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RASSEGNA STAMPA giovedì 7 gennaio 2016 L’ARCI SUI MEDIA INTERESSE ASSOCIAZIONE ESTERI INTERNI LEGALITA’DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA’ DIRITTI CIVILI E LAICITA’ BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SPETTACOLO SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO REDATTORE SOCIALE PANORAMA L’ESPRESSO VITA LEFT INTERNAZIONALE L’ARCI SUI MEDIA Da Corriere.it del 31/12/15 Associazioni, sindacati e cittadini scrivono al Presidente: “La RAI resti servizio pubblico” di Francesca Chiavacci* “Giuristi, associazioni, singole personalità hanno inviato una lettera appello al Presidente della Repubblica perché solleciti a un’ulteriore riflessione sulla Riforma della Rai approvata dal Parlamento, che sembra portare il servizio pubblico sotto l’esclusivo controllo del Governo, anziché restituirlo ai cittadini garantendone indipendenza e pluralismo, e così il diritto a informare ed essere informati tutelato dalla Costituzione.” “Egregio Signor Presidente, dopo decenni di critiche trasversali e di annunci sulla Riforma della Rai, siamo dunque arrivati all’anno della svolta: quello che avrebbe portato a ridefinire un nuovo modello di servizio pubblico radiotelevisivo: • capace di garantire una informazione libera, indipendente e plurale • governato con criteri di efficienza e trasparenza • espressione della ricchezza della società civile italiana Valori di primaria importanza per il nostro Paese se, nel Suo discorso di insediamento, anche Lei ha ritenuto opportuno fare un doveroso richiamo al pluralismo e all’autonomia dell’informazione quale presidio della Democrazia e del rispetto della Costituzione. Mai come ora la Rai avrebbe bisogno di un cambiamento radicale per tornare a essere centro di eccellenza, al servizio del Paese, arginando le spinte che hanno progressivamente eroso il sistema pubblico radiotelevisivo: l’omologazione dei contenuti, l’ingerenza della politica, la distrazione di fondi, la mancanza di autonomia finanziaria, la scarsa pianificazione strategica nella gestione delle risorse economiche e umane, la disaffezione dei cittadini. Invece … rileggendo la Riforma della Rai approvata di recente dal Parlamento, sembra di trovarci di fronte a una sorta di ‘bignami’ della legge 112/2004, quella che a suo tempo fu rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, con condivisibili motivazioni. Siamo molto lontani da quanto da Lei auspicato e dalle aspettative. Dopo una sommaria discussione di sei mesi scarsi, il Senato ha varato un testo deludente, all’insegna della restaurazione. Una “controriforma” che sembra avere un solo obiettivo: portare la Rai sotto il controllo esclusivo del Governo, trasformando il Direttore Generale in un Amministratore Delegato con poteri assoluti. Estromesso il Parlamento, l’unico potere espressione dei cittadini. Ignorato il ruolo di garanzia del pubblico Bene Comune. Una non-Riforma che non solo mantiene la logica spartitoria della legge precedente ma apre una fase più centralistica e conservatrice, in un momento storico in cui sono continui gli attacchi censori dei partiti verso la stampa libera. Cinque articoli (di cui due di delega al Consiglio dei Ministri) che sembrano aggirare la Costituzione – così rigorosa e chiara nell’affermare i principi di indipendenza, autonomia e pluralismo dell’informazione pubblica – ignorando anche la Sentenza 225/1974 della Corte Costituzionalenonché la Direttiva del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 16 febbraio 2012 che invita gli Stati 2 Membri a modernizzare il quadro di governance dei media di servizio pubblico, emancipandoli dal controllo dei Governi. La Riforma della Rai doveva essere un’occasione straordinaria per coinvolgere fattivamente i cittadini, il mondo della cultura e gli operatori dell’informazione, come sta accadendo nel Regno Unito per il rinnovo della Royal Charter. Un percorso che sarebbe stato possibile prendendo spunto dalle proposte alternative presentate in Parlamento, frutto di un lungo lavoro di confronto con la società civile avviato da MoveOn Italia, Articolo 21, associazioni, movimenti, sindacati confederali e di categoria. Proposte ignorate dalla maggior parte delle forze politiche. Noi in realtà pensiamo che qualcosa ancora si possa e si debba fare. Per questo ci appelliamo a Lei, in qualità di garante della Costituzione. Memori del fatto che fu proprio Lei, Presidente Mattarella, a dimettersi da Ministro nel 1990, in dissenso dall’insostenibile pesantezza della legge Mammì sull’emittenza pubblica radiotelevisiva. Lei ha la sensibilità e il ruolo per sollecitare una ulteriore riflessione sulla Riforma della Rai, facendone una questione democratica e culturale che riguarda tutti i cittadini, non solo gli operatori dell’informazione. La Rai deve tornare a essere un Servizio Pubblico, un Bene Comune patrimonio di tutti i cittadini, e garantire la libertà dell’informazione come fondamento della democrazia. Certi che la nostra richiesta non resterà inascoltata, l’occasione ci è lieta per porgerLe i nostri migliori auguri per le festività in corso. Hanno finora sottoscritto la lettera: MoveOn Italia – La Rai ai cittadini, Articolo 21, Associazione Rai Bene Comune – IndigneRAI, Appello Donne e Media, Arci, Associazione Stampa Roman, Assoprovider, Fials – Federazione italiana autonoma lavoratori spettacolo, Giuristi Democratici, Liberacittadinanza, Libertà e Giustizia, Net Left, Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL, Snap Rai, Unams. Sergio Bellucci, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Francesca Chiavacci, Gabriella Cism, Gabriele Coen, Carlo Cosmelli, Roberta De Monticelli, Giuseppe De Marzo, Tana de Zulueta, Remigio del Grosso, Francesco Devescovi, Domenico Gallo, Dora Liguori, Roberto Mandolini, Ugo Mattei, Tomaso Montanari, Lazzaro Pappagallo, Renato Parascandolo, Piero Pellegrino, Leandro Piccioni, Lorella Pieralli, Enzo Pietropaoli, Elisabetta Rubini, Alberto Vannucci, Carlo Verna, Vincenzo Vita, Roberto Zaccaria, Gustavo Zagrebelsky.” *Presidente nazionale ARCI http://sociale.corriere.it/associazioni-sindacati-e-cittadini-scrivono-al-presidente-la-rai-restiservizio-pubblico/ Da Repubblica.it del 01/01/16 Rai, la non-riforma e una lettera a Mattarella Servizio Pubblico non pervenuto. Dalla riforma della Rai ci si aspettava altro. La garanzia di una “informazione libera e plurale”. Una governance guidata da criteri “di efficienza e trasparenza”. La riscoperta della missione del servizio pubblico radiotelevisivo capace di poter esprimere la “ricchezza della società civile italiana”. E invece tutte queste aspettative sembrano tradite dalla nuova riforma. Parte da qui il testo della lettera che decine di associazioni e numerosi esponenti del mondo della cultura italiana hanno inviato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Per denunciare la “controriforma” che vuole riportare la Rai sotto il “controllo esclusivo del governo”. 3 Ecco il testo della lettera: Egregio Signor Presidente, dopo decenni di critiche trasversali e di annunci sulla Riforma della Rai, siamo dunque arrivati all’anno della svolta: quello che avrebbe portato a ridefinire un nuovo modello di servizio pubblico radiotelevisivo: capace di garantire una informazione libera, indipendente e plurale governato con criteri di efficienza e trasparenza espressione della ricchezza della società civile italiana Valori di primaria importanza per il nostro Paese se, nel Suo discorso di insediamento, anche Lei ha ritenuto opportuno fare un doveroso richiamo al pluralismo e all’autonomia dell’informazione quale presidio della Democrazia e del rispetto della Costituzione. Mai come ora la Rai avrebbe bisogno di un cambiamento radicale per tornare a essere centro di eccellenza, al servizio del Paese, arginando le spinte che hanno progressivamente eroso il sistema pubblico radiotelevisivo: l’omologazione dei contenuti, l’ingerenza della politica, la distrazione di fondi, la mancanza di autonomia finanziaria, la scarsa pianificazione strategica nella gestione delle risorse economiche e umane, la disaffezione dei cittadini. Invece … rileggendo la Riforma della Rai approvata di recente dal Parlamento, sembra di trovarci di fronte a una sorta di ‘bignami’ della legge 112/2004, quella che a suo tempo fu rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, con condivisibili motivazioni. Siamo molto lontani da quanto da Lei auspicato e dalle aspettative. Dopo una sommaria discussione di sei mesi scarsi, il Senato ha varato un testo deludente, all’insegna della restaurazione. Una “controriforma” che sembra avere un solo obiettivo: portare la Rai sotto il controllo esclusivo del Governo, trasformando il Direttore Generale in un Amministratore Delegato con poteri assoluti. Estromesso il Parlamento, l’unico potere espressione dei cittadini. Ignorato il ruolo di garanzia del pubblico Bene Comune. Una non-Riforma che non solo mantiene la logica spartitoria della legge precedente ma apre una fase più centralistica e conservatrice, in un momento storico in cui sono continui gli attacchi censori dei partiti verso la stampa libera. Cinque articoli (di cui due di delega al Consiglio dei Ministri) che sembrano aggirare la Costituzione - così rigorosa e chiara nell’affermare i principi di indipendenza, autonomia e pluralismo dell’informazione pubblica – ignorando anche la Sentenza 225/1974 della Corte Costituzionale nonché la Direttiva del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 16 febbraio 2012 che invita gli Stati Membri a modernizzare il quadro di governance dei media di servizio pubblico, emancipandoli dal controllo dei Governi. La Riforma della Rai doveva essere un'occasione straordinaria per coinvolgere fattivamente i cittadini, il mondo della cultura e gli operatori dell’informazione, come sta accadendo nel Regno Unito per il rinnovo della Royal Charter. Un percorso che sarebbe stato possibile prendendo spunto dalle proposte alternative presentate in Parlamento, frutto di un lungo lavoro di confronto con la società civile avviato da MoveOn Italia, Articolo 21, associazioni, movimenti, sindacati confederali e di categoria. Proposte ignorate dalla maggior parte delle forze politiche. Noi in realtà pensiamo che qualcosa ancora si possa e si debba fare. Per questo ci appelliamo a Lei, in qualità di garante della Costituzione. Memori del fatto che fu proprio Lei, Presidente Mattarella, a dimettersi da Ministro nel 1990, in dissenso dall’insostenibile pesantezza della legge Mammì sull’emittenza pubblica radiotelevisiva. Lei ha la sensibilità e il ruolo per sollecitare una ulteriore riflessione sulla Riforma della Rai, facendone una questione democratica e culturale che riguarda tutti i cittadini, non solo gli operatori dell’informazione. 4 La Rai deve tornare a essere un Servizio Pubblico, un Bene Comune patrimonio di tutti i cittadini, e garantire la libertà dell’informazione come fondamento della democrazia. Certi che la nostra richiesta non resterà inascoltata, l’occasione ci è lieta per porgerLe i nostri migliori auguri per le festività in corso. La lettera è stata sottoscritta da: MoveOn Italia - La Rai ai cittadini, Articolo 21, Associazione Rai Bene Comune IndigneRAI, Appello Donne e Media, Arci, Associazione Stampa Romana, Assoprovider, Fials - Federazione italiana autonoma lavoratori spettacolo, Giuristi Democratici, Liberacittadinanza, Libertà e Giustizia, Net Left, Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL, Snap Rai, Unams. E da: Sergio Bellucci, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Francesca Chiavacci, Gabriella Cism, Gabriele Coen, Carlo Cosmelli, Roberta De Monticelli, Giuseppe De Marzo, Tana de Zulueta, Remigio del Grosso, Francesco Devescovi, Domenico Gallo, Dora Liguori, Roberto Mandolini, Ugo Mattei, Tomaso Montanari, Lazzaro Pappagallo, Renato Parascandolo, Piero Pellegrino, Leandro Piccioni, Lorella Pieralli, Enzo Pietropaoli, Elisabetta Rubini, Alberto Vannucci, Carlo Verna, Vincenzo Vita, Roberto Zaccaria, Gustavo Zagrebelsky http://saviano.blogautore.repubblica.it/2016/01/01/rai-la-non-riforma-e-una-lettera-amattarella/ del 31/12/15 «Mattarella, sulla Rai batta un colpo» Lettera-Appello. Giuristi e associazioni scrivono al presidente della Repubblica: solleciti un ripensamento sulla legge di riforma del servizio pubblico Giuristi, associazioni, singole personalità scrivono al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché solleciti a un’ulteriore riflessione sulla riforma della Rai approvata nei giorni scorsi. L’appello è stato consegnato ieri al Quirinale. Al Presidente della Repubblica, che nel 1990 si dimise da ministro in dissenso con la legge Mammì sull’emittenza radiotelevisiva, si rivolgono i firmatari affinché, nella sua qualità di garante della Costituzione, solleciti un’ulteriore riflessione sulla riforma della Rai, ribadendone la valenza di grande questione democratica e culturale che riguarda tutti i cittadini, non solo gli operatori dell’informazione. D’altra parte, fu proprio il presidente Mattarella, nel suo discorso di insediamento, a sottolineare l’importanza dell’autonomia e del pluralismo dell’informazione quale presidio della democrazia e del rispetto della Costituzione. La Rai deve quindi tornare ad essere un servizio pubblico, patrimonio di tutti i cittadini, e garantire la libertà di informare ed essere informati. * Sergio Bellucci, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Francesca Chiavacci, Gabriella Cism, Gabriele Coen, Carlo Cosmelli, Roberta De Monticelli, Giuseppe De Marzo, Tana de Zulueta, Remigio del Grosso, Francesco Devescovi, Domenico Gallo, Dora Liguori, Roberto Mandolini, Ugo Mattei, Tomaso Montanari, Lazzaro Pappagallo, Renato Parascandolo, Piero Pellegrino, Leandro Piccioni, Lorella Pieralli, Enzo Pietropaoli, Elisabetta Rubini, Alberto Vannucci, Carlo Verna,Vincenzo Vita, Roberto Zaccaria, Gustavo Zagrebelsky. 5 MoveOn Italia — La Rai ai cittadini, Articolo 21, Associazione Rai Bene Comune — IndigneRAI, Appello Donne e Media, Arci, Associazione Stampa Romana, Assoprovider, Fials — Federazione italiana autonoma lavoratori spettacolo, Giuristi Democratici, Liberacittadinanza, Libertà e Giustizia, Net Left, Sindacato lavoratori della comunicazione CGIL, Snap Rai, Unams. Per informazioni e adesioni: moveonitalia.wordpress.co del 07/01/16, pag. Appello: fermare l’arbitrio degli Hot Spot Migrazioni. Un appello sul funzionamento degli Hot Spot di Lampedusa: rendono clandestini i profughi Nelle ultime settimane sono arrivate a Palermo, ma anche a Catania e in altre città della Sicilia, decine di persone provenienti da Mali, Gambia, Pakistan, Somalia, Eritrea, Nigeria, con in mano solo un decreto di respingimento differito che intima di lasciare il territorio italiano dalla frontiera di Roma Fiumicino entro 7 giorni. Provengono tutte da Lampedusa, dove sono arrivate dopo essere state intercettate in mare e portate sull’isola. A questi migranti non è stato consentito di fare richiesta di protezione internazionale, nonostante siano entrati in contatto con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Raccontano di essere stati informati della possibilità di chiedere asilo, ma di non aver avuto modo di farlo realmente. Raccontano di essere stati invece costretti a firmare un foglio di cui non hanno compreso il contenuto perché in una lingua a loro sconosciuta (quando invece in calce al decreto c’è sempre assurdamente scritto che ‘l’interessato si rifiuta di firmare’ e questo perché si tratta di moduli prodotti in serie e prestampati). Raccontano ancora di essere stati fotosegnalati e imbarcati con altri migranti sulla nave per Porto Empedocle e, a bordo, di essere stati poi separati in gruppi sulla base di criteri ad oggi incomprensibili. Queste persone sono state quindi abbandonate alla stazione di Agrigento, o in altre piccole stazioni dell’agrigentino, con il solo decreto di respingimento in tasca. Un decreto avverso il quale gli avvocati delle reti di sostegno siciliane hanno già presentato ricorso perché del tutto illegittimo e incostituzionale. Nel frattempo, centinaia di migranti in maggioranza eritrei sono illegalmente detenuti a Lampedusa per settimane, perché si rifiutano di farsi prendere le impronte digitali: non perché abbiano qualcosa da nascondere, ma perché vogliono raggiungere i loro cari che si trovano in altri paesi dell’Unione europea senza restare imbrigliati nelle maglie del Regolamento cosiddetto Dublino 3, o dell’ambigua promessa di ricollocamenti mai avviati realmente se non in pochissimi casi usati dal governo a fini propagandistici. L’Europa sta usando la retorica dell’accoglienza dei rifugiati per perseguire drammaticamente la sua guerra alle migrazioni dai Sud del mondo. Queste le prime conseguenze della messa in opera del sistema degli Hot Spot, che vede Lampedusa, ancora una volta, come luogo di sperimentazione dell’inasprimento delle politiche migratorie e di inedite violazioni dei diritti fondamentali. Le notizie sono quelle di formulari a risposte multiple (il cosiddetto ‘foglio notizie’) somministrati, laddove non compilati, da funzionari non meglio identificati, sia italiani che dell’Ue, sulla base dei quali si stabilisce definitivamente chi può chiedere asilo. 6 È innanzitutto il diritto di asilo a essere quindi cancellato da questo sistema: un diritto soggettivo perfetto che può essere richiesto ovunque e da chiunque indipendentemente dalla sua origine e provenienza nazionale. Un diritto completamente negato nel momento in cui si pensa di stabilire in pochi giorni e solo sulla base della nazionalità chi possa accedere alle procedure di riconoscimento della protezione, e chi invece debba essere “clandestinizzato”, insieme alle migliaia di richiedenti asilo diniegati, costantemente in aumento per chiare direttive governative, e sempre più spesso destinatari di provvedimenti di espulsione notificati contestualmente al rigetto della loro domanda di protezione arbitrariamente dichiarata “manifestamente infondata”. Ed è questo il punto: dopo un tempo di caotico riassestamento delle politiche europee delle migrazioni, a fronte dei rivolgimenti epocali degli ultimi anni, la strumentale divisione tra ‘veri’ e ‘falsi’ rifugiati è adesso usata per ‘clandestinizzare’ i profughi, tornando a rinfoltire quelle masse di invisibili da marginalizzare e sfruttare, per poi urlare all’emergenza sociale o sanitaria di fronte alle conseguenze di queste scelte illegittime e irresponsabili. L’unica emergenza, visto anche il calo degli arrivi attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, e la diminuzione constante, dal 2008 ad oggi, degli ingressi dai tradizionali paesi di emigrazione, è rappresentata, insieme alle morti alle frontiere d’Europa, dall’illegalità e dall’ingiustizia del sistema posto in essere. Fermo restando che le uniche politiche migratorie coerenti e razionali, oltre che giuste, sarebbero rappresentate dall’apertura di canali di ingresso legali che sottraggano le persone ai trafficanti e alla morte alle frontiere, permettendo loro di entrare in Europa in sicurezza, identificate e senza doversi nascondere. Chiediamo ora con urgenza: - Che ogni migrante in qualunque luogo d’Italia abbia immediato ed effettivo accesso alla richiesta di protezione internazionale; - Che vengano revocati tutti i decreti di respingimento differito fino ad oggi consegnati sulla base del sistema hot spot lanciato a Lampedusa; - Che il centro di Lampedusa venga immediatamente chiuso e si rinunci all’apertura di ulteriori hot spot che non hanno alcuna base giuridica se non decisioni della Commissione e del Consiglio europeo, e che sono strutturalmente progettati sull’annullamento del diritto d’asilo e sulla violazione dei diritti di tutti i migranti; - Che cessino immediatamente le prassi di rilascio dei decreti di espulsione notificati ai richiedenti asilo nel momento stesso in cui la loro domanda viene dichiarata ‘manifestamente infondata’; - Che nessuna violenza sia autorizzata nel prelievo delle impronte digitali, e il governo italiano rivendichi invece in Europa la cancellazione del Regolamento Dublino in tutte le sue versioni; - Che si receda immediatamente dagli accordi di riammissione coi paesi di origine e di transito, che il più delle volte vedono Italia e Unione europea negoziare con dittatori e carnefici, e che sono volti solamente a fornire copertura formale a pratiche di respingimento ed espulsione collettive. Primi firmatari: Borderline Sicilia Onlus, Centro salesiano Santa Chiara di Palermo, Circolo Arci Porco Rosso di Palermo, Ciss — Cooperazione Internazionale Sud Sud, Comitato Antirazzista Cobas (Palermo), Comitato NoMuos/NoSigonella, Forum Antirazzista di Palermo, La città Felice(Ct) — Le città vicine, L’Altro Diritto Sicilia, Laici Missionari Comboniani, Palermo Senza Frontiere, Rete Antirazzista Catanese Melting Pot Europa, Action Diritti in Movimento (Roma), Confederazione Cobas, Terre des Hommes, LasciateCIEntrare, Cidis Onlus, Collettivo Askavusa Lampedusa, Arci Sicilia, La Gatta di Pezza, MiscelArti, ADIF (Associazione Diritti e Frontiere), Emmaus Villafranca, 7 Naga Onlus, Associazione Città Migrante (Reggio Emilia), Arci Nazionale, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), Rete Antirazzista Fiorentina, Accoglienza Degna (Bologna), Sportello Migranti TPO (Bologna), Umanisti di Cremona, SEL– Sinistra Ecologia e Libertà, ParalleloPalestina (Milano), Le Mafalde — Associazione interculturale di Prato Prime adesioni individuali: Vincenzo Viviani, Martina Tazzioli (Université Aix-Marseille), Alessandra Sciurba (L’Altro Diritto Sicilia), Luca Casarini (Presidenza Sel), Leonardo Cavaliere (Minori Stranieri Non Accompagnati), Manfred Bergmann, CADI (Comitato Antirazzista Durban Italia), Caterina Donattini, Elisa Marini, Paola La Rosa, Alessio Di Florio (Associazione Antimafie Rita Atria), Orazio Irrea (Université Paris 1 — Panthéon La Sorbonne), Diletta Moscatelli, Doriana Goracci, Costanza Dolce, Enzo Arighi, Alberto Soave, Paola Sarzo, Calogero Lo Piccolo, Vincenzo Cadoni, Letizia Palumbo (Università di Palermo), Barbara Stagno, Filippo Miraglia (Vicepresidente Arci), Walter Massa (coordinatore immigrazione Arci) , Salvo Lipari (Presidente regionale ARCI Sicilia), Serena Romano (Università di Palermo), Carmelinda Cannilla (Avvocato Diritto Immigrazione), Nicola Fratojanni (Sinistra Italiana e Coordinatore Nazionale SEL) Stefano Galieni (Responsabile nazionale immigrazione Prc), Francesca Helm (Università di Padova), Vittoria Pagliuca, Luisa Gaetti, Mariangela Calderone, Emanuela Maria Bussolati, Francesco Andreini, Oana Parvan (Goldsmiths University of London), Roberto Traverso, Erasmo Palazzotto (Sinistra Italiana — SEL — Vicepresidente Commissione Esteri) Per adesioni: [email protected] Da la Stampa.it del 07/01/16 Sala di lotta a Quarto Oggiaro: “Vedete? Vado meglio nelle periferie che in centro” “Macché salotti, qui la gente ha bisogno di uno che decida” Giuseppe Sala, cameriere (benefico) per un giorno, serve ai tavoli al pranzo offerto a duecento senzatetto dai City Angles al lussuoso hotel «Principe di Savoia». Per cucinare il risotto è arrivato da Montecarlo Christian Garcia, lo chef di Alberto II Alberto Mattioli MILANO L’Epifania del candidato inizia alle otto e mezzo del mattino in corso Sempione, fra centauri brianzoli, easyrider del Varesotto, valentinirossi ticinesi, poliziotti in Guzzi e perfino alpini bergamaschi su un’Ape ribattezzata «asino meccanico» e attrezzata per la distribuzione di vino. È la Befana dei motociclisti, che detta così può sembrare uno scherzo e invece è una vecchia tradizione benefica milanese. Qui spunta Beppe Sala, l’eroe di Expo in missione nazionalpopolare per accreditarsi come prossimo sindaco «di sinistra» di Milano. E, inaspettatamente, funziona. Intanto perché lo riconoscono, se non tutti, molti, magari senza ricordarsi come si chiama, però «tel chi, c’è quello di Expo». E poi perché l’algido tecnocrate, tutto sommato, si sa muovere. E allora via con le frasi che tutti si aspettano («La passione per la moto? Ce l’ho!»), avanti con i selfie con le befane a due ruote, forza con la foto a cavallo della Lambretta d’epoca. Certo, siamo lontani dalla scioltezza battutara dei due Mattei, Renzi & Salvini, ma Sala non se la cava affatto male. 8 Però il problema d’immagine, come sempre, ne nasconde uno politico (e viceversa). Chi vince le primarie del Pd, il 7 febbraio, diventa quasi sicuramente sindaco, perché il centrodestra è nel marasma, i grillini hanno una candidata deboluccia (e poi Milano non è Roma) e Passera non passerà. Ora, alle primarie i candidati sono tre: gli assessori uscenti di Pisapia, Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani, entrambi di sinistra certificata e garantita, da bollino rosso, e appunto Sala, che ripete un giorno sì e l’altro pure che lui di sinistra è sempre stato, però faceva il city manager di Letizia Moratti e fu messo a Expo da Bruno Ermolli, due più berlusconiani di Berlusconi. Quindi Sala è strafavorito ma non sicuro di farcela, come riassume lui con una franchezza, questa sì, ben poco politica: «Per vincere bisogna che alle primarie vada a votare più gente possibile, non solo gli iscritti al Pd. E che Pisapia continui a fare il garante, senza schierarsi». Anche perché tutti sanno che la sua candidata è Balzani, amatissima dalla sinistra chic con tanto di pubblico appello, come negli Anni Settanta sì belli e perduti, pieno di firme dei frequentatori dei salotti più democratici, antifascisti ed eleganti. Fra i motociclisti spunta appunto lei, Balzani, perfettamente a suo agio. E una donna che gira senza calze la mattina del 6 gennaio è sicuramente tosta. Quindi per Sala urge cambiare l’immagine da manager competente ma freddo. «Io però ho già imparato, a Expo, a gestire i bagni di folla. Certo, stavolta ho due handicap: i tempi brevi nei quali è maturata la mia candidatura, e una certa sua trasversalità», modo elegante di dire che la sinistra-sinistra non lo ama mentre il centro e magari pure il centrodestra alle elezioni «vere» potrebbero votarlo. Intanto, sim Sala bim: i maghi della comunicazione gli hanno apprestato un programma che più popolare di così non si può. Dunque, subito al teatro Carcano per un’altra Befana, stavolta quella dei vigili, «eroi di Expo» per i quali «nutro affetto da tempi non sospetti», e «i loro magnifici bambini», e giù applausi. Prima del prossimo appuntamento, c’è tempo per passare da casa (genere milanese sobrio-elegante, arte contemporanea, ritratto di Galimberti, colori chiari, tanti Adelphi) a ripassare qualche dossier e magari a spiegare le priorità amministrative. Ne scelga tre, Sala: «Primo: la metro. Confermare la linea 4 e allungare il servizio fino a Monza. Così non servirebbe estendere l’area C. Secondo: lavorare con la Regione sulle case popolari. A Milano ce ne sono 70 mila, ma 10 mila sono sfitte o occupate abusivamente. Terzo: investire insieme a privati in cultura. Manca un marketing cittadino». Poi è tempo di ripartire, direzione il «Principe di Savoia» dove i City Angels offrono un pranzo a duecento senzatetto serviti a favor di telecamere da un po’ di soliti noti cittadini (però, strada facendo e parcheggio cercando, si scopre che il sciur Sala in effetti Milano la conosce benissimo, una specie di tomtom umano: «Vuol dire - se la ride - che se mi andrà male farò il tassista»). La nemesi lo aspetta in sala da pranzo, perché il primo clochard al quale il superinterista Sala porta il risottino indossa una maglietta del Milan. Però poi si può scattare l’attesa foto con tutti i candidati a sindaco in versione camerieri solidali, i tre piddini, la grillina Patrizia Bedori, Corrado Passera e già che ci siamo anche Alessandro Sallusti, che forse correrà per la destra. Profezia di Sala: «Aspettano di vedere come andranno le nostre primarie. Se le vincerò io, metteranno un candidato di bandiera, appunto Salliusti. Se le vincerà un altro, un candidato politico e anche forte». Però adesso bisogna fiondarsi in Sant’Eustorgio, a far atto di presenza a un pranzo a porte chiuse con prelati di peso e altri cattolici influenti. Sistemato il sacro, rotta profana e molto periferica su Quarto Oggiaro, destinazione il circolo Arci «Itaca» per un altro pranzo con tombolata, e qui rispetto alle posate d’argento del «Principe di Savoia» siamo davvero su un altro pianeta. Confessi, Sala, che in un Arci non era mai entrato... «Qualche volta invece sì. Però lo sa che un sondaggio di Pagnoncelli dice che vado meglio nelle periferie che in centro? Perché qui c’è bisogno di qualcuno che decida, che faccia e che risolva un po’ di problemi. Se sia più o meno di sinistra e quanto, interessa di più ai salotti». Infatti 9 l’accoglienza è cordiale, a parte qualche rosso antico educato ma per nulla convinto. Sala replica subito all’Aldini, plurimedagliata società di calcio dilettantistico dove gli aprono perfino la stanza dei trofei. E pacche sulle spalle, strette di mano, selfie, sorrisi, complimenti, baci, abbracci. La dura vita del candidato di sinistra (e anche di quelli di destra, per la verità...). Da la Stampa.it del 06/01/16 Un pranzo vegetariano per i senza tetto Le associazioni «Hare Krishna » e «City Angels» di Torino oggi hanno cucinato e distribuito un pranzo vegetariano per 150 senzatetto della città. Gli homeless sono arrivati in corso Tortona 52, nella sede del circolo Arci “Samo”, per festeggiare insieme l’Epifania in un clima di festa e condivisione. L’evento si replicherà il mese prossimo, e probabilmente proseguirà per tutto l’anno. Cristina Insalaco Video Daniele Solavaggione (Reporters) https://www.lastampa.it/2016/01/06/multimedia/cronaca/un-pranzo-vegetariano-per-isenza-tetto-rzuWIkot9xkisADuxrK98O/pagina.html Da Repubblica.it del 07/01/16 (Roma) A Cantalupo i bambini immigrati non sono soli di MARGHERITA D'AMICO Serve un intero villaggio per educare un bambino, recita un detto africano, e Cantalupo in Sabina, provincia di Rieti, intende dimostrare che un paese delle nostre parti può fare anche di più. È infatti al via la fase preliminare di un piccolo, grande progetto che punta all'affido in famiglia di minori stranieri non accompagnati, vale a dire quei bambini immigrati, perlopiù da Africa e Medioriente, che strada facendo abbiano perduto genitori e parenti. "Desideriamo restituire una dimensione umana a chi raggiunge in modo tanto drammatico l'Italia. Già in passato Cantalupo ha accolto famiglie del Kosovo, oggi perfettamente integrate; spero quindi che almeno sette case aprano la porta a questi giovanissimi viaggiatori" dice il sindaco Paolo Rinalduzzi, la cui "mministrazione, assieme alla Parrocchia di San Biagio, all'Arci di Rieti (che già gestisce sul territorio progetti di accoglienza) e a diverse associazioni civiche, ha organizzato per sabato un convegno sul fenomeno dell'immigrazio ne e sulla "conseguente necessità di integrazione nella struttura sociale del paese". L'idea di un percorso di assistenza integrata attraverso lo Sprar- Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (costituito dalla rete degli enti locali che a fronte di tali obiettivi accedono al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo) nasce un anno fa dai gruppi di volontariato locale, che incontrano l'immediata adesione delle istituzioni. "A breve inaugureremo un corso di formazione per famiglie e singoli candidati all'affido legale, in vista della valutazione di idoneità cui saranno sottoposti" spiega Arianna Ceccarelli, portavoce delle associazioni. 