abbiano dimostrato una relazione fra numero di lesioni ischemiche, volume totale di tessuto ischemico, e coinvolgimento sinistro o bilaterale con la prestazione cognitiva, la variabilità spiegata è bassa.41 E' ipotizzabile che, analogamente alla sclerosi multipla,53 questo potrebbe essere dovuto al fatto che la sostanza bianca può apparire normale con le normali tecniche di imaging anche di RM poiché colpita da lesioni molto piccole, al di sotto del limite di risoluzione dell'esame, ma diffuse. Una recente osservazione a supporto di questa ipotesi è quella di Yamauchi e coll., che hanno mostrato che l'atrofia del corpo calloso - misura approssimativa della perdita globale di assoni - è fortemente associata a decadimento cognitivo indipendentemente dall'effetto delle lesioni della sostanza bianca osservate in immagini di RM pesate in T2.54 Inoltre, lacune ed altre lesioni della sostanza bianca potrebbero avere diversa responsabilità nel causare decadimento cognitivo, dal momento che le une consistono in una completa interruzione dei fasci assonali all'osservazione autoptica, mentre le altre in infarti o demielizzazioni incomplete.37,55 Tuttavia, in uno studio autoptico di pazienti dementi senza patologia di tipo AD, Esiri ha inaspettatamente riscontrato che la demenza era associata alla presenza di cambiamenti microvascolari profondi della sostanza bianca, ma non ad infarti macroscopici.56 Simili risultati patologici erano stati riportati 10 anni prima da del Ser e coll.,57 mentre dati anche più recenti in vivo con RM confermano questa osservazione.8 Infine, non tutte le lesioni della sostanza bianca rilevate con la RM sono uguali. E' stato suggerito che le aree "patchy" (a chiazze) di attenuazione alla TC della sostanza bianca e le iperintensità irregolari e confluenti della sostanza bianca alla RM siano date da ischemia, mentre altri tipi di iperintensità sembrano essere più spesso correlati a modificazioni di origine non ischemica.55,58 Le lesioni puntiformi, ad esempio, possono rappresentare uno stadio precoce delle lesioni confluenti, ma spesso non hanno alcun substrato patologico.55 Ipodensità periventricolari della sostanza bianca diffuse ed omogenee alla TC ed iperintensità periventricolari regolari "a tratto di matita" alla risonanza sono provocate da un aumento del contenuto di acqua, demielinizzazione, e gliosi subependimale causata da alterazioni non ischemiche della dinamica del liquor periventricolare.55,58,59 Gli strumenti: scale di valutazione di TC e RM Sono state sviluppate numerose scale di valutazione visiva basate sia su TC che su RM per quantificare le lesioni vascolari della sostanza bianca.60 La maggior parte di queste registrano il numero, la misura e la localizzazione delle lesioni, ma nessuna attribuisce un diverso peso ai differenti tipi di lesione, nè incorpora informazione sulle caratteristiche qualitative. Una rassegna delle scale di valutazione delle lesioni della sostanza bianca ha indotto un gruppo di studio europeo alla conclusione che la scala di valutazione ideale ancora non esiste.60 Benché questo problema non affligga unicamente la valutazione del carico vascolare nella demenza, numerosi gruppi di ricerca nel mondo stanno cercando di mettere a punto scale di valutazione basate sulla TC o sulla RM che possano essere sia accurate che correlate alla performance cognitiva.37,41,61 L'inclusione di caratteristiche qualitative delle lesioni della sostanza bianca (per esempio la rarefazione omogenea periventricolare vs quella "patchy" alla TC, o l'iperintensità puntiforme vs quella confluente alla RM) così come del diverso peso di differenti tipi di lesione (per esempio lacunare vs non lacunare) potrebbe risultare utile a questo scopo. Infine, non è chiaro se la rilevazione delle lesioni cerebrovascolari si giovi maggiormente di TC o RM. Di recente sono stati sviluppati criteri per la demenza vascolare sottocorticale che includono l'indicazione di numero, misura, localizzazione e tipo di lesione sia alla TC che alla RM.47 Per la maggiore specificità della TC, alcuni autori hanno suggerito che questa dovrebbe essere preferita nel rilevare le lesioni vascolari sottocorticali associate alla demenza.27 Tuttavia, gli stadi precoci della demenza vascolare sottocorticale (denominata decadimento cognitivo vascolare senza demenza)7 potrebbero richiedere strumenti di rilevazione più sensibili, e la RM potrebbe essere più accurata. Studi futuri dovranno confrontare la validità di criteri basati su TC e RM rispetto ai dati clinici e patologici nel decadimento cognitivo con e senza demenza dovuto a malattia cerebrovascolare sottocorticale. Fino a quando non sarà disponibile la scala ideale per la malattia vascolare sottocorticale, sarebbe utile che i clinici scegliessero una delle scale di valutazione disponibili e la utilizzassero di routine nella valutazione di ogni paziente con deterioramento cognitivo. Ciò consentirebbe di costruire un sentire clinico comune che renderà più semplice la condivisione di uno strumento "ideale" non appena disponibile. Scheltens e coll.60 hanno suggerito le scale di Tarvonen-Schröder et al.62 e quella di Rezek et al.63 alla TC, e quella di Scheltens et al.64 e Fazekas et al.65,66 alla RM come le scale preferibili per la valutazione del disturbo cerebrovascolare. La rilevazione dell' atrofia cerebrale La diagnosi differenziale di AD e decadimento cognitivo lieve da una condizione di normalità cognitiva con TC e RM Atrofia cerebrale è presente in AD e nelle altre demenze degenerative. I criteri NINCDS-ADRDA recitano che la diagnosi di AD probabile è supportata dalla evidenza di atrofia cerebrale alla TC.67 Tuttavia, la valutazione visiva soggettiva della atrofia globale almeno quando è effettuata in modo non standardizzato - è poco affidabile a causa del basso accordo fra osservatori diversi e all'interno dello stesso osservatore,15,16 tanto che di solito non aggiunge informazione diagnostica di rilievo. Metodi quantitativi per la valutazione della atrofia regionale, basati su protocolli standardizzati e focalizzati sulle regioni temporali mesiali - notoriamente precocemente colpite nell'AD - sono stati sviluppati sulla base di immagini di TC e RM (tab. 1). Una rassegna di DeCarli e coll. del 199068 sulla capacità della TC di aiutare nella discriminazione di pazienti con AD da anziani non affetti da demenza ha evidenziato che nella media, i valori di sensibilità e specificità di semplici valutazioni (soggettive visive o misure lineari) di atrofia globale erano bassi (da 32 a 68% la sensibilità e da 81 a 90% la specificità). Quando venivano applicati metodi più sofisticati, come misurazioni bi- o tridimensionali, l'accuratezza aumentava, ma rimaneva relativamente bassa (da 63 a 88% la sensibilità e 90% la specificità). E' da notare che questi valori non sono più alti di quelli riportati per l'accuratezza della diagnosi di AD clinica rispetto a quella patologica,69,70 suggerendone il basso valore diagnostico, almeno in un setting sperimentale e di ricerca. A partire dagli anni ’90 i ricercatori hanno focalizzato l'attenzione sulla RM, a causa della maggior flessibilità ed accuratezza dell'immagine e gli studi sulla TC sono diventati sempre più rari. Sono pochi i lavori pubblicati negli ultimi anni sulla utilità della TC nella diagnosi di demenza e di AD. Nondimeno, gli avanzamenti tecnologici delle macchine per la TC (maggior numero di detettori, più ampio campo visivo, fette più sottili, matrice più dettagliata, più rapido tempo di scansione, e minor possibilità di artefatti da movimento) hanno migliorato la qualità dell'immagine ed il contrasto fra tessuto e CSF, permettendo di ottenere maggior accuratezza che in passato anche con semplici indicatori di atrofia del lobo temporale mesiale. La maggior parte degli studi ha utilizzato misure lineari dello spessore del lobo temporale mesiale, dell'ampiezza del lobo temporale, e della fissura ippocampale, spesso ricavate direttamente dalle lastre.71-76 L'immagine viene solitamente acquisita su un piano con specifica angolazione (-20° rispetto alla linea orbito-meatale) che permette di visualizzare al meglio le strutture del lobo temporale mesiale. La sensibilità delle misure nella separazione dei pazienti con AD dai controlli anziani senza demenza oscilla fra 70% e 92% nei diversi studi, mentre la specificità varia dall'80% al 95%. Il calcolo della sensibilità e della specificità media, pesate per il numero di soggetti di ciascuno studio dà valori pari rispettivamente all'84 e 92%. Deve essere sottolineato che la maggior parte degli studi considerava pazienti AD di gravità moderata e non è noto quanto le stesse misure potrebbero essere sensibili a livelli inferiori di gravità cognitiva. Strumenti di analisi più sofisticati (volumetria del ventricolo laterale e del terzo ventricolo) non hanno aumentato molto l'accuratezza (sensibilità dal 70 al 74% e specificità dall'83 al 95%).77,78 La RM ha numerosi vantaggi rispetto alla TC, fra i quali l'assenza di artefatti ossei - particolarmente disturbanti nelle regioni temporali mesiali - e la possibilità di ottenere tagli obliqui e trasversali e di discriminare la sostanza bianca da quella grigia nelle strutture del lobo temporale mesiale. La RM ha permesso di avvicinarsi al substrato neuropatologico dell'AD con la misurazione diretta della perdita di tessuto cerebrale delle regioni temporali mesiali (ippocampo, amigdala e corteccia entorinale). Sono stati sviluppati vari protocolli di rilevazione, la maggior parte dei quali richiede che una persona esperta di anatomia del sistema nervoso tracci i contorni della struttura di interesse sullo schermo di un computer con un dispositivo di tracciamento (mouse, trackball o penna ottica) su ciascuna fetta in cui la struttura è visibile. Preliminare alla misurazione è spesso necessario il trasferimento dell'immagine digitale a una postazione esterna alla macchina di RM e l'utilizzo di un software specifico. Questo approccio ha mostrato un enorme potenziale per la ricerca, permettendo di definire i fattori che modulano la morfologia delle strutture cerebrali nella salute e nella malattia.79-81 Gli studi sul potere discriminativo delle misure di RM nella separazione dei pazienti con AD dagli anziani non dementi sono state recentemente passati in rassegna da Bosscher e Scheltens.82 Gli autori hanno reperito 13 studi pubblicati tra il 1992 e il 1999 che misurano i volumi dell'ippocampo e del lobo temporale mesiale, per un totale di 425 malati di Alzheimer e 409 controlli non dementi. La sensibilità variava dall'80 al 94% (media pesata: 85%) e la specificità dal 60 al 100% (media pesata: 88%). I medesimi autori hanno passato in rassegna 10 studi, pubblicati fra il 1992 e il 2000, che utilizzavano valutazioni visive standardizzate o misure lineari, per un totale di 450 AD e 515 controlli. In questo caso, i valori di accuratezza erano molto simili a quelli di analisi più sofisticate, con sensibilità fra il 41 e il 100% (media pesata: 86%) e specificità fra il 66 e il 96% (media pesata: 85%). La gravità dei pazienti con AD negli studi di RM era generalmente fra media e moderata. E' interessante notare che i valori di accuratezza degli studi con TC finora analizzati - che utilizzavano tecniche meno sofisticate su