di Daniele Garbuglia e Tommaso Soldini

Transcript

di Daniele Garbuglia e Tommaso Soldini
20
Voci
sabato 31 gennaio 2015
Piccolo sillabario
di Daniele Garbuglia e Tommaso Soldini
Due scrittori, uno italiano e l’altro svizzero,
un’amicizia che è un confronto continuo,
in presa diretta, sui motivi, gli ostacoli,
le sfide dello scrivere oggi. Un oggi
di continuo provocato da cambiamenti
geografici, conflitti, trionfo della tecnologia.
Un confronto che prosegue nelle voci di
questo ‘Piccolo Sillabario per Sarajevo’,
nato per la Settimana della lingua italiana
nel mondo, sotto la stella protettiva
e in onore dei Sillabari di Goffredo Parise,
immensa passione comune.
nea? Il naufragare cieco e indistinto nel mare
della conoscenza?
T come Traduzione
F come Fiera
Per lavoro e per passione mi è capitato di partecipare spesso a fiere dedicate ai libri. Ma un’immagine mi è rimasta in mente più di altre. Ero
andato per la prima volta a ‘Parole nel tempo’, la
Fiera della piccola editoria nella meravigliosa
cornice del Castello di Belgioioso, a Pavia nei
primi anni Novanta. Gli editori avevano esposto
i loro libri in semplici tavoli all’interno delle sale
affrescate del castello. Erano gli anni dello slogan ‘Piccolo è bello’, un inno all’editoria piccola e
indipendente (...). Ebbene, accanto a uno di questi tavoli, quello dell’editore Corraini, c’era un signore anziano, con i capelli bianchi e gli occhiali
rotondi, vestito in giacca e cravatta, elegantissimo, che appoggiava con delicatezza la mano sopra la spalla di una signora altrettanto distinta
ed elegante, seduta su una sedia di legno. Sembrava esserci tutto in quella mano appoggiata:
protezione, tenerezza, richiesta di un appoggio.
I due in silenzio guardavano incuriositi i visitatori che passavano, pronto lui a firmare una copia del benevolo lettore che avrebbe voluto acquistare il suo libro. Erano Bruno Munari, il
“Leonardo del Novecento”, come è stato definito,
e sua moglie.
N come Nazionale
In questo momento la nazionale svizzera di calcio è allenata da un nativo di Sarajevo, Vladimir
Petkovic. È una bella storia, la sua, almeno credo. Solo di rado mi interesso al calcio giocato.
Ma mi succede, per esempio quando mi accorgo
dell’esistenza di un artista del pallone, soprattutto quando quest’artista è anche un personaggio controverso, Maradona, Roberto Baggio, ultimamente anche Mario Balotelli. Se ne parla
così tanto e così male che alla fine mi sono affezionato a quel volto scuro e imbronciato, a quel
corpo scultoreo e globalizzato. Nel 2002 la squadra più importante del Canton Ticino (...) vive un
periodo tragico. Dopo aver sfiorato il titolo nella
stagione precedente, il presidente del club viene
trovato senza vita nella sua automobile di lusso
finita nel lago Ceresio. Si scoprì che per portare il
club a un livello competitivo aveva contratto debiti per 72 milioni di franchi. Si parlò di soldi che
passavano da un paradiso fiscale a un altro, di
riciclaggio, di evasione. Vennero fuori nomi altisonanti come Roberto Calvi, protagonista
anch’esso di un suicidio molto misterioso quanto esteticamente roboante, si parlò del Banco
Ambrosiano, dei legami con la Banca Vaticana.
Si parlò di giocatori pagati in nero, o di contributi sociali sospesi. Il calcio era diventato, secondo
alcuni, una specie di lavanderia a gettoni per le
attività più sporche (...). Fu in quel momento che
ci si accorse che uno strano personaggio, poliglotta e dotato di tre passaporti, Vlado Petkovic,
allenando dei giocatori dilettanti proponeva un
calcio divertente e vincente. I riflettori si accesero su di lui, su una persona carismatica e sensibile, ambiziosa e coraggiosa. Oggi allena la nazionale svizzera, e tutti sono contenti che uno
dei suoi passaporti sia rossocrociato. La sua è
una storia di fuga: da Sarajevo, dalla Jugoslavia,
che è potuta diventare una storia di successo. A
noi restano le domande scomode, le considerazioni tristi. Perché Petkovic è uno dei pochi bosniaci che campeggia trionfante sulle prime pagine dei giornali, perché le nazionalità e le nazioni sono spesso inaccettabile fonte di discordia. Perché è proprio vero che solo chi ha successo può essere cittadino del mondo.