10 "Quando il progetto sarà operativo, i fondi saranno impiegati per assistenza, formazione, contributo al mantenimento". Ricorda don Kyano, parroco di Cantalupo, di natali congolesi: "La diversità è una ricchezza. Questi bambini saranno accolti dall'affetto di una comunità e nel rispetto della propria fede. Già capita che genitori musulmani portino i figli all'oratorio, senza alcun obbligo di seguire poi la messa". http://roma.repubblica.it/cronaca/2016/01/06/news/a_cantalupo_i_bambini_immigrati_non_ sono_soli-130719300/ Da la Nazione del 07/01/16 (Pontedera) "Benvenuto al vescovo Andrea". Anche l’Arci sponsor del concerto Nel cartellone oltre al circolo c’è anche la Casa del Popolo di CARLO BARONI I GIORNI splendidamente raccontati da Guareschi e tradotti in bianco e nero nei film di Peppone e don Camillo sono certamente una pagina lontana da molto tempo. La distensione è sbocciata da alcuni decenni e San Miniato non è Brescello almeno dagli anni ’70. Ma qualche passo deve ancora compiersi e alcuni, sotto Papa Francesco, stanno arrivando a gran velocità. Tutto sta cambiando. Così scopriamo che stavolta anche la Casa del Popolo e il circolo Arci sono, insieme ad altri, sponsor ufficiali dell’ufficiale concerto di benvenuto organizzato per il nuovo vescovo della Diocesi di San Miniato monsignor Andrea Migliavacca: 48 anni appena, il più giovane d’Italia, che ha fatto il suo ingresso con l’utilitaria rinunciando ad un bolide nero fiammante, vetri fume e velluti per tappezzeria. Tutto questo, come il suo sorriso, è stato notato (e apprezzato) dal nuovo popolo. Da chi era in piazza ad acclamarlo e chi, giorni dopo, l’ha salutato nella stessa piazza in mezzo alla gente per il concerto di San Silvestro. O chi, giorni prima, l’aveva incontrato al bar o al pub. LA PRESENZA di quella che un tempo era la casa del socialcumunismo e delle bandiere rosse – e che oggi è ancora un luogo di politica, ma anche un centro di socializzazione importante e prezioso – si carica davvero di significati e getta una luce tutta nuova sulla chiesa nelle comunità e sul territorio. Ma vaniamo al concerto. Ufficiale come appuntamento. Ma, come si legge nel pogramma, un momento informale di incontro in un pomeriggio di festa: «per potersi stringere insieme attorno al vescovo Andrea da pochi giorni tra noi, per conoscerlo e farlo sentire fin da subito a casa sua». L’appuntamento è per domenica in cattedrale a San Miniato a partire delle 16,30. Un pomeriggio a cui tutti sono invitati, associazioni, volontariato sociale, famiglie, bambini, anziani e che vedrà protagonisti cori parrocchiali che eseguiranno un programma durante il quale saranno presentati brani contemporanei e della tradizione facenti parte del repertorio comune dei gruppi corali. Musica e sguardi per conoscersi. Tutti. Ben venga anche l’Arci che sponsorizza un avvento in chiesa. Da Radio Bombo.com del 07/01/16 11 "Parliamone, incontro con l'autore", rassegna letteraria a cura di (H)astarci Trani e Luna di Sabbia. Domenica prossima, "La zattera" Il Circolo Arci di Trani "(H)astarci", in collaborazione con la libreria Luna di Sabbia, presenta tre incontri letterari nei quali si discuterà di lavoro, call center, periferia e politica. La rassegna si intitola: "Parliamone, incontro con l'autore". Primo appuntamento domenica 10 gennaio, alle 19.00, presso la libreria Luna di sabbia. Si parlerà di lavoro precario e di call center con l'autore di "La Zattera" Fulvio Colucci, la segretaria Slc Cgil Bari Stefania Santoro e il presidente del Circolo Arci di Trani Luca Morollo. Modererà l'incontro Arianna Gravina. Fulvio Colucci è giornalista della "Gazzetta", premio "Ilaria Alpi" nel 1995 e già autore di una pregevole inchiesta sugli "Invisibili" dell’Ilva. Prossimi appuntamenti: Domenica 24 gennaio alle 19 “La città verticale” di Osvaldo Piliego. Domenica 7 febbraio alle 19 “Prospettiva Gramsci” a cura di Alfredo Ferrara. http://www.radiobombo.com/notizie/68296/-parliamone-incontro-con-l-autore-rassegnaletteraria-a-cura-di-h-astarci-trani-e-luna-di-sabbia-domenica-prossima-la-zat Da Gazzetta di Reggio del 06/01/16 Boretto ricorda il partigiano Nero Felice Montanari commemorato a 71 anni dalla morte, avvenuta all’età di 16 anni BORETTO. Settantantuno anni. Tanto è passato dal sacrificio del giovane Felice Montanari, conosciuto da tutti come il "Nero", che il 5 gennaio 1945 diede prova di grande fierezza e coraggio, sacrificando la vita alla fede partigiana a soli 16 anni. Come ogni anno, Boretto lo ha ricordato con la consueta cerimonia, che si è sviluppata in più momenti, in diverse zone del paese. In mattinata una delegazione è partita alla volta di Canneto sull'Oglio (Mantova), Comune di cui Montanari era originario, per la deposizione di un mazzo di fiori sulla tomba, mentre nel pomeriggio, dopo il "Silenzio" suonato al Casello 23 – dove avvenne il sacrificio – si è svolta la fiaccolata partita dal monumento ai caduti e conclusa al circolo Arci borettese, dove è stata ricordata la sua figura. Qui, campeggiava la scritta "Nessuna conquista è per sempre", accompagnata da diversi ritratti e fotografie di commemorazioni degli anni passati. Dopo i saluti di Adriana Zoboletti in rappresentanza dell'Anpi, si sono tenuti i discorsi dei vicesindaci di Boretto e Canneto sull'Oglio, Matteo Benassi e Angelo Appiani. Benassi ha incentrato il suo intervento sottolineando l'importanza attuale del sacrificio del "Nero", mentre Appiani, consanguineo di Montanari, ha ricordato alcuni aneddoti familiari riguardanti la zia di Felice, Zita (che si occupò di lui come un figlio) e la sorella Maria, scomparsa quasi da un anno. A seguire, la giovane consigliera comunale Beatrice Bolsi è intervenuta con alcune letture, intervallate da canti partigiani. Ad assistere, decine di persone provenienti sia da Boretto che dalla provincia mantovana, oltre ai rappresentanti delle forze dell'ordine e dell'associazionismo locale. In quel lontano 5 gennaio 1945, al Casello 23, vicino alla Fiuma, il giovane Felice Montanari, per evitare di cadere nelle mani del nemico, resistette per alcune ore, con un maresciallo tedesco suo 12 prigioniero, a un assedio armato delle Ss e dei fascisti, i quali si facevano scudo di cittadini borettesi rastrellati sul posto. Vistosi perduto, per salvare gli ostaggi ed evitare di cadere vivo nelle mani del nemico, si uccise, senza assassinare il suo prigioniero per evitare rappresaglie. http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2016/01/06/news/boretto-ricorda-ilpartigiano-nero-1.12735198 INTERESSE ASSOCIAZIONE Da Huffington Post del 05/01/16 Riforma Rai, Maurizio Landini lancia l'appello a Sergio Mattarella: "La tv pubblica rischia di essere controllata dal governo" Un appello a Mattarella contro "il progetto di portare la Rai sotto il controllo esclusivo del governo". A lanciarlo è il segretario generale della Fiom-Cgil Maurizio Landini che, in una nota, ha annunciato di aver sottoscritto una lettera inviata al presidente della Repubblica da associazioni, giornalisti, intellettuali e giuristi. Le preoccupazioni di Landini riguardano principalmente la trasformazione della figura del direttore generale in amministratore delegato, prevista dal testo di Riforma della Rai approvato in Parlamento lo scorso 22 dicembre. Questo decisione - scrive il segretario della Fiom in una nota - rischia di dare ad Antonio Campo Dall’Orto, amministratore delegato di viale Mazzini, "poteri assoluti, estromettendo il Parlamento, l'unico potere espressione dei cittadini". Per questo Landini invita Mattarella a intervenire contro il provvedimento. http://www.huffingtonpost.it/2016/01/05/riforma-rai-landini-mattarella_n_8917190.html 13 ESTERI Del 7/01/2016, pag. 2 Pyongyang sfida il mondo “Test con la bomba H” La condanna dell’Onu Gli Usa: “Non è idrogeno” L’esplosione provoca un sisma in Corea del Nord America e Russia protestano. Dubbi sull’ordigno GIAMPAOLO VISETTI Per festeggiare il trentatreesimo compleanno, con due giorni d’anticipo, a Kim Jong-un i fuochi d’artificio non sono bastati. Il dittatore di Pyongyang ha scelto di aprire il 2016 «con il suono emozionante della nostra prima bomba all’idrogeno». Uno spettacolo- shock. Alle 10 di ieri, le due e mezzo di notte in Italia, un maxi-schermo montato sulla piazza della stazione ferroviaria della capitale nordcoreana ha trasmesso le immagini di un gigantesco fungo atomico: una nuvola grigia sprigionata da un cono più chiaro, alimentato da una colonna di fumo nero. Una folla in delirio, forse costretta a recitare, ha applaudito le riprese diffuse dalla propaganda, effettuate anche in volo, al di sopra dell’esplosione. Poco prima i sismografi di Corea del Sud, Giappone e Usa, avevano registrato un sisma di 5,1 gradi Richter. L’epicentro è stato localizzato nell’Est del Paese, circa 400 chilometri da Pyongyang, vicino a Punggye-ri, uno dei poligoni militari usati per gli esperimenti nucleari. Un’annunciatrice della tivù di Stato, in costume rosa, ha letto con tono solenne un comunicato che ha confermato «l’esplosione con successo del nostro primo ordigno termonucleare all’idrogeno, che ci unisce alle potenze atomiche avanzate». Le autorità comuniste hanno mostrato alle telecamere due documenti, per certificare che l’ordine è partito da Kim Jong-un in persona: il primo è datato 15 dicembre, il secondo 3 gennaio. Quello che Pyongyang assicura essere stato il suo quarto test atomico in dieci anni, ha fatto tremare non solo la terra nella penisola coreana, ma le persone di tutto il mondo. Lo scorso anno il «regime eremita» aveva rivelato di possedere ordigni all’idrogeno. Ieri non solo avrebbe fatto esplodere la sua prima bomba H, di una potenza distruttiva da cento a mille volte superiore all’atomica convenzionale: i ricercatori nordcoreani sarebbero pure riusciti a miniaturizzare la testata, rendendola adatta ai lanci con razzi a lungo raggio, montati anche sui sommergibili. Se questo scenario venisse provato, il salto di qualità della corsa atomica di Pyongyang, accreditata di un arsenale fino a cento ordigni, sarebbe decisivo: il rischio di un attacco nucleare all’idrogeno non investirebbe più solo le nazioni dell’Estremo Oriente, ma l’intero pianeta. La prospettiva di un’apocalisse ha fatto suonare un allarme globale con pochi precedenti. Unanime, dagli Usa alla Cina, dal Giappone alla Russia, dalla Ue alla Nato, la condanna della nuova violazione del trattato internazionale sul bando degli esperimenti nucleari. L’ennesima provocazione ha costretto l’Onu a convocare d’urgenza il Consiglio di sicurezza, riunito a porte chiuse. I 15 membri, all’unanimità, hanno «condannato fermamente» il test e la «chiara violazione delle precedenti risoluzioni », annunciando di «mettersi immediatamente al lavoro per misure restrittive supplementari ». Il segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon, ha intimato a Pyongyang di «fermare subito ogni attività nucleare ». Seul e Tokyo sollevano però dubbi sulla «messinscena di Kim Jong-un». E anche la Casa Bianca esprime 14 perplessità che si sia trattato di una bomba all’idrogeno, menre il Pentagono parla di «provocazione inaccettabile» ed annuncia «conseguenze». Fino ad ora gli strumenti non hanno rilevato radiazioni attribuibili all’esplosione di una testata all’idrogeno. La potenza stimata dell’ordigno sarebbe di 6 megatoni, pari a seimila tonnellate di tritolo, rispetto ai 20-50 megatoni dei precedenti test di Usa e Russia. Riserve sono state sollevate anche sull’autenticità delle riprese del fungo atomico, che potrebbero essere frutto di un video-montaggio. La Corea del Sud ha accreditato come «più verosimile» l’ipotesi di un «test atomico convenzionale effettuato nel sottosuolo». Per gli esperti ci vorranno giorni per verificare se Pyongyang abbia davvero testato una bomba H, che avrebbe dovuto scatenare un sisma di magnitudo superiore. La tivù nordcoreana ha assicurato invece che «la riuscita della nostra storica bomba è stata perfetta» e che «il programma atomico sarà rafforzato per difenderci dalle aggressioni Usa». Il regime ha poi tentato di attenuare i toni avvertendo che «resteremo una potenza nucleare responsabile » e che «non useremo le armi a meno che la nostra sovranità non venga minacciata ». In attesa degli accertamenti balistici il fatto certo è che, dopo i test di 2006, 2009 e 2012 Pyongyang ha deciso di effettuare platealmente il quarto esperimento nucleare, alzando al massimo la tensione internazionale. Gli apparati di difesa lavorano ora sugli aspetti tecnici del test, mentre i governi di tutto il mondo stanno sondando gli obbiettivi di Kim Jong-un. L’interrogativo cruciale riguarda le cause che hanno indotto il giovane dittatore, succeduto al padre a fine 2011, a rilanciare adesso la sfida alla comunità internazionale, tornando a violare gli impegni alla non proliferazione. Se le ragioni si riveleranno interne, a rischio si delinea la stabilità del regime ereditario instaurato nel 1948, con la prospettiva di un possibile colpo di Stato militare. Ad accrescere i timori di un «collasso», il rinvio all’autunno del congresso del partito, il primo convocato dopo 35 anni. Se la molla fosse esterna, ad essere chiamate in causa, oltre agli Usa, sarebbero prima di tutto Cina e Russia, storiche alleate di Pyongyang. Pechino e Mosca si sono unite alla condanna globale, pur chiedendo «calma e sangue freddo» al blocco formato da Usa, Ue, Giappone e Corea del Sud. E’ però la conferma, almeno ufficiale, che le super-potenze tutrici sopportano sempre meno l’imprevedibilità e l’irresponsabilità di Kim Jong-un, deciso a sfuggire ad ogni controllo. A minare la stabilità armata della Corea del Nord è proprio la «questione atomica», ormai indifendibile sia da Xi Jinping che da Putin. Il timore di entrambi è che Kim esasperi la situazione per superarli, fino a trattare direttamente con la Casa Bianca, ponendo sul piatto la fine di tutte le sanzioni e il sì ad un nuovo piano di aiuti economici per salvare se stesso. Incognita spaventosa: la sorte dell’umanità se la corsa atomica di Pyongyang sfuggisse infine di mano ad un trentenne ricattato dai suoi generali, condannato dalla nascita a morire come l’ultimo dittatore partorito dalla Guerra Fredda. Del 7/01/2016, pag. 6 Il prezzo del barile torna sotto i 35 dollari, le tensioni tra Iran e Arabia Saudita non preoccupano Si producono 2 milioni di barili al giorno più del necessario I venti di guerra non bastano pesa l’eccesso di greggio MAURIZIO RICCI 15 Neanche una bomba atomica rianima il petrolio, ieri inesorabilmente sceso sotto quota 35 dollari al barile, su tutt’e due le sponde dell’Atlantico (ieri Brent a 34,31 dollari e Wti a 33,97). Del resto, a fermare il crollo a candela del greggio non era riuscito neppure lo scontro a muso duro fra i due maggiori produttori del Medio Oriente, Arabia saudita e Iran, che pure si guardano ad un tiro di cannone dai due lati dello stretto di Hormuz, dove passa il 40 per cento del petrolio venduto sui mercati internazionali. Nei cinque giorni da quando Riad, venerdì scorso, ha giustiziato un religioso sciita, innescando lo scontro, il barile ha perso l’8 per cento. Fino a poco più di un anno fa, la notizia che gli estremisti islamici attaccavano le installazioni petrolifere in Libia avrebbe fatto schizzare le quotazioni a livelli record. Ieri, l’attacco e l’incendio di cinque serbatoi nei porti libici sono stati accolti con uno sbadiglio. Un’era, quella dell’oro nero, sembra sulla via di concludersi. L’esperienza degli ultimi cinquant’anni dice che, quando il prezzo del petrolio scende troppo, gli investimenti si fermano, se ne estrae di meno e la domanda insoddisfatta fa risalire il prezzo. Sono convinti che funzioni ancora così alla Commerzbank, i cui analisti pronosticano il petrolio almeno a 60 dollari a fine anno. Ma, forse, sono rimasti indietro. I loro colleghi della Goldman Sachs, la banca con il portafoglio più importante al mondo sul greggio, lo vedono, invece, a 20 dollari. E, comunque, non la bevono i mercati. Sia in America che in Europa, gli operatori trattano il petrolio con consegna a dicembre 2016 poco sopra i 40 dollari. Neanche per il 2023 le quotazioni dei futures risalgono a 60 dollari. Semplicemente, di greggio ce n’è troppo. Stracolmi i depositi a terra, ci sono cento milioni di barili - un giorno di consumi globali - a galleggiare nelle stive delle petroliere all’ancora, noleggiate per conservare il petrolio che nessuno vuole. I conti, sia pure ad occhio, sono facili da fare. Le nuove tecniche di trivellazione - il fracking - hanno fatto comparire dal nulla, in America, quattro milioni di barili di greggio al giorno. Due milioni in più di quanto ne chieda, oggi, il mercato. Nè i frackers, nè i sauditi, nè i russi sono disposti a tagliare quei due milioni di barili per riequilibrare domanda e offerta. Inondato di greggio, il mercato continua a far crollare il prezzo. L’interpretazione più diffusa della mancata reazione del barile allo scontro Riad-Teheran segue un copione tradizionale. Se sauditi e iraniani litigano, si dice, è più difficile che si mettano d’accordo per un taglio comune della produzione, che faccia risalire i prezzi. In realtà, l’idea di un accordo del genere non trova appigli da nessuna parte. Gli iraniani, che stanno per riaffacciarsi sul mercato, grazie alla fine delle sanzioni, vogliono che siano gli altri a tagliare la produzione, per fare spazio alla loro, senza incidere sui prezzi. Nessuno, dai sauditi in giù, pensa di fare una cosa del genere, che colpirebbe i suoi introiti. E, infatti, in questo momento, nell’Opec, ognuno pompa più che può. Più che l’accordo mancato, pesa invece sul prezzo del petrolio proprio il ritorno sul mercato degli iraniani. La strategia saudita di far scendere le quotazioni per far sballare i conti dei nuovi petrolieri americani sta avendo successo: nelle praterie del Texas e del Nebraska i fallimenti si moltiplicano. Gli esperti calcolano che, nel 2016, i frackers produrranno 500 mila - 1 milione di barili di greggio (al giorno) in meno. Il problema è che questo buco sarà colmato dalla nuova produzione iraniana, mantenendo inalterato lo squilibrio fra domanda e offerta. Guardando più lontano, tuttavia, si vede che lo squilibrio è frutto anche dei cambiamenti permanenti della domanda. Il mondo non ha più sete di petrolio. Ogni dollaro di prodotto interno lordo, negli Usa, contiene il 25 per cento di greggio in meno, rispetto a venti anni fa. In Cina il 33 per cento. In Occidente, la domanda di petrolio sta scendendo rapidamente. L’Europa consumava 671 milioni di tonnellate nel 2004, 549 milioni, il 20 per cento in meno, dieci anni dopo. L’Italia bruciava nei motori delle auto 14,7 milioni di tonnellate di benzina nel 2002. Nel 2015, 7,1 milioni, meno della metà. Il gasolio ha retto meglio, ma, fra il 2010 e il 2015, il consumo è sceso del 10 per cento. 16 Negli Usa stanno tornando di moda i Suv, ma difficilmente questo basterà a invertire la tendenza, che vede sempre meno giovani con la patente in tasca. Secondo gli esperti, questa discesa dei consumi in Occidente doveva essere più o meno compensata da un aumento di pari entità nei paesi emergenti, soprattutto Cina e India. Il rallentamento dell’economia cinese spinge in direzione opposta. Il mercato ha preso nota. del 07/01/16, pag. 4 Corsa femminile per la successione all’Onu Lagarde in lizza come erede di Ban Ki-moon. Spunta l’ipotesi Mogherini Notizia in arrivo dal Baltico, ma che riguarda 193 Paesi del mondo, tutti quelli membri dell’Onu: Dalia Grybauskaité, la prima donna mai eletta alla presidenza della Lituania, ha annunciato ieri che non si candiderà alla carica di segretario generale dell’Organizzazione, come erede di Ban Ki-moon. Spiegazione ufficiosa: rinuncia, perché se si facesse avanti, Vladimir Putin metterebbe il veto sul suo nome. Ma al di là del Baltico, c’è appunto il risvolto di portata mondiale. Perché la signora Dalia era forse la più accreditata fra le 3040 donne in corsa verso quella poltrona, dal 1946 occupata solo da uomini. La sua rinuncia a scendere in campo apre ora la strada ad altre figure già di prima fila, a cominciare da Federica Mogherini, Alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, o Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, cui guarda la finanza mondiale. Mogherini, fino alla scorsa estate relativamente defilata, avrebbe rafforzato le sue carte negli ultimi mesi, anche perché — così dicono i suoi sostenitori a Bruxelles — la sua figura sarebbe in fondo l’unica a poter rappresentare con pieno diritto l’Europa unita nel palazzo di New York. Anche se un ostacolo «laterale» potrebbe intralciare il suo percorso: un altro italiano, Filippo Grandi, è stato appena nominato Alto commissario dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati. E nel gioco eterno delle caselle, il manuale Cencelli può forse avere qualche peso anche a New York: due nomi italiani ai vertici della stessa Organizzazione potrebbero essere considerati troppi da altri Paesi ingombranti. Per esempio dalla Germania, che pure ha fra le teoriche papabili la sua Angela Merkel (presenza però «fuori concorso», quasi simbolica). Scaduto il mandato di Ban il prossimo 31 dicembre, il suo erede o la sua erede verranno scelti come sempre con una procedura segreta, dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu: Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia. Non proprio il massimo della trasparenza, e soprattutto il contrario di quando chiede la «Campagna per eleggere una donna segretaria generale dell’Onu», lanciata dalla Colombia e dai 19 altri governi che hanno già una signora come ambasciatrice alle Nazioni Unite. «L’Onu ha ormai 70 anni, il tempo di una vita intera. Facciamo sì che in futuro i suoi vertici includano donne di merito e nervi saldi…». Nella lista provvisoria che circola per le capitali, l’altra metà del cielo ha molte altre rappresentanti di rilievo: da Tarja Halonen, prima donna presidente della Finlandia, a Enra Solberg attuale premier della Norvegia, a Helle Thorning-Schmidt, prima donna a essere divenuta capo di un governo danese; a Graca Machel, unica donna nella storia ad essere stata capo di Stato in due diverse repubbliche, il Mozambico e il Sud Africa. L’Est-Europa, che già appoggiava Dalia Grybauskaité, ora potrebbe far convergere il suo sostegno morale su Kolinda Grarbar-Kitarovic, neo-presidente della Croazia. Ma c’è anche Michelle Bachelet, presidente del Cile. E Maria Angela Holguin Cuéllar, ministro degli Esteri colombiano. Da Londra, rimbalza il nome di lady Catherine Ashton, che ha preceduto 17 Mogherini alla guida degli Esteri Ue: ma la sua, giudizio comune, è stata una prova sbiadita, e in pochi desiderano una replica a New York. Luigi Offeddu del 07/01/16, pag. 10 “Via la cittadinanza ai terroristi” La mossa di Hollande divide la Francia Il provvedimento contro i condannati potrebbe creare apolidi e in Parlamento non ha i numeri Nel vortice successivo agli attentati del 13 novembre, François Hollande aveva proclamato lo stato d’emergenza e promesso una serie di misure repressive, tra cui la «decadenza della nazionalità»: togliere il passaporto francese ai «condannati in via definitiva per crimini terroristici, nel caso abbiano la doppia nazionalità». Una misura ad hoc per le nuove generazioni di immigrati che si gettano nella jihad. Ma il presidente non immaginava il putiferio che avrebbe scatenato. E che ormai attanaglia la sinistra e anche la destra, in un dibattito senza fine. A partire dal 4 febbraio deputati e senatori francesi si riuniranno in seduta congiunta proprio per votare in maniera definitiva quelle misure e integrarle in alcuni casi, come la revoca della nazionalità, nella Costituzione. Sarà necessario che i due terzi dell’assemblea diano il via libera. Ma quel consenso per ora non esiste. Hollande e il premier Manuel Valls rischiano di trovarsi dietro compatta solo l’estrema destra di Marine Le Pen ad appoggiarli. Malgrado questo, sulle pagine del Nouvel Observateur il primo ministro persiste: «La decadenza della nazionalità – spiega Valls – non arreca danno al diritto del suolo», che in Francia riconosce la nazionalità a chi nasce nel Paese, «ma punta solo a colpire terroristi condannat, francesi che hanno fatto la scelta di colpire altri francesi». Peccato, però, che nelle file del Ps, il suo partito, quello socialista, la maggioranza dei parlamentari resti contraria alla misura, da Martine Aubr a Julien Dray, che pure è amico intimo di Hollande. Si comincia a pensare che il governo sia andato troppo lontano, fino a perseguire dipendenti di società con simpatie (presunte) per l’integralismo islamico, come avvenuto nei giorni scorsi in quella che gestisce la porzione francese del Monte Bianco. Sulla revoca della nazionalità si lanciano anche critiche di razzismo, perché «riservata» solo a chi abbia il doppio passaporto. Tanto che nei giorni scorsi i vertici del Ps avevano proposto di allargare la misura a tutti i francesi, provocando allora nuove polemiche sulla possibilità di generare degli apolidi. Ieri sera perfino Valls, in un’intervista al canale «Bfmtv», si è detto contrario all’idea per la stessa ragione. Nelle file dei Repubblicani, la formazione di destra, il progetto iniziale di Hollande aveva generato plausi e consensi. Ma ieri Nicolas Sarkozy ha proposto la decadenza «per tutti i reati legati al terrorismo»: ad esempio, la partecipazione a una rete di reclutamento di giovani per combattere la jihad in Siria. L’idea non convince tutti i suoi colleghi di partito. Intanto, mentre i politici dibattono, i francesi dicono sì a Hollande. Nell’ultimo sondaggio realizzato sul tema (a fine dicembre, dalla società Opinionway) l’85% degli intervistati appoggiava il presidente sulla strada della decadenza della nazionalità. E della durezz a. [leo. mar.] 18 Da Avvenire del 07/01/16, pag. 15 Charlie Hebdo, un anno dopo L’eccidio è già diventato uno spartiacque nella storia del Paese Hollande: «La laicità non venga utilizzata contro la religione» DANIELE ZAPPALÀ PARIGI Su uno sfondo di polemiche per gli ultimi sviluppi del giro di vite anti-jihad voluto dall’esecutivo socialista dopo le stragi di gennaio e novembre 2015, la Francia commemora in questi giorni le vittime, sperando soprattutto di federare tutte le energie sociali necessarie per contrastare il fronte del terrore, le cui minacce continuano ad essere presentate come incombenti dai servizi di sicurezza. Oggi ricorre l’anniversario del massacro presso la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo: un eccidio interpretato ormai da molti come uno spartiacque della storia transalpina, in un Paese costretto come mai prima a fare i conti con lo spettro di un “nemico interno” pronto a colpire senza un preciso preavviso. In questo clima, le parole indirizzate martedì sera dal presidente socialista François Hollande ai rappresentanti del mondo religioso sono parse più consensuali e proiettate al futuro che in altre occasioni. Rendendo omaggio al ruolo centrale dei vari culti nei mesi delle stragi, il capo dell’Eliseo ha sottolineato che ciò ha rappresentato «una fonte di conforto per tutti i francesi. Che siano credenti o no, vi hanno visto il segno dell’unità nazionale che deve saldarci nell’ora delle prove». In quest’occasione, in ore segnate pure dall’amarezza di molti credenti per l’ultima copertina pesantemente antireligiosa proprio di Charlie Hebdo, Hollande, senza citare il giornale, ha impiegato parole all’insegna di una concezione aperta della laicità: «Non accetto neppure che la bella nozione di laicità sia strumentalizzata da alcuni, in modo da combattere l’espressione pubblica di un culto o per stigmatizzare un determinato gruppo di credenti. La laicità è un principio giuridico di neutralità che s’impone allo Stato e ai suoi rappresentanti. Questo principio garantisce a ciascuno il diritto di credere o di non credere, così come il diritto di esercitare il proprio culto in condizioni degne e pacifiche. Come ha detto Emile Poulat, “la laicità significa una società che fa posto a tutti”». Intanto, nel Paese, fra le conseguenze indirette degli attentati, si segnalano pure gli interventi meno timidi che in passato di certi intellettuali musulmani che chiedono apertamente «una riforma» nella formulazione di diversi principi dell’islam, in modo da contrastare le strumentalizzazioni in chiave jihadista. Ieri, in quella Place della République divenuta il simbolo della partecipazione dei parigini alle sofferenze del 2015, è stata piantata una quercia chiamata a divenire l’“albero del ricordo” delle stragi. Una cerimonia specifica è prevista domenica prossima, in presenza di Hollande. Intanto, diverse personalità politiche ricordano quel tragico 7 gennaio di un anno fa che ha dato inizio alla tragica sequenza che si è chiusa con l’ecatombe jihadista del 13 novembre. Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, apprese la notizia dell’eccidio mentre formulava gli auguri alla città: «Ricorderò sempre questa concomitanza tragica che mi ha fatto auspicare il meglio per Parigi negli istanti in cui accadevano le cose peggiori». La rappresentante socialista appartiene alla fronda che a sinistra si oppone oggi a certe nuove ipotesi del giro di vite anti-jihad, come un’ampia estensione della revoca di 19 cittadinanza per i terroristi condannati, o come la possibile perennizzazione di molte misure dell’attuale stato d’emergenza. Una linea auspicata invece dal premier Manuel Valls. La lotta al terrorismo è annunciata ormai come la prima priorità del governo, accanto alle misure contro la disoccupazione. E proprio sul tema della sicurezza, anche il posizionamento più intransigente che mai di tutti gli aspiranti candidati del centrodestra alla prossima corsa all’Eliseo, compreso l’ex premier neogollista Alain Juppé, mostra quanto il clima nazionale sia stato profondamente condizionato dai tragici eventi dell’anno scorso. del 07/01/16, pag. 6 Contro Trident, rimpasto pacifista nel governo-ombra del Labour Londra. Jeremy Corbyn ricompatta la squadra con poche defezioni e un accordo sul dissenso nel partito parlamentare Rachele Gonnelli Fulminante in puro stile british la battuta con cui il premier David Cameron si è scusato per aver interrotto, con il suo primo discorso dell’anno alla Camera dei Comuni, «il rimpasto più lungo della storia», paragonando la lotta politica all’interno del Labour, con una caduta di sapore renziano, alla saga di Star Wars. La verità è che il rimpasto da cui è emerso ieri il leader del Labour Jeremy Corbyn è durato soltanto 48 ore. Ma è stato lungamente preceduto da stilettate su Twitter e prese di distanza in tv degli esponenti laburisti meno inclini a seguirlo su una direttrice chiara: il no alla guerra in vista di un prossimo voto sul rinnovo del programma nucleare Trident. Il rimpasto nel governo ombra non ha estromesso le figure più in vista. Maria Eagle, peso massimo dell’opposizione interna al nuovo approccio pacifista, è stata semplicemente spostata, non senza un malcelato disappunto trapelato dai suoi sostenitori, dall’incarico sulla Difesa a un più tranquillo ministero-ombra della Cultura. E Hilary Benn è rimasto al suo posto agli Esteri, anche se per evitare uno smottamento di una decina di deputati più critici, è stato necessario raggiungere un accordo nella notte di martedì sulle regole del dissenso interno, una sorta di «centralismo democratico». Lo stesso Benn ha dovuto poi dichiarare di non aver indossato «la museruola», insomma di non essere stato silenziato da Corbyn e di continuare a occuparsi di politica estera in accordo con lui nella battaglia per vincere le prossime elezioni politiche. È noto però che sui raid in Siria i due hanno posizioni speculari, lui a favore, Corbyn fermamente contrario. Chi è stato effettivamente rimosso è Pat McFadden, figura di secondo piano anche se portavoce per l’Europa, ostracizzato per aver implicitamente criticato e banalizzato in diretta tv le dichiarazioni di Corbyn sul terrorismo e la responsabilità dell’Occidente all’indomani degli attacchi di Parigi. McFadden adesso veste i panni del martire rigettando le accuse di infedeltà che hanno colpito oltre a lui anche Mike Dugher, ex sodale di Gordon Brown e ormai anche ex ministro-ombra della Cultura, pure lui in abiti di martire della libertà d’espressione. La resa dei conti interna al Labour, ampiamente annunciata prima di Natale, ha provocato le dimissioni di tre «frontbencher», deputati con incarichi governativi d’opposizione ma non di primo piano: Kevan Jones, Jonathan Reynolds e Stephen Doughty. 20 Queste tre dimissioni hanno allungato di un giorno la fine del rimpasto. Reynolds ha ammesso di essere fondamentalmente d’accordo con McFadden e comunque lontano alla coalizione Stop the War presieduta dallo stesso Jeremy Corbyn fino al settembre scorso. Jones ha lasciato per protesta per il passaggio della Difesa dalla Eagle a Emily Thornberry, secondo lui meno autorevole. Doughty ha annunciato il suo addio in uno studio tv della Bbc dopo aver esplicitato dure critiche sul rimpasto in corso. La perdita più rilevante, secondo fonti Labour, è quella di Dugher, ex operaio dello Yorkshire con un solido radicamento territoriale. Del 7/01/2016, pag. 10 Colonia, sotto accusa la polizia e il sindaco Si indaga su una gang Tre arresti. “Azioni coordinate di arabi nordafricani” La Reker alle donne: “Tenete le distanze”. È polemica ANDREA TARQUINI Tre arresti, di giovani a quanto pare nordafricani; indagini a tappeto, pesanti accuse alla polizia di Colonia incapace e impotente davanti alla caccia di branco alle donne a Capodanno. In Germania c’è sgomento, orrore, sfiducia nei politici. E la serie di notizie dell’orrore non si ferma: tutto farebbe capo a una gang nordafricana. Aggressioni sessuali da parte di uomini, fino a mille, di sembianze “arabe o nordafricane” contro donne sole sono state denunciate in altre tre città tedesche: Amburgo, Düsseldorf, Monaco. La sindaco socialdemocratico di Colonia Henriette Reker intanto è isolata, sotto tiro di tutti — media, rivali politici. Gaffe incredibile: ha consigliato alle donne di «mantenersi a distanza di più d’un braccio da stranieri ». Quasi come dire che le donne disinvolte hanno colpa se vengono aggredite. Città senza legge e ordine, strade e piazze trasformate in riserva di caccia dei giovani violenti: ecco l’incubo che agita i tedeschi e spinge il governo a reagire duro. «A Colonia la polizia ha lavorato male, troppo pochi arresti rispetto alle cento denunce, gli agenti non dovrebbero lavorare così», accusa il ministro dell’Interno, Thomas de Maizière, democristiano, vicinissimo ad Angela Merkel. E ha aggiunto: «I colpevoli vanno catturati ed espulsi per direttissima ». «Ma le aggressioni sessuali di Capodanno sembrano essere il risultato di un attacco coordinato », ha incalzato il titolare della Giustizia, Heiko Maas, socialdemocratico. «Così tanti che spuntano fuori dal nulla, sembra un chiaro indizio di coordinamento e organizzazione, e dev’esserci qualcuno dietro di loro». Sinistra allusione all’ipotesi di nuove tattiche del terrorismo islamista. Arresti, perquisizioni, promessa di mano dura e tolleranza zero non bastano a placare l’ira dei cittadini. Soprattutto delle donne, che martedì notte in trecento hanno sfilato in piazza contro le violenze di San Silvestro. Gridavano slogan anche contro la Cancelliera: «Merkel, dove sei?». E una dopo l’altra, le donne vittime della gang degli stupri narrano la loro esperienza al Paese. «Per la prima volta ho avuto paura di morire, non c’era lo Stato a proteggermi, mi sono sentita abbandonata a me stessa», dice a Spiegel Online Lotta Müller, nome di fantasia. Aggiunge Anne, 27 anni: «Sulla spianata tra Duomo e stazione vedevi quasi solo uomini, aggressivi, sfrontati. Attaccavano in branco, per molestie sessuali violente, e derubavano le vittime di tutto il possibile. È difficile descrivere quanto io mi sentita male, e mi hanno aggredito appena dopo che ero arrivata in piazza». 21 Le indagini sono in corso a rit- mo serrato, Berlino ha fretta di restituire ai cittadini il senso di sicurezza. Agenti e magistrati indagano sui possibili legami con una gang criminale nordafricana, nota da oltre un anno e mezzo. Avrebbero Düsseldorf come base, là l’unità speciale della polizia criminale che dà loro la caccia è stata battezzata “Soko Casablanca”. Tre arresti sono pochi, a fronte dell’entità delle violenze: almeno due stupri denunciati dalle vittime, salite oltre a cento a Colonia, poi presentate ad Amburgo (ben 57 donne aggredite), a Düsseldorf e a Stoccarda con undici aggressioni. Una dopo l’altra, le grandi città tedesche diventano agli occhi dei cittadini un luogo pericoloso, paese che non ti appartiene più. Su questo sfondo, la borgomastro Henriette Reker ha commesso una gaffe catastrofica per l’immagine dell’establishment. «Consiglio alle donne di tenere una distanza lunga più d’un braccio dagli estranei per proteggersi». Fuoco incrociato dei media, rivolta in rete: l’hashtag #ArmlaengeAbstand (distanza d’un braccio, appunto) imperversa. E anche il capo della polizia dello Stato, Wolfgang Albers, rischia il posto. del 07/01/16, pag. 6 Un nuovo regalo ai coloni Israele/Territori occupati. L'Anp parla di apartheid e chiede un risarcimento per i due passeggeri palestinesi al quale il comandante del volo 928 Atene-Tel Aviv ha chiesto di lasciare l'aereo su insistenza di decine di israeliani a bordo. Michele Giorgio GERUSALEMME Sono i passeggeri israeliani a dettare le politiche di sicurezza alla compagnia greca Aegean Airlines e alle autorità aeroportuali di Atene. È questa una spiegazione che si può dare alla decisione presa domenica sera dal comandante del volo 928 Atene-Tel Aviv e dalla sua compagnia di “chiedere” a due passeggeri palestinesi di Gerusalemme Est (uno con cittadinanza israeliana, l’altro residente nella città), che avevano passato tutti i controlli di sicurezza, di lasciare l’aereo e di partire il giorno dopo con un altro volo. Motivo? Gli israeliani ebrei a bordo li giudicavano “potenziali terroristi”, perchè palestinesi e di Gerusalemme Est. Decine di passeggeri a gran voce hanno chiesto di controllare di nuovo i documenti dei “due arabi” e anche quando sono risultati perfettamente in ordine hanno invocato il loro allontamento. Alla fine il comandante ha chiesto, con tono gentile ma perentorio, ai due malcapitati di partire il giorno successivo. I palestinesi hanno accettato. L’aereo è decollato con più di 90 minuti di ritardo. «È iniziato tutto con tre o quattro persone e alla fine in piedi nel corridoio c’erano 60–70 passeggeri a chiedere l’allontamento degli altri due israeliani (arabi)», ha riferito una portavoce della Aegean Airlines. L’accaduto non poteva non scatenare polemiche e proteste. L’Autorità nazionale palestinese (Anp) vuole l’apertura di una inchiesta e rivolge accuse di apartheid al premier Benyamin Netanyahu, che «istiga» contro la comunità palestinese in Israele, e alla compagnia aerea greca. «È stata una decisione ingiusta e vergognosa – ha protestato ieri il Segretario generale dell’Olp Saeb Erekat -, siamo indignati, due palestinesi sono stati discriminati dal personale di bordo. Chiediamo al governo greco di adottare misure forti contro questo atto razzista e di risarcire i due passeggeri palestinesi. Il comportamento dei passeggeri israeliani ricorda i peggiori anni dell’apartheid in Sudafrica». 22 Le accuse palestinesi alla Aegean Airlines si fondano sulle norme che regolano il trasporto aereo. Avendo completato, come tutti gli altri passeggeri, i controlli di sicurezza e le altre procedure, i due palestinesi avevano pieno diritto di rimanere sull’aereo e di partire per Tel Aviv assieme a tutti gli altri. Piuttosto a scendere dal velivolo dovevano essere quei passeggeri che protestavano, senza alcun motivo, impedendo il decollo. Una forte protesta è giunta dal responsabile Amnesty International in Israele, Yonatan Gher, che ha descritto l’accaduto come una conseguenza della continua istigazione contro gli arabi israeliani, l’ultima volta sabato scorso dopo l’attacco armato contro un pub di Tel Aviv (2 morti) compiuto da un palestinese con cittadinanza israeliana (Nashat Milmeh, ancora ricercato dalla polizia). «Le persone non dovrebbero essere sorprese da tali atti vergognosi quando il primo ministro è in prima linea ad alimentare la narrazione razzista contro un intero settore della società, durante le ultime elezioni e pure ora», ha commentato Gher riferendosi all’appello a votare in massa che, lo scorso marzo, durante le operazioni di voto, Netanyahu lanciò agli israeliani ebrei in risposta alla massiccia affluenza alle urne dei cittadini arabi. Il governo Netanyahu intanto fa un nuovo regalo al movimento dei coloni insediati in Cisgiordania. Il ministro della difesa Moshe Yaalon ha deciso di annettere agli insediamenti del blocco di Ezion, l’ex sito religioso cristiano di Beit al Baraka, 3,8 ettari di terra, davanti al campo profughi di al Arroub, tra Betlemme ed Hebron. L’intera area è stata acquistata nel 2012, attraverso una società svedese, dal milionario americano ebreo Irving Moskowitz che sostiene, a suon di milioni di dollari, il progetto del consigliere comunale di Gerusalemme Arie King di collegare tutti gli insedimenti colonici esistenti tra il blocco di Ezion e Hebron. Non si è riferito a questa nuova annessione di terre palestinesi o al caso del volo 928 il presidente dell’Anp Abu Mazen quando ieri ha pronunciato da Betlemme un discorso trasmesso in diretta dalla tv pubblica. Si è preoccupato invece di polemizzare con le indiscrezioni diffuse da Israele circa un possibile crollo dell’ Autorità nazionale palestinese. E nelle questioni regionali si è apertamente schierato a favore della politica di Arabia Saudita ed Egitto. del 07/01/16, pag. 11 Erdogan: “Le esecuzioni sono un affare interno” Marta Ottaviani Le esecuzioni capitali in Arabia Saudita sono un «affare interno» e non sono volte a creare tensioni fra sunniti e sciiti. Lo ha dichiarato ieri il presidente della Repubblica turco, Recep Tayyip Erdogan, commentando la situazione internazionale. «Le esecuzioni sono un affare interno del Paese – ha spiegato Erdogan -. Che poi si approvi o meno la decisione è un discorso separato». Non solo. Il capo di Stato ha definito «inaccettabile» l’attacco all’ambasciata saudita a Teheran, accusando le autorità iraniane di non aver protetto a sufficienza la sede diplomatica, e ha anche respinto la tesi che le 47 uccisioni dello scorso 2 gennaio abbiano come scopo l’escalation della tensione fra i due rami dell’Islam. «Dei giustiziati – ha chiosato Erdogan – solo tre erano sciiti». La Turchia sta cercando di tenere una posizione il più possibile imparziale nella questione. Ma un occhio di riguardo per l’Arabia Saudita sembra inevitabile. Non solo si tratta di due Paesi a maggioranza sunnita. Ankara e Riad hanno idee simili sulla soluzione della crisi 23 siriana, soprattutto sulla deposizione del presidente Assad. Inoltre, proprio tre giorni prima delle esecuzioni, Erdogan ha firmato con il re saudita Salman una serie di accordi in chiave anti-Russia per aumentare la collaborazione economica, energetica e militare. Un giro di affari che potrebbe superare i dieci miliardi di dollari. del 07/01/16, pag. 11 Così dal Bahrein l’Iran mette piede nelle province sciite dell’Arabia Nei rapporti degli 007 il traffico di armi per destabilizzare le zone orientali del regno saudita L’Iraq si offre di mediare fra le due potenze. Il Qatar richiama l’ambasciatore da Teheran Giordano Stabile L’Iran punta a passare attraverso il Bahrein, «anello debole» dell’alleanza sunnita nel Golfo, per penetrare nelle province orientali dell’Arabia Saudita, dove ci sono i più importanti giacimenti petroliferi del mondo, e destabilizzarle. È quanto temono fonti diplomatiche occidentali nella regione. I rapporti delle forze di sicurezza locali e d’intelligence parlano di un intenso flusso di «armi, esplosivi ad alto potenziale» provenienti dall’Iran intercettati in Bahrein, in alcuni casi sicuramente diretti verso l’Arabia Saudita. A che cosa dovessero servire tutte queste armi non è stato accertato. Analisti del Golfo parlano di un disegno iraniano per «staccare l’Eastern Province dall’Arabia Saudita» e creare un «Grande Bahrein» dominato dagli sciiti e alleato di Teheran. «Addestrati dai Pasdaran» Dietro la rottura diplomatica fra alleati di Riad e l’Iran non c’è solo l’esecuzione dell’imam sciita Nimr al Nimr. Per Manama la decisione era «praticamente obbligata» commentano le fonti diplomatiche. Ed è soprattutto legata a una serie impressionante di sequestri di depositi o di navi cariche di armi e materiale per fabbricare bombe. Dal 2012 ce ne sono stati dieci di grandi dimensioni. L’ultimo ritrovamento è avvenuto a ottobre. Il 28 giugno 2015 nel villaggio di Tubli, a sud della capitale, sono state scoperte 1,5 tonnellate di esplosivo, e un laboratorio per realizzare Ied (ordigni esplosivi improvvisati) sofisticati. In un caso sono stati trovati 98 chili di C4. Nel maggio del 2015 ne sono stati intercettati altri 38 chili in un’auto sulla causeway che porta in Arabia Saudita. In altri casi sono state fermate barche provenienti dall’Iran, e dall’Iraq, con granate di fabbricazione iraniana e uomini addestrati, secondo le forze di sicurezza locali, «dalle guardie rivoluzionarie» di Teheran. Per le fonti diplomatiche l’ala dura del potere iraniano ha tutto l’interesse che il Bahrein sia una «pentola in continua ebollizione» in modo da indebolire il rivale saudita nel suo fianco più esposto. Le forniture belliche, però, non sono di sicuro servite ad armare la protesta sciita nel Paese, rimasta sostanzialmente pacifica. E allora? Un’ipotesi è che la destinazione finale fosse lo Yemen, ma la logistica troppo complicata porta a escluderlo. Analisti della regione, come Riad Kahwaji, dell’Inegma di Doha, sono convinti che il disegno sia «staccare l’Eastern Province dall’Arabia Saudita», armando pesantemente la ribellione interna, e creare sulla sponda araba del Golfo un nuovo Stato, dominato dagli sciiti. Il «regno» del petrolio La provincia dell’Est, Al Sharqiyya in arabo, è la più estesa del regno saudita e i suoi quattro milioni di abitanti sono in maggioranza sciiti. Ma soprattutto è da lì che arriva l’80% 24 del petrolio saudita. In questo senso la città più importante è Al Qatif, proprio dove è nato l’imam Nimr al Nimr, la cui esecuzione, sabato scorso, ha innescato la gravissima crisi attuale. Attorno alla quale ci sono movimenti diplomatici imponenti. L’Iraq ieri ha offerto agli iraniani di mediare con i sauditi. È stato il ministro degli Esteri Ibrahim Jaafari in visita a Teheran a ribadire che «relazioni cordiali fra Iran e Arabia sono a beneficio di tutta la regione». Facendo in parte il gioco di Teheran che ha ribadito il suo impegno a perseguire i responsabili degli assalti alle sedi diplomatiche saudite. Il Qatar per tutto contro ha richiamato il suo ambasciatore dall’Iran. Al Qatif è il più grande hub petrolifero al mondo, con 12 oleodotti che si incrociano e si diramano verso i giganteschi terminal petroliferi del Golfo, come Ras Tanura e Dhahran. «Al Qatif è la Grand Central Station mondiale del greggio», ribadisce Ali Alahmed, dell’Institute for Gulf Affairs di Washington. La sua perdita sarebbe il «colpo mortale» alla monarchia saudita. Ma Alahmed è scettico sui disegni di secessione: «Nemmeno Al Nimr predicava o sognava il distacco dell’Eastern Province dall’Arabia Saudita. La sua esecuzione non è stata un atto difensivo ma il tentativo di svicolare dai veri problemi di Riad: nello Yemen spende 200 milioni di dollari al giorno e la guerra va male, il petrolio sotto i 40 dollari ha costretto il governo ad aumentare le tasse, in Siria e in Iraq i suoi alleati sunniti sono in difficoltà. L’Iran è caduto nella provocazione. Ha commesso un grave errore con l’assalto all’ambasciata, e ora sulla sponda araba del Golfo sono saltati tutti gli equilibri». La fascia di terra che si estende da Bassora, in Iraq, alla penisola di Musandam, nell’Oman, storicamente era conosciuta tutta come Bahrein, cioè «fra due mari» in arabo. Le città sulla costa, da millenni via di commercio fra India ed Europa, erano dominate dai sunniti, mentre nell’interno si sviluppavano e si rifugiavano le correnti più “rivoluzionarie” dell’Islam. La presenza sciita è considerevole in Kuwait (35%) e preponderante in Bahrein (65%). Nel 2011 ha scatenato polemiche una cartina pubblicata sul sito Internet «Iran Defence» che includeva la penisola, assieme al Bahrein, nel Grande Iran. Soltanto 65 chilometri la separano dalla sponda iraniana del Golfo. del 07/01/16, pag. 12 La saga dei Saud Una rivoluzione in famiglia Arabia Saudita, Qualcosa è cambiato nella dinastia che rifornisce il mondo di petrolio. E non per le 47 esecuzioni di Capodanno di Roberta Zunini Nell’aprile scorso, tre mesi dopo essere salito al trono, il settantacinquenne re Salman bin Abdulaziz Saud ha realizzato una sorta di colpo di Stato interno alla sterminata famiglia reale che governa, tra cospirazioni di palazzo e omicidi, l’Arabia Saudita dal 1932. Rimuovendo dal ruolo di principe ereditario il fratellastro, Muqrin bin Abdulaziz per sostituirlo con il nipote, l’attuale ministro dell’interno Mohammed bin Nayef , figlio del defunto fratello di sangue Nayef, e, soprattutto, designando uno dei suoi figli, il trentenne Mohammed bin Salman, secondo nella linea di successione al trono nonché ministro della Difesa, re Salman ha concentrato tutto il potere nelle mani di un ramo della dinastia Saud. Inoltre ha esautorato Al Feisal dal ministero degli Esteri, che reggeva dal 1975 ed era uno storico alleato degli Usa, sostituendolo con Adel al Juber, un tecnico, non appartenente alla casa regnante, ex ambasciatore a Washington. Così facendo, l’attuale monarca ha 25 accelerato la transizione verso la terza nuova generazione di principi e assicurato, a meno di cataclismi politici a causa di guerre intestine ed esterne, la propria linea di discendenza per i prossimi decenni. Il decreto che ha annunciato questi cambiamenti è stato approvato dal Consiglio di fedeltà, un comitato composto dai rappresentanti delle famiglie di ognuno dei figli di re Abdulaziz ibn Saud, che fondò il regno dandogli il nome. Ma ciò non significa che tutti i Saud (centinaia di principi membri della corte) si siano arresi a questo nuovo corso. Ciò che desta le maggiori preoccupazioni tra gli osservatori internazionali è la capacità di sopravvivenza degli equilibri politici che ruotano attorno ai diversi cerchi concentrici del potere saudita: la corona, la famiglia reale, le istituzioni e l’apparato amministrativo. Iran, Yemen e Isis, le crisi arabe in corso Per comprendere l’entità della “rivoluzione” di Salman, innanzitutto va sottolineato che l’Arabia Saudita è una monarchia assoluta basata su una legge di successione di tipo orizzontale, da fratello a fratello, compresi i fratellastri, in ordine di anzianità. Finora i re sauditi sono stati tutti figli del fondatore del regno e delle sue mogli. Il predecessore dell’attuale re, Abdullah morto nel gennaio dello scorso anno, negli ultimi tempi era preoccupato di mantenere coesa l’identità saudita sempre più eterogenea e articolata e per questo vedeva di buon occhio il ritorno sul trono di uno dei “sette Sudairi”, dei quali lui non faceva parte. Si tratta del gruppo composto dai 7 fratelli di sangue della famiglia reale, ai quali appartiene Salman, che condividono lo stesso padre, re Abdulaziz, e la stessa madre, Hassa bint Ahmed Al Sudairi, la favorita del fondatore sposata due volte. Re Salman ha quindi potuto procedere secondo i propri intenti articolati sulle emergenze che si stavano profilando all’orizzonte. La sostituzione dei ministri degli Esteri e della Difesa e la nomina di un tecnico non appartenente alla famiglia reale sono misure straordinarie che dovrebbero aiutarlo a far fronte al deterioramento dei rapporti con gli Usa per via del loro accordo sul nucleare con l’Iran, il nemico numero uno di Ryad. Gli iraniani hanno sempre sostenuto che la famiglia Saud non fosse degna di custodire i luoghi santi (Mecca e Medina) e, più ancora, di gestire le rendite assicurate dai pellegrinaggi e dalle donazioni dei fedeli che rappresentano la seconda fonte di introito dell’Arabia Saudita. La seconda emergenza è rappresentata dalla guerra yemenita. Il punto è che l’Arabia Saudita, che è il primo acquirente di armi al mondo, non ha un vero e proprio esercito: le forze armate sono composte da circa 150 mila uomini, per oltre il 90% mercenari stranieri. Ma non sembra che il figlio Mohammed bin Salman, il più giovane ministro della Difesa al mondo, sia in grado di costruire un esercito in grado di sconfiggere i ribelli sciiti dello Yemen, finanziati da Teheran. La terza crisi è quella che si è aperta con la nascita dello Stato islamico del califfo nero Al Baghdadi. Pur condividendo la stessa visione dell’islam, quella wahabita, la più oscurantista, i tagliagole dell’Isis ritengono i Saud – che avevano sdoganato questa eresia islamica già nella seconda metà del 1700, quando ancora non esisteva il regno ma i loro antenati già combattevano per prendere il potere dell’area chiamata Diriyad – degli usurpatori e infedeli che si sono lasciati irretire dai “crociati” statunitensi ed europei pur di fare affari, concedendo loro di costruire addirittura basi militari sul proprio territorio e in Bahrein, di fatto sottomesso ai Saud. I figli dei vari re che si sono seduti sul “trono di spade” e le principesse hanno quasi tutti studiato negli Usa e posseggono proprietà immense e attici faraonici nelle capitali occidentali. La loro vita è sfarzosa e si muovono tra aerei privati e le macchine più lussuose. Il giovane Mohammed bin Salman pare sia un grande esperto di motori più che di tattiche e strategie militari. Anche se recentemente ha incontrato il presidente russo Putin, alleato dell’Iran e del regime siriano, mostrando che la “nuova” Arabia Saudita è in grado di stringere rapporti altrettanto nuovi o di consolidarli, 26 non solo con Israele e la Turchia in chiave anti iraniana, il suo acume politico è ancora molto acerbo e intriso di arroganza. “Coca, alcool e escort”, guerra a colpi di cablo L’altro rampollo di punta della terza generazione è il principe cinquantenne Mohammad bin Nayef, figlio del defunto “Sudairi” Nayef bin Abdulaziz Al Saud e oggi ministro dell’Interno. È considerato un conservatore ed è nota la sua posizione alquanto radicale sui temi di sicurezza interna ed esterna. Con il cugino Mohammed è il fautore della linea dura. È un uomo scaltro e senza remore, nel 2012 ha ordito una congiura contro il principe Ahmed bin Abdulazizh, un moderato nonché uno dei pochissimi difensori degli intellettuali liberali del paese. In un cablo di Wikileaks del 2010 si poteva leggere un dispaccio risalente al 2009, inviato dal console americano a Gedda Martin Quinn a diverse sedi diplomatiche statunitensi, al Dipartimento di Stato e alla Cia. Conteneva un ampio resoconto delle feste private a base di cocaina, alcol e prostitute nella residenza del principe Faisal al Thunayan che, “pur non essendo candidato al trono, ha in dotazione una casa, un’auto di lusso, un vitalizio, un’equipe per la sicurezza personale che riesce a tener lontana la polizia religiosa”. del 07/01/16, pag. 9 La misteriosa scomparsa dei librai anti Pechino di Hong Kong Hong Kong. Uno degli «spariti» ha doppia nazionalità sino-svedese, un altro ha passaporto britannico. L’evento rischia di compromettere i rapporti tra isola e «mainland», gettando nel panico un intero settore di mercato Simone Pieranni I libri proibiti a Pechino ma venduti a Hong Kong, si trovano perfino nelle edicole. Più spesso nelle librerie, alcune delle quali sono piccole, anguste, piene di oggetti ingombranti. Talvolta queste piccole librerie sono intrufolate in stretti vialetti che sono percorsi da ristoranti, centri massaggi, negozi che cambiano valute. C’è odore di ravioli al vapore, talvolta di curry o di kebab, a seconda della zona in cui si trovano. Attorno — in ogni caso — c’è Hong Kong che si muove, che traffica, che palpita. L’Oriente incontra l’Occidente, la libertà, si dice, incontra il fascino orientale. La confusione asiatica, incontra la guida a destra da ex colonia britannica. Causeway Bay è lì, grattacieli e finanze, più in là i traghetti in partenza per le isole, come Lamma Island, che ha una centrale elettrica in bella vista, mentre turisti cinesi e non solo si ingozzano di vongole e gamberi al sale. A Causeway Bay c’è una di queste piccole librerie che vendono libri proibiti a Pechino: storiacce, leggende, fantasie, inchiodate su sottilissime verità agganciate a qualche conversazione rubata in qualche tavolo di chi ne sa o di chi millanta conoscenze, rapporti con funzionari, autisti di funzionari, amanti di funzionari, amanti di amanti di funzionari. Si tratta di pubblicazioni dozzinali, gossip allo stato puro, Hush Hush dell’America anni Sessanta evoluti e in forma di libro. Fanno sognare e ridere, confermano dicerie e complotti. Pongono qualche dubbio, come fanno i loro titoli: Xi Jinping e la sua caduta nel 2017, il Collasso del Partito comunista. Piacciono molto ad alcuni cinesi che vanno apposta a Hong Kong per comprarsi quei libri. 