PINTO Un appello per salvare l`arte
Transcript
PINTO Un appello per salvare l`arte
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA) n° 4 - Aprile 2007 3 PINTO Un appello per salvare l’arte Profutura a teatro Il profitto al servizio del sociale 7 Rivivono le melodie della Piaf Restauri in corso 5 Rinasce il gioiello di Marconi 13 Parlare di filosofia, tornando a casa in taxi Il dramma dei nostri tempi è che parliamo sempre di meno. Per mancanza di interlocutori, per stanchezza, per mille altre (non validissime) ragioni. Il dibattito resta sempre su toni superficiali, per non disturbare il credo politico di chi ci sta davanti, per paura di affrontare temi che ci angosciano o che ci vedono isolati (la morte, la pratica religiosa), forse e soprattutto perché ci siamo rassegnati a vede- re il mondo camminare così, con passo stentato, a sobbalzi, sempre più povero di contenuti. Può capitare però, ed è questo l’aspetto sorprendente della nostra esistenza, che il sipario si apra, una qualsiasi sera, su uno scenario inimmaginabile e per nulla scontato. Il ‘professore’ di turno, l’interlocutore con cui scambiare finalmente due chiacchiere pesanti, è seduto lì davanti a te, anzi ti Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit, editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato: Giorgio Albéri - Presidente Fabio Raffaelli - Vice Presidente Ornella Elefante Segretario/Tesoriere Maria Dagradi - Consigliere Andrea Ponzellini - Consigliere Luisella Gualandi - Revisore dei conti Giorgia Schvili - Socio Le Buone Notizie nasce da un’idea di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli Testi e fotografie vanno inviati all’e-mail [email protected] volta le spalle. Per forza, è un tassista, ti sta accompagnando a casa. Il traffico è rado vista l’ora tarda e lui, il nostro tassista, ti fulmina, incastrandoti in un dibattito che, in pochi minuti, spazia dalla massoneria alla religione, dalla vita agreste al convulso operare della città. Un tassista credente, fiero di esserlo, ma anche un essere umano che vuole confrontarsi con un suo simi- le, che ha in testa mille domande e va in cerca di un orecchio attento. Di notte si parla volentieri e, una volta sotto casa, ci regaliamo qualche minuto di serenità e conforto. Senza che il tassametro vada avanti, senza che un altro impegno distolga la nostra attenzione. Ho imparato più da lui nel breve tragitto da via Castiglione a via Turati che nelle ultime dieci serate trascorse fuori. Scoprendo, oltre ad una mente viva, qualcuno che ama la natura, che va in cerca di tartufi e che magari ha voglia di dividerli con il suo prossimo. Che peccato sarebbe stato se non avessi risposto a quella sua prima domanda, che peccato, tante volte, restarcene assorti senza capire che il mondo ha voglia di parlare con noi. Buona lettura Fabio Raffaelli BASTANO 30 EURO PER SOSTENERE da ritornare via fax al 051/436558 SCHEDA PER SOSTENERE E ABBONARSI ALLA RIVISTA “LE BUONE NOTIZIE” Io sottoscritto, per conto - proprio, dell’Associazione, dell’Ente - chiede di attivare n° ...................... abbonamenti (10 numeri a 30 euro) a partire dal mese di ............................................ dell’anno ............................... Allego fotocopia del pagamento avvenuto sul c/c postale n° 60313194, ABI 07601, CAB 02400, intestato all’Associazione Buone Notizie. La rivista è da inviare a: 1. Nominativo ......................................................................................................................................................... Edito da Associazione Buone Notizie Redazione: Piazza Volta, 7 - 40134 Bologna Tel. 051.6142327 - Fax 051.436558 Via .............................................................................................................................. cap ............................................ Direttore responsabile: Fabio Raffaelli Direttore editoriale: Giorgio Albèri Segreteria di redazione: Ornella Elefante 2. Nominativo ......................................................................................................................................................... città .......................................................................................................................... tel. ........................................................................ e-mail ...................................... ........................................................................................ Via .............................................................................................................................. cap ............................................ città .......................................................................................................................... Stampa: Tipolito Casma - via B.Provaglia 3 - Bologna tel. ........................................................................ e-mail Registrazione al Tribunale di Bologna n° 7361 del 11/09/2003 data 2 prov. ............................................ Firma prov. ...................................... ........................................................................................ ............................................................................................................... Perché hanno sequestrato la mia arte D a quasi due anni Bruno Pinto, uno dei nostri più grandi artisti contemporanei, vive una ‘esistenza sequestrata’. Artisticamente parlando non ‘parla’ più, perso com’è nei meandri di una giustizia miope se non cieca e dell’assurdo. Una vicenda che piacerebbe al giovane Kafka, un teatrino, drammatico, dove la verità stenta ad emergere, lasciando il protagonista in una sorta di limbo che tutto ottenebra. Bruno, e questa è la notizia positiva, si è però ribellato, in questi giorni, a questo stato di cose e ha deciso di raccontare a tutti la sua verità, unica e incontrovertibile. Torniamo un passo indietro. Bruno è l’artista di sempre, quello che la critica più autorevole ha sempre stimato e continua a stimare ma tutto il suo lavoro è sotto sequestro. Il nucleo storico della sua opera, inoltre, è scomparso, trafugato alla chiusura di un’importante personale a Milano. E’ sicuramente occultato in qualche magazzino (a Bologna?) o in qualche ufficio con il rischio, più che reale, di sparire per sempre. Nessuno, ad oggi, è in grado di aiutare Pinto a recuperare le sue duecento opere. Nemmeno, per il momento, la Legge. Il magistrato che fa per complicare la vita a Pinto? Mette sotto s e questro altre duemila opere, quelle più recenti, a scopo precauzionale, compresi colori, pennelli e gli altri ferri del mestiere. Ora le opere giacciono, affidate proprio alla custodia di Pinto, nel suo atelier ma l’artista non le può vendere. Beffa tra le beffe. Tutti contro Pinto e perché? Perché ha voluto ribellarsi, tutto qui, alle immotivate pretese di uno dei tanti ‘mecenati-mercanti’ che pretendono l’artista sottomesso a qualsiasi richiesta. Vicende che hanno portato Pinto non solo a doversi concentrare su azioni giudiziarie che avrebbe, per sua natura, volentieri evitato ma che lo hanno distolto per quasi due anni dalla sua unica e vera passione, la pittura. Unica sua fonte di sostentamento. Da qui la decisione di incontrare la stampa e di ‘inaugurare’ nel suo studio in via IV novembre a Casalecchio una provoca- toria mostra dal titolo ‘Arte sequestrata’ Bruno deve tornare a vivere e a guadagnare, vendendo le sue opere. Sgombrando il campo da vicende giudiziarie mai raccontate e che rischiano di intorbidare la sua immagine, da sempre specchiata. Ascoltiamolo e aiutiamolo. Per informazioni 051 / 6701098 www.brunopinto.it [email protected] 3 CIFREE, una onlus per l’infanzia di Silvia Vicchi N asce a Bologna il CIFREE, Centro per l’Intervento, la Formazione e la Ricerca in Età Evolutiva, associazione che si occupa di problematiche infantili e di prevenzione del disagio minorile. Uno spazio in cui accogliere percorsi di osservazione sulle relazioni familiari, dove è possibile effettuare audizioni e incontri protetti in una sala con circuiti tv, dove le famiglie o i singoli possono ricevere sostegno e dove coloro che operano a favore dell’infanzia trovano un servizio di supervisione. “Il CIFREE – spiega la presidente Magda Tura - si propone come servizio a favore della famiglia in crisi, in un rapporto diretto con la magistratura minorile e con i servizi sociosanitari del territorio. Siamo un’équipe formata da una decina di professionisti di diversa formazione, psicologi, avvocati, educatori.” Il Centro, specializzato anche nella formazione sull’abuso e i maltrattamenti ai minori e nella prevenzione del disagio minorile, ha attivato sportelli di ascolto nelle scuole medie e superiori e nasce grazie a un contributo di 40.000 euro della Fon- 4 dazione Del Monte. “I nostri interlocutori . continua Tura – sono le istituzioni locali, l’azienda sanitaria locale, le Forze dell’Ordine, la Magistratura e le scuole. Ma anche tutte le persone che hanno bisogno di un sostegno psicologico, o pedagogico e, soprattutto, i genitori che desiderano migliorare la qualità del rapporto con i loro bambini.” Perché mai come oggi, la scuola e la famiglia sono lasciate sole e spesso impotenti, ad affrontare il disagio minorile. Mai come oggi i bambini e i ragazzi si sono trovati privi di punti di riferimento e di appoggio, quando annaspano nel mare delle incertezze e dell’inquietudine di un’età che solo gli adulti definiscono “la più bella”. Paolo Mengoli, da sempre volontario a favore dei più umili e oggi consigliere della Fondazione Del Monte, denuncia: “Il disagio purtrop- po si eredita. E’ nella città. Arriva dalla TV alla strada. I bambini guardano circa tre ore di televisione ogni giorno, in certi casi anche sei. In pochi anni vedono 40.000 omicidi e 10.000 maltrattamenti. La TV è il primo abuso subito dai bambini. La Fondazione ha volu- to sostenere la prevenzione e dare ai bambini un’opportunità.” A Bologna, dal 2005 al 2006, i casi di affidamento di minori ai servizi sociali sono stati 971. Si tratta di casi in cui a nessuno dei due genitori è stato assegnato l’affido dei figli. Le tutele, che intervengono quando entrambi i genitori perdono la potestà sui figli, o sono deceduti, sono passate da 283 a 347, mentre le vigilanze, che riguardano soprattutto casi di monogenitorialità con problemi di ordine economico, da 865 a 979. Dai dati emersi, risulta anche che nella nostra città, la situazione di abuso e maltrattamento ai minori è peggiorata, in un contesto sociale caratterizzato da un aumento delle separazioni, dove l’abuso minorile si configura sempre più come una conseguenza del conflitto tra i coniugi. Se da un lato l’aumento delle denunce indica che finalmente il fenomeno sta emergendo, dall’altra richiede un’attenta valutazione circa la ve- ridicità delle accuse, spesso lanciate da un genitore contro l’altro. Francesca Salvatore, giudice del Tribunale per i Minorenni di Bologna, è stata pubblico ministero e si è trovata a perseguire gli attori degli abusi e dei maltrattamenti sui minori: “Il problema dei maltrattamenti – dice – è l’omertà familiare, una cultura tipica delle culture mediterranee, dove si fatica a diffondere il messaggio di responsabilità sociale, cioè di tutti coloro che sanno, che vedono e che sono tenuti a proteggere il minore in difficoltà.” Occorre quindi sensibilizzare l’opinione pub- blica, affinché tutti sappiano come comportarsi di fronte ad un abuso e fornire poli di riferimento, come quelli messo a punto dal CIFREE, per i servizi, per gli operatori, ma anche per i singoli cittadini e gli stessi genitori. “Chi maltratta e abusa – continua Salvatore - è stato a sua volta abusato e maltrattato. Si pensa normalmente ai maltrattamenti fisici, ma esiste anche un abuso psicologico, ed è il più frequente. Comunque s’intervenga, il minore subirà sempre uno strappo, che va ricucito il prima possibile. E il CIFREE sarà utile anche in questo senso, perché il lavoro interdisciplinare è necessario, occorre uno scambio tra diritto e scienze sociali. In caso contrario, il giudice avrà difficoltà a fare il suo lavoro al meglio.” CIFREE Via Zucchini 9 Bologna Tel. 051-243448 www.cifree.tk [email protected] Il profitto? Al servizio del sociale Quando la malattia si accanisce su di noi e a nulla valgono le cure, l’uomo è assalito da un grande senso di impotenza. Proprio per aiutare chi soffre a mantenere una dignità di vita è nato l’Hospice “Maria Teresa Chiantore Seràgnoli”. Inaugurato nel 2001 per rispondere ai bisogni clinici, assistenziali e psicologici del paziente nella fase progressiva ed avanzata della malattia e per fornire un supporto concreto e psicologico ai suoi familiari, è stato interamente realizzato con risorse private. “Siamo convinti che ogni impresa debba sviluppare non soltanto una cultura del profitto, ma anche una cultura sociale, che non sono tra loro antitetiche, anzi debbono integrarsi con lo scopo di massimizzare l’utilità economica e sociale dell’impresa”. In queste parole è riassunta la filosofia della Fondazione Isabella Seràgnoli che, assieme alla Fondazione Hospice MT. C. Seràgnoli, ha fondato il Centro di Formazione e di Ricerca in Cure Palliative, struttura situata in un angolo della nostra pianura, a Bentivoglio, di fianco al complesso dell’Hospice. Due cascine di colore ocra, circondate da alberi, sono state ristrutturate per divenire sede del Centro che integra l’attività assistenziale dell’Hospice con quella formativa e di ricerca. Le cure palliative, nei confronti delle quali anche Papa Benedetto XVI ha recentemente espresso pieno consenso, costituiscono un impegno serio per il miglioramento della qualità della vita, e non del mero sopravvivere, assicurando ai malati e alle loro famiglie un’assistenza completa sotto ogni aspetto (medico, assistenziale, psicologico, spirituale) e favorendo una personalizzazione delle cure. In questo contesto, il Centro di Formazione e confronti della cultura umanistica. Nel Centro di Formazione si sta tenendo un master Universitario di 1° livello, organizzato con la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, per preparare personale medico, paramedico lizzato fa ricerche di base e cliniche nell’ambito delle cure pal- di Ricerca in Cure Palliative si pone come polo di diffusione di una visione olistica della cura per pazienti in fase avanzata di malattia e di sensibilizzazione nei e psicologi ad assistere pazienti non guaribili e le loro famiglie nel percorso difficile delle ultime fasi della malattia. Nel Centro di Ricerche personale specia- liative per cercare di offrire ogni giorno un’assistenza medica e specialistica sempre migliore. Migliorare la qualità della vita del paziente, controllare il dolore e la sofferenza psicologica, supportare le famiglie e assisterle nelle necessità del quotidiano, sono gli obiettivi primari che si perseguono in Hospice. La migliore medicina in questo ospedale è l’Amore, amore per la persona, per l’essere umano. La forza dell’amore risulta più efficace di tanti farmaci. Cerchiamo anche noi di fare tesoro di tale insegnamento e abbandoniamoci a questo sentimento con la certezza che esso ci riempirà l’animo di serenità; non saremo più schiavi dell’invidia e della sete di potere che portano fatalmente alla distruzione dell’essere umano. Donatella Bruni 5 Alcol e droghe, battere le emergenze D ilaga, tra i gio vanissimi, il vi zio del bere. Non è una novità ma l’ultima inchiesta sul fenomeno parla di un’età sempre più bassa (dagli 11 ai 15 anni), di un intero ‘paese’ italiano che scompare ogni anno (per cirrosi e incidenti stradali perdono la vita 25.000 persone, la maggior parte dei quali sotto i venti anni). I più grandi, i liceali, viaggiano invece verso lo sballo totale, l’oblio del sabato sera. Sul fronte della droga la musica non cambia: sempre più in erba i consumatori, con un unico obiettivo: stupire a tutti i costi il vicino di banco o di casa. Sperimentando così cocktail micidiali, cocaina e superalcolici. E dono un’opera di prevenzione costante che la scuola e i genitori questo solo per il gusto di sfidare la morale e il mondo dei grandi. Emergenze che richie- dovrebbero con coraggio e con un fronte comune mettere in atto, senza palleggiarsi inve- ce responsabilità e doveri. Per affrontare il problema da vicino ma soprattutto per fornire ai giovani e ai loro genitori elementi rigorosi sui quali riflettere va segnalato l’impegno delle scuole della Fondazione Malavasi che hanno organizzato una giornata di approfondimento, quale attività didattica integrativa, che si terrà giovedì 3 maggio 2007 al Cinema Teatro Tivoli in via Massarenti 418 con inizio alle ore 9,30. Un incontro unico nel suo genere in quanto non è rivolto solo ai giovani o soltanto agli adulti ma mette insieme, creando proprio quel dialogo che spesso manca, genitori e figli. Coinvolgendo anche gli insegnanti, elemento fondamentale del ‘triangolo’ dei soggetti coinvolti. La mattinata vedrà alternarsi esperti e gente comune con esperienze purtroppo esemplari e toccanti, raccontate in diretta a studenti e genitori. Testimonianze di persone vicine a noi, proprio per sfatare il luogo comune ‘ma questo capita agli altri’. L’appuntamento, particolarmente dedicato ai giovani, ma aperto anche e soprattutto agli adulti perché “è difficile che un genitore possa parlare di questi problemi a un figlio se non 30 Come sostenere le Buone Notizie? Bastano Euro Vedi a pagina 2 6 li conosce o se li conosce male” vedrà la partecipazione, tra gli altri, della dottoressa Manuela Ceccarelli, Medico Alcologo, responsabile Sanitario Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo Ravenna, del dottor Alessandro Dionigi, uno dei massimi esperti, a livello nazionale, sulle ‘nuove’ droghe e della dottoressa Carla Facchini, biologa, esperta di problemi sociali legati ai comportamenti dei giovani. L’incontro verrà aperto dal gestore della Fondazione Malavasi, il dottor Mauro Morelli e dal dirigente scolastico professor Renato Tosi. Così salveremo il gioiello di Marconi U n antico palaz zo della Via San Vitale nel centro storico di Bologna, in prossimità delle Due Torri, è stata la dimora preferita da Guglielmo Marconi; questa costruzione era stata dal quindicesimo secolo la casa di una delle più antiche famiglie nobili bolognesi e venne scelta all’inizio del Novecento dal grande scienziato come propria abitazione. Guglielmo Marconi affidò le cure del palazzo al fratello Alfonso per sua figlia Elettra, la quale ora desidera “recuperare” co e del recupero dell’intero palazzo, che è sotto il controllo della Soprintendenza l’intero edificio, in tutti i diecimila metri quadri e non destinarlo a negozi ed uffici. La principessa Elettra Marconi attualmente sta sostenendo il lavoro di ripristino, del “rifacimento” artisti- per i beni storici ed artistici; lo sforzo finanziario è notevole. Allo scopo di conservare l’integrità dell’edificio, la principessa Elettra sta promuovendo un’iniziativa per un centro internazionale che per- seguirà lo scopo di facilitare la comunicazione pacifica e fruttuosa universalmente fra la gente, nello spirito ed in nome di Guglielmo Marconi. Il centro, denominato “Centro interattivo Marconi”, potrà ospitare iniziative di carattere sociale, educativo, scientifico e alta tecnologia, programmi ed i progetti promozionali, promuovendo lo scambio di allievi ed il loro aggiornamento; il centro interagirà con l’ambiente locale e con altre istituzioni che perseguono gli stessi obiettivi; in questa maniera le memorie del genio petroniano, invento- re della radio, non andranno disperse. La proposta del recupero è partita dal- l’onorevole Michele Frattallone, presidente del “Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo” (CTIMUSA) e col ruolo di Presidente della “Galileo Legacy Foundation” di Boston nel Massachusetts - USA; la Principessa Elettra Marconi per questa iniziativa ha inviato il seguente messaggio: “Cari amici Italiani d’America e del mondo … Il ripristino della dimora di mio padre a Bologna non sarà solo il mantenimento perenne della memoria di lui e della vostra generosità nei suoi luoghi più cari, ma anche lo stimolo per le nuove generazioni a seguire il suo esempio nello sviluppo della scienza e della tecnologia delle comunicazioni. Ringrazio la Fondazione “Galileo Legacy” di Boston che mi con- sente di rivolgermi a voi tutti per questa iniziativa”. Floriano Roncarati Informazioni: www.galileolegacy foundation.org 7 Il mondo? Può essere salvato dai piccoli di Mercedes Ferretti “I l mondo salvato dai ragazzini” recitava il titolo di un libro di Elsa Morante...e c’è ancora chi ci crede che il mondo possa essere salvato dai più piccoli: il personale medico