Documento - ALTEMS - Università Cattolica del Sacro Cuore
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CENTRO DI RICERCHE E STUDI IN MANAGEMENT SANITARIO TAVOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA IL RUOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA NELL’EVOLUZIONE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE: SINTESI DEL PRIMO “CHATHAM HOUSE MEETING” A. CICCHETTI PER CONTO DEI MEMBRI DEL TAVOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA DEL CE.RI.S.MA.S. Centro di Ricerche e Studi in Management Sanitario (CERISMAS) c/o Università Cattolica del Sacro Cuore L.go Gemelli, 1 - 20123 MILANO Telefono: 02-72.34.39.07 - Fax: 02-72.34.38.28 - E-mail: [email protected] - Web: www.cerismas.com La struttura del tavolo e i suoi obiettivi Il Ce.Ri.S.Ma.S. ha invitato le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana associate nel Centro a cooperare sulla base di un programma condiviso che prevede attività di ricerca e formazione, progetti sul campo ed eventi mirati alle esigenze di tali istituzioni. Tra le iniziative concordate rientrano una serie di incontri che si realizzano a porte chiuse che intendono favorire una discussione aperta e genuina sui temi strategici della presenza delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana nel sistema sanitario italiano. Nella prima edizione, oltre ai ricercatori Ce.Ri.S.Ma.S., sono stati presenti rappresentanti delle seguenti istituzioni: • • • • • • • • Casa di Cura Columbus Casa Sollievo della Sofferenza, San Giovanni Rotondo Fondazione Don Carlo Gnocchi Fondazione Maddalena Grassi Fondazione Poliambulanza Fondazione San Camillo Ordine Ospedaliero S. Giovanni di Dio Fatebenefratelli, Provincia Lombardo-Veneta Policlinico universitario “A. Gemelli” Nel primo incontro sono stati invitati a partecipare Mons. Carmine Arice, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della Conferenza Episcopale Italiana, un rappresentante dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Age.Na.S.) e un membro del Consiglio Regionale del Lazio. La denominazione scelta per l’incontro, Chatham House Meeting, si ispira al luogo dove si svolgono gli incontri del Royal Institute of International Affairs di Londra. Le regole di ingaggio: metodologia L’incontro del 4 ottobre 2013, presso l’Isola Tiberina, Ospedale Fatebenefratelli, si è svolto secondo la Chatham House Rule. La Chatham House Rule è un principio che governa la confidenzialità della fonte dell’informazione ricevuta durante un meeting. La regola si origina nel giugno 1927 nel Royal Institute of International Affairs inglese, think tank dedicato alle relazioni e alle politiche internazionali. La “regola”, dopo la sua revision ultima del 2002, stauisce che quando un meeting si svolge sotto la Chatham House Rule, i partecipanti sono liberi di usare l’informazione ricevuta ma né l’identità né l’affilizazione dello speaker o di altro partecipante al meeting potrà essere rivelata. Nel caso del tavolo delle istituzioni di ispirazione cristiana, l’adozione di questa regola permette ad ogni membro di esprimere opinioni che hanno carattere personale pur derivante dalla propria esperienza e prospettiva. Le sue opinioni non potranno essere considerate come posizioni ufficiali dell’istituzione a cui appartiene. Tutte le informazioni relative alle risultanze delle discussioni che avvengono nell’assemblea potranno essere liberamente utilizzate dagli altri membri ma mai correlate a chi le ha espresse. Si è concordato che i risultati della discussione potranno essere resi pubblici solo in presenza di un accordo unanime tra i partecipanti e secondo le forme concordate (es. articolo scientifico, documento di posizione, linee guida, etc.). I temi in discussione Il primo “Chatam House Meeting” è stato dedicato all’analisi dell’evoluzione recente del Servizio sanitario nazionale negli attuali scenari del welfare e al ruolo che le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana giocano e potranno giocare in un contesto in piena evoluzione. In particolare le domande proposte agli interlocutori del tavolo e agli invitati hanno riguardato: la sostenibilità dell’attuale modello “universalistico” e le implicazioni sull’equità del sistema sanitario; la