Una parola tira l’altra
P come Poesia
Ho l’impressione che i nostri discorsi corrano il
rischio di infastidire un poeta francese del Novecento come Henry Michaux, che esprimeva qui
un suo pensiero tanto radicale quanto dal forte
risvolto politico: “Nella poesia, è preferibile aver
sentito il brivido che nasce dalla caduta di una
goccia d’acqua per terra, ed essere riusciti a comunicare questo brivido, piuttosto che esporre
il miglior programma di solidarietà sociale.
Questa goccia creerà nel lettore più spiritualità
di qualunque incoraggiamento a innalzare il
proprio cuore e più umanità di qualsiasi inno
umanitario”. H. Michaux, ‘L’Avenir de la Poésie’.
TI-PRESS
stro tempo. Non dico che si risolverebbe chissà
che cosa, però l’immagine mentale mi sembra
positiva. In secondo luogo danno un grande valore a chi questo romanzo lo deve scrivere. Quelle strane, così poco europee, scuole di scrittura,
per esempio, vanno secondo me criticate in
modo feroce, però sono anche un luogo in cui il
romanzo anche contemporaneo viene letto e discusso, amato e criticato, sono luoghi in cui si
cerca lo scrittore ma si creano anche i lettori. A
me pare che questo in Europa non succeda. In
Svizzera come in Italia i lettori tendono a diminuire, forse anche perché a scuola, per esempio,
la letteratura viene presentata come una specie
di scienza del bello e dello stile, che va analizzata, memorizzata e restituita al docente.
R come Romanzo
S come Schermo
Il 2014 è e sarà per me l’anno di ‘Infinite Jest’, la
burla infinita, romanzo poderoso di David Foster Wallace. Erano anni che ce l’avevo lì, sulla
scrivania, ad esercitare la sua carica ambigua,
tra desiderio di essere letto e rinuncia. A Natale
dell’anno scorso, però, la mia compagna mi ha
regalato la bella biografia di D.T. Max ‘Ogni storia
d’amore è una storia di fantasmi’, perciò, sull’onda di quella lettura, mi sono deciso e ho affrontato le 1’400 pagine di narrazione più 200 di note
d’autore. Da allora le sue parole mi aiutano a
complicare ancora di più le cose, sono quasi
pronto per esempio ad accettare che il 2020 si
chiamerà anno delle scarpe da ginnastica Nike,
o che la dipendenza da sostanze sarà a tutti i livelli l’unica maniera di sopportare la vita. Ma ho
anche capito che quando gli americani dicono o
cercano il romanzo del secolo, o il romanzo di
questo tempo, possono insegnarci due cose. Per
prima cosa ritagliano un ruolo importante alla
letteratura. E già mi immagino che cosa potrebbe succedere alla nostra Europa se qualcuno si
mettesse a parlare del romanzo europeo del no-
Una delle poesie italiane più conosciute è ‘L’infinito’ di Giacomo Leopardi: Sempre caro mi fu
quest’ermo colle, / e questa siepe, che da tanta
parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Che cos’è questa siepe? La siepe è qui uno schermo, che esclude lo sguardo, la possibilità di vedere lontano o forse di vedere tout court. E qual
è invece la natura dello schermo che abbiamo
davanti agli occhi tutti i giorni? Sia lo schermo
di un computer, di un tablet o un telefonino, a
quale regola ubbidisce? La poesia sembra suggerirci che la siepe-schermo ci impedisce il
guardo, la conoscenza. È come se la nostra esperienza conoscitiva si fermasse sì, allo schermo,
incapaci di andare oltre, schermati. La possibilità pressoché infinita di conoscenza che scaturisce dal web sembra, o rischia di, tramutarsi in
una non-conoscenza, che ci sfugge continuamente perché non attinge a quell’orizzonte lontano che solo sembra appartenere allo sguardo
che è capace di andare oltre. È questa in sintesi
la nostra esperienza conoscitiva contempora-
A Parigi, nel cimitero di Montparnasse, c’è la
tomba di Samuel Beckett. È una lastra di marmo
grigia, con il nome, il cognome, data di nascita e
di morte. In alto, sulla lastra, c’è il nome di sua
moglie, Suzanne Dechevaux-Dumesnil, morta
lo stesso anno del marito. (Sia detto tra parentesi, ma colpisce molto la singolarità di questa circostanza. L’autore dell’attesa, del nulla, dell’assurdo, sigilla la sua tomba con un noi, con una
relazione). L’altro punto su cui riflettere. Beckett
aveva iniziato a tradurre i propri lavori dall’inglese al francese, per poi passare a scrivere direttamente in francese. Scrive nella cosiddetta Lettera tedesca del 1937, in una specie di dichiarazione di poetica: “Per me sta diventando sempre
più difficile, perfino insensato, scrivere in un inglese ufficiale. E la mia lingua mi sembra sempre più un velo che occorre strappare per pervenire alle cose (o al Nulla) celate oltre di esso.