e paramedico del Reparto Neurologia Pediatrica del S.Orsola, ad esempio, che a contatto quotidianamente con le sofferenze dei bambini, crede nella possibilità di cura e talvolta di guarigione per tante patologie neurologiche. C’è poi un professore, direttore della UO Neuropsichiatria Infantile, che ha con i bambini un particolare feeling: il professor Emilio Franzoni a Bologna lo conoscono tutti, per la sua competenza ma anche per la sua grande disponibilità umana. Lui è l’anima della Fanep (Associazione Famiglie Neurologia Pediatrica), fondata nel lontano 1983, che si occupa di prevenzione e diagnostica precoce delle condizioni di handicap neuropsichico. Un’associazione di volontariato che da qualche anno si occupa anche della cura di Anoressia e Bulimia, patologie purtroppo in costante aumento non solo in età adolescenziale ma anche tra le bambine in età scolare. Professore, mai come in questo ultimo periodo si parla di anoressia nervosa: una patologia innescata da modelli irragiungibili di perfezione e bellezza proposti dalla nostra società, un disagio interiore che mette radici in famiglia o un disturbo pschiatrico? Ci speghi cos’è l’anoressia e come l’affrontate in Reparto. L’anoressia nervosa fa parte di un ampio gruppo di patologie definite come “Disturbi del comportamento alimentare” e che comprendono anche la bulimia nervosa, l’alimentazione incontrollata, l’obesità. Anoressia Nervosa significa “Rifiuto patologico del cibo” espressione di patologia complessa di tipo psichico, biologico e sociale. L’età di esordio più frequente della sintomatologia va dai 12 ai 24 anni con netta prevalenza del sesso femminile. L’anoressia ha radici profonde e su predisposizione probabilmente genetica, si inseriscono elementi scatenanti di origine “ambientale”, tra le quali la famiglia gioca un ruolo di primo piano nel bene e nel male. Diversi e meno importanti sono i legami con i vari modelli di volta in volta presentati dalla nostra società, rimanendo in primo pia- Domenica a quattro zampe per aiutare la F.A.N.E.P. B est in Show amatoriale (e a fin di bene) quello che si svolgerà il 13 maggio, a partire dalle 15, al Parco Europa Spinelli (vicino a via Casella) a San Lazzaro. Un’appassionante sfilata canina amatoriale con giuria e premiazioni finali, esibizioni di cani addestrati, dimostrazioni di Agility e Fly Ball organizzati dal Centro Cinofilo Felicia. Inoltre punti di ascolto e promozione Pet Therapy dell’Associazione Chiaramilla e Animazione per bambini dell’Associazione Ion Creanga che metteranno in scena “La Fattoria degli Animali”. La Giuria sarà presieduta da Rita Zironi e dal suo cane Spongebob, CT della squadra di calcio ANT. L’intenzione è quella di creare un variegato contenitore ludico ma anche di promozione culturale ed educativa di un corretto rapporto con il cane. Tutto il ricavato verrà devoluto alla Fanep 8 (Associazione Famiglie Neurologia Pediatrica S. Orsola - Gozzadini). Biglietto ingresso: 10 euro (bambini gratis). Quota di Iscrizione per i cani in gara: 15 euro (include il pass di entrata). Info e Prevendita : cell. 338-9658977; 392-6968218. Per i cani che si aggiudicheranno le prime posizioni ricchi premi in gadgets e sacchi di cibo offerti dal punto vendita L’Isola Verde di S. Lazzaro e dalla ditta Novafood. La Conad di San Lazzaro, sponsor dell’evento, fornirà numerosi buoni di acquisto ai proprietari dei cani vincitori, spendibili presso la filiale S. Lazzaro. Informazioni stampa: Mercedes Ferretti cell. 392 6968218 Clinica Pediatrica Gozzadini Via Massarenti 11- 40138 Bologna Tel. 051 346744 – 051 300800 Cod. Fiscale 92005280372 Sito www.fanep.org e mail [email protected] Banca Popolare di Milano Ag.212 Bologna C/C 100 ABI 05584 CAB 02417 CIN h no le tensioni che il ruolo femminile provoca in un’adolescente in fase di cambiamento. Nella nostra struttura esiste il Centro Regionale per i Disturbi del Comportamento Alimentare in fase evolutiva (dedicato alla compianta dottoressa Annarosa Andreoli), dove vengono affrontati i vari casi sia ambulatoriamente, sia in day hospital, sia in ricovero ordinario. In reparto la degenza è strutturata per una accoglienza che tenga conto di attività di gruppo ma che non perda di vista la persona nel suo percorso assolutamente individualizzato. Molti dei risultati che si riescono ad ottenere, oltre alla fondamentale presenza delle Istituzioni (azienda e Regione) derivano anche dalla presenza della FANEP (Associazione Famiglie Neurologia Pediatrica) che da 1983 sostiene e collabora attivamente con la nostra struttura. La degenza normalmente dura da 2 ai 4 mesi ed è incentrata in un percorso riabilitativo della mente e del corpo. Si parla spesso di un quadro famigliare tipico per le anoressiche: madre ossessiva, padre assente, quanto una disfunzionalità famigliare incide nella comparsa dei disturbi alimentari? E cosa deve fare una famiglia appena si accorge dei primi sintomi? Quando si parla di “quadro famigliare tipico” si deve sempre comunque tenere presente la peculiarità di ciascuna famiglia che, molto spesso, contiene risorse fondamentali da utilizzare nel percorso terapeutico. In realtà è vero che, molto spes- so, si incontrano madri che non hanno potuto ancora “separarsi” fisiologicamente dalle loro figlie (ma anche dai figli), ma è anche vero che troppo spesso la figura paterna delega moltissimo e non riesce più nel tempo ad aiutare la madre nel compito complementare della coppia. Ecco perché la terapia non può non prendere in considerazione la famiglia, in particolare la coppia genitoriale che se collabora, aumenta fortemente il successo dell’intervento. E’ dunque evidente che quella che lei chiama (termine che sposo) la “disfunzionalità” familiare costituisce una delle basi importanti su cui si poggia il percorso patologico. Attenzione però, ciò non significa che diamo colpe alla famiglia, ma vorremmo richiamare la famiglia stessa ad interrogarsi sui percorsi interni relazionali per capire cosa può essere successo per mettere in campo tutte le risorse possibili capaci di generare un cambiamen- to. Ecco perché, all’insorgere dei primi sintomi, la famiglia non dovrebbe improvvisarsi “terapeuta”: bensì affidarsi prima di tutto al medico di famiglia che dovrebbe sapere a chi inviare il ragazzo e la famiglia stessa per una prima valutazione che, non necessariamente, signica patologia. Ricordiamo comunque che prima riusciamo ad intervenire, anche con una famiglia che si mette in gioco, e più probabilità abbiamo di successo. Un’altra patologia come l’epilessia, che un tempo veniva vissuta come una malattia terribile quasi umiliante, oggi viene curata con buoni risultati. Quali sono i progressi in questo campo? Purtroppo se è vero come è vero che sono aumentate le possibilità di conoscenza e di cura delle epilessie (bisognerebbe parlarne al plurale perché sono svariate), altrettanto vero è che i pregiudizi su tale malattia (per