27 Per avere tra le mani una critica feroce dei propri leader, ben sapendo che non tutto è vero, anzi, poca è la verità, il più è chiacchiera, sotterfugio, provocazione. Questa piccola libreria che si trova a Causeway Bay è situata tra un negozio che vende vitamine e integratori e uno che propone abbigliamento. Questa piccola libreria produce totalmente i libri in vendita: li scrive, li confeziona, li pubblica e poi li vende. I suoi gestori e proprietari non sono noti, anzi. Altre librerie e case editrici, sono ben più famose. C’è il figlio di un vecchio funzionario del partito comunista, ad esempio, che ha pubblicato svariato materiale interessante. Materiale vero, scottante, memorie e aneddoti di vecchi leader del partito. Storie vere. Infatti lui, questo signore di mezza età con i capelli tinti, un buon inglese e una gentilezza quasi d’altri tempi, spesso è stato intervistato dai giornalisti stranieri. I gestori di Causeway Bookstore, invece, non hanno mai rilasciato interviste, non sono mai stati nei radar di giornalisti interessati alle loro pubblicazioni. La mente di tutto questo giro d’affari, dato che alla fine parliamo di bei soldi, si chiama Gui Minhai. È un cittadino cinese ma ha anche la cittadinanza svedese. È una persona brillante, dicono, ha molti contatti e scrive personalmente le sue storie. Lee Bo è il gestore della libreria. Di Gui Minhai dice che è una persona dalle mille risorse, scrive personalmente i libri e non sempre le pubblicazioni raccontano tutta la verità. Qualcun altro dice che Gui non è molto gradito ai principini, una casta interna al Partito formata dai figli di vecchi compagni assurti ormai alla mitologia. Uno di questi principini, purtroppo per Gui, è proprio Xi Jinping, ed è il numero uno della Cina. Dicono che Gui abbia una storia per le mani clamorosa, ma pare non abbia rivelato a nessuno di cosa si tratta. Qualcuno dice che Gui starebbe scrivendo un libro su Xi Jinping e le sue amanti. Gui è talmente concentrato nella stesura del volume da comunicare alla moglie di aver bisogno di tempo e spazio. Per questo parte per la Thailandia, dove ha una casa lussuosa a Pattaya. Si mette a scrivere furiosamente; sulla sua scrivania ci sono il Mac, alcune medicine e le immancabili sigarette. Fuori dalla finestra una splendida vista. In Thailandia, un giorno, riceve una visita. Si tratta di quattro persone vestite in modo distinto: due non parlano thailandese, ma confabulano al telefono in cinese. Le persone escono dal resort con Gui e salgono su una macchina. Da quel giorno Gui è scomparso, non si trova più. Si muove l’ambasciata svedese, ma la situazione diventa subito più complicata, perché Gui non è solo, nella sparizione. Oltre a lui sono scomparsi, tra ottobre e novembre, Lam Wing-kei, manager della libreria, Lui Bo, general manager della casa editrice e Cheung Jiping, business manager della casa editrice. Lee Bo, il libraio, denuncia la scomparsa dei suoi quattro soci. Alcuni giorni fa, però, sparisce pure lui. L’evento scatena proteste e reazioni, perfino il Chief executive dell’ex colonia, il lupo Leung Chun-ying, noto per le sue posizioni filo pechinesi, si muove e butta lì il sospetto che ci sia proprio la Cina dietro queste sparizioni. In pratica, se fosse vero, Pechino metterebbe in clamorosa discussione il perno della relazione con Hong Kong, il noto «one country two system». La bussola delle relazioni tra mainland e isola. Il South China Morning Post, il quotidiano di Hong Kong, in procinto di essere acquisito dalla cinese Alibaba, si è lanciato sulla storia. Lee Bo, è stato scritto, avrebbe lasciato un memorandum, sostenendo che sarebbe stato tranquillo, solo se non si fosse avvicinato troppo alla Cina. Ma la moglie teme possa trovarsi a Shenzhen, Cina sud orientale, a pochi chilometri da Hong Kong, in un posto di polizia. Conversazioni scarne, fax lasciati a marcire nella libreria, che è stata trovata aperta, con le luci accese. L’evento, secondo la stampa, è desinato a mutare per sempre la natura «libera» della stampa di Hong Kong. Un altro di questi librai, proprietario della Page One, racconta di aver ricevuto l’invito a togliere dagli 28 scaffali i libri «proibiti». Quello che preoccupa, è il giro d’affari. «Il primo libro di Lee — ha raccontato al Post un editore locale, di nome Jin Zhong — era sulla cosiddetta «nuova banda» di Shanghai. Nella storia si parlava del corrotto capo del partito Chen Liangyu, ha raccolto molto interesse». Quel libro, ha aggiunto, avrebbe generato un utile di oltre un milione di dollari di Hong Kong e divenne il «primo secchio d’oro di Lee». Lee avrebbe inoltre stabilito una tendenza «a pubblicare titoli che coprono la maggior parte degli sviluppi della politica cinese». A differenza dei suoi libri – racconta — che richiedono mesi per la produzione, «i nuovi editori possono fare tutto in pochi giorni», spostando il mercato sul binario del «sensazionalismo politico». Nel frattempo, affari andati a male o meno, degli scomparsi non si sa ancora nulla. 29 INTERNI del 07/01/16, pag. 2 Un presidente emerito sul carro del premier Il referendum sulle riforme. L'ex capo dello stato Napolitano annuncia il suo sì. Anche se Renzi misconosce l'abc del costituzionalismo annunciando che farà campagna elettorale e minaccia gesti estremi Michele Prospero È molto interessante l’intervista di Giorgio Napolitano al Corriere della sera perché svela, tra le altre cose, un particolare intreccio tra istituzioni e media che si è consolidato negli ultimi anni. Anzitutto colpisce (come rivelatrice di un clima che tende a coprire, sviare, manipolare) una domanda formulata da Marzio Breda, quirinalista tra i più autorevoli. Vale la pena trascriverla: «…senza contare il referendum confermativo, che per qualcuno Renzi vorrebbe trasformare in un plebiscito su di sé e al quale lega il proprio futuro politico». E’ impensabile che Breda non conosca le innumerevoli dichiarazioni del presidente del consiglio, che da mesi annuncia il referendum, come scelta salvifica. Con parole in libertà, anche il ministro Boschi ha spesso annunciato: «importante è rispettare l’impegno assunto per tenere la consultazione referendaria nel 2016». Con chi ha concordato l’appello al popolo sovrano e a quale titolo? Il referendum rientra nella strategia politica del governo. Perché allora il riferimento di Breda a «qualcuno» che attribuisce a Renzi un’intenzione non sua? Ecco cosa ha dichiarato il presidente del consiglio, appena qualche giorno fa, in conferenza stampa per giunta: «l’undici gennaio le riforme saranno votate dalla camera e ragionevolmente si andrà a stretto giro al senato e poi immaginiamo il referendum a ottobre 2016». Il termine chiave della frase è «immaginiamo», cioè il governo assume la prospettiva del referendum, ne fissa persino la data. Questo annuncio crea un imbarazzo inevitabile in chi ha qualche dimestichezza con le consuetudini e le regole costituzionali. E pertanto Napolitano deve rammentare che il referendum confermativo «non è automatico e non è il governo che lo promuove». E’ vero, ma il presidente del consiglio parla come se il governo fosse titolare dell’iter delle riforme e anche il regista del pronunciamento dei cittadini, al posto dell’opposizione. Di sicuro si tratta di una forzatura della correttezza istituzionale. Napolitano auspica che si giunga ad un confronto oggettivo sul merito della riforma. E suggerisce, per questo, di non farne «materia di scontri politici personalizzati». E però l’invocazione alla correttezza della competizione non può essere così astratta. Per avere il corretto quadro della situazione, bisogna rammentare la frase della conferenza stampa di fine anno del presidente del consiglio: «se perdo il referendum considero fallita la mia esperienza in politica». Parole pesanti, e forse anche imbarazzanti, dal punto di vista costituzionale. Non è «qualcuno», gufi o animali esotici, a dire che si sta celebrando un plebiscito. E’ Renzi che ne parla in maniera esplicita come di un pronunciamento definitivo circa la sua esperienza politica: «la leadership ha senso» se porta a compimento «la grande, grande, grande riforma» del senato. E’ incauto presentare in questo modo un referendum confermativo. Ma le immagini irresponsabili, e le uscite dilettantesche che annunciano un giudizio divino, sono uscite dalla viva bocca del presidente del consiglio. Ora è indubbio che, dopo l’apertura di uno scontro che per oggetto ha la vita del governo, e nientemeno la carriera politica del presidente del consiglio, una cappa di plebiscitarismo si è addensata nella politica italiana. Proprio Renzi ha rafforzato le sue parole in un’intervista al Mattino nella quale ribadiva che il referendum è la conferma di quelle che 30 lui presenta come scelte del governo: legge elettorale, riforma costituzionale e persino elezione del capo dello Stato. Queste le sue parole: «sulla costituzione sono pronto a giocarmi il posto». Più plebiscito di così. E, invece di censurare questa torsione personalistica, la si attribuisce a «qualcuno», a avversari di Renzi. Incidentalmente Napolitano annuncia il suo voto favorevole alla riforma, dopo aver già accettato il riconoscimento di una certa paternità sulla legge elettorale. Così, però, garantendo il soccorso a Renzi, invece di raffreddare il confronto, ne acuisce la politicizzazione. Cosa spinge un presidente emerito a salire sul carro di un premier che minaccia gesti politici estremi («se perdo il referendum…») e misconosce l’abc del costituzionalismo («farò campagna elettorale per il referendum istituzionale»)? del 07/01/16, pag. 14 “Olimpiadi a Roma? Costano troppo” Si apre il fronte del no ai Giochi 2024 I Radicali propongono un referendum, contrari anche Lega e Sinistra Italiana. Renzi: sarà una vetrina Giacomo Galeazzi Ilario Lombardo Gli economisti la chiamano «la maledizione del vincitore». È quel meccanismo perverso teorizzato da alcuni studiosi più di dieci anni fa secondo il quale la città che si aggiudica i Giochi Olimpici ne sovrastima i benefici, per poi trovarsi sommersa dai debiti. Se il passato insegna qualcosa, non c’è da stare sereni sulla candidatura di Roma per le Olimpiadi estive del 2024. In un dossier dei Radicali firmato dal segretario Riccardo Magi, sono stati raccolti studi che dimostrano lo scostamento sistematico dei costi finali rispetto al budget iniziale. Il caso che ha fatto storia: Montreal 1976 ha moltiplicato le spese del 796% obbligando i contribuenti a pagare tasse speciali per 30 anni. Stessa sorte per i greci costretti a sanare il rosso di Atene 2004 fino al 2030. Eppure, secondo quanto evidenziato dall’ex presidente degli economisti francesi Wladimir Andreff, la regola non scritta delle candidature è che quasi sempre vince il progetto più costoso, a prescindere da fattibilità e sostenibilità economica. Così è stato per Londra 2012 (18,2 miliardi di budget contro gli 11,8 di Mosca) e per Rio de Janeiro (9,53 miliardi contro i 4,18 di Madrid). Se il parametro è questo, è come se Roma avesse già vinto. Stando alle ultime previsioni metterebbe sul piatto 8-10 miliardi, più di Parigi (6), oltre il doppio di Los Angeles (4,1 miliardi) e più del triplo di Budapest. L’incognita dei cittadini Sono le quattro città rimaste ufficialmente in gara, dopo l’addio di Boston e Amburgo. La capitale del Massachusetts ha fatto marcia indietro di fronte alla mobilitazione del movimento «No Olympics». La città tedesca si è ritirata invece a seguito di una consultazione popolare che ne ha bocciato la candidatura. Lo strumento referendario è diventato dal 2003 a oggi la bestia nera dei comitati organizzatori, costringendo al ritiro St.Moritz e Davos, Cracovia e Monaco. Anche per Roma era stato promesso un referendum. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, il giorno dell’ufficializzazione della candidatura, accanto a Matteo Renzi, aveva dichiarato di voler consultare i romani. A oggi, però, nessun sondaggio è stato realizzato. Allo stesso modo aveva assicurato uno studio di fattibilità, che ancora non si vede all’orizzonte. Anche perché rispetto al 2011, quando 31 l’allora premier economista Mario Monti disse no a Roma 2020 (costo stimato 9,7 miliardi), la situazione infrastrutturale e di viabilità della Capitale non è certo migliorata. È lungo l’elenco delle opere incompiute, a partire dal centro polifunzionale di Tor Vergata dove Malagò aveva pensato di allestire il villaggio olimpico. A chiedere oggi il referendum sono proprio i Radicali: «Siamo in tempo per aprire un dibattito su costi e benefici» spiega Magi, sostenuto in questa battaglia da un insolito fronte che va dalla Lega Nord («non sperperare i soldi pubblici») a Sinistra Italiana di Stefano Fassina che ha presentato una mozione in Parlamento per conoscere il piano economico. Renzi però conta sulle Olimpiadi per ottenere un’ulteriore vetrina e dà il massimo sostegno. «Olimpiadi, Mondiali ed Expo sono le tre manifestazioni più importanti al mondo - spiega Ernesto Carbone - Avere i Giochi a Roma sarebbe un privilegio assoluto, per non parlare delle ricadute in termini di Pil e posti di lavoro». Il deputato Pd considera «sciocchezze» le profezie nefaste sui conti: «Sono gli stessi gufi di Expo. Doveva essere un flop, invece è stato un successo». 32 LEGALITA’DEMOCRATICA Del 7/01/2016, pag. 17 Voti camorristi a Quarto, bufera M5S Dalle intercettazioni emerge l’ordine del clan di sostenere i grillini. Il Pd accusa: “Fatti gravi, Di Maio chiarisca” Il movimento: “Noi siamo parte lesa, i dem vanno a braccetto con la mafia”. L’ipotesi di scioglimento del comune ROBERTO FUCCILLO «Quando segnalai che a Ostia i clan inneggiavano al M5S, Di Maio disse che mi dovevano ricoverare. Lo disse da Quarto, dove la camorra vota M5S». Mezzogiorno è passato da poco quando i grillini scoprono che il Pd, per bocca del suo presidente nazionale Matteo Orfini, ha riempito la loro calza di una abbondante dose di carbone. Un tweet avvelenato quello di Orfini, che parte dalle intercettazioni da cui emerge che un clan locale aveva dato ordine di votare per un esponente Cinque Stelle che effettivamente risultò poi il più votato in lista, Giovanni De Robbio, ora indagato. La puntura di spillo di Orfini si trasforma però ben presto in valanga, con il Pd tutto impegnato a mettere in fuorigioco i seguaci di Grillo. E ad avviare un attacco che potrebbe vedere Quarto, popoloso Comune a Nord di Napoli, diventare il primo Comune grillino sciolto per infiltrazione della criminalità organizzata. Intervengono Deborah Serracchiani, vicesegretario, e Ettore Rosato, capogruppo alla Camera. Entrambi chiedono a Luigi Di Maio e Roberto Fico, i principali vertici campani del Movimento, di chiarire. La Serracchiani perché i due «hanno fatto campagna elettorale a Quarto, dando lezioni di onestà». Rosato perché «i fatti sono inquietanti». Anche la vicepresidente Sandra Zampa definisce «grave il silenzio dei vertici del Movimento che proprio in quel territorio vanta la presenza e l’attività di due suoi esponenti di primissimo piano, Di Maio e Fico». Ernesto Carbone, segretario della commissione antimafia, annuncia che chiederà l’audizione in commissione del sindaco Rosa Capuozzo. Scatenati anche altri partiti. Arturo Scotto, capogruppo di Sinistra italiana, chiede la commissione d’accesso al Comune. Si associano i verdi. L’Ncd Luigi Barone chiede le dimissioni del sindaco. Simone Baldelli, vice capogruppo di Forza Italia, ironizza: «E poi i vertici M5S vanno in tv a difendere le preferenze...». Per buona parte della giornata l’unica voce grillina resta quella di Carlo Sibilia, uno dei cinque membri del direttorio, che twitta direttamente con Orfini: «L’unico errore di questa storia è che effetti-vamente non ti hanno ricoverato ». Non esattamente un viatico al fair-play. E la nota emessa poi in serata non porge l’altra guancia: «Fa ridere che sia il Pd a ergersi a cattedra morale della politica, un partito che con la mafia ci è andato a braccetto finora». E ancora: «Sono decenni che la mafia prova a infiltrarsi nella politica e quando ha incontrato Forza Italia e il Pd ci ha fatto affari, piazzando anche i suoi uomini in Parlamento. Quando ha provato ad avvicinarsi al M5S è stata messa alla porta. Questo è accaduto a Quarto, dove il M5S ha espulso De Robbio (il candidato sospettato dei contatti, ndr) prima ancora che fosse indagato, ed oggi è parte lesa». Concetti ribaditi da Roberto Fico: «Hanno aspettato il 6 gennaio per far ripartire il circo mediatico. Nessuno è immune da rischi, ma la differenza è che noi uno come De Robbio, il più votato, l’abbiamo espulso, cosa che altri partiti non farebbero mai. E alla minima infrazione espelliamo, il Pd mai». 33 Del 7/01/2016, pag. 18 La procura di Palermo “Pronti a riaprire l’inchiesta Mattarella” Lo Voi: valuteremo i nuovi elementi e rivedremo i vecchi Grasso: troppe ombre, dopo il delitto ci furono depistaggi SALVO PALAZZOLO UMBERTO ROSSO PALERMO. Il delitto di Piersanti Mattarella non è un caso chiuso. Dopo 36 anni, affiorano indizi che potrebbero portare presto a nuovi spunti di verità sul killer del presidente della Regione siciliana che si batteva per il rinnovamento. Dice il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi: «Siamo sempre pronti a valutare nuovi elementi che emergano o a rivalutarne altri antichi che possano essere utili». Parole nel giorno dell’anniversario dell’omicidio. A Palermo è arrivato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: ha scelto di ricordare suo fratello Piersanti in forma privata. Una visita al cimitero del paese di origine, Castellammare del Golfo, una messa a Palermo con i familiari all’istituto Gonzaga, un incontro con la vedova di Piersanti e un momento di raccoglimento davanti alla lapide dove al mattino si era tenuta la commemorazione. In prima fila, Maria e Bernardo, i figli di Piersanti. Le mosse per una nuova indagine partono tutte dai primi atti compiuti sul luogo del delitto da quello che per tanti anni è stato il superpoliziotto di Palermo, il vice questore Bruno Contrada, dopo le stragi Falcone e Borsellino arrestato e condannato per mafia. Nel rapporto inviato alla magistratura non figuravano alcuni testimoni importanti che erano in via Libertà mentre il killer sparava, fra questi c’era il radiologo Giovanni Mercadante, oggi è in carcere con l’accusa di essere stato il fidato medico del vertice di Cosa nostra. «Inizialmente, ci fu depistaggio — conferma Piero Grasso, era il sostituto procuratore di turno il 6 gennaio 1980, oggi è il presidente del Senato — io ho cercato la verità per tanti anni, i mandanti di mafia sono stati condannati, ma le ombre sono rimaste». Grasso lo ribadisce davanti alla lapide di Piersanti Mattarella. «Io non dispero che tutta la verità verrà fuori», dice. Non sarà facile. Per 36 anni, il fotofit del volto del killer, realizzato anche grazie alla testimonianza della vedova di Piersanti Mattarella, è rimasto chiuso in un archivio, fra i primi (confusi, forse non a caso) atti della squadra mobile di Bruno Contrada. E ieri Repubblica l’ha mostrato per la prima volta. L’avvocato Francesco Crescimanno, legale di parte civile dei Mattarella al processo per l’omicidio, continua a intravedere una grande rassomiglianza con il terrorista nero Giusva Fioravanti: «Proprio sui depistaggi nelle indagini bisognerebbe tornare a indagare — ribadisce — per cercare di comprendere il contesto in cui maturò il delitto Mattarella. Falcone credeva a uno scambio di favori fra mafia e ambienti della destra eversiva». Ma Fioravanti è stato assolto, in tutti e tre i gradi di giudizio. Dopo la morte di Falcone, i pentiti Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo hanno detto che il killer del presidente della Regione era un sicario di mafia, hanno anche offerto una manciata di nomi, ma nessuna certezza. Tre si sono pentiti pure loro, qualche tempo dopo, hanno confessato decine di omicidi, ma hanno detto di non avere niente a che fare con l’omicidio del giorno dell’Epifania del 1980. Certo, il movente di mafia. Individuato anche nel processo a carico di Giulio Andreotti: l’ex presidente del Consiglio venne in Sicilia prima e dopo il delitto Mattarella, convocato dai boss che protestavano per il nuovo corso di rinnovamento. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando indica pure lui la pista di Cosa nostra: «Dopo il delitto, ricordai subito ai magistrati le 34 responsabilità politiche della corrente andreottiana della Dc, di Ciancimino e dei cugini Salvo». del 07/01/16, pag. 17 Un fiume di 56 miliardi di euro sospetti Lombardia e Campania in cima alla lista Giovanni Bianconi ROMA Quello che normalmente è chiamato il metodo follow the money , «segui i soldi» per scoprire gli affari delle cosche, nel linguaggio degli investigatori è definito «controllo dei flussi finanziari anomali per l’individuazione di forme illecite di accumulazione patrimoniale». Una pratica che acquisisce un ruolo sempre più rilevante nel contrasto a chi accumula capitali «sporchi» e tenta di riciclarli nel mercato legale. Gli accertamenti sulle transazioni economiche sono diventati la nuova frontiera dell’antimafia, attraverso lo studio delle operazioni sospette effettuato dalla Dia — Direzione nazionale antimafia — sui dati tramessi dall’Uif, l’Unione di informazione finanziaria della Banca d’Italia. Da lì, nel 2015, sono arrivate ben 76.649 segnalazioni. Un numero in costante aumento dal quale, dopo una prima scrematura, vengono selezionate le operazioni da trasmettere alla Direzione nazionale antimafia in base a un protocollo firmato nel maggio scorso dai direttori della Dia Nunzio Ferla e della Dna Franco Roberti. Lì si procede a un ulteriore vaglio attraverso le banche dati per poi chiamare in azione le Procure distrettuali e la stessa Dia, allo scopo di scoprire se dietro ai movimenti di denaro si nascondono i «colletti bianchi» di Cosa nostra, della ‘ndrangheta o della camorra. Nell’anno appena trascorso sono state analizzate 75.257 segnalazioni; poiché in ognuna sono implicati più soggetti e movimenti, quella cifra coinvolge 165.486 persone fisiche e 82.315 persone giuridiche o enti, che nell’insieme hanno prodotto 279.098 operazioni. Nel 2015, le segnalazioni inviate dalla Dia alla Superprocura perché «potenzialmente attinenti alla criminalità organizzata» sono state 18.396. Il volume di denaro mosso attraverso le operazioni sospette è altissimo: qui i dati sono fermi al 2014, quando l’Uif inoltrò 71.768 segnalazioni(circa 5 mila in meno rispetto al 2015) che riguardano 55,9 miliardi di euro. La grande maggioranza delle movimentazioni (84,1 per cento)riguarda importi compresi tra 50 mila euro a un milione, un dato che spiega la grande quantità di operazioni e di soggetti coinvolti. I quali nell’80 per cento dei casi agiscono attraverso le banche, da cui quasi sempre partono i primi avvisi all’Uif; altri campanelli d’allarme sono attivati dagli intermediari finanziari (5 per cento) e da professionisti(come i notai che per lo più segnalano compravendite di immobili e atti societari, per un altro 5 per cento di casi). Le operazioni bancarie più frequenti sono bonifici (17,7 per cento), versamenti di contante (12 per cento), prelevamento con moduli di sportello (11 per cento), bonifici in partenza (10 per cento), bonifici esteri (7,7 per cento), versamenti di assegni, ordini di trasferimento, emissioni di assegni circolari e titoli analoghi e via di seguito. Tutto questo per coprire il riciclaggio dei soldi accumulati dalle grandi organizzazioni criminali (soprattutto attraverso il traffico di droga), ma anche la corruzione e altri affari illeciti. La distribuzione geografica delle transazioni sospette del 2015 (50 per cento al Nord, 24,5 al Sud, isole escluse, e 20 per cento al Centro) offre diversi spunti d’interesse investigativo. La Lombardia ha rafforzato il primato superando il 20 per cento delle 35 segnalazioni, mentre al secondo posto di questa particolare classifica la Campania ha superato il Lazio, con oltre il 12 per cento. Ciò significa che le operazioni tendenti a coprire il malaffare avvengono nella regione economicamente più avanzata e in quella dove c’è la capitale, ma l’avanzata della Campania fa ipotizzare che, tra le varie mafie, la camorra è quella che più preferisce riciclare «in casa» i propri guadagni. Al contrario, c’è la conferma della tendenza di ‘ndrangheta e Cosa nostra a investire e operare altrove, se in Sicilia è concentrato solo il 6,3 per cento delle operazioni sospette e in Calabria nemmeno il 3 per cento. La grande massa di dati analizzati dalla Dia con le sue «articolazioni periferiche», cioè i Centri distribuiti sul territorio e le sezioni operative, si trasforma dunque in indagini svolte sotto il coordinamento della Superprocura e delle Direzioni distrettuali antimafia. Con l’effetto di aprire nuovi fascicoli giudiziari o rimpinguare quelli già esistenti, nel tentativo di smascherare il riciclaggio dei capitali delle cosche. Seguendo i soldi. Giovanni Bianconi del 07/01/16, pag. 4 Mai più soli di fronte agli abusi in divisa Intervista. L’associazione mette a disposizione le competenze acquisite dai movimenti in anni di battaglie contro repressione e carcere Giuliano Santoro Il telefono si illumina e vibra. Suona per tre volte. Se dall’altra parte nessuno risponde, la chiamata viene deviata automaticamente ad un altro cellulare, per altri tre squilli. Se ancora non c’è risposta, lo squillo rimbalza su un altro numero e così via, a cascata su un elenco di utenti. Fino a quando qualcuno degli operatori non preme il tasto verde del suo apparecchio e accoglie la richiesta di soccorso. È questa l’ossatura essenziale del numero verde di Acad, associazione che ha trasformato la sigla che manifesta la diffidenza delle bande di strada verso le forze dell’ordine (Acab: «All cops are bastards») in una struttura di supporto «contro gli abusi in divisa». In questi giorni Acad compie due anni. Al pronto intervento contro i soprusi di potere arrivano in media circa dieci chiamate a settimana. Queste telefonate sono l’emblema di una catena che rompe la solitudine, squarci di verità in un paese che si sta accorgendo di avere un problema con le forze dell’ordine. Snocciolare gli anelli di questa catena significa ripercorrere una Spoon River di morti violente. Vuol dire raccontare storie che sarebbero affogate nell’isolamento se non si fosse messo in moto un processo di condivisione e mutuo soccorso che le ha messe in relazione. «Ogni squillo al telefono verde di Acad è un colpo al cuore, ad ogni chiamata spero che sia solo una richiesta generica di informazioni o anche uno scherzo stupido. Mi auguro con tutto me stesso di non trovarmi per l’ennesima volta davanti a una tragedia inaccettabile», racconta uno dei volontari di Acad al manifesto. Eppure questi due anni di esperienza dolorosa insegnano molto. «Le ore immediatamente successive all’abuso sono quelle più importanti — racconta Luca Blasi, che lavora al nodo romano dell’Associazione — Serve subito un avvocato, nel caso di decesso è fondamentale il perito di parte, così come è necessario verificare che l’autopsia venga svolta correttamente». In questi anni di lavoro, quelli di Acad si sono resi conto che, accanto alle questioni tecniche, sono importanti anche gli aspetti comunicativi. 