Documento - ALTEMS - Università Cattolica del Sacro Cuore

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Documento - ALTEMS - Università Cattolica del Sacro Cuore
CENTRO DI RICERCHE E STUDI IN MANAGEMENT SANITARIO
TAVOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA
IL RUOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE DI ISPIRAZIONE
CRISTIANA NELL’EVOLUZIONE DEL
SERVIZIO SANITARIO
NAZIONALE:
SINTESI DEL PRIMO “CHATHAM HOUSE MEETING”
A. CICCHETTI
PER CONTO DEI MEMBRI DEL
TAVOLO DELLE ISTITUZIONI
SANITARIE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA DEL
CE.RI.S.MA.S.
Centro di Ricerche e Studi in Management Sanitario (CERISMAS)
c/o Università Cattolica del Sacro Cuore
L.go Gemelli, 1 - 20123 MILANO
Telefono: 02-72.34.39.07 - Fax: 02-72.34.38.28 - E-mail: [email protected] - Web: www.cerismas.com
La struttura del tavolo e i suoi obiettivi
Il Ce.Ri.S.Ma.S. ha invitato le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana associate nel Centro a cooperare
sulla base di un programma condiviso che prevede attività di ricerca e formazione, progetti sul campo ed
eventi mirati alle esigenze di tali istituzioni.
Tra le iniziative concordate rientrano una serie di incontri che si realizzano a porte chiuse che intendono
favorire una discussione aperta e genuina sui temi strategici della presenza delle istituzioni sanitarie di
ispirazione cristiana nel sistema sanitario italiano.
Nella prima edizione, oltre ai ricercatori Ce.Ri.S.Ma.S., sono stati presenti rappresentanti delle seguenti
istituzioni:
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Casa di Cura Columbus
Casa Sollievo della Sofferenza, San Giovanni Rotondo
Fondazione Don Carlo Gnocchi
Fondazione Maddalena Grassi
Fondazione Poliambulanza
Fondazione San Camillo
Ordine Ospedaliero S. Giovanni di Dio Fatebenefratelli, Provincia Lombardo-Veneta
Policlinico universitario “A. Gemelli”
Nel primo incontro sono stati invitati a partecipare Mons. Carmine Arice, Direttore dell’Ufficio Nazionale per
la Pastorale della Salute della Conferenza Episcopale Italiana, un rappresentante dell’Agenzia Nazionale
per i Servizi Sanitari Regionali (Age.Na.S.) e un membro del Consiglio Regionale del Lazio.
La denominazione scelta per l’incontro, Chatham House Meeting, si ispira al luogo dove si svolgono gli
incontri del Royal Institute of International Affairs di Londra.
Le regole di ingaggio: metodologia
L’incontro del 4 ottobre 2013, presso l’Isola Tiberina, Ospedale Fatebenefratelli, si è svolto secondo la
Chatham House Rule. La Chatham House Rule è un principio che governa la confidenzialità della fonte
dell’informazione ricevuta durante un meeting. La regola si origina nel giugno 1927 nel Royal Institute of
International Affairs inglese, think tank dedicato alle relazioni e alle politiche internazionali.
La “regola”, dopo la sua revision ultima del 2002, stauisce che quando un meeting si svolge sotto la
Chatham House Rule, i partecipanti sono liberi di usare l’informazione ricevuta ma né l’identità né
l’affilizazione dello speaker o di altro partecipante al meeting potrà essere rivelata.
Nel caso del tavolo delle istituzioni di ispirazione cristiana, l’adozione di questa regola permette ad ogni
membro di esprimere opinioni che hanno carattere personale pur derivante dalla propria esperienza e
prospettiva. Le sue opinioni non potranno essere considerate come posizioni ufficiali dell’istituzione a cui
appartiene. Tutte le informazioni relative alle risultanze delle discussioni che avvengono nell’assemblea
potranno essere liberamente utilizzate dagli altri membri ma mai correlate a chi le ha espresse.
Si è concordato che i risultati della discussione potranno essere resi pubblici solo in presenza di un accordo
unanime tra i partecipanti e secondo le forme concordate (es. articolo scientifico, documento di posizione,
linee guida, etc.).
