Racconti di viaggio

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Racconti di viaggio
RACCONTI DI VIAGGI IN ASIA
Franco Pizzi e Kristin Blancke
RACCONTI DI VIAGGIO
di
Franco Pizzi e Kristin Blancke
Una raccolta di resoconti di viaggio scritti da Kristin
Blancke e Franco Pizzi in seguito alle loro esperienze
come accompagnatori di viaggi di gruppo con turisti
italiani .
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Franco Pizzi, 1948, e Kristin Blancke, 1950, entrambi
studiosi e praticanti del buddhismo tibetano, vivono in
India da oltre 20 anni, dove organizzano viaggi,
accompagnano gruppi turistici in Asia, e traducono testi
dal tibetano.
http://www.viaggiinasia.com
Stampato in India, marzo 2011
Proprietà letteraria Franco Pizzi e Kristin Blancke
Email: [email protected];[email protected]
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“Alzati, vieni, affrettati: lasciamo la città ai mercanti, agli
avvocati,
ai prosseneti, agli usurai....agli imbroglioni, agli
incantatori, agli adulteri,
ai parassiti, ai fannulloni...Lasciali fare: non
appartengono alla nostra razza.
Lascia che i ricchi contino i loro denari servendosi in
questo dell’aiuto
della matematica. Invero, le ricchezze che vorrebbero
eterne se ne andranno.
Tutto ciò che li rende oggetto di ammirazione al volgo,
svanirà in un momento.
Vivono sotto il dominio della fortuna: quand’anche
questa li avrà risparmiati,
non li risparmierà la morte”
Francesco Petrarca, “De vita solitaria.”.
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INDICE
INDIA ............................................................................ 7
Beato te che vivi in India... ................................... 8
I Potenti del Kumba Mela a Ujjain................. 14
Dharamshala : festeggiamenti per Diwali 21
Feste invernali in Ladakh .................................. 25
Fuga d' amore nella valle di Nubra ............... 31
Kerala, "God's own country"- la terra di Dio:
una breve vacanza "benessere" al mare, con
massaggi ayurvedici ............................................. 36
Arunachal Pradesh e Nagaland:
Il Tirap, il paese di bambù... ............................. 45
Angoli d’India:
Mathura-Vrindavan-Goverdhan in Uttar
Pradesh;Deeg e Alwar in Rajasthan ............. 54
Alcuni commenti sul viaggio Orissa
Chhattisgarh ............................................................. 62
BHUTAN ....................................................................67
Il Bhutan in occasione della Festa di Paro
......................................................................................... 68
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NEPAL.........................................................................75
Una Gita nel Mustang Inferiore ...................... 76
TIBET .........................................................................86
Incontro con Drupön Dechen ................................ 87
Namtso: un luogo di potere. ............................. 92
Navigando sullo Tsangpo:
Nuovo viaggio in Tibet, nuovo viaggio sulle
gowa.............................................................................. 97
Di passagio nel Kham: sei cose che mi
hanno colpita . .......................................................107
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INDIA
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Beato te che vivi in India...
F.Pizzi, 2004
Con queste poche righe voglio rispondere a coloro che
mi scrivono dicendomi che stanchi dell’occidente in
preda al consumismo, guerre, corruzione etc
preferirebbero lasciare tutto e trasferirisi in India; in
India, dove la vita scorre lenta come le acque del Gange,
dove tutto è facile e la gente sorride sempre.
Non posso negare che anche io pensavo di trovare in
India le stesse cose vent'anni addietro, ma usando un
po’ di retorica “con la vecchiaia molti ideali lasciano un
terreno fertile alla visione cruda della realtà”.
In effetti si parte per l’India con una mente in subbuglio
piena di aspettative, e quando si arriva il subbuglio
diventa tempesta di emozioni e di pensieri, e alle volte
la mente vacilla.
Il "welcome" in questo fantastico, poliedrico paese è
dato dal caos, dai profumi, dalle puzze, dal colore dei
sari delle donne indiane; insomma da una quantità di
stimoli uditivi, olfattivi e visivi che non reggono il
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paragone con il nostro mondo troppo ordinato e quasi
“grigio” al cospetto.
Ma dopo qualche giorno ci si accorge che non tutto è
poi cosi gioioso come si pensava.
Prendiamo ad esempio il caos. Questa sensazione di
novità-divertimento di trovarsi in “mezzo a loro” si
attenua lasciandoci un tantino perplessi e preoccupati
quando dobbiamo attraversare la strada: non è chiaro
quando e dove attraversare senza essere travolti, non
necessariamente da una macchina, potrebbe anche
essere da una semplice bicicletta. Gli spostamenti in
auto sono affascinanti: si vedono villaggi immersi in
freschi boschetti ai lati della strada dove dignitose
donne nei loro eleganti sari portano pesanti contenitori
pieni d’acqua in equilibrio sulla testa; si costeggiano
campi dove la gente lavora ancora con mezzi primitivi.
Ma a un certo punto dirigiamo lo sguardo davanti e sulla
nostra corsia ci sta venendo contro un carro trainato da
un cammello o dai buoi o, peggio ancora, un camion il
cui autista ha deciso di viaggiare contro mano nel nome
del “caos”. Certo, una volta scampato il pericolo si
sorride a questa anarchia del traffico!
Poi decidiamo di fermarci a mangiare in un “dhaba” ristorantino locale lungo la strada-. Sono affascinanti!
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Caratteristici! All’ombra di una tettoia, una fila di
"charpoi", -sorta di letto fatto di corde intrecciate per il
riposo dei camionisti-. Siamo tentati di mangiare i cibi
colorati e profumati esposti sul bancone. L’aspirante
“voglio vivere in India” si ricordi che questo cibo gustoso
alle volte è molto, molto speziato e gli può procurare
lunghe soste nel bagno, con un aumentato consumo di
antidiarroici.
“Senti che bella musica che viene da li dentro”. Si, la
musica classica indiana è rilassante, dolce, bella. Ma
oramai rara. La musica più frequentemente sentita è
tutt'altra. Spesso, nelle celebrazioni di festività religiose
o di un matrimonio, (ahimè quanti ce ne sono in India!)
la musica è messa a tutto volume, in più amplificata
dagli altoparlanti, per essere comunicata anche a chi
non la vuole sentire. Dove abito io alcune volte sono
costretto ad ascoltare scadente musica moderna per
giorni e notti senza interruzione.
Un giorno chiesi a un amico indiano se questo rumore, più che musica-, non lo disturbava. Mi rispose: “Si, mi
disturba, ma che fare?”. Gli chiesi: “Se si chiama la
polizia, intervengono?”. La risposta fu: “Si, ma sai, poi gli
dicono che il matrimonio si fa una volta nella vita e
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quindi...” . E siccome anche il poliziotto si è sposato e ha
fatto lo stesso baccano, se ne va.
Consiglierei vivamente a colui/colei che sogna di
stabilirsi in India di venirci a vivere qualche tempo e
valutare se riesce ad adattarsi in questo paese che
sebbene stupendo e così "diverso", non è certo privo di
"peccatucci", come d'altronde tutti i paesi del mondo.
Chi viene sperando di trovare un paese dove non
esistono differenze fra ceti sociali e religioni, dove tutti
vivono come una “grande famiglia”, si sbaglia di grosso.
Guardandosi un po’ intorno scopre che esistono le
“caste”, incostituzionali ma pur sempre un concetto vivo
e attivo che spesso porta a massacri di gente innocente.
Le caste sono giustificate dal “karma”, concetto
finemente manipolato dalle classi dirigenti.
Chi viene in India sperando di trovare un oasi di nonconsumismo si sbaglia di grosso. I più nuovi gadgets
elettronici si trovano pure in India e suscitano lo stesso
o forse maggiore desiderio che da noi.
Chi viene in India sperando di trovare un paese in pace
dove tutti sorridono si sbaglia. Non bisogna dimenticarsi
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delle migliaia di morti in Kashmir, di una guerra
dimenticata sul ghiacciaio del Siachen, di frequenti
conflitti tra indù e musulmani, di schermaglie con i
cinesi nelle frontiere orientali e terrorismo, che come in
ogni parte del mondo insanguina le strade con la morte
di vittime innocenti.
Chi viene in India perché spera di trovare il paese senza
corruzione e brighe politiche si sbaglia. In India il mondo
politico si guerreggia come da noi.
Quindi, niente di nuovo. Ma qualcosa di nuovo c’è! In
India vige una simpatica noncuranza del futuro e quindi
una mancanza totale di responsabilità nel portare a
termine i più elementari progetti. Per esempio, il mio
telefono non funziona mai. Un simpatico signore della
telecom indiana viene ogni 15 giorni dicendomi che lo
metterà a posto, da mesi, ma tutto continua come al
solito. Dopo le prime arrabbiature ci si “arrende” e si
sorride. Oggi non funziona.
Ci sono le passeggiate in profumate pinete dove si
incontrano i pastori che cercano di difendere il loro
gregge dal mio pastore tedesco che è un giocherellone.
Alla fine della discussione, io in inglese e lui/lei in hindi,
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ci si siede e si parla tranquillamente di altro, senza
capirsi. Con pochi gesti si accenna al cielo per il
monsone imminente.
La mia casa si trasforma in una voliera quando il cane
lascia un po’ di riso nella sua ciotola; gli uccelli senza
paura entrano, si servono ed escono. Gli animali non
hanno paura dell’uomo perché non li si caccia.
C’è la visita giornaliera al bazar per fare la spesa, dove si
possono passare ore a parlare con i negozianti del più e
del meno e poi, senza comperare nulla, ci si dice
“namaste”.
Bastano questi pochi e semplici esempi per dirvi che
tante piccole cose del vivere quotidiano che da noi sono
dimenticate qui continuano tuttora ad esistere e
permettono di vivere una vita lenta e piacevole.
Certo, siamo occidentali e siamo trattati in maniera
“particolare”, perché abbiamo i “soldi” ! Ma questo non
toglie un’umanità giornaliera che non riuscirei a trovare
da nessuna altra parte, e le differenze culturali vengono
superate nella semplicità della comunicazione
quotidiana.
Un vecchio slogan in India dice “Love it or Leave it”. Io la
amo e rimango!
indice
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I Potenti del Kumba Mela a Ujjain
F. Pizzi, Aprile 2004
Prima di raccontare la mia recente esperienza al Kumbh
Mela di Ujjain, mi sembra doverosa una brevissima
introduzione circa il suo significato. Il kumbh [vaso] mela
[festival, festa] trae la sua origine dalla mitologia
induista; si rifà all'episodio in cui dèi e demoni si
allearono momentaneamente nel tentativo di estrarre il
nettare dell’immortalità dall'oceano, zangolando le sue
acque.
Quando Dhanwantari, un avatar di Vishnu, uscì
dall’oceano con un vaso di amrita, fu necessario trovare
qualcuno che distribuisse il prezioso nettare; per questo
Vishnu assunse la forma di una bellissima donna e con
un piccolo trucco diede ai demoni il “varuni”- una sorta
di liquore- e agli dèi il vero nettare dell’immortalità. Ma i
demoni non cascarono nell’imbroglio e cercarono di
strapparle il vaso. Durante la lotta alcune gocce di
nettare caddero sulla terra e nella confusione il figlio di
Indra, Jayant, si impossessò del vaso e corse via. Egli
sostò in quattro differenti luoghi dell’India per riposarsi.
Ogni qualvolta si fermava beveva il nettare e nel posare
il vaso per terra alcune gocce caddero al suolo. Queste
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gocce diedero origine ai quattro luoghi sacri dove
ancora oggi viene celebrato il Kumbh Mela: Haridwar,
Allahabad, Nasik e Ujjain.
Quest’anno è la volta di Ujjain a ospitare la grande festa;
nel primo giorno di luna piena, il 5 aprile, -una delle
cinque date sacre per il bagno nel fiume-, il mio gruppo
e io ci siamo uniti alle 200.000 persone sul Rama ghat
che scende verso il fiume Kshipra.
Il fiume era in secca qualche mese fa, ma per dare la
possibilità ai sadhu e ai pellegrini di fare il loro bagno
sacro le autorità hanno deciso di dirottare il fiume e
quindi l’acqua non mancava.
Eravamo arrivati il giorno prima, e già l’ingresso in città
con le nostre macchine era stato un avventura. Sotto un
sole che regalava una temperatura di 40 gradi la polizia
ci ha fermati impedendoci di proseguire verso la città. I
servizi di sicurezza erano imponenti ed efficaci, 15.000
poliziotti e 10.000 uomini delle forze antisommossa, e il
nostro posto di blocco comandato da un gentile ma
fermo ufficiale ci ha fatto perdere un bel po’ di tempo e
di sudore. Finalmente eravamo riusciti a raggiungere lo
stupendo campeggio fisso, di proprietà del maharaja di
Jodhpur. Servizio coloniale!
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Nel tardo pomeriggio ci siamo avventurati con un tuctuc locale verso il centro della città dove si svolgevano i
preparativi per la festa. La prima impressione era quella
di camminare in una fiera: musica, bancarelle che
vendevano di tutto, e gente, tanta gente, che
camminava nella nostra direzione, verso il Rama ghat. Il
vialone sul lato destro era cosparso di campi tendati
che ospitavano sadhu di varie sette, ognuna con il suo
spazio, vale a dire: una tenda e un fuoco. Tutti
fumavano grandi cylum; l’odore di hashish aleggiava nei
campeggi.
Qualcuno mi indicò una tenda; entrai e vidi un famoso
santone che sta sempre su una gamba mentre appoggia
l’altra su una corda che pende da una struttura di legno.
Gli chiesi di fotografarlo e mi sorrise per dimostrare il
suo consenso. Clik.
Ho trovato poca sacralità e molta voglia di apparire fra
questi sadhu vestiti in arancione, ma mi ripresi dal mio
senso di delusione nonappena scorsi , seduto per conto
suo, un sadhu della setta degli Aghori, con una
tradizione di alcuni millenni alle spalle. I loro posti
preferiti sono i luoghi di cremazione; si adornano con
ossa umane e si rotolano nelle ceneri dei morti;
mangiano carne, - al contrario dei sadhu
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precedentemente visti che sono strettamente
vegetariani -, si cibano di carne umana e di escrementi e
sono convinti che andando contro le regole sociali
dimostrano equanimità verso ogni cosa, in un mondo
dove non esiste nè puro nè impuro, nè buono nè
cattivo.
Me lo fece notare la guida. Lui stava li, immobile; non
sembrava curarsi molto di quello che gli succedeva
intorno, anche se minacciò con il suo bastone noi
invadenti occidentali che provavamo a fotografarlo.
Ripresa la nostra camminata in discesa, la strada si
faceva più stretta, i campi organizzati lasciavano il posto
a semplici tende o rifugi a ridosso di muri e case.
Stavamo entrando nel territorio dei Naga Baba.
I Naga, l’attrazione della festa per gli occidentali,
appartengono a una setta shivaita e sono conosciuti
come persone molto combattive; infatti il loro gruppo è
organizzato in una sorta di reggimento.
Qui si percepiva qualcosa di diverso dai campi visitati
prima. Un clima di austerità circondava questi eremiti
nudi, coperti di cenere, quasi spettrali; i loro unici beni
erano un tridente e la pelle sulla quale sedevano.
Davanti a noi trovammo la figura tipica dell’antico
asceta induista Quando mi avvicinai per fotografarne
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uno i suoi occhi arrossati fissavano dritti i miei; non si
capiva bene se era un "si", un "no", o un “chi se ne
frega”. Non un sorriso, ma il viso sereno li distingueva
dagli altri molto più giocherelloni. Nella tenda una figura
magrissima sedeva in meditazione, nuda e bianca a
causa delle ceneri; mi richiamò alla mente gli asceti
tibetani e indiani che sono stati oggetto dei miei studi.
Il Naga baba mi chiamò vicino a lui; dopo che lo ebbi
fotografato mi disse qualcosa guardando la mia povera
e rumorosa macchina fotografica. Non capii ma ero
intimorito dalla sua serietà; per un attimo pensai che
voleva sfasciarla; poi si appoggiò al muro e perse ogni
interesse per me. Era in un’altro luogo.
