PINTO Un appello per salvare l`arte

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PINTO Un appello per salvare l`arte
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA)
n° 4 - Aprile 2007
3
PINTO
Un appello
per salvare l’arte
Profutura
a teatro
Il profitto
al servizio
del sociale
7
Rivivono
le melodie
della Piaf
Restauri
in corso
5
Rinasce
il gioiello
di Marconi
13
Parlare di filosofia, tornando a casa in taxi
Il dramma dei nostri
tempi è che parliamo
sempre di meno.
Per mancanza di interlocutori, per stanchezza, per mille altre (non
validissime) ragioni.
Il dibattito resta sempre su toni superficiali, per non disturbare
il credo politico di chi
ci sta davanti, per paura di affrontare temi
che ci angosciano o
che ci vedono isolati
(la morte, la pratica
religiosa), forse e soprattutto perché ci siamo rassegnati a vede-
re il mondo camminare così, con passo
stentato, a sobbalzi,
sempre più povero di
contenuti.
Può capitare però, ed
è questo l’aspetto sorprendente della nostra
esistenza, che il sipario si apra, una qualsiasi sera, su uno scenario inimmaginabile
e per nulla scontato.
Il ‘professore’ di turno, l’interlocutore con
cui scambiare finalmente due chiacchiere pesanti, è seduto lì
davanti a te, anzi ti
Il Consiglio direttivo
dell’Associazione no profit,
editrice di
“Le Buone Notizie”,
è così formato:
Giorgio Albéri - Presidente
Fabio Raffaelli - Vice Presidente
Ornella Elefante Segretario/Tesoriere
Maria Dagradi - Consigliere
Andrea Ponzellini - Consigliere
Luisella Gualandi - Revisore dei conti
Giorgia Schvili - Socio
Le Buone Notizie nasce da un’idea
di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli
Testi e fotografie vanno inviati all’e-mail
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volta le spalle. Per forza, è un tassista, ti sta
accompagnando a
casa.
Il traffico è rado vista
l’ora tarda e lui, il nostro tassista, ti fulmina, incastrandoti in un
dibattito che, in pochi
minuti, spazia dalla
massoneria alla religione, dalla vita agreste al convulso operare della città.
Un tassista credente,
fiero di esserlo, ma
anche un essere umano che vuole confrontarsi con un suo simi-
le, che ha in testa mille domande e va in
cerca di un orecchio
attento.
Di notte si parla volentieri e, una volta sotto
casa, ci regaliamo
qualche minuto di serenità e conforto.
Senza che il tassametro vada avanti, senza che un altro impegno distolga la nostra
attenzione.
Ho imparato più da lui
nel breve tragitto da
via Castiglione a via
Turati che nelle ultime
dieci serate trascorse
fuori. Scoprendo, oltre
ad una mente viva,
qualcuno che ama la
natura, che va in cerca di tartufi e che magari ha voglia di dividerli con il suo prossimo.
Che peccato sarebbe
stato se non avessi risposto a quella sua
prima domanda, che
peccato, tante volte,
restarcene assorti
senza capire che il
mondo ha voglia di
parlare con noi.
Buona lettura
Fabio Raffaelli
BASTANO 30 EURO
PER SOSTENERE
da ritornare via fax al 051/436558
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Perché hanno sequestrato la mia arte
D
a quasi due anni
Bruno Pinto,
uno dei nostri
più grandi artisti contemporanei, vive una
‘esistenza sequestrata’.
Artisticamente parlando non ‘parla’ più, perso com’è nei meandri di
una giustizia miope se
non cieca e dell’assurdo. Una vicenda che
piacerebbe al giovane
Kafka, un teatrino,
drammatico, dove la
verità stenta ad emergere, lasciando il protagonista in una
sorta di limbo
che tutto ottenebra. Bruno, e
questa è la notizia
positiva, si è però ribellato, in questi giorni, a questo stato di
cose e ha deciso di raccontare a tutti la sua
verità, unica e incontrovertibile. Torniamo
un passo indietro. Bruno è l’artista di sempre,
quello che la critica più
autorevole ha sempre
stimato e continua a
stimare ma tutto il suo
lavoro è sotto sequestro. Il nucleo storico
della sua opera, inoltre,
è scomparso, trafugato alla chiusura di
un’importante personale a Milano. E’ sicuramente occultato in
qualche magazzino (a
Bologna?) o in qualche
ufficio con il rischio, più
che reale, di sparire per
sempre. Nessuno, ad
oggi, è in grado di aiutare Pinto a recuperare
le sue duecento opere.
Nemmeno, per il momento, la Legge.
Il magistrato che fa
per complicare la
vita a Pinto?
Mette
sotto
s e questro
altre duemila opere, quelle
più recenti, a
scopo precauzionale,
compresi colori, pennelli e gli altri ferri del
mestiere. Ora le opere
giacciono, affidate proprio alla custodia di
Pinto,
nel suo
atelier ma l’artista non le può
vendere. Beffa tra le
beffe. Tutti contro Pinto e perché? Perché ha
voluto ribellarsi, tutto
qui, alle immotivate
pretese di uno dei tanti ‘mecenati-mercanti’
che pretendono l’artista
sottomesso a qualsiasi
richiesta.
Vicende che hanno portato Pinto non solo a
doversi concentrare su
azioni giudiziarie che
avrebbe, per sua natura, volentieri evitato
ma che lo hanno distolto per quasi due anni
dalla sua unica e vera
passione, la pittura.
Unica sua fonte di sostentamento. Da qui la
decisione di incontrare
la stampa e di ‘inaugurare’ nel suo studio in
via IV novembre a Casalecchio una provoca-
toria mostra dal titolo
‘Arte sequestrata’
Bruno deve tornare a
vivere e a guadagnare,
vendendo le sue opere.
Sgombrando il campo
da vicende giudiziarie
mai raccontate e che
rischiano di intorbidare la sua immagine, da
sempre specchiata.
Ascoltiamolo e aiutiamolo.
Per informazioni
051 / 6701098
www.brunopinto.it
[email protected]
3
CIFREE, una onlus per l’infanzia
di Silvia Vicchi
N
asce a Bologna il
CIFREE, Centro
per l’Intervento,
la Formazione e la Ricerca in Età Evolutiva,
associazione che si occupa di problematiche
infantili e di prevenzione del disagio minorile. Uno spazio in cui accogliere percorsi di osservazione sulle relazioni familiari, dove è
possibile effettuare audizioni e incontri protetti in una sala con circuiti tv, dove le famiglie o i singoli possono
ricevere sostegno e
dove coloro che operano a favore dell’infanzia trovano un servizio
di supervisione.
“Il CIFREE – spiega la
presidente Magda Tura
- si propone come servizio a favore della famiglia in crisi, in un
rapporto diretto con la
magistratura minorile e
con i servizi sociosanitari del territorio. Siamo un’équipe formata
da una decina di professionisti di diversa
formazione, psicologi,
avvocati, educatori.”
Il Centro, specializzato
anche nella formazione
sull’abuso e i maltrattamenti ai minori e nella prevenzione del disagio minorile, ha attivato sportelli di ascolto nelle scuole medie e
superiori e nasce grazie a un contributo di
40.000 euro della Fon-
4
dazione Del Monte. “I
nostri interlocutori .
continua Tura – sono le
istituzioni
locali,
l’azienda sanitaria locale, le Forze dell’Ordine,
la Magistratura e le
scuole. Ma anche tutte
le persone che hanno
bisogno di un sostegno
psicologico, o pedagogico e, soprattutto, i
genitori che desiderano
migliorare la qualità del
rapporto con i loro
bambini.”
