rassegna stampa
Transcript
rassegna stampa
RASSEGNA STAMPA giovedì 26 marzo 2015 L’ARCI SUI MEDIA INTERESSE ASSOCIAZIONE ESTERI INTERNI LEGALITA’DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE WELFARE E SOCIETA’ DIRITTI CIVILI E LAICITA’ BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SPETTACOLO ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO PANORAMA L’ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE L’ARCI SUI MEDIA Da QN-Quotidiano Nazionale del 25/03/15 Gentiloni a Tunisi: "Democrazia e cultura più forti del terrorismo". E cancella 25 milioni di debito Tunisi, 24 marzo 2015 - Viaggio in Tunisia oggi per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha fatto visita alle due donne italiane ferite ancora ricoverate a Tunisi. Si tratta di Lorena Boni, emiliana, ricoverata alla clinica Pasteur, e Anna Abagnale, torinese, che si trova all'ospedale militare. Gentiloni ha visto anche il ministro degli Esteri tunisino, Taieb Baccouche, e il presidente Beji Caid Essebsi. In programma poi una visita al museo del Bardo, teatro dell'attentato, che avrebbe riaprire i battenti proprio oggi, ma che per motivi di sicurezza ha rinviato a domenica. Intanto migliaia di persone sono attese nella capitale tunisina. In città apre oggi infatti anche il Forum sociale mondiale che si concluderà il 27 marzo. GENTILONI: AMICIZIA E VICINANZA - "Amicizia e vicinanza" è stata espressa oggi dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alle autorità e al popolo tunisino, dopo l'attentato della scorsa settimana al museo del Bardo, che ha fatto 21 vittime, tra cui quattro italiani. "Democrazia e cultura sono più forti del terrorismo", ha detto il titolare della Farnesina dopo essere stato ricevuto dal presidente Beji Caim Essebsi. "L'Italia, assieme alla Francia e all'Unione europea, proporrà iniziative per consentire investimenti per la Tunisia anche nell'ambito del piano Juncker. Lo consideriamo un nostro dovere perché l'esperimento della Tunisia è un esperimento d'avanguardia e non può essere lasciato solo", ha commentato ancora Gentiloni. CANCELLATI 25 MILIONI DI DEBITO DELLA TUNISIA - Il presidente tunisino Beji Caid Essebsi ha chiesto all'Italia, in occasione del suo incontro di oggi con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, un "impegno economico" e una maggiore "cooperazione sui temi della sicurezza e della lotta al terrorismo": l'Italia "ha finalmente cancellato una parte del debito della Tunisia con il nostro Paese per 25 milioni" di euro, ha spiegato il titolare della Farnesina al termine dei suoi incontri odierni a Tunisi. Sul piano economico, ha insistito il ministro, l'Italia "lavorerà con la Francia per coinvolgere l'Unione europea sul terreno degli investimenti" in particolare chiedendo di "inserire nel piano Yuncker la possibilità di interventi con paesi come la Tunisia". Sul fronte della cooperazione nel settore della sicurezza, ha invece sottolineato Gentiloni, "Italia e Francia si faranno promotrici" di una serie di iniziative durante l'incontro che il presidente tunisino Essebsi e il governo avranno con i vertici dell'Ue il 31 marzo prossimo". LORETTA BONI MIGLIORA - Lorena Boni, una delle due italiane ferite nell'attentato di mercoledì scorso a Tunisi, ricoverata alla clinica Pasteur della capitale tunisina, "migliora", ma la data del suo rientro in Italia resta ancora incerta. Lo ha confermato questa mattina il figlio Davide ai giornalisti al seguito del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in visita a Tunisi. "Sappiamo che ci sono margini di miglioramento. Non conosciamo la data in cui potrà tornare in Italia", ha spiegato il figlio. Il ministro ha fatto visita anche ad Anna Abagnale, la dipendente del Comune di Torino ricoverata all'ospedale militare di Tunisi. La donna, le cui condizioni critiche hanno impedito finora il suo rientro in Italia, faceva parte della comitiva del dopolavoro dell'ente locale piemontese. 2 TURISTI E TUNISINI MANIFESTANO CONTRO IL TERRORISMO. BARDO APRE DOMENICA - Circa 250 persone tra manifestanti e turisti si sono radunate oggi a di Tunisi per denunciare l'attentato di mercoledì scorso al Museo del Bardo, la cui riapertura al pubblico, inizialmente prevista per oggi, è stata rinviata per motivi di sicurezza. Poche decine di persone, perlopiù guide turistiche e giornalisti, hanno potuto accedere all'interno del cortile dove si trovano sia il museo che il parlamento tunisino. I manifestanti hanno mostrato cartelli con su scritto, in inglese, "Visitate la Tunisia" e "Ti accoglierò con un gelsomino", e hanno intonato cori quali "Tunisia libera, fuori il terrorismo". Presenti anche alcuni turisti che non erano a conoscenza del rinvio della riapertura del museo, dove la settimana scorsa sono stati uccisi 20 turisti stranieri: "Non sapevamo che è stata rinviata. Siamo venuti a visitare il museo. No, non ho paura. Parigi non è più sicura di qui", ha detto alla France presse Eliane Cotton, turista francese. La polizia ha rafforzato le misure di sicurezza e ha eretto nuove barriere di protezione davanti al cancello che immette nel cortile dove si trovano museo e parlamento. Ieri il premier tunisino, Habib Essid, ha licenziato il capo della polizia e il responsabile della sicurezza del Museo del Bardo. SI APRE IL FORUM SOCIALE MONDIALE - Nonostante i timori per la sicurezza, si apre questo pomeriggio a Tunisi il Forum Sociale Mondiale, un congresso della società civile, di movimenti e organizzazioni internazionali che era in programma nella capitale nordafricana già prima della strage del Museo del Bardo. Al Forum, che si concluderà sabato, è prevista la presenza di 70.000 persone. Prima dell'avvio ufficiale nel campus universitario Al Manara, i partecipanti hanno organizzato per le 16 una "grande marcia dei popoli contro il terrorismo" che terminerà davanti al museo teatro della strage jihadista di mercoledì scorso. E' confermato la presenza di tutte le delegazioni internazionali, dalla Cina agli Stati Uniti, al Brasile, all'India. Tutte le attività sono confermate: seminari, convegni, eventi culturali. Giovedì si terrà un incontro per iniziare a scrivere la "Carta internazionale altermondialista contro il terrorismo", ha annunciato l'Arci, fra i partecipanti. Sarà a Tunisi un gran numero di sindacati europei, maghrebini e africani, le principali reti sociali di movimento, le grandi associazioni nazionali e mondiali, inclusa la Caritas internazionale, delegazioni dei Paesi in conflitto (dalla Palestina ai curdi che hanno fermato l'Isis, agli iracheni e siriani), le famiglie politiche della sinistra e della socialdemocrazia, parlamentari nazionali ed europei e saranno presenti delegazioni di Syriza e di Podemos. Dall'Italia, ha fatto sapere l'Arci, partiranno centinaia di attivisti sociali, dirigenti associativi e sindacali, esponenti politici e istituzionali. In particolare, l'Arci è fra i promotori del processo che farà nascere, durante il Forum, una rete mondiale sulle persone scomparse durante le migrazioni. "A Tunisi partirà la campagna per una sessione speciale del Tribunale permanente dei popoli, dedicato a rendere loro, e alle loro famiglie, verità e giustizia", ha annunciato l'Arci. http://www.quotidiano.net/tunisi-gentiloni-italiane-bardo-1.790401 Da Adn Kronos del 25/03/15 AL VIA IL TAVOLO DI CONFRONTO SUL WELFARE Mercoledì 25 marzo in Municipio il primo incontro. Presenti il sindaco Gian Carlo Muzzarelli e l’assessora al Welfare Giuliana Urbelli “Il nostro è un welfare che funziona, ma che deve fare i conti con le sfide che ci si pongono dinnanzi: l’allungamento delle prospettive di vita della popolazione e la crescente richiesta di sostegno da parte delle famiglie più deboli a causa del loro progressivo impoverimento, innanzitutto, ma anche la necessità di garantire sostenibilità al sistema. L’innovazione è quindi l’unica strada 3 percorribile per rispondere a nuovi bisogni sperimentando modelli flessibili e per garantire la sostenibilità del welfare”. Lo ha affermato il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli aprendo il Tavolo comunale del distretto dell’Innovazione del Welfare che si è riunito per la prima volta mercoledì 25 marzo in Municipio. “La revisione dei regolamenti di accesso ai servizi; la sperimentazione di un bando di welfare che eroga contributi alle famiglie che si impegnano in forme di volontariato attivo; così come la convenzione Migranti con Prefettura, Centro Servizi Volontariato e Terzo settore per individuare percorsi strutturati in attività di volontariato per i profughi a beneficio della comunità – spiega l’assessora a Welfare Giuliana Urbelli - Sono alcune delle azioni già in atto che si inseriscono nella cornice delineata dalle linee di indirizzo su cui vogliamo confrontarci con il mondo economico, sociale e del Terzo settore affinché il nostro sistema di welfare, che muove oltre 50 milioni di euro e dà risposta a migliaia di persone, possa essere considerato anche un investimento per la comunità”. Basti pensare agli oltre 3.600 i minori in carico ai Servizi sociali che complessivamente seguono più di 5.300 famiglie, o agli oltre 1.500 anziani accolti in residenze e nei centri diurni, ai mille che usufruiscono dell’assistenza domiciliare, mentre altrettanti sono inseriti nell’esperienza degli orti. È proprio a favore degli anziani che viene impiegato il 45 per cento delle risorse a disposizione dei Servizi sociali. “Il potenziamento della domiciliarità – continua Urbelli - la definizione di servizi personalizzati e flessibili e la responsabilizzazione dell’utente attraverso il suo coinvolgimento nell’affrontare i problemi che lo riguardano, ma anche la razionalizzazione e la rendicontazione dell’offerta sono le principali linee guida in cui si inseriscono le azioni concrete che abbiamo intrapreso o progettato”. A cominciare dallo sviluppo di opportunità di “abitare assistito” come modello di domiciliarietà intermedio rivolto a anziani e disabili; dall’implementazione del portierato sociale; dai percorsi di mutuo aiuto tra famiglie fino a formule di welfare integrativo che sviluppano attività restitutive nei confronti della società”. Erano presenti al tavolo rappresentanti del Forum del Terzo Settore, del Centro servizi volontariato, delle cooperative sociali e delle associazioni che operano sul territorio, della Caritas, dell’Arci, dei movimenti consumatori, dei sindacati, delle associazioni di categoria e del mondo economico locale. Da Adn Kronos del 25/03/15 ALLA TENDA PRESENTAZIONE DEL LIBRO "TERRE DI MUSICA" Venerdì 27 marzo, alle 21. Interviene l’autore, il musicista Salvatore De Siena che racconta il suo viaggio culturale tra i beni confiscati alla mafia È un viaggio musicale e culturale tra i beni confiscati alla mafia quello che viene raccontato nel libro “Terre di musica” che sarà presentato venerdì 27 marzo, alle 21, alla Tenda di viale Molza. Alla serata, a ingresso libero, intervengono l’autore del volume, il musicista Salvatore De Siena e il suo gruppo musicale Il parto delle nuvole pesanti. L’iniziativa è promossa con il patrocinio dell’associazione Libera e la collaborazione di Arci. “Terre di musica” è un progetto ideato da De Siena e realizzato insieme alla sua band: un viaggio a tappe da Corleone a Trapani, da Casal di Principe a Castel Volturno fino a Roma, Bologna, Torino e Milano, per documentare l’esperienza dei beni confiscati alla mafia, raccontare le storie delle persone che ci lavorano e far comprendere che questi beni non sono solo un simbolo ma anche una risorsa e un modello alternativo di sviluppo economico e sociale. 4 Da Adn Kronos del 25/03/15 Scuola in Teatro 2015 - Cantiere Giovani Il Comune di Cesena e Arci Cesena invitano le scuole secondarie di primo e secondo grado della città a partecipare alla 20° edizione dell'iniziativa Scuola in Teatro, nell'ambito del contenitore culturale "Cantiere Giovani: Arte in Corso". La rassegna si terrà nei mesi di maggio e giugno presso il Teatro Victor di San Vittore di Cesena (via San Vittore 1680). Le condizioni per partecipare all'edizione 2015 di Scuola in Teatro sono le seguenti: - Gli spettacoli non devono essere tutelati dalla SIAE - Il teatro è utilizzabile dalla classe per un solo giorno, con il tecnico audio/luci disponibile per mezza giornata di prove (mattina o pomeriggio) e per lo spettacolo serale.direttamente alla gestione del Teatro Victor. - Prove e spettacolo si devono tenere lo stesso giorno. - II costo a carico della Scuola per ogni spettacolo è di 100 euro + IVA . In allegato il modulo per la domanda di partecipazione da compilare in ogni sua parte e da restituire ad Arci Cesena entro e non oltre lunedì 13 aprile 2015 - via mail all'indirizzo [email protected] - via FAX al numero 0547 381203 La rassegna può garantire la programmazione di 8 spettacoli. In caso di numero maggiore di richieste, l'organizzazione selezionerà i partecipanti a Scuola in Teatro in base all' ordine di ricezione del modulo di domanda compilato in ogni sua parte. Per ulteriori informazioni contattare: Arci Cesena tel. 0547 383790 mail. [email protected] 5 INTERESSE ASSOCIAZIONE del 26/03/15, pag. 3 In 60 mila senza paura Giuliana Sgrena TUNISI Tunisi. Si apre il social forum senza nessuna defezione e tanti incontri L’arrivo in massa dei partecipanti al Forum sociale internazionale ieri mattina ha bloccato il traffico nelle strade adiacenti al campus universitario di al Manar. Abbandonati i mezzi di trasporto perché si arrivava prima a piedi, ci aspettava una lunga fila per superare i controlli di sicurezza, inevitabili a una settimana dall’attentato al museo del Bardo. Ottenuto anche l’accredito, non restava che sfogliare le 88 pagine del programma per individuare un gruppo di lavoro da seguire. C’è solo l’imbarazzo della scelta: donne, diritti, lavoro, economia alternativa, Mediterraneo, cittadinanza, migrazione, media, sovranità alimentare, la pace, l’ambiente, il clima, etc.. E poi la difficoltà di trovare il luogo in cui si svolge l’incontro, tra le innumerevoli sale dislocate nelle varie facoltà dell’università. Ad aiutare a districarsi tra le varie sigle delle sale vi è un nutrito gruppo di volontari e soprattutto volontarie tunisine, gentili e disponibili. Sembra fatta, sempre se durante il percorso non si viene travolti dalla corrente fatta di donne, uomini, giovani che attraversano lo spazio centrale della facoltà di diritto. Arrivati finalmente alla meta, può darsi che la sala sia vuota o che a parlare di Kobane ci sia un comunista americano o un sindacalista italiano! Il tutto mentre continuavano i lavori per montare i vari gazebo, stand, bancarelle, approfittando del sole che oltre a riscaldare cominciava ad asciugare il fango lasciato dalla pioggia che aveva imperversato il giorno prima. Il Forum non manca di aspetti folkloristici, si canta, si balla, si vende di tutto, c’è chi improvvisa un comizio mettendosi in cima a un barile per essere meglio notato, soprattutto dai giornalisti che non possono certo fermarsi a seguire un dibattito approfondito. Sono circa 60 mila i partecipanti al Forum, quasi nessuna diserzione causata dall’attacco terroristico, a parte alcuni francesi, anzi alcune delegazioni sono aumentate di numero proprio per esprimere solidarietà ai tunisini, come 1.500 algerini che sono arrivati proprio per questo e martedì si sono scatenati durante la manifestazione urlando slogan per rinsaldare i legami e l’impegno comune nella lotta al terrorismo. D’altra parte «è indispensabile un lavoro comune tra Algeria, Tunisia e Libia per far fronte al terrorismo», mi ha detto Mbarka Brahmi, la vedova di Mohamed Brahmi assassinato dai terroristi nel luglio del 2013, ora deputata del Fronte popolare e vicepresidente dell’Assemblea nazionale. Non potevano mancare dibattiti sulla violenza e il terrorismo, uno dei quali è stato organizzato proprio dall’associazione Brahmi. Secondo Mbarka il terrorismo ora ha cambiato tattica colpendo un simbolo come il parlamento «perché quel palazzo è la sede dell’Assemblea nazionale che ospita anche il museo e se lo stato non li fermerà la prossima volta attaccheranno il palazzo di Cartagine (residenza del presidente della repubblica) o la Kasbah, dove ha sede il governo», ha aggiunto la deputata eletta a Sidi Bouzid, dove è nata la rivoluzione. E oggi l’Assemblea nazionale discuterà la legge contro il terrorismo. 6 del 26/03/15, pag. 3 La «normalità» è la resistenza dei giovani tunisini. E non solo Vittorio Agnoletto TUNISI I partecipanti al Forum sociale . «Non daremo ragione ai terroristi cambiando le nostre vite». Ma ora il timore del Fronte popolare è che cresca nel Paese la richiesta di un governo forte e dittatoriale. Se ne parlerà nella conferenza nazionale di maggio Dopo il 18 marzo il rischio è che nella popolazione cresca la richiesta di un regime forte, una dittatura, per fronteggiare il rischio del terrorismo e dell’integralismo islamico, mi racconta Fathi Chamkni, deputato tunisino del Fronte Popolare, all’opposizione dell’attuale governo. «Sull’esercito non abbiamo timori — prosegue — quattro anni fa ha difeso la rivoluzione e nella nostra storia è sempre stato leale verso chiunque governava. Diversa è la situazione della polizia che nel passato ha represso i movimenti democratici e in gran parte rimpiange il regime precedente. Oggi le cose vanno un po’ meglio perché è nato un sindacato di polizia che difende gli spazi di democrazia. Ma alcuni dei vertici della polizia che il governo ha dimesso dopo l’attentato del 18 marzo erano tra quelli che sostenevano il regime precedente. La polizia si divide quindi in tre parti: una minoritaria che sostiene la democrazia, una che ha simpatia verso settori islamici integralisti e la maggioranza che è a favore di un regime forte. E questo è un problema. Il Fronte Popolare ha convocato la conferenza nazionale per maggio, abbiamo grande urgenza di aggiornare la nostra strategia e dobbiamo riuscire a rendere evidente alla popolazione che esiste un’alternativa al terrorismo e al richiamo al governo forte e dittatoriale». Dopo la manifestazione di apertura che si è svolta sotto una pioggia torrenziale si è aperto ieri il Forum. Decine di migliaia i partecipanti da tutto il mondo e moltissimi giovani tunisini e maghrebini discutono in decine di seminari che si tengono all’Università di El Manar: sovranità alimentare, lotta contro l’accaparramento delle terre, traffico di esseri umani, ecc. Si tenta di rafforzare la collaborazione tra la società civile dalle due sponde del Mediterraneo. Se si eccettua il discreto controllo da parte della polizia al quale devono sottoporsi i partecipanti al Forum e la presenza di alcune camionette militari davanti ai punti sensibili situati nel centro della città e i rotoli di filo spinato in alcune traverse della centrale Avenue Burghiba, non è facile rintracciare i segni della strage del 18 marzo. Ma il museo del Bardo rimarrà chiuso tutta la settimana. Ho incontrato un gruppo di ragazzi tunisini che partecipano al Forum e ho chiesto loro come è cambiata la vita dopo il 18 marzo. «In nulla, tutto prosegue come prima — mi hanno risposto — non deve cambiare nulla, altrimenti diamo ragione ai terroristi. Certo che abbiamo paura, è vero che alcune migliaia di nostri connazionali combattono in Siria a fianco dell’Isis ed anche vero che qui ci sono delle cellule dormienti, ma la nostra vita non deve cambiare. Noi dobbiamo difendere la democrazia che abbiamo conquistato con la nostra rivoluzione 5 anni fa e se sarà necessario sapremo resistere». Non sono solo i ragazzi presenti al Forum a pensarla così. L’impressione che si ha qui a Tunisi è di uno sforzo nazionale collettivo per cercare di mostrare in ogni aspetto della vita 7 quotidiana un senso di normalità. Le prime pagine dei quotidiani tunisini non dedicano più l’apertura alle notizie relative alle indagini sui fatti del 18 , surclassate da altre notizie nazionali o internazionali. Questa scelta ha certamente anche motivazioni economiche: evitare un forte calo del turismo, si considera che siano alcune migliaia (tra i 3 e i 5.000) i turisti che hanno cancellato le loro prenotazioni per le vacanze pasquali. L’obiettivo delle autorità tunisine è quello di considerare l’attentato una parentesi in un Paese che rimane “normale” a differenza di quanto avviene in tutti i Paesi confinanti. Da Repubblica.it del 25/03/15 Tunisi, giornalisti, blogger e disegnatori dal Brasile all'Algeria uniti per scrivere la carta dei media liberi di SARA CRETA TUNISI - Il Forum sociale mondiale, nato a Porto Alegre in Brasile nel 2001 come alternativa al Forum economico mondiale di Davos, ritorna nella capitale tunisina, ferita dagli attentati al museo del Bardo. Due anni fa gli attivisti brasiliani hanno consegnato il testimone del Forum sociale mondiale agli attori della società civile del Maghreb-Mashreq. Al campus universitario di Al Manar, il 22 Marzo, due giorni prima della grande marcia che da inizio al Forum Sociale Mondiale 2015, è iniziata anche la quarta edizione del Forum Mondiale dei Media Liberi. Giornalisti, blogger e disegnatori dal Brasile all'Algeria si sono uniti per scrivere la carta mondiale dei media liberi e per il diritto all'informazione e alla comunicazione. Libertà d'espressione e giustizia sociale. "La libertà d'espressione è una lotta costante, un diritto difficile da conquistare per i cartoonists che lavorano nei paesi del mondo arabo. Siamo artisti coraggiosi". Apre con queste parole il Forum Mondiale dei Media Liberi Khalid Gueddar, la matita ribelle marocchina, per ribadire le difficoltà in cui lavorano i giornalisti, sotto la paura e la minacce. Continuano sotto pressione nel loro paese a battersi per la libertà d'espressione. Esiliati all'estero sono i combattenti dei giornali proibiti. A Tunisi il dibattito sui media liberi con il disegnatore marocchino Gueddar, condannato per le sue caricature sulla famiglia reale marocchina, e vicino alla scrittura di Charlie Hebdo continua con le esperienze del brasile e vignette delle penne creative francesi del giornale Ravi, come quella di Sebastian Boistel. Il Forum dei Media Liberi di Tunisi parla dei tabù e della censura, nelle strisce satiriche "Sono mussulmano, non sono terrorista", oggi a Tunisi per la libertà d'espressione. Popoli uniti contro il terrorismo e l'oppressione. La marcia di apertura del forum con lo slogan "Popoli del mondo uniti contro il terrorismo", in memoria delle vittime dell'ultimo attentato e per ribadire la lotta degli oppressi è terminata proprio al Bardo, riaperto in occasione dell'inaugurazione ufficiale del Forum Mondiale. In marcia sotto la pioggia, Besma Khalfaoui la vedova di Chokri Belaid, deputato tunisino dell'opposizione assassinato a colpi di arma da fuoco alla vigilia del Forum Mondiale del 2013. Oltre a ribadire il rifiuto alla violenza e al terrorismo, i movimenti sociali sono in marcia: una opportunità per i popoli di tutto il mondo di rivendicare i diritti socio-economicI, la libertà e la pace e non cedere il passo al terrore. In occasione del Forum di Tunisi, un comitato del consiglio internazionale del forum stenderà una Carta internazionale per lotta al terrorismo, firmata da parte dei movimenti per un'altra globalizzazione. 8 Dignità e diritti. Sotto lo slogan "dignità e diritti", il Forum rilancia la riflessione sul futuro come spazio democratico e assicura il coordinamento globale tra i movimenti sociali, per nuove visioni comuni e per esplorare diverse forme di mobilitazione. Il Forum, che fino al 28 marzo vedrà la partecipazione di circa 4.300 organizzazioni non governative, appartenenti a 120 paesi, si aprirà un dibattito sincero con i sindacati europei, magrebini ed africani e le principali reti sociali di movimento, le grandi associazioni nazionali e mondiali, sul movimento anti-globalizzazione per trovare alternative attraverso la presentazione di esperienze civili e sociali del mondo e favorire l'organizzazione di attività culturali e sociali. http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/03/25/news/tunisi-110420386/ Da Radio Vaticana del 25/03/15 Tunisi. Forum sociale, il fanatismo non frena il dialogo Di nuovo in Tunisia, per parlare di condivisione e solidarietà internazionale: per 4 giorni infatti, Tunisi accoglierà l'annuale Forum Sociale Mondiale, durante il quale centinaia di organizzazioni della società civile rifletteranno su come promuovere pace e giustizia a livello globale attraverso politiche ed economie alternative. I partecipanti hanno scelto di confermare la loro presenza e vicinanza alla nazione tunisina, dopo e nonostante la strage compiuta al Bardo. Da Tunisi, il servizio di Silvia Koch: Continuare a visitare la Tunisia, venire per il Museo del Bardo, per le sue spiagge e per le altre meraviglie del Paese, non bloccarne l'economia che si regge in larga parte sul turismo. Questo chiede al mondo la Tunisia del post-attentato. Una nazione che ha preso coscienza della minaccia terroristica, e che nonostante tutto si è fatta trovare pronta ad accogliere decine di migliaia di partecipanti al Forum Sociale Mondiale. Tunisi blindata La presenza dei militari è massiccia nelle zone limitrofe al parlamento e al campus universitario El Manar che ospita il Forum, ma non nel resto della città. D'altra parte, non erano i turisti italiani né quelli spagnoli il bersaglio dei killers del Bardo. L'azione era pensata per colpire il palazzo del parlamento, limitrofo al Museo, nel giorno dell'esame di una legge speciale antiterrorismo. Non a caso dal 2013 la Tunisia, culla e Paese di successo delle “primavere arabe”, dove la rivoluzione ha portato davvero a una graduale apertura della politica, è scelta come sede del Forum. Con esso si vuole riflettere in particolare sulla complessità geopolitica del mondo arabo, cercare di comprenderne le dinamiche, arginare il pericolo che l'Isis continui ad essere un'alternativa attraente per giovani delusi dagli esiti delle rivoluzioni. Solidarietà contro fanatismo I protagonisti della società civile del Nord Africa e Medio Oriente cercheranno di individuare, attraverso la condivisione delle esperienze, dibattiti e attività collettive, le possibili vie per combattere la diffusione del fanatismo religioso, ma nel pieno rispetto dei diritti individuali e dei popoli. Tutto questo si traduce in reti transazionali di solidarietà e di azione, alleanze tra associazioni dei vari Paesi e continenti che condividono le medesime istanze, al di là dello specifico contesto geografico, all'interno di uno scenario in cui il pericolo da combattere si muove anch'esso su reti fluide e alleanze internazionali (sia esso rappresentato, di volta in volta, dal capitalismo spregiudicato, dalla globalizzazione intesa come impoverimento culturale e negazione della libertà politica, o ancora, dalle varie forme di fondamentalismo e violenza). 