In un Kumbh Mela precedente c'erano stati disordini e
morti a causa della ricerca di priorità per fare il bagno
sacro. La disputa era fra i Naga e i Sadhu di altre sette: si
azzuffarono e morirono in onore dell’idea della pace.
Questa volta la suddivisione era severa; su una sponda i
Naga, che avevano la precedenza, sull’altra, dove
eravamo anche noi, gli altri sadhu.
Arrivammo sui ghat alle sei del mattino, il momento in
cui i Naga stavano cominciando la loro discesa verso il
Rama ghat. Non li vedevamo bene, erano lontani. Poi mi
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venne un’idea... Tirai fuori la press-card e la polizia ci
dette il permesso di andare dove nessun’altro poteva
avvicinarsi. Eravamo in otto, con una sola press-card!
La scalinata di fronte a noi era affollata di Naga, l’acqua
era zeppa di corpi nudi che ballavano, saltavano,
giocavano. Erano felici! Le figure austere del pomeriggio
prima per un attimo erano sparite, ora erano bambini
gioiosi che si divertivano e vivevano un momento
particolarmente sacro.
Ma durò poco. Subito si ritirarono in buon ordine. La
polizia non permetteva assembramenti e soste
prolungate nell’acqua sacra.
Stavamo per andare via quando sul ghat udimmo un
vociare felice, e vedemmo un corri-corri. Stava
arrivando il primo di una lunga lista di “potenti” sadhu!
Una carozza argentata trasportava un santone
veneratissimo, che indossava degli occhiali. Appena
scese, chi poteva gli si avvicinava per toccargli i piedi,
per offrire corone di fiori intorno al suo collo. Lui si avviò
maestosamente verso il fiume con il suo seguito, si
bagnò, e mentre ritornava un’altra processione era in
arrivo. Questa volta scendeva verso il ghat un sadhu
vecchio, con il volto sorridente, sorretto da alcuni
discepoli. Aveva 151 anni. Cosi mi fu detto...
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L’altoparlante annunciava ogni Sadhu in arrivo con il
nome proprio. Era l’apoteosi: chi arrivava con elefanti,
chi su camion riccamente addobbati, chi su macchine in
mezzo a una folla che solo l’India può produrre. Noi
eravamo li, in mezzo ai colori, alla gioia dei partecipanti,
ai fiori; non sapevamo più cosa guardare e cosa no: era
tutto degno di attenzione, meraviglia, affascinato
stupore di cosa può succedere in un festival religioso
indiano.
La differenza con l’altra sponda era notevole; mentre i
Naga arrivavano a piedi, nudi e senza alcun mezzo di
trasporto, da questa parte vi era uno sfoggio di ricchezza
o almeno agio, vi erano sadhu con un seguito di molti
discepoli, e bastoni in argento battevano il selciato per
fare strada ai “potenti del Kumbh Mela”.
Alle dieci, con 38 gradi di temperatura, decidemmo di
ritornare al campeggio, a bere una coca. Eravamo
soddisfatti, contenti di avere avuto la possibilità di
immergerci in questa folla e in un certo qual modo di
essere stati protagonisti di questo eccezionale
avvenimento nel paese dove tutto può succedere:
“l’India”...
indice
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Dharamshala : festeggiamenti per Diwali
F. Pizzi, 2004
Oggi si festeggia il diwali.
Una festa dedicata a Rama, protagonista del Ramayana;
mandato in esilio per 14 anni dal padre -il re di Ayodhyasotto pressione della matrigna -la regina Kaikeyi-, Rama
ritorna a occupare il suo legittimo trono, dopo le
vicissitudini per salvare la sposa Sita rapita dal demone
Ravana che l'aveva condotta a Ceylon. Quando
finalmente rientra ad Ayodhya, la popolazione lo
aspetta giubilante, e tutta la città risplende di luci.
Qui a Dharamsala sono due giorni che si prepara la
festa; ieri, davanti al municipio, erano allineate
bancarelle che vendevano fuochi d’artificio -costosi per
essere in India! E nella via centrale del bazar altre
bancarelle vendevano candele. Due aspetti della "festa
della luce".
Stamane, andando a spasso con Jampa, nei villaggi che
attraversavamo si notava un’ attività fervida, semplice e
bella, conforme alla natura che circonda questa valle:
ognuno raccoglieva fiori di tagete e componeva belle
corone arancioni e gialle per adornare le porte e le
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finestre della propria dimora. Nell'aria svolazzava
allegria e anticipazione per la festa. Anche io volevo
festeggiare... e vidi che il signore con i capelli rossi, tinti
con l’hennè, proprietario di una botteguccia come tante
altre che vendono tutte le stesse cose, aveva i “botti”.
Ho comperato botti e bastoncini di stelle filanti, felice al
pensiero che stasera potevo partecipare alla gioia della
popolazione locale.
Verso le 18.00 è iniziato il festeggiamento vero e
proprio; con tanti “botti”, una sorta di bombardamento
che una volta consideravo noioso, assordante e privo di
significato.
Esco in giardino con Jampa, che innervosito abbaia
contro ogni fuoco che schizza nel cielo prima di
esplodere in variegati colori, e mi soffermo a guardare lo
spettacolo. Rientro a prendere il mio piccolo arsenale,
esco nuovamente, e con Kristin e i servitori della casa
accendiamo le nostre girandole e i fuochi che invece di
esplodere formano cascate di luce, tra le risate di tutti e
gli abbai di Jampa che non capisce questo passatempo
umano. Ma non è finito! I rumori dei petardi aumentano
con il passar del tempo e così, dopo cena, saliamo sul
tetto della casa a goderci lo spettacolo. Davvero bello!
Nella valle sottostante, verso la catena del Dhauladar e
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dietro di noi, dovunque decine e decine di fuochi
d’artificio s’intrecciano, esplodono, illuminano il cielo
con piogge di stelline colorate. Naturalmente
nell’anarchia più completa, perché ognuno spara cosa
vuole, dove vuole, e nella direzione che vuole.
Eh già, qui non esiste la rigidità municipale delle nostre
città dove i fuochi d’artificio sono regolamentati. Qui
ognuno fa cosa vuole! Il generale in pensione che abita
nella casa vicino alla mia è quello che ha offerto lo
spettacolo più bello e più costoso. Fuochi che salivano
alti nel cielo per trasformarsi in fiori di luce, uno dopo
l’altro in rapida successione; e noi a gridare : “Sei
grande, generale!”. Da una casa poco distante si
elevavano fuochi più poveri, tipo bengala, ma anche essi
belli perché dal nostro tetto vedevamo la felicità di chi li
accendeva e trepidante aspettava il risultato. L’aria si
faceva sempre più satura di polvere pirica, gli occhi
incominciavano a bruciare anche stando in casa...botti
ininterrotti e soltanto verso la mezzanotte il rumore è
andato diminuendo, per terminare completamente
verso l’una.
Questo succedeva in Dharamshala, ma sicuramente in
tutta l’India ci sarà stata la stessa “esplosione” di gioia.
Su uno dei quotidiani indiani leggevo di un signore di
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Bangalore che dichiarava di aver speso un lakh di rupie
per i fuochi; su un’altro veniva riportata la notizia della
vendita della bomba “Osama” e la bomba “Bush” che
venivano vendute a più di 1000 rupie. Sembra che la
bomba “Osama” era in netta vincita nelle vendite; e così
migliaia e migliaia di rupie sono volate nel cielo per
ricadere sotto forma di stelle e di fiori sui 460 milioni di
indiani che vivono al di sotto del livello di povertà...
indice
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Feste invernali in Ladakh
K. Blancke , 2005
L'anno scorso sono stata invitata a guidare un gruppo di
turisti per assistere ai festival invernali in Ladakh. Era
fine febbraio, periodo delle feste annuali nei monasteri
di Stok e Mathro, famosi per i loro oracoli.
“Chissà che freddo!”, mi dicevo. Devo proprio farlo?
Ma dài, fatti coraggio, ti metterai vestiti caldi, e vai…
Avevo gia fatto questo viaggio alcuni anni prima. Ma
allora ero con mio marito, mi sentivo più forte e più
sicura.
Eccoci in aereo, sorvolando l'Himalaya innevata, in una
splendida giornata di sole. I primi 'Jule' non appena
atterriamo a Leh. Fa sempre piacere ritrovare gli amici
Ladakhi già dall'aeroporto....Wangchuk e Lobsang sono
ad attenderci per portarci in albergo. Hoi, ora ci sono
stanze
con
riscaldamento
centrale!
Grande
miglioramento dalle stufe a kerosene della volta
precedente. Come sempre invito i clienti ad andarsi a
riposare, per acclimatarsi all'altitudine; ci vediamo nel
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pomeriggio, per una breve passeggiata a Samkar
Gompa.
Fa freddo, ma non troppo. Le strade sono libere, le
macchine circolano normalmente. Dal piazzale sotto lo
Shanti Stupa vediamo la prima panoramica della valle.
Cielo terso, di un azzurro che si trova solo a queste
altitudini. Montagne incappucciate di neve. E grandi
spazi. La catena dello Stok davanti a noi, il Kardung-La e
la via verso la valle di Nubra dietro, il Tsemo-La con le
sue bandierine, gli stupa lungo il percorso: tutto al suo
posto. I campi coperti di neve, i ruscelletti secchi, alberi
nudi, gente sorridente, come sempre. Pochi turisti:
saremo in tutto una quarantina di stranieri, e altrettanti
turisti indiani. I negozi per turisti sono chiusi, mancano
all'appello i venditori kashmiri e tibetani. Insomma: il
Ladakh dei ladakhi e dell'esercito indiano, ovviamente.
Anche in inverno le donnine vendono verdure lungo la
strada; ma la scelta è ridotta: cavoli, patate, qualche
radice. Però negli ultimi anni vengono portate provviste
via aereo. Adesso frutta e carne sono disponibili anche
in inverno. Dopo un primo giro di riconoscimento della
città torniamo a rintanarci in albergo, con le faccie
arrossate per il freddo. E intorno all'aperitivo - il solito
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rum con succo d'ananas- preparo i clienti per domani, il
festival di Stok.
Partiamo in jeep. C'è molto traffico, tanti pulmini si
dirigono a Stok, stracarichi di persone. Il monastero si
trova a un chilometro circa al di sopra del palazzo reale,
circondato da bianche montagne. Quanta gente...
persone anziane, uomini e donne con i cappellini con le
punte girate insù, il rosario in mano, il viso raggrinzito,
gli occhi coperti di cataratta; facce forti ma bonarie.
Bimbi con le guance paffutelle, l'immancabile moccolo
al naso, nastrini rossi nei capelli. Giovani anche, ragazzi
in jeans e giubotto di pelle, ragazze con il salwar kameez
indiano e sciarpe coloratissime. Siamo stipati gli uni sugli
altri, in attesa dell'inizio delle danze rituali. Noto che i
costumi dei danzatori sono nuovi splendenti, il chè da
un tocco di ricchezza allo spettacolo. Non vi descrivo le
danze, sono simili ai chams visti anche in estate, in vari
monasteri. Si susseguono a ritmo spedito, e in un
battibaleno sono passate due ore! Tempo per la pausapranzo; ci dirigiamo sul tetto di una casa vicina, dove il
nostro staff ha preparato il pranzo caldo che
consumiamo seduti al sole, in mezzo allo spettacolo
magnifico di queste montagne. Ma non fermiamoci
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tanto, che già c'invitano le trombe! E non vogliamo
mancare all'arrivo degli oracoli.
La loro apparizione è spettacolare: sono in due, vestiti di
bianco, uno con una parrucca rossa in testa, l'altro nera,
scalzi, con un'enorme spada in mano. Corrono avanti e
indietro, entrano nelle varie sale del tempio, ri-escono
tenendosi in equilibrio lungo i cornicioni stretti del tetto
del monastero. Ogni tanto si fermano, aguzzano la lama
della spada sui corniccioni e la passano sulla lingua e
sulle braccia, il tutto accompagnato da urla e grida,
mentre un brivido di paura corre tra i presenti. Si dice
infatti che l'oracolo si taglia quando è offeso dagli
astanti, dai monaci o dai musicisti. Qualche devoto li
ferma per porgli una domanda, gli lega una sciarpa
bianca addosso in segno di rispetto, e l'oracolo proclama
la sua risposta ad alta voce; poi riprende la corsa.
Quando arriva vicino alla gente passa la spada sopra alle
teste chinate in segno di benedizione. Questa corsa dura
più o meno un'ora, poi i due oracoli entrano in una
stanza ed escono dalla trance. Lo stato d'animo della
folla è festoso e allegro, e soddisfatti da questa prima
giornata tutti tornano a casa.
L'indomani ci ritroviamo allo stesso posto. Non ci sono
danze; gli oracoli hanno fatto il giro del villaggio, a
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benedire case e persone e a fare profezie; fanno una
breve apparizione al monastero, poi ripartono a
benedire il palazzo reale di Stok. Nel frattempo lo
spettacolo si sposta in una specie di anfiteatro naturale,
un grande spiazzo fuori dal monastero. È meraviglioso
osservare tutta la gente, disposti a grappoli sulla collina,
mentre al centro dello spiazzo l'astrologo prepara e
consacra lo 'tsogs'. Ecco gli oracoli di ritorno.....ora sono
decisamente allegri; tagliano lo tsogs a pezzi e lanciano
generose porzioni tra la gente, con altre grida e
profezie. Dopo un ulteriore breve discorso di buon
augurio rientrano nel monastero dove escono dalla
trance. E noi andiamo a mangiare, nella stessa casa di
ieri. Poi torniamo nello spiazzo. Ora lo scenario è
cambiato: arriva una processione di monaci, con i
cappelli gialli delle cerimonie, e tutti gli strumenti
musicali rituali. Al centro dello spiazzo è stata preparata
una catasta di legna, e sopra viene posata la torma. I
monaci si dispongono intorno, in semicerchio, e fanno
una puja del fuoco per bruciare tutti gli ostacoli e le
interferenze. Mentre eseguono i canti e le preghiere
viene acceso un enorme falò, e la torma viene bruciata.
Tutta la gente assiste con gioia allo svolgimento di
questo spettacolo grandioso, un po’ impazienti per l'atto
29
finale: quando le musiche finiscono e tacciono i canti ,
quando la torma è bruciata, ecco che arrivano i ragazzini
e una pioggia selvaggia di sassi viene lanciata nel fuoco,
affinchè anche l'ultimo demone rimasto non possa
sfuggire...
Tutti a casa, ora! Con ancora l'allegria nel cuore,
scendiamo a piedi per un tratto; il silenzio della
montagna, il vento che ci accarezza il viso: quale
contrasto con il trambusto della festa appena lasciata....
È piaciuto a tutti, lo spettacolo. A cena se ne discute
allegramente, e diventa un occasione per spiegare
alcuni aspetti del buddhismo tibetano. Adesso ci
aspettano tre giorni d'intermezzo. Andiamo a visitare
alcuni monasteri fuori Leh: Alci, Lamayuru, Likir. Con
due notti in guest-house riscaldata da stufe a legna. Ma
la semplice forza di questa natura maestosa e dei suoi
devoti abitanti ci dà una carica talmente forte che questi
piccoli inconvenienti vengono facilmente superati.
indice
30
Fuga d' amore nella valle di Nubra
F. Pizzi, 2005
Di ritorno da un tour in Ladakh, anche dopo anni che
viaggio in questa magnifica regione dell’India, porto con
me soltanto bei ricordi, dei paesaggi, della gente
incontrata, di tutto ...
A giugno abbiamo fatto un breve viaggio in occasione
del festival di Hemis, notoriamente molto turistico. Gli
spettatori erano quasi tutti occidentali. Tanti! I ladakhi
forse avranno preferito andarci in un giorno di minore
affluenza turistica. Qualche disappunto per la mancanza
di folklore locale è stato comunque ricompensato dai
bei costumi dei monaci che eseguivano le danze e da un
magnifico, caldo, sole.
Il giorno successivo eravamo pronti dal mattino presto
per un' escursione di due giorni nella valle di Nubra - ma
siamo stati fermati a causa di una love-story ...
A Leh ero stato avvertito di un problema nella valle
creato da una storia d’amore, ma avevo deciso di
tentare lo stesso. La mia guida non mi aveva ancora
spiegato il cuore del problema; aveva fatto un vago
31
accenno a una vedova e a un musulmano. Mah, chissà?
