Dello Spirito
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Dello Spirito
qwertyuiopasdfghjklzxcv bnmqwertyuiopasdfghjkl C. A. HELVETIUS zxcvbnmqwertyuiopasdfg Dello spirito hjklzxcvbnmqwertyuiopa (1758) sdfghjklzxcvbnmqwertyui Traduzione di Franco Virzo (2006) opasdfghjklzxcvbnmqwer tyuiopasdfghjklzxcvbnmq wertyuiopasdfghjklzxcvb nmqwefghjklzxcmqwerty uiopasdfghjklzxcvbnmqw Titolo originale: De l’esprit 1( 1758) Di C. A. Helvétius (1715-1771) Traduzione di Franco Virzo (2006) Traduzione condotta sul testo tratto dal database di Frantext realizzato da: “Institut National de la Langue Française (INaLF) “ Prefazione La parola francese “esprit” è l’equivalente delle differenti parole italiane: spirito, mente, intelletto, ingegno, pensiero, animo, umore, carattere, attitudine ecc. Nella traduzione del presente testo, ho scelto il termine che mi è sembrato più adatto a rendere, volta per volta, il pensiero dell’autore. Sarà, poi, lo stesso Helvétius a chiarire, nelle pagine che seguono, ciò che, a suo avviso, deve più propriamente intendersi per “esprit”, principale oggetto di questa sua opera. (ndt) 1 2 L’oggetto che mi propongo d’esaminare in quest’opera è interessante; è per di più nuovo. Fino ad ora lo spirito è stato considerato soltanto sotto alcuni suoi aspetti. I grandi scrittori non hanno fatto altro che gettare un colpo d’occhio rapido sulla materia, ed è ciò che m’incoraggia a trattarla. La conoscenza dello spirito, quando si prende questa parola in senso lato, è così strettamente legata alla conoscenza del cuore e delle passioni dell’uomo, che era impossibile scrivere sull’argomento, senza parlare almeno di quella parte della morale comune agli uomini d’ogni nazione, e che può avere, nei governi, soltanto il bene pubblico come oggetto. I principi che pongo sulla materia sono, penso, conformi all’interesse generale e all’esperienza. Dai fatti risalgo alle cause. Ho creduto di dover trattare la morale come tutte le altre scienze, e di far morale come la fisica sperimentale. Ho ceduto a quest’idea solo per la persuasione che ho che qualsivoglia morale i cui principi sono utili al pubblico è necessariamente conforme alla morale della religione, che è soltanto il perfezionamento della morale umana. Per il resto, se mi sono sbagliato, e se, contro la mia aspirazione, alcuni dei miei principi non fossero conformi all’interesse generale, sarebbe un errore della mia mente e non del mio cuore, e dichiaro in anticipo di sconfessarlo. Chiedo solo una grazia al mio lettore, ed è d’ascoltarmi prima di condannarmi, di seguire il nesso che lega insieme le mie idee, d’essere giudice e non avversario. Questa richiesta non è l’effetto di un’ingenua fiducia; ho troppo spesso ritenuto sbagliato la sera, quello che avevo ritenuto buono il mattino, per avere un’alta opinione dei miei lumi. Forse ho trattato un soggetto al disopra delle mie forze: ma, quale uomo conosce tanto se stesso da non presumerne troppo? Almeno non dovrò rimproverarmi di non aver fatto ogni sforzo per meritare l’approvazione del pubblico. Non ottenendolo, ne sarò più addolorato che sorpreso: in questo genere di cose non basta desiderare, per ottenere. In tutto ciò che ho detto, ho cercato soltanto il vero, non soltanto per l’onore di dirlo, ma perché il vero è utile agli uomini. Se me ne sono 3 allontanato, troverò proprio nei miei errori motivi di consolazione, se, come dice De Fontenelle, gli uomini non possono arrivare a qualcosa di ragionevole, in qualsiasi campo, se non dopo aver consumato, in quello stesso campo, tutte le sciocchezze immaginabili. I miei errori potranno perciò essere utili ai miei concittadini: con il mio naufragio avrò segnalato lo scoglio. Quante stupidità, aggiunge De Fontenelle, non diremmo noi oggi, se gli antichi non le avessero già dette prima di noi, e se non ce le avessero, per così dire, portate via! Lo ripeto quindi: garantisco della mia opera soltanto la purezza e l’onestà delle intenzioni. Tuttavia, per quanto certo delle intenzioni, i proclami dell’invidia sono così favorevolmente ascoltati, e le sue frequenti declamazioni così atte a sedurre anime più oneste che illuminate, che si scrive, per così dire, tremando. Lo sconforto nel quale imputazioni, spesso calunniose, hanno gettato gli uomini di genio, sembra già presagire al ritorno dei secoli d’ignoranza. E’ soltanto nella mediocrità dei talenti, in ogni settore, che si trova un asilo contro le persecuzioni degli invidiosi. La mediocrità diventa quindi una protezione; e questa protezione, me la sono verosimilmente cercata mio malgrado. D’altronde, credo che l’invidia potrebbe difficilmente imputarmi il desiderio di ferire qualcuno dei miei concittadini. Il genere di quest’opera, in cui non prendo in considerazione nessun uomo in particolare, ma gli uomini ed i popoli in generale, deve mettermi al riparo da ogni sospetto di malignità. Aggiungerò anche che leggendo questi discorsi, ci si accorgerà che amo gli uomini, che desidero il loro bene, senza odiare e disprezzarne nessuno in particolare. Alcune delle mie idee appariranno forse azzardate. Se il lettore le giudica false, lo prego di ricordarsi, nel condannarle, che soltanto all’audacia dei tentativi si devono spesso le scoperte delle più grandi verità, e che il timore di sostenere un errore non deve in nessun modo distoglierci dalla ricerca della verità. Invano uomini ignobili e pusillanimi vorrebbero proscriverla, e imporle talvolta il nome odioso di licenza, in vano ripetono che le verità sono spesso pericolose. Supponendo che talvolta lo fossero, a qual più gran pericolo ancora non sarebbe esposto il popolo che acconsentisse a languire nell’ignoranza? Una nazione priva di lumi, quando esce dallo stato 4 barbaro e feroce, è una nazione degradata, e presto o tardi soggiogata. Fu più la scienza militare dei romani che non il loro valore a trionfare sui Galli. Se la conoscenza di una verità può avere qualche inconveniente ad un dato momento, passato questo, la stessa verità ridiventa utile ai secoli ed alle nazioni. Questa è infine la sorte delle cose umane: non ce n’è nessuna che non possa diventare pericolosa in certi momenti, ma è solo a queste condizioni che se ne gode. Maledizione su chi volesse, con questa motivazione, privarne l’umanità. Nel momento stesso che s’impedisse la conoscenza di talune verità, non sarebbe più permesso dirne alcuna. Migliaia di persone potenti e spesso anche malintenzionate, con il pretesto che è talvolta saggio tacere la verità, la bandirebbero dall’universo. Sicché il pubblico illuminato che solo ne conosce interamente il valore la richiede incessantemente: non teme d’esporsi ad eventuali mali, per godere dei vantaggi reali che essa procura. Tra le qualità degli uomini, quella che apprezza di più è la grandezza dell’anima che si rifiuta alla menzogna. Sa quanto è utile pensare e dire tutto, e che gli errori stessi cessano d’esser pericolosi, quando è consentito contraddirli. Allora sono presto riconosciti come errori: si depositano rapidamente da soli negli abissi dell’oblio, e soltanto le verità galleggiano sulla vasta distesa dei secoli. Primo discorso - Capitolo primo Dello spirito in se stesso. 5 Si discute ogni giorno su quello che va chiamato spirito: ognuno dice la sua, nessuno abbina le stesse idee a questa parola, e tutti parlano senza capirsi. Per poter dare un’idea giusta e precisa della parola spirito e delle diverse accezioni in cui è presa, bisogna innanzitutto esaminare lo spirito in se stesso. Si considera lo spirito o come l’effetto della facoltà di pensare (e lo spirito, in tal senso, non è altro che il raggruppamento dei pensieri dell’uomo), o come la facoltà stessa di pensare. Per capire ciò che è lo spirito, preso in quest’ultimo significato, occorre conoscere quali sono le cause produttrici delle nostre idee. Abbiamo in noi due facoltà, o, se oso dire, due potenze passive, la cui esistenza è generalmente e distintamente riconosciuta. Una è la facoltà di ricevere le diverse impressioni che fanno su di noi gli oggetti esterni: è chiamata sensibilità fisica. L’altra è la facoltà di conservare l’impressione che questi oggetti hanno fatto su di noi: è chiamata memoria, e la memoria non è altro che una sensazione continuata ma indebolita. Queste facoltà, che considero come le cause produttrici dei nostri pensieri, e che abbiamo in comune con gli animali, ci farebbero tuttavia sorgere solo un piccolissimo numero d’idee, se non fossero unite in noi ad una certa organizzazione esterna. Se la natura, invece delle mani e delle dita flessibili, avesse completato i nostri polsi con zoccoli di cavallo, chi dubita che gli uomini senz’arte, senz’abitazione, senza difesa contro gli animali, completamente presi dalla preoccupazione di provvedere al cibo e d’evitare le bestie feroci, non sarebbero ancora erranti nelle foreste come branchi fuggitivi? Orbene, in questa supposizione, è evidente che l’opera di civilizzazione non avrebbe raggiunto, in nessuna società, il grado di perfezionamento al quale è pervenuta attualmente. Non c’è nazione che, in fatto di spirito, non sarebbe restata di molto inferiore a taluni popoli primitivi che non hanno nemmeno duecento idee, duecento parole per esprime le loro idee, ed il cui linguaggio, di conseguenza, è ridotto, come quello degli animali, a cinque o sei suoni o gridi, se si tolgono da questa stessa lingua le parole arco, frecce, reti, ecc. che suppongono l’uso delle mani. Da cui concludo che, senza una certa organizzazione esterna, la 6 sensibilità e la memoria sarebbero in noi soltanto facoltà sterili. Adesso bisogna esaminare se, con l’ausilio di quest’organizzazione, le due citate facoltà hanno realmente prodotto i nostri pensieri. Prima d’intraprendere un qualsiasi esame in merito, mi si chiederà forse se queste due facoltà sono modificazioni d’una sostanza spirituale o materiale. La questione, un tempo agitata dai filosofi, e riproposta ai giorni nostri, non entra necessariamente nel piano della mia opera. Quello che ho da dire sullo spirito concorda perfettamente tanto con l’una quanto con l’altra ipotesi. Osserverò in proposito soltanto che, se la chiesa non avesse fissato la nostra credenza su questo punto, e che pertanto si è dovuto, con i soli lumi della ragione, elevarsi fino alla conoscenza del principio pensante, non si potrebbe non convenire che nessuna opinione in questo genere di cose è suscettibile di dimostrazione, che bisogna prendere in considerazione le ragioni pro e contro, bilanciare le difficoltà, risolversi in favore del più gran numero di verosimiglianze, e di conseguenza emettere solo giudizi provvisori. Succederebbe, con questo problema, come con un’infinità d’altri che non possono essere risolti se non con l’aiuto del calcolo delle probabilità. Non mi soffermo quindi più a lungo sull’argomento. Vengo al mio oggetto e dico che la sensibilità fisica e la memoria, o, per parlare più correttamente, la sensibilità da sola produce le nostre idee. In effetti, la memoria non può essere altro che uno degli organi della sensibilità fisica: il principio che in noi sente, deve necessariamente essere il principio che ricorda, poiché ricordarsi, come dimostrerò tra poco, non è in realtà altro che sentire. Quando, per effetto delle mie idee o per la vibrazione che taluni suoni causano nell’organo del mio orecchio, riporto alla mente l’immagine d’una quercia, allora i miei organi interni debbono necessariamente trovarsi all’incirca nella stessa situazione in cui erano in vista di quella quercia. Questo fatto deve, pertanto, produrre incontestabilmente una sensazione: è quindi evidente che ricordare è sentire. Posto questo principio, dico ancora che è nella nostra capacità appercettiva delle rassomiglianze o differenze, delle corrispondenze o discordanze che hanno fra loro gli oggetti diversi, che consiste ogni operazione dello spirito. Pertanto questa capacità 7 non è che la sensibilità fisica stessa: tutto si riduce dunque al sentire. Per assicurarci di questa verità, prendiamo in considerazione la natura. Questa ci presenta oggetti che hanno rapporto con noi e rapporti fra loro. La conoscenza di questi rapporti forma quello che chiamiamo spirito: esso è più o meno grande, secondo che le nostre conoscenze in questo campo sono più o meno vaste. Lo spirito umano s’innalza fino alla conoscenza dei rapporti, ma sono limiti che non valica mai. Cosicché tutte le parole che compongono le diverse lingue e che possiamo considerare come la collezione dei segni di tutti i pensieri dell’uomo, ci ricordano o immagini, tali le parole, quercia, oceano, sole, o designano idee, cioè i diversi rapporti che gli oggetti hanno tra loro, e che sono o semplici, come le parole, grandezza, piccolezza, o composte, come vizio, virtù. Esse esprimono infine o i rapporti diversi che gli oggetti hanno con noi, vale a dire la nostra azione su di loro, come nelle parole, rompo, scavo, sollevo, o la loro impressione su di noi, come in, ferisco, abbaglio, spavento. Se qui sopra ho delimitato il significato della parola idea che è presa in accezioni molto diverse, dato che si esprime alla stessa maniera l’idea di un albero e l’idea di virtù, è che il significato indeterminato di questa espressione può talvolta far cadere negli errori cagionati sempre dall’abuso delle parole. La conclusione di quello che ho appena detto, è che, se tutte le parole delle diverse lingue non designano mai altro che oggetti o i rapporti di questi oggetti con noi e tra loro, lo spirito di conseguenza consiste nel paragonare sia le nostre sensazioni sia le nostre idee, vale a dire, a cogliere le rassomiglianze e le differenze, le corrispondenze e le discordanze che hanno tra loro. Ora, siccome la valutazione non è altro che l’appercezione stessa, o almeno l’enunciato di questa appercezione, ne consegue che tutte le operazioni dello spirito si riducono a valutare. Posta la questione entro questi limiti, esaminerò adesso se valutare non sia sentire. Quando valuto la grandezza o il colore degli oggetti che mi sono presentati, è evidente che la valutazione sulle differenti impressioni che gli oggetti hanno fatto sui miei sensi non è altro che una sensazione. Posso altresì dire: valuto o sento che, di due oggetti, uno che chiamo tesa, fa su di me un’impressione differente da quello che chiamo piede, e che il colore che chiamo rosso agisce sui miei occhi in maniera differente da quella che 8 chiamo giallo. Da cui concludo che in questo caso valutare non è mai altro che sentire. Ma, si dirà, supponiamo che si voglia sapere se la forza é preferibile alla corpulenza, si può essere sicuri allora che valutare sia sentire? Risponderò di sì, poiché per fare una valutazione su quest’argomento, la mia memoria deve tracciarmi di seguito il quadro delle differenti situazioni in cui posso trovarmi più comunemente nel corso della mia vita. Ora, valutare è riconoscere che, nelle diverse situazioni, la forza mi sarà spesso più utile della corpulenza. Ma, si replicherà, quando si tratta di giudicare se, in un re, la giustizia è preferibile alla bontà, si può immaginare allora che un giudizio non sia altro che una sensazione? Quest’opinione, senza dubbio, ha innanzitutto l’aria di un paradosso: tuttavia, per verificarne la veridicità, supponiamo in un uomo la conoscenza di quello che si chiama bene e male, e che quest’uomo sappia ancora che un’azione è più o meno cattiva, secondo che pregiudica più o meno il benessere della società. In questa supposizione, quale arte deve utilizzare il poeta o l’oratore, per rendere più viva l’appercezione che, in un re, giustizia è preferibile a bontà, che salvaguarda più cittadini per lo stato? L’oratore presenterà tre situazioni all’immaginazione di questo stesso uomo. Nel primo, gli raffigurerà il re giusto che condanna e fa uccidere un criminale. Nella seconda, il re buono fa aprire la segreta di questo stesso criminale e gli toglie i ferri. Nel terzo rappresenterà il criminale che, armatosi di pugnale all’uscita della prigione, corre a massacrare cinquanta cittadini. Ora, quale uomo, alla vista di questa terza situazione, non sentirà che nel re, la giustizia che attraverso la morte di un singolo previene la morte di cinquanta uomini, è preferibile alla bontà? Tuttavia questo giudizio non è altro che una sensazione. In effetti, se con l’abitudine d’associare le idee alle parole, stimolando l’orecchio con determinati suoni, possiamo, come dimostra l’esperienza, provocare in noi più o meno le stesse sensazioni che proveremmo alla presenza stessa degli oggetti, è evidente che all’esposizione di queste tre situazioni, giudicare che, in un re, giustizia è preferibile a bontà, equivale a sentire e vedere che, nella prima situazione, s’immola solo un cittadino e che nel terzo se ne massacrano cinquanta. Da cui concludo che la valutazione non è altro che una sensazione. Ma, si dirà, bisognerà ancora collocare nel rango delle 9 sensazioni i giudizi portati, per esempio, sull’eccellenza più o meno grande di metodi, tali quali il metodo atto a collocare molti oggetti nella nostra memoria, o il metodo delle astrazioni, o quello dell’analisi. Per rispondere a quest’obiezione, bisogna prima determinare il significato della parola metodo. Un metodo è soltanto il mezzo di cui ci serviamo per pervenire allo scopo che ci proponiamo. Supponiamo che un uomo abbia lo scopo di memorizzare oggetti o idee, e che per caso il tutto sia collocato in maniera tale che il richiamo alla mente di un fatto o di un’idea gli abbia rievocato il ricordo di un'infinità d’altri fatti o d’altre idee, e che abbia così impresso più facilmente e più profondamente oggetti nella memoria. Allora, giudicare che quest’ordine è il migliore e dargli il nome di metodo, è dire che si è fatto meno sforzo d’attenzione, che si è provata una sensazione meno faticosa, studiando in quest’ordine che non in un altro. Ora, riportare alla mente una sensazione faticosa, è sentire: è dunque evidente che, in questo caso, giudicare è sentire. Supponiamo ancora che, per verificare la veridicità di certe proposizioni di geometria e per farle più facilmente capire ai propri discepoli, un geometra abbia deciso di far loro considerare le linee indipendentemente dalla larghezza e dallo spessore: allora, giudicare che questo mezzo o questo metodo d’astrazione è il più idoneo a facilitare negli alunni la comprensione di talune proposizioni geometriche, equivale a dire che essi fanno meno sforzo d’attenzione, e che provano una sensazione meno faticosa, servendosi di questo metodo che non d’un altro. Supponiamo, come ultimo esempio, che con un esame disgiunto di ciascuna delle verità che racchiude una proposizione complicata, si sia più facilmente raggiunto la cognizione di questa proposizione: valutare allora che il mezzo o il metodo d’analisi è il migliore, è dire ugualmente che si fanno meno sforzi d’attenzione, e che di conseguenza si è provata una sensazione meno faticosa, quando si è considerato singolarmente ciascuna delle verità racchiuse nella proposizione complicata, che non quando si è voluto afferrarle tutte contemporaneamente. Da quello che ho detto risulta, che i giudizi portati sui mezzi o i metodi che il caso ci presenta per arrivare ad un certo scopo non sono altro che delle sensazioni, e che, nell’uomo, tutto si riduce a sentire. Ma, si dirà, come mai fino ad oggi si è 10 supposto in noi una facoltà di giudicare distinta dalla facoltà di sentire? Questa supposizione, risponderò, è dovuta solo all’impossibilità in cui si è creduto finora di spiegare in altra maniera taluni errori dello spirito. Per superare la difficoltà, nei capitoli seguenti, mostrerò che i nostri falsi giudizi ed i nostri errori si riconducono a due cause che suppongono in noi soltanto la facoltà di sentire, e che sarebbe, di conseguenza, inutile e anche assurdo ammettere in noi una facoltà di giudizio che non spiegherebbe niente che non si possa spiegare senza. Entro dunque in argomento e dico che non c’è falso giudizio che non sia effetto delle nostre passioni o della nostra ignoranza. Discorso 1 - Capitolo 2 Degli errori cagionati dalle nostre passioni. Le passioni c’inducono in errore, perché fissano la nostra attenzione su un lato dell’oggetto che ci presentano, e perché non ci consentono in alcun modo di considerarlo sotto tutte le sue facce. Un re è geloso del titolo di conquistatore: la vittoria, dice, mi chiama in capo al mondo, combatterò, vincerò, spezzerò l’orgoglio dei miei nemici, gli metterò i ferri ai polsi, ed il terrore del mio nome, come una muraglia invalicabile, difenderà l’entrata del mio impero. Inebriato da questa speranza, dimentica che la fortuna è incostante, che il fardello della miseria è quasi in ugual modo sopportato dal vincitore e dal vinto. Non avverte per nulla che il bene dei sudditi serve solo da pretesto alla sua figura di guerriero, e che è l’orgoglio a forgiarne le armi e spiegarne gli stendardi: la sua attenzione è concentrata sul carro e la pompa del trionfo. Non meno potente dell’orgoglio, il timore produrrà gli stessi effetti; lo si vedrà creare spettri, spanderli intorno alle tombe, e nell’oscurità dei boschi offrirli agli sguardi del viandante spaventato, impadronirsi delle doti della sua anima, e non lasciarne nessuna libera per considerare l’assurdità dei motivi di un terrore così vano. 11 Le passioni non soltanto non ci lasciano considerare se non alcune facce degli oggetti che ci presentano, ma c’ingannano ancora nel mostrarci spesso questi stessi oggetti là dove non esistono. La storiella del curato e la dama galante è nota: avevano sentito dire che la luna era abitata, lo credevano, e, telescopio alla mano, tutti e due provavano a riconoscerne gli abitanti. Se non sbaglio, disse per prima la dama, scorgo due ombre che s’inclinano l’una verso l’altra: non ne dubito affatto, sono due amanti felici… Eh! Vergogna, signora, ribatte il curato, le due ombre che vedete sono due campanili di una cattedrale. La storiella è la nostra tesi: la maggior parte delle volte percepiamo coscientemente nelle cose soltanto quello che desideriamo trovarci e, sulla terra come sulla luna, passioni differenti ci faranno sempre vedere lì o amanti o campanili. L’illusione è un effetto necessario delle passioni, la cui forza si misura quasi sempre con il grado di offuscamento nel quale ci sprofondano. E’ quello che aveva molto ben percepito non so quale donna, che, sorpresa dall'amante tra le braccia del suo rivale, osò negargli il fatto di cui era testimone. - Come ? le disse lui, spingete a tal punto l’impudenza… - Ah, perfido, esclamò lei, lo vedo, non mi ami più, credi più a quel che vedi che a quel che ti dico. Il motto non è applicabile solamente alla passione dell’amore, ma a tutte le passioni. Tutte ci colpiscono con l’accecamento più profondo. Quando l’ambizione, per esempio, mette le armi in pugno a due nazioni potenti, e che i cittadini inquieti si chiedono reciprocamente notizie, da una parte, quale leggerezza nel credere alle buone, dall’altra, quale incredulità sulle cattive! Quante volte una troppo stupida fiducia in monaci ignoranti non ha fatto negare a qualche cristiano la possibilità degli antipodi? Non c’è secolo che, con qualche affermazione o negazione ridicola, non predisponga a ridere il secolo successivo. Una follia passata illumina raramente gli uomini sulla loro follia presente. Per il resto, queste stesse passioni, che devono essere viste come il germe di un’infinità d’errori, sono anche la fonte dei nostri lumi. Se ci perdono, soltanto esse ci danno la forza di camminare, esse soltanto 12 possono strapparci all’inerzia ed alla pigrizia sempre pronta a ghermire le virtù della nostra anima. Ma non è questo il luogo per esaminare la verità di questa proposizione. Passo quindi alla seconda causa dei nostri errori. Discorso 1 - Capitolo 3 Dell’ignoranza. Ci sbagliamo, quando mossi da passione, e concentrando la nostra attenzione su una delle facce di un oggetto, vogliamo, attraverso quell’unica faccia, valutare l’oggetto intero. Ci sbagliamo ancora, quando ci ergiamo a giudici su un argomento, mentre la nostra memoria non dispone affatto di tutti gli elementi di ponderazione dai quali dipende in quest’ambito la correttezza delle nostre decisioni. Non è che ognuno non abbia l’adeguata disposizione: ognuno vede bene quello che vede, ma, giacché nessuno diffida abbastanza della propria ignoranza, ognuno crede troppo facilmente che ciò che si vede in un oggetto è tutto ciò che vi si può vedere. Nelle questioni di una certa difficoltà, l’ignoranza deve essere considerata come la principale causa dei nostri errori. Per capire quanto, in questo caso, è facile crearsi illusioni e come, traendo conseguenze sempre vere dai principi, gli uomini arrivino a risultati totalmente contraddittori, sceglierò com’esempio una questione alquanto complessa, ossia quella del lusso, sulla quale sono stati espressi giudizi molto diversi, assecondo che questo è stato considerato sotto un aspetto o un altro. Siccome la parola lusso è vaga, non ha alcun senso ben determinato, ed è normalmente solo un’espressione relativa, bisogna prima di tutto assegnare un valore ben definito alla parola lusso presa nel significato rigoroso, e dare in seguito una definizione del lusso considerato in rapporto ad una nazione e in rapporto ad un singolo. Si deve intendere per lusso, nel significato rigoroso, ogni specie di superfluità, vale a dire, tutto ciò che non è assolutamente necessario 13 alla conservazione dell’uomo. Quando si tratta di un popolo civile e degli individui che lo compongono, la parola lusso ha tutt’altro significato: diventa assolutamente relativa. Il lusso d’una nazione civile è l’utilizzo delle ricchezze per ciò che chiama superfluità il popolo con il quale si raffronta quella nazione. E’ questo il caso in cui si trova l’Inghilterra in rapporto alla Svizzera. Il lusso, in un singolo, è ugualmente l’impiego delle sue ricchezze per quello che si deve chiamare superfluità, rispetto al posto che quest’uomo occupa in uno stato, ed al paese nel quale vive: tal era il lusso di Bourvalais.2 Data questa definizione vediamo sotto quali differenti aspetti è stato considerato il lusso delle nazioni, quando gli uni l’hanno considerato utile, e gli altri nocivo allo stato. I primi hanno guardato agli opifici che il lusso realizza, ed al fatto che lo straniero s’affretta a scambiare i suoi tesori contro l’operosità d’una nazione. Vedono l’aumento delle ricchezze tirarsi dietro l’aumento del lusso ed il perfezionamento delle arti atte a soddisfarlo. Il secolo del lusso gli appare come l’epoca della grandezza e della potenza di uno stato. L’abbondanza di denari che esso presuppone e che attira, rende, dicono, la nazione prospera all’interno e temibile all’esterno. E’ con i denari che si assolda un gran numero di truppe, che si costruiscono magazzini, che si forniscono arsenali, che si contratta, che si stringono alleanze con grandi principi, e che infine una nazione può non solamente resistere ma per di più comandare a popoli più numerosi e di conseguenza più realmente potenti. Se il lusso rende uno stato temibile all’esterno, quale prosperità non gli procura all’interno? Ingentilisce i costumi, crea nuovi piaceri, provvede con questo mezzo alla sussistenza di un’infinità di lavoratori. Stimola una cupidigia salutare che strappa l’uomo all’inerzia, alla noia che deve essere considerata come una delle malattie più comuni e più crudeli dell’umanità. Diffonde dappertutto un calore vivificante, fa circolare la vita in tutti i membri Poisson de Bourvalais, Paul (morto nel 1719) figlio di contadini, riuscì a diventare un finanziere potentissimo, al punto che il suo intervento fu in certi momenti determinante per l'esosa politica di Luigi XIV; fu oggetto di satire e pamphlets.- (fonte internet), ndt) 2 14 di uno stato, vi risveglia l’industria, fa aprire porti, vi costruisce vascelli, li guida attraverso l’oceano, e rende infine comuni a tutti gli uomini le produzioni e la ricchezza che l’avara natura rinchiude nei baratri dei mari, negli abissi della terra, o che tiene disseminate in mille climi diversi. Ecco qual è, penso, pressappoco l’aspetto sotto il quale si presenta il lusso per coloro che lo considerano utile agli stati. Esaminiamo adesso l’aspetto sotto il quale si presenta ai filosofi che lo considerano funesto per le nazioni. La beatitudine dei popoli dipende dal benessere di cui godono all’interno, e dal rispetto che suscitano all’esterno. Nel primo caso, pensiamo, i filosofi diranno che il lusso e le ricchezze che questo attira in uno stato, renderebbero i soggetti più soddisfatti, se le ricchezze fossero distribuite in maniera meno disuguale, e che ciascuno potesse procurarsi le comodità di cui l’indigenza lo costringe a privarsi. Il lusso non è dunque nocivo come lusso, ma semplicemente come effetto d’una grande sperequazione tra le ricchezze dei cittadini. Il lusso, perciò, non è mai estremo se la ripartizione delle ricchezze non è eccessivamente impari. Esso s’ingrandisce a misura che quest’ultime si concentrano in un più piccolo numero di mani, giunge infine alla sua ultima fase, quando la nazione si suddivide in due classi, di cui una abbonda del superfluo, e l’altra manca del necessario. Una volta giunto a questo punto, lo stato di una nazione è tanto più crudele quanto più è incurabile. Come ristabilire allora un po’ d’uguaglianza tra le fortune dei cittadini? L’uomo ricco avrà comprato grandi signorie: essendo in grado di profittare dello sconcerto dei vicini, avrà aggiunto, in poco tempo, un’infinità di piccole proprietà al suo possedimento. Diminuito il numero dei proprietari, quello dei braccianti sarà cresciuto: quando quest’ultimi saranno aumentati abbastanza perché ci siano più operai che lavoro, allora il bracciante seguirà il corso di qualsiasi genere di merce, che perde valore quand’è abbondante. D’altronde, l’uomo ricco, che dispone di lusso in misura ancora maggiore delle ricchezze, è interessato ad abbassare i prezzi delle paghe giornaliere, ad offrire al bracciante soltanto il salario assolutamente necessario alla sua sussistenza. Il bisogno costringe 15 quest’ultimo ad accontentarsene, ma se gli sopraggiunge qualche malattia o qualche aggravio familiare, allora, in mancanza di cibo sano o abbastanza abbondante, diventa infermo, muore, e lascia allo stato una famiglia di mendicanti. Per prevenire una simile disgrazia, occorrerebbe far ricorso ad una nuova ripartizione delle terre: ripartizione sempre ingiusta ed impraticabile. E’ dunque evidente che, quando il lusso ha raggiunto un certo stadio, è impossibile restaurare una qualsivoglia uguaglianza tra la fortuna dei cittadini. Allora i ricchi e le ricchezze vanno nelle capitali, dove sono attirati dai piaceri e dalle arti del lusso, mentre la campagna resta incolta e povera: sette o otto milioni d’uomini languiscono nella miseria, mentre cinque o seimila vivono nell’opulenza che li rende odiosi, senza renderli più felici. In effetti, che cosa può aggiungere alla felicità di un uomo l’eccellenza più o meno grande della tavola? Non gli basta aspettare d’aver fame, di proporzionare esercizi o durata delle passeggiate al cattivo gusto del suo cuoco, per trovare delizioso ogni alimento che non sia sgradevole? D’altronde, la frugalità e l’esercizio non lo fanno sfuggire a tutte le malattie cagionate dalla golosità stuzzicata dalla buona cucina? La felicità non dipende quindi dall’eccellenza della tavola. Non dipende nemmeno dalla magnificenza degli abiti o dagli equipaggiamenti. Quando si compare in pubblico coperto da un abito ricamato e portato in giro da una splendida carrozza, non si provano piaceri fisici, che sono gli unici piacerei reali: si è, tutt’al più, colti dal piacere della vanità, la cui privazione sarebbe forse insopportabile, ma il cui godimento è insipido. Senza accrescere la propria felicità, l’uomo ricco, con lo sfoggio del lusso, non fa ch’offendere il genere umano ed il disgraziato che, paragonando gli stracci della miseria agli abiti dell’opulenza, s’immagina che tra la felicità del ricco e la sua non c’è meno differenza che tra i loro vestiti: chi, in quest’occasione, richiama alla mente il ricordo doloroso delle pene che sopporta, e chi si trova così privato dell’unico sollievo dello sventurato, l’oblio momentaneo della miseria. E’ dunque certo, continueranno i filosofi, che il lusso non fa la felicità di nessuno, e che presupponendo una troppo grande disuguaglianza di ricchezze tra i cittadini, esso ne presuppone il danno della maggior parte. Il popolo, nel quale penetra il lusso, non è dunque felice all’interno: vediamo se è 16 rispettabile all’esterno. L’abbondanza di denari che il lusso attira in uno stato s’impone innanzitutto all’immaginazione. Quello stato è, per qualche momento, uno stato potente: ma il vantaggio ( supposto che possa esistere un vantaggio indipendente dal benessere dei cittadini) è, come nota Hume, soltanto un vantaggio passeggero. Abbastanza assomiglianti ai mari, che prima abbandonano e poi coprono mille spiagge diverse, le ricchezze devono percorrere mille climi diversi successivamente. Quando, con la bellezza dei manufatti e la perfezione delle arti di lusso, una nazione attira a sé i soldi dei popoli vicini, è evidente che il prezzo delle derrate e della mano d’opera deve necessariamente calare in quei popoli impoveriti, e che questi, portando via qualche proprietario manifatturiero, qualche operaio alla nazione ricca, possono impoverirla a loro volta rifornendola, a prezzi più convenienti, delle merci di cui quella nazione li forniva. Orbene, appena la penuria di soldi si fa sentire in uno stato abituato al lusso, la nazione cade nel disprezzo. Per sottrarvisi, occorrerebbe avvicinarsi ad una vita semplice, ma costumi e leggi vi si oppongono. Cosicché il periodo del più gran lusso d’una nazione è comunemente l’epoca più vicina alla sua caduta ed alla sua depressione. La felicità e la potenza apparente conferite dal lusso alle nazioni per qualche momento, è comparabile alle febbri violente che danno, nel delirio, una forza incredibile al malato che stanno divorando, e che sembrano moltiplicare le forze d’un uomo soltanto per privarlo, al fine della crisi, delle stesse forze e della vita. Per convincersi di questa verità, diranno ancora gli stessi filosofi, ricerchiamo ciò che deve rendere una nazione realmente rispettabile per i vicini: è, incontestabilmente il numero, la forza dei cittadini, l’attaccamento alla patria, ed infine il coraggio e la virtù. In quanto al numero dei cittadini, si abbia per certo che i paesi di lusso non sono i più popolati, che nella stessa estensione territoriale, la Svizzera può contare più abitanti della Spagna, della Francia e anche dell’Inghilterra. 17 L’impiego d’uomini, che comporta necessariamente una grande attività commerciale, non è in questi paesi l’unica causa dello spopolamento: il lusso ne crea mille altri, giacché attira le ricchezze nelle capitali, lascia le campagne nella penuria, favorisce il potere arbitrario e di conseguenza l’aumento dei tributi, e poiché infine conferisce alle nazioni opulente la facilità di contrarre debiti di cui non possono inseguito liberarsi senza sovraccaricare i popoli d’imposte onerose. Ora queste diverse cause di spopolamento, sprofondando un intero paese nella miseria, vi debbono necessariamente provocare l’indebolimento della costituzione corporea. Il popolo dedito al lusso non è mai un popolo robusto: dei suoi cittadini, gli uni sono snervati dalle mollezze, gli altri estenuati dal bisogno. Se i popoli barbari o poveri, come nota il cavalier Folard, hanno, al riguardo, una gran superiorità sui popoli dediti al lusso, è perché il lavoratore è, nelle nazioni povere, spesso più ricco che nelle nazioni opulente e perché un contadino svizzero si sente più a suo agio di un contadino francese. Per plasmare corpi robusti, occorre un cibo semplice, ma sano ed abbondante, un esercizio che senza essere eccessivo sia forte, una grande abitudine a sopportare le intemperie delle stagioni: abitudine che acquisiscono i contadini, che, per questa ragione sono infinitamente più adatti a sostenere le fatiche della guerra dei proprietari manifatturieri, la maggior parte dei quali è abituata ad una vita sedentaria. E’ altresì presso le nazioni povere che si formano le armate infaticabili che cambiano i destini degli imperi. Quali difese potrebbe opporre a queste nazioni un paese dedito al lusso e alle mollezze? Non può incutere timore né per numero, né per forza degli abitanti. L’attaccamento alla patria, si dirà, può supplire al numero ed alla forza dei cittadini. Ma chi potrebbe far nascere in questi paesi il sano amore della patria? La classe dei contadini, che compone da sola i due terzi di ogni nazione, è lì sventurata, quello degli artigiani non vi possiede nulla. Trapiantato dal proprio villaggio in una manifattura o bottega, e da questa bottega ad un’altra, l’artigiano si è familiarizzato con l’idea dello spostamento, non può contrarre attaccamento per nessun luogo. 18 Garantito quasi dappertutto della sussistenza, deve essere visto non come cittadino di un paese, ma come abitante del mondo. Un simile popolo non può dunque distinguersi a lungo per coraggio, perché, in un popolo, il coraggio è normalmente, o l’effetto della forza corporea, della fiducia cieca nelle proprie forze che cela agli uomini la metà del pericolo al quale si espongono, o l’effetto di un amore violento per la patria che gli fa disdegnare i pericoli. Ebbene, il lusso prosciuga, alla lunga, le due sorgenti di coraggio. Forse la cupidigia ne aprirebbe una terza, se vivessimo ancora nei secoli barbari in cui si riduceva il popolo in schiavitù, e si abbandonavano le città al saccheggio. Il sodato non essendo più adesso mosso da questo motivo, può esserlo solo da quello che si chiama onore. Orbene, il desiderio dell’onore si raffredda in un popolo, quando l’amore per le ricchezze vi si accende. Si affermerebbe invano che le nazioni ricche guadagnano almeno in felicità ed in piacere quello che perdono in virtù e coraggio: uno spartano non era meno felice d’un persiano, i primi romani, il cui coraggio era ricompensato con il dono di qualche derrata, non avrebbero affatto invidiato la sorte di Crasso. Caio Duilio, che, per ordine del senato, era ogni sera riaccompagnato a casa con luci di fiaccole e suoni di flauti, non era meno sensibile a questo concerto grossolano di quanto lo siamo noi per le più brillanti sonate. Ma, ammettendo pure che le nazioni opulente si procurino qualche comodità ignota ai popoli poveri, chi godrà di quelle comodità? Un piccolo numero d’uomini privilegiati e ricchi, che, prendendosi per la nazione intera, concludono dalla loro agiatezza particolare che il contadino è felice. Ma quantunque queste comodità fossero ripartite tra il più gran numero di cittadini, quanto costa tal beneficio paragonato a quelli che procurano a popoli poveri un’anima forte, coraggiosa e nemica della schiavitù? Le nazioni nelle quali penetra il lusso sono prima o poi vittime del dispotismo: presentano mani deboli e fragili ai ferri di cui la tirannia li vuole caricare. Come sottrarvisi? In queste nazioni, gli uni vivono nelle mollezze, e le mollezze non pensano e non prevedono, gli altri languiscono nella miseria, ed il bisogno pressante, interamente dedito a soddisfarsi, non innalza per niente lo sguardo fino alla libertà. Nella forma dispotica, le ricchezze delle nazioni 19 appartengono ai padroni, nella forma repubblicana, appartengono ai potenti, come ai popoli coraggiosi che gli stanno vicino. “Apportateci i vostri tesori, avrebbero potuto dire i romani ai cartaginesi, essi ci appartengono. Roma e Cartagine hanno voluto entrambe arricchirsi, ma hanno intrapreso percorsi diversi per arrivare allo scopo. Mentre voi incoraggiavate l’industriosità dei vostri concittadini, che creavate manifatture, che coprivate il mare con i vostri vascelli, che andavate a scoprire posti inabitati, e che attiravate da voi tutto l’oro di Spagna e d’Africa, noi, più prudenti, tempravamo i nostri soldati alle fatiche della guerra, n’esaltavamo il coraggio, sapevamo che l’industrioso non lavorava che per l’intrepido. Il tempo di godere è arrivato: rendeteci i beni che siete incapaci di difendere”. Se i romani non hanno utilizzato questo linguaggio, la loro condotta prova almeno ch’erano affetti dai sentimenti che questo discorso presuppone. Come la povertà di Roma non avrebbe comandato alla ricchezza di Cartagine, e conservato, a riguardo, il vantaggio che quasi tutte le nazioni povere hanno avuto sulle nazioni opulente? Non si è forse vista la frugale Lacedemone trionfare sulla ricca e commerciante Atene? I romani schiacciare coi piedi gli scettri d’oro d’Asia? Non si sono visti l’Egitto, la Fenicia, Tiro, Sidone, Rodi, Genova, Venezia, soggiogate o almeno umiliate da popoli che chiamavano barbari? E chi sa se non vedremo un giorno la ricca Olanda, meno felice all’interno della Svizzera, opporre ai nemici una resistenza meno ostinata? Ecco sotto quale aspetto si presenta il lusso ai filosofi che l’hanno considerata funesta per le nazioni. La conclusione di quello che ho appena detto, è che gli uomini, vedono bene quello che vedono, traggono conseguenze molto giuste dai loro principi, arrivano però a risultati spesso contraddittori, perché non hanno in memoria tutti i termini di paragone dai quali deve risultare la verità che cercano. E’inutile, penso, dire che presentando la questione del lusso sotto due aspetti differenti, non pretendo affatto decidere se il lusso è realmente nocivo o utile agli stati: occorrerebbe, per risolvere in maniera corretta questo problema morale, entrare in dettagli estranei all’oggetto che mi propongo. Ho soltanto voluto provare, con questo esempio, che, nelle questioni complicate e sulle quali si giudica senza passioni, si 20 sbaglia sempre soltanto per ignoranza, vale a dire, immaginando che il lato che vediamo di un oggetto è tutto quello che c’è da vedere in questo stesso oggetto DISCORSO 1 - CAPITOLO 4 Del cattivo uso delle parole Un’altra causa d’errore, derivante parimenti dall’ignoranza, è il cattivo uso delle parole, ed i concetti poco chiari che vi si attribuiscono. Locke ha trattato in maniera così felice quest’argomento che me ne permetto l’esame solo per risparmiare lo sforzo delle ricerche ai lettori, che non hanno tutti allo stesso modo presente in mente l’opera di questo filosofo. Descartes aveva già detto, prima di Locke, che i peripatetici, barricati dietro l’oscurità delle parole, erano alquanto simili a dei ciechi che, per rendere la lotta pari, attirassero un uomo chiaroveggente in una caverna buia: che quest’uomo, aggiunge, sappia illuminare la caverna o che costringa i peripatetici ad attribuire concetti chiari alle parole di cui si servono, il suo trionfo è assicurato. Con Descartes e Locke, mi accingo quindi a dimostrare che in metafisica ed in morale, il cattivo uso delle parole e l’ignoranza del loro significato è, se oso dire, un labirinto in cui i più grandi geni si sono talvolta perduti. Prenderò come esempi alcune delle parole che hanno acceso le dispute più lunge e più vive tra i filosofi: tali sono, in metafisica, le parole materia, spazio ed infinito. In ogni epoca e volta per volta si è sostenuto che la materia era sensibile o che non lo era, e sull’argomento si è discusso molto a lungo e molto vagamente. Ci si è decisi molto tardi a chiedersi su che cosa si discuteva, ed a dare un’idea precisa alla parola materia. Se per prima cosa se ne fosse fissato il significato, si sarebbe riconosciuto che gli uomini erano, se oso dire, le creature della materia, che la materia non era un essere, che c’erano in natura solo individui ai quali era stato dato il nome di corpi, e che con la parola materia si poteva intendere soltanto la collezione delle proprietà 21 comuni a tutti i corpi. Definito in tal modo il significato della parola, non si trattava più che di sapere se l’estensione, la solidità, l’impenetrabilità erano le uniche proprietà comuni a tutti i corpi, e se la scoperta di una forza, tale, per esempio, l’attrazione, non poteva far supporre che i corpi avessero ancora proprietà sconosciute, come la facoltà di sentire, che, manifestandosi soltanto nei corpi organizzati degli animali, poteva essere tuttavia comune a tutti gli individui. Ridotta la questione in questi termini, si sarebbe allora sentito che, se è impossibile, a rigore, dimostrare che i corpi sono assolutamente insensibili, qualsiasi uomo, che non è, su tale soggetto, illuminato dalla rivelazione, può risolvere la questione soltanto calcolando e paragonando la probabilità di quest’opinione con la probabilità dell’opinione contraria. Per chiudere la discussione, non era quindi necessario costruire differenti sistemi del mondo, perdersi nelle combinazioni delle possibilità, e fare sforzi mentali prodigiosi che sono approdati e hanno potuto realmente approdare soltanto ad errori più o meno artificiosi. In effetti (che mi sia permesso di notarlo qui), se occorre trarre tutto il partito possibile dall’osservazione, occorre muoversi soltanto con essa, fermarsi al momento che ci abbandona, ed avere il coraggio d’ignorare quello che non si può ancora conoscere. Istruiti dagli errori dei grandi uomini che ci hanno preceduto, dobbiamo sentire che le nostre osservazioni moltiplicate e messe insieme sono appena sufficienti a formare alcuni di questi sistemi parziali contenuti nel sistema generale, che fino ad ora quello dell’universo è stato attinto dal profondo dell’immaginazione, e che, se non si hanno mai altro che notizie incomplete dei paesi lontani da noi, alla stessa maniera i filosofi non hanno mai altro che notizie incomplete del sistema del mondo. Con molto ingegno e combinazioni, ne produrranno sempre soltanto favole, fino a che il tempo ed il caso abbiano dato loro un fatto generale al quale tutti gli altri possono essere rapportati. Quello che ho detto della parola materia, lo dico dello spazio: la maggior parte dei filosofi ne ha fatto un essere, e l’ignoranza del significato di questa parola ha dato adito a lunghe discussioni. Avrebbero potuto abbreviarle se avessero attribuito un’idea chiara a 22 questa parola: avrebbero allora convenuto che lo spazio, considerato astrattamente, è il puro nulla, che lo spazio, considerato nei corpi, è ciò che si chiama estensione; che dobbiamo l’idea di vuoto, che costituisce in parte l’idea di spazio, all’appercezione dell’intervallo tra due alte montagne. Tale intervallo, essendo occupato soltanto dall’aria, vale a dire da un corpo che da una certa distanza non fa su noi alcuna impressione sensibile, ha dovuto darci un’idea del vuoto, che non è altra cosa se non la possibilità di rappresentarci montagne lontane le une dalle altre, senza che la distanza che le separa sia riempita da alcun corpo. Riguardo all’idea d’infinito, contenuta ancora nell’idea di spazio, dico che la dobbiamo soltanto al potere che ha un uomo che si trovi in una spianata di arretrarne sempre i limiti, senza che si possa, a tal proposito, fissare il termine al quale la sua immaginazione debba fermarsi: l’assenza di limiti è dunque, in qualsiasi campo, l’unica idea che possiamo avere dell’infinito. Se i filosofi, prima di emettere opinioni in merito a quest’argomento, avessero definito il significato della parola infinito, credo che, costretti a adottare la definizione qui sopra, non avrebbero perso tempo in dispute frivoli. E’ alla falsa filosofia dei secoli precedenti che si deve principalmente attribuire l’ignoranza grossolana nella quale siamo del vero significato delle parole: questa filosofia consisteva quasi interamente nell’arte d’abusarne. Quest’arte, che rappresentava l’intera scienza degli scolastici, confondeva le idee, ed il buio che gettava su qualsiasi espressione si estendeva generalmente a tutte le scienze e principalmente alla morale. Allorché il celebre De La Rochefoucault disse che l’amor proprio è il principio di ogni nostra azione, quanto l’ignoranza del vero significato della parola amor proprio non sollevò gente contro l’illustre autore. Si prese amor proprio per orgoglio e vanità, e ci s’immaginò, di conseguenza, che De La Rochefoucault poneva nel vizio la fonte di ogni virtù. Era tuttavia facile avere l’appercezione che amor proprio, o amore di sé, non era altro che un sentimento impresso in noi dalla natura, che questo sentimento si trasformava in ogni uomo in vizio o in virtù, secondo i gusti e le passioni che l’animavano, e che l’amor proprio, modificato in maniera diversa, produceva in ugual modo l’orgoglio e la modestia. 