Diario - Luces

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Diario - Luces
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Diario
luce e arte
DAN FLAVIN
UN POETA DELLA LUCE
Dal 30 settembre al 12 dicembre Villa Panza
a Biumo, con la mostra Dan Flavin Stanze di Luce fra
Varese e New York , si è trasformata in un meraviglioso
contenitore di installazioni di Luce-Colore.
Negli ambienti dei Rustici, che ospitano normalmente
la collezione permanente, e nelle Grandi Scuderie,
donata al FAI da Giuseppe Panza, sono
temporaneamente ritornate anche le opere
di Dan Flavin, donate dallo stesso mecenate nel 1992 al
museo di New York, per darci una visione più completa
ed emozionante dell’opera dell’artista newyorkese.
di Gisella Gellini, architetto
An Artificial Barrier of blue, red and blue fluorescent light.
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Giuseppe Panza è sicuramente quello che ha dato il contributo maggiore per comprendere
appieno Flavin e la sua arte fatta di
luce, con opere particolari “site - specific”, create sul posto per uno specifico
spazio, stabilendo un contatto diretto tra
l’opera e il visitatore.
Vale, quindi, la pena raccontare brevemente la vita ed il percorso di questo
grande artista.
Dan Flavin, che nasce a Jamaica
nel Queens (sobborgo di New York), il
1 aprile del 1933, può essere considerato un autodidatta: quando ha solo
dieci anni realizza centinaia di disegni a
matita e penna. Fondamentale è stato,
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per la sua vita e la sua carriera artistica, il rapporto con il fratello gemello
David. All’età di quattordici anni i due
ragazzi vengono mandati dal padre in
un seminario di Brooklyn, ma il rapporto
con la religione cattolica, che è sempre
stato piuttosto burrascoso, e i pessimi
voti ottenuti durante l’ultimo anno, lo
spingono ad abbandonare il seminario
e a dedicarsi all’arte, dove trasferirà un
intenso misticismo, che ha forse le sue
radici nell’educazione ricevuta.
Nel 1952 consegue la laurea al Cathedral College dell’Immacolata Concezione di Douglaston, New York; inizia poi a
studiare storia dell’arte alla New School
for Social Research, frequenta la Hans
Hofmann School of Fine Arts per quattro
sessioni, fino al 1956 per seguire poi le
lezioni alla Columbia University.
Il 1961 è senza dubbio una data
fondamentale, forse la più importante,
del suo percorso artistico: è, infatti, in
questo periodo che inizia ad utilizzare
la luce artificiale.
I primi lavori di questo tipo vengono
definiti “icone” e sono costituiti da dipinti quadrati monocromi cui vengono
applicati apparecchi per l’illuminazione.
Non sono tuttavia le prime “icone” ad
imporre Flavin all’attenzione della critica
e del pubblico come uno dei protagonisti
d’avanguardia degli anni Sessanta, ma le
composizioni di pura luce a fluorescenza, cui si dedica dal 1963, servendosi
di semplici e disadorni apparecchi per
l’illuminazione e di tubi fluorescenti di
produzione commerciale.
La maggior parte di queste opere
sono dedicate ad individui ben definiti
o a gruppi di persone, che, in alcuni casi,
hanno ispirato un’intera serie di opere.
Flavin è considerato uno dei massimi
esponenti del Minimalismo insieme ad
artisti quali Carl Andre, Donald Judd, Sol
LeWitt, Robert Morris. Si tratta di artisti
attivi a New York nella seconda metà
degli anni ‘60, che realizzano composizioni tridimensionali grazie all’utilizzo di
materiali industriali, che riproducono in
modo seriale; per quanto riguarda l’uso
minimalista della luce è fonte d’ispirazione la luce elettrica nello spazio urbano,
quella del teatro o del cinema e l’imma-
Untitled (in loving memory of ’Toiny from Leo e Dan).
gine notturna dello Strip americano.
Flavin usa nelle sue opere tubi di luce
a fluorescenza, (esclusivamente di produzione industriale e reperibili allora in
commercio) di quattro diverse lunghezze
(60 cm, 120 cm, 180 cm e 240 cm) e nove
colori possibili, cioè l’azzurro, il verde, il
rosa, il giallo, il rosso e quattro varianti
di bianco; nel 1964, introduce l’utilizzo
anche della luce ultravioletta.
Flavin intuisce che la percezione
dello spazio di una stanza può essere
modificata con installazioni di luce reale che creano però un effetto illusorio:
“... capii che si poteva demolire lo spazio
reale di una stanza e giocarci, grazie
ad un’attenta e precisa composizione
delle apparecchiature d’illuminazione...
Per esempio, inserendo verticalmente
un tubo di luce a fluorescenza all’angolo di una stanza, si può distruggere
quell’angolo grazie alla luce abbagliante
da questa prodotta”.
La breve panoramica che segue si
concentra su alcune delle opere più
significative esposte nella collezione
permanente.
