Don Guido
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Don Guido
Don Guido “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi.” Vangelo secondo Matteo (25,36) Maggio 1991 È sera. La musica mi martella nelle orecchie. La ascolto spesso quando non voglio guardare la tv. Quando non voglio ascoltare i soliti discorsi. O non voglio giocare a carte. Vado avanti e indietro nella cella. Misuro lo spazio con i passi. Ho una radiolina più vecchia di me. L’ho trovata in cella, con le batterie che non stanno neppure al loro posto, penzolano fuori, attaccate con lo scotch. Anche le cuffiette sono malconce e per ascoltare devo tenere il filo con le mani. Salto da una stazione all’altra, come un uccello impazzito. Quando a un tratto lo intercetto. Sento scandire il mio nome: Pietro Maso. Stanno parlando di me. Mi fermo ad ascoltare. Una voce pacata sta dicendo: Ora dobbiamo chiederci che fine faranno questi ragazzi e soprattutto Pietro Maso, che dei tre è il più isolato, il più odiato. Che facciamo, lo abbandoniamo, lo seppelliamo vivo come meriterebbe o gli tendiamo la mano e cerchiamo di recuperarlo, tenuto conto della sua giovane età? Certo, in questo momento è più facile essere giustizialisti che muoversi al perdono. Ma se noi lo lasciamo lì in carcere, dimenticato, noi commettiamo lo stesso delitto. 85 IL MALE ERO IO_8.indd 85 18/03/13 17:26 Queste parole, quella voce. Per la prima volta non sono solo il mostro. Per la prima volta c’è qualcuno che parla di me come di un essere umano. Non cambio stazione. Rimango ad ascoltare fino alla fine. Quella voce è un richiamo rassicurante. Voglio sapere chi è. Voglio scrivergli. Ringraziarlo. Era don Guido Todeschini, direttore di Telepace. Spengo la radio, chiedo subito un foglio di carta e una penna. Fingo di scrivere a una donna. Non voglio che i miei compagni di cella sappiano che sto raccontando le mie cose a un prete. Mi vergogno. Mi siedo a cavalcioni sulla branda. Doveva essere solo una lettera di ringraziamento. E invece diventerà la nostra abitudine. Nei mesi che sono seguiti, sempre uguali, le lettere di don Guido hanno preso ad alternarsi alle centinaia che arrivavano di tutti i tipi: ragazze che mi mandavano foto di loro nude, altre che chiedevano di potermi conoscere, intere classi scolastiche, gente che mi insultava o, peggio, ragazzi che volevano emularmi. E poi c’erano le lettere di don Guido, che io aspettavo più di tutte. Mi ridavano il respiro. Fino a che un giorno arrivò quella che mi aprì il cuore: don Guido mi chiedeva, con molta delicatezza, se mi faceva piacere incontrarlo. Non mi sembrava vero. Io, sepolto vivo. Odiato. Rinnegato. Dimenticato. Io che quando arrivava il giorno dei colloqui mi rintanavo in cella in completa solitudine, ora avevo qualcuno che si interessava a me. Accettai. Ma quell’incontro non avvenne subito. E soprattutto non avvenne in silenzio. Non senza le polemiche che da sempre mi precedono. Don Guido, prima di venire in carcere, decise di pubblicare una lettera. Sì, una lettera aperta sul quotidiano “L’Arena” di Verona. Una lettera che gli attirò critiche. E non poche. Non gli ho mai chiesto perché l’avesse fatto. Voleva dare un segnale. Forse, dico forse, voleva che qualcun altro si ravvedesse. Alcuni della curia lo attaccarono duramente. Difendere una persona che ha ucciso i propri genitori non 86 IL MALE ERO IO_8.indd 86 18/03/13 17:26 era accettabile. Tempo sprecato: un assassino resta un assassino per sempre. Io credo che don Guido ne abbia fatto una sorta di missione. Una sfida che ha voluto combattere fino in fondo. E che alla fine ha vinto. Se oggi sono diventato un altro uomo, un altro Pietro, lo devo sicuramente a lui. Non ha mai ceduto. Mai arretrato di un solo passo. E dire che i primi tempi per lui devono essere stati duri. Spesso mi presentavo ai colloqui svogliato, sfacciato. Blasfemo. A volte, per fargli dispetto, arrivavo completamente ubriaco. Mi divertivo a prenderlo in giro. Lo