Grammatica e stile. A me sembrano diventati
inattuali come un costume da bagno vittoriano
o l’imperturbabilità di un vero gentiluomo. Una
maschera. Speriamo che venga il tempo, grazie
a Dio già giunto in alcune cerchie, in cui il linguaggio sarà usato al meglio laddove sarà maltrattato con la massima efficienza. Siccome non
possiamo eliminare d’un colpo solo il linguaggio, dovremmo almeno non tralasciare nulla
che possa contribuire a farlo cadere in discredito. Farvi un foro dopo l’altro finché incominci a
filtrare ciò che si cela oltre di esso, si tratti di
qualcosa o di nulla; per uno scrittore non posso
immaginare, oggi, una meta più alta.”
La strada esterna che attraversa il cimitero di
Montparnasse ha due muri. Su un lato un sofisticato dispositivo in acciaio, fatto di cavi e tiranti, sostiene la crescita della pianta rampicante
sul muro. Le piante e i giardini sono una magnifica ossessione per i parigini! Dall’altro lato della
strada, sotto un muro spoglio, una piccola comunità nomade, probabilmente di origine rom,
si ripara in tende piantate sul marciapiede, famiglie che mangiano sedute per terra o su sedute di fortuna. Appesi, a un ritmo di due, tre metri
l’uno dall’altro, vestiti colorati e di nessun valore
ad asciugare. Tutto ciò convive a pochi metri di
distanza, così come le lingue di questa Europa.
Z Ground Zero
Ground Zero è il nome di una rivista che è nata,
ha compiuto il suo ciclo, ed è morta tra il 2009 e
il 2013. Il nostro obiettivo è stato quello di osservare nel modo più crudo possibile la realtà che si
dipanava sotto i nostri occhi, per assolvere questo compito abbiamo coinvolto più di cento persone, tutte legate al Canton Ticino, e il maggior
numero di linguaggi possibile (...). Volevamo
scoprire insieme che cosa stesse accadendo al
Ticino contemporaneo a pochi anni dalla simbolica caduta delle Torri gemelle. È strano come
a volte le frasi che entrano nell’immaginario collettivo si stacchino dal puro resoconto della realtà per definirne una nuova, forse più esaustiva. Per noi le Twin Towers sono cadute oppure
sono state abbattute? E quello che sta succedendo in Occidente, ma anche nel minuscolo eppure fiscalmente paradisiaco Cantone Ticino, è
frutto di un attacco terroristico oppure della
supposta fine di un mondo? La disoccupazione
giovanile, i contratti a tempo determinato, le
agenzie di lavoro interinale, il moltiplicarsi delle
ore spese davanti a un computer, che liberano le
identità nascoste oppure incarcerano le persone. Tutto questo che cosa significa? Magari New
York e l’11 settembre non c’entrano niente, magari come al solito ci siamo lasciati irretire da un
simbolo per disegnare una mappa mentale del
mondo che verrà. Si deve allora essere d’accordo
con Julian Barnes, quando dice che la storia in
cui viviamo, quella che dovremmo conoscere
meglio, è proprio quella che ci sfugge più facilmente, si perde nelle sfumature, scava nell’indistinto, alla ricerca di una solidità, di una felicità
che, mi sento di aggiungere, oggi non sappiamo
più bene che cosa sia.
(seconda e ultima parte)