La strada che conduce a Nubra è una strada militare (si
valica un passo di 5330 metri, per giungere in una valle
che arriva al ghiacciao del Siachen, dove da anni, a più di
5000 metri, si affrontano l’esercito indiano e quello
pakistano ) ed è quindi mantenuta dall’esercito. Arrivati
al primo posto di blocco i militari ci dicono: “Si, ci sono
dei problemucci, ma tentate ugualmente.” E così
facciamo.
Una donna ha tre bambini. Muore il marito, un
funzionario dell’esercito, e il governo decide di donarle
3 lakhs di rupie [circa 6.000 euro]. Pochi giorni prima del
nostro arrivo la vedova fa una fuga d’amore con un
musulmano; i due scappano a Srinagar, abbandonando i
figlioletti. La gente del villaggio si ribella e, siccome la
popolazione indiana è molto sensibile ai problemi di
cuore, gli altri villaggi si uniscono alla ribellione: alla
polizia viene chiesto di riportare la donna a casa. Ma
sembra che le forze dell’ordine, indaffarate con
problemi più seri, trascurino il caso. I rivoltosi sono
preoccupati per il risvolto economico della faccenda: se
la donna scappa, a chi vanno tutti quei soldi, chi li
gestice?
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Quest’anno c'era tanta, tanta neve: ai bordi della strada
alti muri di neve fungevano da guardia-rail. Superiamo il
colle e scendiamo dall’altro versante in una stupenda
valle. Arrivati al villaggio di Khalsar, ci fermiamo al posto
di blocco. Un rapido sguardo intorno mi fa temere il
peggio. Tante macchine ferme e turisti che passeggiano
fra i campi e l’unica strada del villaggio -a dire la verità
un po’ squallido. I poliziotti di guardia m'informano che
dobbiamo aspettare un paio di ore per sapere com’è la
situazione più avanti sulla strada. Finalmente la mia
guida si decide a spiegare cosa sta succedendo. Ecco la
decisione presa sul filo delle emozioni: si creano blocchi
stradali e si minaccia di tirare pietre contro tutte le
macchine che osano passare. Indipendentemente
dall'impressione negativa che una tale azione potrà
lasciare ai visitatori stranieri, le macchine dei turisti
vengono incluse nel divieto. Dopo qualche ora di attesa
un funzionario della polizia ritorna dal fronte e ci dice
che i rivoltosi sono proprio decisi. E quindi noi torniamo
a Leh (6 ore in macchina....).
Ritentiamo dopo alcuni giorni, questa volta con
successo. Il punto interrogativo della gestione dei soldi
nel frattempo è stato risolto, e con questo anche il
problema della strada chiusa.
33
Il Ladakh rimane sempre affascinante!
Nel secondo tentativo l’escursione a Hundar è stata
piacevolmente movimentata dai cammelli bactriani.
Nubra era stata per secoli una delle principali
ramificazioni della via della seta seguita dalle carovane
provenienti dal Rajasthan e dirette verso il Pakistan o il
Tibet. Durante l’ultima guerra con il Pakistan i
carovanieri si sono visti costretti ad abbandonare i loro
cammelli e fuggire altrove. Il tempo passò, la guerra finì
e i cammelli oramai abituati alla valle si moltiplicarono e
vissero tranquillamente fra le dune e la savana di
Hundar.
Naturalmente alcuni locali hanno pensato ad uno
sfruttamento economico dei cammelli.
Al nostro arrivo non si vede un cammello in giro; la
nostra guida si addentra un attimino in una macchia di
verde ed esce con due locali che ne portano due . Alcuni
clienti fanno un giretto fra le dune a dorso di cammello,
altri scattano fotografie. Le foto non costano nulla, il
piccolo safari costa un filino. Ma è stata una bella
esperienza per tutti noi incontrare queste bestie
simpatiche ma un po’ imprevedibili fra le dune di
Hundar.
34
È stupefacente pensare come in India un’intera valle
venga chiusa per una storia d’amore, e le forze
dell’ordine non si prendono la cura di intervenire in
alcun modo.
indice
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Kerala, "God's own country"- la terra di Dio
una breve vacanza "benessere" al mare, con
massaggi ayurvedici
F. Pizzi, 2004
Prima di atterrare all’aeroporto di Trivandrum il pilota
aveva annunciato una temperatura di 34 gradi, e
quando scendo, ancora vestito da Dharamsala 1350 m,
mi sembra di entrare in un forno. Ma sono già troppo
impegnato a guardare le palme che circondano
l’aeroporto e a sentire il profumo della salsedine.
L’albergo non è molto distante dall’aeroporto; un
albergo moderno e bello. La mia camera è a 50 m dal
mare e la stanza, situata poco distante dalla piscina, dà
su una verandina coperta da un bel porticato stile
coloniale; i prati del grande parco che circonda il
complesso sono tenuti in maniera sorprendentemente
ordinata per essere in India. Mi siedo sulla veranda e
ascolto il rumore o meglio il frastuono delle onde
gigantesche dell’oceano. Sono 26 anni che manco da
Kovalam.
Il mio programma di vacanza è molto semplice:
colazione, spiaggia, un paio di ore al giorno dedicate ai
massaggi ayurvedici, cena con rum finale.
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I massaggi sono stati prenotati presso un resort
ayurvedico di proprietà del dottor Franklin, nome che
mi ha fatto venire in mente le idee più balzane su
questo signore probabilmente cristiano.
Il giorno dopo il mio arrivo usufruisco di un servizio di
trasporto in macchina messo a disposizione dalla clinica.
Mi ritrovo in un bellissimo ambiente. Estremamente
pulito, funzionale, e con tante, tante piante e verde
tutto intorno. La prassi vuole che conosca il dott.
Franklin, nel suo studio piccolo ma curato fin nei
dettagli. Presentazioni. Mi spiega che viene spesso in
Italia per convegni ayurvedici.
La mia prenotazione prevede una settimana di
“Panchakarma”. Dopo la consueta visita e obbligatoria
spiegazione di che cos’è la medicina ayurvedica, chiedo
al dottore in cosa consiste questo “Panchakarma”. Mi
spiega che si tratta di una cura di purificazione a base di
erbe, clisteri e altri trattamenti, con il fine di purificare
tutto il corpo.
Perplessità... La nota anche lui e mi dice che forse è
meglio che faccia una settimana di ringiovanimento. E
mi spiega tutto il programma. Questo mi piace.
Mi saluta e mi affida nelle mani di un giovane
massaggiatore che dice di chiamarsi Gigi, molto gentile e
37
molto preparato; mi invita a spogliarmi. Rimango in
mutandine. "Anche quelle", mi dice, e nota la mia
reticenza; ubbidisco. Mi fa accomodare su uno sgabello
e comincia ad ungermi i capelli con olio di cocco, poi
massaggia le braccia e velocemente anche la schiena. Mi
fa sdraiare su un lettino, e noto la pulizia
dell’ambiente... strano in India! Mentre mi massaggia la
parte posteriore del corpo vedo sulla destra una corda
che pende da una trave del soffitto. La stanza non ha un
tetto vero e proprio, ma si trova sotto una sorta di
cupola fatta con foglie di palma, divisa da altri vani simili
da pareti. Dunque guardo questa corda e il materasso
sotto di essa e comincio a pensare al nome Franklin e a
torture di vario genere.
Finita la parte posteriore Gigi mi fa voltare e comincia
con l’altra parte del corpo; oramai sono unto e bisunto,
e rimarrò in questo stato per tutta la settimana. Sopra di
me vi è una specie di tenda della stessa lunghezza e
larghezza del lettino e capisco il motivo guardando in
alto. Li abita una coppia di corvi che non si preoccupano
dove fanno i loro bisogni; la tenda è un riparo da
eventuali docce non volute. Gigi termina il suo primo
intervento con un massaggio al viso e alle orecchie.
38
Mi fa scendere e mi fa cenno di sdraiarmi sul
materassino sotto la corda; ubbidisco silenziosamente.
Sono disteso sulla pancia e lui si attacca alla corda, che
ha vari nodi a differenti altezze, e dopo avermi chiesto
se la pressione va bene comincia a massaggiarmi con i
piedi. Prima la parte destra, poi la sinistra, in seguito il
davanti. È velocissimo e leggerissimo, talmente abile che
sembra mi stia massaggiando con le mani.
La prima parte del trattamento, che si ripeterà per sette
giorni, è finita. Sono tutto olio di cocco. Gigi mi mette
addosso un camicione verde e pulito e mi fa passare
nell’altra camera consegnandomi nelle mani di due
graziose e gentili signore.
Anche questa stanza è pulita come la prima. Su un lato
vi è un magnifico tavolo di legno antico e sopra di esso è
sospeso un contenitore di terracotta con un beccuccio
dal quale gocciolerà olio tiepido. Il massaggio si chiama
“dhara”, è magnifico. Una delle signore spegne la luce e
parla sottovoce con la sua collega, poi applica una sorta
di benda sulla parte inferiore della fronte per non far
gocciolare l’olio sul viso e comincia dolcemente a far
dondolare il contenitore, da una tempia all’altra,
facendolo passare sopra la fronte. Vi giuro che nel giro
39
di cinque minuti dormite. Il massaggio dhara dura 20
minuti.
Infine mi salutano gentilmente, io con i miei capelli unti
e il corpo completamente oleoso.
Due giorni dopo il massaggio di Gigi rimane lo stesso ma
cambia la seconda sessione.
Oggi ho l’oil bath “pizhichil”. Gentilmente vengo passato
dalle mani di Gigi in quelle delle due signore, e anche
queste mi dicono che devo stare nudo. Sono
imbarazzato! Mi fanno sdraiare sul solito tavolo e mi
versano addosso litri di olio di cocco tiepido.
Massaggiano tutto il corpo, portano via l’olio e ne
versano dell’altro. Il difficile viene quando mi dicono di
girarmi. Sono sul tavolo, totalmente unto, con il corpo
tutto oleoso; quindi voltarmi diventa un’impresa
notevole. Scivolo in giù ma le signore mi afferrano
prontamente, cerco di girarmi ma non riesco a fare un
movimento e se non fosse per l’aiuto delle signore mi
ritroverei per terra.
Due giorno dopo è la volta del “gnavarakizhi”. Ancora
vengo fatto sdraiare sul bel lettino e le signore mi si
presentano con una sorta di fagottino di stoffa
40
contenente del riso bollito e una mistura di erbe, il tutto
tiepido. Sistemate da un lato e dall’altro del mio corpo,
le due signore mi palpettano dalla testa ai piedi con
questo impiastro, e appena raffreddatosi il primo, una
terza fanciulla è pronta a passare altri due fagotti tiepidi.
Non sono scivoloso come il giorno prima ma l’amido mi
rende i movimenti difficili.
Alla fine di questo trattamento, come anche del
“pizhichil”, puliscono il corpo con foglie di palma
asportando via tutto ciò che è rimasto di superfluo.
Ultimo giorno. Solito massaggio di Gigi ed entrata delle
due signore. Oggi è il turno di una maschera sul viso e
sul corpo. Il viso viene cosparso con un impiastro di
banana, papaia e altre erbe, il corpo con argilla e
polvere di sandalo. Vengo lasciato li per 20 minuti e poi
è il momento della sauna. Immagino un tipo di locale
conosciuto, e invece no. Mi trovo in una stanzetta con
un cubo abbastanza grande da poter contenere un
corpo. Le pareti laterali sono di vetro, dentro vi è uno
sgabello girevole per poter regolare l’altezza in modo
che la testa possa uscire e essere tenuta ferma fra due
tavole. Immettono del vapore caldo informandosi se la
41
temperatura è piacevole, e mi lasciano a sudare per 20
minuti.
Finito!
Prima di uscire incontro di nuovo il dottor Franklin che si
informa come è andata la settimana. Gli spiego che
vengo da un India dove difficilmente si trova tanta
pulizia e organizzazione, il chè mi ha lasciato
piacevolmente
sorpreso,
come
sono
anche
piacevolmente sorpreso della perfetta organizzazione e
della preparazione tecnica, la cortesia e la discrezione
del personale. Mi porta a visitare i bungalow del suo
centro, anche questi eccezionalmente puliti e belli, con
giardini intorno, ma manca qualcosa...la spiaggia.
Franklin, vecchio volpone, mi capisce e mi dice che la
spiaggia è distante solo 10 minuti e che una macchina
della clinica ti ci porta quando vuoi e ti viene a prendere
quando lo desideri!
Passo il pomeriggio sulla spiaggia riservata per i turisti.
Non per un atteggiamento di “neo-colonialismo”, ma gli
indiani hanno l’abitudine di usare la spiaggia come
toilette e quindi per evitare di inciamparsi in depositi
indesiderati ci vogliono le spiagge private. La mia è
42
gestita da Khan, un simpatico musulmano che ha
lavorato in un ristorante in Italia e se la cava molto bene
con la nostra lingua. Affitta sdraio e ombrellone per 200
rupie al giorno e ti porta tutto quello che vuoi da bere o
da mangiare. Il mare non permette di nuotare: l’oceano
sembra sempre adirato e cavalloni simili a muri d’acqua
si rovesciano continuamente sulla spiaggia; non rimane
che giocare tuffandosi e facendosi trascinare sul
bagnasciuga. Ricordo una delle prime immagini della
spiaggia di Kovalam: 26 anni fa, 5 cadaveri di persone
annegate per poca cautela giacevano sulla spiaggia...
Su una collinetta a ridosso della spiaggia vi sono due
ristorantini molto semplici e belli: il Lobster e il
Saljemini. Sono puliti, con i tavolini coperti con tovaglie
a quadretti bianchi e rossi, e la sera sono illuminati da
candele in contenitori di vetro per ripararle dal vento.
Passo li ogni sera, a mangiare gamberoni e aragoste, a
bere birra e rum, e a guardare i cavalloni che non hanno
nessuna intenzione di calmarsi. Anche se semplici i
ristorantini sono costosini per lo standard indiano: un Kg
di gamberoni alla griglia 1000 rupie, l’equivalente di 20
euro.
43
È arrivato il giorno della partenza, mi guardo intorno;
davanti, onde sulla spiaggia, e un muro di palme di
cocco alle spalle.
Me ne vado rilassato e felice e dall’aereo guardo ancora
in giù; vedendo il mare pulito, le distese di cocco,
ricordando la gentilezza della gente del sud si fa strada
in me l’idea di venire a vivere in questo paradiso.
indice
44
Arunachal Pradesh e Nagaland
Il Tirap, il paese di bambù...
F. Pizzi, 2008
Per accedere all’ Arunachal Pradesh, un magnifico stato
nell’estremo est dell’India anche se lacerato dalla
guerra civile, il mezzo più comodo è l’aereo per
Dibrugarh [Assam], una città polverosa, affollata e calda
I pochi chilometri di strada asfaltata vengono divorati
dall’auto che si ferma poco dopo al “tempio delle
campane” dedicato al dio Shiva: i devoti che hanno
avuto un desiderio esaudito offrono campane al dio.
Sono tante e di tutte le misure; ciondolano dagli alberi,
sono appese ai muri, sono un po’ dovunque. In Assam il
sole tramonta presto come presto sorge; la gente torna
a casa dopo un giornata di lavoro nei campi, con ceste di
bambù piene di ortaggi. Poi l’asfalto finisce, e si entra
nell’Arunachal Pradesh. Il cambiamento del fondo
stradale non passa inosservato. Il viaggio diventa
sempre più disagiato; buche e salite al buio verso
Khonsa, dove si arriva dopo cinque ore di sofferenza. La
ricompensa per le fatiche è una guest-house già
45
parzialmente occupata da VIP indiani. Le poche camere
rimaste (tre per l'esattezza...) sono da spartire fra
eventuali altri ospiti in arrivo. I pranzi e le cene,
consistenti in riso e pollo, vengono preparati in una
cucina incredibilmente sporca. Riso e pollo sono le
uniche voci disponibili sul menu! Le camere sono prive
d’acqua; su richiesta viene portato un secchio, quando
se ne ricordano. Fa freddo. Khonsa, un paesone di
diecimila anime, è situato a un altezza di 792 m., ed è la
porta d’ingresso per il villaggio di Tutse dove risiedono
le tribù olo o tutsa, e per altri villaggi con etnie nocte e
wangcho.