I temi in discussione
Il primo “Chatam House Meeting” è stato dedicato all’analisi dell’evoluzione recente del Servizio sanitario
nazionale negli attuali scenari del welfare e al ruolo che le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana
giocano e potranno giocare in un contesto in piena evoluzione. In particolare le domande proposte agli
interlocutori del tavolo e agli invitati hanno riguardato:
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la sostenibilità dell’attuale modello “universalistico” e le implicazioni sull’equità del sistema
sanitario;
la presenza o meno di spazi di miglioramento e razionalizzazione in termini di efficacia,
appropriatezza ed efficienza;
lo scenario dei rapporti tra sistema pubblico e istituzioni non for profit e quelle di ispirazione
cristiana, in particolare.
L’analisi dello scenario nella prospettiva pubblica
Anche grazie alla presenza di rappresentanti del sistema pubblico, è stato possibile ricostruire i trend
caratterizzanti il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn).
Il Ssn è oggi alle prese con una crisi che lo mette in difficoltà sotto il profilo economico-finanziario
minando la possibilità di confermare il modello universalistico che ne ha caratterizzato i primi 35 anni di
vita.
L’attuale sistema dei LEA garantisce ai cittadini delle Regioni italiane l’accesso ad un pacchetto di servizi
molto ampio con l’esclusione di alcune prestazioni elencate nelle tabelle allegate al DPCM del 2001 che li
definisce.
L’aggiornamento al DEF (Documento di Economia e Finanza), per la prima volta, parla di svolta verso un
modello universalistico di tipo “selettivo” come risposta alle nuove condizioni di finanza pubblica. Lo stesso
DEF ridefinisce lo scenario delle risorse disponibili (Tabb. 1 e 2).
Tabella 1. Spesa sanitaria (2009-2012)
Valori in Migliaia di Euro. Fonte: DEF 2013
Tabella 2. Previsione della spesa sanitaria (2013-2017
Valori in Migliaia di Euro. Fonte: DEF 2013
Le tabelle mostrano che le risorse per l’Ssn tra il 2011 e il 2012 si sono ridotte per la prima volta dopo 20
anni di crescita della spesa sanitaria a tassi medi del 4,5%/anno.
Per gli anni a venire la crescita si assesterà sotto il 2%/anno con risorse su PIL in decrescita (dal 7,1% al
6,7%).
La transizione verso un sistema universalistico di tipo “selettivo” non implica però necessariamente un
“razionamento” dei servizi per i cittadini.
La direzione che governo centrale e Regioni sembrano aver imboccato mira alla razionalizzazione dei
processi di erogazione dei servizi nella convinzione che un utilizzo più razionale delle risorse possa
riportare il sistema verso l’equilibrio. Questo impegno sembra caratterizzarsi per tre aspetti:
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una rigida politica di controllo e monitoraggio della spesa e del rispetto dei LEA da parte delle
Regioni con particolare riferimento alle Regioni in piano di rientro;
la definizione di standard organizzativi nazionali nel rispetto delle autonomie del sistema federale,
per giungere ad un sistema di offerta maggiormente equilibrato e capace di assicurare qualità delle
cure ed efficienza;
la verifica del rispetto degli standard organizzativi e la misurazione delle performance di sistema,
con particolare riferimento agli esiti.
Per l’adozione di questo approccio è ritenuto indispensabile definire i LEA come una “lista positiva” di
prestazioni sanitarie da garantire ai cittadini, governando con attenzione l’inserimento degli stessi
all’interno del “pacchetto” sulla base di evidenze scientifiche robuste e attraverso processi di scelta
condivisi con i principali portatori di interesse.
L’idea di fondo è quella di adottare lo stesso rigore che si segue nelle decisioni di rimborsabilità dei
farmaci, anche nelle decisioni di rimborsabilità di procedure diagnostico terapeutiche sia livello ospedaliero
che extra ospedaliero.
Una volta giunti alla definizione del pacchetto di benefici da riconoscere ai cittadini, è necessario governare
in modo molto selettivo le modalità di erogazione dei servizi individuando standard organizzativi condivisi
e rispettati dalle Regioni. Aldilà della disciplina imposta alle Regioni in piano di rientro, l’adozione del
Decreto Ministeriale sugli standard organizzativi, proposto recentemente sotto il ministero Balduzzi, e mai
adottato, permetterebbe di reindirizzare il sistema verso una maggiore efficacia ed efficienza. Il decreto,
infatti, tende ad individuare:
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standard dimensionali per le strutture (es. eliminazione dei piccoli ospedali, dimensione minima per
gli ospedali privati accreditati);
standard di dotazioni per i servizi rispetto alla popolazione (es. nuovo standard di 3,7 posti letto
per 1000 abitanti; fissazione di standard minimi e massimi dimensionali per disciplina; ecc.);
standard di volumi prestazionali per garantire gli esiti (es. numero minimo di parti per ogni punto
nascita);
Il governo del sistema si baserebbe su un meccanismo di “indirizzo” fondato su standard dimensionali e
operativi ed un meccanismo di controllo, fondato sulla valutazione degli esiti conseguiti.