23 La conoscenza di queste idee avrebbe preservato De La Rochefoucault dal rimprovero tanto ribadito di vedere l’umanità troppo in nero; egli l’ha conosciuta tal qual è. Convengo che veder chiaramente l’indifferenza di quasi tutti gli uomini verso di noi è uno spettacolo amareggiante per la nostra vanità, ma, infine, bisogna prendere gli uomini come sono: irritarsi contro gli effetti dell’amor proprio, è come lamentarsi dei rovesci di primavera, degli ardori estivi, delle piogge dell’autunno, e del ghiaccio dell’inverno. Per amare gli uomini, bisogna aspettarsene poco: per vederne i difetti senza acredine, bisogna abituarsi a perdonarglieli, sentire che l’indulgenza è una giustizia che la debole umanità è in diritto d’esigere dalla saggezza. Ora, niente è più adatto a disporci all’indulgenza, a chiudere i nostri cuori all’odio, ad aprirli ai principi d’una morale umana e dolce, della conoscenza profonda del cuore umano come l’aveva De La Rochefoucault: cosicché gli uomini più illuminati sono quasi sempre stati i più indulgenti. Quante massime piene d’umanità sparse nelle loro opere! Vivete, diceva Platone, con i vostri inferiori ed i vostri domestici come con amici sfortunati. “Sentirò sempre, diceva un filosofo indiano, i ricchi gridare, Signore, colpisci chiunque ci rubi la minima particella dei nostri beni, mentre, con voce piagnucolosa e mani stese al cielo, il povero dice, Signore, fammi partecipe dei beni che prodighi ai ricchi, e se qualcheduno più miserabile me ne leva una parte, non implorerò la tua vendetta, e considererò questi ladrocini con l’occhio con cui, al tempo delle semine, si considerano le colombe gettarsi qua e là nei campi per cercarvi cibo. Del resto, se la parola amor proprio, mal intesa, ha sollevato tanta gente gretta contro De La Rochefoucault, quali dispute, ancora più serie, non ha provocato la parola libertà? Dispute che sarebbero finite facilmente, se tutti gli uomini, amici della verità come il p (?) [parola incompleta nel testo francese] Mallebranche, avessero convenuto, con questo valente teologo, nella sua premozione fisica3, che la libertà era un mistero. Quando mi si spinge su quest’argomento, diceva, sono costretto a fermarmi tout court. Non è che non sia possibile farsi un’dea chiara della parola Nicolas Malebranche (1638-1715) – Réflexions sur la prémotion physique (Riflessioni sulla premozione fisica) - Parigi 1715. (ndt) 3 24 libertà, presa nel significato comune. L’uomo libero è l’uomo che non è incatenato, né detenuto nelle prigioni, né intimidito, come lo schiavo, dalla paura dei castighi. In tal senso, la libertà dell’uomo consiste nel libero esercizio della sua potenza: dico della sua potenza, poiché sarebbe ridicolo prendere per una non-libertà l’impotenza in cui siamo di trapassare le nuvole come l’aquila, di vivere sotto le acque come la balena, di farci re, papa o imperatore. Si ha dunque un’idea chiara della parola libertà, presa nel significato comune. Non è così quando si applica la parola libertà alla volontà. Che sarebbe allora la libertà? Si potrebbe intendere, con questa parola, soltanto il potere libero di volere o di non volere una cosa, ma tale potere supporrebbe che ci possa essere volontà di volere o di non volere una cosa; tale potere, però, supporrebbe che ci possa essere volontà senza motivo, e di conseguenza effetti senza cause. Sarebbe necessario allora che potessimo volerci bene e male: supposizione assolutamente impossibile. In effetti, se il desiderio del piacere è il principio di ogni nostro pensiero ed azione, se tutti gli uomini tendono continuamente verso la felicità reale o apparente, ogni nostra volontà non è allora che l’effetto di questa tendenza. In tal senso, non si può quindi attribuire nessuna idea chiara alla parola libertà. Ma, si dirà, se siamo costretti ad inseguire la felicità dappertutto dove la percepiamo, siamo almeno liberi sulla scelta dei mezzi che utilizziamo per renderci felici? Si, risponderò: ma libero non è allora che un sinonimo d’illuminato, e non si fa che confondere queste due nozioni. Secondo che un uomo conoscerà più o meno procedure e giurisprudenza, che sarà guidato negli affari da un avvocato più o meno abile, prenderà un partito migliore o meno buono, ma qualsiasi partito prenda, il desiderio della propria felicità gli farà sempre scegliere il partito che gli apparirà più adeguato ai suoi interessi, ai suoi gusti, alle sue passioni, ed infine a ciò che considera come la propria felicità. Come si potrebbe spiegare filosoficamente il problema della libertà? Se, come Locke ha dimostrato, siamo discepoli degli amici, dei parenti, delle letture, ed infine di tutti gli oggetti che ci circondano, occorre che tutti i nostri pensieri e le nostre volontà siano effetti immediati o conseguenze necessarie delle impressioni che abbiamo 25 ricevute[ p. 38]. Non ci si può dunque formare alcuna idea della parola libertà, applicata alla volontà; bisogna considerarla come un mistero, esclamare come san Paolo, o altitudo![sic!] Convenire che solo la teologia può discutere su una materia simile e che un trattato filosofico della libertà sarebbe soltanto un trattato degli effetti senza causa. Si vede quale eterno germe di dispute e di calamità contiene spesso l’ignoranza del vero significato delle parole. Senza parlare del sangue versato dall’odio e le dispute teologiche, dispute quasi tutte fondate su un cattivo uso di parole, quali altre disgrazie ancora non ha prodotto quest’ignoranza, e in quali errori non ha gettato le nazioni? Gli errori sono più numerosi di quello che si pensa. E’ noto il racconto dello svizzero ch'era stato messo a guardia di una porta delle tuileries, con divieto di lasciarvi entrare chiunque. Un borghese vi si presenta: “Non si entra”, gli dice lo svizzero. “Allora, risponde il borghese, non voglio affatto entrare, ma soltanto uscire dal Pontroyal…” “Ah! Se si tratta d’uscire, signore, riprende lo svizzero, potete passare”. Chi lo crederebbe? Questo racconto è la storia del popolo romano. Cesare si presenta nella piazza pubblica, vuole farvisi incoronare, ed i romani, senza aver attribuito idee precise alla parola regalità, gli accordano, con il nome d’imperatore, la potenza che gli rifiutano con il nome di rex [sic!]. Quello che dico dei romani può generalmente essere applicato ai governi ed i consigli dei principi. Tra i popoli, come tra i sovrani, non c’è nessuno che non sia cascato in qualche errore grossolano per il cattivo uso delle parole. Per sfuggire a questa trappola, occorrerebbe, secondo il consiglio di Leibnitz, creare una lingua filosofica, nella quale si definirebbe il significato preciso di ciascuna parola. Gli uomini allora potrebbero intendersi, trasmettersi idee. Le dispute, perpetuate dal cattivo uso delle parole, finirebbero; e gli uomini sarebbero ben presto costretti a adottare gli stessi principi in ogni scienza. Ma, l’attuazione di un progetto così utile e così auspicabile è forse impossibile. Non è ai filosofi, ma al bisogno che si deve l’invenzione delle lingue; ed il bisogno, in questo caso, non è difficile da soddisfare. Di conseguenza, si è innanzitutto attribuito qualche falsa 26 idea a delle parole, poi si sono combinate, comparate fra loro idee e parole: ogni nuova combinazione ha prodotto un nuovo errore, questi si sono moltiplicati e, moltiplicandosi, si sono talmente complicati che sarebbe adesso impossibile, senza fatica e lavoro interminabile, seguirne e scoprirne la sorgente. Succede con le lingue come col calcolo algebrico: vi s’insinuano inizialmente degli errori, che non sono avvertiti, si procede quindi secondo i primi calcoli, e di proposizione in proposizione, si arriva a conseguenze completamente ridicole. Se ne avverte l’assurdità: ma come ritrovare il posto dove si è inserito il primo errore? A tale effetto, bisognerebbe rifare e riverificare un gran numero di calcoli, sfortunatamente c’è poca gente in grado di farlo ed ancora meno sono quelli che lo vogliono, soprattutto quando l’interesse degli uomini potenti si oppone alla verifica. Ho mostrato le vere cause dei falsi giudizi; ho fatto vedere che tutti gli errori della mente hanno origine o nelle passioni o nell’ignoranza, sia di certi fatti, sia del vero significato di alcune parole. L’errore non è dunque essenzialmente legato alla natura dello spirito umano; i nostri falsi giudizi sono l’effetto di cause accidentali che non presuppongono in noi una facoltà di giudicare distinta dalla facoltà di sentire. L’errore non è quindi che un incidente, da cui segue che tutti gli uomini hanno essenzialmente la giusta facoltà d’intendere. Una volta ammessi questi principi, nulla mi vieta adesso d’affermare, che giudicare, come ho già dimostrato, non è altro che sentire. La conclusione generale di questo discorso, è che lo spirito può essere considerato o come la facoltà produttrice dei nostri pensieri, e lo spirito, in tal senso, non è altro che sensibilità e memoria, o può essere visto come un effetto di queste stesse facoltà; e in questo secondo significato, lo spirito non è che un assemblaggio di pensieri, e può suddividersi in ogni uomo in tante parti quante questi ha d’idee. Ecco i due aspetti sotto i quali si presenta lo spirito considerato in se stesso: esaminiamolo adesso in rapporto alla società. [trad. Franco Virzo] 27 . DISCORSO 2 - CAPITOLO 1 Dello spirito in rapporto alla società. La scienza non è che il ricordo o dei fatti o delle idee altrui: lo spirito [qui sta per intelletto, ndt], distinto dalla scienza, è quindi l’unione d’idee nuove qualsiasi. Questa definizione dello spirito è anche molto istruttiva per il filosofo, ma non può essere adottata in maniera generale: per il pubblico occorre una definizione che lo metta in grado di confrontare i diversi spiriti tra loro e di valutarne la forza e la grandezza. Ora, se si adottasse la definizione che ho appena dato, in che modo il pubblico potrebbe valutare lo spirito di un uomo? Chi gli darebbe una lista precisa delle idee di quell’uomo? E come distinguere in lui scienza da intelletto? Supponiamo che io reclami la scoperta di un’idea già conosciuta; per sapere se io meriti realmente al riguardo il titolo di secondo inventore, occorrerebbe che il 28 pubblico, sapesse in via preliminare quello che ho letto, visto e sentito: conoscenza che non vuole e non può acquisire. D’altronde, nell’ipotesi impossibile che il pubblico potesse avere un’enumerazione esatta della quantità e del genere delle idee di un uomo, sostengo che per effetto di detta enumerazione, il pubblico sarebbe spesso costretto a porre nel rango dei geni, uomini ai quali non supponeva nemmeno che si potesse accordare il titolo d’uomini d’ingegno [d’esprit]: tali sono in generale gli artisti. Per quanto frivola possa apparire un’arte, essa è nondimeno suscettibile d’infinite combinazioni. Quando Marcel4, con la mano appoggiata alla fronte, l’occhio fisso, il corpo immobile, ed in atteggiamento di profonda meditazione, esclamò improvvisamente, vedendo danzare una sua allieva: “Quante cose in un minuetto!” è certo che in quel momento il ballerino, dalla maniera di piegare, esaltare e cadenzare i passi, percepiva chiaramente segni d’abilità invisibili agli occhi normali, e che la sua esclamazione era grottesca solo per la troppo grande importanza data a piccoli dettagli. Ora, se l’arte della danza racchiude un grandissimo numero d’idée e di combinazioni, chi può dire se l’arte oratoria non presuppone, nell’attrice che vi eccelle, altrettante idee che ne utilizza un politico per formare un sistema di governo? Chi può garantire, quando si consultano le nostre brave cronache, che, nei gesti, l’ornamento ed i discorsi studiati di una perfetta civettuola, non entrano altrettante combinazioni ed idee che n’esige la scoperta di qualche sistema del mondo, e che in campi molto diversi, la Le Couvreur e Ninon De L’Enclos5 non abbiano avuto altrettanto ingegno [esprit] d’Ariosto e Solone? 4 François-Robert Marcel (?- 1759) – Ballerino francese membro dell’Académie royale de Danse di Parigi, maestro rinomato di minuetto (ndt.). La Le Couvreur è la celebre Adriana Lecouvreur (1692-1730), considerata la più grande attrice dei suoi tempi, ed amante di Voltaire. Tenne un salotto a Parigi frequentato dai più bei nomi del momento 5 29 Non pretendo di dimostrare in maniera rigorosa la verità di questa proposizione, ma far soltanto capire che, per quanto possa sembrare ridicola, non c’è tuttavia nessuno in grado di risolverla in maniera ineccepibile. Troppo spesso vittime della nostra ignoranza, prendiamo per limiti di un’arte quelli che la stessa ignoranza gli attribuisce, ma supponiamo che si fosse arrivati, a tal proposito, a disingannare il pubblico, affermo che illuminandolo non si cambierebbe nulla nel suo modo di giudicare. Esso non baserà mai la valutazione di un’arte soltanto sul numero più o meno grande di combinazioni necessarie per riuscirvi: 1) perché l’enumerazione n’è impossibile da realizzare, 2) perché deve considerare l’ingegno [esprit] solo dal punto di vista sotto il quale è importante conoscerlo, vale a dire, in rapporto alla società. Ora, sotto quest’aspetto, sostengo che l’ingegno [esprit] non è che un insieme, più o meno consistente, non soltanto d’idee nuove, ma per di più d’idee interessanti per il pubblico, e che è meno al numero e alla finezza, che alla scelta felice delle nostre idee, che è stata legata la reputazione di genio. In effetti, se le combinazioni del gioco degli scacchi sono infinite, se vi si può eccellere senza farne un gran numero, perché il pubblico non dà ai grandi giocatori di scacchi il titolo di grandi ingegni? Il fatto è che le loro idee non gli sono utili né perchè gradite né perchè istruttive e che di conseguenza non ha alcun interesse ad apprezzarle: pertanto, l’interesse presiede ogni nostro giudizio. Se il pubblico ha tenuto sempre in poco conto gli errori la cui invenzione presuppone talvolta più combinazioni ed ingegno della scoperta di una verità, e se stima più Locke che Mallebranche, è che misura sempre la propria valutazione col proprio interesse. Con quale altra bilancia potrebbe pesare il merito delle idee degli uomini? Ciascun privato valuta le cose e le persone dall’impressione gradevole o sgradevole che ne riceve: il pubblico Anne, detta Ninon de Lenclos (1616-1705), enfant prodige come suonatrice di liuto, plurilingue, tenne anch’essa un salotto a Parigi frequentato dalle più note personalità, ed ebbe numerosissimi amanti (sembra fino a 70 anni), tanto da essere chiamata “Notre Dame degli Amori”. Conobbe poco prima di morire Voltaire al quale relegò la somma di 1000 franchi per acquisto di libri. (ndt.) 30 non è che l’insieme dei privati, non può quindi mai prendere altro che la propria utilità come regola delle proprie valutazioni. Il punto di vista, sotto il quale esamino l’intelletto [esprit], è, credo, l’unico sotto il quale deve essere considerato. È l’unico modo d’apprezzare il merito di ciascun’idea, di fissare su questo punto l’incertezza dei nostri giudizi, e di scoprire infine la causa della stupefacente diversità delle opinioni degli uomini in materia d’intelletto [esprit]; diversità assolutamente dipendente dalla differenza delle passioni, delle idee, dei pregiudizi, dei sentimenti, e di conseguenza degli interessi. Sarebbe, in effetti, abbastanza singolare che l’interesse generale avesse messo un prezzo alle differenti azioni degli uomini, che le avesse chiamate virtuose, viziose o permesse, secondo che fossero state utili, nocive o indifferenti al pubblico, e che questo stesso interesse non fosse stato l’unico distributore della stima o del disprezzo legato alle idee degli uomini. Le idee, come le azioni, possono essere catalogate in tre classi differenti. Le idee utili: e prendendo quest’espressione nel senso più lato, intendo, con questa parola, ogni idea propria ad istruirci e divertirci. Le idee nocive: sono quelle che fanno su di noi l’effetto contrario. Le idee indifferenti: voglio dire tutte quelle che, poco gradevoli in se stesse o diventate troppo familiari, non fanno su di noi quasi alcun effetto. Ora, simili idee hanno breve esistenza, e, per così dire, possono portare solo un istante il nome d’indifferenti: la durata o la successione, che le rende noiose, le fa presto rientrare nella classe delle idee nocive. Per far capire quanto questa maniera di considerare l’intelletto [esprit] sia piena di verità, applicherò successivamente i principi che stabilisco, alle azioni ed alle idee degli uomini, e proverò che in ogni tempo, in ogni luogo, tanto in campo morale che in quell’intellettuale, è l’interesse personale che detta il giudizio dei singoli, e l’interesse generale che detta quello delle nazioni: che così 31 è sempre, da parte del pubblico come da parte dei privati, l’amore o la riconoscenza che loda, l’odio o la vendetta che disprezza. Per dimostrare questa verità, e far capire l’esatta e perpetua rassomiglianza delle nostre maniere di giudicare, sia le azioni, sia le idee degli uomini, considererò la probità e lo spirito a diversi livelli, e relativamente, 1) ad un singolo, 2) ad una piccola società, 3) ad una nazione, 4) ai diversi secoli e i differenti paesi, 5) all’universo intero: e prendendo sempre l’esperienza come guida delle mie ricerche, mostrerò che, sotto ciascuno di questi punti di vista, l’interesse è l’unico giudice della probità e dello spirito. [traduzione Franco Virzo] DISCORSO 2 - CAPITOLO 2 Della probità, in rapporto ad un privato. L’argomento trattato in questo capitolo non è quello della vera probità in senso stretto, vale a dire, della probità in rapporto al pubblico, ma semplicemente della probità considerata relativamente a ciascun privato. Sotto questo punto di vista, affermo che un privato chiama probità, negli altri, soltanto l’abitudine delle azioni che gli sono utili: dico abitudine, perché non è una sola azione onesta, non più di una sola idea ingegnosa, che ci fa avere la qualifica di virtuoso o di genio. E’ risaputo che non c’è avaro che non si sia mostrato almeno una volta generoso, generoso che non sia stato almeno una volta avaro, briccone che non abbia compiuto una buon’azione, stupido che non abbia detto una buona parola, ed uomo infine che, se si raffrontano alcune azioni della sua vita, non appaia dotato d’ogni virtù e di tutti i vizi contrari. Maggiore coerenza nella condotta degli uomini supporrebbe in loro una continuità d’attenzione di cui sono incapaci: differiscono solo di poco gli uni dagli altri. L’uomo assolutamente coerente non esiste ancora, ed è la ragione per cui non c’è nulla di perfetto sulla terra, né nel vizio, né nella virtù. 32 E’ quindi all’abitudine delle azioni che gli sono utili che un privato assegna il nome di probità. Dico delle azioni, perché non si è per niente giudici delle intenzioni. Come si potrebbe esserlo? Un’azione non è quasi mai l’effetto di un sentimento: ignoriamo spesso noi stessi i motivi che ci spingono. Un uomo opulento rende ricco un uomo apprezzabile e povero: fa senza dubbio una buona azione, ma si tratta solamente dell’effetto del desiderio di fare qualcuno felice? La pietà, la speranza della riconoscenza, la vanità stessa, tutti questi diversi motivi, separati o messi insieme, non possono, a sua insaputa, averlo indotto a quest’azione lodevole? Ora, il più delle volte ignoriamo noi stessi i motivi delle nostre buone azioni, come potrebbe il pubblico percepirle chiaramente? E’ quindi soltanto attraverso le azioni degli uomini che il privato può giudicarne la probità. Convengo che questa maniera di valutare è ancora fallace. Un uomo ha, per esempio, venti gradi di passione per la virtù, ma è innamorato, ha trenta gradi d’amore per una donna, e questa ne vuole fare un assassino: in tale ipotesi, è certo che quest’uomo è più vicino al crimine di quello che, avendo solo dieci gradi di passione per la virtù, non avrà che cinque gradi d’amore per la cattiva donna. Da cui concludo che, di due uomini, il più onesto nelle azioni è talvolta il meno fervente per la virtù. Sicché, qualsiasi filosofo conviene che la virtù degli uomini dipende infinitamente dalle circostanze nelle quali vengono a trovarsi. Troppo spesso si sono visti uomini virtuosi cedere ad una successione infausta d’avvenimenti sorprendenti. Colui che, in tutte le situazioni possibili, risponde della sua virtù, è un impostore o un imbecille di cui bisogna ugualmente diffidare. Dopo aver definito l’idea che attribuisco alla parola probità, considerata in rapporto al privato, occorre, per assicurarsi della correttezza della definizione, far ricorso all’osservazione, la quale c’insegna che ci sono uomini ai quali una fortunata disposizione naturale, un desiderio vivo di gloria e di reputazione, ispirano per la giustizia e la virtù, lo stesso amore che gli uomini hanno comunemente per le grandezze e le ricchezze. Le azioni 33 personalmente utili a tali uomini virtuosi sono le azioni giuste, conformi all’interesse generale, o che almeno non gli sono contrarie. Questi uomini sono in così piccolo numero, che li menziono qui solo in onore dell’umanità. La classe più numerosa, e che compone da sola tutto il genere umano, è quella in cui gli uomini, unicamente attenti ai loro interessi, non hanno mai portato lo sguardo all’interesse generale. Concentrati, per così dire, sul proprio benessere, questi uomini assegnano il nome d’onestà solo alle azioni che gli sono personalmente utili. Un giudice assolve un colpevole, un ministro innalza agli onori un soggetto indegno: l’uno e l’altro sono sempre giusti, al dire dei loro protetti, mentre il giudice che punisce ed il ministro che rifiuta, saranno sempre ingiusti agli occhi del criminale e del disgraziato. Se i monaci, incaricati, sotto la prima dinastia, di scrivere la vita dei nostri re, non tramandarono che la vita dei loro benefattori, se designarono gli altri regni solo con le parole nihil fecit, e se hanno dato il nome di re fannulloni a principi molto apprezzabili, è che un monaco è un uomo. E che ogni uomo, nei suoi giudizi, prende consiglio solo dal proprio interesse. I cristiani, che davano giustamente il nome di barbarie e di crimine alle crudeltà che esercitavano su di loro i pagani, non diedero forse il nome di zelo alle crudeltà che esercitarono a loro volta sugli stessi pagani? Che si osservino gli uomini, si vedrà che non c’è crimine che non sia messo nel rango delle azioni oneste dalle società alle quali questo crimine è utile, né azione utile al pubblico che non sia biasimata da qualche società particolare per chi la stessa azione è nociva. Quale uomo, in effetti, se sacrifica l’orgoglio di dirsi più virtuoso degli altri all’orgoglio di esser più vero, e se sonda, con attenzione scrupolosa, tutte le pieghe della sua anima, non percepirà chiaramente che è soltanto alla maniera differente con cui l’interesse personale si modifica, che si debbono i propri vizi e le proprie virtù? Che tutti gli uomini sono mossi dalla stessa forza? Che tutti tendono ugualmente alla loro felicità? Che è la diversità di passioni e di preferenze, di cui alcune sono conformi ed altre contrarie all’interesse pubblico, che decide delle nostre virtù e dei nostri vizi? Senza disprezzare il vizioso, bisogna compiangerlo, felicitarsi della 34 propria natura fortunata, ringraziare il cielo non di averci dato inclinazioni e passioni, che ci avessero costretti a cercare la nostra felicità nelle disgrazie altrui. Poiché alla fine si ubbidisce sempre al proprio interesse; e da qui la parzialità dei nostri giudizi, l’appellativo di giusto ed ingiusto conferito alla stessa azione, relativamente al vantaggio o allo svantaggio che ciascuno riceve. Se l’universo fisico è sottomesso alle leggi del movimento, l’universo morale non lo è di meno a quello dell’interesse. L’interesse è, sulla terra, il potente incantatore che cambia agli occhi di ogni creatura la forma degli oggetti. La pecora pacifica, che pascola nelle nostre pianure, non è forse oggetto di spavento e d’orrore per i minuscoli insetti che vivono nello spessore delle foglie d’erba? “Fuggiamo quest’animale vorace e crudele, direbbero, questo mostro, la cui gola inghiotte uno per volta noi e le nostre città. Perché non prende esempio dal leone e dalla tigre? Questi animali non distruggono le nostre abitazioni, non si nutrono del nostro sangue, giusti vendicatori del crimine, puniscono la pecora per le crudeltà che essa perpetra su di noi”. E’ così che interessi differenti trasformano gli oggetti: il leone è ai nostri occhi l’animale crudele, a quelli degli insetti, è la pecora. Sicché si può applicare all’universo morale quello che Leibenitz diceva dell’universo fisico: che questo mondo sempre in movimento, offre ad ogni istante un fenomeno nuovo e differente a ciascuno dei suoi abitanti. Questo principio è così conforme all’esperienza, che, senza intraprendere un’analisi più ampia, mi credo in diritto di concludere che l’interesse personale è l’unica ed universale misura del merito delle azioni degli uomini, e che così la probità, in rapporto ad un privato, non è, conformemente alla mia definizione, che l’abitudine delle azioni personalmente utili a quel privato. DISCORSO 2 - CAPITOLO 3 Dello spirito in rapporto ad un privato. Trasferiamo adesso alle idee i principi che ho appena applicato alle azioni: si sarà portati ad ammettere che ciascun privato dà il nome di spirito soltanto all’abitudine delle idee che gli sono utili, sia perché 35 istruttive, sia perché gradite, e che a questo nuovo proposito, l’interesse personale è ancora l’unico giudice del merito degli uomini. Qualsiasi idea che ci è presentata ha sempre qualche rapporto con il nostro stato, le nostre passioni o le nostre opinioni. Ora, in tutti questi differenti casi, noi apprezziamo tanto più un’idea quanto più quest’idea ci è utile. Il pilota, il medico e l’ingegnere avranno più stima per il costruttore di vascelli, il botanico ed il meccanico che non ne avranno per questi stessi uomini, il libraio, l’orafo e il muratore, che gli preferiranno sempre il romanziere, il disegnatore e l’architetto. Quando si tratterà d’idee atte a combattere o a favorire le nostre passioni o le nostre preferenze, le più apprezzabili ai nostri occhi saranno, innegabilmente, le idee che lusingheranno quelle stesse passioni o quelle stesse preferenze. Una donna terrà più in considerazione un romanzo che non un libro di metafisica, un uomo quale Carlo XII preferirà la storia d’Alessandro a qualsiasi altra opera, l’avaro troverà certamente qualità soltanto in coloro che gli indicheranno il mezzo di piazzare il proprio denaro all’interesse maggiore. In fatti d’opinioni, come in fatti di passioni, per apprezzare le idee altrui, bisogna essere interessati ad apprezzarle; sul che osserverò che a quest’ultimo proposito gli uomini possono essere mossi da due specie d’interesse. Ci sono uomini animati da orgoglio nobile e illuminato, che, amanti del vero, legati al loro sentimento senz’ostinazione, conservano lo spirito in questo stato di sospensione che lascia un’entrata libera alle nuove verità: a questo novero, appartengono qualche spirito filosofico e qualche persona troppo giovane per essersi formata opinioni e vergognarsi di cambiarle. Queste due categorie d’uomini apprezzeranno sempre, negli altri, le idee vere, brillanti, e atte a soddisfare la passione che l’orgoglio illuminato dà loro per il vero. Ci sono altri uomini, e, in questo novero, li comprendo quasi tutti, che sono animati da un’ambizione meno nobile; questi possono apprezzare negli altri soltanto idee conformi alle loro ed atte a giustificare l’alta opinione che hanno tutti della giustezza del proprio intelletto [esprit]. E’ su quest’analogia d’idee che sono fondati il loro 36 odio o il loro amore. Da qui l’istinto sicuro e pronto che hanno quasi tutte le persone mediocri nel riconoscere ed evitare le persone meritevoli. Da qui l’attrazione potente che gli uomini d’ingegno hanno gli uni per gli altri, attrazione che li costringe, per così dire, a ricercarsi, nonostante il pericolo costituito spesso nei loro rapporti dal comune desiderio di gloria che hanno. Da qui la maniera sicura di giudicare del carattere e della natura [esprit] di un uomo dalla scelta di libri e d’amici: uno sciocco, in effetti, ha sempre soltanto amici sciocchi. Qualsiasi legame d’amicizia, quando non è fondato su un interesse d’onestà, d’amore, di protezione, d’avarizia, d’ambizione, o su qualche altro motivo simile, suppone sempre una corrispondenza d’idee o di sentimenti tra due uomini. Questo è ciò che unisce gente di condizione molto differente; ecco perché gli Agusto, i Mecenate, gli Scipione, i Giulio, i Richelieu ed i Condé vivevano familiarmente con gente di cultura [esprit], e quello che ha generato il proverbio la cui banalità è prova di verità: dimmi con chi vai, ti dirò chi sei. L’analogia o la conformità delle idee e delle opinioni, deve dunque essere considerata come la forza attrattiva e repulsiva che allontana o avvicinagli uomini gli uni agli altri. Che si conduca a Costantinopoli un filosofo, che, non essendo per nulla illuminato dalla luce della rivelazione, può soltanto seguire i lumi della ragione. Che questo filosofo neghi la missione di Maometto, le visioni ed i pretesi miracoli del profeta. Chi può allora dubitare che quelli che sono chiamati buoni mussulmani non allontanino quel filosofo, e non lo guardino con orrore, e non lo trattino da pazzo, d’empio e talvolta anche d’uomo disonesto? In vano questi direbbe che, in una simile religione, è assurdo credere ai miracoli di cui non si è personalmente testimoni, e che, se c’è più da scommettere su una bugia che su un miracolo, crederlo troppo facilmente, è credere meno in Dio che negli impostori. In vano mostrerebbe che, se Dio avesse voluto annunciare la missione di Maometto, non avrebbe per nulla fatto prodigi ridicoli agli occhi della ragione meno preparata. Qualsiasi ragione della sua incredulità adducesse il filosofo, non otterrebbe mai la reputazione di saggio e d’onesto tra i buoni mussulmani, se non diventando abbastanza imbecille per credere cose assurde, o abbastanza falso per fingere di 37 crederle. Tanto è vero che gli uomini giudicano le opinioni degli altri soltanto dalla conformità che queste hanno con le loro. Sicché non si persuadono mai gli sciocchi se non con sciocchezze. Se il selvaggio del Canada ci preferisce agli altri popoli d’Europa, è che accettiamo di più i suoi costumi, il suo stile di vita ed è a questa compiacenza che dobbiamo il magnifico elogio che crede di fare di un francese, quando dice: è un uomo come me. In fatto di costumi, d’opinioni e d’idee, sembrerebbe quindi che è sempre se stessi che si apprezza negli altri ed è la ragione per la quale i Cesare, gli Alessandro, e generalmente tutti i grandi uomini, hanno sempre avuto altri grandi uomini ai loro ordini. Un principe è abile, prende in mano lo scettro: è appena salito al trono, che tutti i posti si trovano occupati da uomini superiori. Il principe non li ha messi insieme, sembra anche che li abbia addirittura presi a caso, ma, portato a stimarne ed elevarne ai primi posti soltanto uomini il cui spirito sia conforme al suo, farà necessariamente sempre buone scelte, per questa ragione. Un principe, al contrario, è poco illuminato: portato, per questa stessa ragione, ad attorniarsi di gente che gli rassomigliano, farà obbligatoriamente quasi sempre cattive scelte. E’ la corte di simili principi che ha fatto spesso avvicendare sciocco a sciocco nei posti più importanti per parecchi secoli. Cosicché i popoli, che non possono conoscere personalmente il loro maestro, lo giudicano soltanto dal talento degli uomini di cui si avvale e sulla stima che ha per la gente meritevole. Sotto un monarca stupido, diceva la regina Cristina, tutta la corte o lo è o lo diventa. Ma, si dirà, si vedono talvolta uomini ammirare, negli altri, idee che non avrebbero mai avute, e che addirittura non hanno alcuna analogia con le loro. E’ nota la frase di un cardinale. Dopo la nomina a papa, il cardinale s’avvicina al santo padre e gli dice: “Eccovi eletto papa, è l’ultima volta che sentirete la verità, sedotto dalle attenzioni, vi crederete ben presto un grande uomo, ricordatevi che prima della vostra esaltazione eravate solo un ignorante ed un ostinato. Addio, mi predispongo a adorarvi”. Pochi cortigiani senza dubbio sono dotati dello spirito e del coraggio necessari per tenere un siffatto discorso, ma la maggior parte di loro, simile ai popoli che volta per volta adorano e fustigano il loro idolo, 38 sono affascinati in segreto nel vedere umiliare il padrone al quale sono sottomessi. La vendetta gli ispira l’elogio che fanno di simili figure, e la vendetta è un interesse. Colui che non è per nulla animato da un interesse di questa sorta, non apprezza e addirittura non percepisce che le idee conformi alle proprie: perciò la bacchetta, atta a scoprire un merito nascente e sconosciuto, sta e deve realmente stare soltanto tra le mani della gente competente, perché non c’è che il gioielliere che sia esperto in diamanti grezzi, e lo spirito che capisce lo spirito. Era solo l’occhio di un Turenne che poteva scorgere, nel giovane Curchill, il famoso Marlborough6. Qualsiasi idea troppo estranea alla nostra maniera di vedere e di sentire ci sembra sempre ridicola. Lo stesso progetto, che benché vasto e grande, apparirà ciò nondimeno d’esecuzione facile al gran ministro, sarà giudicato, da un ministro mediocre, pazzo, insensato, e il progetto, per servirmi della frase usuale tra gli sciocchi, sarà rinviato alla repubblica di Platone. Ecco la ragione per la quale, in certi paesi, in cui le menti, irritate dalla superstizione, sono pigre e poco capaci di grandi imprese, si crede coprire un uomo del più gran ridicolo, quando gli si dice: “E’ un uomo che vuole riformare lo stato”. Ridicolo che, agli occhi degli stranieri, povertà, spopolamento dei paesi, e di conseguenza necessità d’una riforma, fa ricadere sui burloni. Ce ne sono di popoli e di spiritosi gregari che credono di disonorare un uomo, quando dicono di lui, con tono scioccamente furbo: è un romano, è una mente [esprit]. Scherno che ricondotto al senso preciso, dice soltanto che quest’uomo non gli rassomiglia per niente, vale a dire, che non è né sciocco, né briccone. Quante ammissioni imbecilli e frasi assurde non sente nelle conversazioni, uno spirito attento, le quali ridotte al loro significato esatto, stupirebbero molto quelli che le utilizzano? Pertanto, l’uomo di merito deve essere indifferente alla stima come al disprezzo del privato, di cui l’elogio o la critica non significano nulla, se non che quell’uomo pensa o non pensa come lui. Potrei ancora, con Henri de la Tour d’Auvergne, visconte di Turenne (1611-1675), condottiero della guerra dei trent’anni e della Fronda- John Churchill (1650-1722), generale e statista inglese, ottenne il titolo di Primo Duca di Marlborough. (ndt) 6 39 un’infinità di altri fatti, provare che apprezziamo sempre soltanto le idee conformi alle nostre, ma, per costatare questa verità, occorre basarla su prove di puro ragionamento. Discorso 2 - Capitolo 4 Della necessità nella quale ci troviamo di non apprezzare che noi negli altri Due cause ugualmente potenti vi ci decidono: una è la vanità, e l’altra è la pigrizia. Dico vanità, perché il desiderio di stima è comune ad ogni uomo; non che qualcuno tra loro non voglia aggiungere, al piacere d’essere ammirati, il merito di disprezzare l’ammirazione; ma questo disprezzo non è vero, e mai l’ammiratore è stupido agli occhi dell’ammirato: ora, se ogni uomo è avido di stima, ciascuno di loro, istruito dall’esperienza che le sue idee non appariranno stimabili o disprezzabile agli altri per quanto saranno conformi o contrarie alle loro opinioni; ne consegue che ispirati dalla vanità, ciascuno non può astenersi da stimare negli altri una conformità d’idee che lo assicurano della loro stima; e di odiare in loro una opposizione d’idee, garante sicuro del loro odio o almeno del loro disprezzo che si deve guardare come un calmante dell’odio. Ma, nella supposizione stessa che un uomo fece, all’amore della verità, il sacrificio della propria vanità; se quest’uomo non è affatto animato dal desiderio più vivo d’istruirsi, dico che la sua pigrizia non gli permette d’avere, per opinioni contrarie alle sue, che una stima sulla parola. Per spiegare quello che intendo per stima sulla parola, distinguerò due sorte di stima. Una, che si può considerare come l’effetto o del rispetto che si ha per l’opinione pubblica o la fiducia che si ha nel giudizio di certe persone, e che chiamo stima su parola. Tale è quella alcune persone concepiscono per romanzi molto mediocri, unicamente perché li credono di qualcuno dei nostri scrittori celebri. Tale è ancora l’ammirazione che si ha per i Descartes ed i Newton; ammirazione che, nella maggior parte degli uomini, è tanto più entusiasta che è 40 meno illuminata; sia che dopo essersi formato un’idea vaga del merito di questi grandi geni, i loro ammiratori rispettano, in questa idea, l’opera della loro immaginazione; sia che stabilendo giudici del merito di un uomo quale Newton, credono associarsi agli elogi che gli prodigano. Questo genere di stima, di cui la nostra ignoranza ci spinge a fare spesso uso, è, perciò stesso, la più comune. Niente di così raro che di giudicare secondo se stesso.. L’altra specie di stima è quella che, indipendente dall’opinione altrui, nasce unicamente dall’impressione che fanno su di noi certe idee, e che, per questa ragione, chiamo stima sentita, la sola veritiera e quella di cui si tratta qui. Discorso 2 - Capitolo 5 Della probità, in rapporto ad un gruppo particolare. Sotto questo punto di vista, dico che la probità non è che l’abitudine più o meno grande delle azioni particolarmente utili a quel piccolo gruppo. Non è che alcuni gruppi virtuosi non sembrino spesso spogliarsi del loro interesse, per dare delle azioni degli uomini apprezzamenti conformi all’interesse pubblico, ma non fanno allora che soddisfare la passione che un orgoglio illuminato dà loro come virtù, e, di conseguenza, obbediscono, come ogni altro gruppo, alla legge dell’interesse personale. Quale altro motivo potrebbe determinare un uomo ad azioni generose? Gli è tanto impossibile amare il bene per il bene, quanto amare il male per il male. Bruto sacrificò il proprio figlio alla salvezza di Roma solo perché l’amore paterno aveva su di lui meno potere dell’amore di patria. Non fece allora che cedere alla sua passione più forte: è essa che, illuminandolo sull’interesse pubblico, gli fece percepire chiaramente, in un parricidio così generoso, così proprio a rianimare l’amore per la libertà, l’unica risorsa che potesse salvare Roma e impedirle di ripiombare sotto la tirannia dei Tarquini. Nelle circostanze critiche nelle quali si trovava Roma allora, occorreva che una simile azione 41 servisse da fondamento alla grande potenza alla quale l’elevò da quel momento l’amore del bene pubblico e della libertà. Ma siccome ci sono pochi Bruto e società composte da uomini del genere, è nell’ambiente comune che prenderò esempi, per provare che, in ciascuna società, l’interesse particolare è l’unico dispensatore della stima accordata alle azioni degli uomini. Per convincersene, basta gettare lo sguardo su un uomo che sacrifica i propri beni per salvare dal rigore delle leggi un genitore, assassino: quest’uomo passerà certamente, in famiglia, per virtuosissimo, sebbene sia realmente molto ingiusto. Dico molto ingiusto, perché, se la speranza dell’impunità deve moltiplicare i forfait in una nazione, se la certezza del supplizio è assolutamente necessaria per mantenervi l’ordine, è evidente che una grazia accordata ad un criminale è, verso il pubblico, un’ingiustizia di cui si rende complice colui che sollecita una simile grazia. Un ministro, sordo alle sollecitazioni di parenti ed amici, crede di dover elevare ai primi posti solo uomini di grande merito: questo ministro così giusto passerà certamente, nella società, per un uomo inutile, senza amicizia, forse anche senza onestà. Bisogna dirlo per la vergogna del secolo: è quasi sempre ad ingiustizie che un uomo in posizione importante deve i titoli di buon amico, di buon genitore, d’uomo virtuoso e benefattore che gli prodiga la società nella quale vive. Quando, con intrighi, un padre ottiene l’impiego di generale per un figlio incapace di comandare, questo padre sarà citato, in famiglia, come un uomo onesto e benefattore: tuttavia, che cosa è più abominevole dell’esporre una nazione, o almeno parecchie sue province, ai danni che seguono una sconfitta, solo per soddisfare l’ambizione di famiglia? Che cosa di più punibile delle sollecitazioni, contro le quali è impossibile che un sovrano sia sempre in guardia. Simili sollecitazioni, che hanno troppo spesso sprofondato le nazioni nelle più grandi disgrazie, sono fonti inesauribili di calamità: calamità alle quali forse non si possono sottrarre i popoli se non spezzando tutti i legami di parentele tra gli uomini, e dichiarando ogni cittadino figlio dello Stato. E’ l’unico modo di soffocare vizi autorizzati da una apparenza di virtù, d’impedire la suddivisione di un popolo in una infinità di famiglie o di piccole società, i cui interessi, quasi sempre 42 opposti all’interesse pubblico, spegnerebbero alla fine nelle anime ogni specie d’amore per la patria. Quello che ho detto prova sufficientemente che, davanti al tribunale di una piccola società, l’interesse è l’unico giudice del merito delle azioni degli uomini: sicché non aggiungerei nulla a quello che ho appena detto, se non mi fossi proposto l’utilità pubblica come scopo principale di quest’opera. Ora, sento che un uomo onesto, spaventato dall’ascendente che deve necessariamente avere su di lui l’opinione della società in cui vive, può temere a ragione d’essere spesso, a sua insaputa, deviato dalla virtù. Non abbandonerò quindi questa materia senza indicare i mezzi per sfuggire alle seduzioni, ed evitare le trappole che l’interesse dei gruppi particolari tende alla probità della gente più onesta, e nelle quali lo ha troppo spesso sorpreso. Discorso 2 - Capitolo 6 Dei mezzi per assicurarsi della virtù Un uomo è giusto, quando tutte le sue azioni tendono al bene pubblico. Non è abbastanza fare del bene per meritare il titolo di virtuoso. Un principe ha mille posti da assegnare, deve coprirli, non può evitare di fare mille felici. E’ quindi solamente dalla giustizia o dall’ingiustizia delle sue scelte che ne dipende la virtù. Se, quando si tratta di un posto importante, per amicizia, per debolezza, per sollecitazione o per pigrizia, dà ad un uomo mediocre, la preferenza su d'un uomo superiore, deve considerarsi come ingiusto, qualsiasi elogio faccia per altro alla sua probità la società in cui vive. In fatto di probità, è solamente l’interesse pubblico che bisogna consultare e credere, e non gli uomini che ci circondano. L’interesse personale li inganna troppo spesso. Nelle corti, per esempio, l’interesse non dà forse il nome di prudenza alla falsità, e di sciocchezza alla verità, che la si considera almeno come una follia, e che la si deve sempre considerare come tale? 43 Lì essa è pericolosa, e le virtù nocive saranno sempre annoverate nel rango dei difetti. La verità è accolta favorevolmente solo presso principi umani e buoni, quali i Luigi XII, i Luigi XV. Degli attori avevanointerpretato il primo al teatro; i cortigiani esortavano il principe a punirli. “No – egli disse- mi rendono giustizia, mi credono degno di ascoltare la verità”. Esempio di moderazione imitato da allora dal duca di… [parola mancante nel testo francese, ndt]. Questo principe, costretto a gravare d' imposte una provincia, e stanco delle rimostranze di un deputato degli stati di questa provincia, gli rispose con vivacità: “Quali sono le vostre forze per opporvi alle mie volontà? Che cosa potete fare?...”