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www.pellicolascaduta.it Questo documento, come il sito pellicolascaduta.it, è senza scopo di lucro. Le immagini in esso contenute sono di proprietà dei legittimi proprietari. L'intervista è di proprietà di pellicolascaduta.it ed è rilasciata sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5. Revisione ed impaginazione di Maurizio Macchi e Matteo Contin T utto è iniziato con Starcrash e le sue esplorazioni popcosmiche. Mau me lo aveva spacciato come immenso b-movie, ma aveva qualcosa di più: vuoi la fotografia, vuoi la fantascienza girata da un italiano, vuoi tutto l'alone che si era creato intorno (Lucas si era ispirato a questo film per alcune cose della sua saga!), fatto sta che Luigi Cozzi è diventato, nel giro di una settimana, una specie di tormentone. Qualsiasi cosa facessi mi imbattevo sempre nel suo nome: cerco in biblioteca un libro su Dario Argento ed è scritto da lui; acquisto il DVD de La porta sul buio e scopro che un episodio è diretto da lui; navigo sul sito del Busto Arsizio Film Festival e scopro che Luigi Cozzi è nato proprio a Busto Arsizio, vicino a casa mia. Questo fino a quando infine scopro che Luigi lavora al Profondo Rosso Store di Dario Argento a Roma. Dopo una breve ricerca su Internet recupero l'indirizzo e-mail del negozio e scrivo, con la speranza che risponda qualcuno. La risposta è lapidaria, forse scocciata penso, un «Cosa volete sapere?» di chi non vuole essere disturbato. Eppure l'intervista comincia, per scoprire che dietro a quella risposta “di pietra” si cela in realtà un uomo disponibile a rispondere in modo esauriente ad ogni domanda e a sopportare la mia troppa curiosità. E dalle sue risposte non passano solo aneddoti, notizie biografiche e note di produzione, ma esplode in modo sconcertante l'amore che Luigi Cozzi ha per il cinema e per la fantascienza. E in questa breve e spensierata introduzione alla sua intervista, lo ringrazio di cuore, augurando a voi una buona lettura. «Cosa volete sapere?» -3- Luigi Cozzi ed Eli Roth (Hostel) I l tuo esordio nel mondo del cinema è nel 1969, con Il tunnel sotto il mondo. Eppure non sei partito con l'idea di fare cinema. Hai infatti un passato di critico musicale (per la rivista Ciao 2001) e da curatore, scrittore, traduttore e saggista di tutto ciò che ruota attorno alla fantascienza. Com'è nata in te l'idea di diventare regista? Insomma, a leggere la prima parte della tua biografia sembri più un uomo di lettere che di immagini, eppure ti sei cimentato sin da subito con generi che fanno dell'immagine il primo veicolo con cui porsi al pubblico. S in da bambino ho sempre sognato di fare il regista e lo scrittore di fantascienza. Ma quando ero giovane il cinema esisteva soltanto a Roma ed io ero di Milano. Allora lì non c'era nemmeno la televisione, niente, era il deserto, e quindi entrare nel mondo dello spettacolo mi sembrava impossibile. Invece l'editoria era tutta a Milano e così mi sono dato da fare per entrare in quel mondo e ci sono riuscito sin da giovanissimo, perché mi è sempre piaciuto tantissimo scriLa locandina di Scontri stellari oltre la terza vere. Sono nato nel 1947 e già nel 1963 dimensione ho cominciato a pubblicare racconti e articoli sulle riviste. Facevo traduzioni e, sempre nello stesso anno, sono stato io a fondare la prima fanzine italiana, -5- Futuria Fantasia. Intanto però inseguivo sempre il sogno del cinema: giravo in 8mm pellicole horror e di fantascienza, ovviamente lunghe al massimo venti minuti, impiegando come attori gli amici, i compagni di scuola e i parenti. Poi sono entrato a conoscere un po' di gente nel mondo di quelli che facevano la pubblicità, ho conosciuto montatori, sincronizzatori, operatori. E così alla fine, sempre a Milano, sono arrivato a girare il mio primo lungometraggio, che è appunto in 16mm e che si intitola Il tunnel sotto il mondo. Però il mondo del cinema continuava ad essere a Roma e così mi decisi: dovendo fare il militare, invece di farmi raccomandare per andare vicino a casa, mi sono fatto raccomandare per farmi mandare a Roma, con l'intento di utilizzare quell'anno romano sotto la naja per cercare di conoLa copertina del n. 28 di Ciao 2001, scere la gente del cinema e di n. del 14 lug 1971 introdurmi nell'ambiente. Così ho fatto e ci sono riuscito, dato che mentre ero sotto la naja ho conosciuto Argento, Margheriti, Bava, Freda e, ad un certo punto, tutti mi hanno chiesto di collaborare con loro. Nel frattempo, sempre a Roma, ho trovato pure lavoro come redattore della rivista di musica Ciao 2001 e così, quando è finito il servizio militare, mi sono ritrovato qui nella capitale con tanto di lavoro, grazie al quale ho preso in affitto una casa. -6- Ovviamente non sono più tornato a Milano, con grande dispiacere dei miei genitori. P artiamo proprio da Il tunnel sotto il mondo. Nonostante sia un film semi-amatoriale che non ha trovato distribuzione nelle sale cinematografiche se non anni dopo durante qualche festival, risulta essere un film veramente importante per il cinema italiano. Oltre che essere una delle prime pellicole a sfondo fantascientifico prodotta e realizzata nel nostro paese, la sua forza sta in una trama veramente innovativa per l'epoca, anche considerando i film d'oltreoceano. V erso il 1965, durante la mia attività fantascientifica letteraria, ho conosciuto lo scrittore americano Frederik Pohl, uno dei quattro autori di fantascienza più celebri del mondo. Siamo diventati amici e così, intorno al 1968, ho pensato di chiedergli se mi regalava i diritti del suo racconto più polemico e famoso, che si intitolava, appunto, The tunnel under the world, uscito per la prima volta nel 1955. Lui ha accettato e così mi sono messo al lavoro con Alfredo Ca- Lo scrittore Frederik Pohl stelli – oggi direttore della Sergio Bonelli e creatore del fumetto Martin Mystere –, che all'epoca era un giovane autore di soggetti per le storie di Diabolik. -7- Insieme abbiamo scritto la sceneggiatura de Il tunnel sotto il mondo e io ho cominciato a cercare qualcuno che producesse il film. Siccome non l'ho trovato, alla fine, con Castelli, m'è venuta l'idea di autoprodurlo. L'abbiamo fatto, girandolo tutto a Milano in soli quattro giorni, poi il film è stato preso e proiettato al Festival del Film di Fantascienza di Trieste, nel 1969, mi pare. A quel punto sui giornali sono uscite recensioni abbastanza positive e così il circuito delle sale d'essai alternative italiane (Filmstudio, etc.) ha preso il film, che è stato quindi proiettato per qualche anno in quei cinema. Poi il film è quasi scomparso, ma adesso in Francia ne hanno fatto una bella edizione in DVD, che contiene anche la lingua italiana e che è abbinata ad un altro mio film successivo, Contamination – Alien arriva sulla Terra. Il tunnel sotto il mondo era molto La copertina del libro all'avanguardia anche alla fine degli Il tunnel sotto il mondo anni '70, perché in pratica il racconto di Pohl è identico a The Truman show di Peter Weir, o meglio, è The Truman show che ha ricopiato il famoso racconto di Pohl. Allora, negli anni '70, in Italia si capivano poco le tematiche sulla pubblicità ossessiva descritta da Pohl e sull'invadenza della televisione, tutte cose che qui allora non esistevano e neanche ce le immaginavamo. E così paradossalmente oggi la gente capisce molto di più di quello che dico in Il tunnel sotto il mondo. Non a caso è proprio ora che mi sta dando parecchie soddisfazioni. -8- Nel film ci sono inoltre brani presi anche da altri autori oggi classici di fantascienza, ma nel 1969 quasi sconosciuti, come ad esempio Ballard, Bradbury e Vonnegut: citazioni che mi sono divertito a fare da appassionato del genere. D opo Il tunnel sotto il mondo ti sei trasferito quindi a Roma e hai fatto la conoscenza dei grandi registi del genere, tra cui Dario Argento, che poi ti darà la possibilità sia di scrivere il soggetto di 4 mosche di velluto grigio, sia di tornare dietro la macchina da presa grazie alla mini-serie televisiva La porta sul buio, di cui hai diretto il primo episodio (tra l'altro tratto da un tuo racconto). Com'è stato lavorare con un Dario Argento giovane, ancora impegnato a costruirsi un suo stile definito, ma già promettente per la sua visionarietà? C ome ho detto, quando ho finito il servizio militare e mi sono trasferito a Roma, ho cominciato a lavorare fisso come redattore della rivista musicale Ciao 2001, allora la «Poi ho visto al più venduta del genere in Italia (in cinema L'uccello tale veste ho seguito anche la tournée dei mitici Rolling Stones, conoscendo dalle piume di ed intervistando tante celebrità della cristallo e l'ho musica). Nel frattempo ho continuato trovato un film a coltivare l'amicizia con Mario Bava, Riccardo Freda e Antonio Margheriti, straordinario» amicizia che avevo stabilito intervistandoli. Tutti e tre a un certo punto del 1970 mi hanno chiesto di scrivere il soggetto di un film per loro, e Margheriti era persino disposto a farmene dirigere uno. -9- Poi ho visto al cinema L'uccello dalle piume di cristallo e l'ho trovato un film straordinario. Mi sono così attivato grazie alle conoscenze di Ciao 2001 per conoscere il regista e per fargli un'intervista. Ho conosciuto Dario Argento, quando lui aveva 29 anni ed era un giovane trascinante, pieno di entusiasmi, di slanci, insomma era un personaggio straordinario. Sono entrato in amicizia con lui, andavamo insieme tutte le sere al cinema, ci vedevamo in continuazione, parlavamo di cinema, tutto era una scoperta allora. Poi un giorno Dario m'ha detto che mi voleva come sceneggiatore del suo nuovo film, così ci siamo messi a lavorare insieme al soggetto di 4 mosche di velluto grigio, del quale lui aveva in mente il titolo e basta. Intanto stava anche girando il suo secondo film, Il gatto a nove code, e aveva molti problemi. Al distributore quel suo film non piaceva, sembrava che la carriera di Dario La locandina di fosse a rischio, ma invece, quando 4 mosche di velluto grigio finalmente Il gatto a nove code uscì nelle sale, fu un successo clamoroso, incredibile, e lui di colpo diventò una star, un regista famoso e ricercatissimo. Ed io ero il co-autore del suo prossimo film. Infatti a quel punto il soggetto di 4 mosche di velluto grigio (che in pratica era lungo come una pre-sceneggiatura) era final- 10 - mente terminato. Il padre di Dario, che era il produttore, l'ha messo all'asta e le offerte sono fioccate da tutti i distributori italiani. Quando si è trattato di iniziare la preparazione del film, Dario, che sapeva quanto io volessi fare a mia volta il regista, m'ha detto: «Luigi, perché non fai l'aiuto? Nessuno meglio di te conosce questo film, visto che l'abbiamo scritto insieme». E così ho accettato, ho lasciato il lavoro rockettaro a Ciao 2001 e sono andato a lavorare con Dario, seguendo tutto il film dall'inizio della preparazione fino all'u- Una scena de La porta sul buio scita nelle sale di tutta Italia, sempre fianco a fianco con Dario, amici più che mai, più pieni di entusiasmo che mai. Ripensandoci, posso dire che è stata un'esperienza meravigliosa, ancora la ricordo con nostalgia e piacere infinito. Il film poi ha avuto grande successo e la Rai ha proposto a Dario di fare la serie La porta sul buio. Lui m'ha subito proposto di girare da regista un episodio e così è stato. Ho fatto prima l'aiuto sull'episodio diretto da lui, Il tram, poi ho girato il mio segmento, Il vicino di casa, e Dario ha fatto da aiuto a me (!). Infine abbiamo scritto insieme il terzo episodio, Testimone oculare, che è stato diretto da lui, mentre invece il quarto la Rai ha voluto farlo dirigere da un loro dipendente, Mario Foglietti. Anche quella de La porta sul buio è stata un'esperienza bellis- 11 - sima, poi insieme abbiamo cominciato a lavorare al suo film successivo, Le cinque giornate. Ma erano tempi diversi da quelli di oggi. Eravamo giovani, pieni di entusiasmo e di voglia di fare, di sfondare, di andare oltre. Il cinema italiano era tutto un proliferare di attività, si facevano film in continuazione, di tutti i tipi: un'età meravigliosa, forse appunto perché, come ho detto, allora eravamo giovani. A nche oggi ci sono molti giovani pieni di entusiasmo verso il mondo del cinema, e non è forse un caso che l'horror e la fantascienza siano i generi preferiti di chi s'appresta a girare cortometraggi o lungometraggi amatoriali. Con l'abbassamento dei costi delle macchine digitali e la facilità con cui è possibile oggi distribuire i propri lavori tramite Internet, pensi che si possa sperare nella rinascita del cinema italiano di genere che, pur partendo da produzioni indipendenti o amatoriali, possa svilupparsi a livello nazionale con produzioni importanti? O ggi è incredibilmente facile per chiunque girare un film grazie