Perché mai come oggi,
la scuola e la famiglia
sono lasciate sole e
spesso impotenti, ad
affrontare il disagio
minorile. Mai come
oggi i bambini e i ragazzi si sono trovati
privi di punti di riferimento e di appoggio,
quando annaspano nel
mare delle incertezze e
dell’inquietudine di
un’età che solo gli adulti definiscono “la più
bella”.
Paolo Mengoli, da sempre volontario a favore
dei più umili e oggi consigliere della Fondazione Del Monte, denuncia: “Il disagio purtrop-
po si eredita. E’ nella
città. Arriva dalla TV
alla strada. I bambini
guardano circa tre ore
di televisione ogni giorno, in certi casi anche
sei. In pochi anni vedono 40.000 omicidi e
10.000 maltrattamenti. La TV è il primo abuso subito dai bambini.
La Fondazione ha volu-
to sostenere la prevenzione e dare ai bambini un’opportunità.”
A Bologna, dal 2005 al
2006, i casi di affidamento di minori ai servizi sociali sono stati
971. Si tratta di casi in
cui a nessuno dei due
genitori è stato assegnato l’affido dei figli.
Le tutele, che intervengono quando entrambi
i genitori perdono la
potestà sui figli, o sono
deceduti, sono passate da 283 a 347,
mentre le vigilanze, che riguardano soprattutto
casi di monogenitorialità con problemi di ordine economico, da 865 a 979.
Dai dati emersi, risulta
anche che nella nostra
città, la situazione di
abuso e maltrattamento ai minori è peggiorata, in un contesto sociale caratterizzato da
un aumento delle separazioni, dove l’abuso
minorile si configura
sempre più come una
conseguenza del conflitto tra i coniugi. Se da
un lato l’aumento delle
denunce indica che finalmente il fenomeno
sta emergendo, dall’altra richiede un’attenta
valutazione circa la ve-
ridicità delle accuse,
spesso lanciate da un
genitore contro l’altro.
Francesca Salvatore,
giudice del Tribunale
per i Minorenni di Bologna, è stata pubblico
ministero
e si
è
trovata
a
perseguire gli
attori
degli abusi e dei maltrattamenti sui minori:
“Il problema dei maltrattamenti – dice – è
l’omertà familiare, una
cultura tipica delle culture mediterranee,
dove si fatica a diffondere il messaggio di
responsabilità sociale,
cioè di tutti coloro che
sanno, che vedono e
che sono tenuti a proteggere il minore in difficoltà.”
Occorre quindi sensibilizzare l’opinione pub-
blica, affinché tutti sappiano come comportarsi di fronte ad un abuso e fornire poli di riferimento, come quelli
messo a punto dal CIFREE, per i servizi, per
gli operatori, ma anche
per i singoli cittadini e
gli stessi genitori.
“Chi maltratta e abusa – continua
Salvatore - è
stato a sua volta
abusato e maltrattato. Si pensa normalmente ai maltrattamenti fisici, ma esiste anche un abuso psicologico, ed è il più frequente. Comunque
s’intervenga, il minore
subirà sempre uno
strappo, che va ricucito il prima possibile. E
il CIFREE sarà utile anche in questo senso,
perché il lavoro interdisciplinare è necessario, occorre uno scambio tra diritto e scienze
sociali. In caso contrario, il giudice avrà difficoltà a fare il suo lavoro al meglio.”
CIFREE
Via Zucchini 9
Bologna
Tel. 051-243448
www.cifree.tk
[email protected]
Il profitto? Al servizio del sociale
Quando la malattia si
accanisce su di noi e a
nulla valgono le cure,
l’uomo è assalito da un
grande senso di impotenza. Proprio per aiutare chi soffre a mantenere una dignità di
vita è nato l’Hospice
“Maria Teresa Chiantore Seràgnoli”. Inaugurato nel 2001 per rispondere ai bisogni clinici, assistenziali e psicologici del paziente
nella fase progressiva
ed avanzata della malattia e per fornire un
supporto concreto e
psicologico ai suoi familiari, è stato interamente realizzato con
risorse private.
“Siamo convinti che
ogni impresa debba
sviluppare non soltanto una cultura del profitto, ma anche una cultura sociale, che non
sono tra loro antitetiche, anzi debbono integrarsi con lo scopo di
massimizzare l’utilità
economica e sociale
dell’impresa”.
In queste parole è riassunta la filosofia della
Fondazione Isabella
Seràgnoli che, assieme
alla Fondazione Hospice MT. C. Seràgnoli, ha
fondato il Centro di Formazione e di Ricerca in
Cure Palliative, struttura situata in un angolo della nostra pianura, a Bentivoglio, di
fianco al complesso
dell’Hospice.
Due cascine di colore
ocra, circondate da alberi, sono state ristrutturate per divenire
sede del Centro che integra l’attività assistenziale dell’Hospice con
quella formativa e di
ricerca.
Le cure palliative, nei
confronti delle quali anche Papa Benedetto
XVI ha recentemente
espresso pieno consenso, costituiscono un impegno serio per il miglioramento della qualità della vita, e non del
mero sopravvivere, assicurando ai malati e
alle loro famiglie un’assistenza completa sotto ogni aspetto (medico, assistenziale, psicologico, spirituale) e favorendo una personalizzazione delle cure.
In questo contesto, il
Centro di Formazione e
confronti della cultura
umanistica.
Nel Centro di Formazione si sta tenendo un
master Universitario di
1° livello, organizzato
con la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna,
per preparare personale medico, paramedico
lizzato fa ricerche di
base e cliniche nell’ambito delle cure pal-
di Ricerca in Cure Palliative si pone come
polo di diffusione di una
visione olistica della
cura per pazienti in fase
avanzata di malattia e
di sensibilizzazione nei
e psicologi ad assistere pazienti non guaribili e le loro famiglie nel
percorso difficile delle
ultime fasi della malattia. Nel Centro di Ricerche personale specia-
liative per cercare di
offrire ogni giorno
un’assistenza medica e
specialistica sempre
migliore.
Migliorare la qualità
della vita del paziente,
controllare il dolore e
la sofferenza psicologica, supportare le famiglie e assisterle nelle
necessità del quotidiano, sono gli obiettivi
primari che si perseguono in Hospice.
La migliore medicina in
questo ospedale è
l’Amore, amore per la
persona, per l’essere
umano.
La forza dell’amore risulta più efficace di
tanti farmaci.
Cerchiamo anche noi di
fare tesoro di tale insegnamento e abbandoniamoci a questo
sentimento con la certezza che esso ci riempirà l’animo di serenità; non saremo più
schiavi dell’invidia e
della sete di potere che
portano fatalmente alla
distruzione dell’essere
umano.
Donatella Bruni
5
Alcol e droghe, battere le emergenze
D
ilaga, tra i gio
vanissimi, il vi
zio del bere. Non
è una novità ma l’ultima inchiesta sul fenomeno parla di un’età
sempre più bassa (dagli 11 ai 15 anni), di un
intero ‘paese’ italiano
che scompare ogni
anno (per cirrosi e incidenti stradali perdono la vita 25.000 persone, la maggior parte
dei quali sotto i venti
anni).