. “Obbedire ed odiare”, replicò il deputato. Risposta nobile che fa ugualmente onore al deputato ed al principe. Era quasi così difficile per l’uno ascoltarla, che per l’altro darla. Questo stesso principe aveva un’amante; un gentiluomo gliela aveva portata via, il principe era offeso, ed i suoi favoriti lo spingevano alla vendetta: “Punite – dicevano - l'insolente…”. “Lo so - gli ripose - che la vendetta mi è facile, una parola basta per disfarmi di un rivale, ed è quello che m’impedisce di pronunciarla”. Una simile moderazione è troppo rara; la verità è di solito troppo mal accolta dai principi e dai grandi, per soggiornare a lungo nelle corti. Come potrebbe albergare in un paese in cui la maggior parte di quella che è chiamata gente onesta, abituata alla bassezza ed alla lusinga, dà e deve realmente dare ai vizi il nome del saper vivere? Si scorge difficilmente il crimine laddove si trova utilità. Chi dubita tuttavia che alcune adulazioni non siano più pericolose e di conseguenza più criminali agli occhi di un principe amante della gloria, di libelli fatti contro di lui? Non che io prenda qui il partito dei libelli, ma infine un’adulazione può, a sua insaputa distogliere un buon principe dal sentiero della virtù, mentre un libello può talvolta ricondurvi un tiranno. E’ spesso solo per bocca della licenza che le lagnanze degli oppressi possono arrivare fino al trono. Ma l’interesse nasconderà sempre simili verità agli ambienti particolari della corte. E’ solo, forse vivendo lontano dai suddetti ambienti che ci si può difendere dalle illusioni che li seducono. E’ almeno certo che, in questi stessi luoghi, non si può conservare una virtù sempre forte e pura, senza aver continuamente presente alla mente il principio della 44 pubblica utilità, senza avere una conoscenza profonda dei veri interessi pubblici, di conseguenza della morale e della politica. La perfetta probità non è mai il dividendo della stupidità; una probità senza luce non è, tutto al più, che una probità d’intenzione, per la quale il pubblico non ha e non deve effettivamente avere nessun riguardo, 1) perché non è affatto giudice delle intenzioni, 2) perché nei suoi giudizi prende consiglio soltanto dal proprio interesse. Se sottrae alla morte colui che per disgrazia uccide il proprio amico a caccia, non grazia soltanto l’innocenza delle intenzioni, poiché la legge condanna al supplizio la sentinella che involontariamente si è lasciata sorprendere dal sonno. Il pubblico perdona, nel primo caso, per non aggiungere alla perdita di un cittadino quella di un altro cittadino; punisce, nel secondo, solo per prevenire le sorprese e le disgrazie alle quali lo esporrebbe una simile negligenza. Occorre dunque, per essere onesto, aggiungere alla nobiltà dell’anima i lumi dell’intelletto. Chiunque raccoglie in sé questi differenti doni della natura, si comporta sempre seguendo la bussola dell’utilità pubblica. L'utilità è il principio di ogni virtù umana, ed il fondamento di tutte le legislazioni. Deve ispirare il legislatore, forzare i popoli a sottomettersi alle sue leggi; è infine al principio che bisogna sacrificare i propri sentimenti, fino al sentimento stesso dell’umanità. L’umanità pubblica è qualche volta impietosa verso gli individui. Quando un vascello è sorpreso da lunghe calme, e che la fame ha, con voce imperiosa, comandato di tirare a sorte la vittima sfortunata che dovrà servire da pasto ai compagni, lo si sgozza senza rimorsi: questo vascello è l’emblema di ogni nazione; tutto diventa legittimo e addirittura virtuoso per la salute pubblica. La conclusione di ciò che ho appena detto, è che in fatto di probità, non bisogna affatto prendere consiglio dagli ambienti in cui si vive, ma soltanto dall’interesse pubblico: chi lo consulterà sempre non farà mai che azioni o immediatamente utili al pubblico, o vantaggiose ai privati senza essere nocive allo stato. Orbene, simili azioni gli sono sempre utili. L’uomo che sostiene il merito mal remunerato dà, incontestabilmente, un esempio di beneficenza conforme all’interesse generale; paga la tassa che la probità impone alla 45 ricchezza. L’onesta povertà non ha altro patrimonio che i tesori della virtuosa opulenza. Chi si comporta con questo principio può rendere a se stesso una testimonianza vantaggiosa della propria probità, può provare che merita realmente il titolo d’uomo onesto: dico merita, poiché, per ottenere una qualche reputazione del genere, non basta esser virtuoso, occorre inoltre trovarsi, come i Codro ed i Regolo, opportunamente disposti in tempi, circostanze e situazioni in cui le nostre azioni possano influire molto sul bene pubblico. In tutt’altra posizione, la probità di un cittadino, sempre ignorata dal pubblico, non è, per così dire, che una qualità di società particolare, ad uso soltanto di coloro con i quali costui vive. E’ solamente per i talenti che un privato può rendersi utile e raccomandabile alla propria nazione. Cosa importa al pubblico della probità d’un privato? Tale probità non gli è di quasi alcuna utilità. Sicché giudica i vivi come la posterità giudica i morti: non s’informa affatto se Giovenale era cattivo, Ovidio debosciato, Annibale crudele, Lucrezio empio, Orazio libertino, Augusto falso, e Cesare la donna di tutti i mariti: è soltanto i loro talenti che esso valuta. Sul che, noterò che la maggior parte di quelli che s’adirano con furore contro i vizi privati d’un uomo illustre, danno meno prova del loro amore per il bene pubblico che non della loro invidia contro i talenti; invidia che prende spesso, ai loro occhi, la maschera di una virtù, ma che non è il più sovente se non un’invidia mascherata, giacché in generale non hanno lo stesso orrore per i vizi di un uomo senza meriti. Senza voler fare l’apologia del vizio, quanta gente onesta avrebbe da arrossire dei sentimenti di cui si vanta, se se ne scoprisse il principio e la bassezza. Forse il pubblico manifesta troppa indifferenza per la virtù; forse i nostri autori sono talvolta più accurati nella correzione delle loro opere che in quella dei loro costumi, e prendono esempio su Averroè, quel filosofo che si permetteva, si dice, delle furfanterie che considerava non solamente poco nocive, ma addirittura utili alla sua reputazione: con ciò, diceva, raggirava i rivali, dirottava destramente sui propri costumi le critiche che avrebbero fatto sulle sue opere; critiche che, senza dubbio, avrebbero apportato alla sua gloria attacchi più pericolosi. 46 In questo capitolo, ho indicato il mezzo per sfuggire alle seduzioni delle società particolari, per conservare una virtù sembra incrollabile sotto gli choc di mille interessi particolari e differenti; e questo mezzo consiste nel prendere consiglio, in tutte le proprie iniziative, dall’interesse pubblico. Discorso 2 - Capitolo 7 Dell'intelletto in rapporto alle società particolari. Quello che ho detto dell'intelletto in rapporto ad un solo uomo, lo dico dello spirito considerato in rapporto alle società particolari. Non ripeterò quindi, a tal proposito, il dettaglio stancante delle stesse prove; mostrerò solamente, mediante nuove applicazioni dello stesso principio, che ciascuna società, come ciascun privato, non stima o non disprezza le idee delle altre società che per la convenienza o sconvenienza che tali idee hanno con le sue passioni, il suo tipo d'indole [ esprit] ed infine il rango che occupano nel mondo quelli che compongono quella società. Che si faccia esibire un fachiro in un circolo sibarita, questo fachiro non vi sarà guardato con la pietà disprezzante che anime sensuali e dolci hanno per un uomo che abbandona piaceri reali, per correre dietro beni immaginari? Se faccio penetrare un conquistatore nel ritiro dei filosofi, chi dubita ch’egli non tratti di frivolezza le loro speculazioni più profonde, ch’egli non le consideri con il disprezzo sdegnoso che un’anima, che si dice grande, ha per anime che crede piccine, e che la potenza ha per debolezza? Ma se a sua volta, conduco quel conquistatore al portico [Pecile, ntd]: orgoglioso, gli dirà lo stoico oltraggiato, tu che disprezzi anime più elevate della tua, impara che l’oggetto dei tuoi desideri è qui quello dei nostri disprezzi; che nulla appare grande sulla terra, a chi contempla da un punto di vista elevato. In una foresta antica, è dal piede dei cedri, dove si siede il viandante, che le cime sembrano toccare il cielo; dall’alto delle nubi, dove plana l’aquila, gli alti fusti del bosco strisciano come la brughiera e non offrono agli occhi del re dello spazio celeste che un tappeto di verde spiegato sulle pianure. E’ così che l’orgoglio ferito dello stoico si 47 vendicherà del disdegno dell’ambizioso e che in generale si tratteranno tutti quelli che saranno animati da passioni differenti. Che una donna giovane, bella elegante, tale insomma quale la storia ci dipinge la celebre Cleopatra, che, per la molteplicità delle sue bellezze, il fascino del suo spirito, la varietà delle sue carezze, faceva provare ogni giorno al suo amante le delizie dell’incostanza e di cui infine la prima gioia non era, dice Echard, che un primo favore, che una tale donna si trovi in un’assemblea di smorfiose, la cui vecchiaia e bruttezza ne assicurano la castità, si disprezzeranno le sue grazie ed i suoi talenti: al riparo dalla seduzione, sotto l’egida della bruttezza, le smorfiose non sentono quanto l’ubriachezza d’un amante sia lusinghiera; con quale pena, quando si è bella, si resiste al desiderio di confidare ad un amante mille attrattive segrete: esse si scateneranno quindi con furore contro la bella donna, e metteranno le su debolezze nel rango dei più alti crimini. Ma, se una di queste smorfiose si presenta a sua volta in un circolo di civettuole, vi sarà trattata senza alcun dei riguardi che la gioventù e la bellezza debbono alla vecchiaia ed alla bruttezza. Per vendicarsi della sua ritrosia, gli si dirà che la bella che cede all’amore e la brutta che gli resiste, non fanno, tutte e due, per lo stesso motivo, che ubbidire allo stesso principio di vanità; che, in un amante, l’una cerca un ammiratore delle sue attrattive, l’altra fugge un accusatore delle sue goffaggini; e che animate, tutte e due, dallo steso motivo, tra la smorfiosa e la donna galante, non c’è mai che la bellezza come differenza. Ecco come passioni differenti s’insultano reciprocamente ed ecco perché il vanaglorioso, che disconosce il merito in una condizione mediocre, che lo disdegna e che vorrebbe vederlo strisciare ai suoi piedi, è a sua volta disprezzato dalle persone illuminate. Insensato, gli diranno semplicemente, uomo senza meriti ed anche senza orgoglio, di che cosa ti lodi? Degli onori che ti si rende? Ma, non è affatto merito tuo, è al tuo fasto e alla tua potenza che si rende omaggio. Non hai nulla da te stesso; se brilli, è per il lustro che riflette su di te il favore del sovrano. Guarda i vapori che si levano dal fango delle paludi; sospesi nell’aria, vi si trasformano in nubi abbaglianti. Brillano come te, ma di uno splendore imprestato dal sole: l’astro tramonta, lo sprazzo della nube è scomparso. 48 Se passioni contrarie eccitano il rispettivo disprezzo di quelli che animano, troppa opposizione di mentalità [esprit] produce quasi lo stesso effetto. Spinti come ho dimostrato nel capitolo IV, a non percepire, negli altri, se non le idee conformi alle nostre idee, come ammirare un genere di mentalità troppo differente dalla nostra? Se lo studio di una scienza o di un’arte ci fa scorgere in questo un’infinità di bellezze e di difficoltà che ignoreremmo senza questo studio, è dunque per la scienza e l’arte che coltiviamo, che abbiamo necessariamente la maggior parte di questa stima che chiamo sentita. La nostra stima, per le altre arti o scienze, è sempre proporzionata al rapporto più o meno prossimo che queste hanno con la scienza o l’arte alla quale ci dedichiamo. Ecco perché il geometra ha comunemente più stima per il fisico che per il poeta, il quale deve accordarne di più all’oratore che non al geometra. E’ anche con la più grande buona fede del mondo che si vedono uomini illustri, in campi diversi, avere molto poca considerazioni gli uni degli altri. Per convincersi della realtà di un disprezzo sempre reciproco da parte loro (poiché non c’è debito più puntualmente pagato del disprezzo) ascoltiamo i discorsi che sfuggono alle persone di talento [esprit]. Simili ai venditori di Mitridate sparsi in una piazza pubblica, ciascuno chiama gli ammiratori a sé, e crede di meritarli da solo. Il romanziere si persuade che è il suo genere d’opera che suppone più invenzione e delicatezza nella mente; il metafisico si vede come la fonte dell’evidenza ed il confidente della natura: io solo, posso generalizzare le idee, e scoprire il germe degli avvenimenti che si sviluppano giornalmente nel mondo fisico e morale ed è solo attraverso me che l’uomo può essere illuminato. Il poeta, che guarda i metafisici come veri pazzi, li assicura che, se cercano la verità nel pozzo dove essa si è ritirata, non hanno per attingervi che il secchio delle Danaidi; che le scoperte della loro mente sono dubbie, ma che i piaceri della sua sono cosa certa. E’ con tali discorsi che i tre uomini si darebbero reciprocamente prova del poco di stima che hanno gli uni per gli altri; e se, in una simile contestazione, prendessero un politico per arbitro: sappiate, direbbe questi a tutti, che le scienze e le arti non sono che vere 49 bagattelle e difficili frivolezze. Ci si può dedicare ad esse nell’infanzia, per esercitare maggiormente le proprie facoltà mentali [esprit], ma è solamente la conoscenza degli interessi dei popoli che deve occupare la testa di un uomo sensato. Ogni altro oggetto è piccolo, e tutto ciò ch’è piccolo è disprezzabile: da cui concluderebbe che solo lui è degno dell’ammirazione universale. Ora, per terminare quest’articolo con un ultimo esempio, supponiamo che un fisico ascoltasse questa conclusione: ti sbagli, replicherebbe al politico, se si misura la grandezza della mente solo con la grandezza delle cose che essa prende in considerazione, sono solo io a dover realmente essere apprezzato. Una sola delle mie scoperte cambia gli interessi dei popoli. Calamito una lancetta, la chiudo in una bussola, si scopre l’America, si scavano le sue miniere, mille vascelli carichi d’oro solcano i mari, approdano in Europa, e la faccia del mondo politico è cambiata. Sempre immerso in grandi soggetti, mi raccolgo nel silenzio e la solitudine, non è affatto per studiarvi le piccole rivoluzioni dei governi, ma quelle dell’universo; non è per penetrarvi i segreti frivoli delle corti, ma quelli della natura. Scopro come i mari hanno formato le montagne e si sono sparse sulla terra; misuro sia la forza che muove gli astri e l’estensione dei circoli luminosi che descrivono nell’azzurro del cielo: calcolo la loro massa, la raffronto a quella della terra, ed arrossisco della piccolezza del globo. Ora, se ho tanta vergogna dell’arnia, giudica tu del disprezzo che ho per l’insetto che l’abita: il più grande legislatore non è ai miei occhi che il re delle api. Ecco con quali ragionamenti ciascuno prova a se stesso che possiede il genere d’ingegno [esprit] più apprezzabile e come, mosse dal desiderio di darne prova agli altri, le persone ingegnose si deprezzano reciprocamente, senza accorgersi che ciascuno, avviluppato dal disprezzo che ispira per i suoi simili, diventa il giocattolo e lo scherno, di quello stesso pubblico di cui dovrebbe essere l’ammirazione. Del resto, è in vano che si vorrebbe diminuire il preconcetto favorevole che ciascuno ha per il proprio talento. Ce ne infischiamo di un fioraio immobile ai margini delle aiuole di tulipani. Egli tiene gli occhi sempre fissi sui calici, non vede niente d’ammirevole sulla terra se non la finezza ed il miscuglio di colori con cui ha, con la sua cultura, forzato la natura a dipingerli. Ciascuno è 50 questo fioraio: se misura le capacità [esprit] degli uomini solo sulla conoscenza che hanno dei fiori, allo stesso modo noi misuriamo la nostra stima per loro solo sulla conformità delle loro idee con le nostre. La nostra stima è talmente dipendente da questa conformità d’idee, che nessuno può analizzare se stesso attentamente senza accorgersi che, se, ad ogni istante della giornata, non valuta affatto lo stesso uomo precisamente allo stesso grado, è sempre a qualcuna di queste contraddizioni, inevitabili nelle relazioni intime e giornaliere, che deve attribuire la perpetua variazione del termometro della sua stima: sicché qualsiasi uomo, le cui idee non sono conformi a quelle della società, ne è sempre disprezzato. Il filosofo, che vivrà con damerini, sarà l’imbecille ed il ridicolo del loro ambiente. Egli si vedrà deriso dal peggior buffone, le cui più insipide facezie passeranno per eccellenti parole: poiché il successo degli scherzi dipende meno dalla finezza di spirito del loro autore, che non dalla sua attenzione a ridicolizzare soltanto le idee sgradevoli al suo ambiente. Succede con le facezie come con le azioni di partito, sono sempre ammirate dalla clicca. Il reciproco ingiusto disprezzo degli ambienti particolari, come il disprezzo da privato a privato, è dunque soltanto l’effetto dell’ignoranza e dell’orgoglio: orgoglio senza dubbio condannabile, ma necessario e inerente alla natura umana. L’orgoglio è il germe di tante virtù e talenti, che non bisogna né sperare di distruggerlo, né altresì tentare d’indebolirlo ma solamente di dirigerlo verso le cose oneste. Se derido qui l’orgoglio di certa gente, non lo faccio, senza dubbio, che per un altro orgoglio, forse meglio giudicato del loro in questo caso particolare, come più conforme all’interesse generale, poiché la giustezza dei nostri apprezzamenti e delle nostre azioni non è mai che l’incontro fortunato del nostro interesse con l’interesse pubblico. Se la stima, che società diverse hanno per certi sentimenti e certe scienze, è differente assecondo della diversità delle passioni e del tipo di mentalità [esprit] di quelli che lo compongono, chi dubita che la differenza tra le condizioni degli uomini non produca quasi lo stesso effetto e che le idee, gradevoli alla gente di un certo rango, non siano noiose per uomini di un altro stato? 51 Un guerriero ed un negoziante dissertano davanti a dei magistrati, l’uno sull’arte degli assedi, degli accampamenti e delle evoluzioni militari, l’altro , sul commercio dell’indaco, della seta, dello zucchero e del cacao: saranno ascoltati con meno piacere ed interesse, dell’uomo che, più ai fatti degli intrighi di palazzo, delle prerogative della magistratura e delle maniera di condurre un affare, gli parlerà di tutti i soggetti che il loro tipo di mentalità o vanità rende più particolarmente interessante per loro. In generale, se ne disprezza fino allo spirito in un uomo di condizione inferiore alla propria. Qualsiasi merito abbia un borghese, sarà sempre disprezzato da un uomo di riguardo, se quest’uomo è stupido, sebbene non ci sia , dice Domat, che una distinzione civile tra il borghese ed il gran signore, ed una distinzione naturale tra l’uomo d’ingegno ed il gran signore stupido. E’ sempre quindi l’interesse personale, modificato secondo la differenza dei nostri bisogni, delle nostre passioni, del nostro tipo d'intelligenza e delle nostre condizioni, che combinandosi, nelle diverse società, in un numero infinito di maniere produce la stupefacente diversità delle opinioni. E’ conseguentemente alla varietà d’interesse che ogni società ha la sua impostazione, la sua maniera particolare di giudicare e il suo spirito, di cui essa farebbe volentieri un dio, se la paura dei giudizi del pubblico non si opponesse a questa apoteosi. Ecco perché ognuno trova la propria sintonia. Sicché non c’è stupido che, apportando una certa attenzione alla scelta del proprio ambiente, non vi possa passare una vita dolce in mezzo al concerto degli elogi fatti da ammiratori sinceri; parimenti non c’è uomo di spirito che, riversandosi in ambienti differenti, non vi si veda successivamente trattato da pazzo e da saggio, di amabile e noioso, stupido e geniale. La conclusione generale di quello che ho appena detto, è che l’interesse personale è, in ogni società, l’unico misuratore del merito delle cose e delle persone. Non mi resta più che da mostrare perché gli uomini più generalmente onorati e ricercati dagli ambienti particolari tali quelli del gran mondo, non sono sempre i più stimati dal pubblico. 52 Discorso 2 - Capitolo 8 Della differenza tra i giudizi particolari. del pubblico e quelli delle società Per scoprire la causa dei giudizi differenti che danno sulle stesse persone il pubblico e le società particolari, bisogna osservare che una nazione non è che l'insieme dei cittadini che la compongono; che l'interesse di ciascun cittadino è sempre legato, con un vincolo qualsiasi, all'interesse pubblico; che, simili agli astri che, sospesi nei deserti dello spazio, vi sono mossi da due movimenti principali, di cui il primo più lento lo hanno in comune con l'universo intero, ed il secondo più rapido è una loro particolarità, ogni società è parimenti mossa da due diversi tipi d'interesse:il primo più debole, lo ha in comune con la società in generale, vale a dire, con la nazione, ed il secondo, più potente, è una sua assoluta particolarità. Conseguentemente a questi due tipi d'interesse, vi sono due tipi d'idee atte a piacere alle società particolari. Il primo, il cui rapporto, più immediato con l'interesse pubblico, ha per oggetto il commercio, la politica, la guerra, la legislazione, le scienze e le arti: questo tipo d'idee interessanti per ciascuna d'esse in particolare, è di conseguenza il più generalmente, ma più debolmente apprezzato dalla maggior parte delle società. Dico dalla maggior parte, perché vi sono società, quali le società accademiche, per le quali le idee più utili in generale sono le idee più particolarmente gradevoli, e il cui interesse personale si trova in questo modo mescolato con l'interesse pubblico. L'altro tipo d'idee ha rapporti immediati con l'interesse di ciascuna società, vale a dire, con i suoi gusti, le avversioni, i progetti, i piaceri. Più interessante e più gradevole, per questa ragione, agli occhi di questa società, è comunemente abbastanza indifferente a quelli del pubblico. Ammessa tale distinzione, chiunque acquisisce un grandissimo numero d’idee di quest’ultimo tipo, vale a dire, d’idee particolarmente importanti per le società nelle quali vive, vi deve essere considerato, di conseguenza, come molto intellettuale: ma nel caso in cui quest’uomo si presenti agli occhi del pubblico, sia attraverso un’opera, sia in una grande piazza, spesso non gli apparirà che come 53 un uomo molto mediocre. E' un'affascinante voce da camera, ma troppo debole per il teatro. Nel caso in cui un uomo, al contrario, non si occupi che d’idee generalmente importanti, sarà meno gradito alle società nelle quali vive; vi apparirà addirittura talvolta pesante e fuori luogo. Se, però, si presenta agli occhi del pubblico, sia attraverso un’opera, sia in una grande piazza, scintillante allora di genio, meriterà il titolo di uomo superiore. E’ il colosso mostruoso ed anche sgradevole nello studio dello scultore, che, innalzato nella pubblica piazza, diventa l’ammirazione dei cittadini. Ma perché non riunire in sé le idee dell’uno e dell’altro tipo? Non si otterrebbero così, nello stesso tempo, la stima della nazione e quella della gente di mondo? E’, risponderò, perché il genere di studi ai quali bisogna darsi per acquisire idee interessanti per il pubblico o per le società particolari, è assolutamente differente. Per piacere in questo mondo, non bisogna approfondire alcuna materia, ma svolazzare incessantemente da soggetto a soggetto; bisogna avere conoscenze molto varie, e quindi molto superficiali; sapere di tutto, senza perdere tempo a sapere perfettamente una cosa; e dare, di conseguenza, alla propria mente più superficialità che profondità. Ora, il pubblico non ha alcun interesse ad apprezzare uomini universali in modo superficiale: forse non gli rende nemmeno piena giustizia, e non si affatica mai a valutare con precisione una mente partecipe di troppi generi diversi. Interessato soltanto ad apprezzare quelli che diventano superiori in un genere, e che pertanto fanno progredire la mente umana, il pubblico deve fare poca attenzione allo spirito mondano. Occorre dunque, per ottenere la stima generale, dare alla propria mente più profondità che superficialità e concentrare, per così dire, in un solo punto, come nel punto focale di un vetro ustorio, tutto il calore ed i raggi del proprio intelletto. Ma, come dividersi tra i due generi di studi, giacché la vita che bisogna condurre per seguire o l’uno o l’altro è completamente differente? Si acquisisce dunque uno dei detti tipi di formazione mentale [esprit] soltanto escludendo l’altro. Se per acquisire idee importanti per il pubblico occorre, come 54 proverò nei capitoli seguenti, raccogliersi nel silenzio e nella solitudine, per presentare alle società particolari le idee più gradite ad esse, occorre, al contrario, gettarsi assolutamente nel turbine del mondo. Ora non si può vivervi senza riempirsi la testa d’idee false e puerili: dico false perché qualsiasi uomo che conosce un solo modo di pensare, considera necessariamente la propria società come l’universo per eccellenza. Egli deve imitare le nazioni nel disprezzo reciproco che hanno per i rispettivi costumi, le religioni, e finanche per l'abbigliamento diverso: trovare ridicolo tutto ciò che contraddice le idee della propria società, e cadere, di conseguenza, negli errori più grossolani. Chiunque si occupa fortemente dei piccoli interessi delle società particolari, deve necessariamente attribuire troppo valore ed importanza a delle stupidaggini. Ora, in questo campo, chi può vantarsi di sfuggire ai tranelli dell’amor proprio, quando si vede che non c’è procuratore nel proprio studio, consigliere nella propria camera, mercante nel proprio negozio, ufficiale nella propria guarnigione, che non creda l’universo pervaso da ciò che gl’interessa. Ciascuno può applicare a sé il racconto di madre Gesù che, testimone di un litigio tra la discreta e la superiora, chiede al primo che incontra in parlatorio: sapete che madre Cecilia e madre Teresa si sono appena litigate? Ma, siete sorpreso? Come, davvero ignoravate la loro querelle? E da dove venite? Siamo tutti, più o meno, come madre Gesù: quello di cui la nostra società si occupa, è quello di cui tutti gli uomini devono occuparsi, ciò che pensa, crede e dice, è l’universo intero che lo pensa, crede e dice. In che modo un cortigiano che vive immerso in un mondo in cui non si parla d’altro che delle trame, degli intrighi di corte, di quelli che crescono in prestigio e quelli che cadono in disgrazia, e che, nel cerchio esteso dei suoi ambienti, non vede nessuno che non ostenti, più o meno, le stesse idee, in che modo, dico, questo cortigiano non potrebbe persuadersi che gli intrighi di corte sono, per la mente umana, gli oggetti più degni di meditazione ed i più generalmente 55 interessanti? Può immaginare che nella bottega più vicina alla sua dimora, non si conosca né lui, né tutti quelli di cui parla; che non vi si sospetta nemmeno l’esistenza delle cose che lo occupano in maniera così viva; che, in un angolo del suo granaio, alberga un filosofo, al quale gli intrighi e le trame che ordisce un ambizioso per farsi agghindare in modo ridicolo con tutti i fregi d’Europa, appaiano così puerili e meno sensati di un complotto di scolari per derubare una scatola di confetti, e per chi infine gli ambiziosi non sono che vecchi bambini che non credono d’esserlo? Un cortigiano non indovinerà mai l’esistenza di simili idee: se arrivasse a sospettarlo, sarebbe come il re del Pegu che, avendo chiesto a dei veneziani il nome del loro sovrano, ed avendogli questi risposto che non erano governati da nessun re, trovò questa risposta così ridicola, che si smascellò dal ridere. E’ vero che in generale i grandi non sono mai soggetti a simili sospetti, ciascuno crede d'occupare un grande spazio sulla terra, e s’immagina che non c’è che un solo modo di pensare che deve far legge tra gli uomini, e che questo modo di pensare è contenuto nella propria società. Se ogni tanto sente dire che vi sono opinioni diverse dalle sue, non le percepisce, per così dire, che su uno sfondo confuso: le crede tutte confinate nella testa di un piccolissimo numero d’insensati. E’ perciò tanto pazzo quanto quel tal geografo cinese, che, pieno d'un orgoglioso amore per la sua patria, disegnò un mappamondo la cui superficie era quasi totalmente coperta dall’impero cinese, ai confini del quale si percepiva appena l’Asia, l’Africa, l’Europa e l’America. Ognuno è tutto nell’universo, gli altri non vi rappresentano niente. Si vede quindi che, per risultare graditi alle società particolari, costretti a diventare mondani, ad occuparsi di piccoli interessi e ad accettare mille pregiudizi, si deve insensibilmente caricare la propria testa d’una infinità d’idee assurde e ridicole agli occhi del pubblico. Del resto, sono assai lieto d'avvertire che non intendo affatto qui, per gente di mondo, soltanto la gente di corte: i Turenne, i Richelieu, i Luxembourg, i La Rochefoucault, i Retz e parecchi altri uomini della loro specie, provano che la frivolezza non è l’appannaggio necessario di un rango elevato; e che occorre soltanto intendere per uomini di mondo, tutti quelli che vivono solo nel suo vortice. Sono quelli che il 56 pubblico, con tanta ragione, considera come gente assolutamente vuota di senso; ne addurrò come prova le folli ed esclusive pretese sulle buone maniere e le belle usanze. Scelgo queste pretese come esempio tanto più volentieri, che i giovani, ingannati dal gergo mondano, prendono troppo spesso il cicalio per ingegno, ed il buon senso per sciocchezza. Discorso 2 - Capitolo 9 Delle buone maniere e dell’eleganza. Tutte le società, divise in quanto a interessi e gusti, si accusano rispettivamente di cattive maniere; quelle dei giovani sconcertano i vecchi, quelle dell’uomo passionale l’uomo frigido, quelle del cenobita l’uomo di mondo. Se s’intende per buone maniere i comportamenti atti ad essere ugualmente benaccetti in ogni società, allora non c’è uomo di buone maniere. Per esserlo, sarebbe necessario possedere ogni conoscenza, ogni forma mentis [esprit]e, probabilmente, i vari linguaggi: ipotesi impossibile da realizzare. Non si può dunque intendere per buone manière che il genere di conversazione, i cui argomenti e l’espressione di questi stessi argomenti vengono accettati in maniera più generale. Ora, le buone maniere così definite, non appartengono a nessuna categoria d’uomini in particolare, ma soltanto a coloro che si occupano d’idee grandi e che, ricavate dalle arti e dalle scienze, quali la metafisica, la guerra, la morale, il commercio, la politica, presentano sempre alla mente temi interessanti per l’umanità. Questo tipo di conversazione, incontestabilmente il più interessante in maniera generale, non è, come ho detto, il più gradito per ciascuna società in particolare. Ciascuna considera le proprie maniere superiori a quelle degli intellettuali e quelle degli intellettuali semplicemente superiori a qualsiasi altra specie di maniere. 57 Le società sono, a tal proposito, come i contadini delle diverse province che parlano più volentieri il dialetto del proprio cantone che la lingua nazionale, ma che preferiscono la lingua nazionale al dialetto delle altre province. Le buone maniere sono quelle che ogni società considera come le migliori dopo le proprie e queste sono quelle degli intellettuali. Ammetterò tuttavia, a vantaggio della gente di mondo, che, all’occorrenza, se fosse necessario scegliere tra le differenti categorie d’uomini una alle cui maniere si dovesse dare la preferenza, sarebbe incontestabilmente a quella della gente di corte; non che un borghese non abbia altrettanti pensieri d’un uomo di mondo, tutti e due, se posso esprimermi così, parlano spesso a vuoto, e non hanno forse, in fatto d’idee, alcun vantaggio l’uno sull’altro, ma l’ultimo, per la posizione nella quale si trova, si occupa di concetti più generalmente interessanti. In effetti, se i costumi, le inclinazioni, i pregiudizi ed il carattere dei re hanno molta influenza sull’appagamento o l’insoddisfazione pubblica; se ogni conoscenza in merito è interessante, la conversazione d’un cortigiano, che non può parlare di quello che lo riguarda senza parlare spesso dei suoi padroni, è dunque necessariamente meno insipida di quella del borghese. D’altra parte, siccome la gente di mondo, in generale, vive una condizione molto al di sopra dei bisogni, e non ne ha altri da soddisfare se non quello del piacere, è ancora certo che la conversazione ne deve, pertanto, approfittare dei vantaggi del proprio stato: è quello che rende, in generale, le donne di corte così superiori alle altre donne in fatto di grazia, intelligenza, vezzi, e perché la categoria delle donne intellettuali è composta quasi soltanto da donne mondane. Ma, se le maniere di corte sono superiori a quelle della borghesia, non avendo tuttavia i grandi sempre aneddoti curiosi sulla vita privata dei re da citare, la loro conversazione deve più comunemente ricadere sulle prerogative delle loro cariche, su quelle della loro nascita, sulle loro avventure galanti, e sulle burle fatte o rese ad una cena: ora simili conversazioni devono risultare insipide per la maggior parte delle società. 58 La gente di mondo è dunque, rispetto ad esse, precisamente nel caso della gente fortemente impegnata in un mestiere: ne fanno l’unico e perpetuo soggetto della loro conversazione, per cui le si taccia di cattive maniere, perché è sempre con una parola di disprezzo che un annoiato si vendica d’un noioso. Mi si risponderà, forse, che nessuna società accusa la gente di mondo di cattive maniere. Se la maggior parte delle società tace, in proposito, è che la nascita e le dignità gli incute rispetto, gli vieta di manifestare i propri sentimenti, e spesso anche di confessarli a se stessa. Per convincersene, si interroghi su quest’argomento un uomo di buon senso: le maniere mondane, risponderà, sono il più spesso delle volte una presa in giro ridicola. Queste maniere, usuali alla corte, vi furono senza dubbio introdotte da qualche intrigante, che, per nascondere le proprie trame, voleva parlare senza dir nulla: fuorviati da quella presa in giro, coloro che lo seguirono, senza aver nulla da nascondere, adottarono il gergo del primo, e crederono di dire qualcosa nel pronunciare parole abbastanza melodiosamente messe insieme. Le persone in carica, per distogliere i grandi dagli affari seri e renderli incapaci, applaudirono a quelle maniere, permisero che le si chiamassero spirito, e furono i primi a dargliene il nome. Ma, qualsiasi elogio si faccia a quel gergo, se, per valutare il pregio della maggior parte delle belle parole così ammirate nella buona società, le si traducesse in un altro linguaggio, la traduzione dissiperebbe il prestigio, e la maggior parte di quelle belle parole risulterebbero vuote di senso. Sicché, molte persone, bisogna aggiungere, hanno, per quelli che si chiamano persone brillanti, un disgusto molto marcato, e si ripete spesso questo detto popolare: quando le belle maniere si presentano, il buon senso si ritira. Le vere buone maniere sono quindi quelle degli intellettuali, di qualunque stato siano. Pretendo, dirà qualcuno, che la gente mondana, attaccata ad idee troppo piccine, sia pertanto inferiore agli intellettuali: gli sono superiori almeno nella maniera d’esprimere le loro idee. La loro presunzione, a tal proposito, parrebbe incontestabilmente più attendibile. Sebbene le parole, in se stesse, non siano né nobili, né di basso rango e che, in un paese in cui il popolo è rispettato, come in Inghilterra, non si faccia, né si debba 59 fare tale distinzione. In uno stato monarchico, in cui non si ha alcuna considerazione per il popolo, è certo che le parole debbano prendere l’una o l’altra di dette denominazioni, secondo che sono adoperate o rigettate a corte, e che così la maniera d’esprimersi delle persone di mondo deve sempre essere elegante: sicché lo è. Ma siccome la maggior parte dei cortigiani non si occupa che di materie frivole, il dizionario della lingua nobile è, per questa ragione, molto limitato, e non è nemmeno sufficiente al genere del romanzo, nel quale quanti della buona società volessero scrivere si troverebbero spesso molto inferiori ai letterati. Riguardo ad argomenti che si considerano seri, e che attengono alle arti ed alla filosofia, l’esperienza c’insegna che, su detti argomenti, gli uomini di mondo possono solo a stento balbettare i propri pensieri: da cui risulta che al riguardo stesso dell’espressività, non hanno alcuna superiorità sugli intellettuali, e che pertanto, rispetto alla maggior parte degli uomini, non vi sono che materie frivole nelle quali sono molto preparati, e di cui hanno fatto uno studio e, per così dire, un’arte particolare; superiorità che non è ancora ben accertata, e che quasi tutti gli uomini si attribuiscono in maniera esagerata per il rispetto meccanico che hanno per la nascita e la dignità. Del resto, la pretesa esclusiva delle buone maniere, per quanto di ridicolo ne copra la gente di mondo, questo è meno un ridicolo del loro stato che dell’umanità. In che modo l’orgoglio non arriverebbe a persuadere i grandi che loro e la gente della loro specie hanno le doti [esprit] più idonee ad incantare nella conversazione, giacché questo stesso orgoglio ha sì ben persuaso gli uomini in generale che la natura ha acceso il sole solo per fecondare nello spazio quel piccolo punto chiamato terra, e che aveva disseminato il firmamento di stelle solo per illuminarlo di notte? Si è vani, sprezzanti, e di conseguenza ingiusti, ogni volta che si può esserlo impunemente. E’ perciò che ogni uomo s’immagina che, sulla terra, non vi sia altra parte del mondo, in quella parte non vi sia nazione, nella nazione provincia, nella provincia città, nella città società paragonabile alla propria; [non v’è uomo] che non si creda ancora l’uomo superiore della sua società e che a poco a poco, non sorprenda se stesso nell’ammettere d’essere il primo uomo 60 dell’universo. Sicché, per quanto folli siano le pretese esclusive alle buone maniere, e per quanta stravaganza il pubblico attribuisca alle persone mondane, questa stravaganza troverà sempre giustificazione davanti all’indulgente e sana filosofia, che deve anche, a tal proposito, risparmiare loro l’amarezza dei rimedi inutili. Se l’animale rinchiuso nella propria conchiglia, e che non conosce altro universo se non la roccia sulla quale è attaccato, non può valutarne la vastità, come l’uomo di mondo, che vive concentrato in una piccola società, che si vede attorniato dai medesimi oggetti, e che non conosce che una sola opzione, potrebbe giudicare del valore delle cose? La verità non si percepisce e non è generata che con le fermentazioni delle opinioni contrarie. L’universo ci è conosciuto solo attraverso colui con il quale abbiamo rapporti. Chiunque si rinchiude in una società non può evitare di adottarne i pregiudizi, soprattutto se lusingano il suo orgoglio. Chi può sottrarsi ad un errore, quando la vanità, complice dell’ignoranza, ve lo ha legato e gliel’ ha resa cara? E’ per effetto della stessa vanità che la gente di mondo crede d’essere l’unica detentrice delle belle maniere, che, secondo essa, costituiscono il pregio primario, e senza il quale non ve n’è nessun’altro. Non si accorgono che quelle maniere, che ritengono come il saper vivere per eccellenza, non sono che una peculiarità del loro mondo. In effetti, nel Monomotapa, dove quando il re starnuta, i cortigiani sono tenuti, per educazione, a starnutire, e dove, lo starnutire passando dalla corte alla città e dalla città alle province, fa apparire l’impero come afflitto da un raffreddore generale, chi dubita del fatto che non vi siano cortigiani che non si vantino di starnutire più nobilmente degli altri uomini; che non si considerino, perciò, come i detentori unici delle belle maniere e che non trattino di cattiva compagnia o di nazioni barbare, i singoli ed i popoli il cui starnutire gli appaia meno armonioso? Gli abitanti delle Marianne non pretendono forse che la civiltà consiste nel prendere il piede di colui al quale si vuol fare onore, a strofinarsene delicatamente il viso, e nel non sputare mai davanti al proprio superiore? 