9 Le “buone pratiche” dei diritti umani Esperti e cooperanti del Maghreb direttamente a confronto con corrispettivi referenti delle società del Masrek, e a livelli successivi, con i partecipanti provenienti dagli altri continenti ed aree geografiche. E ancora, condivisione di “buone pratiche”, di rispetto e promozione di diritti umani, tra le organizzazioni impegnate nelle varie aree tematiche: si articola secondo queste logiche di fratellanza, da ormai 15 anni, il processo del Forum. La realtà delle donne Tra i focus di quest'oggi, giornata di apertura dei lavori, la libertà di informazione da un lato, e la realtà delle donne dall'altro, in Paesi che attraversano fasi delicate di transizione politica o conflitto, come la Tunisia, l'Egitto, l'Iraq, lo Yemen, le cui delegazioni si contano numerose ad animare le oltre mille attività in programma. Oltre alla geopolitica del mondo arabo, sempre presenti in agenda i temi classici dell'attivismo sociale: dalla promozione delle donne all'incoraggiamento dei giovani, dalla tutela dell'ambiente all'immigrazione, alla difesa dei popoli nel mondo ancora oggi senza una Patria ufficialmente riconosciuta, al confronto costruttivo tra le varie religioni. Terrorismo non ferma il Forum Cambiano di anno in anno le sfide e priorità dei difensori dei diritti umani, ma il percorso del Forum non si arresta, non davanti la follia omicida e il fanatismo religioso, non a causa delle difficoltà di spostamento oltre le frontiere, tanto meno per la diffusa sordità di istituzioni e organizzazioni che governano la politica e l'economia mondiali. http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/25/tunisi_forum_sociale,_il_fanatismo_non_frena_il _dialogo/1132092 Da Vita.it del 25/03/15 Forum sociale, il lato nero della Tunisia Di Giada Frana Al Forum Sociale Mondiale di Tunisi si è parlato anche di razzismo contro la popolazione nera in Tunisia, grazie ad un dibattito organizzato dal Collettivo tunisino della marcia dell'uguaglianza e contro il razzismo. All'evento era presente anche Saadia Mosbah, tunisina, presidente e fondatrice dell'associazione "M'nèmty", che lotta contro le discriminazioni contro la popolazione nera e contro ogni forma di discriminazione. Il razzismo contro i neri in Tunisia è infatti ancora un tema tabù e gli stessi tunisini spesso preferiscono ignorare la realtà. Quando e per quale motivo ha deciso di creare questa associazione? La Rivoluzione tunisina ci ha permesso di fare cadere il muro del silenzio: prima non potevamo di certo farlo, si poteva parlare del problema solamente tra di noi o con i giornali stranieri. Ci siamo detti che era giunto il momento che questa popolazione, che rappresenta tra il 10 e 20% del Paese, fosse visibile agli occhi dei politici e così nel 2013 è nata la nostra associazione. Cosa significa il nome della vostra associazione? "M'nèmty" significa "il mio sogno", ma è un sognare ad occhi aperti. Dopo la Rivoluzione, la situazione è cambiata per la popolazione nera in Tunisia? La parola: solo la parola finora è cambiata. Abbiamo fatto forti pressioni all'Anc, all'Assemblea Nazionale Costituente, per una legge che incrimini la discriminazione razziale, ma la nostra richiesta non è stata presa minimamente in considerazione. Ci hanno risposto che se ne occuperanno dopo, quando il Paese sarà stabile, forse per la prossima Costituzione. A livello legislativo dunque non esiste nessuna legge al momento? 10 Non esiste nessuna legge che incrimini la discriminazione razziale. La parola "discriminazione razziale" non appare nella Costituzione. È nostro dovere non solo far apparire queste parole nella Costituzione, ma approvare una legge che ci protegga contro le stesse discriminazioni. Quali sono i problemi che la popolazione nera si trova ad affrontare ogni giorno? Si comincia dagli occhi, con lo sguardo: lo sguardo degli altri quando si posa su di noi è diverso: in generale per i tunisini noi veniamo dalla schiavitù, siamo qui per servire; se siamo vestiti bene diamo fastidio; se siamo in una macchina scocciamo, ma se siamo camerieri siamo i loro amici. Poi viene la parola, ci sono delle parole offensive con le quali si indicano i tunisini neri, a tal punto che queste parole sono diventate sinonimi del colore nero. Quando si dice "Ossif" che significa "schiavo", "negro", è diventato un colore, se si chiede a un bambino cosa significa questa parola risponderà "significa la signora o il signore nero". Cosa proponete al governo e cosa fate per cercare di cambiare questa situazione? Per prima cosa era necessario che se ne parlasse ed è molto difficile per entrambe le parti coinvolte, sia da parte della popolazione nera che da parte di quella bianca, poterne parlare. Negli ultimi due anni abbiamo fatto quasi del porta a porta, organizzando dei piccoli incontri qua e là. I tunisini non riescono ancora a parlare di questo tema, hanno una sorta di rifiuto. Noi abbiamo cominciato in questo modo: sensibilizzando le persone, dicendo loro che il problema esiste e che bisogna parlarne. C'è quindi una sorta di negazione del razzismo da parte dei tunisini? Non solo i tunisini dicono che il razzismo non esiste, ma se proviamo a parlarne ci trattano come dei malati. Per loro abbiamo dei complessi, siamo paranoici poichè "tutto ciò non esiste". Non vedono la realtà quindi per loro non esiste. L'anno scorso c'è stata una grande marcia in Tunisia per protestare contro il razzismo... La prima marcia è stata organizzata il 1° maggio 2013 da M'nèmty: abbiamo deciso di uscire per strada e urlare il nostro no al razzismo in Tunisia. Ha stupito molto e molte persone, soprattutto i politici, si erano proposte di occuparsi della questione. Abbiamo marciato per porre il problema sotto gli occhi di tutti. Poi la marcia è stata ripresa lo scorso anno dal Collettivo contro il razzismo, sono partiti dal sud il 20 marzo e arrivati a Tunisi il 21 marzo, giornata contro le discriminazioni razziali. In seguito si è formata una carovana di circa 150 persone, appoggiata da diverse fondazioni, e ci siamo diretti verso il sud, verso Djerba. Volevamo incontrare il governatore, ma non si è presentato, nonostante le nostre numerose lettere e ci siamo diretti verso i cimiteri degli schiavi. Al sud non si seppelliscono i neri e i bianchi insieme. I nostri compatrioti non ci credevano quindi era importante che lo vedessero con i loro occhi. Recentemente con la coppa d'Africa, lo scorso febbraio, a pagare l'eliminazione della Tunisia per mano della Guinea sono stati i neri. Ci sono state tantissime aggressioni in quei giorni. Nella quotidianità, oltre al razzismo verbale, queste aggressioni accadono spesso? Sono degli episodi che accadono tutti i giorni ai subsahariani: non è che sono stati aggrediti per una partita di calcio, sono aggrediti per qualsiasi motivo: quando una ragazza rifiuta un uomo, ragazze che vengono prese a botte se girano sole la sera, ragazze che vengono picchiate anche davanti al liceo. I media tunisini affrontano la problematica? Se ne parla solo quando c'è un evento, ma spesso i giornalisti non si presentano di persona. Chiamano al telefono chiedendo informazioni o di inviare loro una risposta via email. Non se ne interessano davvero, perché in fondo non ci credono: dite loro che una ragazza è stata violentata e vedrete una totale mobilitazione, ma per i neri no, non sono 11 convinti. Non vogliono vedere, non deve esistere questa problematica nel loro Paese. Invece di dire: esiste un problema, facciamo qualcosa per eliminarlo, si dice: il problema non esiste. Vuole lanciare un messaggio? La nostra marcia, la nostra carovana continuerà e nessuno ci fermerà, anche se cercheranno di zittirci, i nostri figli continueranno questa lotta. http://www.vita.it/it/article/2015/03/25/forum-sociale-il-lato-nero-della-tunisia/131866/ Da Repubblica.it del 25/03/15 (Napoli) Di Nocera spiega la sua Ponticelli: "Una città senza risorse" L'ex assessore : "La politica non è attenta alle periferie Ma è da provinciali pensare solo al lungomare" di ROBERTO FUCCILLO "PONTICELLI vive da almeno due anni una nuova emergenza criminale, che va affrontata per quella che è. Ma c'è una stragrande cittadinanza di persone perbene e una vita di lavoro e solidarietà nel quartiere". Antonella Di Nocera a Ponticelli è di casa. Operatrice culturale, già direttore di Arci movie, poi assessore comunale, a Ponticelli vive e opera da tempo, e non la considera una terra di nessuno. Gli inquirenti hanno diffuso immagini di ragazzi in motorino che sparano tranquillamente in mezzo alla gente. Una realtà che la sorprende? "Quella emergenza c'è. Ma anche i media dovrebbero rappresentare una realtà nella sua complessità". In che senso? "É più semplice mandare in onda le immagini di violenza minorile che il Cinema Pierrot affollato di ragazzi. Se non si racconta in che condizioni sono le mura della scuola elementare del famigerato Conocal, che invece dentro ha tanti maestri appassionati. Se non si dice che la più bella scuola media del Lotto 0 è stata distrutta per un progetto fallimentare di città dei bambini. Se non si denuncia che uno dei parchi più belli della città, inaugurato dai sindaci almeno quattro volte, è ancora chiuso. Se non si parla di questo, non ha alcun senso commentare i ragazzi sui motorini che sparano". Scelte politiche e amministrative, oltre che di controllo militare del territorio. "Si deve intervenire con gli strumenti che lo Stato possiede e che deve utilizzare sempre, pazientemente, non solo quando avvengono episodi eclatanti. Ponticelli ha quasi 60 mila anime, come una media città, ma senza risorse né autonomia amministrativa. L'unica vera risorsa è la rete sociale: associazioni, parrocchie, scuole, comitati di cittadini. Ma la voce della periferia perde forza se non si interfaccia con il sistema istituzionale". Lei è stata anche assessore. "Il Comune, e le istituzioni, devono assicurare intanto i servizi essenziali: al Vomero ci sono metro e funicolare fino alle 2 di notte, la Vesuviana qui chiude alle sei del pomeriggio. Poi devono costruire opportunità di sviluppo. Quindici anni fa, come rete territoriale, presentammo un progetto completo per la riconversione di un grande immobile comunale in un centro per le arti e la formazione. Sarebbe potuto essere un volano economico, tipo la Cinematheque di Bercy. Ma ho sperimentato sulla mia pelle che mantenere l'attenzione politica sulla periferia è difficile. E quando Napoli guarda solo al suo ombelico del lungomare, si scopre drammaticamente provinciale". 12 Fatto sta che i magistrati dicono che lì lo Stato non c'è, e che altri organi dello Stato ora dovrebbero intervenire. "Per me lo Stato è uno. Gli uni e gli altri che parlano lo rappresentano. Si deve lavorare in modo unitario e approfondire la conoscenza della realtà dei territori. Un progetto serio su istruzione,educazione e etica per dare speranze alle generazioni future è una delle chiavi, una svolta". "Prima della repressione c'è la prevenzione. Attiverei aiuti seri per insegnare alle madri, spesso giovani e senza strumenti, ad essere brave madri. Farei politiche unitarie e forti mettendo insieme l'azione dei maestri e dei pediatri. E poi spazi, aiuole e parchi curati e accessibili, scuole con giardini e mense come spazi sociali, biblioteche funzionanti". http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/03/25/news/di_nocera_spiega_la_sua_ponticelli_u na_citta_senza_risorse_-110459986/ 13 ESTERI del 26/03/15, pag. 7 I sauditi sono pronti al confine Chiara Cruciati Yemen. Gli Houthi in marcia verso sud: presi porto e aeroporto della capitale provvisoria con il sostegno dei fedelissimi di Saleh, il presidente Hadi in fuga. Dietro, lo spettro di uno scontro regionale tra Iran e Arabia Saudita La marcia dei ribelli sciiti Houthi su Aden è cominciata, la città è prossima alla caduta. Dopo il fallimento del negoziato e la conseguente chiamata alle armi per rovesciare il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, il movimento ha lanciato ieri l’offensiva contro la capitale provvisoria del paese. È alle battute finali la battaglia per lo Yemen, a cui potrebbe prendere parte l’esercito saudita, dispiegato al confine. Ieri i ribelli sciiti, che da settembre hanno assunto il controllo della capitale Sana’a, hanno arrestato il ministro della Difesa, Mahmud al-Subaihi, nella città di Houta. Nelle stesse ore aerei da guerra bombardavano il palazzo presidenziale di Aden, mentre forze governative passate con i ribelli e militari fedeli all’ex presidente Saleh prendevano il porto e l’aeroporto della città e esplosioni risuonavano nella base dell’esercito. Hadi è fuggito via mare nel pomeriggio, fanno sapere funzionari della sicurezza yemenita. Nessuno sa dove sarebbe diretto, ma la sua assenza lascia campo libero allo scontro tra Houthi, tribù sunnite e gruppi estremisti. E, forse, sauditi. Su di lui pesa una taglia da 100mila dollari, messa sul tavolo dagli Houthi ormai intenzionati a porre fine alla guerra civile assumendo il potere. E occupando aree strategiche: nella marcia da nord, loro roccaforte, verso sud, gli sciiti hanno preso possesso di numerose comunità fino ad occupare ieri la base militare di Al-Annad, a 50 km da Aden, utilizzata dall’esercito Usa come piattaforma di lancio dei droni anti-al Qaeda. Dopo la presa di Al-Annad, gli Houthi sono tornati ad attaccare Houta: testimoni raccontano di corpi senza vita lungo le strade e del rumore continuo delle armi automatiche in molti quartieri. All’avanzata sciita rispondono gli alleati del presidente Hadi: l’Arabia Saudita ha dispiegato l’artiglieria pesante lungo il confine con lo Yemen, il più povero del Golfo e per questo da decenni cortile di casa saudita. Riyadh e Washington la definiscono una mossa a fini solo difensivi. Ma la verità è che la petromonarchia, che non ha disdegnato in passato di intervenire per frenare le ribellioni sciite e soffocare le proteste popolari, non intende lasciare alcuno spazio di manovra al nemico Iran, accusato da più parti di guidare il colpo di Stato Houthi. Ora la probabilità di un’invasione via terra dello Yemen si fa sempre più concreta. Ufficialmente l’Arabia Saudita ha fatto sapere di voler decidere un eventuale intervento oggi, durante il meeting della Lega Araba in Egitto, anticipato di un giorno per far fronte all’escalation delle violenze. Agli appelli regionali al dialogo, gli Houthi hanno risposto con un secco no, consapevoli che il tavolo sarebbe gestito dai sauditi a scapito delle richieste degli sciiti che altro non chiedevano che riforme democratiche e distribuzione del potere. E al no Houthi ha reagito il governo ufficiale che due giorni fa si era appellato alla comunità internazionale perché intervenisse in Yemen: prima al Consiglio di Sicurezza e poi al Consiglio di Cooperazione del Golfo, che si è detto disposto ad assumere «le misure necessarie». 14 Perché in Yemen a scontrarsi non sono solo gruppi avversari interni. In corso c’è una guerra per procura tra i due potenti assi regionali, lo sciita guidato da Teheran e il sunnita con a capo Riyadh: «Il rischio di frammentazione è elevatissimo perché i gruppi interessati sono numerosi e ognuno con una zona di influenza – spiega al manifesto l’analista yemenita Sama’a al Hamdani – Il nord non è del tutto sotto l’influenza iraniana, così come il sud non è interamente controllato dai sauditi. L’Iran sostiene i suoi alleati e l’Arabia Saudita fa lo stesso, seppur tale sostegno sia diverso. Per anni l’economia yemenita è sopravvissuta con l’aiuto finanziario di Riyadh, mentre l’intervento iraniano è più logistico». «Il timore è che la frammentazione dello Yemen non seguirà i confini del 1990: accanto alla divisione nord-sud, ne esistono altre. Lo scenario peggiore prevede parte del nord controllato dagli Houthi, che potrebbero prendere anche Taez e Ibb, comunità che si ribelleranno al controllo sciita. Le regioni di Marib e al-Jawf finirebbero in mano alle tribù sunnite locali, quelle a sud (Socotra, Hadhramout, al-Mahara) si autogovernerebbero. E Lahj e Abyan potrebbero finire definitivamente in mano ad al Qaeda». Uno scenario distruttivo, una divisione articolata a cui si aggiunge la voce dei fedelissimi dell’ex presidente Saleh: ieri il portavoce del cosiddetto Alto Comitato per la difesa delle forze armate (formato da militari ancora vicini al dittatore deposto) ha annunciato che il gruppo prenderà le armi contro qualsiasi interferenza esterna. Ormai è guerra civile, risultato in parte del fallimento della strategia anti-terrorismo degli Usa, che negli ultimi anni dipingevano lo Yemen come modello riuscito della guerra a distanza con al Qaeda. Dopo la caduta di Saleh, Washington ha accettato la nuova leadership pro-saudita, senza tener conto delle istanze delle minoranze e di un popolo sceso in piazza per la democrazia, pur di salvare la guerra dei droni. Del 26/03/2015, pag. 9 Yemen, il presidente in fuga I sauditi iniziano a bombardare Colpite le postazioni dei ribelli sciiti. Isis e Al Qaeda pronti ad approfittare del caos WASHINGTON Lo Yemen passa dalla guerra civile al conflitto regionale. Nella notte caccia sauditi avrebbero colpito postazioni dei ribelli sciiti Houti all’interno del Paese. Un’azione decisa in coordinamento con altre monarchie del Golfo - recita un comunicato «per respingere l’aggressione» degli insorti. I raid sono scattati dopo la fuga del presidente yemenita Abdel Rabbo Mansour Hadi. Assediato dalle milizie sciite e dagli insorti dell’ex leader Alì Saleh, il leader sarebbe scappato da Aden. «Sappiamo che ha lasciato la sua residenza», hanno confermato gli Usa. Si è nascosto in per dirigere la difesa, hanno invece sostenuto i suoi uomini. Ma fonti locali hanno raccontato di una rocambolesca fuga in battello, probabilmente verso Gibuti. Un evento drammatico preceduto da un disperato appello dello stesso Hadi alla Lega araba affinché invii una forza militare. Riad ha prima ammassato truppe al confine e poi ha lanciato incursioni aeree. Non è escluso che queste operazioni possano essere seguite da un maggiore coinvolgimento, pieno di incognite. A innescare l’ultima fase una nuova spallata da parte degli insorti sciiti. Bene armati, hanno sferrato un’offensiva per prendere Aden e la caduta della città potrebbe essere storia di ore. Al loro fianco i militari fedeli all’ex presidente Alì Saleh che ha fatto fronte comune con gli ex nemici. Lo schieramento ha bombardato con i caccia il palazzo di Hadi, 15 ha offerto una taglia di 100 mila dollari sull’avversario, si è impadronito dell’aeroporto della città, quindi ha conquistato la base di al Annad. Un luogo simbolico. Fino a venerdì l’installazione ospitava un centinaio di soldati delle Special Forces americane, elementi che coordinavano i raid dei droni contro al Qaeda. Ma, vista la mancanza di sicurezza, il Pentagono ha ordinato lo sgombero. Uno smacco. Proprio nella base i rivoltosi hanno catturato il ministro della Difesa Mahmud Al Subaihi.Un episodio che ha aperto uno scenario imprevisto. Il quotidiano egiziano al Ahram ha scritto che sarebbe in corso una mediazione in base alla quale al Subaihi evita lo scontro finale su Aden e in cambio diventa vice di un presidente ad interim Houti. Manovre che si sono sovrapposte a quelle regionali. Con molti osservatori interessati. Lunedì Riad, preoccupata per la vittoria degli sciiti, ha alzato la voce: «Siamo pronti a prendere le misure necessarie». Monito seguito dall’intervento diretto con il sostegno di Emirati, Qatar, Bahrain e Kuwait. Un’azione sunnita che potrebbe portare ad una risposta degli sciiti con la richiesta d’aiuto all’Iran. Una crisi che sarà al centro del vertice della Lega araba convocato per venerdì a Sharm el Sheikh, in Egitto. Indiscrezioni hanno anche ipotizzato un possibile coinvolgimento militare del Cairo, ma sono arrivate smentite. Grandi timori a Washington, che ha visto dissolversi sotto i suoi occhi un prezioso avamposto nella lotta al terrore, ha intimato agli Houti di mettere fine alla destabilizzazione dello Yemen. Parole. Perché sul terreno i militanti sciiti hanno imposto la loro forza, anche se è chiaro che da soli non possono tenere il paese. La paura degli Usa è che lo Yemen si trasformi definitivamente in un quadrante sbranato da milizie e gruppi contrapposti. Un luogo dove ai combattenti locali possono aggiungersi volontari stranieri. Qaeda c’è da sempre, è nemica di Houti e governativi. Ma non è la sola. Pochi giorni fa il massacro nelle moschee potrebbe aver segnato l’arrivo dell’Isis. Se non è la Siria poco ci manca . Guido Olimpio Del 26/03/2015, pag. 9 Il Paese fantastico che Pasolini voleva salvare dalla modernità Lo Yemen muore, e a qualcuno è stato risparmiato, per una oscura consolazione del destino, di assistere a questa terribile agonia. Se Pier Paolo Pasolini fosse ancora vivo, infatti, verserebbe sicuramente lacrime di disperazione, a pugni chiusi, vedendo uno dei luoghi del mondo da lui più amati distrutto dalla follia delle molte guerre civili che lo stanno attraversando. Anche qui — come in Iraq, come in Siria, come in Afghanistan — la pietà non lascia traccia di una sua possibile, remota sopravvivenza. Sana’a, la stupenda città in cui i palazzi salgono dal fango al cielo, gli ricordava Venezia, forse perché come Venezia ha sempre avuto la tendenza a scomparire. Forse perché prima di arrivare «in questa Venezia selvaggia sulla polvere» per girare alcune scene del Decameron e poi del Fiore delle Mille e una Notte si era perso anche lui, «come un cane senza padrone», tra le case alte, strette e sbilenche del Ghetto. Non era ancora il tempo della violenza. La capitale dello Yemen, dove Pasolini era già stato in precedenza con Alberto Moravia e Dacia Maraini, era attaccata a quell’epoca da due malattie diverse che ne promuovevano vicendevolmente la rovina. Due malattie che conosceva bene: la povertà che uccide e la modernità che corrompe. «Si tratterà forse di una deformazione professionale, ma i problemi di Sana’a li sentivo come problemi miei», annotava l’autore 16 delle Ceneri di Gramsci nell’ottobre 1970. «La deturpazione che come una lebbra la sta invadendo — proseguiva — mi feriva come un dolore, una rabbia, un senso di impotenza e nel tempo stesso un febbrile desiderio di fare qualcosa...». Nacque così l’idea di un appello all’Unesco «perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione e ad avere coscienza della sua identità». Non furono parole inutili. Qualche anno dopo l’Unesco lanciò una campagna internazionale per la conservazione di Sana’a e l’Italia intervenne realizzando un progetto per il restauro di un’area pilota. Sembra passato un secolo. Pochi giorni fa, in quella stessa città una volta profumata di spezie, quattro attentatori suicidi hanno ucciso oltre un centinaio di persone che affollavano due moschee legate al movimento sciita degli Houthi. «Faremo scorrere fiumi di sangue in piena» è stato il proclama dei terroristi sunniti legati all’Isis. Adesso sono gli Houthi a prevalere, imponendo la loro legge e cercando di impadronirsi delle istituzioni. La pericolosa ombra dell’Iran si estende. Il controllo di ampie aree è invece nelle mani di Al Qaeda. «In tutto lo Yemen — scriveva ancora lo scrittore e regista friulano — non c’è una palma, ma si sente una fantasticità più profonda, che viene da quella sua mirabile architettura in verticale, di case alte e povere, l’una a fianco dell’altra nelle anguste stradine. Lo Yemen è il Paese più bello del mondo». L’appello di Pasolini arrivava «in nome della grazia dei secoli oscuri e della scandalosa forza rivoluzionaria del passato». Sì, il passato, uno dei molti nemici della guerriglia jihadista. «Il fondamentalismo — ha scritto nei giorni scorsi il premio Nobel per la Letteratura V.S. Naipaul — nega il valore e perfino l’esistenza delle civilizzazioni che hanno preceduto la rivelazione del Corano». In un mondo arabo in fiamme — dove perfino la Tunisi del risveglio democratico ha dovuto fare recentemente i conti con la barbarie — lo Yemen è ormai uno Stato fantasma. Negato ai visitatori, fonte di continuo pericolo per i pochi cooperanti rimasti. Restano ormai solo le suggestioni. Resistono i ricordi, le città sono diventate parole. Come la Aden di Paul Nizan, lo scrittore francese che proprio viaggiando in quei luoghi quando aveva solo ventisei anni scoprì se stesso e le ragioni della sua rivolta contro «le classi dominanti». Adesso è la stessa Storia che si deve invece ribellare, per dirla con Naipaul, contro le forze che pretendono di abolirla. del 26/03/15, pag. 7 Ucraina, arrestati due funzionari governativi, ormai è guerra aperta tra Poroshenko e Kolomojskij Fabrizio Poggi Strane cose stanno accadendo in Ucraina. Sembra che lo stesso «forte vento» (e non i cocktail Molotov lanciati dall’esterno) che, dopo 10 mesi di indagine, gli investigatori hanno dichiarato responsabile della strage di 48 persone bruciate vive nella Casa dei sindacati di Odessa il 2 maggio 2014, porti con sé anche il momentaneo trasferimento del fronte dal Donbass a Kiev. Alla guerra (per