presenza o meno di spazi di miglioramento e razionalizzazione in termini di efficacia, appropriatezza ed efficienza; lo scenario dei rapporti tra sistema pubblico e istituzioni non for profit e quelle di ispirazione cristiana, in particolare. L’analisi dello scenario nella prospettiva pubblica Anche grazie alla presenza di rappresentanti del sistema pubblico, è stato possibile ricostruire i trend caratterizzanti il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn). Il Ssn è oggi alle prese con una crisi che lo mette in difficoltà sotto il profilo economico-finanziario minando la possibilità di confermare il modello universalistico che ne ha caratterizzato i primi 35 anni di vita. L’attuale sistema dei LEA garantisce ai cittadini delle Regioni italiane l’accesso ad un pacchetto di servizi molto ampio con l’esclusione di alcune prestazioni elencate nelle tabelle allegate al DPCM del 2001 che li definisce. L’aggiornamento al DEF (Documento di Economia e Finanza), per la prima volta, parla di svolta verso un modello universalistico di tipo “selettivo” come risposta alle nuove condizioni di finanza pubblica. Lo stesso DEF ridefinisce lo scenario delle risorse disponibili (Tabb. 1 e 2). Tabella 1. Spesa sanitaria (2009-2012) Valori in Migliaia di Euro. Fonte: DEF 2013 Tabella 2. Previsione della spesa sanitaria (2013-2017 Valori in Migliaia di Euro. Fonte: DEF 2013 Le tabelle mostrano che le risorse per l’Ssn tra il 2011 e il 2012 si sono ridotte per la prima volta dopo 20 anni di crescita della spesa sanitaria a tassi medi del 4,5%/anno. Per gli anni a venire la crescita si assesterà sotto il 2%/anno con risorse su PIL in decrescita (dal 7,1% al 6,7%). La transizione verso un sistema universalistico di tipo “selettivo” non implica però necessariamente un “razionamento” dei servizi per i cittadini. La direzione che governo centrale e Regioni sembrano aver imboccato mira alla razionalizzazione dei processi di erogazione dei servizi nella convinzione che un utilizzo più razionale delle risorse possa riportare il sistema verso l’equilibrio. Questo impegno sembra caratterizzarsi per tre aspetti: una rigida politica di controllo e monitoraggio della spesa e del rispetto dei LEA da parte delle Regioni con particolare riferimento alle Regioni in piano di rientro; la definizione di standard organizzativi nazionali nel rispetto delle autonomie del sistema federale, per giungere ad un sistema di offerta maggiormente equilibrato e capace di assicurare qualità delle cure ed efficienza; la verifica del rispetto degli standard organizzativi e la misurazione delle performance di sistema, con particolare riferimento agli esiti. Per l’adozione di questo approccio è ritenuto indispensabile definire i LEA come una “lista positiva” di prestazioni sanitarie da garantire ai cittadini, governando con attenzione l’inserimento degli stessi all’interno del “pacchetto” sulla base di evidenze scientifiche robuste e attraverso processi di scelta condivisi con i principali portatori di interesse. L’idea di fondo è quella di adottare lo stesso rigore che si segue nelle decisioni di rimborsabilità dei farmaci, anche nelle decisioni di rimborsabilità di procedure diagnostico terapeutiche sia livello ospedaliero che extra ospedaliero. Una volta giunti alla definizione del pacchetto di benefici da riconoscere ai cittadini, è necessario governare in modo molto selettivo le modalità di erogazione dei servizi individuando standard organizzativi condivisi e rispettati dalle Regioni. Aldilà della disciplina imposta alle Regioni in piano di rientro, l’adozione del Decreto Ministeriale sugli standard organizzativi, proposto recentemente sotto il ministero Balduzzi, e mai adottato, permetterebbe di reindirizzare il sistema verso una maggiore efficacia ed efficienza. Il decreto, infatti, tende ad individuare: standard dimensionali per le strutture (es. eliminazione dei piccoli ospedali, dimensione minima per gli ospedali privati accreditati); standard di dotazioni per i servizi rispetto alla popolazione (es. nuovo standard di 3,7 posti letto per 1000 abitanti; fissazione di standard minimi e massimi dimensionali per disciplina; ecc.); standard di volumi prestazionali per garantire gli esiti (es. numero minimo di parti per