pazienti relativamente più gravi - erano simili (84 e 92%). Perciò, in un setting sperimentale, sia gli strumenti semplici che quelli sofisticati basati su TC e RM sono in grado di separare pazienti da controlli non dementi con un accettabile livello di accuratezza. L'accuratezza della volumetria ippocampale con RM per la diagnosi di AD, quando i sintomi sono limitati alla memoria e la disabilità non è ancora insorta (deterioramento cognitivo lieve o Mild Cognitive Impairment, MCI) è stata saggiata da un gruppo della Mayo Clinic.6 Petersen e coll. hanno misurato i volumi ippocampali con RM in 80 pazienti con decadimento cognitivo lieve, ed hanno dimostrato che, nonostante i valori fossero ai limiti inferiori della distribuzione dei controlli senza decadimento cognitivo specifica per età, sesso e dimensioni craniche, vi era una considerevole sovrapposizione (sensibilità del 37% con specificità al 95%).33 Nonostante maggior atrofia fosse associata a maggior rischio di conversione a AD, solo i livelli di atrofia più severa avevano un sufficiente valore predittivo: tutti i 13 pazienti con volumi ippocampali più piccoli della media di 2.5 o più deviazioni standard avevano sviluppato AD entro 4 anni, contro solo 1 dei 13 con volumi ippocampali sopra la media. L'utilità della TC nella individuazione di pazienti con decadimento cognitivo lieve che convertiranno in AD non è stata ancora testata. Bisogna sottolineare che il riconoscimento e la prognosi del deterioramento cognitivo lieve è un'area in cui le tecniche di imaging fornirebbero un grandissimo valore aggiunto. Infatti, metà degli individui con deterioramento cognitivo lieve non sviluppano AD entro 5 anni, suggerendo che gli attuali criteri clinici sono ancora poco specifici. Particolari marcatori di atrofia potrebbero aumentare questa specificità. E' è stata sviluppata da Fox e colleghi una tecnica promettente che richiede la ripetizione di esami di RM nel tempo ed una successiva apposita elaborazione delle immagini digitali. La tecnica è tanto sensibile da rilevare perdite tessutali dello 0.5% del volume cerebrale totale.83 Recenti avanzamenti di questo metodo permettono di rilevare le variazioni di atrofia regionale anziché globale.84 La diagnosi differenziale fra AD con altre forme di demenza degenerativa Alcune forme meno frequenti di demenza hanno un pattern di imaging relativamente specifico e, col contributo dei dati clinici, possono essere facilmente distinte dall'AD. Il pattern di atrofia forse più specifico è quello di una atrofia molto grave delle aree frontali e temporali dello strato corticale e della sostanza bianca, spesso associato ad una asimmetrica (soprattutto sinistra) dilatazione (ballooning) dei corni frontali e temporali.85 Questi pazienti di solito hanno una sindrome cognitivo-comportamentale generalmente coerente con la demenza frontotemporale o l'afasia progressiva85,86 e l'esame autoptico riscontra corpi di Pick.85 Tuttavia, alcuni rari casi di Pick mostrano grave atrofia più nelle aree posteriori dei lobi parietali, con una sindrome che suggerisce una degenerazione cortico-basale.87,88 Atrofia corticale posteriore, che coinvolge soprattutto i lobi occipitali può essere causata da AD89,90 o da malattia di CreutzfeldtJakob.90,91 In circa il 70% dei casi di Creutzfeldt-Jakob sporadico, le immagini di RM pesate in T2 mostrano marcate iperintensità dei gangli della base (caudato e putamen) e lievi iperintensità del talamo.92,93 Al contrario, nella nuova variante di Creutzfeldt-Jakob (da contagio di encefalopatia spongiforme bovina) le iperintensità dei gangli della base sono lievi, e quelle del talamo sono marcate ("segno del pulvinar") e costituiscono un indicatore moderatamente sensibile (80%), ma molto specifico (100%).94,95 Tuttavia, la grande maggioranza dei casi con demenza degenerativa mostra cambiamenti meno netti di quelli descritti, e i dati di TC e RM sono sfortunatamente poco specifici. In questo settore, virtualmente tutto il lavoro di ricerca è stato svolto con RM ed era volto a differenziare l'AD dalla demenza frontotemporale senza corpi di Pick, dalla demenza con corpi di Lewy, e dalla Parkinson-demenza. Generalmente, i lavori che utilizzano una singola regione per differenziare le diverse categorie hanno trovato una considerevole sovrapposizione fra i gruppi, e l'accuratezza della separazione è più bassa rispetto a quella fra AD e controlli non dementi. Numerosi gruppi di ricerca hanno mostrato che il volume ippocampale nei pazienti con Parkinsondemenza, demenza con corpi di Lewy, e demenza frontotemporale era intermedio fra quello dei pazienti con AD di gravità simile e controlli non affetti da demenza.28,31,32 I valori di sensibilità per la rilevazione di demenze non Alzheimer erano bassi, fra il 30 ed il 67% con specificità del 90%. Inoltre, per essere trasferibile al processo di diagnosi differenziale di un particolare paziente nella pratica clinica, l'approccio della singola regione dovrebbe definire misure di atrofia specifiche per gravità della malattia, e ciò richiederebbe un campione di soggetti molto ampio. Un differente approccio cerca di identificare profili di atrofia, per cui l'atrofia di una singola regione è considerata in relazione a quella di altre regioni entro lo stesso gruppo diagnostico, o lo stesso individuo. Studi dei disturbi extrapiramidali basati sulla RM o neuropatologici hanno dimostrato lesioni atrofiche di entità variabile in numerose strutture cerebrali96,97 e suggeriscono che la combinazione dell'informazione su due o più strutture è un indicatore più accurato della atrofia di una singola struttura. Schulz e coll. hanno mostrato che la malattia di Parkinson idiopatica, l'atrofia multisistemica, e la paralisi sopranucleare progressiva possono essere differenziate l'una dall'altra con misurazioni volumetriche del nucleo caudato, del putamen, del tronco cerebrale e del cervelletto.97 Un profilo di atrofia diverso dall'AD è stato identificato in vivo in pazienti con demenza frontotemporale (tab 2).31,98,99 Mentre i pazienti con Alzheimer hanno atrofia moderata e severa delle strutture ippocampali e amigdaloidee ed atrofia lieve dei lobi frontali, i pazienti con demenza frontotemporale hanno grave atrofia dei lobi frontali e temporali, e molto più lieve nelle strutture temporali mesiali. Tuttavia, in uno studio con misure lineari dell’atrofia temporale mesiale e frontale abbiamo trovato che la separazione dei pazienti con demenza frontotemporale da quelli con AD con un modello discriminante multivariato era relativamente bassa (sensibilità e specificità del 79 e 61%). L'approccio del profilo di atrofia è stato recentemente applicato alla demenza con corpi di Lewy da un gruppo di ricerca britannico ed uno giapponese, ma i risultati contrastanti non permettono di identificare un pattern significativamente diverso da quello dei pazienti con AD (tabella 2).29,32 Comunque, se applicato a singoli pazienti anziché a gruppi- cosa che deve ancora essere fatta- l'approccio del profilo di atrofia dovrebbe essere più indipendente dalla gravità della malattia rispetto a quello della regione singola. Sono in corso di sviluppo variazioni altamente tecnologiche che permettono di delineare profili di atrofia all'interno di una data struttura (per esempio l'ippocampo) e potrebbero fornire indicatori più specifici di AD, utilizzabili nella diagnosi differenziale da altre demenze degenerative e nella stima delle interrelazioni fra alterazioni vascolari e degenerative coesistenti.100,101 Tabella 2. Pattern qualitativi di atrofia nelle più frequenti forme di demenza degenerativa. Alzheimer Degenerazione frontotemporale Demenza con corpi di Lewy Parkinsondemenza Lobi frontali + +++ – + Corni frontali o ventricoli laterali + ++++ Lobi temporali + +++ Corni temporali o ventricoli laterali +++ ++++ Amigdala ++ Corteccia entorinale ++ + Ippocampo +++ + + ++ ++ ++++ Basata su studi volumetrici (riferimenti bibliografici 27-31, e dati personali non pubblicati su FTD) AD: malattia di Alzheimer, FTD: demenza frontotemporale, DLB: demenza con corpi di Lewy, PDD: malattia di Parkinson con demenza. I segni indicano perdita di volume (o allargamento dei ventricoli) fra 0 e -1 deviazioni standard dalla distribuzione dei normali (+), fra –1 e – 1.5 (+), –1.5 e –2 (++), –2 e –2.5 (+++), e oltre –2.5 (++++). Quando questa informazione non era disponibile, + indicava una perdita fra lo 0 e io 10% dal gruppo di controllo, + fra il 10 e il 20%, ++ fra il 20 e il 30%, +++ fra il 30 e il 40%, e ++++ oltre il 40%. Nel caso dei ventricoli, l'allargamento percentuale è stato calcolato con la formula[1-(1/allargamento percentuale)] per mantenere la confrontabilità con le strutture tissutali. Il segno – indica assenza di atrofia o di allargamento ventricolare. Gli strumenti: bilanciare accuratezza e praticabilità La previsione dell'aumento della prevalenza dell'AD nei prossimi 10 anni102 e le opzioni terapeutiche in aumento richiederanno abilità diagnostiche di alto livello diffuse a livello della popolazione. I lavori sopra considerati mostrano che sono disponibili diversi strumenti accurati di misurazione dell'atrofia basati sia su TC che su RM, con differenti requisiti tecnici pratici. Nella pratica clinica la necessità è quella di raggiungere il massimo valore diagnostico aggiunto nel modo più praticamente fattibile. Gli studi che considerano esplicitamente il valore aggiunto di diversi metodi di analisi delle immagini strutturali sono pochi. Wahlund e coll. hanno confrontato valutazioni visive standardizzate del lobo temporale mesiale con la volumetria ippocampale alla RM, ed hanno trovato che le prime forniscono informazione aggiuntiva nella separazione dei pazienti con AD dai controlli quando considerate sequenzialmente al MMSE (la sensibilità passava dall'81% con il solo MMSE al 93% quando veniva aggiunta l'informazione computerizzata, e la specificità dal 95 al 98%) e che l'aumento di informazione era maggiore di quello fornito dalla volumetria ippocampale (dall'81 all'88% e dal 95 al 96%).103 Questi risultati devono essere testati in setting clinici di routine da altri gruppi di ricerca. Confronti fra strumenti anche più facilmente utilizzabili (come le misure lineari di atrofia temporale mesiale alla TC)104 e la volumetria ippocampale alla RM non sono stati ancora eseguiti. Si deve notare che il valore diagnostico aggiunto delle tecniche di imaging nei setting di routine potrebbe essere più alto di quello trovati dagli studi effettuati in setting sperimentali. In questi ultimi, la selezione dei gruppi diagnostici è guidata da valutazioni cliniche estese comprendenti la raccolta di una anamnesi dettagliata, l'esame delle malattie somatiche, esami di laboratorio e strumentali, e test neuropsicologici dettagliati. Per questa ragione, quando per esempio viene sospettata una malattia di Alzheimer prima dell'esame TC o RM, è molto verosimile che il paziente abbia effettivamente una AD. Questo punto di vista è anche suffragato dall'alta accuratezza (dall'87 al 100%) della diagnosi clinica patologicamente confermata di AD probabile di alcuni centri di ricerca105,106 e dal progressivo aumento negli anni della specificità nei centri esperti.107 E' ovvio che in tali centri TC e RM possano fornire solo poca o nessuna