Per questo sarebbe necessario recuperare una capacità di programmazione dell’offerta che è presente in
misura molto variabile nelle diverse Regioni. Secondo i rappresentanti delle istituzioni pubbliche
intervenuti nel tavolo, le Regioni che oggi affrontano rigidi Piano di rientro dal deficit, scontano una
sostanziale incapacità di controllare la crescita dell’offerta in un quadro di programmazione globale delle
risorse.
Nel mezzo si inserisce un sistema d’offerta la cui componente pubblica “mostra la corda”. In molte
Regioni sono diverse le strutture pubbliche che non sono in grado di rispettare gli attuali parametri
infrastrutturali, tecnologici e organizzativi per l’accreditamento.
Per queste ragioni anche gli interlocutori del sistema pubblico intervenuti auspicano la presenza di un
settore privato disponibile ad erogare servizi in un quadro di programmazione nazionale e regionale posta
a salvaguardia della tutela della salute dei cittadini. L’esperienza passata, soprattutto in alcune Regioni, ha
messo in evidenza l’importante contributo fornito dagli erogatori privati, siano essi for profit e non for
profit. In molti casi le strutture con natura giuridica privata hanno rappresentato e rappresentano esempi
di eccellenza sia in termini di efficacia che di efficienza.
In questo quadro si ritiene auspicabile adottare forme di collaborazione avanzata tra pubblico e privato
non solo nella funzione di erogazione dei servizi sanitari ma anche nella funzione di tutela della salute
sull’esempio della comunità di quanto sperimentato in Spagna prezzo la Comunidad Valenciana.
Le implicazioni del nuovo scenario per le istituzioni sanitarie di ispirazione Cristiana
In questo quadro le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana sono chiamate a rinnovare e rafforzare il
proprio ruolo messo a rischio dalle tensioni finanziarie ma anche da istanze ideologiche che tendono a
marginalizzare il contributo del settore privato e di quello di ispirazione cristiana, più in particolare,
nell’ambito del sistema sanitario pubblico.
La presenza di tali istituzioni nell’ambito del Servizio sanitario nazionale è, al momento, di assoluto rilievo.
Sono presenti in 15 Regioni italiane con 45.000 posti letto, due policlinici universitari, 24 ospedali
classificati, 12 Irccs, 4 presidi sanitari e oltre 200 tra strutture per acuti, riabilitative, RSA e istituzioni di
servizio domiciliare. Sono 70.000 gli operatori sanitari e 8000 i medici operanti in queste istituzioni
(Fonte: Intervento di Don Carmine Arice, Convegno CEI - Roma 1 giugno 2013).
Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana fondano la rivendicazione del proprio ruolo nel sistema in
ragione della reale attuazione del principio di sussidiarietà che assegna un ruolo paritetico ad erogatori
pubblici e privati nell’ambito di un sistema di tutela della salute che sia efficace, efficiente, equo e
sostenibile.
Il ruolo che tali istituzioni oggi intendono giocare non si limita alle attività ospedaliere per acuti e in
riabilitazione, ma si estende in tutti comparti dell’assistenza anche territoriale e domiciliare.
La possibilità di giocare il ruolo che la tradizione e i bisogni assegnerebbero a tali istituzioni, è messa in
discussione da due fattori:
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in primo luogo della mancanza di un processo di programmazione chiaro e condiviso che permetta
l’individuazione di un ruolo per tali istituzioni che sia, da un lato, funzionale ai bisogni espressi dai
territori di riferimento e, dall’altro, sia coerente con la missione delle singole istituzioni;
in secondo luogo, e di conseguenza, la mancanza di regole chiare per l’allocazione delle risorse
secondo orizzonti temporali idonei a garantire a tali istituzioni di impostare una propria
programmazione in coerenza con i carismi e con le competenze in esse presenti.