ogni punto nascita); Il governo del sistema si baserebbe su un meccanismo di “indirizzo” fondato su standard dimensionali e operativi ed un meccanismo di controllo, fondato sulla valutazione degli esiti conseguiti. Per questo sarebbe necessario recuperare una capacità di programmazione dell’offerta che è presente in misura molto variabile nelle diverse Regioni. Secondo i rappresentanti delle istituzioni pubbliche intervenuti nel tavolo, le Regioni che oggi affrontano rigidi Piano di rientro dal deficit, scontano una sostanziale incapacità di controllare la crescita dell’offerta in un quadro di programmazione globale delle risorse. Nel mezzo si inserisce un sistema d’offerta la cui componente pubblica “mostra la corda”. In molte Regioni sono diverse le strutture pubbliche che non sono in grado di rispettare gli attuali parametri infrastrutturali, tecnologici e organizzativi per l’accreditamento. Per queste ragioni anche gli interlocutori del sistema pubblico intervenuti auspicano la presenza di un settore privato disponibile ad erogare servizi in un quadro di programmazione nazionale e regionale posta a salvaguardia della tutela della salute dei cittadini. L’esperienza passata, soprattutto in alcune Regioni, ha messo in evidenza l’importante contributo fornito dagli erogatori privati, siano essi for profit e non for profit. In molti casi le strutture con natura giuridica privata hanno rappresentato e rappresentano esempi di eccellenza sia in termini di efficacia che di efficienza. In questo quadro si ritiene auspicabile adottare forme di collaborazione avanzata tra pubblico e privato non solo nella funzione di erogazione dei servizi sanitari ma anche nella funzione di tutela della salute sull’esempio della comunità di quanto sperimentato in Spagna prezzo la Comunidad Valenciana. Le implicazioni del nuovo scenario per le istituzioni sanitarie di ispirazione Cristiana In questo quadro le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana sono chiamate a rinnovare e rafforzare il proprio ruolo messo a rischio dalle tensioni finanziarie ma anche da istanze ideologiche che tendono a marginalizzare il contributo del settore privato e di quello di ispirazione cristiana, più in particolare, nell’ambito del sistema sanitario pubblico. La presenza di tali istituzioni nell’ambito del Servizio sanitario nazionale è, al momento, di assoluto rilievo. Sono presenti in 15 Regioni italiane con 45.000 posti letto, due policlinici universitari, 24 ospedali classificati, 12 Irccs, 4 presidi sanitari e oltre 200 tra strutture per acuti, riabilitative, RSA e istituzioni di servizio domiciliare. Sono 70.000 gli operatori sanitari e 8000 i medici operanti in queste istituzioni (Fonte: Intervento di Don Carmine Arice, Convegno CEI - Roma 1 giugno 2013). Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana fondano la rivendicazione del proprio ruolo nel sistema in ragione della reale attuazione del principio di sussidiarietà che assegna un ruolo paritetico ad erogatori pubblici e privati nell’ambito di un sistema di tutela della salute che sia efficace, efficiente, equo e sostenibile. Il ruolo che tali istituzioni oggi intendono giocare non si limita alle attività ospedaliere per acuti e in riabilitazione, ma si estende in tutti comparti dell’assistenza anche territoriale e domiciliare. La possibilità di giocare il ruolo che la tradizione e i bisogni assegnerebbero a tali istituzioni, è messa in discussione da due fattori: in primo luogo della mancanza di un processo di programmazione chiaro e condiviso che permetta l’individuazione di un ruolo per tali istituzioni che sia, da un lato, funzionale ai bisogni espressi dai territori di riferimento e, dall’altro, sia coerente con la missione delle singole istituzioni; in secondo luogo, e di conseguenza, la mancanza di regole chiare per l’allocazione delle risorse secondo orizzonti temporali idonei a garantire a tali istituzioni di impostare una propria programmazione in coerenza con i carismi e con le competenze in esse presenti. Queste condizioni di criticità stanno mettendo in forte difficoltà la gestione di molti istituzioni che, soprattutto negli ultimi anni, si trovano a fronteggiare crisi economico-finanziarie spesso profonde. In relazione a