sbeffeggiavo. È stato difficile. Per lui e per me. A volte era paterno. Altre duro, aspro. Non sapevo mai cosa aspettarmi. Ma c’era sempre. Anche nella lunga detenzione di Opera. Non ha mai saltato un sabato. La sua fede, la sua tenacia mi hanno dato una forza incredibile. Se lui faceva questo per me, dovevo diventare degno del suo sacrificio. Don Guido ha arato una terra aspra e dura. Ha strappato erbacce alte come alberi, spostato massi grandi come montagne. Ha piantato semi, tanti. E con la pazienza di vent’anni li ha lasciati crescere al buio, innaffiandoli tutti i giorni. Lui mi ha coltivato con l’amore, con la preghiera. E con l’esempio. E nel tempo quei semi si sono fatti largo nel terreno. Hanno cominciato a spuntare dalla nuda terra. Febbraio 1992 La prima volta che ho incontrato don Guido, nel carcere di Verona il freddo ci rosicchiava le ossa. Lo ricordo come fosse ieri. Sono le dieci del mattino. Quanto l’ho atteso questo giorno. Finalmente è arrivato. Un agente di polizia viene a prelevarmi in cella quindici minuti prima dell’appuntamento. Mi sembra ancora di sentire gli odori di quella stanza stretta, umida, senza finestre: odore di muffa e caffè, di rancido e sudore. 87 IL MALE ERO IO_8.indd 87 18/03/13 17:26 La notte prima non ho dormito. Mi sento eccitato, e pieno di paura. Per una volta non mi sarei trovato davanti un magistrato, un avvocato, un poliziotto, un carcerato. Dopo quasi dieci mesi qualcuno viene per me, per Pietro. Quando sei in carcere non pensi, non progetti. Vivi il momento e basta. Sono terrorizzato. Il buio aveva gli stessi fantasmi di sempre. Ma un altro senso, perché il giorno successivo avrebbe avuto un altro senso. Rassegnato a notti che ingoiano i giorni senza fiato, quella aveva un’ansia speciale. L’alba avrebbe portato qualcosa che avveniva solo per me. Il giorno non sarebbe arrivato invano. “Maso!” mi grida la guardia mentre infila la chiave nella porta della cella. Io sono già pronto. “Venga, deve andare in sala avvocati: c’è un ministro del culto che l’attende.” “Un ministro?” mi dico “e che viene a fare...?” Poi capisco: sta parlando di don Guido. Lo seguo. Entriamo e usciamo da un labirinto di corridoi, quattro cancelli si aprono e si serrano al nostro passaggio. Io allungo il passo, voglio fare in fretta. Ripercorro a ritroso la strada che ho fatto per entrare nel bastione. Non sto uscendo. Ma è come se davanti a me vedessi una piccola luce, una speranza, un calore. Il sangue mi pulsa in corpo, è il primo battito dopo un infarto, la corrente che riprende a circolare dopo una lunga interruzione. Anche il tempo ora accelera con me. Siamo davanti alla saletta utilizzata per l’incontro con gli avvocati. L’agente mi fa strada, apre, mi annuncia: “È arrivato il detenuto Maso”. Eccolo. Don Guido è in piedi. Volge le spalle al tavolo. La porta si chiude. Finalmente. Davanti a me c’è un uomo sulla cinquantina, alto circa un metro e settanta, corporatura normale. Indossa l’abito nero con il colletto bianco. Quando faccio per entrare lui, invece di ritrarsi come ero abituato a veder fare, mi viene incontro. Mi abbraccia. Non era mai successo. Mio padre non l’ha mai fatto. Mia madre fin troppo. Un 88 IL MALE ERO IO_8.indd 88 18/03/13 17:26 uomo di chiesa era venuto a salvarmi. Accadeva di nuovo. Tutto accadeva proprio come vent’anni prima. Vent’anni prima io dovevo morire. Sono nato prematuro, gracilissimo. Dopo qualche giorno mi è venuta la meningite. Sono rimasto in ospedale per mesi, i polmoni e gli altri organi avevano subito danni. A un certo punto la febbre è così alta che i medici chiamano i miei genitori. Le condizioni sono disperate. E insieme alla mamma e al papà arriva anche il prete. Vuole darmi l’estrema unzione. Ma quel giorno, invece di morire, riprendo a respirare. Vivo per “miracolo”. O, almeno, tutti a casa me l’hanno sempre raccontata così. La febbre inizia a scendere. E finalmente, dopo mesi, torno a casa. I dottori però lo dissero