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RASSEGNA STAMPA
giovedì 26 marzo 2015
L’ARCI SUI MEDIA
INTERESSE ASSOCIAZIONE
ESTERI
INTERNI
LEGALITA’DEMOCRATICA
RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
WELFARE E SOCIETA’
DIRITTI CIVILI E LAICITA’
BENI COMUNI/AMBIENTE
INFORMAZIONE
CULTURA E SPETTACOLO
ECONOMIA E LAVORO
CORRIERE DELLA SERA
LA REPUBBLICA
LA STAMPA
IL SOLE 24 ORE
IL MESSAGGERO
IL MANIFESTO
AVVENIRE
IL FATTO
PANORAMA
L’ESPRESSO
VITA
LEFT
IL SALVAGENTE
INTERNAZIONALE
L’ARCI SUI MEDIA
Da QN-Quotidiano Nazionale del 25/03/15
Gentiloni a Tunisi: "Democrazia e cultura più
forti del terrorismo". E cancella 25 milioni di
debito
Tunisi, 24 marzo 2015 - Viaggio in Tunisia oggi per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni,
che ha fatto visita alle due donne italiane ferite ancora ricoverate a Tunisi. Si tratta di
Lorena Boni, emiliana, ricoverata alla clinica Pasteur, e Anna Abagnale, torinese, che si
trova all'ospedale militare.
Gentiloni ha visto anche il ministro degli Esteri tunisino, Taieb Baccouche, e il presidente
Beji Caid Essebsi. In programma poi una visita al museo del Bardo, teatro dell'attentato,
che avrebbe riaprire i battenti proprio oggi, ma che per motivi di sicurezza ha rinviato a
domenica. Intanto migliaia di persone sono attese nella capitale tunisina. In città apre oggi
infatti anche il Forum sociale mondiale che si concluderà il 27 marzo.
GENTILONI: AMICIZIA E VICINANZA - "Amicizia e vicinanza" è stata espressa oggi dal
ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alle autorità e al popolo tunisino, dopo l'attentato della
scorsa settimana al museo del Bardo, che ha fatto 21 vittime, tra cui quattro italiani.
"Democrazia e cultura sono più forti del terrorismo", ha detto il titolare della Farnesina
dopo essere stato ricevuto dal presidente Beji Caim Essebsi. "L'Italia, assieme alla Francia
e all'Unione europea, proporrà iniziative per consentire investimenti per la Tunisia anche
nell'ambito del piano Juncker. Lo consideriamo un nostro dovere perché l'esperimento
della Tunisia è un esperimento d'avanguardia e non può essere lasciato solo", ha
commentato ancora Gentiloni.
CANCELLATI 25 MILIONI DI DEBITO DELLA TUNISIA - Il presidente tunisino Beji Caid
Essebsi ha chiesto all'Italia, in occasione del suo incontro di oggi con il ministro degli
Esteri Paolo Gentiloni, un "impegno economico" e una maggiore "cooperazione sui temi
della sicurezza e della lotta al terrorismo": l'Italia "ha finalmente cancellato una parte del
debito della Tunisia con il nostro Paese per 25 milioni" di euro, ha spiegato il titolare della
Farnesina al termine dei suoi incontri odierni a Tunisi. Sul piano economico, ha insistito il
ministro, l'Italia "lavorerà con la Francia per coinvolgere l'Unione europea sul terreno degli
investimenti" in particolare chiedendo di "inserire nel piano Yuncker la possibilità di
interventi con paesi come la Tunisia". Sul fronte della cooperazione nel settore della
sicurezza, ha invece sottolineato Gentiloni, "Italia e Francia si faranno promotrici" di una
serie di iniziative durante l'incontro che il presidente tunisino Essebsi e il governo avranno
con i vertici dell'Ue il 31 marzo prossimo".
LORETTA BONI MIGLIORA - Lorena Boni, una delle due italiane ferite nell'attentato di
mercoledì scorso a Tunisi, ricoverata alla clinica Pasteur della capitale tunisina, "migliora",
ma la data del suo rientro in Italia resta ancora incerta. Lo ha confermato questa mattina il
figlio Davide ai giornalisti al seguito del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in visita a
Tunisi. "Sappiamo che ci sono margini di miglioramento. Non conosciamo la data in cui
potrà tornare in Italia", ha spiegato il figlio.
Il ministro ha fatto visita anche ad Anna Abagnale, la dipendente del Comune di Torino
ricoverata all'ospedale militare di Tunisi. La donna, le cui condizioni critiche hanno
impedito finora il suo rientro in Italia, faceva parte della comitiva del dopolavoro dell'ente
locale piemontese.
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TURISTI E TUNISINI MANIFESTANO CONTRO IL TERRORISMO. BARDO APRE
DOMENICA - Circa 250 persone tra manifestanti e turisti si sono radunate oggi a di Tunisi
per denunciare l'attentato di mercoledì scorso al Museo del Bardo, la cui riapertura al
pubblico, inizialmente prevista per oggi, è stata rinviata per motivi di sicurezza. Poche
decine di persone, perlopiù guide turistiche e giornalisti, hanno potuto accedere all'interno
del cortile dove si trovano sia il museo che il parlamento tunisino. I manifestanti hanno
mostrato cartelli con su scritto, in inglese, "Visitate la Tunisia" e "Ti accoglierò con un
gelsomino", e hanno intonato cori quali "Tunisia libera, fuori il terrorismo". Presenti anche
alcuni turisti che non erano a conoscenza del rinvio della riapertura del museo, dove la
settimana scorsa sono stati uccisi 20 turisti stranieri: "Non sapevamo che è stata rinviata.
Siamo venuti a visitare il museo. No, non ho paura. Parigi non è più sicura di qui", ha detto
alla France presse Eliane Cotton, turista francese. La polizia ha rafforzato le misure di
sicurezza e ha eretto nuove barriere di protezione davanti al cancello che immette nel
cortile dove si trovano museo e parlamento. Ieri il premier tunisino, Habib Essid, ha
licenziato il capo della polizia e il responsabile della sicurezza del Museo del Bardo.
SI APRE IL FORUM SOCIALE MONDIALE - Nonostante i timori per la sicurezza, si apre
questo pomeriggio a Tunisi il Forum Sociale Mondiale, un congresso della società civile, di
movimenti e organizzazioni internazionali che era in programma nella capitale
nordafricana già prima della strage del Museo del Bardo. Al Forum, che si concluderà
sabato, è prevista la presenza di 70.000 persone. Prima dell'avvio ufficiale nel campus
universitario Al Manara, i partecipanti hanno organizzato per le 16 una "grande marcia dei
popoli contro il terrorismo" che terminerà davanti al museo teatro della strage jihadista di
mercoledì scorso. E' confermato la presenza di tutte le delegazioni internazionali, dalla
Cina agli Stati Uniti, al Brasile, all'India. Tutte le attività sono confermate: seminari,
convegni, eventi culturali. Giovedì si terrà un incontro per iniziare a scrivere la "Carta
internazionale altermondialista contro il terrorismo", ha annunciato l'Arci, fra i partecipanti.
Sarà a Tunisi un gran numero di sindacati europei, maghrebini e africani, le principali reti
sociali di movimento, le grandi associazioni nazionali e mondiali, inclusa la Caritas
internazionale, delegazioni dei Paesi in conflitto (dalla Palestina ai curdi che hanno
fermato l'Isis, agli iracheni e siriani), le famiglie politiche della sinistra e della
socialdemocrazia, parlamentari nazionali ed europei e saranno presenti delegazioni di
Syriza e di Podemos. Dall'Italia, ha fatto sapere l'Arci, partiranno centinaia di attivisti
sociali, dirigenti associativi e sindacali, esponenti politici e istituzionali. In particolare, l'Arci
è fra i promotori del processo che farà nascere, durante il Forum, una rete mondiale sulle
persone scomparse durante le migrazioni. "A Tunisi partirà la campagna per una sessione
speciale del Tribunale permanente dei popoli, dedicato a rendere loro, e alle loro famiglie,
verità e giustizia", ha annunciato l'Arci.
http://www.quotidiano.net/tunisi-gentiloni-italiane-bardo-1.790401
Da Adn Kronos del 25/03/15
AL VIA IL TAVOLO DI CONFRONTO SUL
WELFARE
Mercoledì 25 marzo in Municipio il primo incontro. Presenti il sindaco Gian Carlo
Muzzarelli e l’assessora al Welfare Giuliana Urbelli “Il nostro è un welfare che funziona,
ma che deve fare i conti con le sfide che ci si pongono dinnanzi: l’allungamento delle
prospettive di vita della popolazione e la crescente richiesta di sostegno da parte delle
famiglie più deboli a causa del loro progressivo impoverimento, innanzitutto, ma anche la
necessità di garantire sostenibilità al sistema. L’innovazione è quindi l’unica strada
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percorribile per rispondere a nuovi bisogni sperimentando modelli flessibili e per garantire
la sostenibilità del welfare”. Lo ha affermato il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli
aprendo il Tavolo comunale del distretto dell’Innovazione del Welfare che si è riunito per la
prima volta mercoledì 25 marzo in Municipio. “La revisione dei regolamenti di accesso ai
servizi; la sperimentazione di un bando di welfare che eroga contributi alle famiglie che si
impegnano in forme di volontariato attivo; così come la convenzione Migranti con
Prefettura, Centro Servizi Volontariato e Terzo settore per individuare percorsi strutturati in
attività di volontariato per i profughi a beneficio della comunità – spiega l’assessora a
Welfare Giuliana Urbelli - Sono alcune delle azioni già in atto che si inseriscono nella
cornice delineata dalle linee di indirizzo su cui vogliamo confrontarci con il mondo
economico, sociale e del Terzo settore affinché il nostro sistema di welfare, che muove
oltre 50 milioni di euro e dà risposta a migliaia di persone, possa essere considerato
anche un investimento per la comunità”. Basti pensare agli oltre 3.600 i minori in carico ai
Servizi sociali che complessivamente seguono più di 5.300 famiglie, o agli oltre 1.500
anziani accolti in residenze e nei centri diurni, ai mille che usufruiscono dell’assistenza
domiciliare, mentre altrettanti sono inseriti nell’esperienza degli orti. È proprio a favore
degli anziani che viene impiegato il 45 per cento delle risorse a disposizione dei Servizi
sociali. “Il potenziamento della domiciliarità – continua Urbelli - la definizione di servizi
personalizzati e flessibili e la responsabilizzazione dell’utente attraverso il suo
coinvolgimento nell’affrontare i problemi che lo riguardano, ma anche la razionalizzazione
e la rendicontazione dell’offerta sono le principali linee guida in cui si inseriscono le azioni
concrete che abbiamo intrapreso o progettato”. A cominciare dallo sviluppo di opportunità
di “abitare assistito” come modello di domiciliarietà intermedio rivolto a anziani e disabili;
dall’implementazione del portierato sociale; dai percorsi di mutuo aiuto tra famiglie fino a
formule di welfare integrativo che sviluppano attività restitutive nei confronti della società”.
Erano presenti al tavolo rappresentanti del Forum del Terzo Settore, del Centro servizi
volontariato, delle cooperative sociali e delle associazioni che operano sul territorio, della
Caritas, dell’Arci, dei movimenti consumatori, dei sindacati, delle associazioni di categoria
e del mondo economico locale.
Da Adn Kronos del 25/03/15
ALLA TENDA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"TERRE DI MUSICA"
Venerdì 27 marzo, alle 21. Interviene l’autore, il musicista Salvatore De Siena che
racconta il suo viaggio culturale tra i beni confiscati alla mafia È un viaggio musicale e
culturale tra i beni confiscati alla mafia quello che viene raccontato nel libro “Terre di
musica” che sarà presentato venerdì 27 marzo, alle 21, alla Tenda di viale Molza. Alla
serata, a ingresso libero, intervengono l’autore del volume, il musicista Salvatore De Siena
e il suo gruppo musicale Il parto delle nuvole pesanti. L’iniziativa è promossa con il
patrocinio dell’associazione Libera e la collaborazione di Arci. “Terre di musica” è un
progetto ideato da De Siena e realizzato insieme alla sua band: un viaggio a tappe da
Corleone a Trapani, da Casal di Principe a Castel Volturno fino a Roma, Bologna, Torino e
Milano, per documentare l’esperienza dei beni confiscati alla mafia, raccontare le storie
delle persone che ci lavorano e far comprendere che questi beni non sono solo un simbolo
ma anche una risorsa e un modello alternativo di sviluppo economico e sociale.
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Da Adn Kronos del 25/03/15
Scuola in Teatro 2015 - Cantiere Giovani
Il Comune di Cesena e Arci Cesena invitano le scuole secondarie di primo e secondo
grado della città a partecipare alla 20° edizione dell'iniziativa Scuola in Teatro, nell'ambito
del contenitore culturale "Cantiere Giovani: Arte in Corso". La rassegna si terrà nei mesi di
maggio e giugno presso il Teatro Victor di San Vittore di Cesena (via San Vittore 1680). Le
condizioni per partecipare all'edizione 2015 di Scuola in Teatro sono le seguenti: - Gli
spettacoli non devono essere tutelati dalla SIAE - Il teatro è utilizzabile dalla classe per un
solo giorno, con il tecnico audio/luci disponibile per mezza giornata di prove (mattina o
pomeriggio) e per lo spettacolo serale.direttamente alla gestione del Teatro Victor. - Prove
e spettacolo si devono tenere lo stesso giorno. - II costo a carico della Scuola per ogni
spettacolo è di 100 euro + IVA . In allegato il modulo per la domanda di partecipazione da
compilare in ogni sua parte e da restituire ad Arci Cesena entro e non oltre lunedì 13 aprile
2015 - via mail all'indirizzo [email protected] - via FAX al numero
0547 381203 La rassegna può garantire la programmazione di 8 spettacoli. In caso di
numero maggiore di richieste, l'organizzazione selezionerà i partecipanti a Scuola in
Teatro in base all' ordine di ricezione del modulo di domanda compilato in ogni sua parte.
Per ulteriori informazioni contattare: Arci Cesena tel. 0547 383790 mail.
[email protected]
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INTERESSE ASSOCIAZIONE
del 26/03/15, pag. 3
In 60 mila senza paura
Giuliana Sgrena
TUNISI
Tunisi. Si apre il social forum senza nessuna defezione e tanti incontri
L’arrivo in massa dei partecipanti al Forum sociale internazionale ieri mattina ha bloccato il
traffico nelle strade adiacenti al campus universitario di al Manar. Abbandonati i mezzi di
trasporto perché si arrivava prima a piedi, ci aspettava una lunga fila per superare i
controlli di sicurezza, inevitabili a una settimana dall’attentato al museo del Bardo.
Ottenuto anche l’accredito, non restava che sfogliare le 88 pagine del programma per
individuare un gruppo di lavoro da seguire. C’è solo l’imbarazzo della scelta: donne, diritti,
lavoro, economia alternativa, Mediterraneo, cittadinanza, migrazione, media, sovranità
alimentare, la pace, l’ambiente, il clima, etc.. E poi la difficoltà di trovare il luogo in cui si
svolge l’incontro, tra le innumerevoli sale dislocate nelle varie facoltà dell’università.
Ad aiutare a districarsi tra le varie sigle delle sale vi è un nutrito gruppo di volontari e
soprattutto volontarie tunisine, gentili e disponibili. Sembra fatta, sempre se durante il
percorso non si viene travolti dalla corrente fatta di donne, uomini, giovani che
attraversano lo spazio centrale della facoltà di diritto. Arrivati finalmente alla meta, può
darsi che la sala sia vuota o che a parlare di Kobane ci sia un comunista americano o un
sindacalista italiano!
Il tutto mentre continuavano i lavori per montare i vari gazebo, stand, bancarelle,
approfittando del sole che oltre a riscaldare cominciava ad asciugare il fango lasciato dalla
pioggia che aveva imperversato il giorno prima.
Il Forum non manca di aspetti folkloristici, si canta, si balla, si vende di tutto, c’è chi
improvvisa un comizio mettendosi in cima a un barile per essere meglio notato, soprattutto
dai giornalisti che non possono certo fermarsi a seguire un dibattito approfondito.
Sono circa 60 mila i partecipanti al Forum, quasi nessuna diserzione causata dall’attacco
terroristico, a parte alcuni francesi, anzi alcune delegazioni sono aumentate di numero
proprio per esprimere solidarietà ai tunisini, come 1.500 algerini che sono arrivati proprio
per questo e martedì si sono scatenati durante la manifestazione urlando slogan per
rinsaldare i legami e l’impegno comune nella lotta al terrorismo.
D’altra parte «è indispensabile un lavoro comune tra Algeria, Tunisia e Libia per far fronte
al terrorismo», mi ha detto Mbarka Brahmi, la vedova di Mohamed Brahmi assassinato dai
terroristi nel luglio del 2013, ora deputata del Fronte popolare e vicepresidente
dell’Assemblea nazionale. Non potevano mancare dibattiti sulla violenza e il terrorismo,
uno dei quali è stato organizzato proprio dall’associazione Brahmi. Secondo Mbarka il
terrorismo ora ha cambiato tattica colpendo un simbolo come il parlamento «perché quel
palazzo è la sede dell’Assemblea nazionale che ospita anche il museo e se lo stato non li
fermerà la prossima volta attaccheranno il palazzo di Cartagine (residenza del presidente
della repubblica) o la Kasbah, dove ha sede il governo», ha aggiunto la deputata eletta a
Sidi Bouzid, dove è nata la rivoluzione. E oggi l’Assemblea nazionale discuterà la legge
contro il terrorismo.
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del 26/03/15, pag. 3
La «normalità» è la resistenza dei giovani
tunisini. E non solo
Vittorio Agnoletto
TUNISI
I partecipanti al Forum sociale . «Non daremo ragione ai terroristi
cambiando le nostre vite». Ma ora il timore del Fronte popolare è che
cresca nel Paese la richiesta di un governo forte e dittatoriale. Se ne
parlerà nella conferenza nazionale di maggio
Dopo il 18 marzo il rischio è che nella popolazione cresca la richiesta di un regime forte,
una dittatura, per fronteggiare il rischio del terrorismo e dell’integralismo islamico, mi
racconta Fathi Chamkni, deputato tunisino del Fronte Popolare, all’opposizione dell’attuale
governo.
«Sull’esercito non abbiamo timori — prosegue — quattro anni fa ha difeso la rivoluzione e
nella nostra storia è sempre stato leale verso chiunque governava. Diversa è la situazione
della polizia che nel passato ha represso i movimenti democratici e in gran parte
rimpiange il regime precedente. Oggi le cose vanno un po’ meglio perché è nato un
sindacato di polizia che difende gli spazi di democrazia. Ma alcuni dei vertici della polizia
che il governo ha dimesso dopo l’attentato del 18 marzo erano tra quelli che sostenevano
il regime precedente.
La polizia si divide quindi in tre parti: una minoritaria che sostiene la democrazia, una che
ha simpatia verso settori islamici integralisti e la maggioranza che è a favore di un regime
forte. E questo è un problema. Il Fronte Popolare ha convocato la conferenza nazionale
per maggio, abbiamo grande urgenza di aggiornare la nostra strategia e dobbiamo riuscire
a rendere evidente alla popolazione che esiste un’alternativa al terrorismo e al richiamo al
governo forte e dittatoriale».
Dopo la manifestazione di apertura che si è svolta sotto una pioggia torrenziale si è aperto
ieri il Forum. Decine di migliaia i partecipanti da tutto il mondo e moltissimi giovani tunisini
e maghrebini discutono in decine di seminari che si tengono all’Università di El Manar:
sovranità alimentare, lotta contro l’accaparramento delle terre, traffico di esseri umani, ecc.
Si tenta di rafforzare la collaborazione tra la società civile dalle due sponde del
Mediterraneo.
Se si eccettua il discreto controllo da parte della polizia al quale devono sottoporsi i
partecipanti al Forum e la presenza di alcune camionette militari davanti ai punti sensibili
situati nel centro della città e i rotoli di filo spinato in alcune traverse della centrale Avenue
Burghiba, non è facile rintracciare i segni della strage del 18 marzo. Ma il museo del Bardo
rimarrà chiuso tutta la settimana.
Ho incontrato un gruppo di ragazzi tunisini che partecipano al Forum e ho chiesto loro
come è cambiata la vita dopo il 18 marzo. «In nulla, tutto prosegue come prima — mi
hanno risposto — non deve cambiare nulla, altrimenti diamo ragione ai terroristi. Certo che
abbiamo paura, è vero che alcune migliaia di nostri connazionali combattono in Siria a
fianco dell’Isis ed anche vero che qui ci sono delle cellule dormienti, ma la nostra vita non
deve cambiare. Noi dobbiamo difendere la democrazia che abbiamo conquistato con la
nostra rivoluzione 5 anni fa e se sarà necessario sapremo resistere».
Non sono solo i ragazzi presenti al Forum a pensarla così. L’impressione che si ha qui a
Tunisi è di uno sforzo nazionale collettivo per cercare di mostrare in ogni aspetto della vita
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quotidiana un senso di normalità. Le prime pagine dei quotidiani tunisini non dedicano più
l’apertura alle notizie relative alle indagini sui fatti del 18 , surclassate da altre notizie
nazionali o internazionali. Questa scelta ha certamente anche motivazioni economiche:
evitare un forte calo del turismo, si considera che siano alcune migliaia (tra i 3 e i 5.000) i
turisti che hanno cancellato le loro prenotazioni per le vacanze pasquali. L’obiettivo delle
autorità tunisine è quello di considerare l’attentato una parentesi in un Paese che rimane
“normale” a differenza di quanto avviene in tutti i Paesi confinanti.
Da Repubblica.it del 25/03/15
Tunisi, giornalisti, blogger e disegnatori dal
Brasile all'Algeria uniti per scrivere la carta
dei media liberi
di SARA CRETA
TUNISI - Il Forum sociale mondiale, nato a Porto Alegre in Brasile nel 2001 come
alternativa al Forum economico mondiale di Davos, ritorna nella capitale tunisina, ferita
dagli attentati al museo del Bardo. Due anni fa gli attivisti brasiliani hanno consegnato il
testimone del Forum sociale mondiale agli attori della società civile del Maghreb-Mashreq.
Al campus universitario di Al Manar, il 22 Marzo, due giorni prima della grande marcia che
da inizio al Forum Sociale Mondiale 2015, è iniziata anche la quarta edizione del Forum
Mondiale dei Media Liberi. Giornalisti, blogger e disegnatori dal Brasile all'Algeria si sono
uniti per scrivere la carta mondiale dei media liberi e per il diritto all'informazione e alla
comunicazione.
Libertà d'espressione e giustizia sociale. "La libertà d'espressione è una lotta costante, un
diritto difficile da conquistare per i cartoonists che lavorano nei paesi del mondo arabo.
Siamo artisti coraggiosi". Apre con queste parole il Forum Mondiale dei Media Liberi
Khalid Gueddar, la matita ribelle marocchina, per ribadire le difficoltà in cui lavorano i
giornalisti, sotto la paura e la minacce. Continuano sotto pressione nel loro paese a
battersi per la libertà d'espressione. Esiliati all'estero sono i combattenti dei giornali
proibiti. A Tunisi il dibattito sui media liberi con il disegnatore marocchino Gueddar,
condannato per le sue caricature sulla famiglia reale marocchina, e vicino alla scrittura di
Charlie Hebdo continua con le esperienze del brasile e vignette delle penne creative
francesi del giornale Ravi, come quella di Sebastian Boistel. Il Forum dei Media Liberi di
Tunisi parla dei tabù e della censura, nelle strisce satiriche "Sono mussulmano, non sono
terrorista", oggi a Tunisi per la libertà d'espressione.
Popoli uniti contro il terrorismo e l'oppressione. La marcia di apertura del forum con lo
slogan "Popoli del mondo uniti contro il terrorismo", in memoria delle vittime dell'ultimo
attentato e per ribadire la lotta degli oppressi è terminata proprio al Bardo, riaperto in
occasione dell'inaugurazione ufficiale del Forum Mondiale. In marcia sotto la pioggia,
Besma Khalfaoui la vedova di Chokri Belaid, deputato tunisino dell'opposizione
assassinato a colpi di arma da fuoco alla vigilia del Forum Mondiale del 2013. Oltre a
ribadire il rifiuto alla violenza e al terrorismo, i movimenti sociali sono in marcia: una
opportunità per i popoli di tutto il mondo di rivendicare i diritti socio-economicI, la libertà e
la pace e non cedere il passo al terrore. In occasione del Forum di Tunisi, un comitato del
consiglio internazionale del forum stenderà una Carta internazionale per lotta al
terrorismo, firmata da parte dei movimenti per un'altra globalizzazione.
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Dignità e diritti. Sotto lo slogan "dignità e diritti", il Forum rilancia la riflessione sul futuro
come spazio democratico e assicura il coordinamento globale tra i movimenti sociali, per
nuove visioni comuni e per esplorare diverse forme di mobilitazione. Il Forum, che fino al
28 marzo vedrà la partecipazione di circa 4.300 organizzazioni non governative,
appartenenti a 120 paesi, si aprirà un dibattito sincero con i sindacati europei, magrebini
ed africani e le principali reti sociali di movimento, le grandi associazioni nazionali e
mondiali, sul movimento anti-globalizzazione per trovare alternative attraverso la
presentazione di esperienze civili e sociali del mondo e favorire l'organizzazione di attività
culturali e sociali.
http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/03/25/news/tunisi-110420386/
Da Radio Vaticana del 25/03/15
Tunisi. Forum sociale, il fanatismo non frena
il dialogo
Di nuovo in Tunisia, per parlare di condivisione e solidarietà internazionale: per 4 giorni
infatti, Tunisi accoglierà l'annuale Forum Sociale Mondiale, durante il quale centinaia di
organizzazioni della società civile rifletteranno su come promuovere pace e giustizia a
livello globale attraverso politiche ed economie alternative. I partecipanti hanno scelto di
confermare la loro presenza e vicinanza alla nazione tunisina, dopo e nonostante la strage
compiuta al Bardo. Da Tunisi, il servizio di Silvia Koch:
Continuare a visitare la Tunisia, venire per il Museo del Bardo, per le sue spiagge e per le
altre meraviglie del Paese, non bloccarne l'economia che si regge in larga parte sul
turismo. Questo chiede al mondo la Tunisia del post-attentato. Una nazione che ha preso
coscienza della minaccia terroristica, e che nonostante tutto si è fatta trovare pronta ad
accogliere decine di migliaia di partecipanti al Forum Sociale Mondiale.
Tunisi blindata
La presenza dei militari è massiccia nelle zone limitrofe al parlamento e al campus
universitario El Manar che ospita il Forum, ma non nel resto della città. D'altra parte, non
erano i turisti italiani né quelli spagnoli il bersaglio dei killers del Bardo. L'azione era
pensata per colpire il palazzo del parlamento, limitrofo al Museo, nel giorno dell'esame di
una legge speciale antiterrorismo. Non a caso dal 2013 la Tunisia, culla e Paese di
successo delle “primavere arabe”, dove la rivoluzione ha portato davvero a una graduale
apertura della politica, è scelta come sede del Forum. Con esso si vuole riflettere in
particolare sulla complessità geopolitica del mondo arabo, cercare di comprenderne le
dinamiche, arginare il pericolo che l'Isis continui ad essere un'alternativa attraente per
giovani delusi dagli esiti delle rivoluzioni.