I più grandi, i liceali,
viaggiano invece verso
lo sballo totale, l’oblio
del sabato sera.
Sul fronte della droga
la musica non cambia:
sempre più in erba i
consumatori, con un
unico obiettivo: stupire a tutti i costi il vicino di banco o di casa.
Sperimentando così
cocktail micidiali, cocaina e superalcolici. E
dono un’opera di prevenzione costante che
la scuola e i genitori
questo solo per il gusto di sfidare la morale
e il mondo dei grandi.
Emergenze che richie-
dovrebbero con coraggio e con un fronte comune mettere in atto,
senza palleggiarsi inve-
ce responsabilità e doveri.
Per affrontare il problema da vicino ma soprattutto per fornire ai
giovani e ai loro genitori elementi rigorosi
sui quali riflettere va
segnalato l’impegno
delle scuole della Fondazione Malavasi che
hanno organizzato una
giornata di approfondimento, quale attività
didattica integrativa,
che si terrà giovedì 3
maggio 2007 al Cinema Teatro Tivoli in via
Massarenti 418 con inizio alle ore 9,30.
Un incontro unico nel
suo genere in quanto
non è rivolto solo ai giovani o soltanto agli
adulti ma mette insieme, creando proprio
quel dialogo che spesso manca, genitori e figli. Coinvolgendo anche gli insegnanti, elemento fondamentale
del ‘triangolo’ dei soggetti coinvolti. La mattinata vedrà alternarsi
esperti e gente comune con esperienze purtroppo esemplari e toccanti, raccontate in diretta a studenti e genitori. Testimonianze di
persone vicine a noi,
proprio per sfatare il
luogo comune ‘ma questo capita agli altri’.
L’appuntamento, particolarmente dedicato ai
giovani, ma aperto anche e soprattutto agli
adulti perché “è difficile che un genitore possa parlare di questi problemi a un figlio se non
30
Come sostenere
le Buone Notizie? Bastano
Euro
Vedi a pagina 2
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li conosce o se li conosce male” vedrà la partecipazione, tra gli altri, della dottoressa
Manuela Ceccarelli,
Medico Alcologo, responsabile Sanitario
Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo Ravenna, del dottor Alessandro Dionigi, uno
dei massimi esperti, a
livello nazionale, sulle
‘nuove’ droghe e della
dottoressa Carla Facchini, biologa, esperta
di problemi sociali legati ai comportamenti dei
giovani.
L’incontro verrà aperto dal gestore della
Fondazione Malavasi,
il dottor Mauro Morelli
e dal dirigente scolastico professor Renato Tosi.
Così salveremo il gioiello di Marconi
U
n antico palaz
zo della Via
San Vitale nel
centro storico di Bologna, in prossimità
delle Due Torri, è stata la dimora preferita da Guglielmo Marconi; questa costruzione era stata dal
quindicesimo secolo
la casa di una delle
più antiche famiglie
nobili bolognesi e
venne scelta all’inizio
del Novecento dal
grande scienziato
come propria abitazione.
Guglielmo Marconi
affidò le cure del palazzo al fratello Alfonso per sua figlia Elettra, la quale ora desidera “recuperare”
co e del recupero dell’intero palazzo, che è
sotto il controllo della Soprintendenza
l’intero edificio, in
tutti i diecimila metri
quadri e non destinarlo a negozi ed uffici.
La principessa Elettra
Marconi attualmente
sta sostenendo il lavoro di ripristino, del
“rifacimento” artisti-
per i beni storici ed
artistici; lo sforzo finanziario è notevole.
Allo scopo di conservare l’integrità dell’edificio, la principessa Elettra sta promuovendo un’iniziativa per un centro internazionale che per-
seguirà lo scopo di
facilitare la comunicazione pacifica e
fruttuosa universalmente fra la gente,
nello spirito ed in
nome di Guglielmo
Marconi.
Il centro, denominato “Centro interattivo
Marconi”, potrà ospitare iniziative di carattere sociale, educativo, scientifico e
alta tecnologia, programmi ed i progetti
promozionali, promuovendo lo scambio di allievi ed il loro
aggiornamento; il
centro interagirà con
l’ambiente locale e
con altre istituzioni
che perseguono gli
stessi obiettivi; in
questa maniera le
memorie del genio
petroniano, invento-
re della radio, non
andranno disperse.
La proposta del recupero è partita dal-
l’onorevole Michele
Frattallone, presidente del “Comitato Tricolore per gli Italiani
nel Mondo” (CTIMUSA) e col ruolo di
Presidente della “Galileo Legacy Foundation” di Boston nel
Massachusetts
-
USA; la Principessa
Elettra Marconi per
questa iniziativa ha
inviato il seguente
messaggio: “Cari
amici Italiani d’America e del mondo … Il
ripristino della dimora di mio padre a Bologna non sarà solo il
mantenimento perenne della memoria
di lui e della vostra
generosità nei suoi
luoghi più cari, ma
anche lo stimolo per
le nuove generazioni
a seguire il suo
esempio nello sviluppo della scienza e
della tecnologia delle
comunicazioni. Ringrazio la Fondazione
“Galileo Legacy” di
Boston che mi con-
sente di rivolgermi a
voi tutti per questa
iniziativa”.
Floriano Roncarati
Informazioni:
www.galileolegacy
foundation.org
7
Il mondo? Può essere salvato dai piccoli
di Mercedes Ferretti
“I
l mondo salvato dai ragazzini” recitava il titolo di un libro di Elsa Morante...e
c’è ancora chi ci crede
che il mondo possa essere salvato dai più piccoli: il personale medico e paramedico del
Reparto Neurologia Pediatrica del S.Orsola,
ad esempio, che a contatto quotidianamente
con le sofferenze dei
bambini, crede nella
possibilità di cura e talvolta di guarigione per
tante patologie neurologiche. C’è poi un professore, direttore della
UO Neuropsichiatria Infantile, che ha con i
bambini un particolare
feeling: il professor
Emilio Franzoni a Bologna lo conoscono tutti, per la sua competenza ma anche per la sua
grande disponibilità
umana. Lui è l’anima
della Fanep (Associazione Famiglie Neurologia Pediatrica), fondata nel lontano 1983,
che si occupa di prevenzione e diagnostica
precoce delle condizioni di handicap neuropsichico. Un’associazione di volontariato che
da qualche anno si occupa anche della cura
di Anoressia e Bulimia,
patologie purtroppo in
costante aumento non
solo in età adolescenziale ma anche tra le
bambine in età scolare.
Professore, mai come
in questo ultimo periodo si parla di anoressia
nervosa: una patologia
innescata da modelli
irragiungibili di perfezione e bellezza proposti dalla nostra società,
un disagio interiore che
mette radici in famiglia
o un disturbo pschiatrico? Ci speghi cos’è
l’anoressia e come l’affrontate in Reparto.
L’anoressia nervosa
fa parte di un ampio
gruppo di patologie
definite come “Disturbi del comportamento alimentare” e
che comprendono
anche la bulimia nervosa, l’alimentazione incontrollata,
l’obesità. Anoressia
Nervosa significa
“Rifiuto patologico
del cibo” espressione di patologia complessa di tipo psichico, biologico e sociale. L’età di esordio
più frequente della
sintomatologia va
dai 12 ai 24 anni con
netta prevalenza del
sesso femminile.