all'abbassamento dei costi delle macchine digitali. Ma se girare un film oggi è facile, distribuirlo è quasi impossibile, il circuito professionale ha ormai dei costi enormi, direi quasi spropositati. Quindi è come il gatto che si morde la coda. Uno può fare un film, ma poi a chi lo fa vedere? Certo, c'è Internet, ma è un circuito gratuito che non rendere un centesimo, e allora? Il cinema di genere in Italia è nato perché c'era un pubblico che - 12 - affollava le sale e pagava per poterlo vedere. Non lo si è fatto più quando quel pubblico è sparito e quindi i soldi per produrre i film non ci sono più stati. Oggi il cinema di genere lo si fa in televisione, ma è fatto con i parametri televisivi che sono molto diversi da quelli cinematografici: in pratica, è un'altra cosa. Negli anni '70 qualunque giovane aspirante regista poteva riuscire prima o poi a fare un film nel cinema professionale, oggi invece è quasi impossibile: ci sono in ballo troppi soldi, troppi interessi. Dario Argento e Adriano Celentano La libertà è finita (e insul set de Le cinque giornate fatti i prodotti che vediamo anche in televisione sono quasi tutti identici, impossibile distinguerne l'autore). Però forse le cose in futuro potranno cambiare. Non lo credo, ma lo spero. N el 1973 hai scritto con Argento e Enzo Ungari l'unico film senza componenti horror e fantastiche diretto dal maestro del brivido italiano. Ti sei quindi misurato anche tu, come scrittore, con un film storico grazie all'esperienza de Le cinque giornate. Che ricordi hai di quest'avventura cinematografica che, stando alle cronache, fu veramente travagliata fra abbandoni, malattie e vicissitudini varie? - 13 - L e cinque giornate è nato perché, prima ancora che uscisse Il gatto a nove code, il distributore Goffredo Lombardo della Titanus aveva dato in appalto a Dario e a Salvatore Argento la realizzazione del film comico Er più con Celentano e Claudia Mori. Gli Argento hanno fatto il film guadagnandoci sopra qualcosa, ma poi Er più è uscito e ha realizzato incassi strepitosi, una montagna di soldi che però spettavano tutti a Lombardo. Tagliati fuori da quella montagna d'oro, Dario e suo padre hanno allora deciso di realizzare un altro film di quel tipo, questa volta producendolo tutto loro. Dario ha tirato fuori dal cassetto un vecchio progetto di quando faceva lo sceneggiatore ispirato a Nell'anno del Signore con Alberto Sordi e Nino Manfredi. Si trattava di un altro copione comico di quel tipo ambientato nella Roma papalina dell'800. In quel periodo però c'era appena stato l'enorme successo televisivo La locandina de dello sceneggiato storico sulle cinLe cinque giornate que giornate di Milano ed io, essendo milanese, ho fatto molte pressioni su Dario, finché l'ho convinto ad ambientare a Milano la sua storia dell'800. Così è nato il progetto de Le cinque giornate, un film comico-storico di cui Dario e Salvatore intendevano essere soltanto i produttori. Il protagonista doveva essere Ugo Tognazzi e il regista scelto era stato Nanni Loy perché aveva già fatto Le quattro giornate - 14 - di Napoli. Con cast e regia assegnati, io e Dario siamo andati a Milano a fare ricerche in biblioteca e sui posti per scrivere il film. Ho insistito affinché venisse con noi Vincenzo (Enzo) Ungari, che era un mio amico nonché il gestore del Filmstudio dove avevo fatto una rassegna di film di fantascienza. Enzo voleva diventare uno sceneggiatore. Convinto Dario a prendere anche Enzo, ci siamo trasferiti tutti per un paio di mesi a Milano per scrivere il film, che, tra l'altro, era ispirato soprattutto ai film comici di Buster Keaton (ne Le cinque giornate ci sono scene che sono riprese pari pari dal suo capolavoro «Io e Dario Come vinsi la guerra, conosciuto anche siamo andati come Il generale). Scritto il film, bisognava attendere a Milano a che Tognazzi fosse libero per fare ricerche interpretarlo. Ma allora Tognazzi era l'attore più richiesto in Italia e non in biblioteca e era mai libero. È passato un anno e a sui posti per quel punto Nanni Loy si è stufato di aspettare, ha rotto il contratto ed è scrivere il film» andato a fare altri film. Allora Salvatore ha convinto Dario a farla lui la regia. Dapprima Dario non ha voluto, poi ha ceduto. Ma Tognazzi era sempre impegnato e allora si è cominciato a pensare a qualche altro attore, ma serviva comunque un grande comico. È così che alla fine è saltato fuori il nome di Celentano, perché tra l'altro era stato lui il protagonista di Er più e gli Argento speravano proprio di bissare quel successo. Con Vincenzo Ungari ho lavorato benissimo perché era proprio bravo (prima della sua morte prematura ha scritto - 15 - anche L'ultimo imperatore di Bertolucci) e sono stato io a portarlo nel grande cinema. Con me Vincenzo ha scritto anche un paio di copioni gialli (mai realizzati) e, con uno pseudonimo, pure quello di Dedicato a una stella. A Dedicato a una stella ha collaborato anche un altro mio grande amico di quei tempi, Daniele Del Giudice, che oggi è uno dei più rinomati scrittori italiani, da molti paragonato a Calvino. Ma in quegli anni Daniele non aveva una lira e io gli passavo i lavori che offrivano a me, solo che a volte lui li firmava, a volte io gli davo la metà dei soldi e lui non firmava ma scriveva comunque. Daniele ha scritto con me L'assassino è costretto ad ucciIl poster de L'assassino è dere ancora, poi Dedicato a una costretto ad uccidere ancora stella, Il romanzo di un giovane povero di Canevari e i due episodi di Hercules. Oggi mi vanto di aver saputo scegliere collaboratori no-tevoli quali Daniele e Vincenzo per i miei film di allora, non è cosa da poco: significa che ave-vo intuito, vedevo il talento. Almeno questo concedetemelo, no? H ai citato L'assassino è costretto ad uccidere ancora. Passiamo a parlare di questo film, che ti vede una seconda volta alle prese con un thriller all'italiana dopo l'avventura de La porta sul buio. Da questo film mi aspet- 16 - tavo di vedere la tua regia influenzata da quella di Argento, ma sono stato favorevolmente colpito dal tuo distaccarti da quel genere, cercando di provare qualcosa di nuovo anche in questo caso. Il film è chiaramente influenzato da Hitchcock, ma tu riesci ad esasperare quel discorso sul sesso che in Hitchcock era molto nascosto, no-nostante vi fossero alcuni accenni. Sei certamente uno dei primi autori italiani ad aggiungere alle sue pellicole un'attenzione così morbosa alla sessualità (esibita sia nel fisico che nella morale), aprendo la strada a quel genere capace di miscelare l'horror/thriller con l'erotico che negli anni a venire diverrà celebre nel nostro Paese. L 'assassino è costretto a uccidere ancora, che originariamente si intitolava Il ragno, è nato con dei produttori che avevano acquistato il romanzo di Giorgio Scerbanenco Al mare con la ragazza, nel quale si narrano le disavventure di una coppia di giovani teppistelli che rubano «Ho infatti un'auto senza sapere che nel bagagliaio della vettura c'è il smontato tutto cadavere di una donna. Io sono il giocattolo partito sviluppando la storia da quello spunto e poi reinventandola tutta e poi l'ho di sana pianta, scrivendo con l'aiuto rimontato a di Daniele Del Giudice. I produttori volevano il solito film alla Argento modo mio» ma non mi andava di fare ancora una storia con l'assassino misterioso con i guanti di pelle: ne ero stufo. Così in pratica ho dato ai produttori quello che volevano loro, ma solo appa-rentemente. Ho infatti smontato tutto il - 17 - giocattolo e poi l'ho rimontato a modo mio. Per andare controcorrente, sono partito da questo concetto: voglio far vedere sin dalla prima inqua-dratura del film che faccia ha l'assassino, perché si può creare la tensione anche se si sa già chi è il killer. E così io e Del Giudice abbiamo costruito l'intera storia partendo da questa premessa, prendendo spunto di sicuro da Hitchcock, tanto da Delitto per delitto che da Il delitto perfetto, due ottimi film. Sempre da Hitchcock (Psyco) è stato preso l'incontro notturno Una scena tratta da L'assassino è costretto ad uccidere ancora dei due ragazzi con il poliziotto sull'autostrada. Poi ci ho ricostruito dentro, con più sesso, la vicenda del villino isolato e della coppia sola con l'assassino che già avevo sviluppato nel mio episodio de La porta sul buio. Quindi il mio film è un omaggio ad Argento, sì, ma facendo vedere però che si possono fare dei bei film gialli anche se si sa subito fin dall'inizio chi è l'assassino. E poi c'è sempre molto umorismo, molto humor macabro: insomma, l'assassino della pellicola è un killer spietato e terribile, sicuro, ma è anche un coglione che commette il crimine perfetto ma poi si fa fregare come un babbeo la macchina con il cadavere da due spiantati qualsiasi. Queste sono mie caratteristiche ricorrenti: fare film di genere ma al tempo stesso in controtendenza con il genere, e in più metterci dentro una buona dose di humor e di autoironia. L'assassino è costretto ad uccidere ancora sintetizza bene queste due mie usuali componenti. In più è un film girato in grande - 18 - velocità: 4 mosche di velluto grigio di Dario durava nove settimane per le riprese, questo film solo quattro: ma mi sembra che non si veda che è un film povero, fatto davvero con molta fretta e con quattro soldi. L'ho girato tutto a Milano, mentre le scene sulla spiaggia e al mare le abbiamo fatte in due o tre giorni a Rapallo. P iù volte nella tua carriera ti sei dovuto misurare con la restrizione della censura che, durante gli anni '70, ha mietuto più e più vittime. L'assassino è costretto ad uccidere ancora uscì qualche anno dopo nelle sale cinematografiche, gli episodi de La porta sul buio vennero più e più volte modificati, così come quelli di Turno di notte. Immagino che fare il regista di horror, thriller e fantascienza non dev'essere stato facile, dato che la censura funzionava come tale e non «Spesso la come oggi che (tutto som-mato fortunatamente) è vista soprat-tutto censura è come un'operazione di marketing. stata un O ggi in pratica non esiste problema, censura, solo quella del mer- talvolta cato, ma negli anni '70 e '80 invece sì. E spesso la censura è stata un imprevedibile» problema, talvolta imprevedibile. Ad esempio, Il vicino di casa incredibilmente non ha avuto problemi (ci sono stati guai solo quando il telefilm è andato in onda e molta gente ha telefonato alla Rai e ai giornali protestando, dicendo che era “troppo forte” come tensione), ma Il tram di Dario sì: il direttore di Raiuno, Salvi, ha fatto - 19 - togliere il coltello impugnato nel finale dall'assassino perché secondo lui era un simbolo fallico e così Dario l'ha sostituito con un uncino. Un uncino secondo noi era molto peggio, molto più orripilante, ma per Salvi no, perché secondo lui l'uncino non simboleggiava niente. Altro esempio: il mio lungometraggio Il ragno è stato presentato in censura e fu bocciato, per questo abbiamo dovuto cambiare il titolo in L'assassino è costretto ad uccidere ancora, quasi che fosse stato un altro film, dato che era l'unica soluzione per poterlo presentare di nuovo. In questo secondo tentativo il film finalmente è passato, ma è stato massacrato: la censura ha imposto il massimo divieto possibile e ha ordinato il taglio di gran parte delle scene con l'uccisione della Benussi e della scopata incrociata tra Una scena tratta da L'assassino l'assassino che violenta la è costretto ad uccidere ancora ragazza e il suo ragazzo che fa l'amore con la turista bionda. Vale a dire, hanno tolto il clou, il meglio del film. Sempre in TV con Turno di notte ho iniziato “forte”, con molto sangue, poi dalla Rai hanno chiesto di diminuirlo e allora ho girato in maniera più simbolica, meno esplicita. E via di questo passo. Fare horror e violenza non è stato facile in quegli anni, lo splatter non era ancora arrivato o, per lo meno, non era stato ancora accettato. Oggi invece i telegiornali alle otto di sera ti sbattono in faccia morti ammazzati, gente squartata, persone fatte a pezzi come se niente fosse. - 20 - Luigi Cozzi sul set A S ltro film, altro inaspettato cambiamento di genere. Perché Luigi Cozzi si mette a girare La portiera nuda, sexy-commedia all'italiana? ul finire del 1973 ho girato Il ragno, che verso il dicembre del 1974 non era ancora uscito perché, come ho detto prima, la censura l'aveva bocciato in quanto eccessivamente violento e amorale. Ho cominciato a temere che la mia carriera di regista, appena iniziata, fosse già in bilico. Allora ho conosciuto un produttore importante, al quale ho proposto un progetto di fantascienza. Lui ha rifiutato la mia idea perché troppo costosa però mi ha detto che aveva appena acquisito un'opzione sui diritti di un romanzo classico del genere, Gli strani suicidi di Bartlesville di Fredric Brown, e ha aggiunto