61 I Chiriguani non sostengono che bisogna portare mutande, ma che i bei modi consistono nel portarle sotto braccio, come noi portiamo il cappello? Gli abitanti delle Filippine non diranno che non sta al marito far provare le prime gioie dell’amore alla propria moglie; che è un’incombenza di cui si deve, pagando, sgravare su qualcun altro? Non aggiungeranno che una ragazza che lo è ancora all’epoca del matrimonio, è una donna senza meriti, che è degna solo di disprezzo? Non si sostiene forse nel Pegu che è fattore d’eleganza e di decenza, che con un ventaglio in mano, il re avanzi nella sala d’udienze, preceduto da quattro giovinetti tra i più belli della corte: e che destinati ai suoi piaceri, ne sono allo stesso tempo interpreti ed araldi che annunciano le sue volontà? Se percorro tutte le nazioni, troverò dappertutto usanze diverse, ed ogni popolo, in particolare, si crederà necessariamente in possesso della migliore usanza. Ora, se non c’è nulla di più ridicolo di tali pretese, anche agli occhi delle persone di mondo, che rientrino un po’ in sé, vedranno che, sotto altri nomi, è di loro che se la ridono. Per provare che ciò che qui si chiama saper vivere, lungi dal piacere universalmente, al contrario più generalmente non è gradito, si conducano successivamente in Cina, in Olanda ed in Inghilterra il giovanotto più elegante ed esperto in questo compendio di gesti, di propositi e maniere chiamate saper vivere e l’uomo sensato, la cui ignoranza in merito lo fa trattare da stupido o di basse frequentazioni, è certo che quest’ultimo passerà, presso quei diversi popoli, per più istruito del vero saper vivere del primo. Qual è il motivo di un simile giudizio? E’ che la ragione, indipendente dai modi e dai costumi di un paese, non è in nessun posto straniera e ridicola; succede invece al contrario che le maniere di un paese, sconosciute in un altro paese, rendono sempre colui che ottempera a quelle maniere tanto più ridicolo, quanto più vi è aduso e vi si è reso abile. Se per evitare l’aria pesante e metodica in orrore alla buona società, i nostri giovani, si sono spesso dati alla balordaggine, chi dubita che agli occhi degli inglesi, dei tedeschi o degli spagnoli i nostri leziosi giovanotti non appaiano tanto più ridicoli quanto più saranno, a tal 62 proposito, più attenti a adempiere quello che crederanno delle belle maniere? E’ dunque certo, per lo meno se se ne giudica dall’accoglienza che viene riservata ai nostri manierosi all’estero, che quello che chiamano saper vivere, lungi dal trovare il consenso universale, non piace al contrario in maniera più generale, e che quel saper vivere è così diverso dal vero saper vivere mondano, fondato sempre sulla ragione, quanto la civiltà lo è della vera educazione. L’uno suppone solo la scienza delle maniere e l’altro, un sentimento fine, delicato e abituale di benevolenza verso gli uomini. Del resto, sebbene non vi sia niente di più ridicolo che queste pretese esclusive alle buone maniere, e al buon costume, è difficile, come ho detto più su, vivere nell’alta società senza adottare qualcuno dei suoi errori, che gli intellettuali, i più in guardia al riguardo, non sono sempre sicuri di potersene difendere. Sicché, non sono in questo campo, che gli errori estremamente moltiplicati, che determinano il pubblico a porre gli eleganti al rango dei falsi e piccini, dico piccini, perché la mente che in sé non è né grande né piccola, adotta sempre l’una o l’altra denominazione della grandezza o della piccolezza degli oggetti considerati e che la gente di mondo non possono far altro che occuparsi di piccoli oggetti. Risulta da questi due capitoli precedenti che l’interesse pubblico è quasi sempre differente da quello delle società particolari, che in conseguenza, gli uomini più stimati di queste società non sono sempre i più stimabili agli occhi del pubblico. Adesso mostrerò che quelli che meritano più stima da parte del pubblico, debbono, con il loro modo di vivere e di spendere, essere spesso sgradevoli alle società particolari. DISCORSO 2 - CAPITOLO 10 Perché l’uomo ammirato dal pubblico non è sempre apprezzato dalla gente di mondo. 63 Per piacere alle società particolari, non è necessario che l’orizzonte delle nostre idee sia molto esteso, occorre bensì conoscere quello che si chiama mondo, penetrarvi e studiarlo; al contrario, per diventare illustre in un’arte, o in una scienza qualsiasi, e meritare di conseguenza, la stima del pubblico, occorre, come ho detto più su, fare studi diversissimi. Supponiamo uomini desiderosi d’istruirsi nella scienza della morale. E’ solo con il soccorso della storia e sulle ali della meditazione, che potranno, secondo le forze disuguali del loro intelletto, innalzarsi a differenti altezze, da cui l’uno scoprirà città, l’altro l’universo intero. E’ solo contemplando la terra da quel punto di vista, innalzandosi a quell’altezza, ch’essa si riduce progressivamente, davanti al filosofo, ad un piccolo spazio, e che prende ai suoi occhi la forma di una borgata abitata da diverse famiglie che portano il nome di cinese, inglese, francese, italiana, e di tutti quelli che si danno alle diverse nazioni. E’ da lì che, venendo a considerare lo spettacolo dei costumi, delle leggi, delle usanze, delle religioni e delle differenti passioni, un uomo, diventato quasi insensibile all’elogio come alla satira della gente, può spezzare i legami dei pregiudizi, esaminare con occhio tranquillo la contrarietà delle opinioni degli uomini, passare senza sbigottimento dal serraglio alla certosa, contemplare con piacere la vastità della stoltezza umana, vedere con lo stesso sguardo Alcibiade tagliare la coda al proprio cane e Maometto chiudersi in una caverna, l’uno per prendere in giro la leggerezza degli ateniesi, l’altro per godere dell’adorazione del mondo. Ora simili idee non si presentano se non nel silenzio e nella solitudine. Se le muse, dicono i poeti, amano i boschi, i prati, le fontane, è che vi si gusta una tranquillità che rifugge le città, e che le riflessioni che un uomo, svincolato dai piccoli interessi delle società, vi fa su se stesso, sono riflessioni che fatte sull’uomo in generale, appartengono e piacciono all’umanità. Ora, in questa solitudine in cui si è, come malgrado se stesso, portato verso lo studio delle arti e delle scienze, come occuparsi d'una infinità di piccoli fatti che fanno la conversazione giornaliera della gente di mondo? 64 Sicché i nostri Corneille e La Fontaine sono talvolta sembrati insipidi nelle nostre cene mondane; la loro stessa bontà d’animo contribuì a farli considerare tali. Come potrebbe la gente di mondo riconoscere, sotto le vesti della semplicità, l’uomo illustre? Ci sono pochi conoscitori del vero merito. Se la maggior parte dei romani, dice Tacito, ingannati dalla dolcezza e la semplicità di Agricola, cercavano il grand’uomo sotto la modesta apparenza esteriore, senza poter riconoscervelo, si capisce che, troppo lieto di sfuggire al disprezzo delle società particolari, il grand'uomo, soprattutto se è modesto, deve rinunciare alla stima sentita dalla maggior parte di loro. Sicché è animato soltanto debolmente dal desiderio d'esser loro gradito. Sente confusamente che la stima di queste società non proverebbe che l’analogia delle sue idee con le loro. Che questa analogia sarebbe spesso poco lusinghiera, e che la stima pubblica è l’unica degna di brama, la sola desiderabile, giacché è sempre un dono della pubblica riconoscenza , e di conseguenza la prova di un merito reale. Ragion per cui il grand’uomo, incapace di qualsiasi sforzo necessario per piacere alle società particolari, trova tutto possibile per meritare la stima generale. Se l’orgoglio di comandare ai re risarciva i romani della durezza della disciplina militare, il nobile piacere d’essere stimato consola gli uomini illustri delle ingiustizie stesse della fortuna. Hanno ottenuto tale stima? Si credono i detentori del bene più desiderato. In effetti, per quanta indifferenza si ostenti per l’opinione pubblica, ciascuno cerca di valutarsi da solo, e si crede tanto più stimabile quanto più si vede generalmente stimato. Se i bisogni, le passioni, e soprattutto la pigrizia, non soffocano in noi il desiderio di stima, non c’è nessuno che non abbia fatto sforzi per meritarla, e che non abbia desiderato il suffragio pubblico come garante dell'alta opinione che ha di se stesso. Sicché il disprezzo della reputazione, ed il sacrificio che se ne fa, si dice, alla fortuna ed alla considerazione, è sempre ispirato dalla disperazione di rendersi illustre. Si deve vantare ciò che si ha, e disdegnare ciò che non si ha. E' un effetto necessario dell'orgoglio: lo si rivolterebbe, se non se ne sembrasse la vittima. Sarebbe, in tal caso, troppo crudele illuminare un uomo sui veri motivi del suo disdegno. Sicché il merito non arriva mai a questo eccesso di barbarie. Ogni uomo (mi sia consentito di farne l'osservazione per inciso), quando non è cattivo, e quando le 65 passioni non gli offuscano i lumi della ragione, sarà tanto più indulgente quanto più sarà illuminato. E' una verità di cui mi rifiuto tanto meno la prova, che rendendo giustizia, a tal proposito, all'uomo di merito, posso, nei motivi stessi della sua indulgenza, far più nettamente percepire la causa del poco conto che tiene della stima delle società particolari, e di conseguenza del poco successo che ci deve essere. Se il grand’uomo è sempre il più indulgente; se guarda come un bene tutto il male che gli uomini non gli fanno, e come un dono tutto quello che la loro iniquità gli lascia; se infine versa sui difetti altrui il balsamo addolcente della pietà e se è lento a coglierli, è che l'altezza del suo spirito non gli permette di fermarsi sui vizi e gli aspetti ridicoli d'un singolo, ma su quello degli uomini in generale. Se ne considera i difetti, non è affatto con l'occhio maligno e sempre ingiusto dell'invidia ma con l'occhio sereno con il quale si esaminerebbero due uomini che, desiderosi di conoscere il cuore e lo spirito umano, si guardassero reciprocamente come due soggetti d'istruzione e due corsi viventi d'esperienza morale: molto diversi, a tal proposito, dalle mezze-intelligenze, avide d'una reputazione che le fugge, sempre divorate dal veleno della gelosia, e che, costantemente in agguato dei difetti altrui, perderebbero tutto il loro piccolo merito se gli uomini perdessero le loro ridicolaggini. No è certo a simili persone che appartiene la conoscenza dello spirito umano. Sono fatti per spegnere la celebrità dei talenti con gli sforzi che fanno per soffocarli. Il merito è come la polvere da sparo:l'esplosione è tanto più forte quanto più viene compressa. Del resto, per quanta avversione si abbia per gli invidiosi, costoro sono tuttavia ancor più da compatire che biasimare. La presenza del merito li importuna: se lo attaccano come un nemico, e se sono cattivi, è perché sono infelici; è che perseguitano, nei talenti, l'offesa che il merito fa alla loro vanità: il loro crimini non sono altro che vendette. Un altro motivo dell'indulgenza dell'uomo di merito attiene alla conoscenza che ha dello spirito umano. Ne ha tante volte provato la debolezza; nel mezzo degli applausi d'un aeropago, tante volte è stato tentato come Focione, di voltarsi verso il suo amico per domandargli se non abbia detto una grande sciocchezza, che, sempre in guardia contro la sua vanità, egli scusa volentieri negli altri errori nei quali è caduto qualche volta egli stesso. Sente che è alla 66 moltitudine degli sciocchi che si deve la creazione d'un uomo di spirito; e che per riconoscenza, deve dunque ascoltare, senza, acredine, le ingiurie che gli prodiga gente mediocre. Che quest'ultimi si vantano, tra di loro ed in segreto, del ridicolo che danno al merito, del disprezzo che hanno, dicono, per lo spirito; sono simili a quei fanfaroni d'empietà che non bestemmiano se non tremando. L'ultima causa dell'indulgenza dell'uomo di merito attiene alla visione nitida che egli ha della necessità dei giudizi umani. Sa che le nostre idée sono, se oso dire, conseguenze così necessarie delle società nelle quali si vive, delle letture che si fanno e degli oggetti che si offrono ai nostri occhi, che un'intelligenza superiore potrebbe ugualmente, e attraverso gli oggetti che si sono presentati a noi, indovinare i nostri pensieri; e, attraverso i nostri pensieri, indovinare il numero e la specie d'oggetti che il caso ci ha offerto. L'uomo di spirito sa che gli uomini sono quello che devono essere; che qualsiasi odio contro di loro è ingiusto; che uno sciocco porta sciocchezze, come il pollone selvatico frutti amari; che insultarlo, è come rimproverare alla quercia di portare ghiande piuttosto che olive; che, se l'uomo mediocre è stupido ai suoi occhi, egli è pazzo a quelli dell'uomo mediocre: poiché, se ogni pazzo non è uomo di spirito, almeno ogni uomo di spirito sembrerà sempre folle alle persone limitate. L'indulgenza sarà dunque sempre effetto della luce, quando le azioni non ne intercetteranno l'azione. Ma questa indulgenza, principalmente fondata sulla grandezza d'animo che inspira l'amore della gloria, rende l'uomo illuminato molto indifferente alla stima delle società particolari. Ora questa indifferenza, aggiunta ai generi differenti di vita e di studio necessari per piacere, sia al pubblico, sia a quelli che si chiama la buona compagnia, farà quasi sempre, dell'uomo di merito, un uomo abbastanza sgradevole alla gente di mondo. La conclusione generale di quello che ho detto dello spirito in rapporto alle società particolari, è che unicamente sottomesse al proprio interesse, ciascuna società misura sulla scala di questo stesso interesse il grado di stima che accorda ai diversi generi d'idee e di spirito. E' così per le piccole società come per un individuo. Ha un 67 processo? Se questo processo è considerevole, riceverà il suo avvocato con più zelo, più manifestazioni di rispetto e di stima di quanto riceverebbero da lui Dascartes, Locke o Corneille. Il processo è accomodato? E' a quest'ultimi che manifesterà più deferenza. La differenza della sua posizione deciderà della differenza delle sue accoglienze. Vorrei, finendo questo capitolo, poter rassicurare il piccolissimo numero di gente modesta, che distratta dagli affari, o dalla cura della propria fortuna, non hanno potuto dar prova di grandi talenti; e non possono, conseguentemente ai principi stabili qui sopra, sapere se, in quando allo spirito, sono realmente degni di stima. Qualsiasi desiderio che io abbia, a tal proposito, di render loro giustizia, bisogna convenire che un uomo che si annuncia come un grande spirito, senza distinguersi per alcun talento, è precisamente nel caso d'un uomo che si dice nobile senza avere titoli nobiliari. Il pubblico non stima che il merito provato dai fatti. Deve giudicare uomini di condizioni differenti? Chiede al militare, quale vittoria avete riportato? All'uomo che conta, quale sollievo avete portato alle miserie del popolo? Al privato, con quale opera avete illuminato l'umanità? Colui che non nulla da rispondere a queste domande, non è né riconosciuto, né stimato dal pubblico. Io so che, sedotti dai prestigi della potenza, dal fasto che lo avvolge, dalla speranza di grazie di cui un uomo di potere è il distributore, un gran numero d'uomini riconoscono macchinalmente un gran merito dove avvertono un gran potere. Ma i loro elogi, tanto passeggeri quanto il credito di quelli ai quali li prodigano, non ne impongono per niente alla sana parte del pubblico: al riparo da qualsiasi seduzione, esente da qualsiasi interesse, il pubblico giudica come lo straniero, che non riconosce per uomo di merito che l'uomo distinto per suoi talenti: è quello solo che ricercano con zelo, zelo sempre lusinghiero per chiunque ne è l'oggetto. Quando non si è affatto costituiti in dignità, è il segno certo d'un merito reale. Chi vuol sapere esattamente quello che vale, non può dunque apprenderlo che dal pubblico, e deve, di conseguenza, esporsi al suo giudizio. Si sa il ridicolo che tal proposito ci si sforza de dare a quelli che pretendono, in qualità d'autori, alla stima della loro 68 nazione: ma tal ridicolo non fa affatto impressione sull'uomo di merito; egli li guarda come un effetto della gelosia di questi piccoli spiriti, che, immaginandosi che, se nessuno facesse prova di merito, potrebbero credersene altrettanto che chiunque, non possono soffrire che si producano simili titoli. Senza questi titoli tuttavia, nessuno merita, né ottiene la stima del pubblico. Che si gettino gli occhi su tutti questi grandi spiriti, così vantati nelle società particolari: si vedrà che, piazzati dal pubblico nel rango degli uomini mediocri, debbono la reputazione di spirito, di cui qualche persona li fregia, solo all'incapacità nella quale sono di provare la loro stupidità, anche attraverso cattive opere. Cosicché, tra questi meravigliosi, quelli stessi che promettono di più, non sono, se oso dire, in quanto a spirito, tutt'al più che dei forse. Quanto certa sia questa verità, e qualunque ragione abbia la gente modesta di dubitare di un merito che non è passato attraverso la coppetta del pubblico, è tuttavia certo che un uomo può, in quanto a spirito, credersi realmente degno della stima generale: 1 quando è per le persone più stimate del pubblico e delle nazioni straniere che si sente più attirato; 2 quando è lodato, come dice Cicerone da un uomo già lodato; 3 quando in fine ottiene la stima di quelli che, in opere o grandi piazze, hanno già fatto scoppiare grandi talenti: la loro stima per lui suppone una grande analogia tra le loro idee e le sue; e questa analogia può essere guardata, se non come una prova completa, almeno come un'abbastanza grande probabilità che, se si fosse, come loro, esposto agli sguardi del pubblico, avrebbe avuto, come loro, qualche parte della sua stima. Discorso 2 - Capitolo 11 Della probità in rapporto al pubblico. Non è più della probità in rapporto ad un privato o ad una piccola società, ma della vera probità, della probità considerata in rapporta al pubblico, ciò di cui si tratta in questo capitolo. 69 Questo tipo di probità è l’unico che realmente ne merita e generalmente ne ottiene il nome. E’ solo considerando la probità sotto questo punto di vista, che ci si può formare idee chiare sull’onestà, e trovare una guida per la virtù. Ora, sotto questo aspetto, dico che il pubblico, come le società particolari, è, nelle sue valutazioni, mosso unicamente dal motivo dell’interesse; che dà il nome d’oneste, grandi o eroiche, solo alle azioni che gli sono utili; e che non commisura la propria stima per una tal o tal altra azione sul grado di forza, coraggio, o generosità necessario per portarla a termine, ma sull’importanza stessa di quest’azione ed il vantaggio che ne ricava. In effetti, se spinto dalla presenza di un’armata, un uomo si batte solo contro tre uomini feriti, quest’azione, senza dubbio lodevole, è tuttavia solo un’azione di cui mille dei nostri granatieri sono capaci, e per la quale essi non saranno mai citati nella storia; ma se la salute di un impero, che deve soggiogare l’universo si trova legata a quel combattimento, Orazio è un eroe: l’ammirazione dei suoi concittadini ed il suo nome celebre nella storia passa nei secoli più remoti. Che due persone si precipitano in un burrone, è un’azione comune a Saffo e Curzio, ma la prima vi si getta per strapparsi alle pene dell’amore, il secondo per salvare Roma: Saffo è pazza e Curzio un eroe. In vano i filosofi daranno ugualmente a queste due azioni il nome di pazzia, il pubblico, più illuminato di loro su i propri interessi, non darà mai il nome di pazzo a quelli che lo sono a proprio profitto. Discorso 2 – Capitolo 12 Del talento [esprit] in rapporto al pubblico. Applichiamo al talento quello che ho detto della probità: si vedrà che, sempre lo stesso nelle sue valutazioni, il pubblico non prende mai consiglio che dal proprio interesse; che non commisura affatto l'apprezzamento per i diversi generi di talento alla differente difficoltà di tali generi, vale a dire al numero e alla finezza delle idee 70 necessarie per avervi successo, ma soltanto al vantaggio più o meno grande che ne ricava. Poniamo che un generale ignorante vinca tre battaglie contro un generale ancora più ignorante di lui, sarà, almeno in vita, ricoperto di una gloria tale che non se n’accorderà altrettanta al più gran pittore del mondo. Quest’ultimo tuttavia ha conquistato il titolo di gran pittore, solo con una gran superiorità su uomini ingegnosi, ed eccellendo in un’arte, senza dubbio meno necessaria, ma forse più difficile di quella della guerra. Dico più difficile, perché agli albori della storia, vediamo un’infinità d’uomini come gli Epaminonda, i Lucullo, gli Alessandro, i Maometto, gli Spinola, i Cromwel, i Carlo XII, guadagnarsi la reputazione di gran capitani il giorno stesso che hanno comandato e battuto degli eserciti, e che nessun pittore, qualsivoglia fortunata disposizione abbia ricevuto dalla natura, è citato quale pittore illustre, solo dopo avere passato dieci o dodici anni della propria vita in studi propedeutici di quest’arte. Perché dunque accordare maggior stima al generale ignorante che al pittore valente? La differente attribuzione di gloria, così ingiusta in apparenza, attiene alla diversità dei vantaggi che questi due uomini procurano alla loro nazione. Ci si chieda ancora perché il pubblico conferisce al negoziatore esperto il titolo di mente superiore, che rifiuta all’avvocato celebre? L’importanza degli affari di cui si carica il primo prova in lui una superiorità di talento sul secondo? Non c’è spesso bisogno di tanta sagacità e finezza per discutere gli interessi e portare a termine i processi di due Signori di parrocchia, quanto per pacificare due nazioni? Perché dunque il pubblico, così avaro della propria stima verso l’avvocato, n’è così prodigo verso il negoziatore? E’ che il pubblico, ogni volta che non è accecato da pregiudizi o superstizione, è capace di fare, senza accorgersene, i ragionamenti più fini su quello che l’interessa. L’istinto, che gli fa rapportare tutto al suo interesse, è come l’etere, che penetra tutti i corpi senza farvi alcun’impressione sensibile. Esso ha meno bisogno di pittori ed avvocati celebri, che di generali e negoziatori abili; legherà quindi al talento di questi ultimi il prezzo della stima necessaria per indurre 71 sempre qualche cittadino ad acquisirli. Da qualsiasi parte si volga lo sguardo, si vedrà sempre l’interesse presiedere alla distribuzione che il pubblico fa della propria stima. 72 Quando gli olandesi erigono una statua a quel Guglielmo Buckelst che gli aveva trasmesso il segreto per salare e mettere in barile le aringhe, non è per nulla alla grandezza del genio necessario a questa scoperta che deferiscono onore, ma all’importanza del segreto e ai vantaggi che procura alla nazione. In ogni scoperta, il vantaggio ne impone talmente all’immaginazione, da decuplicare il merito, anche agli occhi di persone intelligenti. Quando i piccoli frati agostiniani deputarono Roma per ottenere dalla santa sede il permesso di tagliarsi la barba, chissà se padre Eustacchio non utilizzò in questo negoziato tanta finezza di spirito quanto il presidente Jeannin nei suoi negoziati d’Olanda? [Pierre Jeannin, 1540-1622, statista, giurista e scrittore francese, conosciuto con il nome di presidente Jeannin, ndt]. Nessuno può affermare nulla a tal proposito, a che cosa quindi attribuire il sentimento di derisione o di stima che esercitano questi due differenti negoziatori, se non la differenza dei loro oggetti? 73 Supponiamo sempre grandi cause a grandi effetti. Un uomo occupa un posto importante, per la posizione nella quale si trova, opera grandi cose con poco talento: quest’uomo passerà, per la massa, come superiore a colui che, in un posto inferiore e circostanze meno felici, con molto talento non può che attuare piccole cose. Questi due uomini saranno come pesi ineguali applicati a punti diversi di una lunga leva, in cui il peso più leggero, posto ad una delle estremità, solleva un peso decuplicato posto più vicino al punto di leva. Ora, se il pubblico, come ho dimostrato, valuta solo secondo la propria utilità, e se è indifferente a qualsiasi altra specie di considerazione, questo stesso pubblico, ammiratore entusiasta delle arti che gli sono utili, non deve affatto esigere dagli artisti che le coltivano questo alto grado di perfezione al quale vuole assolutamente che arrivino quelli che si attaccano ad arti meno utili, e nelle quali è spesso più difficile avere successo. Sicché gli uomini, secondo che si dedicano ad arti più o meno utili, sono paragonabili ad attrezzi grossolani, o a gioielli: i primi sono sempre giudicati buoni quando l’acciaio n’è ben temperato, ed i secondi sono apprezzati solo per la loro perfezione. Ragion per cui la nostra vanità è in segreto sempre tanto più lusingata da un successo, quanto più otteniamo tale successo in un genere meno utile al pubblico, nel quale si merita più difficilmente la sua approvazione, nel quale infine la riuscita suppone necessariamente talento e merito personale. In effetti, da quali diverse prevenzioni non è preso il pubblico, quando valuta il merito di un autore o di un generale? Giudica il primo? Lo paragona a tutti quelli che si sono distinti in quel campo, e non gli accorda la propria stima che per quanto sorpassa o almeno uguaglia quelli che l’hanno preceduto. Giudica un generale? Non esamina affatto, prima di farne l’elogio, se uguaglia in abilità Scipione, Cesare, o Sertorio. Se un poeta drammatico fa una buona tragedia su un argomento già noto, è, si dice, uno spregevole plagiario; ma se un generale si serve, in una campagna, dell’ordine di battaglia e degli stratagemmi di un altro generale, spesso n’apparirà solo più lodevole. 74 Poniamo che un autore riporti un premio su sessanta concorrenti: se il pubblico non ammette il merito di questi concorrenti, o se le loro opere sono deboli, l’autore ed il suo successo sono ben presto dimenticati. Ma quando il generale ha trionfato, il pubblico, prima d’incoronarlo ha mai verificato l’abilità ed il valore dei vinti? Esige da un generale il sentimento fine e delicato di gloria che alla morte del sig. De Turenne, indusse Montecuculi a lasciare il comando dell’esercito? Non mi si può più, diceva, opporre nemici degni di me. Il pubblico pesa dunque a bilance molto differenti il merito di un autore e quello di un generale. Ora, perché disdegnare nell’uno la mediocrità che spesso ammira nell’altro? E’ che dalla mediocrità di uno scrittore non ne tira alcun vantaggio, mentre può tirare grandissimi vantaggi da quella del generale, la cui ignoranza è talvolta coronata da successo. E’ quindi interessato ad apprezzare nell’uno ciò che disprezza nell’altro. D’altronde, se la felicità pubblica dipende dal merito delle persone importanti, e se i posti importanti sono raramente occupati da grandi uomini, per impegnare la gente mediocre a portare almeno nella loro impresa tutta l’accortezza e l’attività di cui sono capaci, occorre necessariamente lusingarli con la speranza di una gran gloria. Soltanto tale speranza può elevare fino al livello della mediocrità uomini che non vi sarebbero mai arrivati, se il pubblico, troppo severo giudice del loro merito, li avesse nauseati della sua stima per la difficoltà d’ottenerla. 75 Ecco la causa dell’indulgenza segreta con la quale il pubblico giudica le persone importanti; indulgenza talvolta cieca nel popolo, ma sempre illuminata nella persona di talento. Questa sa che gli uomini sono i discepoli degli oggetti che li circondano, che la lusinga, assidua nei grandi, presiède a tutte le istruzioni che si danno loro; e che così si può, senza ingiustizia, chiedere tanto talento e virtù quanto se n’esige da un privato. Se lo spettatore illuminato fischia al teatro francese quello che applaude negli italiani; se in una bella donna e un bel bimbo, tutto è grazia, spirito e intelligenza, perché non trattare i grandi con la stessa indulgenza? Si può legittimamente ammirare in loro talenti che si trovano comunemente in un privato oscuro, perché gli è più difficile d’acquisirle. Viziati dagli adulatori, come le belle donne dagli uomini galanti, impegnati d’altronde in mille piaceri, distratti da mille cure, non hanno per niente, come il filosofo, il piacere di pensare, d’acquisire un gran numero di concetti, né d’arretrare sia i limiti della loro mente sia quelli della mente umana. Non è affatto ai grandi che si devono le scoperte nelle arti e le scienze; la loro mano non ha sollevato il piano della terra e del cielo, non ha affatto costruito navigli, edificato palazzi, forgiato il vomere dell’aratro, e neppure scritto le prime leggi: sono i filosofi che, dallo stato selvaggio, hanno portato le società al punto della perfezione dove adesso sembrano pervenute. Se fossimo stati aiutati soltanto dal genio degli uomini potenti, forse non avremmo per nulla ancora la campagna per nutrirci, né forbici per farsi le unghie. La superiorità d’ingegno dipende principalmente, come dimostrerò nel prossimo discorso, da un certo concorso di circostanze nel quale gli umili sono raramente piazzati, ma nel qual è quasi impossibile che i grandi s’incontrano. Si devono dunque giudicare i grandi con indulgenza, e rendersi conto che, in una gran piazza, un uomo mediocre è un uomo molto raro. Sicché il pubblico, soprattutto in tempi di calamità, gli prodiga un’infinità d’elogi. Quanti encomi fatti a Varrone [Marco Terenzio Varrone, ndt], per non aver affatto disperato della salvezza della repubblica. In circostanze simili a quelle in cui si trovarono i romani, l’uomo di vero merito è un dio. 76 Se Camillo [Marcus Furius Camillus 446-365 ac, ndt] avesse fatto in modo di prevenire le disgrazie di cui arrestò il corso, se quest’eroe, eletto generale nella battaglia d’Allia, avesse sconfitto in quel giorno i galli che vinse ai piedi del campidoglio, Camillo, paragonabile a cento altri capitani, non avrebbe avuto il titolo di secondo fondatore di Roma. Se in tempi di prosperità, M De Villars [ Louis Hector duca di Villars, 1653-1734] avesse avuto in Italia la giornata di Denain [battaglia di Denain 24.07.1712, ndt] avrebbe vinto la battaglia in un momento in cui la Francia non sarebbe affatto stata accessibile al nemico, la vittoria sarebbe stata meno importante, la riconoscenza del pubblico meno viva, e la gloria del generale meno grande. La conclusione di quello che ho detto, è che il pubblico giudica solo secondo il proprio interesse: si perde di vista quest’interesse? Nessun’idea chiara della probità e del talento. 77 Se le nazioni soggiogate da un potere dispotico sono disprezzate dalle altre nazioni, se, negli imperi del (Gran) Mogol (o Moghul) e del Marocco, si vedono pochissimi uomini illustri, è che il talento, come ho detto più su, non essendo in sé né grande né piccolo, prende l’una o l’altra di queste denominazioni dalla grandezza o la mediocrità dagli oggetti che considera. Ora, nella maggior parte dei governi arbitrari, i cittadini non possono senza urtare il despota, occuparsi dello studio del diritto di natura, del diritto pubblico, della morale e della politica. Non osano risalire, in questo campo, fino ai principi primi di queste scienze, né elevarsi a grandi concetti, non possono dunque meritare il titolo di grandi ingegni. Ma, se le valutazioni del pubblico sono sottomesse alla legge del suo interesse, bisogna trovare in questo stesso principio dell’interesse generale, si dirà, la causa di tutte le contraddizioni che si crede, a tal proposito, individuare nelle idee del pubblico. Per questo, continuo il parallelo cominciato tra il generale e l’autore, e mi faccio questa domanda: se l’arte militare, di tutte le arti, è la più utile, perché tanti generali, la cui gloria eclissava, in vita, quella di qualsiasi uomo illustre in altri campi, sono stati, essi stessi, la loro memoria e le loro imprese, sepolti nella stessa tomba, quando la gloria degli autori loro contemporanei conserva ancora il suo primo splendore? La risposta a questa domanda, è che, se si eccettua i capitani che realmente hanno perfezionato l’arte militare, e che, tali i Pirro, gli Annibale, i Gustave, i Condé, i Turenne, devono in questo campo essere messi al rango dei modelli e degli inventori, i generali meno valorosi di questi, cessando alla loro morte d’essere utili al pubblico, non hanno più diritto alla sua riconoscenza, né di conseguenza alla sua stima. Al contrario, cessando di vivere, gli autori non hanno smesso d’essere utile al pubblico; hanno lasciato nelle sue mani le opere che gli avevano già valso la sua stima; ora, siccome la riconoscenza deve sussistere tanto quanto il beneficio, la loro gloria può eclissarsi solo nel momento in cui le loro opere cesseranno d’essere utili alla patria. E’ dunque soltanto all’utilità differente e dissimile con cui l’autore ed il generale appaiono al pubblico dopo la morte, che si deve attribuire questa successiva superiorità di gloria che in tempi differenti ottengono volta per volta l’uno sull’altro. 78 Ecco per quale ragione tanti re, deificati sul loro trono, sono stati dimenticati immediatamente dopo la loro morte: ecco perché il nome degli scrittori illustri, che, in vita, si trova così raramente a fianco di quello dei principi, è, alla morte degli scrittori, così spesso confuso con quelli dei più grandi re; perché il nome di Confucio è più conosciuto, più rispettato in Europa di quello di un imperatore di Cina; e perché si cita il nome d’Orazio e Virgilio a fianco di quello d’Augusto. Applichiamo alla distanza dei luoghi quello che dico della distanza dei tempi; chiediamoci perché il saggio illustre è meno stimato dalla sua nazione del ministro abile; e per quale ragione Rosny, più onorato da noi di Descartes, è meno considerato dallo straniero; è che, risponderò, un gran ministro non è utile che al suo paese; e che perfezionando lo strumento proprio alla cultura delle arti e delle scienze, abituando lo spirito umano a più ordine e giustizia, Descartes si è reso più utile all’universo, e deve, di conseguenza, esserne più rispettato. 79 Ma, si dirà, se nei giudizi, le nazioni consultano sempre soltanto il proprio interesse, perché il lavoratore ed il vignaiolo, più utili, senza dubbio, del poeta e del geometra, ne sarebbero meno stimati? E’ che il pubblico avverte confusamente che la stima, tra le sue mani, è un tesoro immaginario, che non ha valore reale che per quanto ne fa una distribuzione giudiziosa e controllata; che di conseguenza, non deve accordare stima a lavori di cui tutti gli uomini sono capaci. La stima, allora, diventata troppo comune, perderebbe, per così dire, tutta la sua virtù; non feconderebbe più i germi di genio e probità diffusi in tutte le anime; e non produrrebbe più infine quegli uomini illustri in ogni campo, che esorta alla ricerca della gloria la difficoltà d’ottenerla. Il pubblico percepisce dunque che per quanto riguarda l’agricoltura, è l’arte e non l’artista che deve onorare; e che se anticamente con il nome di Cerere e Bacco, ha deificato il primo aratore ed il primo vignaiolo, quest’onore, cos’ giustamente accordato agli inventori dell’agricoltura, non deve affatto essere elargito ai braccianti. In ogni paese in cui il contadino non è sovraccaricato d’imposte, la speranza del guadagno legato a quello del raccolto basta ad impegnarlo nella coltivazione delle terre; e ne concludo che, in certi casi, come l’ha già fatto vedere il celebre Duclos [Charles Pinot Duclos 1704 –1772, ndt ] è dell’interesse delle nazioni conformare la stima, non solamente all’utilità di un’arte, ma ancora alla sua difficoltà. Chi dubita che una raccolta di fatti, tale quella della biblioteca orientale, non sia così istruttiva, così divertente, e di conseguenza, così utile di un’eccellente tragedia? Perché dunque il pubblico ha più stima per il poeta tragico che non per il dotto compilatore? E’ che rassicurato, dal gran numero delle imprese paragonate al piccolo numero dei successi, della difficoltà del genere drammatico, il pubblico sente che, per formare un Corneille, dei Racine, dei Crebillon, o dei Voltaire, deve dare infinitamente più gloria ai loro successi; e che al contrario, basta onorare i semplici compilatori del tipo di stima più debole, per essere abbondantemente riforniti di queste opere di cui tutti gli uomini sono capaci, e che sono propriamente soltanto l’opera del tempo e della pazienza. 80 Gli eruditi totalmente privi di lumi filosofici, non fanno altro che mettere insieme in raccolte i fatti sparsi nelle rovine dell’antichità, sono, in rapporto all’uomo di genio, quello che i tagliatori di pietre sono in rapporto all’architetto: sono loro che forniscono i materiali degli edifici, senza di loro, l’architetto sarebbe inutile. Ma pochi uomini possono diventare buoni architetti, tutti sono adatti a tagliare la pietra: è dunque d’interesse pubblico accordare ai primi un tributo di stima proporzionato alla difficoltà della loro arte. E’ per questo stesso motivo, e perché lo spirito d’invenzione e di sistema si acquisisce ordinariamente solo con lunghe e penose meditazioni, che si accorda più stima a questo tipo di talento che a qualsiasi altro; e che, infine, in tutti i campi di un’utilità più o meno simile, il pubblico adegua sempre la propria stima alla differente difficoltà dei diversi generi. Dico di un’utilità più o meno simile, perché, se fosse possibile immaginare una sorta d’ingegno assolutamente inutile, qualsiasi difficoltà ci fosse per eccellervi, il pubblico non accorderebbe alcuna stima ad un simile talento; tratterebbe colui che l’avrebbe acquisito, come Alessandro trattò quell’uomo che, davanti a lui, infilava, si dice, con una maestria meravigliosa, dei semi di miglio attraverso la cruna di un ago; e che ottenne dall’equità dal principe solo uno staio di miglio come ricompensa. La contraddizione, che si crede talvolta scorgere tra l’interesse ed i giudizi del pubblico, non è mai che apparente. L’interesse pubblico, come mi ero proposto di dimostrare, è dunque il solo distributore della stima accordata ai diversi tipi di talento. Discorso 2 - Capitolo 13 Della probità, in rapporto ai secoli ed ai popolo diversi. Nei diversi secoli e paesi, la probità non può essere che l’abitudine delle azioni utili alla propria nazione. Per quanto certa sia questa proposizione, per farne comprendere in maniera più inequivocabile la verità, proverò a dare idee chiare e precise della virtù. A tale scopo, esporrò i due sentimenti che, su quest’argomento, hanno fin qui diviso i moralisti. 