L’anoressia ha radici
profonde e su predisposizione probabilmente
genetica, si inseriscono
elementi scatenanti di
origine “ambientale”,
tra le quali la famiglia
gioca un ruolo di primo
piano nel bene e nel
male. Diversi e meno
importanti sono i legami con i vari modelli di
volta in volta presentati
dalla nostra società, rimanendo in primo pia-
Domenica a quattro zampe per aiutare la F.A.N.E.P.
B
est in Show
amatoriale (e a
fin di bene)
quello che si svolgerà
il 13 maggio, a partire
dalle 15, al Parco Europa Spinelli (vicino a
via Casella) a San Lazzaro. Un’appassionante sfilata canina amatoriale con giuria e premiazioni finali, esibizioni di cani addestrati, dimostrazioni di Agility e
Fly Ball organizzati dal
Centro Cinofilo Felicia.
Inoltre punti di ascolto
e promozione Pet Therapy dell’Associazione
Chiaramilla e Animazione per bambini dell’Associazione Ion Creanga
che metteranno in scena “La Fattoria degli
Animali”.
La Giuria sarà presieduta da Rita Zironi e dal
suo cane Spongebob,
CT della squadra di calcio ANT. L’intenzione è
quella di creare un variegato contenitore ludico ma anche di promozione culturale ed
educativa di un corretto rapporto con il cane.
Tutto il ricavato verrà
devoluto alla Fanep
8
(Associazione Famiglie
Neurologia Pediatrica S.
Orsola - Gozzadini).
Biglietto ingresso: 10
euro (bambini gratis).
Quota di Iscrizione per
i cani in gara: 15 euro
(include il pass di entrata). Info e Prevendita :
cell. 338-9658977;
392-6968218.
Per i cani che si aggiudicheranno le prime posizioni ricchi premi in
gadgets e sacchi di cibo
offerti dal punto vendita L’Isola Verde di S.
Lazzaro e dalla ditta Novafood.
La Conad di San Lazzaro, sponsor dell’evento,
fornirà numerosi buoni
di acquisto ai proprietari dei cani vincitori,
spendibili presso la filiale S. Lazzaro.
Informazioni stampa:
Mercedes Ferretti
cell. 392 6968218
Clinica Pediatrica Gozzadini
Via Massarenti 11- 40138 Bologna
Tel. 051 346744 – 051 300800
Cod. Fiscale 92005280372
Sito www.fanep.org e mail [email protected]
Banca Popolare di Milano Ag.212 Bologna
C/C 100 ABI 05584 CAB 02417 CIN h
no le tensioni che il
ruolo femminile provoca in un’adolescente in
fase di cambiamento.
Nella nostra struttura
esiste il Centro Regionale per i Disturbi del
Comportamento Alimentare in fase evolutiva (dedicato alla
compianta dottoressa
Annarosa Andreoli),
dove vengono affrontati i vari casi sia ambulatoriamente, sia in day
hospital, sia in ricovero ordinario. In reparto
la degenza è strutturata per una accoglienza
che tenga conto di attività di gruppo ma che
non perda di vista la
persona nel suo percorso assolutamente individualizzato. Molti dei
risultati che si riescono
ad ottenere, oltre alla
fondamentale presenza
delle Istituzioni (azienda e Regione) derivano anche dalla presenza della FANEP (Associazione Famiglie Neurologia Pediatrica) che
da 1983 sostiene e collabora attivamente con
la nostra struttura. La
degenza normalmente
dura da 2 ai 4 mesi ed
è incentrata in un percorso riabilitativo della
mente e del corpo.
Si parla spesso di un
quadro famigliare tipico per le anoressiche: madre ossessiva, padre assente,
quanto una disfunzionalità famigliare
incide nella comparsa dei disturbi alimentari?
E cosa deve fare una
famiglia appena si
accorge dei primi
sintomi?
Quando si parla di
“quadro famigliare tipico” si deve sempre comunque tenere presente la peculiarità di ciascuna famiglia che,
molto spesso, contiene
risorse fondamentali da
utilizzare nel percorso
terapeutico. In realtà è
vero che, molto spes-
so, si incontrano madri
che non hanno potuto
ancora “separarsi” fisiologicamente dalle
loro figlie (ma anche
dai figli), ma è anche
vero che troppo spesso
la figura paterna delega moltissimo e non
riesce più nel tempo ad
aiutare la madre nel
compito complementare della coppia.
Ecco perché la terapia
non può non prendere
in considerazione la famiglia, in particolare la
coppia genitoriale che
se collabora, aumenta
fortemente il successo
dell’intervento.
E’ dunque evidente che
quella che lei chiama
(termine che sposo) la
“disfunzionalità” familiare costituisce una
delle basi importanti su
cui si poggia il percorso patologico.
Attenzione però, ciò
non significa che diamo
colpe alla famiglia, ma
vorremmo richiamare
la famiglia stessa ad interrogarsi sui percorsi
interni relazionali per
capire cosa può essere
successo per mettere in
campo tutte le risorse
possibili capaci di generare un cambiamen-
to. Ecco perché, all’insorgere dei primi sintomi, la famiglia non dovrebbe improvvisarsi
“terapeuta”: bensì affidarsi prima di tutto al
medico di famiglia che
dovrebbe sapere a chi
inviare il ragazzo e la
famiglia stessa per una
prima valutazione che,
non necessariamente,
signica patologia. Ricordiamo comunque
che prima riusciamo ad
intervenire, anche con
una famiglia che si
mette in gioco, e più
probabilità abbiamo di
successo.
Un’altra patologia
come l’epilessia, che
un tempo veniva vissuta come una malattia terribile quasi
umiliante, oggi viene
curata con buoni risultati. Quali sono i
progressi in questo
campo?
Purtroppo se è vero
come è vero che sono
aumentate le possibilità di conoscenza e di
cura delle epilessie (bisognerebbe parlarne al
plurale perché sono
svariate), altrettanto
vero è che i pregiudizi
su tale malattia (per
comodità continuerò a
parlarne al singolare)
non sono affatto diminuiti. Ancora oggi infatti chi soffre di epilessia
è spesso immaginato
come persona strana,
magari con problemi
mentali e/o intellettivi
e nessuno pensa che
nella stragrande maggioranza dei casi, il
vero ed unico problema
accade al momento
della crisi. Intendiamoci, per chi ne soffre non
è da poco conto, ma
questo per sottolineare che al di fuori degli
episodi, la persona non
è assolutamente distinguibile dalle altre persone. E’ importante sapere che circa l’80%
delle prime crisi epilettiche avviene in età
evolutiva, cioè tra 0 e
18 anni, mentre il restante 20% si stempera in tutte le successive età della vita. Ci
sono poi epilessie della
infanzia che abbiamo
imparato a conoscere
bene, tanto da poter
decidere di non fare alcun intervento farmacologico.
I farmaci, appunto,
sono sempre stati (e
sono) il rimedio principale nella lotta alle cri-
si che, di per se, rappresentano un anomalo funzionamento (esagerato) della nostra
corteccia cerebrale e,
proprio in funzione della zona dove si genera
la scarica patologica,
danno luogo alle diverse manifestazioni cliniche. Negli ultimi anni,
per fortuna, si è avuto
un grande sviluppo di
nuovi farmaci che hanno contribuito a migliorare i risultati, in particolare, sulle forme
cosiddette “farmacoresitenti”.