informazione aggiuntiva, a causa dell'"effetto soffitto" della già elevata accuratezza diagnostica. Purtroppo, in Europa come negli Stati Uniti, la grande maggioranza dei casi di demenza non è diagnosticata in centri esperti, ma in centri di riferimento clinico di primo o secondo livello, dove il tempo, il personale, e l'armamentario clinico e strumentale sono minori, e la probabilità a priori di malattia di Alzheimer è di conseguenza inferiore. In questi setting, la disponibilità di markers specifici di malattia basati su TC o RM potrebbe avere grande valore aggiunto. Una ulteriore applicazione potenzialmente utile di questi markers è nei trial clinici multicentrici, dove potrebbero aumentare l'omogeneità dell'accuratezza diagnostica fra i centri. Il problema di chi e dove dovrebbe effettuare le valutazioni morfometriche è di importanza non secondaria. Attualmente, la regola generale nei Paesi europei è che le immagini TC o RM sono trasferite su pellicola e lette da un radiologo che raramente ha una preparazione specifica nell'ambito delle demenze. La tabella 1 mostra che le misure lineari alla TC e le valutazioni ispettive e le misure lineari alla RM non hanno bisogno di essere sottoposte ad elaborazione particolare e possono essere rilevate da lastre convenzionali. Sia il radiologo che il clinico (neurologo, psichiatra o geriatra) possono rilevare queste misure a patto che la TC sia stata correttamente eseguita. Al contrario, le misure di superficie e di volume richiedono una elaborazione delle immagini con hardware e software specifici. Attualmente, i centri che effettuano queste rilevazioni sono centri di ricerca dove le immagini possono essere rapidamente trasferite in formato digitale dalla macchina di RM del dipartimento radiologico ad un computer o workstation dove l'immagine è successivamente elaborata. Le misurazioni devono essere eseguite con programmi specifici- alcuni dei quali sono liberamente disponibili, come per esempio NIH Image, disponibile su http://rsb.info.nih.gov/nih-image/ ed altri elencati in http://www.neuroguide.com/neurosoft_1.html#progra ms/ - e qualche volta anche con macchine specifiche, come la workstation SUN (QUANTA di DeCarli108 o ANALYZE della Mayo Clinic su http://www.mayo.edu/bir/). Questi problemi puramente pratici rappresentano enormi barriere per l'utilizzo di questi metodi nella pratica clinica di routine. Tuttavia, il passaggio dai sistemi analogici a digitali nella gestione delle immagini radiologiche come il Picture Archive and Communications System (si veda per esempio quello su http://www.cemaxicon.com/) potranno rendere molto più semplice in futuro il trasferimento delle immagini digitali dal centro di acquisizione a centri periferici, facilitando l'elaborazione successiva. Tabella 1. Misure di atrofia cerebrale regionale in differenti protocolli. Acquisizione: Necessità di elaborazione piano e spessore della dell'immagine dopo fetta non l' acquisizione standard Rilevazione diretta dalla pellicola radiologica Necessità di hardware/ software specifici Esperienza del valutatore/ tracciatore TC misure lineari sì no sì no media RM valutazioni visive sì no sì no alta misure lineari sì no sì no media misure di superficie e volumetriche sì sì no sì alta Sviluppi futuri e conclusioni Sono state sviluppate nuove tecniche di imaging che potrebbero in futuro cambiare singificativamente la pratica clinica. Lo sviluppo di strumenti come gli atlanti probabilistici basati sulle tradizionali immagini RM potrebbe aiutare ad identificare sottili cambiamenti strutturali confrontando gli scan di un paziente con un ampio database di controlli normali voxel per voxel, ottenendo così mappe di localizzazione delle alterazioni atrofiche (Mazziotta, Neuroimage, 1995). Alternativamente, atlanti specifici per malattia potrebbero aiutare nella differenziazione delle diverse forme di demenza.109 Altre tecniche basate sulla RM (imaging diffusion-weighted, magnetization transfer e spettroscopia),110 strumenti di imaging basati sulla SPET e sulla PET che permetterebbero di visualizzare l'accumulo di βamyloide in vivo,111-113 e nuovi protocolli di RM funzionale114 potrebbero permettere di stimare più accuratamente frequenza e gravità delle singole alterazioni della malattia di Alzheimer pura o associata a malattia cerebrovascolare, migliorare la diagnosi differenziale di demenza e la prognosi della conversione da deterioramento cognitivo lieve ad AD. Tuttavia, mentre queste interessanti tecnologie maturano a sufficienza da essere utilizzate in setting clinici di routine, strumenti meno tecnologici e forse meno appassionanti- tuttavia non meno utili- sono già disponibili e permettono di estrarre informazione diagnostica dalle immagini TC e RM. Alcuni sono abbastanza pratici ed accurati da essere utilizzabili in setting clinici di routine. I clinici con responsabilità di gestione di pazienti con decadimento cognitivo o disturbi della memoria dovrebbero scegliere uno strumento per valutare il carico cerebrovascolare ed uno per valutare l'atrofia temporale mesiale ed usarli routinariamente. In relazione alla disponibilità locale potranno essere preferiti strumenti basati sulla TC o sulla RM, così come il livello di complessità tecnica degli strumenti di misurazione dell'atrofia. La rapida trasformazione dei comportamenti clinici dei medici, causata dalla disponibilità di nuovi farmaci con differenti indicazioni e profili di efficacia,25 aumenterà il valore relativo della diagnosi precoce e della diagnosi differenziale fra le varie forme di demenza, e di conseguenza dei markers di imaging. Gli studi sul rapporto costo-beneficio sono a lungo termine e laboriosi ed è verosimile che, quando saranno disponibili, l'ambito clinico in cui erano stati concepiti non sarà più compatibile con le nuove condizioni. E' questo il caso, per esempio, di una rassegna degli studi pubblicati negli anni '80 e primi anni '90 sul rapporto costo-beneficio sulla TC come esame di esclusione delle cause trattabili di demenza.115 Poiché gli studi sui quali la rassegna è basata erano stati effettuati in epoca pre-inibitori dell'acetilcolinesterasi - farmaci efficaci nel migliorare la qualità della vita116 - la rassegna non permette di considerare la ricaduta della CT sulla diagnosi corretta e sul miglioramento della qualità della vita. Infine, non deve essere mai dimanticato che l'impiego della tecnologia non aumenta di per sé la qualità della cura.117 Infatti, una delle più importanti implicazioni di qualsiasi innovazione tecnologica è un aumento del valore relativo dell'abilità diagnostica, della raccolta della storia e dell'esame dello stato mentale, valutazioni che rimarranno largamente oltre qualsiasi opzione tecnologica.118 E' solo dall'utilizzo oculato e colto delle abilità prettamente cliniche arricchito dalla tecnologia - diagnostica e terapeutica - che il medico può comprendere il paziente nelle sue dimensioni personale, sociale e medica, e fornire il trattamento ottimale al malato. Bibliografia 1. Gifford DR, Holloway RG, Vickrey BG. Systematic review of clinical prediction rules for neuroimaging in the evaluation of dementia. Arch Intern Med 2000;160:2855-62. 2. Knopman DS, DeKosky ST, Cummings JL, Chui H, CoreyBloom J, Relkin N, Small GW, Miller B, Stevens JC. Practice parameter: diagnosis of dementia (an evidence-based review). Report of the quality standards subcommittee of the American Academy of Neurology. Neurology 2001;56:1143-53. 3. Mazziotta JC, Toga AW, Evans A, Fox P, Lancaster J. A probabilistic atlas of the human brain: theory and rationale for its development. The International Consortium for Brain Mapping (ICBM). Neuroimage 1995;2:89-101. 4. Perry S, Thamer M. Medical innovation and the critical role of health technology assessment. JAMA 1999;282:1869-72. 5. Maynard A Evidence-based medicine: an incomplete method for informing treatment choices. Lancet 1997;349:126-28. 6. Petersen RC, Smith GE, Waring SE, Ivnik RJ, Tangalos EG, Kokmen E. Mild cognitive impairment. Clinical Characterization and outcome. Arch Neurol 1999;56:303-8. 7. Rockwood K, Wentzel C, Hachinski V, Hogan DB, MacKnight C, McDowell I. Prevalence and outcomes of vascular cognitive impairment. Vascular Cognitive Impairment Investigators of the Canadian Study of Health and Aging. Neurology 2000;54:447-51. 8. Fein G, Di Sclafani V, Tanabe J, Cardenas V, Weiner MW, Jagust WJ, Reed BR, Norman D, Schuff N, Kusdra L, Greenfield T, Chui H. Hippocampal and cortical atrophy predict dementia in subcortical ischemic vascular disease. Neurology 2000;55:1626-35. 9. The Canadian Study of Health and Aging Working Group. The incidence of dementia in Canada. Neurology 2000;55:66-73. 10. Graham JE, Rockwood K, Beattie BL, Eastwood R, Gauthier S, Tuokko H, McDowell I. Prevalence and severity of cognitive impairment with and without dementia in an elderly population. Lancet 1997;349:1793-6. 11. Banta D, Oortwijn W. Health technology assessment and health care in the European Union. Int J Technol Assess Health Care 2000;16:626-35. 12. Rossor MN. Management of neurological disorders: dementia. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1994;57:1451-6. 13. Decreto del ministero della Sanità 28 maggio 1999, n. 329 (in supplemento ordinario 174/L alla "Gazzetta Ufficiale" 226 del 25 settembre 1999), concernente: "Regolamento recante norme di individuazione delle malattie croniche e invalidanti ai sensi dell'articolo 5, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 29 aprile 1998, n. 124 14. Schneider R, Kluge R, Willmes K. Interrater agreement for CT scans of patients with lacunar infarcts and leuko-araiosis. Acta Neurol Scand 1991;84:527-30. 15. Scheltens P, Pasquier F, Weerts JG, Barkhof F, Leys D. Qualitative assessment of cerebral atrophy on MRI: inter- and intraobserver reproducibility in dementia and normal aging. Eur Neurol 1997;37:95-9. 16. Leonardi M, Ferro S, Agati R, Fiorani L, Righini A, Cristina E, D'Alessandro R. Interobserver variability in CT assessment of brain atrophy. Neuroradiology 1994;36:17-9. 17. Haydel MJ, Preston CA, Mills TJ, Luber S, Blaudeau E, DeBlieux PM. Indications for computed tomography in patients with minor head injury. N Engl J Med 2000;343:100-5. 18. Chui H, Zhang Q. Evaluation of dementia: a systematic study of the usefulness of the American Academy of Neurology's practice parameters. Neurology 1997;49:925-35. 19. Kokmen E, Ozsarfati Y, Beard CM, O'Brien PC, Rocca WA. Impact of referral bias on clinical and epidemiological studies of Alzheimer's disease. J Clin Epidemiol 1996;49:79-83. 20. Alexander EM, Wagner EH, Buchner DM, Cain KC, Larson EB. Do surgical brain lesions present as isolated dementia? A population-based study. J Am Geriatr Soc 1995;43:138-43. 21. Dietch JT. Computerized tomographic scanning in cases of dementia. West J Med 1983;138:835-7. 22. Branton T. Use of computerized tomography by old age psychiatrists: an examination of criteria for investigation of cognitive impairment. Int J Geriatr Psychiatry 1999;14:567-71. 23. Moles JK, Franchina JJ, Sforza PP. Increasing the clinical yield of computerized tomography for psychiatric patients. Gen Hosp Psychiatry 1998;20:282-91. 