che me ne avrebbe affidato sia la sceneggiatura sia la regia se io prima avessi dimostrato la «Lui ha mia bravura girandogli bene un piccolo rifiutato la film erotico che lui aveva in programma subito. Io ovviamente ho accettato e comia idea sì, all'inizio del 1975, mentre organizzaperché troppo vo la Rassegna di Film di Fantascienza del Planetario (un successo mostruoso!), costosa» ho girato questa pellicola, un piccolo film di quattro settimane, tutto fatto a Roma e dintorni. Anche qui ho smontato il genere, trasformando quel progetto erotico in una specie di commedia un po' fantasy di tono abbastanza leggero e per niente volgare (malgrado il titolo imposto). Il produttore è stato contento del risultato ma non mi ha affidato Gli strani suicidi di Bartlesville perché quel progetto - 22 - intanto si era arenato. Così La portiera nuda è rimasto come il secondo film della mia carriera e ora sapete perché l'ho girato. D unque hai girato La portiera nuda perché speravi che poi ti facessero fare un film di science-fiction tratto dal libro di Brown: quindi in realtà non volevi allontanarti dal genere. Ma com'è che allora poi hai realizzato Dedicato a una stella che è, di fatto, un film musicale? P erché volevo riuscire a lavorare con Ovidio Assonitis, che era l'unico in Italia in quel periodo a fare film per il mercato americano e quindi speravo di arrivare a fare fantascienza con lui. Ho conosciuto Assonitis perché aveva editato il suo Chi sei? con una copia del Sensurround americano (quello usato in Terremoto). Io stavo per rieditare nelle prime visioni L'invasione degli ultracorpi in una nuova versione curata da me che era stereofonica magnetica e appunto in Sensurround. Per questo mi servivano le casse sonore enormi necessarie per quel si- Ovidio Assonitis e Luigi Cozzi stema sonoro molto fracassone, casse che Ovidio aveva perché le aveva fatte fare apposta per il suo film. Ho trattato con lui e ho comprato un po' di quei cassoni stereo. Ci siamo conosciuti e, a un certo punto, saputo che facevo an- 23 - che il regista, mi ha offerto di scrivere un soggetto, quello che poi sarebbe diventato Dedicato a una stella. E così è nata la nostra collaborazione, alla quale io tenevo molto perché speravo poi di realizzare con lui qualcosa di fantastico oppure che lui mi invitasse a collaborare (ci avrei tenuto tanto!) al suo Tentacoli. Lo stava preparando proprio in quel periodo e a me, che adoravo Il mostro dei mari di Harryhausen, pareva un soggetto magnifico. Per questo ho accettato di fare quel film sentimentale che lui voleva, sperando di entrare poi a lavorare con lui su storie più di mio gusto o addirittura già in Tentacoli (il che però poi non accadde). La mia riedizione de L'invasione degli ultracorpi di Siegel è uscita poi con il Sensurround, grazie ai cassoni di Una scena tratta dal film Ovidio, ed è stata un buon Dedicato a una stella successo nelle sale di prima visione, tanto che molti altri cinema poi lo hanno messo in cartellone. Ho usato gli stessi cassoni da 700 watt l'uno anche per le edizioni degli altri film in prima visione che ho curato sempre io in quel periodo, cioè Kobra e 2002: la seconda odissea. Entrambi hanno avuto formidabili incassi nei cinema e sono volati ai primi posti nelle classifiche. In quegli anni infatti facevo contemporaneamente il regista, il distributore e l'organizzatore della Rassegne di Film di Fantascienza, oltre che a continuare a scrivere per le collane letterarie di fantascienza. - 24 - H ai ripetuto più volte che Dedicato a una stella è il film che preferisci. Anche in questo caso c'è l'ennesimo cambiamento di genere, con un film romantico/drammatico che ha colpito il cuore di molti, sia in Italia sia all'estero. Oltre che alla bella storia d'amore che ci racconti con un'inaspettata grazia registica (abituati com'eravamo ad una certa brutalità iconografica), troviamo come parte fondamentale della narrazione la musica e il rapporto che la lega ai protagonisti. La musica è un elemento che spesso ricorrerà nei tuoi film (ricordiamo Paganini horror anche se in questo caso si manifesta in modo diverso), come a ribadire il tuo amore per le sette note. C ome abbiamo visto, Dedicato a una stella è nato da un'idea di Ovidio Assonitis, che aveva appena La copertina della colonna sonora di prodotto con enorme suc- Dedicato a una stella cesso L'ultima neve di primavera. La Toho ha offerto ad Ovidio una grossa somma per un nuovo film di quel genere e, siccome in quel periodo Ovidio era troppo preso con la preparazione di Tentacoli, ha chiesto a me di occuparmi di questo nuovo film e me ne ha dato il soggetto: un'aspirante, giovane cantante d'opera giapponese viene a Perugia per affinarsi nel canto. Lì s'innamora di - 25 - un ragazzo, è ricambiata, vive felice ma poi si ammala e vuole morire con indosso l'abito da sposa che lui le aveva regalato in previsione delle nozze. Questo era il film che Ovidio voleva che facessi. Ma a me faceva quasi schifo e poi di una giapponese in Italia non poteva fregarmene di meno. Così gli ho controproposto un altro soggetto ambientato in Francia sulle selvagge coste della Bretagna e della Normandia: la storia di una fanciulla che è malata e sa di dover morire e per questo va alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto. Durante questa ricerca conosce un celebre pianista che ha mollato la carriera e per una fortissima delusione d'amore vive ormai allo sbando in quei luoghi. La ragazza s'innamora del pianista e con la sua enorme gioia di vivere, lei che sa di dover presto morire, lo spinge a riprendere la carriera, a ricominciare tutto da «Poi di una capo. giapponese A Ovidio è piaciuta la mia versione della sua storia, l'ha fatta leggere ai in Italia signori giapponesi della Toho e loro non poteva hanno dato l'ok. E così è nato Dedicato a una stella (anche il titolo è mio). fregarmene Di solito Ovidio interferisce tantissimo di meno» nella lavorazione dei film che produce, ma in questo caso mi ha lasciato la massima libertà perché lui era tutto preso dal suo progetto di Tentacoli, che era il kolossal, mentre il mio doveva essere solo un piccolo film da poco. Invece alla fine Dedicato a una stella è diventato primo negli incassi in Italia e in Giappone, mentre Tentacoli è stato un fiasco. Tra l'altro il tema musicale principale del mio film in Italia - 26 - è stato anche per varie settimane la canzone prima nella hit parade dei dischi più venduti. La lavorazione di Dedicato a una stella è stata semplice, ci sono stati problemi solo con il protagonista, Richard Johnson, il quale non voleva il «Se non è finale con la morte della ragazza perché finita a così lei gli avrebbe rubato la scena. Se non è finita a cazzotti con lui, poco c'è cazzotti con mancato, ma alla fine il film è venuto lui, poco c'è proprio come lo volevo io. Ovviamente è un film sulla musica, per- mancato» ché io amo tantissimo la musica, ed è un altro film che smonta dall'interno il genere del lacrima-movie, facendolo diventare quasi un road-movie e un film musicale, a modo mio. Ne sono fiero. Ancora oggi incontro gente che lo ricorda con molto affetto. J ohn Barry, i Goblin, Pino Donaggio, sono alcuni dei grandi nomi con cui hai collaborato per le colonne sonore dei tuoi film. Come hai scelto i compositori per le musiche delle tue pellicole? D a sempre appassionato della musica come sono, ho curato sempre tantissimo le colonne sonore dei miei film. Per esempio, quando montavo, inserivo già i pezzi delle colonne sonore più o meno come li volevo, prendendoli dai dischi LP delle colonne sonore di centinaia di film che avevo, perché ero un grande collezionista di soundtrack. Così i maestri con i quali lavoravo sapevano bene che tipo di melodia volevo per quella o per quell'altra scena e si adat- 27 - tavano. Proprio per questo ho litigato per due volte con Ennio Morricone, che è un grande ma non accetta imposizioni di questo tipo. Morricone doveva fare la musica sia per Hercules che per Starcrash, ma tutte e due le volte, sentendo le musiche che ci avevo messo io (pezzi di Bernard Hermann tolti soprattutto dai film di Harryhausen), si è irritato e ha detto che allora preferiva non comporre le musiche per me perché voleva essere libero di seguire solo la sua ispirazione e basta. Certo, io capisco il suo punto di vista ma da registaautore quale mi reputo, non lo condivido per niente: ogni mio film è mio e solo mio, e se il maestro non si adegua a metterci dei pezzi come li voglio io, può pure andarsene dalla porta, come in effetti ha giustamente (ma solo dal suo punto di vista) fatto Morricone. Comunque, parlando più Scena tratta dal film specificamente di alcuni dei Scontri stellari oltre la terza dimensione compositori con i quali ho lavorato realmente e bene, con Donaggio ho avuto un ottimo rapporto, così come lo ho avuto con Vince Tempera o con Stelvio Cipriani. Di John Barry invece posso solo dire che è stato molto bello collaborare con un compositore così famoso e, tra l'altro, le - 28 - melodie che ha composto per Starcrash lui poi le ha arrangiate in maniera più lenta e ci ha tirato fuori le musiche de La mia Africa, con le quali ha vinto un Premio Oscar, segno che evidentemente le melodie da lui fatte per il mio film erano proprio belle. In ogni caso, concludendo, per me la musica è fondamentale in ogni mio film, ma non solo come colonna sonora e, in effetti, se ci pensate bene, ho fatto anche dei film sulla musica. S tarcrash (uscito in Italia come Scontri stellari oltre la terza dimensione) diventa il secondo film fantascientifico della tua carriera, che proprio dalla fantascienza partiva. Nonostante oggi sia considerato erroneamente un capolavoro del trash e una pellicola di serie B, ho trovato il film decisamente piacevole. In più si capisce tutto il tuo amore e la tua conoscenza del cinema di fantascienza, dato che hai miscelato con grande abilità Harryhausen, Barbarella e Guerre stellari in una cornice che deve molto alla fantascienza anni '50/'60, ma che sarà capace di influenzare La locandina di Scontri stellari anche quella che verrà (sarà un oltre la terza dimensione caso che nel secondo episodio della saga di Guerre stellari compaia un pianeta di ghiaccio proprio come in Starcrash?). - 29 - Luigi Cozzi e Tim Burton (Edward mani di forbice) S tarcrash è un film che ho fatto con enorme amore e grandissima fatica, ma che mi ha anche dato delle belle soddisfazioni: ci sono ancora oggi in giro per il mondo dei siti fatti dai fan di questa pellicola. L'ho iniziato a scrivere nel maggio del 1977 e l'ho missato nell'ottobre del 1978. Il film poi è uscito sia in America sia in Italia nel gennaio del 1979. Volevo fare un film di fantascienza diverso da tutti quelli fatti in Italia fino a quel momento, volevo fare un film di fantascienza come a mio parere bisognava farli, e cioè con trucchi ed effetti ottici in quantità, in contrapposizione alle idee di Margheriti e dei produttori nostrani che invece preferivano fare tutto dal vero in teatro, con cavi e fili (che poi però in proiezione si vedevano sempre). Una scena tratta dal film Quindi ho fatto un film unico Scontri stellari oltre la terza dimensione fino a quel momento, e devo dire anche che da allora in poi nessuno più qui in Italia ha realizzato una pellicola simile, con altrettanti effetti ottici. Di recente mi hanno invitato per una proiezione di Starcrash alla Cineteca Melies di Parigi e lì mi hanno fatto notare che questo mio film finora (e ormai siamo nel 2008) è l'unica grande space-opera realizzata nell'intera Europa. Sempre in Francia hanno invitato a una doppia proiezione speciale me ed Irvin Kershner, regista de L'impero colpisce ancora, affermando che la pellicola di Kershner è il più grande film spaziale a grosso budget di sempre, mentre Starcrash è il - 31 - più grande film spaziale a budget medio di sempre: davvero un bel complimento per me. Il quotidiano inglese The guardian ha poi dedicato mezza pagina a un servizio su di me qualche anno fa, in occasione dell'uscita del primo episodio della nuova «Lucas avrebbe serie dei film dedicati a Guerre stellari, scrivendo che Lucas avrebbe dovuto dovuto lasciar lasciar girare quel suo film a me, perché girare quel Starcrash è ancora oggi un'opera estremamente piacevole da vedere, mentre suo film Star wars: episodio I – La minaccia fana me» tasma non ha né capo né coda. E anche questo mi ha fatto enormemente piacere, visto che The guardian è uno dei giornali più quotati del mondo. O ra che ci penso è vero. In Europa grandi film di fantascienza con effetti speciali non ne sono usciti molti (a parte Il quinto elemento di Luc Besson e qualche altro, ma veramente poca roba), forse perché qui in Europa si ha ancora un po' la paura di fare un film di intrattenimento e si ha magari il timore