81 Gli uni sostengono che abbiamo un’idea della virtù assoluta e indipendente dai secoli e dai diversi governi; che la virtù è sempre una e sempre la stessa. Gli altri sostengono, al contrario, che ogni nazione, se ne forma un’idea diversa. I primi, a riprova della loro opinione, adducono i sogni ingegnosi, ma inintelligibili, del platonismo. La virtù, secondo loro, non è altro che l’idea stessa dell’ordine, dell’armonia e del bello essenziale. Il bello, però, è un mistero di cui non possono dare un’idea precisa: sicché non fondano affatto il loro sistema sulla conoscenza che la storia ci dà del cuore e dello spirito umano. I secondi, e tra questi Montaigne, attaccano l’opinione dei primi con armi di tempra più forte dei ragionamenti, vale a dire, con i fatti; fanno vedere che un’azione, virtuosa al nord, è viziosa nel mezzogiorno, e ne concludono che l’idea di virtù è puramente arbitraria. Tali sono le opinioni di questi due tipi di filosofi. Quelli, per non aver consultato la storia, errano ancora nel dedalo di una metafisica delle parole, questi, per non aver esaminato abbastanza in profondità i fatti che la storia presenta, hanno pensato che solo il capriccio decide della bontà o della cattiveria delle azioni umane. Le due sette di filosofi si sono tutte e due sbagliate, ma l’una e l’altra avrebbero evitato l’errore, se avessero considerato, con occhio attento, la storia del mondo. Allora avrebbero avvertito che i secoli devono necessariamente apportare, nel fisico e nel morale, rivoluzioni che cambiano la faccia degli imperi; che, nei grandi sconvolgimenti, gli interessi dei popoli sperimentano sempre grandi cambiamenti, che le stesse azioni possono diventargli successivamente utili e nocive e, di conseguenza, prendere volta per volta il nome di virtuose o viziose. Coerentemente con tale osservazione, se avessero voluto formarsi un’idea della virtù puramente astratta ed indipendente dalla pratica, avrebbero riconosciuto che, con il nome di virtù, si può solo intendere il desiderio di felicità generale, che, perciò, il bene pubblico è l’oggetto della virtù, e che le azioni che ordina sono i mezzi di cui si serve per soddisfare tale oggetto; che così l’idea della virtù non è affatto arbitraria, che nei secoli e nei paesi diversi, gli uomini, almeno quelli che vivono in società, hanno dovuto 82 formarsene la stessa idea, e che infine, se i popoli se la rappresentano sotto forma diversa, è che prendono per virtù stessa i diversi mezzi di cui essa si serve per soddisfare il proprio oggetto. Questa definizione di virtù ne dà, penso, un’idea chiara, semplice, e conforme all’esperienza; conformità che sola può costatare la verità di un’opinione. La piramide di Venus-Urania, la cui cima si perdeva nei cieli, e la cui base era appoggiata sulla terra, è l’emblema di qualsiasi sistema, che crolla a mano a mano che viene edificato, se non si sostiene sulla base solida dei fatti e dell’esperienza. E’ proprio sui fatti, vale a dire, sulla follia e la stravaganza fino ad ora inspiegabili delle leggi e degli usi diversi, che fondo la prova della mia opinione. Per quanto stupidi si suppongano i popoli, è certo che guidati dal proprio interesse non hanno adottato senza motivo i costumi ridicoli che si trovano radicati presso di alcuni di loro; la stravaganza di tali costumi è quindi causata dalla diversità degli interessi dei popoli: in effetti, questi hanno sempre confusamente inteso, con la parola virtù, il desiderio di felicità pubblica; se, di conseguenza, hanno assegnato il nome d’oneste solo alle azioni utili alla patria, e se l’idea d’utilità è sempre segretamente stata associata all’idea di virtù, si può esser sicuri che i costumi più ridicoli, ed anche più crudeli, come dimostrerò con qualche esempio, hanno sempre avuto per fondamento l’utilità reale o apparente del bene pubblico. Il furto era consentito Sparta, era punita solo l’imperizia del ladro colto in flagrante: v’è cosa più strana che questo costume? Tuttavia, se si ricordano le leggi di Licurgo, ed il disprezzo che si aveva per l’oro e l’argento, in una repubblica in cui le leggi davano corso solo ad una moneta di ferro pesante e frangibile, ci si accorgerà che il furto di polli e di legumi era il solo che vi si poté commettere. Sempre fatti con maestria, spesso negati con fermezza, simili furti allenavano i lacedemoni all’abitudine del coraggio e della vigilanza: la legge che permetteva il furto poteva quindi essere utilissima a questo popolo che non aveva da temere meno dal tradimento degli iloti che dall’ambizione dei persiani, e che agli attentati degli uni, come agli 83 innumerevoli eserciti degli altri, poteva solo opporre il viale di queste due virtù. E’ quindi certo che il furto, dannoso per qualsiasi popolo ricco, ma utile a Sparta, vi doveva essere onorato. Alla fine dell’inverno, quando la penuria di viveri costringe il selvaggio a lasciare la propria capanna, e che la fame lo spinge ad andare a caccia per fare nuove provviste, alcune nazioni selvagge si radunano prima della partenza, fanno salire i sessagenari sulle querce, e le fanno scuotere da braccia energiche; la maggior parte dei vecchi cade, e sono massacrati nel momento stesso della caduta. Tale fatto è conosciuto, e nulla sembra a prima vista più abominevole che quest’usanza: tuttavia, con quale sorpresa, dopo essere risaliti all’origine, si nota che il selvaggio considera la caduta dei poveri vecchi come la prova della loro impotenza per sostenere le fatiche della caccia! Li lascerà nelle capanne o nelle foreste in preda alla fame ed alle bestie feroci? Preferisce risparmiare loro la durata e la violenza dei dolori, e strappare, con parricidi immediati e necessari, i loro padri agli orrori d’una morte troppo crudele e troppo lenta. Ecco l’origine d’un costume così esecrabile; ecco come un popolo vagabondo, che la caccia ed il bisogno di viveri trattiene sei mesi in foreste immense, si trova, per così dire, costretto a questa barbarie; e come, in questi paesi, il parricidio è ispirato e commesso in base allo stesso principio d’umanità che ce lo fa considerare con orrore. Ma, senza far ricorso alle nazioni selvagge, si consideri un paese civile, come la Cina; ci si chieda perché si dà ai padri il diritto di vita e di morte sui propri figli e si vedrà che le terre di questo impero, per quanto estese siano, hanno potuto talvolta provvedere solo con difficoltà ai bisogni dei numerosi abitanti. Ora, siccome la sproporzione troppo grande tra la molteplicità degli uomini e la fecondità delle terre occasionerebbe necessariamente guerre funeste all’impero e forse anche al mondo intero, si capisce che, in un momento di penuria, e per prevenire un’infinità di delitti e di disgrazie inutili, la nazione cinese, umana nelle proprie intenzioni, ma barbara nella scelta dei mezzi, attraverso il sentimento di un'umanità poco illuminata, ha potuto considerare tali crudeltà come necessarie alla pace del mondo. Vi sacrifico, essa si è detta, qualche vittima 84 sfortunata, alle quali l’infanzia e l’ignoranza rubano la conoscenza e gli orrori della morte, nella qual cosa consiste forse ciò che ha di più temibile. E’ senza dubbio al desiderio di opporsi al troppo grande incremento degli uomini, e conseguentemente alla stessa origine, che si deve attribuire la venerazione ridicola che alcuni popoli d’Africa conservano ancora oggi per dei solitari che vietano a se stessi d’avere con le donne le relazioni che si consentono con i bruti. Fu parimenti il motivo dell’interesse pubblico, ed il desiderio di proteggere la bellezza pudica contro gli attentati dell’incontinenza, che una volta portò gli svizzeri ad emanare un editto con il quale era non solo permesso, ma anche ordinato a ciascun prete di procurarsi una concubina. Sulle colline di Coromandel, dove le donne si liberano con il veleno dal giogo importuno dell’imene, fu infine il medesimo motivo, che, con un rimedio odioso quanto il male, indusse il legislatore a provvedere alla sicurezza dei mariti, forzando le donne a bruciarsi sulle tombe dei mariti. Coerentemente con i miei ragionamenti, tutti i fatti che ho appena citato concorrono a provare che le usanze, anche quelle più crudeli e più insensate, hanno sempre avuto origine dall’utilità reale o almeno apparente del pubblico. Ma, si dirà, non per questo quelle usanze sono meno odiose o ridicole: certo, perché ignoriamo i motivi della loro origine e perché tali usanze, legittimate dalla loro antichità o dalla superstizione, con la negligenza o la debolezza dei governi, hanno retto a lungo dopo che le cause della loro origine erano scomparse. Chi dubita che, quando la Francia non era, per così dire, che una vasta foresta, le donazioni di terre incolte, fatte agli ordini religiosi, non dovessero allora essere permesse, e che la proroga di un simile permesso non sarebbe adesso tanto assurda e nociva allo stato quanto poteva essere saggia ed utile ai tempi in cui la Francia era ancora incolta? Le usanze che procurano solo vantaggi passeggeri, sono come impalcature che bisogna abbattere quando i palazzi sono finiti. Niente di più intelligente da parte del fondatore dell’impero degl’Incas dell’annunciarsi innanzitutto ai peruviani come figlio del 85 sole, e di persuaderli che gli apportava le leggi che gli aveva dettato il dio suo padre. Questa menzogna incuteva ai selvaggi più rispetto per le sue leggi; questa menzogna era dunque troppo utile allo stato nascente, per non essere considerata come virtuosa. Ma, dopo aver consolidato le fondamenta di una buona legislazione, dopo essersi assicurato, con la forma stessa del governo, della precisione con la quale le leggi sarebbero state sempre osservate, occorreva che il legislatore, meno orgoglioso o più illuminato, prevedesse le rivoluzioni che sarebbero potute sopraggiungere nei costumi e negli interessi dei popoli, ed i cambiamenti che di conseguenza sarebbe stato necessario apportare alle leggi; che egli stesso o tramite i suoi successori dichiarasse a questi stessi popoli, la bugia utile e necessaria di cui si era servito per renderlo felice; che con tale ammissione, togliesse alle sue leggi il carattere divino che, rendendole sacre ed inviolabili, doveva opporsi a qualsiasi riforma, e che forse avrebbe un giorno reso quelle stesse leggi nocive per lo stato, se, con lo sbarco degli europei, quest'impero non fosse stato distrutto quasi appena fondato. L’interesse degli stati è, come tutte le cose umane, soggetto a mille rivoluzioni. Le stesse leggi e gli stessi costumi diventano successivamente utili e nocivi allo stesso popolo; da cui concludo che le leggi devono essere volta per volta approvate e respinte, e che le stesse azioni devono successivamente portare il nome di virtuose o viziose; proposizione che non si può negare senza convenire che vi sono azioni contemporaneamente virtuose e nocive per lo stato, senza scalzare, di conseguenza, le fondamenta di qualsiasi legislazione e di qualsiasi società. La conclusione generale di quello che ho appena detto, è che la virtù è solo il desiderio di felicità degli uomini; e che così la probità, che considero come la virtù messa in azione, non è, presso i popoli ed i diversi governi, se non l’abitudine delle azioni utili alla nazione. Per quanto evidente sia questa conclusione, siccome non c’è nazione che non conosca e non confonda insieme due differenti tipi di virtù, una che chiamerei virtù di pregiudizio e l’altra, vera virtù, per non lasciare nulla da desiderare su questo argomento, credo di dover esaminare la natura dei diversi tipi di virtù. 86 Discorso 2 – Capitolo 14 Delle virtù di pregiudizio e delle vere virtù. Do il nome di virtù di pregiudizio a tutte quelle la cui esatta osservanza non contribuisce in nulla alla felicità pubblica. Tali sono le mortificazioni di quei fachiri insensati di cui l’India è popolata: virtù che, spesso indifferenti ed anche dannose per lo stato, cagionano il supplizio di coloro che vi si votano. Nella maggior parte delle nazioni, queste false virtù sono più onorate delle vere virtù, e quelli che le praticano tenuti in più gran venerazione dei buoni cittadini. Nell’Indostan, non v’è nessuno di più onorato che i bramini: se n’adora finanche la nudità, se ne rispettano pure le penitenze, penitenze che sono realmente orrende: alcuni restano tutta la vita attaccati ad un albero, altri si dondolano sulle fiamme; questi portano catene di peso enorme, quelli si nutrono solo di liquidi, alcuni si chiudono la bocca con un catenaccio, ed altri si legano un campanellino al prepuzio; è da donna per bene andare in devozione a baciare quel campanellino, ed è un onore per i padri di prostituire le proprie figlie ai fachiri. Tra le azioni o i costumi ai quali la superstizione attribuisce il nome di sacro, una delle più buffe, incontestabilmente, è quella delle juibus, sacerdotesse dell’isola di Formosa. “Per officiare in maniera adeguata e meritare la venerazione dei popoli, dopo sermoni, contorsioni e urla, devono gridare che vedono i loro dei; dopo aver gridato, si rotolano per terra, salgono sul tetto delle pagode, scoprono le proprie nudità, si battono le natiche, evacuano l’urina, scendono nude, e si lavano alla presenza dell’assemblea.” Oltremodo felici ancora quei popoli presso i quali, le virtù di pregiudizio sono almeno solo ridicole!: spesso sono barbare. Nella capitale del Cochin, si allevano coccodrilli, e chiunque si espone alla furia di questi animali e se ne fa divorare, è annoverato tra gli eletti. Nel regno di Martemban, nel giorno in cui si porta in giro l’idolo, è atto di virtù scaraventarsi sotto le ruote del carro, o tagliarsi la gola al suo passaggio: chi si vota a questa morte è reputato santo e, a tale scopo, il suo nome è iscritto in un libro. 87 Ora, se vi sono virtù, vi sono anche crimini di pregiudizio. Per un bramino n’è uno quello di sposare una vergine. Nell’isola di Formosa, nei tre mesi durante i quali è prescritto d’andare nudi, se un uomo si copre col più piccolo pezzetto di tela, porta, si dice, un ornamento indegno di un uomo. In questa stessa isola, è un crimine per le donne incinte partorire prima dell’età di trentacinque anni. Restano incinte? Si stendono ai piedi delle sacerdotesse, che, in applicazione della legge, le calpestano fino a che abortiscono. Nel Pegu, quando i preti o i maghi hanno predetto la convalescenza o la morte di un malato, è un crimine per il malato condannato riaversi. Durante la convalescenza, tutti lo sfuggono e l’ingiuriano. Se fosse stato buono, dicono i preti, Dio l’avrebbe accolto in sua compagnia. Non c’è paese, forse, in cui non si abbia per alcuni di questi crimini di pregiudizio, più orrore che per i misfatti più atroci e più nocivi alla società. Presso i giaga, popolo antropofago che divora i propri nemici vinti, si può, senza (commettere) crimine, dice padre Cavazzi, [Giovanni Antonio Cavazzi da Montecuccolo (1621-1678), ndt] pestare i propri figli in un mortaio, con radici, olio e foglie, farli bollire, ricavarne una pasta con la quale ci si strofina per rendersi invulnerabile; ma sarebbe un abominevole sacrilegio non massacrare a colpi di vanga, nel mese di marzo, un giovinetto ed una giovinetta innanzi alla regina del paese. Quando il grano è maturo, la regina, circondata dai cortigiani, esce dal palazzo, sgozza quelli che si trovano sul suo passaggio, e li offre in pasto al suo seguito. Questi sacrifici, dice, sono necessari per calmare i Mani dei suoi avi, che vedono, con dispiacere, gente comune godere di una vita di cui sono privi: solo questa debole consolazione può impegnarli a benedire il raccolto. Nel regno del Congo, dell’Angola e di Matamba, il marito può, senza vergogna, vendere la moglie, il padre il proprio figlio, il figlio il proprio padre: in questi paesi, non si conosce che un solo crimine, ed è quello di rifiutare le primizie della propria raccolta al Chitombé, gran prete della nazione. Questi popoli, dice padre Labat, così privi di vere virtù, sono osservanti molto scrupolosi di tale usanza. Si capisce bene che, preoccupato soltanto dell’aumento delle proprie entrate, è 88 proprio quello che gli raccomanda il Chitombé: questi non desidera affatto che i suoi negri siano più istruiti, teme, anzi, che idee troppo rette della virtù diminuiscano la superstizione ed il tributo che questa gli paga. Quello che ho detto dei crimini e delle virtù di pregiudizio basta per far capire la differenza tra queste virtù e le vere virtù, vale a dire quella che incessantemente aumentano la felicità pubblica, e senza le quali le società non possono sussistere. Coerentemente con questi due differenti tipi di virtù, distinguerò due differenti tipi di corruzione di costumi: uno che chiamerò corruzione religiosa, e l’altro corruzione politica. Ma, prima di iniziare l’analisi, dichiaro che è in qualità di filosofo e non di teologo che scrivo, e che perciò, in questo capitolo e nei seguenti, ambisco a trattare solo virtù puramente umane. Fatta quest’avvertenza, entro nel merito, e dico che in fatto di costumi, si dà il nome di corruzione religiosa ad ogni sorta di libertinaggio, e principalmente a quello degli uomini con le donne. Questo tipo di corruzione, di cui non sono l’apologo, e che è senza dubbio criminale, poiché offende Dio, non è tuttavia incompatibile con la felicità di una nazione. Diversi popoli hanno creduto e credono ancora che questo tipo di corruzione non è criminale: lo è senza dubbio in Francia, poiché infrange le leggi del paese, ma lo sarebbe di meno, se le donne fossero in comune, e i bambini dichiarati figli dello stato. Questo crimine allora non avrebbe politicamente più niente di pericoloso. In effetti, se si percorre la terra, la si vede popolata di nazioni diverse presso le quali quello che noi chiamiamo libertinaggio, non solamente non è considerato come corruzione di costumi, ma si trova autorizzato dalla legge ed addirittura consacrato dalla religione. Senza contare, in Oriente, i serragli che sono sotto protezione della legge; nel Tonchino, dove si onora la fecondità, la pena imposta dalla legge alle donne sterili, è di cercare e di presentare ai propri mariti ragazze che gli piacciano. Come conseguenza di questa legge, i tonchinesi trovano gli europei ridicoli per il fatto d’avere soltanto una moglie: non riescono a capire come, da noi, uomini ragionevoli credono d’onorare Dio con il voto della castità. Sostengono che, 89 quando si può, è tanto criminale non dare la vita a chi non ce l’ha, quanto toglierla a chi ce l’ha. E’ ugualmente con la protezione della legge, che le siamesi, portate per le strade su palanchini con il seno e le cosce a metà scoperte, vi si mostrano in attitudini molto lascive. La legge fu emanata da una loro regina di nome Tirada, la quale, per disgustare gli uomini di un amore più disonesto, credé di dover utilizzare tutta la potenza della bellezza. Tale progetto, dicono le siamesi, le riuscì. La legge, aggiungono, è d’altronde abbastanza giudiziosa: è gradevole per gli uomini avere desideri, e per le donne eccitarli. E’ la felicità dei due sessi, il solo bene che il cielo mescola ai mali di cui ci affligge: e quale anima tanto barbara vorrebbe ancora strapparcela? Nel regno di Batimena, ogni donna, di qualsiasi condizione sia, è costretta per legge e sotto pena della vita, a cedere all’amore di chiunque la desideri: un rifiuto è per lei una sentenza di morte. Non la finirei più, se volessi fare la lista dei popoli che non hanno la nostra stessa concezione di questo tipo di corruzione di costumi: mi accontenterò quindi, dopo aver nominato alcuni dei paesi in cui la legge autorizza il libertinaggio, di citare qualcuno di quelli in cui questo stesso libertinaggio fa parte del culto religioso. Presso i popoli dell’isola di Formosa, l’ubriachezza e l’impudicizia sono atti di religione. Le voluttà, dicono questi popoli, sono figlie del cielo, doni delle sua bontà: goderne, onorare la divinità, è usufruire dei suoi benefici. Chi dubita che lo spettacolo delle carezze e delle delizie dell’amore non piaccia agli dei? Gli dei sono buoni, e i nostri piaceri sono, per loro, l’offerta più gradita della nostra riconoscenza. Di conseguenza, si danno pubblicamente ad ogni tipo di prostituzione. E’ ancora per accattivarsi il favore degli dei, che prima di dichiarare la guerra, la regina dei giaga fa venire al suo cospetto le più belle donne ed i più bei guerrieri che, in posture diverse, godono, in sua presenza, dei piaceri dell’amore. Quanti paesi, dice Cicerone, in cui la depravazione ha i suoi templi! Quanti altari innalzati a donne prostituite! Senza ricordare il vecchio culto di Venere, di Cotytto, i 90 baniani non onorano forse, con il nome di dea Banany, una delle loro regine, che, secondo la testimonianza di Gemelli Carreri [Francesco Gemelli Carreri, ntd] , lasciava godere la sua corte della vista di tutte le sue bellezze, prodigava successivamente i suoi favori a parecchi amanti, e addirittura a due per volta. Non citerò più su quest’argomento che un solo fatto riportato da Julius Firmicus Maternus, padre della chiesa del secondo secolo, in un trattato intitolato: de errore profanarum religionum. “L’Assiria, come pure una parte dell’Africa, dice questo padre, adora l’aria, con il nome di Giunone o Venere vergine. Questa dea governa gli elementi, ad essa sono consacrati templi, che sono gestiti da preti i quali, vestiti ed agghindati come donne, pregano la dea con voce languida ed effeminata, eccitano i desideri degli uomini, vi si prestano, si vantano della loro impudicizia, e, dopo questi piaceri preparatori, credono di dover invocare la dea con grandi grida, suonare strumenti, dirsi pieni dello spirito della divinità, e fare profezie.” C’è dunque un’infinità di paesi in cui la corruzione dei costumi, che chiamo religiosa, è autorizzata per legge, o consacrata dalla religione. Quanti mali, si dirà, legati a questo tipo di corruzione! Ma non si potrebbe rispondere che il libertinaggio è politicamente pericoloso in uno stato, solo quando è in contrasto con le leggi del paese, o che si trova combinato con qualche altro vizio del governo? In vano si aggiungerebbe che i popoli in cui regna il libertinaggio sono universalmente disprezzati. Ma, senza parlare degli orientali e delle nazioni selvagge o guerriere, che, abbandonati ad ogni sorta di voluttà,sono felici dentro e temibili di fuori, quale popolo più celebre del greco! Popolo che ancora oggi suscita lo stupore, l’ammirazione ed il rispetto dell’umanità. Prima della guerra del Peloponneso, epoca fatale per la loro virtù, quale nazione e quale paese più fecondo di uomini virtuosi e di grandi uomini! E’ tuttavia noto il gusto dei greci per l’amore più disonesto. Tale gusto era così generalizzato, che Aristide soprannominato il giusto, quell’Aristide che dicevano gli ateniesi erano stanchi di sentir sempre lodare, aveva tuttavia amato 91 Temistocle. Fu la bellezza dl giovane Stesilus, dell’isola di Ceos, che, suscitando nelle loro anime i desideri più violenti, accese in loro la fiamma dell’odio. Platone era libertino. Anche Socrate, dichiarato dall’oracolo di Apollo il più saggio degli uomini, amava Alcibiade e Archelao, aveva due mogli, e viveva con tutte le cortigiane. E’ quindi certo che, relativamente all’idea che ci si e formata dei buoni costumi, i più virtuosi dei greci sarebbero passati in Europa solo per uomini corrotti. Ora, questo tipo di corruzione di costumi trovandosi, in Grecia, portato all’estremo eccesso nel momento stesso in cui questo paese generava ogni sorta di grandi uomini, in cui faceva tremare la Persia e diffondeva il più grande splendore, si potrebbe pensare che la corruzione dei costumi, alla quale do il nome di religiosa, non è affatto incompatibile con la grandezza e la felicità di uno stato. Vi è un’altra specie di corruzione dei costumi che prepara la caduta di un impero e n’annuncia la rovina: le darò il nome di corruzione politica. Un popolo n’è infetto, quando il più gran numero di privati che lo compongono separano il proprio interesse dall’interesse pubblico. Questa specie di corruzione, che si unisce talvolta alla precedente, ha dato adito a molti moralisti di confonderle. Se si esamina solo l’interesse politico di uno stato, quest’ultima sarebbe forse la più pericolosa .Un popolo, pur avendo d’altra parte i costumi più puri, se è attacco da questa corruzione, è necessariamente infelice all’interno, e poco temibile all’esterno. La durata di un tale impero dipende dal caso, che solo ne ritarda o ne precipita la caduta . Per far capire quanto l’anarchia degli interessi è pericolosa per uno stato, consideriamo il male che vi produce la sola opposizione tra gli interessi di un gruppo e quello della repubblica: assegniamo ai bonzi, ai talapoini, tutte le virtù dei nostri santi. Se l’interesse del gruppo dei bonzi non è affatto legato all’interesse pubblico, se, per esempio, il credito del bonzo è dovuto all’accecamento dei popoli, questo bonzo, necessariamente nemico della nazione che lo nutre, sarà, al riguardo di quella nazione, quello che i romani erano a riguardo del mondo: onesti tra loro, briganti in rapporto all’universo. Ciascun 92 bonzo, per quanto distacco abbia in particolare per le grandezze, non per questo il gruppo ne sarà meno ambizioso: i membri lavoreranno, spesso senza saperlo, alla sua crescita, vi si crederanno autorizzati da un principio virtuoso. Non c’è dunque nulla di più pericoloso per uno stato, che un gruppo il cui interesse non è legato all’interesse generale. Se i preti del paganesimo fecero morire Socrate e perseguitarono quasi tutti i grandi uomini, è che il loro bene particolare si trovava opposto al bene pubblico; è che i preti di una falsa religione hanno interesse a mantenere i popoli nell’accecamento, e, a tale scopo, a perseguitare tutti coloro che possono illuminarlo: esempio talvolta imitato dai ministri della vera religione, che, senza lo stesso bisogno, hanno spesso fatto ricorso alle stesse crudeltà, hanno perseguitato, depresso i grandi uomini, sono divenuti panegiristi delle opere mediocri, e critici di quelle eccellenti, e sono infine stati sconfessati da teologi più illuminati di loro. Cosa v’è di più ridicolo, per esempio, del divieto in certi paesi di farvi penetrare esemplari dello spirito delle leggi? Opera che più di un principe fa leggere e rileggere al proprio figlio. Non si può, secondo un uomo razionale (homme d’esprit), ripetere a tal proposito, che sollecitando quel divieto, i monaci hanno agito come gli scyti con i loro schiavi? Gli crepavano gli occhi per fargli girare la macina con meno distrazioni. Sembra quindi che è solamente dalla conformità o dall’opposizione dell’interesse dei privati con l’interesse generale, che dipende la felicità o l’infelicità pubblica; e che infine, la corruzione religiosa dei costumi può, come prova la storia, allearsi spesso con la magnanimità, la grandezza d’animo, la saggezza, i talenti, ed infine con tutte le qualità che formano i grandi uomini. Non si può negare che cittadini tacciati di questo tipo di corruzione di costumi non abbiano spesso reso alla patria servizi più importanti che i più severi anacoreti. Che cosa non si deve alla galante Circassiana, che per assicurarsi la bellezza, o quella delle sue figlie, ha, per prima osato inocularle? Quanti bambini non ha strappato alla morte l’inoculazione? Forse non c’è fondatrice d’ordine religioso che sia diventata meritevole per il mondo intero attraverso un così gran 93 beneficio, e che, di conseguenza, abbia tanto meritato la sua riconoscenza. Del resto, credo di dover ancora ripetere, alla fine del capitolo, che non ho affatto voluto fare l’apologo della depravazione. Ho soltanto voluto dare nozioni chiare di questi due diversi tipi di corruzioni di costumi, che sono troppo spesso confusi, e sui quali sembra che si sono avute solo idee poco chiare. Più consapevoli del vero nocciolo della questione, se ne può conoscere meglio l’importanza, valutare meglio il grado di disprezzo che si deve assegnare ai due diversi tipi di corruzione, e riconoscere che esistono due specie diverse di cattive azioni: quelle che sono viziose con qualsiasi forma di governo, e quelle che in un popolo sono nocive, e di conseguenza delittuose, solo per l’opposizione che si trova tra queste stesse azioni e le leggi del pese. Maggiore conoscenza del male deve dare ai moralisti maggiore abilità per la cura. Potranno considerare la morale da un punto di vista nuovo, e, di una scienza vana, fare una scienza utile all’universo. Discorso 2 – Capitolo 15 Di quale utilità può essere per la morale la conoscenza dei principi stabiliti nei capitoli precedenti. Se fino ad ora la morale ha contribuito poco alla felicità umana, non è perché molti studiosi non abbiano unito ad espressioni felici, a notevole eleganza e chiarezza, grande profondità di pensiero ed elevazione d’anima. Per quanto superiori siano stati questi pensatori, bisogna però convenire che non hanno considerato abbastanza spesso i differenti vizi delle nazioni come derivazioni necessarie della diversa forma di governo: tuttavia non è che considerando la morale da questo punto di vista, che essa può diventare realmente utile agli 94 uomini. Che cosa hanno prodotto, fino ad oggi, le più belle massime della morale? Hanno corretto in qualche individuo difetti che, forse, egli stesso si rimproverava, ma, d’altra parte, non hanno prodotto alcun cambiamento nei costumi delle nazioni. Quale n’è la causa? E’ che i vizi di un popolo, se oso dire, sono sempre nascosti nel fondo delle leggi: è lì che bisogna rovistare, per estirpare la radice che ne genera i vizi. Chi non è dotato né dell’intelligenza né del coraggio necessari per mettervi mano, non è perciò di quasi nessun’utilità per tutti. Voler distruggere i vizi legati alle leggi di un popolo, senza apportare alcun cambiamento alle leggi stesse, è pretendere l’impossibile: è rigettare le giuste conseguenze dei principi che si accettano. Cosa sperare da tanta invettiva contro la falsità delle donne, se questo vizio è l’effetto necessario di una contraddizione tra i desideri della natura e i sentimenti che, per legge, le donne sono costrette ad ostentare? Nel Malabar, a Madagascar, se tutte le donne sono schiette, è che lì esse soddisfano, senza scandalo, ogni loro fantasia, che hanno mille amanti, e si decidono a scegliere uno sposo solo dopo ripetute prove. Accade lo stesso per i selvaggi della Nuova Orleans, per questi popoli presso i quali le madri del gran sole, le principesse di sangue, quando si nauseano dei propri mariti, possono ripudiarli per sposarne altri. In paesi simili, non si trovano per nulla donne false, perché esse non hanno alcun interesse ad esserlo. Non voglio per forza insinuare, con questi esempi, che si debbano introdurre da noi simili costumi. Dico solamente che non si può ragionevolmente rimproverare alle donne una falsità che la decenza e le leggi rendono, per così dire, necessaria, e che, infine, non si cambiano gli effetti lasciandone sussistere la causa. Prendiamo la maldicenza come secondo esempio. La maldicenza è, senza dubbio, un vizio, ma è un vizio necessario, perché nei paesi in cui i cittadini non avranno diritto alla gestione degli affari pubblici, quei cittadini, poco interessati ad istruirsi, devono marcire in una vergognosa pigrizia. Ora, se in quel paese è di moda e costume buttarsi nel mondo e che qui è cosa pregevole parlare molto, l’ignorante, non potendo parlare di cose, deve necessariamente parlare delle persone. Il panegirico è noioso, e la satira divertente: l’ignorante è 95 dunque costretto ad essere maldicente fino alla noia. Non si può quindi distruggere questo vizio, senza annientare la causa che lo produce, senza strappare i cittadini alla pigrizia e, di conseguenza, senza cambiare forma di governo. Perché, nelle società particolari, l’uomo di pensiero è di solito meno seccante dell’uomo di mondo? E’ che il primo, interessato ad argomenti più grandi, di solito parla delle persone solo se queste hanno, come i grandi uomini, un rapporto immediato con le grandi cose. Il fatto è che l’uomo di pensiero, che sparla solo per vendicarsi, lo fa molto raramente, mentre l’uomo di mondo, al contrario, è quasi sempre costretto a sparlare per parlare. Quello che dico della maldicenza, lo affermo per il libertinaggio, contro il quale i moralisti si sono sempre violentemente scatenati. Il libertinaggio è troppo generalmente riconosciuto per essere una conseguenza necessaria del lusso, perché io mi soffermi a provarlo. Ora, se il lusso, come sono lontanissimo dal pensare, ma come si crede comunemente, è molto utile allo stato; se, com’è facile dimostrare, non si può reprimere il gusto, e ridurre i cittadini alla pratica delle leggi sontuarie, senza cambiare la forma di governo; sarebbe quindi soltanto dopo qualche riforma in merito che ci si potrebbe vantare di smorzare il gusto del libertinaggio. La retorica riferita a quest’argomento è, teologicamente, ma non politicamente, buona. Il fine che si propongono la politica e le leggi è la grandezza e la felicità temporale dei popoli: ora, relativamente a tal fine, sostengo che, se il lusso è realmente utile alla Francia, sarebbe ridicolo volervi introdurre una rigidità di costumi incompatibile con il gusto del lusso. Non v’è alcuna proporzione tra i vantaggi che il commercio ed il lusso procurano allo stato costituito così com’è (vantaggi ai quali bisognerebbe rinunciare per bandirne il libertinaggio), ed il male infinitamente piccolo che occasiona l’amore delle donne. E’ come lamentarsi di trovare, in una ricca miniera, qualche paglietta di rame mista a vene d’oro. Dappertutto dove il lusso è necessario, è un’incongruenza politica considerare la galanteria come un vizio morale: e, se gli si vuole conservare il nome di vizio, bisogna allora convenire che ve ne sono d’utili in taluni secoli e taluni paesi, e che è al limo del Nilo che l’Egitto deve la sua fertilità. 96 In effetti, si esamini politicamente la condotta delle donne galanti: si vedrà che, biasimabili per certi aspetti, sono, per altri, molto utili al pubblico; che fanno, per esempio, della propria ricchezza un uso comunemente più vantaggioso allo stato delle donne più sagge. Il desiderio di piacere, che conduce la donna galante dal nastraio, dal mercante di stoffe o d’articoli alla moda, le permette non solamente di strappare un’infinità d’operai dall’indigenza in cui li ridurrebbe la pratica delle leggi sontuarie, ma le ispira ancora gli atti della carità più consapevole. Nella supposizione che il lusso sia utile ad una nazione, non sono forse le donne galanti che, stimolando l’industria dell’artigianato di lusso, diventano di giorno in giorno più utili allo stato? Le donne giudiziose, facendo elargizioni a mendicanti o criminali, sono dunque meno bene consigliate dai loro direttori, che le donne galanti dal desiderio di piacere: queste nutrono cittadini utili, quelle uomini inutili, o anche i nemici della nazione. Da quello che ho appena detto ne consegue, che non ci si può vantare d’attuare cambiamenti nelle idee di un popolo, se non dopo averne apportati alle sue leggi; che è con la riforma delle leggi che bisogna avviare la riforma dei costumi; che, nella forma attuale di governo, ogni invettiva contro un vizio utile, sarebbe politicamente nociva se non fosse vana, e lo sarà sempre, giacché la massa di un popolo non è mai scossa se non dalla forza delle leggi. D’altronde, mi sia consentito osservarlo per inciso, tra i moralisti, ce ne sono pochi che, mettendo le nostre passioni le une contro le altre, sappiano servirsene utilmente per far adottare le loro opinioni: i loro consigli, per la maggior parte, sono troppo ingiuriosi. Dovrebbero pertanto capire che le ingiurie non possono combattere vantaggiosamente contro i sentimenti; che soltanto una passione può trionfare di una passione; che, per esempio, per suscitare, nelle donne galanti più ritegno e modestia nei confronti del pubblico, bisogna metterne in contrapposizione la vanità con la civetteria, far capire loro che il pudore è un’invenzione dell’amore e della voluttà raffinata e che il mondo deve la maggior parte dei propri piaceri alla mussolina di cui questo stesso pudore copre le bellezze femminili; che nel Malabar, dove i giovani piacenti si presentano seminudi nelle assemblee, che 97 in certi cantoni dell’America, dove le donne s’offrono senza veli agli sguardi degli uomini, i desideri perdono quella forza che la curiosità gli procurerebbe; che in tali paesi, la bellezza svilita ha rapporto solo con i bisogni; che al contrario, presso i popoli dove il pudore sospende un velo tra i desideri e le nudità, questo velo misterioso è il talismano che trattiene l’amante alle ginocchia dell’amante; e che è infine il pudore che rimette nelle deboli mani della bellezza lo scettro che comanda alla forza. Sappiate per di più, direbbero alla donna galante, che i disgraziati sono molto numerosi, che i miserabili, nemici nati dell’uomo felice, gli rendono quella felicità un crimine; che odiano in lui una felicità troppo indipendente da loro; che lo spettacolo dei vostri divertimenti è uno spettacolo che bisogna allontanare dai loro occhi; e che l’indecenza, tradendo il segreto dei vostri piaceri, vi espone a tutti i moti della loro vendetta. E’ sostituendo in tal modo il linguaggio dell’interesse al tono dell’ingiuria, che i moralisti potrebbero fare adottare le loro massime. Non mi dilungherò oltre su quest’articolo: rientro nel mio soggetto e dico che tutti gli uomini mirano alla propria felicità, che non si può sottrarli a questa tendenza, che sarebbe inutile mettervi mano, e pericoloso riuscirci, che di conseguenza, si può diventare virtuosi soltanto unendo l’interesse personale all’interesse generale. Posto questo principio, è evidente che la morale non è che una scienza frivola, se non è associata alla politica e le leggi: da cui concludo che, per rendersi universalmente utili, i filosofi devono considerare gli oggetti dal punto di vista dal quale li contempla il legislatore. Senza essere muniti dello stesso potere, devono essere animati dallo stesso spirito. Sta allo studioso della morale indicare le leggi, di cui il legislatore assicura l’esecuzione con l’apposizione del marchio della sua potenza. Tra gli studiosi di morale, ce ne sono pochi, senza dubbio, che siano colpiti in maniera abbastanza forte da questa verità: tra gli stessi la cui mente è fatta per raggiungere le idee più alte, ce ne sono molti che, nello studio della morale e le immagini che danno dei vizi, sono animati solo dagli interessi personali e dagli odi particolari. Si attaccano, di conseguenza, solo alla raffigurazione dei vizi scomodi per la società; e la loro mente, che poco a poco, si stringe nel cerchio 98 del proprio interesse, non ha presto più la forza necessaria per elevarsi fino alle grandi idee. Nella scienza della morale, spesso l’elevazione dello spirito dipende dall’elevazione dell’anima. Per afferrare, in questo campo, le verità realmente utili agli uomini, bisogna essere infervorati dalla passione del bene generale; ma sfortunatamente, nella morale come nella religione, ci sono molti ipocriti. Discorso 2 – Capitolo 16 Dei moralisti ipocriti Per ipocrita intendo colui che, nello studio della morale, non essendo animato dal desiderio della felicità umana, si prende troppo fortemente cura di se stesso. Ci sono molti uomini di questo tipo: si riconoscono da una parte, dall’indifferenza con la quale considerano i vizi distruttori d’imperi, e dall’altra, dalla veemenza con la quale si scatenano contro i vizi privati. Invano uomini simili si dicono spinti dalla passione per il bene pubblico. Se foste, realmente animati da quella passione, gli si risponderà, il vostro odio per i vizi sarebbe sempre commisurato al male che questi arrecano alla società, e se la visione dei torti meno nocivi allo stato fosse sufficiente ad irritarvi, con quale occhio considerereste allora l’ignoranza dei mezzi idonei a formare cittadini valorosi, magnanimi e disinteressati? Da quale dispiacere sareste afflitti, nel momento in cui individuereste qualche difetto nella giurisprudenza o nell’assegnazione delle imposte, quando ne scoprireste nella disciplina militare che decide così spesso della sorte delle battaglie e della devastazione di tante province? Allora, pervasi dal dolore più vivo, sull’esempio di Nerva (l’imperatore romano Marco Cocceio Nerva, ndt), detestando il giorno che vi rende testimone dei mali della vostra patria, vi si vedrebbe arrestarne il corso voi stessi, o almeno prendere esempio da quel cinese virtuoso che, giustamente irritato dalle vessazioni dei grandi, si presenta all’imperatore e gli espone le sue lamentele: “ vengo, dice, ad offrirmi al supplizio al quale sono stati trascinati seicento dei miei concittadini in circostanze simili, e ti avverto di prepararti a nuove esecuzioni, la Cina possiede ancora diciottomila buoni patrioti, che, per la stessa causa, verranno successivamente a 99 chiedere lo stesso salario”. Dopo queste parole tace e l’imperatore stupito da tanta fermezza, gli concede la ricompensa più lusinghiera per un uomo virtuoso: la punizione dei colpevoli e la soppressione dei tributi. Ecco in che modo si manifesta l’amore per il bene pubblico. A questi censori direi, se siete realmente animati da questa passione, il vostro odio per qualsiasi vizio è proporzionato al male che esso arreca allo stato: se siete preoccupati soltanto dei danni che subite voi, usurpate il nome di cultori della morale (moralistes), siete solo degli egoisti. E’ quindi col distacco assoluto dai suoi interessi personali, con lo studio profondo della scienza legislativa, che un cultore della morale (moraliste) può rendersi utile alla propria patria. Costui è allora in grado di pensare ai vantaggi e gli inconvenienti di una legge o di un’usanza, e di giudicare se deve essere abolita o mantenuta in vigore. Troppo spesso si è costretti a prestarsi ad abusi e perfino ad usi barbari. Se in Europa i duelli sono stati tollerati così a lungo, è perché in paesi in cui non si è animati, come a Roma, dall’amore di patria, in cui la temerarietà non è mantenuta in esercizio con continue guerre, i cultori della morale (moralistes) non potevano forse immaginare altri mezzi per mantenere vivo il coraggio nel corpo dei cittadini e fornire validi difensori allo stato: con questa tolleranza credevano d’acquisire un gran bene al prezzo di un piccolo male. Si sbagliavano nel caso particolare del duello, ma ce ne sono mille altri in cui si è costretti a quest’opzione. E’ spesso solo dalla scelta fatta tra due mali che si riconosce l’uomo di genio. Lungi da noi questi pedanti tutti presi da una falsa idea di perfezione. Nulla di più pericoloso per uno Stato che questi moralisti declamatori e senza testa, che, concentrati in una piccola sfera d’idee, ripetono continuamente quello che hanno sentito dire dalle loro balie, raccomandano incessantemente la moderazione dei desideri, e vogliono, annientare le passioni in tutti i cuori: non capiscono che i loro precetti, utili a pochi in circostanze particolari, sarebbero la rovina della nazione che li adottasse. In effetti, se, come la storia c’insegna, le passioni forti, quali l’orgoglio ed il patriottismo di greci e romani, il fanatismo degli arabi, 100 l’avarizia dei filibustieri, generano sempre i più temibili guerrieri, qualsiasi uomo che condurrà contro simili sodati solo uomini senza passione, non opporrà che timidi agnelli alla ferocia dei lupi. Sicché la natura saggia ha rinchiuso nel cuore dell’uomo un antidoto contro i ragionamenti dei filosofi. Di conseguenza, le nazioni, assoggettate a tali precetti nel proponimento, vi si scoprono sempre disubbidienti nei fatti. Senza questa fortunata indocilità, il popolo, scrupolosamente legato alle loro massime, diventerebbe oggetto di spregio d’altri popoli e loro schiavo. Per stabilire fino a che punto si deve esaltare o moderare il fuoco delle passioni, c’è bisogno di quei grandissimi uomini di pensiero che abbracciano tutte le parti di un governo. Chiunque ne sia dotato è, per così dire, designato dalla natura a ricoprire, presso il legislatore, la carica di ministro pensatore, e giustificare il motto di Cicerone, che un uomo di pensiero non è mai un semplice cittadino, ma un vero magistrato. Prima di esporre i vantaggi che procurerebbero al mondo intero idee più ampie e più sane della morale, credo di poter notare, per inciso, che queste stesse idee getterebbero luce in maniera infinita su tutte le scienze, e soprattutto su quella della storia i cui progressi sono al contempo effetto e causa dei progressi della morale. Conoscendo meglio il vero oggetto della storia, gli scrittori allora illustrerebbero della vita privata di un re solo i dettagli utili a farne emergere il carattere, non ne descriverebbero più in maniera così intrigante i costumi, i vizi e le virtù domestiche: capirebbero che il pubblico chiede conto ai sovrani degli editti, e non delle cene, che il pubblico ama riconoscere nel principe l’uomo, solo se l’uomo prende parte alle delibere del principe, e che, per informare ed interessare, devono sostituire aneddoti puerili con la rappresentazione piacevole o spaventosa della felicità o della miseria pubblica e delle cause che le hanno prodotte. E’ alla semplice esposizione di questo quadro che si dovrebbe un’infinità di riflessioni e di riforme utili. Quello che dico della storia, lo affermo della metafisica, della giurisprudenza. Ci sono poche scienze che non abbiano qualche 101 rapporto con quella della morale. La catena che le lega tutte tra loro è più estesa che non si pensi: tutto si tiene nell’universo. Discorso 2 – Capitolo 17 Dei vantaggi che derivano dai principi stabiliti sopra. Passo rapidamente sui vantaggi che ne ricaverebbero le persone: consisterebbero a dar loro idee chiare di questa stessa morale, i cui precetti, fino ad ora equivoci e contraddittori, hanno permesso ai più insensati di giustificarne sempre la follia della condotta con qualche sua massima. D’altra parte, più consapevole dei propri doveri, l’individuo sarebbe meno dipendente dall’opinione dei suoi amici: al riparo dalle ingiustizie che gli fanno spesso commettere, a sua insaputa, le società nelle quali vive, sarebbe allora, nello stesso tempo, affrancato dalla paura puerile del ridicolo, fantasma che annienta la presenza della ragione, ma che è il terrore delle anime timide e poco colte che sacrificano i propri gusti, il riposo, i piaceri, e talvolta finanche la virtù, all’umore ed ai capricci di questi atrabiliari, alla cui critica non si può sfuggire, quando si ha la disgrazia di esserne conosciuto. Sottomesso soltanto alla ragione ed dalla virtù, l’individuo potrebbe allora sfidare i pregiudizi, e armarsi di quei sentimenti virili e coraggiosi che formano il carattere distintivo dell’uomo virtuoso, sentimenti che si desiderano in ogni cittadino, e che si ha il diritto d’esigere dai grandi. In che modo l’uomo arrivato alle più alte cariche rovescerà gli ostacoli che taluni pregiudizi mettono al bene generale, e resisterà alle minacce, ai raggiri delle persone potenti, spesso interessate al danno pubblico, se la sua anima non è inabbordabile da qualsiasi sorta di sollecitazione, di paure e pregiudizi? Sembra dunque che la coscienza dei principi qui sopra stabiliti procuri almeno questo vantaggio all’individuo: quello di dargli un’idea chiara e sicura dell’onestà, di distoglierlo da qualsiasi specie 102 d’inquietudine in merito, d’assicurargli il riposo della coscienza, di procurargli, di conseguenza, i piaceri intimi e segreti legati alla pratica della virtù. In quanto ai vantaggi che il pubblico ne ricaverebbe, sarebbero senza dubbio più consistenti. Coerentemente con questi stessi principi, si potrebbe, se oso dire, mettere a punto un catechismo di probità, le cui massime semplici, vere ed alla portata di tutte le menti, insegnerebbero ai popoli che: la virtù, invariabile in quanto allo scopo che si propone, non lo è affatto rispetto ai mezzi specifici per realizzare tale scopo; che, di conseguenza, si devono considerare le azioni come indifferenti in se stesse, capire che sta alla necessità dello stato determinare quelle che meritano d’essere valorizzate o deprezzate, ed infine al legislatore, per la conoscenza che deve avere dell’interesse pubblico, fissare l’istante in cui ogni azione cessa d’essere virtuosa e diventa viziosa. Una volta recepiti questi principi, con quanta facilità il legislatore spegnerebbe le fiamme del fanatismo e della superstizione, sopprimerebbe gli abusi, riformerebbe gli usi barbari, che, utili forse all’inizio, sono diventati da allora così funesti per il mondo intero? Costumi che sussistono soltanto per la paura nella quale ci si trova di non poterli abolire senza far insorgere i popoli sempre avvezzi a prendere la pratica di certe azioni per la virtù stessa, senza innescare guerre lunghe e crudeli, e senza infine occasionare sedizioni tali che, sempre azzardate per l’uomo comune, possono realmente essere previste e placate soltanto dagli uomini dal carattere fermo e dalla mente vasta. E’ indebolendo quindi l’insulsa venerazione dei popoli per le leggi e gli usi antichi, che si mettono i sovrani in grado di ripulire la terra dalla maggior parte dei mali che l’affliggono, e che gli si forniscono i mezzi per assicurare la durata degli imperi. Ora, quando gli interessi di uno stato sono cambiati e che leggi utili al momento della fondazione gli sono diventate nocive, queste stesse leggi, con il rispetto che gli viene mantenuto, portano necessariamente lo stato alla rovina. Chi può dubitare che la distruzione della repubblica romana non sia stata l’effetto di una ridicola venerazione per vecchie leggi, e che questo cieco rispetto non abbia forgiato i ferri con cui Cesare attaccò la propria patria? 