24. McKeith I, Del Ser T, Spano P, Emre M, Wesnes K, Anand R, Cicin-Sain A, Ferrara R, Spiegel R. Efficacy of rivastigmine in dementia with Lewy bodies: a randomised, double-blind, placebocontrolled international study. Lancet 2000;356:2031-6. 25. Mayeux R, Sano M. Treatment of Alzheimer's disease. N Engl J Med 1999;341:1670-9. 26. Litvan I, Phipps MS, Pharr V, Salazar A, Grafman J, Hallett M. A controlled, crossover, randomized, double-blind trial of an anticholinesterase agent (donepezil) in patients with progressive supranuclear palsy [abstract]. Neurology 2000;52(suppl 3):A192. 27. Lopez OL, Becker JT, Jungreis CA, Rezek D, Estol C, Boller F, DeKosky ST. Computed tomography—but not magnetic resonance imaging—identified periventricular white-matter lesions predict symptomatic cerebrovascular disease in probable Alzheimer's disease. Arch Neurol 1995;52:659-64. 28. Laakso MP, Partanen K, Riekkinen P, Lehtovirta M, Helkala EL, Hallikainen M, Hanninen T, Vainio P, Soininen H. Hippocampal volumes in Alzheimer's disease, Parkinson's disease with and without dementia, and in vascular dementia: An MRI study. Neurology 1996;46:678-81. findings and closed system drainage in the recurrence of chronic subdural hematoma. J Neurosurg 1997;87:870-5. 35. Kalaria RN, Ballard C. Overlap between pathology of Alzheimer disease and vascular dementia. Alzheimer Dis Assoc Disord 1999;13(suppl 3):115-23. 36. Forette F, Seux ML, Staessen JA, Thijs L, Birkenhager WH, Babarskiene MR, Babeanu S, Bossini A, Gil-Extremera B, Girerd X, Laks T, Lilov E, Moisseyev V, Tuomilehto J, Vanhanen H, Webster J, Yodfat Y, Fagard R. Prevention of dementia in randomised double-blind placebo-controlled Systolic Hypertension in Europe (Syst-Eur) trial. Lancet 1998;352:1347-51. 37. Pantoni L, Leys D, Fazekas F, Longstreth WT Jr, Inzitari D, Wallin A, Filippi M, Scheltens P, Erkinjuntti T, Hachinski V. Role of white matter lesions in cognitive impairment of vascular origin. Alzheimer Dis Assoc Disord 1999;13(suppl 3):49-54. 38. Lindgren A, Roijer A, Rudling O, Norrving B, Larsson EM, Eskilsson J, Wallin L, Olsson B, Johansson BB. Cerebral lesions on magnetic resonance imaging, heart disease, and vascular risk factors in subjects without stroke. A population-based study. Stroke 1994;25:929-34. 39. Awad IA, Spetzler RF, Hodak JA, Awad CA, Carey R. Incidental subcortical lesions identified on magnetic resonance imaging in the elderly. I. Correlation with age and cerebrovascular risk factors. Stroke 1986;17:1084-9. 40. DeCarli C, Miller B, Swan GE, Reed T, Wolf PA, Carmelli D. Cerebrovascular and brain morphological correlates of mild cognitive impairment in the National Heart, Lung, and Blood Institute Twin Study. Arch Neurol 2001;58:643-7. 41. Erkinjuntti T, Bowler JV, DeCarli CS, Fazekas F, Inzitari D, O'Brien JT, Pantoni L, Rockwood K, Scheltens P, Wahlund LO, Desmond DW. Imaging of static brain lesions in vascular dementia: implications for clinical trials. Alzheimer Dis Assoc Disord 1999;13(suppl 3):81-90. 42. Erkinjuntti T, Inzitari D, Pantoni L, Wallin A, Scheltens P, Rockwood K, Roman GC, Chui H, Desmond DW. Research criteria for subcortical vascular dementia in clinical trials. J Neural Transm Suppl 2000;59:23-30. 43. Zijlmans JC, Thijssen HO, Vogels OJ, Kremer HP, Poels PJ, Schoonderwaldt HC, Merx JL, van 't Hof MA, Thien T, Horstink MW. MRI in patients with suspected vascular parkinsonism. Neurology 1995;45:2183-8. 44. O'Brien J, Ames D, Chiu E, Schweitzer I, Desmond P, Tress B. Severe deep white matter lesions and outcome in elderly patients with major depressive disorder: follow up study. BMJ 1998;317:982-4. 45. Guo X, Skoog I, Matousek M, Larsson L, Palsson S, Sundh V, Steen B. A population-based study on motor performance and white matter lesions in older women. J Am Geriatr Soc 2000;48:967-70. 29. Hashimoto M, Kitagaki H, Imamura T, Hirono N, Shimomura T, Kazui H, Tanimukai S, Hanihara T, Mori E. Medial temporal and whole-brain atrophy in dementia with Lewy bodies: a volumetric MRI study. Neurology 1998;51:357-62. 46. Goulding JM, Signorini DF, Chatterjee S, Nicoll JA, Stewart J, Morris R, Lammie GA. Inverse relation between Braak stage and cerebrovascular pathology in Alzheimer predominant dementia. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1999;67:654-7. 30. Juottonen K, Laakso MP, Insausti R, Lehtovirta M, Pitkanen A, Partanen K, Soininen H. Volumes of the entorhinal and perirhinal cortices in Alzheimer's disease. Neurobiol Aging 1998;19:15-22. 47. Esiri MM, Nagy Z, Smith MZ, Barnetson L, Smith AD. Cerebrovascular disease and threshold for dementia in the early stages of Alzheimer's disease. Lancet 1999;354:919-20. 31. Frisoni GB, Laakso MP, Beltramello A, Geroldi C, Bianchetti A, Soininen H, Trabucchi M. Hippocampal and entorhinal cortex atrophy in frontotemporal dementia and Alzheimer's disease. Neurology 1999;52:91-100. 48. Snowdon DA, Greiner LH, Mortimer JA, Riley KP, Greiner PA, Markesbery WR. Brain infarction and the clinical expression of Alzheimer disease. The Nun Study. JAMA 1997;277:813-7. 32. Barber R, Ballard C, McKeith IG, Gholkar A, O'Brien JT. MRI volumetric study of dementia with Lewy bodies: a comparison with AD and vascular dementia. Neurology 2000;54:1304-9. 49. Kumar V, Anand R, Messina J, Hartman R, Veach J. An efficacy and safety analysis of Exelon in Alzheimer's disease patients with concurrent vascular risk factors. Eur J Neurol 2000;7:159-69. 33. Petersen RC, Jack CR Jr, Xu YC, Waring SC, O'Brien PC, Smith GE, Ivnik RJ, Tangalos EG, Boeve BF, Kokmen E. Memory and MRI-based hippocampal volumes in aging and AD. Neurology 2000;54:581-7. 50. Hachinski V, Munoz DG. Cerebrovascular pathology in Alzheimer's disease: cause, effect or epiphenomenon? Ann N Y Acad Sci 1997;826:1-6. 34. Tsutsumi K, Maeda K, Iijima A, Usui M, Okada Y, Kirino T. The relationship of preoperative magnetic resonance imaging 51. Henon H, Pasquier F, Durieu I, Pruvo JP, Leys D. Medial temporal lobe atrophy in stroke patients: relation to pre-existing dementia. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1998;65:641-7. 52. Henon H, Pasquier F, Durieu I, Godefroy O, Lucas C, Lebert F, Leys D. Preexisting dementia in stroke patients. Baseline frequency, associated factors, and outcome. Stroke 1997;28:2429-36. of confirmed Alzheimer's disease using a simple measurement of medial temporal lobe atrophy by computed tomography. Lancet 1992;340:1179-83. 53. Filippi M, Rocca MA, Martino G, Horsfield MA, Comi G. Magnetization transfer changes in the normal appearing white matter precede the appearance of enhancing lesions in patients with multiple sclerosis. Ann Neurol 1998;43:809-14. 72. Pasquier F, Hamon M, Lebert F, Jacob B, Pruvo JP, Petit H. Medial temporal lobe atrophy in memory disorders. J Neurol 1997;244:175-81. 54. Yamauchi H, Fukuyama H, Shio H. Corpus callosum atrophy in patients with leukoaraiosis may indicate global cognitive impairment. Stroke 2000;31:1515-20. 73. Soininen H, Reinikainen HJ, Puranen M, Helkala EL, Paljärvi L, Riekkinen PJ. Wide third ventricle correlates with low choline acetyltransferase activity of the neocortex in Alzheimer patients. Alzheimer Dis Assoc Disord 1993;7:39-47. 55. Fazekas F, Kleinert R, Offenbacher H, Schmidt R, Kleinert G, Payer F, Radner H, Lechner H. Pathologic correlates of incidental MRI white matter signal hyperintensities. Neurology 1993;43:16839. 74. Spanò A, Förstl H, Almeida OP, Levy R. Neuroimaging and the differential diagnosis of early dementia: quantitative CT scan analysis in patients attending a memory clinic. Int J Geriatr Psychiatry 1992;7:879-83. 56. Esiri MM. Which vascular lesions are of importance in vascular dementia? Ann N Y Acad Sci. 2000;903:239-43. 75. Denihan A, Wilson G, Cunningham C, Coakley D, Lawlor BA. CT measurement of medial temporal lobe atrophy in Alzheimer's disease, vascular dementia, depression and paraphrenia. Int J Geriatr Psychiatry 2000;15:306-12. 57. del Ser T, Bermejo F, Portera A, Arredondo JM, Bouras C, Constantinidis J. Vascular dementia. A clinicopathological study. J Neurol Sci 1990;96:1-17. 58. Goto K, Ishii N, Fukasawa H. Diffuse white-matter disease in the geriatric population. A clinical, neuropathological, and CT study. Radiology 1981;141:687-95. 59. Munoz DG, Hastak SM, Harper B, Lee D, Hachinski VC. Pathologic correlates of increased signals of the centrum ovale on magnetic resonance imaging. Arch Neurol 1993;50:492-7. 60. Scheltens P, Erkinjunti T, Leys D, Wahlund LO, Inzitari D, del Ser T, Pasquier F, Barkhof F, Mantyla R, Bowler J, Wallin A, Ghika J, Fazekas F, Pantoni L. White matter changes on CT and MRI: an overview of visual rating scales. European Task Force on Age-Related White Matter Changes. Eur Neurol 1998;39:80-9. 61. Bowler JV, Steenhuis R, Hachinski V. Conceptual background to vascular cognitive impairment. Alzheimer Dis Assoc Disord 1999;13(suppl 3):30-7. 62. Tarvonen-Schroder S, Kurki T, Raiha I, Sourander L. Leukoaraiosis and cause of death: a five year follow up. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1995;58:586-9. 63. Rezek DL, Morris JC, Fulling KH, Gado MH. Periventricular white matter lucencies in senile dementia of the Alzheimer type and in normal aging. Neurology 1987;37:1365-8. 64. Scheltens P, Barkhof F, Leys D, Pruvo JP, Nauta JJ, Vermersch P, Steinling M, Valk J. A semiquantative rating scale for the assessment of signal hyperintensities on magnetic resonance imaging. J Neurol Sci 1993;114:7-12. 65. Fazekas F, Chawluk JB, Alavi A, Hurtig HI, Zimmerman RA. MR signal abnormalities at 1.5 T in Alzheimer's dementia and normal aging. Am J Roentgenol 1987;149:351-6. 66. Coffey CE, Figiel GS, Djang WT, Weiner RD. Subcortical hyperintensity on magnetic resonance imaging: a comparison of normal and depressed elderly subjects. Am J Psychiatry 1990;147:187-9. 67. McKhann G, Drachman D, Folstein M, Katzman R, Price D, Stadlan EM. Clinical diagnosis of Alzheimer's disease: report of the NINCDS-ADRDA Work Group under the auspices of Department of Health and Human Services Task Force on Alzheimer's Disease. Neurology 1984;34:939-44. 76. Kido DK, Caine ED, LeMay M, Ekholm S, Booth H, Panzer R. Temporal lobe atrophy in patients with Alzheimer disease: a CT study. Am J Neuroradiol 1989;10:551-5. 77. DeCarli C, Haxby JV, Gillette JA, Teichberg D, Rapoport SI, Schapiro MB. Longitudinal changes in lateral ventricular volume in patients with dementia of the Alzheimer type. Neurology 1992;42:2029-36. 78. Forstl H, Zerfass R, Geiger-Kabisch C, Sattel H, Besthorn C, Hentschel F. Brain atrophy in normal ageing and Alzheimer's disease. Volumetric discrimination and clinical correlations. Br J Psychiatry 1995;167:739-46. 79. Gur RC, Turetsky BI, Matsui M, Yan M, Bilker W, Hughett P, Gur RE. Sex differences in brain gray and white matter in healthy young adults: correlations with cognitive performance. J Neurosci 1999;19:4065-72. 80. Geroldi C, Laakso MP, DeCarli C, Beltramello A, Bianchetti A, Soininen H, Trabucchi M, Frisoni GB. Apolipoprotein E genotype and hippocampal asymmetry in Alzheimer’s disease. A volumetric MRI study. J Neurol Neurosurg Psychiatr 2000;68:93-6. 81. Geroldi C, Pihlajamäki M, Laakso MP, DeCarli C, Beltramello A, Bianchetti A, Soininen H, Trabucchi M, Frisoni GB. ApoE ε4 is associated with less frontal and more medial temporal lobe atrophy in AD. Neurology 1999:53:1825-32. 