ora senza morti) tra il presidente-magnate Petro Poroshenko e il magnate(ormai ex) governatore Igor Kolomojskij, si è aggiunto ieri un nuovo fronte. Serghej Bochkovskij, capo del Servizio statale per le situazioni d’emergenza e il suo vice, Vasilij Stoevskij, sono stati arrestati in diretta tv, durante una riunione del Governo, accusati di appropriazione di fondi pubblici, tramite uno schema di contratti di appalto che dirottava la valuta verso loro conti in banche cipriote. Dunque, con i cannoni 17 momentaneamente silenziosi nel Donbass, si distinguono ora i veri rumori della «lotta per la democrazia»: la guerra tra clan fino ai vertici del potere per i miliardi occidentali. Dopo gli assalti armati alle sedi di Ukrtransnafta e Ukrnafta della scorsa settimana, Poroshenko ieri ha infine «accolto la richiesta di dimissioni» di Igor Kolomojskij (il cui gruppo «Privat» controllava Ukrtransnafta già nel 2009, grazie all’allora premier Julja Timoshenko) da governatore della regione di Dnepropetrovsk. Il meeting pro-Kolomojskij fissato per sabato a Dnepropetrovsk, «Azione civile in difesa dell’unità dell’Ucraina», pare tanto civile che, per il servizio d’ordine, sarebbero stati fatti affluire da Odessa reparti dei battaglioni ultranazionalisti sponsorizzati da Kolomojskij. Secondo il Presidente della Commissione della Duma russa per le questioni della Csi, Leonid Slutskij, le dimissioni di Kolomojskij possono condurre a una «Majdan oligarchica». Il leader di «Russia giusta» Serghej Mironov dice che Poroshenko, dimissionando Kolomojskij, «ha aperto un secondo fronte; ma ogni semplice stratega sa che una guerra su due fronti finisce sempre con la sconfitta di chi la conduce». Il conflitto tra Kolomojskij e Poroshenko è scoppiato dopo che la Rada, lo scorso 19 marzo, ha abbassato dal 60% al 50% più una azione, il quorum per le assemblee degli azionisti, con ciò privando l’oligarca governatore di Dnepropetrovsk del controllo su Ukrnafta, la principale compagnia ucraina di gas e petrolio, di cui lo Stato detiene il 50% più una azione. Ora dunque il gruppo Privat di Kolomojskij, con il 42% delle azioni, oltre a non poter più bloccare l’assemblea, dovrà pagare allo Stato dividendi per 1,7 miliardi di grivne. Tra il 20 e il 22 marzo si erano verificati gli assalti e contrassalti alla sede di Ukrtransnafta. Dopo l’esonero del manager a libro paga di Kolomojskij e la sua sostituzione con un direttore di fiducia di Poroshenko, Kolomojskij ha reagito occupando militarmente la sede di Ukrtransnafta. Secondo pravda.ru, qualcuno a Washington ha dato il via libera a Kolomojskij: dopo che i suoi sponsor entreranno alla Casa bianca, Poroshenko sarà fatto fuori. Sponsor del Presidente sarebbe infatti Obama. Ma, dato che l’uno e l’altro hanno i loro santi protettori oltreoceano, per Kolomojskij si parla del duo Clinton-McCaine e dei repubblicani, finanziati da Goldman Sachs. Goldman Sachs che, insieme a Monsanto e Vangurd Group, finanzierebbe l’esercito mercenario «Academi» (ex Blackwater), che combatte con i governativi nel Donbass. Secondo Tatiana Volkova, migliaia di uomini della «Academi» rimpinguano sia il battaglione «Dnepr» di Kolomojskij, sia il «Sokol» del Ministero degli interni: «Monsanto perderebbe centinaia di migliaia di dollari se la guerra finisse un giorno prima e alcuni miliardi se finisse un mese prima. Alla Monsanto non si pongono la domanda infantile “Chi vince”». Kolomojskij avrebbe sostenitori anche tra alcuni media tedeschi, tipo Der Tagesspiegel, che sponsorizzano le imprese di guerra dei suoi battaglioni. Da parte sua, Poroshenko, tra i propri sostegni tedesco-americani, può vantare la Shell (legata alla Deutsche Bank), cui ha concesso i diritti di perforazione per i giacimenti di scisto nel sudest dell’Ucraina. Sembra dunque che sia Kolomojskij, sia Poroshenko, rispondendo agli impulsi della medesima centrale di comando, esprimano quello che Marx definiva «il grande segreto di ogni guerra: gettare il nemico sulla difensiva». del 26/03/15, pag. 7 Mogherini: «Acceleriamo, senza imporre modelli» 18 Roberto Livi, L'AVANA Cuba. Si avvicina il trattato bilaterale con la Ue Il «segnale forte» della volontà di dialogo è stato recepito da Cuba. Per questo l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, martedì sera si è dichiarata «molto soddisfatta» della sua missione all’Avana: nella giornata aveva incontrato il cardinale Jaime Ortega, rappresentante di una Chiesa impegnata nel processo di «trasformazione» dell’isola, il presidente del’Assemblea nazionale, Esteban Lazo, due ministri economici, Rodrigo Malmierca — commercio estero– e Marino Murillo — incaricato di supervisionare le riforme economiche lanciate quattro anni fa– il capo della diplomazia Bruno Rodríguez, il presidente Raúl Castro e, infine, rappresentanti del mondo culturale e della società civile. L’Ue è il secondo partner commerciale di Cuba (dopo il Venezuela) con un interscambio di 3,6 miliardi di dollari nel 2013 e il maggiore investitore, ma l’isola è l’unico paese dell’America latina con cui l’Unione non ha un trattato bilaterale. L’ostacolo principale è costitutito dalla questione dei diritti umani e civili, usati nel 1996 come una clava politica — su incitamento Usa e per iniziativa del governo spagnolo dell’ultra destro Aznar– per destabilizzare «il regime dittatoriale di Fidel Castro». L’ostacolo è rimasto anche dopo che Fidel nel 2006 ha lasciato le redini politiche e la presidenza di Cuba al fratello minore Raúl e, per iniziativa di paesi ex socialisti come Polonia, Repubblica ceca, ha fatto sì che le trattative per firmare un Accordo di dialogo politico e di cooperazione tra Ue e Cuba si trascinino dall’aprile dell’anno scorso, nonostante i progressi fatti in campo commerciale e di cooperazione. La visita di Mogherini, primo Alto rappresentante europeo all’Avana, ha appunto lo scopo di sbloccare la situazione e fare in modo che i negoziati abbiano un’«accelerazione» tale che «l’Accordo venga firmato entro la fine dell’anno». Per questo, oltre ai temi economici e commerciali, «Lady Pesc» ha affrontato la questione dei diritti umani, «senza tabù» e ammettendo che «anche a casa nostra abbiamo i nostri problemi». Su questo tema chiave, Mogherini ha voluto sottolineare che il metodo scelto è «il dialogo, non lo scontro» e che l’Ue non è intenzionata a «imporre modelli». Posizione questa molto apprezzata dal vertice cubano, che ha sempre difeso non solo la sovranità politica ma anche il «modello socialista» cubano, basato sul «poder popular», una sorta di «democrazia assembleare». Nella conferenza stampa a conclusione della sua missione, l’Alto rappresentante europeo ha ribadito che «non vi è concorrenza» tra i negoziati dell’Ue con Cuba e il processo di distensione e ristabilimento di relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana annunciato lo scorso 17 dicembre. Mogherini ha affermato che l’embargo decretato più di cinquant’anni fa dagli Usa «è obsoleto» e dannoso perché colpisce soprattutto la popolazione cubana (e inoltre con i suoi effetti extraterritoriali ha riflessi negativi anche in Europa). Ma si tratta — ha detto — di «due processi negoziali differenti», non concorrenziali, che anzi possono in alcuni temi essere complementari. Però appare evidente che la linea più pragmatica presentata da «Lady Pesc» — con il consenso dei membri dell’Ue anche in passato più recalcitranti — ha molto a che fare con la «concorrenza » economico– commerciale che gli Stati uniti potranno esercitare. E non solo a Cuba, perché il processo di distensione con gli Usa «può cambiare la dinamica nell’isola, ma anche nella regione» latinoamericana. Per questa ragione, l’Europa può e deve giocare «un ruolo attivo in questa fase» , «accompagnando le trasformazioni — le riforme– in corso» nell’isola. In sostanza, quello proposto dall’Unione è un accordo impostato sul dialogo e la collaborazione, ben differente dalla politica perseguita dagli Usa, i quali –per bocca della vicesegretaria di Stato, Roberta 19 Jacobson– hanno ribadito che la distensione in corso è una «nuova linea» (dopo il fallimento dell’embargo) per perseguire il vecchio obiettivo: un cambiamento di regime e di modello politico e economico a Cuba. Mogherini — che ha informato della firma di un programma che prevede 50 milioni di euro in 5 anni per progetti agricoli a Cuba — è stata attenta nel mettere in chiaro che il dialogo politico e la cooperazione offerte dall’Ue debbano «portare benefici al popolo cubano», dunque ad aiutare lo sviluppo di una società civile che si sta rafforzando nell’isola proprio in seguito alle riforme che permettono attività private (por cuentapropria). Attualmente vi sono nell’isola circa mezzo milione di «piccoli imprenditori» che operano soprattutto nel campo dell’alimentazione e ristorazione, trasporto e turismo. Ma nei progetti di riforme del governo è previsto che entro un anno, soprattutto grazie allo sviluppo di cooperative non agricole, il settore «non statale» assorba circa un milione di lavoratori che il governo dovrebbe –secondo il piano di modernizzazione– «tagliare» dall’inflazionato e deficitario settore statale. In questo campo, rafforzamento della società civile, formazione di nuovi imprenditori sono impegnati la Chiesa e il movimento laico cattolico che ad essa è collegato con lo scopo di favorire la formazione di «una classe media cubana» che in futuro ottenga «diritti politici e democratici». 20 INTERNI Del 26/03/2015, pag. 16 Rap, breakdance e reclutamento Gli insospettabili della Jihad in Italia Sgominata cellula islamica, tre arresti Tra loro l’autore del primo manuale pro Is nella nostra lingua BRESCIA . Illuminanti, per capire la composizione della “cellula”, chi sono i miliziani italiani e i loro reclutatori, sono le parole di un investigatore dell’Antiterrorismo. «Ultrà della jihad. Giovanissimi, insospettabili: rap, breakdance, droga, vita all’europea. Poi, di colpo, la conversione via web, e il passaggio all’Is». È la storia in pillole di Anas El Abboubi, 23 anni, nato a Marrakesh e cresciuto a Vobarno, in Valsabbia: arrestato nel 2013, ma poi scarcerato, adesso è in Siria a combattere (è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare). È lui, il foreign fighter, “Abu l’italiano”, il punto di contatto dei tre estremisti islamici arrestati tra Torino e Tirana nell’operazione “Balkan Connection”. Il gruppo, smantellato dall’Antiterrorismo della polizia, reclutava aspiranti combattenti da arruolare nelle milizie dell’Is dopo un periodo di addestramento in Albania. Eccoli, i tre: Alban Elezi e Elvis Elezi — zio e nipote, albanesi, 40 e 20 anni. E Elmahdi Halili, 20enne italiano di origine marocchina. «Se mio figlio è un terrorista lo ammazzo», dice il padre del ragazzo che vive a Ciré, nel torinese. Secondo gli investigatori, Halili — accusato di terrorismo internazionale — nonostante la giovane età non era semplicemente «attivissimo sul web». È anche, si scopre ora, l’autore di quel documento di propaganda Is, il primo scritto in italiano, diffuso in rete il 28 febbraio scorso (titolo “Lo Stato islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare”). Che cosa facevano Elmahdi Halili e Elvis e Alban Elezi (gli ultimi due devono rispondere di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale)? Agganciavano ragazzi tra Italia e Albania, e, dopo averli bombardati con la pro- paganda jihadista, li instradavano verso il Califfato nero. Da simpatizzanti, i giovani diventano guerriglieri (sono decine, come ha rivelato nel dicembre scorso un’inchiesta di Repubblica , i presunti jihadisti italiani). Partenza dall’Italia per la Turchia: in alcuni casi, tappa albanese. Il percorso di Anas El Abboubi. È seguendo i suoi movimenti e contatti che gli 007 dell’Antiterrorismo sono arrivati ai reclutatori. Il 6 settembre 2013 Abboubi va in Albania. Poi la Siria, dove il giovane diventa “Abu Rawaha l’italiano”. Dopo di lui i cacciatori di teste dell’Is convincono un altro aspirante combattente: un giovanissimo italotunisino della provincia di Como. Era ancora minorenne quando Elmahdi Halili e Elvis Elezi lo agganciano via web. Con il nuovo decreto di contrasto al terrorismo islamico il giovane sarà sottoposto a sorveglianza speciale e non potrà espatriare. «Se non fossimo intervenuti, a breve molti avrebbero potuto aderire a questa deriva », ha spiegato Giovanni De Stavola della Digos di Brescia. Perché l’obbiettivo dei reclutatori — lo ha detto il pm Leonardo Lesti — era il «coinvolgimento di italiani di seconda generazione ». Come? Soprattutto attraverso l’attività di fishing sul web. «È l’aspetto più inquietante », hanno spiegato Lamberto Giannini, direttore dell’Ucigos (il servizio centrale antiterrorismo), e Claudio Galzerano, direttore della divisione antiterrorismo internazionale. «Gli arrestati fanno parte di una rete più importante e diffusa». Sempre sul fronte Isis, da un’inchiesta della Dda di Palermo è emerso che sarebbero gruppi armati libici a organizzare, per autofinanziarsi, molti sbarchi di migranti sulle coste italiane. 21 Del 26/03/2015, pag. 8 Le conversazioni via Facebook «Reclutati quaranta italiani» Le intercettazioni degli aspiranti «martiri» per il Califfato La propaganda che prelude al reclutamento avveniva via Facebook, attraverso dialoghi come quello intercettato tra il 12 e 13 novembre 2014, quando Elvis Elezi, ventenne albanese trapiantato in provincia di Torino, scriveva: «Ti dico, fratello, che lo Stato non è una cosa creata dall’America... sono since-ro e sicuro, anzi oggigiorno l’America imprigiona nel caso qualcuno tenti di unirsi al Califfato, e quest’estate di là è stato ucciso anche un mio amico. E se Allah vuole, ha accettato il suo martirio... Ci sono molti albanesi che sono là, e non solo albanesi ma da tutto il mondo: Austria, America, Inghilterra, Italia (40 persone fino ad ora sono italiani), dei Balcani, ceceni e molti molti». L’amico morto, secondo la ricostruzione del giudice che ha arrestato Elvis, era Idajet Balliu, che con la famiglia Elezi aveva un grado di parentela: coinvolto in un attacco in Siria l’estate scorsa. Per la causa dell’Isis e del Califfato: la stessa per la quale, in «naturale prosecuzione ed evoluzione dell’autoaddestramento italiano», è andato a combattere Anas El Abboubi, marocchino arrestato a Brescia nel 2013, scarcerato dal tribunale del Riesame per insufficienza di indizi, partito subito dopo «per arruolarsi nella formazione terroristica Stato islamico». Gli investigatori del Servizio antiterrorismo della polizia di prevenzione hanno registrato alcune conversazioni di Anas, dalla Siria, mentre diceva al padre che non sarebbe più tornato perché «sai dove sono, mica stiamo scherzando qua», e in Italia rischiava «dieci anni di prigione»; il padre cercava di rassicurarlo, ma lui rispondeva sferzante: «Lo chiami modo di vita che un essere umano potrebbe vivere, là? Vivi come loro, come un cane. Maledetti!». I tabulati telefonici hanno registrato diversi contatti di Anas con Elvis e Alban Elezi. Ma l’episodio per cui il magistrato ha mandato in carcere zio e nipote è il tentato reclutamento di Mahmoud Ben Ammar, minorenne di origini tunisine residente nel comasco, che aspettava di compiere 18 anni per andare a combattere la jihad. «Fratello, apro una parentesi per il hur , che tu sei l’unico mio sostegno di cui mi posso fidare», scriveva Mahmoud a Elvis. Per il giudice, «il riferimento all’ hur non appare casuale», poiché secondo la tradizione islamica sarebbe il paradiso con le giovani donne riservato ai martiri. Secondo altri colloqui registrati Elvis sarebbe voluto andare a combattere in Iraq, mentre il minorenne preferiva la «Dawla», termine interpretato come lo Stato islamico in Siria,«e da lì avrebbe raggiunto l’ hur ». I poliziotti dell’Antiterrorismo hanno intercettato conversazioni tra il giovanissimo Mahmoud e i genitori. Il 22 dicembre scorso il padre era preoccupato: «Tu che vuoi andare al jihad, chi conosci lì? Ti manderanno i principi... quelle persone che stanno dietro una scrivania e predicano, e mandano altri a fare il jihad. Perché non ci va lui?». La madre preferirebbe che il figlio combattesse un’altra guerra: «Quando conquistano la Siria e entrano in Palestina ti mando. È una guerra contro Israele, e non combatti contro gli arabi». Anche l’italiano figlio di marocchini El Mahdi Halili, arrestato per «apologia dello Stato Islamico, associazione con finalità di terrorismo internazionale», è giovanissimo. Ha compiuto vent’anni il primo gennaio e pochi giorni prima, secondo l’accusa, aveva messo in rete un lungo proclama a sostegno dell’Isis. «Non deve trarre in inganno la forma del documento diffuso sul Web — scrive il giudice — che tratta non tanto l’attività terroristica in senso stretto quanto i “servizi” offerti dallo Stato islamico mentre i “soldati” si recano a 22 combattere per “adempiere all’ordine di Allah”. Si tratta infatti di una forma di apologia subdola e indiretta», che nell’interpretazione del magistrato «risulta particolarmente efficace nella prospettiva del reclutamento e dell’adesione di nuovi soggetti alla causa terroristica, ove si consideri che il messaggio di propaganda si rivolge soprattutto ai giovani musulmani residenti in Italia i quali, sia per le comuni difficoltà di inserimento, sia per la problematica congiuntura economica, si trovano sovente ad affrontare una condizione di emarginazione sociale». Del 26/03/2015, pag. 17 IL DECRETO / CONTRO IL TERRORISMO Meno privacy sui pc la polizia potrà spiarci anche a distanza FABIO TONACCI Nella corsa a modificare “al rialzo” il decreto antiterrorismo emanato il 19 febbraio scorso, che va in scena in questi giorni nelle commissioni Difesa e Giustizia della Camera dove il testo è approdato per la conversione in legge, è stata introdotta per la prima volta la possibilità per la polizia di fare intercettazioni telematiche da “remoto”. L’emendamento è stato voluto dal governo con la giustificazione del «necessario adeguamento tecnologico». Il cambiamento che introduce, però, non è di poco conto e il Garante della privacy ha già espresso «serie preoccupazioni» sui suoi effetti. Viene consentita, per i reati indicati all’articolo 266 del codice di procedura penale (delitti per i quali è previsto l’ergastolo o la reclusione superiore a cinque anni, quali quelli contro la pubblica amministrazione, droga, traffico di armi e sostanze esplosive, contrabbando, usura, ingiuria, minacce), «l’intercettazione telematica anche attraverso l’impiego di programmi informatici da remoto e dei dati presenti in un sistema informatico». Significa che la polizia potrà utilizzare software spia, trojian horse, keylogger, per acquisire informazioni da social network e piattaforme quali “whatsapp” usati dai cittadini su cui gravano forti indizi di colpevolezza. «Non sono intercettazioni preventive — spiegano dalla Commissione — perché comunque c’è sempre bisogno dell’autorizzazione di un giudice, su richiesta del magistrato». Secondo gli esperti di Internet, però, il controllo “da remoto” diventa molto più pervasivo e mette a rischio la privacy di tutti. Il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, intervistato da repubblica. it, sostiene: «Così si introduce per la prima volta la possibilità di spiare dentro il computer di ogni singolo cittadino sospettato di qualsiasi reato e non solo di quelli di matrice terroristica». Tant’è che Quintarelli ha presentato un emendamento per ridurre l’utilizzo dei software spia solo per questioni di terrorismo, ma al momento è stato accantonato. Non è la sola modifica apportata, finora, al testo licenziato dal governo a febbraio. Gli operatori telefonici e i provider sono obbligati a conservare i dati delle comunicazioni (telematiche e telefoniche, comprese le chiamate non risposte), fino al 31 dicembre 2016. Una norma a tempo, che è andata a sostituire la previsione di allungare a 24 mesi il periodo, rispetto ai 12 mesi di cui si parla del decreto originario anti-terrorismo. Su questo punto si è già espresso il Garante per la privacy Antonello Soro, sentito in audizione, secondo il quale «si sta alterando il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza». Secondo l’Authority si va nel senso opposto a quello indicato dalla Corte di Giustizia europea, che ha annullato con una sentenza la discussa direttiva sulla “data retantion”, in 23 quanto indiscriminata, potenzialmente applicabile a chiunque, a prescindere dai reati e dal tipo di comunicazioni tracciate. Altre novità, l’aumento della pena dai 5 agli 8 anni di reclusione per i “foreign fighters” e obbligo di arresto in flagranza per gli scafisti. Ancora in discussione, invece, la cosiddetta norma “anti-Greta e Vanessa” che specifica l’esclusiva responsabilità individuale» sulle conseguenze di chi fa viaggi all’estero in zone pericolose. del 26/03/15, pag. 2 di Wanda Marra Antiterrorismo, i pm: “Poche idee, ma confuse” LE CRITICHE DI PIGNATONE E BRUTI LIBERATI SUL TESTO ORA ALLA CAMERA: “NON SI SA COSA SARÀ REATO”. ROBERTI: “LA PROCURA NAZIONALE È UNA SCATOLA VUOTA “ Fortemente limitativo delle libertà personali e della privacy, vago e approssimativo nella definizione del reato di terrorismo e delle misure da applicare, decisamente non funzionante nei poteri di coordinamento attribuiti all’ufficio del Procuratore nazionale Antimafia (e Antiterrorismo) e nella regolamentazione dei rapporti tra i servizi e la Superprocura. È il decreto anti terrorismo varato urgentemente dal governo a febbraio e che dovrebbe essere votato dall’Aula di Montecitorio martedì (forse con fiducia, anche se pare di no) nel racconto degli esperti auditi in commissione alla Camera. Ecco come il capo della polizia, Alessandro Pansa, tra gli ispiratori del provvedimento, il 25 febbraio motiva la possibilità di ritirare il passaporto: si tratta di “una misura di prevenzione”. che scatta “nel momento in cui il questore propone la misura di prevenzione personale, qualora ritenga che il soggetto possa in tempi brevi allontanarsi dal territorio nazionale”. Nella premessa, la filosofia inspiratrice del testo: “Ci sono soggetti che aderiscono alle organizzazioni terroristiche e si addestrano motu proprio. Quando i loro comportamenti non sono ancora da sanzione penale è necessario e indispensabile che vengano attivate al meglio misure di prevenzione”. Come quella non esattamente leggera del ritiro del passaporto. “C’È UN PO ’ di disordine” esordisce Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma (che parla anche per conto del collega di Milano, Edmondo Bruti Liberati). E lo enuncia per punti: “Per quanto riguarda l’articolo 270-quinquies: punisce l’addestramento, che probabilmente era già punito. Sembra, inoltre, che venga punito chi si auto-addestra e ponga poi in atto comportamenti finalizzati alla commissione di condotte con finalità di terrorismo. Questa è la dizione del decreto-legge. Da questa dizione, piuttosto generica, sembra che si voglia punire qualcosa che avviene ancora prima dell’attentato, che poi è punito autonomamente come reato.” Ancora: “La seconda considerazione riguarda l’articolo 270-quater: punisce la condotta dell’arruolato. Anche in questo caso la preoccupazione per future applicazioni è quella di una vaghezza del termine. Occorre capire che cosa si intenda per ‘ arruolato’, se l’Imam che pronuncia discorsi magari infiammati ai suoi correligionari, se qualche cosa di più o qualche cosa di meno”. Il più grave, secondo Pignatone, è “l’articolo 270-quater: “Chiunque organizza, finanzia o propaganda viaggi finalizzati al compimento delle condotte con finalità di terrorismo (…) è punito con la reclusione da tre a sei anni. In questo caso, anche se probabilmente tutti 24 abbiamo in testa il terrorismo internazionale, in realtà la norma non ne parla”. L’esempio “provocatorio”: “Se uno organizza un viaggio da Roma a Tivoli, magari collegato ai No Tav, potrebbe ricadere nell’attuale formula proprio perché il concetto di viaggio riguarda qualunque spostamento da un luogo all’altro”. Il più critico di tutti, però, è Franco Roberti, Procuratore nazionale antimafia, che secondo il decreto sarà anche il Procuratore Antiterrorismo: in questo formula, ha spiegato ai deputati, “mi dai un coordinamento sulla carta, pressoché declamatorio, ma non lo strumento per esercitare. Mi attribuisci la responsabilità e non lo strumento per esercitarla”. Svolgimento: “Con l’introduzione del ‘ Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo ’ abbiamo davanti un apparente paradosso: esiste la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ma non esistono le direzioni distrettuali antimafia e antiterrorismo. Le procure distrettuali antiterrorismo sono rimaste esterne alla procura distrettuale antimafia”. Risultato: “I poteri del procuratore antiterrorismo non sono sovrapponibili a quelli del procuratore antimafia”. E ANCORA: i rapporti con i servizi. Roberti si riferisce soprattutto “alla materia dei colloqui investigativi con i detenuti e delle intercettazioni preventive dei servizi”. Spiega: “Il decreto antiterrorismo del 2005 attribuisce al procuratore generale presso la Corte di appello di Roma la competenza ad autorizzare i servizi. Tuttavia, nel momento in cui si attribuiscono questi poteri al Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, qual è il senso di lasciare al procuratore generale di Roma queste competenze autorizzatorie. Che senso ha? Perché non attribuire il compito al procuratore nazionale antimafia? Forse perché si vuole mantenere un livello alto di burocrazia in questo servizio?”