Solidarietà contro fanatismo
I protagonisti della società civile del Nord Africa e Medio Oriente cercheranno di
individuare, attraverso la condivisione delle esperienze, dibattiti e attività collettive, le
possibili vie per combattere la diffusione del fanatismo religioso, ma nel pieno rispetto dei
diritti individuali e dei popoli. Tutto questo si traduce in reti transazionali di solidarietà e di
azione, alleanze tra associazioni dei vari Paesi e continenti che condividono le medesime
istanze, al di là dello specifico contesto geografico, all'interno di uno scenario in cui il
pericolo da combattere si muove anch'esso su reti fluide e alleanze internazionali (sia
esso rappresentato, di volta in volta, dal capitalismo spregiudicato, dalla globalizzazione
intesa come impoverimento culturale e negazione della libertà politica, o ancora, dalle
varie forme di fondamentalismo e violenza).
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Le “buone pratiche” dei diritti umani
Esperti e cooperanti del Maghreb direttamente a confronto con corrispettivi referenti delle
società del Masrek, e a livelli successivi, con i partecipanti provenienti dagli altri continenti
ed aree geografiche. E ancora, condivisione di “buone pratiche”, di rispetto e promozione
di diritti umani, tra le organizzazioni impegnate nelle varie aree tematiche: si articola
secondo queste logiche di fratellanza, da ormai 15 anni, il processo del Forum.
La realtà delle donne
Tra i focus di quest'oggi, giornata di apertura dei lavori, la libertà di informazione da un
lato, e la realtà delle donne dall'altro, in Paesi che attraversano fasi delicate di transizione
politica o conflitto, come la Tunisia, l'Egitto, l'Iraq, lo Yemen, le cui delegazioni si contano
numerose ad animare le oltre mille attività in programma. Oltre alla geopolitica del mondo
arabo, sempre presenti in agenda i temi classici dell'attivismo sociale: dalla promozione
delle donne all'incoraggiamento dei giovani, dalla tutela dell'ambiente all'immigrazione, alla
difesa dei popoli nel mondo ancora oggi senza una Patria ufficialmente riconosciuta, al
confronto costruttivo tra le varie religioni.
Terrorismo non ferma il Forum
Cambiano di anno in anno le sfide e priorità dei difensori dei diritti umani, ma il percorso
del Forum non si arresta, non davanti la follia omicida e il fanatismo religioso, non a causa
delle difficoltà di spostamento oltre le frontiere, tanto meno per la diffusa sordità di
istituzioni e organizzazioni che governano la politica e l'economia mondiali.
http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/25/tunisi_forum_sociale,_il_fanatismo_non_frena_il
_dialogo/1132092
Da Vita.it del 25/03/15
Forum sociale, il lato nero della Tunisia
Di Giada Frana
Al Forum Sociale Mondiale di Tunisi si è parlato anche di razzismo contro la popolazione
nera in Tunisia, grazie ad un dibattito organizzato dal Collettivo tunisino della marcia
dell'uguaglianza e contro il razzismo. All'evento era presente anche Saadia Mosbah,
tunisina, presidente e fondatrice dell'associazione "M'nèmty", che lotta contro le
discriminazioni contro la popolazione nera e contro ogni forma di discriminazione. Il
razzismo contro i neri in Tunisia è infatti ancora un tema tabù e gli stessi tunisini spesso
preferiscono ignorare la realtà.
Quando e per quale motivo ha deciso di creare questa associazione?
La Rivoluzione tunisina ci ha permesso di fare cadere il muro del silenzio: prima non
potevamo di certo farlo, si poteva parlare del problema solamente tra di noi o con i giornali
stranieri. Ci siamo detti che era giunto il momento che questa popolazione, che
rappresenta tra il 10 e 20% del Paese, fosse visibile agli occhi dei politici e così nel 2013 è
nata la nostra associazione.
Cosa significa il nome della vostra associazione?
"M'nèmty" significa "il mio sogno", ma è un sognare ad occhi aperti.
Dopo la Rivoluzione, la situazione è cambiata per la popolazione nera in Tunisia?
La parola: solo la parola finora è cambiata. Abbiamo fatto forti pressioni all'Anc,
all'Assemblea Nazionale Costituente, per una legge che incrimini la discriminazione
razziale, ma la nostra richiesta non è stata presa minimamente in considerazione. Ci
hanno risposto che se ne occuperanno dopo, quando il Paese sarà stabile, forse per la
prossima Costituzione.
A livello legislativo dunque non esiste nessuna legge al momento?
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Non esiste nessuna legge che incrimini la discriminazione razziale. La parola
"discriminazione razziale" non appare nella Costituzione. È nostro dovere non solo far
apparire queste parole nella Costituzione, ma approvare una legge che ci protegga contro
le stesse discriminazioni.
Quali sono i problemi che la popolazione nera si trova ad affrontare ogni giorno?
Si comincia dagli occhi, con lo sguardo: lo sguardo degli altri quando si posa su di noi è
diverso: in generale per i tunisini noi veniamo dalla schiavitù, siamo qui per servire; se
siamo vestiti bene diamo fastidio; se siamo in una macchina scocciamo, ma se siamo
camerieri siamo i loro amici. Poi viene la parola, ci sono delle parole offensive con le quali
si indicano i tunisini neri, a tal punto che queste parole sono diventate sinonimi del colore
nero. Quando si dice "Ossif" che significa "schiavo", "negro", è diventato un colore, se si
chiede a un bambino cosa significa questa parola risponderà "significa la signora o il
signore nero".
Cosa proponete al governo e cosa fate per cercare di cambiare questa situazione?
Per prima cosa era necessario che se ne parlasse ed è molto difficile per entrambe le parti
coinvolte, sia da parte della popolazione nera che da parte di quella bianca, poterne
parlare. Negli ultimi due anni abbiamo fatto quasi del porta a porta, organizzando dei
piccoli incontri qua e là. I tunisini non riescono ancora a parlare di questo tema, hanno una
sorta di rifiuto. Noi abbiamo cominciato in questo modo: sensibilizzando le persone,
dicendo loro che il problema esiste e che bisogna parlarne.
C'è quindi una sorta di negazione del razzismo da parte dei tunisini?
Non solo i tunisini dicono che il razzismo non esiste, ma se proviamo a parlarne ci trattano
come dei malati. Per loro abbiamo dei complessi, siamo paranoici poichè "tutto ciò non
esiste". Non vedono la realtà quindi per loro non esiste.
L'anno scorso c'è stata una grande marcia in Tunisia per protestare contro il
razzismo...
La prima marcia è stata organizzata il 1° maggio 2013 da M'nèmty: abbiamo deciso di
uscire per strada e urlare il nostro no al razzismo in Tunisia. Ha stupito molto e molte
persone, soprattutto i politici, si erano proposte di occuparsi della questione. Abbiamo
marciato per porre il problema sotto gli occhi di tutti. Poi la marcia è stata ripresa lo scorso
anno dal Collettivo contro il razzismo, sono partiti dal sud il 20 marzo e arrivati a Tunisi il
21 marzo, giornata contro le discriminazioni razziali. In seguito si è formata una carovana
di circa 150 persone, appoggiata da diverse fondazioni, e ci siamo diretti verso il sud,
verso Djerba. Volevamo incontrare il governatore, ma non si è presentato, nonostante le
nostre numerose lettere e ci siamo diretti verso i cimiteri degli schiavi. Al sud non si
seppelliscono i neri e i bianchi insieme. I nostri compatrioti non ci credevano quindi era
importante che lo vedessero con i loro occhi.
Recentemente con la coppa d'Africa, lo scorso febbraio, a pagare l'eliminazione
della Tunisia per mano della Guinea sono stati i neri. Ci sono state tantissime
aggressioni in quei giorni. Nella quotidianità, oltre al razzismo verbale, queste
aggressioni accadono spesso?
Sono degli episodi che accadono tutti i giorni ai subsahariani: non è che sono stati
aggrediti per una partita di calcio, sono aggrediti per qualsiasi motivo: quando una ragazza
rifiuta un uomo, ragazze che vengono prese a botte se girano sole la sera, ragazze che
vengono picchiate anche davanti al liceo.
I media tunisini affrontano la problematica?
Se ne parla solo quando c'è un evento, ma spesso i giornalisti non si presentano di
persona. Chiamano al telefono chiedendo informazioni o di inviare loro una risposta via email. Non se ne interessano davvero, perché in fondo non ci credono: dite loro che una
ragazza è stata violentata e vedrete una totale mobilitazione, ma per i neri no, non sono
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convinti. Non vogliono vedere, non deve esistere questa problematica nel loro Paese.
Invece di dire: esiste un problema, facciamo qualcosa per eliminarlo, si dice: il problema
non esiste.
Vuole lanciare un messaggio?
La nostra marcia, la nostra carovana continuerà e nessuno ci fermerà, anche se
cercheranno di zittirci, i nostri figli continueranno questa lotta.
http://www.vita.it/it/article/2015/03/25/forum-sociale-il-lato-nero-della-tunisia/131866/
Da Repubblica.it del 25/03/15 (Napoli)
Di Nocera spiega la sua Ponticelli: "Una città
senza risorse"
L'ex assessore : "La politica non è attenta alle periferie Ma è da
provinciali pensare solo al lungomare"
di ROBERTO FUCCILLO
"PONTICELLI vive da almeno due anni una nuova emergenza criminale, che va affrontata
per quella che è. Ma c'è una stragrande cittadinanza di persone perbene e una vita di
lavoro e solidarietà nel quartiere". Antonella Di Nocera a Ponticelli è di casa. Operatrice
culturale, già direttore di Arci movie, poi assessore comunale, a Ponticelli vive e opera da
tempo, e non la considera una terra di nessuno.
Gli inquirenti hanno diffuso immagini di ragazzi in motorino che sparano
tranquillamente in mezzo alla gente. Una realtà che la sorprende?
"Quella emergenza c'è. Ma anche i media dovrebbero rappresentare una realtà nella sua
complessità".
In che senso?
"É più semplice mandare in onda le immagini di violenza minorile che il Cinema Pierrot
affollato di ragazzi. Se non si racconta in che condizioni sono le mura della scuola
elementare del famigerato Conocal, che invece dentro ha tanti maestri appassionati. Se
non si dice che la più bella scuola media del Lotto 0 è stata distrutta per un progetto
fallimentare di città dei bambini. Se non si denuncia che uno dei parchi più belli della città,
inaugurato dai sindaci almeno quattro volte, è ancora chiuso. Se non si parla di questo,
non ha alcun senso commentare i ragazzi sui motorini che sparano".
Scelte politiche e amministrative, oltre che di controllo militare del territorio.
"Si deve intervenire con gli strumenti che lo Stato possiede e che deve utilizzare sempre,
pazientemente, non solo quando avvengono episodi eclatanti. Ponticelli ha quasi 60 mila
anime, come una media città, ma senza risorse né autonomia amministrativa. L'unica vera
risorsa è la rete sociale: associazioni, parrocchie, scuole, comitati di cittadini. Ma la voce
della periferia perde forza se non si interfaccia con il sistema istituzionale".
Lei è stata anche assessore.
"Il Comune, e le istituzioni, devono assicurare intanto i servizi essenziali: al Vomero ci
sono metro e funicolare fino alle 2 di notte, la Vesuviana qui chiude alle sei del
pomeriggio. Poi devono costruire opportunità di sviluppo. Quindici anni fa, come rete
territoriale, presentammo un progetto completo per la riconversione di un grande immobile
comunale in un centro per le arti e la formazione. Sarebbe potuto essere un volano
economico, tipo la Cinematheque di Bercy. Ma ho sperimentato sulla mia pelle che
mantenere l'attenzione politica sulla periferia è difficile. E quando Napoli guarda solo al
suo ombelico del lungomare, si scopre drammaticamente provinciale".
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Fatto sta che i magistrati dicono che lì lo Stato non c'è, e che altri organi dello Stato
ora dovrebbero intervenire.
"Per me lo Stato è uno. Gli uni e gli altri che parlano lo rappresentano. Si deve lavorare in
modo unitario e approfondire la conoscenza della realtà dei territori. Un progetto serio su
istruzione,educazione e etica per dare speranze alle generazioni future è una delle chiavi,
una svolta".
"Prima della repressione c'è la prevenzione. Attiverei aiuti seri per insegnare alle madri,
spesso giovani e senza strumenti, ad essere brave madri. Farei politiche unitarie e forti
mettendo insieme l'azione dei maestri e dei pediatri. E poi spazi, aiuole e parchi curati e
accessibili, scuole con giardini e mense come spazi sociali, biblioteche funzionanti".
http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/03/25/news/di_nocera_spiega_la_sua_ponticelli_u
na_citta_senza_risorse_-110459986/
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ESTERI
del 26/03/15, pag. 7
I sauditi sono pronti al confine
Chiara Cruciati
Yemen. Gli Houthi in marcia verso sud: presi porto e aeroporto della
capitale provvisoria con il sostegno dei fedelissimi di Saleh, il
presidente Hadi in fuga. Dietro, lo spettro di uno scontro regionale tra
Iran e Arabia Saudita
La marcia dei ribelli sciiti Houthi su Aden è cominciata, la città è prossima alla caduta.
Dopo il fallimento del negoziato e la conseguente chiamata alle armi per rovesciare il
presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, il movimento ha lanciato ieri l’offensiva contro la
capitale provvisoria del paese.
È alle battute finali la battaglia per lo Yemen, a cui potrebbe prendere parte l’esercito
saudita, dispiegato al confine. Ieri i ribelli sciiti, che da settembre hanno assunto il controllo
della capitale Sana’a, hanno arrestato il ministro della Difesa, Mahmud al-Subaihi, nella
città di Houta. Nelle stesse ore aerei da guerra bombardavano il palazzo presidenziale di
Aden, mentre forze governative passate con i ribelli e militari fedeli all’ex presidente Saleh
prendevano il porto e l’aeroporto della città e esplosioni risuonavano nella base
dell’esercito. Hadi è fuggito via mare nel pomeriggio, fanno sapere funzionari della
sicurezza yemenita. Nessuno sa dove sarebbe diretto, ma la sua assenza lascia campo
libero allo scontro tra Houthi, tribù sunnite e gruppi estremisti. E, forse, sauditi.
Su di lui pesa una taglia da 100mila dollari, messa sul tavolo dagli Houthi ormai
intenzionati a porre fine alla guerra civile assumendo il potere. E occupando aree
strategiche: nella marcia da nord, loro roccaforte, verso sud, gli sciiti hanno preso
possesso di numerose comunità fino ad occupare ieri la base militare di Al-Annad, a 50
km da Aden, utilizzata dall’esercito Usa come piattaforma di lancio dei droni anti-al Qaeda.
Dopo la presa di Al-Annad, gli Houthi sono tornati ad attaccare Houta: testimoni
raccontano di corpi senza vita lungo le strade e del rumore continuo delle armi
automatiche in molti quartieri.
All’avanzata sciita rispondono gli alleati del presidente Hadi: l’Arabia Saudita ha dispiegato
l’artiglieria pesante lungo il confine con lo Yemen, il più povero del Golfo e per questo da
decenni cortile di casa saudita. Riyadh e Washington la definiscono una mossa a fini solo
difensivi. Ma la verità è che la petromonarchia, che non ha disdegnato in passato di
intervenire per frenare le ribellioni sciite e soffocare le proteste popolari, non intende
lasciare alcuno spazio di manovra al nemico Iran, accusato da più parti di guidare il colpo
di Stato Houthi. Ora la probabilità di un’invasione via terra dello Yemen si fa sempre più
concreta.
Ufficialmente l’Arabia Saudita ha fatto sapere di voler decidere un eventuale intervento
oggi, durante il meeting della Lega Araba in Egitto, anticipato di un giorno per far fronte
all’escalation delle violenze. Agli appelli regionali al dialogo, gli Houthi hanno risposto con
un secco no, consapevoli che il tavolo sarebbe gestito dai sauditi a scapito delle richieste
degli sciiti che altro non chiedevano che riforme democratiche e distribuzione del potere. E
al no Houthi ha reagito il governo ufficiale che due giorni fa si era appellato alla comunità
internazionale perché intervenisse in Yemen: prima al Consiglio di Sicurezza e poi al
Consiglio di Cooperazione del Golfo, che si è detto disposto ad assumere «le misure
necessarie».
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Perché in Yemen a scontrarsi non sono solo gruppi avversari interni. In corso c’è una
guerra per procura tra i due potenti assi regionali, lo sciita guidato da Teheran e il sunnita
con a capo Riyadh: «Il rischio di frammentazione è elevatissimo perché i gruppi interessati
sono numerosi e ognuno con una zona di influenza – spiega al manifesto l’analista
yemenita Sama’a al Hamdani – Il nord non è del tutto sotto l’influenza iraniana, così come
il sud non è interamente controllato dai sauditi. L’Iran sostiene i suoi alleati e l’Arabia
Saudita fa lo stesso, seppur tale sostegno sia diverso. Per anni l’economia yemenita è
sopravvissuta con l’aiuto finanziario di Riyadh, mentre l’intervento iraniano è più logistico».
«Il timore è che la frammentazione dello Yemen non seguirà i confini del 1990: accanto
alla divisione nord-sud, ne esistono altre. Lo scenario peggiore prevede parte del nord
controllato dagli Houthi, che potrebbero prendere anche Taez e Ibb, comunità che si
ribelleranno al controllo sciita. Le regioni di Marib e al-Jawf finirebbero in mano alle tribù
sunnite locali, quelle a sud (Socotra, Hadhramout, al-Mahara) si autogovernerebbero. E
Lahj e Abyan potrebbero finire definitivamente in mano ad al Qaeda».
Uno scenario distruttivo, una divisione articolata a cui si aggiunge la voce dei fedelissimi
dell’ex presidente Saleh: ieri il portavoce del cosiddetto Alto Comitato per la difesa delle
forze armate (formato da militari ancora vicini al dittatore deposto) ha annunciato che il
gruppo prenderà le armi contro qualsiasi interferenza esterna.
Ormai è guerra civile, risultato in parte del fallimento della strategia anti-terrorismo degli
Usa, che negli ultimi anni dipingevano lo Yemen come modello riuscito della guerra a
distanza con al Qaeda. Dopo la caduta di Saleh, Washington ha accettato la nuova
leadership pro-saudita, senza tener conto delle istanze delle minoranze e di un popolo
sceso in piazza per la democrazia, pur di salvare la guerra dei droni.
Del 26/03/2015, pag. 9
Yemen, il presidente in fuga
I sauditi iniziano a bombardare
Colpite le postazioni dei ribelli sciiti. Isis e Al Qaeda pronti ad
approfittare del caos
WASHINGTON Lo Yemen passa dalla guerra civile al conflitto regionale. Nella notte
caccia sauditi avrebbero colpito postazioni dei ribelli sciiti Houti all’interno del Paese.
Un’azione decisa in coordinamento con altre monarchie del Golfo - recita un comunicato «per respingere l’aggressione» degli insorti.
I raid sono scattati dopo la fuga del presidente yemenita Abdel Rabbo Mansour Hadi.
Assediato dalle milizie sciite e dagli insorti dell’ex leader Alì Saleh, il leader sarebbe
scappato da Aden. «Sappiamo che ha lasciato la sua residenza», hanno confermato gli
Usa. Si è nascosto in per dirigere la difesa, hanno invece sostenuto i suoi uomini. Ma fonti
locali hanno raccontato di una rocambolesca fuga in battello, probabilmente verso Gibuti.
Un evento drammatico preceduto da un disperato appello dello stesso Hadi alla Lega
araba affinché invii una forza militare. Riad ha prima ammassato truppe al confine e poi ha
lanciato incursioni aeree. Non è escluso che queste operazioni possano essere seguite da
un maggiore coinvolgimento, pieno di incognite.
A innescare l’ultima fase una nuova spallata da parte degli insorti sciiti. Bene armati,
hanno sferrato un’offensiva per prendere Aden e la caduta della città potrebbe essere
storia di ore. Al loro fianco i militari fedeli all’ex presidente Alì Saleh che ha fatto fronte
comune con gli ex nemici. Lo schieramento ha bombardato con i caccia il palazzo di Hadi,
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ha offerto una taglia di 100 mila dollari sull’avversario, si è impadronito dell’aeroporto della
città, quindi ha conquistato la base di al Annad. Un luogo simbolico. Fino a venerdì
l’installazione ospitava un centinaio di soldati delle Special Forces americane, elementi
che coordinavano i raid dei droni contro al Qaeda. Ma, vista la mancanza di sicurezza, il
Pentagono ha ordinato lo sgombero. Uno smacco.
Proprio nella base i rivoltosi hanno catturato il ministro della Difesa Mahmud Al Subaihi.Un
episodio che ha aperto uno scenario imprevisto. Il quotidiano egiziano al Ahram ha scritto
che sarebbe in corso una mediazione in base alla quale al Subaihi evita lo scontro finale
su Aden e in cambio diventa vice di un presidente ad interim Houti. Manovre che si sono
sovrapposte a quelle regionali. Con molti osservatori interessati.
Lunedì Riad, preoccupata per la vittoria degli sciiti, ha alzato la voce: «Siamo pronti a
prendere le misure necessarie». Monito seguito dall’intervento diretto con il sostegno di
Emirati, Qatar, Bahrain e Kuwait. Un’azione sunnita che potrebbe portare ad una risposta
degli sciiti con la richiesta d’aiuto all’Iran. Una crisi che sarà al centro del vertice della Lega
araba convocato per venerdì a Sharm el Sheikh, in Egitto. Indiscrezioni hanno anche
ipotizzato un possibile coinvolgimento militare del Cairo, ma sono arrivate smentite.
Grandi timori a Washington, che ha visto dissolversi sotto i suoi occhi un prezioso
avamposto nella lotta al terrore, ha intimato agli Houti di mettere fine alla destabilizzazione
dello Yemen. Parole. Perché sul terreno i militanti sciiti hanno imposto la loro forza, anche
se è chiaro che da soli non possono tenere il paese.
La paura degli Usa è che lo Yemen si trasformi definitivamente in un quadrante sbranato
da milizie e gruppi contrapposti. Un luogo dove ai combattenti locali possono aggiungersi
volontari stranieri. Qaeda c’è da sempre, è nemica di Houti e governativi. Ma non è la sola.
Pochi giorni fa il massacro nelle moschee potrebbe aver segnato l’arrivo dell’Isis. Se non è
la Siria poco ci manca .
Guido Olimpio
Del 26/03/2015, pag. 9
Il Paese fantastico che Pasolini voleva
salvare dalla modernità
Lo Yemen muore, e a qualcuno è stato risparmiato, per una oscura consolazione del
destino, di assistere a questa terribile agonia. Se Pier Paolo Pasolini fosse ancora vivo,
infatti, verserebbe sicuramente lacrime di disperazione, a pugni chiusi, vedendo uno dei
luoghi del mondo da lui più amati distrutto dalla follia delle molte guerre civili che lo stanno
attraversando. Anche qui — come in Iraq, come in Siria, come in Afghanistan — la pietà
non lascia traccia di una sua possibile, remota sopravvivenza.
Sana’a, la stupenda città in cui i palazzi salgono dal fango al cielo, gli ricordava Venezia,
forse perché come Venezia ha sempre avuto la tendenza a scomparire. Forse perché
prima di arrivare «in questa Venezia selvaggia sulla polvere» per girare alcune scene del
Decameron e poi del Fiore delle Mille e una Notte si era perso anche lui, «come un cane
senza padrone», tra le case alte, strette e sbilenche del Ghetto. Non era ancora il tempo
della violenza. La capitale dello Yemen, dove Pasolini era già stato in precedenza con
Alberto Moravia e Dacia Maraini, era attaccata a quell’epoca da due malattie diverse che
ne promuovevano vicendevolmente la rovina. Due malattie che conosceva bene: la
povertà che uccide e la modernità che corrompe. «Si tratterà forse di una deformazione
professionale, ma i problemi di Sana’a li sentivo come problemi miei», annotava l’autore
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delle Ceneri di Gramsci nell’ottobre 1970. «La deturpazione che come una lebbra la sta
invadendo — proseguiva — mi feriva come un dolore, una rabbia, un senso di impotenza
e nel tempo stesso un febbrile desiderio di fare qualcosa...». Nacque così l’idea di un
appello all’Unesco «perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione e ad avere
coscienza della sua identità». Non furono parole inutili. Qualche anno dopo l’Unesco
lanciò una campagna internazionale per la conservazione di Sana’a e l’Italia intervenne
realizzando un progetto per il restauro di un’area pilota. Sembra passato un secolo. Pochi
giorni fa, in quella stessa città una volta profumata di spezie, quattro attentatori suicidi
hanno ucciso oltre un centinaio di persone che affollavano due moschee legate al
movimento sciita degli Houthi. «Faremo scorrere fiumi di sangue in piena» è stato il
proclama dei terroristi sunniti legati all’Isis. Adesso sono gli Houthi a prevalere, imponendo
la loro legge e cercando di impadronirsi delle istituzioni. La pericolosa ombra dell’Iran si
estende. Il controllo di ampie aree è invece nelle mani di Al Qaeda. «In tutto lo Yemen —
scriveva ancora lo scrittore e regista friulano — non c’è una palma, ma si sente una
fantasticità più profonda, che viene da quella sua mirabile architettura in verticale, di case
alte e povere, l’una a fianco dell’altra nelle anguste stradine. Lo Yemen è il Paese più bello
del mondo». L’appello di Pasolini arrivava «in nome della grazia dei secoli oscuri e della
scandalosa forza rivoluzionaria del passato». Sì, il passato, uno dei molti nemici della
guerriglia jihadista. «Il fondamentalismo — ha scritto nei giorni scorsi il premio Nobel per la
Letteratura V.S. Naipaul — nega il valore e perfino l’esistenza delle civilizzazioni che
hanno preceduto la rivelazione del Corano». In un mondo arabo in fiamme — dove
perfino la Tunisi del risveglio democratico ha dovuto fare recentemente i conti con la
barbarie — lo Yemen è ormai uno Stato fantasma. Negato ai visitatori, fonte di continuo
pericolo per i pochi cooperanti rimasti. Restano ormai solo le suggestioni. Resistono i
ricordi, le città sono diventate parole. Come la Aden di Paul Nizan, lo scrittore francese
che proprio viaggiando in quei luoghi quando aveva solo ventisei anni scoprì se stesso e
le ragioni della sua rivolta contro «le classi dominanti». Adesso è la stessa Storia che si
deve invece ribellare, per dirla con Naipaul, contro le forze che pretendono di abolirla.
del 26/03/15, pag. 7
Ucraina, arrestati due funzionari governativi,
ormai è guerra aperta tra Poroshenko e
Kolomojskij
Fabrizio Poggi
Strane cose stanno accadendo in Ucraina. Sembra che lo stesso «forte vento» (e non i
cocktail Molotov lanciati dall’esterno) che, dopo 10 mesi di indagine, gli investigatori hanno
dichiarato responsabile della strage di 48 persone bruciate vive nella Casa dei sindacati di
Odessa il 2 maggio 2014, porti con sé anche il momentaneo trasferimento del fronte dal
Donbass a Kiev.
