DELLA Angelo Gemmi

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DELLA Angelo Gemmi
DELLA
RECENTE AMMIRAZIONE DEI FRANCESI
PER
DANTE
risposta al discorso di accoglimento
dell'abbate Vacandard
PER
M. CHARLES DE BEAUREPAIRE
nella traduzione italiana
di
Angelo Gemmi
P
recipitandosi, com'essa ha fatto, ad accogliervi nei
suoi ranghi, la nostra compagnia, senza dubbio, è stata felice di darvi una testimonianza del tutto particolare della sua stima. Ma in quest'affare, permettetemi di dirlo,
essa ha considerato anche il proprio interesse. Tante perdite crudeli, ch'essa ha recentemente sofferto, le facevano un dovere il
pensare a come rimpiazzare, nella maniera per essa più vantaggiosa, coloro che aveva perduto. Essa si è lusingata, a buon diritto, di risparmiarsi un concorso dei più costosi, unendosi, in legami di confraternità, ad un uomo dedito agli studi più raccomandabili e già molto onorevolmente conosciuto per due sapienti
opere: San Bernardo oratore — Abelardo... la sua dottrina, il suo
metodo.
È un punto importante, quando si tratta di applicare il proprio spirito, per lunghi anni, a penose ricerche, far scelta di un
soggetto che valga il duro lavoro che deve imporsi ogni autore
coscienzioso. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Questo proverbio pieno di saggezza, non riguarda solamente i nostri rapporti
ordinari e di società; ma anche e non meno giustamente quelli
che noi intratteniamo con i nostri autori abituali, quelli che leggiamo più assiduamente e che costituiscono l'oggetto abituale dei
nostri studi. Da questo punto di vista, non c'è differenza tra scegliersi bene le nostre compagnie, dal rivolgere i nostri interessi
verso un buon argomento.
Il vostro autore prediletto, signore, è San Bernardo. È stato
l'oggetto principale della vostra prima opera, è lui che veniva ripreso in quella che porta il titolo di Abelardo, poiché l'esposizione che vi fate della vita e dei sistemi di questo dialettico sottile,
perveniva alla giustificazione del teologo ortodosso. È ancora
quest'ultimo che ritroviamo nel bel discorso che abbiamo appena
ascoltato, in cui ce lo mostrate interpretato dal più grande poeta
del medioevo1 .
Il consenso del pubblico, il grado di dottore che avete brillantemente conseguito, e, in questo stesso istante, gli applausi di
questa assemblea, tutto vi prova, signore, che siete stato ben ispi1
Dante (n.d.t.)
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rato nella vostra scelta e che il patrocinio che avete reclamato, vi
ha portato fortuna.
Pochi uomini, infatti, meritano più di San Bernardo, di fissare l'attenzione di un erudito attento alle vere glorie della patria.
Egli domina la sua epoca, ne è forse la personalità più alta. Fondatore di un ordine celebre, promotore della seconda crociata,
teologo, polemista infaticabile, ha visto i suoi servigi proclamati
da un'autorità che non è incostante nelle sue predilezioni e che
gli ha assicurato, in seno ad una compagnia numerosa, omaggi
indipendenti dai capricci dell'opinione.
Considerato come oratore, non ha perso nulla della grandezza che i suoi contemporanei gli hanno riconosciuto. Per una notevole eccezione, egli ha acquisito stima agli occhi delle persone
meno prevenute in favore del merito letterario del medioevo. Nel
secolo più esclusivo in materia di gusto, Bossuet e Bordaloue
l'hanno additato a modello; Fénelon, nella sua lettera sulle occupazioni degli accademici di Francia, in cui giudica con una severità eccessiva tutto ciò che non è contraddistinto dal marchio dell'antichità, cambia tono quando viene a parlare di San Bernardo.
Per lui, l'abbate di Clairvaux è un prodigio in un secolo barbaro.
«Si trovano in lui, delicatezza, elevazione, tenerezza e veemenza».