Queste condizioni di criticità stanno mettendo in forte difficoltà la gestione di molti istituzioni che,
soprattutto negli ultimi anni, si trovano a fronteggiare crisi economico-finanziarie spesso profonde.
In relazione a questo scenario, sono emerse alcune linee di indirizzo per il cambiamento. Alcune di queste
sono già ampiamente percorse negli ultimi anni, altre, invece ancora da sperimentare.
Nuovi modelli di governance e di management
La prima risposta adottata da parte delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana in presenza degli
scenari sopra descritti ha riguardato la modifica degli assetti di governance e l’adozione di nuovi modelli
manageriali. Anche se le soluzioni per la governance adotatte appaiono differenziate, è emersa l’esigenza
di separare la gestione dell’istituzione sanitaria dal resto delle attività della congregazione (o altra
espressione ecclesiale) ricorrendo al modello giuridico della Fondazione. Tutto questo viene realizzato
senza perdere di vista la natura “pastorale” delle attività delle congregazioni o dei gruppi di
religiosi/religiose connaturata nelle attività sanitarie realizzate nell’ambito delle Fondazioni corrispondenti.
Di per sé, “la qualità è pastorale”, e una buona gestione è una delle condizioni fondamentali per
conseguire l’impatto positivo che viene ricercato.
Una risposta ampiamente condivisa da molte istituzioni sanitarie è quella della così detta “laicizzazione
della gestione”. Alcune congregazioni religiose hanno totalmente affidato le responsabilità manageriali a
persone dotate di esperienza gestionale ma che non provengono dalle fila delle congregazioni. In altri casi
questa “laicizzazione” è stata parziale e il management strategico è condiviso tra religiosi e laici.
La ricerca di una nuova identità nel solco della tradizione
In questi ultimi anni, le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, anche grazie al ricorso a queste nuove
formule di governo e di gestione, hanno migliorato i propri processi assistenziali sia sotto il profilo
dell’efficacia che dell’efficienza. Non sempre però questi sforzi hanno trovato riscontro nelle decisioni
allocative del sistema pubblico; né tantomeno i meccanismi di finanziamento (prevalentemente a
prestazione) hanno assicurato un adeguato riconoscimento finanziario al differenziale qualitativo
assicurato in molti contesti.
Il mancato riconoscimento di quel “di più” che ogni istituzione ritiene di poter dare al sistema sanitario
pubblico, è secondo molti legato anche alla “cattiva pubblicità” che ha colpito il mondo della sanità
cattolica per effetto di casi di cronaca e di mala gestione non certo edificanti.
Si ritiene, però, indispensabile trovare una strada per ottenere il riconoscimento di questo differenziale,
che certamente esiste, ma che non è facilmente identificabile e misurabile.
La prima linea di azione sembra proprio quella di “definire” in modo più puntuale la natura e le
caratteristiche delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana e il loro ruolo e missione nell’ambito del
sistema pubblico.
Sotto questo profilo il dibattito ha restituito due diverse prospettive di azione.
Secondo una prima prospettiva è necessario recuperare la propria identità tornando al ruolo che queste
istituzioni avevano nel passato: agli inizi, infatti, tali istituzioni hanno svolto un ruolo “sostitutivo” del
sistema pubblico inattivo o addirittura inesistente nella tutela della salute. Il settore pubblico è oggi
presente nella maggior parte dei livelli di assistenza, spesso con buoni risultati, ma risulta carente in
quegli ambiti dove è fondamentale affiancare all’aspetto tecnico-professionale anche quello umano e
sociale (es. assistenza domiciliare), le istituzioni di ispirazione cristiana sarebbero chiamate a coprire
quegli spazi. In questo senso l’identità e il ruolo sono legate alla natura dei servizi erogati; il sistema delle
istituzioni di ispirazione cristiana dovrebbe concentrare la sua attività in prestazioni “periferiche” andando
ad intercettare bisogni espressi da gruppi della popolazione fragili o che comunque rimangono ai margini
del sistema pubblico. Se da un lato questa soluzione permetterebbe di identificare chiaramente il ruolo
nell’ambito del sistema e forse permetterebbe di ottenere un più chiaro riconoscimento (anche economico)
per tale ruolo, il rischio è che in termini dimensionali e di impatto (anche pastorale) questo mondo risulti
globalmente depotenziato.