. Roberti si dà una risposta molto esplicita e molto chiara: “Si vuole evitare un controllo”. Netta pure la definizione di Massimo Papa Casa, presidente del Comitato Analisi Strategica antiterrorismo. Che, audito dal Comitato Schengen, definisce così la parte del decreto Antiterrorismo sui foreign fighters: “Vaga e restrittiva”. del 26/03/15, pag. 5 Sorvegliati per decreto Carlo Lania Terrorismo. La polizia potrà fare controlli sulle comunicazioni e i dati contenuti nei computer La necessità di contrastare il terrorismo internazionale rischia di trasformarci tutti e a nostra insaputa in sorvegliati speciali. Il pericolo, per niente teorico, è contenuto nel decreto antiterrorismo varato dal governo e in discussione alla Camera. Salvo correzioni dell’utimo minuto, il testo licenziato dalle Commissioni Difesa e Giustizia prevede infatti la possibilità per la polizia di utilizzare programmi che consentono di controllare da «remoto» le comunicazioni e i dati presenti in un sistema informatico, ma anche di effettuare intercettazioni preventive sulle reti informatiche. Una possibilità che al momento non è limitata ai soli sospetti di terrorismo, ma estesa a tutti i cittadini indiscriminatamente. «Una svista» per il deputato di Scelta civica Stefano Quintarelli che per primo ha denunciato i rischi di un nuovo e più esteso Grande fratello dal quale sarebbe impossibile difendersi. La speranza è che ora l’aula intervenga correggendo il tiro e introducendo paletti che limitino i controlli a soli soggetti sospetti tutelando di più la privacy dei cittadini. Ma non si tratta dell’unica novità introdotta dalle commissioni. Un emendamento del relatore Pd Andrea Manciulli e chiamato «anti-Greta e Vanessa» dal nome delle due volontarie rapite e poi rilasciate in Siria, introduce per la prima volta la responsabilità individuale per quanti decidono di recarsi in Paesi considerati a rischio dalla Farnesina. Un 25 modo per scoraggiare viaggi in aree considerate pericolose e come tali indicate sul sito del ministero degli Esteri. «Resta fermo — specifica la norma -, che le conseguenze dei viaggi all’estero ricadono nell’esclusiva responsabilità individuale e di chi si assume la decisione di intraprendere o di organizzare i viaggi stessi». Ieri, mercoledì, il decreto è stato bloccato in attesa di un parere del governo su alcun emendamenti per i quali manca la copertura di spesa. La situazione dovrebbe sbloccarsi oggi, ma visti i 250 emendamenti presentati dalle opposizioni, palazzo Chigi sta valutando la possibilità di un ricorso al voto di fiducia in modo da poter licenziare il testo martedì prossimo. Già oggi, però, si saprà se saremo destinati a perdere una grossa fetta della nostra libertà. A rischio non c’è infatti solo il contenuto di una conversazione telefonica, ma tutto ciò che abbiamo inserito nel nostro computer ritenendolo al sicuro da occhi indiscreti: fotografie, scritti, filmati, registrazioni, appunti di lavoro, corrispondenza con gli amici. Tutta una vita a disposizione di chi sarà addetto ai controlli. Tecnicamente questo sarà possibile grazie a captatori informatici (Trojan, Keylogger, sniffer ecc.) che dopo essere stati scaricati casualmente consentiranno alle autorità di sicurezza di accedere ai nostri dati senza limiti di tempo. «Con questo emendamento l’Italia diventa, per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la “remote computer searches“ e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato!», scrive Quintarelli sul suo sito. «L’uso di captatori informatici quale mezzo di ricerca delle prove — prosegue — è controverso in tutti i paesi democratici per una ragione tecnica: con quei sistemi compio una delle operazioni più invasive che lo Stato possa fare nei confronti dei cittadini». E’ opportuno ricordare come solo due giorni fa il garante per la privacy Antonello Soro ha espresso preoccupazione per la mancata proporzionalità esistente nel decreto tra le esigenze della privacy e della sicurezza. Il decreto prevede inoltre altre misure finalizzate contrastare il terrorismo internazionale. Si va dallo stanziamento di 40 milioni di euro per la missione mare sicuro nel Mediterraneo, all’affidamento al procuratore nazionale antimafia anche delle indagini sul terrorismo. Prevista inoltre la reclusione dai 5 agli 8 anni di carcere per i foreign fighters, l’aggravante se reati come l’arruolamento e la propaganda vengono effettuati via web e la perdita della patria potestà per i condannati per associazione terroristica che abbiamo coinvolto dei minori nella realizzazione del reato. Infine il decreto consente l’arresto in flagranza per gli scafisti, i promotori, gli organizzatori e i finanziatori dei viaggi dei migranti. oltre all’assuzione di 150 carabinieri e all’aumento di 300 unità del contingente impiegato nell’operazione stade sicure. del 26/03/15, pag. 3 di Paola Zanca IL “PATRIOT ANGELINO ACT” UCCIDE LA PRIVACY DIGITALE L’EMENDAMENTO DEL VIMINALE AL DECRETO DI ALFANO PER SPIARE TUTTI 26 Ma vi immaginate se potesse uscire oggi una mail di quando Renzi era nei boy scout?”. Seduto su un divanetto del Transatlantico con il computer sulle ginocchia, a un certo punto, Stefano Quintarelli, informatico momentaneamente prestato a Scelta Civica, tira fuori Renzi, le giovani marmotte e pure Benjamin Franklin: “Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. Diciamo che Quintarelli non ha scomodato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti a caso. E nemmeno i lupetti tra cui il presidente del Consiglio ha cominciato la sua carriera. Alle sue spalle, nell’aula della Camera, è appena arrivato il decreto che vuole essere il Patrioct Act italiano: quello che, in nome dell’antiterrorismo, è disposto a setacciare le nostre vite digitali, impadronirsi dei nostri dati sensibili e poi farne un po ’ quel che gli pare. Le modifiche dell’Interno e i “captatori occulti” Lo hanno scritto negli uffici del Viminale. E guai a provare a dare qualche consiglio: Angelino Alfano non ne ha voluto sapere. Dritto per la sua strada, ha aggiunto all’articolo 266-bis comma 1 del codice di procedura penale, che consente le intercettazioni informatiche, le seguenti parole: “anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico”. In pratica, lo Stato potrà, attraverso dei trojan – software denominati “captatori occulti” – inserirsi in un computer, in un tablet, in uno smartphone e acquisire, senza alcun controllo, tutti i dati contenuti in quel dispositivo. Attenzione, non sarà legittimato a farlo solo nelle indagini per terrorismo, ma per tutte le ipotesi di reato “commesse mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”. Diciamo che è difficile immaginare, oggi, una qualsiasi attività che non sia veicolata, almeno in qualche suo passaggio, attraverso la tecnologia. Elenca Quintarelli: “Dalla diffamazione alla violazione del copyright, dai reati di opinione o all’ingiuria”, tutto transita per una tastiera. E il “Patriot Angelino Act” consentirà in ognuno di questi casi l’intrusione mascherata nel patrimonio di immagini, testi, messaggi di posta, sms che chiunque si porta in tasca. Forse Alfano, non esattamente un fanatico delle intercettazioni, non si è ancora reso conto che, in confronto a quello che ha scritto, le telefonate registrate sono un capriccio da voyeur. Glielo spiega Quintarelli: “Una intercettazione riguarda comunicazioni, non documenti. L’acquisizione in questione riguarda tutto ciò che un utente ha fatto nella sua vita. Nel mio caso, ad esempio, prenderebbe le mail ed i miei documenti dal 1995 in poi. Stiamo parlando non di un momento nella vita, non di una comunicazione, ma dell’intera vita di una persona”. Ma adesso che si è messo a far la guerra all’Isis, evidentemente, per Alfano tutto è lecito, tutto è consentito. È che una decisione di tale portata meriterebbe una riflessione un po ’ più approfondita di un emendamento scritto sull’onda di Tunisi e Charlie Hebdo. Il rischio fiducia e la fregola patriottica del ministro Quintarelli, dicevamo, ha provato a intercedere presso il Viminale. Poi, si è messo a scrivere un testo alternativo nella speranza che il Parlamento, meno obnubilato dalla fregola patriottica del ministro, abbia modo e tempo (l’ipotesi che il governo metta la fiducia è ancora in piedi) di ragionare con calma. Anche perché molte delle necessità illustrate nell’emendamento del governo, tra cui quella di acquisire dati telematici, sono già regolamentate dal Codice della privacy. Dove è scritto chiaramente che le informazioni raccolte non possono essere utilizzate per nessun altra finalità al di fuori dell’indagine. E poi c ’ è da restringere il campo delle ipotesi di reato, per esempio, “escludendo tale possibilità di azione – consiglia Quintarelli – dal campo della giustizia civile”. In queste ore – se ne avrà il tempo – ne discuterà anche l’ottantina di parlamentari che compone l ’ Intergruppo Innovazione. L’obiettivo è arrivare a una posizione unitaria che faccia passare in Aula l’emendamento Quintarelli. Bisognerà convincere anche quelli – non pochi – 27 convinti che, non avendo nulla da nascondere, si possa sopportare questa intrusione legalizzata in nome della lotta al terrorismo internazionale. “Io non sono un filosofo – conclude il deputato di Scelta Civica – ma credo che un ragionamento del genere sia quello su cui si fondano i regimi totalitari. Non ce la vengano a raccontare. L’uso del telefonino mentre si sta alla guida quanti morti ha fatto? Perché non abbiamo installato su tutte le vetture in circolazione un jammer che bloccasse la ricezione dei cellulari? Quante vite avremmo salvato?”. del 26/03/15, pag. 3 “Hanno istituito la legge marziale” Io sono sbigottito. Non ce l’hanno detto e hanno istituito il regime marziale?”. Umberto Rapetto – già generale della Guardia di Finanza, “colpevole” di aver indagato troppo sulle slot machine, soprannominato “lo sceriffo del web” – scorre il testo del dl antiterrorismo con gli occhi fuori dalle orbite. Cosa la sconvolge di più? Intanto, solo il fatto che si ponga l’attenzione su semplici sospettati di qualunque reato, non indagati, fa già venire meno le basi del diritto. E poi si autorizzano le perquisizioni senza alcun controllo. Parla dell ’accesso remoto ai computer? Vorrebbero guardare nei computer attraverso dei grimaldelli come trojan: fa rabbrividire. Cioè, quello stesso Stato che manda a morire i processi, tira fuori le unghie con chi non potrà nemmeno dire “quella roba non era sul mio computer”. Sta dicendo che non si potrà avere nessuna certezza sulla paternità dei dati estrapolati? Dico che durante una perquisizione tradizionale io, o il mio legale, ho la possibilità di assistere e dunque non potrò mai negare l’evidenza delle prove raccolte. Qui invece, se l’accesso avviene da remoto senza alcun controllo, viene meno addirittura la certezza che quei documenti fossero realmente lì. Salta il diritto alla difesa. E poi chi l’ha detto che un dato, fuori da un determinato contesto, possa avere una rilevanza diversa? Facciamo un esempio. Io l’altro giorno ho visto on line i video di propaganda dell’Isis. Ho consultato quel materiale perché dovevo fare un’intervista, ma non sono né un loro fan né un istigatore. I comportamenti possono essere dettati da curiosità, diritto di cronaca e mille altre ragioni. Che il decreto non contempla. Ce lo dicano: o riconosciamo lo stato di guerra e allora le leggi marziali prevalgono sul diritto vigente, oppure non si può istituire una opportunità investigativa senza garanzie contro gli abusi. Il momento è delicato, ma servono regole che vadano al di là delle suggestioni emotive. Ci vogliono modalità di attuazione stringenti, oltre alla garanzia che il materiale sequestrato sia usato solo per quelle finalità. Non vorrei che finissero per vedere anche se sono vegetariano, quale collega odio e che squadra tifo. pa. za. 28 Del 26/03/2015, pag. 10 Intercettazioni, nuova legge niente freni ai giudici limiti alle pubblicazioni Il governo riapre il dossier e pensa a multe per chi diffonde conversazioni non penalmente rilevanti LIANA MILELLA Intercettazioni, si riparte con la voglia di cambiarle. Il governo riapre il dossier e punta diritto a impedire che le conversazioni penalmente non rilevanti, ma assai appetibili sul piano del gossip politico, finiscano prima nei provvedimenti delle toghe, e dopo sui giornali. Nessuna stretta però sui magistrati, come fu ai tempi della legge bavaglio di Berlusconi, che non vedranno leso il loro potere di mettere microspie, ma regole rigide per utilizzare le sbobinature nelle famose ordinanze d’arresto, materia prima per la diffusione giornalistica. Il governo potrebbe prevedere anche una doppia griglia di sanzioni, sia per i funzionari infedeli che passano le intercettazioni di chi non è indagato, sia per i giornalisti che le pigliano e le utilizzano. Dove mettere tutto questo? Una legge ad hoc? La delega che è già stata approvata il 29 agosto all’interno del disegno di legge sul processo penale? Uno stralcio? Il contenitore delle nuove regole, proprio come ha chiesto Ncd al punto da presentare l’emendamento Pagano (vedi Repubblica del 27 gennaio 2015), potrebbe essere la legge sulla diffamazione in attesa alla Camera del suo secondo giro di boa parlamentare dopo quello del Senato. È lì dentro che verrebbe piazzata la delega al governo a riscrivere le regole delle intercettazioni, che per ora è inserita nel ddl sulla riforma del processo penale. La ragione è semplice: non solo perché lo ha già chiesto Ncd al punto da proporre l’emendamento ad hoc prima ancora che scoppiasse il caso Lupi, ma soprattutto perché alla diffamazione potrebbe bastare un solo passaggio parlamentare per essere approvata. Infine, visto che si ipotizzano delle sanzioni per chi pubblica intercettazioni “private”, la legge sulla diffamazione a mezzo stampa viene ritenuta, da palazzo Chigi, un contenitore coerente. Dunque: il caso Lupi è destinato a lasciare un segno pesante nella storia delle intercettazioni. Dopo le telefonate dell’ex ministro delle Infrastrutture, che non è indagato nell’inchiesta di Firenze, riportate nelle carte di pm e gip e pubblicate sui giornali dopo il deposito, Ncd insorge e mette sul tavolo di Renzi la richiesta pressante e pesante di cambiare le regole delle intercettazioni. Renzi però, di suo, già ci pensa. Le telefonate private sui giornali non gli sono mai piaciute. Basta risentirlo il 30 giugno, nella conferenza stampa a palazzo Chigi in cui presenta i famosi 12 punti sulla giustizia. Quando arriva al capitolo delle intercettazioni eccolo dire: «I magistrati devono essere liberi di intercettare, ma dove sta il limite alla pubblicabilità? Se c’è una vicenda personale, slegata dall’indagine, capisco il giornalista, ma esiste ancora il diritto alla privacy? Dov’è il confine? Mi rivolgo ai direttori dei giornali, domando loro “qual è il limite?”». Quel giorno il premier ipotizza anche una sorta di consultazione tra tutti i direttori delle testate più importanti, proprio per sentire cosa ne pensano e decidere con loro. Oggi sarebbe politicamente sbagliato dire che Renzi cambia le regole delle intercettazioni perché Alfano glielo chiede, minacciando anche di ostacolare al Senato il cammino dell’anti-corruzione. L’attuale ministro dell’Interno, se lo ricordano tutti, è l’autore della famosa legge bavaglio che, dal 2008 al 2011, ha drammatizzato la vita del governo Berlusconi. Lì l’attacco ai magistrati era pesante, le limitazioni all’uso delle microspie massiccio, il bavaglio alla stampa tombale. Oggi Alfano non può riproporre quel testo, anche se il vice ministro della Giustizia Enrico Costa, esponente di punta di Ncd, alla Camera lo ha già fatto. Ora la mediazione è un’altra. Niente limiti alle registrazioni, tutto 29 resta com’è adesso. Ma limiti, questi sì massicci, all’utilizzo delle registrazioni nei provvedimenti dei magistrati, ordinanze di custodia cautelare, ordini di perquisizione e sequestro. Basta leggere la delega che il governo ha già approvato: «Prevedere disposizioni dirette a garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni e che diano una precisa scansione procedimentale all’udienza di selezione del materiale intercettativo». Il linguaggio è da “sudoku” del diritto e c’è da chiedersi chi l’abbia scritto, ma la sostanza è chiara: i magistrati dovranno fare una selezione stringente delle intercettazioni che mettono nei provvedimenti, solo quelle penalmente rilevanti hanno diritto di starci, le altre vanno chiuse in cassaforte e devono restare per sempre segrete. Sarà poi un’udienza stralcio, con gli avvocati, a valutare il materiale e decidere definitivamente cosa può uscire e cosa deve restare riservato. C’è poi il capitolo delle sanzioni, punito in modo duro chi fa uscire le carte dagli armadi blindati, punito chi le pubblica. Sì, ma come? Già la legge sulla diffamazione è fortemente punitiva verso la stampa. C’è il rischio che l’ingresso anche delle intercettazioni finisca per essere veramente tombale. Del 26/03/2015, pag. 12 LA GIORNATA Blitz di Renzi sull’Italicum “Subito il voto alla Camera” è sfida alla minoranza dem La sinistra chiedeva un incontro, invece si va alla conta in direzione. Speranza: “Io ministro? Non ci penso” «Sono previste votazioni». A sorpresa Renzi convoca la direzione del Pd lunedì prossimo per discutere di Italicum e di riforme e ricorda che, alla fine, si voterà. Una sfida alle correnti della sinistra dem che hanno chiesto chi un “conclave” di senatori e deputati, chi un “coordinamento” per elencare le modifiche indispensabili alla nuova legge elettorale. Ma l’accelerazione del premier - che vorrebbe l’approvazione definitiva dell’Italicum prima delle regionali, quindi entro la fine di maggio - scompagina i giochi. All’aut aut posto dalle sinistre, con un vero e proprio ultimatum di Bersani, il premier-segretario risponde giocando d’anticipo e blindando le riforme. In direzione ci sarà quindi una “conta”. Irritate le minoranze, peraltro divise. Alfredo D’Attore aveva proposto il “conclave” sulle riforme e annunciato una lettera della minoranza. Contrattacca: «La materia istituzionale non si risolve con un voto in direzione, su questi temi è sempre stato riconosciuto un margine di autonomia ai gruppi parlamentari». E rilancia appunto il “conclave”, troncando ogni ipotesi di ingresso di esponenti della sinistra dem al governo: «Fantapolitica». È Roberto Speranza, il capogruppo, a essere indicato come possibile sostituto del dimissionario Lupi al ministero delle Infrastrutture. «Sono molto contento di fare il capogruppo alla Camera. Non penso ad altro», garantisce Speranza. Area riformista, la corrente di cui Speranza è leader. non vuole neppure un “coordinamento” ed è in aperta critica con l’assemblea delle sinistre di sabato scorso all’Acquario Romano. «Direi che dobbiamo smetterla di dare una assist a Renzi», commenta Davide Zoggia. «La giudico un fallimento», è il giudizio di Enzo Amendola. Entrambi sono di “Area riformista”. «Mi pare ci sia un’accelerazione, in direzione i rapporti di forza sono sul filo...», ironizza Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem, appena ricevuto l’sms della convocazione della direzione. Un modo per segnalare che in direzione la maggioranza renziana è talmente 30 ampia che non ci sarà possibilità di incidere. «Renzi crea tensione, poi dà la colpa a noi», accusa Pippo Civati. Già oggi, annuncia Ettore Rosato, il vice capogruppo, il Pd chiederà in conferenza dei capigruppo alla Camera di anticipare la discussione sull’Italicum: «Chiederemo la calendarizzazione immediata, i tempi ci sono». L’obiettivo è quello di vedere l’Italicum trasformato in legge il prima possibile senza ulteriori e rischiosi ritorni all’esame del Senato. «Il confronto è sempre benvenuto ragiona Teresa Piccione, franceschiniana - però lasciando il paese in balia di inutili lungaggini». E poi per Renzi c’è la partita aperta con Alfano e Ncd per la sostituzione di Lupi o un ministero di peso. Del 26/03/2015, pag. 12 Il premier blinda la legge elettorale “Sono divisi, il momento è ora voglio chiudere i primi di maggio” FRANCESCO BEI GIOVANNA CASADIO «All’inizio di maggio dobbiamo chiudere. Questa è la partita decisiva, inutile aspettare, abbiamo discusso fin troppo». La svolta di Renzi sull’Italicum matura nel weekend, dopo l’assemblea delle sinistre dem all’Acquario Romano. Un’accelerazione imposta dal terreno di scontro - proprio la nuova legge elettorale - scelto da Bersani e Cuperlo per tentare l’ultimo “affondo” contro il governo. «Sono divisi, il momento è ora», ha spiegato il premier ai suoi. Bruciare i tempi, arrivare all’obiettivo prima delle regionali. Per non giocare una campagna elettorale tutta in difesa: questa è la strategia elaborata a Palazzo Chigi. Non è un caso che già lunedì scorso, a sorpresa, alla Luiss School of government, Renzi abbia dedicato gran parte del suo intervento a magnificare i benefici di una legge elettorale «che, scommetto, ci copieranno in tutta Europa». Un inno alla «democrazia decidente» contro la «vetocrazia » che ha trasformato il paese in una palude. Il punto fermo per Renzi è che il compromesso raggiunto è il massimo possibile e dunque «la legge a Montecitorio sarà blindata», anche per evitare un altro pericolosissimo passaggio al Senato. La convocazione della direzione del Pd lunedì prossimo, che ha spiazzato le minoranze, servirà proprio a questo e si concluderà con un voto. Un modo per mettere le minoranze con le spalle al muro. Il premiersegretario gioca d’anticipo: «È il momento della decisione, non possiamo più buttare la palla in tribuna. L’Italicum è già stato cambiato moltissimo ». A favore dell’accelerazione gioca anche il calendario delle prossime settimane alla Camera. «Non ci sono decreti in scadenza - sottolinea il vice capogruppo dem a Montecitorio, Ettore Rosato - la situazione è meno calda e quindi si apre una finestra favorevole. Staremo qui tutti i giorni a parlare di scuola, concorrenza e divorzio breve, c’è lo spazio per approvare subito e definitivamente l’Italicum ». Certo non mancano le incognite, legate soprattutto a probabili imboscate nei voti segreti. Ma Renzi osserva con attenzione anche la deflagraziovo. ne in corso in Forza Italia, dove ormai convivono sotto lo stesso tetto tre partiti diversi: berlusconiani, fittiani e verdiniani. E proprio su questi ultimi - almeno una ventina e tutti legati al patto del Nazareno - il capo del Pd punta come truppe di rinforzo per surrogare i dissidenti della sinistra dem. Per condurre in porto questa operazione delicatissima il premier deve però poter contare su un capogruppo di assoluta affidabilità. Finora Roberto Speranza, benché leader di “Area riformista”, principale corrente d’opposizione, si è mostrato collaboratila Ma una parte dei renziani non si fida e 31 spinge il premier a promuoverlo al governo così da sostituirlo con un fedelissimo. La minoranza non ne vuole sentir parlare e se la prende con il fronte soprannominato ironicamente “avanti Bo.Bo.Lo” (Boschi, Bonifazi, Lotti) che spingerebbe Renzi sulla linea dura. C’è tuttavia una parte della stessa maggioranza del Pd che vorrebbe tenere Speranza al suo posto: con un leader ingessato nel ruolo istituzionale di capogruppo, per i bersaniani sarebbe infatti più difficile organizzare imboscate parlamentari contro l’Italicum. Le minoranze d’altra parte sono del tutto divise tra chi vuole il “coordinamento” delle sinistre dem o un “conclave” per porre un aut aut e convincere Renzi ad aprire a modifiche sulle riforme e chi mostra massima cautela. Nico Stumpo, portavoce di “Area riformista”, che si è riunita ieri, dà l’altolà a qualsiasi ipotesi di coordinamento: «Non ne abbiamo bisogno, dobbiamo discutere di modifiche nel merito e ciascuno presenti le sue». Intrecciata a quella delle riforme si gioca la partita del rimpasto. Resta in piedi l’ipotesi di un coinvolgimento al governo di un esponente “dialogante” della sinistra interna. Roberto Speranza ma anche Anna Finocchiaro, presidente della commissione affari costituzionali a Palazzo Madama. E se fosse proprio lei il sostituto di Lupi? Il sospetto è venuto a molti di quelli che ieri l’hanno ascoltata in aula elencare “l’abecedario” delle norme anti corruzione sugli appalti pubblici. Del 26/03/2015, pag. 12 Giustizia, nuove tensioni. Alfano: noi nel governo La precisazione del leader dei centristi dopo le polemiche sulla prescrizione e le divisioni interne al partito Il primo aprile voto finale al Senato del ddl anticorruzione. L’Ocse: per il 90% degli italiani il fenomeno c’è Nei giorni in cui si avvicina l’«incrocio» parlamentare predisposto con cura dalla maggioranza (la riforma della prescrizione, già votata, passa dalla Camera al Senato mentre la legge anticorruzione, che verrà approvata il 1° aprile, viaggia sul percorso inverso), l’italia va incontro all’ennesimo giudizio negativo in tema di moralità pubblica. L’Ocse, l’Organizzazione per lo sviluppo economico, scrive in un suo documento che in Italia la percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali sfiora il 90%: peggio di quanto avviene in Portogallo, Grecia (80-90%) mentre la classifica dei virtuosi è guidata dalla Svezia (percezione della corruzione al 15%) con una media Ocse inferiore al 60%. Prima di Pasqua, dunque, nonostante le tensioni con Ncd, il governo punta a incassare un risultato sulla lotta alla corruzione. Dopo il primo sì all’inasprimento dei tempi di prescrizione (approvato alla Camera nonostante l’astensione dei centristi) è stato stabilito che mercoledì 1° aprile in tarda serata verrà messa in votazione in prima lettura al Senato il ddl anticorruzione che porta con sé il ripristino del falso in bilancio come reato di pericolo a anche per le società non quotate in borsa. Ap e Alfano preferivano soglie di non punibilità per le piccole imprese, ma il vero scontro nella maggioranza resta sulla prescrizione, con Alfano che però frena la fronda e chiarisce che non c’è nessuna ipotesi di appoggio esterno e che il partito resterà saldamente nel Governo. Il partito di Alfano — nonostante esca provato dal caso Lupi che si è dovuto dimettere da ministro perché è incappato, seppure non indagato, nell’inchiesta fiorentina sui grandi appalti — è deciso a non mollare la presa sulla prescrizione più lunga (aumentata della 