Se in ogni tempo il merito di San Bernardo è stato riconosciuto, se, in relazione a lui, non abbiamo potuto che imitare coloro che ci hanno preceduti, c'è, al contrario, qualcosa di nuovo
nell'attenzione che prestiamo agli scritti di Abelardo, nei sentimenti che ci ispirano, al presente a noi francesi, i canti della Divina Commedia di Dante.
Non ha fatto in tempo ad uscire dall'ombra che lo celava ai
nostri sguardi, che è divenuto per noi un soggetto di stupore e di
ammirazione. Sarebbe difficile riportare tutte le testimonianze
rese in onore del suo genio. Basta, per giudicare la sua voga,
contar le traduzioni che sono apparse in questi ultimi tempi e che
portano i nomi conosciuti, dei poeti, filosofi, eruditi e critici:
Antony Deshamps, Brizeux, Ratisbonne, Lamennais, Littré, Artaud de Montor, Fiorentino, Mesnard, Delécluze, Ozanam, infine, che ad imitazione dei commentatori italiani, fece della Divi8
na Commedia, l'occupazione di una gran parte della sua vita.
Mettendo al servizio di Dante facoltà di prim'ordine, che gli avevano fatto produrre, per lor conto, opere originali e giustamente
stimate, questi scrittori, di caratteri assai diversi, convengono di
non esser riusciti a far passare nella loro lingua le bellezze singolari del vecchio testo italiano. Delacroix solo, impiegando il pennello al posto della penna, non è stato vinto nella sua lotta con il
modello. Il passaggio dell'oscuro fiume dell'Inferno, il cui orrore
è felicemente stemperato dalle figure pure e calme di Dante e
della sua guida, come la giustizia di Traiano, questo splendido
gioiello dei nostri musei, sono traduzioni sublimi che non potrebbero essere emulate.
Proviamo ora a tornare nel passato. Cerchiamo tra i nostri
antichi pittori un interprete delle concezioni di Dante: non ne troveremo alcuno. Cerchiamo tra i nostri antichi poeti qualche traccia del suo spirito: non ne scorgeremo la benché minima traccia.
Anteriormente alla nostra epoca, non s'incontra alcun'opera francese che si sia ispirata alla Divina Commedia.
Il XVII secolo non sembrerebbe conoscerlo. Il legislatore del
nostro Parnaso aveva poca stima per il Tasso, di cui oppone la
chincaglieria all'oro puro di Virgilio, ma nondimeno l'ha citato.
Quanto a Dante, non ha reputato opportuno dirne una sola parola. Il XVIII, ostile, in generale, alle idee religiose di Dante, non
si mostra tuttavia così indifferente nei suoi riguardi, ma gli elogi
che se ne possono reperire qua e là, sono assai rari e d'altronde
intiepiditi dalle restrizioni e dai critici. Citeremo alcune parole di
Voltaire nel suo saggio sui costumi, in favore della Divina Commedia: «Poema bizzarro, ma rilucente di bellezze naturali, opera
in cui l'autore si elevò, nei dettagli, al di sopra del cattivo gusto
del suo secolo e del suo soggetto». Ma, nel suo saggio sulla poesia epica, in cui Voltaire, che già aveva scritto la Henriade, passò in rassegna i suoi predecessori e modelli: Omero, Virgilio,
Lucano, il Trissino, Camoens, Tasso, Alonso d'Ercilla, Milton, il
poeta fiorentino non è presente. Chateaubriand stesso, che all'inizio del nostro secolo espose con tanta eloquenza nel suo Genio
del cristianesimo, l'influenza considerevole, sebbene occulta,
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della religione cristiana sulle arti, sulla letteratura, sulla poesia
dei moderni, che per primo, rompendo apertamente con le tradizioni del paganesimo letterario, si erse a difensore dei tipi poetici
dovuti alla nostra religione nazionale, purtuttavia, trattando un
così nobile e vasto argomento, non ha creduto di poter trarre un
qualche partito dalla Divina Commedia.