A proposito di questo
aspetto, che rappresenta circa un 20%
delle persone che soffrono di epilessia, altri
importanti passi avanti si sono sviluppati con
i trattamenti non farmacologico. Mi riferisco
a tre ulteriori possibilità di cura, quando
tutti i farmaci hanno
fallito.
La prima riguarda la
possibilità, per certi
pazienti, di essere operati con l’asportazione
del tessuto cerebrale
malato, cioè epilettogeno.
Ovviamente l’indicazione all’intervento, in
centri specializzati
(vedi neurochirurgia
dell’ospedale Bellaria di
Bologna) avviene dopo
una accuratissima selezione.
Un’altra possibilità è
costituita dalla dieta
chetogena che al raggiungimento di una elevata acidità nel sangue,
grazie ad una alimentazione molto ricca di
grassi, permetterebbe
lo sviluppo di un ambiente cellulare in cui le
crisi non riuscirebbero a
svilupparsi.
L’altro presidio terapeutico non farmacologico
è costituito dall’impianto, tramite piccolo intervento, di un piccolo stimolatore elettrico (tipo
pace-maker) che si collega alle finre del nervo vago che dal torace
risale al nucleo del vago
stesso, nel cervello, liberando (grazie agli
stessi stimoli) della sostanze, neuromediatori, che inibirebbero la
scarica epilettogena.
Ricordo ancora che stiamo parlando di epilessie farmacoresisternti,
dove cioè tutti i farmaci, in varia combinazione tra loro, sono stati
impiegati.
9
Moda ricercata o ricerca della moda?
«U
na moda
ricercata
o una ricerca della moda?» un
titolo intrigante per una
serata aperta al pubblico che ha voluto essere un momento di riflessione per un fenomeno apparentemente
superficiale, ma che in
realtà può essere letto
a diversi livelli, da quello sociologico, e quindi
la moda vista come
strumento per far pesare una superiorità
sociale ed economica;
a quello filosofico, che
indaga quanto l’apparire abbia presa sull’essere e viceversa, fino a
toccare temi psicologici per il suo essere
messaggio verso gli altri della personalità di
chi indossa gli abiti o
mancanza di essa
quando ci si
adegua ai diktat
di massa.
Questi ed altri
temi sono stati al
centro della serata
pubblica proposta
dal club Focus D al
Molino Rosso, ospite
d’onore Filippo Agnelli, stilista imolese (anche se lui preferisce
definirsi sarto), da
vent’anni impegnato
anche come consulente per i grandi marchi
del made in Italy e non
solo, ora sceso in campo in prima persona
con linee proprie, grazie a tre collezioni di
successo che portano il
suo nome: “Filippo
Agnelli Sartoria”, una
collezione di abiti preziosi e ricchi per tipo di
tessuti e modelli, proposti anche in taglie
confortevoli; “Filippo
Agnelli Prêt-à-porter”
la linea pensata per un
pubblico giovane dagli
accostamenti “tecno” in
composizioni nobili,
dove i preziosi tessuti
sono trattati per dare
un aspetto invecchiato;
e “Filippo Agnelli Prêt
Couture”, sartoria allo
stato puro per un prodotto metropolitano,
distribuito solo in poche
boutique esclusive. Ma
anche direttore creativo di una delle prime
aziende etiche al
100%, una
multinazionale
indo-americana, con
cui lavora da più di un
decennio, che ora ha
aperto una nuova fabbrica a Nuova Delhi per
la produzione di capi
cuciti completamente
a mano, un prodotto
quasi introvabile realizzato per aziende produttrici di
marchi famosi. La
serata era imperniata intorno ad
un salotto di
«addetti ai lavori».
In mezzo a
tutti, Filippo
a mediare,
sollevando
l’interrogativo se sia giusto seguire i dettami della
moda e uniformarsi o
se sia meglio attingere
l i b e ra m e n t e
alle proposte,
creando uno
stile personale che esalta il
carisma e rende una donna
unica, irripetibile.
Un clima salottiero per un
dibattito aperto alle domande e alla curiosità
del
pubblico, invitato a scoprire qualcosa in più su un
tema attuale come la
moda.
Una serata scoppiettante grazie anche alla
presenza di tre dame
d’eccezione che si sfideranno a colpi di opi-
nioni, ma soprattutto di
stile: Laura Alfaroli
buyer, Alessia Calarota
giornalista, Alida Gualandi talent scout e proprietaria della rinomata boutique imolese
“Bottega verde”.
parrucchieri
Bologna
Via L. Bassi Veratti, 73 (ang. Via Murri)
Tel. 051.623.65.74
10
Amarcord il concerto dei Rolling Stones
“G
et your fleeflaps out!”
ovvero “Tirate fuori i vostri battiti d’ala per prendere il
volo!” celebra il quarantennale del primo
concerto tenuto dai
Rolling Stones in Italia:
5 aprile 1967, Bologna,
Palazzo dello Sport.
Non un’esposizione for
fans only, ma anche un
modo per interpretare
l’idea di ribellione che
si è tenuta a Bologna
fino alla fine di aprile.
Dall’approccio antitetico rispetto la consolidata visione ottimistica
dei “favolosi anni sessanta”, Get your fleeflaps out! vuole sottolineare il lato solitamente omesso dell’
“epoca dell’ottimismo”:
l’idea di ribellione nichilista, la disillusione,
l’assenza di aspettative, la marginalità e la
malinconia, che i Rolling Stones hanno saputo dipingere e trasmettere attraverso la
loro musica.
La società cantata dai
Rolling Stones non è il
mondo psichedelico dai
colori luminosi, fatto di
fiori e intriso di utopia
pacifista e comunitaria;
solo per un breve periodo, dalla metà del
1966 alla metà del
1968, come in una sorta di “deriva psichedelica” coltivata come fatto di moda e diversivo,
possiamo trovare una
produzione di brani
sperimentali ma tuttavia composti di toni
oscuri.
Canzoni scandite come
slogan dell’altro volto
di un epoca, blues dalle venature acide e
country, la musica dei
Rolling Stones non ha
nulla di consolatorio e
non è neppure un manifesto politicizzato,
come la musica di Bob
Dylan che proprio in
quegli anni mostrava di
credere di cambiare il
mondo con una canzone, ma è composta da
brani di disillusione dai
quale emerge una tra-
sgressione ironica raccontata con toni di
sberleffo.
Attraverso i lavori dei
quindici artisti invitati,
analizzati in relazione
al messaggio della canzone di riferimento,
compiremo un viaggio
attraverso un’epoca
osservata da una prospettiva alternativa,
inoltre, ci potremo rendere conto di quanto i
“sixties al negativo”
presentino assonanze
con l’epoca attuale, con
elementi e problematiche in comune che ci
fanno sospettare l’avvento di una nuova rivoluzione “hippie” all’interno di una “contemporaneità al negativo”.
Emmanuel Schvili, una garanzia di stile
P
untualmente, ogni
anno, la primavera
viene annunziata con
la sfilata di moda del marchio ‘Emmanuel Schvili’:
un’esplosione di colori, unita ad accurati accostamenti, crea i deliziosi modelli nati
dalle vulcaniche idee della
stilista Giorgia.
Da oltre 30 anni la ditta Emmanuel Schvili è leader nel
settore del ricamo con una
produzione artigianale totalmente italiana. La creatività
della tradizione di Emmanuel
Schvili è per le donne che
amano vestirsi di emozioni
e capi esclusivi.