36 Può essere decisivo avere la forza e la lucidità di raccontare subito la vicenda per quella che è, divulgare il più possibile storie che smentiscano quelle ufficiali, in base alle quali — ad esempio — Federico Aldrovandi è stato descritto un drogato che si uccise da solo, per di più buttandosi addosso ad un manganello e spezzandolo. Di Davide Bifolco, ucciso da un colpo partito dalla pistola di un carabiniere alla periferia di Napoli, si disse invece che portava «un latitante» sul motorino. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, dovettero rompere il galateo del pudore e mettere in scena i corpi martoriati dei loro cari per bucare il muro di gomma dell’informazione. Dopo la riapertura delle indagini, scattata anche grazie alla grande fiaccolata convocata dai Cucchi e da Acad a piazza Indipendenza, di fronte al Csm, Ilaria ha scelto di nuovo di mettere in scena l’orrore. Ha divulgato le foto di alcuni dei carabinieri coinvolti nella morte di Stefano. Lo stesso ha fatto Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto sette anni fa a Varese dopo aver passato una notte in una caserma dei carabinieri. «Ilaria e Lucia hanno consentito che migliaia di cittadini si rendessero conto che ci sono delle persone in carne e ossa dietro il vanto di aver pestato a sangue “un drogato di merda”. Nascosto dietro questo orrore, non c’è una figura astratta, c’è persino un sorriso», riflette ancora Blasi a proposito della diffusione virale di quelle immagini e della polemica che ne è scaturita. Acad nasce da un’intuizione semplice quanto opportuna: mettere a disposizione del maggior numero possibile di persone le competenze legali, comunicative e politiche acquisite dai movimenti in anni di battaglie contro repressione e carcere. Non più una doverosa manovra di nicchia ma un’operazione di tutela dei diritti civili nel paese dei misteri insabbiati e delle macellerie messicane. Nel gennaio del 2014 a Bergamo, il primo evento pubblico. «La nostra forza è l’unione, se restiamo soli non possiamo nulla», disse quel giorno Domenica Ferrulli, figlia di Michele, manovale di 51 anni, morto durante un fermo di polizia a Milano nel 2011. «A proposito di Ferrulli bisogna ricordare una cosa importante — raccontano da Acad — ammanettare una persona mettendogli le mani dietro la schiena e poi appoggiarsi col ginocchio sul suo corpo, pancia a terra, è molto pericoloso». È morto così Federico Aldrovandi. Morì così anche Ferrulli. «Quella posizione causa soffocamento o compressione del cuore. Quella manovra non andrebbe più insegnata nelle scuole di polizia. E invece per quel che ne sappiamo costituisce ancora la normale prassi». Ci sono famiglie che hanno la forza di agire, prendere parola, sfidare la pubblica autorità. In quei casi Acad svolge un lavoro di supporto. Ma spesso gli abusi si verificano in zone grigie, in situazioni difficili, in particolari contesti ambientali e condizioni sociali. Non è facile essere vittime e al tempo stesso essere scaraventati sui media. E allora quelli di Acad sanno che bisogna prendere in mano la faccenda, fornendo supporto legale e anche aiuto economico, ove necessario. E poi ci sono le campagne di sensibilizzazione: la richiesta della sospensione a tempo indeterminato dal servizio, il numero identificativo, il reato di tortura. Dal punto di osservazione dei dieci «punti Acad» sparsi su tutto il territorio emerge anche l’eccessivo ricorso ai Tso, i Trattamenti sanitari obbligatori che vengono comminati con troppa facilità per risolvere questioni delicate o per sbrogliare situazioni complesse. Andrea Soldi, un’altra delle vittime di abusi di cui si occupa Acad, è morto nell’agosto scorso a Torino dopo un Tso a causa di uno «strangolamento atipico»: sono indagati tre vigili urbani e uno psichiatra. Al numero verde di Acad sono stati denunciati pestaggi ai centri d’accoglienza per migranti e abusi di potere contro persone costrette ai domiciliari, eccessi di repressione in nome del decoro urbano ai margini dei famigerati quartieri della «movida» e misteriosi decessi in carcere. 37 Acad segue il caso di Nicolò e Tommaso De Michiel. I due fratelli erano poco più che ventenni nel 2009, quando furono vittime a Venezia, la loro città, di un pestaggio poliziesco. Vennero portati in questura, Tommaso in mezzo a più uomini in divisa. Il suo caso è classificato tra i dossier «Sopravvissuti» di Acad, perché il giovane la cavò «solo» con una costola rotta, l’altra incrinata, ematoma ai testicoli, trauma facciale, emorragia ad un occhio, labbra tumefatte, lesioni ai polsi provocate da trascinamento. Fu suo padre a fermare il mucchio selvaggio. Entrò negli uffici di polizia mostrando il tesserino: era anche lui un agente. In seguito venne sospeso dal servizio per il semplice fatto di aver partecipato ad una iniziativa pubblica per dire che non tutti gli agenti sono come quelli che hanno picchiato i suoi figli. Compare anche lui, proprio un poliziotto, in «Figli come noi» il video del Muro del Canto nel quale alcuni parenti di vittime di abusi in divisa soffiano simbolicamente per spazzare via le ingiustizie. La pagina Facebook AcadOnlus ha raccolto in questi mesi oltre 40 mila «mi piace». Sul sito www.acaditalia.it si trovano i materiali sulle campagne e gli aggiornamenti dei casi che Acad sta seguendo, oltre alle informazioni per tesserarsi e sostenere le attività dell’associazione. Il numero verde 800588605 per denunciare abusi e avere supporto è attivo 24 ore su 24. «L’associazione ACAD — si legge sul sito — nasce dalla volontà di dare sostegno alle famiglie delle vittime e a coloro che hanno subito abusi ma che non si sono dati per vinti e non hanno accettato una verità giudiziaria che già troppe volte si è dimostrata a favore di chi tenta in tutti i modi di nascondere la propria impunità dietro una divisa. Acad è antifascista e antirazzista, valori di libertà ed eguaglianza che vogliamo rivendicare» 38 RAZZISMO E IMMIGRAZIONE del 07/01/16, pag. 4 Ue, vacilla il sistema Schengen E la Germania passa all’attacco L’incontro di ieri a Bruxelles convocato dopo le iniziative di Svezia e Danimarca Berlino avverte che «saranno necessarie misure dei singoli Stati» La Commissione di Bruxelles chiede di salvaguardare il Trattato DALLA NOSTRA INVIATA BRUXELLES «Siamo d’accordo sul fatto che Schengen e il libero movimento debbano essere salvaguardati, sia per i cittadini, sia per l’economia. Misure eccezionali sono state prese e abbiamo concordato di mantenerle al minimo necessario, per tornare alla normalità il prima possibile». Il resoconto del commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, al termine dell’incontro d’urgenza con i rappresentanti di Svezia, Danimarca e Germania dopo la decisione di Stoccolma di reintrodurre i controlli al confine con Copenaghen, che a cascata li ha ripristinati con la Germania, mostra lo stallo della politica europea per fronteggiare l’emergenza immigrazione. Tutti concordano sull’importanza di Schengen, ma è il segretario di Stato tedesco all’Immigrazione, Ole Schröder ad andare dritto al problema: la Ue non ha un efficace sistema di controllo delle frontiere esterne, in particolare tra Grecia e Turchia, e il sistema del ricollocamento dei richiedenti asilo «non sta funzionando». I numeri gli danno ragione: secondo gli ultimi dati, solo 272 rifugiati sono stati ricollocati da Italia (190) e Grecia (82) su un totale di 160 mila previsto dal piano di Bruxelles. «Sino a quando non avremo una soluzione europea — ha concluso Schröder — saranno necessarie misure da parte dei singoli Stati membri». La Svezia ha dovuto affrontare solo in autunno un’ondata senza precedenti: negli ultimi quattro mesi ha aperto le porte a 115 mila richiedenti asilo. Il ministro della Giustizia e dell’Immigrazione svedese Morgan Johansson ha spiegato che i controlli ai confini imposti a novembre e la verifica dei documenti dalla mezzanotte di domenica sono «necessari per controllare la situazione, cominciamo ad avere problemi nella gestione dei flussi, per questo è necessaria una politica europea di condivisione delle responsabilità». Ma così si crea un effetto domino e la Danimarca «non vuole essere la destinazione finale per migliaia e migliaia di richiedenti asilo» ha detto in modo inequivocabile la ministra all’Immigrazione e integrazione danese Inger Stojberg: servono «soluzioni europee». Le chiedono i Paesi del nord Europa dove i rifugiati vogliono fare domanda di asilo, le chiedono i Paesi del sud, con Italia e Grecia in testa, dove i migranti approdano al termine di viaggi tragici. Ma la situazione non si sblocca. «I flussi devono essere rallentati. L’unica via sono le soluzioni europee con tutti i 28 Stati membri», ha ribadito Avramopoulos in conferenza stampa e al termine ha ripetuto le linee da seguire: «Difendere meglio i confini dell’Europa, far funzionare il ricollocamento dei rifugiati, rispettare le regole». Ovvero identificare i migranti che arrivano. Ma anche su questo i dati non sono confortanti. Dei sei hotspot previsti in Italia quelli attivi sono due, Lampedusa e Trapani, mentre dei cinque previsti in Grecia uno solo è operativo, ha elencato Tove Ernst, una dei portavoce della Commissione Ue per l’Immigrazione. La riunione d’urgenza si è conclusa in un reciproco impegno di collaborazione, ma resta il fatto che uno dei pilastri fondamentali dell’Unione Europea, la libera circolazione delle persone, stia subendo duri attacchi. Tutti ribadiscono l’eccezionalità delle misure e la 39 temporaneità. Ma intanto in sei Paesi sono sospese le regole di Schengen: la Norvegia, che non fa parte della Ue, la Svezia, la Danimarca, l’Austria, la Germania, che vi ha fatto ricorso a settembre, e la Francia, dopo gli attentati terroristici del 13 novembre. L’Italia non ha intenzione di ripristinare i controlli ai confini. Lo ha assicurato nei giorni scorsi il ministro dell’Interno Angelino Alfano: «A Nord-Est non chiuderemo le frontiere, ma abbiamo già inviato, e continueremo a farlo, numerosi uomini e mezzi antiterrorismo». Francesca Basso del 07/01/16, pag. 6 Migranti, Danimarca e Svezia fanno da sole Schengen. Fallito il vertice per salvare il Trattato Carlo Lania Un fallimento. Convocato d’urgenza per chiedere a Svezia e Danimarca spiegazioni sulla decisione di ripristinare i controlli alle frontiere, il vertice straordinario voluto dal commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos si è concluso con un niente di fatto. O meglio, con la certezza che i due paesi del nord Europa — che hanno deciso la sospensione di Schengen per arginare gli arrivi dei profughi — continueranno a fare quello che vogliono. «Le misure messe in atto saranno mantenute per lo stretto necessario», vale a dire «fino a quando ci sarà una riduzione dei flussi», ha spiegato al termine dell’incontro Avramopoulos. Il che, vista l’inutilità di tutti i tentativi messi in atto finora dall’Europa per trovare una soluzione alla crisi dei migranti, equivale a dire che almeno per quanto riguarda Svezia e Danimarca Schengen si potrebbe anche considerare finito. Se le cose stanno così, c’è il rischio che a pagare le conseguenze di questa nuova dimostrazione di impotenza dell’Ue saranno le migliaia di uomini, donne e bambini che, chiusi in trappola tra un nord sempre più ostile e i paesi balcanici restii a organizzare la loro accoglienza, rischiano di restare intrappolati nella neve. Come purtroppo già avviene. Difficile dire quali argomenti abbiano utilizzato i ministri dell’immigrazione svedese e danese, Morgan Jahansson e Inger Stojberg, per rassicurare un’Europa fino a due giorni fa terrorizzata dall’idea di vedere andare in frantumi uno dei trattati su cui è basata a sua stessa sopravvivenza. Fatto sta che dopo due ore di colloqui, ai quali ha partecipato anche il segretario di Stato tedesco Ole Schroeder, gli unici soddisfatti erano proprio loro: «E’ stato un incontro costruttivo», hanno spiegato in una conferenza stampa nella quale non è stato possibile rivolgere domande. Nessuna traccia, invece, delle misure che pure Bruxelles aveva annunciato di voler discutere per mettere in sicurezza la libera circolazione in Europa. Anzi. Al momento sono sei i paesi che hanno sospeso Schengen (oltre a Svezia, Danimarca e Germania, anche Francia, Norvegia e Austria) e c’è da sperare che non aumentino nelle prossime settimane. Il vertice di ieri infatti è come se avesse ufficializzato una sorta di via libera per chiunque deciderà di seguire l’esempio svedese. L’indicazione è arrivata dallo stesso Schroeder, per il quale finché non verranno rispettate le regole europee sull’asilo, gli Stati daranno risposte singole. Insomma: facciamo da soli, e Bruxelles è avvertita. Più esplicita la rappresentante del governo danese: «Non vogliamo essere la destinazione finale di migliaia e migliaia di richiedenti asilo», ha spiegato, aggiungendo di non escludere la possibilità ce come già accade in Svezia, anche Copenhagen decida di imporre alle compagnie di trasporto di controllare i documenti dei viaggiatori. Il problema rischia adesso di rovesciarsi sull’anello più debole della catena, perché primo nel fronteggiare l’impatto dei migranti, vale a dire il fronte sud dell’Europa. Svezia, 40 Danimarca e Germania hanno infatti puntato il dito sulla mancanza di controllo delle frontiere: «Non funzionano, in particolare tra Grecia e Turchia», ha accusato Schroeder. «Le registrazioni non vengono fatte. Eurodac non viene applicato, i ricollocamenti non vanno avanti». Da parte sua lo svedese Morgan Jahanson ha chiesto invece l’applicazione «del principio di Dublino» (lo stesso che l’Italia chiede invece da tempo di poter modificare) e «misure per rallentare il flusso» sulla rotta dei Balcani, che il ministro definisce «un’autostrada» per i migranti. Senza risparmiare l’Italia, come ha fatto la portavoce della Commissione europea Tove Ernest ricordando come dei sei hotspot previsti ne siano attivi solo due. «E in Grecia su cinque è operativo uno». Parole che non devono aver fatto piacere a palazzo Chigi, dove Renzi si prepara a incontrare nel giro di qualche settimana sia il presidente della Commisione Ue Juncker che la cancelliera Merkel. Nella consapevolezza che, a meno di un repentino cambio di rotta, a decidere cosa fare nella sempre più drammatica crisi dei migranti presto potrebbe non essere più l’Unione europea ma i singoli Stati. del 07/01/16, pag. 8 Bruxelles non trova l’intesa con i “dissidenti” di Schengen Danimarca, Svezia e Germania difendono la chiusura temporanea delle frontiere Il ministro tedesco: “Quando le cose nell’Ue non vanno, gli Stati devono fare da soli” La frase più chiara e pesante arriva dal tedesco. Dice Ole Schröder, viceministro agli Interni del governo Merkel, che «quando le cose in Europa non vanno allora gli Stati devono far da soli». È la fotografia precisa di una situazione difficile in cui il disaccordo fra le capitali su come affrontare l’onda grande dei rifugiati, e la gestione comune delle frontiere, minacciando il dono della libera circolazione: Schengen, in una parola. Ed è un’immagine sfocata in cui, alla Commissione Ue che chiede «controlli solo temporanei», gli Stati che hanno chiuso i confini interni rispondono che va bene, a patto che ci siano le giuste condizioni. E le condizioni, per ora, non ci sono. Incontro teso, inevitabilmente interlocutorio, in cui tutti hanno parlato l’inglese, ma non la stessa lingua. Due ore di confronto fra il responsabile Ue agli Interni, Dimitris Avramopoulos, e gli omologhi danese, svedese e tedesco. Al termine una dichiarazione e niente domande. Il greco ha riferito che «si è concordato che Schengen va salvaguardata» e che «le misure messe in atto saranno mantenute per lo stretto necessario», cioè «fino a quando ci sarà una riduzione dei flussi». Non poche settimane, dunque. Per riuscire a controllare l’onda dei rifugiati - un milione gli arrivi nel 2015 - bisogna far funzionare l’intesa con la Turchia per fermare i trafficanti, blindare le frontiere esterne, registrare a dovere quelli che arrivano, ridistribuirli e rimpatriare gli illegali. Non ci siamo. Dei 160 mila da riallocare in due anni ne sono partiti poco più di duecento. Il tedesco Schröder sottolinea proprio questo. In Germania arrivano 3200 persone al giorno e il flusso non diminuisce. Nomina tutte le mancanze del sistema che, a parole, i governi dell’Ue hanno deciso di darsi. Assicura che occorre una soluzione comune su cui «Angela Merkel sta lavorando duramente» e che, in sua assenza, i singoli leader devono pur far qualcosa. «Studieremo il caso con attenzione», promette. 41 L’uomo di Stoccolma, Morgan Johansson, abbonda coi casi per delineare la passione della sua Nazione. Sono arrivati 26 mila minori non accompagnati in 4 mesi, «mille classi scolastiche!». Nello stesso periodo il numero dei rifugiati è stato di 115 mila. «Non vogliamo che si ripeta». Così dicono che bisogna applicare Dublino e lasciare gli oneri ai Paesi di prima accoglienza, soprattutto la Grecia e l’Italia. Replica la danese Inger Stojberg e si capisce che ce l’ha coi vicini gialloblù perché fanno confluire i migranti verso lo Jutland. Spiega che sì, «abbiamo ripristinato i controlli ai confini, tuttavia non abbiamo introdotto l’obbligo di controllo dell’identità dei passeggeri per le compagnie di trasporti». E aggiunge che, «se necessario, attueremo la misura e con breve preavviso», il che vale anche per i controlli d’identità al confine con la Germania. «Anche se i tedeschi non cooperano». Senza un’intesa a ventotto si profila un triste futuro per Schengen, ore di code per passare da un Paese all’altro. Costa tempo e soldi. La Svezia spende 175 mila euro al giorno per pattugliare il ponte di Malmö e pure l’Italia pensa a sigillare il confine sloveno. Interviene Avramopoulos. «Non abbiamo informazioni - dice -. È un’idea, ma non credo sia sul tavolo». Può tarsi che se l’aspetti, deve far finta di nulla e sperare che succeda qualcosa. Nelle capitali prima che a Bruxelles. [m. zat.] Del 7/01/2016, pag. 8 LA GIORNATA Migranti, Berlino avverte “Si rispettino le regole Ue o ogni Stato agirà per sé” “Alle frontiere esterne le procedure non sono applicate” Bruxelles: “I controlli dureranno solo lo stretto necessario” «Le frontiere esterne dello spazio di Schengen non funzionano, l’Europa senza frontiere è a forte rischio». Al consulto d’emergenza di Bruxelles, tra la Commissione europea e i responsabili dell’Interno di Berlino, Copenhagen e Stoccolma, la Germania – per bocca del sottosegretario all’Interno Ole Schroeder alza severa il tono dei moniti. Ovvio: con le frontiere sigillate svedese e danese, ancor più migranti venuti dal sud e dal Medio Oriente resteranno in Germania. Esasperando la gente, creando nuovi climi d’odio razziale. Ma gli scandinavi non mollano: che la Ue instauri controlli severi ai confini, dice il ministro dell’Interno svedese, Morgan Johansson. Duro confronto sull’emergenza: «Abbiamo tutti concordato che Schengen deve essere salvaguardata, e che i controlli al confine adattati da alcuni paesi saranno mantenute solo per lo stretto necessario», ha spiegato il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramoupos. Ha però aggiunto una frase che fa capire quanto la revoca dei controlli possa essere lontana: «Le misure saranno mantenute fin quando ci sarà una riduzione dei flussi». Un accordo su una soluzione europea, come chiesto da Angela Merkel e dall’Italia di Renzi, sembra lontano. La Svezia sommersa dagli arrivi (massimo numero di migranti e profughi in percentuale sui cittadini) chiede l’applicazione del “principio di Dublino”. Cioè la responsabilità di controllare e registrare messa sulle spalle dei paesi confinari di Schengen. Adesso, ha criticato il tedesco Schroeder, queste misure di registrazione non funzionano, «in particolare in Grecia e Turchia, e i ricollocamenti non vanno avanti: finché le regole Ue non saranno rispettate ogni Stato darà risposte singole». Ancor più dura la 42 ministro danese, Inger Stojberg: «Non abbiamo ancora introdotto controlli d’identità negli aeroporti, ma se necessario metteremo in atto la misura con breve preavviso». Cresce, la voglia di ritorno a un’Europa delle frontiere. Tendenza criticata: «Eliminare Schengen non solo non risolve il problema ma rischia di complicarlo», ha affermato il ministro dell’Interno, Antonino Alfano. Per il cardinale Bagnasco, «non c’è muro che possa fermare questa marcia dei popoli dal sud al nord, in fuga dalla violenza, cercando una libertà vera». Da Avvenire del 07/01/16, pag. 6 L’esodo d’inverno tra Turchia e Grecia Caritas Hellas: a Lesbo, Kos e Ios ci sono ancora 3mila arrivi al giorno DANIELA FASSINI Aspettano giorni e anche settimane prima di trovare il 'passaggio' giusto. Sono in migliaia: uomini, donne e soprattutto bambini. Ma spesso il freddo non perdona. Come è successo al neonato siriano di soli 4 mesi, morto assiderato, martedì scorso, perché viveva in una tenda con la sua famiglia, senza luce né gas. È una delle tante tragedie che ormai non si contano più e che colpiscono chi fugge dalla guerra e tenta disperatamente di approdare in Grecia. Sono in molti a mettersi in mare dalle coste turche per sbarcare a Lesbo o a Kos, le due isole del Mar Egeo, a uno sputo dalla Turchia. E lo fanno anche in questi giorni, quando la temperatura si abbassa e il mare è grosso. Perché è proprio adesso che si può 'strappare' un passaggio a prezzi scontati. Gli scafisti d’inverno fanno i saldi: per attraversare il breve tratto che divide la costa turca dalle isole greche il biglietto (solo andata) si aggira intorno ai 1.000 dollari (per la stessa rotta, d’estate si arriva a pagare fino a tre/quattro volte tanto). E così ogni giorno, anche in pieno inverno, le piccole isole greche si trovano ad accogliere più di tremila persone. Uomini, donne e bambini che non hanno mai visto il mare e che non sanno neppure come galleggiare. E in molti non ce la fanno. Solo nel 2015, quel piccolo specchio d’acqua tra le coste turche e le isole greche ha inghiottito più di 400 persone. «Molti volontari delle ong ma anche semplici cittadini, abitanti delle isole, trascorrono le giornate sulle spiagge con il cannocchiale in mano per individuare l’arrivo dei gommoni e allertare la guardia costiera prima che si ribaltino per evitare nuove vittime» racconta Maristella Tsamatropoulo, responsabile Caritas Hellas. La situazione sulle isole è drammatica. «Si deve trovare una soluzione, velocemente – lancia l’appello la volontaria – noi non facciamo politica ma chiediamo di aprire le frontiere per una vita dignitosa di queste persone. Dobbiamo aprire i nostri cuori e le nostre case». I trafficanti di persone fanno più soldi dei trafficanti di droga e di armi. Dalla Turchia viene promesso il viaggio completo in Europa: passaggio in mare e poi auto fin su al Nord, Germania, Svezia. Ma la realtà è ben diversa. Martedì, sulle coste turche di Ayvalik e Dikili, sono stati recuperati i corpi di 36 migranti, in gran parte siriani, che tentavano di raggiungere le coste della Grecia e i confini dell’ Ue. La polizia turca ieri ha sequestrato oltre 1.200 giubbotti di salvataggio non idonei ed evidentemente destinati alle migliaia di migranti che, ogni giorno, salpano dalle coste locali. I giubbotti, privi dei requisiti richiesti dalle norme di sicurezza, sono stati sequestrati in un laboratorio a Smirne, la città sul mare Egeo, che è uno dei luoghi in cui si concentrano rifugiati e migranti in transito. A poche miglia dalla costa greca i gommoni si ribaltano o vengono volutamente danneggiati. Solo così, fanno credere gli scafisti e raccontano i migranti, le persone a 43 bordo potranno salvarsi perché la guardia costiera è obbligata a intervenire. «Dalle isole i siriani e gli afghani prendono il battello e raggiungono Atene, poi da qui possono passare il confine in Macedonia – racconta Maristella – Mentre per tutti gli altri, che non hanno diritto d’asilo, inizia il calvario. La situazione sta provocando anche scontri tra persone di nazionalità diversa». E i numeri sono drammatici: oggi a Lesbo ci sono 4mila persone in attesa di lasciare l’isola. Caritas Hellas, in collaborazione con Caritas Svizzera, ha a disposizione tre alberghi per l’accoglienza e l’accompagnamento dei migranti in attesa dello status. Caritas Italia ha inceve avviato un progetto di accoglienza permanente all’interno delle strutture diocesane ad Atene, in grado di accogliere fino a 5mila persone l’anno. «In questo momento offriamo vitto, alloggio e accompagnamento a seicento persone – racconta – ma ogni giorno siamo costretti ad aggiornare i numeri». Ma oltre ai numeri, i volontari guardano con preoccupazione anche alle previsioni meteo. In questi giorni non piove ma da settimana prossima è previsto l’arrivo di una nuova perturbazione. E sulle isole potrebbe anche nevicare. Mentre nevica già al nord, sul confine con la Macedonia. E anche qui, come sulle coste turche, la gente rischia di morire in attesa di attraversare la frontiera. Da Avvenire del 07/01/16, pag. 6 No alle impronte, eritrei in rivolta Tensione sull’isola ILARIA SESANA Il vento freddo e la pioggia non hanno fermato la protesta dei 200 profughi che ieri pomeriggio hanno sfilato per le vie di Lampedusa. Sulle magliette e sui cartelli lo slogan scandito dal piccolo corteo: 'No fingerprints'. I profughi, in larga parte eritrei, rifiutano infatti di fornire alle autorità italiane le impronte digitali e di farsi identificare come impongono le norme comunitarie. Da qualche mese, infatti, Lampedusa è diventata un 'hotspot', uno dei porti europei dove i profughi vengono distinti in richiedenti asilo (una condizione riservata a eritrei, siriani e iracheni) e migranti economici. I primi, dopo essere stati identificati, hanno diritto a essere ricollocati in altri Paesi europei. Il meccanismo, però, si è inceppato: dal 9 ottobre solo 190 profughi hanno lasciato l’Italia sui 40mila previsti dal piano europeo in due anni. «I giovani che stanno protestando a Lampedusa chiedono di non essere trattati come pacchi postali – spiega don Mosé Zerai, sacerdote eritreo che da anni tiene i contatti con la diaspora in fuga da Asmara –vogliono rispettare le leggi europee, ma chiedono anche che nel processo di ricollocamento si tenga conto delle loro volontà. Vogliono raggiungere i Paesi dove già vivono parenti e amici». Il timore è quello di essere destinati a luoghi dove non hanno contatti o una comunità in cui inserirsi. Duro il giudizio del sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini: «Queste proteste dimostrano che il sistema degli ’hotspot’ non funziona». Attualmente sull’isola ci sono 424 persone «di cui più della metà qui dal 5 dicembre scorso», denuncia Nicolini. Circa 120 invece, i minori non accompagnati presenti: due di loro si trovano a Lampedusa dal 24 novembre, mentre una trentina di giovanissimi eritrei è sbarcato sul molo Favarolo lo scorso 5 dicembre. Non ci sono posti liberi nelle comunità d’accoglienza e così devono restare sull’isola. Critico anche il commento del parroco di Lampedusa, don Mimmo Zambito, che martedì sera ha aperto le porte della chiesa di san Gerlando per dare un riparo ai profughi: «C’è un’ accoglienza 44 fredda, che non presta attenzione a storie e vicende dei singoli». A preoccupare il sacerdote è la distinzione tra etnie «privilegiate nella sciagura » che possono chiedere asilo e gli altri migranti «che rischiano di essere macinati da un sistema che non guarda in faccia le persone. E che viola i diritti della persona». 