Si contenta di dire, a proposito di questo poema: «Le bellezze di questa produzione bizzarra, derivano quasi interamente dal
cristianesimo; i suoi difetti attengono al secolo e al cattivo gusto
dell'autore. Nel patetico e nel terribile, Dante ha forse eguagliato
i più grandi poeti. La sua opera, essendo a natura episodica, mal
sosterrebbe un'analisi regolare» è, come si vede, lo stesso giudizio di Voltaire, un po' sviluppato e modificato secondo le necessità della tesi.
Quanta differenza da quelle epoche agli apprezzamenti dei
migliori giudici dei nostri tempi! Qual contrasto anche tra queste
traduzioni che si succedono, da qualche anno, senza soddisfare la
curiosità del pubblico e quelle che basterebbero a un piccolo numero di eruditi!
La prima traduzione francese della Divina Commedia fu
data nel 1597 da Balthazar Grangier, cappellano del re Enrico
IV, abbate di Saint-Barthèlemy de Noyron. Se l'opera fosse apparsa un anno prima, Grangier, sia detto tra parentesi, avrebbe
certamente aggiunto a questi titoli, quello di arcidiacono del Vexin francese nella chiesa di Rouen, che portò dal 1584 al 1596,
epoca in cui rassegnò il suo arcidiaconato in favore di un poeta
suo amico, Claude de Morennes che divenne vescovo di Séez.
Per trovare un'altra traduzione francese, bisogna aspettare fino al
1776, anno in cui apparve quella dell'Inferno, di Moutonnet de
Clairfons, stampata non in Francia, ma a Firenze2 .
Non sembra strano, ad una prima occhiata, che in Francia,
per i tempi anteriori alla rivoluzione, non si abbiano a citare che
due traduzioni sole della Divina Commedia, l'una in rime francesi che ben presto non poterono più gustare, né tantomeno com2
Moutonnet de Clairfons fu nominato associato dell'accademia di Rouen il
17 novembre 1779
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prendere, orecchie abituate alla versificazione di Malherbe, l'altra, che non apparve che al declino dell'ultimo secolo, all'estero
per di più e che contiene che la prima parte del poema, l'Inferno,
in cui si trovano certi episodi più conosciuti come quello di Francesca da Rimini e del conte Ugolino?
E tuttavia, notiamolo, la letteratura italiana è, di tutte le letterature straniere, la prima che i francesi abbiano conosciuto e
amato. Dal XVI secolo, conoscevano gli autori italiani tanto
bene quanto le arti e i monumenti di quel paese. È in Italia ch'era
di moda, allora, andare a completare i propri studi, è lì che noi
amiamo cercare modelli d'ogni genere, e saremmo portati ad attribuire ai nostri vicini, sul perfezionamento del nostro gusto e
sulla formazione della nostra lingua, un'influenza alla quale essi
non possono legittimamente aspirare.
È dunque necessario riconoscerlo: qualcosa di particolare allontanava un tempo i francesi dall'opera di Dante, costantemente
ammirata in Italia da secoli; qualcosa di particolare, ci attira oggi
verso di essa.
«Dante, ha detto Lamartine, sembra il poeta della nostra
epoca, perché ciascuna adotta e rispolvera volta per volta, qualcuno dei geni immortali che son sempre tanto uomini di circostanza; essa vi si riflette, vi ritrova la sua propria immagine e tradisce
così la natura delle sue predilezioni». Bisognerebbe cercare la
spiegazione di un rapimento così completo, nei versi di Barbier:
Dante vit comme nous — les factions humaines
router autour de lui — leurs fortunes soudaines;
il vit les citoyens — s'egorger en plein jour
les partis écrasés — renaitres tour à tour.
Il vit sur les bûchers — s'allumer les victimes
il vit pendent trente ans — passer des flots de crimes
et le mot de patrie — à tous les vents jeté,
sans profit pour le peuple — et pour la liberté
vedé Dante qual nui
fazion di popolan
rotare attorno a lui
fortun lor subitàni
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i cittadin vedé
sgozzarsi in pieno giorno,
le parti non più in pie'
rinascer torno a torno
dei roghi testimon,
le vittime bruciar,
vedé trent'anni buon
passar di crimin mar
gettato a tutti i venti
il nome di città
e senza per le genti
vantaggio o libertà3
ma i francesi avevano conosciuto tutto l'orrore dei dissensi
civili sotto tre regni e le fazioni e i massacri, e le guerre senza
fine e senza pietà e le invasioni degli stranieri. Avevano visto tutto questo e non avevano preso gusto alla Divina Commedia.