Alla guerra (per ora senza morti) tra il presidente-magnate Petro Poroshenko e il magnate(ormai ex) governatore Igor Kolomojskij, si è aggiunto ieri un nuovo fronte.
Serghej Bochkovskij, capo del Servizio statale per le situazioni d’emergenza e il suo vice,
Vasilij Stoevskij, sono stati arrestati in diretta tv, durante una riunione del Governo,
accusati di appropriazione di fondi pubblici, tramite uno schema di contratti di appalto che
dirottava la valuta verso loro conti in banche cipriote. Dunque, con i cannoni
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momentaneamente silenziosi nel Donbass, si distinguono ora i veri rumori della «lotta per
la democrazia»: la guerra tra clan fino ai vertici del potere per i miliardi occidentali.
Dopo gli assalti armati alle sedi di Ukrtransnafta e Ukrnafta della scorsa settimana,
Poroshenko ieri ha infine «accolto la richiesta di dimissioni» di Igor Kolomojskij (il cui
gruppo «Privat» controllava Ukrtransnafta già nel 2009, grazie all’allora premier Julja
Timoshenko) da governatore della regione di Dnepropetrovsk.
Il meeting pro-Kolomojskij fissato per sabato a Dnepropetrovsk, «Azione civile in difesa
dell’unità dell’Ucraina», pare tanto civile che, per il servizio d’ordine, sarebbero stati fatti
affluire da Odessa reparti dei battaglioni ultranazionalisti sponsorizzati da Kolomojskij.
Secondo il Presidente della Commissione della Duma russa per le questioni della Csi,
Leonid Slutskij, le dimissioni di Kolomojskij possono condurre a una «Majdan oligarchica».
Il leader di «Russia giusta» Serghej Mironov dice che Poroshenko, dimissionando
Kolomojskij, «ha aperto un secondo fronte; ma ogni semplice stratega sa che una guerra
su due fronti finisce sempre con la sconfitta di chi la conduce». Il conflitto tra Kolomojskij e
Poroshenko è scoppiato dopo che la Rada, lo scorso 19 marzo, ha abbassato dal 60% al
50% più una azione, il quorum per le assemblee degli azionisti, con ciò privando l’oligarca
governatore di Dnepropetrovsk del controllo su Ukrnafta, la principale compagnia ucraina
di gas e petrolio, di cui lo Stato detiene il 50% più una azione. Ora dunque il gruppo Privat
di Kolomojskij, con il 42% delle azioni, oltre a non poter più bloccare l’assemblea, dovrà
pagare allo Stato dividendi per 1,7 miliardi di grivne. Tra il 20 e il 22 marzo si erano
verificati gli assalti e contrassalti alla sede di Ukrtransnafta.
Dopo l’esonero del manager a libro paga di Kolomojskij e la sua sostituzione con un
direttore di fiducia di Poroshenko, Kolomojskij ha reagito occupando militarmente la sede
di Ukrtransnafta. Secondo pravda.ru, qualcuno a Washington ha dato il via libera a
Kolomojskij: dopo che i suoi sponsor entreranno alla Casa bianca, Poroshenko sarà fatto
fuori. Sponsor del Presidente sarebbe infatti Obama. Ma, dato che l’uno e l’altro hanno i
loro santi protettori oltreoceano, per Kolomojskij si parla del duo Clinton-McCaine e dei
repubblicani, finanziati da Goldman Sachs. Goldman Sachs che, insieme a Monsanto e
Vangurd Group, finanzierebbe l’esercito mercenario «Academi» (ex Blackwater), che
combatte con i governativi nel Donbass.
Secondo Tatiana Volkova, migliaia di uomini della «Academi» rimpinguano sia il
battaglione «Dnepr» di Kolomojskij, sia il «Sokol» del Ministero degli interni: «Monsanto
perderebbe centinaia di migliaia di dollari se la guerra finisse un giorno prima e alcuni
miliardi se finisse un mese prima. Alla Monsanto non si pongono la domanda infantile “Chi
vince”». Kolomojskij avrebbe sostenitori anche tra alcuni media tedeschi, tipo Der
Tagesspiegel, che sponsorizzano le imprese di guerra dei suoi battaglioni. Da parte sua,
Poroshenko, tra i propri sostegni tedesco-americani, può vantare la Shell (legata alla
Deutsche Bank), cui ha concesso i diritti di perforazione per i giacimenti di scisto nel
sudest dell’Ucraina.
Sembra dunque che sia Kolomojskij, sia Poroshenko, rispondendo agli impulsi della
medesima centrale di comando, esprimano quello che Marx definiva «il grande segreto di
ogni guerra: gettare il nemico sulla difensiva».
del 26/03/15, pag. 7
Mogherini: «Acceleriamo, senza imporre
modelli»
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Roberto Livi,
L'AVANA
Cuba. Si avvicina il trattato bilaterale con la Ue
Il «segnale forte» della volontà di dialogo è stato recepito da Cuba. Per questo l’Alto
rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, martedì sera si è
dichiarata «molto soddisfatta» della sua missione all’Avana: nella giornata aveva
incontrato il cardinale Jaime Ortega, rappresentante di una Chiesa impegnata nel
processo di «trasformazione» dell’isola, il presidente del’Assemblea nazionale, Esteban
Lazo, due ministri economici, Rodrigo Malmierca — commercio estero– e Marino Murillo
— incaricato di supervisionare le riforme economiche lanciate quattro anni fa– il capo della
diplomazia Bruno Rodríguez, il presidente Raúl Castro e, infine, rappresentanti del mondo
culturale e della società civile.
L’Ue è il secondo partner commerciale di Cuba (dopo il Venezuela) con un interscambio di
3,6 miliardi di dollari nel 2013 e il maggiore investitore, ma l’isola è l’unico paese
dell’America latina con cui l’Unione non ha un trattato bilaterale. L’ostacolo principale è
costitutito dalla questione dei diritti umani e civili, usati nel 1996 come una clava politica —
su incitamento Usa e per iniziativa del governo spagnolo dell’ultra destro Aznar– per
destabilizzare «il regime dittatoriale di Fidel Castro».
L’ostacolo è rimasto anche dopo che Fidel nel 2006 ha lasciato le redini politiche e la
presidenza di Cuba al fratello minore Raúl e, per iniziativa di paesi ex socialisti come
Polonia, Repubblica ceca, ha fatto sì che le trattative per firmare un Accordo di dialogo
politico e di cooperazione tra Ue e Cuba si trascinino dall’aprile dell’anno scorso,
nonostante i progressi fatti in campo commerciale e di cooperazione. La visita di
Mogherini, primo Alto rappresentante europeo all’Avana, ha appunto lo scopo di sbloccare
la situazione e fare in modo che i negoziati abbiano un’«accelerazione» tale che
«l’Accordo venga firmato entro la fine dell’anno».
Per questo, oltre ai temi economici e commerciali, «Lady Pesc» ha affrontato la questione
dei diritti umani, «senza tabù» e ammettendo che «anche a casa nostra abbiamo i nostri
problemi». Su questo tema chiave, Mogherini ha voluto sottolineare che il metodo scelto è
«il dialogo, non lo scontro» e che l’Ue non è intenzionata a «imporre modelli». Posizione
questa molto apprezzata dal vertice cubano, che ha sempre difeso non solo la sovranità
politica ma anche il «modello socialista» cubano, basato sul «poder popular», una sorta di
«democrazia assembleare».
Nella conferenza stampa a conclusione della sua missione, l’Alto rappresentante europeo
ha ribadito che «non vi è concorrenza» tra i negoziati dell’Ue con Cuba e il processo di
distensione e ristabilimento di relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana annunciato
lo scorso 17 dicembre. Mogherini ha affermato che l’embargo decretato più di
cinquant’anni fa dagli Usa «è obsoleto» e dannoso perché colpisce soprattutto la
popolazione cubana (e inoltre con i suoi effetti extraterritoriali ha riflessi negativi anche in
Europa). Ma si tratta — ha detto — di «due processi negoziali differenti», non
concorrenziali, che anzi possono in alcuni temi essere complementari. Però appare
evidente che la linea più pragmatica presentata da «Lady Pesc» — con il consenso dei
membri dell’Ue anche in passato più recalcitranti — ha molto a che fare con la
«concorrenza » economico– commerciale che gli Stati uniti potranno esercitare. E non
solo a Cuba, perché il processo di distensione con gli Usa «può cambiare la dinamica
nell’isola, ma anche nella regione» latinoamericana.
Per questa ragione, l’Europa può e deve giocare «un ruolo attivo in questa fase» ,
«accompagnando le trasformazioni — le riforme– in corso» nell’isola. In sostanza, quello
proposto dall’Unione è un accordo impostato sul dialogo e la collaborazione, ben differente
dalla politica perseguita dagli Usa, i quali –per bocca della vicesegretaria di Stato, Roberta
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Jacobson– hanno ribadito che la distensione in corso è una «nuova linea» (dopo il
fallimento dell’embargo) per perseguire il vecchio obiettivo: un cambiamento di regime e di
modello politico e economico a Cuba.
Mogherini — che ha informato della firma di un programma che prevede 50 milioni di euro
in 5 anni per progetti agricoli a Cuba — è stata attenta nel mettere in chiaro che il dialogo
politico e la cooperazione offerte dall’Ue debbano «portare benefici al popolo cubano»,
dunque ad aiutare lo sviluppo di una società civile che si sta rafforzando nell’isola proprio
in seguito alle riforme che permettono attività private (por cuentapropria). Attualmente vi
sono nell’isola circa mezzo milione di «piccoli imprenditori» che operano soprattutto nel
campo dell’alimentazione e ristorazione, trasporto e turismo.
Ma nei progetti di riforme del governo è previsto che entro un anno, soprattutto grazie allo
sviluppo di cooperative non agricole, il settore «non statale» assorba circa un milione di
lavoratori che il governo dovrebbe –secondo il piano di modernizzazione– «tagliare»
dall’inflazionato e deficitario settore statale. In questo campo, rafforzamento della società
civile, formazione di nuovi imprenditori sono impegnati la Chiesa e il movimento laico
cattolico che ad essa è collegato con lo scopo di favorire la formazione di «una classe
media cubana» che in futuro ottenga «diritti politici e democratici».
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INTERNI
Del 26/03/2015, pag. 16
Rap, breakdance e reclutamento
Gli insospettabili della Jihad in Italia
Sgominata cellula islamica, tre arresti Tra loro l’autore del primo
manuale pro Is nella nostra lingua
BRESCIA . Illuminanti, per capire la composizione della “cellula”, chi sono i miliziani italiani
e i loro reclutatori, sono le parole di un investigatore dell’Antiterrorismo. «Ultrà della jihad.
Giovanissimi, insospettabili: rap, breakdance, droga, vita all’europea. Poi, di colpo, la
conversione via web, e il passaggio all’Is». È la storia in pillole di Anas El Abboubi, 23
anni, nato a Marrakesh e cresciuto a Vobarno, in Valsabbia: arrestato nel 2013, ma poi
scarcerato, adesso è in Siria a combattere (è stata emessa un’ordinanza di custodia
cautelare). È lui, il foreign fighter, “Abu l’italiano”, il punto di contatto dei tre estremisti
islamici arrestati tra Torino e Tirana nell’operazione “Balkan Connection”. Il gruppo,
smantellato dall’Antiterrorismo della polizia, reclutava aspiranti combattenti da arruolare
nelle milizie dell’Is dopo un periodo di addestramento in Albania. Eccoli, i tre: Alban Elezi e
Elvis Elezi — zio e nipote, albanesi, 40 e 20 anni. E Elmahdi Halili, 20enne italiano di
origine marocchina. «Se mio figlio è un terrorista lo ammazzo», dice il padre del ragazzo
che vive a Ciré, nel torinese. Secondo gli investigatori, Halili — accusato di terrorismo
internazionale — nonostante la giovane età non era semplicemente «attivissimo sul web».
È anche, si scopre ora, l’autore di quel documento di propaganda Is, il primo scritto in
italiano, diffuso in rete il 28 febbraio scorso (titolo “Lo Stato islamico, una realtà che ti
vorrebbe comunicare”). Che cosa facevano Elmahdi Halili e Elvis e Alban Elezi (gli ultimi
due devono rispondere di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale)?
Agganciavano ragazzi tra Italia e Albania, e, dopo averli bombardati con la pro- paganda
jihadista, li instradavano verso il Califfato nero. Da simpatizzanti, i giovani diventano
guerriglieri (sono decine, come ha rivelato nel dicembre scorso un’inchiesta di Repubblica
, i presunti jihadisti italiani). Partenza dall’Italia per la Turchia: in alcuni casi, tappa
albanese. Il percorso di Anas El Abboubi. È seguendo i suoi movimenti e contatti che gli
007 dell’Antiterrorismo sono arrivati ai reclutatori. Il 6 settembre 2013 Abboubi va in
Albania. Poi la Siria, dove il giovane diventa “Abu Rawaha l’italiano”. Dopo di lui i
cacciatori di teste dell’Is convincono un altro aspirante combattente: un giovanissimo italotunisino della provincia di Como. Era ancora minorenne quando Elmahdi Halili e Elvis
Elezi lo agganciano via web. Con il nuovo decreto di contrasto al terrorismo islamico il
giovane sarà sottoposto a sorveglianza speciale e non potrà espatriare. «Se non fossimo
intervenuti, a breve molti avrebbero potuto aderire a questa deriva », ha spiegato Giovanni
De Stavola della Digos di Brescia. Perché l’obbiettivo dei reclutatori — lo ha detto il pm
Leonardo Lesti — era il «coinvolgimento di italiani di seconda generazione ». Come?
Soprattutto attraverso l’attività di fishing sul web. «È l’aspetto più inquietante », hanno
spiegato Lamberto Giannini, direttore dell’Ucigos (il servizio centrale antiterrorismo), e
Claudio Galzerano, direttore della divisione antiterrorismo internazionale. «Gli arrestati
fanno parte di una rete più importante e diffusa». Sempre sul fronte Isis, da un’inchiesta
della Dda di Palermo è emerso che sarebbero gruppi armati libici a organizzare, per
autofinanziarsi, molti sbarchi di migranti sulle coste italiane.
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Del 26/03/2015, pag. 8
Le conversazioni via Facebook «Reclutati
quaranta italiani»
Le intercettazioni degli aspiranti «martiri» per il Califfato
La propaganda che prelude al reclutamento avveniva via Facebook, attraverso dialoghi
come quello intercettato tra il 12 e 13 novembre 2014, quando Elvis Elezi, ventenne
albanese trapiantato in provincia di Torino, scriveva: «Ti dico, fratello, che lo Stato non è
una cosa creata dall’America... sono since-ro e sicuro, anzi oggigiorno l’America
imprigiona nel caso qualcuno tenti di unirsi al Califfato, e quest’estate di là è stato ucciso
anche un mio amico. E se Allah vuole, ha accettato il suo martirio... Ci sono molti albanesi
che sono là, e non solo albanesi ma da tutto il mondo: Austria, America, Inghilterra, Italia
(40 persone fino ad ora sono italiani), dei Balcani, ceceni e molti molti».
L’amico morto, secondo la ricostruzione del giudice che ha arrestato Elvis, era Idajet
Balliu, che con la famiglia Elezi aveva un grado di parentela: coinvolto in un attacco in
Siria l’estate scorsa. Per la causa dell’Isis e del Califfato: la stessa per la quale, in
«naturale prosecuzione ed evoluzione dell’autoaddestramento italiano», è andato a
combattere Anas El Abboubi, marocchino arrestato a Brescia nel 2013, scarcerato dal
tribunale del Riesame per insufficienza di indizi, partito subito dopo «per arruolarsi nella
formazione terroristica Stato islamico». Gli investigatori del Servizio antiterrorismo della
polizia di prevenzione hanno registrato alcune conversazioni di Anas, dalla Siria, mentre
diceva al padre che non sarebbe più tornato perché «sai dove sono, mica stiamo
scherzando qua», e in Italia rischiava «dieci anni di prigione»; il padre cercava di
rassicurarlo, ma lui rispondeva sferzante: «Lo chiami modo di vita che un essere umano
potrebbe vivere, là? Vivi come loro, come un cane. Maledetti!». I tabulati telefonici hanno
registrato diversi contatti di Anas con Elvis e Alban Elezi. Ma l’episodio per cui il
magistrato ha mandato in carcere zio e nipote è il tentato reclutamento di Mahmoud Ben
Ammar, minorenne di origini tunisine residente nel comasco, che aspettava di compiere 18
anni per andare a combattere la jihad. «Fratello, apro una parentesi per il hur , che tu sei
l’unico mio sostegno di cui mi posso fidare», scriveva Mahmoud a Elvis. Per il giudice, «il
riferimento all’ hur non appare casuale», poiché secondo la tradizione islamica sarebbe il
paradiso con le giovani donne riservato ai martiri. Secondo altri colloqui registrati Elvis
sarebbe voluto andare a combattere in Iraq, mentre il minorenne preferiva la «Dawla»,
termine interpretato come lo Stato islamico in Siria,«e da lì avrebbe raggiunto l’ hur ».
I poliziotti dell’Antiterrorismo hanno intercettato conversazioni tra il giovanissimo Mahmoud
e i genitori. Il 22 dicembre scorso il padre era preoccupato: «Tu che vuoi andare al jihad,
chi conosci lì? Ti manderanno i principi... quelle persone che stanno dietro una scrivania e
predicano, e mandano altri a fare il jihad. Perché non ci va lui?». La madre preferirebbe
che il figlio combattesse un’altra guerra: «Quando conquistano la Siria e entrano in
Palestina ti mando. È una guerra contro Israele, e non combatti contro gli arabi».
Anche l’italiano figlio di marocchini El Mahdi Halili, arrestato per «apologia dello Stato
Islamico, associazione con finalità di terrorismo internazionale», è giovanissimo. Ha
compiuto vent’anni il primo gennaio e pochi giorni prima, secondo l’accusa, aveva messo
in rete un lungo proclama a sostegno dell’Isis. «Non deve trarre in inganno la forma del
documento diffuso sul Web — scrive il giudice — che tratta non tanto l’attività terroristica
in senso stretto quanto i “servizi” offerti dallo Stato islamico mentre i “soldati” si recano a
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combattere per “adempiere all’ordine di Allah”. Si tratta infatti di una forma di apologia
subdola e indiretta», che nell’interpretazione del magistrato «risulta particolarmente
efficace nella prospettiva del reclutamento e dell’adesione di nuovi soggetti alla causa
terroristica, ove si consideri che il messaggio di propaganda si rivolge soprattutto ai
giovani musulmani residenti in Italia i quali, sia per le comuni difficoltà di inserimento, sia
per la problematica congiuntura economica, si trovano sovente ad affrontare una
condizione di emarginazione sociale».
Del 26/03/2015, pag. 17
IL DECRETO / CONTRO IL TERRORISMO
Meno privacy sui pc la polizia potrà spiarci
anche a distanza
FABIO TONACCI
Nella corsa a modificare “al rialzo” il decreto antiterrorismo emanato il 19 febbraio scorso,
che va in scena in questi giorni nelle commissioni Difesa e Giustizia della Camera dove il
testo è approdato per la conversione in legge, è stata introdotta per la prima volta la
possibilità per la polizia di fare intercettazioni telematiche da “remoto”. L’emendamento è
stato voluto dal governo con la giustificazione del «necessario adeguamento tecnologico».
Il cambiamento che introduce, però, non è di poco conto e il Garante della privacy ha già
espresso «serie preoccupazioni» sui suoi effetti.
Viene consentita, per i reati indicati all’articolo 266 del codice di procedura penale (delitti
per i quali è previsto l’ergastolo o la reclusione superiore a cinque anni, quali quelli contro
la pubblica amministrazione, droga, traffico di armi e sostanze esplosive, contrabbando,
usura, ingiuria, minacce), «l’intercettazione telematica anche attraverso l’impiego di
programmi informatici da remoto e dei dati presenti in un sistema informatico». Significa
che la polizia potrà utilizzare software spia, trojian horse, keylogger, per acquisire
informazioni da social network e piattaforme quali “whatsapp” usati dai cittadini su cui
gravano forti indizi di colpevolezza. «Non sono intercettazioni preventive — spiegano dalla
Commissione — perché comunque c’è sempre bisogno dell’autorizzazione di un giudice,
su richiesta del magistrato». Secondo gli esperti di Internet, però, il controllo “da remoto”
diventa molto più pervasivo e mette a rischio la privacy di tutti.
Il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, intervistato da repubblica. it, sostiene:
«Così si introduce per la prima volta la possibilità di spiare dentro il computer di ogni
singolo cittadino sospettato di qualsiasi reato e non solo di quelli di matrice terroristica».
Tant’è che Quintarelli ha presentato un emendamento per ridurre l’utilizzo dei software
spia solo per questioni di terrorismo, ma al momento è stato accantonato.
Non è la sola modifica apportata, finora, al testo licenziato dal governo a febbraio. Gli
operatori telefonici e i provider sono obbligati a conservare i dati delle comunicazioni
(telematiche e telefoniche, comprese le chiamate non risposte), fino al 31 dicembre 2016.
Una norma a tempo, che è andata a sostituire la previsione di allungare a 24 mesi il
periodo, rispetto ai 12 mesi di cui si parla del decreto originario anti-terrorismo. Su questo
punto si è già espresso il Garante per la privacy Antonello Soro, sentito in audizione,
secondo il quale «si sta alterando il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza».
Secondo l’Authority si va nel senso opposto a quello indicato dalla Corte di Giustizia
europea, che ha annullato con una sentenza la discussa direttiva sulla “data retantion”, in
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quanto indiscriminata, potenzialmente applicabile a chiunque, a prescindere dai reati e dal
tipo di comunicazioni tracciate.
Altre novità, l’aumento della pena dai 5 agli 8 anni di reclusione per i “foreign fighters” e
obbligo di arresto in flagranza per gli scafisti. Ancora in discussione, invece, la cosiddetta
norma “anti-Greta e Vanessa” che specifica l’esclusiva responsabilità individuale» sulle
conseguenze di chi fa viaggi all’estero in zone pericolose.
del 26/03/15, pag. 2
di Wanda Marra
Antiterrorismo, i pm: “Poche idee, ma
confuse”
LE CRITICHE DI PIGNATONE E BRUTI LIBERATI SUL TESTO ORA ALLA
CAMERA: “NON SI SA COSA SARÀ REATO”. ROBERTI: “LA PROCURA
NAZIONALE È UNA SCATOLA VUOTA “
Fortemente limitativo delle libertà personali e della privacy, vago e approssimativo nella
definizione del reato di terrorismo e delle misure da applicare, decisamente non
funzionante nei poteri di coordinamento attribuiti all’ufficio del Procuratore nazionale
Antimafia (e Antiterrorismo) e nella regolamentazione dei rapporti tra i servizi e la Superprocura. È il decreto anti terrorismo varato urgentemente dal governo a febbraio e che
dovrebbe essere votato dall’Aula di Montecitorio martedì (forse con fiducia, anche se pare
di no) nel racconto degli esperti auditi in commissione alla Camera. Ecco come il capo
della polizia, Alessandro Pansa, tra gli ispiratori del provvedimento, il 25 febbraio motiva la
possibilità di ritirare il passaporto: si tratta di “una misura di prevenzione”. che scatta “nel
momento in cui il questore propone la misura di prevenzione personale, qualora ritenga
che il soggetto possa in tempi brevi allontanarsi dal territorio nazionale”. Nella premessa,
la filosofia inspiratrice del testo: “Ci sono soggetti che aderiscono alle organizzazioni
terroristiche e si addestrano motu proprio. Quando i loro comportamenti non sono ancora
da sanzione penale è necessario e indispensabile che vengano attivate al meglio misure
di prevenzione”. Come quella non esattamente leggera del ritiro del passaporto.
“C’È UN PO ’ di disordine” esordisce Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma (che
parla anche per conto del collega di Milano, Edmondo Bruti Liberati). E lo enuncia per
punti: “Per quanto riguarda l’articolo 270-quinquies: punisce l’addestramento, che
probabilmente era già punito. Sembra, inoltre, che venga punito chi si auto-addestra e
ponga poi in atto comportamenti finalizzati alla commissione di condotte con finalità di
terrorismo. Questa è la dizione del decreto-legge. Da questa dizione, piuttosto generica,
sembra che si voglia punire qualcosa che avviene ancora prima dell’attentato, che poi è
punito autonomamente come reato.” Ancora: “La seconda considerazione riguarda
l’articolo 270-quater: punisce la condotta dell’arruolato. Anche in questo caso la
preoccupazione per future applicazioni è quella di una vaghezza del termine. Occorre
capire che cosa si intenda per ‘ arruolato’, se l’Imam che pronuncia discorsi magari
infiammati ai suoi correligionari, se qualche cosa di più o qualche cosa di meno”. Il più
grave, secondo Pignatone, è “l’articolo 270-quater: “Chiunque organizza, finanzia o
propaganda viaggi finalizzati al compimento delle condotte con finalità di terrorismo (…) è
punito con la reclusione da tre a sei anni. In questo caso, anche se probabilmente tutti
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abbiamo in testa il terrorismo internazionale, in realtà la norma non ne parla”. L’esempio
“provocatorio”: “Se uno organizza un viaggio da Roma a Tivoli, magari collegato ai No
Tav, potrebbe ricadere nell’attuale formula proprio perché il concetto di viaggio riguarda
qualunque spostamento da un luogo all’altro”. Il più critico di tutti, però, è Franco Roberti,
Procuratore nazionale antimafia, che secondo il decreto sarà anche il Procuratore
Antiterrorismo: in questo formula, ha spiegato ai deputati, “mi dai un coordinamento sulla
carta, pressoché declamatorio, ma non lo strumento per esercitare. Mi attribuisci la
responsabilità e non lo strumento per esercitarla”. Svolgimento: “Con l’introduzione del ‘
Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo ’ abbiamo davanti un apparente
paradosso: esiste la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ma non esistono le
direzioni distrettuali antimafia e antiterrorismo. Le procure distrettuali antiterrorismo sono
rimaste esterne alla procura distrettuale antimafia”. Risultato: “I poteri del procuratore
antiterrorismo non sono sovrapponibili a quelli del procuratore antimafia”.
E ANCORA: i rapporti con i servizi. Roberti si riferisce soprattutto “alla materia dei colloqui
investigativi con i detenuti e delle intercettazioni preventive dei servizi”. Spiega: “Il decreto
antiterrorismo del 2005 attribuisce al procuratore generale presso la Corte di appello di
Roma la competenza ad autorizzare i servizi. Tuttavia, nel momento in cui si attribuiscono
questi poteri al Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, qual è il senso di lasciare
al procuratore generale di Roma queste competenze autorizzatorie. Che senso ha?