È una zona poco visitata dal turismo a causa della
mancanza di infrastrutture, della difficoltà per ottenere i
permessi e soprattutto perché la regione del Tirap
[Arunachal Pradesh] è tenuta sotto stretto controllo dai
militari; confina con la Birmania e il movimento naxalita
è molto forte. Qui, a quanto pare, i militari hanno mano
libera nelle loro azioni e non devono rendere conto
neanche al governo centrale. Infatti ci si imbatte subito
in un posto di blocco militare; in assetto di guerra fanno
aspettare un tempo interminabile prima di alzare la
sbarra: devono comunicare i dati dei turisti ad altri posti
di blocco e assicurarsi che i permessi siano originali. Le
46
strade, in pessime condizioni, sono orlate di foreste di
bambù; aldilà del bambù, foreste che sembrano un
muro verde e impenetrabile rivestono le colline.
Il bambù è il materiale preferito per le costruzioni,
anche perché è l’unico disponibile. Le case a palafitta
hanno un pavimento di bambù intrecciato; al centro
della casa si trova un focolare, per cucinare e per
scaldarsi; le pareti, ovviamente in bambù, sono decorate
all’esterno con teste di mithun (specie di enorme bue). Il
villaggio non si può definire proprio igienicamentesicuro ed è affollato di cagnolini che finiranno in padella.
L’acqua viene erogata da una fontana al centro del
paese e gli abitanti ci si recano con un contenitore in
bambù per farne scorta. Colpiscono alcune piccole
paraboliche sui tetti delle capanne! Non lontano dal
villaggio si trova il cimitero. Le tombe, -gli abitanti sono
cristiani per cui seppelliscono i loro morti-, hanno una
cinta di canne che si alzano verso il cielo chiudendosi a
cupola; dalle canne pendono gli oggetti del defunto -una
radio, una valigia, delle bottiglie e altro-, che devono
accompagnarlo nel viaggio nell'aldilà... una sfumatura di
animismo
integrata nel
cristianesimo
locale.
Proseguendo, ai bordi della strada si incontrano alte
torri di bambù con un ombrello in cima che indicano un
47
altro tipo di tomba; il giorno del trapasso insieme alle
piccole proprietà del defunto vi viene appeso un gatto o
un gallo; secondo la credenza popolare l’animale,
seguendo il defunto, deve portare i suoi oggetti
nell’aldilà. Ecco anche la tomba di un ricco signore
ucciso dai terroristi, con al fianco la sua automobile, con
le ruote cementate.
I nocte e i wangcho, personaggi amichevoli e ridanciani,
s'incontrano facilmente mentre si recano al lavoro scalzi
sul poco asfalto di queste povere strade, camminando in
mezzo ai camion militari. Come abito non hanno che un
perizoma; torso nudo, una cesta di bambù a tracolla, e
l’immancabile dao in mano. Il dao , una sorta di macete
inseparabile da ogni uomo, può avere differenti forme, e
può essere abbellito con diversi ornamenti: alcuni
hanno il fodero rivestito con pelli d’animale, -linci,orsi
etc-, ma alle volte il fodero è solo di bambù. Il dao viene
utilizzato per la difesa, per l'attacco, e anche per il
taglio dell’erba.
I villaggi sono tuttora governati da un re; il "palazzo
reale" di Nimu è una grande casa di bambù, con vasti
spazi, molte camere, il tutto senza nemmeno un piccolo
mobile. La regina di Nimu appartiene all'etnia wangcho;
si chiama Fenu, è piccolina e gracile; ha 39 anni ed è la
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prescelta fra le quindici mogli del re, che in totale gli
hanno dato ventinove figli.
Il “palazzo” del re di Ponchau non è molto differente. Il
re indossa abiti moderni e siede con amici intorno al
fuoco.
In tutti i villaggi vi sono delle costruzioni chiamate
"murun", dormitori dove una volta alloggiavano i
giovani; sono disposti in posizioni strategiche in modo
da potere avvistare il nemico e avvertire il villaggio.
All’interno vi è un enorme tamburo ricavato da un
tronco, che serviva per dare l’allarme in caso d’attacco,
per richiamare al raduno per un consiglio del villaggio, o
semplicemente per un rituale. In un villaggio wangcho,
vicino a uno di questi murun è situata una struttura che
contiene quarantasette teschi: il teschio del re nemico è
posato su un piano più elevato, più in basso sono
disposti i teschi dei nemici "comuni". Fino al 1970 qui
esistevano ancora i tagliatori di teste! I missionari
cristiani hanno costretto gli abitanti a seppellire i resti
dei nemici in molti altri posti, per cui trovare
testimonianze di questa usanza è difficile.
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Gli apatani
Un’ora e mezza con un ferry ben organizzato e si arriva
sull’altra sponda del Brahmaputra, non lontano dai
villaggi delle etnie apatani, più moderni di quelli nel
Tirap: un misto di case in cemento e bambù, e strade
abbastanza ben tenute, anche se non asfaltate. I giovani
hanno abbandonato gli abiti tradizionali, ma tra gli
anziani si incontrano ancora personaggi straordinari. Le
donne portano due cerchi di legno nero inseriti nelle
narici come ornamento e il loro viso è tatuato come
quello delle donne gallong. I cerchi inizialmente erano
piccoli, e man mano si introducevano quelli più grandi,
fino a provocare una sorta di spacco fra le narici. Questa
usanza è stata abbandonata venti anni fa, soltanto le
donne più anziane ne portano ancora i segni .
Un'altra tradizione, non ancora abbandonata per il
momento, è lo sciamanismo. Per esempio, finita la
costruzione di una nuova casa, come buon auspicio
vengono fatte offerte rituali. Si costruisce un piccolo
totem di bambù, -tanto per restare nel paese del
bambù-, e lo sciamano lega un gallo dalle zampe, con la
testa in giù. Cantando strappa alcune penne che
conficca nella parte superiore del totem e poi con
disinvoltura afferra il dao e decapita il pollo, lo slega
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dalla sua posizione originaria e strofina il collo
sanguinante sulla parte inferiore del totem; subito dopo
taglia il pollo a metà ed estrae il fegato che consegna al
padrone di casa. Sul fegato si possono trovare presagi
buoni o cattivi. Subito dopo, accompagnato dalla
famiglia, lo sciamano entra in casa e, intorno al solito
focolare centrale, il gallo viene cucinato mentre tutti
sorseggiano una bevanda alcolica ottenuta dal riso.
Non soltanto nei villaggi apatani si corre verso la
modernizzazione; anche nei villaggi nel Tirap descritti
sopra i giovani sono quasi del tutto assenti: si sono
trasferiti nelle grandi città in cerca di lavoro; i ragazzi
indossano abiti moderni, e le ragazze sono disinvolte
come mai lo sarebbero in nessun altro posto dell’India.
Solo gli anziani siedono ancora sulla piccola veranda
della casa in bambù ad intrecciare panieri o ceste con le
canne, e vestono ancora gli abiti tradizionali; ancora le
donne portano collane fatte con monete risalenti al
1904, l’epoca Britannica.
Il Nagaland: il Hornbill festival a Kohima
Il Nagaland, ancora primitivo nelle strutture e meno
controllato dall’esercito, ha una popolazione oramai
51
moderna. Ma esiste la possibilità di vedere le etnie nei
loro costumi tradizionali durante le feste nei villaggi, e
soprattutto al “Hornbill” festival dove eseguono danze
in costume. Sedici maggiori tribù compongono lo stato
del Nagaland, differenti nelle tradizioni e nei dialetti,
ma nonostante le diversità sono tutte congiunte sotto il
simbolo della piuma dell’uccello "bucero bicorno".
Durante il festival le etnie si danno appuntamento in
un villaggio appositamente costruito fuori Kohima, la
capitale del Nagaland, -una città costruita
disordinatamente sui pendii delle colline ad un altezza di
1500 m.
L’organizzazione del festival è meticolosa; sono stati
costruiti bagni in cemento e un’arena con una gradinata
semicircolare di fronte alla tribuna dei VIP, occupata da
soldati onnipresenti con mitra spianati ma sorridenti.
Una sorta di piccolo villaggio viene costruito per ogni
singola etnia, con una capanna caratteristica della tribù,
un ristorante con piatti tipici e, naturalmente, i
componenti della tribù che sotto il controllo di un
maestro si esercitano nelle danze o nei giochi che in
seguito eseguiranno nell’arena. Gli ospiti stranieri sono
benvenuti al festival, e non c'è nessun problema per
fotografare.
52
Il festival si svolge con puntualità. I membri delle etnie
che partecipano allo show attendono il loro turno sulla
scalinata avvolti nei loro scialli di lana rossi e neri tipici
del Nagaland, ancora tessuti a mano; quando entrano in
campo vengono introdotti con una spiegazione
particolareggiata del simbolismo della danza o della
lotta o del gioco. È uno spettacolo di colori, suoni di
tamburi, urla selvagge, canti e risate che si svolge in un
cerchio di colline verdi, fra filari di stelle di natale
gigantesche, di colore rosso o bianco. Al tramonto, finito
lo spettacolo, molti componenti delle etnie tolgono i
loro costumi: ri-indossano i jeans e poco dopo li si
incontra nel bazar di Kohima; qualcuno comunque
dorme nello stand della sua etnia.
Il Nagaland, nonostante una guerra civile in corso,
strade dissestate, mancanza di elettricità, strutture
alberghiere povere, è già cambiato: qui non si
incontrano più i personaggi del Tirap. Quanto tempo
rimane ancora al Tirap di oggi?
indice
53
Angoli d’India
Mathura-Vrindavan-Goverdhan in Uttar Pradesh
Deeg e Alwar in Rajasthan
K.Blancke, 2010.
Mathura, Vrindavan e Goverdhan sono località connesse
al culto del dio Krishna. La leggenda ci racconta che
Krishna nacque a Mathura, passò [una spensierata?] la
giovinezza allegramente con le fanciulle-pastorelle di
Vrindavan fra le quali la sua preferita era Radha e
sconfisse il dio Indra a Goverdhan quando quest’ultimo,
per punizione, aveva fatto piovere per sette giorni
accusando la popolazione di dare più importanza ai
lavori piuttosto che dedicarsi ai sacrifici per il dio Indra.
A quel punto, per salvare gli esseri umani e gli animali,
Krishna sollevò la collina di Goverdhan sul suo mignolo,
radunò i suoi protetti sotto la collina come fosse un
ombrello, e aspettò finchè Indra, stanco, cedette di
interferire e smise di piovere.
Questi sono posti di pellegrinaggio molto venerati dai
seguaci di Krishna in [di] tutto il mondo. Il culto di
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Krishna è basato principalmente sulla devozione e sul
canto del nome di Krishna e di Radha, e quindi in questi
luoghi si avverte un notevole fervore religioso. Mathura
conta un grande numero di templi di tutte le
dimensioni, in ognuno dei quali si sente cantare, dal vivo
oppure da una audio-cassetta; per strada una banda
musicale, quelle di solito riservate per i matrimoni,
canta il nome Radhe-Radhe a suon di tamburi e
tromboni. Alla sera i devoti scendono verso i ghat sullo
Yamuna affollandoli per assistere alla cerimonia
dell’aarti; il Vishram Ghat è quello che richiama più
devoti in assoluto. Un sadhu spinge un carrettino pieno
di kulfi [il gelato indiano] e per renderlo più visibile
accende le lampadine intermittenti che illuminano la
scritta sul suo mezzo –Radhe Radhe. La città di Mathura
è disgustosa: mucche, cani randagi, scimmie e maiali
lasciano in giro i loro escrementi; fogne a cielo aperto,
buche nelle strade, sporcizia e polvere, e per coronare il
tutto uno smog nell’aria che rende difficile respirare. Ma
in mezzo a tutto questo caos c’è un via-vai di persone e
l’atmosfera allegra e vivace fa dimenticare quello che
c’è intorno.
Mathura vanta anche un museo governativo di primo
ordine, con bellissime statue buddhiste e induiste in
55
arenaria ritrovate nei dintorni, molte delle quali risalenti
al periodo dell’impero Kushan (1/2 secolo D.C). Ma a
visitare il museo ero sola….
Vrindavan, il cui nome significa ‘boschetto di basilico’,
ora è diventato una cittadina, con un bazaar, stradine
strette, pavimenti sconnessi, e anche qui un grande
affollamento di esseri umani e animali. Per visitare i
templi più noti – tra cui il Govind Deva Temple costruito
in arenaria rossa in occasione della visita di Akbar al
maestro Hari Das, il guru del suo musicista Tansen – il
mezzo migliore è il rickshaw a pedali, dalla cui altezza si
riesce a osservare tutto senza essere importunati.
Questa cittadina è molto frequentata dai seguaci
occidentali di Krishna, che si vedono in giro, le ragazze
vestite con il sari, i ragazzi con il dhoti e il codino dei
Hare Krishna. Mi racconta la guida che questi ragazzi
passano parecchio tempo a Vrindavan, vivendo negli
ashram della cittadina, e la maggior parte di loro parla
correntemente l’hindi. Molti si dedicano ai progetti di
beneficenza dell’organizzazione Iskcon (International
Society for Krishna Consciousness).Tra questi:
distribuzione cibo e abiti, scuole, ospedale, piantare
alberi, pulire l’ambiente, ma anche il progetto “cura per
le mucche”. Il tempio Iskcon è decisamente interessante
56
da visitare. É una struttura relativamente nuova e pulita,
piena di gente. C’è chi canta, chi balla, chi suona gli
strumenti musicali, chi pulisce gli oggetti in ottone del
tempio, e chi in questa allegra atmosfera rende
semplicemente omaggio a Krishna e Radha.
Vrindavan è anche nota come “la città delle vedove”.
La città è piena di donne che vengono qui a concludere il
loro percorso terreno, per mancanza di alternative. Ho
visto anche i “Bhajan Ashram” dove le donne si
riuniscono per cantare bhajan (canti religiosi) tutto il
giorno in cambio di poche rupie. Vietato fotografare….
Goverdhan è stata la sorpresa maggiore per me. Non
avevo mai sentito parlare di questa località situata ad
una ventina di km da Mathura. Già all’ingresso della
cittadina notai un grande affollamento di pellegrini che
avevano costruito alcuni campi tendati dove pernottare.
Vengono qui a fare il parikrama (il percorso sacro)
intorno alla collinetta sollevata da Krishna per salvare la
gente dall’inondazione provocata dal dio Indra. Un
percorso di più di 20 km, fatto per lo più scalzi. Si
vedono intere famigliole intraprendere questo cammino
purificatorio. La prima parte si svolge lungo la strada,
poi ci s’inoltra nel bazaar di Goverdhan, e qui inizia il
parikrama vero e proprio, in mezzo a tempietti e vasche
57
sacre. Molte persone percorrono questo cammino
prosternandosi. In ogni punto sacro i brahmini sono
pronti a spiegare il significato di ciò che s’incontra,
qualche episodio della vita di Krishna e di Radha. Verso
la fine del percorso si incontra il Kusum Sarovar, un
luogo incantevole, una vasca sacra con i ghat che
scendono nell’acqua. La leggenda narra che Radha ci
veniva a raccogliere fiori da offrire a Krishna. Nel 18imo
secolo vi furono costruiti dei chhatri meravigliosi da
Jawahar Singh, un Maharaja Jat di Bharatpur, in onore di
suo padre, Suraj Mal.
Gli stessi regnanti di Bharatpur furono i costruttori del
meraviglioso “palazzo delle fontane” a Deeg, situato 20
km oltre Goverdhan. Questo palazzo, concepito come
residenza estiva per i Jat di Bharatpur, aveva un sistema
di fontane e corsi d’acqua sotterranei che davano
refrigerio durante l’estate torrida in questa regione. I
palazzi sono collegati l’uno con l’altro da viali bellissimi
pieni di fontane, che vengono messe in funzione
soltanto in due occasioni all’anno. Mi fu raccontato che
questi regnanti di Bharatpur aggredirono i Moghul ad
Agra e a Delhi e razziarono un intero palazzo che fu
ridotto in pezzi, questi furono numerati e usati dopo per
ricostruirlo identico a Deeg, dove divenne noto come il
58
Suraj Mal. Dagli intarsi in pietra dura sulle pareti, e quelli
in pietra semi-dura visti su una pedana sotto un arco nel
giardino, è evidente la provvenienza di queste
costruzioni….