La seconda prospettiva, invece, suggerisce che le istituzioni di ispirazione cristiana trovino una propria
identità nella peculiare modalità di erogazione delle stesse prestazioni che già eroga il pubblico. In questo
caso il ruolo è pienamente sussidiario in senso orizzontale rispetto al sistema pubblico e gli spazi di
sviluppo appaiono certamente più ampi. Specularmente con la prospettiva precedente, in questo caso le
istituzioni di ispirazione cristiana si troverebbero in competizione sulle risorse con le strutture pubbliche e
per questo avrebbero bisogno di segnalare con chiarezza il valore differenziale generabile a favore dei
pazienti e dei cittadini.
Pur nella loro diversità le prospettive di sviluppo delineate non sono ritenute mutualmente esclusive. Il
servizio offerto per rispondere ai bisogni sanitari oggi più trascurati (es. al domicilio con i bambini con
grave disabilità o i malati HIV o terminali), non necessariamente è alternativo rispetto al tentativo di
raggiungere l’eccellenza anche nel servizio ai pazienti negli ospedali per acuti. Le istituzioni sanitarie di
ispirazione cristiana hanno dimostrato di poter operare con successo in entrambi i contesti e la possibilità
di integrare le diverse prospettive e i diversi ambiti di azione in servizi integrati tra ospedale e territorio
può rappresentare una ulteriore traiettoria di sviluppo.
Gli strumenti per una “competizione leale ed efficace”
Sia che si scelga la prima o la seconda tra le due strade sopra tracciate, alcune azioni sembrano
indispensabili.
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Si ritiene necessario incorporare in maniera efficace i valori distintivi che animano queste istituzioni
in tutti i processi operativi aziendali soprattutto nelle aree critiche, quali la gestione del personale
assistenziale per conseguire comportamenti organizzativi che siano caratterizzati da umanizzazione
ed accoglienza oltre che da professionalità e competenza tecnica. Questo percorso appare
fondamentale anche in considerazione della progressiva laicizzazione della forza lavoro;
I fattori distintivi dovrebbero poter essere resi oggettivi nell’ambito di sistemi di accreditamento
istituzionale o, in alternativa, in modelli di accreditamento volontario appositamente definiti per
cogliere dimensioni della gestione che oggi sfuggono ai sistemi attualmente adottati.
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E’ in ultimo necessario promuovere l’implementazione dei modelli di valutazione delle performance
organizzative attualmente adottate dal sistema pubblico e che oggi sono orientati prevalentemente
ad indicatori di processo e output (es. sistema del bersaglio adottato in diverse Regioni) e di esito
(es. il Piano nazionale esiti), con sistemi di indicatori specifici in grado di catturare i fattori distintivi
e qualificanti dell’azione delle istituzioni di ispirazione cristiana, mettendo cioè in evidenza
l’umanizzazione delle cure, l’accoglienza, l’empatia di medici ed infermieri nei confronti dei pazienti
e così via.
Ottenere il riconoscimento
Nell’ambito del dibattito è emerso in maniera forte il tema della sopravvivenza e del finanziamento.
Proprio in una prospettiva di breve periodo, nelle more di un cambiamento di rotta del sistema pubblico,
molte istituzioni hanno ricercato il riconoscimento economico delle proprie attività rivolgendosi ad altri
comparti. In buona sostanza se il riconoscimento del differenziale di qualità e umanizzazione non proviene
attraverso risorse pubbliche, è forse necessario rivolgersi ad altri comparti che sono in grado di valorizzare
questa differenza.
Molte istituzioni, infatti, ritengono che l’ampliamento delle fonti del finanziamento dal solo pubblico a
forme privatistiche di copertura delle spese sanitarie dei cittadini, possa rappresentare una risposta sia di
breve che di lungo periodo. Secondo alcuni, infatti, l’unica via percorribile per garantire sopravvivenza e
sviluppo è proprio nell’offerta di servizi attraverso meccanismi di carattere assicurativo e mutualistico.
Questa linea di azione consentirebbe, tra l’altro, di raccogliere fondi da gruppi di popolazione in grado di
finanziare di tasca propria l’assistenza, fondi poi utilizzabili per realizzare quelle opere di carità e
misericordia considerate la parte centrale della missione delle istituzioni cristiane.