comodità continuerò a parlarne al singolare) non sono affatto diminuiti. Ancora oggi infatti chi soffre di epilessia è spesso immaginato come persona strana, magari con problemi mentali e/o intellettivi e nessuno pensa che nella stragrande maggioranza dei casi, il vero ed unico problema accade al momento della crisi. Intendiamoci, per chi ne soffre non è da poco conto, ma questo per sottolineare che al di fuori degli episodi, la persona non è assolutamente distinguibile dalle altre persone. E’ importante sapere che circa l’80% delle prime crisi epilettiche avviene in età evolutiva, cioè tra 0 e 18 anni, mentre il restante 20% si stempera in tutte le successive età della vita. Ci sono poi epilessie della infanzia che abbiamo imparato a conoscere bene, tanto da poter decidere di non fare alcun intervento farmacologico. I farmaci, appunto, sono sempre stati (e sono) il rimedio principale nella lotta alle cri- si che, di per se, rappresentano un anomalo funzionamento (esagerato) della nostra corteccia cerebrale e, proprio in funzione della zona dove si genera la scarica patologica, danno luogo alle diverse manifestazioni cliniche. Negli ultimi anni, per fortuna, si è avuto un grande sviluppo di nuovi farmaci che hanno contribuito a migliorare i risultati, in particolare, sulle forme cosiddette “farmacoresitenti”. A proposito di questo aspetto, che rappresenta circa un 20% delle persone che soffrono di epilessia, altri importanti passi avanti si sono sviluppati con i trattamenti non farmacologico. Mi riferisco a tre ulteriori possibilità di cura, quando tutti i farmaci hanno fallito. La prima riguarda la possibilità, per certi pazienti, di essere operati con l’asportazione del tessuto cerebrale malato, cioè epilettogeno. Ovviamente l’indicazione all’intervento, in centri specializzati (vedi neurochirurgia dell’ospedale Bellaria di Bologna) avviene dopo una accuratissima selezione. Un’altra possibilità è costituita dalla dieta chetogena che al raggiungimento di una elevata acidità nel sangue, grazie ad una alimentazione molto ricca di grassi, permetterebbe lo sviluppo di un ambiente cellulare in cui le crisi non riuscirebbero a svilupparsi. L’altro presidio terapeutico non farmacologico è costituito dall’impianto, tramite piccolo intervento, di un piccolo stimolatore elettrico (tipo pace-maker) che si collega alle finre del nervo vago che dal torace risale al nucleo del vago stesso, nel cervello, liberando (grazie agli stessi stimoli) della sostanze, neuromediatori, che inibirebbero la scarica epilettogena. Ricordo ancora che stiamo parlando di epilessie farmacoresisternti, dove cioè tutti i farmaci, in varia combinazione tra loro, sono stati impiegati. 9 Moda ricercata o ricerca della moda? «U na moda ricercata o una ricerca della moda?» un titolo intrigante per una serata aperta al pubblico che ha voluto essere un momento di riflessione per un fenomeno apparentemente superficiale, ma che in realtà può essere letto a diversi livelli, da quello sociologico, e quindi la moda vista come strumento per far pesare una superiorità sociale ed economica; a quello filosofico, che indaga quanto l’apparire abbia presa sull’essere e viceversa, fino a toccare temi psicologici per il suo essere messaggio verso gli altri della personalità di chi indossa gli abiti o mancanza di essa quando ci si adegua ai diktat di massa. Questi ed altri temi sono stati al centro della serata pubblica proposta dal club Focus D al Molino Rosso, ospite d’onore Filippo Agnelli, stilista imolese (anche se lui preferisce definirsi sarto), da vent’anni impegnato anche come consulente per i grandi marchi del made in Italy e non solo, ora sceso in campo in prima persona con linee proprie, grazie a tre collezioni di successo che portano il suo nome: “Filippo Agnelli Sartoria”, una collezione di abiti preziosi e ricchi per tipo di tessuti e modelli, proposti anche in taglie confortevoli; “Filippo Agnelli Prêt-à-porter” la linea pensata per un pubblico giovane dagli accostamenti “tecno” in composizioni nobili, dove i preziosi tessuti sono trattati per dare un aspetto invecchiato; e “Filippo Agnelli Prêt Couture”, sartoria allo stato puro per un prodotto metropolitano, distribuito solo in poche boutique esclusive. Ma anche direttore creativo di una delle prime aziende etiche al 100%, una multinazionale indo-americana, con cui lavora da più di un decennio, che ora ha aperto una nuova fabbrica a Nuova Delhi per la produzione di capi cuciti completamente a mano, un prodotto quasi introvabile realizzato per aziende produttrici di marchi famosi. La serata era imperniata intorno ad un salotto di «addetti ai lavori». In mezzo a tutti, Filippo a mediare, sollevando l’interrogativo se sia giusto seguire i dettami della moda e uniformarsi o se sia meglio attingere l i b e ra m e n t e alle proposte, creando uno stile personale che esalta il carisma e rende una donna unica, irripetibile. Un clima salottiero per un dibattito aperto alle domande e alla curiosità del pubblico, invitato a scoprire qualcosa in più su un tema attuale come la moda. Una serata scoppiettante grazie anche alla presenza di tre dame d’eccezione che si sfideranno a colpi di opi- nioni, ma soprattutto di stile: Laura Alfaroli buyer, Alessia Calarota giornalista, Alida Gualandi talent scout e proprietaria della rinomata boutique imolese “Bottega verde”. parrucchieri Bologna Via L. Bassi Veratti, 73 (ang. Via Murri) Tel. 051.623.65.74 10 Amarcord il concerto dei Rolling Stones “G et your fleeflaps out!” ovvero “Tirate fuori i vostri battiti d’ala per prendere il volo!” celebra il quarantennale del primo concerto tenuto dai Rolling Stones in Italia: 5 aprile 1967, Bologna, Palazzo dello Sport. Non un’esposizione for fans only, ma anche un modo per interpretare l’idea di ribellione che si è tenuta a Bologna fino alla fine di aprile. Dall’approccio antitetico rispetto la consolidata visione ottimistica dei “favolosi anni sessanta”, Get your fleeflaps out! vuole sottolineare il lato solitamente omesso dell’ “epoca dell’ottimismo”: l’idea di ribellione nichilista, la disillusione, l’assenza di aspettative, la marginalità e la malinconia, che i Rolling Stones hanno saputo dipingere e trasmettere attraverso la loro musica. La società cantata dai Rolling Stones non è il mondo psichedelico dai colori luminosi, fatto di fiori e intriso di utopia pacifista e comunitaria; solo per un breve periodo, dalla metà del 1966 alla metà del 1968, come in una sorta di “deriva psichedelica” coltivata come fatto di moda e diversivo, possiamo trovare una produzione di brani sperimentali ma tuttavia composti di toni oscuri. Canzoni scandite come slogan dell’altro volto di un epoca, blues dalle venature acide e country, la musica dei Rolling Stones non ha nulla di consolatorio e non è neppure un manifesto politicizzato, come la musica di Bob Dylan che proprio in quegli anni mostrava di credere di cambiare