che la co-produzione statunitense non lasci libertà a registi e sceneggiatori. Dal risultato che hai ottenuto con Starcrash penso che tu con la coproduzione ti sia trovato bene, visto anche il successo al botteghino che il film ha ottenuto. Ho notato che in Starcrash omaggi uno dei migliori animatori in stop-motion, ovvero quel Ray Harryhausen che ha tanto dato al cinema fantastico degli anni '50. - 32 - Q uando è nato Starcrash era appena iniziato il boom di Guerre stellari e il mio produttore non faceva altro che ripetermi: «Devi fare un film come Star wars, dev'essere tutto uguale a quel film lì». Però io sapevo che mai e poi mai avrei potuto fare un film tipo quello di Lucas (che a me è piaciuto moltissimo) perché non c'erano i soldi e soprattutto non c'era il tempo per realizzare un'opera simile. Ho iniziato a scrivere a maggio, a fine agosto ci è stato dato il via definitivo, e alla fine di settembre già giravo: ovvero, sapevo che non c'era il tempo di realizzare costruzioni accurate e precise come quelle di Star wars. Allora ho volutamente inteso fare un film espressionistico, dove per “espressionistico” intendo soprattutto l'uso del colore. Ho infatti usato il colore come fonte di meraviglia, come mezzo per stupire. Nella mia pellicola non ci sono comandi dentro le astronavi ma semplicemente luci che si accendono o si spengono, luci, luci e ancora luci, tutte coloratissime. In più, per accentuare questa componente fiabesca, ho La locandina di Guerre stellari caricato volutamente tutta la parte fantastica e surreale, con un bel po' di autoironia qua e là (Stella Star che si congela e diventa rigida come uno stoccafisso surgelato, per esempio). In pratica non ho voluto certo - 33 - realizzare una variazione sul genere di Star wars, bensì un'opera fantastica che io definivo come il mio Sinbad va su Marte, cioè un fantasy da “mille e una notte” pura; non nello stile di George Lucas, bensì in quello di Ray Harryhausen, che io ho sempre adorato (e adoro tuttora). In più nella storia ho messo il ritmo dei pulp letterari di fantascienza degli anni '40 e ho preso tante situazioni dai vari romanzi di fantascienza d'azione (Heinlein, Van Vogt, Hamilton, Brackett) letti in gioventù e anche moltissime tratte dai fumetti (Barbarella, Flash Gordon, etc.). E credo di essere riuscito a confezionare un film autonomo, che ha ben poco in comune con Star wars, e che proprio per questo è piaciuto a tanta gente e a molti continua a piacere ancora oggi. In più modellai la prima parte della sceneggiatura Vignette dal fumetto Barbarella sul romanzo La strada per Sinharat (un libro meraviglioso, con un inizio fantasmagorico che ho ricalcato) di Leigh Brackett e la seconda parte su I creatori di mostri di Roberta Rambelli (leggetelo su Urania Classici, merita), e il tutto ha funzionato benissimo. Poi beh, enorme è stata la mia sorpresa (e la mia soddisfazione) poco tempo dopo, quando ho saputo che George Lucas ha chiamato a scrivere il copione de L'impero colpisce ancora proprio Leigh Brackett, l'autrice alla quale io, con Starcrash, avevo cercato di rifarmi! - 34 - S e non sbaglio Starcrash è stato distribuito in America dalla New World Picture di Roger Corman, quello che ritengo essere uno dei registi più importanti nell'intero panorama mondiale del cinema. Hai avuto occasione di incontrarlo? S tarcrash doveva essere distribuito dall'American International Pictures di Sam Arkoff, e quindi durante la lavorazione ho conosciuto Arkoff e ho avuto vari contatti con lui. Finché all'ultimo momento Corman, con la sua New World, ha chiesto il film e ha fatto al mio produttore una di quelle offerte “che non si possono rifiutare”. Così l'AIP è stata abbandonata e la pellicola è uscita negli Stati Uniti con la New World, diventando il maggior incasso conseguito fino a quel momento dalla compagnia di Corman (con Arkoff invece c'è stata una causa, poi avvenne una transazione e tutto fu sistemato). Il regista Roger Corman Per la distribuzione in tutto il resto del mondo il film invece è stato acquistato dalla Columbia Pictures. Quanto a Roger Corman, l'avevo conosciuto prima di Starcrash, quando avevo girato Il tunnel sotto il mondo e gliel'avevo offerto. Durante la trattativa per l'acquisizione di Starcrash comunque non ho avuto contatti con Corman, perché - 35 - quelli li teneva il mio produttore a Los Angeles, mentre io ero qui a Roma impegnato a preparare l'edizione italiana del film. Corman l'ho visto poi un anno dopo l'uscita del film, quando mi sono recato a Los Angeles. Lui è sempre stato uno dei miei idoli, fin dai tempi de Il vampiro del pianeta rosso, e quindi è stato emozionante per me diventare l'autore del film da lui distribuito che aveva incassato di più (oltre 16 milioni di dollari solo negli Stati Uniti). E d eccoci arrivati a parlare di un altro titolo importante all'interno della tua filmografia. È naturalmente Contamination – Alien arriva sulla Terra, film di fantascienza molto diverso dal precedente Starcrash. Se il primo era figlio della fantascienza anni '50/'60, Contamination deriva direttamente da quel filone fanta-horror che aveva avuto inizio sul finire degli anni '80 con Alien (il tuo film sembra essere una versione ancora più violenta ed esasperata, anche nei temi dei film di Scott) e che ha prosperato per tutto quel decennio. Q ui devo contestare il tuo giudizio, perché Contamination è l'ennesima prova di come offrivo ai produttori quello che loro volevano vedersi offrire, ma poi quando si trattava di lavorare sulla storia e sul film facevo quello che più andava a me e non a loro. Contamination è nato con un manifesto e un titolo eclatanti per pescare all'amo un produttore (il mio titolo era solamente Alien arriva sulla Terra), più l'idea delle uova (e ovviamente tutti hanno pensato alle uova di Alien). Poi però la somiglianza finisce qui: se c'è un mio film dedicato al cinema degli anni '50, - 36 - quello è appunto Contamination. Mi spiego: l'elicottero che avvista la nave alla deriva in mare è l'elicottero che avvista la bambina vagante tutta stordita nel deserto di Assalto alla Terra. Gli uomini che esplorano la nave e trovano i corpi spappolati è l'esplorazione della nave contaminata con i mostri antropofaghi del giapponese Uomini H. Le uova del mio film sono l'equivalente dei baccelloni de L'invasione degli ultracorpi e vengono usati nello stesso modo. L'agente che ha visto le uova ma non viene creduto ed è preso per pazzo è come ne Il risveglio del dinosauro, dove il militare che ha visto il mostro non viene inizialmente ascolta- Il poster di Contamination – to. La fabbrica delle uova è co- Alien arriva sulla Terra me la fabbrica degli alieni nel film inglese I vampiri dello spazio (il secondo Quatermass). I miei personaggi poi indos-sano persino le stesse tute e le stesse maschere antigas che ci sono nel film inglese! E potrei continuare a lungo con quest'elenco. Insomma, Contamination sembrerà pure a qualcuno come un film figlio di Alien ma questo è solo un complimento alla mia abilità nel mescolare i generi e le carte in tavola, perché in realtà questo film è totalmente un clone della fantascienza del periodo che va dal 1953 al 1956. Di moderno ha solo il riferimento (molto vago) ad un Alien e alle uova (che però qui - 37 - sono baccelli, vedi persino Totò sulla luna), più un po' di sangue esagerato. Ma con Contamination siamo davvero nella science-fiction cinematografica degli anni '50, con una scena che è allo stesso tempo un omaggio a Hitchcock e uno scherzo sul tema: quella della ragazza minacciata nella doccia. Naturalmente chi non ha visto quei film di fantascienza che ti ho citato, non può rendersi conto del lavoro di recupero che ho fatto. Un'ultima cosa: il titolo finale del film non è mio ma di Dardano Sacchetti che, per il produttore Claudio Mancini (quello di Sergio Leone e de Il Commissario Montalbano) doveva dirigere un'imitazione di Sindrome cinese intitolata appunto Contamination. La locandina de Quando si è visto offrire il mio Alien I vampiri dello spazio arriva sulla Terra, Mancini ha deciso di lasciar perdere il progetto di Sacchetti e si è buttato sul mio, tenendo però lo stesso titolo che aveva il film sacchettiano. Devo dire che il titolo Contamination comunque è perfetto, perché questo mio film è davvero tutto una contaminazione da altri film e da altri generi! O ra che me l'hai fatto notare citandomi le scene non posso non darti ragione. Ho confrontato alcune sequenze ed è impressionante la somiglianza tra il tuo lavoro e quello degli altri registi. In effetti il mio commento era più sul versante tecnico, dato che stilisticamente Contamination è un perfetto film di sci-fi anni '80, con la sua fotografia scura, - 38 - tanto sangue e una buona dose di effetti splatter dosati senza abusi particolari, lontano da quel fumettone (nel senso migliore del termine) che è stato Starcrash. Dopo Contamination – Alien arriva sulla terra ti sei messo al lavoro su due pellicole che richiamano direttamente quel cinema fantastico che rese famoso Harryhausen, ovvero Ercole e Le avventure di Ercole, entrambi con Lou Ferrigno (l'Hulk televisivo) nella parte dell'eroe mitologico. È la prima volta che ti cimenti tout-court col cinema fantastico d'avventura, e lo fai con lo stesso approccio di una volta, ovvero di costruzione prima di tutto scenografica ed effettistica. Molti critici hanno visto queste due pellicole come un recupero off-limit del pe- Una scena di Hercules plum e del cinema mitologico italiano, ma in realtà penso che i tuoi riferimenti stilistici siano da ricercare oltreoceano, proprio in quel cinema fantasticomitologico che aveva fatto la storia degli anni '50/'60 (e in realtà predecessore del peplum fantastico italiano con i suoi ridicoli Maciste, Ercole e Ursus) e che stava tornando a galla grazie anche a John Milius e al suo Conan il barbaro, connotato però da una sempre più crescente tendenza verso il fantasy. I due Hercules sono nati nella mia mente come un rifiuto del peplum italico, che era ben poco pieno di fantasia, e non certo come un tentativo tardivo per farlo rinascere. Con i due Hercules ho voluto fare fantasy puro alla Harryhausen, sono andato direttamente alla fonte greca, quella delle - 39 - leggende antiche che sono molto più fantastiche e immaginifiche dei film italiani del periodo. Infatti ho usato come guida proprio il libro I miti greci di Robert Graves, che è un volume meraviglioso, e poi ovviamente ho realizzato il tutto in stile Harryhausen, quindi fantasy, ma fantasy all'americana, non certo all'italiana. Il mio modello è stato Clash of the titans di Harryhausen e pure Gli argonauti. Il peplum all'italiana non c'entra niente, solo chi non ha visto i miei due film può fare un paragone del genere. I n effetti è quello che penso. I dizionari ufficiali del cinema citano spesso i tuoi due film come tentativo mal riuscito del recupero off-limit del peplum italiano, sbagliando chiaramente la chiave di interpretazione. Con la critica ufficiale buoni rapporti non li hai mai avuti. Leggendo qua e là mi sembra che hanno quasi sempre giudicato i tuoi lavori con ingiustificati pregiudizi, senza prendersi la briga di capire la loro genesi e il continuo amore che sprigionano per i film di genere. E ssendo io stesso critico e storico dei generi che amo (ho scritto più di venti libri sull'argomento e altri ne ho in preparazione), ho il massimo disprezzo per certa gente che scrive di queste cose, ma in realtà ben poco le conosce: esempio lampante il modo in cui sono trattati sovente i miei film. Accetto che ad un critico Hercules possa non piacere, è un suo diritto, ma quando quello stesso critico scrive che il mio film è un tentativo di rifare il peplum, allora questo significa che quel critico non ha mai visto il mio film, altrimenti non avrebbe - 40 - scritto una tale bestialità. Ma non mi stupisco: lavoro dal 1963 nel campo della critica cinematografica e so bene quanto la maggior parte dei critici, quando fanno libri, guide o rassegne, scrivono spesso di film che non hanno mai visto, commettendo errori madornali perché operano solo per sentito dire. Esempio: Marco Giusti è un mio caro amico. Quando è uscito il suo libro Stracult però ha scritto di alcuni dei miei film delle cose che solo se non li aveva mai visti poteva aver scritto. Gliel'ho detto in faccia e, scusandosi, mi ha risposto: «Luigi, io quei tuoi film non li ho mai visti, e ho scritto sul loro conto solo basandomi su «Un film quanto riferito da alcuni collaboratori». andrebbe visto In più, a volte, ci sono anche casi come quello di Paganini horror, che non è un per quello che film horror, ma un fantasy sulla circoè, non per larità del tempo e sulle teorie einsteiniane, con in più alcuni paradossi su quello che si certi schemi cari