I bolognesi e non solo, sono
stati invitati al Pic-Nic che si
è svolto presso lo Show
room “Cantori” in marzo,
approntato per l’occorrenza
di finto prato con biciclette
appoggiate e la tipica tavolata campagnola corredata
da tovagliette quadrettate.
Infatti, il tema dominante
era l’aria festosa e giocosa;
fra cestini pieni di delizie che
ricordano l’infanzia, marmel-
late, crostate e torte è stato
possibile ammirare le fresche tonalità dell’estate di
Emmanuel Schvili: il rosso
dei papaveri, i fiori lilla di
Saint- Tropez, il beige romantico e il blu sportivo del
tennis.
A questa fresca merenda
hanno partecipato numerose autorità del mondo della
moda e personalità fra cui
Vittoria Cappelli ed anche
la famosa PR Tiziana Rocca
che ha presentato il suo ultimo libro ‘Come fare le Pubbliche Relazioni’.
Giorgia Schvili, instancabile,
attorniata dai suoi splendidi
figli, ha salutato i presenti
con il suo solito accattivante sorriso mentre le indossatrici, passando fra gli invitati, mostravano gli abiti
dell’ultima collezione che
evidenziavano la solita “garanzia di stile”.
Ornella Elefante
11
Ricordando con affetto Quinto Ferrari
I
l dizionario della
canzone bolognese
non è stato ancora
scritto: forse questa
potrebbe essere un’occasione, per lanciare la
proposta e per onorare
in modo, compiuto ed
indelebile, i nomi dei
cantanti, musicisti,
compositori e poeti,
che hanno dal XVI secolo trasformato la nostra città in un laboratorio di invenzioni e di
innovazioni creative,
diffondendo stili e forme di vita in tutto il
mondo (Vivere alla bolognese…. ).
Quinto Ferrari (19071995) con la sua poesia e la sua musica ha
contribuito, nella no-
stra epoca, come epigono di una lunga e
gloriosa tradizione musicale bolognese (da
Carlo
Musi
ad
Adrianéin, da Piazza
Marino a Leonildo Marcheselli, da Mario Medici a Dino Sarti…), a
comunicare la gioia di
vivere, il buonumore, la
convivalità e la simpatia del popolo petroniano.
Quinto Ferrari, tipografo de “Il Resto del Carlino”, cominciò a scrivere canzoni andando in
pensione. Inizialmente
scrisse per Mario Medici, successivamente,
trovando il sostegno
dei suoi numerosi amici e sostenitori, canta-
va il suo mondo nelle
osterie. La sua produzione musicale divenne
sempre più importante
e particolarmente caratterizzante, nel rispetto del filone storico della tradizione bolognese, di un nuovo
lirismo, di una nuova
forma di “canzone-programma”, una sorta di
zirudela , senza troppe
cadenze ritmate, quasi
ad invitare la poesia ad
un delicato ma appassionato giro di ballo. Le
osterie saranno, fondamentalmente, il luogo
d’incontro e di risonanza delle canzoni di
Quinto Ferrari.
E dalle osterie si cominciarono a diffondere al-
cune straordinarie
composizioni : “Ninna
nanna a Claudia”, “Mel
e otzantquarantòt” e la
struggente “Madunéina
dal Bòurgh San Pir”.
Oggi, queste, possono
essere considerate, insieme ad altre più maliziose e divertenti
come “Piratt sugabatt”,
“Al sulfanèr” e l’esilarante “Andricca” (scritta da Luciano Trombetti, morto nel 1994) e
portata al successo da
Quinto, che scrisse un
seguito, con il titolo
“Adìo Calisto”, l’emblema della nostra città.
Sono il canto della memoria che unisce l’antico al nuovo e che rende Bologna, sempre
protagonista di una sa-
pere arguto, di una filosofia del vivere, quella stessa che suggerirà
a Quinto Ferrari di intitolare una significativa
raccolta di poesie e
musiche, con una secca ma efficace e dotta
affermazione popolare:
“Mé a la vadd acsé”.
L’Associazione “L’Archiginèsi”, ricorderà il 24
maggio, nel centenario
della nascita, il poeta
e musicista bolognese
Quinto Ferrari, insieme
al Centro sociale “Saffi”, in Via Ludovico Berti
2/10, a partire dalle ore
15,30 fino alle ore
19,30.
Ricordiamo insieme
un grande bolognese!
Franchino Falsetti
Pagheremo noi le cure per salvare il piccolo Zebiao
La storia di Zebiao, undicenne cinese malato
di epatite e rimasto orfano per il suicidio di
entrambi i genitori, ha
fatto breccia. Oltre che
nel cuore dei lettori,
anche in quello del Movimento dei Diritti Civili che ha deciso di
passare dalle lacrime
all’azione. L’organizzazione guidata da Franco Corbelli (un’associazione di volontariato
che non riceve finanziamenti pubblici né pri-
12
vati) ha deciso di mettere a disposizione dell’ambasciata cinese in
Italia la somma necessaria per pagare le cure
mediche del bambino.
E i rappresentanti del
Paese hanno ringraziato Corbelli e il popolo
italiano per il gesto di
solidarietà.
«Farò pervenire al recapito che mi sarà fornito dall’ambasciatore
una prima somma - ha
detto Corbelli - l’intera
mia indennità di consigliere
provinciale
(1.200 euro mensili)
per pagare le cure di
Zebiao nei primi anni.
Lo aiuteremo per alcuni anni, sino a quando
non sarà completamente guarito».
Per pagare il ricovero in
ospedale
servono
2.000 yuan, poco più di
200 euro, mentre i suoi
genitori erano riusciti a
racimolare solo 80 euro
grazie all’aiuto dei parenti. «Chiederemo al-
l’ambasciata cinese di
informarci sulle sue
condizioni e sulle necessità mediche ed
economiche. Siamo rimasti tutti profondamente colpiti da questa
tragica e tristissima vicenda» ha aggiunto
Corbelli. Dopo il suicidio della coppia, anche
gli abitanti del villaggio
di Zebiao si erano offerti di aiutarlo con una
colletta. Un impegno
che sarebbe potuto risultare molto gravoso,
dato che il reddito di un
contadino cinese è di
300 euro all’anno.
Zebiao, il figlio della
coppia che si è suicidata
gettandosi nel fiume
Azzurro
Grazie Edith Piaf, un inno all’amore
A
ncora una volta
il binomio Fon
dazione
del
Monte di Bologna e Ravenna ed Associazione
Profutura ha fatto centro. Al Teatro Dehon
l’attrice Gaia Ferrara e
la vocalist Graziana
Borciani, sono state
infatti le applaudite
protagonistedello
spettacolo “Edith
Piaf: donna, cantante e mito,” ideato e diretto da Giorgio Albéri. Una rappresentazione per celebrare
emozioni in un flashback fatto di brani,
suoni e voci.
“Hymme a l’amour”,
“La vie en rose”, “Les
feuilles
mortes”:
quante coppie nel
mondo si sono conosciute, amate follemente e, poi magari
lasciate, ascoltando la
musica e le parole di
queste immortali melodie rese famose da
colei che è stata sempre identificata con
l’amore stesso!
Piccola, fragile, provata in mille modi dalla
vita, fino alla fine, la
Piaf, si è sostenuta con
la grande forza di quel
sentimento che è perno universale nella
vita di tutti gli uomini.