Seguo la stessa strada, per circa 75 km, in direzione di
Alwar. Cammelli per strada, casupole tipiche ricoperte
con sterco di mucca, vivaci colori di sari: sono arrivata in
Rajasthan. Niente più smog adesso, il cielo è tornato
azzurro. La Alwar del presente è una cittadina anonima,
tranquilla ma poco attraente. A dargli colore c’è la Alwar
del passato. Alwar era uno degli stati Rajput, ed era
eminente nel 18imo secolo, sotto il Maharaja Pratap
Singh. Egli fece costruire uno splendido palazzo di città,
che attualmente ospita edifici governativi. Quando
arrivo ci sono ragazzini che giocano a cricket nel cortile,
e per visitare il palazzo e salire ai piani superiori non
incontro nessuno che mi indica la via dove andare. Dai
piani superiori si gode di un panorama magnifico, con le
colline degli Aravalli sullo sfondo. Il palazzo ospita un
museo molto bello, con oggetti d’arte, abiti in broccato,
strumenti musicali tradizionali, un’armeria, e una
splendida collezione di pitture in miniatura e di
manoscritti magnificamente illuminati, sia di ispirazione
indù che musulmana. Fuori dal palazzo si trova un
59
laghetto, è una vasca magnifica con degli scalini che
portano fino in fondo. Di fianco è stato costruito il
bellissimo cenotafio del Maharaja Bakthawar Singh,
conosciuto con il nome “Moosi Maharani ki Chhatri”
perchè una delle mogli di Bakthawar Singh, la Rani
Moosi, vi commise sati immolandosi sulla pira funeraria
del marito.
Alwar era una città fortificata, cinta con 5 km di mura
coronate con un forte situato 300 metri al di sopra della
cittadina. Per arrivarci si sale su una collinetta, passando
in mezzo ai boschi. Purtroppo il forte Bala Quila è in uno
stato molto trasandato, anche se sono in atto lavori di
restauro. Per poterlo visitare, e ciò vale veramente la
pena – se non altro dal punto di vista panoramico-, si
deve richiedere un permesso alla polizia locale, perchè
al forte è stata installata una stazione radiotrasmittente.
A circa 35 km da Alwar si trova il parco nazionale di
Sariska - ufficialmente si chiama ‘Tiger Riserve”, ma non
illudetevi….difficilmente si vede una tigre!- A Sariska i
Maharaja di Alwar avevano costruito un ‘hunting lodge’,
un bel palazzo dove si può anche soggiornare e da dove
vengono gestiti i safari nel parco. E da qui si arriva nelle
60
zone più conosciute del Rajasthan: Jaipur, Pushkar,
Ajmer.
indice
61
Alcuni commenti sul viaggio Orissa Chhattisgarh
Kristin Blancke, 2007
Premessa:
Personalmente mi sento un pochino a disagio a fare un
viaggio del tipo "etnico" dove si entra nei villaggi
appositamente per 'osservare' le persone diverse. Mi
sembra un'intrusione maggiore rispetto alla visita di
altre zone indiane, il Rajasthan per esempio, in cui
s'incontrano persone e situazioni con particolari curiosi
o scioccanti lungo la strada. Inoltre la fascia tribale
dell'Orissa e di Chhattisgarh è un India più India degli
altri luoghi normalmente visitati, e anche se vivo in
questo paese da quasi vent'anni mi rattristo nel vedere
persone che vivono in condizioni cosi miserabili e,
soprattutto, nel constatare che nessuno si adopera
perchè qualcosa possa cambiare. Tantissimi di loro
sono malati, soprattutto tra i bambini. A volte non
hanno nulla da mangiare, così in alcuni casi si nutrono
dei noccioli di mango che sono velenosi, e ogni anno si
sente di qualche morte per inedia o per avvelenamento.
Si notano anche tanti abusi da parte di persone
appartenenti alle classi appena appena fuori dalla
struttura tribale che prendono vantaggio del fatto di
62
sapersi destreggiare un tantino meglio degli sfortunati
appartenenti alle etnie.
***
Comunque il viaggio è stata una bella esperienza. Da
Raipur, la capitale dello stato di Chhattisgarh, siamo
andati al palazzo di Kanker - dove gli ex-reali, in questo
caso giovani e simpatici, hanno adibito il loro "palazzo"
(per la verità piccolino e piuttosto semplice, tenuto un
pò cosi cosi) a hotel per turisti. Loro, i padroni, hanno
tutti i diritti sui loro 'sudditi', e questo ci ha permesso di
visitare un villaggio nel loro territorio dell'etnia 'Muria
dal corno di cervo', molto autentico, e di assistere ad
uno spettacolo di danze, con la possibilità di vederne
anche tutti i preparativi. In seguito abbiamo visitato un
mercato dove si stava svolgendo un combattimento di
galletti, e un altro villaggio dei "Maria dal corno di
buffalo". Era interessante vedere le etnie nei propri
villaggi.
* * *
Da Chhattisgarh siamo passati in Orissa. Ogni giorno
un mercato diverso, un altra etnia, un altro villaggio.
Il paesaggio nella zona tribale è molto affascinante,
foreste con alberi enormi, risaie, colline. Avrete visto
qualche foto dei Bonda e delle altre etnie; a distanza di
63
poche decine di chilometri si trovano etnie
completamente differenti fra di loro. Per questo il
viaggio in Orissa è molto ricco: rispetto alle poche altre
zone indiane dove vi sono rimaste etnie da visitare, qui
se ne trovano davvero una grande varietà. E non so per
quanti anni ancora resisteranno: i Dongria Kondh per
esempio stanno per scomparire perchè una ditta
inglese, la "Vedanta Cie", ha comperato le colline ricche
di bauxite dove vivono, da sfruttare per una fabbrica di
alluminio. Distruggeranno la foresta, togliendo all'etnia
il suo habitat e obbligandoli a cambiare stile di vita.
La popolazione delle etnie vive interamente alla
giornata: ogni mattina portano un casco di banane, un
pacco di foglie di sal, oppure qualche litro d'alcool di
mahua ad un mercato; vendono la loro merce, molte
volte prima di arrivare al mercato, ai mediatori fuoricasta che li stanno aspettando lungo la strada; quasi gli
strappano via le loro poche cose. In cambio gli danno
qualche soldino che finisce per essere speso prima di
tornare a casa per l'acquisto di alcool! Dopo
mezzogiorno sono tutti ubriachi. Uomini, donne, e
bambini - danno l'alcool anche ai bambini. Non sanno
leggere, non sanno scrivere, non sanno nemmeno
quando sono nati nè quanti anni hanno i propri figli.
64
Sono per la maggior parte animisti. Abbiamo assistito ad
un rito di passaggio alla pubertà di una bambina, con un
sacrificio animale eseguito da uno sciamano che entrava
in trance. Via via che ci si avvicina alla strada, si nota di
più l'influenza della 'civiltà'; qui molti villaggi sono stati
convertiti - principalmente al cristianesimo. Abbiamo
assistito alla festa di San Giuseppe in un villaggio Desia
Kondh, con tanto di sacerdote arrivato per celebrare.
Dopo la zona tribale si raggiunge l'aria più 'civilizzata'
dell'Orissa. Usciti fuori dalla foresta, la vita cambia
drasticamente: villaggi e coltivazioni di riso, pescatori,
artigiani; un livello di vita simile ad altre zone indiane.
* * *
Una chicca del viaggio è stata la festa al tempio di
Taratarini, una delle manifestazioni della dea Parvati. La
festa è una ricorrenza annuale: ogni martedì tra il 14
marzo e il 14 aprile i devoti di Taratarini si recano al
tempio in cima alla collina per chiedere la benedizione
alla dea. Come spesso accade in India, vi arrivano
coppie che desiderano un figlio, e quando il figlio o la
figlia compie il primo anno di vita la famigliola viene al
tempio, e al piccolo o la piccola vengono tagliati i
65
capelli, che vengono offerti alla dea come
ringraziamento.
C'era aria di festa, allegria. Una fiumana di gente saliva
in cima alla collina, sotto il sole cocente. Arrivati sopra,
una coda "a serpente" di circa mezz'ora era l'ultimo
ostacolo da superare prima di ricevere il "darshan" della
dea. C'erano squadre di soccorso che spruzzavano
acqua sulla gente da un innaffiatoio per rinfrescarli
durante l'attesa...Dopo il darshan la discesa in un
pianoro dove ogni familiglia si preparava il pasto
"sacrificale" con un capretto portato vivo da casa,
macellato sul posto. Una volta si faceva il sacrificio
animale rituale, ma ora che il rito è vietato la gente
ricorre a questo espediente per mantenere viva la
tradizione.
* * *
L'ultima tappa del viaggio erano le cittadine ricche di
cultura: i meravigliosi templi a Bhubaneshwar e a
Konarak, e Puri, affascinante luogo di pellegrinaggio
indù. Un viaggio senz'altro molto interessante,
nonostante i lunghi trasferimenti, le alzatacce e le
strade brutte...
indice
66
BHUTAN
67
Il Bhutan in occasione della Festa di Paro
F. Pizzi, Aprile 2005
Che bel paese, il Bhutan!
Erano due anni che mancavo da questa terra con la sua
natura stupenda che riserva una sorpresa naturalistica
dietro a ogni curva; ma con gente un po’ strana...
Prima di partire avevo letto sul Kuensel, il giornale
nazionale bhutanese, che in tutto il paese è entrata in
vigore la legge anti-fumo. Qualche giorno prima, in
un’intervista rilasciata a giornalisti indiani, il re del
Bhutan aveva ammesso di fumare, e anche molto, ma
aveva dichiarato di aver imposto questo divieto per il
bene delle generazioni future. Paese democratico, il
Bhutan! Nella nuova normativa risulta che ogni turista
può portare con sè una stecca di sigarette gratis, con il
divieto di venderle nel paese. Ma... ci hanno dato una
bella stangata all’arrivo! Eravamo otto persone, sette
magnifiche e gentili signore e io. Su otto eravamo
cinque fumatori, per cui in valigia ognuno portava le
sigarette che dovevano coprire il fabbisogno per i nove
giorni di permanenza in Bhutan, visto che è vietata la
vendita delle sigarette. Riempiti i moduli e pagati venti
dollari per il visto, due signori in abito tradizionale ,-il
68
“gho”, una veste con i tipici colori bhutanesi che
scende fino alle ginocchia e calzettoni che salgono fino
alle ginocchia-, labbra e denti rossi per la continua
masticazione di betel [famoso per i suoi effetti
cancerogeni...]- si avvicinano con il viso alterato dalla
cupidigia, con il sorrisetto furbo tipo: “Ora vi
freghiamo!”. Sono gli ufficiali di dogana. Si avventano
sulle valigie delle mie clienti e con immenso piacere
tirano fuori sigarette dicendo: “Bisogna pagare ventotto
dollari per ogni stecca. Non è permessa l’importazione
di una sola sigaretta; nel nostro paese non si fuma.”. Mi
permetto, ad alta voce, di protestare, ma fanno orecchie
da mercante: incassano e danno ricevute. Questo era il
nostro “welcome to Bhutan”. All’occhio, fumatori!
Siamo perseguitati anche nei paesi buddhisti...
Nel nostro giro la prima sosta era Paro, dove si svolgeva
il festival annuale. Benchè i festival siano interessanti,
per noi organizzatori diventano un incubo a causa della
poca ricettività alberghiera. Infatti sembra che tutto il
mondo si concentra in questo piccolo paese occupando
tutte le stanze di tutti gli alberghi, e chi prima arriva
meglio alloggia. Le agenzie bhutanesi, che fanno pagare
una quota fissa di duecento dollari al giorno, ti danno
comunque gli alberghi che vogliono, senza tener conto
69
delle richieste fatte in precedenza. Avevo giurato che
non ci sarei mai più andato....
L’inaugurazione del festival di Paro avviene in un posto
magnifico, anche se è un po’ faticosetto arrivarci: non
arrivano le macchine e bisogna camminare trenta
minuti, su per un sentiero che si inerpica sotto un
costone roccioso in cima al quale è arroccato lo dzong
di Dzongdhaka, il cui monastero data del XIII sec.
L’atmosfera è simpatica; le danze si svolgono nel cortile
dello dzong, e intorno vi sono ogni sorta di bancarella,
dove si vende di tutto. Gente felice sale con il suo picnic
per passare la giornata sotto il sole, -una delle poche
con il sole!- L'indomani andiamo ad assistere all’inizio
del festival vero e proprio nello dzong di Paro.
All’entrata un poliziotto obbliga i partecipanti a togliere
il cappello, in segno di rispetto, nonostante il sole e il
caldo feroce. Faccio notare che una signora del gruppo
soffre di un malattia alla testa e non può togliere il
cappellino. Risposta: “O lo toglie o se ne va.”. Lo toglie!
Anche qui una folla ordinata è accucciata intorno ai lati
del cortile. I buffoni, gli azzara, sorvegliano
simpaticamente che non si occupi tutto lo spiazzo dove
devono avvenire le danze. Lo spettacolo dura a lungo, e
pochi stranieri sono in grado di resistere fino alla fine;
70
dopo aver visto i primi danzatori con bellissimi abiti di
broccato e ascoltato le musiche di tamburi e radung, si è
soddisfatti e si va via.. Mentre gironzolo fra le bancarelle
vedo una tenda verde e sorpresa ...una grande scritta
invita i visitatori a procurarsi dei profilattici
gratuitamente.
Il Bhutan è famoso per gli dzong, imponenti fortezzemonasteri sorti nei luoghi di importanza strategica per
difendersi da eventuali invasioni tibetane, tutti costruiti
intorno al XVII sec dallo Shabdrung Ngawang Namghiel.
In effetti sono maestosi e incutono timore; gli interni
[quel poco che ti fanno visitare] danno una sensazione
di calore, perché tutto è costruito in legno. Negli dzong
vi sono uffici governativi/amministrativi e monasteri,
quindi dentro si vedono impiegati rigorosamente in abiti
tradizionali che vanno a casa a fine lavoro, qualche bella
sala del monastero con affreschi stupendi, e monachelli
che giocano nei cortili.
Da Jakar, capoluogo del Bumthang con diversi templi e
monasteri, siamo andati a visitare il piccolo villaggio di
Ura. Il paesaggio è cambiato: le foreste tropicali lasciano
il posto a campi verdi e ben coltivati. Il Bumthang è
costituito di cinque ampie vallate costellate con le
71
casette tipiche del Bhutan che ricordano gli chalet
svizzeri.
In genere il popolo bhutanese è cortese e sorridente, le
persone sono disposte a farsi fotografare e a parlare, quando ci si capisce-. Thimphu, la capitale del Bhutan, ci
riporta verso il nostro mondo. È cambiata molto
dall’ultima volta che l'ho visitata; dovunque
supermercati ben forniti e discoteche. Ma il mercato
settimanale del sabato è rimasto carino. Le bancarelle
spesso altro non sono che un tappeto steso per terra;
odore di pesce secco, noci moscate fresche utilizzate per
la composizione del betel , verdure e oggetti vari per
l'uso quotidiano della gente locale. A Thimphu mancano
ancora i semafori, e il vigile al centro dell’unico incrocio
importante danza quando avverte gli automobilisti, pochi-, che possono proseguire o fermarsi.
La natura, che varia da una vegetazione tropicale a
quella presente nel freddo himalayano, è ciò che
colpisce di più in questo paese. Lungo la strada centrale
verso il Bumthang che poi prosegue fino al confine con
l’Assam, -area in questo periodo vietata ai turisti-, è un
susseguirsi di foreste lussureggianti, scimmie che
vengono fino al bordo della strada quasi per far
ammirare la loro bellezza, piccoli cervi che camminano
72
tranquillamente al bordo della strada. E i fiori! Quanti
fiori ci sono! La foresta è punteggiata di immensi
rododendri in fiore; magnolie gigantesche sorgono un
po’ dovunque quasi a formare un bosco nel bosco. Ogni
istante c’è qualcosa di bello da vedere e fotografare.