Al primo piano nell’ala dei Rustici,
sempre aperta e visitabile, è conservata la più grande raccolta permanente di
opere di Dan Flavin: si tratta di sei opere
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realizzate tra il 1964 e il 1976, più cinque
realizzate nel 1987. Gli ambienti, in cui tali
installazioni sono state collocate, sono
stati predisposti negli anni Settanta e si
aprono tutti sul Varese Corridor, l’opera
centrale del lavoro di Flavin esposto
permanentemente a Villa Panza.
Entrando nelle stanze dei Rustici si
viene immediatamente in contatto con
la forte comunicatività emotiva dell’arte
di Flavin e ci si rende conto del profondo
misticismo che pervade la sua opera.
La percezione degli ambienti, una
volta che si è al loro interno, è completamente alterata: l’osservatore viene
avvolto dalla luce dell’installazione e
interagisce con essa, diventando parte
integrante dell’opera stessa; gli studi sui
colori compiuti da Flavin creano dei giochi
cromatici particolari.
Uscendo dal primo ambiente si
passa attraverso un corridoio: questo
è stato lasciato privo di illuminazione
per volontà di Giuseppe Panza, che lo
considera come una sorta di “camera
di decompressione” per l’occhio, che
ha qui la possibilità di riposare e di
riabituarsi ad una luce naturale dopo
la forte, e a volte violenta, luminosità
delle lampade fluorescenti.
Entriamo ora nella stanza dove è
esposta l’installazione Untitled (in lo45
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ving memory of ‘Toiny from Leo e Dan)
del 1987, che è costituita in totale da
32 tubi della lunghezza di centoventi
centimetri disposti a scalare e in coppie
orizzontali, in modo da coprire i 3/4 del
perimetro della stanza: quindici lampade
rosa collocate sulla parete lunga opposta all’ingresso, seguite da otto gialle sul
lato più corto e da dieci blu su quello
lungo da cui si entra. La luce prodotta è
molto abbagliante; l’effetto finale è però
totalmente diverso da quello ottenuto
effetto ottico, per il quale sembra che il
pavimento penda verso destra.
Uscendo da questa stanza, attraverso un’apertura, si accede ad un lungo
corridoio in cui si trova l’opera intitolata
Varese Corridor del 1976, anno in cui
l’artista ha soggiornato alla Villa ospite di Giuseppe Panza: una colossale
installazione in cui Flavin utilizza ben
duecentosette tubi di luce a fluorescenza.
Sessantanove sono verdi e lunghi centoventi centimetri, quarantasei sono gialli
Varese Corridor.
solitamente dall’artista, quando usa diverse colorazioni in un unico ambiente,
in quanto la luce che riempie la stanza
è completamente bianca.
Un effetto simile si deve sicuramente
al pavimento dipinto di bianco, e ricoperto con una vernice estremamente
riflettente, che, oltre ad aumentare la
luminosità, crea una superficie specchiata dalla quale vengono completamente assorbite, e quindi annullate, le
colorazioni originarie. La disposizione a
scalare dei tubi produce un particolare
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e i rimanenti novantasei sono rosa, tutti
della lunghezza di sessanta centimetri,
coprendo l’intera lunghezza della galleria, offrono una sensazione di profondità
e creano degli straordinari effetti cromatici che ricordano i colori del giardino; la
luminosità proveniente dalle altre stanze
viene totalmente annullata accendendo
le lampade del Varese Corridor, mentre
alla fine di questo, si crea una luce viola
che altro non è che un’illusione ottica
creata dalla fusione delle lampade sistemate nella galleria.
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Da qui, si accede in un altro ambiente
altamente suggestivo, forse il più espressivo tra quelli presenti a Villa Panza: qui
è installata l’opera Monument for those
who have been killed in Ambush 2/3,
eseguita dall’artista nel 1966 e dedicata
al fratello morto in un’imboscata in Vietnam. Guardando le lampade sovrapposte
nell’angolo della stanza si intravede una
croce capovolta costituita da quattro tubi,
tre della lunghezza di due metri e quaranta centimetri e uno di centosettantacinque
centimetri, tutti di colore rosso; l’effetto
risultante è di un colore rosso intenso che
riempie tutta la stanza e che provoca nel
visitatore una forte sensazione di fastidio,
richiamando alla memoria il sangue, e
quindi la morte.
Queste sensazioni sono state fortemente ricercate dall’artista che cerca di
trasferire al visitatore un senso di disapprovazione per la guerra; le lampade rosse contribuiscono, inoltre, a nascondere
i tratti fisici degli osservatori, rendendoli
uguali gli uni agli altri come dopo la morte.
Sostando per qualche minuto all’interno
della stanza, la percezione della stessa
si modifica gradualmente: le pareti, che
all’inizio sembravano dipinte di rosso,
cambiano la loro colorazione in un arancione rosato molto più rilassante. Questo
cambiamento radicale nella percezione
è dovuto a diversi fattori: innanzitutto, il
pavimento è rivestito della solita vernice
bianca riflettente, poi l’opera è tridimensionale e quindi, “uscendo” dalle pareti,
riesce a coinvolgere più profondamente
lo spettatore.