all'horror. Ebbene, ho vorrebbe letto numerose recensioni atroci di questo film stese da persone che non ci che fosse» hanno capito nulla e che evidentemente si aspettavano uno “splatter alla Fulci” e quindi, secondo costoro, siccome il mio film non era uno “splatter alla Fulci”, faceva schifo. Ma che modo di ragionare è? Un film andrebbe visto per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse. L'unica recensione che ho letto fino a oggi di una persona che abbia capito che cos'è veramente Paganini horror è quella che c'è nel catalogo del Joe D'Amato Horror Film Festival in cui il mio film è stato presentato. - 41 - Fortunatamente tutto questo succede solo in Italia. All'estero ci sono molta meno improvvisazione e mancanza di serietà, e non è un caso se lì godo infatti di una buona stampa. In più, non scordiamocelo, qui in Italia da parte di molti c'è anche l'invidia, perché nel campo con i miei libri occupo una posizione importante e quindi alcuni poveretti si divertono ad attaccare i miei film sperando così di cercare di sminuirmi come critico. Poveracci! M entre mi preparavo per questa intervista ho letto tutti i tuoi libri che sono riuscito a recuperare. Il lavoro che hai fatto per promuovere il cinema di genere è sterminato e coraggioso, soprattutto tenendo conto che quando sono usciti i tuoi testi, l'horror, la fantascienza e il cinema fantastico erano spesso considerati dei sottogeneri. Penso che la tua attività di critico ti abbia poi aiutato in quella di regista, dato che spesso e volentieri ti sei servito sia di citazioni ma sopratutto hai usato le tue conoscenze per cercare di cambiare dall'interno un genere. I l lavoro che ho svolto per la diffusione della fantascienza comprende (anche se magari tu non lo sai perché sei troppo giovane) tutto ciò che ho fatto nel corso degli anni '70. Prima ho creato, per conto dell'Ente Cinema di Stato, la Rassegna Nazionale dei Film di Fantascienza: ogni giorno un film diverso, per 60 giorni di seguito. Questa manifestazione ha avuto un enorme successo (350.000 biglietti venduti solo a Roma, al Planetario) e poi è stata replicata con eguale fornata in circa 74 città italiane, Milano e Torino comprese, sempre con grandissimo successo. - 42 - Luigi Cozzi e Tom Savini È stata davvero una cosa esaltante, un evento unico ancora oggi nel nostro paese. Finite quelle rassegne che avevano avuto un enorme successo, Nicolini, l'Assessore alla Cultura del Comune di Roma, mi ha chiesto di dare vita nel 1981 al Fantafestival, che infatti ho fondato e fatto io (le prime due edizioni: poi ho lasciato). Inoltre, sempre nella seconda metà degli anni '70, mi sono messo a distribuire nei cinema di tutta Italia film di fantascienza con una mia società specializzata, riportando sugli schermi del nostro paese film che erano spariti da anni o che erano ancora inediti, dei quali ho anche curato perLogo del sonalmente l'edizione o la riedizione Fantafestival di Latina italiana. Titoli come 2002: la seconda odissea, Kobra, Il signore delle mosche, The horror show, Quatermass conclusion, Il bacio della pantera, La jena, Il giorno dei trifidi, Gli invasori spaziali, La cosa da un altro mondo, Il figlio di King Kong, I conquistatori della luna, L'astronave atomica del dottor Quatermass, L'invasione degli ultracorpi, I vampiri dello spazio, Nel 2000 guerra o pace, Uomini sulla luna, il primo Godzilla e tantissimi altri. Poi all'inizio degli anni '80 ho creato una cinquantina di programmi Special Fantascienza di mezz'ora l'uno che per almeno una decina d'anni sono stati proiettati da tutte le TV private italiane con grande successo. Queste dunque sono alcune delle altre cose che ho fatto e, anche se oggi sono quasi dimenticate, all'epoca ebbero tutte un - 44 - notevole successo e gli appassionati più anziani le ricordano ancora. E quindi qui dico: c'è qualcun altro in Italia che ha fatto di più di quello che ho fatto io, almeno nel campo specializzato? C he la fantascienza di qualità sia arrivata in Italia anche grazie al tuo lavoro in effetti mi sfuggiva. Sapevo della tua edizione del primo Godzilla e volevo porti alcune domande in merito ad essa. Innanzitutto è bene specificare come la tua versione sia diventata nel corso degli anni un vero e proprio cult tra gli appassionati che l'hanno anche soprannominata Cozzilla. La prima cosa che salta all'occhio è certamente il colore che hai Scena tratta dal film dato alla pellicola tramite l'ap- Godzilla aka Cozzilla plicazione di gel (operazione denominata Spectrorama 70) e l'aggiunta di 20 minuti alla pellicola originale. C'è però da dire che, confrontandolo con l'edizione americana, il tuo lavoro ha reso più cupo il personaggio di Godzilla e le atmosfere della pellicola, sfumando quindi ulteriormente la personalità del mostro che, nelle tre versioni della prima pellicola di Honda (giapponese, americana e la tua riedizione), assume caratteristiche del tutto diverse. G odzilla è uno dei tanti film che ho recuperato per l'Italia con la mia società di distribuzione specializzata. Era successo che il primo Godzilla (nella versione con Raymond Burr) qui da noi era uscito nel 1956 con la - 45 - Paramount, ma dopo un paio di anni la Paramount Italia aveva chiuso e tutte le copie dei film erano state mandate al macero. Quindi dal 1958-59 Godzilla in Italia non c'era più, perché allora non esistevano VHS o DVD. È stato così che allora, nel 1976, una volta creata la mia società di distribuzione, ho pensato di recuperare quel film: pagai 7000 dollari alla Toho, che erano una cifra alta perché allora il dollaro valeva più del triplo rispetto alla lira, e ne ho preparato la distribuzione. Gli esercenti delle sale però quando hanno saputo che quel Godzilla era in bianco e nero, mi hanno «Quindi il mio detto di no, non volevano più programGodzilla è il mare in prima visione pellicole in bianco e nero e, siccome l'avevo pagato tanprimo film to, dovevo per forza fare uscire la pelliricolorizzato cola in prima visione, anche d'estate, ma comunque sempre in prima visione. al mondo» È stato così che, forzato dai fatti, mi è venuta l'idea di farne una versione colorizzata, anche perché nel frattempo a Torino avevo conosciuto Valcauda e avevo capito che con il sistema tecnico a passo uno di cui lui disponeva si potevano anche ricolorare i film: in effetti, il principio è lo stesso della ricolorizzazione che si usa oggi, solo che noi allora l'abbiamo fatta a mano, un fotogramma per volta, mentre adesso la fanno tutta automaticamente con i computer. Quindi il mio Godzilla è il primo film ricolorizzato al mondo, il primo della storia, e questo lo voglio sottolineare. E poi, dato che il film durava appena 80 minuti mentre ormai le sale di prima visione volevano solo film lunghi almeno un'ora e mez- 46 - za o un'ora e quaranta, ho chiamato il montatore milanese Alberto Moro e l'ho incaricato di aggiungere scene spettacolari del repertorio di guerra al film, che ho successivamente rieditato e rimissato, anche con nuove musiche (di Vince Tempera: uscì perfino il 45 giri del tema di Godzilla). Poi ho fatto anche una versione stereofonica in Sensurround del film con effetti sonori da sballo, e proprio in questa versione superstereo con le piste magnetiche il film è uscito in prima visione a Roma e a Milano, ottenendo buoni risultati. I l 1985 ha segnato il tuo ritorno come collaboratore di Dario Argento, questa volta però non come sceneggiatore ma come curatore degli effetti speciali di Phenomena. Sono rimasto molto colpito per la cura con cui sono stati realizzati, anche perché in Italia è difficile trovare buoni artigiani capaci di inventarsi tecniche per ogni esigenza. S ono andato a cena con Dario appena dopo aver concluso l'edizione de Le avventure di Ercole e lui mi ha parlato dei grossi problemi che aveva con gli effetti di Phenomena (che stava preparando). Gli ho chiesto che cosa doveva fare di tanto complicato, lui me l'ha spiegato, io ho capito e gli ho detto che non pensavo che fosse nulla di difficile, visto che dopo aver realizzato i trucchi del sequel di Hercules, nulla nel campo degli effetti era più difficile per me. Allora mi ha chiesto se ero disposto a lavorare per lui e così, prima che la cena fosse terminata, ero già stato assunto per il film. I trucchi in effetti non erano nulla di complicato, il problema era che qui in Italia nessuno sapeva come li si poteva fare. Ma io non ho fatto altro che richiamare due o tre delle persone che ave- 47 - vano lavorato con me a Le avventure di Ercole e insieme abbiamo fatto il tutto. Diverse cose le ho fatte personalmente, altre le ho fatte fare a Parigi dai due fratelli Costa che si erano occupati dei trucchi de Le avventure di Ercole. In tutto spesi 4 milioni di lire, ovvero 2.000 euro di oggi, perché tutti i miei collaboratori mi erano così grati per i tanti soldi che gli avevo fatto guadagnare girando Le avventure di Ercole che in pratica mi regalarono o quasi il loro lavoro per Argento. Ma io poi alla produzione di Phenomena quel lavoro non l'ho regalato di sicuro! Questo per gli effetti ottici (ci sono diversi rotoscope e animazioni passo uno realizzati per le mosche, solo che sono fatti così bene che nessuno se ne accorge mai). Poi Dario, visto che era entusiasta dei risultati che gli ho portato, mi ha fatto girare altre cose per quel suo film: mi ha affidato infatti la regia di tutte Il Profondo le scene con gli insetti e mi ha fatto Rosso Store fare anche alcune piccole scene con la seconda unità. È stato un lavoro facile, ma che nel complesso mi ha dato molte soddisfazioni, anche perché poi “Phenomena” ha avuto un enorme successo e tutti hanno apprezzato i miei trucchi ottici e la macrofotografia con gli insetti. S empre con Dario Argento, nel 1989 hai fondato il celebre Profondo rosso store, che da qualche anno è diventato anche una casa editrice. E poi c'è Il museo degli orrori di Dario Argento, vera e propria collezione di memorabil- 48 - ia degli oggetti usati nei film di Argento. In Italia è un negozio più unico che raro. Com'è nata quest'avventura? D ario voleva creare un punto di incontro per i suoi fan, io qualcosa di simile al Forbidden planet di Londra (ma meno di massa) e così ne abbiamo parlato a lungo e alla fine abbiamo deciso di metterci insieme per fare questo negozio tutto dedicato all'horror, alla fantascienza e al fantasy. A quel punto Dario ha buttato lì l'idea che nei sotterranei ci voleva fare anche Il museo degli orrori e allora abbiamo trovato un locale che si prestasse al tutto e siamo partiti. Tutti ci dicevano che eravamo dei pazzi, all'inizio varie associazioni cattoliche fondamentaliste ci hanno perfino denunciato alla magistratura perché avevamo osato creare un punto di incontro per i fan dell'orrore, dicevano che “istigavamo a delinquere”, ma per fortuna i magistrati hanno respinto tutte quelle denunce e noi siamo andati avanti. Nel 1989 dicevano anche che saremmo presto falliti, e invece Profondo rosso è andato bene sin dal principio e poi in tanti hanno persino preso ad imitarci. Ma ancora oggi siamo gli unici in Italia ad avere un negozio e un museo di questo tipo. I l tuo ritorno in televisione si deve grazie alla serie Turno di notte, episodi a sfondo giallo e mistery contenuti all'interno del programma Giallo di Enzo Tortora, uno dei più interessanti che la televisione degli anni '80 abbia saputo regalarci. Com'è stato questo nuovo incontro con il giallo/thriller? - 49 - T urno di notte è nato da un'idea di Dario Argento ed Enzo Tortora, poi sviluppata da Dardano Sacchetti e dalla coppia Laura Grimaldi-Marco Tropea che allora erano i direttori del Giallo Mondadori. Sul tema dei tre tassisti che indagano, sono stati girati sei episodi da parte di Lamberto Bava e poi sono subentrato io, che ho diretto (e in parte riscritto) i successivi nove episodi, per i quali ho ridotto il trio dei protagonisti a un duo. La protagonista femminile era la fidanzata di Dario (Antonella Vitale, la quale sostituì Gabriella Carlucci che era stata scelta inizialmente, rifiutando successivamente perché preferiva fare solo la presentatrice) che quindi controllava sempre con estrema attenzione tutto quello che facevamo perché ci teneva molto alla sua Antonella. Dopo la trasmissione del mio primo telefilm il direttore di Raidue telefonò a Dario per congratularsi e per dirgli che il telefilm l'aveva trovato ottimo. Da quel momento in poi ho goduto della massima libertà: mi hanno lasciato fare quello che volevo. In effetti credo di averne fatte di cose insolite, innanzitutto spostando il thriller su un piano più fantastico e poi addirittura concludendo con l'ultimo episodio che era di pura fantascienza, con tanto di alieni. Il protagonista maschile invece era il figlio dell'attore Nando Gazzolo, che conoscevo bene perché l'avevo