La sua gracilità fisica,
La vocalist Graziana Borciani mentre interpreta “Milord”
assieme al nome d’arte, l’hanno fatta divenire per tutti il “passerotto”, ma dentro di
lei ardeva la forza di
un vulcano costantemente in eruzione che
coinvolgeva tutti coloro che l’amavano.
La parte musicale è
stata curata dal Maestro Lamberto Lipparini che al pianoforte ed
alla fisarmonica, unitamente al bassista
Marco Romagnoli, al
percussionista Andrea
Burani, al sax tenore
Mario Parisini ed al clarinettista Vincenzo
Serra, ha fatto rivive-
re bellissimi ricordi con
canzoni indimenticabili. Non è vero che il
piacere di ascoltare
canzoni romantiche si
stia affievolendo. La
partecipazione ha dimostrato ciò: tutto
esaurito al teatro
“Dehon”.
L’attrice Gaia Ferrara in un momento drammatico dello spettacolo
Giorgio Albéri, al termine, ringrazia il numeroso pubblico
13
Da psicologo a scultore: è possibile?
Ha attirato la nostra
curiosità per la sua
grande passione:
scultura e grafica.
Ma come è maturata la decisione del
dottor Bartolomeo
Scorpio di dedicarsi
all’arte dopo una
vita assorbita da un
altro mestiere?
Sono nato a Napoli
“qualche anno fa”, vissuto a Salerno fino alla
maturità, poi a Bologna dal 1958, perciò
mi sento bolognese di
adozione a tutti gli effetti. Mi sono laureato
in psicologia Clinica,
all’Università di Padova, e, da quando mi
trovo in “vacanza permanente”, con alcuni
amici, in un laboratorio svolgo attività artistiche (ceramica, grafica e pittura).
Chi per prima mi ha
fatto avvicinare ad
una espressione detta
“artistica”, avevo poco
più di sei anni, è stata
una mia zia, peraltro
molto amata che era
“Pittrice autodidatta” e
“Pianista per studi”,
molto rigorosa nella
sua ricerca, ma anche
paziente nell’insegnarmi i primi rudimenti
14
del disegno. Il disegno
mi dava una carica
particolare: appena
c’era la possibilità di
usare carta e matite
iniziavano i viaggi nella fantasia di bimbetto.
Poco più tardi, facevo
le medie, un cugino,
molto più grande di
me, che aveva seguito
la scultura in terracotta con risultati eccellenti, mi aiutò a capire
la bellezza di questa
tecnica; fui pronto a
seguirlo, con le prime
esperienze, nel mondo
della ceramica.
Ma il suo lavoro, se
me lo consente, è
stato
artistico?
Come è riuscito a
conciliare arte e psicologia?
Da allora, da bambino,
non ho mai smesso di
“fare qualcosa di artistico”, ma il lavoro voleva i suoi impegni e
così le alternanze fra
studi, professione, carriera hanno creato
questo doppio solco
“operativo”. Ho sempre distinto psicologia
da arte. Quando tornavo a casa rientravo nel
personaggio dell’artista.
A parte le sue doti
naturali, ha approfondito anche studi
artistici?
Due corsi a Faenza, nel
1966/7, mi hanno riallacciato al discorso
“ceramica”, ho cercato
di incamerare quanto
più era possibile delle
tecniche necessarie
per esprimere le tante
“voci” che questa forma d’arte può dare.
Poi a Bologna ebbi
modo di conoscere Mario Leoni e la sua compagna di vita Deborah
Whitman, ed essere
accettato nella sua
“bottega” artistica, allora in via S. Leonardo, dove ho imparato
cosa potesse essere
“l’innamoramento” per
una forma d’espressione artistica quale è la
grafica. Sono state le
loro lezioni di acquaforte, di acqua tinta, di
punta secca, che ora
mi fanno amare questo percorso, infinito
nelle
possibilità
espressive. Ricordo
ancora quella “fucina
d’arte” che era ritenuta una vera e grande
stamperia artistica. Lì
ho avuto modo di vivere, la sera, dopo i
“doveri”, i momenti di
ricerca, l’applicazione
pratica dei colori, i
tempi di morsura delle
lastre di zinco attraverso gli acidi, imparare a
stampare e, cosa unica, vedere stampare
opere di grandi autori
contemporanei: Guidi,
Treccani, Guttuso, Zunica.
In questo momento
sta lavorando a
qualcosa di interessante? Quali sogni
nel cassetto?
A parte la diretta
esperienza umana, che
ancora oggi mi manca,
il modo di vivere i momenti di lavoro mi hanno fatto capire che, se
amata, la cosa che stai
facendo, pur faticosa,
è sempre portatrice di
gioia e complicità positiva. Sto sempre lavorando a qualcosa di
interessante (almeno
per me).
Chi ha avuto finora, e
il Signore ce lo conservi il più a lungo possibile, la forza di spingermi a credere nelle
mie ‘possibilità artistiche’ è il mio Maestro
in assoluto: Umberto
Sgarzi. Oltre a insegnarmi cosa vuol dire
‘dipingere il bello’,
(trentacinque anni fa
mi portava lungo il Savena a dipingere dal
vero), ha sempre coerentemente voluto che
la “natura” fosse vista
e interpretata con gioia. Le ore passate con
lui, anche oggi sono
impagabili lezioni di
ordine mentale e di rigore operativo, te lo
rendono prezioso, unico, come maestro e
amico. Ecco il mio sogno nel cassetto: essere come lui!
Giorgio Albéri
Così il marketing può aiutare l’Opera
P
er parlare di
marketing all’in
terno dei Teatri
d’opera (almeno nella
realtà italiana) occorre
chiarezza e prudenza.
Consultando uno dei
più noti dizionari economici alla voce Marketing leggiamo: “complesso delle attività che
in una impresa industriale o di servizi sono
servizi di cultura. Riflettendo sulla parola
“mercato” , nel contesto del Teatro dell’opera sarebbe più opportuno sostituirla, ampliandone l’ambito operativo, con la parola
“società”. Quando invece analizziamo la parola “rapporto , occorre
necessariamente entrare nel mondo della
vano come “impura
contaminazione”. Possiamo pensare alle
azioni di marketing
come volte a migliorare l’operatività del soggetto “Teatro dell’Opera” nei confronti della
“società” al fine di creare con essa una vera
e propria “relazione”
nel senso più completo
del termine. Fare cioè
dotto” (mi si passi il
termine) di grande importanza , in un contesto dove la “tradizione”
e’ un grande Valore e
che merita un approccio di rispetto unito
però ad altrettanta determinazione e coraggio per operare quei
cambiamenti necessari e urgenti per affrontare una situazione re-
la “e’ capace di comunicare”. Dobbiamo tessere una sorta di autentica relazione (che
non può essere – pare
ovvio – il rapporto spettatore/ botteghino )
che parte dallo spettatore per allargarsi alla
società e a tutte le sue
componenti. Il marketing garantisce la relazione con la “comuni-
indirizzate a studiare e
a impostare i rapporti
tra l’impresa stessa e il
mercato”.
Tre sono le parole chiave : impresa, mercato
e territorio.