L'ostilità assai marcata del poeta fiorentino verso la stirpe
dei capetingi in un tempo in un tempo in cui la causa del reame
si confondeva con quella della nazione, spiegherebbe meglio lo
scarso successo del poema in Francia per diversi secoli?
Si sa che è nel XX canto del Purgatorio che questa ostilità si
manifesta nella maniera più violenta. Dante incontra Ugo Capeto
che espia da 400 anni quale crimine? Quello senza dubbio di essere stato il principio di una stirpe fatale all'Italia. Il principe gli
fa in questi termini la storia della sua famiglia:
Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.
Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
3
Versione italiana del traduttore con qualche licenza per la necessità della
rima
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tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
trova'mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,
ch'a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.
Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ' suoi.
Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.
L'altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l'altre schiave.
O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?
Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
Canto XX, Versi 43 - 96
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certamente la passione del ghibellino si fa sentire, in questi
versi, senza la minima attenuazione e anche senza il minimo sentimento di giustizia. Ci si spiega gli ultimi tratti del quadro, con
il sentimento religioso che animava l'autore, con l'emozione che
provò l'Europa tutta nel momento dell'attentato di Anagni.
Per quanto falsa, gli si deve ancora perdonare la sua opinione
sull'origine plebea della terza stirpe dei nostri re. Non si conoscevano, in quei tempi, le cronache di Richer, che hanno gettato
una luce inattesa su questa questione storica. Se Dante passa sotto silenzio Roberto il Forte, che l'annalista di Metz paragona a
Giuda Maccabeo, e proclama come lui il salvatore del popolo, è
giusto tuttavia riconoscere che qualificando da macellaio il padre
di Ugo Capeto, il poeta non faceva che ripetere ciò che si era detto in Francia, ciò che verosimilmente si era sentito dire a Parigi,
ciò, infine, che si legge in una vecchia canzone di gesta francese
e nello storico Villani, e che Villon non temeva di scrivere ancora sotto Luigi XI, in un tempo in cui era un'opinione ufficiale e
generalmente ammessa che i capetingi discendessero da Carlomagno.
Ciò che meno ci si spiega, è la severità con cui giudica gli
accrescimenti progressivi di questo reame di Francia, ridottosi
talmente sotto gli ultimi carolingi e che i discendenti di Ugo Capeto ricostituirono pezzo a pezzo, con cure degne di un'eterna riconoscenza. Quello poi che non si spiega per nulla, se non per
l'accecamento dell'odio, è questo appello alla vendetta divina
contro i discendenti del capo di questa razza, il silenzio osservato da Dante su tanti servigi resi alla cristianità, imprudentemente, si può ammetterlo, ma di certo senza scopo di avidità né di
conquista.
La gloria di San Luigi risplende su tutto il XIII secolo: essa
invece, per il poeta, sembra come non esistere. Colui che la chiesa ha da poco posto sugli altari, di cui Voltaire ha detto «non era
dato all'uomo di portare più oltre la sua virtù4» lo si confonde,
con un'indifferenza ostentata, con uno dei tanti Luigi da cui la
Francia è governata. Firenze, tuttavia, traeva vanità dal fatto che
4
14
Saggio sui costumi, t.2, p.154
uno dei suoi cittadini, Pazzi, aveva inalberato per primo la bandiera cristiana sulle mura di Gerusalemme riconquistata. Comprendiamo questo sentimento d'amor proprio nazionale. Ma, per
un Pazzi che Firenze onorava, la Francia ne forniva mille e sarebbe impossibile mettere a confronto la grande azione di un
gentiluomo fiorentino con il valore di una folla di francesi che
perirono nelle crociate, la prigionia di San Luigi in Egitto, la sua
morte sul campo di Tunisi.