L’installazione Ultraviolet Fluorescent Light Room è stata acquistata
da Giuseppe Panza nel 1968: si tratta
di un’installazione unica, che provoca
un grandissimo effetto emotivo sullo
spettatore. È costituita da trentanove
tubi di luce ultravioletta disposti in modo da formare delle “L” che segnano in
modo netto quello che è il perimetro della
stanza: in orizzontale sono disposti dei
tubi lunghi un metro e venti centimetri,
mentre quelli in verticale misurano sessanta centimetri; l’effetto ottico che si
viene a formare è quello di una nebbia
che invade totalmente la stanza in modo
da non farne percepire bene le dimen-
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sioni, nonostante la collocazione delle
lampade evidenzi il suo perimetro. La
parete contenuta all’interno della “cornice” formata dai tubi sembra svanire e al
suo posto pare esserci il vuoto. Questo
particolare effetto è sottolineato ulteriormente dal fatto che i tubi non coprono
l’intero contorno della stanza, gli spigoli
restano, infatti, privi di definizione a tal
punto da diventare impercepibili.
Lo stupore che una simile installazione provoca sull’osservatore è tutt’oggi
molto forte, ma nel 1968 aveva causato
un vero e proprio shock: adesso gli effetti provocati dalla luce ultravioletta, le
trasformazioni che questa attua sui colori
sono note, ma alla fine degli anni Sessanta era una novità quasi assoluta.
Uscendo da questa collezione viene da
pensare ai problemi di manutenzione, da
parte del FAI, per la quantità di lampade
usate, ben 333; considerando che la durata media di una lampada è di circa due
anni, dopodichè i margini laterali presentano degli annerimenti e la luce emessa si
fa fioca ed intermittente.Va, inoltre, tenuto
presente che il diametro delle lampade
negli anni Settanta avevano un diametro
di 4 cm, ma oggi si è ridotto raggiungendo
la misura standard di 1,5 cm.
Scendiamo ora al piano terra tra le
opere della mostra temporanea provenienti da New York.
Nella prima stanza a destra, la
Scuderia Piccola, troviamo The nominal three (to William of Ockham), del
1963, che, come dice il titolo, è dedicata
al filosofo medioevale scozzese William
of Ockham. L’opera, è costituita da sei
lampade a tubo bianche montate verticalmente alle parete, in tre gruppi in
successione: una, due, tre lampade di
183 cm a luce fluorescente naturale. Si
rifà alla filosofia di Ockham, nota come
nominalismo, che cerca di spiegare la
sostituzione dell’immaginario religioso
con le realtà più specifiche dell’esperienza fenomenica.
Nella stanza detta “Limonaia” ci troviamo di fronte a An Artificial barrier of
blue, red and blue fluorescent light (to
Flavin Starbuck Judd), opera imponente
del 1968: lunga 14 metri, occupa tutta
la stanza, appartiene alla produzione
delle “Barriere”, strutture lineari di tubi
a fluorescenza intrecciati tra loro che impediscono l’attraversamento dell’opera. I
colori usati da Flavin sono il blu e il rosso;
subito si percepisce il blu come dominante, il rosso è poco visibile. L’artista,
in questo caso, gioca con più colori e
rinforza l’elemento strutturale attraverso
la sovrapposizione di moduli rettangolari
costituiti da tubi fluorescenti, ciascuno
alto circa mezzo metro e largo uno.
che congiungendosi agli altri viene a
costituire una sorta di ipotenusa di un
triangolo, i cui cateti sono rappresentati
dagli altri due tubi. Un tubo rosso di
dimensioni più limitate rispetto a quelli
bianchi è collocato verticalmente rispetto all’ipotenusa, dietro la quale è visibile
anche il sostegno metallico dell’intera
installazione: il risultato del lavoro di
Flavin è un’opera quasi monocroma,
ottenuta dalla combinazione di quattro
differenti gradazioni di bianco, cioè tutte
Monument for those who have been killed in Ambush 2/3.
Nella Scuderia Grande troviamo sette lavori perfettamente ambientati. Fra
questi sono da menzionare, Untitled,
un’opera del 1964, costituita da sette
lampade disposte ad arco sul pavimento, che vuole simboleggiare la nascita
della vita dalla terra e Monument on
the survival of Mrs. Reppin del 1966.
A questa opera viene assegnata una
posizione d’angolo, in cui due tubi a
fluorescenza appesi orizzontalmente si
incontrano. La struttura è ultimata da
un terzo tubo, ancora di luce bianca,
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quelle allora disponibili in commercio, e
dall’inserimento del neon rosso.
La mostra costituisce un’occasione
quasi unica per avere una panoramica
completa dell’opera di Flavin, fermo
restando che la collezione permanente
dei Rustici, così come la chiesa di Santa
Maria Rossa a Milano, ultimo progetto
dell’artista, consentono a chi, come me,
è interessato a comprendere che cosa
è l’arte della luce, di ritornare ogni volta
che lo si desideri per provare sensazioni
sempre diverse.
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