Perché non attribuire il compito al procuratore nazionale antimafia? Forse perché si vuole
mantenere un livello alto di burocrazia in questo servizio?”. Roberti si dà una risposta
molto esplicita e molto chiara: “Si vuole evitare un controllo”. Netta pure la definizione di
Massimo Papa Casa, presidente del Comitato Analisi Strategica antiterrorismo. Che,
audito dal Comitato Schengen, definisce così la parte del decreto Antiterrorismo sui
foreign fighters: “Vaga e restrittiva”.
del 26/03/15, pag. 5
Sorvegliati per decreto
Carlo Lania
Terrorismo. La polizia potrà fare controlli sulle comunicazioni e i dati
contenuti nei computer
La necessità di contrastare il terrorismo internazionale rischia di trasformarci tutti e a
nostra insaputa in sorvegliati speciali. Il pericolo, per niente teorico, è contenuto nel
decreto antiterrorismo varato dal governo e in discussione alla Camera. Salvo correzioni
dell’utimo minuto, il testo licenziato dalle Commissioni Difesa e Giustizia prevede infatti la
possibilità per la polizia di utilizzare programmi che consentono di controllare da «remoto»
le comunicazioni e i dati presenti in un sistema informatico, ma anche di effettuare
intercettazioni preventive sulle reti informatiche. Una possibilità che al momento non è
limitata ai soli sospetti di terrorismo, ma estesa a tutti i cittadini indiscriminatamente. «Una
svista» per il deputato di Scelta civica Stefano Quintarelli che per primo ha denunciato i
rischi di un nuovo e più esteso Grande fratello dal quale sarebbe impossibile difendersi. La
speranza è che ora l’aula intervenga correggendo il tiro e introducendo paletti che limitino i
controlli a soli soggetti sospetti tutelando di più la privacy dei cittadini.
Ma non si tratta dell’unica novità introdotta dalle commissioni. Un emendamento del
relatore Pd Andrea Manciulli e chiamato «anti-Greta e Vanessa» dal nome delle due
volontarie rapite e poi rilasciate in Siria, introduce per la prima volta la responsabilità
individuale per quanti decidono di recarsi in Paesi considerati a rischio dalla Farnesina. Un
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modo per scoraggiare viaggi in aree considerate pericolose e come tali indicate sul sito del
ministero degli Esteri. «Resta fermo — specifica la norma -, che le conseguenze dei viaggi
all’estero ricadono nell’esclusiva responsabilità individuale e di chi si assume la decisione
di intraprendere o di organizzare i viaggi stessi».
Ieri, mercoledì, il decreto è stato bloccato in attesa di un parere del governo su alcun
emendamenti per i quali manca la copertura di spesa.
La situazione dovrebbe sbloccarsi oggi, ma visti i 250 emendamenti presentati dalle
opposizioni, palazzo Chigi sta valutando la possibilità di un ricorso al voto di fiducia in
modo da poter licenziare il testo martedì prossimo. Già oggi, però, si saprà se saremo
destinati a perdere una grossa fetta della nostra libertà. A rischio non c’è infatti solo il
contenuto di una conversazione telefonica, ma tutto ciò che abbiamo inserito nel nostro
computer ritenendolo al sicuro da occhi indiscreti: fotografie, scritti, filmati, registrazioni,
appunti di lavoro, corrispondenza con gli amici.
Tutta una vita a disposizione di chi sarà addetto ai controlli. Tecnicamente questo sarà
possibile grazie a captatori informatici (Trojan, Keylogger, sniffer ecc.) che dopo essere
stati scaricati casualmente consentiranno alle autorità di sicurezza di accedere ai nostri
dati senza limiti di tempo. «Con questo emendamento l’Italia diventa, per quanto a me
noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e
autorizzato la “remote computer searches“ e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello
Stato!», scrive Quintarelli sul suo sito. «L’uso di captatori informatici quale mezzo di
ricerca delle prove — prosegue — è controverso in tutti i paesi democratici per una
ragione tecnica: con quei sistemi compio una delle operazioni più invasive che lo Stato
possa fare nei confronti dei cittadini».
E’ opportuno ricordare come solo due giorni fa il garante per la privacy Antonello Soro ha
espresso preoccupazione per la mancata proporzionalità esistente nel decreto tra le
esigenze della privacy e della sicurezza.
Il decreto prevede inoltre altre misure finalizzate contrastare il terrorismo internazionale. Si
va dallo stanziamento di 40 milioni di euro per la missione mare sicuro nel Mediterraneo,
all’affidamento al procuratore nazionale antimafia anche delle indagini sul terrorismo.
Prevista inoltre la reclusione dai 5 agli 8 anni di carcere per i foreign fighters, l’aggravante
se reati come l’arruolamento e la propaganda vengono effettuati via web e la perdita della
patria potestà per i condannati per associazione terroristica che abbiamo coinvolto dei
minori nella realizzazione del reato. Infine il decreto consente l’arresto in flagranza per gli
scafisti, i promotori, gli organizzatori e i finanziatori dei viaggi dei migranti. oltre
all’assuzione di 150 carabinieri e all’aumento di 300 unità del contingente impiegato
nell’operazione stade sicure.
del 26/03/15, pag. 3
di Paola Zanca
IL “PATRIOT ANGELINO ACT” UCCIDE LA
PRIVACY DIGITALE
L’EMENDAMENTO DEL VIMINALE AL DECRETO DI ALFANO PER
SPIARE TUTTI
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Ma vi immaginate se potesse uscire oggi una mail di quando Renzi era nei boy scout?”.
Seduto su un divanetto del Transatlantico con il computer sulle ginocchia, a un certo
punto, Stefano Quintarelli, informatico momentaneamente prestato a Scelta Civica, tira
fuori Renzi, le giovani marmotte e pure Benjamin Franklin: “Chi è pronto a dar via le
proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né
la libertà né la sicurezza”. Diciamo che Quintarelli non ha scomodato uno dei padri
fondatori degli Stati Uniti a caso. E nemmeno i lupetti tra cui il presidente del Consiglio ha
cominciato la sua carriera. Alle sue spalle, nell’aula della Camera, è appena arrivato il
decreto che vuole essere il Patrioct Act italiano: quello che, in nome dell’antiterrorismo, è
disposto a setacciare le nostre vite digitali, impadronirsi dei nostri dati sensibili e poi farne
un po ’ quel che gli pare.
Le modifiche dell’Interno e i “captatori occulti”
Lo hanno scritto negli uffici del Viminale. E guai a provare a dare qualche consiglio:
Angelino Alfano non ne ha voluto sapere. Dritto per la sua strada, ha aggiunto all’articolo
266-bis comma 1 del codice di procedura penale, che consente le intercettazioni
informatiche, le seguenti parole: “anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi
informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un
sistema informatico”. In pratica, lo Stato potrà, attraverso dei trojan – software denominati
“captatori occulti” – inserirsi in un computer, in un tablet, in uno smartphone e acquisire,
senza alcun controllo, tutti i dati contenuti in quel dispositivo. Attenzione, non sarà
legittimato a farlo solo nelle indagini per terrorismo, ma per tutte le ipotesi di reato
“commesse mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”. Diciamo che è
difficile immaginare, oggi, una qualsiasi attività che non sia veicolata, almeno in qualche
suo passaggio, attraverso la tecnologia. Elenca Quintarelli: “Dalla diffamazione alla
violazione del copyright, dai reati di opinione o all’ingiuria”, tutto transita per una tastiera. E
il “Patriot Angelino Act” consentirà in ognuno di questi casi l’intrusione mascherata nel
patrimonio di immagini, testi, messaggi di posta, sms che chiunque si porta in tasca. Forse
Alfano, non esattamente un fanatico delle intercettazioni, non si è ancora reso conto che,
in confronto a quello che ha scritto, le telefonate registrate sono un capriccio da voyeur.
Glielo spiega Quintarelli: “Una intercettazione riguarda comunicazioni, non documenti.
L’acquisizione in questione riguarda tutto ciò che un utente ha fatto nella sua vita. Nel mio
caso, ad esempio, prenderebbe le mail ed i miei documenti dal 1995 in poi. Stiamo
parlando non di un momento nella vita, non di una comunicazione, ma dell’intera vita di
una persona”. Ma adesso che si è messo a far la guerra all’Isis, evidentemente, per Alfano
tutto è lecito, tutto è consentito. È che una decisione di tale portata meriterebbe una
riflessione un po ’ più approfondita di un emendamento scritto sull’onda di Tunisi e Charlie
Hebdo.
Il rischio fiducia e la fregola patriottica del ministro
Quintarelli, dicevamo, ha provato a intercedere presso il Viminale. Poi, si è messo a
scrivere un testo alternativo nella speranza che il Parlamento, meno obnubilato dalla
fregola patriottica del ministro, abbia modo e tempo (l’ipotesi che il governo metta la
fiducia è ancora in piedi) di ragionare con calma. Anche perché molte delle necessità
illustrate nell’emendamento del governo, tra cui quella di acquisire dati telematici, sono già
regolamentate dal Codice della privacy. Dove è scritto chiaramente che le informazioni
raccolte non possono essere utilizzate per nessun altra finalità al di fuori dell’indagine. E
poi c ’ è da restringere il campo delle ipotesi di reato, per esempio, “escludendo tale
possibilità di azione – consiglia Quintarelli – dal campo della giustizia civile”. In queste ore
– se ne avrà il tempo – ne discuterà anche l’ottantina di parlamentari che compone l ’
Intergruppo Innovazione. L’obiettivo è arrivare a una posizione unitaria che faccia passare
in Aula l’emendamento Quintarelli. Bisognerà convincere anche quelli – non pochi –
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convinti che, non avendo nulla da nascondere, si possa sopportare questa intrusione
legalizzata in nome della lotta al terrorismo internazionale. “Io non sono un filosofo –
conclude il deputato di Scelta Civica – ma credo che un ragionamento del genere sia
quello su cui si fondano i regimi totalitari. Non ce la vengano a raccontare. L’uso del
telefonino mentre si sta alla guida quanti morti ha fatto? Perché non abbiamo installato su
tutte le vetture in circolazione un jammer che bloccasse la ricezione dei cellulari? Quante
vite avremmo salvato?”.
del 26/03/15, pag. 3
“Hanno istituito la legge marziale”
Io sono sbigottito. Non ce l’hanno detto e hanno istituito il regime marziale?”. Umberto
Rapetto – già generale della Guardia di Finanza, “colpevole” di aver indagato troppo sulle
slot machine, soprannominato “lo sceriffo del web” – scorre il testo del dl antiterrorismo
con gli occhi fuori dalle orbite.
Cosa la sconvolge di più?
Intanto, solo il fatto che si ponga l’attenzione su semplici sospettati di qualunque reato,
non indagati, fa già venire meno le basi del diritto. E poi si autorizzano le perquisizioni
senza alcun controllo.
Parla dell ’accesso remoto ai computer?
Vorrebbero guardare nei computer attraverso dei grimaldelli come trojan: fa rabbrividire.
Cioè, quello stesso Stato che manda a morire i processi, tira fuori le unghie con chi non
potrà nemmeno dire “quella roba non era sul mio computer”.
Sta dicendo che non si potrà avere nessuna certezza sulla paternità dei dati
estrapolati?
Dico che durante una perquisizione tradizionale io, o il mio legale, ho la possibilità di
assistere e dunque non potrò mai negare l’evidenza delle prove raccolte. Qui invece, se
l’accesso avviene da remoto senza alcun controllo, viene meno addirittura la certezza che
quei documenti fossero realmente lì. Salta il diritto alla difesa. E poi chi l’ha detto che un
dato, fuori da un determinato contesto, possa avere una rilevanza diversa?
Facciamo un esempio.
Io l’altro giorno ho visto on line i video di propaganda dell’Isis. Ho consultato quel materiale
perché dovevo fare un’intervista, ma non sono né un loro fan né un istigatore. I
comportamenti possono essere dettati da curiosità, diritto di cronaca e mille altre ragioni.
Che il decreto non contempla.
Ce lo dicano: o riconosciamo lo stato di guerra e allora le leggi marziali prevalgono sul
diritto vigente, oppure non si può istituire una opportunità investigativa senza garanzie
contro gli abusi. Il momento è delicato, ma servono regole che vadano al di là delle
suggestioni emotive. Ci vogliono modalità di attuazione stringenti, oltre alla garanzia che il
materiale sequestrato sia usato solo per quelle finalità. Non vorrei che finissero per vedere
anche se sono vegetariano, quale collega odio e che squadra tifo. pa. za.
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Del 26/03/2015, pag. 10
Intercettazioni, nuova legge niente freni ai
giudici limiti alle pubblicazioni
Il governo riapre il dossier e pensa a multe per chi diffonde conversazioni non
penalmente rilevanti
LIANA MILELLA
Intercettazioni, si riparte con la voglia di cambiarle. Il governo riapre il dossier e punta
diritto a impedire che le conversazioni penalmente non rilevanti, ma assai appetibili sul
piano del gossip politico, finiscano prima nei provvedimenti delle toghe, e dopo sui giornali.
Nessuna stretta però sui magistrati, come fu ai tempi della legge bavaglio di Berlusconi,
che non vedranno leso il loro potere di mettere microspie, ma regole rigide per utilizzare le
sbobinature nelle famose ordinanze d’arresto, materia prima per la diffusione giornalistica.
Il governo potrebbe prevedere anche una doppia griglia di sanzioni, sia per i funzionari
infedeli che passano le intercettazioni di chi non è indagato, sia per i giornalisti che le
pigliano e le utilizzano. Dove mettere tutto questo? Una legge ad hoc? La delega che è già
stata approvata il 29 agosto all’interno del disegno di legge sul processo penale? Uno
stralcio? Il contenitore delle nuove regole, proprio come ha chiesto Ncd al punto da
presentare l’emendamento Pagano (vedi Repubblica del 27 gennaio 2015), potrebbe
essere la legge sulla diffamazione in attesa alla Camera del suo secondo giro di boa
parlamentare dopo quello del Senato. È lì dentro che verrebbe piazzata la delega al
governo a riscrivere le regole delle intercettazioni, che per ora è inserita nel ddl sulla
riforma del processo penale. La ragione è semplice: non solo perché lo ha già chiesto Ncd
al punto da proporre l’emendamento ad hoc prima ancora che scoppiasse il caso Lupi, ma
soprattutto perché alla diffamazione potrebbe bastare un solo passaggio parlamentare per
essere approvata. Infine, visto che si ipotizzano delle sanzioni per chi pubblica
intercettazioni “private”, la legge sulla diffamazione a mezzo stampa viene ritenuta, da
palazzo Chigi, un contenitore coerente. Dunque: il caso Lupi è destinato a lasciare un
segno pesante nella storia delle intercettazioni. Dopo le telefonate dell’ex ministro delle
Infrastrutture, che non è indagato nell’inchiesta di Firenze, riportate nelle carte di pm e gip
e pubblicate sui giornali dopo il deposito, Ncd insorge e mette sul tavolo di Renzi la
richiesta pressante e pesante di cambiare le regole delle intercettazioni. Renzi però, di
suo, già ci pensa. Le telefonate private sui giornali non gli sono mai piaciute. Basta
risentirlo il 30 giugno, nella conferenza stampa a palazzo Chigi in cui presenta i famosi 12
punti sulla giustizia. Quando arriva al capitolo delle intercettazioni eccolo dire: «I magistrati
devono essere liberi di intercettare, ma dove sta il limite alla pubblicabilità? Se c’è una
vicenda personale, slegata dall’indagine, capisco il giornalista, ma esiste ancora il diritto
alla privacy? Dov’è il confine? Mi rivolgo ai direttori dei giornali, domando loro “qual è il
limite?”». Quel giorno il premier ipotizza anche una sorta di consultazione tra tutti i direttori
delle testate più importanti, proprio per sentire cosa ne pensano e decidere con loro.
Oggi sarebbe politicamente sbagliato dire che Renzi cambia le regole delle intercettazioni
perché Alfano glielo chiede, minacciando anche di ostacolare al Senato il cammino
dell’anti-corruzione. L’attuale ministro dell’Interno, se lo ricordano tutti, è l’autore della
famosa legge bavaglio che, dal 2008 al 2011, ha drammatizzato la vita del governo
Berlusconi. Lì l’attacco ai magistrati era pesante, le limitazioni all’uso delle microspie
massiccio, il bavaglio alla stampa tombale. Oggi Alfano non può riproporre quel testo,
anche se il vice ministro della Giustizia Enrico Costa, esponente di punta di Ncd, alla
Camera lo ha già fatto. Ora la mediazione è un’altra. Niente limiti alle registrazioni, tutto
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resta com’è adesso. Ma limiti, questi sì massicci, all’utilizzo delle registrazioni nei
provvedimenti dei magistrati, ordinanze di custodia cautelare, ordini di perquisizione e
sequestro. Basta leggere la delega che il governo ha già approvato: «Prevedere
disposizioni dirette a garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni
telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione attraverso prescrizioni che incidano
anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni e che diano una
precisa scansione procedimentale all’udienza di selezione del materiale intercettativo».
Il linguaggio è da “sudoku” del diritto e c’è da chiedersi chi l’abbia scritto, ma la sostanza è
chiara: i magistrati dovranno fare una selezione stringente delle intercettazioni che
mettono nei provvedimenti, solo quelle penalmente rilevanti hanno diritto di starci, le altre
vanno chiuse in cassaforte e devono restare per sempre segrete. Sarà poi un’udienza
stralcio, con gli avvocati, a valutare il materiale e decidere definitivamente cosa può uscire
e cosa deve restare riservato. C’è poi il capitolo delle sanzioni, punito in modo duro chi fa
uscire le carte dagli armadi blindati, punito chi le pubblica. Sì, ma come? Già la legge sulla
diffamazione è fortemente punitiva verso la stampa. C’è il rischio che l’ingresso anche
delle intercettazioni finisca per essere veramente tombale.
Del 26/03/2015, pag. 12
LA GIORNATA
Blitz di Renzi sull’Italicum “Subito il voto alla
Camera” è sfida alla minoranza dem
La sinistra chiedeva un incontro, invece si va alla conta in direzione. Speranza: “Io
ministro? Non ci penso”
«Sono previste votazioni». A sorpresa Renzi convoca la direzione del Pd lunedì prossimo
per discutere di Italicum e di riforme e ricorda che, alla fine, si voterà. Una sfida alle
correnti della sinistra dem che hanno chiesto chi un “conclave” di senatori e deputati, chi
un “coordinamento” per elencare le modifiche indispensabili alla nuova legge elettorale.
Ma l’accelerazione del premier - che vorrebbe l’approvazione definitiva dell’Italicum prima
delle regionali, quindi entro la fine di maggio - scompagina i giochi. All’aut aut posto dalle
sinistre, con un vero e proprio ultimatum di Bersani, il premier-segretario risponde
giocando d’anticipo e blindando le riforme. In direzione ci sarà quindi una “conta”.
Irritate le minoranze, peraltro divise. Alfredo D’Attore aveva proposto il “conclave” sulle
riforme e annunciato una lettera della minoranza. Contrattacca: «La materia istituzionale
non si risolve con un voto in direzione, su questi temi è sempre stato riconosciuto un
margine di autonomia ai gruppi parlamentari». E rilancia appunto il “conclave”, troncando
ogni ipotesi di ingresso di esponenti della sinistra dem al governo: «Fantapolitica». È
Roberto Speranza, il capogruppo, a essere indicato come possibile sostituto del
dimissionario Lupi al ministero delle Infrastrutture. «Sono molto contento di fare il
capogruppo alla Camera. Non penso ad altro», garantisce Speranza. Area riformista, la
corrente di cui Speranza è leader. non vuole neppure un “coordinamento” ed è in aperta
critica con l’assemblea delle sinistre di sabato scorso all’Acquario Romano. «Direi che
dobbiamo smetterla di dare una assist a Renzi», commenta Davide Zoggia. «La giudico un
fallimento», è il giudizio di Enzo Amendola. Entrambi sono di “Area riformista”.
«Mi pare ci sia un’accelerazione, in direzione i rapporti di forza sono sul filo...», ironizza
Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem, appena ricevuto l’sms della convocazione della
direzione. Un modo per segnalare che in direzione la maggioranza renziana è talmente
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ampia che non ci sarà possibilità di incidere. «Renzi crea tensione, poi dà la colpa a noi»,
accusa Pippo Civati. Già oggi, annuncia Ettore Rosato, il vice capogruppo, il Pd chiederà
in conferenza dei capigruppo alla Camera di anticipare la discussione sull’Italicum:
«Chiederemo la calendarizzazione immediata, i tempi ci sono». L’obiettivo è quello di
vedere l’Italicum trasformato in legge il prima possibile senza ulteriori e rischiosi ritorni
all’esame del Senato. «Il confronto è sempre benvenuto ragiona Teresa Piccione,
franceschiniana - però lasciando il paese in balia di inutili lungaggini». E poi per Renzi c’è
la partita aperta con Alfano e Ncd per la sostituzione di Lupi o un ministero di peso.
Del 26/03/2015, pag. 12
Il premier blinda la legge elettorale “Sono
divisi, il momento è ora voglio chiudere i
primi di maggio”
FRANCESCO BEI
GIOVANNA CASADIO
«All’inizio di maggio dobbiamo chiudere. Questa è la partita decisiva, inutile aspettare,
abbiamo discusso fin troppo». La svolta di Renzi sull’Italicum matura nel weekend, dopo
l’assemblea delle sinistre dem all’Acquario Romano. Un’accelerazione imposta dal terreno
di scontro - proprio la nuova legge elettorale - scelto da Bersani e Cuperlo per tentare
l’ultimo “affondo” contro il governo. «Sono divisi, il momento è ora», ha spiegato il premier
ai suoi. Bruciare i tempi, arrivare all’obiettivo prima delle regionali. Per non giocare una
campagna elettorale tutta in difesa: questa è la strategia elaborata a Palazzo Chigi. Non è
un caso che già lunedì scorso, a sorpresa, alla Luiss School of government, Renzi abbia
dedicato gran parte del suo intervento a magnificare i benefici di una legge elettorale «che,
scommetto, ci copieranno in tutta Europa». Un inno alla «democrazia decidente» contro la
«vetocrazia » che ha trasformato il paese in una palude. Il punto fermo per Renzi è che il
compromesso raggiunto è il massimo possibile e dunque «la legge a Montecitorio sarà
blindata», anche per evitare un altro pericolosissimo passaggio al Senato. La
convocazione della direzione del Pd lunedì prossimo, che ha spiazzato le minoranze,
servirà proprio a questo e si concluderà con un voto. Un modo per mettere le minoranze
con le spalle al muro. Il premiersegretario gioca d’anticipo: «È il momento della decisione,
non possiamo più buttare la palla in tribuna. L’Italicum è già stato cambiato moltissimo ».
A favore dell’accelerazione gioca anche il calendario delle prossime settimane alla
Camera. «Non ci sono decreti in scadenza - sottolinea il vice capogruppo dem a
Montecitorio, Ettore Rosato - la situazione è meno calda e quindi si apre una finestra
favorevole. Staremo qui tutti i giorni a parlare di scuola, concorrenza e divorzio breve, c’è
lo spazio per approvare subito e definitivamente l’Italicum ». Certo non mancano le
incognite, legate soprattutto a probabili imboscate nei voti segreti. Ma Renzi osserva con
attenzione anche la deflagraziovo. ne in corso in Forza Italia, dove ormai convivono sotto
lo stesso tetto tre partiti diversi: berlusconiani, fittiani e verdiniani. E proprio su questi ultimi
- almeno una ventina e tutti legati al patto del Nazareno - il capo del Pd punta come truppe
di rinforzo per surrogare i dissidenti della sinistra dem. Per condurre in porto questa
operazione delicatissima il premier deve però poter contare su un capogruppo di assoluta
affidabilità. Finora Roberto Speranza, benché leader di “Area riformista”, principale
corrente d’opposizione, si è mostrato collaboratila Ma una parte dei renziani non si fida e
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spinge il premier a promuoverlo al governo così da sostituirlo con un fedelissimo. La
minoranza non ne vuole sentir parlare e se la prende con il fronte soprannominato
ironicamente “avanti Bo.Bo.Lo” (Boschi, Bonifazi, Lotti) che spingerebbe Renzi sulla linea
dura. C’è tuttavia una parte della stessa maggioranza del Pd che vorrebbe tenere
Speranza al suo posto: con un leader ingessato nel ruolo istituzionale di capogruppo, per i
bersaniani sarebbe infatti più difficile organizzare imboscate parlamentari contro l’Italicum.
Le minoranze d’altra parte sono del tutto divise tra chi vuole il “coordinamento” delle
sinistre dem o un “conclave” per porre un aut aut e convincere Renzi ad aprire a modifiche
sulle riforme e chi mostra massima cautela. Nico Stumpo, portavoce di “Area riformista”,
che si è riunita ieri, dà l’altolà a qualsiasi ipotesi di coordinamento: «Non ne abbiamo
bisogno, dobbiamo discutere di modifiche nel merito e ciascuno presenti le sue».
Intrecciata a quella delle riforme si gioca la partita del rimpasto. Resta in piedi l’ipotesi di
un coinvolgimento al governo di un esponente “dialogante” della sinistra interna. Roberto
Speranza ma anche Anna Finocchiaro, presidente della commissione affari costituzionali a
Palazzo Madama. E se fosse proprio lei il sostituto di Lupi? Il sospetto è venuto a molti di
quelli che ieri l’hanno ascoltata in aula elencare “l’abecedario” delle norme anti corruzione
sugli appalti pubblici.
Del 26/03/2015, pag. 12
Giustizia, nuove tensioni. Alfano: noi nel
governo
La precisazione del leader dei centristi dopo le polemiche sulla
prescrizione e le divisioni interne al partito Il primo aprile voto finale al
Senato del ddl anticorruzione.
L’Ocse: per il 90% degli italiani il fenomeno c’è
Nei giorni in cui si avvicina l’«incrocio» parlamentare predisposto con cura dalla
maggioranza (la riforma della prescrizione, già votata, passa dalla Camera al Senato
mentre la legge anticorruzione, che verrà approvata il 1° aprile, viaggia sul percorso
inverso), l’italia va incontro all’ennesimo giudizio negativo in tema di moralità pubblica.
L’Ocse, l’Organizzazione per lo sviluppo economico, scrive in un suo documento che in
Italia la percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali sfiora il 90%:
peggio di quanto avviene in Portogallo, Grecia (80-90%) mentre la classifica dei virtuosi è
guidata dalla Svezia (percezione della corruzione al 15%) con una media Ocse inferiore al
60%. Prima di Pasqua, dunque, nonostante le tensioni con Ncd, il governo punta a
incassare un risultato sulla lotta alla corruzione. Dopo il primo sì all’inasprimento dei tempi
di prescrizione (approvato alla Camera nonostante l’astensione dei centristi) è stato
stabilito che mercoledì 1° aprile in tarda serata verrà messa in votazione in prima lettura al
Senato il ddl anticorruzione che porta con sé il ripristino del falso in bilancio come reato di
pericolo a anche per le società non quotate in borsa. Ap e Alfano preferivano soglie di non
punibilità per le piccole imprese, ma il vero scontro nella maggioranza resta sulla
prescrizione, con Alfano che però frena la fronda e chiarisce che non c’è nessuna ipotesi
di appoggio esterno e che il partito resterà saldamente nel Governo.