Per arrivare nel Bumthang si valicano tre passi fra i
3000 m e i 3400 m. Sul valico del Dochu-la sono stati
eretti 108 stupa, sugli altri si gode un ottima panoramica
delle montagne intorno. La sera faceva freddo ma
eravamo riscaldati dalle stufe a legna sistemate nella
sala da pranzo. Un peccato lasciarla, perché in camera è
freddo.
Puntsoling, la città di confine che non offre molto, ci
aspetta con un clima umido e piovoso. Una popolazione
mista fra indiani, bhutanesi e nepalesi passeggia fra le
stradine non molto pulite o fa acquisti in supermercati
ben riforniti. Uscendo dall’albergo si può facilemente
varcare l’arco che segnala il confine fra il Bhutan e
l’India. Lo faccio spesso perché in India si può telefonare
a un costo meno elevato del Bhutan. Lo faccio perché
rientro nel caos caldo e amichevole indiano che
contrasta con il paesaggio ordinato e lindo, quasi
svizzero del Bhutan. Domani varcheremo tutti insieme il
confine
per
infilarci
nella
piccola
casetta
73
dell’immigration e per continuare il nostro viaggio sulle
strade affollate con i clacson rombanti e la confusione
dell’India.
indice
74
NEPAL
75
Una Gita nel Mustang Inferiore
F. Pizzi, 2009
E così…quest’anno niente Tibet. Per qualche strano
motivo i miei clienti e io, mentre eravamo a Kathmandu
in attesa di volare a Lhasa, ci siamo sentiti dire di no, il
permesso per il Tibet questa volta non ce lo davano...
Che fare? Guardiamo la mappa del Nepal e decidiamo
per il Mustang Inferiore che nessuno di noi aveva
visitato: un misto di passeggiate e trasferimenti in
macchina, da non stancarci troppo, a differenza del
Mustang vero e proprio dove bisogna fare dieci giorni di
trekking dormendo in tenda. Saliti sulle Toyota, ci
troviamo a Pokhara, punto di partenza per la nostra
avventura, e da qui ci spostiamo a Tatopani, portandoci
in su verso il Mustang.
Il Mustang, il cui nome sembra originarsi dal tibetano
Mun Tan *smon thang+ che significa “pianura fertile”,
originariamente apparteneva al regno di Lo ma ora fa
parte del Nepal. Viene anche definito come “il Tibet
fuori dai confini tibetani”, perché il piccolo regno riuscì a
sfuggire alla “pacifica invasione cinese” nel ’51. Una
volta famoso lungo la via del sale, ora si mantiene con
76
l’allevamento di bestiame, il commercio, e,
naturalmente, il turismo. Ci troviamo quindi in una
regione di religione e cultura a maggioranza buddhista,
e in alcune parti anche di lingua tibetana.
Tatopani, un piccolo villaggio con un’unica strada
pavimentata con lastre di pietra, senza macchine come
un isola pedonale, è noto per le sue sorgenti di acqua
calda, ma non ci siamo andati preferendo fare un gita a
Narchung, un villaggetto distante un’ora di cammino.
Gli abitanti –dice la guida- sono di origine mongola, un
misto tra buddhisti e induisti, una comunità di 1000
famiglie di agricoltori e di orafi. Narchung si trova a un
altezza di 1346 metri e l’unica via di accesso è un ponte
sospeso, vertiginoso ma sicuro. L’ingresso al villaggio è
contrassegnato da una costruzione in pietra
assomigliante a uno stupa -come spesso si trovano nei
villaggi tibetani-.. Le case fatte in pietra con tetto in
ardesia non hanno nulla a che vedere con le costruzioni
poco carine che si trovano nella valle di Kathmandu.
Cammino fra queste stradine di pietra e sembra di
essere in un villaggio di baite sulle nostre montagne; c’è
poca gente –molti sono nei campi a lavorare- e gli
incontri si limitano a tre bambini sorridenti e una
giovane donna che dà istruzioni al sarto seduto per terra
77
con la sua macchina da cucire, a riguardo di un suo
vestito.
Ci dirigiamo verso Lete dove si entra ufficialmente in
Mustang e continuiamo fino al villaggio di Tukuche. Ora
siamo davvero entrati in un atmosfera tibetanobuddhista. Poco prima delle case troviamo un muro
mani e s’intravedono già dei gompa. I gompa, come
dovunque nel Mustang Inferiore, sono relativamente
nuovi e quasi tutti appartenenti alla scuola Nyingmapa,
con alcune eccezioni della scuola Sakya e Kagyu.
All’interno sono semplici ma accoglienti. A Tukuche
incontriamo l’abate che sta costruendo una statua nel
cortile, e ci intratteniamo con una breve conversazione
in tibetano. Mi sento a casa!
A Tukuche, 600 abitanti, come in tutti gli altri villaggi,
siamo ospitati in un piccolo lodge a conduzione
familiare. Nella camera d’entrata noto su un muro una
foto del Karmapa e al suo fianco un poster raffigurante
Gesù; la proprietaria vede il mio stupore e spiega che
suo marito è cristiano mentre lei è buddhista. Bene!
Passeggiando per l’unica strada, in un cortiletto scopro
un’antica iscrizione che racconta della visita del monaco
giapponese Kawaguchi; era passato di qua sulla strada
verso il Kailash e poi verso Lhasa. Ekai Kawaguchi era
78
stato uno dei pochi viaggiatori che era riuscito a entrare
in Tibet e restarci per tre anni senza essere scoperto
all’inizio del 1900. Scrisse un libro molto interessante su
questo suo viaggio, “Three years in Tibet”.
Il paesaggio si fa sempre più arido; la vegetazione
lussureggiante delle valli lascia il posto a vastissime
vallate dominate dalle maestose catene del Nilgiri e
Dhaulagiri coperte di ghiaccio; infatti la sera fa molto
freddo e non c’è riscaldamento tranne il sacco a pelo.
A un ora di macchina o due ore a piedi, su una strada
che oramai si può definire “pista”, si trova il villaggio di
Marpha, a 2650 metri, con 300 abitanti. Mi viene detto
che in inverno la popolazione scende a 30 abitanti. Il
freddo deve essere intenso, già lo si sente ora che siamo
in ottobre, e come in altri villaggi la gente scende nelle
valli più calde del Nepal, oppure vanno a fare qualche
pellegrinaggio in India. Le macchine restano fuori dal
villaggio e si entra passando sotto uno stupa. La strada è
fatta con lastre di pietra e fiancheggiata da case in pietra
e negozi, molti dei quali gestiti da tibetani. Anche qui mi
ricordo dei villaggi dei nostri montanari, un ricordo che
mi porterò dietro in tutti i villaggi che visiteremo. Il
pomeriggio andiamo a visitare un moderno gompa
Nyingmapa che ospita 50 monaci. Sopra al gompa una
79
casetta sostenuta da pali di legno e aggrappata a una
parete rocciosa funge da centro di ritiro e sulla
montagna, alla destra, si vede un enorme stupa. Mi
chiedo come hanno fatto a costruirlo lì sopra, ma
guardando meglio mi accorgo che si tratta di una roccia
dipinta come uno stupa. Magnifica la vista del villaggio
dal tetto del gompa! Qui le case mi fanno pensare ai
villaggi ladakhi. I tetti piatti -dai quali sventolano le
bandierine colorate- sono coperti di grossi tronchi di
alberi al posto delle pizze di escrementi di yak in Ladakh.
Ma non ci sono camini...dove bruceranno la legna, e da
dove uscirà il fumo? Il giorno seguente mi avvio a piedi
verso Jomson, a 2743 metri. Cammino da solo
attraverso una valle deserta, bellissima. Non c’è un
suono, rarissimi gli automezzi. Cammino con il naso
all’insù, mai stanco di guardare i ghiacciai che mi
circondano. Sembra che su quei ghiacciai viva un
signore... il signore del vento che ogni giorno, stufo della
solitudine, verso le 11 comincia a soffiare sulle valli, e
smette di farlo intorno alle 16, lasciando che il freddo
scenda dalle montagne.
Nonostante questo turbinare di polvere il cielo rimane
blu-cartolina e non una nuvola si vede durante la nostra
permanenza in Mustang. All’incirca un’ora da Jomson
80
vedo sulla mia sinistra un villaggio che se ne sta tutto
solo su una collinetta, Syang. Superati i soliti stupa votivi
mi trovo fra le casette chiuse con lucchetti, il silenzio e il
signore del vento. È deserto! Trovo soltanto una bimba
in vena di sorrisi, e in un cortile, una coppia che
costruisce una corda di canapa. Mi avvicino per
fotografare ma sembra che non gradiscano, quindi
proseguo verso il gompa –Sree Tashi Lhakhang della
scuola Nyingmapa- costruito più in alto delle case.
Scendo dalla parte opposta e mi dirigo verso Jomson
attraversando una valle larghissima tagliata da un
piccolo fiume; durante il periodo dei monsoni suppongo
sarà impraticabile. Jomson è una città, con un
aeroporto! Sempre a causa del signore che alle 11
comincia a soffiare gli aerei -piccoli- che collegano
Pokhara e Jomson interrompono il lavoro da quell’ora.
Anche qui un unica strada molto larga, con un
mercatino delle verdure e tanti negozi per turisti,
compreso l’immancabile German Bakery. E partiamo per
Kagbeni, il penultimo villaggio della nostra gita in
Mustang. Siamo a 2870 metri. Dopo la visita al gompa
Samphel ling –il fiume sottostante è azzurro e scorre in
una sorta di canyon, una visione magnifica- mi faccio
una passeggiata nel villaggio che mi porta sotto uno
81
stupa il cui soffitto è decorato con molti mandala e
raffigurazioni del pantheon buddhista. Proseguendo mi
trovo davanti alla statua di un personaggio in piedi che
stringe un coltello nella mano destra, con il pene
eretto. La guida mi dice che è il protettore dell’entrata al
villaggio e che all’uscita si trova la sua compagna.
Andiamo a vedere ma, purtroppo, la compagna è
soltanto un ammasso di pietre. Camminando per la
stradina stretta e pulita mi fermo a un negozio gestito
da una ragazza tibetana. Passo un po’ di tempo a parlare
con lei e mi racconta subito della visita di una cliente
cinese che lei aveva trattato molto male. Infatti Kagbeni
sembra essere il punto di ingresso in Nepal per i tibetani
che arrivano dal vicino confine nei pressi di Drongpa,
sulla strada per il lago Manosarovar: su un muro uno
striscione rosso dà un caloroso benvenuto ai tibetani
che vi giungono. L’indomani, attraverso un paesaggio
arido e stupendo, ci avviciniamo a Muktinath. In
lontananza intravediamo prima il villaggio di Jarkot che
fa capolino sulla punta di una collina, e dietro di esso
spunta Muktinath, circondato dal Dhaulagiri. Ci
fermiamo per fotografare Jarkot e scendiamo su un
declivio che finisce in un profondo burrone al fondo del
quale il fiume scorre tranquillo. Mentre mi guardo
82
intorno noto dei fiorellini e un profumo conosciuto. È
timo-serpillo… voi direte: “e allora?”. Be’, allora niente!
Per me è una piantina con tanti ricordi e ne raccolgo due
buste piene. Anche questo particolare mi riporta alle
Alpi dove, nella stagione giusta, andavamo a raccogliere
il timo-serpillo per farne scorta per l’inverno –è
considerato un ottimo rimedio contro i raffreddori-. La
casa si riempiva del suo profumo mentre lo facevamo
seccare al sole, sul davanzale della finestra.
Finalmente arriviamo a Muktinath, un villaggio
disordinato e pieno di trekkers; infatti trovare le camere
è un problema notevole, ma ci riusciamo. Il nome
Muktinath, o anche Muktichhetra, deriva da “Mukti”, e
“nath”, e significa “il luogo della Salvezza”. Infatti è uno
dei 126 luoghi di pellegrinaggio dedicati a Vishnu che
ogni buon induista deve visitare almeno una volta nella
vita. Si trova a 3750 metri di altezza. Il tempio dove sto
andando, venerato anche dai buddhisti, è situato
all’incirca 30 minuti dal “centro città”; la strada per
arrivarci è costeggiata da bancarelle di proprietà di
giovani donne tibetane molto allegre e con tanta voglia
di vendere le loro cianfrusaglie. Mi sembra di essere
tornato nel mercato di Shigatse dove con le signore –
che conoscevo da anni- scherzavamo a lungo; qui non
83
mi conoscono ma parlare la loro lingua mi apre la porta
ai loro sorrisi e alle loro spiritosaggini. Entrando nel
complesso si notano i tempietti pagodeggianti, e,
soprattutto, i sacerdoti, un misto tra sacerdoti indù e
suore tibetane. Il tempio principale dedicato a Vishnu è
semi-circondato da un muro dal quale sgorga l’acqua
santa attraverso 108 fontanelle a forma di testa di toro.
I devoti si bagnano sotto di esse o ne bevono l’acqua.
Muktinath mi riserva anche la sorpresa di trovarmi in
autunno, nel senso che il suolo è cosparso di foglie gialle
e croccanti –uno spettacolo che da noi in Himachal
Pradesh non vediamo mai!-, gli alberi si sono messi gli
abiti autunnali, e sembra che le valli aride che abbiamo
passato fino a oggi siano scomparse. Poco distante dal
tempio principale si trova il tempio Jwala Mai (Jwala
Mukhi) all’interno del quale due fiammelle bruciano
continuamente, alimentate da gas sotterranei. Per i
credenti è un offerta fatta da Brahma. Quando il signore
del vento ha smesso di brontolare e quella enorme palla
gialla sospesa nel cielo comincia la sua discesa verso altri
luoghi mi incammino verso il villaggio; e non posso fare
a meno di fermarmi a bere un tè in un localino che porta
il nome di Bob Marley! La sera invece si beve rum per
superare il freddo… Il giorno dopo, l’ultimo a Muktinath,
84
facciamo un escursione sulla cima di un colle a 4070
metri, il confine con il Mustang Superiore.
Attraversando il piccolo villaggio di Jong faccio
conoscenza con un signore, seduto al sole in un cortile,
che ha appena macellato una capra; la pelle con la testa
attaccata è stesa a essicare vicino a lui, e lui riempie le
budella con il sangue. Il sentiero sale in una valle
deserta, e mi fanno compagnia profumi di erbe e le
montagne innevate che fanno da corona. Dalla cima del
colle, in lontananza, si può scorgere Lo Manthang –la
capitale del Mustang- e il palazzo estivo del re; subito
dopo una montagna segna il confine con il Tibet - in 4
giorni di cammino potrei arrivarci… Il nostro viaggio
finisce con un rientro veloce a Pokhara dove ci aspetta
un albergo di lusso che offre la possibilità di toglierci un
po’ di polvere. Devo dire grazie a chi non mi ha
permesso di entrare in Tibet; infatti mi ha offerto la
possibilità di conoscere una zona himalayana stupenda,
abitata da gente ospitale e sorridente. Forse un po’
scomoda come accesso e come sistemazione, forse con
un cibo ripetitivo, forse un filino fredda, ma fan-ta-stica!
indice
85
TIBET
86
Tratto da “ I TIBETANI” Franco Pizzi ed. Xenia 2000 [pag
31-35]
Incontro con Drupön Dechen
A Tsurphu, un’altra figura straordinaria era Drupön
Dechen, il maestro di ritiro ora defunto. Drupön Dechen,
originario del Ladakh, fu inviato molti anni addietro in
Tibet per seguire i lavori di ricostruzione del monastero
e per assistere i monaci che intraprendevano il ritiro di
tre anni con la sua esperienza. Era un meditatore di
professione. Pochi sapevano della sua esistenza ed egli
viveva in una piccola casa, sulla sinistra, entrando dal
portone principale. L’ interno consisteva di un grande
altare e, davanti a esso, d'una sedia di meditazione.
Questa era formata da una base e quattro assi in legno;
1'asse frontale era leggermente più bassa delle altre, in
modo che si potesse mettere davanti un tavolino su cui
poggiare gli strumenti rituali e i testi di lettura; 1'asse
posteriore era invece più alta, per potersi appoggiare
durante il sonno notturno. Perché, in effetti, egli
passava giorno e notte in questa specie di cassa: di
giorno meditava e riceveva la gente; di notte vi dormiva.