Una strategia comune per incidere sulla programmazione
La strada della collaborazione tra istituzioni di ispirazione cristiana è uno dei fattori considerati strategici
per la sopravvivenza e lo sviluppo. L’idea di fare “rete” e ricercare sinergie sia sotto il profilo politico che
sotto quello operativo è presente nei dibattiti e nelle proposizioni già da molto tempo. La traduzione di
questa semplice idea in una strategia comune e in azioni concrete è giudicata ancora insufficiente. Gli
organismi istituzionalmente deputati a creare collegamenti e sinergie non appaiono sufficienti ad un reale
cambio di passo.
Iniziative come quella promossa da Ce.Ri.S.Ma.S., rispondono a una specifica esigenza di cooperazione sia
sul fronte dello sviluppo delle competenze manageriali delle strutture che su quello dello sviluppo di
logiche e strumenti manageriali al passo con i tempi. Tale esigenza, oggi avvertita in modo chiaro dalle
istituzioni del tavolo, non aveva nel passato trovato adeguate risposte e l’opportunità di condivisione e
cooperazione si sono spesso arenate di fronte a reciproci sentimenti di diffidenza.
In molti avvertono anche l’esigenza di presentarsi come un fronte compatto di fronte al programmatore
pubblico con la possibilità di esprimere orientamenti “politici” comuni. L’idea che sembra prendere corpo è
quella dell’utilità di un nuovo rapporto e una nuova interlocuzione con l’Ssn che porti le istituzioni sanitarie
di ispirazione cristiana ad intervenire in modo unitario e deciso anche sui tavoli della programmazione
sanitaria. Questo presupporrebbe l’abbandono dell’atteggiamento rivendicativo in qualche caso adottato,
confermando invece l’interesse a ragionare con il sistema pubblico anche in termini di ri-progettazione
dell’offerta di servizi sulla base delle esigenze condivise nell’ottica della valorizzazione della presenza delle
istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana nel Ssn.
Conclusioni
Gli spunti per la discussione offerti da Ce.Ri.S.Ma.S. e la formula adottata sembrano essere stati
apprezzati dai partecipanti al tavolo.
Tutti hanno concordato sull’opportunità di replicare l’esperienza di un dibattito aperto e franco che, nella
prima occasione, ha riguardato una tematica fin troppo ampia. Infatti si è avvertita l’esigenza, per le
future occasioni, di porre sul tavolo temi circoscritti e specifici in modo tale da poter affrontare
globalmente e compiutamente tutte le sfaccettature della problematica affrontata.
Rimane da definire la modalità per la diffusione dei risultati emergenti dal dibattito pur esistendo già una
forte convergenza sulla possibilità di adottare la formula dell’articolo scientifico su una rivista nazionale di
settore in lingua italiana.
Autori e ringraziamenti
Il presente documento è stato redatto da Americo Cicchetti che ha sintetizzato e ordinato quanto emerso
dalla discussione del 4 ottobre 2013 che ha visto la partecipazione dei seguenti rappresentanti del Tavolo
di lavoro istituito da Ce.Ri.S.Ma.S. con le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana associate nel Centro.
Hanno contribuito alla discussione: Stefano Baraldi, Università Cattolica del S. Cuore, Direttore
Ce.Ri.S.Ma.S.; Andrea Belloli, Fatebenefratelli; Massimo Bufacchi, Ufficio del Lavoro Sede Apostolica;
Antonella Cifalinò, Vice-Direttore Ce.Ri.S.Ma.S.; Pasquale Chiarelli, IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza;
Giuseppe Di Ponzio, Fondazione Opera S. Camillo; Giacomo Frittoli, Ricercatore Senior Ce.Ri.S.Ma.S.;
Maurizio Guizzardi, Policlinico “A. Gemelli”; Gianbattista Martinelli, Fondazione Don Gnocchi; Maurizio
Marzegalli, Fondazione Maddalena Grassi; Alessandro Pirola, Casa di Cura Columbus; Alessandro Signorini,
Fondazione Poliambulanza; Fra Massimo Villa, Fatebenefratelli; Enrico Zampedri, Fondazione
Poliambulanza.
Si ringraziano i graditi ospiti che hanno contribuito con le loro riflessioni alle attività del tavolo: Mons.
Carmine Arice, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute (CEI), Fulvio Moirano, Direttore
di Age.Na.S. (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), Teresa Petrangolini, Consigliere Regionale
del Lazio.
L’estensore del documento desidera ringraziare Stefano Baraldi primo revisore del documento.