Il partito di Alfano — nonostante esca provato dal caso Lupi che si è dovuto dimettere da
ministro perché è incappato, seppure non indagato, nell’inchiesta fiorentina sui grandi
appalti — è deciso a non mollare la presa sulla prescrizione più lunga (aumentata della
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metà) sulla corruzione: «Se uno viene indagato e assolto dopo 22 anni che gli frega di
essere assolto?», ha argomentato il ministro dell’Interno. Che ha aggiunto: «Il punto è la
durata del processo. Il cittadino deve sapere che c’è un momento in cui lo Stato dice basta
perché non ce la fa a dimostrare la sua colpevolezza». Alfano poi dice che «i
sottosegretari indagati non si devono dimettere» e conferma che in tutte le questure ci
saranno «nuclei speciali per contrastare la corruzione: a breve partirà la formazione della
polizia». Per il ministro della Giustizia Orlando — che si è impegnato ad accogliere al
Senato le richieste dei centristi sulla prescrizione — con Alfano è pace fatta: «Per il ddl
anticorruzione non c’è alcun timore per Ncd». Sul nodo degli appalti trasparenti c’è da
registrare poi un piccolo passo in avanti al Senato: è stato incardinato in commissione il
ddl di Zanda (Pd) sulla qualità architettonica che contiene la delega al governo per la
modifica del codice degli appalti.
Dino Martirano
del 26/03/15, pag. 8
di Salvatore Cannavò
Landini: noi l’opposizione che preoccupa
Renzi
SABATO LA FIOM IN PIAZZA CON OPERAI, EMERGENCY, LIBERA E
QUALCHE PD CAMUSSO CI SARÀ. AD APRILE “LA CARTA
D’IDENTITÀ” DELLA COALIZIONE SOCIALE
La piazza di Landini vuole parlare il linguaggio della democrazia. “È il filo conduttore in
questa fase” dice il segretario Fiom al Fatto, parlando della manifestazione di sabato 28
marzo a Roma: “Nessuno partecipa, nessuno decide più, noi proviamo a farlo”. La
democrazia, nell’intenzione di Landini, “riguarda le riforme del governo, mai votate da
nessuno” ma riguarda anche, “la possibilità che le persone partecipino davvero in prima
persona” e qui si parla dei Coalizione sociale. “La democrazia serve anche per la riforma
in Cgil” aggiunge Landini delineando tre questioni diverse ma collegate. La Fiom punta
molto sulla giornata con la prenotazione di 300 pullman. Si tratta, del resto, del primo
appuntamento di opposizione a Matteo Renzi dopo l’approvazione del Jobs Act. Cosa non
facile, visto il clima che regna nel paese. “Renzi sarà tentato ad accelerare i suoi progetti
di riforma in vista delle Regionali” spiega ancora Landini, e quindi ci sarà da impegnarsi.
AD APRIRE la manifestazione saranno i lavoratori di Fincantieri protagonisti di una
vertenza che si era presentata con la richiesta agli operai di mezz’ora di lavoro gratis e
proseguita con i microchip dentro gli scarponi dei lavoratori. La giornata, però, sarà anche
l’occasione per saggiare sul campo i soggetti della Coalizione sociale. Alcuni dei volti della
coalizione si vedranno già negli interventi in piazza del Popolo. Ci sarà, ad esempio,
Giuseppe De Marzo a nome della campagna di Libera sul “Reddito per la dignità”, una
delle proposte in campo che mira a portare un milione di firme in Parlamento per una
legge sul reddito minimo. Ci sarà, in collegamento telefonico dalla Sierra Leone, Gino
Strada, e ci sarà Stefano Rodotà, una delle “menti” dell’ipotesi di Coalizione sociale. Ci
sono poi studenti della Rete della conoscenza, gli insegnanti della scuola pubblica,
un’esponente del movimento per la casa romano, operai e delegati. Una prova di alleanza,
da parte della Fiom, perché poi la due giorni che dovrà sancire la nascita della Coalizione
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si terrà ad aprile, probabilmente nei pressi di Roma. Lì si svolgerà un incontro che Landini
immagina diverso dai soliti “tavoli” alla Leopolda: “Penso che stavolta tutti devono
discutere tutto, fisseremo alcuni temi e li proporremo a tutti”. Il punto più delicato, però,
sarà la “carta d’identità” della Coalizione stessa, “il chi siamo e cosa vogliamo fare”
aggiunge il segretario Fiom. Dalla due giorni si deciderà, probabilmente, la formazione di
coalizioni territoriali e l’indizione di un ulteriore approfondimento a maggio. Il terzo banco di
prova è dato dal confronto interno alla Cgil, dove sta per iniziare una nuova disfida.
Susanna Camusso ha fatto sapere che sarà in piazza sabato. Ma sembra che non parlerà
dal palco. I timori di fischi della base sembrano tornare d’attualità. Convocando la
manifestazione, Landini è uscito per primo dallo spaesamento provocato dall’approvazione
del Jobs Act e l’unico, finora, a proporre un’iniziativa politica nel senso ampio del termine.
Quella sconfitta costituisce un punto chiave nel dibattito sotterraneo della Confederazione
che deve discutere del proprio futuro e di come uscire dall’angolo. Non a caso, nel
bocciare la Coalizione sociale della Fiom, la segreteria Cgil ha rilanciato l’alleanza con Cisl
e Uil.
LA PROSSIMA settimana saranno licenziati i documenti per la prossima Conferenza
d’organizzazione che potrebbe trasformarsi in una sorta di congresso non dichiarato.
Anche perché, tra i temi in discussione, c’è la riforma delle modalità di elezione del
segretario generale. Camusso terminerà il suo mandato tra tre anni e i vari posizionamenti
interni sono già cominciati. Non dichiarati ma solo accennati. Così come è tornato
d’attualità il problema del rapporto con il Pd, e con la sua sinistra, a cui guardano dirigenti
di rilievo, membri della segreteria nazionale e segretari di importanti categorie. La sinistra
Pd, dal canto suo, si farà vedere anche sabato: Rosy Bindi l’ha già annunciato e Pippo
Civati dice al Fatto che “quest’anno c’è una ragione in più per partecipare”. Anche Cuperlo
“spera di riuscire” a tornare in tempo da Trieste. In ogni caso, dovranno saranno lì ad
ascoltare l’intervento del segretario Fiom che ormai è anche qualcosa in più.
Del 26/03/2015, pag. 15
Agrigento, il Pd vuole annullare le primarie
L’ira della base dopo la vittoria del candidato di Forza Italia. Il segretario
Raciti: qualcosa non ha funzionato A Genova diktat della segreteria per
scongiurare il rischio del voto disgiunto: “Chi non si schiera per la Paita
è fuori”
ANTONIO FRASCHILLA
EMANUELE LAURIA
La base dei renziani sul piede di guerra. L’ex sindaco, riferimento del premier in città,
chiede «di riflettere». Il segretario regionale dei dem convoca un vertice, pronto a bloccare
tutto. Tre colpi, in rapida successione, alle strampalate primarie del Pd ad Agrigento, che
ora rischiano di naufragare travolte dalle polemiche sul vincitore Silvio Alessi, presidente
della squadra locale di calcio sostenuto dal numero due dei forzisti di Sicilia, Riccardo
Gallo Afflitto. Alessi, dopo aver vinto ai gazebo, ha detto «di non rappresentare solo il
centrosinistra» e ha aggiunto di «avere votato Berlusconi qualche volta». Ma in queste ore
sta cercando di gettare acqua sul fuoco: «Sono stato vittima di attacchi privi di fondamento
— dice — dalle assurde dichiarazioni attribuitemi sull’assenza della mafia ad Agrigento
alle notizie prive di fondamento addirittura di bandiere di Forza Italia e Pd che
sventolavano sui gazebo. Tutte follie, come la presenza di Forza Italia in una coalizione
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che, invece, rispecchia la lodevole apertura ai moderati del premier Matteo Renzi». Ma
forse è già troppo tardi. Perché il malcontento, fra i dem, cresce. Un documento della base
renziana del Pd provinciale, sul quale soffia anche il sottosegretario Davide Faraone,
chiede di annullare la consultazione: «Bisogna commissariare la segreteria provinciale e
individuare un nuovo candidato — è scritto nel documento — perché le primarie del
centrosinistra le ha vinte Forza Italia». A dar man forte alla base il deputato regionale
renziano Fabrizio Ferrandelli: «Siamo il partito di Mattarella e Pio la Torre, non di Dell’Utri
e Berlusconi», dice. Dello stesso avviso il deputato nazionale Giuseppe Lauricella, che da
settimane chiede di annullare la consultazione. Il governatore Rosario Crocetta, che le
primarie agrigentine le aveva benedette in prima persona, adesso si tira un po’ indietro:
«La verità è che io tra Licata e Agrigento non ci ho capito nulla — dice — sono stato a
Licata, e lì la scelta era tra due di centrodestra. Poi sono andato ad Agrigento e c’era
Alessi, che almeno sembra una persona onesta. Ma è il Pd che sta imbarcando mezza
Forza Italia». Il Nazareno, già alle prese con il caso dell’ex senatore Vladimiro Crisafulli a
Enna che domani potrebbe annunciare la sua candidatura contro il volere di Renzi, prende
tempo. Nonostante al vicesegretario Lorenzo Guerini siano arrivate telefonate infuocate da
mezzo partito siciliano. E il più noto esponente dei renziani ad Agrigento, l’ex sindaco
Marco Zambuto ammette che «occorre fare una riflessione»: «Non si possono
sottovalutare le reazioni della base», dice. Il fronte democratico scricchiola e il segretario
regionale Fausto Raciti è pronto a bloccare tutto. Sabato ha convocato i vertici del Pd
agrigentino: «Mi devono spiegare cosa sta succedendo, una soluzione va trovata », dice.
Una soluzione alternativa ad Alessi: in queste ore è forte il pressing nei confronti del
presidente del tribunale di Agrigento appena andato in pensione, Luigi D’Angelo, per
convincerlo a candidarsi. «Sarebbe un buon nome», sussurra il deputato Angelo
Capodicasa. Il pasticcio continua. Intanto anche a Genova si apre un caso in vista delle
prossime regionali. Il Pd avverte i suoi iscritti: «Se non voterete il candidato Raffaella Paita
verrete messi fuori dal partito». Il motivo del diktat? Pochi giorni fa il deputato civatiano
Luca Pastorino, “benedetto” da Sergio Cofferati, ha ufficializzato la sua candidatura. E tra i
dem si teme un’ondata di voto disgiunto Pd-Pastorino.
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LEGALITA’DEMOCRATICA
del 26/03/15, pag. 5
Legge anticorruzione rinviata al primo aprile
Domenico Cirillo
Senato. Ncd minaccia battaglia sulla giustizia. Le divisioni tra alleati di
governo dopo il caso Lupi si riflettono in aula. Slitto alla prossima
settimana la legge che alza le pene per i corrotti, quando si riesce a
condannarli
Hanno scelto il primo aprile, mercoledì prossimo, come il giorno giusto per l’approvazione
(in prima lettura) della legge cosiddetta “anticorruzione” al senato. La legge — otto articoli
piuttosto modificati rispetto alla proposta di inizio legislatura del presaidente Grasso —
prevede sostanzialmente l’innalzamento delle pene per la corruzione (si arriva fino a 12
anni per la corruzione in atti giudiziari) e la riformulazione del reato di falso in bilancio, con
un regime più tollerante per le società non quotate. Non proprio quell’intervento “di
sistema” tanto spesso evocato, ma anzi un provvedimento nemmeno coordinato con
quello approvato martedì alla camera che allunga i termini di prescrizione per la stesso
reato di corruzione.
Da qui — anche da qui — i problemi nella maggioranza, con gli alfaniani che si sono
astenuti a Montecitorio e che minacciano “battaglia” a palazzo Madama (dove possono
essere determinanti). Tensioni ravvivate ieri dalla presidente della commissione giustizia
della camera. la democratica Donatella Ferranti, secondo la quale “il preoccupante dato
che emerge dal report dell’Ocse sulla corruzione rende a maggior ragione incomprensibile
l’atteggiamento del Ncd, mi auguro un ravvedimento operoso al senato”.
Il report dell’Ocse in questione è in realtà il documento preparatorio della conferenza sulla
corruzione che è cominciata ieri a Parigi, che peggiora le già pessime stime del 2013 di
Transparency international, spostando l’Italia dal terzultimo all’ultimo posto tra i paesi
sviluppati quanto a corruzione percepita.
Il primo risultato del grande freddo tra Ncd e Pd — la cui origine ha a che fare con la
corruzione sono nel senso che riguarda le dimissioni dell’ex ministro Lupi e la partita per la
sua sostituzione — è appunto la frenata sull’anticorruzione. Che espone il presidente del
senato a una gaffe: Grasso comincia la giornata prevedendo un’approvazione dell’aula
entro la settimana, poi , dopo la conferenza dei capigruppo, deve prendere atto che si va a
mercoledì. E fedeli all’accordo, i senatori del Pd cominciano da subito a intervenire in
massa nella discussione generale — mentre in tanti altri passaggi come le riforme o la
legge elettorale hanno saputo dare prova di mutismo interessato.
Contraria Forza Italia, che parla di provvedimento “manifesto”, “non una buona legge ma
una grida manzoniana per dare un segnale”. Sono critici, ma non nel tutto, i grillini e Sel. E
la stessa posizione potrebbe assumere la Lega. Nel conteggio finale, i 36 voti degli
alfaniani possono risultare indispensabili. Il ministro della giustizia Orlando si esercita
allora in una professione di serenità: “Il relatore è del Ncd, il testo è concordato con il Ncd,
non vedo perché dovrebbero dare battaglia”.
Oggi e martedì prossimo saranno i giorni dedicati all’esame degli emendamenti, prima
delle dichiarazioni di voto e del voto finale mercoledì pomeriggio. Gli emendamenti sono
213 e non mancano proposte di modifica firmate da senatori del Pd, anzi sono almeno una
quindicina. Tra queste una che si riferisce direttamente alla prescrizione (la legge
approvata in prima lettura alla camera) e propone di congelarla del tutto dopo il rinvio al
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giudizio (idea anche dei grillini). Un altro emendamento riscrive la legge Severino,
riportando a un’unica fattispecie la concussione per costrizione e la concussione per
induzione (della distinzione ha beneficiato Berlusconi nel processo Ruby). Una terza
proposta di modifica del Pd aumenta la pena massima per il falso in bilancio delle società
non quotate, così da consentire il ricorso alle intercettazioni durante le indagini. In ognuno
di questi passaggi i senatori del Ncd saranno sicuramente di opinione opposta.
Del 26/03/2015, pag. 15
Mafia a Ostia, i dem licenziano il minisindaco
GIOVANNA VITALE
ROMA . Come in un thriller a puntate, l’inchiesta Mafia Capitale che ha sconvolto il
Campidoglio e allungato ombre scurissime pure sulla Regione Lazio, ha fatto una nuova
vittima: il minisindaco pd di Ostia Andrea Tassone, licenziato dal suo stesso partito dopo
essere rimasto invischiato (ma non ancora indagato) negli affari della cupola romana. Una
morsa politico-giudiziaria che fra gli amministratori locali ha ormai scatenato un’autentica
psicosi: «Chi sarà il prossimo?».
Perché il Pd — che nella capitale d’Italia governa tutto: i 15 municipi, il Comune, la
Regione — adesso ha paura. E ha perciò deciso di reagire. Giocando d’anticipo sulle
mosse dei pm. A cominciare da uno dei territori più a rischio: il X municipio, appunto. Il
mare di Roma. Una città nella città coi suoi 300mila abitanti, da mesi al centro di una
tempesta perfetta: criminali che si ammazzano per strada, clan che si spartiscono appalti e
concessioni, funzionari corrotti, istituzioni inquinate. E intercettazioni. Sui soldi distribuiti
come caramelle ai politici in cambio di favori: un’assunzione di qua, un affidamento diretto
di là. «Tassone è uno nostro», esultava al telefono il boss Salvatore Buzzi.
«A Ostia c’è la mafia», ha sentenziato una decina di giorni fa il commissario dem Matteo
Orfini, spedito tre mesi fa dal Nazareno in riva al Tevere, a raccogliere i cocci di un partito
«pericoloso e dannoso», secondo la radiografia scattata da Fabrizio Barca. Un verdetto
che aveva accompagnato le dimissioni del minisindaco, spacciate per l’inizio della
riscossa: Tassone avrebbe dovuto provare a formare una nuova giunta con i nomi di alto
profilo individuati dal senatore Stefano Esposito, il componente della Commissione
Antimafia che Orfini aveva nel frattempo inviato sul litorale come suo plenipotenziario.
Nonostante i giudizi impietosi del parlamentare — «La situazione di Ostia è marcia, è uno
dei posti peggiori che mi sia capitato di vedere dopo Reggio Calabria » — all’appello
avevano risposto sia Livia Turco, sia l’economista-deputato Marco Causi: entrambi
sarebbero diventati assessori municipali «per spirito di servizio». Poi però accade
qualcosa. Tutto si blocca. Qualcuno, si vocifera, ha sconsigliato il Pd di esporre
personalità tanto autorevoli in un’amministrazione dal destino ormai segnato. Il contrordine
è repentino. Nessuna nuova giunta: «Tassone deve rassegnare le sue dimissioni
irrevocabili», comunica Esposito, «è la migliore decisione possibile », frutto solo «di una
valutazione politica, il livello di illegalità diffusa non consente un’inversione di tendenza».
Dunque si va a elezioni. Toccherà ora al sindaco Marino nominare il commissario che
porterà “il mare di Roma” al voto. Chi? Probabilmente Alfonso Sabella, assessore
capitolino alla Legalità. Professione, manco a dirlo: pm antimafia.
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Del 26/03/2015, pag. VIII RM
Zingaretti e il caso Venafro “La Regione non è
corrotta” Al vaglio le gare di 4 giunte
MAURO FAVALE
«DA PARTE mia non c’è nessuna sottovalutazione del rischio. Però, alla prova dei fatti, se
parliamo di corruzione, mi sento di dire che la struttura ha tenuto». Gioca sulla difensiva,
Nicola Zingaretti, e non potrebbe essere altrimenti. Quando il governatore prende la parola
nell’”Acquario” della Pisana sono trascorsi esattamente due anni dal suo primo discorso in
quell’aula. Era il 25 marzo 2013 quando entrò in Consiglio da neo governatore per la
seduta di insediamento di un’Assemblea rinnovata al 90% che aveva il compito di far
dimenticare gli scandali Fiorito e Maruccio.
Allora la parola «corruzione» venne pronunciata una sola volta nel suo discorso. Stavolta,
il giorno dopo le dimissioni del suo capo di gabinetto Maurizio Venafro, nel dibattito
richiesto a gran voce dalle opposizioni, risuona 12 volte, per lo più legata al prefisso “anti”,
che qualifica l’autorità di Raffaele Cantone, quella che ha preso per mano la Regione
Lazio per traghettarla nella realizzazione di alcuni bandi. Primo fra tutti proprio quello per il
Cup, il servizio di prenotazione delle prestazioni sanitarie, sul quale Mafia capitale aveva
messo gli occhi. Un bando sospeso da Zingaretti a dicembre, 3 giorni dopo i primi arresti
ma che ha comunque messo nei guai l’ormai ex braccio destro del governatore, indagato
per turbativa d’asta. «Ha ribadito anche a me di aver fornito tutti i chiarimenti richiesti,
sottolineando la sua totale estraneità dei fatti», sottolina uno Zingaretti anche
emotivamente colpito dalla vicenda. Più di una volta incespica nelle parole mentre precisa
che «il dottor Venafro non fa e non ha mai fatto parte di nessuna commissione di
assegnazione di gara e nel ruolo da lui ricoperto fino a ieri non aveva poteri e competenze
sulla nomina di membri di commissioni di gara».
I pm, dal poco che se ne sa, gli contestano invece le pressioni che avrebbe fatto (non si sa
se su indicazioni di qualcun altro) sulla direttrice della Centrale unica degli acquisti,
Elisabetta Longo, per nominare nella commissione aggiudicatrice della gara Angelo
Scozzafava, dirigente capitolino, indagato a sua volta per Mafia capitale. Un’inchiesta che,
finora, aveva solo lambito la Regione, con due consiglieri indagati, Luca Gramazio, di
Forza Italia, ed Eugenio Patanè, del Pd. Ci sono entrambi sui banchi della Pisana ad
ascoltare il governatore quando dice che «essere oggetto di accertamenti non vuol dire
colpevolezza ma neanche coinvolgimento sicuro o automatico in un successivo periodo
processuale». O quando ricorda che «da maggio 2013, delle 18 gare per un importo di
circa 3 miliardi, nessuna è stata aggiudicata a società attualmente sottoposte a indagine».
O, ancora, quando rivendica di aver «ceduto una parte di sovranità per condividere, nel
nome della trasparenza con l’Autorithy, percorsi di assegnazione di gare». Ragionamenti
che non convincono l’opposizione. Gianluca Perilli, 5 Stelle, accusa: «Il re è nudo e lei è
l’unico a non accorgersene. Per questo chiediamo le sue dimissioni». Antonello
Aurigemma, per Forza Italia, chiede di «bloccare la macchina della Regione, per fare un
“tagliando” » che coinvolga Aula e commissioni. Francesco Storace, come al solito il più
battagliero, si chiede: «Venafro sarà il primo o l’ultimo indagato?». Poi, in un déjà-vu del
2012, dice: «Tre anni fa c’era lo stesso clima: se non prendete in mano questa cosa,
andiamo tutti a casa». La maggioranza, col capogruppo Marco Vincenzi, apre a una
«commissione trasparenza». Finisce con un voto bipartisan dell’Aula che chiede alla
giunta di consegnare alla Pisana non solo gli atti delle gare chiuse dell’attuale legislatura,
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ma anche delle tre precedenti, da Renata Polverini a Piero Marrazzo fino a Francesco
Storace.
Del 26/03/2015, pag. 36
Trent’anni fa le cosche mirarono al magistrato Carlo Palermo L’autobomba uccise
una donna e i suoi bambini. Ora la figlia più grande racconta quella tragedia
Margherita e il giudice sopravvissuti alla
mafia
ROBERTO SAVIANO
CIsono alcune storie che porto dentro, che percepisco come zavorra, come se mi
intasassero il respiro, eppure sono memoria necessaria, perché dimenticare
significherebbe perdersi. Quella zavorra e quel peso sono pilastro e la radice della mia
vita. Sono storie che tendono a essere dimenticate per istinto di conservazione; è come
dimenticare la guerra, lasciar perdere il dolore, far finta che tutto sia superato. E Sola con
te in un futuro aprile di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango) racconta una storia
da dimenticare, una storia preziosa. È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in
Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso
ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta
parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza
dalla casa della famiglia Asta.
Il giudice vive lì da appena una settimana, prima alloggiava all’interno di un aeroporto
militare, a Birgi, che aveva dovuto lasciare da un giorno all’altro proprio quando le minacce
contro di lui si erano fatte più concrete. La sua stanza, gli dissero, sarebbe servita al
ministro della Difesa Spadolini, in visita alla base. Si mise a cercare una nuova
sistemazione, ma nessuno voleva affittare la propria casa a una persona scortata e sotto
minaccia. L’unico posto che riuscì a trovare era in un complesso residenziale abitato solo
d’estate. C’era un giardino e finalmente avrebbe potuto tenere con sé i suoi cani, ma per
arrivare in tribunale doveva percorrere sempre la stessa strada, senza possibilità di variare
il percorso. Inoltre, per avere rapporti di buon vicinato era stata data disposizione alle auto
di scorta di non mettere in funzione le sirene. In quel contesto arriva l’ultima telefonata di
minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: «Dite al giudice che il regalo sta per
essergli recapitato». Carlo Palermo, la mattina del 2 aprile 1985 scende di casa alle 8 e
qualche minuto per andare al Tribunale di Trapani. Normalmente sale dal lato destro
dell’auto, ma quella mattina per fare in fretta il suo autista, Rosario Maggio, parcheggia
troppo vicino al muro. Quel giorno il giudice si accomoda dietro il sedile di guida. Prova a
bloccare lo sportello, ma la sicura non funziona. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la
macchina trova davanti a sé un’altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono
Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e
Giuseppe di 6 anni. Sta accompagnando i piccoli a scuola. L’autista del giudice aspetta il
momento giusto per iniziare il sorpasso; c’è un’altra auto ferma, parcheggiata vicino a un
muro di contenimento, che non ostacola la manovra. Le tre auto, per un unico istante, si
trovano perfettamente allineate. È in quel preciso momento che viene azionato il
detonatore. L’esplosione è devastante. Una bomba fatta di tritolo, T4, pentrite e Semtex,
un esplosivo militare utilizzato per potenziare l’innesco. (Vengono utilizzati candelotti di
brixia b5, lo stesso tipo di esplosivo del fallito attentato all’Addaura contro Giovanni
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Falcone e della strage avvenuta neanche quattro mesi prima, il 23 dicembre 1984, quella
del rapido 904). L’utilitaria fa scudo all’auto del sostituto procuratore che si ritrova
scaraventato fuori dalla macchina, in piedi, ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono
dilaniati la donna e i due bambini. Di loro restano pochi brandelli ritrovati poi a oltre cento
metri dal luogo dell’esplosione. In alto, su di un muro, una macchia rossa di sangue,
l’impronta terribile lasciata dal corpo di uno dei due bambini. Il botto è fortissimo, si sente
fino in città. Nunzio Asta, il marito di Barbara e padre dei due bambini, è ancora a casa in
quel momento. In quei giorni va a lavoro un po’ più tardi, ha avuto un intervento al cuore e
si sta ancora rimettendo. Sente il boato, pensa abbiano fatto esplodere una palazzina lì
vicino, va in giardino e vede la colonna di fumo. Esce per andare a prestare soccorso, ma
non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta
che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l’altra figlia di dieci anni, in quel
momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i
due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi, volevano indossare entrambi gli stessi
pantaloni, e per non fare tardi chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua
amica. I carabinieri arrivano in classe per contare i bambini presenti, è in questo modo che
si rendono conto che almeno lei è viva. Margherita e la sua famiglia con la mafia non
c’entravano niente. Per questo le parole pronunciate dal vescovo nell’omelia risuonano
incomprensibili alle sue orecchie di bambina. Parlano di una «mente perversa» e di una
«mano omicida», della «rabbia mafiosa» tornata a insanguinare le strade. Vorrebbe
chiederne il senso a suo padre, che le stringe la mano e non sa smettere di piangere, ma
ha solo dieci anni, e quella è una domanda troppo difficile da formulare. Sua madre,
Barbara Rizzo, e i suoi fratellini, Salvatore e Giuseppe, sono morti in un incidente. È
questo che le hanno detto, ma è successo tutto così in fretta, non ha avuto neanche il
tempo di fermarsi a pensare. Di chiedersi, ad esempio, che fine avessero fatto i loro corpi,
non le hanno permesso di vederli, di poterli salutare un’ultima volta. Le bare chiuse, sono
ora davanti a lei, al centro quella scura, di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto le
due più piccole, bianche, con i gigli. Margherita non può saperlo, ma lì dentro ol- tre ai loro
vestiti non c’è quasi niente. C’è una corona di fiori con la scritta Pertini, vista così da vicino
sembra immensa, e ce n’è un’altra del presidente del Consiglio Craxi. Ci sono i gonfaloni
del comune, fasce tricolori, e uomini delle forze dell’ordine ovunque.