il mondo con una canzone, ma è composta da brani di disillusione dai quale emerge una tra- sgressione ironica raccontata con toni di sberleffo. Attraverso i lavori dei quindici artisti invitati, analizzati in relazione al messaggio della canzone di riferimento, compiremo un viaggio attraverso un’epoca osservata da una prospettiva alternativa, inoltre, ci potremo rendere conto di quanto i “sixties al negativo” presentino assonanze con l’epoca attuale, con elementi e problematiche in comune che ci fanno sospettare l’avvento di una nuova rivoluzione “hippie” all’interno di una “contemporaneità al negativo”. Emmanuel Schvili, una garanzia di stile P untualmente, ogni anno, la primavera viene annunziata con la sfilata di moda del marchio ‘Emmanuel Schvili’: un’esplosione di colori, unita ad accurati accostamenti, crea i deliziosi modelli nati dalle vulcaniche idee della stilista Giorgia. Da oltre 30 anni la ditta Emmanuel Schvili è leader nel settore del ricamo con una produzione artigianale totalmente italiana. La creatività della tradizione di Emmanuel Schvili è per le donne che amano vestirsi di emozioni e capi esclusivi. I bolognesi e non solo, sono stati invitati al Pic-Nic che si è svolto presso lo Show room “Cantori” in marzo, approntato per l’occorrenza di finto prato con biciclette appoggiate e la tipica tavolata campagnola corredata da tovagliette quadrettate. Infatti, il tema dominante era l’aria festosa e giocosa; fra cestini pieni di delizie che ricordano l’infanzia, marmel- late, crostate e torte è stato possibile ammirare le fresche tonalità dell’estate di Emmanuel Schvili: il rosso dei papaveri, i fiori lilla di Saint- Tropez, il beige romantico e il blu sportivo del tennis. A questa fresca merenda hanno partecipato numerose autorità del mondo della moda e personalità fra cui Vittoria Cappelli ed anche la famosa PR Tiziana Rocca che ha presentato il suo ultimo libro ‘Come fare le Pubbliche Relazioni’. Giorgia Schvili, instancabile, attorniata dai suoi splendidi figli, ha salutato i presenti con il suo solito accattivante sorriso mentre le indossatrici, passando fra gli invitati, mostravano gli abiti dell’ultima collezione che evidenziavano la solita “garanzia di stile”. Ornella Elefante 11 Ricordando con affetto Quinto Ferrari I l dizionario della canzone bolognese non è stato ancora scritto: forse questa potrebbe essere un’occasione, per lanciare la proposta e per onorare in modo, compiuto ed indelebile, i nomi dei cantanti, musicisti, compositori e poeti, che hanno dal XVI secolo trasformato la nostra città in un laboratorio di invenzioni e di innovazioni creative, diffondendo stili e forme di vita in tutto il mondo (Vivere alla bolognese…. ). Quinto Ferrari (19071995) con la sua poesia e la sua musica ha contribuito, nella no- stra epoca, come epigono di una lunga e gloriosa tradizione musicale bolognese (da Carlo Musi ad Adrianéin, da Piazza Marino a Leonildo Marcheselli, da Mario Medici a Dino Sarti…), a comunicare la gioia di vivere, il buonumore, la convivalità e la simpatia del popolo petroniano. Quinto Ferrari, tipografo de “Il Resto del Carlino”, cominciò a scrivere canzoni andando in pensione. Inizialmente scrisse per Mario Medici, successivamente, trovando il sostegno dei suoi numerosi amici e sostenitori, canta- va il suo mondo nelle osterie. La sua produzione musicale divenne sempre più importante e particolarmente caratterizzante, nel rispetto del filone storico della tradizione bolognese, di un nuovo lirismo, di una nuova forma di “canzone-programma”, una sorta di zirudela , senza troppe cadenze ritmate, quasi ad invitare la poesia ad un delicato ma appassionato giro di ballo. Le osterie saranno, fondamentalmente, il luogo d’incontro e di risonanza delle canzoni di Quinto Ferrari. E dalle osterie si cominciarono a diffondere al- cune straordinarie composizioni : “Ninna nanna a Claudia”, “Mel e otzantquarantòt” e la struggente “Madunéina dal Bòurgh San Pir”. Oggi, queste, possono essere considerate, insieme ad altre più maliziose e divertenti come “Piratt sugabatt”, “Al sulfanèr” e l’esilarante “Andricca” (scritta da Luciano Trombetti, morto nel 1994) e portata al successo da Quinto, che scrisse un seguito, con il titolo “Adìo Calisto”, l’emblema della nostra città. Sono il canto della memoria che unisce l’antico al nuovo e che rende Bologna, sempre protagonista di una sa- pere arguto, di una filosofia del vivere, quella stessa che suggerirà a Quinto Ferrari di intitolare una significativa raccolta di poesie e musiche, con una secca ma efficace e dotta affermazione popolare: “Mé a la vadd acsé”. L’Associazione “L’Archiginèsi”, ricorderà il 24 maggio, nel centenario della nascita, il poeta e musicista bolognese Quinto Ferrari, insieme al Centro sociale “Saffi”, in Via Ludovico Berti 2/10, a partire dalle ore 15,30 fino alle ore 19,30. Ricordiamo insieme un grande bolognese! Franchino Falsetti Pagheremo noi le cure per salvare il piccolo Zebiao La storia di Zebiao, undicenne cinese malato di epatite e rimasto orfano per il suicidio di entrambi i genitori, ha fatto breccia. Oltre che nel cuore dei lettori, anche in quello del Movimento dei Diritti Civili che ha deciso di passare dalle lacrime all’azione. L’organizzazione guidata da Franco Corbelli (un’associazione di volontariato che non riceve finanziamenti pubblici né pri- 12 vati) ha deciso di mettere a disposizione dell’ambasciata cinese in Italia la somma necessaria per pagare le cure mediche del bambino. E i rappresentanti del Paese hanno ringraziato Corbelli e il popolo italiano per il gesto di solidarietà. «Farò pervenire al recapito che mi sarà fornito dall’ambasciatore una prima somma - ha detto Corbelli - l’intera mia indennità di consigliere provinciale (1.200 euro mensili) per pagare le cure di Zebiao nei primi anni. Lo aiuteremo per alcuni anni, sino a quando non sarà completamente guarito». Per pagare il ricovero in ospedale servono 2.000 yuan, poco più di 200 euro, mentre i suoi genitori erano riusciti a racimolare solo 80 euro grazie all’aiuto dei parenti. «Chiederemo al- l’ambasciata cinese di informarci sulle sue condizioni e sulle necessità mediche ed economiche. Siamo rimasti tutti profondamente colpiti da questa tragica e tristissima vicenda» ha aggiunto Corbelli. Dopo il suicidio della coppia, anche gli abitanti del villaggio di Zebiao si erano offerti di aiutarlo con una colletta. Un impegno che sarebbe potuto risultare molto gravoso, dato che il reddito di un contadino cinese è di 300 euro all’anno. Zebiao, il figlio della coppia che si è suicidata gettandosi nel fiume Azzurro Grazie Edith Piaf, un inno all’amore A ncora una volta il binomio Fon dazione del Monte di Bologna e Ravenna ed Associazione Profutura ha fatto centro. Al Teatro Dehon l’attrice Gaia Ferrara e la vocalist Graziana Borciani, sono state infatti le applaudite protagonistedello spettacolo “Edith Piaf: donna, cantante