voluto come doppiatore dell'assassino nel mio film L'assassino è costretto ad uccidere ancora. I miei nove telefilm di Turno di notte hanno avuto tutti altissimi indici di gradimento e duravano in media attorno ai quindici minuti, alcuni anche diciotto. La cosa interessante è che noi li - 50 - giravamo quasi in contemporanea con la messa in onda. Mi spiego: ogni venerdì sera andava in onda un episodio, ma io finivo di girarlo (se tutto andava bene) il mercoledì all'alba e quindi, per tutto il mercoledì e il giovedì, c'era un'equipe supervisionata da Dario in persona che provvedeva freneticamente a montare e a mettere le musiche. Insomma, lavoravamo con un ritmo frenetico, come in una catena di montaggio, sempre con l'in- «Lavoravamo cubo che se io accumulavo un ritardo nelle riprese poi si rischiava di non con un ritmo avere niente da mandare in onda il ven- frenetico, come erdì. Giravamo sempre di notte, con in una catena una grossissima troupe, con grandi mezzi, tutto in pellicola 35mm, ognuno di montaggio» di quei telefilm costava una cifra (intorno ai 350 milioni di allora, quasi quanto un film a basso budget). Insomma, è stata un'esperienza bellissima, della quale ho un ottimo ricordo e credo anche di avere confezionato, in quei telefilm, alcune delle mie opere migliori. P oi, una dietro l'altra, sono arrivate due regie non accreditate a te ma a cui hai comunque messo mano: Nosferatu a Venezia e Sindbad of the seven seas, di cui in entrambi figuravi nelle vesti di sceneggiatore. Passano nelle tue mani dopo una serie quasi infinita di tira e molla tra produzione e registi. Soprattutto il primo, penso sia uno dei film in cui più registi vi abbiano messo mano! E non li invidio di certo dato che gestire quel folle di Kinski non doveva essere molto semplice. - 51 - N osferatu a Venezia e Sindbad of the seven seas: due film, due storie diverse. Cominciamo dal secondo. Ho scritto il soggetto di Sindbad of the seven seas per la Cannon, che lo voleva fare dopo Ercole. Ma ci sono stati dei ritardi, il progetto non partiva e allora sono andato con Argento a fare Phenomena. Proprio allora la Cannon ha deciso di dare il via a Sindbad of the seven seas, ma io non c'ero più e allora decisero di farne un serial televisivo per la Rai in quattro puntate e lo affidarono a Enzo G. Castellari affinché allungasse il mio copione da due a cinque ore di film, ideali per la suddivisione in puntate. Il mio era ovviamente un copione tutto basato sugli effetti speciali, con Sinbad che andava perfino sulla luna, ma Castellari tenne solo la storia di base ed eliminò quasi tutte le sequenze (ed erano tante) con gli effetti ottici mettendo al loro posto scene di botte e scazzottate in quantità. Poi girò il tutto. Un anno dopo, quando i capi della La locandina di Cannon hanno visto le cinque ore di Sindbad of the seven seas montato, le hanno trovate impresentabili sia alla Rai sia sul mercato americano, e decisero di archiviare del tutto il girato. Dopo un altro paio d'anni mi sono incontrato per caso con il capo della Cannon e quello, a un certo punto, m'ha detto: «Luigi, noi abbiamo messo in cantina il tuo Sindbad fatto da Castellari, perché non ci piace. È lungo cinque ore: a te non andrebbe di rimetterci le mani, girare qualcosa, metterci tanti ef- 52 - fetti e ridurlo ad un'ora e mezza?». Io ero libero e ho detto di sì e così loro m'hanno dato tutto il girato originale di Castellari più le cinque ore di montato. Ci ho lavorato per un anno, ricostruendo in parte il mio script originale, girando l'introduzione e la fine ed aggiungendo ovunque effetti ottici in quantità. Alla fine ho presentato il mio prodotto alla Cannon, a loro è piaciuto e finalmente l'hanno distribuito in tutto il mondo nella mia versione. Comunque, va detto che il film come lo si vede oggi mantiene lo schema della mia sceneggiatura originale, però mantiene anche tutto il girato di Castellari (rimontato da me e dal mio abituale montatore, Sergio Montanari), anche se ovviamente non contiene le grandi scene spettacolari (tutte di effetti ottici) previste dalla mia sceneggiatura originale. Così lo definirei un mio film solo per modo di dire, dato che un 65% è di Castellari e un 35% mio. Nosferatu a Venezia invece, non l'ho né scritto né diretto. Semplicemente ero amico del produttore esecutivo e lui mi ha preso come suo consulente per tutta la durata delle riprese (e anche dopo). Mi sono occupato soprattutto degli effetti speciali, degli ammazzamenti vari, e in più ho girato delle piccole scene come seconda unità. Ma il film è stato diretto tutto da Augusto Caminito, dopo che Mario Caiano aveva abbandonato per una lite con Kinski (e prima di lui c'erano stati anche Pasquale Squitieri e Maurizio Lucidi). In ogni caso questo è un esempio di un film-casino che alla fine non rispetta per nulla la sceneggiatura originale: in fase di montaggio in pratica si sono reinventati una nuova trama e tutto l'ordine delle scene è stato cambiato, per cercare di dare un'apparenza di senso al tutto (e già in origine ne aveva ben poco di senso). - 53 - Kinski poi impazzava a tutto spiano: ha voluto girare da solo almeno una ventina di ore di scene tutte inventate da lui, io lo accompagnavo in queste riprese assurde ed inutili e ho vissuto al suo fianco davvero delle esperienze folli. Nel complesso questo è stato proprio il film più folle al quale ho partecipato. D el tuo film successivo, Paganini horror, hai detto: «La produzione voleva farne un supersplatter ma poi, all'atto pratico, De Angelis economizzò su tutto e, di conseguenza, il film risultò una nullità assoluta girata in sole tre settimane e mezzo. È stato un incubo, senza dubbio il film più povero della storia del cinema!». C'è però da dire che metti insieme alcune buone idee registiche, come la ripresa in soggettiva lungo i corridoi di Villa del Sol oppure l'effetto del muro invisibile che schiaccia la discografica che è ben fatto. P aganini horror è un altro mio film di fantascienza truccato da horror. Quando mi hanno fatto togliere lo splatter, secondo me non aveva più senso come film horror e quindi l'ho buttato tutto sul paradossale, sul fantascientifico, sull'assurdo. Siccome però molti si aspettavano un film “alla Fulci”, sono rimasti delusi e di conseguenza hanno detto che il mio film fa schifo, quando invece è soltanto un film diverso. Esempio: la produttrice discografica che si cala nel cunicolo lo esplora e alla fine, senza tornare mai indietro, si ritrova da dove è partita anche se è impossibile. Il violinista che alla fine cerca di uccidere la protagonista con la musica. Il violinista che quando muore, ucciso dal sole (come Nosferatu), scompare e - 54 - lascia solo una chiave musicale di cenere al suolo. La barriera invisibile. La pergamena che vola via come animata da sola. Einstein. La formula del tempo. Insomma, ti sembrano scene da film alla Fulci queste? A P ssolutamente no. Infatti penso sia un problema dovuto al titolo, alla locandina e, in fondo, anche all'aura da film trash che gli si è creata intorno. Il cinema è alle volte anche un problema di marketing. aganini horror è nato così: io ho proposto quel titolo (c'era solo quello allora) a Valenti, uno dei due produttori di Contamination e anche di Shock di Mario Bava) e a lui quel titolo insolito è piaciuto. È stato Valenti a far fare la locandina con la casa e il violinista e poi, avuto il disegno, ha detto a me di scriverci attorno un soggetto per un film. Io, che avevo appena finito di lavorare a un copione fantastico su Paganini per il produttore Wachsberger (quello di Starcrash), ho mischiato un po' di cose che avevo appreso su Paganini con il classico tema della Il poster di Paganini horror casa infestata, poi ho pensato di metterci dentro anche gli spunti di uno dei film che amo di più, L'uomo che visse nel futuro di George Pal (da La macchina - 55 - del tempo di H.G. Wells), e ho confezionato un prodotto molto insolito su una casa dove il tempo ti uccide facendoti invecchiare d'improvviso oppure facendoti ringiovanire di colpo, facendoti diventare un neonato e poi un ovulo. A Valenti buona parte di quelle mie idee però non sono piaciute (era ovvio) e, in gran parte, me le ha fatte togliere, obbligandomi a mettere pezzi di puro splatter al loro posto. Poi Valenti ha cercato di vendere il progetto, non ci è riuscito e se n'è andato a vendere gamberi a Santo Domingo (sembra assurdo ma invece è vero, è proprio quello che ha fatto!). Allora ho portato il progetto di Paganini horror così com'era stato trasformato ad altri produttori ed alla fine De Angelis, il produttore di Fulci, me lo prese. Poi però pochi giorni prima di iniziare per risparmiare sui costi mi ha ordinato di togliere tutte le sequenze splatter dal film e allora ho cercato di riequilibrare il tutto reinserendo alcune delle cose più strane e fantastiche della mia precedente versione. Nel complesso credo di esserci riuscito abbastanza bene. Ne è venuto fuori un film che di sicuro non è un horror ma un fantasy o un fantastique con molta ironia e un mucchio di teorie sulla musica e sul tempo, argomenti ostici per gran parte degli spettatori. Però devo dire che mentre nel 1990 sentivo solo opinioni negative su questo mio Paganini horror, a partire dal 2000 ho cominciato a sentire invece sul suo conto pareri sempre più favorevoli: era un film sul tempo e forse proprio il tempo ha poi cambiato le cose e i giudizi. E poi è arrivato Il gatto nero, che potremmo definire la tua declinazione horror del cinema fantastico. Il titolo te l'hanno imposto i produttori immagino, dato che - 56 - con la trama c'entra poco o niente con il racconto di Edgar Allan Poe. T he black cat si intitolava De profundis, ovvero Out of the dephts ed era un gioco di parole perché Suspiria de profundis è il titolo completo della lirica di De Quincey dalla quale il mio amico e maestro Dario Argento ha tratto il suo Suspiria. L'altro gioco di parole è con Out of the dephts, che è la traduzione di De profundis e che sta per Fuori dagli abissi con l'aggiunta sottintesa (che si spiega solo alla fine del film) di of your mind, cioè Fuori dagli abissi (della mente). A film quasi finito, però, il distributore Golan (lo stesso che aveva diretto la Cannon) mi ha chiamato perché aveva venduto in vari paesi un film tratto da Poe chiamato The black cat prodotto da Harry Alan Towers. Golan aveva però appena litigato con Towers e lui non gli dava più quel film, ma il problema era che Golan l'aveva già venduto, quindi aveva comunque bisogno di un altro film che avesse lo stesso titolo. Così chiamò me e mi disse che dovevo cambiare il titolo al mio film e farlo diventare il The black cat che serviva. Ho protestato ma Golan mi ha detto che se non lo facevo io, ci avrebbe pensato lui a cambiare il titolo al mio film quando l'avrebbe distribuito e così non avevo scelta. Per sistemare un po' le cose – anche se il mio film non c'entrava niente con il racconto di Poe – ho girato qualche inquadratura di un gatto nero che passeggiava qua e là e ho chiamato il mio film The black cat (e successivamente intitolai proprio The black cat la pellicola che sta girando la protagonista del mio film). The black cat poi è un ennesimo mio film di fantascienza “truccata”. Dico così perché in Italia i produttori non ne vogliono - 57 - nemmeno sentir parlare di fantascienza, e quindi io sono costretto a proporre film che sembrano essere dell'orrore mentre in realtà sotto sotto sono di fantascienza. E The black cat è appunto uno di questi. Lo spiego. L'idea alla base di The black cat viene sì dai romanzi sulla realtà dentro alla realtà e sui mondi dentro ai mondi tipici della narrativa di Philip K. Dick (che nel 1965, quando lavoravo alla rivista Galassia, ho fatto pubblicare per primo in Italia con le sue opere più insolite), ma «Io sono costretto lo spunto alla base del film viene dal bellissimo libro The power di Frank M. a proporre film Robinson che, negli anni '50, Longanesi che sembrano ha tradotto in Italia con l'orribile titolo di Troppo poco. Tra l'altro The power è il essere dell'orrore libro dal quale negli anni '60 George Pal mentre in realtà ha prodotto il film La forza invisibile, che non regge il confronto con il libro sotto sotto sono però (e vedi che, di nuovo, mi sono rifatto a di fantascienza» George Pal, uno dei miei idoli). The power (tanto il libro che il film) racconta di un superuomo malvagio dotato di enormi poteri mentali, tanto che può comandare alla gente e modificare la realtà. Questo superuomo mutante malvagio inizia a perseguitare e a cercare di uccidere in vari modi il protagonista che però, a poco a poco, scopre la verità. E quando l'ha finalmente capita, il protagonista scopre di avere anche lui gli stessi superpoteri mentali del suo nemico: era infatti per