questo scenario, sono emerse alcune linee di indirizzo per il cambiamento. Alcune di queste sono già ampiamente percorse negli ultimi anni, altre, invece ancora da sperimentare. Nuovi modelli di governance e di management La prima risposta adottata da parte delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana in presenza degli scenari sopra descritti ha riguardato la modifica degli assetti di governance e l’adozione di nuovi modelli manageriali. Anche se le soluzioni per la governance adotatte appaiono differenziate, è emersa l’esigenza di separare la gestione dell’istituzione sanitaria dal resto delle attività della congregazione (o altra espressione ecclesiale) ricorrendo al modello giuridico della Fondazione. Tutto questo viene realizzato senza perdere di vista la natura “pastorale” delle attività delle congregazioni o dei gruppi di religiosi/religiose connaturata nelle attività sanitarie realizzate nell’ambito delle Fondazioni corrispondenti. Di per sé, “la qualità è pastorale”, e una buona gestione è una delle condizioni fondamentali per conseguire l’impatto positivo che viene ricercato. Una risposta ampiamente condivisa da molte istituzioni sanitarie è quella della così detta “laicizzazione della gestione”. Alcune congregazioni religiose hanno totalmente affidato le responsabilità manageriali a persone dotate di esperienza gestionale ma che non provengono dalle fila delle congregazioni. In altri casi questa “laicizzazione” è stata parziale e il management strategico è condiviso tra religiosi e laici. La ricerca di una nuova identità nel solco della tradizione In questi ultimi anni, le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, anche grazie al ricorso a queste nuove formule di governo e di gestione, hanno migliorato i propri processi assistenziali sia sotto il profilo dell’efficacia che dell’efficienza. Non sempre però questi sforzi hanno trovato riscontro nelle decisioni allocative del sistema pubblico; né tantomeno i meccanismi di finanziamento (prevalentemente a prestazione) hanno assicurato un adeguato riconoscimento finanziario al differenziale qualitativo assicurato in molti contesti. Il mancato riconoscimento di quel “di più” che ogni istituzione ritiene di poter dare al sistema sanitario pubblico, è secondo molti legato anche alla “cattiva pubblicità” che ha colpito il mondo della sanità cattolica per effetto di casi di cronaca e di mala gestione non certo edificanti. Si ritiene, però, indispensabile trovare una strada per ottenere il riconoscimento di questo differenziale, che certamente esiste, ma che non è facilmente identificabile e misurabile. La prima linea di azione sembra proprio quella di “definire” in modo più puntuale la natura e le caratteristiche delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana e il loro ruolo e missione nell’ambito del sistema pubblico. Sotto questo profilo il dibattito ha restituito due diverse prospettive di azione. Secondo una prima prospettiva è necessario recuperare la propria identità tornando al ruolo che queste istituzioni avevano nel passato: agli inizi, infatti, tali istituzioni hanno svolto un ruolo “sostitutivo” del sistema pubblico inattivo o addirittura inesistente nella tutela della salute. Il settore pubblico è oggi presente nella maggior parte dei livelli di assistenza, spesso con buoni risultati, ma risulta carente in quegli ambiti dove è fondamentale affiancare all’aspetto tecnico-professionale anche quello umano e sociale (es. assistenza domiciliare), le istituzioni di ispirazione cristiana sarebbero chiamate a coprire quegli spazi. In questo senso l’identità e il ruolo sono legate alla natura dei servizi erogati; il sistema delle istituzioni di ispirazione cristiana dovrebbe concentrare la sua attività in prestazioni “periferiche” andando ad intercettare bisogni espressi da gruppi della popolazione fragili o che comunque rimangono ai margini del sistema pubblico. Se da un lato questa soluzione permetterebbe di identificare chiaramente il ruolo nell’ambito del sistema e forse permetterebbe di ottenere un più chiaro riconoscimento (anche economico) per tale ruolo, il rischio è che in termini dimensionali e di impatto (anche pastorale) questo mondo risulti globalmente depotenziato. La seconda