45 SOCIETA’ Del 7/01/2016, pag. 12 “La paura contagia 8 milioni di italiani” Studio del Censis: dopo i massacri di Parigi e l’avanzata dello Stato islamico, modificate le abitudini di vita Evitati i principali luoghi simbolo, non si prendono treni e aerei e spesso non si esce più nemmeno la sera VLADIMIRO POLCHI Evitano i viaggi all’estero, i cinema e i luoghi affollati. Se possono, non prendono la metro, i treni, tanto meno gli aerei. Qualcuno salta perfino le uscire serali. Sono i “contagiati dalla paura”: un esercito di 8,3 milioni di italiani che modifica quotidianamente le proprie abitudini sotto la minaccia del terrorismo. Le più impaurite sono le donne tra i 35 e i 44 anni, che vivono nelle regioni del Centro, soprattutto a Roma. Pochi (il 24%) chiedono la chiusura delle frontiere, molti di più invocano la «creazione di una forza europea che bracchi i terroristi ovunque nel mondo». A fotografare la «crescente paura dell’altro» è un’indagine del Censis, che prova a indagare «le ragioni dell’onda populista che sta investendo le società europee». I ricercatori hanno sondato le preoccupazioni di un campione nazionale di cittadini nelle settimane successive alle stragi del 13 novembre a Parigi. I risultati? Il 65,4% degli italiani ha modificato le abitudini per timore di attacchi terroristici. Più nel dettaglio, il 73% evita di fare viaggi all’estero, in particolare in Paesi a rischio attentati. Più di tutti rinunciano i giovani tra i 18 e i 34 anni (il 77%). Il 53% evita luoghi simbolo, potenziali bersagli di attentati, come monumenti, stazioni ferroviarie e piazze. Il 52,7% si tiene alla larga da cinema, teatri, musei, concerti. Il 27,5% non prende più la metropolitana, il treno o l’aereo. Il 18% evita addirittura di uscire la sera. Non tutti sono ugualmente allarmati: c’è chi ha modificato solo un comportamento quotidiano e chi quattro o più (il 15,9%). Sono quest’ultimi i “terrorizzati”: ben 8,3 milioni di persone che hanno stravolto la proprie abitudini, ridefinendo percorsi, luoghi del tempo libero, modalità di trasporto. «È come se gli attentati al caffè e allo stadio di Parigi – scrivono i ricercatori del Censis – avessero instillato nel cuore degli italiani la convinzione che il pericolo viene anche dallo stile di vita e dal modo di gestire gli spostamenti». E dunque la riduzione del rischio passa anche da scelte individuali. «Il numero non elevatissimo di partecipanti all’apertura del Giubileo in piazza San Pietro – si legge nella ricerca – dimostra che la paura ha generato la ritrosia a partecipare a eventi pubblici anche di grande rilievo e pacifici, come prolungamento della più generale scelta di evitare luoghi affollati». E ancora: gli attacchi terroristici hanno aumentato le diffidenze verso i “nuovi italiani”. Tra il 2010 e il 2015 è infatti cresciuta dal 12% al 31% la quota di cittadini convinta che l’immigrazione sia un problema. Oggi il 56,4% dei migranti professa una confessione cristiana, poco più di uno su quattro (26,3%) è musulmano. Ma agli italiani gli islamici paiono molti di più. Non solo. Il 44% ha una opinione negativa della religione musulmana. La quota dei giudizi negativi è del 45% tra chi non ha mai avuto rapporti con cittadini islamici, ma rimane alta (41%) anche tra chi ha relazioni quotidiane. «La sperimentazione diretta – commentano gli analisti Censis – attenua in misura molto moderata il giudizio negativo». Diverse le risposte invocate da chi ha paura. E non sempre semplicistiche. Il 44% degli italiani chiede la creazione di una forza europea che fermi i terroristi ovunque nel mondo. Il 38,6% ritiene essenziale aiutare le forze democratiche e 46 laiche dei Paesi arabi. Il 27% vorrebbe che fossero inasprite le pene per i terroristi arrestati. Il 26% propone di investire contro il disagio sociale nelle periferie e tra gli immigrati. Il 25,8% suggerisce di sostenere ovunque gli islamici moderati, nemici di quelli estremisti. Poco più del 24% chiede di chiudere tutte le frontiere, incluse quelle tra i Paesi europei. Il 17,7% spinge ad attaccare militarmente lo Stato islamico in Siria e Iraq. Il 13% infine vorrebbe vietare la preghiera degli imam estremisti e nelle moschee non autorizzate. «Insomma, le soluzioni neo-populiste come la chiusura delle frontiere – sottolineano i ricercatori del Censis – passano in secondo piano rispetto a soluzioni più mature di governance globale, anche sul terreno dell’ordine pubblico e dell’intelligence ». 47 DIRITTI CIVILI E LAICITA’ del 07/01/16, pag. 7 Pensioni, adozioni e diritti in 25 punti Unioni civili: in 25 domande e risposte spieghiamo cos’è e perché fa discutere il disegno di legge. Cosa succede per adozioni, cognome, casa, pensione, le decisioni in caso di malattia o di morte, l’eredità. 1 Cosa regolamenta il disegno di legge? Le norme riguardano le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze. 2 Come è articolato? È composto da due capi e 23 articoli. Il primo capo inserisce nel nostro ordinamento l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso quale «specifica formazione sociale», ai sensi di quanto prevede l’articolo 2 della Costituzione. Si tratta dunque di un legame diverso dal matrimonio fra eterosessuali, anche se presenta molti doveri e diritti in comune con esso. Il secondo capo disciplina la convivenza di fatto, sia eterosessuale che omosessuale. 3 Quali sono le condizioni per costituire un’unione civile? Bisogna essere maggiorenni e recarsi di fronte all’ufficiale di stato civile con due testimoni. L’ufficiale provvede alla registrazione. L’unione non è possibile quando: una delle due persone sia già sposata o abbia un’altra unione; una delle due persone sia interdetta; sussistano rapporti di parentela analoghi a quelli che impediscono il matrimonio; una delle due persone sia stata condannata per omicidio del coniuge dell’altra persona o di chi vi sia stato unito civilmente . Nel caso di rinvio a giudizio o di sentenza non definitiva l’unione è sospesa. 4 Cosa deve indicare chi si unisce? Regime patrimoniale, residenza ed eventuale adozione di un cognome comune. È anche possibile anteporre o posporre al cognome comune il proprio. 5 Quali sono i diritti e i doveri derivanti dall’unione? Tra i più rilevanti: fedeltà, assistenza morale e materiale, coabitazione, contribuzione ai bisogni comuni, potere e dovere di concordare l’indirizzo della vita familiare, estensione alle unioni delle disposizioni di legge e dei contratti già previste per matrimoni e coniugi. 6 Che accade per l’eredità? Si applicano le stesse norme esistenti per i coniugi. 7 Cos’è la stepchild adoption? Letteralmente «adozione del figliastro», è disciplinata dall’articolo 5. Si tratta dell’istituto per il quale una delle due persone può adottare il figlio naturale dell’altra, come avviene per i coniugi. 8 La legge permette l’utero in affitto? 48 No. La gestazione di un figlio conto-terzi in Italia è proibita. Gli oppositori a questa norma ritengono che, aprendo all’adozione del figlio naturale di un compagno, aumenterà il numero di coloro che si recheranno all’estero nei paesi in cui è possibile avere un figlio pagando la donna che porterà a termine la gravidanza. 9 Cosa propone chi è contro la stepchild adoption? Un istituto simile all’affido, detto «affido rinforzato», con più tutele per il minore, ma più blando dell’adozione. 10 Come si scioglie un’unione civile? Con modalità analoghe a quelle del matrimonio. 11 Cosa succede a un matrimonio in cui uno deiconiugi cambi di sesso? Se non c’è volontà di divorziare il matrimonio è trasformato in un’unione civile. 12 Che accade alle pensioni di reversibilità, la norma per la quale al coniuge spetta parte della pensione del partner defunto? Si applica in caso di unione civile tra persone dello stesso sesso, ma non in caso di convivenza. Secondo le stime, il costo per lo Stato potrebbe arrivare a regime a una quarantina di milioni l’anno. 13 Le unioni civili entrano in vigore con l’approvazione della legge? Ci sarà un periodo transitorio. Il governo entro sei mesi dovrà emanare i decreti attuativi. 14 Cosa dice invece il disegno di legge riguardo alle convivenze di fatto? Le disciplina come relazioni attenuate rispetto al matrimonio o alle unioni civili. È un rapporto che lega due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia che non siano né matrimonio, né unione civile. 15 Quali sono diritti e doveri della convivenza? La reciproca assistenza in caso di malattia, di ricovero, la possibilità di visita in carcere. Ciascun convivente può inoltre designare l’altro quale suo rappresentante in caso di malattia o di morte per le decisioni in materia di salute, donazione di organi, funerali. 16 Cosa prevede il disegno di legge per la casa di residenza? Il convivente superstite ha il diritto di continuare ad abitare nella casa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore ai due anni, e comunque per non più di cinque anni. Il convivente ha inoltre diritto di succedere al deceduto nei contratti di affitto. Ai conviventi si applicano le regole riguardanti i nuclei familiari per l’assegnazione delle case popolari. 17 Esiste un obbligo di mantenimento o di corresponsione di alimenti in caso di cessazione della convivenza di fatto? Il giudice lo può stabilire per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. 18 Che succede nel caso un convivente lavori nell’impresa dell’altro? Gli spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare, a meno che tra i due non esista un altro rapporto di società o di lavoro subordinato. 19 Quali sono gli altri campi in cui un convivente è parificato al coniuge? 49 L’interdizione, l’inabilitazione, il risarcimento dei danni. 20 Cos’è il contratto di convivenza? Lo strumento con il quale i conviventi fissano la comune residenza, le modalità di contribuzione alla vita comune e il regime patrimoniale. 21 Quando è impossibile la convivenza? Nel caso una delle due persone sia sposata, abbia un’unione civile o un altro contratto di convivenza, o ancora se sia minore, interdetta o sia stata condannata per omicidio o tentato omicidio del partner dell’altra. 22 Come si pone fine al contratto di convivenza? Per accordo tra le parti, recesso unilaterale, morte di uno dei contraenti, matrimonio o unione civile di uno dei conviventi. 23 Cosa accade in caso uno dei conviventi sia straniero? Si applica la legge vigente nel paese di registrazione. 24 Quanto costa allo Stato l’applicazione della legge? 130,3 milioni fino al 2025. 25 Quando se ne discuterà in Parlamento? Il disegno di legge arriverà in aula al Senato il 26 gennaio. del 07/01/16, pag. 2 Diritti&adozioni, divisioni incivili Unioni civili. Renzi a caccia dell’idea che non spacchi il governo, ma intanto in Italia torna il medioevo. Bagnasco: «Nessun altro nucleo oscuri la famiglia». Alfano: «La legge porta al mercimonio più ripugnante» Maria Teresa Accardo ROMA Non ci sarà nessun referendum sulla legge sulle unioni civili, come invece suggerisce a chi non le vuole Benedetto Della Vedova, fan di Monti ma anche tessera radicale. Benché quella del referendum sia una delle tante minacce del ministro Alfano, la strada del quesito è chiaramente un’arma scarica per chi si oppone alle unioni civili: l’elettorato sommergerebbe di ridicolo il dubbio sanguinoso che in questi giorni attanaglia la maggioranza del governo Renzi. E il Pd. La legge Cirinnà sulle unioni civili ripartirà al senato il 26 gennaio. Entro il 22 sarà possibile presentare gli emendamenti. E quindi anche la proposta di quell’«affido rafforzato» al posto della «stepchild adoption» (e cioè l’adozione del figlio del partner) che forse salverebbe l’unità della maggioranza ma non quella del Pd, dando soddisfazione ai cattolici e umiliando i già pazientissimi laici. Ieri Alfano sull’Avvenire ha minacciato nuove «slavine» e sfracelli (compreso il carcere per chi fa ricorso all’«utero in affitto»), con parole però particolarmente sgradevoli, oltreché bugiarde: «La stepchild adoption rischia di portare il Paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia 50 saputo inventare». «O il ministro ignora le leggi italiane oppure fa una speculazione, quella sì ripugnante, sulla pelle dei bambini», è la replica dell’associazione Certi Diritti, della Luca Coscioni e di Radicali Italiani. «Vuole mantenere il paese nel medioevo», quella di Arturo Scotto, di Sinistra italiana. Alfano minaccia un lontano e improbabile referendum, ma non l’unico strumento che ha a portata di mano, l’«ordigno di fine di mondo», cioè di governo, come gli consiglia Gaetano Quagliariello (altro ex radicale, ma ha fatto una riuscita diversa): «Per difendere la civiltà si utilizza ogni arma in proprio possesso. Compresa la propria determinante partecipazione a un governo». Ma l’«ordigno di fine di mondo» per prima cosa tirerebbe giù le precarissime certezze dell’Ndc nell’esecutivo. Alfano si guarda bene anche solo dall’evocarlo. Le unioni civili «non fanno parte dell’accordo di governo, nessuno può pretendere che le votiamo», spiega a Radio Anch’io, ma «non c’è da minacciare una crisi di governo», appunto. E se il Pd fosse tentato di votare con la sinistra e i 5 stelle, come suggerisce la sinistra dem? «Lavoriamo, senza mettere il carro davanti ai buoi, per trovare un punto di equilibrio razionale». «Nessuna prova muscolare all’interno della maggioranza», gli fa eco Renato Schifani. E Fabrizio Cicchitto raccomanda: «Prevalga la saggezza», «gli accenni fatti da alcuni senatori su ipotesi dell’affido vanno approfondite e non escluse pregiudizialmente». Il carico da novanta su un dibattito già tesissimo ieri l’ha messo il cardinal Angelo Bagnasco, arcivescovo di Venezia ma soprattutto presidente della Cei, durante le celebrazioni dell’Epifania: «Nessun’altra forma di convivenza di nucleo familiare, nessun altra istituzione pur rispettabile può oscurare o indebolire la centralità della famiglia», ha detto, perché «significa compromettere il futuro dell’umano». Parole pesanti che riportano le lancette indietro all’epoca degli scontri sui «valori non negoziabili» ormai archiviati insieme al papato di Benedetto XVI e all’attivismo dei cattolici oltranzisti del centrodestra italiano, ormai solo un (brutto) ricordo. Stavolta le parole di Bagnasco, grande oppositore di papa Bergoglio, hanno raccolto meno consensi del passato: tutto il parlamento sa di dover lavare la colpa di un incivile ritardo sulla legge. Ma il presidente dei vescovi sa di essere ascoltato, anche in silenzio, nei palazzi del potere italiano. E per Matteo Renzi il problema delle unioni civili, e in esso soprattutto quello dell’adozione del figlio del partner da parte, a lungo rimandato, ora rischia di esplodere. Il capogruppo della camera Ettore Rosato assicura che il gruppo del Pd «farà una sintesi e quella sarà la linea che i parlamentari terranno in aula». Ma Renzi alla conferenza di fine anno ha assicurato che su alcuni punti «sensibili» il suo partito lascerà libertà di coscienza. Forse questo basterà a non spaccare il suo partito, e non è detto, ma di certo non mette in sicurezza la maggioranza. Al premier farebbe comodo un accordo win-win con il centrodestra alleato: un accordo che gli consenta di sventolare l’approvazione della legge alle prossime amministrative ma senza rischiare su altri tavoli –primo, quello della riforma costituzionale — nel proseguo della legislatura. Ma il premier non sa come uscire dall’angolo. Ieri La Stampa ha ipotizzato un interessamento da parte del Colle. Una specie di «moral suasion» per un testo non divisivo del parlamento. Un testo così servirebbe a Renzi. E gli sarebbe utile poter evocare il Colle per convincere i ’suoi’ laici. Ma non c’è alcun motivo di credere che il capo dello stato, così attento a non interferire sulle questioni di competenza parlamentare, voglia derogare a questo solido convincimento. 51 del 07/01/16, pag. 10 Unioni civili, torna il Family day e c’è il sostegno dei vescovi Marcia a fine gennaio. Bagnasco: nessuna istituzione deve oscurare la famiglia Tommaso Labate ROMA Il «segnale» è arrivato. Ieri mattina. Poco prima di attaccare implicitamente il governo Renzi e il Pd che marciano dritti verso l’approvazione in Senato del disegno di legge sulle unioni civili, sottolineando che «nessun’altra istituzione deve oscurare la realtà della famiglia», il cardinale Angelo Bagnasco ha dato il via libera al «sostegno» che la Conferenza episcopale italiana darà al Family day . L’«operazione», partita ufficiosamente ieri, porterà a una grande marcia in programma a Roma, con tutta probabilità sabato 30 gennaio. E potrebbe riproporre praticamente lo stesso schema che nel biennio 2006-2008 vide opposta la Cei guidata da Camillo Ruini da un lato, e Palazzo Chigi all’epoca guidato da Romano Prodi dall’altro. Sono settimane che nell’eterogeneo fronte dei comitati in difesa della famiglia si pensa al remake del 20 giugno scorso, quando centinaia di migliaia di persone si presentarono in piazza San Giovanni a Roma per protestare contro le unioni civili, ma senza il sostegno ufficiale dei vescovi. A dicembre, secondo quanto si mormora sull’asse che lega i moderati in Parlamento e Oltretevere, la questione arriva sull’uscio della casa di Santa Marta, dove risiede papa Francesco. E lì si ferma. La regola d’ingaggio del Vaticano — che si riassume nella formula «la Chiesa non è contraria a un Family day ma sono i laici che devono prendere l’iniziativa» — si presta a più chiavi di lettura. Fino a ieri mattina. Quando il cardinal Bagnasco, prima di lanciare da Genova il suo appello contro tutto quello che «indebolisce la centralità della famiglia», non decide di sposarne una sola, di chiavi di lettura. Quella che porta dritto verso il «sostegno» della Cei alla manifestazione contro il governo. E quindi a quella marcia che andrà in scena sabato 30 gennaio. A sentire il professor Massimo Gandolfini, il portavoce del Comitato «Difendiamo i nostri figli» che organizzò la manifestazione del giugno scorso, si ottengono solo conferme. Sono solo poche parole, che però non lasciano spazio ad alcun fraintendimento: «L’appuntamento con la grande manifestazione in difesa della famiglia tradizionale è sempre più vicino. E posso anche dirle che ci sarà senz’altro una grossa adesione dei vescovi diocesani». E ancora: «La nostra sarà una grande battaglia culturale in difesa di due principi. Il primo è che non ci può essere alcun tipo di omologazione, né formale né sostanziale, tra la famiglia prevista dalla Costituzione. Il secondo è la salvaguardia di quei valori a cui non siamo disposti a rinunciare». Ancora qualche giorno, insomma, e si capirà se quella tra Renzi e Bagnasco assomiglierà o meno alla sfida che vide opposti, quasi dieci anni fa, il «cattolico adulto» Prodi e la Cei del cardinal Ruini. In vista della battaglia parlamentare, che sarà scandita da numerosi voti segreti (soprattutto sulla «stepchild adoption», la possibilità di adottare il figlio biologico del partner), ciascuna forza politica presidia il suo blocco di partenza. C’è un Pd che discute, gli alfaniani che minacciano ripercussioni sulla tenuta della maggioranza («No a prove muscolari su un tema divisivo», ha scritto ieri in una nota il capogruppo ncd al Senato Schifani), i berlusconiani che aspettano, i 5 Stelle pronti a votare col Pd, la pattuglia guidata da Quagliariello che affila le armi, e che martedì presenterà i suoi emendamenti al ddl Cirinnà e anche le pregiudiziali di costituzionalità. Da ieri, però, tutto è cambiato. C’è il 52 nuovo Family day all’orizzonte. E quell’eterno «vado-non vado» che detterà i tempi al dibattito interno a tutte le forze politiche. Rischiando di spaccarle, trasversalmente, tutte. O quasi . Del 7/01/2016, pag. 14 L’affondo di Alfano “Utero in affitto? Carcere come per i reati sessuali” Il leader Ncd alza il tiro contro l’asse Pd-5Stelle Bagnasco (Cei): “Famiglia centrale, non va oscurata” GIUSEPPE ALBERTO FALCI Angelino Alfano alza il livello dello scontro sulle unioni civili. Dalle colonne de L’Avvenire il leader di Ncd invoca il «reato universale» e il «carcere» per chi sceglie la pratica dell’utero in affitto. Per il ministro dell’Interno la stepchild adoption - che permette a uno dei membri dell’unione civile di adottare il figlio del partner - «rischia davvero di portare il paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia saputo inventare». Parole che lasciano il segno in vista dell’approdo in aula del testo sulle unioni civili, fissato per il prossimo 26 gennaio. E che si aggiungono alla presa di posizione della Cei (Conferenza episcopale italiana). Secondo il cardinale Angelo Bagnasco la famiglia tradizionale resta «la prima fondamentale scuola di vita, di umanità, di fede di virtù civiche, umane e religiose». Dunque, aggiunge la Cei, «nessun’altra forma di convivenza di nucleo familiare, può oscurare o indebolire la centralità della famiglia». In questo quadro continuano le trattative sotto traccia per cercare un accordo in extremis all’interno della maggioranza. Fabrizio Cicchitto, parlamentare di Area Popolare, si augura infatti che alla fine all’interno del Pd «prevalga la saggezza». Renato Schifani, capogruppo di Ap a Palazzo Madama, invita i democratici «ad abbassare i toni». Insomma, le colombe delle truppe di Alfano provano a gettare un ponte. Al momento il punto di caduta resta il cosiddetto «affido rafforzato», mediazione proposta dal fronte cattolico del Pd, che alla fine i centristi di Ap potrebbe digerire. Ma Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle riforme in quota Pd, non cista e assicura che «la stepchild adoption è già una mediazione non solo rispetto alla parità e alle uguaglianze fra le coppie, ma anche per il bambino». 53 BENI COMUNI/AMBIENTE del 07/01/16, pag. 2 Le grandi centrali possono inquinare per un altro anno Da Taranto a Brindisi, dalla Sardegna a Brescia: il Milleproroghe fa slittare ancora l’obbligo di stare nei limiti di emissione. Dovevano entrare in vigore nel 2008 di Marco Palombi Il cosiddetto “codice dell’ambiente” in giuridichese sarebbe il decreto legislativo 152 del 2006. E, com’è intuitivo, è entrato in vigore dieci anni fa. Uno dei suoi articoli – recependo una direttiva europea – pone dei limiti alle emissioni dei cosiddetti “grandi impianti di combustione”, in sostanza centrali di produzione dell’energia con una capacità superiore ai 50 megawatt. Non sono, a detta degli esperti, limiti da talebani dell’ambientalismo: basti dire che sono stati scritti a Bruxelles, dove le lobby contano qualcosa. Eppure, nonostante le soglie tengano nel dovuto conto il profitto delle imprese, dieci anni non sono bastati a farle entrare davvero in vigore: nell’ultimo decreto Milleproroghe, infatti, c’è l’ultima di una lunga serie di rinvii per i “grandi impianti” costruiti prima del 2006, cioè quasi tutti. Detto in parole povere, potranno continuare a non rispettare i limiti ancora per tutto quest’anno. Il meccanismo è tortuoso, ma non difficilissimo da capire. Il “codice dell’ambiente” concedeva già alle grandi centrali un paio d’anni per mettersi in regola: dal 2008 tutti entro i limiti, per carità. Intanto individuava una serie di deroghe, che andavano concertate con “l’Autorità competente”, che poi sarebbe l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) del ministero guidato da Gian Luca Galletti. E qui arriva il Milleproroghe 2016, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 30 dicembre: ovviamente si riallaccia al “permesso di inquinare” precedente, che scadeva a fine 2015, e lo estende al 31 dicembre di quest’anno. Per chi? Per tutti “i grandi impianti di combustione per i quali sono state regolarmente presentate, alla data del 31 dicembre 2015, istanze di deroga” in attesa della “definitiva pronuncia dell’Autorità competente”. A questo punto va notata la finezza dell’operazione: in attesa che Ispra decida sui livelli di emissioni di queste grandi centrali – vuoi per ritardi suoi, vuoi per incompletezza della documentazione allegata, vuoi per il destino cinico e baro – la proroga è concessa a chi ne abbia fatto richiesta entro il 31 dicembre, cioè un giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto e addirittura otto giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri (avvenuta il 23 dicembre). Pare difficile, insomma, che qualcuno ne sia rimasto fuori. Certo, spegnere le centrali non è una bella cosa, ma quei limiti sono scritti nero su bianco dal 2006: tempo per mettersi in regola ce n’era. Se poi si mettono in fila un po’ di nomi di quelli che potrebbero ottenere la “licenza di avvelenare l’aria” oltre il consentito, la faccenda si fa allarmante: c’è un bel pezzo dei grandi inquinatori d’Italia. Nella lista, per dire, ci sono le centrali a carbone. La sola Enel – a stare al sito di Assocarboni – ne ha otto sparse per l’Italia: da Genova al Sulcis, da Marghera all’Umbria, da Torrevaldaliga Nord (lì vicino c’è pure un impianto Tirreno Power a olio e gas naturale) alla “Federico II” di Brindisi sud, che un rapporto Legambiente considerò la centrale più inquinante d’Italia per emissioni di Co2 e che un recente studio di tre ricercatori del Cnr (pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health) indica 54 come responsabile di 44 morti evitabili l’anno. Va ricordato almeno che pochi chilometri più a nord, sempre nel territorio di Brindisi, c’è anche la centrale di Edipower, società controllata dalla multiutility dei comuni di Milano e Brescia, A2A, che ha due impianti che usano (anche) carbone a Brescia e Monfalcone. E ancora. A carbone andava anche la famigerata centrale di Vado Ligure, proprietà di Tirreno Power (cioè i francesi di Gdf Suez, Sorgenia di De Benedetti e altri), finita al centro di un’inchiesta per disastro ambientale e il cui destino industriale non è ancora chiaro. E, comunque, non di solo carbone vivono i “grandi impianti di combustione”: vecchi inceneritori; le centrali del polo petrolchimico siracusano (Augusta, Priolo, Melilli); la Sarlux della famiglia Moratti a Sarroch, nel sud della Sardegna, che brucia scarti della lavorazione del petrolio (e per farlo ha usufruito per anni degli incentivi per le “energie rinnovabili”). La lista potrebbe continuare, ovviamente, ma ci limiteremo a