Se ne rende conto solo adesso, Margherita, della folla che c’è nella cattedrale di Trapani.
Tanta gente per un funerale l’ha vista solo in televisione, ma quelle erano morti importanti:
celebrità, capi di Stato. Oggi, invece, sono tutti lì per sua madre e i suoi fratelli, persone
normali. Forse, pensa, è per i miei fratelli, erano così piccoli che tutti avranno voluto
partecipare al nostro dolore. Dopo i funerali, ritornando a casa, la macchina è costretta a
rallentare. È il luogo dove è successo l’incidente, la strada è stata riaperta da poche ore.
Margherita ha il tempo per guardare fuori dal finestrino: «C’è una buca enorme sull’asfalto,
sembra sia esploso un vulcano». In alto, troppo in alto, sul muro di una casa c’è una
macchia rossa. Margherita la vede appena, ma questa volta ha una domanda impossibile
da trattenere: «Papà, è sangue nostro questo?».
Margherita pensa per anni che la colpa sia del giudice, di Carlo Palermo. Ma crescendo
capisce che lui non c’entrava niente, che era stata la mafia a uccidere sua madre e i suoi
fratelli e a distruggere le loro vite. Lei e il giudice erano entrambi dei sopravvissuti, per loro
aveva deciso il destino. Non è stato facile per Margherita cercare «quel signore ». Ancor
meno facile per lui è stato lasciarsi trovare, provando a superare un terribile senso di
colpa. C’è un elemento su cui convergeranno le dichiarazioni dei pentiti: per uccidere
Carlo Palermo non c’era bisogno di un’autobomba. Palermo viveva in una villetta isolata,
gli era stata negata la vigilanza armata per mancanza di uomini e mezzi e la sera usciva
da solo per portare fuori i cani. Ma l’attentato doveva essere un ammonimento,
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spettacolarizzare la morte moltiplica la paura. È questo che hanno fatto (e fanno) le mafie
ben prima dei gruppi islamisti. Sola con te in un futuro aprile è un libro devastante e
assume in alcuni momenti il profilo di un manuale di sopravvivenza a un dolore impossibile
da contenere. La strada che ha trovato Margherita per sopravvivere al suo dolore è quella
di raccontare la propria storia, la storia di sua madre e dei suoi fratelli, vittime innocenti.
Trova un’immagine Margherita, per raccontare il modo in cui ha rimesso insieme i pezzi
della sua vita. È una tecnica giapponese, il kintsugi, che si usa per riparare i vasi di
ceramica che si sono rotti. Non si cerca di rincollare i pezzi nascondendo i segni della
lacerazione, ma anzi si esaltano, utilizzando una pasta d’oro. Il vaso, in questo modo,
diventa più prezioso. Quell’intreccio di linee dorate restituisce il mondo andato in frantumi
e nasce una nuova forma, più solida di quella che c’era prima.
del 26/03/15, pag. 15
PROTOCOLLO FARFALLA IL PENTITO
CUTOLO: “COSÌ INCONTRAI MORI”
IL CUGINO DEL BOSS DELLA NUOVA CAMORRA PARLA AI PM DI
PALERMO: “I SERVIZI SEGRETI E IL DAP MI CHIESERO DI FARE
L’ANTENNA NELLE CARCERI”. MA I MAGISTRATI NON SAPEVANO
Giuseppe Lo Bianco
Valeria Pacelli
Gli avrebbero chiesto di diventare una sorta di “antenna delle carceri” per informare in
tempo reale sulle nuove collaborazioni di detenuti mafiosi ristretti nei reparti “ad alta
sorveglianza” e a chiederglielo sarebbero stati i protagonisti degli incontri ai quali avrebbe
partecipato dal 2005: il generale Mario Mori, il dirigente del Dap Salvatore Leopardi e il
direttore del carcere Giacinto Siciliano. Sono le nuove rivelazioni del pentito camorrista
Antonio Cutolo (cugino del boss della Nuova Camorra, Raffaele Cutolo), su cui indagano i
pm antimafia di Palermo, che lo hanno interrogato alla fine del gennaio scorso. Cutolo, che
non sempre è risultato attendibile, aveva infatti già deposto nel processo del “Protocollo
Farfalla”, quell’accordo siglato nel 2004 che vincola il Dap e i Servizi alla segretezza sulle
notizie fornite dai mafiosi in carcere in cambio di un compenso, escludendo i magistrati dal
conoscere le nuove collaborazioni.
LE NUOVE RIVELAZIONI sono state acquisite in un verbale redatto il 26 gennaio scorso
dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal sostituto Roberto Tartaglia; una parte
sintetica di quel verbale è stato inviato alla Procura di Roma dove si è concluso proprio
nelle scorse settimane con la prescrizione il processo in primo grado nei confronti di
Salvatore Leopardi, capo dell’ufficio ispettivo del Dap, e Giacinto Siciliano, ex direttore del
carcere di Sulmona, accusati di falso e omissione per non aver avvertito l’autorità
giudiziaria competente (e cioè la Procura di Napoli) delle intenzioni di Cutolo di voler
collaborare con la Giustizia. Nelle motivazioni della sentenza che ha dichiarato la
prescrizione, i giudici della VI sezione del Tribunale di Roma spiegano: “Poiché nella
fattispecie concreta non emerge, in questa fase del giudizio, la prova evidente
dell’innocenza di ciascuno degli imputati, resta confermato che qui e ora deve essere
dichiarata la causa estintiva dei delitti che è stata individuata”. Questo processo aveva
infatti un ostacolo difficile da superare: quello del segreto di Stato posto sulla
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testimonianza di alcuni 007 che avrebbe potuto chiarire i rapporti tra i loro uffici, il Dap e i
pentiti. Tra le testimonianze vincolate dal segreto c’è quella del colonnello dell’Aisi (ex
Sisde) Raffaele Del Sole: il 7 marzo 2011 l’ex premier Silvio Berlusconi ha confermato il
segreto di Stato sulle informazioni che i magistrati volevano ottenere da Del Sole, che
quindi non ha mai risposto. La questione è stata sollevata in aula e il 24 novembre 2011,
la VI sezione del tribunale di Roma ha stabilito che il giudizio poteva “proseguire a
prescindere dalla legittimità del confermato segreto di Stato”.
MA IL CAPITOLO su quella definita la “gladio delle carceri” non è ancora chiuso.
L’inchiesta adesso è a Palermo dove i magistrati, che quest’anno hanno interrogato Cutolo
anche una seconda volta, stanno valutando l’attendibilità o meno del pentito che intanto a
Roma è indagato per falsa testimonianza. Secondo alcune indiscrezioni Cutolo avrebbe
raccontato ai pm siciliani di avere partecipato ad alcuni incontri, nel corso della fase
iniziale della sua collaborazione, con l’allora capo del Sisde Mori, il dirigente del Dap
Leopardi e il direttore della casa circondariale di Sulmona, oggi alla guida del carcere
Opera a Milano, Giacinto Siciliano. Dichiarazioni sulle quali è in corso la verifica con la
raccolta dei riscontri, che confermerebbero il ruolo anomalo affidato ad alcuni detenuti per
monitorarne altri, e in particolare l’intenzione di collaborare con la giustizia. L’esistenza di
questi incontri è stata però smentita dallo stesso Mori: “Il mio assistito – dice l’avvocato
Enzo Musco – non ha mai incontrato il pentito Cutolo”. ll verbale però è confluito
nell’inchiesta segretissima condotta dalla Procura sui misteri del Protocollo Farfalla,
trovato durante una perquisizione al Dap nel 2004. Nelle sei pagine di questo accordo
erano citati anche i nomi di otto boss detenuti al 41-bis, attentamente osservati, analizzati
e poi avvicinati con la proposta di diventare confidenti dei Servizi in cambio di denaro.
TRA QUESTI, ANCHE capimafia di spessore come Cristoforo Cannella, uno dei
componenti del commando di morte che agì in via D’Amelio, e per questo condannato
all’ergastolo, il boss di Trabia Salvatore Rinella, quello di Porta Nuova Vincenzo
Boccafusca, il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo, lo ‘ ndranghetista Angelo Antonio
Pelle, i camorristi Massimo Clemente e Antonio Angelino. Sul documento e sui rapporti
anomali tra uomini dello Stato (servizi e Dap) da un lato e detenuti dall’altro, si concentra
ora l’attenzione dei pm palermitani che indagano anche sulle rivelazioni di un altro pentito,
Sergio Flamia, originario di Bagheria, che ha ammesso di aver lavorato vent’anni al soldo
dei servizi, ricevendo 150 mila euro, e ammettendo di avere incontrato gli 007 in carcere
anche dopo aver avviato la propria collaborazione con la giustizia.
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RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
del 26/03/15, pag. 11
di Alessio Schiesari
Rom e neri, l’ossessione di Bitonci
Proibire i contenitori di volantini pubblicitari per azzerare lo spaccio, sequestrare l’incasso
alle prostitute per risolvere la tratta di schiave, scattare foto di chi beve una birra in piazza
per eradicare il degrado. Massimo Bitonci, dal luglio scorso primo sindaco leghista della
storia di Padova, ha una soluzione per tutto.
IL PRINCIPALE quotidiano cittadino, il Mattino di Padova, nell’edizione di domenica
scorsa racconta dei commercianti vicini alla stazione esasperati dai pusher? Tre giorni
dopo, il sindaco ha già pronta la soluzione. O, almeno, l’annuncio: apriremo una stazione
dei vigili urbani, ma solo quando troveremo un immobile. Intanto, “stiamo elaborando un
piano per eliminare da piazzale Stazione tutti i piccoli cestini porta-rifiuti e tutti i contenitori
di volantini pubblicitari, perché vengono utilizzati dagli spacciatori come nascondigli”. Il
giorno prima si era affacciato dal balcone del suo ufficio e aveva scattato, a uso facebook,
le foto di un importante blitz della polizia locale: due multe per consumo di alcolici in strada
e un fermo per il possesso di un coltello da cucina. Bitonci canta vittoria con un hashtag: #
Padovasicura. Disordine e immigrati, queste sono le due ossessioni di Bitonci. Già quando
era sindaco della vicina Cittadella finì indagato per l’ordinanza che negava la residenza
agli stranieri senza reddito minimo. Memorabile poi il provvedimento anti “vucumprà”,
quello che vietava “il transito con trasporto senza giustificato motivo di mercanzia in grandi
sacchi di plastica o grandi borse all’interno del centro storico”. Ma è da quando ha
conquistato la Dotta che il sindaco sceriffo non sta fermo un attimo. Prendete l’ordinanza
anti-ebola, la prima nel suo genere, poi replicata dai colleghi di partito: controlli medici
obbligatori per tutti gli immigrati siriani, ghanesi, somali ed eritrei. Nella sua proposta però,
tra i paesi a rischio, mancavano però Liberia, Guinea e Sierra Leone, ovvero gli unici
colpiti dalla pandemia.
BITONCI ricorda lo sceriffo Giancarlo Genti-lini, quello che a Treviso pensava di cacciare
gli immigrati irregolari togliendo le panchine dai parchi: è idealmente un suo allievo, ma ha
superato il maestro. Letteralmente. A novembre, oltre a eradicare gli odiosi scranni attiraimmigrati, raddoppia: ribaltando la consuetudine, vieta l’ingresso ai parchi agli adulti non
accompagnati da cani o bambini. A dicembre se la prende con Suor Lia, che gestisce una
mensa popolare: l’accusa è dare da mangiare anche agli spacciatori. Già tre mesi prima,
la compulsione di Bitonci per l’ordine traboccava nel primo regolamento presentato in
Comune. Vietato: lanciare uova e farina, girare con borsoni da venditori ambulanti,
chiedere l’elemosina nei parcheggi, fare il bucato in luogo pubblico, sdraiarsi o utilizzare in
modo improprio le panchine, appoggiare le bici ai pali della luce. Le due ruote, altra
ossessione. Le piste ciclabili in centro? “Promiscue, insicure e inutili”, stop ai lavori. Ma la
vera crociata di Bitonci è quella contro i rom. Appena insediato, azzera i contributi per la
scolarizzazione dei sinti. A ottobre promette: sgombereremo dodici campi. A novembre la
sua giunta chiede i danni morali a un gruppo di rom accusati di furto. E, anche nelle scorse
settimane, fa staccare gli allacciamenti elettrici a tutti i nomadi non in regola. Contro di loro
è tolleranza zero. E qualcuno perde la testa: a dicembre, viene spento un rogo doloso
contro il campo di via Bassette. Due mesi dopo si replica: in mezz’ora vengono attaccati
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con bombe molotov due diversi accampamenti. Dal sindaco stavolta né ordinanze né
hashtag, solo un laconico “attendiamo le indagini”.
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WELFARE E SOCIETA’
del 26/03/15, pag. 4
Per essere degni, ci vuole come minimo un
reddito
Roberto Ciccarelli
ROMA
Mancano 87 giorni, e 43 mila firme su change.org, per chiedere l’approvazione al
Parlamento una rapida discussione e approvazione di una legge sul «reddito minimo o di
cittadinanza». «Una misura necessaria, contro povertà e mafie» sostengono le
associazioni promotrici: Libera di Don Ciotti, il basic income network-italia e il Cilap. A
questa campagna ha aderito anche la Fiom di Landini. Per tutta la giornata di oggi è
previsto un «tweet-bombing» ai capigruppo di Camera e Senato, oltre che sul
pluribersagliato account twitter del presidente del Consiglio Matteo Renzi. I materiali della
campagna possono essere scaricati da questo sito web. Ad oggi le firme raccolte sono 57
mila. L’obiettivo è raggiungerne 100 mila in 100 giorni.
Malgrado le risoluzioni dell’Unione Europea abbiano incoraggiato dal 1992 a definire una
soglia di reddito minimo garantito, l’Italia (insieme alla Grecia) non ha una legge che
garantisca una protezione economica per chi è disoccupato, precario o in povertà. La
campagna «reddito per la dignità» sollecita uno dei Welfare più arretrati d’Europa a
recuperare 23 anni di ritardo e promuove una misura ispirata ad un principio consolidato: il
reddito minimo è stabilito almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro.
«Reddito minimo o di cittadinanza»
In parlamento esistono due proposte di legge presentate da Sinistra Ecologia e Libertà sul
«reddito minimo» (nata da una proposta di legge popolare) e dal Movimento 5 Stelle sul
«reddito di cittadinanza», oggi incardinate nella commissione Lavoro del Senato dove
sono in corso le audizioni. La campagna «Reddito per la dignità» propone mediazione
migliorativa tra proposte non proprio coincidenti: «Reddito minimo o di cittadinanza». In
tutta evidenza, si tratta di misure diverse: il reddito minimo è condizionato alla scelta di un
lavoro congruo, quello di cittadinanza è rivolto a tutti i residenti. Da precisare che la
proposta dei Cinque Stelle non corrisponde ad un «reddito di cittadinanza», ma è in realtà
un reddito minimo soggetto a limitazioni ispettive e lavoriste. Alla base di questo equivoco
c’è una confusione terminologica in cui tutto il sistema mediatico si è fatto trasportare in
modo acritico.
La proposta
La proposta di Libera, Bin e Cilap invoca un accordo sulla base di quattro principi: il
reddito dev’essere individuale, sufficiente, congruo rispetto alle competenze al reddito e al
lavoro precedente e riservato a tutti i residenti. La campagna propone inoltre un doppio
passo in avanti. Il reddito minimo non va considerato come una misura alternativa al
sussidio di disoccupazione (la «Naspi» o il «Dis-Coll» previsti dal Jobs Act) e, tanto meno,
un sussidio contro la povertà assoluta. Dev’essere invece considerato anche uno
strumento opposto a chi pensa che un reddito deve essere accettato in cambio di un
lavoro «purché sia». Sono elementi utili per prefigurare una riforma del Welfare in senso
universalistico, ben diversa da quella contenuta nel Jobs Act per il solo lavoro dipendente.
I costi
Il costo del reddito minimo sostenuto dalla campagna «Reddito per la dignità» varia tra i
15 ai 26 miliardi di euro. L’incertezza deriva anche dal fatto che nel nostro paese esistono
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misure frammentate e incoerenti che andrebbero semplificate e gradualmente accorpate.
Una buona parte di questi fondi potrebbero essere ricavati da una riduzione strutturale
delle spese militari, da una imposta sui grandi patrimoni e da una maggiore tassazione dei
giochi d’azzardo.
Ipotesi ormai di senso comune, nella società e in una larga porzione dell’opposizione
parlamentare, che non ha ancora trovato una sponda nel governo che ha preferito
l’erogazione a pioggia del bonus Irpef da 80 euro per il lavoro dipendente con un costo di
10 miliardi all’anno. Soldi che avrebbero potuto essere usati in maniera più efficace e
universale, senza cedere a tentazioni populistiche ed elettoralistiche come invece ha fatto
Renzi.
Da Avvenire del 26/03/15, pag. 11
L'azzardo corre sui social
Ma i ragazzi ora reagiscono
Marco Birolini
«Ci preoccupiamo di arginare le sale giochi nelle nostre città, ma non ci accorgiamo che
l’azzardo ha ormai invaso la Rete, il mondo in cui ormai tutti viviamo». Simone Feder,
psicologo e coordinatore del movimento NoSlot, indica il nuovo fronte della lotta contro la
ludopatia e anticipa una svolta, che avrà per protagonista proprio il mondo degli
adolescenti: a fine mese si svolgerà la prima 'guerriglia social', a colpi di slogan e simboli,
contro il proliferare dell’azzardo online.
Bastano pochi istanti, infatti, oggi per trasformare lo smartphone
in una slot machine, o per convertire Facebook in un casinò social
dove invitare gli amici a puntare a più non posso. Si inizia a giocare gratis, ma per ottenere
crediti ulteriori occorre mettere mano alla carta di credito. E si arriva al paradosso: si
pagano soldi veri per vincere denaro virtuale. Il fenomeno dei social casinò games, spinto
dalla possibilità di giocare anche sui dispositivi mobili, muove un giro d’affari planetario in
costante crescita. Secondo il sito Superdata, specializzato in analisi dei mercati digitali, il
settore ha generato ricavi per 2,9 miliardi di dollari nel 2013. Solo in Europa, il jackpot ha
raggiunto 661 milioni.
«Non si gioca più in solitudine, ma si invitano gli amici per organizzare sfide in tempo reale
– prosegue Feder –. Si pubblicano i punteggi, in modo da incentivare anche gli avversari a
impegnarsi per superare il record. Lo scopo è diffondere sempre più una cultura che ormai
tende a far coincidere il significato di gioco con quello di azzardo». Quasi un 'lavaggio del
cervello' che non risparmia i bambini, anzi inizia proprio da loro. «Basta cercare tra le
applicazioni degli smartphone per trovare più di quaranta slot machine virtuali dedicate ai
più piccoli – prosegue Feder –. Ci sono animaletti, personaggi dei cartoni, suoni e colori.
Invece del denaro, si vince l’immagine del lupetto da aggiungere alla collezione. In questo
modo il meccanismo dell’azzardo diviene un comportamento naturale. Stiamo allevando
potenziali gambler
(giocatori d’azzardo patologici, ndr) e non ce ne rendiamo conto. Occorre una maggior vigilanza dei genitori».
Giovani e giovanissimi sono le prede preferite dell’industria dell’azzardo, proprio perché
sono i clienti di domani. «Secondo una nostra recente ricerca, il 12% degli under 18 brucia
la paghetta in slot e scommesse. Una percentuale che sale al 29% nella fascia d’età tra i
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18 e i 19 anni. Se non si interviene, domani questi ragazzi butteranno lo stipendio nelle
sale giochi. Oggi sprecano già il loro tempo libero, danneggiando apprendimento e
relazioni sociali». Le sirene dell’azzardo che ammiccano da pc e smartphone ammaliano
anche gli adulti: ci sono più di 17mila app dedicate a slot, bingo e persino gratta & vinci da
tastiera. Un vero e proprio boom, se si considera che solo un anno fa erano poco più di
2mila.
Ma se il 'contagio' si allarga, iniziano a comparire in Rete anche gli antidoti. E, sorpresa,
sono proprio i giovani a diffonderli. «Quando andiamo nelle scuole a parlare del problema,
ci rendiamo conto che gli studenti hanno iniziato a prender consapevolezza dei danni
provocati dall’azzardo. Molti di loro li vivono sulla loro pelle, in famiglia. Almeno il 18% dice
di avere qualcuno in casa che gioca o scommette tutti i giorni. Perciò hanno capito che
bisogna agire. In alcuni istituti di Pavia e Milano sono stati realizzati spot contro l’azzardo
che vengono postati su Facebook».
Il 31 marzo scatterà un’azione di guerriglia social senza precedenti. Il
virtual event no slot inviterà a pubblicare o a condividere sulla propria bacheca
un’immagine, una frase, una vignetta o comunque un messaggio per dire no all’azzardo.
«L’iniziativa è partita dagli studenti – conclude Feder –. A dimostrazione che se si semina
tra i giovani qualcosa di buono poi cresce».
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DIRITTI CIVILI E LAICITA’
Del 26/03/2015, pag. 28
L’ANATEMA CONTRO LA TEORIA DI
GENERE
CHIARA SARACENO
ANCORA una volta, per voce del capo dell’episcopato italiano, il cardinale Bagnasco, la
Chiesa cattolica ha lanciato il proprio anatema contro la “teoria del genere” in quanto
promuoverebbe la confusione tra maschile e femminile dando vita, per ciò stesso, ad un
«transumano», ad una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, «privo di meta e di identità». È fin
troppo facile pensare che dietro a queste parole si celi innanzitutto la condanna di ogni
tentativo di normalizzare l’omosessualità come uno dei modi in cui uomini e donne
sperimentano la propria sessualità. Esse tuttavia rappresentano una visione dell’umanità
che ci riguarda, donne e uomini, a prescindere dall’orientamento sessuale. Si tratta di una
visione in cui la differenza sessuale diviene totalizzante, assorbe e spesso impedisce ogni
altra differenza, una forma di naturalizzazione priva di storia e riflessività che di fatto
ipostatizza non tanto le differenze sessuali, quanto il modo in cui, a partire da esse, si
sono costruiti rapporti e identità sociali e interi modelli organizzativi e culturali.
Proprio contro questa visione, sulla base di studi antropologici, storici, sociologici e
filosofici, alcune studiose femministe hanno proposto il concetto di genere, per indicare
quanto di costruzione sociale — per lo più entro rapporti di potere asimmetrici — ci fosse e
ci sia tuttora in ciò che viene definito maschile e femminile: nelle caratteristiche, capacità e
possibilità attribuite all’uno e all’altro sesso e alle regole che dovrebbero governare i
rapporti tra i due. Sono costrutti sociali così potenti da essere diventati, direbbe Durkheim,
“fatti sociali”, dati per scontati e utilizzati sia come modelli organizzativi in società e in
famiglia, sia come mappe mentali che guidano le scelte soggettive e danno perfino forma
ai desideri. Per questo può apparire “innaturale” che una donna non desideri avere figli o
che voglia avere sia figli che una carriera professionale, o che un uomo si dedichi più alla
cura dei figli che alla propria carriera, che uomini e donne vogliano scegliere le proprie
mete e avere identità meno rigide e polarizzate lungo il crinale della differenza sessuale. È
a motivo della potenza di quella visione pseudo-naturale che in alcune società le donne
sono considerate “naturalmente” esseri inferiori agli uomini, che questi possono usare e
controllare a piacimento. Se nelle società democratiche si è raggiunta una qualche misura
di uguaglianza tra uomini e donne è perché si è permesso a uomini e donne di sviluppare
le proprie capacità e interessi senza essere confinati nella propria, pur importante,
reciproca differenza sessuale ed insieme essere più liberi di vivere quella differenza. La
cultura, l’incessante opera di costruzione sociale che è la caratteristica del vivere umano,
è diventata più riflessiva anche su questo fondamentale aspetto dell’umanità, la differenza
sessuale, come univoco e immodificabile destino. Una conquista, non uno «sbaglio della
mente umana», secondo le parole di papa Bergoglio riprese da Bagnasco.
Anche l’orrore per l’omosessualità e l’assimilazione di questa al rifiuto della differenza
sessuale nascono da quella visione di una umanità stereotipicamente dicotomizzata. A chi
riduce l’identità delle persone prevalentemente, se non esclusivamente, al loro corpo
sessuato, l’omosessualità non appare solo una devianza sessuale che rompe la norma
dell’eterosessualità complementare. Appare anche un “innaturale” ibrido umano, in cui si
confondono maschile e femminile. Tutto sommato, è la vecchia concezione della
48
omosessualità come inversione sessuale, come il fare l’uomo in un corpo di donna e
viceversa. Per chi appiattisce le potenzialità e varietà degli esseri umani alla dicotomia
della differenza degli organi sessuali e dell’apparato genitale, l’omosessualità appare
mostruosa, letteralmente, sia sul piano della natura sia su quello sociale, come un
ippogrifo, o un uomo-cavallo. Ma altrettanto, se non mostruoso, pericoloso appare ogni
comportamento di uomini e donne che smentisce l’ovvietà degli stereotipi. Mentre agitano
lo spettro della «colonizzazione da parte di una teoria del genere che mira alla creazione
di un transumano», le parole di Bagnasco testimoniano il persistere di teorie e pratiche
che, in nome della natura, vogliono costringere uomini e donne nella corazza di ruoli e
destini rigidi e asimmetrici, riduttivi della ricchezza, varietà e potenzialità degli esseri
umani. Non è questo che vogliamo per noi stesse e per i nostri figli e figlie.