prospettiva, invece, suggerisce che le istituzioni di ispirazione cristiana trovino una propria identità nella peculiare modalità di erogazione delle stesse prestazioni che già eroga il pubblico. In questo caso il ruolo è pienamente sussidiario in senso orizzontale rispetto al sistema pubblico e gli spazi di sviluppo appaiono certamente più ampi. Specularmente con la prospettiva precedente, in questo caso le istituzioni di ispirazione cristiana si troverebbero in competizione sulle risorse con le strutture pubbliche e per questo avrebbero bisogno di segnalare con chiarezza il valore differenziale generabile a favore dei pazienti e dei cittadini. Pur nella loro diversità le prospettive di sviluppo delineate non sono ritenute mutualmente esclusive. Il servizio offerto per rispondere ai bisogni sanitari oggi più trascurati (es. al domicilio con i bambini con grave disabilità o i malati HIV o terminali), non necessariamente è alternativo rispetto al tentativo di raggiungere l’eccellenza anche nel servizio ai pazienti negli ospedali per acuti. Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana hanno dimostrato di poter operare con successo in entrambi i contesti e la possibilità di integrare le diverse prospettive e i diversi ambiti di azione in servizi integrati tra ospedale e territorio può rappresentare una ulteriore traiettoria di sviluppo. Gli strumenti per una “competizione leale ed efficace” Sia che si scelga la prima o la seconda tra le due strade sopra tracciate, alcune azioni sembrano indispensabili. Si ritiene necessario incorporare in maniera efficace i valori distintivi che animano queste istituzioni in tutti i processi operativi aziendali soprattutto nelle aree critiche, quali la gestione del personale assistenziale per conseguire comportamenti organizzativi che siano caratterizzati da umanizzazione ed accoglienza oltre che da professionalità e competenza tecnica. Questo percorso appare fondamentale anche in considerazione della progressiva laicizzazione della forza lavoro; I fattori distintivi dovrebbero poter essere resi oggettivi nell’ambito di sistemi di accreditamento istituzionale o, in alternativa, in modelli di accreditamento volontario appositamente definiti per cogliere dimensioni della gestione che oggi sfuggono ai sistemi attualmente adottati. E’ in ultimo necessario promuovere l’implementazione dei modelli di valutazione delle performance organizzative attualmente adottate dal sistema pubblico e che oggi sono orientati prevalentemente ad indicatori di processo e output (es. sistema del bersaglio adottato in diverse Regioni) e di esito (es. il Piano nazionale esiti), con sistemi di indicatori specifici in grado di catturare i fattori distintivi e qualificanti dell’azione delle istituzioni di ispirazione cristiana, mettendo cioè in evidenza l’umanizzazione delle cure, l’accoglienza, l’empatia di medici ed infermieri nei confronti dei pazienti e così via. Ottenere il riconoscimento Nell’ambito del dibattito è emerso in maniera forte il tema della sopravvivenza e del finanziamento. Proprio in una prospettiva di breve periodo, nelle more di un cambiamento di rotta del sistema pubblico, molte istituzioni hanno ricercato il riconoscimento economico delle proprie attività rivolgendosi ad altri comparti. In buona sostanza se il riconoscimento del differenziale di qualità e umanizzazione non proviene attraverso risorse pubbliche, è forse necessario rivolgersi ad altri comparti che sono in grado di valorizzare questa differenza. Molte istituzioni, infatti, ritengono che l’ampliamento delle fonti del finanziamento dal solo pubblico a forme privatistiche di copertura delle spese sanitarie dei cittadini, possa rappresentare una risposta sia di breve che di lungo periodo. Secondo alcuni, infatti, l’unica via percorribile per garantire sopravvivenza e sviluppo è proprio nell’offerta di servizi attraverso meccanismi di carattere assicurativo e mutualistico. Questa linea di azione consentirebbe, tra l’altro, di raccogliere fondi da gruppi di popolazione in grado di finanziare di tasca propria l’assistenza, fondi poi utilizzabili per realizzare quelle opere di carità e misericordia considerate la parte centrale della missione delle istituzioni cristiane. Una strategia