La trasformazione giuridica degli enti liricosinfonici da enti pubblici a fondazioni di diritto privato e’ a tutti ben
nota ( e sarebbe troppo lungo approfondirne
i vari aspetti) ma il
quadro consente di acquisire la consapevolezza (non sempre acclarata) che il teatro
dell’Opera oggi deve
considerarsi a pieno titolo come una impresa
che produce servizi :
“comunicazione” per
arrivare a definire un
più sostanziale ambito
di “relazione” . Possiamo così riformulare la
definizione sopra riportata, riferendola al Teatro dell’opera in questo modo: “il complesso delle attività che in
un Teatro dell’Opera
sono indirizzate a studiare e a impostare la
relazione tra Teatro
d’opera e società”.
Così ridefinita la parola Marketing nello scenario del Teatro dell’Opera amplia l’orizzonte di osservazione e
ci mette “sereni” al riparo da alcuni pre-concetti che lo individua-
del Teatro un punto di
riferimento che, nel
contempo, sia specchio
della società stessa e
stimolo al cambiamento (inteso come progresso). La “mission”
del marketing non e’ la
“facile” soluzione a tutti
i problemi che purtroppo affliggono i teatri
dell’opera. Non è la sola
parzialissima visione
della “sponsorizzazione” come panacea di
tutti i mali. E’ piuttosto
l’introduzione di un
metodo volto ad una
più razionale analisi dei
problemi per offrire
“soluzioni” possibili,
nella consapevolezza di
operare con un “pro-
alisticamente difficile.
Ci deve essere, una
volontà di agire con
coraggio nella convinzione ( e qui cito una
frase del famoso regista Graham Vick) che
non morirà mai “l’arte
dell’Opera”, ma dovrà
cambiare “l’organizzazione per l’arte dell’opera”.
Il grande pericolo e’
quello di essere autoreferenziali, di chiudersi in una “coscienza
felice” e di parlare ad
un mondo chiuso , ad
una enclave di adepti.
E’ necessario “aprire le
porte dei nostri Teatri”
ricordandoci che il pubblico ascolta se chi par-
tà” : è una relazione
diversa sicuramente da
quella della sala piena,
si apre quindi al territorio e diviene uno
strumento perchè i
grandi valori culturali
legati al mondo dell’opera diventino parte
integrante del marchio
di una città. Così sicuramente può essere per
il Teatro Comunale di
Bologna in relazione al
“marchio” Bologna. Il
nostro bellissimo Teatro del Bibiena che ha
la forza di una grande
tradizione e di una illustre e gloriosa storia di
artisti, di uomini e di
pubblico.
Giacomo Varone
15
L’umiltà? una virtù fuori moda
E
ssere votati al volonta
riato, spesso, non vuo
le dire essere solo generosi, ma essere capaci di
prendersi carico del male dell’altro; essere altruisti significa essere talmente generosi
da non avere paura del male
che gli altri hanno fatto,
ma avere la forza e la voglia di farsene carico.
Essere votati al volontariato vuole dire anche che
gli errori della società devono non solo essere azzerati, ma anche presi in
carico.
Essere generosi significa
alla fin fine essere molto
veri e anche molto esigenti. Chi può dire di non avere bisogno di aiuto da parte di qualcuno?
E’ vero che molti comportamenti sono corretti socialmente, ma soltanto
davanti alla legge civile;
nel silenzio del cuore quale desiderio di bontà e di
altruismo! Quanto ci dobbiamo fare perdonare: trascuratezze, ingenerosità,
egoismi!
Fatta questa iniziale considerazione, desidero ulteriormente puntualizzare
che a chi si occupa di volontariato viene richiesto
aiuto anche dalle forze sociali/politiche, forse perchè, tutto sommato, è una
richiesta non solo di aiuto, ma anche di compagnia. Non essere lasciati
soli neanche negli errori è
un modo evidente di riconoscere le sconfitte e il segno che da soli è difficile
essere umili.
Ma che cos’è l’umiltà? E’
una virtù fuori moda. Tutto ci suggerisce di essere
tutt’altro che umili. Nella
vita ci hanno insegnato ad
arrangiarci, ad essere forti, a
darci da fare. “Se sei umile
tutti ti sorpassano e non sei
più nessuno. Rimarrai un povero diavolo che gli altri fanno a gare a disprezzare e a
non considerare”. Quante volte abbiamo sentito questo
concetto!
Per me essere umili significa
essere veri, essere se stessi
con convinzione, senza paura e senza imbrogli. In questi
16
tempi, invece, suggerire
l’umiltà sembra significare
essere votati alle sconfitte,
all’isolamento, alla nullità.
Al contrario, essere umili non
significa essere un nulla. Infatti, ciò non è umiltà: è, caso
mai, autolesionismo; non si-
parenza era tutt’altra cosa
della realtà.
A proposito di ciò, leggiamo
spesso alcune notizie sui quotidiani che ci fanno rivivere
una serie di episodi che vogliono mettere ordine non
solo nei nostri doveri, ma an-
gnifica neppure mettersi all’ultimo posto, significa invece stare al proprio.
Non vendere fumo, non calpestare gli altri, non dare gomitate. Quella virtù che sembrava così assurda, diventa
comprensibile e quasi amabile. Quante volte, infatti, siamo rimasti male quando qualcuno ci ha tolto un diritto,
quando si è appropriato di
meriti non suoi o quando l’ap-
che nei nostri diritti. E’ giusto! Non sopportiamo più né
privilegi, né vantaggi ingiustificati.
L’esortazione, dunque, è quella di rimanere sempre se stessi facendo apparire le proprie
capacità: essere veri, senza
nascondere la propria impreparazione. L’umiltà deve contribuire ad un corretto convivere.
Tutto sommato in un clima di
autentica umiltà, la società ci
può offrire maggiori possibilità e occasioni di essere valorizzati.
Nel “mondo” dell’immagine
nel quale ci troviamo, è fondamentale non lasciarsi incantare da ciò che è apparenza. E’ proprio nella complessità dei problemi che
è decisivo non lasciarsi assorbire da ciò che è effimero o da ciò che è astratto.
All’umiltà deve essere parallela la sincerità. Essa,
almeno a parole, è apprezzata, nei fatti un po’
meno. Spesso la sincerità
è sbandierata come arroganza e prepotenza
(quante volte si sente dire
da chi si professa “troppo
sincero”: “Io sono fatto
così, non importa se sono
volgare e prepotente; io
parlo francamente: mi
dovete prendere come
sono”). Questa non è sincerità, non è franchezza.
E’ arroganza, è volgarità
di cui la cronaca quotidiana è zeppa. La franchezza, la vera sincerità, è altra cosa. La vita personale e la vita collettiva guadagnerebbero molto dalla
franchezza, dall’essere
trasparente.
Ciascuno di noi, infatti, è
chiamato a dare il proprio
contributo, affinchè ogni
giorno vi sia attorno a noi
la serenità. Accettare la
sfida che ci viene dal nostro tempo significa ribellarci con coraggio e caparbietà per costruire insieme un progetto, in cui
ogni creatura possa tornare ad essere padrone della propria esistenza.
In ogni giornata dovremmo trovare un piccolo spazio entro il quale collocare gli
altri, ridimensionando il nostro desiderio di emergere,
soffocando almeno per un
momento il nostro egoismo e
chiederci se ogni giorno abbiamo fatto il possibile per
contribuire alla serenità.
Sicuramente è più facile parlare che fare, ma chi vuole
fare trova sempre la strada
per farlo.
Giorgio Albéri