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BENI COMUNI/AMBIENTE
del 26/03/15, pag. 8
Gli ogm europei alla prova del Ttip
Luca Fazio
Usa-Ue. Su 600 incontri bilaterali per il nuovo trattato supersegreto, 500
si sono svolti alla presenza delle aziende del settore biotech. Obiettivo:
conquistare i mercati comunitari. Mentre negli States i consumatori
chiedono trasparenza
La nuova direttiva europea sugli Organismi geneticamente modificati (2015/412) è appena
stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea. A una prima lettura sembrerebbe una
norma in difesa della biodiversità e dell’agricoltura sostenibile poiché prevede la possibilità
per gli stati dell’Unione europea di vietare la coltivazione di Ogm. Anche i dati relativi al
2014 pubblicati dall’International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications
(Isaaa) non sono incoraggianti per le multinazionali biotech: con un ulteriore calo del tre
per cento la superficie coltivata a Ogm in Europa si è ridotta a 143.016 ettari di mais Bt
coltivati in 5 paesi su 28 (si coltiva in Spagna il 90% delle superficie totale). Il resto sono
briciole sparse tra Portogallo, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca. In Italia,
nell’immediato, non dovrebbero aprirsi scenari allarmanti: è in vigore un divieto
temporaneo che impedisce la coltivazione dell’unico Ogm autorizzato per la coltivazione in
Europa, il mais Mon810 di Monsanto.
Battaglia vinta? Tutt’altro. La nuova legge europea presenta alcune criticità. Una in
particolare. Il governo che volesse bandire gli Ogm dal suo territorio non potrà addurre
motivazioni che contrastano con la valutazione di impatto ambientale condotta dall’Efsa
(Autorità europea per la sicurezza alimentare). «Significa che i governi — spiega Federica
Ferrario di Greenpeace — non possono basare i bandi su specifici impatti ambientali o
evidenze di possibili danni da parte delle coltivazioni Ogm a livello nazionale nel caso in
cui questi rischi non siano stati presi in considerazione da parte della valutazione
dell’Efsa». Quindi i paesi non potranno utilizzare argomentazioni di carattere ambientale
per giustificare il divieto di coltivazione. Inoltre, la nuova direttiva rimette in moto l’attività
della Commissione europea sempre molto disponibile ad autorizzare nuovi Ogm (il primo
in esame è il mais 1507, inventato per resistere all’erbicida glufosinato che nel 2017 sarà
vietato in Europa per la sua tossicità). Ma anche di fronte a un Ogm buono autorizzato
dalla Ue e certificato dall’Efsa non sarebbe scongiurato il fattore di rischio più pericoloso
per coltivatori e consumatori: la contaminazione. Secondo uno studio di Greenpeace,
condotto con il gruppo di ricerca inglese GeneWatch e pubblicato dalla rivista International
journal of food contamination, dal 1997 al 2013 si sono verificati circa 400 casi di
contaminazione.
Ma la vera trappola che potrebbe vanificare un decennio di lotte condotte dagli
ambientalisti europei e stravolgere le regole della produzione del sistema agroalimentare
del vecchio continente — non solo per l’insidia Ogm — si chiama Transatlantic Trade and
Investment Partnership, meglio (s)conosciuto ai più con la sigla Ttip. Si tratta di un
accordo semi segreto per «facilitare» gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti.
L’obiettivo dichiarato è agevolare la circolazione delle merci armonizzando le diverse
normative che esistono in Europa e negli Stati Uniti. Cosa succederà per quanto riguarda
agricoltura e cibo? Il mistero è fitto. Le trattative febbrili. I catastrofisti ritengono che le
nuove regole del trattato favoriranno le aziende a stelle e strisce. Le conseguenze? Cibi
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Ogm difficilmente rintracciabili, maggior utilizzo di pesticidi, predominio dei grandi cartelli
agroindustriali, scarsa tutela dei prodotti tipici, etichettature e tracciabilità meno
approfondite e delocalizzazione della produzione alimentare dove costa meno. Non è la
“pistola fumante” ma poco ci manca: su quasi 600 incontri di consultazione realizzati dalla
Commissione europea — di cui ci sono pochi documenti in circolazione — circa 500 si
sono svolti alla presenza di potenti aziende del settore (sementi, allevamento e mangimi,
biotech, produttori di bevande e cibi).
Le trattative per il Ttip sono complicate. Si stanno confrontando due mondi diversi. Da una
parte ci sono gli Usa che tutelano il mercato e i loro prodotti e dall’altra c’è l’Europa che,
sulla carta, dovrebbe prediligere la tutela dei consumatori e la qualità dei prodotti. Lo
scontro è tra un paese con un sistema agricolo che punta sulla quantità e uno che sta sul
mercato grazie alla qualità della sua produzione. Un sistema a maglie larghe contro uno
con normative più rigide. Per le associazioni ambientaliste e dei consumatori l’esito è
scontato: «l’armonizzazione» delle leggi per l’Europa si tradurrà in una cessione di
sovranità in termini di sicurezza. Marco Zullo, parlamentare europeo del M5S
(commissione agricoltura) non ha dubbi. «La qualità dei cibi che arriveranno sulle nostre
tavole è a rischio — ha spiegato — perché perderemo la tutela derivante dalle
informazioni presenti sulle nostre etichette. Gli Usa non hanno un sistema di etichettatura
ferreo come quello europeo e non hanno certo intenzione di introdurlo con il Ttip. In
Europa le procedure di controllo per ottenere un’autorizzazione sulla sicurezza alimentare
sono più complesse. Negli Usa sono permesse sostanze vietate in Europa, come cereali
Ogm, antibiotici, carne derivata da animali clonati e sostanze chimiche. In nome del libero
mercato tutte queste informazioni non saranno a nostra disposizione nelle etichette postTtip».
Questo è vero in particolare quando si parla di Ogm. Mentre in Europa, nonostante i
tentativi delle lobby, esiste un quadro giuridico che si basa sul principio di precauzione
(procedure rigide per l’autorizzazione ampia valutazione del rischio, consultazione
pubblica obbligatoria), negli Stati Uniti gli Ogm non devono essere sottoposti ad
autorizzazione. Non esiste nemmeno un registro pubblico degli Ogm autorizzati. Per non
parlare della trasparenza. In Europa, dove non esiste un solo prodotto Ogm destinato
all’alimentazione umana, è obbligatorio segnalare sull’etichetta una quantità
geneticamente modificata superiore allo 0,9 per cento. Negli Stati Uniti, invece,
l’etichettatura è volontaria. Ma anche nella patria di Monsanto&Co. i consumatori
cominciano a chiedere più trasparenza: lo stato del Vermont ha deciso che dal luglio 2016
sarà obbligatorio segnalare una quantità di Ogm superiore allo 0,9%, una legge che è
stata impugnata da una potente associazione che raggruppa produttori e distributori
alimentari.
La consapevolezza del rischio per il settore agro alimentare dell’Europa è documenta
anche da uno studio specifico realizzato per il Parlamento europeo dalla Direzione
generale delle politiche interne. Secondo il dossier, «se il commercio fosse liberalizzato
senza una convergenza normativa, i produttori europei potrebbero subire gli effetti negativi
della concorrenza in alcuni settori… Questo è particolarmente rilevante per quanto
riguarda i vincoli dell’Ue in merito all’uso degli Ogm, dei pesticidi e alle misure di sicurezza
alimentare nel settore della carne».
Il gioco d’azzardo degli americani non è un mistero per nessuno. «Nei negoziati relativi al
Ttip — si legge nel dossier — una facilitazione nell’approvazione e nel commercio degli
Ogm è un’importante richiesta dei coltivatori e delle imprese statunitensi. Essi sono
sostenuti dalle autorità Usa, che lamentano la lentezza e le poche autorizzazioni alla
vendita e al commercio di organismi geneticamente modificati. Il governo americano,
inoltre, ritiene che l’etichettatura obbligatoria degli Ogm discrimini ingiustamente questi
51
prodotti». Come se ne esce? Secondo Dan Mullaney, uno dei negoziatori statunitensi per
il Ttip, dovrebbe essere la scienza a fare da arbitro: «Se l’Unione europea ha un processo
scientifico per le biotecnologie, questo deve essere seguito», ecco il suggerimento. Quindi,
«le decisioni in materia di sicurezza alimentare dovrebbero essere basate sulla scienza e
sulla valutazione d’impatto». Traduzione: che decida l’Autorità europea per la sicurezza
alimentare (l’Efsa) e che gli stati europei facciano un passo indietro davanti a un parere
scientifico favorevole all’introduzione di un Ogm sul mercato. Che si siano già accorti delle
criticità (o trappole) della nuova direttiva europea?
Da Avvenire del 26/03/15, pag. 10
Prevenzione zero: ecco l'Italia che frana
Antonio Maria Mira
Negli ultimi cinque anni sono stati spesi 1,5 miliardi per le emergenze idrogeologiche
(frane, alluvioni, nubifragi) mentre per mitigare il rischio ne sono stati stanziati 2. Ma solo il
10% è stato speso per lavori conclusi. Lo denuncia la Corte dei Conti nella relazione sui
"Piani strategici nazionali e Programmi di interventi urgenti per la riduzione del rischio
idrogeologico del Ministero dell’Ambiente". Numeri che, sottolineano i magistrati contabili,
confermano «che la politica di tutela del territorio continua a destinare ancora la gran parte
delle risorse disponibil
i, che restano comunque scarse, all’emergenza, anziché ad una effettiva opera di
prevenzione». Ma anche queste scarse risorse non vengono spese o lo si fa molto
lentamente. Partiamo dagli interventi più vecchi, quelli previsti dalla programmazione
1998-2008. Alla data del 3 marzo 2015, a fronte di un finanziamento complessivo di 2.373
milioni di euro (per 3.188 interventi) sono conclusi 2.664 interventi per un importo
complessivo di 1.742 milioni.
Risultano, invece, in esecuzione 370 interventi per un importo di 402 milioni e ancora in
progettazione 149 lavori per 222 milioni, mentre sono ancora da avviare 5 interventi per un
importo di 6 milioni. Ma il dato più preoccupante è che ben il 27% degli interventi, in
termini finanziari, non risulta ancora concluso. Per alcune Regioni va poi ancora peggio.
La Corte segnala, infatti, che in Calabria, Campania, Molise, Sardegna, Sicilia e Toscana
si arriva al 30 mentre il Veneto va oltre il 50. Per quanto riguarda, invece, gli Accordi di
programma 2010 risulta che a fronte di un finanziamento complessivo di 2.117 milioni (per
1.621 interventi), sono conclusi 317 interventi per un importo complessivo di 200 milioni.
Risultano, invece, in esecuzione 608 interventi per un importo di 787 milioni e ancora in
progettazione 489 lavori per 766 milioni, mentre sono ancora da avviare 207 interventi per
un importo di 364 milioni.
Oltre il 53% degli interventi, in termini di risorse finanziarie assegnate, è ancora da avviare
o in progettazione, mentre la quota dei lavori conclusi, sempre in termini di risorse
finanziarie, è pari soltanto al 9,47. E anche qui le differenze territoriali sono notevoli. Il Sud
registra una quota di quasi il 58% di interventi ancora da avviare o in fase di progettazione
mentre al Centro-Nord si arriva a poco più del 48%. E arriviamo all’89,76 in Campania,
88,10 in Friuli-Venezia Giulia, 86,05 in Calabria.
«I ritardi – denuncia la Corte – sono in parte anche conseguenza di un non efficiente
sistema di controllo e monitoraggio, che non ha prodotto i risultati attesi». Ma soprattutto,
insistono i magistrati, «la programmazione delle risorse non si iscrive in un disegno
strategico di opere strutturali, ma risulta frammentata in una molteplicità di interventi ». E
52
anche la nomina di commissari straordinari delegati «non si è rivelata efficace» e «solo in
limitati casi ha prodotto risultati sufficientemente coerenti con i presupposti di urgenza».
Quattro le indicazioni della Corte: superare una politica centrata sull’emergenza; ridefinire
la governance degli interventi; riorganizzare il sistema di controllo e monitoraggio;
proseguire l’azione di impulso alla funzione di indirizzo e coordinamento del Presidente del
Consiglio, in particolare con la Struttura di missione che «costituisce una prima risposta da
parte del Governo alla necessità di imprimere un’accelerazione nell’attuazione degli
interventi ». Infine valutare «l’opportunità di escludere dai vincoli del patto di stabilità
interno le spese » di comuni e regioni per la messa in sicurezza.
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INFORMAZIONE
del 26/03/15, pag. 1
Il manifesto all’asta
Norma Rangeri
Care lettrici, cari lettori, il momento storico per la cooperativa è finalmente arrivato:
sfogliando il giornale di oggi troverete l’annuncio del bando di vendita della nostra testata.
I Liquidatori, nominati dal Ministero per lo Sviluppo economico, hanno finalmente reso
pubbliche le modalità e la somma richiesta per acquistare il manifesto. La pubblicazione
del bando è il passaggio fondamentale per completare, speriamo positivamente, l’ultima
parte di un cammino iniziato ormai tre anni fa con la chiusura della vecchia cooperativa e
la nascita della nostra nuova impresa.
Una liquidazione, e poi l’asta di un bene, possono essere momenti poco importanti. Nel
caso nostro è l’esatto contrario perché rappresentano la vendita di una storia, del tempo e
del cuore messi in campo da generazioni di donne e uomini in difesa di un «bene
comune», di un patrimonio di esperienze individuali dentro un patrimonio collettivo.
Perciò dire che l’asta è un momento delicato, entusiasmante, difficile, è forse perfino
riduttivo.
Comunque tutte le battaglie, tutti gli ostacoli affrontati e superati per arrivare
all’appuntamento, ora verranno sottoposti alla prova finale: l’ultimo salto per oltrepassare
l’ostacolo. Insieme a voi, in questi due anni di vita della nuova cooperativa, abbiamo
lavorato per un solo obiettivo: tornare a essere padroni di noi stessi.
E per raggiungere questa meta abbiamo camminato su un doppio binario: tenere in vita e
in buona salute il manifesto e, contemporaneamente, attivare una campagna di
finanziamento. Essere ogni giorno in edicola «per la causa» (della sinistra italiana), e nello
stesso tempo, dare una solida casa e un futuro a un’informazione libera e autonoma,
mantenere aperto e allargare ancora di più uno spazio intellettuale e politico. Restando
fedeli alla forma che da quarantaquattro anni rappresenta una felice anomalia italiana: una
testata nazionale gestita da una cooperativa pura, trasparente.
Ma autonomia e indipendenza si pagano. E noi stiamo pagando salato: 26 mila euro al
mese (mille euro ogni giorno che usciamo) per l’affitto della testata. Così da due anni. Fate
i calcoli di quanto abbiamo dato e ancora daremo ai Liquidatori. Oltre la metà
dell’esorbitante richiesta del bando d’asta.
Abbiamo accettato queste condizioni proibitive per avere in cambio un contratto
decennale, sottoscritto all’inizio di questa nuova avventura.
Non avevamo possibilità di scelta, anche se noi, come i nostri interlocutori, sappiamo che
si tratta di un affitto iperbolico, senza alcun riscontro di mercato. Come è iperbolica e fuori
da ogni reale rapporto di valore la cifra di un milione e 757mila euro come prezzo di
vendita del bando d’asta.
Se non avessimo accettato la mannaia dei 26 mila euro al mese il manifesto sarebbe
uscito dalle edicole forse per sempre, il suo valore sarebbe crollato e la testata sarebbe
stata preda degli affaristi del settore, merce low-cost in quel traffico di testate in cui sono
specializzati finanzieri di ogni risma.
Qui occorre un chiarimento, doveroso nei confronti di tutti e in particolare delle lettrici e dei
lettori: semmai si presentassero all’asta una o più persone con offerte milionarie per
comprare il nostro giornale, è bene sapere che gli eventuali futuri proprietari dovranno
convivere per lunghi anni con questa redazione e questo vivace collettivo di lavoro.
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L’ultima volta che scrivevo per informarvi sullo stato del manifesto era proprio l’ultimo
giorno dell’anno, il 31 dicembre 2014. Vi ringraziavo per la generosità con cui avevate
aderito alla campagna di donazioni, mettendoci oggi nelle condizioni di fare una congrua
offerta al momento della vendita. Ma al tempo stesso davo anche conto dello stallo, delle
procedure ministeriali che andavano a rilento, del bando di vendita che non arrivava e dei
liquidatori che non avrebbero rispettato la scadenza di fine anno, come concordato proprio
in una riunione di tutte le parti avvenuta addirittura nel luglio del 2014 negli uffici del
Ministero.
Questo incomprensibile ritardo ci ha molto danneggiato per il peso dell’affitto, un macigno
da trascinare ogni giorno sulle nostre spalle per scalare una montagna senza mai poterne
vedere la vetta. Perché il tempo è denaro che esce dalle nostre casse per entrare in quelle
della Liquidazione. E siccome passeranno altri mesi prima della conclusione delle
procedure d’asta, è bene sapere che se vogliamo arrivare all’atto finale dobbiamo
affrontare i «tempi» (gli affitti) supplementari.
Per corrispondere all’impegnativa fase che ci attende e compensare la mensile emorragia
di risorse che ci viene richiesta, metteremo in campo iniziative speciali, lungo il percorso
informativo/culturale/storico avviato con i numeri speciali a venti euro. Che hanno ottenuto
un grande successo, nonostante l’impegno economico fuori del comune.
Queste iniziative editoriali ci permetteranno di affrontare meglio gli appuntamenti con il
nostro futuro. E non solo da un punto di vista economico.
Perché la vostra partecipazione ci dà anche una grande forza di «spirito». La percezione,
anzi la certezza, di sapere che siamo «circondati» da una comunità di donne e di uomini,
che ci segue, ci sostiene, ci critica, ci vuole bene, è il nostro pane quotidiano.
E tutto questo non potrà mai essere messo in discussione da un’asta al «miglior
offerente».
del 26/03/15, pag. 5
di Tommaso Rodano
Il Pd riapre l’Unità lasciando i giornalisti con
le case pignorate
LA VECCHIA SOCIETÀ NON HA PAGATO LE CONDANNE PER
DIFFAMAZIONE: SONO CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO
Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità è pronta a tornare in
edicola. Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già dalla data simbolica del 25 aprile. La
notizia era attesa dal 1 ° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le
pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Un’ottima notizia per il
pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una
parte dei lavoratori del giornale. L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il
Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei
giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia
redazione, insieme a quattro poligrafici.
L’INTESA è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei
giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso
“preoccupazione per le modalità che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la
55
vecchia società di Matteo Fago, ndr) e l’Unità di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel
comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non
chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’organico, sulle mansioni, sul
taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità “.
L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo
il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata
completamente ignorata nell’intesa con Veneziani. Quella dei direttori e dei giornalisti che
hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società Nie. Le regole,
a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità come altrove, prevedono che se ne faccia
carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato
preventivo, e non ha pagato. Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino.
Drammatico per loro ma anche per la libertà di informazione, specie se si considera che le
testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando
singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale. Alcune
condanne sono già esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali
giudiziari in casa. Letteralmente. Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti
correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così
lontana, sarà la vendita all’asta degli immobili. Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la
loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte
centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un
milione.
IL CDR de l’Unità, impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non
si è occupato granché di questa vicenda. Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente
Veneziani. Il nuovo proprietario, già editore di riviste di gossip come Stope Vero, ha il 60
per cento e sarà affiancato dal Gruppo Pessina (35 %) e dalla Fondazione Eyu del Partito
democratico (per il restante 5 per cento). Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota
significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa
(Fnsi). Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio
sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe.
Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha
aperto il nuovo corso de l’Unità. A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del
giornale di Gramsci. Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto
completamente escluso dall’accordo. La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi
di solidarietà per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in
questione.
del 26/03/15, pag. 5
di Salvatore Cannavò
Dal cane Gunther al bracco, ora tocca al
compagno Veneziani
C’è sempre un cane nei destini dell ’ Unità. Prima, al tempo dell ’ Unità di Renato Soru, si
trattava del cane più ricco del mondo, il pastore tedesco Gunther, proprietario del Gunther
Reform Holding amministrato da Maurizio Mian. Nel tempo l’alleanza tra Mian e Matteo
Fago è saltata fino alla messa in liquidazione della società. Quello attuale è anch’esso un
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cane di ottima razza, un bracco italiano, molto elegante, intelligente, affabile. È di Guido
Veneziani, e gira liberamente per gli ampi uffici del nuovo magnate dei media che sta per
rilevare l’Unità dopo un accordo sindacale che garantirà a 25 giornalisti (su circa 60) di
rientrare al lavoro. Il cane di Veneziani non avrà voce in capitolo negli affari del padrone e
non è intestatario di nulla. Rappresenta una vera e propria mascotte aziendale ostentata
con orgoglio dal suo proprietario che, con la vicenda del quotidiano di Gramsci, si è messo
in testa di occupare il suo posto al sole nel panorama editoriale italiano.
VENEZIANI è un cinquantenne torinese (ma nato a Reggio Calabria) che, dice chi lo ha
conosciuto, è simile a un altro editore rampante, Umberto Cairo. Con lui ha lavorato nel
1996, lasciandolo dopo qualche anno per mettersi in proprio. Prima di Cairo ha cercato di
rilevare La 7, senza riuscirci. Come Cairo nasce nel mondo della pubblicità, si mette in
proprio, fonda un periodico dopo l’altro, si allarga alla tv fino a cercare la ribalta nazionale
con il rapporto organico con il Pd di Matteo Renzi. Un imprenditore aitante, tatuato, molto
sicuro di sé, pronto alla battuta. La sua Spa ha una Porsche e una Aston Martin. Se hai un
appuntamento con lui all’ora di pranzo, dal sesto piano degli uffici di via della Chiusa a
Milano, dietro l’elegante San Lorenzo, si sale al settimo dove c’è un tavolo apparecchiato
con uno chef personale che cucina a vista. L’impero editoriale è formato da una fitta
schiera di periodici super-popolari: Vero, Stop, Top, Vero Casa, Vero Salute, Vero Cucina,
Rakam. Dal 2013 c’è anche Vero Tv, investimento significativo per sbarcare sul canale 55
del digitale ma finora con poco successo. Il volume di affari si aggira sui 180 milioni e la
plancia di comando sta nella Guido Veneziani Spa che controlla le società sottostanti. Tra
queste ci sarà l’Unità srl, dove verranno ospitati con piccole quote anche la Pessina
costruzioni e la società costituita dal Pd Eyu (al 5 %). “La mia Unità dovrà parlare agli
elettori del Pd e non ai suoi iscritti” è la frase con cui ha conquistato Matteo Renzi e che
ripete ai suoi interlocutori. Il progetto, ancora in mente dei, dovrebbe prevedere un
giornale dedicato alla politica e all’economia ma con un ampia sezione Life Style, dal
contenuto più leggero, come quello ispirato dal giubbotto renziano esibito da Maria De
Filippi. Nomi che circolano per la direzione (ma senza alcuna conferma) quello di Gaia
Tortora, (conduttrice Tg 7) e di Maria Teresa Meli, (Corriere della Sera). Con Renzi
Veneziani condivide anche l’approccio ai sindacati. Da editore non è affiliato alla Fieg, la
federazione degli editori e preferisce avere rapporti solo con i sindacati aziendali, come ha
dimostrato anche all ’ Unità. Su questo fronte, però, non vanta grandi successi. Dopo aver
acquisito le tipografie di Rotoalba ha licenziato anche due sindacalisti, poi reintegrati e ha
avuto più scontri con i dipendenti che lamentavano il tardato pagamento degli stipendi.
Alla fine del 2014 la Rotoalba è stata messa in concordato preventivo e i sindacati si
augurano che questo possa tutelare le loro spettanze. Se questi sono problemi noti, più
recente è invece la “costituzione in mora e la diffida ad adempiere” inviata alla Guido
Veneziani Srl, controllata dalla casa madre, per la riscossione di due crediti vantati dalla
Photomasi Srl e dalla Twinam Group rispettivamente di 40 e 33 mila euro per fatture non
pagate. La stessa Unità Srl non comincia bene. Tra i soci, infatti, come riportato dal fattoquotidiano. it, c’è la Investimenti e sviluppo, tra i cui soci c’era il finanziere Corrado Coen,
arrestato a novembre per aggiotaggio in un’inchiesta della procura di Milano sul crac della
Norman 95. “Rapporto scomodo”, ha commentato lo stesso Veneziani che ha definito
“ingenuo” aver accettato l’offerta “molto generosa fatta da Coen per il 5 % della sua
società. Ma Veneziani sembra tutto fuorché ingenuo.
57
Del 26/03/2015, pag. 26
La riforma di Viale Mazzini. Potrebbe approdare in Consiglio già domani il Ddl che
prevede un cda a 7 membri e un «ad forte», ma non è escluso un rinvio
Rai, il premier cerca l’intesa per ridurre i
rischi al Senato
Il Governo vuol raggiungere l’intesa all’interno del Pd prima di approvare il disegno di
legge sulla governance Rai. Il testo dovrebbe essere discusso dal prossimo Consiglio dei
ministri, con ogni probabilità convocato per domani, anche se non vi è alcuna
comunicazione in tal senso. Per l’approvazione del disegno di legge non è del tutto da
escludere un rinvio. Il problema è rappresentato dall’iter parlamentare e dai relativi tempi,
perché si partirà dal Senato.
Il testo non dovrebbe discostarsi da quanto anticipato da Matteo Renzi dopo l’ultimo
Consiglio dei ministri. Una Rai spa, guidata dal Codice civile, con un consiglio di
amministrazione di sette membri, quattro dei quali nominati dal Parlamento e due
dall’azionista (il Tesoro, ndr), di cui uno diverrebbe un amministratore delegato con ampi
poteri. Il settimo consigliere sarebbe nominato dai dipendenti Rai; difficilmente sarà un
giornalista; più probabilmente un dirigente o un tecnico. La Vigilanza resterebbe, con
compiti di indirizzo e controllo.
Un testo che difficilmente potrà trovare i voti delle opposizioni, anche se Forza Italia non è
contraria alla nomina parlamentare per la maggioranza del Cda; l’amministratore delegato
nominato dall’azionista, quindi dal Governo, però, difficilmente potrà essere accettato da
Fi. Il?Pd potrebbe conquistare due dei quattro consiglieri nominati dal?Parlamento, che
avrebbero così la maggioranza votando insieme ai due designati dall’azionista.
Il Movimento5Stelle continua a cercare un’intesa con la maggioranza per una Rai libera
dai condizionamenti politici, ma la sua proposta di legge, primo firmatario il presidente
della Vigilanza, Roberto Fico, appare lontana dal progetto di Renzi, non solo per la
previsione del sorteggio tra i curricula presentati, per area di competenza e per il suo
affidamento all’Agcom, organismo che ha compiti di controllo sulla stessa Rai. Il progetto
della Lega Nord, primo firmatario Davide Caparini, oltre alla vendita del 49% della Rai ai
privati, prevede sì un Cda a sette membri, come quello del Governo, nessuno dei quali,
però, designato dall’azionista; e solo tre su sette dalle commissioni parlamentari
competenti in materia di telecomunicazioni e cultura. Tutti i componenti non dovranno aver
ricoperto cariche politiche di alcun tipo negli ultimi dieci anni. In più la Lega vuol abolire la
commissione di Vigilanza e affidare all’Agcom il controllo sul servizio pubblico.