82. Bosscher L, Scheltens P. MRI of the temporal lobe. In: Qizilbash N, Schneider L, Chui H, Brodaty H, Kaye J, Erkinjuntti T (eds). Evidence based dementia. Blackwell (Oxford): 2000, in press. 83. Fox NC, Freeborough PA. Brain atrophy progression measured from registered serial MRI: validation and application to Alzheimer's disease. J Magn Reson Imaging 1997;7:1069-75. 84. Scahill RI, Crum WR, Fox NC. Novel methodology for assessment of progression of hippocampal atrophy from volumetric MR scans. Proceedings of the First meeting of the Alzheimer’s Imaging Consortium. American Geophysical Union (Washington): 2000. 85. Knopman DS, Christensen KJ, Schut LJ, Harbaugh RE, Reeder T, Ngo T, Frey W 2nd. The spectrum of imaging and neuropsychological findings in Pick's disease. Neurology 1989;39:362-8. 68. DeCarli C, Kaye JA, Horwitz B, Rapoport SI. Critical analysis of the use of computer-assisted transverse axial tomography to study human brain in aging and dementia of the Alzheimer type. Neurology 1990;40:872-83. 86. Mendez MF, Selwood A, Mastri AR, Frey WH 2d. Pick's disease versus Alzheimer's disease: a comparison of clinical characteristics. Neurology 1993;43:289-92. 69. Holmes C, Cairns N, Lantos P, Mann A. Validity of current clinical criteria for Alzheimer's disease, vascular dementia and dementia with Lewy bodies. Br J Psychiatry 1999;174:45-50. 87. Lang AE, Bergeron C, Pollanen MS, Ashby P. Parietal Pick's disease mimicking cortical-basal ganglionic degeneration. Neurology 1994;44:1436-40. 70. Kukull WA, Larson EB, Reifler BV, Lampe TH, Yerby MS, Hughes JP. The validity of 3 clinical diagnostic criteria for Alzheimer's disease. Neurology 1990;40:1364-9. 88. Cambier J, Masson M, Dairou R, Henin D. Etude anatomoclinique d'une forme parietale de maladie de Pick. Rev Neurol 1981;137:33-8. 71. Jobst KA, Smith AD, Szatmari M, Molyneux A, Esiri ME, King E, Smith A, Jaskowski A, McDonald B, Wald N. Detection in life 89. Rogelet P, Delafosse A, Destee A. Posterior cortical atrophy: unusual feature of Alzheimer’s disease. Neurocase 1996;2:495-501. 90. Victoroff J, Ross GW, Benson DF, Verity MA, Vinters HV. Posterior cortical atrophy. Neuropathologic correlations. Arch Neurol 1994;51:269-74. Pihlajamäki M, Soininen H, Testa C, Zanetti O, Trabucchi M. Radial Width of the Temporal Horn: a CT Measure Sensitive to Alzheimer's Disease. Am J Neuroradiol, 2001, accepted. 91. Renner J, Morris J, Storandt M, La Barge E. Progressive posterior cortical dysfunction predicts global dementia [abstract]. Neurology 1992;42(suppl 3):A132. 105. Gearing M, Mirra SS, Hedreen JC, Sumi SM, Hansen LA, Heyman A. The Consortium to Establish a Registry for Alzheimer's Disease (CERAD). Part X. Neuropathology confirmation of the clinical diagnosis of Alzheimer's disease. Neurology 1995;45:461-6. 92. Schroter A, Zerr I, Henkel K, Tschampa HJ, Finkenstaedt M, Poser S. Magnetic resonance imaging in the clinical diagnosis of Creutzfeldt-Jakob disease. Arch Neurol 2000;57:1751-7. 93. Zerr I, Schulz-Schaeffer WJ, Giese A, Bodemer M, Schroter A, Henkel K, Tschampa HJ, Windl O, Pfahlberg A, Steinhoff BJ, Gefeller O, Kretzschmar HA, Poser S. Current clinical diagnosis in Creutzfeldt-Jakob disease: identification of uncommon variants. Ann Neurol 2000;48:323-9. 94. Zeidler M, Sellar RJ, Collie DA, Knight R, Stewart G, Macleod MA, Ironside JW, Cousens S, Colchester AC, Hadley DM, Will RG, Colchester AF. The pulvinar sign on magnetic resonance imaging in variant Creutzfeldt-Jakob disease. Lancet 2000;355:1412-8. 95. Will RG, Zeidler M, Stewart GE, Macleod MA, Ironside JW, Cousens SN, Mackenzie J, Estibeiro K, Green AJ, Knight RS. Diagnosis of new variant Creutzfeldt-Jakob disease. Ann Neurol 2000;47:575-82. 96. Cordato NJ, Halliday GM, Harding AJ, Hely MA, Morris JG. Regional brain atrophy in progressive supranuclear palsy and Lewy body disease. Ann Neurol 2000;47:718-28. 97. Schulz JB, Skalej M, Wedekind D, Luft AR, Abele M, Voigt K, Dichgans J, Klockgether T. Magnetic resonance imaging-based volumetry differentiates idiopathic Parkinson's syndrome from multiple system atrophy and progressive supranuclear palsy. Ann Neurol 1999;45:65-74. 98. Frisoni GB, Beltramello A, Geroldi C, Weiss C, Bianchetti A, Trabucchi M. Brain atrophy in frontotemporal dementia. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1996;61:157-65. 99. Galton CJ, Gomez-Anson B, Antoun N, Scheltens P, Patterson K, Graves M, Sahakian BJ, Hodges JR. Temporal lobe rating scale: application to Alzheimer's disease and frontotemporal dementia J Neurol Neurosurg Psychiatry 2001;70: 165-73. 100. Csernansky JG, Wang L, Joshi S, Miller JP, Gado M, Kido D, McKeel D, Morris JC, Miller MI. Early DAT is distinguished from aging by high-dimensional mapping of the hippocampus. Neurology 2000;55:1636-43. 101. Laakso MP, Frisoni GB, Kononen M, Mikkonen M, Beltramello A, Geroldi C, Bianchetti A, Trabucchi M, Soininen H, Aronen HJ. Hippocampus and entorhinal cortex in frontotemporal dementia and Alzheimer's disease: a morphometric MRI study. Biol Psychiatry 2000;47:1056-63. 102. Brookmeyer R, Gray S, Kawas C. Projections of Alzheimer's disease in the United States and the public health impact of delaying disease onset. Am J Public Health 1998;88:1337-42. 103. Wahlund LO, Julin P, Sven-Erik J, Scheltens P. Visual rating and volumetry of the medial temporal lobe on magnetic resonance imaging in dementia. A comparative study. J Neurol Neurosurg Psychiatry 2000; 69:630-5. 104. Frisoni GB, Geroldi C, Beltramello A, Bianchetti A, Binetti G, Bordiga G, DeCarli C, Laakso MP, Maalikjy Akkawi N, 106. Smith AD, Jobst KA, Johnston C, Joachim C, Nagy Z. Apolipoprotein-E genotyping in diagnosis of Alzheimer's disease. Lancet 1996;348:483-4. 107. Lopez OL, Becker JT, Klunk W, Saxton J, Hamilton RL, Kaufer DI, Sweet RA, Cidis Meltzer C, Wisniewski S, Kamboh MI, DeKosky ST. Research evaluation and diagnosis of probable Alzheimer's disease over the last two decades: I. Neurology 2000;55:1854-62. 108. DeCarli C, Maisog J, Murphy DG, Teichberg D, Rapoport SI, Horwitz B. Method for quantification of brain, ventricular, and subarachnoid CSF volumes from MR images. J Comput Assist Tomogr 1992;16:274-84. 109. Thompson P, Mega A, Toga A. Disease based atlases. In: Mazziotta J, Toga A, Frackowiak R (eds). Brain Mapping: The Disorders. Academic Press (San Diego): 2000,131-177. 110. Scheltens P, Korf ES. Contribution of neuroimaging in the diagnosis of Alzheimer's disease and other dementias. Curr Opin Neurol 2000;13:391-6. 111. Small GW, Huang S-C, Cole G. In vivo visualization of amyloid senile plaques and neurofibrillary tangles in Alzheimer's disease. Proceedings of the First meeting of the Alzheimer’s Imaging Consortium, American Geophysical Union, Washington DC, July 8, 2000. 112. Zhen W, Han H, Anguiano M, Lemere CA, Cho CG, Lansbury PT Jr. Synthesis and amyloid binding properties of rhenium complexes: preliminary progress toward a reagent for SPECT imaging of Alzheimer's disease brain. J Med Chem 1999;42:280515. 113. Skovronsky DM, Zhang B, Kung MP, Kung HF, Trojanowski JQ, Lee VM. In vivo detection of amyloid plaques in a mouse model of Alzheimer's disease. Proc Natl Acad Sci USA 2000;97:7609-14. 114. Bookheimer SY, Strojwas MH, Cohen MS, Saunders AM, Pericak-Vance MA, Mazziotta JC, Small GW. Patterns of brain activation in people at risk for Alzheimer's disease. N Engl J Med 2000;343:450-6. 115. Foster GR, Scott DA, Payne S. The use of CT scanning in dementia. A systematic review. Int J Technol Assess Health Care 1999;15:406-23. 116. Neumann PJ, Hermann RC, Kuntz KM, Araki SS, Duff SB, Leon J, Berenbaum PA, Goldman PA, Williams LW, Weinstein MC. Cost-effectiveness of donepezil in the treatment of mild or moderate Alzheimer's disease. Neurology 1999;52:1138-45. 117. Kenen RH. The at-risk health status and technology: a diagnostic invitation and the 'gift' of knowing. Soc Sci Med 1996;42:1545-53. 118. Prichard JW, Brass LM. New anatomical and functional imaging methods. Ann Neurol 1992;32:395-400. Tradotto da: Frisoni GB. Structural imaging in the clinical diagnosis of Alzheimer's disease: problems and tools. J Neurol Neurosurg Psychiatry 2001;70:711-8. Cortese autorizzazione di British Medical Association Publishing Group, London, UK. 4 IL TRATTAMENTO DELLA MALATTIA DI ALZHEIMER CON INIBITORI DELLE COLINESTERASI: ALLA RICERCA DEL PUNTO DI INCONTRO TRA EVIDENZA E PRATICA Introduzione La medicina moderna si trova in uno scenario caratterizzato da un’ampia ma spesso non omogenea evidenza scientifica e da un aumento della domanda di trattamenti sanitari ad alta intensività tecnologica, ma allo stesso tempo con una limitata disponibilità di risorse finanziarie, e con la necessità di giustificare gli interventi clinici al paziente ed alla società. In questo contesto, è stato sviluppato un filone di ricerca che dovrebbe fornire al medico degli strumenti (lineeguida, LG) che traducano l’evidenza scientifica degli studi appropriatamente disegnati nella pratica clinica quotidiana del singolo paziente. Le LG dovrebbero rappresentare lo standard di riferimento della pratica clinica per tutta la comunità medica. La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s disease, AD) colpisce circa 3 milioni di persone nell’Unione Europea, e ci si aspetta che la sua prevalenza triplicherà nei prossimi 50 anni.1 Sono attualmente disponibili trattamenti farmacologici efficaci, relativamente costosi, e il cui impatto sui sintomi e sulla progressione della malattia sembra essere, in media, modesto. Tuttavia, una significativa minoranza di pazienti ottiene marcati benefici sulla performance cognitiva, funzionale, e comportamentale. Alcune agenzie internazionali hanno sviluppato LG per il trattamento dell’AD, strettamente basate sull’evidenza degli studi clinici randomizzati (SCR). Tuttavia, nella pratica clinica queste LG non vengono seguite. La dissonanza tra le LG basate sull’evidenza e la pratica clinica quotidiana non è un elemento specifico del trattamento dell’AD.2 Dopo un iniziale entusiasmo sulla possibilità di fornire evidenza per la maggior parte delle decisioni mediche, si è diffuso nella comunità medica un crescente scetticismo e la consapevolezza che un certo numero di aree grigie non sono, e probabilmente non potranno essere mai, coperte dall’evidenza.3,4 Per esempio, i pazienti più vecchi, quelli con condizioni di comorbilità, quelli agli estremi dello spettro di gravità della malattia (molto precoce e molto severa), e con politerapia non sono di solito arruolati negli SCR.5 Inoltre, anche se teoricamente gli SCR possono essere costruiti per tutte le possibili domande cliniche, per alcune di queste, quando i risultati degli studi sono disponibili, le domande sono già state superate dall’evoluzione tecnologica o culturale. Ad esempio, uno SCR che in era pre-donepezil avesse voluto stabilire se la tacrina fosse indicata nel trattamento dei disturbi comportamentali dell’AD, sarebbe stato reso obsoleto dalla disponibilità del donepezil, farmaco molto meglio tollerato in ogni circostanza clinica. Come fenomeno reattivo alla medicina basata sull’evidenza, sono emersi movimenti culturali che ne negano il rigore metodologico e che sono probabilmente più lontani dai bisogni clinici veri dei