e mito,” ideato e diretto da Giorgio Albéri. Una rappresentazione per celebrare emozioni in un flashback fatto di brani, suoni e voci. “Hymme a l’amour”, “La vie en rose”, “Les feuilles mortes”: quante coppie nel mondo si sono conosciute, amate follemente e, poi magari lasciate, ascoltando la musica e le parole di queste immortali melodie rese famose da colei che è stata sempre identificata con l’amore stesso! Piccola, fragile, provata in mille modi dalla vita, fino alla fine, la Piaf, si è sostenuta con la grande forza di quel sentimento che è perno universale nella vita di tutti gli uomini. La sua gracilità fisica, La vocalist Graziana Borciani mentre interpreta “Milord” assieme al nome d’arte, l’hanno fatta divenire per tutti il “passerotto”, ma dentro di lei ardeva la forza di un vulcano costantemente in eruzione che coinvolgeva tutti coloro che l’amavano. La parte musicale è stata curata dal Maestro Lamberto Lipparini che al pianoforte ed alla fisarmonica, unitamente al bassista Marco Romagnoli, al percussionista Andrea Burani, al sax tenore Mario Parisini ed al clarinettista Vincenzo Serra, ha fatto rivive- re bellissimi ricordi con canzoni indimenticabili. Non è vero che il piacere di ascoltare canzoni romantiche si stia affievolendo. La partecipazione ha dimostrato ciò: tutto esaurito al teatro “Dehon”. L’attrice Gaia Ferrara in un momento drammatico dello spettacolo Giorgio Albéri, al termine, ringrazia il numeroso pubblico 13 Da psicologo a scultore: è possibile? Ha attirato la nostra curiosità per la sua grande passione: scultura e grafica. Ma come è maturata la decisione del dottor Bartolomeo Scorpio di dedicarsi all’arte dopo una vita assorbita da un altro mestiere? Sono nato a Napoli “qualche anno fa”, vissuto a Salerno fino alla maturità, poi a Bologna dal 1958, perciò mi sento bolognese di adozione a tutti gli effetti. Mi sono laureato in psicologia Clinica, all’Università di Padova, e, da quando mi trovo in “vacanza permanente”, con alcuni amici, in un laboratorio svolgo attività artistiche (ceramica, grafica e pittura). Chi per prima mi ha fatto avvicinare ad una espressione detta “artistica”, avevo poco più di sei anni, è stata una mia zia, peraltro molto amata che era “Pittrice autodidatta” e “Pianista per studi”, molto rigorosa nella sua ricerca, ma anche paziente nell’insegnarmi i primi rudimenti 14 del disegno. Il disegno mi dava una carica particolare: appena c’era la possibilità di usare carta e matite iniziavano i viaggi nella fantasia di bimbetto. Poco più tardi, facevo le medie, un cugino, molto più grande di me, che aveva seguito la scultura in terracotta con risultati eccellenti, mi aiutò a capire la bellezza di questa tecnica; fui pronto a seguirlo, con le prime esperienze, nel mondo della ceramica. Ma il suo lavoro, se me lo consente, è stato artistico? Come è riuscito a conciliare arte e psicologia? Da allora, da bambino, non ho mai smesso di “fare qualcosa di artistico”, ma il lavoro voleva i suoi impegni e così le alternanze fra studi, professione, carriera hanno creato questo doppio solco “operativo”. Ho sempre distinto psicologia da arte. Quando tornavo a casa rientravo nel personaggio dell’artista. A parte le sue doti naturali, ha approfondito anche studi artistici? Due corsi a Faenza, nel 1966/7, mi hanno riallacciato al discorso “ceramica”, ho cercato di incamerare quanto più era possibile delle tecniche necessarie per esprimere le tante “voci” che questa forma d’arte può dare. Poi a Bologna ebbi modo di conoscere Mario Leoni e la sua compagna di vita Deborah Whitman, ed essere accettato nella sua “bottega” artistica, allora in via S. Leonardo, dove ho imparato cosa potesse essere “l’innamoramento” per una forma d’espressione artistica quale è la grafica. Sono state le loro lezioni di acquaforte, di acqua tinta, di punta secca, che ora mi fanno amare questo percorso, infinito nelle possibilità espressive. Ricordo ancora quella “fucina d’arte” che era ritenuta una vera e grande stamperia artistica. Lì ho avuto modo di vivere, la sera, dopo i “doveri”, i momenti di ricerca, l’applicazione pratica dei colori, i tempi di morsura delle lastre di zinco attraverso gli acidi, imparare a stampare e, cosa unica, vedere stampare opere di grandi autori contemporanei: Guidi, Treccani, Guttuso, Zunica. In questo momento sta lavorando a qualcosa di interessante? Quali sogni nel cassetto? A parte la diretta esperienza umana, che ancora oggi mi manca, il modo di vivere i momenti di lavoro mi hanno fatto capire che, se amata, la cosa che stai facendo, pur faticosa, è sempre portatrice di gioia e complicità positiva. Sto sempre lavorando a qualcosa di interessante (almeno per me). Chi ha avuto finora, e il Signore ce lo conservi il più a lungo possibile, la forza di spingermi a credere nelle mie ‘possibilità artistiche’ è il mio Maestro in assoluto: Umberto Sgarzi. Oltre a insegnarmi cosa vuol dire ‘dipingere il bello’, (trentacinque anni fa mi portava lungo il Savena a dipingere dal vero), ha sempre coerentemente voluto che la “natura” fosse vista e interpretata con gioia. Le ore passate con lui, anche oggi sono impagabili lezioni di ordine mentale e di rigore operativo, te lo rendono prezioso, unico, come maestro e amico. Ecco il mio sogno nel cassetto: essere come lui! Giorgio Albéri Così il marketing può aiutare l’Opera P er parlare di marketing all’in terno dei Teatri d’opera (almeno nella realtà italiana) occorre chiarezza e prudenza. Consultando uno dei più noti dizionari economici alla voce Marketing leggiamo: “complesso delle attività che in una impresa industriale o di servizi sono servizi di cultura. Riflettendo sulla parola “mercato” , nel contesto del Teatro dell’opera sarebbe più opportuno sostituirla, ampliandone l’ambito operativo, con la parola “società”. Quando invece analizziamo la parola “rapporto , occorre necessariamente entrare nel mondo della vano come “impura contaminazione”. Possiamo pensare alle azioni di marketing come volte a migliorare l’operatività del soggetto “Teatro dell’Opera” nei confronti della “società” al fine di creare con essa una vera e propria “relazione” nel senso più completo del termine. Fare cioè dotto” (mi si passi il termine) di grande importanza , in un contesto dove la “tradizione” e’ un grande Valore e che merita un approccio di rispetto unito però ad altrettanta determinazione e coraggio per operare quei cambiamenti necessari e urgenti per affrontare una situazione re- la “e’ capace di comunicare”. Dobbiamo tessere una sorta di autentica relazione (che non può essere – pare ovvio – il rapporto spettatore/ botteghino ) che parte dallo spettatore per allargarsi alla società e a tutte le sue componenti. Il marketing garantisce la relazione con la “comuni- indirizzate a studiare e a impostare i rapporti tra l’impresa stessa e il mercato”. Tre sono le parole chiave : impresa, mercato e territorio. La trasformazione