32 metà) sulla corruzione: «Se uno viene indagato e assolto dopo 22 anni che gli frega di essere assolto?», ha argomentato il ministro dell’Interno. Che ha aggiunto: «Il punto è la durata del processo. Il cittadino deve sapere che c’è un momento in cui lo Stato dice basta perché non ce la fa a dimostrare la sua colpevolezza». Alfano poi dice che «i sottosegretari indagati non si devono dimettere» e conferma che in tutte le questure ci saranno «nuclei speciali per contrastare la corruzione: a breve partirà la formazione della polizia». Per il ministro della Giustizia Orlando — che si è impegnato ad accogliere al Senato le richieste dei centristi sulla prescrizione — con Alfano è pace fatta: «Per il ddl anticorruzione non c’è alcun timore per Ncd». Sul nodo degli appalti trasparenti c’è da registrare poi un piccolo passo in avanti al Senato: è stato incardinato in commissione il ddl di Zanda (Pd) sulla qualità architettonica che contiene la delega al governo per la modifica del codice degli appalti. Dino Martirano del 26/03/15, pag. 8 di Salvatore Cannavò Landini: noi l’opposizione che preoccupa Renzi SABATO LA FIOM IN PIAZZA CON OPERAI, EMERGENCY, LIBERA E QUALCHE PD CAMUSSO CI SARÀ. AD APRILE “LA CARTA D’IDENTITÀ” DELLA COALIZIONE SOCIALE La piazza di Landini vuole parlare il linguaggio della democrazia. “È il filo conduttore in questa fase” dice il segretario Fiom al Fatto, parlando della manifestazione di sabato 28 marzo a Roma: “Nessuno partecipa, nessuno decide più, noi proviamo a farlo”. La democrazia, nell’intenzione di Landini, “riguarda le riforme del governo, mai votate da nessuno” ma riguarda anche, “la possibilità che le persone partecipino davvero in prima persona” e qui si parla dei Coalizione sociale. “La democrazia serve anche per la riforma in Cgil” aggiunge Landini delineando tre questioni diverse ma collegate. La Fiom punta molto sulla giornata con la prenotazione di 300 pullman. Si tratta, del resto, del primo appuntamento di opposizione a Matteo Renzi dopo l’approvazione del Jobs Act. Cosa non facile, visto il clima che regna nel paese. “Renzi sarà tentato ad accelerare i suoi progetti di riforma in vista delle Regionali” spiega ancora Landini, e quindi ci sarà da impegnarsi. AD APRIRE la manifestazione saranno i lavoratori di Fincantieri protagonisti di una vertenza che si era presentata con la richiesta agli operai di mezz’ora di lavoro gratis e proseguita con i microchip dentro gli scarponi dei lavoratori. La giornata, però, sarà anche l’occasione per saggiare sul campo i soggetti della Coalizione sociale. Alcuni dei volti della coalizione si vedranno già negli interventi in piazza del Popolo. Ci sarà, ad esempio, Giuseppe De Marzo a nome della campagna di Libera sul “Reddito per la dignità”, una delle proposte in campo che mira a portare un milione di firme in Parlamento per una legge sul reddito minimo. Ci sarà, in collegamento telefonico dalla Sierra Leone, Gino Strada, e ci sarà Stefano Rodotà, una delle “menti” dell’ipotesi di Coalizione sociale. Ci sono poi studenti della Rete della conoscenza, gli insegnanti della scuola pubblica, un’esponente del movimento per la casa romano, operai e delegati. Una prova di alleanza, da parte della Fiom, perché poi la due giorni che dovrà sancire la nascita della Coalizione 33 si terrà ad aprile, probabilmente nei pressi di Roma. Lì si svolgerà un incontro che Landini immagina diverso dai soliti “tavoli” alla Leopolda: “Penso che stavolta tutti devono discutere tutto, fisseremo alcuni temi e li proporremo a tutti”. Il punto più delicato, però, sarà la “carta d’identità” della Coalizione stessa, “il chi siamo e cosa vogliamo fare” aggiunge il segretario Fiom. Dalla due giorni si deciderà, probabilmente, la formazione di coalizioni territoriali e l’indizione di un ulteriore approfondimento a maggio. Il terzo banco di prova è dato dal confronto interno alla Cgil, dove sta per iniziare una nuova disfida. Susanna Camusso ha fatto sapere che sarà in piazza sabato. Ma sembra che non parlerà dal palco. I timori di fischi della base sembrano tornare d’attualità. Convocando la manifestazione, Landini è uscito per primo dallo spaesamento provocato dall’approvazione del Jobs Act e l’unico, finora, a proporre un’iniziativa politica nel senso ampio del termine. Quella sconfitta costituisce un punto chiave nel dibattito sotterraneo della Confederazione che deve discutere del proprio futuro e di come uscire dall’angolo. Non a caso, nel bocciare la Coalizione sociale della Fiom, la segreteria Cgil ha rilanciato l’alleanza con Cisl e Uil. LA PROSSIMA settimana saranno licenziati i documenti per la prossima Conferenza d’organizzazione che potrebbe trasformarsi in una sorta di congresso non dichiarato. Anche perché, tra i temi in discussione, c’è la riforma delle modalità di elezione del segretario generale. Camusso terminerà il suo mandato tra tre anni e i vari posizionamenti interni sono già cominciati. Non dichiarati ma solo accennati. Così come è tornato d’attualità il problema del rapporto con il Pd, e con la sua sinistra, a cui guardano dirigenti di rilievo, membri della segreteria nazionale e segretari di importanti categorie. La sinistra Pd, dal canto suo, si farà vedere anche sabato: Rosy Bindi l’ha già annunciato e Pippo Civati dice al Fatto che “quest’anno c’è una ragione in più per partecipare”. Anche Cuperlo “spera di riuscire” a tornare in tempo da Trieste. In ogni caso, dovranno saranno lì ad ascoltare l’intervento del segretario Fiom che ormai è anche qualcosa in più. Del 26/03/2015, pag. 15 Agrigento, il Pd vuole annullare le primarie L’ira della base dopo la vittoria del candidato di Forza Italia. Il segretario Raciti: qualcosa non ha funzionato A Genova diktat della segreteria per scongiurare il rischio del voto disgiunto: “Chi non si schiera per la Paita è fuori” ANTONIO FRASCHILLA EMANUELE LAURIA La base dei renziani sul piede di guerra. L’ex sindaco, riferimento del premier in città, chiede «di riflettere». Il segretario regionale dei dem convoca un vertice, pronto a bloccare tutto. Tre colpi, in rapida successione, alle strampalate primarie del Pd ad Agrigento, che ora rischiano di naufragare travolte dalle polemiche sul vincitore Silvio Alessi, presidente della squadra locale di calcio sostenuto dal numero due dei forzisti di Sicilia, Riccardo Gallo Afflitto. Alessi, dopo aver vinto ai gazebo, ha detto «di non rappresentare solo il centrosinistra» e ha aggiunto di «avere votato Berlusconi qualche volta». Ma in queste ore sta cercando di gettare acqua sul fuoco: «Sono stato vittima di attacchi privi di fondamento — dice — dalle assurde dichiarazioni attribuitemi sull’assenza della mafia ad Agrigento alle notizie prive di fondamento addirittura di bandiere di Forza Italia e Pd che sventolavano sui gazebo. Tutte follie, come la presenza di Forza Italia in una coalizione 34 che, invece, rispecchia la lodevole apertura ai moderati del premier Matteo Renzi». Ma forse è già troppo tardi. Perché il malcontento, fra i dem, cresce. Un documento della base renziana del Pd provinciale, sul quale soffia anche il sottosegretario Davide Faraone, chiede di annullare la consultazione: «Bisogna commissariare la segreteria provinciale e individuare un nuovo candidato — è scritto nel documento — perché le primarie del centrosinistra le ha vinte Forza Italia». A dar man forte alla base il deputato regionale renziano Fabrizio Ferrandelli: «Siamo il partito di Mattarella e Pio la Torre, non di Dell’Utri e Berlusconi», dice. Dello stesso avviso il deputato nazionale Giuseppe Lauricella, che da settimane chiede di annullare la consultazione. Il governatore Rosario Crocetta, che le primarie agrigentine le aveva benedette in prima persona, adesso si tira un po’ indietro: «La verità è che io tra Licata e Agrigento non ci ho capito nulla — dice — sono stato a Licata, e lì la scelta era tra due di centrodestra. Poi sono andato ad Agrigento e c’era Alessi, che almeno sembra una persona onesta. Ma è il Pd che sta imbarcando mezza Forza Italia». Il Nazareno, già alle prese con il caso dell’ex senatore Vladimiro Crisafulli a Enna che domani potrebbe annunciare la sua candidatura contro il volere di Renzi, prende tempo. Nonostante al vicesegretario Lorenzo Guerini siano arrivate telefonate infuocate da mezzo partito siciliano. E il più noto esponente dei renziani ad Agrigento, l’ex sindaco Marco Zambuto ammette che «occorre fare una riflessione»: «Non si possono sottovalutare le reazioni della base», dice. Il fronte democratico scricchiola e il segretario regionale Fausto Raciti è pronto a bloccare tutto. Sabato ha convocato i vertici del Pd agrigentino: «Mi devono spiegare cosa sta succedendo, una soluzione va trovata », dice. Una soluzione alternativa ad Alessi: in queste ore è forte il pressing nei confronti del presidente del tribunale di Agrigento appena andato in pensione, Luigi D’Angelo, per convincerlo a candidarsi. «Sarebbe un buon nome», sussurra il deputato Angelo Capodicasa. Il pasticcio continua. Intanto anche a Genova si apre un caso in vista delle prossime regionali. Il Pd avverte i suoi iscritti: «Se non voterete il candidato Raffaella Paita verrete messi fuori dal partito». Il motivo del diktat? Pochi giorni fa il deputato civatiano Luca Pastorino, “benedetto” da Sergio Cofferati, ha ufficializzato la sua candidatura. E tra i dem si teme un’ondata di voto disgiunto Pd-Pastorino. 35 LEGALITA’DEMOCRATICA del 26/03/15, pag. 5 Legge anticorruzione rinviata al primo aprile Domenico Cirillo Senato. Ncd minaccia battaglia sulla giustizia. Le divisioni tra alleati di governo dopo il caso Lupi si riflettono in aula. Slitto alla prossima settimana la legge che alza le pene per i corrotti, quando si riesce a condannarli Hanno scelto il primo aprile, mercoledì prossimo, come il giorno giusto per l’approvazione (in prima lettura) della legge cosiddetta “anticorruzione” al senato. La legge — otto articoli piuttosto modificati rispetto alla proposta di inizio legislatura del presaidente Grasso — prevede sostanzialmente l’innalzamento delle pene per la corruzione (si arriva fino a 12 anni per la corruzione in atti giudiziari) e la riformulazione del reato di falso in bilancio, con un regime più tollerante per le società non quotate. Non proprio quell’intervento “di sistema” tanto spesso evocato, ma anzi un provvedimento nemmeno coordinato con quello approvato martedì alla camera che allunga i termini di prescrizione per la stesso reato di corruzione. Da qui — anche da qui — i problemi nella maggioranza, con gli alfaniani che si sono astenuti a Montecitorio e che minacciano “battaglia” a palazzo Madama (dove possono essere determinanti). Tensioni ravvivate ieri dalla presidente della commissione giustizia della camera. la democratica Donatella Ferranti, secondo la quale “il preoccupante dato che emerge dal report dell’Ocse sulla corruzione rende a maggior ragione incomprensibile l’atteggiamento del Ncd, mi auguro un ravvedimento operoso al senato”. Il report dell’Ocse in questione è in realtà il documento preparatorio della conferenza sulla corruzione che è cominciata ieri a Parigi, che peggiora le già pessime stime del 2013 di Transparency international, spostando l’Italia dal terzultimo all’ultimo posto tra i paesi sviluppati quanto a corruzione percepita. Il primo risultato del grande freddo tra Ncd e Pd — la cui origine ha a che fare con la corruzione sono nel senso che riguarda le dimissioni dell’ex ministro Lupi e la partita per la sua sostituzione — è appunto la frenata sull’anticorruzione. Che espone il presidente del senato a una gaffe: Grasso comincia la giornata prevedendo un’approvazione dell’aula entro la settimana, poi , dopo la conferenza dei capigruppo, deve prendere atto che si va a mercoledì. E fedeli all’accordo, i senatori del Pd cominciano da subito a intervenire in massa nella discussione generale — mentre in tanti altri passaggi come le riforme o la legge elettorale hanno saputo dare prova di mutismo interessato. Contraria Forza Italia, che parla di provvedimento “manifesto”, “non una buona legge ma una grida manzoniana per dare un segnale”. Sono critici, ma non nel tutto, i grillini e Sel. E la stessa posizione potrebbe assumere la Lega. Nel conteggio finale, i 36 voti degli alfaniani possono risultare indispensabili. Il ministro della giustizia Orlando si esercita allora in una professione di serenità: “Il relatore è del Ncd, il testo è concordato con il Ncd, non vedo perché dovrebbero dare battaglia”. Oggi e martedì prossimo saranno i giorni dedicati all’esame degli emendamenti, prima delle dichiarazioni di voto e del voto finale mercoledì pomeriggio. Gli emendamenti sono 213 e non mancano proposte di modifica firmate da senatori del Pd, anzi sono almeno una quindicina. Tra queste una che si riferisce direttamente alla prescrizione (la legge approvata in prima lettura alla camera) e propone di congelarla del tutto dopo il rinvio al 36 giudizio (idea anche dei grillini). Un altro emendamento riscrive la legge Severino, riportando a un’unica fattispecie la concussione per costrizione e la concussione per induzione (della distinzione ha beneficiato Berlusconi nel processo Ruby). Una terza proposta di modifica del Pd aumenta la pena massima per il falso in bilancio delle società non quotate, così da consentire il ricorso alle intercettazioni durante le indagini. In ognuno di questi passaggi i senatori del Ncd saranno sicuramente di opinione opposta. Del 26/03/2015, pag. 15 Mafia a Ostia, i dem licenziano il minisindaco GIOVANNA VITALE ROMA . Come in un thriller a puntate, l’inchiesta Mafia Capitale che ha sconvolto il Campidoglio e allungato ombre scurissime pure sulla Regione Lazio, ha fatto una nuova vittima: il minisindaco pd di Ostia Andrea Tassone, licenziato dal suo stesso partito dopo essere rimasto invischiato (ma non ancora indagato) negli affari della cupola romana. Una morsa politico-giudiziaria che fra gli amministratori locali ha ormai scatenato un’autentica psicosi: «Chi sarà il prossimo?». Perché il Pd — che nella capitale d’Italia governa tutto: i 15 municipi, il Comune, la Regione — adesso ha paura. E ha perciò deciso di reagire. Giocando d’anticipo sulle mosse dei pm. A cominciare da uno dei territori più a rischio: il X municipio, appunto. Il mare di Roma. Una città nella città coi suoi 300mila abitanti, da mesi al centro di una tempesta perfetta: criminali che si ammazzano per strada, clan che si spartiscono appalti e concessioni, funzionari corrotti, istituzioni inquinate. E intercettazioni. Sui soldi distribuiti come caramelle ai politici in cambio di favori: un’assunzione di qua, un affidamento diretto di là. «Tassone è uno nostro», esultava al telefono il boss Salvatore Buzzi. «A Ostia c’è la mafia», ha sentenziato una decina di giorni fa il commissario dem Matteo Orfini, spedito tre mesi fa dal Nazareno in riva al Tevere, a raccogliere i cocci di un partito «pericoloso e dannoso», secondo la radiografia scattata da Fabrizio Barca. Un verdetto che aveva accompagnato le dimissioni del minisindaco, spacciate per l’inizio della riscossa: Tassone avrebbe dovuto provare a formare una nuova giunta con i nomi di alto profilo individuati dal senatore Stefano Esposito, il componente della Commissione Antimafia che Orfini aveva nel frattempo inviato sul litorale come suo plenipotenziario. Nonostante i giudizi impietosi del parlamentare — «La situazione di Ostia è marcia, è uno dei posti peggiori che mi sia capitato di vedere dopo Reggio Calabria » — all’appello avevano risposto sia Livia Turco, sia l’economista-deputato Marco Causi: entrambi sarebbero diventati assessori municipali «per spirito di servizio». Poi però accade qualcosa. Tutto si blocca. Qualcuno, si vocifera, ha sconsigliato il Pd di esporre personalità tanto autorevoli in un’amministrazione dal destino ormai segnato. Il contrordine è repentino. Nessuna nuova giunta: «Tassone deve rassegnare le sue dimissioni irrevocabili», comunica Esposito, «è la migliore decisione possibile », frutto solo «di una valutazione politica, il livello di illegalità diffusa non consente un’inversione di tendenza». Dunque si va a elezioni. Toccherà ora al sindaco Marino nominare il commissario che porterà “il mare di Roma” al voto. Chi? Probabilmente Alfonso Sabella, assessore capitolino alla Legalità. Professione, manco a dirlo: pm antimafia. 37 Del 26/03/2015, pag. VIII RM Zingaretti e il caso Venafro “La Regione non è corrotta” Al vaglio le gare di 4 giunte MAURO FAVALE «DA PARTE mia non c’è nessuna sottovalutazione del rischio. Però, alla prova dei fatti, se parliamo di corruzione, mi sento di dire che la struttura ha tenuto». Gioca sulla difensiva, Nicola Zingaretti, e non potrebbe essere altrimenti. Quando il governatore prende la parola nell’”Acquario” della Pisana sono trascorsi esattamente due anni dal suo primo discorso in quell’aula. Era il 25 marzo 2013 quando entrò in Consiglio da neo governatore per la seduta di insediamento di un’Assemblea rinnovata al 90% che aveva il compito di far dimenticare gli scandali Fiorito e Maruccio. Allora la parola «corruzione» venne pronunciata una sola volta nel suo discorso. Stavolta, il giorno dopo le dimissioni del suo capo di gabinetto Maurizio Venafro, nel dibattito richiesto a gran voce dalle opposizioni, risuona 12 volte, per lo più legata al prefisso “anti”, che qualifica l’autorità di Raffaele Cantone, quella che ha preso per mano la Regione Lazio per traghettarla nella realizzazione di alcuni bandi. Primo fra tutti proprio quello per il Cup, il servizio di prenotazione delle prestazioni sanitarie, sul quale Mafia capitale aveva messo gli occhi. Un bando sospeso da Zingaretti a dicembre, 3 giorni dopo i primi arresti ma che ha comunque messo nei guai l’ormai ex braccio destro del governatore, indagato per turbativa d’asta. «Ha ribadito anche a me di aver fornito tutti i chiarimenti richiesti, sottolineando la sua totale estraneità dei fatti», sottolina uno Zingaretti anche emotivamente colpito dalla vicenda. Più di una volta incespica nelle parole mentre precisa che «il dottor Venafro non fa e non ha mai fatto parte di nessuna commissione di assegnazione di gara e nel ruolo da lui ricoperto fino a ieri non aveva poteri e competenze sulla nomina di membri di commissioni di gara». I pm, dal poco che se ne sa, gli contestano invece le pressioni che avrebbe fatto (non si sa se su indicazioni di qualcun altro) sulla direttrice della Centrale unica degli acquisti, Elisabetta Longo, per nominare nella commissione aggiudicatrice della gara Angelo Scozzafava, dirigente capitolino, indagato a sua volta per Mafia capitale. Un’inchiesta che, finora, aveva solo lambito la Regione, con due consiglieri indagati, Luca Gramazio, di Forza Italia, ed Eugenio Patanè, del Pd. Ci sono entrambi sui banchi della Pisana ad ascoltare il governatore quando dice che «essere oggetto di accertamenti non vuol dire colpevolezza ma neanche coinvolgimento sicuro o automatico in un successivo periodo processuale». O quando ricorda che «da maggio 2013, delle 18 gare per un importo di circa 3 miliardi, nessuna è stata aggiudicata a società attualmente sottoposte a indagine». O, ancora, quando rivendica di aver «ceduto una parte di sovranità per condividere, nel nome della trasparenza con l’Autorithy, percorsi di assegnazione di gare». Ragionamenti che non convincono l’opposizione. Gianluca Perilli, 5 Stelle, accusa: «Il re è nudo e lei è l’unico a non accorgersene. Per questo chiediamo le sue dimissioni». Antonello Aurigemma, per Forza Italia, chiede di «bloccare la macchina della Regione, per fare un “tagliando” » che coinvolga Aula e commissioni. Francesco Storace, come al solito il più battagliero, si chiede: «Venafro sarà il primo o l’ultimo indagato?». Poi, in un déjà-vu del 2012, dice: «Tre anni fa c’era lo stesso clima: se non prendete in mano questa cosa, andiamo tutti a casa». La maggioranza, col capogruppo Marco Vincenzi, apre a una «commissione trasparenza». Finisce con un voto bipartisan dell’Aula che chiede alla giunta di consegnare alla Pisana non solo gli atti delle gare chiuse dell’attuale legislatura, 38 ma anche delle tre precedenti, da Renata Polverini a Piero Marrazzo fino a Francesco Storace. Del 26/03/2015, pag. 36 Trent’anni fa le cosche mirarono al magistrato Carlo Palermo L’autobomba uccise una donna e i suoi bambini. Ora la figlia più grande racconta quella tragedia Margherita e il giudice sopravvissuti alla mafia ROBERTO SAVIANO CIsono alcune storie che porto dentro, che percepisco come zavorra, come se mi intasassero il respiro, eppure sono memoria necessaria, perché dimenticare significherebbe perdersi. Quella zavorra e quel peso sono pilastro e la radice della mia vita. Sono storie che tendono a essere dimenticate per istinto di conservazione; è come dimenticare la guerra, lasciar perdere il dolore, far finta che tutto sia superato. E Sola con te in un futuro aprile di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango) racconta una storia da dimenticare, una storia preziosa. È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza dalla casa della famiglia Asta. Il giudice vive lì da appena una settimana, prima alloggiava all’interno di un aeroporto militare, a Birgi, che aveva dovuto lasciare da un giorno all’altro proprio quando le minacce contro di lui si erano fatte più concrete. La sua stanza, gli dissero, sarebbe servita al ministro della Difesa Spadolini, in visita alla base. Si mise a cercare una nuova sistemazione, ma nessuno voleva affittare la propria casa a una persona scortata e sotto minaccia. L’unico posto che riuscì a trovare era in un complesso residenziale abitato solo d’estate. C’era un giardino e finalmente avrebbe potuto tenere con sé i suoi cani, ma per arrivare in tribunale doveva percorrere sempre la stessa strada, senza possibilità di variare il percorso. Inoltre, per avere rapporti di buon vicinato era stata data disposizione alle auto di scorta di non mettere in funzione le sirene. In quel contesto arriva l’ultima telefonata di minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: «Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato». Carlo Palermo, la mattina del 2 aprile 1985 scende di casa alle 8 e qualche minuto per andare al Tribunale di Trapani. Normalmente sale dal lato destro dell’auto, ma quella mattina per fare in fretta il suo autista, Rosario Maggio, parcheggia troppo vicino al muro. Quel giorno il giudice si accomoda dietro il sedile di guida. Prova a bloccare lo sportello, ma la sicura non funziona. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la macchina trova davanti a sé un’altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni. Sta accompagnando i piccoli a scuola. L’autista del giudice aspetta il momento giusto per iniziare il sorpasso; c’è un’altra auto ferma, parcheggiata vicino a un muro di contenimento, che non ostacola la manovra. Le tre auto, per un unico istante, si trovano perfettamente allineate. È in quel preciso momento che viene azionato il detonatore. L’esplosione è devastante. Una bomba fatta di tritolo, T4, pentrite e Semtex, un esplosivo militare utilizzato per potenziare l’innesco. (Vengono utilizzati candelotti di brixia b5, lo stesso tipo di esplosivo del fallito attentato all’Addaura contro Giovanni 39 Falcone e della strage avvenuta neanche quattro mesi prima, il 23 dicembre 1984, quella del rapido 904). L’utilitaria fa scudo all’auto del sostituto procuratore che si ritrova scaraventato fuori dalla macchina, in piedi, ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Di loro restano pochi brandelli ritrovati poi a oltre cento metri dal luogo dell’esplosione. In alto, su di un muro, una macchia rossa di sangue, l’impronta terribile lasciata dal corpo di uno dei due bambini. Il botto è fortissimo, si sente fino in città. Nunzio Asta, il marito di Barbara e padre dei due bambini, è ancora a casa in quel momento. In quei giorni va a lavoro un po’ più tardi, ha avuto un intervento al cuore e si sta ancora rimettendo. Sente il boato, pensa abbiano fatto esplodere una palazzina lì vicino, va in giardino e vede la colonna di fumo. Esce per andare a prestare soccorso, ma non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l’altra figlia di dieci anni, in quel momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi, volevano indossare entrambi gli stessi pantaloni, e per non fare tardi chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua amica. I carabinieri arrivano in classe per contare i bambini presenti, è in questo modo che si rendono conto che almeno lei è viva. Margherita e la sua famiglia con la mafia non c’entravano niente. Per questo le parole pronunciate dal vescovo nell’omelia risuonano incomprensibili alle sue orecchie di bambina. Parlano di una «mente perversa» e di una «mano omicida», della «rabbia mafiosa» tornata a insanguinare le strade. Vorrebbe chiederne il senso a suo padre, che le stringe la mano e non sa smettere di piangere, ma ha solo dieci anni, e quella è una domanda troppo difficile da formulare. Sua madre, Barbara Rizzo, e i suoi fratellini, Salvatore e Giuseppe, sono morti in un incidente. È questo che le hanno detto, ma è successo tutto così in fretta, non ha avuto neanche il tempo di fermarsi a pensare. Di chiedersi, ad esempio, che fine avessero fatto i loro corpi, non le hanno permesso di vederli, di poterli salutare un’ultima volta. Le bare chiuse, sono ora davanti a lei, al centro quella scura, di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto le due più piccole, bianche, con i gigli. Margherita non può saperlo, ma lì dentro ol- tre ai loro vestiti non c’è quasi niente. C’è una corona di fiori con la scritta Pertini, vista così da vicino sembra immensa, e ce n’è un’altra del presidente del Consiglio Craxi. Ci sono i gonfaloni del comune, fasce tricolori, e uomini delle forze dell’ordine ovunque. Se ne rende conto solo adesso, Margherita, della folla che c’è nella cattedrale di Trapani. Tanta gente per un funerale l’ha vista solo in televisione, ma quelle erano morti importanti: celebrità, capi di Stato. Oggi, invece, sono tutti lì per sua madre e i suoi fratelli, persone normali. Forse, pensa, è per i miei fratelli, erano così piccoli che tutti avranno voluto partecipare al nostro dolore. Dopo i funerali, ritornando a casa, la macchina è costretta a rallentare. È il luogo dove è successo l’incidente, la strada è stata riaperta da poche ore. Margherita ha il tempo per guardare fuori dal finestrino: «C’è una buca enorme sull’asfalto, sembra sia esploso un vulcano». In alto, troppo in alto, sul muro di una casa c’è una macchia rossa. Margherita la vede appena, ma questa volta ha una domanda impossibile da trattenere: «Papà, è sangue nostro questo?». Margherita pensa per anni che la colpa sia del giudice, di Carlo Palermo. Ma crescendo capisce che lui non c’entrava niente, che era stata la mafia a uccidere sua madre e i suoi fratelli e a distruggere le loro vite. Lei e il giudice erano entrambi dei sopravvissuti, per loro aveva deciso il destino. Non è stato facile per Margherita cercare «quel signore ». Ancor meno facile per lui è stato lasciarsi trovare, provando a superare un terribile senso di colpa. C’è un elemento su cui convergeranno le dichiarazioni dei pentiti: per uccidere Carlo Palermo non c’era bisogno di un’autobomba. Palermo viveva in una villetta isolata, gli era stata negata la vigilanza armata per mancanza di uomini e mezzi e la sera usciva da solo per portare fuori i cani. Ma l’attentato doveva essere un ammonimento, 40 spettacolarizzare la morte moltiplica la paura. È questo che hanno fatto (e fanno) le mafie ben prima dei gruppi islamisti. Sola con te in un futuro aprile è un libro devastante e assume in alcuni momenti il profilo di un manuale di sopravvivenza a un dolore impossibile da contenere. La strada che ha trovato Margherita per sopravvivere al suo dolore è quella di raccontare la propria storia, la storia di sua madre e dei suoi fratelli, vittime innocenti. Trova un’immagine Margherita, per raccontare il modo in cui ha rimesso insieme i pezzi della sua vita. È una tecnica giapponese, il kintsugi, che si usa per riparare i vasi di ceramica che si sono rotti. Non si cerca di rincollare i pezzi nascondendo i segni della lacerazione, ma anzi si esaltano, utilizzando una pasta d’oro. Il vaso, in questo modo, diventa più prezioso. Quell’intreccio di linee dorate restituisce il mondo andato in frantumi e nasce una nuova forma, più solida di quella che c’era prima. del 26/03/15, pag. 15 PROTOCOLLO FARFALLA IL PENTITO CUTOLO: “COSÌ INCONTRAI MORI” IL CUGINO DEL BOSS DELLA NUOVA CAMORRA PARLA AI PM DI PALERMO: “I SERVIZI SEGRETI E IL DAP MI CHIESERO DI FARE L’ANTENNA NELLE CARCERI”. MA I MAGISTRATI NON SAPEVANO Giuseppe Lo Bianco Valeria Pacelli Gli avrebbero chiesto di diventare una sorta di “antenna delle carceri” per informare in tempo reale sulle nuove collaborazioni di detenuti mafiosi ristretti nei reparti “ad alta sorveglianza” e a chiederglielo sarebbero stati i protagonisti degli incontri ai quali avrebbe partecipato dal 2005: il generale Mario Mori, il dirigente del Dap Salvatore Leopardi e il direttore del carcere Giacinto Siciliano. Sono le nuove rivelazioni del pentito camorrista Antonio Cutolo (cugino del boss della Nuova Camorra, Raffaele Cutolo), su cui indagano i pm antimafia di Palermo, che lo hanno interrogato alla fine del gennaio scorso. Cutolo, che non sempre è risultato attendibile, aveva infatti già deposto nel processo del “Protocollo Farfalla”, quell’accordo siglato nel 2004 che vincola il Dap e i Servizi alla segretezza sulle notizie fornite dai mafiosi in carcere in cambio di un compenso, escludendo i magistrati dal conoscere le nuove collaborazioni. LE NUOVE RIVELAZIONI sono state acquisite in un verbale redatto il 26 gennaio scorso dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal sostituto Roberto Tartaglia; una parte sintetica di quel verbale è stato inviato alla Procura di Roma dove si è concluso proprio nelle scorse settimane con la prescrizione il processo in primo grado nei confronti di Salvatore Leopardi, capo dell’ufficio ispettivo del Dap, e Giacinto Siciliano, ex direttore del carcere di Sulmona, accusati di falso e omissione per non aver avvertito l’autorità giudiziaria competente (e cioè la Procura di Napoli) delle intenzioni di Cutolo di voler collaborare con la Giustizia. Nelle motivazioni della sentenza che ha dichiarato la prescrizione, i giudici della VI sezione del Tribunale di Roma spiegano: “Poiché nella fattispecie concreta non emerge, in questa fase del giudizio, la prova evidente dell’innocenza di ciascuno degli imputati, resta confermato che qui e ora deve essere dichiarata la causa estintiva dei delitti che è stata individuata”. Questo processo aveva infatti un ostacolo difficile da superare: quello del segreto di Stato posto sulla 41 testimonianza di alcuni 007 che avrebbe potuto chiarire i rapporti tra i loro uffici, il Dap e i pentiti. Tra le testimonianze vincolate dal segreto c’è quella del colonnello dell’Aisi (ex Sisde) Raffaele Del Sole: il 7 marzo 2011 l’ex premier Silvio Berlusconi ha confermato il segreto di Stato sulle informazioni che i magistrati volevano ottenere da Del Sole, che quindi non ha mai risposto. La questione è stata sollevata in aula e il 24 novembre 2011, la VI sezione del tribunale di Roma ha stabilito che il giudizio poteva “proseguire a prescindere dalla legittimità del confermato segreto di Stato”. MA IL CAPITOLO su quella definita la “gladio delle carceri” non è ancora chiuso. L’inchiesta adesso è a Palermo dove i magistrati, che quest’anno hanno interrogato Cutolo anche una seconda volta, stanno valutando l’attendibilità o meno del pentito che intanto a Roma è indagato per falsa testimonianza. Secondo alcune indiscrezioni Cutolo avrebbe raccontato ai pm siciliani di avere partecipato ad alcuni incontri, nel corso della fase iniziale della sua collaborazione, con l’allora capo del Sisde Mori, il dirigente del Dap Leopardi e il direttore della casa circondariale di Sulmona, oggi alla guida del carcere Opera a Milano, Giacinto Siciliano. Dichiarazioni sulle quali è in corso la verifica con la raccolta dei riscontri, che confermerebbero il ruolo anomalo affidato ad alcuni detenuti per monitorarne altri, e in particolare l’intenzione di collaborare con la giustizia. L’esistenza di questi incontri è stata però smentita dallo stesso Mori: “Il mio assistito – dice l’avvocato Enzo Musco – non ha mai incontrato il pentito Cutolo”. ll verbale però è confluito nell’inchiesta segretissima condotta dalla Procura sui misteri del Protocollo Farfalla, trovato durante una perquisizione al Dap nel 2004. Nelle sei pagine di questo accordo erano citati anche i nomi di otto boss detenuti al 41-bis, attentamente osservati, analizzati e poi avvicinati con la proposta di diventare confidenti dei Servizi in cambio di denaro. TRA QUESTI, ANCHE capimafia di spessore come Cristoforo Cannella, uno dei componenti del commando di morte che agì in via D’Amelio, e per questo condannato all’ergastolo, il boss di Trabia Salvatore Rinella, quello di Porta Nuova Vincenzo Boccafusca, il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo, lo ‘ ndranghetista Angelo Antonio Pelle, i camorristi Massimo Clemente e Antonio Angelino. Sul documento e sui rapporti anomali tra uomini dello Stato (servizi e Dap) da un lato e detenuti dall’altro, si concentra ora l’attenzione dei pm palermitani che indagano anche sulle rivelazioni di un altro pentito, Sergio Flamia, originario di Bagheria, che ha ammesso di aver lavorato vent’anni al soldo dei servizi, ricevendo 150 mila euro, e ammettendo di avere incontrato gli 007 in carcere anche dopo aver avviato la propria collaborazione con la giustizia. 42 RAZZISMO E IMMIGRAZIONE del 26/03/15, pag. 11 di Alessio Schiesari Rom e neri, l’ossessione di Bitonci Proibire i contenitori di volantini pubblicitari per azzerare lo spaccio, sequestrare l’incasso alle prostitute per risolvere la tratta di schiave, scattare foto di chi beve una birra in piazza per eradicare il degrado. Massimo Bitonci, dal luglio scorso primo sindaco leghista della storia di Padova, ha una soluzione per tutto. IL PRINCIPALE quotidiano cittadino, il Mattino di Padova, nell’edizione di domenica scorsa racconta dei commercianti vicini alla stazione esasperati dai pusher? Tre giorni dopo, il sindaco ha già pronta la soluzione. O, almeno, l’annuncio: apriremo una stazione dei vigili urbani, ma solo quando troveremo un immobile. Intanto, “stiamo elaborando un piano per eliminare da piazzale Stazione tutti i piccoli cestini porta-rifiuti e tutti i contenitori di volantini pubblicitari, perché vengono utilizzati dagli spacciatori come nascondigli”. Il giorno prima si era affacciato dal balcone del suo ufficio e aveva scattato, a uso facebook, le foto di un importante blitz della polizia locale: due multe per consumo di alcolici in strada e un fermo per il possesso di un coltello da cucina. Bitonci canta vittoria con un hashtag: # Padovasicura. Disordine e immigrati, queste sono le due ossessioni di Bitonci. Già quando era sindaco della vicina Cittadella finì indagato per l’ordinanza che negava la residenza agli stranieri senza reddito minimo. Memorabile poi il provvedimento anti “vucumprà”, quello che vietava “il transito con trasporto senza giustificato motivo di mercanzia in grandi sacchi di plastica o grandi borse all’interno del centro storico”. Ma è da quando ha conquistato la Dotta che il sindaco sceriffo non sta fermo un attimo. Prendete l’ordinanza anti-ebola, la prima nel suo genere, poi replicata dai colleghi di partito: controlli medici obbligatori per tutti gli immigrati siriani, ghanesi, somali ed eritrei. Nella sua proposta però, tra i paesi a rischio, mancavano però Liberia, Guinea e Sierra Leone, ovvero gli unici colpiti dalla pandemia. BITONCI ricorda lo sceriffo Giancarlo Genti-lini, quello che a Treviso pensava di cacciare gli immigrati irregolari togliendo le panchine dai parchi: è idealmente un suo allievo, ma ha superato il maestro. Letteralmente. A novembre, oltre a eradicare gli odiosi scranni attiraimmigrati, raddoppia: ribaltando la consuetudine, vieta l’ingresso ai parchi agli adulti non accompagnati da cani o bambini. A dicembre se la prende con Suor Lia, che gestisce una mensa popolare: l’accusa è dare da mangiare anche agli spacciatori. Già tre mesi prima, la compulsione di Bitonci per l’ordine traboccava nel primo regolamento presentato in Comune. Vietato: lanciare uova e farina, girare con borsoni da venditori ambulanti, chiedere l’elemosina nei parcheggi, fare il bucato in luogo pubblico, sdraiarsi o utilizzare in modo improprio le panchine, appoggiare le bici ai pali della luce. Le due ruote, altra ossessione. Le piste ciclabili in centro? “Promiscue, insicure e inutili”, stop ai lavori. Ma la vera crociata di Bitonci è quella contro i rom. Appena insediato, azzera i contributi per la scolarizzazione dei sinti. A ottobre promette: sgombereremo dodici campi. A novembre la sua giunta chiede i danni morali a un gruppo di rom accusati di furto. E, anche nelle scorse settimane, fa staccare gli allacciamenti elettrici a tutti i nomadi non in regola. Contro di loro è tolleranza zero. E qualcuno perde la testa: a dicembre, viene spento un rogo doloso contro il campo di via Bassette. Due mesi dopo si replica: in mezz’ora vengono attaccati 43 con bombe molotov due diversi accampamenti. Dal sindaco stavolta né ordinanze né hashtag, solo un laconico “attendiamo le indagini”. 44 WELFARE E SOCIETA’ del 26/03/15, pag. 4 Per essere degni, ci vuole come minimo un reddito Roberto Ciccarelli ROMA Mancano 87 giorni, e 43 mila firme su change.org, per chiedere l’approvazione al Parlamento una rapida discussione e approvazione di una legge sul «reddito minimo o di cittadinanza». «Una misura necessaria, contro povertà e mafie» sostengono le associazioni promotrici: Libera di Don Ciotti, il basic income network-italia e il Cilap. A questa campagna ha aderito anche la Fiom di Landini. Per tutta la giornata di oggi è previsto un «tweet-bombing» ai capigruppo di Camera e Senato, oltre che sul pluribersagliato account twitter del presidente del Consiglio Matteo Renzi. I materiali della campagna possono essere scaricati da questo sito web. Ad oggi le firme raccolte sono 57 mila. L’obiettivo è raggiungerne 100 mila in 100 giorni. Malgrado le risoluzioni dell’Unione Europea abbiano incoraggiato dal 1992 a definire una soglia di reddito minimo garantito, l’Italia (insieme alla Grecia) non ha una legge che garantisca una protezione economica per chi è disoccupato, precario o in povertà. La campagna «reddito per la dignità» sollecita uno dei Welfare più arretrati d’Europa a recuperare 23 anni di ritardo e promuove una misura ispirata ad un principio consolidato: il reddito minimo è stabilito almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro. «Reddito minimo o di cittadinanza» In parlamento esistono due proposte di legge presentate da Sinistra Ecologia e Libertà sul «reddito minimo» (nata da una proposta di legge popolare) e dal Movimento 5 Stelle sul «reddito di cittadinanza», oggi incardinate nella commissione Lavoro del Senato dove sono in corso le audizioni. La campagna «Reddito per la dignità» propone mediazione migliorativa tra proposte non proprio coincidenti: «Reddito minimo o di cittadinanza». In tutta evidenza, si tratta di misure diverse: il reddito minimo è condizionato alla scelta di un lavoro congruo, quello di cittadinanza è rivolto a tutti i residenti. Da precisare che la proposta dei Cinque Stelle non corrisponde ad un «reddito di cittadinanza», ma è in realtà un reddito minimo soggetto a limitazioni ispettive e lavoriste. Alla base di questo equivoco c’è una confusione terminologica in cui tutto il sistema mediatico si è fatto trasportare in modo acritico. La proposta La proposta di Libera, Bin e Cilap invoca un accordo sulla base di quattro principi: il reddito dev’essere individuale, sufficiente, congruo rispetto alle competenze al reddito e al lavoro precedente e riservato a tutti i residenti. La campagna propone inoltre un doppio passo in avanti. Il reddito minimo non va considerato come una misura alternativa al sussidio di disoccupazione (la «Naspi» o il «Dis-Coll» previsti dal Jobs Act) e, tanto meno, un sussidio contro la povertà assoluta. Dev’essere invece considerato anche uno strumento opposto a chi pensa che un reddito deve essere accettato in cambio di un lavoro «purché sia». Sono elementi utili per prefigurare una riforma del Welfare in senso universalistico, ben diversa da quella contenuta nel Jobs Act per il solo lavoro dipendente. I costi Il costo del reddito minimo sostenuto dalla campagna «Reddito per la dignità» varia tra i 15 ai 26 miliardi di euro. L’incertezza deriva anche dal fatto che nel nostro paese esistono 45 misure frammentate e incoerenti che andrebbero semplificate e gradualmente accorpate. Una buona parte di questi fondi potrebbero essere ricavati da una riduzione strutturale delle spese militari, da una imposta sui grandi patrimoni e da una maggiore tassazione dei giochi d’azzardo. Ipotesi ormai di senso comune, nella società e in una larga porzione dell’opposizione parlamentare, che non ha ancora trovato una sponda nel governo che ha preferito l’erogazione a pioggia del bonus Irpef da 80 euro per il lavoro dipendente con un costo di 10 miliardi all’anno. Soldi che avrebbero potuto essere usati in maniera più efficace e universale, senza cedere a tentazioni populistiche ed elettoralistiche come invece ha fatto Renzi. Da Avvenire del 26/03/15, pag. 11 L'azzardo corre sui social Ma i ragazzi ora reagiscono Marco Birolini «Ci preoccupiamo di arginare le sale giochi nelle nostre città, ma non ci accorgiamo che l’azzardo ha ormai invaso la Rete, il mondo in cui ormai tutti viviamo». Simone Feder, psicologo e coordinatore del movimento NoSlot, indica il nuovo fronte della lotta contro la ludopatia e anticipa una svolta, che avrà per protagonista proprio il mondo degli adolescenti: a fine mese si svolgerà la prima 'guerriglia social', a colpi di slogan e simboli, contro il proliferare dell’azzardo online. Bastano pochi istanti, infatti, oggi per trasformare lo smartphone in una slot machine, o per convertire Facebook in un casinò social dove invitare gli amici a puntare a più non posso. Si inizia a giocare gratis, ma per ottenere crediti ulteriori occorre mettere mano alla carta di credito. E si arriva al paradosso: si pagano soldi veri per vincere denaro virtuale. Il fenomeno dei social casinò games, spinto dalla possibilità di giocare anche sui dispositivi mobili, muove un giro d’affari planetario in costante crescita. Secondo il sito Superdata, specializzato in analisi dei mercati digitali, il settore ha generato ricavi per 2,9 miliardi di dollari nel 2013. Solo in Europa, il jackpot ha raggiunto 661 milioni. «Non si gioca più in solitudine, ma si invitano gli amici per organizzare sfide in tempo reale – prosegue Feder –. Si pubblicano i punteggi, in modo da incentivare anche gli avversari a impegnarsi per superare il record. Lo scopo è diffondere sempre più una cultura che ormai tende a far coincidere il significato di gioco con quello di azzardo». Quasi un 'lavaggio del cervello' che non risparmia i bambini, anzi inizia proprio da loro. «Basta cercare tra le applicazioni degli smartphone per trovare più di quaranta slot machine virtuali dedicate ai più piccoli – prosegue Feder –. Ci sono animaletti, personaggi dei cartoni, suoni e colori. Invece del denaro, si vince l’immagine del lupetto da aggiungere alla collezione. In questo modo il meccanismo dell’azzardo diviene un comportamento naturale. Stiamo allevando potenziali gambler (giocatori d’azzardo patologici, ndr) e non ce ne rendiamo conto. Occorre una maggior vigilanza dei genitori». Giovani e giovanissimi sono le prede preferite dell’industria dell’azzardo, proprio perché sono i clienti di domani. «Secondo una nostra recente ricerca, il 12% degli under 18 brucia la paghetta in slot e scommesse. Una percentuale che sale al 29% nella fascia d’età tra i 46 18 e i 19 anni. Se non si interviene, domani questi ragazzi butteranno lo stipendio nelle sale giochi. Oggi sprecano già il loro tempo libero, danneggiando apprendimento e relazioni sociali». Le sirene dell’azzardo che ammiccano da pc e smartphone ammaliano anche gli adulti: ci sono più di 17mila app dedicate a slot, bingo e persino gratta & vinci da tastiera. Un vero e proprio boom, se si considera che solo un anno fa erano poco più di 2mila. Ma se il 'contagio' si allarga, iniziano a comparire in Rete anche gli antidoti. E, sorpresa, sono proprio i giovani a diffonderli. «Quando andiamo nelle scuole a parlare del problema, ci rendiamo conto che gli studenti hanno iniziato a prender consapevolezza dei danni provocati dall’azzardo. Molti di loro li vivono sulla loro pelle, in famiglia. Almeno il 18% dice di avere qualcuno in casa che gioca o scommette tutti i giorni. Perciò hanno capito che bisogna agire. In alcuni istituti di Pavia e Milano sono stati realizzati spot contro l’azzardo che vengono postati su Facebook». Il 31 marzo scatterà un’azione di guerriglia social senza precedenti. Il virtual event no slot inviterà a pubblicare o a condividere sulla propria bacheca un’immagine, una frase, una vignetta o comunque un messaggio per dire no all’azzardo. «L’iniziativa è partita dagli studenti – conclude Feder –. A dimostrazione che se si semina tra i giovani qualcosa di buono poi cresce». 47 DIRITTI CIVILI E LAICITA’ Del 26/03/2015, pag. 28 L’ANATEMA CONTRO LA TEORIA DI GENERE CHIARA SARACENO ANCORA una volta, per voce del capo dell’episcopato italiano, il cardinale Bagnasco, la Chiesa cattolica ha lanciato il proprio anatema contro la “teoria del genere” in quanto promuoverebbe la confusione tra maschile e femminile dando vita, per ciò stesso, ad un «transumano», ad una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, «privo di meta e di identità». È fin troppo facile pensare che dietro a queste parole si celi innanzitutto la condanna di ogni tentativo di normalizzare l’omosessualità come uno dei modi in cui uomini e donne sperimentano la propria sessualità. Esse tuttavia rappresentano una visione dell’umanità che ci riguarda, donne e uomini, a prescindere dall’orientamento sessuale. Si tratta di una visione in cui la differenza sessuale diviene totalizzante, assorbe e spesso impedisce ogni altra differenza, una forma di naturalizzazione priva di storia e riflessività che di fatto ipostatizza non tanto le differenze sessuali, quanto il modo in cui, a partire da esse, si sono costruiti rapporti e identità sociali e interi modelli organizzativi e culturali. Proprio contro questa visione, sulla base di studi antropologici, storici, sociologici e filosofici, alcune studiose femministe hanno proposto il concetto di genere, per indicare quanto di costruzione sociale — per lo più entro rapporti di potere asimmetrici — ci fosse e ci sia tuttora in ciò che viene definito maschile e femminile: nelle caratteristiche, capacità e possibilità attribuite all’uno e all’altro sesso e alle regole che dovrebbero governare i rapporti tra i due. Sono costrutti sociali così potenti da essere diventati, direbbe Durkheim, “fatti sociali”, dati per scontati e utilizzati sia come modelli organizzativi in società e in famiglia, sia come mappe mentali che guidano le scelte soggettive e danno perfino forma ai desideri. Per questo può apparire “innaturale” che una donna non desideri avere figli o che voglia avere sia figli che una carriera professionale, o che un uomo si dedichi più alla cura dei figli che alla propria carriera, che uomini e donne vogliano scegliere le proprie mete e avere identità meno rigide e polarizzate lungo il crinale della differenza sessuale. È a motivo della potenza di quella visione pseudo-naturale che in alcune società le donne sono considerate “naturalmente” esseri inferiori agli uomini, che questi possono usare e controllare a piacimento. Se nelle società democratiche si è raggiunta una qualche misura di uguaglianza tra uomini e donne è perché si è permesso a uomini e donne di sviluppare le proprie capacità e interessi senza essere confinati nella propria, pur importante, reciproca differenza sessuale ed insieme essere più liberi di vivere quella differenza. La cultura, l’incessante opera di costruzione sociale che è la caratteristica del vivere umano, è diventata più riflessiva anche su questo fondamentale aspetto dell’umanità, la differenza sessuale, come univoco e immodificabile destino. Una conquista, non uno «sbaglio della mente umana», secondo le parole di papa Bergoglio riprese da Bagnasco. Anche l’orrore per l’omosessualità e l’assimilazione di questa al rifiuto della differenza sessuale nascono da quella visione di una umanità stereotipicamente dicotomizzata. A chi riduce l’identità delle persone prevalentemente, se non esclusivamente, al loro corpo sessuato, l’omosessualità non appare solo una devianza sessuale che rompe la norma dell’eterosessualità complementare. Appare anche un “innaturale” ibrido umano, in cui si confondono maschile e femminile. Tutto sommato, è la vecchia concezione della 48 omosessualità come inversione sessuale, come il fare l’uomo in un corpo di donna e viceversa. Per chi appiattisce le potenzialità e varietà degli esseri umani alla dicotomia della differenza degli organi sessuali e dell’apparato genitale, l’omosessualità appare mostruosa, letteralmente, sia sul piano della natura sia su quello sociale, come un ippogrifo, o un uomo-cavallo. Ma altrettanto, se non mostruoso, pericoloso appare ogni comportamento di uomini e donne che smentisce l’ovvietà degli stereotipi. Mentre agitano lo spettro della «colonizzazione da parte di una teoria del genere che mira alla creazione di un transumano», le parole di Bagnasco testimoniano il persistere di teorie e pratiche che, in nome della natura, vogliono costringere uomini e donne nella corazza di ruoli e destini rigidi e asimmetrici, riduttivi della ricchezza, varietà e potenzialità degli esseri umani. Non è questo che vogliamo per noi stesse e per i nostri figli e figlie. 