pazienti.6 Questo articolo affronterà il problema del trattamento dell’AD dal punto di vista della medicina basata sull’evidenza e della pratica clinica e proporrà una soluzione per coniugare le due prospettive. Evidenza e linee-guida basate sull’evidenza L’evidenza ad oggi più fortemente fondata sul trattamento farmacologico dei sintomi cognitivi dell’AD riguarda gli inibitori dell’acetilcolinesterasi (AChE) donepezil e rivastigmina. La galantamina, anch’essa con attività anticolinesterasica, è pure efficace sulla cognitività7,8 ed è da poco disponibile per l’uso clinico. Il profilo di tollerabilità e di efficacia sembra simile a quello della rivastigmina7-9 e quanto verrà qui discusso per i primi due probabilmente si applicherà anche alla galantamina quando sarà più largamente utilizzata. Degli altri farmaci, alcuni sono obsoleti (tacrina),10 per altri l’uso è poco controverso per la buona tollerabilità e il basso costo (vitamina E),11 oppure l’esperienza riguardo all’uso clinico non è sufficientemente ampia da raggiungere conclusioni decisive (memantina).12 Nei pazienti con AD da lieve a moderata (Mini Mental State Exam - MMSE - tra 10 e 26) senza evidenza di malattia cerebrovascolare, gli SCR sugli inibitori dell’AChE hanno dimostrato un modesto ma rilevabile effetto su un periodo di circa 6 mesi, equivalente ad un cambiamento tra il 4.1 e il 5.4% nel test cognitivo utilizzato per valutarne l’efficacia.13 Tale miglioramento è appena rilevabile dal medico e dai caregiver. La proporzione di effetti collaterali e di interruzioni della terapia da eventi avversi con il donepezil è ragionevolmente bassa.13 Sulla base di una revisione sistematica dell’evidenza disponibile, gli Autori della Cochrane Collaboration concludono che “in pazienti selezionati con AD da lieve a moderata, trattati per periodi di 12 o 24 settimane, il donepezil produce un modesto miglioramento della funzione cognitiva” e che “l’importanza pratica di tali cambiamenti per i pazienti e i caregiver non è chiara”.14 L’efficacia della rivastigmina è simile, ma richiede una fase di aggiustamento del dosaggio più lunga, e la quota di effetti collaterali è molto più elevata.9,13 Nell’ultimo aggiornamento del maggio 1999 sulla rivastigmina, i revisori della Cochrane hanno concluso che “l’evidenza disponibile dimostra un modesto beneficio sulla cognitività e la funzione quotidiana per elevate dosi di rivastigmina” e che “la percentuale di interruzioni del trattamento a causa degli effetti collaterali è significativa”.15 Le linee-guida basate sull’evidenza scoraggiano l’uso degli inibitori dell’AChE Il dato della modesta efficacia degli inibitori dell’AChE, emerso dalle revisioni sistematiche della letteratura, è confermato dalle LG attualmente disponibili. Nel 1997 Lovestone e colleghi16 hanno proposto delle LG che sostanzialmente rifrasavano i criteri di inclusione degli SCR; secondo le indicazioni di queste LG, infatti, gli inibitori dell’AChE andavano prescritti ai pazienti che soddisfacevano i criteri di McKhann di AD probabile17 e che avevano un MMSE tra 10 e 24. I pazienti con segni di malattia cerebrovascolare, che potevano essere classificati come demenza mista o AD possibile con malattia cerebrovascolare,18 venivano esclusi dal trattamento. Nello stesso anno l’Associazione Americana di Psichiatria pubblicava le “Linee-guida pratiche” che concludevano che, in aggiunta alla tacrina, “il donepezil aveva dimostrato di portare ad un modesto miglioramento solo in una minoranza di pazienti” e che “era risultato preferibile [alla tacrina] come trattamento di prima scelta”.19 Nel 1998 le LG basate sull’evidenza per la gestione della demenza sul territorio del Nord Inghilterra concludevano che “il donepezil ha dimostrato un moderato effetto sulla funzione cognitiva negli studi di trattamento a breve termine dei pazienti con AD lieve-moderata” e che “se il donepezil sia un trattamento utile per l’AD non è ancora stato stabilito dagli studi attualmente disponibili”.20 A quel tempo la rivastigmina non era ancora sul mercato ma, data la minore tollerabilità e la simile efficacia, le conclusioni su questo farmaco non dovrebbero essere diverse. Le linee-guida sono basate sugli studi clinici controllati che includono i non-responders ed escludono i potenziali responders Anche se è vero che in media l’efficacia degli inibitori dell’AChE è clinicamente appena rilevabile dal medico e dal caregiver, è anche vero che negli SCR sugli inibitori dell’AChE vi è una significativa minoranza di pazienti con AD che ha un marcato beneficio clinico. Nello studio originale sul donepezil,21 è stato evidenziato un miglioramento di 7 o più punti alla Alzheimer’s Disease Assessment Scale (ADAS-cog, punteggio massimo 70 punti) dopo 6 mesi di terapia nel 25% dei pazienti che assumevano una dose di 10 mg e nell’8% dei pazienti nel gruppo con placebo. La grandezza di questo effetto è equivalente a circa 2 volte la percentuale di progressione annuale della malattia.22,23 In un grande studio sulla rivastigmina, la proporzione dei pazienti che avevano dimostrato un miglioramento di 4 o più punti all’ADAS-cog era del 27% nel gruppo dei trattati e del 18% nel gruppo placebo.9 Questi dati dimostrano che il tenere in considerazione l’efficacia “media” degli inibitori dell’AChE nasconde l’ampia variabilità del risultato del trattamento e la presenza di un gruppo significativamente grande di pazienti con una marcata risposta alla terapia. Ovviamente, identificare questi pazienti a priori, cioè prima della somministrazione del farmaco, sarebbe di grande utilità clinica. Sfortunatamente, nonostante sia stato studiato il ruolo predittivo di diversi fattori (genotipo ApoE, specifici pattern di perfusione corticale, malattia cerebrovascolare, volume ippocampale) nessuno ha ancora dimostrato di avere un valore nell’identificazione dei responders.24-27 Inoltre, se da un lato gli SCR includono una larga parte di nonresponders, dall’altro di solito escludono i potenziali responders. Sintomi comportamentali Almeno due inibitori dell’AChE utilizzati nel periodo precedente l’introduzione del donepezil avevano dimostrato un’efficacia sui sintomi comportamentali. L’analisi secondaria degli SCR su questi due farmaci, metrifonato e xanomelina, i cui studi clinici erano stati interrotti a causa degli effetti tossici, ha evidenziato sia un miglioramento dei disturbi comportamentali, sia un effetto preventivo sul loro sviluppo.28,29 In aggiunta a questi studi, che sono stati effettuati in pazienti con AD moderata-severa, alcuni studi non controllati in pazienti con AD hanno dimostrato un effetto del donepezil sull’agitazione, l’ansia, la disinibizione, l’irritabilità e la psicosi.30 L’efficacia degli inibitori dell’AChE sui disturbi non cognitivi è anche suggerita dall’osservazione di un beneficio del donepezil in pazienti non-dementi con delirium, agitazione maniacale e psicosi31-33 e della rivastigmina sul sonno.34 Tutti questi studi sono di tipo osservazionale. La maggior parte di questi disturbi comportamentali è molto prevalente nell’AD;35 inoltre, tali disturbi frequentemente coesistono36 e vengono trattati con neurolettici, con il conseguente rischio di sviluppo di rilevanti effetti collaterali.37 Le demenze di tipo non-Alzheimer I dati ad oggi disponibili sull’efficacia degli inibitori dell’AChE nelle demenze non-alzheimeriane sono limitati alla demenza a corpi di Lewy. Per questo tipo di demenza, infatti, è stata evidenziata un’efficacia della terapia sulla confusione, la psicosi e i disturbi comportamentali in generale.38-41 Inoltre, un recente studio controllato con placebo sulla rivastigmina alla dose media di 9.3 mg ha dimostrato un positivo effetto, valutato su un periodo di 20 settimane, sulla cognitività (miglioramento di 1.5 punti al MMSE) e sui disturbi comportamentali (miglioramento di 4 punti alla versione a 4 item della Neuropsychiatry Inventory, che ha un punteggio massimo di 48).42 Non vi sono dati sull’efficacia degli inibitori dell’AChE in altre demenze di tipo non-Alzheimer come la demenza frontotemporale, la malattia di Pick, l’atrofia multisistemica e il Parkinson-demenza, sebbene pazienti con paralisi sopranucleare progressiva sembrino non beneficiare della somministrazione di tali farmaci.43 La demenza severa Un’analisi secondaria dei database degli studi clinici su donepezil, rivastigmina e galantamina ha dimostrato che l’effetto di tali farmaci sul MMSE è più marcato nei pazienti con un MMSE inferiore a 20 (guadagno di 4.1 punti), che in quelli con MMSE superiore (guadagno di 2.9 punti) (comunicazione personale di Howard Feldman). Sulla base di questa e di osservazioni neuropatologiche secondo le quali la maggiore perdita di acetilcolina si verifica tardivamente nel corso della malattia,44,45 sono stati iniziati degli studi di trattamento con inibitori dell’Ach nei pazienti con AD severa (MMSE inferiore a 10). Recenti dati di studi in aperto indicano che la rivastigmina può dare un beneficio nei pazienti con AD residenti in casa di riposo,46 mentre uno SCR in pazienti con AD e MMSE tra 5 e 17 ha trovato benefici effetti del donepezil sulla cognitività, la funzione e i sintomi comportamentali.47 Gli studi clinici randomizzati non valutano i fattori che potrebbero modificare la risposta agli inibitori dell’acetilcolinesterasi L’eccesso di disabilità e la comorbilità somatica L’eccesso di disabilità è la quota di limitazione cognitiva e funzionale che si aggiunge a quella direttamente causata dalla neurobiologia della malattia dementigena. Tale eccesso di disabilità è frequentemente dovuto alla presenza di malattie somatiche instabili, all’uso di farmaci psicotropi o a stress ambientali; inoltre, è una condizione spesso fluttuante, e l’ampiezza delle fluttuazioni può essere tanto significativa da nascondere l’efficacia clinica del trattamento con gli inibitori dell’AChE. Alcune osservazioni indicano che la performance cognitiva è molto variabile nel tempo e che l’eccesso di disabilità potrebbe essere responsabile di una parte rilevante di tale variabilità. Tale variabilità cognitiva è rilevante, come dimostrato dagli studi clinici sugli inibitori dell’AChE, che hanno evidenziato fluttuazioni clinicamente significative della performance cognitiva (miglioramento di 4 o più punti alla scala ADAS-cog) nel 27% dei pazienti con AD trattati con placebo.21,9 In una serie clinica di pazienti valutata nel nostro Centro Alzheimer abbiamo dimostrato che i pazienti con AD che avevano il miglioramento cognitivo più marcato tra la prima valutazione e il follow-up a 6 mesi erano quelli con una peggiore salute somatica.48 Alla prima visita, i pazienti avevano effettuato una valutazione multidimensionale e il trattamento farmacologico delle malattie somatiche era stato aggiustato in modo da raggiungere un buon compenso; gli inibitori dell’AChE non erano stati prescritti poiché non erano ancora disponibili sul mercato. Questi pazienti dovrebbero essere il target ideale di tali farmaci perché sono relativamente giovani (72+8 anni), hanno una severità della demenza da lieve a moderata (MMSE di 19+4), non sono deliranti e non stavano assumendo farmaci psicotropi alla valutazione di base. L’opinione che l’ottimale trattamento delle malattie somatiche possa determinare un miglioramento