103 Dopo la distruzione di Cartagine, quando Roma aveva raggiunto i fasti della grandezza, i romani, con il conflitto che si era venuto a creare allora tra i loro interessi, i costumi e le leggi, dovevano intravedere la rivoluzione di cui l’impero era minacciato, e capire che, per salvare lo stato, la repubblica stessa doveva affrettarsi ad attuare la riforma delle leggi e del governo, richiesta dai tempi e dalle circostanze e soprattutto affrettarsi a prevenire i cambiamenti che voleva apportarvi l’ambizione personale, la più pericolosa legislatrice. I romani avrebbero allora fatto ricorso a questo rimedio, se avessero avuto idee più chiare sulla morale. Istruiti dalla storia dei popoli, avrebbero percepito che le stesse leggi che li avevano portati all’ultimo grado d’elevazione, non avrebbero potuto mantenerveli e che un impero è paragonabile ad un vascello che i venti hanno condotto ad una certa altezza, dove, ripreso da altri venti, si trova in pericolo di perire, se, per evitare il naufragio, il nocchiere abile e prudente non cambia prontamente manovra. Verità politica che aveva conosciuto Locke [John Locke], il quale, al momento di emanare leggi nelle Caroline, aveva voluto che queste restassero in vigore soltanto per un secolo e che, scaduto questo termine, diventassero nulle se non riesaminate e riconfermate dalla nazione. Capiva che un governo guerriero e uno commerciante supponevano leggi diverse e che una legislazione atta a favorire il commercio e l’industria, sarebbe potuta diventare un giorno funesta per quella colonia, nel caso in cui i vicini si fossero agguerriti, e che le circostanze avessero richiesto a questo popolo di diventare allora più guerriero che commerciante. Applicando alle false religioni l’idea di Locke, ci si convincerà presto dell’idiozia del loro inventore e dei loro seguaci. Chiunque, in effetti, analizzi le religioni (che, eccezion fatta della nostra, sono tutte create dalla mano dell’uomo) sente che non sono mai state opera della mente grandissima e profonda di un legislatore, ma dello spirito angusto di un individuo e che, di conseguenza, queste false religioni non sono mai state fondate sulla base delle leggi e del principio della pubblica utilità, principio sempre immutabile, ma che, adattabile nelle sue applicazioni alle diverse situazioni in cui può venire a trovarsi successivamente un popolo, è l’unico principio che devono ammettere quelli che vogliono, sull’esempio degli Anastasio, dei Ripperda, dei Thamas Kouli-kan , e 104 Gehan-Guir, tracciare il piano di una nuova religione, e renderla utile all’uomo. Nella creazione di false religioni, se fosse sempre stato seguito questo piano, le religioni avrebbero conservato tutto ciò che hanno d’utile e il Tartaro e l’Eliseo non sarebbero stati distrutti; il legislatore n’avrebbe sempre fatto, a suo gradimento, dei quadri più o meno piacevoli o terribili, secondo la forza più o meno grande della sua immaginazione. Le religioni, semplicemente spogliate di quanto hanno di nocivo, non avrebbero piegato le menti sotto il giogo vergognoso di una stupida crudeltà, e quanti crimini e superstizioni sarebbero scomparsi dalla terra! Non avremmo visto l’abitante della grande Giava, persuaso alla più leggera indisposizione che l’ora fatale fosse venuta, affrettarsi a raggiungere il dio dei suoi padri, implorare la morte ed accettare di riceverla; i preti avrebbero invano voluto estorcergli l’assenso per strangolarlo poi con le loro stesse mani e rimpinzarsi con la sua carne. La Persia non avrebbe nutrito questa setta abominevole di dervisci che chiede l’elemosina con le armi in pugno, che uccide impunemente chiunque non n’ammetta i principi, che alzò la mano omicida su un sufì e affondò il pugnale nel petto d’Amurath [Murad I, sultano ottomano, ucciso dal serbo Milosh nel 1389]. Parte dei romani, superstiziosi come negri, non avrebbero regolato il proprio coraggio sull’appetito dei polli sacri. Infine, le religioni, in Oriente, non avrebbero fecondato i germi delle lunghe e crudeli guerre che i saraceni si fecero tra loro, e che, senza dubbio, fecero inventare la fiaba di cui si servì un principe dell’Industan per reprimere lo zelo indiscreto di un imano. Sottomettiti, gli diceva l’imano, all’ordine dell’Altissimo. La terra riceverà la sua santa legge, la vittoria avanza dappertutto davanti ad Omar. Vedi l'Arabia, la Persia, la Siria, l’Asia intera soggiogata, l’aquila romana calpestata dai fedeli, e il gladio del terrore rimesso nelle mani di Khaled. Riconosci la verità della mia religione a questi segni certi, e più ancora alla sublimità del Corano, alla semplicità dei suoi dogmi, alla dolcezza della nostra legge. Il nostro dio non è crudele, si onora dei nostri piaceri. Dice Maometto: è respirando l’odore dei profumi, provando le voluttuose carezze dell’amore, che la mia anima si accende di maggior fervore e si slancia più rapidamente verso il cielo. Insetto coronato, lotterai a lungo contro il 105 tuo dio? Apri gli occhi, vedi le superstizioni ed i vizi di cui il tuo popolo è affetto: lo priverai sempre della luce del Corano? - Imano, rispose il principe, ci fu un tempo in cui, nella repubblica dei castori, come nel mio impero, ci si lamentava di qualche furto nei depositi ed anche di qualche assassinio. Per prevenire i crimini, bastava aprire qualche magazzino pubblico, allargare le grandi vie di comunicazione e creare qualche gendarmeria. Il senato dei castori era pronto ad abbracciare questo partito, quando uno di loro, gettando lo sguardo all’azzurro del firmamento, grida ad un tratto: “Prendiamo esempio dall’uomo. Egli crede che il palazzo dei cieli sia costruito, abitato e retto da un essere più potente di lui. Questo essere porta il nome di Michapour. Pubblichiamo questo dogma e che il popolo dei castori vi si sottometta. Convinciamolo che, su ordine di questo dio, un genio è stato messo di guardia su ogni pianeta, e che da lì, osservando le nostre azioni, si occupa di dispensare i beni ai buoni ed i mali ai cattivi. Una volta accettata questa credenza, il crimine fuggirà lontano da noi”. Poi tace; si passa ai consulti, alle delibere, l’idea piace per la sua novità, viene adottata ed ecco fondata la religione, ed ecco i castori vivere innanzitutto come fratelli. Tuttavia, subito dopo, viene sollevata una gran controversia. “E’ la lontra, dicono gli uni, è il ratto muschiato rispondono gli altri, che per primo presentò a Michapour i granelli di sabbia da cui formò la terra”. La disputa s’accende, il popolo si divide, si arriva alle ingiurie, dalle ingiurie si passa alle botte, il fanatismo suona la carica. Prima di questa religione, si commetteva qualche furto e qualche assassinio ma poi la guerra civile si accende, e la metà della nazione viene sgozzata. Istruito da questa favola, non pretendere, o crudele imano, aggiunse il principe indiano, di provarmi la verità e l’utilità di una religione che devasta l’universo. Da questo capitolo risulta che, se, coerentemente con i principi stabiliti qui sopra, il legislatore fosse autorizzato ad apportare i cambiamenti richiesti dai tempi e dalle circostanze, a leggi, costumi e false religioni, egli potrebbe prosciugare la fonte di un’infinità di mali e, senza dubbio, assicurare la pace dei popoli, prolungando la durata degli imperi. D’altronde, questi stessi principi quanta luce non spargerebbero sulla morale, facendoci percepire la dipendenza 106 necessaria che lega i costumi alle leggi di un paese, e insegnandoci che la scienza della morale non è altro che la scienza stessa della legislazione? Chi può dubitare che, i più assidui in questo studio, i cultori della morale [moralistes], non possano allora portare questa scienza a quell’alto grado di perfezione che le menti migliori possono soltanto intravedere adesso ed al quale forse non immaginano che possa mai arrivare? Se in quasi tutti i governi, leggi incoerenti tra loro sembrano essere l’opera del puro caso, è che, guidati da vedute ed interessi diversi, quelli che le fanno si preoccupano poco del rapporto di queste leggi tra loro. Accade per la formazione dell’intero corpo delle leggi quello che accade per la formazione d’alcune isole: dei contadini vogliono liberare i campi da legni, pietre, erbe e limo inutili; a questo scopo, li gettano nei fiumi dove vedo questi materiali, trasportati dalla corrente, ammonticchiarsi intorno a qualche giunco, consolidarvisi e formare infine terra ferma. E’ tuttavia l’uniformità dei punti di vista del legislatore, l’interdipendenza delle leggi tra loro, che ne costituisce l’eccellenza. Per stabilire tuttavia detta eccellenza, bisogna poter rapportarle tutte ad un principio semplice, quale quello della pubblica utilità, vale a dire, del più gran numero d’uomini assoggettati alla stessa forma di governo: principio di cui nessuno conosce tutta l’estensione e la fecondità, principio che racchiude la morale e la legislazione, che molta gente ripete senza capirlo, e di cui i legislatori stessi non hanno ancora che un’idea superficiale, almeno se si giudica dalle disgrazie dei popoli della terra. [traduzione di Franco Virzo] Discorso 2 – Capitolo 18 Dello spirito, considerato in rapporto ai secoli ed ai diversi paesi. Ho dimostrato che le stesse azioni, successivamente utili e nocive in secoli e paesi diversi, erano volta per volta apprezzate o disprezzate. N’è delle idee come delle azioni. La diversità degli interessi dei popoli ed i cambiamenti sopravvenuti in questi stessi interessi, producono 107 rivoluzioni nei gusti, provocano la creazione o l’annientamento subitaneo e totale di taluni tipi di mentalità [esprit], e il disprezzo, ingiusto o legittimo, ma sempre reciproco, che in fatto di forma mentis [esprit], secoli e paesi diversi hanno sempre gli uni per gli altri. Proposizione di cui mi accingo a provare la verità con degli esempi, nei due capitoli che seguono. Discorso 2 – Capitolo 19 La stima per i diversi generi di menti superiori [esprit] è, in ogni secolo, commisurata all’interesse che si ha di stimarli. Per far comprendere l’estrema esattezza di questa proposizione, prendiamo innanzi tutto i romanzi come esempio. Dagli Amadis fino ai romanzi dei nostri giorni, questo genere ha conosciuto volta per volta mille cambiamenti. Se ne vuole conoscere la causa? Ci si chieda perché i romanzi più apprezzati trecento anni fa ci sembrano oggi noiosi o ridicoli e si riuscirà a comprendere che il principale merito della maggior parte di queste opere dipende dalla meticolosità con la quale vi si descrivono vizi, virtù, passioni, usi ed aspetti ridicoli di una nazione. Ora, i costumi di una nazione cambiano spesso da un secolo all’altro ed il cambiamento deve quindi indurne nel genere dei suoi romanzi e del suo gusto: una nazione perciò, per l’interesse del proprio piacere, è quasi sempre costretta a disprezzare in un secolo quanto ammirava nel secolo precedente. Quello che sostengo in merito ai romanzi, può essere applicato a quasi tutte le opere. Per far cogliere, però, in maniera più forte questa verità, forse occorre paragonare lo spirito dei secoli d’ignoranza con lo spirito del nostro secolo. Soffermiamoci un momento su quest’analisi. 108 Siccome gli ecclesiastici erano in quel tempo gli unici in grado di scrivere, non posso che trarre i miei esempi dalle loro opere e sermoni. Chi li leggerà non scorgerà minore differenza tra quelli di Menot [Michel Menot, predicatore francescano m. 1508, ndt] e quelli di padre Bourdaloue [Louis Bourdaloue, predicatore gesuita, 1632-1704, ndt], che tra il Cavaliere del sole e La Principessa di Clèves. Essendo i nostri costumi cambiati e le informazioni aumentate, ci si farà scherno oggi di ciò che si ammirava una volta. Chi non riderebbe del sermone di quel predicatore di Bordeaux, che per dimostrare tutta la riconoscenza dei trapassati per chiunque fa pregare Dio per loro, e di conseguenza dà soldi ai monaci, proclamava solennemente dal pulpito che al solo rumore dei soldi che cadono nella cassetta delle elemosine o nel cestello, facendo tin, tin, tin, tutte le anime del purgatorio cominciano talmente a ridere che fanno, ha, ha, hi, hi? Nella semplicità dei secoli d’ignoranza, gli oggetti si presentano sotto un aspetto molto diverso da quello sotto il quale sono considerati nei secoli illuminati. Le tragedie della passione, edificanti per i nostri antenati, ci appariranno adesso scandalose. Accadrebbe lo stesso per quasi tutte le questioni sottili che erano sollevate allora nelle scuole teologiche. Nulla sembrerebbe oggi più indecente delle dispute in buona regola, per sapere se Dio nell’ostia è vestito o nudo, se Dio è onnipotente, se ha il potere di peccare, se Dio può prendere l’aspetto della donna, del diavolo, dell’asino, della roccia, della zucca, e mille altre questioni ancora più stravaganti. Tutto, fino ai miracoli, portava, in quei tempi d’ignoranza, l’impronta del cattivo gusto del secolo. Tra numerosi pretesi miracoli riportati nelle memorie dell’Accademia delle Iscrizioni e Belle Lettere [ fondata nel 1663, è una delle cinque accademie dell’Istituto di Francia, ndt], ne ho scelto uno fatto in favore di un monaco. “Un monaco ritornava da una casa nella quale s’intrufolava ogni notte… ecc.”. Si sarebbe senza dubbio poco edificati da un tale miracolo, e si riderebbe pure 109 di quest’altro miracolo, tratto dalle lettere edificanti e curiose, sulla vita del vescovo d’Alicarnasso, e che mi è sembrato troppo divertente perché possa resistere al desiderio di collocarlo qui. Per dimostrare l’eccellenza del battesimo, l’autore racconta che “una volta, nel regno d’Armenia, ci fu un re che aveva molto odio per i cristiani…ecc” Quei miracoli, sermoni, tragedie e questioni teologiche che adesso ci sembrano così ridicoli, erano e dovevano suscitare ammirazione nei secoli d’ignoranza, perché erano conformi allo spirito del tempo, e perché gli uomini ammireranno sempre idee conformi alle proprie. La grossolana imbecillità della maggior parte di loro non gli permetteva di conoscere la santità e la grandezza della religione. In quasi tutte le teste, la religione non era, per così dire, che una superstizione ed un’idolatria: a tutto vantaggio della filosofia, si può affermare che noi n’abbiamo idee più elevate. Per quanto ingiusti si sia verso le scienze, di qualsivoglia corruzione di costumi siano esse accusate di diffondere, è certo che quelle del nostro clero sono adesso tanto pure quanto erano allora depravate, almeno se si consulta la storia ed i vecchi predicatori. Maillard e Menot, i più celebri di loro, hanno sempre queste parole sulla bocca: sacerdotes, religiosi, concubinarii [sic]. “Dannati, infami, grida Maillard, il vostro nome è scritto nei registri del diavolo…ecc.”. e non mi attarderò oltre a considerare questi secoli grossolani, in cui gli uomini, superstiziosi e prodi, si divertivano solo con racconti di monaci e gesta di cavalleria. L’ignoranza e la semplicità sono sempre monotoni: prima del rinnovamento della filosofia, gli autori, sebbene nati in secoli diversi, scrivevano tutti sullo stesso tono. Quello che si chiama gusto presuppone conoscenza. Non c’è gusto, né di conseguenza rivoluzioni di gusto nei popoli ancora barbari: è almeno solo nei secoli illuminati che sono notevoli. Ora questi tipi di rivoluzioni sono sempre preceduti da qualche cambiamento nella forma di governo, 110 nei costumi, nelle leggi e nella posizione di un popolo. C’è dunque una dipendenza stretta tra il gusto di una nazione ed i suoi interessi. Per chiarire questo principio con qualche riferimento, ci si chieda perché la descrizione tragica delle vendette memorabili, come quella degli Atridi, non accenderebbe più in noi gli stessi trasporti che suscitava una volta nei greci, e si vedrà che questa differenza è dovuta alla differenza tra la nostra religione, la nostra polizia, e la polizia e la religione dei greci. Gli antichi innalzavano templi alla vendetta: questa passione, oggi messa nel novero dei vizi, era allora considerata una virtù. La polizia antica favoriva questo culto. In un secolo troppo guerriero per non essere un po’ feroce, l’unico mezzo per contenere la collera, il furore ed il tradimento, era di legare il disonore all’oblio dell’ingiuria, di porre sempre il quadro della vendetta a fianco di quello dell’affronto: è così che si manteneva nel cuore dei cittadini, una rispettiva e salutare paura, che sopperiva al difetto di polizia. La rappresentazione di questa passione era quindi troppo simile al bisogno, al pregiudizio dei popoli antichi, per non esservi considerata con piacimento. Nel secolo in cui viviamo noi, però, in un tempo in cui la polizia è al riguardo molto perfezionata, in cui d’altra parte non siamo più asserviti agli stessi pregiudizi, è evidente che consultando ugualmente il nostro interesse, dobbiamo vedere solo con indifferenza la descrizione di una passione che, lungi dal mantenere la pace e l’armonia nella società, vi provocherebbe soltanto disordini e crudeltà inutili. Perché tragedie piene di quei sentimenti virili e coraggiosi ispirate dall’amore per la patria, non farebbero più su di noi che lievi impressioni? Il fatto é che è molto raro che i popoli uniscano un certo tipo di coraggio e di virtù con l’estrema sottomissione, che i romani diventarono bassi e vili appena ebbero un padrone e che infine, come dice Omero, l’istante terribile che mette un uomo libero ai ferri, gli sottrae la metà della sua innata virtù. Da cui concludo che i secoli di libertà, nei quali si generano 111 grandi uomini e grandi passioni, sono anche gli unici in cui i popoli ammirano veramente i sentimenti nobili e coraggiosi. Perché il genere di Corneille, meno apprezzato adesso, lo era di più, mentre viveva quest’illustre poeta? E’ che si usciva allora dalla lega, dalla fronda, dai tempi d’agitazione in cui gli animi, ancora surriscaldati dal fuoco della sedizione, sono più audaci, apprezzano di più i sentimenti arditi, e più suscettibili d’ambizione; è perché i caratteri che Corneille conferisce agli eroi, i progetti che fa concepire a questi ambiziosi, erano di conseguenza più simili allo spirito del secolo di quanto non lo sarebbero ora che s’incontrano pochi eroi, cittadini e ambiziosi, ora che una felice calma è succeduta a tanta tempesta, e che i vulcani della sedizione sono dappertutto spenti. Come potrebbe, un artigiano abituato a gemere sotto il fardello dell’indigenza e del disprezzo, un uomo ricco ed anche un gran signore avvezzo a strisciare davanti ad un uomo di potere ed a guardarlo con il santo rispetto che l’egiziano ha per i suoi dei ed il negro per il suo feticcio, essere fortemente colpiti dal verso in cui Corneille dice: “Per essere più di un re ti credi qualcosa?”. Sentimenti simili devono sembrargli pazzeschi e giganteschi, non ne potrebbero ammirare la grandezza, senza dover spesso arrossire della bassezza dei loro: per questo motivo, se si eccettua un piccolo numero d’intellettuali [esprits] e di personalità forti, che conservano ancora per Corneille una stima ragionata e sentita, gli altri ammiratori di questo gran poeta lo stimano meno per sentimento che per pregiudizio e su parola. Qualsiasi cambiamento nel governo o nei costumi di un popolo, deve necessariamente comportare rivoluzioni di gusto. Da un secolo all’altro, un popolo è impressionato in maniera differente dagli stessi oggetti, secondo la diversa passione che l’anima. Accade per i sentimenti degli uomini come per le loro idee: se concepiamo negli altri soltanto idee analoghe alle nostre, non possiamo, dice Sallustro, 112 essere colpiti che dalle passioni che colpiscono noi stessi fortemente. Per essere colpito dalla descrizione di una passione, bisogna esserne stato personalmente in balia. Supponiamo che il pastore Tircis e Catilina s’incontrino e si facciano reciprocamente confidenze dei sentimenti d’amore e d’ambizione che li agitano: non potranno certamente comunicarsi le differenti impressioni che suscitano in loro stessi le diverse passioni da cui sono animati. Il primo non concepisce quello che ha di così seducente il potere supremo, ed il secondo ciò che ha di così lusinghiero la conquista di una donna. Ora, per applicare ai diversi generi tragici questo principio, sostengo che in ogni paese in cui gli abitanti non prendono parte alla gestione degli affari pubblici, in cui si citano raramente le parole patria e cittadino, si arriva a piacere al pubblico soltanto rappresentando in teatro passioni adatte ai privati, come, per esempio, quella dell’amore. Non tutti gli uomini, però, vi sono sensibili in maniera simile: è certo che anime fiere ed ardite, uomini ambiziosi, politici, avari, anziani o gente d’affari, sono poco impressionati dalla descrizione di questa passione. E' precisamente questa la ragione per la quale le rappresentazioni teatrali hanno pieno e completo successo soltanto negli stati repubblicani, in cui l’odio dei tiranni, l’amore della patria e della libertà, sono, se oso dire, punti d’incontro per il pubblico apprezzamento. In ogni altra forma di governo, non essendo i cittadini uniti da un interesse comune, la disparità degli interessi personali deve necessariamente ostacolare l’universalità degli applausi. In questi paesi, si può aspirare soltanto a successi più o meno ampi, descrivendo passioni più o meno generalmente interessanti per i singoli. Ora tra le passioni di questo tipo, non c’è dubbio che quella dell’amore, fondata in parte sul bisogno naturale, sia la più universalmente sentita. Si preferisce perciò adesso, in Francia, il genere di Racine a quello di Corneille, il quale, in un altro secolo o in un paese diverso come l’Inghilterra, avrebbe verosimilmente la preferenza. 113 E’ una certa debolezza di carattere, conseguenza necessaria del lusso e del cambiamento sopravvenuto nei nostri costumi, che, privandoci di qualsiasi forza d’elevazione d’anima, ci fa pertanto preferire le commedie alle tragedie, che non sono più adesso che commedie di grande stile, e la cui azione si svolge nel palazzo dei re. E’ il felice sviluppo dell’autorità sovrana che, disarmando la sedizione, avvilendo la condizione dei borghesi, ha dovuto quasi interamente bandirli dalla scena comica, in cui non si vedono più che persone della buona e dell’alta società, le quali vi tengono realmente il posto che occupavano genti di condizione comune, e che sono propriamente i borghesi del secolo. Si vede quindi come in tempi diversi, alcuni tipi di menti sublimi [esprit] fanno impressioni molto diverse sul pubblico, sempre, però commisurate all’interesse che questo ha di apprezzarli. Ora, l’interesse pubblico è talvolta, da un secolo all’altro, abbastanza diverso in se stesso, per provocare, come dimostrerò, la creazione o l’annientamento subitaneo di certi tipi d’idee e d’opere: tali sono le opere di controversia, opere adesso tanto ignorate quanto dovevano essere conosciute e ammirate una volta. In effetti, in un tempo in cui i popoli, divisi sulle credenze, erano animati dallo spirito del fanatismo, in cui ciascuna setta, ardente nel sostenere le proprie opinioni, armata di ferro o d’argomenti, voleva annunciarli, dimostrarli, farli adottare universalmente, le controversie erano, in primo luogo in quanto alla scelta del soggetto, opere troppo generalmente interessanti, per non essere universalmente apprezzate: d’altra parte, queste opere dovevano essere fatte, almeno da parte d’alcuni eretici, con tutta la maestria e l’intelligenza immaginabili, poiché infine per persuadere delle favole di Pelle d’asino e di Barbablù, come sono alcune eresie, era impossibile che i controversisti non impiegassero nei loro scritti, tutta la duttilità, la forza e le risorse della logica, che le loro opere 114 non fossero capolavori d’acume, forse, nella fattispecie, l’ultimo sforzo della mente [esprit] umana. E’ quindi certo che, tanto per l’importanza della materia, che per la maniera di trattarla, i controversisti dovevano allora essere considerati come gli scrittori più apprezzati. In un secolo, però, in cui lo spirito fanatico è quasi interamente scomparso, in cui i popoli ed i re, istruiti dalle disgrazie passate, non si occupano più delle dispute teologiche, in cui d’altra parte i principi della vera religione si consolidano giorno dopo giorno, questi stessi scrittori non devono più fare la stessa impressione sugli animi. L’uomo di mondo perciò non ne leggerebbe adesso gli scritti se non con il disgusto che proverebbe alla lettura di una controversia peruviana, nella quale si esaminasse se Manco-Capac è o no figlio del sole. A conferma di quanto ho appena detto con un fatto accaduto sotto i nostri occhi, ci si ricordi il fanatismo con il quale si disputava della preminenza dei moderni sugli antichi. Quel fanatismo fece allora la reputazione di numerose dissertazioni mediocri composte su quest’argomento. E’ proprio l’indifferenza con la quale si è considerato questa disputa, che da allora ha lasciato nel dimenticatoio le dissertazioni dell’illustre De La Motte e dello scienziato abate Terrasson, dissertazioni che, considerate a giusto titolo come capolavori e modelli di questo genere, non sono tuttavia quasi più conosciute se non dai letterati. Questi esempi sono sufficienti a dimostrare che è all’interesse pubblico, modificato in maniera diversa secondo i diversi secoli, che si devono attribuire la creazione e l’annientamento d’alcuni tipi d’idee e d’opere. Non mi resta più che dimostrare come questo stesso interesse pubblico, nonostante i cambiamenti prodotti giornalmente nei costumi, nelle passioni ed i gusti di un popolo, può tuttavia assicurare ad alcuni tipi d’opere l’apprezzamento costante nei secoli. A questo scopo, bisogna ricordarsi che il tipo di spirito più apprezzato 115 in un secolo ed in un paese, è spesso il più disprezzato in un altro secolo ed in un altro paese, e che, perciò, lo spirito non è altro che quello che si è convenuto di chiamare così. Ora, tra le convenzioni fatte in merito, alcune sono passeggere ed altre durature. Si può dunque ridurre a due i diversi tipi di spirito. Il primo, la cui utilità momentanea è dipendente dai cambiamenti sopravvenuti nel commercio, il governo, le passioni, le occupazioni ed i pregiudizi di un popolo, non è, per così dire, che uno spirito mondano, l’altro, la cui utilità eterna, inalterabile, indipendente dai costumi e dai diversi governi, è inerente alla natura stessa dell’uomo, e di conseguenza sempre invariabile e può essere considerato come il vero spirito, vale a dire, come quello più desiderabile. Avendo così ridotto tutti i tipi di spirito a questi due soli, distinguerò, di conseguenza, due tipi diversi d’opere. Alcune sono fatte per avere un successo brillante e rapido, altre un successo ampio e duraturo. Un romanzo satirico in cui si descriveranno, per esempio, in maniera veritiera e maligna, gli aspetti ridicoli dei grandi, sarà certamente ricercato dalle persone di condizione comune. La natura, che grava nei cuori il sentimento di un’uguaglianza originale, ha messo un germe eterno d’odio tra i grandi ed i piccoli; quest’ultimi colgono, dunque, con tutto il piacere e la sagacità possibile, i tratti più fini delle rappresentazioni ridicole in cui i grandi appaiono indegni della loro superiorità. Opere simili devono dunque avere un successo rapido e brillante, ma poco ampio e poco duraturo: poco ampio perché ha necessariamente per limiti i paesi in cui questi aspetti ridicoli sorgono, poco duraturo, perché la moda, sostituendo continuamente un vecchio aspetto ridicolo con uno nuovo, cancella presto dal ricordo degli uomini le vecchie ridicolaggini e gli autori che le hanno rappresentate, perché infine, stanchi della contemplazione dello stesso aspetto ridicolo, la malignità dei piccoli cerca, nei nuovi difetti, nuovi motivi per giustificare il proprio disprezzo per i grandi. La loro impazienza, in 116 merito, affretta quindi ulteriormente la caduta di questi tipi d’opere la cui celebrità non uguaglia spesso la durata della ridicolaggine. Tal è il genere di riuscita che devono avere i romanzi satirici rispetto ad un’opera di morale o di metafisica: il loro successo non può essere lo stesso. Il desiderio di istruirsi, sempre più raro e meno vivo di quello di censurare, non può fornire, in una nazione, né un così gran numero di lettori, né lettori così appassionati. D’altra parte, i principi di queste scienze, quanta sia la chiarezza con la quale sono presentati, esigono sempre lettori con una certa attenzione, cosa che deve considerevolmente diminuirne ancora il numero. Se, però, il pregio di quell’opera di morale o di metafisica è colto in maniera meno rapida di quello di un’opera satirica, è invece più generalmente riconosciuto: perché trattati, quali quelli di Locke o di Nicole, in cui non si parla né di un italiano, né di un francese, né di un inglese, ma dell’uomo in generale, devono necessariamente trovare lettori in tutti i popoli del mondo, ed anche serbarli in ogni secolo. Un’ opera che trae il proprio merito soltanto dalla finezza delle osservazioni fatte sulla natura dell’uomo e delle cose, non può cessare di piacere in nessun tempo. Ne ho detto abbastanza da far conoscere la vera causa dei diversi apprezzamenti dati dei differenti tipi d’intelletto: se resta ancora qualche dubbio in merito, si può, con nuove applicazioni dei principi stabiliti qui su, acquisirne altre prove di verità. Si vuole, per esempio, conoscere quali sarebbero i diversi successi di due scrittori, di cui l’uno si distinguerebbe unicamente per la forza e la profondità dei suoi pensieri, e l’altro per la maniera felice di esprimerli? Coerentemente con ciò che ho detto, la riuscita del primo deve essere più lenta, perché ci sono molti più giudici della finezza, della grazia, del piacere di una costruzione o di un’espressione, ed infine di tutte le bellezze di stile, che non giudici della bellezza delle 117 idee. Uno scrittore educato, come Malerbe, deve avere quindi successi più rapidi che ampi, e più brillanti che duraturi. Vi sono due cause di ciò: la prima, è che un’opera, tradotta da una lingua in un’altra, perde sempre, nella traduzione, la freschezza e la forza espressiva, e passa di conseguenza agli stranieri priva del fascino dello stile, che, nella mia supposizione, ne facevano il piacere primario; la seconda è che la lingua invecchia insensibilmente, che le costruzioni felici diventano alla lunga le più comuni, e che un’opera, infine sprovvista, nel paese stesso in cui è stata composta, della bellezza che ve lo rendeva piacevole, non deve tutt’al più conservarne all’autore che una stima di tradizione. Per ottenere un pieno successo, alle grazie dell’espressione, bisogna aggiungere la scelta delle idee. Senza questa felice scelta, un’opera non può sostenere la prova del tempo, e soprattutto di una tradizione, che si deve considerare come il crogiuolo più adatto per separare l’oro puro dal lustrino. Si deve pertanto attribuire soltanto a questo difetto, troppo comune ai nostri vecchi poeti, il disprezzo ingiusto che alcune persone ragionevoli hanno concepito per la poesia. Aggiungerò solo una parola a quello che ho detto: è che tra le opere la cui celebrità deve estendersi nei secoli e nei diversi paesi, ce ne sono che, più vivamente e più generalmente interessanti per l’umanità, devono avere successi più pronti e più grandi. Per convincersene, basta ricordarsi che, tra gli uomini, ce ne sono pochi che non abbiano provato qualche passione; che la maggior parte di loro è meno colpita dalla profondità delle idee che dalla bellezza di una descrizione; che, come dimostra l’esperienza, quasi tutti hanno più sentito che visto, ma più visto che riflettuto; che così la rappresentazione delle passioni deve essere più generalmente piacevole, di quella degli argomenti della natura e la descrizione poetica di questi stessi argomenti deve trovare più ammiratori delle opere filosofiche. Al riguardo stesso di queste ultime opere, essendo gli uomini comunemente meno curiosi della conoscenza della 118 botanica, della geografia e delle belle arti, che della conoscenza del cuore umano, i filosofi, eccellenti in quest’ultimo genere, devono essere più generalmente conosciuti e stimati dei botanici, geografi e grandi critici. Sicché, De La Motte (mi sia consentito ancora di citarlo come esempio) sarebbe stato, incontestabilmente, più stimato in generale, se avesse applicato ad argomenti più interessanti la stessa finezza, la stessa eleganza e la stessa chiarezza che ha portato nei suoi discorsi sull’ode, la favola e la tragedia. Il pubblico, contento d’ammirare i capolavori dei grandi poeti, fa poco caso ai grandi critici; le loro opere non sono lette, giudicate apprezzate, se non dalle persone dell’arte alle quali sono utili. Ecco la vera causa della sproporzione che si nota tra la reputazione e il merito di De La Motte. Vediamo adesso quali sono le opere che devono unire al successo rapido e brillante, il successo prolungato e duraturo. Si ottengono contemporaneamente questi due successi soltanto con opere in cui, conformemente ai miei principi, si è saputo unire all’utilità momentanea, l’utilità duratura: tali sono certi generi di poemi, romanzi, opere teatrali e scritti morali o politici. Su ciò conviene osservare che queste opere, presto private delle bellezze dipendenti dai costumi, dai pregiudizi del tempo e del paese nel quale sono state concepite, non conservano, agli occhi della posterità, che le sole bellezze comuni a tutti i secoli e a tutti i paesi e che Omero, per questa ragione, deve apparirci meno piacevole di quanto era apparso ai greci del suo tempo. Questa perdita, però, e, se oso dire, questo residuo di merito, è più o meno grande, secondo che le bellezze durature che entrano nella composizione di un’opera, e che sono sempre combinate in maniera disuguale con le bellezze del giorno, vincono più o meno su queste ultime. Perché Le donne intellettuali [o Femmine saccenti, ndt] dell’illustre Molière sono già meno stimate del suo Avaro, il suo Tartufo ed il suo Misantropo? Non 119 si è considerato il numero d’idee contenute in ciascuna delle sue opere, non si è determinato di conseguenza, il grado di stima che è loro dovuto, ma si è dimostrato che una commedia come l’Avaro, il cui successo è fondato sulla rappresentazione di un vizio sempre permanente e sempre nocivo agli uomini, conteneva necessariamente, nei dettagli, un’infinità di bellezze analoghe alla scelta felice di quel soggetto, vale a dire, bellezze durature. Al contrario, una commedia come le Donne intellettuali, il cui successo poggia su un aspetto ridicolo passeggero, poteva brillare soltanto per le sue bellezze momentanee, che, più conformi alla natura che questo soggetto, e forse più adatte a fare viva impressione sul pubblico, non ne poteva fare di altrettanto durature. E’ perciò che, nelle diverse nazioni, si vedono soltanto le opere caratteriali passare con successo da un teatro all’altro. La conclusione di questo capitolo, è che la stima accordata ai diversi tipi di menti superiori, è, in ciascun secolo, sempre commisurata all’interesse che si ha di apprezzarli. Discorso 2 – Capitolo 20 Dello spirito considerato in rapporto ai diversi paesi. Quello che ho detto dei diversi secoli, lo applico ai diversi paesi e dimostro che la stima o il disprezzo per gli stessi tipi d’intellettuali [esprit], nei diversi popoli, è sempre l’effetto della diversa forma di governo, e perciò, della diversità degli interessi. Perché l’eloquenza è cosi fortemente reputata dai repubblicani? Perché, con la loro forma di governo, l’eloquenza apre la carriera delle ricchezze e degli onori. Ora, l’amore ed il rispetto che gli uomini hanno per l’oro e le dignità devono necessariamente ripercuotersi sui mezzi per acquisirli. Ecco perché, nelle repubbliche, si onora non solamente l’eloquenza ma per di più tutte le scienze che, come la politica, la giurisprudenza, la 120 morale, la poesia o la filosofia, possono servire alla formazione degli oratori. Nei paesi autoritari, al contrario, se si considera poco questo stesso tipo d’eloquenza, è perché non porta alla fortuna, perché, in quel paese, non è di quasi nessun utilizzo, e perché non ci si dà la pena di persuadere, quando si può comandare. Perché i lacedemoni ostentavano tanto disprezzo per il genere di mente [esprit] capace di perfezionare le opere di lusso? La ragione è che una repubblica povera e piccola, che poteva opporre solo virtù e valore alla potenza temibile dei persiani, doveva disprezzare tutte le arti fatte per rammollire il coraggio, che si sarebbe forse, a ragion veduta, divinizzato a Tiro o a Sidone. Da cui deriva: si ha minore considerazione in Inghilterra che a Roma per la scienza militare? Ed in Grecia se n’aveva per questa stessa scienza? Il fatto è che gli Inglesi, oggi più cartaginesi che romani, con la loro forma di governo e la loro posizione fisica, hanno meno bisogno di grandi generali che d’abili negozianti; è che lo spirito commerciale, che porta necessariamente con sé il gusto del lusso e della mollezza, deve ogni giorno far aumentare ai loro occhi il prezzo dell’oro e dell’industria, deve ogni giorno far diminuire la loro stima per l’arte della guerra come per il coraggio: virtù che, in un popolo libero, sostiene a lungo l’orgoglio nazionale ma che, indebolendosi nondimeno di giorno in giorno, è, forse, la causa lontana della caduta o dell’asservimento della nazione. Se, al contrario, come dimostra l’esempio dei Locke e degli Adisson, celebri scrittori sono stati, fino ad ora, più onorati in Inghilterra che dappertutto altrove, è che è impossibile che non si tenga in gran considerazione il merito, in un paese in cui ogni cittadino prende parte alla gestione degli affari generali, in cui ogni uomo colto può illuminare il pubblico sui suoi reali interessi. E’ la ragione per la quale s’incontra così comunemente a Londra gente istruita, incontro più difficile da fare in Francia: non che il clima 121 inglese, come si è preteso, sia più favorevole alla mente del nostro. La lista dei nostri uomini celebri, nella guerra, nella politica, nelle scienze e le arti, è forse più lunga della loro. Se i signori inglesi sono in generale più istruiti dei nostri, è che sono costretti ad istruirsi, è che in compenso dei vantaggi che la forma del nostro governo può avere sulla loro, essi hanno in quest’ambito un vantaggio molto considerevole su di noi: vantaggio che conserveranno fino a che il lusso non abbia interamente corrotto i principi del loro governo, non li abbia insensibilmente piegati al giogo della servitù, e non gli abbia insegnato a preferire le ricchezze ai talenti. Fino ad oggi, a Londra è un merito istruirsi, a Parigi una cosa ridicola. Questo fatto basta a giustificare la risposta di uno straniero che il duca d’Orleans, reggente, interrogava sul carattere ed il genio diverso delle nazioni d’Europa: “ la sola maniera, gli disse lo straniero, di rispondere a vostra altezza reale è di ripetere le prime domande che i diversi popoli pongono più comunemente sul conto di un uomo che fa ingresso nella società. In Spagna, aggiunse, si chiede: si tratta di un grande di prima classe? In Germania: può entrare in gioco? In Francia: è adatto alla corte? In Olanda: quanto oro possiede? In Inghilterra: che uomo è? Lo stesso interesse generale che, negli stati repubblicani e quelli a costituzione mista, regola la distribuzione della stima, è anche, negli imperi sottomessi al dispotismo, il distributore unico di questa stessa stima. Se, in questi governi, si tiene in poco conto la cultura [esprit], e se si ha più considerazione ad Ispahan [antica capitale dell’Iran, oggi Esfahan, ntd], a Costantinopoli, per l’eunuco, l’icoglan [paggio del sultano, ntd] o il pascià, che per l’uomo meritevole, è che in questi paesi non si ha nessun interesse a stimare i grandi uomini: questi vi sono certo utili e auspicabili, ma poiché nessun privato, che insieme con gli altri forma il pubblico, ha interesse a diventarlo, si capisce che ciascuno stimerà sempre poco quello che non vorrebbe essere. Chi potrebbe, in questi imperi, impegnare un privato a sopportare la fatica dello studio e 122 della meditazione necessaria a perfezionare le sue doti? I grandi talenti sono sempre sospetti per governi ingiusti: non vi procurano né onori, né ricchezze. Ora ricchezze ed onori sono tuttavia gli unici beni visibili dagli occhi di tutti, i soli che siano reputati veri beni, e siano universalmente desiderati. In vano si affermerebbe che sono talvolta scomodi per i loro possessori: sono, se si vuole, decorazioni talvolta sgradevoli agli occhi dell’attore ma che nondimeno apparranno sempre ammirabili dal punto di vista da cui lo spettatore li contempla. E’ per ottenerli che si fanno i più grandi sforzi. Gli uomini illustri, pertanto, fioriscono solo nei paesi in cui onori e ricchezze sono il premio dei grandi talenti. Di conseguenza, i paesi dispotici sono, per la ragione contraria, sempre sterili di grandi uomini. Sulla qual cosa osserverò che l’oro è adesso di un prezzo così elevato agli occhi di tutte le nazioni che, in governi infinitamente più savi e più illuminati, il possesso dell’oro è quasi sempre considerato come il primo merito. Quanta gente ricca, inorgoglita dagli omaggi universali, si crede superiore all’uomo di talento, si felicita con tono superbamente modesto, di aver preferito l’utile al dilettevole e, in mancanza di talento, dice d’aver fatto incetta di buon senso, che, nel significato che danno a questa parola, è il vero, il buono ed il supremo talento [esprit]! Tali persone devono sempre prendere i filosofi per speculatori visionari, i loro scritti per opere seriamente frivoli, e l’ignoranza per un merito. Le ricchezze e gli onori sono troppo generalmente desiderati, perché si onorino mai i talenti nei popoli in cui le pretese al merito sono esclusive delle pretese alla fortuna. Ora, per far fortuna, in quale paese l’uomo di talento non è costretto a perdere, nell’anticamera di un protettore, un tempo che, per eccellere in una qualunque categoria, occorrerebbe impegnare in studi perseveranti e continuati? Per ottenere il favore dei grandi, a quali adulazioni, a quali bassezze non si deve piegare? Se nasce in Turchia, occorre che si esponga all’arroganza di un mufti o di un sultano, in Francia, alle 123 bontà oltraggianti di un gran signore o di un uomo di potere che, disprezzando in lui un genere d’ingegno [esprit] troppo differente dal suo, lo considererà come un uomo inutile allo stato, incapace d’affari seri, e tutt’al più come un ragazzo grazioso impegnato in bagattelle ingegnose. D’altra parte, segretamente geloso della reputazione delle persone di merito, e sensibile alla loro censura, l’uomo di potere le riceve da lui meno per gusto che per fasto, soltanto per mostrare che ha di tutto a casa sua. Ora, come immaginare che un uomo, animato da questa passione per la gloria, che lo strappa alle dolcezze del piacere, si avvilisca fino a questo punto? Chiunque è nato per dar lustro al proprio secolo è sempre in guardia contro i grandi: si lega almeno solo con quelli il cui spirito ed i cui carattere, fatto per apprezzare i talenti ed annoiarsi nella maggior parte delle società, vi ricerca, v’incontra l’uomo colto con lo stesso piacere che s’incontrano in Cina due francesi che vi diventano amici a prima vista. Il carattere specifico per la formazione d’uomini illustri, li espone dunque necessariamente all’odio, o almeno all’indifferenza dei grandi e degli uomini di potere, e soprattutto nei popoli come gli orientali, che abbrutiti dalla forma del governo e dalla religione, languiscono in una vergognosa ignoranza e stanno, se oso dire, tra l’uomo e la bestia. Dopo aver dimostrato che la mancanza di stima per il merito è, in Oriente, fondata sullo scarso interesse che i popoli hanno di stimare i talenti: per far meglio intuire la potenza di quest’interesse, applichiamone il principio a soggetti che ci siano familiari. S’esami perché l’interesse pubblico, modificato secondo la forma del nostro governo, ci dà, per esempio, tanto disgusto per il genere della dissertazione, perché il tono ce ne sembra insopportabile, e si capirà che la dissertazione è penosa e stancante; che i cittadini, con la forma del nostro governo, avendo meno bisogno d’istruzione che di divertimento, in generale desiderano solo il genere di talento che li rende piacevoli a cena; che devono, perciò, tenere in poco conto la mente razionale, e rassomigliare tutti, più o 124 meno, a quell’uomo di corte che, meno annoiato che imbarazzato dagli argomenti che un saggio adduceva come prova della sua opinione, gridò vivamente: "Ah! Signore non voglio prove”. Tutto da noi deve cedere all’interesse della pigrizia. Se, nella conversazione, non ci si serve che di frasi scucite ed iperboliche, se l’esagerazione è diventata l’eloquenza particolare del nostro secolo e della nostra nazione, se non si dà per niente importanza alla correttezza ed alla precisione delle idee e delle espressioni, è che non siamo per niente interessati a considerarle. E’ col riguardo per questa stessa pigrizia che consideriamo il gusto come un dono di natura, come un istinto superiore a qualsiasi conoscenza ragionata, ed infine come un sentimento vivo e pronto del buono e del cattivo, sentimento che ci dispensa da qualsiasi esame, e riduce le regole della critica a due sole parole: delizioso e detestabile. E’ a questa stessa pigrizia che dobbiamo anche qualcuno dei vantaggi che abbiamo sulle altre nazioni. La scarsa abitudine all’applicazione, che presto ce ne rende del tutto incapaci, ci fa desiderare, nelle opere, una chiarezza che supplisce a quest’incapacità d’attenzione: siamo bambini che vogliono, nelle letture, essere sempre sostenuti dall’ausilio dell’ordine. Un autore deve quindi adesso darsi ogni immaginabile pena per risparmiarla ai suoi lettori. Deve spesso ripetere con Alessandro: “O ateniesi, quanto mi costa essere lodato da voi!”