comune per incidere sulla programmazione La strada della collaborazione tra istituzioni di ispirazione cristiana è uno dei fattori considerati strategici per la sopravvivenza e lo sviluppo. L’idea di fare “rete” e ricercare sinergie sia sotto il profilo politico che sotto quello operativo è presente nei dibattiti e nelle proposizioni già da molto tempo. La traduzione di questa semplice idea in una strategia comune e in azioni concrete è giudicata ancora insufficiente. Gli organismi istituzionalmente deputati a creare collegamenti e sinergie non appaiono sufficienti ad un reale cambio di passo. Iniziative come quella promossa da Ce.Ri.S.Ma.S., rispondono a una specifica esigenza di cooperazione sia sul fronte dello sviluppo delle competenze manageriali delle strutture che su quello dello sviluppo di logiche e strumenti manageriali al passo con i tempi. Tale esigenza, oggi avvertita in modo chiaro dalle istituzioni del tavolo, non aveva nel passato trovato adeguate risposte e l’opportunità di condivisione e cooperazione si sono spesso arenate di fronte a reciproci sentimenti di diffidenza. In molti avvertono anche l’esigenza di presentarsi come un fronte compatto di fronte al programmatore pubblico con la possibilità di esprimere orientamenti “politici” comuni. L’idea che sembra prendere corpo è quella dell’utilità di un nuovo rapporto e una nuova interlocuzione con l’Ssn che porti le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana ad intervenire in modo unitario e deciso anche sui tavoli della programmazione sanitaria. Questo presupporrebbe l’abbandono dell’atteggiamento rivendicativo in qualche caso adottato, confermando invece l’interesse a ragionare con il sistema pubblico anche in termini di ri-progettazione dell’offerta di servizi sulla base delle esigenze condivise nell’ottica della valorizzazione della presenza delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana nel Ssn. Conclusioni Gli spunti per la discussione offerti da Ce.Ri.S.Ma.S. e la formula adottata sembrano essere stati apprezzati dai partecipanti al tavolo. Tutti hanno concordato sull’opportunità di replicare l’esperienza di un dibattito aperto e franco che, nella prima occasione, ha riguardato una tematica fin troppo ampia. Infatti si è avvertita l’esigenza, per le future occasioni, di porre sul tavolo temi circoscritti e specifici in modo tale da poter affrontare globalmente e compiutamente tutte le sfaccettature della problematica affrontata. Rimane da definire la modalità per la diffusione dei risultati emergenti dal dibattito pur esistendo già una forte convergenza sulla possibilità di adottare la formula dell’articolo scientifico su una rivista nazionale di settore in lingua italiana. Autori e ringraziamenti Il presente documento è stato redatto da Americo Cicchetti che ha sintetizzato e ordinato quanto emerso dalla discussione del 4 ottobre 2013 che ha visto la partecipazione dei seguenti rappresentanti del Tavolo di lavoro istituito da Ce.Ri.S.Ma.S. con le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana associate nel Centro. Hanno contribuito alla discussione: Stefano Baraldi, Università Cattolica del S. Cuore, Direttore Ce.Ri.S.Ma.S.; Andrea Belloli, Fatebenefratelli; Massimo Bufacchi, Ufficio del Lavoro Sede Apostolica; Antonella Cifalinò, Vice-Direttore Ce.Ri.S.Ma.S.; Pasquale Chiarelli, IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza; Giuseppe Di Ponzio, Fondazione Opera S. Camillo; Giacomo Frittoli, Ricercatore Senior Ce.Ri.S.Ma.S.; Maurizio Guizzardi, Policlinico “A. Gemelli”; Gianbattista Martinelli, Fondazione Don Gnocchi; Maurizio Marzegalli, Fondazione Maddalena Grassi; Alessandro Pirola, Casa di Cura Columbus; Alessandro Signorini, Fondazione Poliambulanza; Fra Massimo Villa, Fatebenefratelli; Enrico Zampedri, Fondazione Poliambulanza. Si ringraziano i graditi ospiti che hanno contribuito con le loro riflessioni alle attività del tavolo: Mons. Carmine Arice, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute (CEI), Fulvio Moirano, Direttore di Age.Na.S. (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), Teresa Petrangolini, Consigliere Regionale del Lazio. L’estensore del documento desidera ringraziare Stefano Baraldi primo revisore del documento.