citare un solo caso. Nella lista dei “grandi impianti di combustione” di cui Ispra monitora le emissioni c’è infatti anche la centrale termoelettrica dell’Ilva di Taranto, ri-acquistata qualche anno fa da Edison, che l’aveva comprata negli anni Novanta, all’epoca delle privatizzazioni. L’impianto serve l’acciaieria Ilva, ovviamente, e rivende al Gse (Gestore dei servizi energetici) l’eccedenza. Non se ne parla tanto per dire: Greenpeace, in un report del 2012, rivelò che su 19,7 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica emesse dall’acciaieria, 7,5 milioni di tonnellate erano responsabilità delle due centrali termoelettriche interne. Tutto prorogato, tranne il diritto (costituzionale) alla salute. del 07/01/16, pag. 7 Metà dei Parchi è senza guida “Vincono abusivi e potenti locali” Assetti “precari” in 12 riserve nazionali su 24. Dalle Dolomiti al Pollino, mancano presidenti e dirigenti. Il Wwf: “Si rischiano speculazioni” di Giampiero Calapà e Ferruccio Sansa Rischio di estinzione per i parchi naturali. Rimasti senza guida, smembrati per aumentare magari le poltrone, minacciati dal cemento. I luoghi simbolo della tutela dell’ambiente in Italia – dal Vesuvio allo Stelvio, passando per il monte di Portofino – sono in pericolo. Ben nove soggetti (Club Alpino Italiano, Cts, Lipu, Wwf, Italia Nostra, Mountain Wilderness, Pro Natura, Legambiente e Touring Club) hanno lanciato un allarme: 12 parchi nazionali su 24 sono in “condizioni precarie”. Tanto per cominciare: mancano presidenti e direttori. Parchi con centinaia di dipendenti sono affidati da anni a commissari, quando non a dirigenti che non ne avrebbero i titoli. Il cahier de doléances è molto dettagliato: “I parchi nazionali del Cilento, del Vesuvio e della Sila sono da quasi due anni commissariati e privi di una guida autorevole e legittimata dal sostegno di un Consiglio direttivo che al momento non esiste”. Ancora: “I parchi nazionali delle Dolomiti Bellunesi e del Gran Sasso sono senza un presidente, ma retti dai vicepresidenti espressione delle comunità locali”. Basta? Nemmeno per sogno: “I parchi nazionali di Cilento, Vesuvio, Sila, Alta Murgia e Cinque Terre mancano di consigli direttivi”. Infine, “i parchi nazionali di Majella, Alta Murgia, Pollino, Appennino Lucano e Gargano non hanno i direttori, ma sono retti da facenti funzione senza i titoli previsti dalla legge”. Il Fatto ha cercato di contattare il 55 ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ma non c’è stata risposta. Quali sono le conseguenze di questi vuoti? “Senza i vertici, i parchi non possono intraprendere azioni di ampio respiro. Agire nel pieno dei loro poteri. Un danno non soltanto per centinaia di specie animali e vegetali che vivono nei territori protetti”, come spiega Stefano Lenzi, del Wwf. Che subito aggiunge: “Non è una questione solo ambientale. Ne risentono anche l’economia e il turismo che dai parchi traggono sostentamento. E soprattutto la legalità, perché le zone protette sono un presidio contro chi cerca di speculare sulle aree più belle e preziose del nostro Paese”. È il caso, per esempio, del parco del Vesuvio, un gioiello di oltre settemila ettari in provincia di Napoli. Certo, i dépliant vi parleranno delle preziose specie presenti, dei falchi, dei rettili rari. Tutto vero, il parco serve anche a questo. Ma non solo: “L’area protetta – spiega Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette di Legambiente – protegge il territorio da camorra ed ecomafie”. Che dire poi del parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga? È il terzo d’Italia per estensione, con oltre 141 mila ettari. Ma neanche qui si trova un presidente. Come ricorda il sito Internet a fare le funzioni è il vicepresidente, cioè Maurizio Pelosi, sindaco di Capitignano. E il presidente? Era Arturo Diaconale, un curriculum da giornalista come direttore de L’Opinione delle Libertà (vicino al centrodestra). Un dirigente del parco, che preferisce rimanere anonimo, commenta: “Difficile dire che cosa c’entrasse un giornalista politico con un parco naturale. A parte che Diaconale era abruzzese, ma allora tanto valeva metterci l’altro abruzzese Bruno Vespa che almeno aveva un cognome più legato alla fauna”. Intanto Diaconale è passato al cda della Rai, dai parchi alla tv. E una realtà complessa come il Gran Sasso è ora affidata al sindaco di un piccolo Comune di 700 abitanti. “Che sarà pure persona degna – commenta il dirigente – ma chissà cosa ne sa di gestione di aree protette”. Ma perché si attende tanto? Nicoletti di Legambiente ha una sua idea: “Per ragioni politiche, non ambientali. Si aspetta il trombato di turno cui dare una poltrona. Ma sulla Sila e il Vesuvio bisogna fare presto”. Parchi lasciati senza nessuno al timone. E altri sembrati, come lo storico Stelvio. Uno dei primi, con i suoi ottant’anni di vita. Una risorsa ambientale e turistica insostituibile per Lombardia (il 49% del territorio si trova in questa regione) e per le province di Trento e Bolzano. Luigi Casanova, che con Mountain Wilderness, movimento ambientalista, da anni si batte per difendere le montagne, commenta: “Per la prima volta un parco nazionale viene spezzato in tre realtà provinciali e regionali mentre in tutta Europa il processo è opposto: si allargano confini e si istituiscono nuove aree protette”. Ma perché questa operazione? Mountain Wilderness ha pochi dubbi: “Viene spacciata come una novità solo gestionale e portatrice di efficienza in realtà porterà le singole amministrazioni a ragionare secondo interessi localistici”. E magari produrrà altre poltrone se verrà confermata la nuova organizzazione di cui parla Casanova: “Dovrebbero istituire un comitato di coordinamento: otto soggetti, sei dei quali rappresentanti del mondo locale, Comuni e Province, un rappresentante delle associazioni ambientaliste, uno del ministero dell’Ambiente. La rappresentanza scientifica è cancellata”. Il finanziamento del parco dovrebbe essere lasciato allo Stato e alle Province di Trento e Bolzano. In pratica la responsabilità dell’ente pare essere destinata al Trentino-Alto Adige, mentre la Lombardia tenderebbe a sfilarsi. Intanto in provincia di Bolzano “c’è già chi parla di ridurre la superficie del parco in Valle Venosta, dagli attuali 900- 1.000 metri di quota ai 1.800 circa per permettere l’ampliamento delle aree sciabili di Solda e della val Martello”. E i cacciatori preparano le doppiette. Ma a rischio non sono soltanto i parchi nazionali. In Liguria il Piano Casa del centrodestra di Giovanni Toti, con i suoi premi e le nuove volumetrie, sarà applicabile anche ai parchi. E gli occhi degli amanti del cemento si sono già puntati sul monte di Portofino, gioiello unico 56 e delicato. Secondo Legambiente ogni metro quadrato conquistato dal cemento varrà 12 mila euro. Del resto Toti lo ha detto chiaro e tondo: “Le aree vincolate in Liguria sono troppe, non tutte degne di tutela… Scardiniamo una lunga serie di folli lacci e lacciuoli che avevano sterilizzato un settore”. Quale? L’edilizia. Non il turismo e l’ambiente che valgono il 20 % del pil regionale. Del 7/01/2016, pag. 1-29 Così risorge la città di pietra ma è una quinta senza popolo TOMASO MONTANARI FINALMENTE all’Aquila si lavora davvero: grazie soprattutto alla pazienza e alla dedizione di Fabrizio Barca (fino al 2013 ministro per la coesione territoriale del Governo Monti, e vero artefice della ripartenza), a sei anni e mezzo dal terremoto la città è un grande cantiere. Un cantiere in cui non mancano, naturalmente, i problemi. La sezione aquilana di Italia Nostra fa giustamente notare che stiamo rischiando di perdere l’occasione per migliorare il tessuto edilizio: per esempio non eliminando i casermoni degli anni Sessanta e Settanta che sfigurano punti importanti della città storica, come le mura. Ed è anche vero che la ricostruzione del patrimonio architettonico non appare sempre condotta a regola d’arte (non c’è un convincente piano del colore delle facciate, tra l’altro). Ma, insomma, finalmente l’Aquila inizia a risorgere. Quella di pietra, però. Perché il pericolo, ogni giorno più concreto, è che a risorgere sia una quinta monumentale, condannata a rimanere vuota. Da una parte si raccolgono i frutti della scellerata decisione dell’epoca Berlusconi-Bertolaso: quella di spezzare i nessi sociali dividendo gli aquilani in 19 cosiddette new towns, minando così alle fondamenta la speranza stessa di una rinascita della città.Dall’altra parte, ciò che è mancato, e che continua drammaticamente a mancare, è una attenta politica di sostegno a favore di chi decide di ritornare a vivere in centro. Il futuro dell’Aquila si gioca assai di più sul tempo che passa prima di ottenere l’allaccio del gas che non su quello della riapertura dei musei e delle chiese monumentali. È la mancanza di servizi pubblici, di negozi, delle condizioni elementari per la vita quotidiana a indurre gli aquilani a non tornare, o addirittura a tentare di vendere le loro case riconquistate. «Quando senti gli anziani riporre nei giovani la speranza della ricostruzione di questa città, ancora paralizzata da una precarietà indefinita e spaventosa, puoi solo constatare che questi anziani non sanno quanto poco si parli del futuro dell’Aquila, tra i giovani dell’Aquila». Così ha detto una giovane aquilana al suo concittadino Valerio Valentini, giornalista e poeta che ha firmato su “Internazionale” un reportage intitolato: «l’Aquila paralizzata non crede più nel futuro». E questo è il punto: anche se moltissimi cittadini (come quelli che hanno dato vita all’associazione e al sito «Jemo ‘nnanzi») continuano a lottare per costruirlo, quel futuro. Quasi tre anni fa l’Aquila ospitò la più grande riunione di storici dell’arte della storia repubblicana: al centro di quella manifestazione c’era la richiesta di una «ricostruzione civile». Perché proprio chi studia le pietre sa che quelle pietre non vivono senza la presenza capillare di un popolo. Il rischio, assai concreto, è che l’Aquila ricostruita diventi un grande guscio vuoto, una specie di quinta monumentale buona solo per un uso turistico, aperta ogni mattina da impiegati che risiedono invece in luoghi anonimi e alienanti. In altre parole, il terremoto – e soprattutto la gestione del dopo-terremoto – possono trasformare l’Aquila in una sorta di laboratorio perverso dove viene accelerato 57 quello svuotamento delle città storiche che in Venezia conosce il suo tragico traguardo, ma che ormai minaccia concretamente anche Firenze, per non parlare di feticci turistici come San Gimignano o Alberobello. Se l’Aquila muore, a morire è la nostra stessa fiducia in un futuro sostenibile e umano per le nostre città storiche. È per questo che ora la sua ricostruzione non può più essere solo edilizia e ingegneristica: deve diventare sociale, civile. Politica, nel senso più pieno. 58 INFORMAZIONE del 07/01/16, pag. 1/14 La mano pubblica e quella che non si vede Banda Larga. Il governo sembra pronto sulla connessione nei comuni svantaggiati ma al piano mancano alcuni pezzi Vincenzo Vita In un documentato articolo di Alessandro Longo su Repubblica di ieri, si annuncia con una certa enfasi la costruzione di una rete pubblica in fibra ottica dedicata ai 7.300 comuni considerati a «fallimento di mercato». Il soggetto attuatore dovrebbe essere la società del ministero dello sviluppo Infratel Italia. L’esecutivo si è convinto finalmente di intraprendere l’unica via credibile per coprire il territorio con connessioni adeguate alla società dell’informazione, vale a dire con il ruolo diretto della sfera pubblica? Del resto, come ci ricorda nei suoi scritti Mariana Mazzucato, l’evoluzione delle tecniche è percorribile sul serio solo se la scintilla viene dallo «stato innovatore». Da solo, il mondo privato si ritaglia le zone di sicuro profitto, lasciando al loro destino quelle meno abbienti. Sembra, insomma, essersi determinato a fine dicembre un cambio di rotta impresso dallo specifico comitato che fa riferimento a palazzo Chigi. Qualche scetticismo è d’obbligo su di una materia tuttora sfuggente, in assenza di una trasparente opzione strategica. Siamo alla quarta «ondata», dopo l’ipotesi della Cassa depositi e prestiti, il consorzio degli operatori con o senza Telecom, l’entrata in scena di Enel. A meno che sia proprio quest’ultima a stare sullo sfondo dell’ultima virata. Gli stop and go si susseguono da tempo. Senza parlare delle contraddizioni degli anni passati, a partire dalla «stecca» iniziale di una privatizzazione frettolosa, che non mantenne nella mano pubblica il bene comune della rete. Ecco il punto. La rete è un sistema unitario. Come può coesistere un pezzo istituzionale con un mosaico di privati in concorrenza? E’ doveroso rispondere a simile interrogativo. Chi decide, chi controlla, visto che le aree sfortunate spesso sconfinano nei quadranti felici? Ciò accade sicuramente nelle grandi aggregazioni urbane ed è bene tenerne conto. Come? Per non buttare forse l’ultima occasione per risalire dal fondo classifica in Europa (e nel mondo, quanto ad esempio a velocità), meglio sarebbe ridare coerenza all’intero edificio. La rete tutta ha da essere pubblica, lasciando alla competizione di mercato l’offerta di servizi di notevole ritorno economico. Senza, ovviamente, espropriare nessuno. La governance deve comprendere i diversi operatori interessati, laddove per pubblico non va intesa la mera formula societaria, bensì la visione generale. Va, poi, aggiunto che la banda larga e ultralarga è solo una tappa verso una moderna democrazia della comunicazione. Se è vero che il nuovo network riguarderà 19 milioni di persone, si pone il problema di una seria alfabetizzazione, da inserire una volta per tutte nei cicli formativi, trattandosi dei linguaggi indispensabili per esercitare i diritti di cittadinanza. E poi l’occupazione. Siamo di fronte ad un’opportunità straordinaria per offrire lavoro qualificato a migliaia di persone, giovani o meno. Altrimenti viene a mancare la motivazione forte tra i cittadini, che è sempre la variabile decisiva nei passaggi cruciali. Insomma, non è una pratica da evadere in nome della rivoluzione digitale. E’ un vero cambiamento di modello, che chiede il superamento dell’antica dittatura televisiva, suscitando una domanda avanzata. Un immaginario post-generalista. Chissà se il governo 59 vorrà chiarire propositi, intenzioni, alleanze produttive e misure di sostegno del consumo, specie nelle regioni del sud dove già l’investimento era previsto. Coraggio. La rete non è un pranzo di gala. del 07/01/16, pag. 11 Scenari.I dati dell’Osservatorio Agcom sulle comunicazioni: stabili gli ascolti radio, in flessione l’editoria Tv, si allarga la sfida dello share Google sempre leader del web per utenti unici, cresce WhatsApp Rai e Mediaset non hanno rivali nell'ascolto televisivo, ma Fox (Sky) è il soggetto con i maggiori ricavi all'interno del Sic relativo al 2014, davanti a Fininvest e Rai. I quotidiani arretrano, con un -6,5% delle vendite nel settembre 2015, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. La radio ha ascolti stabili e più concentrati nelle emittenti leader. Attraverso Google passano poco meno del 95% degli utenti che navigano in rete, con WhatsApp che guadagna tre posizioni rispetto al settembre 2014. Sono alcune delle rilevazioni contenute nell'Osservatorio Media dell'Agcom, nella sua quarta edizione del 2015. Il duopolio, in cinque anni, ha perso ascolti: nel giorno medio, la Rai scende dal 41,3% al 36,3% del settembre 2015, Mediaset dal 37,4% al 31,8%. I due principali operatori restano comunque in grande vantaggio rispetto agli altri soggetti: SkyFox e Discovery sono entrambi al 6,9% (il gruppo guidato da Marinella Soldi era all'1% di share nel 2010) ed entrambi hanno lanciato la sfida alle tv generaliste, rispettivamente dai numeri 8 e 9 del telecomando (i cui risultati potranno essere valutati solo dal 2016 e negli anni successivi), vista la quota sulla pubblicità televisiva nazionale controllata da Publitalia, ben superiore a quella di ascolto. La 7 è al 3,4% nel giorno medio, Viacom all'1,5%. Le altre televisioni, comprese le tv locali, hanno una quota complessiva pari al 13,3%, perdendo lo 0,8% rispetto a giugno. Dato aggregato che “nasconde” una frammentazione e una precarietà finanziaria crescente del settore, accentuata dal passaggio al digitale e dall'incertezza perdurante sull'uso delle frequenze terrestri non coordinate, cioè non assegnate all'Italia in sede internazionale. I dati relativi ai quotidiani sono quelli dell'Ads, rilevati su 64 testate, non confrontabili con quelli della Relazione annuale, basata sull'intero universo. La riduzione delle vendite è di circa 350mila copie nel settembre 2015 rispetto al giugno 2014. Nella radio, la leadership spetta, nel primo semestre del 2015, a Rtl 102.5 con il 19,3% di quota d'ascolto, seguita da Rds 100% grandi successi, che, con il 13,6% di quota, ha scavalcato Radio DeeJay rispetto alla graduatoria del primo semestre 2014. Sul settore andrà valutato l'effetto dell'ingresso di Mediaset e l'ampliamento delle emittenti nazionali la cui pubblicità è in portafoglio a Publitalia 80, con una tendenza a replicare il modello duopolistico della televisione. Il ranking per utenti unici di Internet, secondo i dati Audiweb del settembre 2015, vede stabili nelle prime tre posizioni Google, Facebook e Microsoft, con Google che ha il 94,1% degli utenti che hanno visitato un sito o utilizzato un'applicazione. Facebook ha l'80%, ma ha un tempo medio mensile di navigazione a persona pari a 14 ore e otto minuti rispetto alle cinque ore e 24 minuti di Google. Al quarto posto, guadagnando tre posizioni, arriva WhatsApp, con nove ore e 42 minuti di tempo medio mensile a persona. I dati del Sic sono noti: i 17,4 miliardi complessivi nel 2014 rappresentano una contrazione del 2,8% sul 2013. Dal 2007 la flessione è intorno al 30 per cento. Interessanti i dati relativi 60 all'Informativa economica di sistema, basata sulle comunicazioni degli operatori sui propri ricavi: oltre la metà (53,7%) dei quali sono riferiti al settore televisivo. La distribuzione delle risorse è molto concentrata: venti soggetti, Internet incluso, controllano il 70% dei ricavi complessivi. Quanto all'indice dei prezzi, dal settembre 2011 a quello del 2015, salgono quelli dei quotidiani (+22,2%) e delle pay tv (15,9%) e anche il canone Rai (+2,7%) mentre invariati sono i prezzi dei periodici. Stupisce che l'Agcom non includa il cinema nel suo Osservatorio, neanche sui prezzi. Quanto ai bilanci, infine, tutti i settori di competenza dell'Autorità hanno ridotti i ricavi nel quinquennio 2010-2014, con una flessione intensa dell'editoria (-31,2%), pari a oltre due miliardi di euro, mentre il settore televisivo ha una perdita pari al 15,7%, pari a 1,5 miliardi, di cui un miliardo in meno di risorse pubblicitarie, ma la pay tv registra un aumento delle risorse. Marco Mele del 07/01/16, pag. 18 I settimanali televisivi? Non sono morti con il web Mondadori vuole comprare tre testate in Francia Acquisizione da 55 milioni. Così il gruppo diventa numero uno a Parigi Leonardo Martinelli Nell’epoca del digitale, dove con un clic si accede al menu della serata televisiva, che senso hanno ancora le riviste-guida del piccolo schermo? Apparentemente sì, un senso ce l’hanno ancora, se Mondadori è pronta a sborsare 55 milioni di euro al gruppo francese Lagardère per mettere le mani su «France Dimanche» e «Ici Paris», due pubblicazioni ultrapopolari, ma soprattutto su «Télé 7 Jours», rivista televisiva storica d’Oltralpe. L’affare non è ancora fatto, anche se, secondo «Le Figaro», in genere bene informato sul mondo finanziario, siamo vicinissimi al traguardo. Già altri gruppi avevano abbordato Lagardère Active, la filiale «media» del colosso Lagardère, per recuperare le tre riviste, in particolare Altice Media, del magnate delle telecomunicazioni Patrick Drahi (già proprietario di «Libération» e dell’«Express») e i tedeschi di Bauer Media. Ma nessuno di loro era disponibile a sborsare così tanto come il gruppo italiano, che, sempre secondo «Le Figaro», lascerebbe addirittura a Lagardère una parte delle entrate degli abbonamenti 2016. Perché così tanto interesse da parte della Mondadori? «France Dimanche», «Ici Paris» e «Télé 7 Jours» totalizzano 1,8 milioni di copie alla settimana. Non sono riviste in crisi: generano un fatturato di 100 milioni di euro all’anno, con margini lordi compresi fra i 20 e i 25 milioni. Come indicato ieri da un banchiere d’affari, citato dal sito di «Libération», «hanno un target che sta invecchiando e abbastanza allergico alla digitalizzazione». Questo comporta pregi (le riviste sono canali privilegiati e «facili» per la pubblicità che vuole raggiungere quel pubblico, spesso con un buon potere d’acquisto) e difetti (nel tempo bisognerà rinnovare il prodotto per attingere a nuovi lettori, più giovani). Ieri vari esperti dei media sottolineavano anche il fatto che Mondadori possiede in Francia altre riviste televisive («Télé Star» e «Télé Poche») e potrà estendere a «Télé 7 Jours» le sinergie già realizzate (che vuol dire forse anche decidere qualche licenziamento). Potrà 61 realizzare una strategia simile pure fra le due riviste che vuole acquisire a Lagardère e quelle dello stesso genere che già possiede, «Closer» in primis. Se l’operazione andrà in porto, Mondadori, che in Francia già controlla altre pubblicazioni, come l’edizione locale di «Grazia», dovrebbe superare i 450 milioni di euro di fatturato: si piazzerebbe quasi al livello della tedesca Prisma Media, che possiede «Gala», «Capital», «Geo» e «Femme actuelle». E che rappresenta il primo gruppo di stampa periodica in Francia. Del 7/01/2016, pag. 34 Compositore, direttore, saggista, polemista e genio rivoluzionario con Berio, Nono e Stockhausen Ma anche grande interprete da Wagner ad Alban Berg Addio a Boulez ultimo maestro della musica del Novecento LEONETTA BENTIVOGLIO La morte del compositore francese Pierre Boulez, scomparso l’altra notte a novant’anni nella città tedesca di Baden Baden, dove viveva da tempo, equivale alla fine del Novecento musicale. Come un riflesso iconico, Boulez condensa lo spirito di un’epoca colma di conflitti, scoperte, rivoluzioni linguistiche, contraddizioni e disillusioni. Ed è una storia che rispecchia in pieno, per ardore e complessità, l’indole di un musicista abitato da rivolte linguistiche, perenne rabbia anti-conservativa e aspirazione a un’identità proteiforme, immersa nella voglia di contaminarsi con l’organizzazione del mondo musicale. Per questo e altro “Boul”, come lo chiamavano gli aficionados, fu non solo un geniale musicista, ma uno dei più autorevoli intellettuali tout-court che abbiano animato e rappresentato il Ventesimo secolo. Fu compositore, certo; ma anche celebrato direttore d’orchestra, insuperabile nelle interpretazioni di autori quali Bartòk e Stravinskij, e capace di rileggere le sinfonie mahleriane con abilità strutturale e fertile anti-sentimentalismo. Quanto alle opere di Wagner, Boulez ha saputo restituircene i paesaggi come cattedrali di limpidezza architettonica. Fu anche un acuto saggista, un pedagogo formidabile e un instancabile promotore di utopie; pronto a lottare, costruire e trasmettere, assumendosi il rischio della non amabile invettiva. Lungo l’arco del suo viaggio, che dall’avvio nel ruolo di enfant terrible è approdato a quello di Grand Seigneur delle avanguardie europee, ha segnato la fisionomia della propria arte con una determinazione e una capillarità senza confronti. Ebbe fama di acre estremista; perciò fu tanto amato e ammirato quanto biasimato e odiato. Estraneo a compromessi, radicale nell’approccio alla composizione, era intollerante verso chi non condivideva le sue posizioni. Eppure a incontrarlo, per lo meno negli ultimi anni, appariva come un vecchio dolce, elegante, sottilmente malinconico e splendido per semplicità. Elargiva le proprie idee all’interlocutore con una chiarezza stellata e mai vanesia. E vederlo provare con le orchestre era emozionante, grazie a un gesto direttoriale premiato dal dono dell’evidenza e da una concretezza analitica da supremo campione dell’artigianato musicale. Figlio dell’alta borghesia francese (il padre era un industriale), nacque nel ’25 a Montbrison, nella Loira. Giunse alla musica giovanissimo, dopo studi di matematica a Lione, e al Conservatorio di Parigi venne ammesso nella classe di armonia di Olivier Messiaen, suo maestro di riferimento insieme 62 ad Andrée Vaurabourg (moglie di Arthur Honegger) e a René Leibowitz, che lo introdusse alla tecnica dodecafonica. A vent’anni Pierre diventa direttore musicale della compagnia teatrale di Jean-Louis Barrault, e malgrado quest’apprendistato non scriverà mai un’opera di teatro, come se il suo universo sonoro si fosse votato all’astrazione. Risalgono al ’46 le prime composizioni, come Sonatine per flauto e piano, la Première Sonate per pianoforte e la prima versione di Visage Nuptial. Con pezzi quali Structures (1952-61), Le marteau sans maître (1954), Pli selon Pli (195762), Eclat/ Multiples (1964-70) e Rituel in memoriam Maderna (1975), Boulez s’impone come uno dei massimi innovatori del linguaggio dal dopoguerra in poi, insieme a Berio, Nono, Stockhausen e Ligeti. Le sue musiche difficili e refrattarie a contaminazioni stilistiche spiccano per “stupefacente trasparenza”, come disse l’amico Berio. Intanto vola la sua carriera di direttore d’orchestra. Nel ’63 è sul podio del debutto in Francia del Wozzeck di Berg all’Opéra di Parigi e nel ’66 dirige Parsifal a Bayreuth. Dal ’71 al ’77 ha l’incarico di guida della Filarmonica di New York, succedendo a Leonard Bernstein, e un’altra delle sue orchestre sarà la Bbc Symphony a Londra dal ’71 al ’75. Lungo cinque anni, dal ’76, dirige il Ring a Bayreuth con la regia di Patrice Chéreau, produzione leggendaria; ed è a lui che spetta l’esecuzione della prima mondiale della versione integrale della Lulu di Berg nel ’79 a Parigi. Nel frattempo si fa largo il Boulez saggista, autore di libri tanto tecnici ed estetici quanto polemici ( Penser la musique d’aujourd’hui, Relevés d’apprenti, Points de repère, Leçons de musique) che raccolgono spesso sue conferenze e lezioni (a Darmstadt, a Basilea, a Cambridge) e dove ai discorsi musicali s’intrecciano osservazioni su pittura, letteratura e filosofia (geniale il suo saggio su Paul Klee Le pays fertile). Il coronamento del suo percorso di didatta avviene con la nomina di professore al Collège de France (1976-91), su proposta di Michel Foucault. In più Boulez si afferma come stratega della cultura musicale, fondando l’Ircam di Parigi, centro per la ricerca sulla nuova musica e le più avanzate tecnologie sonore, dove si esprime appieno il suo interesse per l’elettronica. E a lui si deve la genesi dell’Ensemble Intercontemporain, gruppo dedicato alla musica del nostro tempo. Come ispiratore e consulente (tutti i go- verni in Francia lo hanno temuto e rispettato), è stato inoltre coinvolto in realizzazioni quali la costruzione dell’Opéra Bastille e della Cité de la Musique di Parigi. Nel ’92 aveva deciso di lasciare la guida dell’Ircam per consacrarsi alla direzione e alla composizione. Questo secondo territorio gli stava particolarmente a cuore, e in vecchiaia si lamentava di non avergli saputo dare abbastanza, troppo preso dalle tempeste di tutto il resto. Negli anni Ottanta nacquero sue opere importanti come Notations, Répons e Dialogue de l’ombre double, e nei Novanta indagò la spazializzazione del suono con … explosante fixe…. A dispetto di certi suoi dogmatismi verbali, non cessò mai di alimentare la sua fame sperimentale tutt’altro che intransigente, come testimoniano le commissioni che fece all’Ircam a un musicista libero e anti-classico come Frank Zappa. Il sommo Boul indicava strade, poneva quesiti, inaugurava dimensioni, cercava forsennatamente il futuro. Questa è la sua eredità. 