della cognitività è supportata anche da risultati di recenti studi effettuati in anziani con decadimento cognitivo lieve residenti al domicilio.49 In questi soggetti, non vi dovrebbero essere fluttuazioni della performance cognitiva che nascondano l’effetto del trattamento con inibitori dell’AChE. La maggior parte degli studi clinici ad oggi disponibili sugli inibitori dell’AChE10,21,50 esclude i soggetti con diabete insulino-dipendente, asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattie endocrine e malattie gastrointestinali non compensate che, al contrario, frequentemente coesistono nei pazienti con AD che vengono valutati nei centri di primo o secondo livello. Il risultato è che l’efficacia del trattamento dimostrata negli studi clinici non è influenzata dalle condizioni di comorbidità ed è, quindi, la maggiore efficacia che si può ottenere. Un solo studio clinico ha esplicitamente incluso pazienti con significativa comorbilità,51 e il beneficio dimostrato del donepezil è stato di circa la metà di quello dimostrato in studi più restrittivi. Nelle future linee-guida dovrà essere esplicitata la necessità di raggiungere una stabilità sintomatologica e biologica delle condizioni attive di comorbilità prima dell’inizio della terapia con inibitori dell’AChE. La comorbilità cerebrovascolare La comorbidità cerebrovascolare si riferisce alla presenza di lesioni vascolari dell’encefalo che si aggiungono alle lesioni degenerative tipiche dell’AD. Si ritiene che lesioni cerebrovascolari siano presenti in più del 30% dei pazienti con AD e che siano più spesso dovute ad una malattia sottocorticale dei piccoli vasi.52-54 Gli studi clinici sugli inibitori dell’AChE tendono ad escludere pazienti con compresenza di malattia cerebrovascolare sulla base dei risultati della tomografia computerizzata o della risonanza magnetica. L’efficacia degli inibitori dell’AChE nell’AD si ipotizza sia dovuta ad un danno prevalente a carico del sistema colinergico. La malattia cerebrovascolare sottocorticale, essendo relativamente più diffusa e non selettiva rispetto alla malattia degenerativa, potrebbe danneggiare altri sistemi in aggiunta a quello colinergico e potrebbe attenuare l’efficacia degli inibitori dell’AChE. I dati disponibili sulla modulazione della risposta agli inibitori dell’AChE da parte della malattia cerebrovascolare sono pochi e di non chiara interpretazione.24 Sono necessari maggiori dati su questo argomento. Lo iato fra linee-guida e pratica clinica Una recente indagine effettuata negli Stati Uniti su 150 specialisti in demenza ha dimostrato che almeno l’89% prescrive il donepezil ai pazienti con AD come trattamento di prima scelta (comunicazione personale di John Morris) (al tempo dell’indagine la rivastigmina non era ancora presente sul mercato statunitense). Anche le linee-guida pratiche proposte per l’uso nei setting managed care raccomandavano l’uso del donepezil come trattamento di prima scelta per AD probabile di severità da lieve a moderata.55 I dati europei su questo argomento non sono disponibili ma le pratiche prescrittive potrebbero essere simili. Questo punto di vista è supportato dal fatto che, sebbene il costo sociale del trattamento sia relativamente elevato (tra 1.200 e 1.800 per anno per paziente), il rimborso viene fornito per una proporzione che va dal 35 al 100% dalla maggior parte dei sistemi sanitari nazionali dei paesi europei.56,57 Il rimborso è basato sui protocolli diagnostici, sull’eligibilità dei pazienti e sui criteri di risposta al trattamento che, in genere, rifrasano quelli degli SCR, quindi escludono una larga parte di potenziali responders e non valutano il problema della variabilità della risposta. Vi è, quindi, un’ampia discrepanza tra la prospettiva dei medici e degli amministratori della salute da un lato e le linee-guida basate sull’evidenza dall’altro. Recenti risultati metodologici sugli SCR e gli studi osservazionali potrebbero aiutare a colmare tale discrepanza. Colmare lo iato: gli studi osservazionali L’argomento più valido a supporto degli SCR nei confronti degli studi osservazionali, cioè che questi ultimi andrebbero a sovrastimare l’efficacia degli interventi e ad evidenziare i risultati positivi in tutti i casi, potrebbe essere infondato.58,59 Una meta-analisi degli studi osservazionali e degli SCR di 19 diversi trattamenti (dalla terapia ormonale sostitutiva per la densità ossea lombare, all’effetto sulla mortalità nei reparti geriatrici rispetto a quelli medici) ha dimostrato, infatti, che gli studi osservazionali forniscono stime di efficacia quantitativamente e qualitativamente simili a quelle degli SCR.58,59 Sebbene non siano disponibili studi che affrontino direttamente questo problema per il trattamento con inibitori dell’AChE nell’AD, una recente osservazione suggerisce che ciò potrebbe valere anche in questo caso. Greenberg e colleghi hanno recentemente dimostrato che un gruppo non selezionato di 60 pazienti con AD probabile valutati in due centri clinici (l’unità per i disturbi della memoria al Massachusetts General Hospital e il Brigham and Women’s Hospital a Boston) e trattati con donepezil aveva un miglioramento della performance cognitiva pari a quello riportato negli SCR.51 I criteri di arruolamento erano simili a quelli che avrebbero portato al trattamento con inibitori dell’AChE in uno studio osservazionale, essendo limitati alla presenza di chiare controindicazioni alla terapia o ad una elevata probabilità di effetti collaterali.51 Gli studi osservazionali potrebbero completare i risultati degli SCR e contribuire a definire con maggiore precisione le applicazioni cliniche dei trattamenti la cui efficacia è stata dimostrata dagli SCR.60 Grazie al loro flessibile costrutto metodologico, gli studi osservazionali potrebbero rilevare un numero di fattori che influenzanola decisione clinica più elevato di quello degli SCR, e quindi catturare una maggiore proporzione della variabilità della risposta al trattamento che si osserva nella pratica clinica.60 In Centri Alzheimer esperti potrebbero essere effettuati studi nei quali l’allocazione dei pazienti a diversi trattamenti venga decisa sulla base di protocolli chiaramente definiti, permettendo di accumulare una grande quantità di dati in relativamente poco tempo. E’ necessario sottolineare che la metodologia più appropriata per disegnare e portare avanti tali studi, così come per analizzare i risultati, va ancora sviluppata. I problemi che devono essere affrontati riguardano i paragoni multipli tra diversi bracci di trattamento e la necessità di utilizzare i risultati come rimando per rivedere la versione originale delle linee-guida nell’usuale processo di costruzione-validazione-costruzione. L’approccio sopra delineato potrebbe portare allo sviluppo di linee-guida più vicine al loro scopo ideale, cioè al bisogno pratico di tradurre le conoscenze disponibili in decisioni per il singolo paziente.61,62 Conclusioni Gli inibitori dell’AChE attualmente disponibili non saranno probabilmente sostituiti da farmaci più efficaci o meglio tollerati nell’immediato futuro. Nonostante eccitanti risultati della ricerca (si pensi al vaccino per l’AD) nei prossimi anni, donepezil, rivastigmina e galantamina saranno ancora i farmaci specifici per l’AD di cui il medico potrà disporre per fronteggiare la crescente domanda da parte dei pazienti e della società. Se è, infatti, vero che un trattamento a pioggia con inibitori dell’AChE per tutti i pazienti con AD ha probabilmente un limitato beneficio sia per i pazienti, sia per la società, allo stesso modo un approccio restrittivo sarà nel corso del tempo sempre più difficile da seguire nella pratica medica. E’ urgente la necessità di sviluppare LG che affrontino i problemi clinicamente rilevanti sulla base dell’evidenza attualmente disponibile, sebbene talvolta sia di modesto supporto. Quindi, saranno definiti degli standard la cui efficacia potrebbe essere rapidamente testata con un approccio osservazionale nei centri esperti. In un’epoca nella quale la società ha una crescente domanda e numerose aspettative nei confronti della medicina, i medici devono certamente restare fedeli all’evidenza e al rigore metodologico, ma dovrebbero considerare la possibilità di esplorare nuove strade di ricerca, teoriche e pratiche, per arrivare a fornire risposte più significative. Bibliografia 1. Brookmeyer R, Gray S, Kawas C. Projections of Alzheimer's disease in the United States and the public health impact of delaying disease onset. Am J Public Health 1998;88:1337-42. 2. Cabana MD, Rand CS, Powe NR, Wu AW, Wilson MH, Abboud PA, Rubin HR. Why don't physicians follow clinical practice guidelines? A framework for improvement. JAMA 1999;282:145865. 10. Farlow M, Gracon SI, Hershey LA, Lewis KW, Sadowsky CH, Dolan-Ureno J. A controlled trial of tacrine in Alzheimer's disease. The Tacrine Study Group. JAMA 1992;268:2523-9. 11. Sano M, Ernesto C, Thomas RG. A controlled trial of selegiline, alpha-tocopherol, or both as treatment for Alzheimer's disease. The Alzheimer's Disease Cooperative Study. N Engl J Med 1997;336:1216-22. 12. Winblad B, Poritis N. Memantine in severe dementia: results of the 9M-Best Study (Benefit and efficacy in severely demented patients during treatment with memantine). Int J Geriatr Psychiatry 1999;14:135-46. 13. Mayeux R, Sano M. Treatment of Alzheimer's disease. N Engl J Med 1999;341:1670-9. 14. Birks J S, Melzer D, Beppu H. Donepezil for mild and moderate Alzheimer's disease (Cochrane Review). Cochrane Database Syst Rev 2000;4:CD001190. 15. Birks JS, Iakovidou V, Tsolaki M. Rivastigmine for Alzheimer's disease. Cochrane Database Syst Rev 1999;2: CD001191 16. Lovestone S, Graham N, Howard R. Guidelines on drug treatments for Alzheimer's disease. Lancet 1997;350:232-3. 17. McKhann G, Drachman D, Folstein M, Katzman R, Price D, Stadlan EM. Clinical diagnosis of Alzheimer's disease: report of NINCDS/ADRDA Work Group under the auspices of Department of Health and Human Services Task Force on Alzheimer's disease. Neurology 1984;34:939-44. 18. Roman GC, Tatemichi TK, Erkinjuntti T, Cummings JL, Masdeu JC, Garcia JH, Amaducci L, Orgogozo JM, Brun A, Hofman A. Vascular dementia: diagnostic criteria for research studies. Report of the NINDS-AIREN International Workshop. Neurology 1993;43:250-60. 19. American Psychiatric Association. Practice guideline for the treatment of patients with Alzheimer's disease and other dementias of late life. Am J Psychiatry 1997;154(suppl):1-39. 20. Eccles M, Clarke J, Livingstone M, Freemantle N, Mason J. North of England evidence based guidelines development project: guideline for the primary care management of dementia. BMJ 1998;317:802-8. 21. Rogers SL, Farlow MR, Doody RS, Mohs R, Friedhoff LT. A 24-week, double-blind, placebo-controlled trial of donepezil in patients with Alzheimer's disease. Donepezil Study Group. Neurology 1998;50:136-45. 3. Maynard A. Evidence-based medicine: an incomplete method for informing treatment choices. Lancet 1997;349:126-8. 22. Kramer-Ginsberg E, Mohs RC, Aryan M, Lobel D, Silverman J, Davidson M, Davis KL. Clinical predictors of course for Alzheimer patients in a longitudinal study: a preliminary report. Psychopharmacol Bull 1988;24:458-62. 