. Ora la necessità d’essere chiari per essere letti, ci rende, a questo proposito, superiori agli scrittori inglesi: se quest’ultimi tengono in poco conto la chiarezza, è perché i loro lettori vi sono meno sensibili, e che menti più allenate alla stanchezza dell’attenzione, possono supplire più facilmente a questo difetto. Ecco ciò che, in una scienza come la metafisica, deve darci qualche vantaggio sui nostri vicini. Se a questa scienza è stato sempre applicato il proverbio, niente meraviglia senza velo, e se le sue tenebre l’hanno resa a lungo rispettabile, ora la nostra pigrizia non si applicherebbe più a dissiparle, la sua oscurità la 125 renderebbe disprezzabile: vogliamo spogliarla del linguaggio inintelligibile di cui è ancora rivestita, sgombrarla delle nubi misteriose che l’avvolgono. Ora questo desiderio, che si deve soltanto alla pigrizia, è l’unico mezzo per fare una scienza di cose della stessa metafisica, che fino ad ora non è stata che una scienza di parole. Ma, per soddisfare su questo punto il gusto del pubblico, occorre, come nota l’illustre storiografo dell’accademia di Berlino: “ le menti spezzino gli ostacoli di un rispetto troppo superstizioso, riconoscano i limiti che devono separare per sempre la ragione dalla religione, e che i giudici, follemente rivoltati contro ogni opera razionale, non condannino più la nazione alla frivolezza”. Quello che ho detto basta, penso, per rivelarci nello stesso tempo la causa del nostro amore per le storielle ed i romanzi, della nostra abilità in questo campo, della nostra superiorità nell’arte frivola e tuttavia molto difficile di dire nulla, ed infine della preferenza che diamo al carattere [esprit] divertente su ogni altro genere di carattere [esprit]: preferenza che ci abitua a considerare l’uomo d’ingegno come divertente, ad avvilirlo confondendolo con la pantomima, preferenza, infine, che ci rende il popolo più galante, più amabile, ma più frivolo d’Europa. Dati i nostri costumi, dobbiamo essere tali. La strada dell’ambizione, per la forma del nostro governo, è chiusa alla maggior parte dei cittadini: non gli resta che quella del piacere. Tra i piaceri, quello dell’amore è il più vivo, per goderne, bisogna piacere alle donne: appena il bisogno d’amore si fa sentire, quello di piacere deve quindi accendersi nella nostra anima. Sfortunatamente, succede per gli amanti come per gli insetti alati che prendono il colore dell’erba alla quale si attaccano: è soltanto assumendo la somiglianza con l’oggetto amato, che un amante arriva a piacergli. Ora se le donne, per l’educazione data loro, devono acquisire più frivolezza e grazie che forza e correttezza nelle idee, la nostra natura, modellandosi sulla loro, deve pertanto risentire degli stessi vizi. Ci sono solo due mezzi per difendersene. Il primo, è di perfezionare 126 l’educazione delle donne, di dare più elevazione alla loro anima, più spessore alle loro menti. E’ fuori dubbio che non ci si potrebbe elevare alle più grandi cose senza l’amore per il precettore e senza che la mano della bellezza gettasse nella nostra anima il seme dell’intelligenza [esprit] e della virtù. Il secondo mezzo (e non è certo quello che consiglierei), sarebbe di sbarazzare le donne da un residuo di pudore, il cui sacrificio le conferisce il diritto d’esigere il culto e l’adorazione perpetua dei loro amanti. Allora i favori delle donne, diventati più abituali, apparirebbero meno preziosi, allora gli uomini, più indipendenti, più assennati, perderebbero con loro solo le ore consacrate ai piaceri dell’amore, e potrebbero di conseguenza, ampliare e fortificare il loro spirito con lo studio e la meditazione. In tutti i popoli ed in tutti i paesi votati all’idolatria delle donne, bisogna farne delle romane o delle sultane: il centro tra questi due partiti è il più pericoloso. Quello che ho detto qui sopra dimostra che è alla diversità dei governi e, di conseguenza, degli interessi dei popoli, che si devono attribuire la stupefacente varietà dei loro caratteri, genio e gusto. Se si crede talvolta individuare un punto d’incontro per l’apprezzamento generale, se, per esempio, la scienza militare è, in quasi tutti i popoli, considerata come la prima, è che il gran capitano è, in quasi tutti i paesi, l’uomo più utile, almeno fino al trattato di una pace universale e inalterabile. Una volta confermata tale pace, si darebbe, incontestabilmente, agli uomini celebri nella scienza, nelle leggi, nelle lettere e le belle arti, la preferenza sul più gran capitano del mondo: da cui concludo che l’interesse generale è, in ogni nazione, il dispensatore unico della sua stima. E’ a questa stessa causa, come dimostrerò, che si deve attribuire il disprezzo, ingiusto o legittimo, ma sempre reciproco, che le nazioni hanno per i loro costumi, i loro usi e caratteri differenti. 127 Discorso 2 - Capitolo 21 Il reciproco disprezzo delle nazioni è dovuto all’interesse della loro vanità. Succede con le nazioni esattamente come con i singoli: se ognuno di noi si crede infallibile, pone la contraddizione nel rango delle offese e non può né stimare né ammirare negli altri che la propria intelligenza [esprit], ogni nazione, alla stessa maniera, non stima negli altri se non le idee simili alle proprie: qualsiasi opinione contraria è quindi un germe di disprezzo tra loro. Si dia un’occhiata rapida al mondo: qui, è l’inglese che ci prende per teste frivole, quando noi li prendiamo per una testa calda, là, è l’arabo che, persuaso dell’infallibilità del suo Khalife, ride della credulità ottusa del tartaro che crede il gran lama immortale. In Africa, è il negro che, sempre in adorazione dinanzi ad una radice, una zampa di granchio, o il corno di un animale, vede nella terra solo una massa immensa di divinità, e se ne infischia della penuria di dei nella quale siamo noi, mentre il musulmano, poco istruito, ci accusa di riconoscerne tre. Più lontano, sono gli abitanti della montagna di Bata ad essere persuasi che qualsiasi uomo che mangia prima di morire un cucù arrosto, è un santo; prendono perciò in giro l’indiano: “ Cosa c’è di più ridicolo, gli dicono, dell’avvicinare una vacca al letto di un malato e d’immaginare che, se alla vacca, a cui si tira la coda, le viene da pisciare e che qualche goccia d’urina cade sul moribondo, costui diventa santo? Che cosa c’è di più assurdo da parte dei bramini d'esigere dai loro nuovi convertiti che, per sei mesi, si mantengano con lo sterco di vacca come unico nutrimento? E’ sempre su di una differenza d’usanze e di costumi simile che si fonda il reciproco disprezzo delle nazioni. E’ per questo motivo che l’abitante d’Antiochia disprezzava una volta, nell’imperatore Giuliano, la semplicità di costumi e la frugalità che gli valevano l’ammirazione dei Galli. La differenza di religione, e di conseguenza d’opinione, spingeva nello stesso tempo i cristiani, più zelanti che giusti, ad offuscare con le più infami calunnie, la memoria di un principe che, abbassando le tasse, ristabilendo la disciplina militare e rianimando la virtù agonizzante dei romani, ha così giustamente 128 meritato d’essere messo nel novero dei loro più grandi imperatori. Si dia uno sguardo da qualsiasi parte, tutto è pieno di queste ingiustizie. Ogni nazione, convita di possedere da sola la saggezza, prende tutte le altre per folli e rassomiglia molto a quell’abitante delle Marianne [marinois] che, persuaso che la sua lingua sia la sola dell’universo, ne conclude che gli altri uomini non sanno parlare. Se scendesse dal cielo un saggio, che, per sua condotta tenesse conto solo dei consigli della ragione, questo saggio passerebbe universalmente per pazzo. Sarebbe, dice Socrate, nei confronti degli altri uomini, come un medico che fosse accusato da dei pasticcieri, davanti ad un tribunale di minori, d’aver vietato pasticcini e crostatine, e che sicuramente vi apparirebbe per prima cosa colpevole. Baserebbe invano le sue opinioni sulle più forti dimostrazioni, tutte le nazioni sarebbero nei suoi confronti, come quel popolo di gobbi, dal quale, dicono i narratori indiani, passò un dio bello, giovane e ben fatto. Questo dio, aggiungono, entra nella capitale, si vede circondato da una moltitudine d’abitanti: la sua faccia sembra loro straordinaria, risate e frecciate ne dichiarano lo stupore. Si stava per spingere più in là l’oltraggio, se, uno degli abitanti, che senza dubbio aveva visto uomini diversi dai gobbi, per scongiurare il pericolo, non avesse all’improvviso esclamato: “Eh, amici miei, che stiamo facendo? Non insultiamo quest’infelice contraffatto: se il cielo ha dato a tutti noi il dono della bellezza, se ha ornato la nostra schiena con una montagna di carne, pieni di riconoscenza per gli immortali, andiamo al tempio a ringraziarne gli dei”. Questa favola è la storia della vanità umana. Ogni popolo ammira i propri difetti e disprezza le qualità contrarie: per aver successo in un paese, bisogna portare la gobba della nazione nella quale si viaggia. In ogni paese, ci sono pochi avvocati che difendono la causa delle nazioni vicine, pochi uomini che riconoscono in sé il ridicolo di cui accusano lo straniero e che prendono esempio su non so quale tartaro che, a tal proposito, fece destramente arrossire il gran lama in persona per la sua ingiustizia. 129 Il tartaro aveva percorso il nord, visitato il paese dei lapponi e vi aveva anche comprato vento dagli stregoni. Di ritorno nel suo paese, riferisce le sue avventure: il gran lama vuole ascoltarle e a quel racconto scoppia a ridere. “Di quale follia, dice, non è capace la mente umana! Quanti costumi bizzarri! Quale credulità, nei lapponi! Sono questi uomini?” “Si, veramente, risponde il tartaro, apprendi per di più qualcosa di più strano: il fatto è che questi lapponi, così ridicoli con i loro stregoni, non ridono di meno della nostra credulità di quanto tu ridi della loro”. “Empio! risponde il gran lama, osi proferire questa bestemmia, e paragonare la mia religione alla loro?” “Padre eterno, riprende il tartaro, prima che l’imposizione sacra della tua mano sulla mia testa mi abbia mondato dal peccato, ti farò capire che, con il tuo riso, non devi impegnare i tuoi sudditi a fare un uso profano della ragione. Se l’occhio severo dell’esame e del dubbio si posasse su ogni oggetto della credenza umana, chi sa se il tuo culto stesso sarebbe al riparo dalle beffe dell’’incredulo? Forse la tua santa urina e i tuoi santi escrementi, che distribuisci come regalo ai principi della terra, gli appariranno meno preziosi; forse non vi troverebbero più lo stesso sapore, non ne spruzzerebbero più gli spezzatini di carne e non ne mischierebbero più alle salse. L’empietà nega già alla Cina le nove incarnazioni di Visnu. Tu, la cui vista abbraccia il passato, il presente e l’avvenire, tu ce l’hai ripetuto spesso: è al talismano di una credenza cieca che devi la tua immortalità e la tua potenza sulla terra. Senza l‘intera sottomissione ai tuoi dogmi, saresti costretto a lasciare questo soggiorno di tenebre e a risalire al cielo, la tua patria. Sai che i lama, sottomessi alla tua potenza, devono un giorno innalzarti degli altari in ogni parte del mondo: chi può assicurarti che eseguiranno questo progetto senza il soccorso della credulità umana, e che, senza di questa, l’esame sempre empio, non prenda i lama per stregoni lapponi che vendono vento agli stolti che lo comprano? Scusa quindi, o Fo [Budda, ndt] vivente, i discorsi che l’interesse per il tuo culto mi detta, e che il tartaro apprenda da te a rispettare l’ignoranza e la credulità di cui il cielo, sempre impenetrabile nei suoi intenti, sembra servirsi per sottomette la terra a te”. 130 Pochi uomini, su quest’esempio, fanno capire alla loro nazione il ridicolo di cui si coprono agli occhi della ragione, quando, sotto un nome straniero, ride della propria follia: ma ci sono ancora meno nazioni che sappiano approfittare di simili consigli. Tutte sono così scrupolosamente legate all’interesse della loro vanità, che in ogni paese non si darà mai il nome di saggio se non a coloro che, come diceva De Fontanelle, sono pazzi della pazzia comune. Per quanto bizzarra sia una favola, è sempre creduta da qualche nazione, e chiunque ne dubita è trattato da pazzo da questa stessa nazione. Nel regno di Juida [Togo, ndt], dove si adora il serpente, quale uomo oserebbe negare la favola che i marabù raccontano di un maiale che, dicono, insultò la divinità del serpente e lo mangiò. Un santo marabù, aggiungono, se n’accorge, e lo denuncia al re. Subito decreto di morte per tutti i maiali, poi l’esecuzione e la razza sta per estinguersi, quando il popolo fa notare al re che, per un colpevole, non è giusto punire tanti innocenti. L’ osservazione sospende la collera del principe, il gran marabù si calma, il massacro cessa ed i maiali hanno ordine, in avvenire, d’essere più rispettosi verso le divinità. Ecco, esclamano i marabù, come il serpente sa accendere la collera dei re, per vendicarsi degli empi: che l’universo ne riconosca divinità, al suo tempio, al suo sacrificatore, all’ordine di marabù destinato a servirlo, infine alle vergini consacrate al suo culto. Sicché, appartato nel fondo del suo santuario, il dio serpente, invisibile agli occhi stessi del re, non riceve domande e non dà risposte se non attraverso l’organo dei preti, non sta affatto ai mortali guardare questi misteri con occhio profano: il loro dovere è di credere, di prosternarsi e d’adorare. In Asia, al contrario, quando i persiani, sporchi del sangue dei serpenti immolati al dio del bene, correvano al tempio dei magi per vantarsi di quest’atto di pietà, s’immagina forse che un uomo che li avesse fermati per dimostrargli il ridicolo della loro opinione ne sarebbe stato ben accetto? Più un’opinione è folle, più è onesto e pericoloso mostrarne la follia De Fontanelle, perciò, ha sempre ripetuto che, se avesse tenuto tutte le verità in una mano, si sarebbe guardato bene dall’aprirla per mostrarle agli uomini. In effetti, se la scoperta di una sola, nella stessa Europa, ha fatto trascinare Galileo nelle prigioni 131 dell’Inquisizione, a quale supplizio non si condannerebbe colui che le rivelasse tutte? Tra i lettori giudiziosi che ridono in quest’istante della stupidità dello spirito umano, e che s’indignano per il trattamento riservato a Galileo, forse non ce n’è nessuno che, nel secolo di questo filosofo, non n’avrebbe sollecitato la morte. Avrebbero allora avuto opinioni differenti: e in quale crudeltà non ci precipita il barbaro e fanatico attaccamento alle nostre opinioni? Quanti mali non ha seminato sulla terra quest’attaccamento? Attaccamento, tuttavia, di cui sarebbe tanto giusto quanto utile e facile disfarsi. Per imparare a dubitare delle proprie opinioni, basta esaminare le forze del proprio spirito, considerare il quadro delle stoltezze umane, ricordarsi che fu seicento anni dopo l’istituzione delle università che ne uscì infine un uomo straordinario, che il suo secolo perseguitò, e mise poi nel rango di semi-dei, per aver insegnato agli uomini ad ammettere per veri solo quei principi di cui avevano idee chiare; verità di cui poche persone sentono tutta la portata: per la maggior parte degli uomini, i principi non includono conseguenze. Grande che sia la vanità degli uomini, è certo che, se ricordassero spesso fatti simili, se, come De Fontanelle, dicessero spesso a se stessi: nessuno sfugge all’errore, sarei io l’unico uomo infallibile? Non sarebbe proprio nelle cose stesse che sostengo con più fanatismo che mi sbaglio? Se gli uomini avessero abitualmente presente alla mente quest’idea, sarebbero più in guardia contro la vanità, più attenti alle obbiezioni dei loro avversari, più in grado di percepire la verità; sarebbero più docili, più tolleranti, e senza dubbio avrebbero un’opinione meno alta della loro saggezza. Socrate ripeteva spesso: tutto quello che so è che non so niente. Si sa tutto in questo secolo, eccetto ciò che sapeva Socrate. Gli uomini non si sorprendono così spesso nell’errore, perché sono ignoranti, e che in generale la loro follia più incurabile, è di credersi saggi. Questa follia, comune a tutte le nazioni e causata in parte dalla loro vanità, gli fa non soltanto disprezzare i costumi e gli usi differenti dai loro, ma gli fa anche considerare come un dono della natura la superiorità che qualcuno di loro ha sugli altri: superiorità che deve soltanto alla forma politica del suo stato. 132 Discorso 2 - Capitolo 22 Perché le nazioni mettono nel rango dei doni di natura qualità che devono soltanto alla forma del loro governo. E’ ancora la vanità il principio di quest’errore: e quale nazione può trionfare su un simile errore? Supponiamo, per fare un esempio, che un francese abituato a parlare molto liberamente e ad incontrare qui e là uomini veramente cittadini, lasci Parigi e sbarchi a Costantinopoli: quale idea si formerà dei paesi sottomessi al dispotismo, quando prenderà in considerazione l’avvilimento in cui vi si trova l’umanità? Quando scorgerà dappertutto l’impronta della schiavitù? Quando vedrà la tirannia infettare con il suo alito i germi d’ogni talento e virtù, portare l’abbrutimento, la paura servile e lo spopolamento dal Caucaso fino all’Egitto? Quando infine apprenderà che, chiuso nel suo serraglio mentre il persiano ne batte le truppe e ne distrugge le province, il tranquillo sultano, indifferente alle calamità pubbliche, beve un sorbetto, accarezza le proprie mogli, fa strangolare i suoi pascià e s’annoia? Colpito dalla vigliaccheria e dalla schiavitù di questi popoli, animato insieme dal sentimento d’orgoglio e d’indignazione, quale francese non si crederà di natura superiore al turco? Quanti avvertono che il disprezzo per una nazione è sempre un disprezzo ingiusto? Che è dalla forma più o meno felice dei governi che dipende la superiorità di un popolo rispetto ad un altro? E che infine il turco può dargli la stessa risposta che un persiano diede ad un soldato lacedemone che gli rimproverava la vigliaccheria della sua nazione: “Perché insultarmi? - gli diceva- sappi che non ci sono più dappertutto nazioni in cui si riconosce un capo assoluto. Un re è l’anima dispotica universale di uno stato dispotico: è il suo coraggio o la sua debolezza che fa languire o che vivifica l’impero. Vincitori sotto Ciro, se siamo vinti sotto Serse, è perché Ciro dovette fondare il trono dove Serse si è seduto nascendo; è perché Ciro, nascendo, ebbe dei pari, mentre Serse fu sempre circondato da schiavi, e i più vili, lo sai, abitano il palazzo dei re. E’ dunque la feccia della nazione che vedi ai primi posti, è la schiuma dei mari che è arrivata in superficie. Riconosci l’ingiustizia dei tuoi disprezzi. E, se ne 133 dubiti, dacci le leggi di Sparta, prendi Serse come maestro: tu sarai il vile ed io l’eroe. Ricordiamoci del momento in cui il grido di guerra aveva risvegliato le nazioni d’Europa, in cui il suo tuono si faceva sentire dal nord al mezzogiorno della Francia. Supponiamo che in quel momento un repubblicano, ancora tutto infervorato dallo spirito di cittadino, arrivi a Parigi, e si presenti nella buona società: quale sorpresa per costui vedervi ciascuno trattare con indifferenza gli affari pubblici, ed interessarsi vivamente soltanto di una moda, di una storia galante, o di un cagnolino! Colpito, a tal proposito, dalla differenza riscontrata tra la nostra nazione e la sua, non c’è quasi più inglese che non si creda un essere di natura superiore, che non prenda i francesi per teste frivoli, e la Francia per un regno di bagattelle: può certo accorgersi facilmente che non è soltanto alla forma del governo che i compatrioti devono lo spirito di patriottismo e d’elevazione sconosciuto a qualsiasi altro paese che ai paesi liberi, ma che lo devono anche alla posizione fisica dell’Inghilterra. In effetti, per capire che la libertà, di cui gli inglesi sono così fieri e che rinchiude realmente il germe di tante virtù, è meno il premio del loro coraggio che un dono del caso, consideriamo il numero infinito di fazioni che una volta hanno lacerato l’Inghilterra e saremo convinti che, se i mari, abbracciando quest’impero, non l’avessero reso inaccessibile ai popoli vicini, questi, approfittando delle divisioni degli inglesi, o li avrebbero soggiogati, o almeno avrebbero fornito al loro re i mezzi per asservirli, e che così la loro libertà non è affatto il frutto della loro saggezza. Se, come pretendono, la dovessero soltanto dalla fermezza e da una prudenza particolare alla loro nazione, dopo il crimine orrendo commesso nella persona di Carlo I, non avrebbero almeno tratto da quel crimine il partito più vantaggioso? Avrebbero sopportato che, con servizi e processioni pubbliche fosse messo nel rango dei martiri un principe che, dicono alcuni di loro, sarebbe stato nel loro interesse far considerare come una vittima immolata al bene generale, ed il cui supplizio, necessario al mondo, avrebbe dovuto spaventare per sempre chiunque avesse intrapreso a sottomettere i 134 popoli ad un’autorità arbitraria e tirannica? Qualsiasi inglese sensato converrà quindi che è alla posizione fisica del suo paese che deve la libertà, che la forma del suo governo non potrebbe sussistere tale e quale sulla terra ferma, senza essere infinitamente perfezionata, e che l’unico e legittimo soggetto del suo orgoglio si riduce alla felicità d’essere nato insulare piuttosto che abitante del continente. Un privato farà senza dubbio una simile ammissione, ma un popolo mai. Un popolo non darà mai alla sua vanità gli intralci della ragione: più equità nei suoi giudizi supporrebbe una sospensione della ragionevolezza [esprit], troppo rara nei privati per trovarla mai in una nazione. Ogni popolo metterà quindi sempre nel rango dei doni di natura le virtù che gli provengono dalla forma del suo governo. L’interesse della propria vanità glielo consiglierà: e chi resiste al consiglio dell’interesse? La conclusione generale di quello che ho detto dello spirito considerato in rapporto ai diversi paesi, è che l’interesse è il dispensatore unico della stima o del disprezzo che le nazioni hanno per le loro usanze, costumi e generi di pensiero [esprit] differenti. La sola obiezione che si possa opporre a questa conclusione e questa: se l’interesse, si dirà, fosse l’unico dispensatore della stima accordata ai diversi generi di scienze e d’intelligenze, perché la morale, utile ad ogni nazione, non è la più onorata? Perché il nome dei Descartes, dei Newton è più celebre rispetto a quelli dei Nicole, dei La Bruyère e di tutti gli studiosi di morale, che forse, nelle loro opere, hanno fatto prova d’altrettanta intelligenza [esprit]? E’, risponderò, che i grandi fisici, con le loro scoperte, hanno talvolta reso servizio all’universo, mentre la maggior parte degli studiosi di morale non è stata, fino ad ora, d’alcun soccorso all’umanità. A che serve ripetere incessantemente che è bello morire per la patria? Un apoftegma non fa un eroe. Per meritare la stima, i moralisti devono utilizzare nella ricerca dei mezzi atti a formare uomini bravi e virtuosi, il tempo e l’intelligenza [esprit] che hanno sprecato nel comporre massime sulla virtù. Quando Omar scriveva ai siriani, invio contro di voi uomini tanto avidi della morte quanto voi lo siete del piacere, allora i saraceni, ingannati dal prestigio dell’ambizione e della credulità, vedevano nel cielo soltanto la spartizione del valore e della vittoria, e 135 nell’inferno quella della vigliaccheria e della sconfitta. Erano allora animati dal più violento fanatismo, e sono le passioni e non le massime morali che formano gli uomini coraggiosi. I moralisti devono intuirlo, e sapere che, simile allo scultore, che, da un tronco d’albero fa un dio o un banco, il legislatore forma a suo piacimento eroi, geni e gente virtuosa. Ne do come testimonianza i moscoviti trasformati in uomini da Pietro il Grande. In vano i popoli, follemente innamorati della propria legislazione, cercano, nell’esecuzione delle leggi, la causa delle loro disgrazie. L’inadempienza delle leggi, dice il sultano Mahmouth, è sempre la prova dell’ignoranza del legislatore. La ricompensa, la punizione, la gloria e l’infamia, sottomesse alle sue volontà, sono quattro specie di divinità con le quali egli può sempre operare per il bene pubblico, e creare uomini illustri d’ogni genere. Tutto lo studio dei moralisti consiste nel determinare l’uso che si deve fare di ricompense e punizioni, ed i vantaggi che se ne possono trarre per legare l’interesse personale all’interesse generale. Questa unione è il capolavoro che deve proporsi la morale. Se i cittadini non potessero fare la propria felicità particolare senza fare il bene pubblico, di viziosi non ci sarebbero allora che i pazzi, ogni uomo sarebbe indotto alla virtù e la felicità delle nazioni sarebbe un beneficio della morale: ora, chi dubita che, in questa supposizione, questa scienza non sarebbe infinitamente onorata, e che gli scrittori eccellenti in questo genere non sarebbero almeno per l’equa e riconoscente posterità, messi nel rango dei Solone, dei Licurgo e dei Confucio? Tuttavia, si replicherà, l’imperfezione della morale e la lentezza dei suoi progressi, può soltanto essere un effetto della scarsa proporzione che si trova tra la stima accordata agli studiosi di morale, e gli sforzi di pensiero [esprit] necessari per perfezionare questa scienza. L’interesse generale, si aggiungerà, non governa quindi la distribuzione della stima pubblica? Per rispondere a quest’obiezione, occorre, negli ostacoli insormontabili che si sono fino ad ora opposti all’avanzamento della morale, cercare le cause dell’indifferenza con la quale è stata considerata fino ad ora una scienza i cui progressi annunciano sempre quelli della legislazione, e che, di conseguenza, i popoli hanno interesse a perfezionare. 136 Discorso 2 - Capitolo 23 Delle cause che, fino ad ora, hanno ritardato i progressi della morale. Se la poesia, la geometria, l’astronomia, e generalmente tutte le scienze tendono più o meno rapidamente alla loro perfezione, quando la morale sembra appena uscire dalla culla, è perchè gli uomini, riunendosi in società, costretti a darsi leggi e costumi, hanno dovuto dotarsi di un sistema di morale prima che l’osservazione gliene avesse fatto scoprire i veri principi. Fatto il sistema, si è smesso d’osservare: perciò non abbiamo, per così dire, che la morale dell’infanzia del mondo, e come perfezionarla? Per accelerare i progressi di una scienza, non basta che questa sia utile al pubblico, occorre che ciascuno dei cittadini che compongono una nazione, trovi qualche vantaggio a perfezionarla. Ora, nelle rivoluzioni che tutti i popoli della terra hanno sperimentato, l’interesse pubblico, vale a dire, quello del più gran numero, sul quale devono sempre essere basati i principi di una buona morale, non essendosi sempre trovato conforme all’interesse del più potente, questi, indifferente al progresso delle altre scienze, ha dovuto opporsi efficacemente a quelli della morale. L’ambizioso, in effetti, che per primo si è elevato al di sopra dei suoi cittadini, il tiranno che li calpesta, il fanatico che li tiene prosternati, tutti questi diversi flagelli dell’umanità, tutte le diverse specie di scellerati, spinti, dal proprio interesse particolare ad istituire leggi contrarie al bene generale, hanno ben capito che la loro potenza aveva per fondamento soltanto l’ignoranza e l’imbecillità umana: sicché hanno sempre zittito chiunque, svelando alle nazioni i veri principi della morale, gli avesse rivelato tutte le loro disgrazie e tutti i loro diritti, e li avesse armate contro l’ingiustizia. Tuttavia, si replicherà, se nei primi secoli del mondo, quando i despoti tenevano le nazioni asservite sotto uno scettro di ferro, era allora nel loro interesse nascondere ai popoli i veri principi della morale; principi che, sollevandoli contro i tiranni, avrebbe fatto della 137 vendetta un dovere d’ogni cittadino. Oggi che lo scettro non è più il premio del crimine, che rimesso con unanime consenso tra le mani dei principi, l’amore dei popoli ve lo conserva, che la gloria e la felicità di una nazione, rispecchiate nel sovrano, n’accrescono la grandezza e la prosperità, quali nemici dell’umanità, si dirà, si oppongono ancora ai progressi della morale? Non sono più i re ma due altre specie d’uomini potenti. I primi sono i fanatici, e non li confondo con gli uomini veramente pii: questi sono il sostegno delle massime della religione, quelli ne sono i distruttori, gli uni sono amici dell’umanità, gli altri dolci fuori e barbari dentro, hanno la voce di Giacobbe e le mani d’Esaù. Indifferenti alle azioni oneste, si giudicano virtuosi, non su quello che fanno, ma soltanto su quello in cui credono. La credulità degli uomini è, secondo loro, l’unica misura della probità. Odiano a morte, diceva la regina Cristina, chiunque non n’è la vittima, ed il loro interesse ve li costringe: ambiziosi, ipocriti e discreti, comprendono che, per asservire i popoli, devono accecarli, sicché questi empi gridano incessantemente all’empietà contro qualsiasi uomo nato per illuminare le nazioni, qualsiasi nuova verità è loro sospetta e rassomigliano ai bambini che qualsiasi cosa spaventa nel buio. La seconda specie d’uomini potenti, che si oppongono ai progressi della morale, sono i semi-politici. Tra questi, ce ne sono che, portati al vero naturalmente, sono nemici delle verità nuove soltanto perché sono pigri e vorrebbero sottrarsi alla fatica dell’attenzione necessaria per analizzarle. Ve ne sono altri animati da motivi pericolosi e questi sono i più temibili: sono uomini il cui spirito è sprovvisto di talento e l’anima di virtù, ai quali non manca che il coraggio per essere grandi scellerati. Incapaci di vedute elevate e nuove, quest’ultimi credono che la loro considerazione proviene dal rispetto imbecille o finto di cui fanno mostra per tutte le opinioni e gli errori accreditati: furiosi contro qualsiasi uomo che vuole scuoterne l’impero, armano contro 138 di lui le passioni ed i pregiudizi stessi che disprezzano, e non cessano d’impaurire i deboli di spirito con la parola novità. Come se le verità dovessero bandire le virtù dalla terra, che tutto vi fosse talmente a vantaggio del vizio che non si può essere virtuoso senza essere imbecille, che la morale ne dimostrasse la necessità e che lo studio di questa scienza diventasse di conseguenza funesto per l’universo; vogliono che i popoli siano tenuti prosternati davanti ai pregiudizi accettati, come davanti i coccodrilli sacri di Menfi. Si fa qualche scoperta nella morale? Sta a noi soli, dicono, che bisogna rivelarla, noi soli, sull’esempio degli iniziati d’Egitto, dobbiamo esserne i depositari, che il resto degli umani si avviluppato dalle tenebre del pregiudizio: lo stato naturale dell’uomo è l’accecamento. Molto simili ai quei medici che, gelosi della scoperta dell’emetico, abusarono della credulità di qualche prelato per scomunicare un rimedio il cui aiuto è così pronto e salutare, abusano della credulità di qualche uomo onesto, la cui probità stupida e sedotta, però, potrebbe, sotto un governo meno saggio, trascinare al supplizio la probità illuminata di un Socrate. Tali sono i mezzi di cui si sono serviti queste due categorie d’uomini per imporre il silenzio agli spiriti illuminati. Al fine di resistere ci si appoggerebbe invano al favore pubblico. Quando un cittadino è animato dalla passione della verità e del bene generale, so che esala sempre dalla sua opera un profumo di virtù che lo rende gradito al pubblico, e che questo diventa il suo protettore: ma siccome, dietro lo scudo della riconoscenza e della stima pubblica, non si è al riparo delle persecuzioni dei fanatici, tra la gente saggia, ce n’è pochissima abbastanza virtuosa da osare sfidare il loro furore. Ecco quali ostacoli insormontabili si sono opposti, fino ad ora, ai progressi della morale, e perché questa scienza, quasi sempre inutile, conformemente con i miei principi, ha sempre meritato poca considerazione. 139 Non si può, però, far capire alle nazioni l’utilità che ricaverebbero da un’eccellente morale? E non si potrebbe accelerare i progressi di questa scienza, onorando maggiormente quelli che la coltivano? Visto l’importanza della materia, col rischio di una digressione, mi accingo a trattare quest’argomento. Discorso 2 - Capitolo 24 Dei mezzi per perfezionare la morale A tale scopo, basta eliminare gli ostacoli che mettono ai suoi progressi le due categorie d’uomini che ho citato. L’unico modo per riuscirci è di smascherarli, di mostrare nei paladini dell’ignoranza i più crudeli nemici dell’umanità, d’insegnare alle nazioni che gli uomini sono, in generale, perfino più stupidi che cattivi, che guarendone gli errori, sarebbero guariti dalla maggior parte dei vizi; e che, a tal proposito, opporsi alla loro guarigione, è commettere un crimine di lesa umanità. Qualsiasi uomo che, nella storia, prende in esame il quadro delle pubbliche miserie, si accorge ben presto che è l’ignoranza che, addirittura più barbara dell’interesse, ha rovesciato più calamità sulla terra. Colpito da questa verità, si è sempre tentati d’esclamare: felice quella nazione in cui i cittadini, se non altro, non si permettano che crimini d’interesse! Quanto li moltiplica l’ignoranza! Quanto sangue non ha fatto spandere sugli altari! L’uomo, tuttavia, è fatto per essere virtuoso: in effetti, se la forza risiede essenzialmente nel più gran numero, e se la giustizia consiste nella pratica delle azioni utili al più gran numero, è evidente che la giustizia è, per sua natura, sempre munita del potere necessario per reprimere il vizio e costringere gli uomini alla virtù. Se il crimine audace e potente mette così spesso in catene la giustizia e la virtù, e se opprime le nazioni, ciò è solo con il soccorso dell’ignoranza: è questa che, nascondendo ad ogni nazione i suoi veri interessi, 140 impedisce l’azione e la riunione delle sue forze, e mette, in questo modo, il colpevole al riparo dal gladio e dalla giustizia. A quale disprezzo bisogna quindi condannare chiunque vuole far rimanere i popoli nelle tenebre dell’ignoranza? Non si è finora insistito abbastanza fortemente su questa verità: non che si debbano rovesciare in un giorno tutti gli altari dell’errore. So bene con quale attenzione bisogna avanzare una nuova opinione. So anche che nel distruggerli, bisogna rispettare i pregiudizi e che prima d’attaccare un errore generalmente accettato, bisogna inviare, come le colombe dell’arca, qualche verità in avanscoperta, per vedere se il diluvio dei pregiudizi non copra ancora la faccia del mondo, se gli errori cominciano a svanire, e se si scorge qua e là nell’universo qualche isola in cui la virtù e la verità possano approdare per essere comunicate agli uomini. Tante precauzioni, però, si prendono soltanto con pregiudizi poco pericolosi. Cos’è dovuto ad uomini che, gelosi del potere, vogliono abbrutire i popoli per tiranneggiarli? Occorre, con mano ardita, spezzare il talismano d’imbecillità, al quale è legata la potenza di questi geni malefici, svelare alle nazioni i veri principi della morale, insegnargli che, insensibilmente trascinati verso la felicità apparente o reale, il dolore ed il piacere sono i soli motori dell’universo morale; e che il sentimento dell’amor proprio è l’unica base sulla quale si possano gettare le fondamenta di una morale utile. Come vantarsi di privare gli uomini della conoscenza di questo principio? Per riuscirci, occorre quindi impedirgli di sondarne i cuori, d’esaminarne la condotta, d’aprire i libri di storia dove si vedono i popoli, d’ogni secolo e paese, attenti soltanto al richiamo del piacere, immolare i loro simili, non dico a grandi interessi ma alla propria sensualità ed al proprio divertimento. Ne prendo come testimonianza, sia i vivai in cui la golosità barbara dei romani annegava schiavi dandoli in pasto ai loro pesci, per renderne la carne 141 più delicata, sia l’isola del Tevere in cui la crudeltà dei maestri trasportava gli schiavi infermi, vecchi e malati, e ve li lasciava perire nella sofferenza e la fame. Ne prendo ancora a testimonianza le rovine delle vaste e superbe arene in cui sono impressi i fasti della barbarie umana, in cui il popolo più civile dell’universo sacrificava migliaia di gladiatori per il solo piacere che produce lo spettacolo dei combattimenti, in cui le donne accorrevano in massa ed in cui questo sesso, nutrito nel lusso, la mollezza ed i piaceri, questo sesso che, fatto per l’ornamento e le delizie della terra, sembra non dover respirare che la voluttà, portava la barbarie al punto d’esigere dai gladiatori feriti, di cadere, morendo, con una postura gradevole. Questi fatti e mille altri simili, sono troppo veri, per vantarsi di privarne gli uomini della vera causa. Ciascuno sa di non essere di natura diversa dai romani, che la differenza della sua educazione produce la differenza dei suoi sentimenti, e lo fa fremere al solo racconto di uno spettacolo che l’abitudine gli avrebbe incontestabilmente reso gradevole, se fosse nato ai bordi del Tevere. Invano qualche uomo, ingannato dalla pigrizia della riflessione, e dalla propria vanità di credersi buono, s’immagina di dover all’eccellenza particolare della loro natura i sentimenti umani di cui sarebbe assalito ad un simile spettacolo: l’uomo sensato conviene che natura, come dice Pascal, e come dimostra l’esperienza, non è altra cosa che la nostra prima abitudine. E’ dunque assurdo voler nascondere agli uomini il principio che li muove. Supponiamo, però, che ci si riesca: quale vantaggio ne ricaverebbero le nazioni? Non si farebbe certamente che velare agli occhi delle persone grossolane il sentimento dell’amore di sé, non s’impedirebbe l’azione di questo sentimento su di loro, non se ne cambierebbero gli effetti, gli uomini non sarebbero altro che quello che sono, quest’ignoranza non gli sarebbe utile. Dico che gli sarebbe addirittura nociva: è, in effetti, alla conoscenza del principio dell’amor proprio che le società devono la maggior parte dei vantaggi 142 di cui godono. Tale conoscenza, imperfetta com’è ancora, ha fatto capire ai popoli la necessità d’armare di potenza la mano dei magistrati, ha fatto avvertire confusamente al legislatore la necessità di fondare sulla base dell’interesse personale i principi della probità. Su quale altra base, in effetti, si potrebbe appoggiarli? Forse sui principi delle false religioni che, si dirà, per quanto false sono, potrebbero essere utili alla felicità temporale degli uomini? La maggior parte delle religioni, però, è troppo assurda perché offra simili supporti alla virtù. Non si potrebbero basare nemmeno sui principi della vera religione; non che la morale non ne sia eccellente, che le sue massime non elevino l’anima fino alla santità, e non la riempiano di una gioia interiore, saggio della gioia celeste, ma perché i suoi principi non potrebbero convenire se non ad un piccolo numero di cristiani sparsi sulla terra, e che un filosofo che, nei suoi scritti, è sempre ritenuto parlare all’universo, deve dare alla virtù dei fondamenti sui quali tutte le nazioni possano ugualmente costruire, e di conseguenza edificarla sulla base dell’interesse personale. Deve tenersi tanto più fortemente attaccato a questo principio quanto più motivi d’interesse temporale, manipolati con perizia dal legislatore abile, bastano per formare uomini virtuosi. L’esempio dei turchi che, nella loro religione, ammettono il dogma della necessità, principio distruttivo di qualsiasi religione, e che possono, di conseguenza essere considerati come deisti, l’esempio dei cinesi materialisti, quello dei sadducei che negano l’immortalità dell’anima e che ricevono dagli ebrei il titolo di giusti per eccellenza, infine l’esempio dei gimnosofisti che accusati sempre d’ateismo, e sempre rispettati per la loro saggezza ed il loro ritegno, adempievano con la più grande precisione i doveri della società; tutti questi esempi, e mille altri simili, provano che la speranza o il timore delle pene o dei piaceri temporali sono tanto efficaci, tanto adatti a formare uomini virtuosi, che le pene ed i piaceri eterni che, considerati nella prospettiva dell’avvenire, fanno comunemente 143 un’impressione troppo debole per sacrificarvi piaceri criminali ma presenti. Come non si darebbe la preferenza ai motivi d’interesse temporale? Non ispirano alcuna delle pie e sante crudeltà condannate dalla nostra religione, questa legge d’amore e d’umanità i cui ministri, però, ne hanno fatto così spesso uso: crudeltà che saranno per sempre la vergogna dei secoli passati, l’orrore e lo stupore dei secoli a venire. Da quale sorpresa, in effetti, non deve essere preso il cittadino virtuoso, ed il cristiano penetrato dello spirito di carità tanto raccomandato dall’evangelo, quando getta un colpo d’occhio sull’universo passato! Vi vede diverse religioni evocare tutti i fanatismi, ed abbeverarsi di sangue umano. Là, sono differenti sette