chiaramente ai miei: avrei avuto grandi difficoltà. E così è stato. Da piccolo non riuscivo a emettere suoni, neppure a piangere. A quattro anni ancora non parlavo. Il ricordo della mia infanzia è associato a quello della mia stanza, con me sempre a letto. E al dottore che viene a farmi le punture. Mia madre mi coccola, mi vizia. E io mi ci trovo bene con tutte quelle attenzioni solo per me. Mi comprano giocattoli, tanti. Sono felice. Ma poi quella felicità diventa un tormento, un castigo. Io sono diverso. Non vado nemmeno all’asilo, perché mi ammalo troppo facilmente. Il primo anno delle elementari mi danno l’insegnante di sostegno. Mi è subito chiaro che non sono “uguale” agli altri scolari. Recupero in fretta, ma continuo a essere più delicato degli altri bambini. Non posso uscire in cortile a giocare. La mamma ha avvertito le maestre. E anche me. Se andrò in giardino mi verrà la febbre, e tornerà il dottore a farmi la puntura. Così rimango in classe, da solo, a far scontrare le mie macchinine. Al quinto anno, però, ormai irrobustito, mi lasciano andare in un campo-scuola estivo. Le coincidenze: a gestirlo è proprio don Guido. Ma io allora non potevo saperlo. 89 IL MALE ERO IO_8.indd 89 18/03/13 17:26 Alla fine di quell’estate mi presentano un questionario. Tra le tante domande c’è la classica: “Cosa vuoi fare da grande?”. Io scrivo: il prete. Sì, voglio fare il prete. Tornato a casa lo dico ai miei. “Ma sei sicuro” mia madre è sorpresa “hai detto proprio bene... il prete?” “Sì, mamma, voglio fare il prete.” Sono irremovibile. Mi accompagnano a fare i colloqui e mi prendono in seminario. Già allora costava tanto: un milione e mezzo di lire, solo per il primo anno. Entro in seminario a undici anni. Ma non durerà a lungo. Parto il lunedì mattina per Vicenza. Torno a casa solo il fine settimana, il sabato sera tardi. E mi piace un sacco. Passo i pomeriggi a giocare con gli altri ragazzi. Voglia di studiare ne ho poca. I miei non mi mancano. Mi sento libero. E soprattutto “normale”. Quell’anno non mi sono mai ammalato. Ma quando il corso finisce, dal seminario mandano a chiamare i miei genitori. Il direttore non ammette repliche: “Il ragazzo è intelligente, ma non ha voglia di studiare. Purtroppo non possiamo più tenerlo”. Mi hanno cacciato. Quando me lo riferiscono, non ci posso credere. Li odio: i preti e la loro Chiesa. Non sono mai stato così male prima di allora. Mi piaceva stare lì, mi piaceva pregare, giocare con gli altri ragazzi. Mi piaceva tutto di quella vita. I miei tirano un sospiro di sollievo, io mi scontro con la mia prima vera sofferenza. Il primo no, quello che non ti aspetti. Ricordo che ho pianto per tutto il viaggio di ritorno. Da allora non ho più messo piede in una chiesa. Tornato a casa riprendo la mia vita di sempre. Quando arrivo nella nuova scuola sono una specie di marziano. Per farmi accettare dal gruppo, inizio a prendere a modello gli altri. Mi vesto come loro, mi muovo come loro. Ma non mi basta. Voglio essere io a dettare le regole 90 IL MALE ERO IO_8.indd 90 18/03/13 17:26 al gruppo. Così comincio con gli eccessi. Esagero nell’abbigliamento. Cerco accessori particolari, taglio i capelli in modo sempre nuovo. Diverso. Gli altri ragazzi prendono a imitarmi. E a casa ricominciano ad accudirmi come un oggetto fragile, delicato. In una totale, apparente, normalità quotidiana. Di mio padre ricordo poco. E non ricordo abbracci. Del resto era un uomo di campagna, era stato educato così, secondo una mentalità per cui i figli devono sbrigarsela da soli. Anche negli affari di cuore. Un giorno – avrò avuto tredici anni – mi dice: “Ho saputo che ci sono un sacco di ragazzine che ti girano intorno. Be’, meno male che non ti piacciono i maschi... Oh, mi raccomando però: baciagli solo le orecchie!”