giuridica degli enti liricosinfonici da enti pubblici a fondazioni di diritto privato e’ a tutti ben nota ( e sarebbe troppo lungo approfondirne i vari aspetti) ma il quadro consente di acquisire la consapevolezza (non sempre acclarata) che il teatro dell’Opera oggi deve considerarsi a pieno titolo come una impresa che produce servizi : “comunicazione” per arrivare a definire un più sostanziale ambito di “relazione” . Possiamo così riformulare la definizione sopra riportata, riferendola al Teatro dell’opera in questo modo: “il complesso delle attività che in un Teatro dell’Opera sono indirizzate a studiare e a impostare la relazione tra Teatro d’opera e società”. Così ridefinita la parola Marketing nello scenario del Teatro dell’Opera amplia l’orizzonte di osservazione e ci mette “sereni” al riparo da alcuni pre-concetti che lo individua- del Teatro un punto di riferimento che, nel contempo, sia specchio della società stessa e stimolo al cambiamento (inteso come progresso). La “mission” del marketing non e’ la “facile” soluzione a tutti i problemi che purtroppo affliggono i teatri dell’opera. Non è la sola parzialissima visione della “sponsorizzazione” come panacea di tutti i mali. E’ piuttosto l’introduzione di un metodo volto ad una più razionale analisi dei problemi per offrire “soluzioni” possibili, nella consapevolezza di operare con un “pro- alisticamente difficile. Ci deve essere, una volontà di agire con coraggio nella convinzione ( e qui cito una frase del famoso regista Graham Vick) che non morirà mai “l’arte dell’Opera”, ma dovrà cambiare “l’organizzazione per l’arte dell’opera”. Il grande pericolo e’ quello di essere autoreferenziali, di chiudersi in una “coscienza felice” e di parlare ad un mondo chiuso , ad una enclave di adepti. E’ necessario “aprire le porte dei nostri Teatri” ricordandoci che il pubblico ascolta se chi par- tà” : è una relazione diversa sicuramente da quella della sala piena, si apre quindi al territorio e diviene uno strumento perchè i grandi valori culturali legati al mondo dell’opera diventino parte integrante del marchio di una città. Così sicuramente può essere per il Teatro Comunale di Bologna in relazione al “marchio” Bologna. Il nostro bellissimo Teatro del Bibiena che ha la forza di una grande tradizione e di una illustre e gloriosa storia di artisti, di uomini e di pubblico. Giacomo Varone 15 L’umiltà? una virtù fuori moda E ssere votati al volonta riato, spesso, non vuo le dire essere solo generosi, ma essere capaci di prendersi carico del male dell’altro; essere altruisti significa essere talmente generosi da non avere paura del male che gli altri hanno fatto, ma avere la forza e la voglia di farsene carico. Essere votati al volontariato vuole dire anche che gli errori della società devono non solo essere azzerati, ma anche presi in carico. Essere generosi significa alla fin fine essere molto veri e anche molto esigenti. Chi può dire di non avere bisogno di aiuto da parte di qualcuno? E’ vero che molti comportamenti sono corretti socialmente, ma soltanto davanti alla legge civile; nel silenzio del cuore quale desiderio di bontà e di altruismo! Quanto ci dobbiamo fare perdonare: trascuratezze, ingenerosità, egoismi! Fatta questa iniziale considerazione, desidero ulteriormente puntualizzare che a chi si occupa di volontariato viene richiesto aiuto anche dalle forze sociali/politiche, forse perchè, tutto sommato, è una richiesta non solo di aiuto, ma anche di compagnia. Non essere lasciati soli neanche negli errori è un modo evidente di riconoscere le sconfitte e il segno che da soli è difficile essere umili. Ma che cos’è l’umiltà? E’ una virtù fuori moda. Tutto ci suggerisce di essere tutt’altro che umili. Nella vita ci hanno insegnato ad arrangiarci, ad essere forti, a darci da fare. “Se sei umile tutti ti sorpassano e non sei più nessuno. Rimarrai un povero diavolo che gli altri fanno a gare a disprezzare e a non considerare”. Quante volte abbiamo sentito questo concetto! Per me essere umili significa essere veri, essere se stessi con convinzione, senza paura e senza imbrogli. In questi 16 tempi, invece, suggerire l’umiltà sembra significare essere votati alle sconfitte, all’isolamento, alla nullità. Al contrario, essere umili non significa essere un nulla. Infatti, ciò non è umiltà: è, caso mai, autolesionismo; non si- parenza era tutt’altra cosa della realtà. A proposito di ciò, leggiamo spesso alcune notizie sui quotidiani che ci fanno rivivere una serie di episodi che vogliono mettere ordine non solo nei nostri doveri, ma an- gnifica neppure mettersi all’ultimo posto, significa invece stare al proprio. Non vendere fumo, non calpestare gli altri, non dare gomitate. Quella virtù che sembrava così assurda, diventa comprensibile e quasi amabile. Quante volte, infatti, siamo rimasti male quando qualcuno ci ha tolto un diritto, quando si è appropriato di meriti non suoi o quando l’ap- che nei nostri diritti. E’ giusto! Non sopportiamo più né privilegi, né vantaggi ingiustificati. L’esortazione, dunque, è quella di rimanere sempre se stessi facendo apparire le proprie capacità: essere veri, senza nascondere la propria impreparazione. L’umiltà deve contribuire ad un corretto convivere. Tutto sommato in un clima di autentica umiltà, la società ci può offrire maggiori possibilità e occasioni di essere valorizzati. Nel “mondo” dell’immagine nel quale ci troviamo, è fondamentale non lasciarsi incantare da ciò che è apparenza. E’ proprio nella complessità dei problemi che è decisivo non lasciarsi assorbire da ciò che è effimero o da ciò che è astratto. All’umiltà deve essere parallela la sincerità. Essa, almeno a parole, è apprezzata, nei fatti un po’ meno. Spesso la sincerità è sbandierata come arroganza e prepotenza (quante volte si sente dire da chi si professa “troppo sincero”: “Io sono fatto così, non importa se sono volgare e prepotente; io parlo francamente: mi dovete prendere come sono”). Questa non è sincerità, non è franchezza. E’ arroganza, è volgarità di cui la cronaca quotidiana è zeppa. La franchezza, la vera sincerità, è altra cosa. La vita personale e la vita collettiva guadagnerebbero molto dalla franchezza, dall’essere trasparente. Ciascuno di noi, infatti, è chiamato a dare il proprio contributo, affinchè ogni giorno vi sia attorno a noi la serenità. Accettare la sfida che ci viene dal nostro tempo significa ribellarci con coraggio e caparbietà per costruire insieme un progetto, in cui ogni creatura possa tornare ad essere padrone della propria esistenza. In ogni giornata dovremmo trovare un piccolo spazio entro il quale collocare gli altri, ridimensionando il nostro desiderio di emergere, soffocando almeno per un momento il nostro egoismo e chiederci se ogni giorno abbiamo fatto il possibile per contribuire alla serenità. Sicuramente è più facile parlare che fare, ma chi vuole fare trova sempre la strada per farlo. Giorgio Albéri