questo che l'altro cercava di ucciderlo, per restare solo e dominare quindi il mondo indisturbato. Alla fine, in un luna park, i due superuomini si incontrano inscenando uno spettacolare duello mentale e alla - 58 - fine, ovviamente, vince il buono. Questo è The power e questo è anche il tema alla base del mio The black cat, solo che ci ho messo due donne come protagoniste, una donna mutante cattiva e una mutante buona. Poi ho detto a tutti i miei intervistatori che la mia ispirazione era Carrie - Lo sguardo di Satana, perché così mi capivano meglio, la gente è ignorante e non conosce The power, che pure è un classico e almeno gli esperti dovrebbero conoscerlo. Quella delle donne protagoniste poi è una mia costante nei film, fin dagli anni '70, quando era molto meno ovvio e frequente mettere una donna come personaggio principale di una pellicola. Per cercare però di vendere The Il poster originale de La forza invisibile black cat ai produttori italiani, ho dovuto inventarmelo come un finto film dell'orrore e così, sopra lo schema di base alla George Pal/The power, ci ho messo la storia di questa bella attrice che sta finendo di interpretare un filmaccio horror e che presto ne interpreterà un altro diretto dal marito, una cazzata che copia da Dario Argento e che si intitola Suspiria de profundis che dovrebbe, secondo i due coniugi (che nel film dipingo come un regista e un'attrice da quattro soldi), diventare il terzo film della Trilogia delle Tre Madri di Dario Argento (ma ricordiamoci comunque che questo mio film è del 1990). - 59 - Così l'attrice comincia a provare ad immedesimarsi nel ruolo della strega Levana protagonista di Suspiria de profundis ma d'improvviso dal nulla la strega arriva davvero e la minaccia. Poi tutta la realtà intorno alla protagonista sembra cambiare, tutti gli amici diventano a poco a poco «Mi dicono nemici, la migliore amica le rapisce il figlio e perfino il dolce maritino sembra infatti che trasformarsi in un figlio di mignotta che secondo loro la vuole eliminare. In realtà è solo la sutelepatica che la sta attaccanil recente perdonna do modificandole tutta la realtà attorno La terza madre grazie ai suoi superpoteri mentali. Ma di Argento l'attrice resiste e si difende, finché alla fine scopre di possedere anche lei quei ha un po' dell' superpoteri e allora reagisce: le due suatmosfera del perdonne si scontrano in un fantasmagorico duello finale alla Sergio mio film» Leone, fatto di raggi e di distorsioni della realtà. E qui voglio far notare una curiosità, che mi stupisce ma che comunque più d'una persona mi ha segnalato e quindi la riporto: Gomarasca di Notturno e altri mi dicono infatti che secondo loro il recente La terza madre di Argento ha un po' dell'atmosfera del mio film, che Dario in effetti ha visto. Non so, non mi pronuncio. Sarà davvero così? P urtroppo La terza madre di Argento non l'ho ancora visto, dato che le recensioni negative mi hanno tenuto un po' lontano dal film, ma visto che mi hai messo questa pulce nell'orecchio lo recupererò al più presto. - 60 - Come mai dopo Il gatto nero hai abbandonato la fiction dedicandoti al documentario? D opo Il gatto nero ho fatto l'aiuto e il regista degli effetti speciali a Due occhi diabolici e La sindrome di Stendhal di Dario Argento, e ho anche diretto tre documentari di un paio d'ore l'uno sulle attività del mio amico regista. Non ho fatto più film perché intorno al 1992 tutte le distribuzioni (italiane e statunitensi) che c'erano e che conoscevo bene hanno cominciato a chiudere o a fallire e quindi gli sbocchi utili sono tutti spariti. C'è stata una crisi lavorativa tremenda e allora, vedendo la piega che stavano prendendo gli eventi, per campare mi sono dedicato completamente al Profondo rosso store che invece andava bene. E ho continuato a farlo, perché a me stare al Profondo rosso store piace moltissimo. Poi nel 2001 ho fondato anche la casa editrice di Profondo Rosso e ho iniziato a fare i libri sul cinema (siamo arrivati al sessantesimo vol- «Nel frattempo ume). Ho aperto anche la rivista mensile il cinema che Mysterio e quella bimestrale Archeologia proibita, entrambe in vendita nelle facevo io in edicole. Le riviste e i libri sono andati Italia era sparito, bene fin dal principio, e a quel punto morto e sepolto» non mi interessava più di fare del cinema, anche perché nel frattempo il cinema che facevo io in Italia era sparito, morto e sepolto. Così ho continuato con quelle attività letterarie che a me piacciono comunque tanto. Sono tornato dietro la macchina da presa solo per un paio di - 61 - videoclip, nel 2005 (Panico, su Cinecittà e sul cinema di genere) e nel 2007 (Marta la cornacchia del Cantautore Macabro Mauro Petrarca, cantante che a me piace molto e che grazie proprio a quel mio video è arrivato al programma X-Factor su Raidue). Ma aver fatto quasi cento libri (contando anche quelli dedicati all'archeologia misteriosa) tra il 2001 e il 2008 non mi sembra proprio un risultato da poco, no? C'è qualche altro mio lavoro nel cinema che mi ricordo e che non viene citato mai (e forse è meglio così!): ho scritto i dialoghi italiani di diversi film, tra i quali una cosa greca demenziale intitolata Io sono una femmina e un'americana altrettanto demenziale come Ninja – La furia umana. Poi ho fatto il sincronizzatore e l'assistente al doppiaggio di varie pellicole tra le quali Un uomo oggi con Burt Lancaster, che non era un brutto film. Insomma, ho fatto un mucchio di altri lavori, nel cinema, soprattutto agli inizi, tra il 1968 e il 1970, quando volevo imparare il mestiere prima di specializzarmi nella regia. Oggi i giovani infatti si proclamano subito registi. Penso invece che prima bisogna imparare tutta la tecnica che c'è alla base di questo mestiere e poi lo puoi fare per davvero! La penso all'antica, in altre parole. Anche se sono altrettanto convinto che non esiste nessuna scuola che ti insegna a diventare un regista. Registi si nasce, infatti. O lo sei o non lo sei. I l lavoro di documentazione e analisi che hai fatto e stai facendo sul cinema di genere è sicuramente uno dei più completi, dato che riesci a spaziare da Corman alla fantascienza e dallo splatter al cinema d'avventura fantastico. Ho visto entrambi i videoclip che hai citato e devo dire che la - 62 - tua mano si riconosce (soprattutto nell'uso espressionista del colore). Come ti sei approcciato al videoclip? Era una forma narrativa a te nuova? I videoclip mi sono sempre piaciuti e non ho avuto nessuna difficoltà ad accostarmi a questo cosiddetto “nuovo” tipo di linguaggio, anche perché in un certo senso per me è stato solo come un ritorno alle origini, ai miei inizi nel cinema. Infatti già facevo videoclip nei lontani 1967-1968! Se prendi il mio primo film, Il tunnel sotto il mondo, vedi che a un certo punto c'è un inserto di 3 o 4 minuti chiamato Isabell, un sogno, che è appunto un mio videoclip. L'avevo realizzato per illustrare una canzone mia e di un mio amico nel 1966-1967 e poi, in seguito, l'ho inserito in blocco ne Il tunnel sotto il mondo, aggiungendo solo qualche inquadratura a colori qua e là (ma tutte le sue parti in bianco e nero appartengono comunque in realtà al videoclip originale). Allora (1968-1969) mi piaceva tantissimo quel linguaggio visivo tutto surreale e spezzettato. Per la verità quel linguaggio mi è sempre piaciuto (mi piace ancora adesso) però, dovendo in seguito fare del cinema “commerciale” (altrimenti non mi avrebbero più fatto lavorare), ho abbandonato quel modo di esprimermi per passare ad una forma più lenta, più facile e più comprensibile: Appunto, la forma del cinema commerciale degli anni '70. Ma poter tornare nel 2005 a fare videoclip velocissimi e spezzettati come li facevo nel 1968 è stato un po' come risentirmi giovane e tornare alle mie origini, alla libertà degli inizi. - 63 - C ome sceneggiatore, oltre alle già citate collaborazioni con Dario Argento, hai lavorato anche con Joe D'Amato per Paradiso blu e con Lamberto Bava per Shark – Rosso nell'oceano, con l'aggiunta della sceneggiatura di La mano nera - Prima della mafia…più della mafia, film semisconosciuto che vede Michele Placido in una delle sue primissime apparizioni cinematografiche. A vevo conosciuto un bravo organizzatore di film, il caro e compianto Pino Mangogna, sul set di 4 mosche di velluto grigio ed eravamo diventati amici. Con me Mangogna fu poi l'organizzatore de Il vicino di casa e quindi lavorò anche per Dedicato a una stella e per Starcrash. Ci conoscevamo benissimo e ci stimavamo reciprocamente. Un giorno Ugo Valenti (che poi avrebbe prodotto il mio Contamination) ha chiamato Pino Mangogna per organizzargli le riprese di due film di Joe D'Amato da fare a Santo Domingo. Di un film, Voodoo baby, c'era già il copione (anche se ad Aristide non piaceva), mentre del secondo non c'era La locandina di Orgasmo nero niente. Allora Pino Mangogna ha suggerito a Valenti di chiamare me come sceneggiatore, visto che ero bravo ed ero anche suo amico: mi hanno chiesto quindi di scrivergli Paradiso blu. Personalmente non avevo voglia di scrivere una storia del genere, non era nelle mie corde, ma loro (era luglio) hanno - 64 - detto che, oltre a pagarmela, avrebbero pagato un mese di vacanza a me e a mia moglie all'Hotel Sheraton se li avessi seguiti a Santo Domingo per scrivere, una volta lì, un progetto di fantascienza. A quel punto ovviamente ho accettato, ma ho dato da scrivere il copione di Paradiso blu a un mio amico, lo scrittore di fantascienza livornese Gianluigi Zuddas, mentre io ho fatto solo la ripulitura finale di quello che lui aveva scritto (una specie di Laguna blu con la figlia del grande Ingmar Bergman). Ho consegnato il copione, che è piaciuto, e allora Aristide ha chiesto che io modificassi anche il copione del primo film che lui doveva girare, Voodoo baby. Così ho fatto la revisione di questo copione (che in italiano credo si chiami Orgasmo nero o qualcosa del genere), riscrivendo in pratica le scene un giorno prima che Aristide le girasse. Ma la struttura della storia esisteva già, non è mia. Ho passato un agosto di sogno a Santo Domingo, scrivendo tutto sommato ben poco e divertendomi invece moltissimo Il poster originale di Shark – Rosso nell'oceano con Pino Mangogna, Ugo Valenti e anche con lo stesso Joe D'Amato: una vacanza meravigliosa. Ed è stato anche lì che, parlando con Ugo Valenti, è nato il progetto di quello che poi sarebbe stato Contamination (che però - 65 - finimmo per girare in Colombia invece che a Santo Domingo, ma questi sono i misteri del cinema). Shark – Rosso nell'oceano è nato da Sergio e Luciano Martino, i quali mi hanno chiamato perché volevano che scrivessi e dirigessi un film tipo Lo squalo ambientato però a Venezia. Ho scritto un trattamento che in pratica era già tutto il film e loro lo hanno approvato. Poi però Sergio Martino, che doveva fare il produttore, ha abbandonato il progetto per mettersi a fare un film suo e il fratello Luciano ha deciso di sospendere il progetto. Qualche mese dopo lo ha ripreso in mano, ma lo ha voluto fare con pochi soldi: mi ha richiamato e io gli ho scritto una versione più semplice della prima storia, ispirata in buona parte al libro L'incubo sul fondo di Murray Leinster pubblicato su UraLa locandina di nia. A Luciano Martino il mio trattaLa mano nera – Prima mento è piaciuto, però ha voluto fare della mafia… più della mafia il film davvero con quattro soldi e allora ne ha affidato la produzione a Mino Loy, il quale ha deciso di farlo fare come regista a Lamberto Bava, con il quale era in grande amicizia e del quale si fidava ciecamente. Quindi è stato Lamberto a fare il film, scritto da me con l'ultima sezione aggiunta da Dardano Sacchetti. Però a me il film finito non piace molto: eppure ho una grandissima stima di Lamberto come regista, è bravissimo, però questo non mi sembra essere uno dei suoi lavori migliori, forse - 66 - perché magari gli hanno dato veramente troppi pochi soldi per poter riuscire a farlo bene. La mano nera – Prima della mafia… più della mafia è un film ideato, supervisionato e prodotto da Carlo Infascelli, una personalità importante nella storia del cinema italiano, che poi sarà inizialmente il distributore del mio film L'assassino è costretto ad uccidere ancora. Ho conosciuto Carlo (del quale ho un bellissimo ricordo) quando lui aveva già iniziato a girare La mano nera. Il copione c'era già, visto che stavano già girando anche il film, ma Carlo lo voleva modificare in continuazione a seconda di quello che gli chiedevano gli attori. Mi spiego: lui voleva mettere nel film Philippe Leroy, «Carlo mi ma Leroy aveva detto no, non gli piacetelefonava a casa va la sceneggiatura. Allora Carlo gli chiedeva che cosa doveva cambiare nel e mi dava 24 ore copione perché lui accettasse. Leroy