Difficile trovare sponde anche a sinistra, per il Governo: la proposta di legge CivatiFratoianni, ricalcata sulla proposta “La Rai ai cittadini” elaborata da Move On, insieme ad
altre associazioni ed esperti indipendenti. Una proposta di governance “duale”, con un
Consiglio per le garanzie del Servizio pubblico di 21 membri, che nomina, con voto limitato
a tre preferenze, il Cda della Rai, di cinque membri selezionati dopo avviso pubblico. Il
Consiglio assorbe le competenze della Vigilanza, che viene abolita.
Il Pd, che ha escluso la proposta di una governance duale, insomma, dovrà essere
compatto. La discussione si riflette nelle incertezze sui tempi di approvazione del disegno
di legge. Si teme l’eventualità che, nell’iter parlamentare, il progetto del governo possa
venir insabbiato al Senato, magari per integrarlo con altri progetti. Come quello, in
particolare, presentato dal senatore socialista Enrico Buemi, che contiene differenze
significative rispetto a quello dell'esecutivo. Prevede la costituzione di una Fondazione di
diritto pubblico alla quale affidare la nomina del Cda della Rai e il suo controllo. Il testo
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Buemi dispone il trasferimento gratuito del 99,56% delle azioni Rai, in mano al Tesoro, alla
Fondazione Rai, sganciata dal controllo governativo previsto dal Codice Civile, che
nomina il Cda. Anche nel progetto di Michele Anzaldi, Pd, l’unico presentato prima della
minaccia del decreto da parte dell’esecutivo, il Consiglio di Rai spa è nominato da quello
della Fondazione Rai e nomina al suo interno un amministratore delegato.
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CULTURA E SPETTACOLO
Del 26/03/2015, pag. 43
Giù le mani private dai Beni culturali
Ma l’alternativa è una fragile utopia
L’ impegno che caratterizza lo storico d’arte e critico militante Tomaso Montanari lo porta
nel suo ultimo j’accuse ( Privati del patrimonio , Einaudi, pp. 166, e 12) a fissare in un
episodio del ‘600 il mito fondativo del rapporto che dovremmo stringere con i Beni culturali.
È l’episodio dei contadini della Val Brembana che rifiutarono di cedere quadri in cambio di
fieno durante una carestia. È un archetipo condivisibile, come lo è l’idea che sia il
«patrimonio a farci nazione non per via di sangue, ma per via di cultura» (dal che deriva
che intendiamo restare una nazione, senza cedere quote di sovranità). Condivisibili sono
molte altre affermazioni del pamphlet-j’accuse di Montanari: «Non è accettabile la
mercificazione ad ogni costo», «c’è da chiedersi se sia giusto andare verso un continuo
aumento della dimensione commerciale dei musei» così come, aggiungiamo, verso una
dimensione virtuale delle mostre. Inoltre, se il fine della trasmissione del patrimonio è la
conoscenza, «lo Stato non deve prestare qualsiasi opera pubblica a qualunque mostra»,
«non deve riconoscere abnormi contropartite in cambio di sponsorizzazioni» o «adattarsi a
fare il maggiordomo in fondazioni di cui è il massimo contribuente» o «consentire a uno
stilista di disporre di un ponte di Firenze come sala da pranzo».
Tutte queste considerazioni definiscono il perimetro di un alto ideale che trova casa nel
«migliore dei mondi possibili». Ma un ministro dei Beni culturali e gli operatori di settore di
un Paese che sta svendendo aziende, lavoro... possono davvero operare tenendo conto di
tutte queste indicazioni? È difficile; inoltre credo che nel settore della tutela dei Beni non
sia più tempo per pensare teorie o sovrapporre ideologie, perché l’unica via è quella del
pragmatismo nelle regole (da cambiare), è il primum vivere per salvare i moribondi mutilati
di un teatro di guerra. Anche se tagliassimo una parte di spese militari davvero pensiamo
che in un Paese con duemila miliardi di debito il ricavato andrebbe interamente ai Beni
culturali? E gli anziani? Gli ospedali? Le politiche d’integrazione? Le energie alternative? Il
dissesto idrogeologico? In queste condizioni continuare a declinare che sia tutela che
gestione debbano essere esercitate esclusivamente dallo Stato, e tutto il resto sia un atto
di Submission alla odiosa finanza globale, diventa una predicazione sotto le bombe.
Accompagnata dalla stesura di una lista di proscrizione verso coloro che hanno parlato,
almeno una volta nella vita, di Beni culturali come «petrolio nazionale». L’elenco inizia con
Craxi e Berlusconi, passa da Veltroni per arrivare a Renzi, transitando per giornalisti o
studiosi diventati, per Montanari, «accoliti del culto privatistico», ovvero adepti di una
religione del male contro la quale combattono gli illuminati del bene. Certo, se la
premessa è che il capitalismo sia male e ogni gesto privato nasconda un bieco interesse,
ogni proposta è sospetta. Forse, filosoficamente è vero che ogni umano gesto attenda una
ricompensa, ma allora che facciamo delle fondazioni private che funzionano? E del non
profit? Dei donatori? Del crowdfunding? È tempo di agire in un sistema di rinnovate regole:
i beni non si sfruttano, con i beni non si mangia, ma si mantengono. Caro privato, non ti do
un ricco museo lasciando a me onerosi siti archeologici! Se vuoi il primo devi farti carico
dei secondi. E se vuoi usare fuori orario un bene per uso privato e consono, ti chiedo molti
soldi in favore della conservazione degli altri beni. Certo, se poeticamente abitasse l’uomo
sulla terra (Heidegger) uno Stato efficiente e giusto si curerebbe di ogni bene. Ma non è
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stagione per il dottor Pangloss: in un secolo il mondo è passato da uno a sette miliardi di
abitanti, l’Europa ha perso il dominio economico e dilaga una religione del mercato che
non può essere abbattuta partendo dalle nostre venerabili ruine.
Del 26/03/2015, pag. 1-30
Dopo la cacciata del capo del comitato di Oslo che assegna il
riconoscimento più controverso, viaggio tra i luoghi e gli uomini
dell’istituzione che premiò in passato Luther King e Mandela Ora colpita
da veleni e da sospetti di un intrigo internazionale con la Cina
Il Nobel senza pace
ANDREA TARQUINI
DA OLTRE un secolo, è onore, e più ancora difesa e scudo, dei più coraggiosi eroi della
dignità umana: anche per le dittature più spietate, arrestare o perseguitare chi lo riceve è a
volte imbarazzante. Ma eccolo diventato luogo di scontro e di veleni. Come in un bel libro
giallo della letteratura scandinava dei nostri giorni, fazioni opposte si contendono il diritto
di definirne autonomia, prestigio, legittimità. E ombre del potere si stagliano, minacciose
secondo alcuni, come limiti della sua libertà. Poteri nazionali di una democrazia matura
come la Norvegia, e superpotenze autocratiche e spregiudicate quali la Repubblica
popolare cinese, o la Russia di Putin. Sì, parliamo proprio di lui: il premio Nobel per la
pace, il più prestigioso dei riconoscimenti che Alfred Nobel lasciò in eredità al mondo per
espiare la sua colpa di aver inventato un’arma sterminatrice delle guerre moderne, la
dinamite. Giallo, guerra di veleni, confronto duro tra diplomazie, e chi sa come finirà
l’avventura. «Quel che è appena accaduto è una prima volta, ecco in breve i fatti. Per la
prima volta dal 1901, da quando il premio esiste, è accaduto che un capo del Comitato
norvegese per il Nobel per la pace è stato costretto a lasciare l’incarico contro la sua
volontà». Il sole invernale scalda appena il luminoso bel centro di Oslo, mentre ascolto
Asle Sveen, il grande storico del Nobel e massima voce critica. «E parliamo di Thorbjoern
Jagland, un politico laburista di spicco, ex ministro, ex premier, ora attivo a livello europeo
a Strasburgo, insomma non d’un personaggio qualunque ». Poltrone di nomina politica, da
sempre, quindi vulnerabili sebbene non condannate per forza a ogni cambio di
maggioranza. Nel bel paese dei fiordi la destra conservatrice ha sconfitto in libere elezioni
i laburisti. Al posto di Jagland, i conservatori hanno voluto la signora Kaci Kullmann Five,
statista di tutto rispetto. Ma nel clima dei veleni, tra il palazzo reale spettatore infastidito, lo
Storting (Parlamento) e la bella palazzina neoclassica al civico 51 di Henrik Ibsen Gata,
sede del Norwegian Nobel Committee, gli sconfitti hanno parlato di segnali alla Cina, che
dopo il Nobel a Liu Xiaobo aveva congelato ogni rapporto con Oslo.
«Eh no, andiamoci cauti con le accuse», mi dice Olav Njoelstad, direttore dell’Istituto per il
Nobel, la massima autorità amministrativa, nel suo austero ufficio stracolmo di bei libri
antichi al secondo piano di Henrik Ibsen Gata, «la signora Kullmann Five sedeva nel
comitato che, guidato da Jagland, scelse Liu, e lei sostenne la decisione a spada tratta ».
È anche vero, ma il clima non si rasserena. «Cosa sia realmente accaduto nel Comitato
non lo sapremo mai», nota Sveen, e aggiunge suspence al Nobel-thrilling di fine inverno.
«Forse i partiti di destra in maggioranza hanno voluto uno di loro, è legittimo. E l’integrità
di Kullmann Five è insospettabile. All’opposizione, lei guidò la Commissione parlamentare
per il Tibet. Ma vede, caro amico, una cosa è all’opposizione, altro è governare: il ministro
degli Esteri conservatore ha rifiutato di ricevere il Dalai Lama, incoronato col Nobel proprio
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da noi, e ha definito prioritario un disgelo con la Cina. Ecco dove nascono i boatos di
attacchi all’indipendenza ». Qualsiasi motivazione abbia mosso la nuova maggioranza di
Oslo, a Pechino non basta per nulla. Inutile, osserva la Confindustria norvegese, sperare
in un disgelo che sarebbe prezioso per la pur floridissima economia. «Tanti leader del
Comitato prima di Jagland rimasero in carica, anche avendo una maggioranza contro »,
nota Sveen. E allora, quanto è serio il colpo alla credibilità del premio che difese Martin
Luther King, Lech Walesa e Nelson Mandela dagli oppressori? «Al tempo, Liu Xiaobo
scelto anche dalla destra è stata una sfida alla Cina, consapevoli che il nostro export ne
avrebbe risentito in nome di valori costitutivi». Decenni di storia, attraverso le tragedie del
mondo in cui viviamo, scorrono in flashback veloci. Polemiche e attacchi investirono il
Norwegian Nobel Committee già negli anni Trenta, quando scelse il grande antinazista
Carl von Ossietzky, poi assassinato in un lager: a qualcuno non piaceva turbare
l’appeasement verso Hitler. «Allora lo Storting decise che nessun ministro poteva sedere
nel Committee. Era il 1937, poi la Wehrmacht invase. E la Norvegia si divise tra il
movimento partigiano fedele al re esule a Londra e i collaborazionisti di Quisling. Scelte
controverse compromettono tutti, osserva Sveen: il Nobel a Obama fu visto da molti come
frettoloso omaggio a un presidente che comunque conduce guerre, ma al contrario del
Dalai Lama Obama fu ricevuto qui, anche come detentore del premio. Sul Nobel all’Unione
europea, hanno sparato a zero alcuni illustri premiati, da Mairead Maguire a Desmond
Tutu, ad Adolfo Perez Esquivel. È tempo di tornare ai valori originari, al testamento di
Alfred Nobel, dice l’appello lanciato da The Nobel Price Watch e firmato da politici e
intellettuali di tutto il mondo. «Però attenzione», incalza Nyoelstad, «sarà la natura dei
media ma è singolare che i grandi giornali che attaccarono la scelta di Jagland come golpe
laburista oggi criticano la sua sostituzione ». Verità amare, sembrano suggerirmi i miei due
Virgilio virtuali nella capitale della pace. Che governino sinistre democratiche o destre
democratiche, la fedeltà ai valori con cui il Nobel difese il padre e conciliatore del nuovo
Sudafrica, un coraggioso elettricista di Danzica, una bella lady birmana indomita di fronte
a generali spietati, uno scienziato atomico disgustato dal gulag e una straordinaria
ragazza pakistana, nel mondo d’oggi ha in ogni istante fianchi scoperti. «Eppure sono
ottimista per le scelte future, anche i conservatori nel Committee hanno interiorizzato
orgoglio d’indipendenza», sorride Asle Sveen. «La maggioranza delle scelte sono
destinate a essere controverse, e sono quelle che media e pubblico ricordano più a lungo.
Eppure il nostro Nobel, per conservare un ruolo nel mondo dei mille conflitti, deve restare
controverso, scudo ai perseguitati, riconoscimento a chi rischia come Rabin o Sadat che
poi finirono assassinati, o incoraggiamento a chi inizia come Obama, o come l’Europa
unita, addio a secoli di guerre soprattutto tra Germania e Francia». Ottimismo della
volontà, ribattono qui i media, ricordando l’onnipotenza crescente e spregiudicata della
Cina pigliatutto: il premio non sposa partiti, ma difendendo valori vuole essere politico,
dicono a Henrik Ibsen Gata. Vedremo, dicono i nostri duellanti gentiluomini, chi sarà
premiato in questo 2015 martoriato da atrocità e aggressioni, dall’Is alle guerre ibride
russe. «Certo», conclude Sveen, «l’obiettività assoluta non esiste, ma ho le mie speranze:
sarebbe bello scegliere Novaja Gazeta, l’organo d’informazione che sfida Putin». Non è
impossibile, fa capire Njoelstad. Vedremo, sarà il test decisivo per lo scudo degli eroi del
nostro tempo.
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del 26/03/15, pag. 10
Quei passaggi che segnano la transizione
verso il futuro
Mauro Ravarino
Meeting. Da ieri a Torino incontri, workshop e mostre sui "Passaggi" del
presente
Le trasformazioni socio-economiche, le grandi migrazioni, i tempi accelerati della vita
quotidiana. Sono alcuni dei «passaggi» ai quali è dedicata la quarta edizione di Biennale
Democrazia, la manifestazione presieduta da Gustavo Zagrebelsky in programma a Torino
dal ieri al 29 marzo. L’obiettivo è fotografare il presente nell’atto della transizione –
appunto i «passaggi», tema della rassegna – per tornare a credere nel futuro.
Nei cinque giorni dell’evento si daranno appuntamento nel capoluogo piemontese 128
ospiti che discuteranno di come ogni «passaggio dischiuda orizzonti e apra molteplici
possibilità»: dalla crisi economica alle capacità previsionali dei Big Data, dalle riforme che
il nostro Paese deve affrontare alle scoperte della scienza, dalle mutazioni climatiche alle
rivoluzioni del mondo del lavoro. Nella giornata inaugurale Claudio Magris terrà una lectio
magistralis al Teatro Regio intitolata «L’Europa della cultura». «La cultura – sottolinea
Zagrebelsky — è chiamata in causa nella sua funzione più profonda, per comprendere,
dare un senso e offrire prospettive di convivenza».
Uno speciale percorso sarà dedicato ai «Grandi Discorsi della Liberazione»: Winston
Churchill commentato da Adrian Lyttelton e letto da Umberto Orsini; pagine di Primo Levi a
cura di Fabio Levi e interpretate da Fausto Paravidino; e infine Giuseppe Cederna darà
voce alle lettere di Vittorio Foa, con un’introduzione di Carlo Ginzburg. Tra gli
appuntamenti, il 26 marzo per i «discorsi della Biennale», Moni Ovadia interverrà al Teatro
Carignano su «Il principio della dignità, fondamento della democrazia». Il 27 workshop con
Marco Revelli e Beppe Rosso al Circolo dei Lettori su «Le conseguenze del lavoro». Il 28
marzo si svolgerà alla aula magna della Cavallerizza Reale il dibattito «Democrazia e diritti
negati», con i sociologi Colin Crouch, Donatella Della Porta e Saskia Sassen. Rifletteranno
su come il neoliberismo, con il privilegio accordato al libero mercato, abbia portato a una
continua erosione di diritti civili, politici e sociali. Sempre sabato, al Carignano, è in
programma il dialogo tra Luciano Canfora e Antonio Gnoli «L’Europa e Il mondo. Panta
Rei». Domenica, 29 marzo, tavola rotonda, al Circolo dei Lettori, su «Le tre guerre della
resistenza» con gli storici David Bidussa, Guido Crainz, Giovanni De Luna, Mariuccia
Salvati e Franco Sbarberi.
del 26/03/15, pag. 12
Memoria e identità perdute in Israele
Giovanna Branca
Intervista. Shira Geffen ha presentato in anteprima a Sguardi Altrove
«Self Made», la sua opera seconda, nella sezione dedicata alle
prospettive femminili in Medio Oriente
Michal Kayam è una famosa artista israeliana, che si prepara alla biennale di Venezia con
un’opera scioccante ed ancora segreta; Nadine invece è una ragazza palestinese tutti i
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giorni costretta ad attraversare il check point per andare a lavorare da Ikea, da cui verrà
licenziata perché proprio Michal chiama l’azienda per lamentare la mancanza di una vite
dal nuovo letto che ha ordinato. Self Made, opera seconda di Shira Geffen – già regista
con il marito Etgar Keret di Jellyfish, vincitore a Cannes della Camera D’Or nel 2007 –
inizia con una sequenza in cui Michal cade dal letto, che si è rotto, e dopo aver salutato il
marito in partenza per una missione di lavoro ordina un nuovo letto dalla nota azienda
svedese. Cadendo ha sbattuto la testa e questo evento le ha fatto perdere
progressivamente la memoria, pretesto con il quale il film scivola in una dimensione
sempre più surreale nel seguire le vicende delle due protagoniste, diversissime tra loro ma
ugualmente sperdute, e destinate a scambiarsi le reciproche identità quando si
incontreranno al check point. Nadine vive nel suo mondo, desidera tantissimo un figlio ma
l’uomo che le piace vorrebbe fare di lei un’attentatrice suicida. Michal invece scopre che
l’opera scioccante che voleva esporre alla biennale era il suo stesso utero, che in un gesto
di rifiuto della maternità si era fatta rimuovere. Nel seguire queste due donne, Shira Geffen
si interroga in primo luogo sull’identità femminile e sul paradossale intreccio di desiderio di
maternità e di autodistruzione, ma ritrae una condizione profondamente politica, in cui un
confine separa due mondi vicinissimi e distanti allo stesso tempo, che si incontrano solo
nell’anonimato delle sale sterminate di Ikea.
Self Made, uscito l’anno scorso, è stato proposto ieri in anteprima italiana allo Sguardi
altrove Film Festival, nella sezione dedicata alle prospettive femminili sul Medio Oriente.
Il film è incentrato su un surreale scambio di identità tra due persone, che da un lato
ci mostra qualcosa di molto privato – due tipi di femminilità – e dall’altro qualcosa di
molto politico: i due lati del confine.
Credo che il tema principale sia l’identità, mentre l’aspetto politico rimane più sullo sfondo.
Ma io sono una persona che si occupa di politica, per cui per me era molto importante dire
ciò che penso, dal momento in cui ho scelto di vivere in un posto complesso come Israele.
Una decina di anni fa ho letto un’intervista a una giovane donna palestinese di Betlemme;
l’esercito israeliano aveva ucciso il suo fidanzato e l’avevano convinta a fare un attentato
suicida. L’hanno mandata insieme ad un ragazzo di sedici anni a farsi esplodere in un
centro commerciale, in cui ha visto tutte le persone che facevano shopping e mangiavano
il gelato. Ha raccontato che la cosa che avrebbe voluto fare istintivamente sarebbe stata di
unirsi a loro, andare a fare shopping. Così ho pensato subito a lei con la cintura esplosiva,
che probabilmente la faceva sembrare una donna incinta, che va in un negozio a
comprarsi un abito premaman. E continuavo a pensarci costantemente: al momento in cui
vuoi morire e a quello in cui vuoi vivere, e quando esattamente scatta il cambiamento. Per
cui ho iniziato a fare ricerche, e sono stata a Ramallah a casa della prima attentatrice
suicida. Avevo paura di quale sarebbe stata la reazione della madre, ma poi nel momento
in cui questa anziana signora mi ha vista mi ha abbracciata, mi sono sentita come sua
figlia, e tutto si è confuso nella mia testa. Questo è il seme da cui è nato Self Made.
In questa indagine dell’identità femminile uno dei tratti principali è che il desiderio
di maternità è collegato anche a un impulso di morte. Non solo a causa del possibile
attentato ma anche per via del rifiuto di Michal per l’idea di poter mai avere un figlio.
La connessione è già in me stessa: ho messo al mondo un figlio e mi chiedo sempre in
che genere di posto l’ho fatto nascere, ma credo anche che quando si dà alla luce un’altra
persona si muoia sempre un po’. È una questione che ha molti aspetti: io stessa non
volevo un figlio finché non ho incontrato mio marito, e lui mi ha dato la sicurezza
necessaria per farlo.
Le recenti elezioni in Israele hanno visto nuovamente la vittoria della destra di
Benjamin Netanyahu.
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È un argomento per me molto doloroso. Credo che Bibi Netanyahu spaventi le persone e
per questo motivo lo votano. E la sinistra, di cui faccio parte, si ritrova impotente. Mio
padre, Yehonatan Geffen, è un giornalista e un comico, anche lui fortemente di sinistra, e
il giorno dopo le elezioni ha detto dal palco che tutte le persone che hanno votato per Bibi
hanno votato anche per la prossima guerra, in cui di nuovo moriranno dei bambini. Più
tardi un uomo è andato a casa sua, ha bussato alla sua porta e quando mio padre – un
uomo solo di 67 anni – ha aperto, l’ha attaccato e picchiato. Da noi non si può parlare
della guerra: noi israeliani siamo come la protagonista del mio film, non abbiamo memoria,
abbiamo perso tanti figli in guerre stupide, abbiamo ucciso tanti palestinesi. Ma per cosa?
Tra un anno ci sarà la stessa identica guerra.
Oltre alla perdita della memoria, anche il tema dell’identità si può leggere attraverso
l’attualità di Israele, un paese in cui ha prevalso la linea di una destra che vorrebbe
farne un paese solo ebraico…
Il governo di estrema destra che ci troviamo adesso cova l’idea di rendere Israele il paese
degli ebrei, ignorando che metà della popolazione è araba e che abbiamo portato via la
terra dei palestinesi. Ecco credo — come artista — che sia giusto dire che ci sono altre
opinioni nel paese di persone che vogliono la pace. Se guardi la CNN sei portato a
pensare che tutti gli israeliani siano come Bibi Netanyahu, mentre ci sono tanti ebrei come
me, che vogliono un futuro migliore per i loro figli.
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ECONOMIA E LAVORO
Del 26/03/2015, pag. 49
Jobs act. La dote per le stabilizzazioni nel
2015 è stata incrementata di 45-50 milioni Chance-stabilizzazione per 36mila collaboratori
Si sblocca il riordino dei contratti
Forse già oggi la «bollinatura» del testo da inviare alle Camere per i pareri
ROMA
Verso lo sblocco del Dlgs sul riordino dei contratti, il terzo decreto attuativo del Jobs act. Si
arricchisce di 45-50 milioni la “dote” per la copertura economica delle trasformazioni dei
contratti di collaborazione in contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Questo
incremento di risorse dovrebbe servire per la stabilizzazione di circa 36mila collaboratori,
prodotta ai sensi dell’articolo 47 del Dlgs. Dovrebbero essere superati, in questo modo, i
rilievi mossi dalla Ragioneria che, secondo fonti ufficiose, oggi stesso potrebbe “bollinare”
il decreto approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri dello scorso 20 febbraio,
rimasto da oltre un mese in stand by, in attesa di essere trasmesso alle commissioni
parlamentari competenti per i pareri.
Ma facciamo un passo indietro. La legge di stabilità ha stanziato le coperture stimando
1,886 miliardi di minori entrate nel 2015 come effetto degli incentivi fiscali (decontribuzione
fino a 8.060 euro, taglio del costo del lavoro dalla base imponibile Irap) destinati alle
imprese che quest’anno assumono con contratti a tempo indeterminato. Nella relazione
tecnica si fa riferimento complessivamente a 1 milione di lavoratori, di questi 363mila
avrebbero continuato ad essere occupati con un contratto diverso, si tratta quindi di
trasformazioni a tempo indeterminato. Fin qui la legge di stabilità. La Ragioneria, tuttavia,
di fronte al nuovo Dlgs ha sollevato obiezioni di copertura. Cosa prevede lo schema di
decreto? Dal 1° gennaio 2016 si considera lavoro subordinato ogni forma di collaborazione
che si concretizza in prestazione personale, continuativa, di contenuto ripetitivo, con
modalità esecutive organizzate dal committente (con riferimento a tempi e luoghi di
lavoro). Lo stesso Dlgs, tuttavia, prevede che vengano confermate le collaborazioni
oggetto di accordi collettivi stipulati dalle confederazioni sindacali più rappresentative a
livello nazionale; le prestazioni di professioni intellettuali che richiedono l’iscrizione all’albo
professionale; le prestazioni di componenti di organi di amministrazione e controllo delle
società; per attività sportive in associazioni dilettantistiche. Quanto al pubblico impiego, il
Dlgs stabilisce che la norma non si applica ai dipendenti pubblici fino al 1° gennaio 2017. Il
rilievo mosso dalla Ragioneria parte dalla considerazione che su un collaboratore iscritto
alla gestione separata grava un’aliquota contributiva del 30,72% o del 27,72% (a seconda
si tratti di collaboratori e figure assimilate o liberi professionisti), ma se viene assunto con
contratto a tempo indeterminato scatta la decontribuzione (fino a 8.060 euro), con una
perdita di gettito per l’Erario. I tecnici di palazzo Chigi e del ministero del Lavoro hanno
obiettato che in molti casi si avranno trasformazioni di collaboratori in contratti a tempo
determinato che hanno un’aliquota contributiva più alta (34,4%), inoltre saranno
confermate le collaborazioni che corrispondono a prestazioni di lavoro autonomo. Ma
questa risposta non ha convinto i tecnici della Rgs. Martedì al tavolo tecnico si è
individuata una quota del 10%, pari appunto a 36mila collaboratori, per i quali potrebbe
scattare la trasformazione in lavoro subordinato nel 2015, in anticipo rispetto all scadenza
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del 1° gennaio 2016. E si è quantificata la copertura necessaria, attingendo al fondo
occupazione di complessivi 2,2 miliardi.
Una spinta alla stabilizzazione di collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, e
di titolari di partita Iva, quest’anno può arrivare anche dall’articolo 48 dello stesso Dlgs che
prevede una sanatoria per i datori di lavoro. L’assunzione a tempo indeterminato entro il
31 dicembre 2015 fa scattare, infatti, l’estinzione delle violazioni in materia di «obblighi
contributivi, assicurativi e fiscali connessi all’erronea qualificazione del rapporto di lavoro
pregresso», fatte salve le violazioni già accertate prima dell’assunzione. Tutto ciò a
condizione che il lavoratore sottoscriva un atto di conciliazione, e che il datore di lavoro si
impegni a non licenziare nei 12 mesi successivi (salvo che per giusta causa o per
giustificato motivo soggettivo)
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