. È stata la prima e ultima volta che io e mio padre abbiamo parlato di donne, d’amore e di sesso. Nient’altro. A tavola non si parlava d’altro che di comprare terreni, di semina e raccolto. Io guardavo la tv, non seguivo i loro discorsi. Mi sembrava normale così. Le mie sorelle parlavano dei rispettivi lavori. Mi sentivo piccolo, quel piccolo da proteggere e mai cresciuto. A casa mia non accadeva mai nulla. Quando quella mattina di febbraio don Guido mi abbraccia, mi sento per la prima volta considerato da un adulto. Per la prima volta c’è qualcuno che mi guarda. Che guarda Pietro. Ci sediamo. “Pietro come passi le tue giornate? Raccontami...” Vuole sapere tutto di me. Se ho da leggere, se ho bisogno di soldi, se dormo la notte o se sono minacciato. Vuole conquistare la mia fiducia. Dopo un po’ mi dice: “Pietro, so che i tuoi genitori quella sera erano stati a un incontro di preghiera. Quindi erano molto credenti. Tu credi?”. Voglio disperatamente che non se ne vada. Ma non posso mentirgli. Sono sincero: “In realtà, sono anche entrato in seminario, ho preso tutti i sacramenti, ma in chiesa non vado da anni. La domenica con gli amici restavo fuori dal91 IL MALE ERO IO_8.indd 91 18/03/13 17:26 la chiesa, la sigaretta in mano, a chiacchierare e scherzare, ma pronto a riferire ai miei chi aveva detto messa”. Don Guido non si scoraggia. E con tutta la delicatezza possibile si fa avanti: “Sappi Pietro che io mi sono permesso di portare la comunione. Se vuoi, ti puoi confessare, anche se so quello che hai fatto. Non voglio che entri nei particolari, ma in questo modo io ti posso assolvere”. Voglio disperatamente che non se ne vada, ma no, non posso accettare: “No, non voglio fare la comunione”. La mia risposta è secca. Segue un silenzio lungo come la notte. Con lui voglio essere sincero, fino in fondo: “Padre, non posso fare la comunione perché in questo momento non credo a nulla. Non sento rimorso. Non ho niente da chiedere”. Ho continuato a dirlo per due anni. E lui, per due anni, non ha mai smesso di presentarsi ai colloqui con l’ostia consacrata. E ogni volta che dicevo no, avevo paura. Paura che l’unica persona che mi tendeva la mano sarebbe svanita nel nulla, lasciandomi di nuovo solo. Ho pensato spesso che avrei perso anche lui ma non potevo mentire. Don Guido non si è mai arreso. E a ogni no, con pazienza, mi rassicurava: “Va bene, non insisto. Ma permettimi almeno di ricordartelo”. E così è stato. Certo è che, allora, non ero la persona che sento di essere oggi. Una volta, ricordo, ho bevuto di prima mattina. Quando mi presento al colloquio non riesco a star fermo. Voglio mandare tutti a fare in culo. Anche lui. Chiudo le mani a pugno. Le metto sopra le orecchie. Alzo gli indici. E muovendo la testa davanti alla sua faccia, con l’alito che puzza d’alcol, lo prendo in giro: “Esiste davvero il diavoletto? E com’è questo diavoletto... con le corna e la coda?”. Quel giorno si arrabbia sul serio. Non l’ho mai visto così. Siamo seduti uno di fronte all’altro. Lui si allunga sul tavolo, mi afferra per il bavero della camicia. Comincia a scuotermi con forza: “Se tu pensi di prendermi in giro” mi tuona contro “se tu pensi che non ho nulla da fare, e che sono qui 92 IL MALE ERO IO_8.indd 92 18/03/13 17:26 per giocare, allora finisce qui. Non vengo più. Pietro, ora basta: o inizi un percorso, seppur con i tuoi tempi, oppure io vado da qualcun altro. Non ho tempo da buttar via, io”. Resto ammutolito. La responsabilità ora passava nelle mie mani. Forse avevo bisogno di quello scossone. Fu il vero primo passo del mio cammino. Tutto cominciò in quel preciso istante. Quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre a nulla le cose che sono. Prima lettera ai Corinzi (1,28) Il nostro incontro sta per finire. Don Guido mi si avvicina. Mi confessa: “Sai, Pietro, prima di venire da te sono stato sulla tomba dei tuoi genitori. Ho pregato, ho chiesto loro di aiutarmi, di illuminarmi su cosa dovevo dirti”. Non voglio aggiungere altro. Ciò che mi disse dopo rimarrà per sempre nel silenzio di quel momento, sepolto dentro di me. 93 IL MALE ERO IO_8.indd 93 18/03/13 17:26