63 CULTURA E SPETTACOLO del 07/01/16, pag. 10 Editoria. Le sfide: più sostegno sul modello americano e un ruolo maggiore nella fase negoziale dei contratti Un sindacato «rinnovato» per gli scrittori Oltre due mila lettori in meno ogni giorno, esattamente 2.191. Dati ufficiali, dati Istat. Una progressiva quanto desolante flessione delle copie vendute, ovvero il 4,6% in meno quest’anno rispetto all’anno scorso. E poi l'implosione dei contratti che vuol il proliferare di partite iva a compensi sempre più ridotti. È lo stato dell'industria editoriale italiana. Che, nell'attesa di conquistare nuovi lettori (il mercato dei libri per ragazzi è decisamente in buona salute) e nella speranza che il vento positivo che respirano i cugini francesi arrivi anche qui, attraversa una fase assai delicata. Come assicurare la sopravvivenza del suo capitale umano? E soprattutto qual è lo stato di salute di chi dovrebbe adoperarsi e cioè il sindacato? Figura poco percepita come professionale, essere uno scrittore significa infatti per il Bel Paese, ingiustamente, solo esternare una passione. Pochi sanno, invece, che potrebbe godere di completa tutela sindacale. Sono presenti in Italia organizzazioni di categoria e sindacati: Sns (Sezione Nazionale Scrittori) Slc-CGIL, Fuis (Federazione Italiana Unitaria Scrittori), o ancora Unsa-Uil (Unione Nazionale Scrittori e Artisti). «Il Sindacato Nazionale Scrittori, fondato nel 1945 da Di Vittorio, fino agli anni 80 è stato un riferimento importante per gli scrittori, che si riconoscevano in esso in gran parte. La crisi della rappresentanza ha poi allontanato gli autori che hanno creato una miriade di associazioni e una polverizzazione della rappresentanza», spiega Emanuela Bizi, segretario nazionale della Sns Slc Cgil. Da questo l’obiettivo di riportare un passato sgretolato: «Attualmente - dice Bizi - la Sns è in liquidazione e a partire da gennaio 2015 la Slc Cgil, sindacato che rappresenta i lavoratori della comunicazione e della produzione culturale, ha creato al proprio interno la sezione degli scrittori, proprio per rilanciare la funzione di rappresentanza del sindacato degli autori». Anche perché, sulla scia infatti di quanto accade in Europa e negli Stati Uniti, dove lo scrittore riceve tutele più sostenute rappresentate da borse di studio e sovvenzioni statali, è sempre più evidente l’esigenza di riavvicinare il mestiere a una protezione di generale matrice istituzionale. «La necessità - aggiunge Bizi - di trovare riferimenti rappresentativi importanti è doppiamente centrale nel momento in cui l'Europa è impegnata a riscrivere le norme del diritto d'autore che sono interessate anche dalle possibilità create dallo sviluppo veloce delle tecnologia, dalla nascita di nuovi veicoli dei contenuti. Nuove frontiere che vedono le leggi italiane sul diritto d’autore inadeguate a difendere gli autori. Ma le sfide riguardano anche le diverse impostazioni dei paesi europei e del mondo. Il sindacato diventa pertanto un riferimento importante, essendo un soggetto che può rappresentare anche nei confronti del Mibac e della Siae le esigenze degli autori». Soprattutto se, come sta accadendo la scrittura si concreta anche sul web. «Il web e i nuovi veicoli dei contenuti sono la vera e grande sfida. Difendere i contenuti significa anche definire la qualità degli stessi. Significa cioè ragionare su come possiamo difendere il diritto alla diffusione della conoscenza e la difesa dell’autore che è fondamentale per la qualità e la libertà dei contenuti, caratteristiche piene della democrazia». Resta poi ferma l’annosa questione della tutela contrattuale: «Il sindacato - conclude Bizi - ha anche il 64 compito di contrattare con gli editori i contratti collettivi nazionali e la Cgil è impegnata a porre la necessità di includere anche figure tipicamente autonome e parasubordinate per creare regole e diritti anche alle nuove figure di lavoratori autenticamente autonomi. Intendiamo quindi proporre anche un percorso che veda gli editori responsabilizzarsi nei confronti degli autori, trovando nei contratti editoriali dei punti qualificanti». Or.Lab. 65 SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI del 07/01/16, pag. 6 Peggio di noi solo i greci: metà laureati senza lavoro A tre anni dal titolo, in Italia solo il 53% trova un posto. Ma studiare conviene comunque di Stefano Feltri Dal vuoto di notizie dell’Epifania, ieri è emersa un’analisi di fine dicembre di Eurostat, l’agenzia statistica dell’Unione europea: il tasso di occupazione dei laureati italiani a tre anni dalla fine degli studi è del 52,9 per cento, quello dei tedeschi del 93, la media europea dell’80,5. Peggio di noi solo la Grecia, con il 47,4 per cento. Questo significa che in Italia studiare non conviene? Prima che parta la solita retorica di “è ora di riscoprire il lavoro manuale”, meglio ricordare che anche in Italia il tasso di occupazione aumenta al crescere dell’istruzione: la quota di persone tra i 20 e i 34 anni che lavora è del 30,5 per cento tra quelli che hanno appena completato la scuola superiore. Sale al 40,2 se prendiamo chi ha fatto una scuola professionale, che è pensata per immettere nel mondo del lavoro invece che all’università. Ma tra chi ha almeno una laurea triennale (Eurostat aggrega tutti i laureati, inclusi quelli con dottorato) il tasso di occupazione è di gran lunga maggiore, al 52,9 per cento. E allora perché in Italia è così basso rispetto ad altri Paesi europei? Ci sono spiegazioni strutturali. Secondo la tesi della Banca d’Italia, per esempio, spesso le imprese italiane sono troppo piccole per avere davvero bisogno di laureati. E preferiscono il geometra all’economista, il perito all’ingegnere. Ma ci sono anche ragioni più contingenti: in Germania, Svezia, Gran Bretagna, Austria, Malta e perfino nella media dell’Ue nel decennio 2004-2014 il tasso di occupazione dei neolaureati è aumentato. Ma nei Paesi più colpiti dalla recessione è sceso, e parecchio, in Grecia, in Italia, in Portogallo, a Cipro. Per chi si è trovato a entrare nel mercato del lavoro negli anni successivi al 2008, cioè nel pieno della recessione, è stata dura: in Italia il tasso di occupazione è sceso di 20 punti percentuali per i neodiplomati o neolaureati (entro i tre anni dal titolo) nell’arco di 10 anni. Anche negli altri Paesi più colpiti dalla recessione il tasso è sceso di oltre 10 punti. Nei Paesi dove la crisi si è sentita meno, come Olanda o Lussemburgo, i neolaureati faticano più di una volta. Secondo i contestati test Piaac, quelli elaborati dall’Ocse che misurano le competenze degli adulti, ci sono delle debolezze nel sistema universitario italiano, che potrebbero contribuire a rendere più difficile l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro. Nel rapporto Education at Glance 2014 dell’Ocse si legge che nei test “il punteggio medio in matematica tra i 25-34enni in Italia con una laurea universitaria (289 punti della scala di competenze) è praticamente lo stesso rispetto a quello raggiunto dai loro coetanei che hanno conseguito solo un diploma del secondario superiore o del post secondario non terziario in Finlandia (292 punti), in Giappone e nei Paesi Bassi (286 punti)”. E la politica ha fatto poco per sostenere l’istruzione: negli anni della crisi dopo il 2008, cioè proprio quando ci sarebbe stato più bisogno di politiche pubbliche di sostegno ai giovani che scontavano gli effetti della recessione, noi abbiamo tagliato più di tutti. “L’Italia è il solo 66 Paese che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011, ed è il Paese con la riduzione più marcata (5%) del volume degli investimenti pubblici tra il 2000 e il 2011”, si legge sempre nel rapporto dell’Ocse. Risultato: nel 2011 in Italia i fondi pubblici erano più bassi del 3 per cento rispetto al 2000, nel resto dell’Ocse erano più alti del 38. L’unica cosa più difficile di essere un giovane che cerca di inserirsi nel mercato del lavoro post-recessione è essere una donna che si cimenta nella stessa impresa. Tra gli europei nella fascia 20-34 anni con almeno un diploma, il tasso di occupazione a tre anni dal titolo per le donne è in media di oltre 3 punti più basso che per gli uomini (in alcuni Paesi come l’Islanda è uguale, in altri come la Svezia è addirittura di poco superiore). Ma questo non è colpa della crisi: a osservare le curve di Eurostat, si nota che la crisi proprio non c’entra. Il tasso di occupazione è strutturalmente più basso. Del 7/01/2016, pag. 20 La beffa della laurea: tre anni dopo lavora uno su due peggio solo la Grecia Eurostat: Italia sotto la media Ue all’80 per cento Record tedesco: impiegati nove giovani su dieci ROBERTO MANIA Arranca Cipputi e arrancano anche i giovani laureati: l’Italia non è il paese del lavoro. La Grande Crisi ha reso drammatica la situazione. Negli ultimi dieci anni (quasi cinque li abbiamo trascorsi in recessione) la quota di occupati tra i neolaureati è scesa di circa 20 punti percentuali. Siamo in fondo alla classifica in Europa, poco sopra la Grecia che da anni sopravvive soltanto grazie alla terapia intensiva della Troika, Commissione di Bruxelles, Banca centrale, Fondo monetario internazionale. L’ultima ricerca di Eurostat sul tasso di occupazione tra i neolaureati dice che solo uno su due in Italia ha un lavoro dopo tre anni dal conseguimento del titolo accademico. Contro una media tra i 28 paesi dell’Unione dell’80,5 per cento e il picco tedesco che raggiunge il 93,1 per cento. E sono questi dati che spiegano molto bene perché da decenni il nostro tasso di produttività è marcatamente più basso di quello delle altre grandi economie globali, ma anche la marginalità italiana nella nuova geografia del lavoro, segnata dall’innovazione e la ricerca. Noi, appunto, arranchiamo. E un po’ facciamo da spettatori mentre gli altri (economie emergenti ma non solo, come dimostrano proprio i dati di Eurostat) cambiano con la digitalizzazione il paradigma della produzione. I pochi brevetti tricolori sul piano internazionale sono anche il frutto dei nostri pochi giovani laureati al lavoro. La crisi ha reso ancora più accidentato il percorso dalla formazione all’azienda. La partenza è già con l’handicap: su 100 giovani tra i 25 e i 34 anni solo 22 sono laureati contro una media europea del 37 per cento e una Ocse (ne fanno parte le economie più avanzate) pari al 39 per cento. Sia chiaro, il titolo universitario facilita (se così si può dire) l’accesso al lavoro. L’ultimo rapporto di AlmaLaurea dimostra che il tasso di disoccupazione tra i neolaureati è cresciuto negli anni della crisi (2007-2014) dell’8,2 per cento, ma di quasi il 17 per cento per i neodiplomati. Così la percentuale di occupati (dato più significativo rispetto a quello relativo ai disoccupati) tra le persone di età compresa tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo è del 45 per cento in Italia, più di trenta punti di distanza dal 76 per cento della media europea. Anche su questo fronte a guidare la classifica è la Germania (90 per cento) che ha costruito la sua ripresa all’inizio del secolo 67 proprio scommettendo sulla connessione scuola-lavoro, ma vanno bene pure la Gran Bretagna (83,2 per cento) e la Francia (75,2 per cento). E più si scende nella qualità del titolo posseduto più ci si allontana dal lavoro: per i diplomi non professionali si registra appena il 30,5 per cento di occupati a tre anni dal conseguimento del titolo contro il 59,8 per cento della media Ue e il 67 per cento della Germania. La crisi economica si è scaricata soprattutto sui giovani, ma ad incidere sulla loro difficoltà a trovare un impiego sono state anche le riforme previdenziali degli ultimi decenni (non solo dunque la legge Fornero, ma anche la Tremonti-Sacconi) che progressivamente hanno innalzato l’età per l’accesso alla pensione, lasciando in azienda quote di lavoratori maturi poco coinvolti (in Italia) in processi di riqualificazione continua e dunque via via meno produttivi. I problemi italiani sono strutturali e la recessione li ha peggiorati: tra il 2008 e il 2014 la media di giovani occupati a tre anni dal titolo di studio è scesa, in Europa, di otto punti (dall’82 al 76 per cento), in Italia è crollata di oltre 20 punti (dal 65,2 al 45 per cento). Questa è ancora la nostra crisi. Del 7/01/2016, pag. 27 QUALE LAVORO PER I GIOVANI NADIA URBINATI SCRIVEVA Gramsci il primo gennaio di cento anni fa di odiare i capodanni «a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione»; che fanno perdere «il senso della continuità della vita », facendo credere che tra anno e anno incominci una nuova storia con “propositi” di cambiamento e correzione di vecchi errori. Ma poi, ogni nuovo anno si rivela essere sempre un vecchio anno. Questa rappresentazione si adatta bene a chi, nonostante si sforzi di non cadere nel gufismo, si imbatte nei dati Eurostat da poco resi noti, e si accorge di una realtà effettuale che non consola e, soprattutto, non consente evasioni. I dati confermano la invariabilmente sconfortante condizione (non)lavorativa giovanile. Il trend negativo persiste e riguarda soprattutto coloro che hanno già concluso gli studi universitari (dai 25 ai 34 anni), per i quali l’inattività continua ad essere alta e, anzi, ad aumentare: il livello cresce costantemente da dieci anni, passando dal 21,9% nel 2004 al 27% nel 2014 e al 27,6% nel 2015. Alla fine della formazione universitaria, dunque, i giovani non trovano lavoro per un lungo periodo di tempo (uno su tre lo trova dopo tre anni) neppure, a quanto pare, se adottano l’espediente suggerito dal Ministro Poletti e si accontentano di voti bassi o mediocri. La condizione per le giovani donne è perfino peggiore: lo è in tutti i paesi europei in generale, dove i tassi dell’occupazione maschile sono stati sempre costantemente superiori a quelli dell’occupazione femminile, ma lo è soprattutto in tre paesi, Malta, l’Italia e la Grecia che registrano la più alta percentuale di disoccupazione giovanile di genere. Per i giovani al di sotto dei trent’anni si prospettano tre scenari possibili: inattività forzata, lavori atipici o emigrazione. Raramente un lavoro ben retribuito; generalmente un lavoro mal pagato; lavoro per gli uomini più che per le donne; e infine prospettive di carriera insoddisfacenti: ci sono tutti gli ingredienti per una vita infelice. Come dare torto a chi lascia? A chi decide di impiegare al meglio gli anni più creativi e pieni di futuro fuori del proprio Paese? Chi se ne va, non ha gettato la spugna e non è un disfattista. Se poi è l’Europa la meta dell’andare, è ragionevole pensare che più che di emigrazione si debba parlare di trasferimento di residenza. È del resto un fatto che 68 l’Europa a partire dal Trattato di Roma è nata sul principio della libertà di movimento per ragioni di lavoro. E nel corso degli ultimi decenni, la mobilità dei giovani verso gli atenei stranieri è stata stimolata anche per facilitare il processo di integrazione europea. Sugli effetti virtuosi dei programmi Erasmus c’è pieno consenso. Se tutto questo è vero, ha senso preoccuparsi di questi dati? Ha senso preoccuparsi per la concatenazione con la quale i dati sono inanellati: inazione, lavori atipici o emigrazione. Questo induce a pensare che si emigra non semplicemente per trovare un lavoro qualsiasi — del quale probabilmente si può sperare, almeno a tre anni dalla laurea, anche in Italia. Si emigra perché non si vuole accettare un lavoro qualsiasi. Si esce per trovare un lavoro che sia soddisfacente poiché, evidentemente, né l’inazione né il lavoro per un pugno di soldi è sufficiente a far sentire soddisfatti. È questa narrativa suggerita dai dati Eurostat che non può non preoccupare e rattristare. Essa fotografa non solo un Paese che ha molte porte chiuse ma anche che apre porte che non lasciano presagire un futuro (e un presente) soddisfacente. Se i giovani se ne vanno, quindi, è perché non si accontentano del lavoro atipico e vogliono provare se stessi al meglio, un’opzione che le esistenti porte aperte non lasciano molto probabilmente intravedere. È questa ricerca non soddisfatta della buona condizione lavorativa che deve far impensierire. Perché denuncia una realtà ingessata e a quanto pare resistente al mutamento. Perché propone una lettura che va nella direzione opposta a quella del lavoro pur che sia, anche a costo di voti bassi. Perché esige una prospettiva di vita, e non una qualche occupazione. È questa lettura dei dati Eurostat che deve fare riflettere perché mette in luce una realtà insoddisfacente dal punto di vista psicologico ed esistenziale, prima ancora che economica. Non è solo per la mancanza di lavoro che i giovani emigrano, ma anche perché le condizioni lavorative prospettate sono probabilmente poco attraenti, poco elastiche all’inventiva personale, poco disposte a ben vedere l’intrapredenza individuale e molto preoccupate a preservare un modus operandi inossidabile, equilibri consolidati spesso conformisti e gerarchici. Sono anche queste le ragioni che inducono i giovani ad andarsene. A non accettare l’inazione o il lavoro atipico o un’occupazione qualsiasi. Del 7/01/2016, pag. 1-21 Contrordine in classe “Attenti al tablet crea nuovi analfabeti” Lo studio di Vertecchi, decano dei pedagogisti italiani: difficoltà a scrivere in chi usa troppi strumenti hi-tech SALVO INTRAVAIA L’uso massiccio di pc e internet a scuola non assicura miglioramenti nelle performance degli alunni. Ma addirittura ne determinerebbe un calo negli apprendimenti. Benedetto Vertecchi, noto pedagogista italiano, riapre la diatriba tra coloro che considerano tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali) nelle aule scolastiche un toccasana contro gli scarsi risultati e i tanti docenti che continuano a credere nell’insegnamento alla vecchia maniera, con tabelline e poesie imparate e memoria. L’ultimo scritto del docente umbro ha un titolo emblematico: Alfabeto a rischio. E fa un passo avanti rispetto alla ricerca – Nulla dies sine linea – condotta un paio di anni fa. Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale all’università di Roma Tre, sostiene che l’uso delle tecnologie determina «una caduta nella capacità di scrivere» non solo in senso meccanico, con grafie sempre 69 più incomprensibili o strani mix di stili e caratteri nelle stesse parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo. Ma problemi anche nell’apprendimento. «Una caduta che investe sia la capacità di tracciare i caratteri, sia quella di organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio». In pratica, «l’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni»: gli alunni delle scuole elementari hanno sempre più difficoltà a usare le forbici e a livello ortografico sono spesso un disastro. «L’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa». Ma per Vertecchi l’effetto più pericoloso è la caduta della memoria. «La tecnologia abitua i bambini a pensare che c’è sempre una risposta all’esterno», e non nella loro testa. Tra qualche giorno – dal 22 gennaio al 22 febbraio – partiranno le iscrizioni al prossimo anno scolastico e per accaparrarsi iscritti, nei loro giri di promozione nelle scuole medie, i docenti delle superiori pubblicizzano l’armamentario tecnologico in possesso del proprio istituto. Il non plus ultra è rappresentato dal tablet in dotazione a tutti i docenti della scuola per aggiornare il registro elettronico e collegarsi ad internet, e le classi tappezzate di Lim. Ma adesso comincia a farsi strada l’idea che tutta questa tecnologia all’interno delle aule scolastiche possa anche essere deleteria. Del resto, che l’uso ossessivo dalla più giovane età di smartphone e console produrrebbe solo problemi, e non solo a carico della scrittura, non è un’idea del solo Vertecchi. Manfred Spitzer, che nel 2013 ha scritto il saggio Demenza digitale, ha posto in rilievo i danni mentali che conseguono da un uso dissennato di strumenti tecnologici. Perfino l’Ocse ha di recente ammesso che «nonostante i notevoli investimenti in computer, connessioni internet e software per uso didattico, non ci sono prove solide che un maggiore uso del computer tra gli studenti porti a punteggi migliori in matematica e lettura» nei test Pisa. In uno degli ultimi approfondimenti – Students, Computers and Learning. Making the connection – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico mette in evidenza una realtà piuttosto inquietante: i quindicenni che mostrano le migliori performance in lettura e matematica sono quelli che utilizzano le tecnologie a scuola meno della media dei loro compagni. Per questo «in alcune scuole svizzere e statunitensi – conclude Vertecchi – l’uso delle tecnologie è inibito fino ad una certa età o fortemente limitato». 70 ECONOMIA E LAVORO del 07/01/16, pag. 5 Il gelo che attanaglia l’Europa L'analisi. Particolarmente basso il dato dell'aumento dei prezzi in Italia: solo lo 0,1% nel 2015. Il Qe lanciato dalla Bce di Draghi non basta, e i governi non fanno politica economica Roberto Romano L’inflazione ha sempre lo stesso segno da ormai 3 anni: rimane stabilmente più bassa dall’obiettivo del 2% indicato dalla Bce. Per il terzo anno consecutivo l’Italia manifesta un’inflazione quasi negativa (0,1% nel 2015, contro lo 0,2% del 2014), mentre in Europa è a 0,4%, ma comunque con un andamento negativo che preoccupa tanto gli economisti quanto il presidente della Bce. La stessa “classificazione” dell’inflazione riflette la profondità della crisi europea e italiana in particolare: da una parte la crescita dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, dall’altra la riduzione dei prezzi dei beni energetici. Sostanzialmente il paese e l’Europa sono in piena deflazione e non è una buona notizia. Per decenni in Europa la parola più usata è stata inflazione, ma fin dall’avvio dell’Unione europea (1992) il rischio principale delle politiche economiche europee era la deflazione. Se tagliamo spesa pubblica e salari per troppo tempo, prima o poi la domanda interna si contrae. Per un certo periodo di tempo è possibile sostituire la domanda interna con le esportazioni, ma se il sistema economico mondiale cade in recessione e vi rimane per troppo tempo (siamo, di fatto, in crisi dal 2007) allora la deflazione compromette la sostenibilità del sistema economico e produttivo. Infatti, la contrazione della domanda interna costringe le imprese a ridurre i prezzi dei propri beni e servizi, ma oltre un certo livello non può ridurre i prezzi. Se il prezzo di un bene o un servizio non copre almeno i costi fissi, l’impresa è costretta a chiudere gli impianti. La domanda interna è stata così profondamente compromessa che le imprese sono state costrette a ridurre i prezzi ben oltre il livello della sostenibilità per vendere la produzione. Per un certo periodo possono anche vendere i beni al solo prezzo del costo dei fattori, ma non per troppo tempo. Infatti, le imprese non solo devono realizzare un profitto, ma devono anche restituire gli interessi sul debito contratto con le banche, assieme a una parte del capitale preso a prestito. Se i prezzi continuano a contrarsi, non solo le imprese non fanno profitto, ma indeboliscono la propria posizione finanziaria e, come è accaduto in Italia e in altri paesi europei, sono costrette a chiudere. Per questo la deflazione è un male ben peggiore dell’inflazione: distrugge produzione, lavoro e, alla fine, compromette la stabilità finanziaria del sistemo economico. Una parte dei debiti incagliati delle banche, le cosiddette «sofferenze», pari a quasi 300 miliardi di euro, è figlia di questa e paradossale situazione. La Ue e alcuni paesi in particolare hanno fondato la crescita sulle esportazioni, ma venuta meno questa possibilità, la domanda interna era ed è inadeguata. Per questo il Qe (quantitave easing) lanciato dalla Bce non ha prodotto nessun effetto positivo sul sistema economico e sul livello generale dei prezzi. Quello che l’Europa si ostina a rimuovere dalla sua discussione politica ed economica è l’effetto depressivo delle politiche deflattive. Infatti, la deflazione innesca un circolo vizioso che si autoalimenta e alla lunga fa male a tutti: i prezzi in calo generano un’aspettativa di ulteriori cali futuri dei prezzi, questo porta i singoli individui a posticipare gli acquisti, sia 71 per ragioni opportunistiche (se aspetto costerà meno), sia per ragioni oggettive legate al livello di reddito disponibile dopo i tagli dei salari e della spesa pubblica, e la somma di queste aspettative generali comportano una diminuzione generale dei consumi, generando un avvitamento dell’economia che brucia ricchezza, reddito e base produttiva. Uno scenario spaventoso di cui pochi sembrano preoccuparsi. Il calo dei consumi determina una contrazione dei margini e dei fatturati delle imprese, fino a non escludere la chiusura degli impianti. A questo punto abbiamo nuovi disoccupati che non avranno più un reddito da spendere in consumi dando così nuovo “carburante” al processo di distruzione dell’economia. Ma anche il debito risente negativamente della deflazione. Se svalutando la moneta l’inflazione aiuta i debitori a rimborsare i loro debiti andando a diminuire in termini reali il valore da rimborsare, se l’inflazione è troppo bassa o addirittura negativa, la situazione diventa insostenibile per i debitori che devono rimborsare capitali più pesanti in termini reali senza nessuno “sconto da inflazione” sul tasso di interesse e in un clima di depressione economica per il circolo vizioso che abbiamo descritto sopra. Alla lunga anche questa situazione è pericolosa per i creditori che rischiano di non recuperare i loro soldi da debitori diventati sostanzialmente insolventi. L’Europa ha creato e sostenuto queste politiche. La Germania ha fatto di tutto per avere un vantaggio da tutto questo, riuscendoci in parte, ma la crisi economica non è finita e rischia seriamente di non finire a breve. del 07/01/16, pag. 5 La Banca mondiale taglia le stime sulla crescita dell’economia globale Effetto bomba H e yuan svalutato: in tilt le Borse europee Luigi Grassia La Banca mondiale taglia le stime di crescita della Cina e degli Stati Uniti nel 2016: il prodotto lordo di Pechino farà +6,7% a fronte del +7% stimato in precedenza, e quello degli Usa +2,7% anziché +2,8%. Frenerà anche tutta l’economia globale: +2,9% invece di +3,3%. Spiega la World Bank che «il simultaneo rallentamento dei quattro maggiori Paesi emergenti - Brasile, Russia, Cina e Sud Africa - pone dei rischi di contagio per tutti. L’economia globale deve adattarsi a un nuovo periodo di crescita modesta nei mercati emergenti, caratterizzata dai più bassi prezzi delle materie prime e da ridotti flussi di scambi commerciali e di capitali». Quanto alla crescita dell’Eurozona, dice la Banca mondiale, «continua ma è fragile». Ieri le Borse europee sono state spinte al ribasso dalla bomba H della Corea del Nord. La Cina ha svalutato lo yuan con beneficio di Shanghai (+2,25%) e Shenzen (+2,61%) mentre hanno perso terreno Milano (-2,67%), Parigi (-1,26%), Londra (-1,16%) e Francoforte (0,93%). Con la svalutazione di ieri Pechino sembra confermare l’incapacità di affrontare i problemi di base della sua economia. Certo le prospettive di esportazione delle aziende cinesi migliorano un po’ e questo giustifica la lieve ripresa dei mercati azionari locali. Ma molti economisti occidentali sostengono che la Cina dovrebbe fare ben altro, cioè abbandonare certe pretese dirigiste in economia, accettare l’inevitabilità dello sgonfiarsi della bolla immobiliare e di quella azionaria, dare più spazio al mercato e rilanciare i consumi interni. Forse a Pechino sono d’accordo in teoria con questa ricetta ma il passaggio alla pratica 72 viene sempre rimandato «all’era del mai e al giorno del poi». Si temono esplosioni sociali nel difficile trapasso e allora si preferisce tirare avanti mettendo pezze estemporanee alla crisi. Un altro fattore negativo per l’economia globale (e per quella europea in particolare) è il petrolio sceso al di sotto dei 34 dollari al barile. Il capo-economista della Bce, Peter Praet, ha commentato così: «Se il prezzo del petrolio e delle materie prime crolla, sarà più difficile far risalire l’inflazione nell’Eurozona al 2%», che è l’obiettivo del presidente Mario Draghi. Ma la Bce è ben decisa: «Non c’è un piano B per riportare l’inflazione vicino all’obiettivo. C’è solo un piano. Se si stampa abbastanza denaro, si ottiene sempre inflazione. Sempre». È una presa di posizione forte: la politica della Bce di combattere la deflazione e (con questo mezzo) la stasi economica non è condivisa da tutti. In particolare i tedeschi sono ostili, per ragioni pratiche ma anche ideologiche. Il capo-economista della Banca centrale europea dice che si andrà fino in fondo. 73