49 BENI COMUNI/AMBIENTE del 26/03/15, pag. 8 Gli ogm europei alla prova del Ttip Luca Fazio Usa-Ue. Su 600 incontri bilaterali per il nuovo trattato supersegreto, 500 si sono svolti alla presenza delle aziende del settore biotech. Obiettivo: conquistare i mercati comunitari. Mentre negli States i consumatori chiedono trasparenza La nuova direttiva europea sugli Organismi geneticamente modificati (2015/412) è appena stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea. A una prima lettura sembrerebbe una norma in difesa della biodiversità e dell’agricoltura sostenibile poiché prevede la possibilità per gli stati dell’Unione europea di vietare la coltivazione di Ogm. Anche i dati relativi al 2014 pubblicati dall’International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications (Isaaa) non sono incoraggianti per le multinazionali biotech: con un ulteriore calo del tre per cento la superficie coltivata a Ogm in Europa si è ridotta a 143.016 ettari di mais Bt coltivati in 5 paesi su 28 (si coltiva in Spagna il 90% delle superficie totale). Il resto sono briciole sparse tra Portogallo, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca. In Italia, nell’immediato, non dovrebbero aprirsi scenari allarmanti: è in vigore un divieto temporaneo che impedisce la coltivazione dell’unico Ogm autorizzato per la coltivazione in Europa, il mais Mon810 di Monsanto. Battaglia vinta? Tutt’altro. La nuova legge europea presenta alcune criticità. Una in particolare. Il governo che volesse bandire gli Ogm dal suo territorio non potrà addurre motivazioni che contrastano con la valutazione di impatto ambientale condotta dall’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare). «Significa che i governi — spiega Federica Ferrario di Greenpeace — non possono basare i bandi su specifici impatti ambientali o evidenze di possibili danni da parte delle coltivazioni Ogm a livello nazionale nel caso in cui questi rischi non siano stati presi in considerazione da parte della valutazione dell’Efsa». Quindi i paesi non potranno utilizzare argomentazioni di carattere ambientale per giustificare il divieto di coltivazione. Inoltre, la nuova direttiva rimette in moto l’attività della Commissione europea sempre molto disponibile ad autorizzare nuovi Ogm (il primo in esame è il mais 1507, inventato per resistere all’erbicida glufosinato che nel 2017 sarà vietato in Europa per la sua tossicità). Ma anche di fronte a un Ogm buono autorizzato dalla Ue e certificato dall’Efsa non sarebbe scongiurato il fattore di rischio più pericoloso per coltivatori e consumatori: la contaminazione. Secondo uno studio di Greenpeace, condotto con il gruppo di ricerca inglese GeneWatch e pubblicato dalla rivista International journal of food contamination, dal 1997 al 2013 si sono verificati circa 400 casi di contaminazione. Ma la vera trappola che potrebbe vanificare un decennio di lotte condotte dagli ambientalisti europei e stravolgere le regole della produzione del sistema agroalimentare del vecchio continente — non solo per l’insidia Ogm — si chiama Transatlantic Trade and Investment Partnership, meglio (s)conosciuto ai più con la sigla Ttip. Si tratta di un accordo semi segreto per «facilitare» gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato è agevolare la circolazione delle merci armonizzando le diverse normative che esistono in Europa e negli Stati Uniti. Cosa succederà per quanto riguarda agricoltura e cibo? Il mistero è fitto. Le trattative febbrili. I catastrofisti ritengono che le nuove regole del trattato favoriranno le aziende a stelle e strisce. Le conseguenze? Cibi 50 Ogm difficilmente rintracciabili, maggior utilizzo di pesticidi, predominio dei grandi cartelli agroindustriali, scarsa tutela dei prodotti tipici, etichettature e tracciabilità meno approfondite e delocalizzazione della produzione alimentare dove costa meno. Non è la “pistola fumante” ma poco ci manca: su quasi 600 incontri di consultazione realizzati dalla Commissione europea — di cui ci sono pochi documenti in circolazione — circa 500 si sono svolti alla presenza di potenti aziende del settore (sementi, allevamento e mangimi, biotech, produttori di bevande e cibi). Le trattative per il Ttip sono complicate. Si stanno confrontando due mondi diversi. Da una parte ci sono gli Usa che tutelano il mercato e i loro prodotti e dall’altra c’è l’Europa che, sulla carta, dovrebbe prediligere la tutela dei consumatori e la qualità dei prodotti. Lo scontro è tra un paese con un sistema agricolo che punta sulla quantità e uno che sta sul mercato grazie alla qualità della sua produzione. Un sistema a maglie larghe contro uno con normative più rigide. Per le associazioni ambientaliste e dei consumatori l’esito è scontato: «l’armonizzazione» delle leggi per l’Europa si tradurrà in una cessione di sovranità in termini di sicurezza. Marco Zullo, parlamentare europeo del M5S (commissione agricoltura) non ha dubbi. «La qualità dei cibi che arriveranno sulle nostre tavole è a rischio — ha spiegato — perché perderemo la tutela derivante dalle informazioni presenti sulle nostre etichette. Gli Usa non hanno un sistema di etichettatura ferreo come quello europeo e non hanno certo intenzione di introdurlo con il Ttip. In Europa le procedure di controllo per ottenere un’autorizzazione sulla sicurezza alimentare sono più complesse. Negli Usa sono permesse sostanze vietate in Europa, come cereali Ogm, antibiotici, carne derivata da animali clonati e sostanze chimiche. In nome del libero mercato tutte queste informazioni non saranno a nostra disposizione nelle etichette postTtip». Questo è vero in particolare quando si parla di Ogm. Mentre in Europa, nonostante i tentativi delle lobby, esiste un quadro giuridico che si basa sul principio di precauzione (procedure rigide per l’autorizzazione ampia valutazione del rischio, consultazione pubblica obbligatoria), negli Stati Uniti gli Ogm non devono essere sottoposti ad autorizzazione. Non esiste nemmeno un registro pubblico degli Ogm autorizzati. Per non parlare della trasparenza. In Europa, dove non esiste un solo prodotto Ogm destinato all’alimentazione umana, è obbligatorio segnalare sull’etichetta una quantità geneticamente modificata superiore allo 0,9 per cento. Negli Stati Uniti, invece, l’etichettatura è volontaria. Ma anche nella patria di Monsanto&Co. i consumatori cominciano a chiedere più trasparenza: lo stato del Vermont ha deciso che dal luglio 2016 sarà obbligatorio segnalare una quantità di Ogm superiore allo 0,9%, una legge che è stata impugnata da una potente associazione che raggruppa produttori e distributori alimentari. La consapevolezza del rischio per il settore agro alimentare dell’Europa è documenta anche da uno studio specifico realizzato per il Parlamento europeo dalla Direzione generale delle politiche interne. Secondo il dossier, «se il commercio fosse liberalizzato senza una convergenza normativa, i produttori europei potrebbero subire gli effetti negativi della concorrenza in alcuni settori… Questo è particolarmente rilevante per quanto riguarda i vincoli dell’Ue in merito all’uso degli Ogm, dei pesticidi e alle misure di sicurezza alimentare nel settore della carne». Il gioco d’azzardo degli americani non è un mistero per nessuno. «Nei negoziati relativi al Ttip — si legge nel dossier — una facilitazione nell’approvazione e nel commercio degli Ogm è un’importante richiesta dei coltivatori e delle imprese statunitensi. Essi sono sostenuti dalle autorità Usa, che lamentano la lentezza e le poche autorizzazioni alla vendita e al commercio di organismi geneticamente modificati. Il governo americano, inoltre, ritiene che l’etichettatura obbligatoria degli Ogm discrimini ingiustamente questi 51 prodotti». Come se ne esce? Secondo Dan Mullaney, uno dei negoziatori statunitensi per il Ttip, dovrebbe essere la scienza a fare da arbitro: «Se l’Unione europea ha un processo scientifico per le biotecnologie, questo deve essere seguito», ecco il suggerimento. Quindi, «le decisioni in materia di sicurezza alimentare dovrebbero essere basate sulla scienza e sulla valutazione d’impatto». Traduzione: che decida l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (l’Efsa) e che gli stati europei facciano un passo indietro davanti a un parere scientifico favorevole all’introduzione di un Ogm sul mercato. Che si siano già accorti delle criticità (o trappole) della nuova direttiva europea? Da Avvenire del 26/03/15, pag. 10 Prevenzione zero: ecco l'Italia che frana Antonio Maria Mira Negli ultimi cinque anni sono stati spesi 1,5 miliardi per le emergenze idrogeologiche (frane, alluvioni, nubifragi) mentre per mitigare il rischio ne sono stati stanziati 2. Ma solo il 10% è stato speso per lavori conclusi. Lo denuncia la Corte dei Conti nella relazione sui "Piani strategici nazionali e Programmi di interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico del Ministero dell’Ambiente". Numeri che, sottolineano i magistrati contabili, confermano «che la politica di tutela del territorio continua a destinare ancora la gran parte delle risorse disponibil i, che restano comunque scarse, all’emergenza, anziché ad una effettiva opera di prevenzione». Ma anche queste scarse risorse non vengono spese o lo si fa molto lentamente. Partiamo dagli interventi più vecchi, quelli previsti dalla programmazione 1998-2008. Alla data del 3 marzo 2015, a fronte di un finanziamento complessivo di 2.373 milioni di euro (per 3.188 interventi) sono conclusi 2.664 interventi per un importo complessivo di 1.742 milioni. Risultano, invece, in esecuzione 370 interventi per un importo di 402 milioni e ancora in progettazione 149 lavori per 222 milioni, mentre sono ancora da avviare 5 interventi per un importo di 6 milioni. Ma il dato più preoccupante è che ben il 27% degli interventi, in termini finanziari, non risulta ancora concluso. Per alcune Regioni va poi ancora peggio. La Corte segnala, infatti, che in Calabria, Campania, Molise, Sardegna, Sicilia e Toscana si arriva al 30 mentre il Veneto va oltre il 50. Per quanto riguarda, invece, gli Accordi di programma 2010 risulta che a fronte di un finanziamento complessivo di 2.117 milioni (per 1.621 interventi), sono conclusi 317 interventi per un importo complessivo di 200 milioni. Risultano, invece, in esecuzione 608 interventi per un importo di 787 milioni e ancora in progettazione 489 lavori per 766 milioni, mentre sono ancora da avviare 207 interventi per un importo di 364 milioni. Oltre il 53% degli interventi, in termini di risorse finanziarie assegnate, è ancora da avviare o in progettazione, mentre la quota dei lavori conclusi, sempre in termini di risorse finanziarie, è pari soltanto al 9,47. E anche qui le differenze territoriali sono notevoli. Il Sud registra una quota di quasi il 58% di interventi ancora da avviare o in fase di progettazione mentre al Centro-Nord si arriva a poco più del 48%. E arriviamo all’89,76 in Campania, 88,10 in Friuli-Venezia Giulia, 86,05 in Calabria. «I ritardi – denuncia la Corte – sono in parte anche conseguenza di un non efficiente sistema di controllo e monitoraggio, che non ha prodotto i risultati attesi». Ma soprattutto, insistono i magistrati, «la programmazione delle risorse non si iscrive in un disegno strategico di opere strutturali, ma risulta frammentata in una molteplicità di interventi ». E 52 anche la nomina di commissari straordinari delegati «non si è rivelata efficace» e «solo in limitati casi ha prodotto risultati sufficientemente coerenti con i presupposti di urgenza». Quattro le indicazioni della Corte: superare una politica centrata sull’emergenza; ridefinire la governance degli interventi; riorganizzare il sistema di controllo e monitoraggio; proseguire l’azione di impulso alla funzione di indirizzo e coordinamento del Presidente del Consiglio, in particolare con la Struttura di missione che «costituisce una prima risposta da parte del Governo alla necessità di imprimere un’accelerazione nell’attuazione degli interventi ». Infine valutare «l’opportunità di escludere dai vincoli del patto di stabilità interno le spese » di comuni e regioni per la messa in sicurezza. 53 INFORMAZIONE del 26/03/15, pag. 1 Il manifesto all’asta Norma Rangeri Care lettrici, cari lettori, il momento storico per la cooperativa è finalmente arrivato: sfogliando il giornale di oggi troverete l’annuncio del bando di vendita della nostra testata. I Liquidatori, nominati dal Ministero per lo Sviluppo economico, hanno finalmente reso pubbliche le modalità e la somma richiesta per acquistare il manifesto. La pubblicazione del bando è il passaggio fondamentale per completare, speriamo positivamente, l’ultima parte di un cammino iniziato ormai tre anni fa con la chiusura della vecchia cooperativa e la nascita della nostra nuova impresa. Una liquidazione, e poi l’asta di un bene, possono essere momenti poco importanti. Nel caso nostro è l’esatto contrario perché rappresentano la vendita di una storia, del tempo e del cuore messi in campo da generazioni di donne e uomini in difesa di un «bene comune», di un patrimonio di esperienze individuali dentro un patrimonio collettivo. Perciò dire che l’asta è un momento delicato, entusiasmante, difficile, è forse perfino riduttivo. Comunque tutte le battaglie, tutti gli ostacoli affrontati e superati per arrivare all’appuntamento, ora verranno sottoposti alla prova finale: l’ultimo salto per oltrepassare l’ostacolo. Insieme a voi, in questi due anni di vita della nuova cooperativa, abbiamo lavorato per un solo obiettivo: tornare a essere padroni di noi stessi. E per raggiungere questa meta abbiamo camminato su un doppio binario: tenere in vita e in buona salute il manifesto e, contemporaneamente, attivare una campagna di finanziamento. Essere ogni giorno in edicola «per la causa» (della sinistra italiana), e nello stesso tempo, dare una solida casa e un futuro a un’informazione libera e autonoma, mantenere aperto e allargare ancora di più uno spazio intellettuale e politico. Restando fedeli alla forma che da quarantaquattro anni rappresenta una felice anomalia italiana: una testata nazionale gestita da una cooperativa pura, trasparente. Ma autonomia e indipendenza si pagano. E noi stiamo pagando salato: 26 mila euro al mese (mille euro ogni giorno che usciamo) per l’affitto della testata. Così da due anni. Fate i calcoli di quanto abbiamo dato e ancora daremo ai Liquidatori. Oltre la metà dell’esorbitante richiesta del bando d’asta. Abbiamo accettato queste condizioni proibitive per avere in cambio un contratto decennale, sottoscritto all’inizio di questa nuova avventura. Non avevamo possibilità di scelta, anche se noi, come i nostri interlocutori, sappiamo che si tratta di un affitto iperbolico, senza alcun riscontro di mercato. Come è iperbolica e fuori da ogni reale rapporto di valore la cifra di un milione e 757mila euro come prezzo di vendita del bando d’asta. Se non avessimo accettato la mannaia dei 26 mila euro al mese il manifesto sarebbe uscito dalle edicole forse per sempre, il suo valore sarebbe crollato e la testata sarebbe stata preda degli affaristi del settore, merce low-cost in quel traffico di testate in cui sono specializzati finanzieri di ogni risma. Qui occorre un chiarimento, doveroso nei confronti di tutti e in particolare delle lettrici e dei lettori: semmai si presentassero all’asta una o più persone con offerte milionarie per comprare il nostro giornale, è bene sapere che gli eventuali futuri proprietari dovranno convivere per lunghi anni con questa redazione e questo vivace collettivo di lavoro. 54 L’ultima volta che scrivevo per informarvi sullo stato del manifesto era proprio l’ultimo giorno dell’anno, il 31 dicembre 2014. Vi ringraziavo per la generosità con cui avevate aderito alla campagna di donazioni, mettendoci oggi nelle condizioni di fare una congrua offerta al momento della vendita. Ma al tempo stesso davo anche conto dello stallo, delle procedure ministeriali che andavano a rilento, del bando di vendita che non arrivava e dei liquidatori che non avrebbero rispettato la scadenza di fine anno, come concordato proprio in una riunione di tutte le parti avvenuta addirittura nel luglio del 2014 negli uffici del Ministero. Questo incomprensibile ritardo ci ha molto danneggiato per il peso dell’affitto, un macigno da trascinare ogni giorno sulle nostre spalle per scalare una montagna senza mai poterne vedere la vetta. Perché il tempo è denaro che esce dalle nostre casse per entrare in quelle della Liquidazione. E siccome passeranno altri mesi prima della conclusione delle procedure d’asta, è bene sapere che se vogliamo arrivare all’atto finale dobbiamo affrontare i «tempi» (gli affitti) supplementari. Per corrispondere all’impegnativa fase che ci attende e compensare la mensile emorragia di risorse che ci viene richiesta, metteremo in campo iniziative speciali, lungo il percorso informativo/culturale/storico avviato con i numeri speciali a venti euro. Che hanno ottenuto un grande successo, nonostante l’impegno economico fuori del comune. Queste iniziative editoriali ci permetteranno di affrontare meglio gli appuntamenti con il nostro futuro. E non solo da un punto di vista economico. Perché la vostra partecipazione ci dà anche una grande forza di «spirito». La percezione, anzi la certezza, di sapere che siamo «circondati» da una comunità di donne e di uomini, che ci segue, ci sostiene, ci critica, ci vuole bene, è il nostro pane quotidiano. E tutto questo non potrà mai essere messo in discussione da un’asta al «miglior offerente». del 26/03/15, pag. 5 di Tommaso Rodano Il Pd riapre l’Unità lasciando i giornalisti con le case pignorate LA VECCHIA SOCIETÀ NON HA PAGATO LE CONDANNE PER DIFFAMAZIONE: SONO CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità è pronta a tornare in edicola. Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già dalla data simbolica del 25 aprile. La notizia era attesa dal 1 ° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Un’ottima notizia per il pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una parte dei lavoratori del giornale. L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia redazione, insieme a quattro poligrafici. L’INTESA è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso “preoccupazione per le modalità che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la 55 vecchia società di Matteo Fago, ndr) e l’Unità di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’organico, sulle mansioni, sul taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità “. L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata completamente ignorata nell’intesa con Veneziani. Quella dei direttori e dei giornalisti che hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società Nie. Le regole, a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità come altrove, prevedono che se ne faccia carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato preventivo, e non ha pagato. Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino. Drammatico per loro ma anche per la libertà di informazione, specie se si considera che le testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale. Alcune condanne sono già esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali giudiziari in casa. Letteralmente. Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così lontana, sarà la vendita all’asta degli immobili. Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un milione. IL CDR de l’Unità, impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non si è occupato granché di questa vicenda. Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente Veneziani. Il nuovo proprietario, già editore di riviste di gossip come Stope Vero, ha il 60 per cento e sarà affiancato dal Gruppo Pessina (35 %) e dalla Fondazione Eyu del Partito democratico (per il restante 5 per cento). Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa (Fnsi). Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe. Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha aperto il nuovo corso de l’Unità. A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del giornale di Gramsci. Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto completamente escluso dall’accordo. La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi di solidarietà per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in questione. del 26/03/15, pag. 5 di Salvatore Cannavò Dal cane Gunther al bracco, ora tocca al compagno Veneziani C’è sempre un cane nei destini dell ’ Unità. Prima, al tempo dell ’ Unità di Renato Soru, si trattava del cane più ricco del mondo, il pastore tedesco Gunther, proprietario del Gunther Reform Holding amministrato da Maurizio Mian. Nel tempo l’alleanza tra Mian e Matteo Fago è saltata fino alla messa in liquidazione della società. Quello attuale è anch’esso un 56 cane di ottima razza, un bracco italiano, molto elegante, intelligente, affabile. È di Guido Veneziani, e gira liberamente per gli ampi uffici del nuovo magnate dei media che sta per rilevare l’Unità dopo un accordo sindacale che garantirà a 25 giornalisti (su circa 60) di rientrare al lavoro. Il cane di Veneziani non avrà voce in capitolo negli affari del padrone e non è intestatario di nulla. Rappresenta una vera e propria mascotte aziendale ostentata con orgoglio dal suo proprietario che, con la vicenda del quotidiano di Gramsci, si è messo in testa di occupare il suo posto al sole nel panorama editoriale italiano. VENEZIANI è un cinquantenne torinese (ma nato a Reggio Calabria) che, dice chi lo ha conosciuto, è simile a un altro editore rampante, Umberto Cairo. Con lui ha lavorato nel 1996, lasciandolo dopo qualche anno per mettersi in proprio. Prima di Cairo ha cercato di rilevare La 7, senza riuscirci. Come Cairo nasce nel mondo della pubblicità, si mette in proprio, fonda un periodico dopo l’altro, si allarga alla tv fino a cercare la ribalta nazionale con il rapporto organico con il Pd di Matteo Renzi. Un imprenditore aitante, tatuato, molto sicuro di sé, pronto alla battuta. La sua Spa ha una Porsche e una Aston Martin. Se hai un appuntamento con lui all’ora di pranzo, dal sesto piano degli uffici di via della Chiusa a Milano, dietro l’elegante San Lorenzo, si sale al settimo dove c’è un tavolo apparecchiato con uno chef personale che cucina a vista. L’impero editoriale è formato da una fitta schiera di periodici super-popolari: Vero, Stop, Top, Vero Casa, Vero Salute, Vero Cucina, Rakam. Dal 2013 c’è anche Vero Tv, investimento significativo per sbarcare sul canale 55 del digitale ma finora con poco successo. Il volume di affari si aggira sui 180 milioni e la plancia di comando sta nella Guido Veneziani Spa che controlla le società sottostanti. Tra queste ci sarà l’Unità srl, dove verranno ospitati con piccole quote anche la Pessina costruzioni e la società costituita dal Pd Eyu (al 5 %). “La mia Unità dovrà parlare agli elettori del Pd e non ai suoi iscritti” è la frase con cui ha conquistato Matteo Renzi e che ripete ai suoi interlocutori. Il progetto, ancora in mente dei, dovrebbe prevedere un giornale dedicato alla politica e all’economia ma con un ampia sezione Life Style, dal contenuto più leggero, come quello ispirato dal giubbotto renziano esibito da Maria De Filippi. Nomi che circolano per la direzione (ma senza alcuna conferma) quello di Gaia Tortora, (conduttrice Tg 7) e di Maria Teresa Meli, (Corriere della Sera). Con Renzi Veneziani condivide anche l’approccio ai sindacati. Da editore non è affiliato alla Fieg, la federazione degli editori e preferisce avere rapporti solo con i sindacati aziendali, come ha dimostrato anche all ’ Unità. Su questo fronte, però, non vanta grandi successi. Dopo aver acquisito le tipografie di Rotoalba ha licenziato anche due sindacalisti, poi reintegrati e ha avuto più scontri con i dipendenti che lamentavano il tardato pagamento degli stipendi. Alla fine del 2014 la Rotoalba è stata messa in concordato preventivo e i sindacati si augurano che questo possa tutelare le loro spettanze. Se questi sono problemi noti, più recente è invece la “costituzione in mora e la diffida ad adempiere” inviata alla Guido Veneziani Srl, controllata dalla casa madre, per la riscossione di due crediti vantati dalla Photomasi Srl e dalla Twinam Group rispettivamente di 40 e 33 mila euro per fatture non pagate. La stessa Unità Srl non comincia bene. Tra i soci, infatti, come riportato dal fattoquotidiano. it, c’è la Investimenti e sviluppo, tra i cui soci c’era il finanziere Corrado Coen, arrestato a novembre per aggiotaggio in un’inchiesta della procura di Milano sul crac della Norman 95. “Rapporto scomodo”, ha commentato lo stesso Veneziani che ha definito “ingenuo” aver accettato l’offerta “molto generosa fatta da Coen per il 5 % della sua società. Ma Veneziani sembra tutto fuorché ingenuo. 57 Del 26/03/2015, pag. 26 La riforma di Viale Mazzini. Potrebbe approdare in Consiglio già domani il Ddl che prevede un cda a 7 membri e un «ad forte», ma non è escluso un rinvio Rai, il premier cerca l’intesa per ridurre i rischi al Senato Il Governo vuol raggiungere l’intesa all’interno del Pd prima di approvare il disegno di legge sulla governance Rai. Il testo dovrebbe essere discusso dal prossimo Consiglio dei ministri, con ogni probabilità convocato per domani, anche se non vi è alcuna comunicazione in tal senso. Per l’approvazione del disegno di legge non è del tutto da escludere un rinvio. Il problema è rappresentato dall’iter parlamentare e dai relativi tempi, perché si partirà dal Senato. Il testo non dovrebbe discostarsi da quanto anticipato da Matteo Renzi dopo l’ultimo Consiglio dei ministri. Una Rai spa, guidata dal Codice civile, con un consiglio di amministrazione di sette membri, quattro dei quali nominati dal Parlamento e due dall’azionista (il Tesoro, ndr), di cui uno diverrebbe un amministratore delegato con ampi poteri. Il settimo consigliere sarebbe nominato dai dipendenti Rai; difficilmente sarà un giornalista; più probabilmente un dirigente o un tecnico. La Vigilanza resterebbe, con compiti di indirizzo e controllo. Un testo che difficilmente potrà trovare i voti delle opposizioni, anche se Forza Italia non è contraria alla nomina parlamentare per la maggioranza del Cda; l’amministratore delegato nominato dall’azionista, quindi dal Governo, però, difficilmente potrà essere accettato da Fi. Il?Pd potrebbe conquistare due dei quattro consiglieri nominati dal?Parlamento, che avrebbero così la maggioranza votando insieme ai due designati dall’azionista. Il Movimento5Stelle continua a cercare un’intesa con la maggioranza per una Rai libera dai condizionamenti politici, ma la sua proposta di legge, primo firmatario il presidente della Vigilanza, Roberto Fico, appare lontana dal progetto di Renzi, non solo per la previsione del sorteggio tra i curricula presentati, per area di competenza e per il suo affidamento all’Agcom, organismo che ha compiti di controllo sulla stessa Rai. Il progetto della Lega Nord, primo firmatario Davide Caparini, oltre alla vendita del 49% della Rai ai privati, prevede sì un Cda a sette membri, come quello del Governo, nessuno dei quali, però, designato dall’azionista; e solo tre su sette dalle commissioni parlamentari competenti in materia di telecomunicazioni e cultura. Tutti i componenti non dovranno aver ricoperto cariche politiche di alcun tipo negli ultimi dieci anni. In più la Lega vuol abolire la commissione di Vigilanza e affidare all’Agcom il controllo sul servizio pubblico. Difficile trovare sponde anche a sinistra, per il Governo: la proposta di legge CivatiFratoianni, ricalcata sulla proposta “La Rai ai cittadini” elaborata da Move On, insieme ad altre associazioni ed esperti indipendenti. Una proposta di governance “duale”, con un Consiglio per le garanzie del Servizio pubblico di 21 membri, che nomina, con voto limitato a tre preferenze, il Cda della Rai, di cinque membri selezionati dopo avviso pubblico. Il Consiglio assorbe le competenze della Vigilanza, che viene abolita. Il Pd, che ha escluso la proposta di una governance duale, insomma, dovrà essere compatto. La discussione si riflette nelle incertezze sui tempi di approvazione del disegno di legge. Si teme l’eventualità che, nell’iter parlamentare, il progetto del governo possa venir insabbiato al Senato, magari per integrarlo con altri progetti. Come quello, in particolare, presentato dal senatore socialista Enrico Buemi, che contiene differenze significative rispetto a quello dell'esecutivo. Prevede la costituzione di una Fondazione di diritto pubblico alla quale affidare la nomina del Cda della Rai e il suo controllo. Il testo 58 Buemi dispone il trasferimento gratuito del 99,56% delle azioni Rai, in mano al Tesoro, alla Fondazione Rai, sganciata dal controllo governativo previsto dal Codice Civile, che nomina il Cda. Anche nel progetto di Michele Anzaldi, Pd, l’unico presentato prima della minaccia del decreto da parte dell’esecutivo, il Consiglio di Rai spa è nominato da quello della Fondazione Rai e nomina al suo interno un amministratore delegato. 