di cristiani accanite le une contro le altre che lacerano l’impero di Costantinopoli; più lontano, sorge in Arabia una religione nuova che ordina ai saraceni di percorrere la terra col ferro ed il fuoco in mano. Alle invasioni di questi barbari, vede succedere la guerra contro gli infedeli: sotto il vessillo delle crociate, nazioni intere disertano l’Europa per invadere l’Asia, per mettere in atto per strada i più orrendi brigantaggi, e correre a seppellirsi nelle sabbie d’Arabia e d’Egitto. E’ poi il fanatismo che mette le armi in pugno ai principi cristiani, ordina ai cattolici il massacro degli eretici, fa riapparire sulla terra le torture inventate dai Falaride, dai Busiris e dai Nerone: allestisce, accende, in Spagna, i roghi dell’Inquisizione, mentre i pii spagnoli lasciano i loro porti, attraversano i mari, per piantare la croce e la desolazione in America. Guardiamo il nord, il mezzogiorno, l’oriente e l’occidente del mondo: dappertutto vediamo il coltello sacro della religione alzato sul seno delle donne, dei bambini, dei vecchi e la terra, fumante di sangue delle vittime immolate ai falsi dei o all’essere supremo, offrire, da ogni parte, soltanto il vasto, disgustoso ed orribile carnaio dell’intolleranza. Ora quale uomo 144 virtuoso, e quale cristiano, se la sua anima tenera è colma della divina unzione che esala dalle massime dell’evangelo, se è sensibile ai lamenti degli sventurati, e se ne ha qualche volta asciugato le lacrime, a tale spettacolo, non sarebbe per niente toccato da compassione per l’umanità, e non proverebbe a fondare la probità, non su principi così rispettabili come quelli della religione, ma su principi di cui sia meno facile abusare, quale che siano i motivi d’interesse personale? Senza esseri contrari ai principi della nostra religione, questi motivi bastano per spingere gli uomini alla virtù. La religione dei pagani, popolando l’olimpo di scellerati, era incontestabilmente meno adatta della nostra per formare uomini giusti: chi può tuttavia dubitare che i primi romani non siano stati più virtuosi di noi? Chi può negare che la gendarmeria abbia disarmato più briganti della religione? Che l’italiano, più devoto del francese, non abbia col rosario in mano, fatto più uso del pugnale e del veleno? E che, nei tempi in cui la devozione è più ardente e la polizia più imperfetta, non si commettano infinitamente più crimini dei secoli in cui la devozione s’intiepidisce e si perfeziona? E’ quindi unicamente con buone leggi che si possono formare uomini virtuosi. Tutta l’arte del legislatore consiste quindi a forzare gli uomini, attraverso il sentimento dell’amore per se stessi, ad essere sempre giusti gli uni verso gli altri. Ora, per comporre leggi simili, occorre conoscere il cuore umano, e preliminarmente sapere che gli uomini, sensibili solo per se stessi, indifferenti per gli altri, non sono nati né buoni né cattivi ma pronti ad essere o l’uno o l’altro, secondo che un interesse comune li riunisce o li divide; che il sentimento di preferenza che ciascuno prova per sé, sentimento al quale è legata la conservazione della specie, è impresso dalla natura in maniera indelebile; che la sensibilità fisica ha prodotto in noi l’amore del piacere e l’odio per il dolore; che il piacere ed il dolore hanno poi deposto e fatto schiudere in tutti i cuori il germe dell’amore per sé, il cui sviluppo ha 145 dato luce alle passioni e da cui sono usciti i nostri vizi e tutte le nostre virtù. Ci sono uomini che, persuasi che un cittadino senza coraggio è un cittadino senza virtù, sentono che i beni e la vita stessa di un privato non sono tra le sue mani, per così dire, che un deposito che deve essere sempre pronto a restituire, quando la salute del pubblico l’esige. Uomini simili, però, sono sempre in numero troppo piccolo perchè illumini il pubblico; d’altronde, la virtù è sempre senza forza, quando i costumi di un secolo vi attaccano la ruggine del ridicolo. Perciò la morale e la legislazione, che considero come una sola e stessa scienza, non faranno che progressi insensibili. E’ soltanto il lasso del tempo che potrà ricordare i secoli felici, designati con i nomi d’Astrea o di Rea, che erano solo l’emblema ingegnoso della perfezione di queste due scienze. Discorso 2 - Capitolo 25 Della probità in rapporto all’universo. Se esistesse una probità in rapporto all’universo, questa sarebbe soltanto l’abitudine delle azioni utili a tutte le nazioni: ora non c’è azione che possa immediatamente influire sulla felicità o la sventura dei popoli. L’azione più generosa, con il beneficio dell’esempio, non produce, nel mondo morale, un effetto più sensibile di quello che la pietra, gettata nell’oceano, produce sui mari, di cui innalza necessariamente la superficie. Non c’è dunque probità pratica, in rapporto all’universo. In merito alla probità d’intenzione, che si ridurrebbe al desiderio costante e abituale della felicità universale, dico che questa specie di probità è ancora soltanto una chimera platonica. In effetti, se l’opposizione degli interessi dei popoli li mantiene, gli uni rispetto agli altri, in uno stato di guerra perpetua; se le paci concluse tra le nazioni non sono 146 propriamente che tregue comparabili al tempo che dopo un lungo combattimento due vascelli prendono per rifornirsi e ricominciare l’attacco; se le nazioni possono espandere le conquiste ed il commercio soltanto a spese dei propri vicini; infine se la felicità e lo sviluppo di un popolo sono quasi sempre legati alla disgrazia e l’indebolimento di un altro, è evidente che la passione patriottica, passione così desiderabile, così virtuosa e così apprezzabile in un cittadino, è, come prova l’esempio dei greci e dei romani, assolutamente esclusiva dell’amore universale. Bisognerebbe, per mettere in essere questa specie di probità, che le nazioni, con leggi e convenzioni reciproche, s’unissero tra loro, come le famiglie che compongono uno stato; che l’interesse privato delle nazioni fosse sottomesso ad un interesse generale; e che infine l’amore della patria, spegnendosi nei cuori, vi accendesse il fuoco dell’amore universale: supposizione che non si realizzerà per molto tempo. Da cui concludo che non ci può essere probità pratica e nemmeno probità d’intenzione, in rapporto all’universo, ed è soltanto in questo punto che la mente [esprit] differisce dalla probità. In effetti, se le azioni di un privato non possono contribuire in nulla alla felicità universale, e se l’influenza della sua virtù non può sensibilmente estendersi al di là dei limiti di un impero, non è così delle sue idee: che un uomo scopra uno specifico, che inventi una macchina, quale un mulino a vento, queste produzioni del suo intelletto possono farne un benefattore del mondo. D’altronde, in materia di mente, come in materia di probità, l’amore della patria non è affatto esclusivo dell’amore universale. Non è a spese dei propri vicini che un popolo acquisisce conoscenze. Al contrario, più le nazioni sono illuminate, più esse si rimandano reciprocamente idee, e più la forza e l’attività dello spirito universale aumenta. Da cui concludo che, se non c’è probità relativa all’universo, ci sono almeno alcuni tipi di menti che possono essere considerate sotto quest’aspetto. 147 Discorso 2 - Capitolo 26 Dello spirito in rapporto all’universo. Lo spirito, considerato sotto questo punto di vista, sarà, conformemente alle definizioni precedenti, soltanto l’abitudine delle idee interessanti per i popoli, sia perchè istruttive, sia perché gradevoli. Questo genere di spirito è, incontestabilmente, il più desiderabile. Non c’è epoca in cui il genere d’idee reputate spirito da tutti i popoli, non sia veramente degno di questo nome. Non è così del genere d’idee al quale una nazione talvolta dà il nome di spirito. Vi è, per ciascuna nazione, un tempo di stupidità e d’avvilimento, durante il quale non ha idee nette dello spirito. Assegna allora questo nome ad alcuni assemblaggi d’idee alla moda, e sempre ridicoli agli occhi della posterità: questi secoli d’avvilimento sono ordinariamente quelli del dispotismo. Allora, dice il poeta, Dio priva le nazioni della metà dell’intelligenza, per indurirli contro le miserie ed il supplizio della servitù. Tra le idee atte a piacere ad ogni popolo, ce ne sono d’istruttive: sono quelle che appartengono ad alcuni generi di scienze e d’arte. Ce ne sono, però, anche di piacevoli, quali, in primo luogo, le idee ed i sentimenti ammirati in alcuni pezzi d’Omero, di Virgilio, di Corneille, del Tasso, di Milton, nei quali, come ho già detto, questi illustri scrittori non si fermano alla descrizione di una nazione o di un secolo 148 in particolare, ma a quella dell’umanità. Tali sono, in secondo luogo, le grandi immagini di cui questi poeti hanno arricchito le loro opere. Per dimostrare che in qualsiasi campo, vi sono bellezze fatte per piacere in maniera universale, scelgo queste stesse immagini come esempio: ed affermo che, nelle rappresentazioni poetiche, la grandezza è, una causa universale di piacere. Ciò non vuol dire che tutti gli uomini ne siano colpiti in ugual modo. Ve ne sono addirittura d’insensibili alle bellezze descrittive come al fascino dell’armonia, e che, perciò, sarebbe anche tanto ingiusto quanto inutile voler demistificare: con la loro insensibilità, hanno acquisito il disgraziato diritto di negare un piacere che non provano. Questi uomini, tuttavia, sono in piccolo numero. In effetti, sia che il desiderio abituale ed impaziente di felicità, che ci fa bramare tutte le perfezioni come dei mezzi per accrescere la nostra felicità, ci rende graditi questi grandi temi, la cui contemplazione sembra dare maggiore estensione alla nostra anima e più forza d’elevazione alle nostre idee; sia che attraverso se stessi i grandi temi facciano su di noi un’impressione più forte, più continua e più gradevole; sia infine per qualche altra causa, noi intuiamo che la vista odia tutto ciò che si restringe, che essa ama al contrario percorrere una vasta pianura, a stendersi sulla superficie dei mari, perdersi in un orizzonte lontano. Tutto ciò che è grande ha il diritto di piacere agli occhi ed all’immaginazione degli uomini: questa specie di bellezza prevale, nelle descrizioni, infinitamente su tutte le altre bellezze, che dipendenti, per esempio, dalla precisione delle proporzioni, non possono essere né così vivamente né così generalmente percepite, poiché le nazioni non hanno le stesse idee delle proporzioni. In effetti, se opponiamo alle cascate che l’arte proporziona, ai sotterranei che scava, alle terrazze che innalza, i caratteri del fiume 149 Saint-Laurent, le caverne scavate nell’Etna, le masse enormi di rocce ammucchiate senz’ordine sulle Alpi, non ci accorgiamo che il piacere prodotto da questa prodigalità, da questa magnificenza rude e grossolana che la natura mette in tutte le sue opere, è infinitamente superiore al piacere che risulta dalla giustezza delle proporzioni? Per convincersene, un uomo salga di notte in montagna, per contemplarvi il firmamento: qual è il fascino che ve lo attira? E’ la simmetria piacevole nella quale gli astri sono sistemati? Ma, qui, nella via lattea, sono gli innumerevoli soli ammassati, senza ordine, gli uni sugli altri, là, vasti deserti. Qual è dunque la fonte dei suoi piaceri? L’immensità stessa del cielo. In effetti, quale idea formarsi di quest’immensità, quando mondi infuocati appaiono soltanto come punti luminosi seminati qui e là nelle piane dell’etere, quando dei soli, situati più lontano nelle profondità del firmamento, vi s’intravedono con difficoltà? L’immaginazione, che prende lo slancio da queste ultime sfere per percorrere tutti i mondi possibili, non s’inabissa nelle vaste e incommensurabili concavità dei cieli, non si tuffa nell’estasi che produce la contemplazione di un oggetto che occupa l’anima intera, senza tuttavia stancarla? E’ quindi la grandezza di questi scenari, che, qui, ha fatto ritenere l’arte così inferiore alla natura. Ciò che, in termini intelligibili, non significa altro che le grandi raffigurazioni ci sembrano preferibili alle piccole. Nelle arti suscettibili di questo genere di bellezze, come la scultura, l’architettura, e la poesia, è l’enormità delle masse che colloca il colosso di Rodi e le piramidi di Menfi tra le meraviglie del mondo. E’ la grandezza delle descrizioni che ci fa considerare Milton quantomeno come l’immaginazione più forte e più sublime. Sicché il suo soggetto, poco fecondo in bellezza di un altro genere, l’era infinitamente in bellezze descrittive. Diventato con questo soggetto, l’architetto del paradiso terrestre, doveva riunire, nel corto spazio di un giardino d’eden, tutte le 150 bellezze che la natura ha disperso sulla terra per l’ornamento di mille climi diversi. Portato, per la scelta di questo stesso soggetto, sul bordo dell’abisso informe del caos, doveva trarre la materia prima atta a formare l’universo, scavare il letto dei mari, coronare la terra di montagne, coprirla di verde, muovere i soli, accenderli, spalancargli il padiglione dei cieli, dipingere, infine, la bellezza del primo giorno del mondo, e questa freschezza primaverile di cui la sua viva immaginazione abbellisce la natura appena dischiusa. Doveva, quindi, non soltanto presentarci le più grandi raffigurazioni, ma anche le più nuove e le più varie, che, per l’immaginazione degli uomini, sono ancora due cause universali di piacere. Lo stesso dicasi dell’immaginazione come della mente: è con la contemplazione e la combinazione, sia delle raffigurazioni della natura, sia delle idee filosofiche, che perfezionando l’immaginazione o lo spirito, i poeti ed i filosofi arrivano ugualmente ad eccellere in generi molto diversi, e nei quali è anche raro e, forse, anche difficile avere successo. Quale uomo, in effetti, non sente che il cammino della mente [esprit] umana deve essere uniforme, a qualsiasi scienza o arte sia applicata? Se per piacere alla mente, dice De Fontanelle, bisogna tenerla occupata senza affaticarla; se si può tenerla occupata soltanto offrendole verità nuove, grandi ed originali, le cui novità, importanza e fecondità ne fissano fortemente l’attenzione; se si evita di stancarla solo presentandole idee sistemate con ordine, espresse con le parole più adatte, il cui soggetto sia uno, semplice e di conseguenza facile da comprendere, ed in cui la varietà si trova identificata con la semplicità, è parimenti alla triplice combinazione della grandezza, della novità, della varietà e della semplicità nelle rappresentazioni, che è legato il più gran piacere dell’immaginazione. Se, per esempio, la vista o la descrizione di un gran lago c’è gradita, quella di un mare calmo e senza limiti c’è senz’altro ancora più gradita. La sua immensità è per noi la fonte di un piacere più grande. Per quanto bello sia questo spettacolo, tuttavia, la sua uniformità diventa ben 151 presto noiosa. E’ la ragione per la quale, se, avvolta in nuvole nere, e portata dai venti del nord, la tempesta, personificata dall’immaginazione del poeta, si distacca dal mezzogiorno facendo rotolare davanti ad essa le montagne mobili delle acque, chi dubita che la successione rapida, semplice e variata degli scenari spaventosi che presenta lo sconvolgimento dei mari, non faccia, ad ogni istante, sulla nostra immaginazione, impressioni nuove, fissi fortemente la nostra attenzione, ci occupi senza affaticarci, e ci piaccia di conseguenza di più? Ma se la notte viene ancora a raddoppiare gli orrori di questa tempesta, e che le montagne d’acqua, la cui catena termina al centro dell’orizzonte, siano all’istante illuminate da bagliori ripetuti e riflessi dei lampi e delle folgori, chi dubita che il mare oscuro, cambiato di colpo in un mare di fuoco, non formi con la novità unita alla grandezza e alla verità di questa immagine, uno degli scenari più adatti a stupire la nostra immaginazione? Allo stesso modo l’arte del poeta, considerata puramente come descrizione è quella porre in vista soltanto oggetti in movimento, ed anche di colpire, se può, nelle sue rappresentazioni, più sensazioni contemporaneamente. Lo scenario del borbottio delle acque, del fischiare del vento e del prorompere del tuono, potrebbe non accrescere maggiormente il terrore segreto e, di conseguenza, il piacere che ci fa provare lo spettacolo di un mare infuriato? Al ritorno della primavera, quando l’aurora discende nei giardini di Marly, per dischiudere il calice dei fiori, in quest’istante i profumi che emanano, il cinguettio di mille uccelli, il mormorio delle cascate, non aumenta ancora il fascino di questi boschetti incantati? I sensi sono altrettante porte attraverso le quali le impressioni gradevoli possono entrare nelle nostre anime: più se n’aprono per volta, più vi entra piacere. Si vede quindi che, se vi sono idee generalmente utili alle nazioni in quanto istruttive (come sono quelle che appartengono direttamente alle scienze), ce ne sono anche d’universalmente utili in quanto 152 gradevoli, e che la mente di un privato, differente, in questo punto, dalla probità, può avere rapporti con l’universo intero. La conclusione di questo discorso è che, tanto in materia d’intelletto [esprit] quanto in materia morale, è sempre, da parte degli uomini, l’amore o la riconoscenza che loda, l’odio o la vendetta che disprezza. L’interesse è quindi l’unico dispensatore della loro stima: l’intelletto, sotto qualunque punto di vista sia considerato, non è quindi mai che un assemblaggio d’idee nuove, interessanti, e di conseguenza utili agli uomini, sia perchè istruttive, sia perchè piacevoli. Discorso 3 - Capitolo 1 Se l’intelligenza [esprit] deve essere considerata come un dono della natura, o come un effetto dell’educazione. Esaminerò, in questo discorso, quello che la natura e l'educazione possono sull'intelligenza: all’uopo, devo innanzitutto stabilire quello che s’intende con la parola natura. Questa parola può suscitare in noi l’idea confusa di un essere o di una forza che ci ha dotato di tutti i nostri sensi. Ora i sensi sono le fonti delle nostre idee: privati di un senso, siamo privi di tutte le relative idee. Un cieco nato non ha, per questa ragione, alcun’idea dei colori: è quindi evidente che, in questo senso, l’intelligenza deve essere considerata per intero come un dono della natura. Prendendo, però, questa parola in un’accezione differente, e supponendo che tra gli uomini ben formati, dotati di tutti i sensi, 153 nella cui organizzazione non s’individua alcun difetto, la natura abbia tuttavia posto così grandi differenze, e disposizioni d’intelletto così disuguali, che gli uni siano organizzati per essere stupidi e gli altri per essere intelligenti, la questione diventa più delicata. Ammetto che non si può prima considerare la gran disuguaglianza d’intelligenza degli uomini, senza ammettere tra gli intelletti la stessa differenza che tra i corpi, per cui gli uni sono deboli e delicati, mentre gli altri sono forti e robusti. Chi potrebbe, si dirà, a tal proposito, provocare differenze nella maniera uniforme in cui opera la natura? Questo ragionamento, è vero, è fondato solo su di un’analogia. E’ abbastanza simile a quello d’astronomi che concludessero che il globo della luna è abitato perché è composto di una materia pressoché uguale al globo della terra. Per quanto debole sia in se stesso questo ragionamento, deve tuttavia apparire dimostrativo, poiché in fine, si dirà, a quale causa attribuire la gran disuguaglianza d’intelligenza degli uomini che sembrano avere avuto la stessa educazione? Per rispondere a quest’obiezione, bisogna innanzitutto esaminare se parecchi uomini possono, a rigore, aver avuto la stessa educazione, e, per tal effetto, fissare l’idea che è legata alla parola educazione. Se, per educazione, s’intende semplicemente quella che si riceve negli stessi luoghi e dagli stessi maestri, in questo senso, l’educazione è la stessa per un’infinità d’uomini. Dando, però, a questa parola un significato più vero ed esteso, e comprendendovi generalmente tutto ciò che serve alla nostra istruzione, allora sostengo che nessuno riceve la stessa educazione, perché ciascuno ha, se oso dire, per precettori sia la forma di governo sotto il quale vive, sia gli amici, le amanti, la gente di cui è attorniato, le letture, ed infine il caso, vale a dire, un’infinità d’eventi di cui la nostra ignoranza non ci permette di percepire il concatenamento e le cause. Ora, il caso ha più parte di quel che si pensi nella nostra educazione. E’ esso che mette certi oggetti sotto i 154 nostri occhi e, di conseguenza, dà origine alle nostre idee più felici, conducendoci talvolta alle più grandi scoperte. Fu il caso, per fare qualche esempio, che guidò Galileo nei giardini di Firenze, quando i giardinieri n’azionavano le pompe: fu esso che ispirò i giardinieri, quando, non potendo innalzare l’acqua sopra l’altezza di trentadue piedi, ne chiesero la causa a Galileo, e stuzzicarono, nell’occasione, lo spirito e la vanità del filosofo. Fu in seguito la sua vanità, messa in azione da quel colpo di fortuna, che l’obbligò a fare di quest’effetto naturale, l’oggetto delle sue meditazioni, fino a che infine, con la scoperta del principio della gravità dell’aria, non ebbe trovato la soluzione di questo problema. In un momento i cui l’animo pacifico di Newton non era impegnato in nessun affare, agitato da alcuna passione, è parimenti il caso che, attirandolo sotto un viale di meli, staccò qualche frutto dai rami, e diede al filosofo la prima idea del suo sistema: è realmente da questo fatto da cui partì, per esaminare se la luna non gravitasse verso la terra, con la stessa forza con cui i corpi cadono sulla sua superficie. Quanta gente d’ingegno resta confusa nella folla degli uomini mediocri, in mancanza di una certa tranquillità d’animo o dell’incontro di un giardiniere, o della caduta di una mela! Sento che non si può innanzitutto, senza qualche difficoltà, attribuire così grandi effetti a cause così lontane e così piccole in apparenza. Tuttavia l’esperienza c’insegna che, nel mondo fisico come in quello morale, i più grandi eventi sono spesso l’effetto di cause quasi impercettibili. Chi dubita che Alessandro non abbia dovuto, in parte, la conquista della Persia, al fondatore della falange macedone? Che il cantore d’Achille animando questo principe del furore della gloria, non abbia avuto parte nella distruzione dell’impero di Dario, come Quinto-Curzio nelle vittorie di Carlo XII. Che i pianti di Veturia non abbiano disarmato Coriolano, non abbiano consolidato la potenza di Roma pronta a soccombere sotto gli sforzi dei Volsci, non abbiano 155 causato il lungo concatenamento di vittorie che cambiarono la faccia del mondo, e che non sia, di conseguenza, alle lacrime di Veturia che l’Europa deve la sua situazione presente? Quanti fatti simili potrebbero essere citati? Gustavo, dice l’abate di Vertot, percorreva in vano le province della Svezia, errando da più di un anno nelle montagne della Dalecarlia. I montanari, sebbene circondati dal suo bell’aspetto, dalla grandezza della sua taglia e la forza apparente del corpo, non si sarebbero tuttavia decisi a seguirlo se, il giorno stesso in cui questo principe arringò i dalecarliani, i vecchi della contrada non avessero notato che il vento del nord aveva sempre soffiato. Questo colpo di vento gli apparve come un segno certo della protezione del cielo, e come l’ordine di prendere le armi a favore dell’eroe. E’ quindi il vento del nord che mise la corona di Svezia sulla testa di Gustavo. La maggior parte degli eventi ha cause altrettanto piccole: le ignoriamo perché la maggior parte degli storici stessi le ha ignorate, o perché non hanno avuto occhi per percepirle. E’ vero che la mente può, a tal riguardo, rimediare alle loro omissioni, la conoscenza d’alcuni principi supplisce facilmente la conoscenza di certi fatti. Perciò, senza soffermarmi più a lungo a dimostrare che il caso esercita in questo mondo il più gran ruolo che non si pensi, concluderò da quello che ho appena affermato che, se si comprende sotto il nome d’educazione generalmente tutto quello che serve alla nostra istruzione, questo stesso caso deve necessariamente prendervi una grandissima parte, e che poiché nessuno é sottoposto allo stesso concorso di circostanze, nessuno riceve precisamente la stessa educazione. Stabilito questo fatto, chi può assicurare che la differenza d’educazione non produca la differenza che si nota tra le menti? Che gli uomini non siano simili a quegli alberi della stessa specie, il cui germe, indistruttibile e assolutamente lo stesso, non essendo mai seminato esattamente nella stessa terra, né precisamente esposto agli stessi venti, allo stesso sole, alle stese piogge, sviluppandosi, 156 deve necessariamente prendere un’infinità di forme diverse. Potrei quindi concludere che la disuguaglianza d’intelligenza tra gli uomini può essere indifferentemente considerata come l’effetto della natura o dell’educazione. Per quando vera sia, però, questa conclusione, siccome sarebbe alquanto vaga, e che si ridurrebbe, per così dire, ad un forse, credo dover considerare la questione sotto un punto di vista nuovo, ricondurla a principi più certi e precisi. Per tal effetto, bisogna ridurre la questione a punti semplici, risalire fino all’origine delle nostre idee, allo sviluppo della mente, e ricordarsi che l’uomo non fa che sentire, ricordarsi e osservare le rassomiglianze e le differenze, vale a dire i rapporti che hanno tra loro gli oggetti diversi che gli si offrono, o che gli presenta la sua memoria, che, così, la natura non potrebbe dare agli uomini più o meno disposizioni all’intelligenza, che dotando gli uni preferibilmente agli altri di un po’ più di finezza di sensi, d’estensione di memoria, e di capacità d’attenzione. Discorso 3 – Capitolo 2 Della finezza dei sensi La maggiore o minore perfezione degli organi dei sensi, nella quale si trova necessariamente compresa quella dell’organizzazione interiore, dato che qui giudico della finezza dei sensi solo con i loro effetti, sarebbe la causa della disuguaglianza delle menti degli uomini? Per ragionare su quest’argomento con una certa accuratezza, bisogna esaminare se il grado di finezza dei sensi dona alla mente o una maggiore estensione o un miglior grado di quella precisione che, presa nel suo vero significato, racchiude tutte le qualità della mente. La maggiore o minore perfezione degli organi dei sensi non influisce per nulla sulla precisione della mente, poiché gli uomini, qualunque 157 impressione ricevano dagli stessi oggetti, devono tuttavia sempre percepire gli stessi rapporti tra questi oggetti. Ora, per dimostrare che li percepiscono scelgo il senso della vista come esempio, come quello al quale dobbiamo il più gran numero delle nostre idee, e sostengo che ad occhi diversi, se gli stessi oggetti appaiono più o meno grandi o piccoli, brillanti o oscuri, se la tesa [antica misura corrispondente a sei piedi circa o 1,949m, ndt] per esempio, agli occhi di un tale risulta più piccola, la neve meno bianca, e l’ebano meno nero che agli occhi di un tal altro, questi due uomini nondimeno percepiranno sempre gli stessi rapporti tra i due oggetti: la tesa, di conseguenza, apparirà sempre ai loro occhi più grande del piede, la neve la più bianca di tutti i corpi e l’ebano il più nero di tutti i legni. Ora, siccome la precisione di mente consiste nella visione netta dei veri rapporti che gli oggetti hanno tra loro, e che ripetendo sugli altri sensi quello che ho detto su quello della vista, si arriverà sempre allo stesso risultato, ne concludo che la maggiore o minore perfezione dell’organizzazione, tanto esterna quanto interna, non può influire sull’esattezza delle nostre valutazioni. Dirò inoltre che, se si distingue l’estensione dalla precisione della mentre, la maggiore o minore finezza dei sensi non aggiungerà nulla a detta estensione. In effetti, prendendo sempre il senso della vista come esempio, non è evidente che la maggiore o minore estensione della mente dipenderebbe dal numero più o meno grande d’oggetti che, escluso gli altri, un uomo dotato di una vista molto fine potrebbe porre nella sua memoria. Ora ci sono pochissimi oggetti impercettibili per la loro piccolezza, che, considerati precisamente con la stessa attenzione, con occhi ugualmente giovani ed ugualmente esercitati, siano percepiti dagli uni e sfuggano agli altri: ma la differenza che la natura mette, a tal riguardo, tra gli uomini che chiamo ben organizzati, vale a dire, nella cui organizzazione non si percepisce alcun difetto, sia pur essa infinitamente più considerevole che non è, questa differenza posso 158 dimostrare che non ne produrrebbe alcuna sull’estensione della mente. Supponiamo due uomini dotati di una stessa capacità d’attenzione, di una memoria ugualmente estesa, infine due uomini uguali in tutto, eccetto che nella finezza dei sensi: in quest’ipotesi, quello che sarà dotato della vista più fine potrà, incontestabilmente, porre nella sua memoria e comparare tra loro parecchi di questi oggetti che la piccolezza nasconde a quegli la cui organizzazione è, a tal riguardo, meno perfetta. E’ ancora certo, però, che, di questi due uomini, avendo nella mia supposizione una memoria ugualmente estesa e, se si vuole, capace di contenere duemila oggetti, il secondo potrà sostituire con fatti storici, gli oggetti che un minor grado di finezza della vista non gli avrà permesso di percepire, e che potrà pareggiare, se si vuole, il numero di duemila oggetti contenuti nella memoria del primo. Ora, di questi due uomini, se quello il cui senso della vista è il meno fine può tuttavia depositare nel magazzino della sua memoria un altrettanto gran numero d’oggetti dell’altro, e se d’altra parte questi due uomini sono uguali in tutto, devono, di conseguenza, fare altrettante combinazioni, e, nella mia supposizione, avere altrettanta intelligenza [esprit] poiché l’estensione della mente si misura con il numero d’idee e di combinazioni. Il maggior o minor grado di perfezione dell’organo della vista non può, di conseguenza, che influire sul genere della loro mente, fare dell’uno un pittore, un botanico, e dell’altro uno storico ed un politico, ma non può in nulla influire sull’estensione del loro intelletto. Non si nota pertanto una costante superiorità di mente in quelli che hanno maggiore finezza del senso della vista e dell’udito o in quelli che, con l’uso abituale d’occhiali e di cornetto acustico, intendessero, con tale mezzo, mettere tra loro e gli altri uomini maggior differenza che ne mette in merito la natura. Da cui concludo che tra gli uomini che chiamo ben organizzati, non è alla maggiore o minore perfezione degli organi dei sensi, tanto esterni che interni, che è legata la superiorità di chiarezza, e che è necessariamente da 159 un’altra causa che dipende la grande disuguaglianza delle menti. Discorso 3 – Capitolo 3 Dell’estensione della memoria La conclusione del capitolo precedente farà, senza dubbio, cercare nell’ineguale estensione della memoria degli uomini la causa dell’ineguaglianza della loro mente [esprit]. La memoria è il magazzino in cui si depositano le sensazioni, i fatti e le idee, le cui diverse combinazioni formano quello che si chiama mente. Le sensazioni, i fatti e le idee devono dunque essere considerati come la materia prima della mente. Ora, più il magazzino della memoria è spazioso, più contiene questa materia prima e più, si dirà, si hanno attitudini della mente. Per quanto fondato possa apparire questo ragionamento, forse, approfondendolo, lo si troverà solo specioso. Per darvi una risposta esauriente, occorre innanzitutto esaminare se effettivamente la differenza d’estensione della memoria degli uomini ben organizzati, è tanto considerevole quanto lo è in apparenza, e, supponendo questa differenza effettiva, occorre in secondo luogo sapere se bisogna considerarla come la causa dell’ineguaglianza delle menti. In quanto al primo oggetto del mio esame, sostengo che solo l’attenzione può imprimere nella memoria gli oggetti che, visti senza attenzione, farebbero su di noi soltanto impressioni insensibili e più o meno simili a quelle che un lettore riceve successivamente da ciascuna delle lettere che compongono il foglio di un’opera. E’ perciò certo che per valutare se la mancanza di memoria negli uomini è l’effetto della loro disattenzione o di un’imperfezione dell’organo che la riproduce, bisogna far ricorso all’esperienza. Questa c’insegna che, tra gli uomini, ve ne sono molti, come sant’Agostino e Montaigne affermano di se stessi, che, sembrando dotati solo di una debole memoria, sono tuttavia arrivati, con il desiderio di sapere, a mettere 160 un numero abbastanza grande di fatti e d’idee nel loro ricordo, per essere annoverati nel rango delle memorie straordinarie. Ora, se il desiderio d’istruirsi basta almeno per sapere molto, ne concludo che la memoria è quasi interamente fittizia. L’estensione della memoria dipende perciò: 1, dall’uso giornaliero che se ne fa, 2, dall’attenzione con la quale sono considerati gli oggetti che vi si vuole imprimere e che, visti senza attenzione, come ho appena detto, vi lascerebbero soltanto una traccia leggera e pronta ad essere cancellata e, 3, dall’ordine nel quale si sistemano le proprie idee. E’ a quest’ordine che si debbono i prodigi di memoria, ed esso consiste nel legare insieme le proprie idee, a non caricare perciò la propria memoria se non d’oggetti che, per natura o maniera con la quale sono considerati, conservano tra loro un rapporto sufficiente per ricordarsi l’uno dell’altro. I frequenti richiami degli stessi oggetti alla memoria sono, per così dire, altrettanti colpi di bulino che ve li imprime tanto più profondamente quanto più vi si ripresentano di frequente. D’altronde, l’ordine così idoneo a richiamare gli stessi oggetti al nostro ricordo ci dà la spiegazione dei fenomeni della memoria: c’insegna che la sagacia della mente dell’uno, vale a dire la prontezza con la quale un uomo è colpito da una verità, dipende sovente dall’analogia di quella verità con gli oggetti che ha abitualmente presenti in memoria e che, la lentezza di mente di un altro a tal proposito, è, al contrario, l’effetto della scarsa analogia di quella stessa verità con gli argomenti di cui questi si occupa. Non potrebbe coglierla, percepirne tutti i rapporti, senza rigettare le prime idee che si presentano al suo ricordo, senza sconvolgere i magazzini della sua 161 memoria, per cercarvi le idee legate a questa verità. Ecco perché tante persone sono insensibili all’esposizione di certi fatti o di certe verità, che colpiscono vivamente altre solo perché questi fatti o quelle verità scuotono l’intera catena dei loro pensieri, risvegliandone un gran numero nella loro mente: è un lampo che getta una luce rapida sull’orizzonte dei loro pensieri. E’ quindi all’ordine che si deve spesso la sagacia della mente, e sempre l’estensione della memoria: è parimenti la mancanza d’ordine, effetto dell’indifferenza che si ha per certi generi di studi che, in certi settori, priva assolutamente di memoria quelli che, in altri settori, sembrano essere dotati della memoria più estesa. Ecco perché lo studioso di lingue e di storia, che, tramite l’ausilio dell’ordine cronologico, imprime e conserva facilmente nella propria memoria parole, date e fatti storici, spesso non riesce a trattenervi la prova di una verità morale, la dimostrazione di una verità geometrica, o il quadro di un paesaggio che avrà considerato a lungo: in effetti, questo tipo d’argomenti non avendo alcun’analogia con il resto dei fatti o delle idee di cui egli ha riempito la memoria, non può ripresentarsi ripetutamente ed imprimersi profondamente qui, né, di conseguenza, conservarvisi a lungo. E’ questa la causa artefice delle differenti specie di memoria, e la ragione per la quale quelli che sanno di meno in un genere di cose, sono quelli che, nello stesso genere, abitualmente dimenticano di più. Sembra quindi che la grande memoria è, per così dire, un fenomeno dell’ordine, che è quasi interamente fittizio, e che tra gli uomini che chiamo ben organizzati, questa grande ineguaglianza di memoria è meno l’effetto di un’ineguale perfezione dell’organo che la produce, che di un’ineguale attenzione a coltivarla. Supponendo, però, anche che l’ineguale estensione della memoria che si nota negli uomini sia interamente opera della natura, e sia effettivamente tanto considerevole quanto lo è in apparenza, 162 sostengo che non potrebbe influire in nulla sull’estensione della mente, 1, perché la grande mente, come dimostrerò, non suppone la grande memoria, e 2, perché ogni uomo è dotato di una memoria sufficiente per elevarsi al più alto grado di facoltà intellettive [esprit]. Prima di dimostrare la prima proposizione, bisogna osservare che, se la perfetta ignoranza fa la perfetta imbecillità, l’intellettuale [l’homme d’esprit, ndt]sembra talvolta mancare di memoria, soltanto per il fatto che si dà troppo poca estensione alla parola memoria, che se ne limita il significato al solo ricordo dei nomi, delle date, dei luoghi e delle persone per le quali gli intellettuali sono senza curiosità e si trovano spesso senza memoria. Includendo, però, nel significato di questa parola il ricordo o delle idee, o delle immagini, o dei ragionamenti, nessuno di loro n’è privo: da cui risulta che non c’è mente senza memoria. Fatta quest’osservazione, occorre sapere quale estensione di memoria suppone la grande mente. Scegliamo per esempio due uomini illustri in generi diversi, come Locke e Milton ed esaminiamo se la grandezza della loro mente deve essere considerata come l’effetto dell’estrema estensione della loro memoria. Se si considera per primo Locke e se si suppone che, illuminato da una felice idea o dalla lettura d’Ariosto, di Gassendi, o di Montaigne, questo filosofo abbia scorto nei sensi l’origine comune delle nostre idee, si capirà che, per dedurre il suo sistema da quest’idea prima, gli occorreva meno estensione della memoria che ostinazione nella meditazione, che la memoria meno estesa era sufficiente per contenere gli oggetti della comparazione dai quali doveva risultare la certezza dei suoi principi, per svilupparne il concatenamento e fargli meritare ed ottenere, di conseguenza, il titolo di grande mente. 163 Riguardo a Milton, se lo considero sotto il punto di vista dal quale, a parere generale, egli è infinitamente superiore agli altri poeti, se considero soltanto la forza, la grandezza, la verità, ed infine la novità delle sue immagini poetiche, sono costretto ad ammettere che la superiorità della sua mente in questo campo non suppone nemmeno una grand’estensione di memoria. Per quanto grandi siano, in effetti, le composizioni delle sue raffigurazioni (come quella in cui, riunendo lo sfavillio del fuoco alla solidità della materia terrestre, dipinge il terreno dell’inferno che brucia con un fuoco solido, mentre il lago brucia con fuoco liquido), per quanto grandi siano le sue composizioni, dicevo, è evidente che il numero delle immagini ardite, ed atte a formare simili rappresentazioni, deve essere estremamente limitato e che, di conseguenza, la grandezza dell’immaginazione di questo poeta è meno l’effetto di una grand’estensione di memoria che di una meditazione profonda della sua arte. E’ questa meditazione che, facendogli cercare la fonte dei piaceri dell’immaginazione, gliela ha fatta percepire sia nella nuova unione delle immagini capaci di dar forma a grandi rappresentazioni, vere e ben equilibrate, sia nella scelta costante delle impressioni forti che sono, per così dire, i colori della poesia, con i quali ha reso le sue descrizioni visibili agli occhi dell’immaginazione. Come ultimo esempio della scarsa estensione di memoria che esige la bell’immaginazione, do qui, nelle note [nota mancante nel testo, ndt], la traduzione di un pezzo di poesia inglese. La traduzione, e gli esempi precedenti, dimostreranno, credo, a quelli che decomporranno le opere degli uomini illustri, che la grande mente non suppone la grande memoria. Aggiungerò addirittura che l’estrema estensione dell’una esclude in maniera assoluta l’estrema estensione dell’altra. Se l’ignoranza fa languire la mente per mancanza di nutrimento, la vasta erudizione, con la sovrabbondanza di nutrimento, l’ha spesso soffocata. Basta, per convincersene, esaminare il diverso uso che devono fare del tempo due uomini che 164 vogliono diventare superiori agli altri, l’uno per mente, l’altro per memoria. Se la mente non è che un accoppiamento d’idee nuove, e se ogni idea nuova non è che un rapporto nuovamente percepito tra taluni oggetti, colui che vuole distinguersi per mente deve necessariamente utilizzare la maggior parte del tempo nell’osservazione dei rapporti diversi che hanno tra loro gli oggetti, e perderne solo una minima parte a collocare fatti o idee nella memoria. Ora, con un uso così diverso del tempo, è evidente che il primo dei due uomini deve essere anche inferiore per memoria al secondo, che gli sarà superiore per mente: verità che aveva verosimilmente percepito Descartes, quando afferma che, per perfezionare la propria mente, bisogna meno apprendere che meditare. Da cui concludo che non solamente la grande mente non suppone la grande memoria, ma che l’estrema estensione dell’una esclude sempre l’estrema estensione dell’altra. Per terminare questo capitolo, e dimostrare che non è all’ineguale estensione della memoria che si deve attribuire la forza ineguale delle menti, non mi resta più che mostrare che gli uomini, comunemente ben organizzati, sono tutti dotati di un’estensione di memoria sufficiente per elevarsi alle più alte idee. Ogni uomo, in effetti, è, a questo proposito, abbastanza favorito dalla natura, se il magazzino della sua memoria è capace di contenere un numero d’idee o di fatti, in modo tale che paragonandoli incessantemente tra loro, possa sempre cogliervi qualche nuovo rapporto, sempre accrescere il numero delle proprie idee, e, di conseguenza, dare sempre più estensione alla propria mente. Ora se trenta o quaranta oggetti possono essere paragonati tra loro in tanti modi, come dimostra la geometria, che, nel corso di una lunga vita, nessuno possa osservarne tutti i rapporti, né dedurne tutte le idee possibili, e se tra gli uomini che chiamo ben organizzati, non ve n’è nessuno la cui memoria non possa contenere non solamente tutte le parole di una lingua, ma ancora un’infinità di date, di fatti, di nomi, di luoghi e di persone, ed infine un numero d’oggetti 165 più considerevole di quello di sei o settemila, ne concluderò arditamente che ogni uomo ben organizzato è dotato di una capacità di memoria molto superiore a quella di cui può fare uso per l’accrescimento delle proprie idee, che maggiore estensione di memoria non darebbe maggiore estensione di mente, e che così, lungi dal considerare l’ineguaglianza della memoria degli uomini come la causa dell’ineguaglianza delle loro menti, questa è unicamente l’effetto o dell’attenzione più o meno grande con la quale essi osservano i rapporti degli oggetti tra loro o della cattiva scelta degli oggetti di cui caricano il ricordo. Vi sono, in effetti, contenuti sterili, e che, come le date, i nomi di luogo, delle persone, o altri simili, rivestono una grande importanza nella memoria, senza poter produrre né idee nuove, né idee interessanti per il pubblico. L’ineguaglianza delle menti dipende dunque in parte dalla scelta degli oggetti posti nella memoria. Se i giovani i cui successi sono stati i più brillanti nei collegi, non ne hanno sempre di simili in un’età più avanzata, è che la comparazione e l’applicazione felice delle regole del Despautere, che fanno il buon scolaro, non provano per niente che in seguito, questi stessi giovani volgeranno lo sguardo verso oggetti della comparazione dai quali risultano idee interessanti per il pubblico: ed è il motivo per il quale si è raramente un grande uomo, se non si ha il coraggio d’ignorare un’infinità di cose inutili. Continua… Discorso 3 Capitoli 4 a 30 Discorso 4 Capitoli 17 FINE 166 167