Joinville, nel suo linguaggio ingenuo, ce ne ha narrato la storia e il suo racconto, per quanto semplice, vale tanto, per il medioevo, quanto la Divina Commedia. Il patriottismo, si dirà, spiega questa collera. Io premetto che la maniera con coi gli italiani
lo concepivano all'epoca di Dante, mi tocca assai poco, perché
questo patriottismo fu costantemente diretto verso di noi e avrebbe avuto per scopo e risultato, non solo l'indipendenza di tale o
talaltra città o stato dell'Italia, ma il soppiantamento dei francesi
stranieri che forse non erano i predestinati che per il solo fatto
che li supponevano minori in potenza.
Ai Vespri Siciliani, 20.000 francesi di ogni età e condizione
furono sgozzati a tradimento, ma l'Aragona prese il posto che noi
abbandonammo ed è in verità, spingere un po' troppo oltre lo spirito di abnegazione, applaudire, come abbiamo fatto sulle scene
francesi, un così' orribile massacro. La più piccola battaglia, anche perduta, è preferibile, per la gloria di un popolo, ad un simile
evento, in cui non si vede altro colore di sangue che quello dei
vinti. A Firenze, due fazioni si dividevano il potere e l'autorità,
sempre in lotta l'una contro l'altra, esse imploravano, entrambe, il
soccorso dello straniero.
Dante fu esiliato dalla fazione che sosteneva la Francia e non
si fece scrupolo di chiamare sul territorio della sua patria, le armate della Germania. Perché dovremmo prendere partito per lui?
Quale ragione avremmo di supporre che la monarchia europea,
sognata da lui, non potesse convenire che all'imperatore e non al
re di Francia e che Carlo di Valois valesse di meno di Enrico di
Lussemburgo? Questo casato d'Angiò, contro il quale si scaglia
con tanto accanimento, resta nondimeno uno dei più gloriosi del15
la storia: in favore di Carlo di Valois, davanti ai cittadini di
Rouen, io chiamerei a testimonianza questa superba chiesa di
Saint-Ouen, cominciata, non dimentichiamolo, grazie alla sua
generosità e al suo patrocinio.
Ciò nonostante, per quanto possa essere stato scioccante
l'avversione di Dante per la Francia, sarebbe ingannarsi, volervi
cercare la ragione della sua scarsa stima nei secoli precedenti. In
ogni tempo, siamo sempre stati molto tolleranti verso coloro che
criticavano il più aspramente possibile i nostri costumi, le nostre
istituzioni e la nostra politica.
D'altronde, questa ripugnanza che noi abbiamo per l'antico
regime, non è una cosa nuova. Gli uomini del XVII secolo hanno
giudicato le età che li hanno preceduti, più severamente di quanto noi giudichiamo il XVIII secolo. Era, anche per loro, una sorta di antico regime, di cui essi condannavano, senza la minima
esitazione, la barbarie. E per qual motivo, si sarebbero mostrati
più scrupolosi della dignità di re di Enrico IV stesso che accettava la dedica della traduzione dell'abbate Grangier?
Paragonando il suo casato con tutti quelli d'Italia ed Europa,
si comprende facilmente che doveva costargli assai poco, adeguarsi al sentimento del traduttore, per ricavar piacere, con lui,
delle finzioni della Divina Commedia: «come a cose inventate da
un poeta a cui, è permesso di dire tutto e le cui licenze non sono
pregiudizievoli dei fatti che le storie ci mostrano». Come anche
perdonargli «le ingiurie e gli scatti d'ira che, con parzialità, dispensava a consolazione delle sue miserie5».
Quel ch'è vero è che questi attacchi passarono inosservati furono accolti in Francia con tanta indifferenza quanto il poema
tutto intero. Se noi non c'inganniamo, si troveranno le cause dell'indifferenza dei francesi verso Dante, nei giudizi stessi in cui i
critici dei nostri tempi hanno espresso la loro ammirazione.