Chiunque volesse andargli a parlare era benvenuto: egli
87
non faceva alcuna distinzione fra le persone e si metteva
a loro completa disposizione.
L'ultima volta che 1'incontrai, mi fece sedere vicino a lui.
Mi chiese come stavo e quali fossero le notizie che gli
portavo dall'India, del monastero con il quale eravamo
entrambi connessi e d'un monaco ladakho suo
discepolo, ora in ritiro. Mi diede consigli sulla mia
pratica, invitandomi a parlare ad alta voce perché era un
po’ sordo, sorridendomi e incoraggiandomi. Mi parlò
della giovane reincarnazione del mio maestro e quindi
mi congedò, consegnandomi una lettera per il monaco,
un laccetto di protezione per me, del duzi e 1'invito a
passare qualche tempo in ritiro a Tsurphu. La cosa che
ricordo con più piacere, e anche con una certa nostalgia
perché mai più si ripeterà, era l'atmosfera in cui tutto
questo si svolgeva. Egli stava seduto sulla sua sedia a
gambe incrociate e, su di esse, sorridente e tranquillo,
teneva un pesante mantello di pelle foderato di pelliccia
di yak,. Con il suo sorriso invitava a dire tutto quello che
volevo, senza paura o vergogna. La camera era avvolta
in un'atmosfera di serenità diffusa dalla sua persona e i
suoi occhi, fissi su di me, erano colmi di bontà. Non lo
rividi più. Quello che mi rimane, oltre alla memoria, è
una tsatsa fatta con le sue ceneri e le sue ossa.
88
Verso Namtso
Decidemmo di piazzare la tenda in un prato lontano dal
monastero e dal villaggio. Volevo un po’ di tranquillità
per pensare a Drupön Dechen. Andai a fare una
passeggiata su un colle non molto lontano
dall'accampamento e, al mio ritorno, il cielo cominciava
a oscurarsi con pesanti nuvole dal sud. All'ora di cena si
scatenò un temporale che durò alcune ore. Era già buio
quando decisi di tornare nella tenda che trovai
completamente allagata. Pensammo di andare a
chiedere ospitalità in una casa nel villaggio. La strada era
pericolosa perché si era trasformata in un torrente e
bisognava attraversare ponti molto stretti e non proprio
sicuri, ma alla fine arrivammo. Il villaggio era già
immerso nel buio. La gente si era ritirata in casa, al
riparo dalla pioggia.
***
Bussammo a una porta e l'autista chiese alla famiglia se
c'era posto per uno straniero. La risposta fu affermativa
e mi condussero nel lhakhang. La stanza era in
condizioni tali che, per un momento, decisi di dormire
sul sedile del Toyota. La padrona di casa, dalla mia
89
espressione, comprese la situazione e mi disse che
avrebbe sistemato tutto in cinque minuti. Nel frattempo
io aspettavo in cucina, in compagnia dell'autista, del
marito e di due piccoli diavoletti: seminudi e con poca
intenzione di dormire. Un bel focherello ci riscaldava e ci
asciugava dall'umidità della pioggia. Bevendo il loro
chang, scoprii che la famiglia era connessa con il
monastero di Tsurphu. La signora tornò poco dopo,
invitandomi nella mia camera.
Alla luce d'una lampada a petrolio vidi che tutto era
stato pulito e mi era stato preparato un letto con dei
cuscinoni come materasso, un tappeto di lana sopra di
essi e delle coperte; la testa era rivolta all'altare e tutta
1'atrnosfera era confortevole e invitava a coricarsi.
Al mattino fui svegilato dalle grida del due diavoletti.
Feci colazione con la famiglia a base di tè tibetano e
tsampa – farina d’orzo tostato, impastata con tè o acqua
- un pasto molto nutriente. Offrii qualche yuan ai nostri
ospiti, ma essi non li accettarono. Dopo ringraziamenti,
saluti e auguri ripartirnmo per il Lago Namtso.
Il mio autista, Dorje, era un giovane tibetano molto
discreto e disponibile per ogni cosa di cui avessi bisogno.
90
Poco lontano dalla casa fummo fermati da alcuni
abitanti del villaggio che ci dissero che un pericoloso yak
con 1'abitudine di assalire macchine e autobus era a
passeggio sulla strada in cerca d'un bersaglio; conveniva
aspettare che desistesse. Chiesi a Dorje cos'era questa
storia ed egli, con calma, puntò l’indice su una grossa
massa nera davanti a noi: lo yak! In effetti, era enorme e
sembrava si guardasse attorno aspettando il momento
giusto per assalirci: e noi eravarno gli unici a dargli la
possibilità di divertirsi. Intanto, alcune persone si erano
avvicinate alla maccchina e, ignare del fatto che
conoscevo la loro lingua, cominciarono a descrivere le
prodezze di quello yak. Sembravano veramente racconti
paurosi ma, conoscendo 1'esagerazione con cui i
tibetani colorano gli episodi, non sapevo se ridere o
meno. Dorje, comunque, aveva preso la decisione di
aspettare e così rimanemmo fermi per una mezz'ora:
quando infine il “nemico” si ritirò in un recinto, noi
passammo a tutta velocità, con 1'autista che recitava
mantra al ritmo del suo motore.
indice
91
Namtso: un luogo di potere.
F.Pizzi, 2005
La mia meta era Nam Tso, il “lago del cielo”, situato a
4700 m sul livello del mare, uno dei “luoghi di potere”
tibetani, con i suoi tashi do, le “rocce del buon auspicio”.
Dopo aver visitato altri luoghi di potere nel Tibet
meridionale e nel Tibet orientale, ero curioso di vedere
com’era.
Con “luogo di potere” s’intende un posto dove nel
passato hanno meditato illustri e potenti yogin. Per
esempio, a Nyalam, quasi sul confine nepalese, aveva
meditato il grande Milarepa, e nelle grotte della parete
rocciosa (i tashi do) sulle rive del lago Nam Tso, si dice
abbiano soggiornato Guru Rimpoce, Reciungpa
(discepolo di Milarepa) e altri yogin tibetani.
Il lago dista poche centinaia di km da Lhasa, sulla strada
che conduce a nord verso Dunhang (famoso crocevia
delle antiche vie della seta, luogo di ritrovamento di
innumerevoli testi sul buddhismo elegantemente portati
via da esploratori occidentali), che poi prosegue per la
Mongolia o per Pechino. La pista che conduce al lago è
stretta e sconnessa, e si inerpica verso il colle a 5300 m,
92
di solito spazzato da un vento che soffia talmente forte
da sembrare uno degli innumerevoli protettori del
buddhismo himalayano messo a guardia per impedire
l’ingresso alla valle a chi non sia degno di scendere
lungo l’altro versante, verso l’immensa steppa
disseminata di tende nere dei nomadi fatte con pelo di
yak, e verso una meravigliosa distesa d’acqua turchese.
Infatti il lago è laggiù, lo si vede! Credevo che ci volesse
poco ad arrivare, ma a quell’altezza le distanze
ingannano: ci misi più di due ore, con il Toyota che
cercava la pista nella steppa. Così arrivai al tramonto, e
cercai una sistemazione nella guest-house primitiva
vicina alle rive del lago e a ridosso dei tashi do.
Questo posto, immerso com’è nel silenzio più assoluto e
in uno spazio in cui ci si perde quando si entra in
rapporto con esso, non richiede la fervida
immaginazione tibetana per essere visto come un luogo
magico, un luogo di potere, un luogo adatto alla
meditazione, dove non si è disturbati da nessun
elemento esterno.
Mangiai con i proprietari della locanda e mi trattenni
con loro a parlare; così venni a conoscenza di alcune
grotte trasformate in reliquari a causa di un numero
enorme di tsa-tsa,-immaginette votive fatte di fango
93
mescolato a resti umani-, e di una monaca eremita che
viveva in una grotta giusto dietro la locanda. Mi infilai
nel sacco a pelo con il pensiero di andare a trovare la
monaca-eremita il mattino dopo.
La colazione fu rapida: avevo fretta! Mi avviai per il
sentierino e arrivai velocemente alla grotta. Due muri
uniti da una porta di latta la chiudevano allo sguardo
indiscreto di eventuali curiosi. Sentii delle voci. Chiamai
in tibetano: che grande aiuto era conoscere la lingua del
posto!
Venne a aprirmi una giovane monaca. “Sarà questa
l’eremita?”, mi chiesi. Entrai. Davanti a me si apriva una
grotta abbastanza spaziosa; sulla sinistra ce n’erano
altre due più piccole, di cui una adibita a cucina, e l’altra
a dispensa; ai muri erano poggiati sacchi pieni di sterco
di yak, combustibile prezioso in Tibet. Dal vano più
grande uscì un’altra monaca, più anziana della prima,
dal volto gentile, che mi invitò nella grotta spaziosa. Era
il suo lhakhang (tempietto). In fondo vi era un altare
con varie statue, offerte e foto di lama anche di mia
conoscenza; appena vicino alla portaera sistemato il
cuscino sul quale dormiva, pregava e meditava.
L’austerità dell’ambiente mi fece sorridere al pensiero
delle ricercatezze di cui io ho bisogno per un periodo di
94
ritiro. Osservai che non vi era né riscaldamento né luce
elettrica. La monaca mi fece sedere e mi offrì del pöcha,
tè tibetano, che sebbene non mi piaccia bevvi fingendo
di trovarlo di mio gusto.
Così cominciammo a parlare.
Viveva in quella grotta da tre anni, estate e inverno.
“Tre anni?”, domandai. Credo che lei intuì che cosa
stessi pensando, perché abbozzò un sorriso. Con la sua
voce dolce e calma mi disse che la giovane monaca era
la sua assistente, che le provviste le venivano procurate
da uno zio che viveva a Lhasa, e che il suo tempo era
continuamente impegnato in esercizi spirituali. E si
vedeva!
Scoprimmo di avere connessioni con gli stessi lama,
come avevo capito dalle foto, e dopo avermi regalato
una piccola pietra mani mi fece capire che era ora di
andarmene.
Così feci. La sera, ascoltando il suono cristallino della
campanella e quello più cupo del damaru provenienti
dalla grotta dove la monaca pregava, mi addormentai
con il pensiero: “I cinesi non sono riusciti a cambiare
proprio tutto in Tibet!”.
95
Il mattino dopo ripartii per Lhasa, felice che questo
“luogo di potere” desse ancora i suoi frutti.
indice
96
Navigando sullo Tsangpo
Nuovo viaggio in Tibet, nuovo viaggio sulle gowa
F.Pizzi, 2007.
Quest’anno siamo in sei, un gruppetto simpatico già dal
primo momento: dopo l'incontro all'aeroporto di
Kathmandu, ci avviamo verso il pulmino fra la solita folla
di ragazzini che tentano di prendere le valigie o che
s'inventano qualche stratagemma per raccimolare un
po’ di soldini; quando arriviamo al nostro mezzo di
trasporto, il rappresentante dell’agenzia locale offre la
tradizionale collana di fiori ai clienti. Uno di essi,
seccato, lo respinge con un: “Non voglio nulla!”.
Immaginate il viso rabbuiato e offeso dell’agente che mi
guarda e mi dice: “Ma non vuole i fiori?”. Immaginate il
viso del cliente quando gli spiego che non cercava di
vendere fiori ma che si tratta di una cortesia
tradizionale. Insomma, dopo i vari “sorry, sorry” ci
avviamo verso l’albergo, in una Kathmandu tranquilla e
priva di posti di blocco militari onnipresenti fino a poco
tempo addietro .
L’aereo parte in orario e stranamente il personale di
bordo, nei viaggi precedenti silenzioso come una tomba,
ora ci comunica che stiamo passando vicino all’Everest.
97
Si atterra a Gonkar airport. Quali cambiamenti! Oramai
sembra di essere in un aeroporto occidentale:
professionalità, velocità e soprattutto pochi controlli una grande gioia perché questo ci permette di
importare la nostra "merce proibita": salumi, formaggi,
prosciutto, spaghetti e altre leccornie che ci serviranno
durante il viaggio.Il cambiamento principale a Lhasa riguarda la visita al
Potala. A causa dell’enorme afflusso di turisti, -cinesi e
occidentali-, il governo locale ha limitato il numero di
biglietti d’ingresso per giorno. Bisogna salire la “santa
scalinata” a piedi e appena entrati si dispone di
“esattamente” un’ora per la visita, pena una sgridata e
probabili altre sanzioni per la guida locale. Quindi
affannati ci precipitiamo per le sale del Potala; molte
sono chiuse [forse per sveltire il percorso], in altre non si
può più entrare, si può guardare soltanto dalla porta.
Ovviamente così non si riescono ad ammirare i magnifici
mandala in oro in tutti i loro particolari. Arriviamo
all’uscita giusto in tempo; manca un minuto - siamo
salvi!
Il giorno dopo inizia la parte più particolare del viaggio, 3
giorni di navigazione sullo Tsangpo sulle barchette di
pelle di yak. Prima di partire andiamo a vedere la
98
stazione ferroviaria di Lhasa. La guida tergiversa, ci
avverte che non possiamo fare foto etc. Ma noi andiamo
lo stesso. Edificio futuristico, pulizia incredibile, vetrate,
tabellone in lingua inglese, cinese e tibetana che
annuncia gli orari dei treni, i costi e il tipo di treno.
Facciamo anche qualche foto dall'esterno; d'altronde le
stanno facendo anche i tibetani, nonostante ci sia la
polizia a due passi che non mostra il minimo interesse in
ciò che stiamo fotografando.
Il pullman, con la stessa cassetta di musica per due ore,
si dirige ora verso Simpori. Il campeggio viene posto
sotto gli alberi, sulla riva sinistra del fiume, dove due
enormi maiali razzolano non molto lontano dalle tende.
Lo staff li allontana con un mirato lancio di pietre e noi
siamo tranquilli. Ma è presto e minaccia pioggia.
L’autista ci invita a casa sua; tenta di offrirci del tè
tibetano, ma questo viene gentilmente rifiutato da tutti,
e si scivola su un tè "normale". La casa è grande, anche
se ne vediamo soltanto una stanza, e gli ospiti sono
gentili come possono esserlo soltanto i tibetani in Tibet.
Ci riceve una signora con il viso rugoso, senza denti, che
abbraccia una bella bambina dallo sguardo dolce. Le
chiedo l’età; 59 anni. Una visita al vicino monastero e
99
poi via verso il campeggio, sotto una preoccupante
pioggerellina.
La notte passa tranquilla e al mattino saliamo sulle
barchette. Il mio rematore si chiama Tsering [lunga vita];
benchè non sia molto alto è solido come una roccia, e ha
gli occhi come due fessure; ride sempre, anche quando
ci troviamo su uno Tsangpo molto arrabbiato. Dietro,
verso ovest, scorgiamo nuvole nere e basse; davanti,
verso est, una tempesta di sabbia. Pochi minuti dopo ci
troviamo proprio nel bel mezzo della tempesta. Lo
Tsangpo riceve il vento contro corrente; i rematori,
legate le gowa tipo trenino, ridono e sembrano
instancabili nonostante la fatica del remare contro
vento e lo sballottamento delle barche. E finalmente
arriviamo a Dorje Drak, monastero costruito sulla riva
del fiume. Mi accorgo subito di una nuova strada che, mi
dicono, unisce Lhasa a Samye su questa riva. I cinesi
sono incredibili con le loro fisse per le strade, vanno
dovunque! Per fortuna non è asfaltata, si confonde con
le dune di sabbia e in fondo rende la vita più facile per
gli abitanti di questi villaggi che fino a due anni fa non
avevano nessun collegamento stradale. Il pullman di
linea per Lhasa è pronto davanti al gompa!
100
Siamo ospitati in uno stanzone con sei letti, pulito, con
coperte e lenzuola; e un’altra notte passa tranquilla,
dopo 8 lunghe ore di navigazione. La sveglia è pigra...
oggi ci aspettano soltanto 4 ore di navigazione per
arrivare a Ngadrak, e li ci fermeremo due notti. Il tempo
è migliore. Come punto di riferimento per l’arrivo alla
meta ci orientiamo su un'enorme roccia nel fiume. Ma la
roccia non arriva mai, e quando la raggiungiamo non la
superiamo mai, le secche ci bloccano e i barcaioli
devono fare lunghi giri. Alla fine approdiamo.