madi tempo per gari gli diceva che voleva una scena in cui lui moriva (o scopava, o scappa- aggiungere la va…). E qui entro in scena io, il supervi- scena che Leroy sore aggiunto del copione: Carlo mi telefonava a casa e mi dava 24 ore di aveva chiesto» tempo per aggiungere la scena che Leroy aveva chiesto. Questo per fare un esempio. Eccone un altro, stavolta riferito ad un fatto vero: un pomeriggio mi ha telefonato Carlo dal set, dicendomi che loro avevano girato quello che stava scritto nel copione, solo che unicamente a quel punto si erano accorti che in scena c'era un cadavere appena ucciso dal protagonista, arrivava la polizia e non si accorgeva di niente e lasciava andare il protagonista. Ma perché? - 67 - Come mai non si accorgeva del cadavere visto che era lì sul pavimento? Il copione non lo spiegava, si limitava a lasciare i fatti così e allora Carlo mi ha chiesto: «Luigi, scrivi qualcosa di veloce che spiega perché quando arriva la polizia il cadavere non c'è più, gli sceneggiatori si sono dimenticati di metterlo nel copione». La mia risposta è stata: «Sotto un tavolo c'è una botola e sotto la botola il fiume, così il protagonista apre la botola e butta il cadavere nel fiume, poi apre alla polizia». Ecco tutto il mio lavoro su La mano nera – Prima della mafia… più della mafia. È stato così. Loro mi telefonavano dal set dicendo che c'era questo problema o quest'altro, e io dovevo precipitarmi sul set dove stavano girando per portare una soluzione, una nuova scena, dei dialoghi diversi, il tutto mentre loro già giravano. È stata un'esperienza totalmente folle, mai vissuta un'altra così, ancora oggi, a ripensarci, scoppio a ridere. D eodato si è messo a fare I ragazzi del muretto, Lamberto Bava ha fatto Fantaghirò, Michele Soavi si è dato al poliziesco, insomma, tutti i registi horror sono migrati, seppur costretti da diversi fattori, alla televisione con produzioni non troppo entusiasmanti, lasciando (insieme a produttori e distributori) il cinema di genere in Italia in una condizione a dir poco sfavorevole. Ormai a parte Argento e qualche lungometraggio indipendente, horror e cinema fantastico sembrano aver abbandonato il nostro paese per raggiungere altri lidi… - 68 - T utti i registi che citi (me incluso) hanno lasciato l'horror e il thriller non perché non vogliono più fare i film di questo tipo, ma perché il pubblico di oggi ha smesso di andare a vederli, quindi se sei un regista e non vuoi restare disoccupato (e senza soldi) devi cercare per forza di fare qualcos'altro. E a quel punto qualsiasi cosa, anche una soap in TV, va bene: vedi il caso di Deodato, oppure vedi anche il mio caso che, per non abbandonare il fantastico, ho preferito dedicarmi al Profondo rosso store. Purtroppo questa è la situazione. Di recente sono usciti per esempio quattro film horror tutti molto interessanti quali Il bosco fuori di Albanese, Ghost son di Bava, La terza madre di Argento e Il nascondiglio di Avati, eppure sono stati tutti e quattro dei grossi flop economici al botteghino. Siccome il loro insuccesso commerciale è stato decretato dal pubblico che non è andato a vederli, è evidente che gli spettatori di oggi preferiscono vedere film di genere diverso, questa è la realtà, perché durante quest'annata diversi film italiani di altro genere hanno riscosso ottimi risultati. Quindi è l'horror italiano che non attira più la gente. Negli anni '60 e '70 c'erano abbastanza spettatori per i film di genere horror, mentre oggi no, o meglio, oggi ci sono numerosi giovani appassionati che una volta non c'erano, ma comunque gli appassionati che ci sono oggi sono in ogni caso troppo pochi per contribuire a decretare il successo dei nuovi film di questo tipo. Purtroppo. E così in Italia il cinema thriller/horror sta per sparire: ma, lo ribadisco, è il pubblico che ha voluto decretare questa scomparsa. Film come Il bosco fuori, La terza madre, Il nascondiglio e Ghost son evidentemente non attirano più gli spettatori. - 69 - P U arlando delle figure fondamentali che stanno attorno ad ogni regista, parlami dei montatori con cui hai collaborato… n montatore può cambiare un film, perché è lui che ne decide il ritmo, lo spostamento di alcune scene, l'eliminazione o il taglio parziale di altre (ovviamente sempre d'accordo con il regista). Un film discreto montato da un bravo montatore diventa un buon film, un film discreto montato da un cattivo montatore diventa un film mediocre. Prendete per esempio i film di Dario Argento: finché ha avuto al suo fianco quel montatore eccezionale che è Franco Fraticelli, i film di Dario sono secchi, vibranti, tesi, quando Dario ha smesso di lavorare con Fraticelli, il suo «Quando Dario ha cinema è cambiato, diventando molto più lento, a volte persino quasi noioso. smesso di lavorare Io ho cominciato a lavorare nella pubcon Fraticelli il suo blicità e nei documentari a Milano con un montatore che si chiamava Alberto cinema è cambiato, Moro, bravissimo, grande amico, che è diventando molto morto purtroppo nel 2006. Insieme abbimontato Le Fiabe Sonore dei più lento, a volte amo Fratelli Fabbri che ancora si vendono persino quasi nelle edicole, poi il Pinocchio con Paolo noioso» Poli, anch'esso che ancora si vende. Erano un centinaio di dischi e Alberto era straordinario nel montare quei programmi, perche erano solo sonori. Moro amava anche fare l'attore, aveva recitato in una parte nel bel film sulla Resistenza, La mano sul fucile, e poi io - 70 - gli ho fatto fare ben tre ruoli nel mio primo film, di cui però Alberto non ha curato il montaggio. Quando sono venuto a Roma, ho fatto venire nella capitale anche Alberto perche montasse lui i miei primi lavori. È stato fondamentale per dare ritmo e incisività a Il vicino di casa. Poi l'ho voluto ancora per L'assassino è costretto ad uccidere ancora, dove ha dato il taglio giusto alle scene alternate. In seguito con Moro ho fatto la mia riedizione colorizzata di Godzilla. Altro grande montatore è stato Sergio Montanari, con il quale ho fatto Starcrash, i due Hercules e Paganini horror. Montanari è stato uno dei migliori montatori del cinema comico italiano, ha fatto film con Monicelli, Pozzetto, Villaggio e Pietro Germi. Germi è un regista che adoro, eravamo grandi amici, grandi appassionati di calcio, andavamo allo stadio insieme. Purtroppo anche lui è morto qualche anno fa. Poi ho lavorato con Baragli, che è il montatore di Sergio Leone, un tecnico che ha il ritmo nel sangue, che sa come far muovere le immagini, un maestro, come del resto Leone insegna. Infine ho lavorato con Franco Fraticelli, perfetto per il thrilling, persona squisita dotata di uno straordinario senso del giallo e della tensione. Ha montato la serie di Turno di notte e il mio film finale, The black cat. Lo ripeto, i montatori sono fondamentali nel dare il giusto ritmo a un film, sono collaboratori preziosissimi di ogni regista e in qualche caso sono perfino meglio del regista. Chi è appassionato di cinema lo deve sapere. P arlando di Starcrash, hai detto di aver fatto un uso espressionista del colore. In realtà questo è uno dei tuoi marchi di fabbrica dato che in tutti i tuoi film - 71 - possiamo riscontrare che le tue erano scenografie di luce e colore, cosa strana per un paese come l'Italia. Com'è stato il rapporto con i tuoi direttori della fotografia? I direttori della fotografia sono molto convenzionali. Hanno paura di usare colori accesi, tinte forti, perché in genere nel cinema di oggi si usano poco, mentre invece per il mio cinema di fantasia sono fondamentali, così ho dovuto insistere non poco per convincerli a fare come volevo. Ma ci sono sempre riuscito. Per Il tunnel sotto il mondo ho avuto come operatore il giovanissimo e bravissimo milanese Piergiorgio Pozzi, un pubblicitario, che poi ho portato come operatore di macchina in L'assassino è costretto ad uccidere ancora e per le mie riprese aggiunte nella metropolitana milanese di 4 mosche di velluto grigio. Per L'assassino è costretto ad uccidere ancora ho avuto come direttore delle luci Riccardo Pallottini, morto in un incidente aereo mentre girava un film nelle Filippine con Margheriti. Ma a metà film Pallottini se ne è andato ed è venuto a sostituirlo il bravissimo Franco Di Giacomo, suo cognato, che conoscevo benissimo perché avevamo lavorato insieme già in 4 mosche di velluto grigio. Franchino Di Giacomo è una persona stupenda e un bravissimo professionista. Per La portiera nuda ho lavorato con Roberto Girometti, giovane ed esuberante, con il quale poi ho anche realizzato la sequenza dello “starcrash” finale nel mio film. Per Dedicato a una stella il produttore Assonitis mi ha dato il suo operatore di fiducia, Roberto D'Ettorre Piazzoli, che è bravissimo e con il quale mi sono trovato molto bene, tanto che l'ho ripreso per fare Starcrash. - 72 - Il direttore della fotografia di Contamination l'ha invece voluto scegliere il produttore, Carlo Mancini, che ne ha scelto uno molto bravo, Pino Pinori. In questo film non c'è la solita fotografia colorata, un po' perché non era adatta alla storia e un po' perché Mancini non me l'ha fatta fare. Voleva che il film fosse una storia iperrealistica, più alla James Bond. Mancini infatti detestava la fantascienza e non la capiva: ho avuto molte discussioni con lui su quel film, anche se alla fine sono riuscito a fare quasi tutto quello che volevo. Poi a Santo Domingo ho conosciuto l'operatore di Aristide Massaccesi, che allora era Alberto Spagnoli, bravo e simpaticissimo, e cosi quando ho fatto gli Hercules ho preso lui, con grande soddisfazione. In seguito purtroppo Alberto si è ammalato ed è morto. Per Paganini horror ho preso Franco Lecca, che avevo conosciuto una sera durante una cena. È un operatore bravissimo e molto educato, mi era piaciuto ed è stato un piacere lavorare con lui. Ora lavora agli sceneggiati in TV. Per Turno di notte Lamberto Bava, che ha iniziato la serie, aveva preso Pasquale Rachini, che è il direttore della fotografia di Pupi Avati. Rachini è una persona squisita ed è bravissimo con le luci colorate, così ho fatto tutto con lui Turno di notte con estrema soddisfazione. Poi avrei voluto Rachini per Paganini horror ma lui era impegnato e allora ho preso Lecca. Per il film successivo (The black cat) però ho preso di nuovo Rachini e lui ha fatto un lavoro bellissimo, eccezionale. E poi ho avuto un operatore di macchina che ho chiamato tutte le volte che ho potuto, perché era bravissimo e quando mi diceva una cosa su un'inquadratura, mi fidavo ciecamente di lui. Era Franco Bruni, uno dei più grandi operatori di macchi- 73 - na del cinema italiano, un tecnico che va certamente ricordato. S R torico del cinema fantastico, regista, sceneggiatore, scrittore, curatore di effetti speciali. Cosa ti è piaciuto fare di più? isposta difficile: mi piace fare ciascuna di queste cose e se tutte insieme, meglio. Fare il regista comunque è una lotta, devi combattere con una marea di stronzi che parlano ma non capiscono niente. Idem per le sceneggiature. Scrivere per i libri invece è meglio, c'è più libertà. E soprattutto ci sono meno stronzi intorno. T C ra viaggi intestellari, assassini, storie d'amore, uova aliene, mostri giganti e sangue, siamo giunti alla fine di questa nostra lunga chiaccherata. Scegli tu il finale che preferisci, che sia una frase, un ricordo o un'immagine che ci vuoi lasciare. ielo, che richiesta imbarazzante! Che cosa posso aggiungere in conclusione? Beh, diciamo che il mio è stato un cinema di fantasia che ha fuso letteratura pulp e spettacolo dell'immaginario con uno stile molto da comic book o da graphic novel, in anticipo sui tempi e soprattutto del tutto fuori posto in un paese come l'Italia. Non è un caso se ho quasi sempre lavorato con produttori stranieri. Poi quando anche quella porta si è chiusa alla fine degli anni '80 per la scomparsa delle distribuzioni indipendenti in America, ho smesso. Ma siccome è un “must” che “Cozzilla raids again”, mi sono subito riciclato e ho ricominciato a fare le so- 74 - lite stesse cose (ma sotto un'altra veste) qui al Profondo Rosso, la piccola bottega degli orrori e del fantastico di Roma. E ancora continuo. In altre parole, concludendo, schematicamente la mia vita si può dividere in questi periodi: 1947-1963, infanzia e formazione, prime letture di fantascienza e primi film del genere visti al cinema; 1964-1968, contatti e lavoro nel mondo professionale delle riviste e dei libri di fantascienza in Italia e in America; 1969-1989, esperienze come distributore, regista e sceneggiatore nella televisione, nel cinema e collaborazione con Dario Argento; 1990-2008, l'avventura di Profondo Rosso. Come si vede, non ho fatto altro che questo (fantasia e fantascienza) per tutta la vita. E mi sono sempre divertito. - 75 - Luigi Cozzi e Alice Cooper