59 CULTURA E SPETTACOLO Del 26/03/2015, pag. 43 Giù le mani private dai Beni culturali Ma l’alternativa è una fragile utopia L’ impegno che caratterizza lo storico d’arte e critico militante Tomaso Montanari lo porta nel suo ultimo j’accuse ( Privati del patrimonio , Einaudi, pp. 166, e 12) a fissare in un episodio del ‘600 il mito fondativo del rapporto che dovremmo stringere con i Beni culturali. È l’episodio dei contadini della Val Brembana che rifiutarono di cedere quadri in cambio di fieno durante una carestia. È un archetipo condivisibile, come lo è l’idea che sia il «patrimonio a farci nazione non per via di sangue, ma per via di cultura» (dal che deriva che intendiamo restare una nazione, senza cedere quote di sovranità). Condivisibili sono molte altre affermazioni del pamphlet-j’accuse di Montanari: «Non è accettabile la mercificazione ad ogni costo», «c’è da chiedersi se sia giusto andare verso un continuo aumento della dimensione commerciale dei musei» così come, aggiungiamo, verso una dimensione virtuale delle mostre. Inoltre, se il fine della trasmissione del patrimonio è la conoscenza, «lo Stato non deve prestare qualsiasi opera pubblica a qualunque mostra», «non deve riconoscere abnormi contropartite in cambio di sponsorizzazioni» o «adattarsi a fare il maggiordomo in fondazioni di cui è il massimo contribuente» o «consentire a uno stilista di disporre di un ponte di Firenze come sala da pranzo». Tutte queste considerazioni definiscono il perimetro di un alto ideale che trova casa nel «migliore dei mondi possibili». Ma un ministro dei Beni culturali e gli operatori di settore di un Paese che sta svendendo aziende, lavoro... possono davvero operare tenendo conto di tutte queste indicazioni? È difficile; inoltre credo che nel settore della tutela dei Beni non sia più tempo per pensare teorie o sovrapporre ideologie, perché l’unica via è quella del pragmatismo nelle regole (da cambiare), è il primum vivere per salvare i moribondi mutilati di un teatro di guerra. Anche se tagliassimo una parte di spese militari davvero pensiamo che in un Paese con duemila miliardi di debito il ricavato andrebbe interamente ai Beni culturali? E gli anziani? Gli ospedali? Le politiche d’integrazione? Le energie alternative? Il dissesto idrogeologico? In queste condizioni continuare a declinare che sia tutela che gestione debbano essere esercitate esclusivamente dallo Stato, e tutto il resto sia un atto di Submission alla odiosa finanza globale, diventa una predicazione sotto le bombe. Accompagnata dalla stesura di una lista di proscrizione verso coloro che hanno parlato, almeno una volta nella vita, di Beni culturali come «petrolio nazionale». L’elenco inizia con Craxi e Berlusconi, passa da Veltroni per arrivare a Renzi, transitando per giornalisti o studiosi diventati, per Montanari, «accoliti del culto privatistico», ovvero adepti di una religione del male contro la quale combattono gli illuminati del bene. Certo, se la premessa è che il capitalismo sia male e ogni gesto privato nasconda un bieco interesse, ogni proposta è sospetta. Forse, filosoficamente è vero che ogni umano gesto attenda una ricompensa, ma allora che facciamo delle fondazioni private che funzionano? E del non profit? Dei donatori? Del crowdfunding? È tempo di agire in un sistema di rinnovate regole: i beni non si sfruttano, con i beni non si mangia, ma si mantengono. Caro privato, non ti do un ricco museo lasciando a me onerosi siti archeologici! Se vuoi il primo devi farti carico dei secondi. E se vuoi usare fuori orario un bene per uso privato e consono, ti chiedo molti soldi in favore della conservazione degli altri beni. Certo, se poeticamente abitasse l’uomo sulla terra (Heidegger) uno Stato efficiente e giusto si curerebbe di ogni bene. Ma non è 60 stagione per il dottor Pangloss: in un secolo il mondo è passato da uno a sette miliardi di abitanti, l’Europa ha perso il dominio economico e dilaga una religione del mercato che non può essere abbattuta partendo dalle nostre venerabili ruine. Del 26/03/2015, pag. 1-30 Dopo la cacciata del capo del comitato di Oslo che assegna il riconoscimento più controverso, viaggio tra i luoghi e gli uomini dell’istituzione che premiò in passato Luther King e Mandela Ora colpita da veleni e da sospetti di un intrigo internazionale con la Cina Il Nobel senza pace ANDREA TARQUINI DA OLTRE un secolo, è onore, e più ancora difesa e scudo, dei più coraggiosi eroi della dignità umana: anche per le dittature più spietate, arrestare o perseguitare chi lo riceve è a volte imbarazzante. Ma eccolo diventato luogo di scontro e di veleni. Come in un bel libro giallo della letteratura scandinava dei nostri giorni, fazioni opposte si contendono il diritto di definirne autonomia, prestigio, legittimità. E ombre del potere si stagliano, minacciose secondo alcuni, come limiti della sua libertà. Poteri nazionali di una democrazia matura come la Norvegia, e superpotenze autocratiche e spregiudicate quali la Repubblica popolare cinese, o la Russia di Putin. Sì, parliamo proprio di lui: il premio Nobel per la pace, il più prestigioso dei riconoscimenti che Alfred Nobel lasciò in eredità al mondo per espiare la sua colpa di aver inventato un’arma sterminatrice delle guerre moderne, la dinamite. Giallo, guerra di veleni, confronto duro tra diplomazie, e chi sa come finirà l’avventura. «Quel che è appena accaduto è una prima volta, ecco in breve i fatti. Per la prima volta dal 1901, da quando il premio esiste, è accaduto che un capo del Comitato norvegese per il Nobel per la pace è stato costretto a lasciare l’incarico contro la sua volontà». Il sole invernale scalda appena il luminoso bel centro di Oslo, mentre ascolto Asle Sveen, il grande storico del Nobel e massima voce critica. «E parliamo di Thorbjoern Jagland, un politico laburista di spicco, ex ministro, ex premier, ora attivo a livello europeo a Strasburgo, insomma non d’un personaggio qualunque ». Poltrone di nomina politica, da sempre, quindi vulnerabili sebbene non condannate per forza a ogni cambio di maggioranza. Nel bel paese dei fiordi la destra conservatrice ha sconfitto in libere elezioni i laburisti. Al posto di Jagland, i conservatori hanno voluto la signora Kaci Kullmann Five, statista di tutto rispetto. Ma nel clima dei veleni, tra il palazzo reale spettatore infastidito, lo Storting (Parlamento) e la bella palazzina neoclassica al civico 51 di Henrik Ibsen Gata, sede del Norwegian Nobel Committee, gli sconfitti hanno parlato di segnali alla Cina, che dopo il Nobel a Liu Xiaobo aveva congelato ogni rapporto con Oslo. «Eh no, andiamoci cauti con le accuse», mi dice Olav Njoelstad, direttore dell’Istituto per il Nobel, la massima autorità amministrativa, nel suo austero ufficio stracolmo di bei libri antichi al secondo piano di Henrik Ibsen Gata, «la signora Kullmann Five sedeva nel comitato che, guidato da Jagland, scelse Liu, e lei sostenne la decisione a spada tratta ». È anche vero, ma il clima non si rasserena. «Cosa sia realmente accaduto nel Comitato non lo sapremo mai», nota Sveen, e aggiunge suspence al Nobel-thrilling di fine inverno. «Forse i partiti di destra in maggioranza hanno voluto uno di loro, è legittimo. E l’integrità di Kullmann Five è insospettabile. All’opposizione, lei guidò la Commissione parlamentare per il Tibet. Ma vede, caro amico, una cosa è all’opposizione, altro è governare: il ministro degli Esteri conservatore ha rifiutato di ricevere il Dalai Lama, incoronato col Nobel proprio 61 da noi, e ha definito prioritario un disgelo con la Cina. Ecco dove nascono i boatos di attacchi all’indipendenza ». Qualsiasi motivazione abbia mosso la nuova maggioranza di Oslo, a Pechino non basta per nulla. Inutile, osserva la Confindustria norvegese, sperare in un disgelo che sarebbe prezioso per la pur floridissima economia. «Tanti leader del Comitato prima di Jagland rimasero in carica, anche avendo una maggioranza contro », nota Sveen. E allora, quanto è serio il colpo alla credibilità del premio che difese Martin Luther King, Lech Walesa e Nelson Mandela dagli oppressori? «Al tempo, Liu Xiaobo scelto anche dalla destra è stata una sfida alla Cina, consapevoli che il nostro export ne avrebbe risentito in nome di valori costitutivi». Decenni di storia, attraverso le tragedie del mondo in cui viviamo, scorrono in flashback veloci. Polemiche e attacchi investirono il Norwegian Nobel Committee già negli anni Trenta, quando scelse il grande antinazista Carl von Ossietzky, poi assassinato in un lager: a qualcuno non piaceva turbare l’appeasement verso Hitler. «Allora lo Storting decise che nessun ministro poteva sedere nel Committee. Era il 1937, poi la Wehrmacht invase. E la Norvegia si divise tra il movimento partigiano fedele al re esule a Londra e i collaborazionisti di Quisling. Scelte controverse compromettono tutti, osserva Sveen: il Nobel a Obama fu visto da molti come frettoloso omaggio a un presidente che comunque conduce guerre, ma al contrario del Dalai Lama Obama fu ricevuto qui, anche come detentore del premio. Sul Nobel all’Unione europea, hanno sparato a zero alcuni illustri premiati, da Mairead Maguire a Desmond Tutu, ad Adolfo Perez Esquivel. È tempo di tornare ai valori originari, al testamento di Alfred Nobel, dice l’appello lanciato da The Nobel Price Watch e firmato da politici e intellettuali di tutto il mondo. «Però attenzione», incalza Nyoelstad, «sarà la natura dei media ma è singolare che i grandi giornali che attaccarono la scelta di Jagland come golpe laburista oggi criticano la sua sostituzione ». Verità amare, sembrano suggerirmi i miei due Virgilio virtuali nella capitale della pace. Che governino sinistre democratiche o destre democratiche, la fedeltà ai valori con cui il Nobel difese il padre e conciliatore del nuovo Sudafrica, un coraggioso elettricista di Danzica, una bella lady birmana indomita di fronte a generali spietati, uno scienziato atomico disgustato dal gulag e una straordinaria ragazza pakistana, nel mondo d’oggi ha in ogni istante fianchi scoperti. «Eppure sono ottimista per le scelte future, anche i conservatori nel Committee hanno interiorizzato orgoglio d’indipendenza», sorride Asle Sveen. «La maggioranza delle scelte sono destinate a essere controverse, e sono quelle che media e pubblico ricordano più a lungo. Eppure il nostro Nobel, per conservare un ruolo nel mondo dei mille conflitti, deve restare controverso, scudo ai perseguitati, riconoscimento a chi rischia come Rabin o Sadat che poi finirono assassinati, o incoraggiamento a chi inizia come Obama, o come l’Europa unita, addio a secoli di guerre soprattutto tra Germania e Francia». Ottimismo della volontà, ribattono qui i media, ricordando l’onnipotenza crescente e spregiudicata della Cina pigliatutto: il premio non sposa partiti, ma difendendo valori vuole essere politico, dicono a Henrik Ibsen Gata. Vedremo, dicono i nostri duellanti gentiluomini, chi sarà premiato in questo 2015 martoriato da atrocità e aggressioni, dall’Is alle guerre ibride russe. «Certo», conclude Sveen, «l’obiettività assoluta non esiste, ma ho le mie speranze: sarebbe bello scegliere Novaja Gazeta, l’organo d’informazione che sfida Putin». Non è impossibile, fa capire Njoelstad. Vedremo, sarà il test decisivo per lo scudo degli eroi del nostro tempo. 62 del 26/03/15, pag. 10 Quei passaggi che segnano la transizione verso il futuro Mauro Ravarino Meeting. Da ieri a Torino incontri, workshop e mostre sui "Passaggi" del presente Le trasformazioni socio-economiche, le grandi migrazioni, i tempi accelerati della vita quotidiana. Sono alcuni dei «passaggi» ai quali è dedicata la quarta edizione di Biennale Democrazia, la manifestazione presieduta da Gustavo Zagrebelsky in programma a Torino dal ieri al 29 marzo. L’obiettivo è fotografare il presente nell’atto della transizione – appunto i «passaggi», tema della rassegna – per tornare a credere nel futuro. Nei cinque giorni dell’evento si daranno appuntamento nel capoluogo piemontese 128 ospiti che discuteranno di come ogni «passaggio dischiuda orizzonti e apra molteplici possibilità»: dalla crisi economica alle capacità previsionali dei Big Data, dalle riforme che il nostro Paese deve affrontare alle scoperte della scienza, dalle mutazioni climatiche alle rivoluzioni del mondo del lavoro. Nella giornata inaugurale Claudio Magris terrà una lectio magistralis al Teatro Regio intitolata «L’Europa della cultura». «La cultura – sottolinea Zagrebelsky — è chiamata in causa nella sua funzione più profonda, per comprendere, dare un senso e offrire prospettive di convivenza». Uno speciale percorso sarà dedicato ai «Grandi Discorsi della Liberazione»: Winston Churchill commentato da Adrian Lyttelton e letto da Umberto Orsini; pagine di Primo Levi a cura di Fabio Levi e interpretate da Fausto Paravidino; e infine Giuseppe Cederna darà voce alle lettere di Vittorio Foa, con un’introduzione di Carlo Ginzburg. Tra gli appuntamenti, il 26 marzo per i «discorsi della Biennale», Moni Ovadia interverrà al Teatro Carignano su «Il principio della dignità, fondamento della democrazia». Il 27 workshop con Marco Revelli e Beppe Rosso al Circolo dei Lettori su «Le conseguenze del lavoro». Il 28 marzo si svolgerà alla aula magna della Cavallerizza Reale il dibattito «Democrazia e diritti negati», con i sociologi Colin Crouch, Donatella Della Porta e Saskia Sassen. Rifletteranno su come il neoliberismo, con il privilegio accordato al libero mercato, abbia portato a una continua erosione di diritti civili, politici e sociali. Sempre sabato, al Carignano, è in programma il dialogo tra Luciano Canfora e Antonio Gnoli «L’Europa e Il mondo. Panta Rei». Domenica, 29 marzo, tavola rotonda, al Circolo dei Lettori, su «Le tre guerre della resistenza» con gli storici David Bidussa, Guido Crainz, Giovanni De Luna, Mariuccia Salvati e Franco Sbarberi. del 26/03/15, pag. 12 Memoria e identità perdute in Israele Giovanna Branca Intervista. Shira Geffen ha presentato in anteprima a Sguardi Altrove «Self Made», la sua opera seconda, nella sezione dedicata alle prospettive femminili in Medio Oriente Michal Kayam è una famosa artista israeliana, che si prepara alla biennale di Venezia con un’opera scioccante ed ancora segreta; Nadine invece è una ragazza palestinese tutti i 63 giorni costretta ad attraversare il check point per andare a lavorare da Ikea, da cui verrà licenziata perché proprio Michal chiama l’azienda per lamentare la mancanza di una vite dal nuovo letto che ha ordinato. Self Made, opera seconda di Shira Geffen – già regista con il marito Etgar Keret di Jellyfish, vincitore a Cannes della Camera D’Or nel 2007 – inizia con una sequenza in cui Michal cade dal letto, che si è rotto, e dopo aver salutato il marito in partenza per una missione di lavoro ordina un nuovo letto dalla nota azienda svedese. Cadendo ha sbattuto la testa e questo evento le ha fatto perdere progressivamente la memoria, pretesto con il quale il film scivola in una dimensione sempre più surreale nel seguire le vicende delle due protagoniste, diversissime tra loro ma ugualmente sperdute, e destinate a scambiarsi le reciproche identità quando si incontreranno al check point. Nadine vive nel suo mondo, desidera tantissimo un figlio ma l’uomo che le piace vorrebbe fare di lei un’attentatrice suicida. Michal invece scopre che l’opera scioccante che voleva esporre alla biennale era il suo stesso utero, che in un gesto di rifiuto della maternità si era fatta rimuovere. Nel seguire queste due donne, Shira Geffen si interroga in primo luogo sull’identità femminile e sul paradossale intreccio di desiderio di maternità e di autodistruzione, ma ritrae una condizione profondamente politica, in cui un confine separa due mondi vicinissimi e distanti allo stesso tempo, che si incontrano solo nell’anonimato delle sale sterminate di Ikea. Self Made, uscito l’anno scorso, è stato proposto ieri in anteprima italiana allo Sguardi altrove Film Festival, nella sezione dedicata alle prospettive femminili sul Medio Oriente. Il film è incentrato su un surreale scambio di identità tra due persone, che da un lato ci mostra qualcosa di molto privato – due tipi di femminilità – e dall’altro qualcosa di molto politico: i due lati del confine. Credo che il tema principale sia l’identità, mentre l’aspetto politico rimane più sullo sfondo. Ma io sono una persona che si occupa di politica, per cui per me era molto importante dire ciò che penso, dal momento in cui ho scelto di vivere in un posto complesso come Israele. Una decina di anni fa ho letto un’intervista a una giovane donna palestinese di Betlemme; l’esercito israeliano aveva ucciso il suo fidanzato e l’avevano convinta a fare un attentato suicida. L’hanno mandata insieme ad un ragazzo di sedici anni a farsi esplodere in un centro commerciale, in cui ha visto tutte le persone che facevano shopping e mangiavano il gelato. Ha raccontato che la cosa che avrebbe voluto fare istintivamente sarebbe stata di unirsi a loro, andare a fare shopping. Così ho pensato subito a lei con la cintura esplosiva, che probabilmente la faceva sembrare una donna incinta, che va in un negozio a comprarsi un abito premaman. E continuavo a pensarci costantemente: al momento in cui vuoi morire e a quello in cui vuoi vivere, e quando esattamente scatta il cambiamento. Per cui ho iniziato a fare ricerche, e sono stata a Ramallah a casa della prima attentatrice suicida. Avevo paura di quale sarebbe stata la reazione della madre, ma poi nel momento in cui questa anziana signora mi ha vista mi ha abbracciata, mi sono sentita come sua figlia, e tutto si è confuso nella mia testa. Questo è il seme da cui è nato Self Made. In questa indagine dell’identità femminile uno dei tratti principali è che il desiderio di maternità è collegato anche a un impulso di morte. Non solo a causa del possibile attentato ma anche per via del rifiuto di Michal per l’idea di poter mai avere un figlio. La connessione è già in me stessa: ho messo al mondo un figlio e mi chiedo sempre in che genere di posto l’ho fatto nascere, ma credo anche che quando si dà alla luce un’altra persona si muoia sempre un po’. È una questione che ha molti aspetti: io stessa non volevo un figlio finché non ho incontrato mio marito, e lui mi ha dato la sicurezza necessaria per farlo. Le recenti elezioni in Israele hanno visto nuovamente la vittoria della destra di Benjamin Netanyahu. 64 È un argomento per me molto doloroso. Credo che Bibi Netanyahu spaventi le persone e per questo motivo lo votano. E la sinistra, di cui faccio parte, si ritrova impotente. Mio padre, Yehonatan Geffen, è un giornalista e un comico, anche lui fortemente di sinistra, e il giorno dopo le elezioni ha detto dal palco che tutte le persone che hanno votato per Bibi hanno votato anche per la prossima guerra, in cui di nuovo moriranno dei bambini. Più tardi un uomo è andato a casa sua, ha bussato alla sua porta e quando mio padre – un uomo solo di 67 anni – ha aperto, l’ha attaccato e picchiato. Da noi non si può parlare della guerra: noi israeliani siamo come la protagonista del mio film, non abbiamo memoria, abbiamo perso tanti figli in guerre stupide, abbiamo ucciso tanti palestinesi. Ma per cosa? Tra un anno ci sarà la stessa identica guerra. Oltre alla perdita della memoria, anche il tema dell’identità si può leggere attraverso l’attualità di Israele, un paese in cui ha prevalso la linea di una destra che vorrebbe farne un paese solo ebraico… Il governo di estrema destra che ci troviamo adesso cova l’idea di rendere Israele il paese degli ebrei, ignorando che metà della popolazione è araba e che abbiamo portato via la terra dei palestinesi. Ecco credo — come artista — che sia giusto dire che ci sono altre opinioni nel paese di persone che vogliono la pace. Se guardi la CNN sei portato a pensare che tutti gli israeliani siano come Bibi Netanyahu, mentre ci sono tanti ebrei come me, che vogliono un futuro migliore per i loro figli. 65 ECONOMIA E LAVORO Del 26/03/2015, pag. 49 Jobs act. La dote per le stabilizzazioni nel 2015 è stata incrementata di 45-50 milioni Chance-stabilizzazione per 36mila collaboratori Si sblocca il riordino dei contratti Forse già oggi la «bollinatura» del testo da inviare alle Camere per i pareri ROMA Verso lo sblocco del Dlgs sul riordino dei contratti, il terzo decreto attuativo del Jobs act. Si arricchisce di 45-50 milioni la “dote” per la copertura economica delle trasformazioni dei contratti di collaborazione in contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Questo incremento di risorse dovrebbe servire per la stabilizzazione di circa 36mila collaboratori, prodotta ai sensi dell’articolo 47 del Dlgs. Dovrebbero essere superati, in questo modo, i rilievi mossi dalla Ragioneria che, secondo fonti ufficiose, oggi stesso potrebbe “bollinare” il decreto approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri dello scorso 20 febbraio, rimasto da oltre un mese in stand by, in attesa di essere trasmesso alle commissioni parlamentari competenti per i pareri. Ma facciamo un passo indietro. La legge di stabilità ha stanziato le coperture stimando 1,886 miliardi di minori entrate nel 2015 come effetto degli incentivi fiscali (decontribuzione fino a 8.060 euro, taglio del costo del lavoro dalla base imponibile Irap) destinati alle imprese che quest’anno assumono con contratti a tempo indeterminato. Nella relazione tecnica si fa riferimento complessivamente a 1 milione di lavoratori, di questi 363mila avrebbero continuato ad essere occupati con un contratto diverso, si tratta quindi di trasformazioni a tempo indeterminato. Fin qui la legge di stabilità. La Ragioneria, tuttavia, di fronte al nuovo Dlgs ha sollevato obiezioni di copertura. Cosa prevede lo schema di decreto? Dal 1° gennaio 2016 si considera lavoro subordinato ogni forma di collaborazione che si concretizza in prestazione personale, continuativa, di contenuto ripetitivo, con modalità esecutive organizzate dal committente (con riferimento a tempi e luoghi di lavoro). Lo stesso Dlgs, tuttavia, prevede che vengano confermate le collaborazioni oggetto di accordi collettivi stipulati dalle confederazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale; le prestazioni di professioni intellettuali che richiedono l’iscrizione all’albo professionale; le prestazioni di componenti di organi di amministrazione e controllo delle società; per attività sportive in associazioni dilettantistiche. Quanto al pubblico impiego, il Dlgs stabilisce che la norma non si applica ai dipendenti pubblici fino al 1° gennaio 2017. Il rilievo mosso dalla Ragioneria parte dalla considerazione che su un collaboratore iscritto alla gestione separata grava un’aliquota contributiva del 30,72% o del 27,72% (a seconda si tratti di collaboratori e figure assimilate o liberi professionisti), ma se viene assunto con contratto a tempo indeterminato scatta la decontribuzione (fino a 8.060 euro), con una perdita di gettito per l’Erario. I tecnici di palazzo Chigi e del ministero del Lavoro hanno obiettato che in molti casi si avranno trasformazioni di collaboratori in contratti a tempo determinato che hanno un’aliquota contributiva più alta (34,4%), inoltre saranno confermate le collaborazioni che corrispondono a prestazioni di lavoro autonomo. Ma questa risposta non ha convinto i tecnici della Rgs. Martedì al tavolo tecnico si è individuata una quota del 10%, pari appunto a 36mila collaboratori, per i quali potrebbe scattare la trasformazione in lavoro subordinato nel 2015, in anticipo rispetto all scadenza 66 del 1° gennaio 2016. E si è quantificata la copertura necessaria, attingendo al fondo occupazione di complessivi 2,2 miliardi. Una spinta alla stabilizzazione di collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, e di titolari di partita Iva, quest’anno può arrivare anche dall’articolo 48 dello stesso Dlgs che prevede una sanatoria per i datori di lavoro. L’assunzione a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2015 fa scattare, infatti, l’estinzione delle violazioni in materia di «obblighi contributivi, assicurativi e fiscali connessi all’erronea qualificazione del rapporto di lavoro pregresso», fatte salve le violazioni già accertate prima dell’assunzione. Tutto ciò a condizione che il lavoratore sottoscriva un atto di conciliazione, e che il datore di lavoro si impegni a non licenziare nei 12 mesi successivi (salvo che per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo) 67