Saliamo su un trattore il cui cassone, coperto e con delle
panche semi-imbottite, è stato trasformato in "vano
passeggeri", e cominciamo a traballare per circa due
ore. Passiamo attraverso villaggi ancora “naturali”, yak
al pascolo, campi ben coltivati, poca presenza cinese. A
un certo punto il trattore-pulmino si ferma e qualcuno
lancia sul vano sopra la cabina una pecora con il ventre
aperto, poi lo stomaco e le interiora. Il viaggio continua,
e dopo un bel po’ si ferma per scaricare la pecora e
quello che le apparteneva. Arriviamo nel gompa di Zade
che è tardi, e ci sistemiamo nelle nostre camerette. Da
anni conosco alcune monache di questo monastero
femminile, la cui badessa è sposata; con loro chiacchiero
e mi faccio portare al negozietto per comperare delle
101
birre. La cena è pronta, e vengono divorate anche le
nostre scorte, trafugate alla faccia della dogana!
Siamo a 4400 m. Il mattino dopo saliamo molto molto
molto adagio per un sentiero ripidissimo, verso le grotte
che nel VI sec. hanno ospitato Guru Rimpoche con Yeshe
Tsoghiel, la consorte "regalata" al maestro indiano
dall’imperatore
Trisong
Detsen.
Passeggiata
meravigliosa, che raggiunge i 4900 m.
L'indomani, ultima giornata sulle gowa: con 3-4 ore di
navigazione raggiungiamo Samye, uno dei più
importanti monasteri tibetani, dove il buddhismo fu
dichiarato religione di stato. Arrivo, saluti, abbracci e
addii ai rematori, e via verso il monastero su un pick-up,
in mezzo a dune di sabbia e polvere. Nemmeno stasera
abbiamo la possibilità di lavarci; ma che importa, ci fa
assomigliare alla gente locale! Tant'è che quando
arriviamo in un albergo molto bello a Tsedang, per un
attimo ci sentiamo a disagio...
Mi trovo sbilanciato quando andiamo a visitare lo
Yumbu Lhakhang: vedo file di cinesi affrontare i pochi
minuti di salita a cavallo o a cammello. Ne vedo uno
accovacciato; una signora tenta in tutti i modi di salirci
sopra, scivola, ritenta e alla fine con l’aiuto del
cammelliere sale soddisfatta!
102
Nei prossimi giorni il nostro viaggio prosegue verso
ovest. Saliamo sul Kampala per dare uno sguardo veloce
al magnifico lago Yamdrok, fra il vento e il freddo: la
strada fino a Nagartse è chiusa perché la devono riaggiustare. Provvisoriamente è stata creata una
"piazzola panoramica" per una sosta fotografica, dopo di
che si riscende per la stessa strada e ci si dirige verso
Shigatse. Per arrivare a Gyantse, lasciata la strada
principale, ci inoltramo su una pista fra dune e sabbia;
sembra di essere in Africa invece che in Tibet!
Fortunatamente finora i cinesi hanno tralasciato di
asfaltarla...Una pista simile ci aspetta dopo Sakya. Gli
autisti sono riluttanti; così pure la guida, che passa il suo
tempo a dormire, che sia in macchina oppure sulle
barche. Ora che è pronta una meravigliosa strada
asfaltata per Shegar, chi gliela fa fare a soffrire in mezzo
al nulla, fra dune e deserto? Comunque io insisto e si va.
Incontriamo un piccolo villaggio, 4 case, semi sepolto
dalla sabbia, con una sorgente d’acqua calda dove le
donne lavano; incontriamo vaste aree coperte di una
sostanza bianca che io credevo sale, ma gli autisti
dicono sapone; incontriamo campi ben coltivati e verdi da dove prendono l’acqua è un mistero; incontriamo
103
carretti tirati da cavalli, che procedono nel vento e nella
sabbia.
Infine arriviamo a Shegar, cittadina squallida e ventosa,
punto di partenza per Rombug e il campo base
dell’Everest; nevischia…
Il giorno dopo saliamo verso Rombug sotto un cielo
nero. Ci fermiamo sul colle, 5200 m, da dove si vede
buona parte della catena himalayana; al centro
l’Everest, minaccioso e imponente; avvolto dalle nuvole
nere, non si degna di mostrarci la sua cima; sembra
quasi che ci dica: “Attenti, voi che volete scalarmi!”.
Contrariamente a quanto è stato riportato
recentemente sui giornali italiani al riguardo di questa
strada e di Rombug [la strada è stata asfaltata, con un
notevole impatto ambientale; a Rombug ci sono
bancarelle che vendono di tutto, e ci sono persino le
prostitute; dico a 5000 m??? mah] nulla è vero; l'ho
ritrovata come due anni fa, forse spianata un po’ meglio,
ma nient'altro!
Al campo base fa un freddo incredibile e c’è neve;
rimango con le guide in macchina mentre i miei clienti
salgono su un piccolo colle per le foto. Al ritorno
visitiamo il monasterino che ospita una comunità di
monache e monaci; all’interno sentiamo: “ Cu cu” - su
104
una colonna è appeso un pendolo svizzzero! Qui si vede
la polizia. Da quando l'anno scorso qualcuno ha tentato
di far sventolare una bandiera tibetana, ci devono stare
anche l’inverno; mi fanno pure pena.
La discesa verso Nyalam si prospetta avventurosa
perché a causa di “lavori stradali” è aperta solo dalle 19
in poi, di sera. Facciamo al buio il tratto più brutto e più
pericoloso per arrivare a Zhangmu, dove ceniamo in un
ristorante tipo pub, -peccato che si sono dimenticati di
portarci un ordine e Barbara va a letto digiuna!
Un freddo, l’attesa in coda per l’apertura della frontiera
al mattino... Il sole è alto e non riesce a raggiungerci fra
queste strette gole. Gli ufficiali di frontiera sono molto
compiti e seri e fanno il possibile per sveltire le pratiche.
Peccato che fra un Toyota e l'altro si infila un gregge di
capre e pecore che non sembra abbiano voglia di
sveltire nulla. S’infilano sotto le macchine; vanno prima
avanti e poi indietro, e incuranti dei calci ricevuti fanno
quello che vogliono finchè decidono di lasciare spazio
alle auto.
Si ritorna a Kathmandu, si ritorna a casa in India; chissà
cosa troverò in Tibet l’anno venturo, l'anno delle
Olimpiadi cinesi, -ammesso che ci facciano entrare? Da
Lhasa arriva la notizia che la popolazione tibetana brucia
105
incenso in tutta la città per la medaglia d'oro del
congresso americano conferita al Dalai Lama; mi dicono
che c’è molta polizia che controlla, ma senza intervenire,
e che i monaci di Drepung sono confinati nel loro
monastero. E il Presidente Hu, intanto, parla di riforme
democratiche. Mah!
Un bel viaggio....
indice
106
Di passagio nel Kham: sei cose che mi hanno
colpita .
K.Blancke, Agosto 2006
I paesaggi
A differenza della maggior parte delle altre aree
tibetane finora visitate, la parte inferiore del Kham
(comunque sempre al di sopra dei tremila metri...) è
molto "alpina": molto verde, con tanti tanti fiori, e una
preponderanza di prati blu; dolci colline e belle casette,
che assomigliano quasi a chalet svizzeri. Ogni villaggio
ha le sue proprie caratteristiche architettoniche, con
leggere differenze nell'uso di colori e di decorazioni nel
legno. Anche quando ci s’innalza al di sopra dei 4000
metri rimane comunque ancora un po’ di vegetazione;
qui spariscono i villaggi, e ci si ritrova tra grandi praterie
con tende di nomadi. Mentre la vegetazione alle
altitudini relativamente più basse è ovviamente
bellissima, un'amante degli altopiani come me predilige
questi luoghi più elevati, con i loro spazi così vasti
costellati da tende di nomadi, greggi di pecore e capre,
cavalli e yak; tanti yak....
107
I monasteri
Dovunque nel Kham si avverte una gran voglia di
ricostruzione. Delle centinaia di vecchi monasteri rimane
poco, tutti distrutti dai musulmani oppure durante la
rivoluzione culturale. Ma adesso si ricostruisce. Molto
lavoro è già stato fatto nell'ultimo decennio, in tanti altri
monasteri sembra di essere in un cantiere. Particolare
attenzione viene data alla pittura degli affreschi, con
colori sgargianti, per i nostri gusti un po’ kitsh.
I monaci
Ma poi che cosa ci fanno in tutti quei monasteri? In
alcuni luoghi si avverte un senso di desolazione, di
abbandono; più volte ci venne detto che se il Dalai Lama
non ritorna i monaci si sentono persi, e tanti, tantissimi,
cercano di scappare in India, legalmente oppure
illegalmente, dove ritrovano il monastero-madre in
esilio. Rimangono i monaci anziani e malati. In altri posti
invece, laddove c'è un supporto notevole dei rimpoce
che risiedono all'estero, si sente un grande fervore
religioso. Un esempio è Dzogchen. Un luogo
incantevole: situato a oltre 4000 metri, dal villaggio con
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poche case e negozi si sale fino a un muro-mani, e
oltrepassato il muro si entra in un'ampia vallata
cosparsa di templi. In fondo alla valle, in un grande
tempio con il pavimento di legno, erano in corso
insegnamenti di Longchen Nyingthik. Siamo arrivati nel
momento della pausa. Centinaia di monaci si rovesciano
fuori per un momento di relax. Avevamo notato una fila
di motociclette parcheggiate ordinatamente l'una di
fianco all'altra. Ed ecco che vediamo i monaci saltarci
sopra....Dall'altra parte della valle una bella costruzione
ospita uno 'shedra', un istituto per gli studi, e poco più
in là, in un tempio grande e nuovo, viene data
un'iniziazione tantrica - vietato l'ingresso alle donne.
Anche qui tanti monaci; uno di loro è stato in giro per
l'Europa, come parte di una troupe di monaci che
eseguivano i chams,- le danze rituali dei monaci-. Ha
trascorso un periodo di tempo al monastero di
Dzogchen nel sud dell'India, e in quel frangente ha fatto
il suo viaggio.
Sershul Gompa è un altro luogo di grande ispirazione.
Anche questo monastero è situato in un posto sperduto
nelle montagne, a una trentina di km dalla capitale della
contea, Jumang. Arriviamo di sera, dopo una lunga
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giornata piovosa, e siamo ricevuti nella guest-house del
monastero: bella, pulita, semplice ma accogliente, con
tanto di ristorante e di sala-soggiorno con una grande
vetrata che guarda la valle. Finalmente, dopo tutti gli
alberghi cinesi piuttosto "anonimi " finora visitati,
troviamo un po’ di "calore umano"! La visita del
complesso monastico raggiunto con una piacevole
passeggiata in una mattina assolata è una
gradevolissima sorpresa: una serie di costruzioni sparse
sulle colline circostanti, tra cui uno shedra (istituto di
studio per i monaci), un tempio, e alcune "tende-scuola"
(sono tende da nomadi piene di ragazzini dei villaggi
intorno). Incontriamo una monaca che ha studiato a
Dharamshala, e che ora abita a Sershul per aiutare il
rimpoce come traduttrice quando arrivano gli ospiti
stranieri: taiwanesi, singaporesi, occidentali, che
vengono in questo luogo sperduto a seguire qualche
corso di meditazione.
I devoti, laici e monaci
Lungo la strada incontriamo un altro luogo molto
particolare. I nostri autisti ce ne parlano mentre siamo
su un passo di 4600 metri. Ci dicono che poco innanzi si
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trova un luogo dove vivono 10000 monache da un lato
del fiume, 10000 monaci dall'altro, al seguito di un
grande maestro (sicuramente la cifra sarà esagerata!). Il
lama è così famoso perché mostra miracoli sul suo
corpo: per chi possiede l'occhio della fede (!) è possibile
vedere sul suo torace tutti i maestri che gli hanno dato
insegnamenti, con il Dalai Lama sulla sua testa. Basta
una deviazione di pochi chilometri per arrivare in questo
sito. Impressionante! Subito vediamo una costruzione,
tipo hangar, con dentro tanti monaci e monache, che
stanno seguendo una funzione religiosa, una puja in
occasione del giorno di Yeshe Sogyal (la consorte
tibetana di Guru Rimpoce). Ma guardando intorno
notiamo un enorme cantiere; un tempio più o meno
finito, e tante costruzioni. Centinaia di baracche dove
vive la gente venuta qui da ogni parte del Tibet per
seguire questo maestro. Dice un monaco, originario di
Lhasa: "Noi veniamo qui perché possiamo davvero
imparare a meditare, non soltanto a studiare il dibattito,
ma a meditare, con l'aiuto di un maestro che mostra i
segni della sua realizzazione!".
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Le cittadine e la gente
Pelyul, Derge, Kanze sono cittadine piccole, abbastanza
carine, con costruzioni caratteristiche, in legno. Yushu al
contrario è una città piuttosto grande, prevalentemente
cinese. Gli alberghi sono rigorosamente di proprietà dei
cinesi, con personale tibetano. In città un misto di etnie,
tra colorati tibetani tipo cowboy del far west con le loro
donne magnificamente addobbate, e cinesi che
gestiscono tutti i business. Mi ha colpito la totale
mancanza della classe 'imprenditoriale' tibetana. Dove
sono i negozianti scaltri e simpatici che ritroviamo nelle
altre parti del mondo tibetano? Sembra che da queste
parti sono rimasti i tibetani contadini e pastori e
venditori ambulanti di merci di povera qualità, mentre
tutta l'attività commerciale di un certo rilievo è in mano
ai cinesi. La lingua franca, in città come nei villaggi, è il
cinese, anche tra tibetani di differenti regioni. Buffo
trovarsi in una situazione dove per spiegarsi ci vuole una
triplice traduzione: dal mio tibetano al tibetano della
guida, che essendo di Lhasa non capisce i dialetti locali e
deve ricorrere al cinese ...A volte non basta nemmeno
questo, e devono intervenire gli autisti d’origine
khampa! Ho come l'impressione che in genere tra la
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gente laica vige un clima di tranquilla rassegnazione:
questa regione fa parte della Cina da molto tempo.
Prova ne è l'apertura della festa dei cavalli a Yushu:
parata militare cinese all'inizio, parata militare alla fine;
militari a piedi e militari a cavallo; carri con pubblicità
cinese. Ma i ritratti del Dalai Lama si ritrovano
dovunque, qui non c'è bisogno di nasconderli!
Una curiosità: Cordyceps Sinensis
Passando in un piccolo villaggio in mezzo al nulla, ci
fermiamo per una breve sosta. La gente locale ci invita a
guardare le mercanzie nei negozi: qualche gioiello
locale, alcuni articoli di artigianato tibetano, di scarsa
qualità. Un venditore ci prende da parte e apre un
pacchetto di carta da giornale; dentro tiene una cosa
che a prima vista sembra un'erba. Ci spiega che sono
"vermi che d'estate diventano erba, oppure erba che
d'inverno diventa verme". Una medicina eccellente, ci
dice, ottima per la salute. Noi rimaniamo increduli e
perplessi...Ma mentre aspettiamo la partenza dell'aereo
da Xining, ecco che nel tax-free-shop ci sono scatole e
scatole piene di questi "cordyceps". Si tratta di un
"fungo-bruco": un fungo che con le sue spori infetta i
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bruchi invadendone il mecchanismo fino a farli
diventare vegetali. I cinesi ne scoprirono le virtù
terapeutiche molti secoli addietro, notando che le
pecore che brucavano in zone di Cordyceps erano più
forti e più sane. Da sperimentazione risulta che il
cordyceps sinensis è una specie di panacea: procura
energia, previene l'invecchiamento, rafforza il sistema
immunitario, e funziona come afrodisiaco per l'uomo.
Oggigiorno questo "fungo-bruco" sembra il business per
eccellenza della provincia del Qinghai: girando la carta
d'imbarco mi accorgo che è addiritura reclamizzato sul
retro. Mai più avremmo immaginato tali meraviglie
lungo la strada in quel borgo! Cosa non abbiamo
scoperto, di passaggio nel Kham…
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