«È, dice Littré, un poema oscuro, difficile irto di allusioni
alle cose e agli uomini dei suoi tempi, tutto ingarbugliato di teolo5
Vedi la prefazione di Grangier. Madame aveva accettato la dedica della
traduzione di Moutonnet de Clairfons; per lei, come per Enrico IV, la satira di
Dante era telum imbelle sine ictu , come a dire, dardo che non coglie nel segno
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gia». È oscuro, e si amava ciò che era luminoso, che non presentasse niente di contrastante, su cui l'occhio potesse fermarsi senza un'emozione troppo viva, qualcosa di calmo, anche nella descrizione delle situazioni più tristi o più terribili, per esempio, i
Bergors d'Arcadie, di Poussin, dove la brevità nella nostra vita è
espressa con una semplice allusione, il Diluvio dello stesso pittore, animato da qualche scena che tocca il cuore, più che straziarlo; i bei paesaggi delle rive della Loira piuttosto che le tempeste del mare o le montagne alte e aride; giardini potati regolarmente con viali dritti a perdita d'occhio, piuttosto che parchi dei
quali non si può abbracciare lo spazio con un colpo d'occhio e
dove si evitano il disegno e la simmetria.
Il poema di Dante è oscuro, tanto oscuro che non può essere
esente da commentari, e si amava prima d'ogni cosa la chiarezza,
una chiarezza che dispensava lo spirito da ogni sforzo penoso. È
irto di allusioni a cose e ad uomini dei suoi tempi e si riteneva
quest'epoca barbara; non si prestava che scarso interesse a queste
cose, delle quali parecchie erano meschini o di una autenticità discutibile; a questi uomini la cui reputazione, per di più, non aveva oltrepassato i limiti della città in cui avevano vissuto.
Si sognava una sorta di ideale umano proprio alle arti e alla
letteratura di tutti i tempi ed i paesi, come più tardi si desiderò un
sistema uniforme di legislazione a amministrazione. Il poema,
infine, è ingarbugliato di teologia; e si era inflessibili sul principio della distinzione dei generi; si assegnava a ciascuno di essi
un limite invalicabile. Che si poteva capire da questa teologia
personificata in Beatrice mediante il ricordo di una donna amata,
da questa scienza che si rivestiva di ornamenti strani e si dispensava dal rigore e dalla precisione dei termini?
Quale accoglienza poteva sperare in un paese in cui si era
già da tempo rinunciato ai misteri e a tutte queste rappresentazioni popolari giudicate incompatibili con la dignità del culto,
dove si tolleravano appena dei cantici in lingua volgare, tanto si
temeva che l'esattezza del senso fosse compromessa dalla ricerca
della misura e della rima? Non meno per rispetto della religione
che per un sentimento di ammirazione dell'antichità classica, ci
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si era accordati per non concedere all'immaginazione dei poeti,
altri ornamenti che quelli che fornivano i miti graziosi di Roma e
della Grecia, puri giochi di spirito che nessuno poteva essere tentato di prendere sul serio.
De la foi d'un chrétien les mysteres terribles
d'ornements égayés ne sont pas susceptibles
tale era l'opinione di Boileau nella sua Art Poétique; tale era
il pensiero pressappoco universale del suo secolo.
Aggiungiamo, con Voltaire, che la poesia francese si era accostumata ad un andamento uniforme, e che lo spirito geometrico che si era impadronito delle belle lettere, era divenuto un nuovo freno per la poesia. « la nostra poesia, dic'egli, riguardata
come così leggera dagli stranieri che non giudicano di noi che dai
nostri piccoli maestri, è, di tutte le nazioni,la più saggia penna
alla mano; il metodo è la qualità dominante dei nostri scrittori6»
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Essai sur la poésie épique
Dante Alighieri, idolatrato in patria, non ha
sempre goduto di altrettanta popolarità all'estero,
e specialmente in Francia dove è stato riscoperto
solo recentemente. il saggio breve di Charles De
Beaurepaire, risposta al discorso di accoglimento
dell'abbate Vacandard, qui in prima traduzione
italiana, ce ne spiega le ragioni ch'egli identifica
nell'avversione di Dante per i re francesi e il
particolare gusto d'oltralpe in fatto di poesia e
letteratura