4. Committee fo Evaluating Medical technologies. In: Clinical Use, Division of health Science Policy, Division of Health Promotion and Disease Prevention, Institute of Medicine. Assessing Medical Technologies. National Academy Press (Washington):1985. 23. Stern RG, Mohs RC, Davidson M, Schmeidler J, Silverman J, Kramer-Ginsberg E, Searcey T, Bierer L, Davis KL. A longitudinal study of Alzheimer's disease: measurement, rate, and predictors of cognitive deterioration. Am J Psychiatry 1994;151:390-6. 5. Knottnerus JA, Dinant GJ. Medicine based evidence, a prerequisite for evidence based medicine. BMJ 1997;315:1109-10. 24. Kumar V, Anand R, Messina J, Hartman R, Veach J. An efficacy and safety analysis of Exelon in Alzheimer's disease patients with concurrent vascular risk factors. Eur J Neurol 2000; 7:159-69. 6. Harris WS, Gowda M, Kolb JW. A randomized, controlled trial of the effects of remote, intercessory prayer on outcomes in patients admitted to the coronary care unit. Arch Intern Med 1999;159:22738. 7. Raskind MA, Peskind ER, Wessel T, Yuan W. Galantamine in AD: A 6-month randomized, placebo-controlled trial with a 6month extension. The Galantamine USA-1 Study Group. Neurology 2000;54:2261-8. 8. Tariot PN, Solomon PR, Morris JC, Kershaw P, Lilienfeld S, Ding C. A 5-month, randomized, placebo-controlled trial of galantamine in AD. The Galantamine USA-10 Study Group. Neurology 2000;54:2269-76. 9. Rosler M, Anand R, Cicin-Sain A, Gauthier S, Agid Y, DalBianco P, Stahelin HB, Hartman R, Gharabawi M. Efficacy and safety of rivastigmine in patients with Alzheimer's disease: international randomised controlled trial. BMJ 1999;318:633-8. 25. Mega MS, Dinov ID, Lee L, O'Connor SM, Masterman DM, Wilen B, Mishkin F, Toga AW, Cummings JL. Orbital and dorsolateral frontal perfusion defect associated with behavioral response to cholinesterase inhibitor therapy in Alzheimer's disease. J Neuropsychiatry Clin Neurosci 2000;12:209-18. 26. Poirier J, Delisle MC, Quirion R, Aubert I, Farlow M, Lahiri D, Hui S, Bertrand P, Nalbantoglu J, Gilfix BM. Apolipoprotein E4 allele as a predictor of cholinergic deficits and treatment outcome in Alzheimer disease. Proc Natl Acad Sci 1995;92:12260-4. 27. Riekkinen P Jr, Soininen H, Helkala EL, Partanen K, Laakso M, Vanhanen M, Riekkinen P. Hippocampal atrophy, acute THA treatment and memory in Alzheimer's disease. Neuroreport 1995;6:1297-1300. 28. Bodick NC, Offen WW, Levey AI, Cutler NR, Gauthier SG, Satlin A, Shannon HE, Tollefson GD, Rasmussen K, Bymaster FP, Hurley DJ, Potter WZ, Paul SM. Effects of xanomeline, a selective muscarinic receptor agonist, on cognitive function and behavioral symptoms in Alzheimer disease. Arch Neurol 1997;54:465-73. 29. Cummings J, Cyrus PA, Bieber F, Mas J, Orazem J, Gulanski B. Metrifonate treatment of the cognitive deficits of Alzheimer's disease. Metrifonate Study Group. Neurology 1998;50:1214-21. 30. Mega MS, Masterman DM, O'Connor SM, Barclay TR, Cummings JL. The spectrum of behavioral responses to cholinesterase inhibitor therapy in Alzheimer disease. Arch Neurol 1999;56:1388-93. 31. Burke WJ, Roccaforte WH, Wengel SP. Treating visual hallucinations with donepezil. Am J Psychiatry 1999;156:1117-8. 32. Burt T, Sachs GS, Demopulos C. Donepezil in treatmentresistant bipolar disorder. Biol Psychiatry 1999;45:959-64. 33. Wengel SP, Burke WJ, Roccaforte WH. Donepezil for postoperative delirium associated with Alzheimer's disease. J Am Geriatr Soc 1999;47:379-80. 34. Schredl M, Weber B, Braus D, Heuser I. The effect of rivastigmine on sleep in elderly healthy subjects. Exp Gerontol 2000;35:243-9. 35. Binetti G, Mega MS, Magni E, Padovani A, Rozzini L, Bianchetti A, Trabucchi M, Cummings JL. Behavioral disorders in Alzheimer disease: a transcultural perspective. Arch Neurol 1998;55:539-544. 36. Frisoni GB, Rozzini L, Gozzetti A, Binetti G, Zanetti O, Bianchetti A, Trabucchi M, Cummings JL. Behavioral syndromes in Alzheimer's disease: description and correlates. Dement Geriatr Cogn Disord 1999;10:130-8. 37. McShane R, Keene J, Gedling K, Fairburn C, Jacoby R, Hope T. Do neuroleptic drugs hasten cognitive decline in dementia? Prospective study with necropsy follow up. BMJ 1997;314:266-70. 38. Fergusson E, Howard R. Donepezil for the treatment of psychosis in dementia with Lewy bodies. Int J Geriatr Psychiatry 2000;15:280-1. 39. Kaufer DI, Catt KE, Lopez OL, DeKosky ST. Dementia with Lewy bodies: response of delirium-like features to donepezil. Neurology 1998;51:1512. 40. Lanctot KL, Herrmann N. Donepezil for behavioural disorders associated with lewy bodies: a case series. Int J Geriatr Psychiatry 2000;15:338-45. 41. Shea C, MacKnight C, Rockwood K. Donepezil for treatment of dementia with Lewy bodies: a case series of nine patients. Int Psychogeriatr 1998;10:229-38. 42. McKeith I, Del Ser T, Anand R, Cicin-Sain A, Ferrara R, Spiegel R. Rivastigmine provides synthomatic benefit in dementia with Lewy bodies: findings from a placebo-controlled international multicenter study. Neurology 2000;54(suppl 3):A450. 43. Litvan I, Phipps MS, Pharr V, Salazar A, Grafman J, Hallett M. A Controlled, Crossover, Randomized, Double-Blind Trial of an Anticholinesterase Agent (Donepezil) in Patients with Progressive Supranuclear Palsy. Neurology 2000;52(suppl 3):A192. 44. Davis KL, Mohs RC, Marin D, Purohit DP, Perl DP, Lantz M, Austin G, Haroutunian V. Cholinergic markers in elderly patients with early signs of Alzheimer disease. JAMA 1999;281:1401-6. patients residing in a nursing home:findings from 26-week trial. Neurology 2000;54(suppl 3):A468. 47. Feldman H, Gauthier S, Hecker J, Vellas B, Subbiah P, and the Donepezil MSD. A Study Group. Benefits of Donepezil on global function, behaviour, cognition, and ADLs in patients with moderate to severe Alzheimer's disease. Neurology 2000;54(suppl 3):A469. 48. Magni E, Scaglia L. Can medical care improve memory in AD patients? J Am Geriatr Soc 1995;43:589. 49. Frisoni GB, Fratiglioni L, Viitanen M, Winblad B. The natural history of non demented cognitively impaired subjects:population data from kungsholmen project. Neurology 1999;52(suppl 2):A385. 50. Burns A, Rossor M, Hecker J, Gauthier S, Petit H, Moller HJ, Rogers SL, Friedhoff LT. The effects of donepezil in Alzheimer's disease -- results from a multinational trial. Dement Geriatr Cogn Disord 1999;10:237-44. 51. Greenberg SM, Tennis MK, Brown LB, Gomez-Isla T, Hayden DL, Schoenfeld DA, Walsh KL, Corwin C, Daffner KR, Friedman P, Meadows ME, Sperling RA, Growdon JH. Donepezil therapy in clinical practice: a randomized crossover study. Arch Neurol 2000;57:94-9. 52. Esiri MM, Nagy Z, Smith MZ, Barnetson L, Smith AD. Cerebrovascular disease and threshold for dementia in the early stages of Alzheimer's disease. Lancet 1999;354:919-20. 53. Kalaria RN, Ballard C. Overlap between pathology of Alzheimer disease and vascular dementia. Alzheimer Dis Assoc Disord 1999;13(suppl 3):115-23. 54. Snowdon DA, Greiner LH, Mortimer JA, Riley KP, Greiner PA, Markesbery WR. Brain infarction and the clinical expression of Alzheimer disease. The Nun Study. JAMA 1997);77:813-7. 55. Fillit H, Cummings J. Practice guidelines for the diagnosis and treatment of Alzheimer's disease in a managed care setting: Part II-Pharmacologic therapy. Alzheimer's Disease (AD) Managed Care Advisory Council. Manag Care Interface 2000;13:51-6. 56. Bartoloni M, Todaro S (May 30. June 5, 2000) E la CUF apre all'Alzheimer. Il Sole 24 Ore Sanità Documenti. 57. Frisoni GB. Reimbursement of acetylcholinesterase inhibitors for Alzheimer's disease in Europe. Int J Geriatr Psychiatry 2000;16:233-5. 58. Benson K, Hartz AJ A. Comparison of Observational Studies and Randomized, Controlled Trials. N Engl J Med 2000;342:187886. 59. Concato J, Shah N, Horwitz RI. Randomized, controlled trials, observational studies, and the hierarchy of research designs. N Engl J Med 2000;342:1887-92. 60. Hlatky MA, Califf RM, Harrell FE Jr, Lee KL, Mark DB, Pryor DB. Comparison of prediction based on observational data with the results of randomized controlled clinical trials of coronary artery bypass surgery. J Am Coll Cardiol 1988;11:237-45. 61. Field MJ, Lohr KN. Clinical Practice Guidelines: Directions for a New Program (Summary). National Academy Press (Washington):1990. 62. Norheim OF. Healthcare rationing -- are additional criteria needed for assessing evidence based clinical practice guidelines? BMJ 1999;319:1426-9. 45. Tiraboschi P, Hansen LA, Alford M, Masliah E, Thal LJ, CoreyBloom J. The decline in synapses and cholinergic activity is asynchronous in Alzheimer's disease. Neurology 2000;55:1278-83. 46. Cummings J, Anad R, Koumaras B, Hartman R, Hanover E. Rivastigmine provides behavioural benefits to Alzheimer's disease Tradotto da: Frisoni GB. Treatment of Alzheimer's disease with acetylcholinesterase inhibitors: bridging the gap between evidence and practice. J Neurol 2001;248:551-7. Cortese autorizzazione di Springer Steinkopff Verlag, Darmstadt, Germany. 5 HANNO CONTRIBUITO Orazio Zanetti, Primario, Unità Operativa Alzheimer e Responsabile Scientifico della Ricerca Finalizzata "Criteri diagnostici, strumenti di assessment, scelta degli outcomes e dei servizi più appropriati (àmbiti/setting) per la diagnosi e terapia delle demenze" Giuliano Binetti, Aiuto Unità Operativa Alzheimer e Responsabile Laboratorio di Neurobiologia Cristina Geroldi, Unità Operativa Alzheimer e Laboratorio di Epidemiologia e Neuroimaging IRCCS San Giovanni di Dio - FBF, via Pilastroni 4, 25125 - Brescia, Italy RINGRAZIAMENTI Una serie di UVA (Gruppo Italiano di Studio per l’Uso dell’Imaging Diagnostico nei Disturbi Cognitivi) ha attivamente collaborato nella rilevazione delle pratiche di utilizzo dell’imaging diagnostico. L'elenco è disponibile su www.centroAlzhemer.it. Il capitolo 3 è basato su una lettura effettuata il 28 aprile 2000 al Centro Alzheimer del University Medical Center di Kansas City, direttore Charles DeCarli. Il lavoro è stato in parte finanziato dal Ministero della Sanità (Ricerca Finalizzata “Neurodegenerazione, invecchiamento cerebrale fisiologico e demenza: approccio integrato per una diagnosi precoce, per predittori di evoluzione, per trattamenti innovativi, per organizzazione di assistenza avanzata - Marcatori predittivi di invalidità nella demenza e nel mild cognitive impairment” - ICS 030, 13/RF 99.70). Gran parte degli argomenti trattati sono stati discussi con il Prof. Marco Trabucchi. Mikko Laakso dell’Università di Kuopio, Finlandia, ha dato utili e generosi commenti. Sono grato a Alberto Beltramello, mio primo maestro nel mondo affascinante della tecnologia di neuroimmagine. Sono inoltre grato a Roberto Raschetti e Francesca Ravaioli, Segreteria Scientifica Progetto CRONOS, Ufficio VI – Farmacovigilanza, Ministero della Sanità, Direzione Generale per la Valutazione dei Medicinali e la Farmacovigilanza. Il presente volume non sarebbe stato possibile senza il lavoro intelligente e dedicato di Samantha Galluzzi, Cristina Testa, Marina Boccardi, Maurizio Facchini, Cristina Geroldi, Gloria Massironi, Roberta Riello, Carmen Rinaldi, Roberta Rossi, Francesca Sabattoli, Andrea Zorzan, Federica Aleotti, Lorena Bresciani, Laura Cimaschi, Luisa Colosio e Junmei Miao a vario titolo collaboratori del Laboratorio di Epidemiologia e Neuroimaging.